"L’ERRORE DELL’EROE"

 

“L’ERRORE DELL’EROE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

  


 

 

 

 

 

 

 



AVVERTENZE. (PREAMBOLO.)

 

Alcune avvertenze per te, lettore che ti avvicini a questo libro. Per prima cosa, lasciati alle spalle i pregiudizi. L’aria ne è satura già alla soglia. E il timore. E le preoccupazioni. I “se”. Dimentica ogni cosa, chiudi gli occhi e avanza. Non chiederti se riuscirai nell’intento. Se sarai in grado di farcela. Se penserai di ferire con parole sbagliate. Se riuscirai a relazionarti, a stabilire un contatto, a trasmettere fiducia, a conquistarla. Non è una gara, non ci sono premi. Non ci sono eroi. Il percorso è lento, la terra può crollare da un momento all’altro sotto i tuoi piedi. E se cadi in quel baratro, rischi di trascinarci anche loro. In secondo luogo, non cercare in queste storie pietà, non vogliono sguardi di compassione o di paura. Sono lì perché il destino ha tracciato una mappa diversa dalla tua. Sei una delle tante persone che incroceranno nella vita. Non stavano attendendo nessuno, non hanno aspettative su di te, per cui abbandona l’ansia, cacciala via dal tuo corpo: non sei sotto giudizio. E non pensare nemmeno per un momento che apparteniate a due mondi diversi. Siete parte dello stesso universo. Quella linea, sottilissima, tracciata su un terreno invisibile esiste solo per ricordarti che se vuoi andare dall’altra parte, se davvero lo desideri, allora fallo con delicatezza. Come una piuma. Avvicinati, e guardale negli occhi solo se sei in grado di metterti in equilibrio sullo stesso filo. Varca la soglia, come se stessi andando nella casa della madre. Sii gentile, rispettoso. Vesti i panni dell’altro. Indossali per un giorno, due, tre. Fin quando l’esperienza te lo potrà permettere. Vedi, a me interessano i tempi vuoti, i tempi vacui e vani, morti e perduti. A me interessano i contro-tempi e i contrattempi, l’esitazioni e i palpiti irrecuperabili, la bellezza trionfante che si riflette in uno specchio d’acqua e i laghi complici, le attese inutili e le gioie smarrite, i vicoli ciechi e le urla sorde, gli scherzi del destino e le beffe della sorte, il sorriso dell’ignoto marinaio e l’errore dell’eroe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AUTO-INTERVISTA. (PROLOGO.)

 

Ultimamente, mi arrivano sempre più epistole con domande sulla mia persona e la mia personale visione del mondo. Una noia mortale! Sempre le solite domande, trite e ritrite. Però è stato stimolante. Così ho deciso di rispondere alle domande che mi piacerebbe che mi venissero rivolte. Beccatevi dunque questa auto-intervista!

 

Perchè vesti in modo classico con giacca e cravatta? Perchè provengo da una determinata latitudine (non solo geografica ma anche culturale) e da una determinata tradizione forgiata nel ferro e in questa io vedo un valore. Non vesto in modo classico ma in modo europeo, perchè sono bianco, occidentale, siciliano.

 

Perchè sei così poco espressivo e coinvolgente nelle tue lezioni? Perchè sono un studioso e accademico, non un attore; uno scrittore e non un intrattenitore.

 

Il tuo film preferito? “Sperduti nel buio.” di Nino Martoglio.

 

Canzone preferita? “Vitti na crozza.” (canto popolare siciliano).

 

Citazione preferita? Caliti junku ka passa a kina.

 

Il tuo più grande amore? Il prossimo.

 

Il tuo libro che più ami? Il prossimo.

 

Perché hai iniziato con la poesia? Perchè sono pigro, molto pigro, sono il pigro di Dio. Beh, forse non così pigro ma di certo sono una persona molto pigra, e la poesia la poesia lunga di taglio narrativo alla Jeffers o alla Bukowski mi permette in primo luogo di raccontare una storia, un aneddoto o un fatto (che è la cosa che più mi diverte) senza dover sviluppare compiutamente la trama né la psicologia dei personaggi e mantenendo il racconto allo stato di bozzetto senza per questo rinunciare al piacere di raccontare. In secondo luogo, mi pareva che la poesia suonasse più pura e dura e schietta e forte della prosa, come una revolverata, come un candelotto di dinamite che esplode con forza tremenda. 

 

Qual’è la tua opinione sulle relazioni inter-personali nell’ultimo decennio tenendo conto di come le nuove tecnologie e i luoghi virtuali abbiamo creato diversi spazi sociali in cui poter conoscere persone? I social sono per mezze-seghe. La vita vera è nella strada, la strada maestra di vita.

 

Com’eri da bambino? Ero timido e non mi piacevo granchè. Mi piaceva un sacco ascoltare i vecchi e le storie. E mi piaceva anche, da solo nella mia stanza, riprendere quelle storie e riportarle in vita modificando le parti che non mi soddisfacevano o cambiando il finale o i personaggi.

 

Qual’è il miglior consiglio che ti abbiano mai dato? Divertiti.

 

Il peggiore? Sii ambizioso e trovati un buon lavoro.

 

Hai mai contemplato il suicidio? No. Consideri il suicidio quando ti aspetti troppo dalla vita e hai troppe aspettative o aspettative troppo alte per il futuro, che invece ha continue oscillazioni e alti e bassi e a volte va bene e altre volte male ma non aderirà mai all’idea astratta che ce ne siano fatti nella nostra testa, e infatti Emil Mihai Cioran affermava (a ragione) che la maggior parte dei suicidi avviene per eccesso di ottimismo e aveva ragione: un pessimista solitamente non si ammazza poichè sa che tutto va male e continuerà ad andare male e che la vita è una merda sicché se qualcosa gli va per il verso giusto si sorprende positivamente, mentre l’ottimista, convinto che la vita debba rispondere a requisiti specifici, quando vede che poi non rispetta tali parametri si spara un colpo in testa.  Ma in fin de’ conti siamo tutti fottuti nel momento stesso in cui nasciamo: nascendo non guadagniamo altro che la morte. Dunque non aspettarti niente, né da te né dalla vita né dal genere umano ma, essendo il nulla reputati pari al nulla e considera l’essere pari al non-essere. Fortunato nelle avversità e benedetto nell’oscurità vivi al di là del bene e del male. Solo accettando questa premessa sarai libero di esistere alle tue condizioni e mai conoscerai la solitudine e l’abbandono. E allora la morte ti parrà ben poca cosa.

 

Come vedi l’universo? Semplicemente non lo vedo. Tutto quello che so è quello che vedo, e quello che vedo è tutto quanto sappia. Il mio universo è il mio quartiere e le persone che ci abitano. D’altronde si dice che gli indios siano capaci di distinguere tra quaranta tonalità diverse di verde nel folto della foresta. Che vuol dire questo? Che è la necessità che genera conoscenza e la conoscenza è solo il frutto della necessità. Tutto qua. Dunque non penso a come possa essere l’universo, non m’interrogo sulla sua forma e sulla sua realtà ontologica, non mi pongo la domanda perchè non mi serve: mi basta avere mutande pulite ogni mattino, cibo caldo a tavola a ogni meriggio e una donna che mi scaldi il letto a sera, mi basta sapere che domani mi sveglierò ancora vivo e che se mi lancio dal settimo piano non finirò bene. Sono fondamentali queste stupidaggini, molto più di conoscere le leggi dell’universo. E poi la realtà visibile è così meravigliosa che interrogarmi sull’universo e sull’esistenza del corpo astrale e s’una realtà che non posso toccare con mano ed è così distante da essere invisibile m’interessa poco o nulla. Ciò che non può essere escluso non merita di essere tenuto in conto. Poichè non potrei escludere per esempio che la mia vita sia in realtà durata 10 secoli e che ogni cinque minuti un marziano sia passato da qui e mi abbia ipnotizzato per un anno e in seguito riattivato, allora non tengo in conto questa come una eventualità su cui basare la mia visione del mondo. Di certo so solo questo: che non m’interessa l’universo e il mondo non mi basta.

 

Credi nella vita dopo la morte? Beh, quello che mi interessa non è se c’è vita dopo la morte ma che ci sia vita prima, e che questa vita sia buona, anzi penso che sia buono solo ciò che esprime un’antipatia attiva verso la morte, e dico antipatia non nel senso di paura: nella paura c’è sempre un principio di rispetto e una certa sottomissione, e non credo che la morte si meriti tanto.

 

Ti sei mai posto domande metafisiche? No, mai, affatto. Non ho problemi metafisici e non mi sono mai interrogato sull’esistenza di una realtà che supera la natura e la materia poichè non possono conoscere tale realtà e se non la conosco non la conosco punto e basta.

 

Come ti vedi fra dieci anni? Abbastanza ricco da permettermi due pasti al giorno, vestiti nuovi ogni mese, un computer più potente, una macchina che non mi lasci a piedi, e una puttana diversa ogni sera.

 

Che cosa detesti di più nella vita? La crudeltà gratuita.

 

Che cosa odi di più delle persone? La menzogna. Sono atterrito dalla bugia: è in essa un tanfo di morte che mi sconvolge e nausea, questione di temperamento suppongo, ma qui è in ballo un altra categoria di principi, e, vedi, un conto è quello che consideriamo male sulla base della nostra coscienza un altro paio di maniche è quello che ci inculcano come sbagliato e immorale, poichè si può trattare di cose estremamente diverse. La società ci insegna a vedere il male in certe cose per reprimerci e tenerci a bada, come scopare senza passare per i canali ufficiali.

 

Quali circostanze giustificano una bugia? Nessuna.  

 

Che cosa ricerchi di più nella vita? L’allegria.

 

Che cosa ti fa più paura? Il dolore fisico e la solitudine.

 

Che cosa ti rimproveri? L’essere stato duro con coloro che non lo meritavano e con coloro che mi amavano. Perchè, vedi, col passare del tempo ho capito che non esiste un unico modo di amare, e ognuno ha il suo. Siamo punti minuscoli e casuali in uno spazio-tempo infinito polidimensionale e proteiforme e non esiste possibilità, neppur remota, che due punti s’incontrino e si sovrappongano in questo spazio infinito e progressivamente cangiante, dunque è possibile che una persona ti abbia amato al massimo delle sue possibilità e che tu semplicemente non sia riuscito a capirlo.

 

Che cosa ti diverte di più? Fare l’amore.

 

Che cosa trovi più ridicolo? Tutto.

 

Che cosa prendi più sul serio? Tutto.

 

Qual’è il difetto che più odi in te? L’esitazione.

 

Il difetto che più odi negli altri? La superficialità, la mancanza di amore, la mancanza di gentilezza.

 

Quali circostanze giustificano una bugia? Nessuna.

 

Quali sono i tuoi rimpianti più grandi? Non aver amato abbastanza le mie donne.

 

Hai rimorsi? Sì.

 

Quando e dove ti senti felice? Qui, adesso.

 

Qual’è la cosa che ami di più? Scrivere.

 

Quella che ti riesce meglio? Leggere!

 

Quale bene ritieni il più prezioso? Il tempo.

 

Quanto il tuo io ideale collima con il tuo io attuale? Quanto basta per non fare di me uno schizofrenico, né un mediocre uomo qualunque.

 

Quanto il tuo io ideale e il tuo io reale sono compatibili? Zero. Vorrei essere il Conrad che doma i flutti a bordo dell’Otago; il Bukowski che doma le donne e lancia i propri madrigali disperati da una camera in affitto; l’Hemingway che spreme il proprio cervello nel succo d’arancia; il Kerouac che affoga nell’alcole e nel sesso; il Tunda di Roth che medita su se stesso nella piazza davanti alla Madeleine indeciso su chi essere, su che cosa essere e su che cosa fare, il Tunda senza nessuna professione, senza nessun amore, senza nessun desiderio, senza nessuna speranza, senza nessuna ambizione, il Tunda superfluo come nessuno al mondo; vorrei vivere le mille vite dei miei miti e in più la vita del criminale e dello psicopatico, del ladro e del professore, del musicista e dello sportivo, dell’ubriacone e del mafioso, vorrei vivere mille vite e non ho che questa mia vita a disposizione.

 

Che cosa conta di più nella vita? L’emozioni. Solo l’emozioni contano. Solo l’emozioni.

 

Sei felice? Essere vivi è essere felici.

 

Sei soddisfatto della tua vita? La mia vita è come è, e non può essere in altro modo. A volte va come deve andare senza che io possa farci molto, altre volte riesco a migliorare un po’ le cose. In genere, mi basta essere allegro e avere una donna che mi faccia ridere di qualche sciocchezza. Nulla di eterno o grandioso.

 

Hai avuto ciò che ti aspettavi? Non mi sono mai aspettato nulla, né dalla vita né da me stesso né dagli altri. Ho avuto ciò per cui ho sudato in misura proporzionale a quanto abbia sudato. Niente di più e niente di meno.

 

Lo confesso! Ho peccato. Ma è che la vita è così veloce che non hai il tempo di pensarci. Quando vivi, non hai il tempo di pensarci. Poi, col senno di poi, alcune cose risultano buone e altre cattive. Ma questo è già oltre il tuo potere.

 

Un consiglio ai tuoi colleghi esordienti? Scrivilo a penna, con inchiostro comune su carta comune o al computer, lampada accesa e sigaretta in mano, battendo su quella maledetta tastiera come un forsennato, scrivilo di giorno o di notte, d’estate o d’inverno, scrivilo alla luce naturale o scrivilo al neon, ma scrivilo solo se ti esce da dentro, scrivilo solo se ti piomba addosso e ti afferra alla gola, scrivilo perchè ti brucia le vene e ti manda a fuoco l’anima e non puoi tenerlo dentro, deve essere una revolverata alla testa e al cuore, devi buttare giù il verso pulito e semplice, stenderlo come il filo a piombo, e se avrà palle e stile e risate e tristezza avrai raggiunto il tuo scopo. Per trovare buon materiale non devi nemmeno attraversare il fiume: osserva la gente, la gente è lo spettacolo più bello del mondo. Ma devi prima aver bruciato nel buio della solitudine e nella disperazione della tua sporca coscienza, devi essere stato pestato a sangue almeno due volte, ed essere stato strapazzato nel cuore e nell’amore da donne veramente diaboliche e demoniache che hanno goduto nel farti crogiolare sul rogo della loro perversa cattiveria, devi prima aver corso sull’orlo della pazzia e sul ciglio del burrone vacillando, devi aver scopato alcune centinaia di donne ed essere morto di fame in una stanzetta di 3 x 4 mentre l’alba scoccava un nuovo meraviglioso bellissimo giorno e tamburi ti martellavano nel cervello e il sangue si bloccava nelle dita delle mani, devi aver provato quanto di malvagio e crudele si celi nella vita e nel mondo e negli uomini, devi prima aver scritto migliaia di brutte poesie: solo allora sarai pronto e potrai scrivere buttando giù il verso forte e pulito con tutta l’esperienza che avrai acquisito. Non puoi separarle, vita e parola vanno di pari passo, la scrittura e la tua esperienza questo è tutto quello che hai. Dunque buttati nella mischia, affogaci dentro, donne, droga, revolverate, carcere, tanti posti davvero strani, qualsiasi cosa, azione, qualsiasi cosa succeda, violenta o gradevole, violenta e spiacevole, tu prendila. Devi scrivere i versi con la penna, con la penna che sa le maree, e devono essere versi veri e duri e forti e semplici, versi che galleggiano sulle onde del libro come scaglie abbaglianti sul manto equoreo del foglio come incandescenti pennellate d’estate sulla facciata smunta del foglio bianco, tratti di penna che truccano gli occhi alla paura del vuoto e del silenzio della pagina muta come i ghirigori di una incerta strada zizzagante, e non c’entra niente chi tu, sia nessuna strada è una retta perfetta, nessuna, ci saranno sempre curve dopo curve come le rughe sul volto, la poesia perfetta non esiste e non sarà mai scritta, così come non esiste il volto perfetto e levigato privo di rughe, ma è proprio quell’imperfezione a rivelare il momentaneo fulmineo inconsistente sprazzo di bellezza. Scrivilo con stile, con stile, amico, e se avrà ritmo e musica e fuoco e fiamme e palle e fegato e cuore e anima e risate e saggezza e luce e tensione e gioia e pazzia e stile sarà come un fulmine a ciel sereno, come sentire nell’aria l’odore di ozono del lampo prima del tuono, fuoco puro, e saprai che stai facendo la cosa giusta, che sei sulla giusta strada, e magari dopo la morte diventerai anche famoso! Vivi. Vivi, e poi scrivilo. Scrivilo con semplicità, ma con semplicità non intendo ossa senza carne ma ossa con la giusta dose di carne altrimenti si rischia l’obesità e la nausea, la poesia può anche essere banalmente incentrata su un tizio che fa a botte e si becca un pugno ma i poeti laureati non si espongono e non dicono chiaramente che quel tizio si è preso un pugno in pieno volto ma ci girano attorno e così tu sei obbligato a rileggere a pezzi e bocconi quella cazzo di cosa diciotto volte per riuscire a risolvere l’indovinello, perché si tende a dire cose semplici in modo difficile contorto complesso e astruso mentre io vorrei dire cose difficili o meglio profonde in modo semplice e stendere il verso duro e pulito alla Bukowski, schiudere e ripulire il verso per poterlo stendere semplice come fosse una corda di bucato e appenderci emozioni, humour, e felicità, senza ingombri. Il verso semplice, fluente, e al tempo stesso sfruttare questo verso semplice per appenderci tutte queste cose: le risate, le tragedie, il bus che passa con il rosso. Tutto. È l’abilità di dire una cosa profonda in modo semplice. E hanno sempre fatto il contrario. Credo che sia gli scrittori laureati siano vittime dei propri studi letterari, della propria eredità umanistica, e della Tradizione culturale più stantia che possa esservi, e se qualcosa non si attiene a un canone prestabilito allora loro non sanno riconoscerlo quindi dicono che non è buono, preferendo i versi infiorati e innocui che spargono rose e viole e margherite a ogni angolo o delicate circonlocuzioni o eufemismi che rigirano la frittata. Personalmente posso starmene qui seduto e pensare alle rose e alle viole a Platone e al cristianesimo e agli alberi e ai gabbiani e non mi serve a niente ma se prendo la macchina e vado al bar e trovo una puttana da quattro soldi e ci parlo e sento la sua storia allora questo mi emoziona e mi stimola e mi carica e allora riesco a scrivere. Personalmente consiglierei loro di dirlo e basta, senza troppi giri di parole o figure retoriche. Dirlo. Semplicemente. Ma in modo profondo. L’avversità è la principale molla del realismo autobio­grafico. E lascia che ti dica un’altra cosa: le donne possono essere delle maledette perdite di tempo, e se sei un poeta si aspettano che tu te ne vada in giro tutto il giorno declamando poesie profonde e struggenti, e pretendono che tu faccia quelle cose stupide che la gente fa e che le fa affezionare l’una all’altra, ma io non sono così, non so mai che dire né che fare, e il mio tempo voglio occuparlo solo a scrivere. Non voglio vivere il peso di una relazione, non sono ancora così vecchio da dovermi preoccupare della solitudine, perchè una relazione si metterebbe inevitabilmente si mette di mezzo tra me e la scrittura e qualsiasi cosa si metta di mezzo tra me e la scrittura è mortale per me, donne comprese, anzi soprattutto le donne. Io le donne le voglio scopare punto e basta. Una donna è un lavoro a tempo pieno. Bisogna soffrire per vivere con una donna, e pagare un prezzo altissimo per quel briciolo di gioia temporanea, per quell’impalpabile sprazzo di felicità, e tutta questa sperequazione di energie alla fine nuoce alla poesia, e la poesia è la cosa più importante, scrivere è la cosa più importante, creare. Le donne sono passeggere, la poesia è immortale. E io voglio solo scrivere per lasciare il mio nome sul libro mastro degli dei marchiato a fuoco. Questo è la cosa più importante. Ma poi loro insistono e dicono che amano persino la mia brutta faccia da foto segnaletica, e dicono che vogliono salvarmi e coccolarmi e portarmi in paradiso, e si sa tira più un pelo di figa che un carro di buoi, e così mi ritrovo sempre a fare quelle cose che non mi va di fare, come stare a letto insieme la domenica mattina leggendo il giornale, e questo è davvero sfiancante, così quando abbiamo finito e le dico che è il caso di smammare perchè devo lavorare ecco pronte le lacrime e e le accuse e tutte le altre cose che ti sfiniscono, e questo le fa imbestialire e al tempo stesso affezionare ancora di più,  e si legano in maniera assurda e inspiegabile, e diventano indemoniante e pazze all’idea di perdere quel minuscolo microscopico qualcosa che faccio per loro e che a loro piace. Credimi, amico: le donne preferiscono scoparsi i poeti.

 

Quale è il tuo concetto di scrittura? Per me scrivere è scrivere. Punto. Scrivere vuol dire scrivere. Non pensare. Io mi muovo tra le cose, sfioro le cose, tendo alle cose, ma non penso alle cose, come per esempio sentire suoni e vedere colori o sentire qualcuno dire cose e assurdità e luoghi comuni senza che la cosa ti colpisca senza farci caso. Se c’è qualcosa in me, è sentimento, non pensiero né intelletto, corpo senza mente, o più corpo che mente. Mi preoccupa solo quello che vivo: ciò che conosco non m’interessa. Tutto ciò che so è quello che vedo. Tutto ciò che vedo è tutto ciò che so. Ma uno scrittore, per dirsi veramente scrittore, deve sentire sismograficamente, deve mantenere la propria individualità, deve rimanere genuinamente controverso e controcorrente, genuinamente borderline, mostruoso.

 

Che cosa è per te la poesia? La poesia è il pasto nudo di un lupo in amore. La poesia è la mia anima. E non permetterò che la mia poesia rimanga rinchiusa in gabbie di spiegazioni critiche sulle meccaniche relazioni causali tra forma e sostanza e tra contenuto ed espressione, poichè queste poesie ben ponderate e queste spiegazioni altrettanto ben ponderate contengono una logica ben ponderata che si esplica solo all’interno dei confini di una ristretta cerchia chiusa e ottusa di persone interessate alla poesia e alla letteratura, ma io non credo che possano avere alcun valore per l’uomo della strada e per il carcerato, per chi è condannato a un destino ignobile e costretto dal destino a una fine infame e indegna. Il vero della poesia si misura per estensione non per intensione, il vero test della poesia è se va bene per ogni essere uma­no, la vera poesia è brulicante d’amore dolore e risate, quella che può renderti migliore la giornata o la serata e travolgere come un treno la viscida nostalgia addestrata capace di tagliare come un’ascia micidiale dritta al tuo cuore, la vera poesia, affilata come una ghigliottina, scivola dal tetto per cascarti in testa e amputare l’orrore e tutto l’estenuante esasperante calvario di brutalità psicologica che ogni giorno viviamo nelle strade e nelle scuole nelle università e nel lavoro nelle birrerie e nel merdoso consesso umano, la poesia vera è come una scoreggia: quando arriva non puoi trattenerla, devi lasciarla libera di volare e librarsi nell’aria leggera come una piuma, e spargersi nelle strade, in cielo come in terra, nei vicoli angusti e nei lunghi viali alberati. Vedi, la scrittura è molte cose: è una sostanza proteiforme che si trasforma nel tempo e nello spazio e può divenire molte cose aderendo ora a un principio logico e razionale ora a un principio veritativo ora a un principio lirico-poetico ora a un principio narrativo. Scegli tu che cosa vuoi essere e sii qualsiasi cosa tu voglia essere, ma per l’amor di dio sta alla larga dai poeti placidamente fasulli e lagnosi, frequenta gli ippodromi come Bukowski o le corride come Hemingway, il giro della prostituzione come Bellezza e Pasolini, bazzica i bassifondi e i bordelli come me e compi i tuoi studi nella strada e nei bar, tra le puttane e i delinquenti e i papponi tutto, ma rifuggi le masse e le biblioteche pubbliche, vai sulla strada, sporcati fa’ la cosa sbagliata: a volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Hemingway andava alle corride e questo influenzò molto il suo stile di scrittura e quando scrisse dell’ubriaco che accoltella la donna nella stanza di un albergo scalcinato d’infimo ordine per un accesso di gelosia lo prese dai racconti sugli spalti: lì c’era tutto per lui e lui semplicemente lo fissava sul foglio come un trascrittore o un fotografo che vede e registra tutto quanto. Per Bukowski erano le corse dei cavalli: l’ippodromo gli dava contezza dei suoi lati deboli e di forti, e gli faceva capire il suo stato d’animo e che siamo tutti in costante mutamento e mutiamo sempre, e gli permetteva di osservare la follia della folla che dilapida soldi ed energie e tempo in insulse cure, e diceva che un giorno alle corse può insegnarti molto più di quattro anni all’università. Anche andare agl’incontri di pugilato aiuta a comprendere te stesso e la folla. Ma più di tutto io preferisco i bassifondi e le bassure, il giro dei bordelli clandestini, dove noi ci ubriachiamo e ci lasciamo andare alla voluttà della violenza e alla violenza del piacere con tutta la violenza della nostra pazzia e delle nostre perversioni che sono tante ed è eccitante stare in quell’ambiente squallido e sordido tra beoni ubriachi e folli fumando sigari e assaporando uno spiraglio di vita vera, con una rossa ossigenata o una bionda burrosa tutta tette sulle gambe che muove il suo culo per te, solo per te, mentre tu sbavi come una iena davanti a quella lauta cena a sbafo, l’aria grigiognola per il fumo di sigari e sigarette perennemente accesi, azzurrognola per i fumi dell’alcole che scorre a fiumi in un sciame di lussuria e libidine e violenza ,mentre tu getti soldi e ti bevi tutta la vita che c’è, e sbavi davanti a quei culi meravigliosi e magici che si muovono e ondeggiano e ballonzolano per te e lo fanno solo per te, per te che sei il grande, il campione del piacere, il maestro del sesso e il re della figa, mentre lingue saettano nelle bocche e mani serpeggiano sui sessi dischiusi che reclamano il piacere e poi quando la sera finisce e il giorno langue vai a casa con una donna di cui non conosci il nome e rientri nella vecchia alcova che è un triviale lupanare e nel letto d’amore glielo schiaffi in culo a queste perfide puttane da quattro soldi e la scopi come si deve nonostante l’alcole e poi sborri e loro bevono la tua sborra e con essa la tua anima e finite addormentati insieme in un unico abbraccio esiziale come angeli ubriachi. Vedi quanto c’è di buono in me e nella mia scrittura (ammesso che ci sia qualcosa di buono...) io l’ho preso dalle puttane e dai papponi dalla strada e dai bassifondi. Ti basti la strada. Ah, la strada maestra di vita. È lo spettacolo più bello ch’esista. E non si paga nemmeno il biglietto!

 

Un messaggio finale? Non abbiate paura di farvi male (un pugno non ha mai ucciso nessuno), siate folli e irrazionali, non abbiate remore o riserve, sporcatevi di vita fino alle ossa, il sole bacia i vivi. Non prendete la vita come un’equazione matematica: due più due in matematica fa quattro ma due dispiaceri più altri due dispiaceri non fanno solo quattro dispiaceri ma, a volte, anche una buona ragione per suicidarsi. Siate ribelli, ma ribelli nel profondo, cioè: seguite sempre il vostro cuore, perchè alla fine, quando si tirano le fila e non resta nient’altro, solo l’emozioni rimangono. Fate sempre quello che è bene per voi senza far male agli altri ingiustificatamente, ma fate male se è necessario. Ricordate che volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Sentitevi liberi, siate liberi, liberi di concedervi al piacere, liberi di rifiutarlo, siate liberi ma liberi in modo consapevole, non ricercando oggi tutti i piaceri ma ricercando tutti i piaceri dell’oggi. La vittoria sarà soltanto il debito compenso per il tuo sforzo. In fin de’ conti il sole bacia i vivi.

 

Fine? La fine è solo un nuovo inizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CENA.

 

La storia che sto per raccontarti è la storia (vera) di un amore. La protagonista è Tina. Tina, all’inizio di questa storia, aveva qualcosa come 23 o 24 anni, non ricordo bene. Quel giorno, il giorno in cui ebbe inizio la storia, era in realtà una sera. C’era anche la luna piena. E il vento caldo dell’Estate. Tina aveva appena superato con successo un esame all’università e, molto stanca, aveva deciso di andare a cena nella trattoria sotto casa. Le capitava spesso di trovarsi a cenare da sola in quel posto e le piaceva molto. Tina è una che mangia piuttosto rapidamente, perchè non è una a cui piace perdere tempo. Ma quella sera consumò molto più lentamente del solito il proprio pasto. Quella sera Tina era infatti particolarmente triste: aveva rotto con il fidanzato e non sapeva ancora se fosse un bene o un male. Quello che era certo era che comunque non riusciva a smettere di pensare a lui. Eppure l’amore non poteva essere solo sofferenza: doveva offrire anche altre possibilità, oltre la sofferenza.

Il locale era quasi vuoto, solo due tavoli erano occupati: l’uno da una coppia, l’altro da una famiglia con 3 bambini. La moglie del proprietario stava alla cassa, intenta a mettere ordine tra scontrini e comande.

Nascosto dietro il bancone degli antipasti c’era un ragazzo. Il ragazzo si chiamava, e si chiama ancora, Mario. Mario, come Tina, mangiava da solo, seduto a un tavolo fastidiosamente esposto al vento di uno spiffero. Così Mario si fece cambiare di posto. Il nuovo posto era esattamente di fronte a Tina. Tina è bellissima, quindi a Mario il nuovo posto non dispiace per nulla. I due però non si scambiarono che qualche rapida occhiata di sfuggita. Ma, ogni volta che gli occhi di lui si posavano distrattamente su di lei, Tina sentiva le mani sudarle. Al caffè, finalmente Mario decise che doveva fare qualcosa per averla e così, trovato il coraggio, le andò a parlare. Si presenta, le chiede come sta, e come mai mangia da sola. Lei sorride, dice che sta bene, e che mangia da sola perchè non ha voglia. Poi lei disse <<Anche tu mangi da solo.>> e lo invita a sedersi. Lui accettò l’invito e si accomodò. Parlarono finché il locale non chiuse e loro dovettero uscire. Sulla soglia si salutarono e si lasciarono. Sulla via di casa Tina si sentiva molto meglio che sulla via del ristorante. Mario anche. Così decise di tornare indietro. La rincorse, la raggiunse, e le disse: <<Ceniamo di nuovo insieme domani?>>. Tina rise e d’istinto disse <<Non posso.>>. Allora Mario chiese perchè. Ma Tina non aveva una scusa pronta così disse <<Ok, allora posso.>>.

Il giorno dopo Mario e Tina s’incontrarono in un ristorante leggermente più elegante della trattoria della sera precedente. All’inizio erano imbarazzati, tutta la naturalezza della prima cena sembrava svanita. Essere a un appuntamento ufficiale era diverso, e non pareva funzionare molto bene per nessuno dei due. Ci misero almeno mezz’ora per ritrovare un po’ d’intesa e ritornare a divertirsi come il giorno prima. Ma, passato quel tempo, stettero benissimo. Si raccontarono la giornata e alcune certe cose della propria vita. Alla fine della cena erano di buon umore e, tornati alla sincerità e genuinità di ieri, poterono confessarsi quanto quel ristorante non gli fosse piaciuto per niente. Poi, d’un tratto Tina disse <<La conosci la locanda sul fiume?>>, Mario disse <<No, non la conosco. Dove si trova?>>, e allora Tina rise divertita, di un sorriso bellissimo e puro come il sole. Anche Mario sorrise, imbarazzato. <<Credo che quel posto ti piacerebbe. Ti va di portarmici domani?>>. Ma Mario è un uomo molto serio e parla poco, anche se dentro gli esplodono le stelle, così si limitò a dire solo <<Certo.>>. E con quella promessa si congedarono.

Sulla via di casa Tina pensò che forse aveva esagerato con quell’ulteriore invito a cena e che lui potrebbe essere rimasto intimorito da tanto impeto. <<Perchè l’ho invitato domani sera? Che cosa ci racconteremo domani?>> continuava a ripetersi sulla via di casa. Mario, invece, sulla via di casa pensava che dire addio a quella ragazza stava diventando un dolore così dolce che sarebbe rimasto a salutarla per l’eternità.

L’indomani, alla locanda sul fiume, Mario arrivò visibilmente alticcio e alterato, e monopolizzò la serata con tutti i rancori verso il padre. Tina lo ascoltava con attenzione. Al momento di accomiatarsi, Mario disse: <<Mi dispiace, scusa: ho monopolizzato questa cena e l’ho usata per sfogarmi. Posso farmi perdonare invitandoti domani allo spagnolo?>>. Tina rispose: <<Domani davvero non posso. Lavorerò come bambinaia.>>. Al che Mario replicò: <<E se ti ci portassi quando hai finito?>>, <<Ma finisco a mezzanotte...>> disse Tina, <<A mezzanotte è perfetto: non lo sai che gli Spagnoli fanno cena a quell’ora?>>. Tina sorrise e accettò.

La sera dopo Tina fece la baby-sitter e tutta la sera si tenne la fame che aveva perchè voleva aspettare Mario per mangiare. Solo che la fame mette il nervoso e quindi iniziò a pensare <<Vorrei mangiare adesso e andare a letto presto. Perchè gli ho detto di sì?>>. Per fortuna la mezzanotte giunse in fretta e quando i genitori della bamba arrivarono Tina era tesissima e impaziente di fuggire.

Mario l’aspettava sotto in moto. Il suo sorriso così dolce le placò il nervosismo. Tina salì in moto e i due partirono, sfrecciando nella notte buia. Si fece tardi, si fecero le tre, le quattro. Quando Mario la riportò a casa, lei lo baciò timida (non sapeva se lui lo voleva, quel bacio) e lui ricambiò dolce (non sapeva quanto lei lo volesse, quel bacio). Il baciò durò a lungo. E anche il silenzio dopo il bacio. Per spezzare l’imbarazzo i due si baciarono ancora, il braccio di lui che le sfiorava appena la vita, le mani di lei che gli cingevano il collo. Poi si scambiarono delle parole. Per entrambi era un peccato non potersi vedere l’indomani. Ma Tina aveva una festa di compleanno di un’amica e Mario una cena di lavoro.

Alla cena di compleanno Tina si divertì ma pensò a Mario. Alla cena di lavoro Mario si annoiò e pensò a Tina. Tornando a casa, gli venne in mente di deviare e fare una sorpresa a Tina. Ma prima passò in pasticceria e le comprò uno squisito dolce al cioccolato, di quelli che a lei piacevano molto. Poi si mise ad aspettarla proprio sotto casa. Poi la vide arrivare e le disse “ciao”. <<Ciao!>> rispose lei, piena di gioia e stupore, e lo invitò a salire in casa. In casa mangiarono il dolce, e aveva ragione il pasticciere che glielo aveva venduto: era buonissimo. La notte, poi, fecero anche l’amore. E questo è più dolce di ogni dolce, più squisito di ogni cosa, più sublime di tutto. Si amarono lentamente, non certo per le buone maniere apprese in famiglia, ma perché cercavano nel piacere la via per trovare la migliore stanchezza. Dopo, quando finirono di fare l’amore, parlarono di tutto, dimentichi di tutto il resto. Infine, stanchi, esausti, e felici, si addormentarono profondamente.

Al risveglio il mattino che li ridestò aveva l’oro in bocca, che il sorriso sulla loro faccia ancora ne trabocca. Mario pensava che, proprio dopo aver fatto l’amore per la prima volta, non si poteva interrompere la tradizione delle cene, sarebbe stato il giorno più sbagliato per farlo. Ma era stavolta lui ad avere una festa di compleanno, di un carissimo amico. Così rimandarono al giorno successivo. E, siccome era l’inizio di un amore, nessuno si offese. Fecero colazione insieme, si baciarono ancora, poi lui si vestì, e lei lo lasciò andare, sebbene a malincuore. Non poteva immaginare che se lo sarebbe ritrovato nello stesso locale dove dove si recò a cena insieme con un’amica. Quel giorno Tina fece un salto in biblioteca per prendere in prestito alcuni libri per la tesi, poi si occupò un po’ della casa e di altro, raggiunse un’amica a una mostra, e con la stessa amica si fermò in un localino non distante dalla galleria d’arte. A metà della cena si accorse che Mario era seduto a un tavolo collocato dall’altra parte della sala. Con immenso stupore sorrise. Del sorriso più profondo che c’è. Sorrise dentro.

A questo punto, caro lettore, devo interrompermi. Non ricordo più se ho detto che questa è una storia vera. Ebbene, voglio essere chiaro. Se la vedessi al cinema una simile coincidenza, mi parrebbe eccessiva. Beccarsi al ristorante nell’unica sera in cui non ci si è messi d’accordo: un tantino esagerato, non trovi? Nella vita reale anche è una esagerazione, una coincidenza troppo grande e fosforescente, ma, nella vita vera, la prendi per buona, la accetti, anzi la accogli. Dunque, caro lettore, accoglila come l’accolsi io all’epoca e andiamo avanti.

I due amasi imprevisti si sorrisero da lontano, ma senza salutarsi: non avevano voglia di presentarsi ai rispettivi amici e dover dare spiegazioni. Continuarono le loro cene come se nulla fosse successo. Anche se tutto era successo. Solo, prima di andare via, Tina gli rivolse un delicato sorriso, che agli occhi di Mario profumò di zucchero e cannella, come i baci che si scambiavano.

Nei giorni successivi, Mario e Tina cenarono insieme ogni sera, per 23 sere consecutive. E ogni sera la cena era, anche emotivamente, sempre diversa. Al greco litigarono; al messicano fecero la pace; all’indiano sentirono di amarsi profondamente; al giapponese desiderarono intensamente avere un bambino insieme; al peruviano lei gli disse di essere in ritardo, lui, confuso, disse <<Ma se sei arrivata prima di me...>>, lei, ancora più confusa, disse <<Forse sono incinta...>>; al libanese fecero il test di gravidanza e divennero una cosa sola. Insomma le cene diventavano ogni giorno più intense e loro ogni giorno più intimi, lasciando che tutto gli accadesse: le liti e la pace, l’amore e la rabbia, i figli e le confessioni, i desideri e le fobie, le passioni e le idiosincrasie, le paure e gl’incubi, la gioia e il dolore, la bellezza e il terrore. Alla trentesima cena lui le chiese di sposarlo: lei rise, pianse, rise di nuovo, pianse mentre rideva e rise mentre piangeva, disse “sì”, un “sì” rotto dal singhiozzo e offuscato dal pianto. Lui dice che un mese potrebbe sembrare pochissimo, ma che 30 cene sono come 30 mesi, soprattutto se fatte tutte di fila, sera dopo sera, ora dopo ora; soprattutto se, alla fine di ogni cena, pensare che non fosse davvero finita metteva gioia e il desiderio di rivedersi era ancora tutto lì, che aspettava solo di riprendere e chiedeva solo di non essere dimenticato; soprattutto se alle domande <<Con chi vuoi ordinare da mangiare domani? Che cosa vuoi dal domani? Chi vuoi ascoltare e chi vuoi che ascolti le tue parole?>> la prima risposta che gli veniva era <<Te. Sei tu!>>. E questa è la fine della nostra storia. E l’inizio della loro.

Capisci che è la persona giusta, quando ti tieni la fame perché è più bello mangiare insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ETERNITÀ È UN GIORNO.

 

Mentre salivo la scaletta argentata del minuscolo boeing supersonico, avevo capito benissimo che mi trovavo di fronte all’intervista più importante della mia vita. Lo sapevo, lo sentivo. In redazione tutti mi avevano menato grandi pacche sulle spalle, invidiosi della mia botta di fortuna. Sentivo le mani fremermi di gioia, ansiose di posarsi sulla tastiera, preoccupate solamente di non riuscire a trasmettere al documento virtuale sul mio computer tutte le parole che sarebbero scaturite dalla mente geniale di Giuseppe Bonaviri, insieme a tutti i pensieri che mi passavano per la testa alla velocità supersonica del gioiellino su cui stavo salendo. E mi aggrappavo al corrimano platinato della scaletta supersonica del misterioso boeing rombante, il Don Chisciotte, a cui non avevano neanche fatto spegnere i motori.

All’epoca ero corrispondente del quotidiano “L’Oligarchia” da Kuala Lumpur. Non male come vita, non fosse che, da quando ci avevano delocalizzato, per tagliare i costi, i buoni pasto venivano assegnati sulla base dell’altezza, e io purtroppo ero solamente 1,75. In realtà, quando vivevo in Italia ero 1,79, però appena mi ero trasferito in Malesia mi ero come accorciato, come se mi fossi ritirato. Forse per il caldo, o per quella sensazione schiacciante che la vita procede anche quando ti preoccupi di non invecchiare e non morire mai. Avevo 37 anni, che non sono tanti, ma per me, in quel momento in quel luogo, e in quella delicata stagione della mia vita erano troppi, se capite cosa intendo, e mi davano proprio quella sensazione schiacciante di essere finito fuori dalla gioventù senza possibilità di replicare, eppure senza veramente rendermene conto. Certo è che a quei tempi 37 anni erano come oggi 54: il tempo si è dilatato, con le mirabolanti progressioni dell’industria medica, il siero e quelle robe. Mai preso siero, comunque: non fa per me.

Non ero molto felice di dover fare quell’intervista sul jet supersonico, perché all’epoca ancora non mi piaceva ancora tanto volare. Però mi rassicurava sapere che sul minuscolo boeing ci sarebbe stato sicuramente alcol a volontà. Sì, anche allora l’alcol era la nostra principale fonte di rassicurazione nonché, alternativamente e parallelamente, di svago. L’unica differenza è che allora l’alcol si chiamava alcool, in omaggio ad una nota marca di alcolici dal nome, appunto, Alcool. La O aggiuntiva venne poi pignorata per faccende mai chiaramente risolte sulla legislazione alimentare e sui marchi, cose che non ho mai veramente capito a fondo.

Mentre mi tenevo al corrimano platinato, Giuseppe si era affacciato sulla scaletta. Era la prima volta che lo vedevo dal vivo, e dio! se era splendido. Ho detto <<dio>>, ma all’epoca non credevamo veramente in dio come invece avviene oggi. Eppure Giuseppe sembrava veramente un dio, la luce del sole a tre quarti lo colpiva come uno schiaffo e la sua chioma bionda sembrava bruciare di vita e di passione. <<Perdio, saliamo.>> mi aveva gridato, e io mi ero affrettato a completare la salita, sempre ben avvinghiato al corrimano biondo platino anche lui, per poi accomodarmi sul sedile più vicino all’ingresso dell’aeroplano.

Il Don Chisciotte era costruito con più vetro e specchi che alluminio, e mi sembrava tutto così scintillante, all’interno del jet, che mi ero dimenticato di preoccuparmi del decollo, che mi prese alla sprovvista togliendomi il fiato. <<Andiamo su, dai, andiamo su.>> sghignazzò Giuseppe, mentre si scodellava un bicchierone di vodka gelida. <<Offrirei, ma vedo che hai le mani già impegnate a reggerti al sedile.>>. Io non risposi, troppo preoccupato a controllare con le mani la qualità della stoffa del sedile su cui ero seduto, cercando con la forza delle dita di trovare eventuali cedimenti alle cuciture, strizzandolo forte. Il problema di avere gigantesche finestre s’un jet è che ti pare di stare appeso nel cielo. Quando finalmente l’aereo si fu portato in soluzione di crociera, stabile e orizzontalizzato, mi concessi il lusso di staccare le mani dal sedile, e stringerne una al vecchio Giuseppe.

Dico vecchio ma è un modo di dire, perché all’epoca il vecchio Giuseppe aveva solamente quarantotto anni, era nel fiore degli anni. Non giovane come oggi, che ne ha solamente trentasei a dire il vero, considerata la correlazione tra anni e anni percepiti, ma si sa, lui il siero ha iniziato a prenderlo da subito.

<<Si vola, eh!?>> borbottai io, più per mettermi a mio agio che per esigenze di conversazione. Di chiacchiere ne avremmo fatte tante, quel giorno: il vecchio Giuseppe non era certo uno di poche parole, e mi ricompensò con una mano sulla schiena e una strizzatina ai testicoli, che, se mi fece male, di certo ringalluzzì la mia autostima. Negli ultimi 21 anni Giuseppe aveva concesso solamente sedici interviste, e la mia era una di queste. C’era motivo di sentirsi orgogliosi, anche perché ero stato proprio io a trovare il contatto con il suo editore, io a insistere per l’accordo commerciale, a intercedere con il mio capo, e a trovare la finestra utile di un giorno necessaria per l’intervista.

<<Per un pelo...>> disse Giuseppe osservando preoccupato il sole alle sue spalle dall’oblò posteriore dell’aereo. <<E quindi, quando durerà questa nostra intervista?>> mi chiese sorridendo, <<Certamente non più di un giorno.>> ribattei ridacchiando stupidamente. Certo non era una gran battuta, l’avevano fatta in molti, ma ormai era quasi obbligatorio fare un qualche riferimento al “giorno aureo”. Ogni intervista in pratica verteva solo su quello, sulla sua decisione di vent’anni prima. La mia sarebbe stata diversa, mi ero preparato tutte le domande in anticipo per essere sicuro di non svicolare più di tanto.

<<Vado a farmi un drink, ne vuoi uno?>> chiese lui allontanandosi da me per un istante. <<Lo berrei volentieri. Un Old Daiquiri ma senza ghiaccio, grazie.>> risposi io. <<Temo che qui non ce l’abbiamo. Ti va un Black Russian?>> mi disse. Io annuii un po’ deluso. <<Immagino che vorrai chiedermi del “giorno aureo”...>> disse poi, mentre mesceva vigorosamente, mettendo in mostra la sua muscolatura abbronzata, che brillava sudata grazie alle luminose plance trasparenti dell’aeromobile. <<Mi vuoi chiedere come è andata la mia giornata o forse vuoi sapere cosa farò domani?>> rise compiaciuto. Io glissai. <<Beh, Giuseppe, di quello si è parlato davvero tanto. Ne ho letto su tutti i giornali, per questo pensavo magari di iniziare con un po’ di domande sul tuo primo romanzo, e poi passare a...>> ma Giuseppe non mi fece terminare, e con gli occhi lucidi di gioia si mise a raccontare, versandomi un Black Russian più russian che black. <<Il mio primo romanzo, ah, che ricordi...! Quando ho scritto “martedina” dovevo ancora iniziare il mio “giorno aureo”, era un periodo veramente magico. Ricordo che ancora dormivo, pensa che spreco. Per questo “martedina” è stato solo di 417 cartelle. Se lo avessi scritto qui sul Don Chisciotte, lo avrei fatto lungo almeno il doppio. No, “martedina” è stato un bel capitolo della mia vita, ma sinceramente nulla a che spartire con quanto ho fatto dopo. Il mio giorno aureo doveva ancora iniziare, quello è stato solo il propellente che ha concesso al razzo di decollare, se mi passi la metafora.>>. Gliela passai. Poi annuii, e chiesi nuovamente: <<C’è chi dice che “martedina” sia stato invece l’ultimo, vero romanzo del primo secolo, e che tutta la tua opera successiva sia stata solamente un pallido riflesso del fulgore originario. Sto citando l’Incognito, che ritiene il personaggio di Zephir virtualmente morto alla fine del primo romanzo, quando si separa da Martedina e si fa praticare la lobotomia parziale per sopravvivere al dolore. Cosa risponderesti a queste critiche, se avessi l’Incognito qui davanti?>>. Giuseppe appariva fremente di rabbia. Sembrava soppesare l’ipotesi di scagliare il bicchiere contro la parete del velivolo, ma ricordo di aver pensato che non lo facesse per il tedio che gli avrebbe causato doversene versare un secondo. <<Incognito? Incognito? Non so neppure chi sia... Lui invece conosce me: ecco dove muoiono le sue critiche...>>. Nello sforzo di trovare una competenza che potesse considerarsi estranea, Giuseppe si innervosì ancora di più, e rovesciò parte del cocktail sulla pregiata angora dello scafo. <<L’Incognito può anche baciarmi le chiappe, non lo scrivere questo, nell’intervista, aspetta. L’Incognito... l’Incognito...>> Giuseppe si mise a rimuginare concentrato, in cerca di un insulto che lo facesse apparire sagace almeno quanto l’Incognito fosse idiota. <<Ecco. Scrivi questo: l’Incognito è un pennivendolo che vive alla giornata, e non può capire chi ha fatto della giornata la sua unica ragione di vita.>>. Io sospirai, iniziando a sentirmi sopraffatto da tutte quelle battute sul “giorno aureo” e compagnia bella. <<Giuseppe, visto che siamo arrivati in argomento, vogliamo parlare un po’ del “giorno aureo”, prima di passare ad analizzare i sei romanzi del ciclo della memoria?>> chiesi, più per concessione nei suoi confronti che per un reale interesse. Giuseppe allargò le braccia, con finta modestia, accoccolandosi sulla poltroncina di fronte a me e iniziò. <<Beh, è presto detto. Dopo il mio primo romanzo, ho deciso che dormire non faceva per me. Ho capito che la notte era una stortura del creato, un’incongruenza della vita che andava risolta, e pertanto, mi sono organizzato. Come sai, le vendite di “martedina” sono andate molto, molto bene. Nel giro di un mesetto ho potuto comprare il Don Chisciotte, e mettermi a gironzolare sul globo terracqueo. Sempre, rigorosamente, dall’Orione al Tramonto, dall’Eo levante all’Occaso cadente, dall’Aurora all’Espero.>> ammiccò. Io annuii, fingendo di sentire queste informazioni per la prima volta, e ribattei: <<C’è chi dice, chi insinua>> proseguii <<che la vera ragione del tuo, diciamo, salto delle notti, della tua rincorsa alla luce, sia una recondita paura del buio. Cosa rispondi a...>>, <<A chi insinua? Come l’Incognito?>> mi interruppe urlando, calmandosi subito dopo, a un mio cenno di diniego. <<Comunque, sono fandonie. Io posso facilmente resistere in condizioni di buio per diversi minuti, da sveglio o dormiente, senza alcuna difficoltà. Ho solamente deciso che non voglio più vedere un tramonto in vita mia. La vita è troppo breve per spendere tempo nelle notti buie. Io voglio fare festa, gioire, scrivere di vita, scopare, e bere. Voglio vivere una giornata di festa infinita. Non morire mai.>>. <<Lo sai>> ghignò <<quand’è stato che ho deciso tutto questo, e ho preso la risoluzione di non dormire mai più, e di non vedere mai più una luna?>>, <<Quando?>> sospirai io, con finto interesse. <<Ieri!>> rispose, e rise sguaiatamente. I drink che si era versato iniziavano a fare il loro effetto. Io ripresi subito a parlare, con una secca, incalzante domanda. <<C’è anche chi dice che quello che tu chiami il “giorno aureo” non sia veramente un’unica giornata, perché in questo tuo viaggio la linea del cambio di data viene attraversata più volte.>>. <<Ma tu sei qui solo per riportarmi delle insinuazioni?>> ribatté lui, improvvisamente calmo. Lo ammetto, il mio desiderio segreto era in effetti quello di fargli perdere le staffe. Non dimentichiamo che all’epoca purtroppo la condizione economica della carta stampata era disastrosa, e per risollevare un po’ le vendite cosa c’era di meglio di una notiziola succulenta s’un pestaggio giornalistico ad alta quota? Ero disposto anche a farmi spaccare due o tre denti, per la causa. Ma Giuseppe era troppo intelligente, e aveva subito smascherato le mie intenzioni. Giuseppe si avvicinò alla parete ricurva di fronte a lui, indicandomi un calendario impolverato. <<Lo vedi questo? Ogni volta che vedo sorgere il sole, strappo un foglio.>> disse. Annuii. Lui aggiunse <<E quindi, mi vuoi dire che data segna oggi?>>. Risposi <<Certo Giuseppe, capisco il tuo punto di vista, ma... Devo anche ammettere che stamattina, quando mi sono svegliato, il mio calendario personale indicava il ventotto Luglio del...>>, ma lui <<ta, ta, ta ta ta...>> mi zittì subito, come per non udire nemmeno le parole che stavo pronunciando. <<Non puoi parlare del “giorno aureo” se non l’hai vissuto. Forse è ora di farsi un drink, cosa ne dici?>> concluse. Io risposi che lo avrei bevuto volentieri, tutto quel viaggio in pieno sole mi stava mettendo parecchia sete. <<Sai che cosa facciamo?>> sbottò: <<Vediamo un po’ dove siamo, scendiamo, e andiamo a cercarci un Old Daiquiri come piace a te.>>. Rimasi interdetto, e dissi che non mi sembrava il caso, ma lui disse <<Non c’è problema, non c’è problema!>>, bloccando sul nascere le mie proteste: <<Vado un secondo di là a sentire dal comandante dove possiamo trovarne uno. Se non sbaglio, adesso a occhio e croce dovremmo essere sopra la Somalia.>>. Io rimasi imbarazzato in attesa, mettendomi a scrutare l’interno del Don Chisciotte.

Gli altoparlanti trasmettevano ininterrottamente musica dei Rolling Stones, ma non quelli del Novecento bensì i cloni moderni fatti in provetta. A un’occhiata più attenta mi accorsi che i fasti del passato erano ormai solamente spettri, l’aereo si mostrava con un misto di lussuoso e derelitto, come un’anziana attrice rifatta che non vuole appassire e fa di tutto per tenere su con il Botox quel poco che resta della sua faccia spappolata. All’epoca, invecchiare era una gran brutta roba. Prima del siero, intendo. Eppure, anche oggi, alla fine a pensarci non è che sia molto diverso. Prima o poi si muore, che tu sia giovane o vecchio, solo che la quantità di noia che nel frattempo hai accumulato serve più o meno a farti agognare il momento del trapasso, che arriva con una sorta di felicità senza vigore, come quando dopo ore di zapping notturno ti accorgi che ti stai per addormentare, e proprio in quel momento finisci sul canale con il tuo filmogramma preferito che non vedi da undici anni.

Dopo quindici minuti passati senza veder ritornare Giuseppe mi diressi nel disimpegno verso la cabina di pilotaggio, per capire che fine avesse fatto. Lo sorpresi che russacchiava con un filo di bava all’angolo sinistro della bocca s’una poltroncina dell’equipaggio, mezzo sdraiato e con gli occhiali da sole sulla faccia. Ricordo di aver pensato che era un bruttissimo spettacolo, nonostante la sua mirabile bellezza (Giuseppe era infatti di una bellezza mirabile), e mi meravigliai del fatto che stesse dormendo della grossa. Subito dopo ancora ero stato preso dal terrore che fosse caduto nel sonno per la prima volta dopo 21 anni, e che fosse per causa mia. Probabilmente ero la persona più noiosa di tutte le circumnavigazioni del globo nei 21 anni trascorsi. Solo alla fine di tutti questi pensieri Giuseppe si scosse, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, e, riprendendo il bicchiere dalla moquette Lisa, mi confermò che non stava dormendo, ovviamente, ma che stava solo riposando gli occhi. <<Sai?>> mi disse <<Con tutto questo volare in mezzo alla luce, gli occhi si stancano. Sono importanti gli occhi, per uno scrittore.>>. Io annuii. Sollevato.

Tornammo nella saletta principale, dove ci riaccomodammo sulle nostre poltroncine con i nostri cocktail. Io volevo proseguire con le domande ovviamente, ma Giuseppe mi disse che c’era tempo, e iniziammo quindi a parlare del più e del meno. <<Se dobbiamo stare insieme tutto il giorno, meglio che iniziamo a conoscerci.>> disse. Lui mi chiese cose molto personali, il mio rapporto con mia madre, quando era stata l’ultima volta che avevo fatto sesso, che cosa ne pensavo delle politiche secessioniste in Argumenia. Io risposi a tutto un po’ stupito, ma in fondo felice che un personaggio così popolare come lui fosse interessato a me.

Dal quarto beverone in poi non ricordo più distintamente gli eventi. Tutto precipitò in una spirale luminosa fatta di noi che ci fumavamo bicchieri su bicchieri, mescolando rimasugli di cibo a rimpianti, e rimorsi ad ulteriori drink, noi che correvamo per il corridoio dell’aereo ridacchiando come bambini e noi che tiravamo spallate in simultanea alla coda dell’aereo per vedere se ci riusciva di farlo inclinare (cosa che, per inciso, sono certo che siamo riusciti a fare, e difatti il comandante era venuto di dietro a dirci di piantarla di fare i coglioni). A un certo punto, mentre eravamo passati anche a robine più pesanti, e Giuseppe riposava gli occhi sdraiato sul pavimento, osservando la mappa digitale sul monitor dell’aereo mi accorsi che eravamo nuovamente su Kuala Lumpur. Era arrivato il momento di scendere, eppure sarei rimasto per giorni. Senza contare che non avevo praticamente nulla da scrivere per il mio articolo. Avrei fatto come sempre la figura dell’idiota. Allertai Giuseppe, che si alzò di scatto barcollando e dicendo, con la bocca impastata, <<...solo riposando gli occhi, riposando gli occhi...>>. Gli spiegai che era stato un piacere ma che dovevo scendere, perché eravamo di nuovo nei pressi di casa mia. <<Non se ne parla.>> disse lui, stropicciandosi gli occhi. <<E poi non abbiamo neanche iniziato a parlare veramente. Non ci siamo neanche conosciuti bene, e si stava creando un certo legame: sarebbe un peccato bloccare il flusso proprio in questo momento...>> mi disse anche. Io annuii, con aria grave, ma dentro di me saltavo di gioia. <<Dai, rimani fino al tramonto...>> mi disse ammiccante, con una strizzatina d’occhi. Così, scrissi al mio capo capo-redattore, informandolo che urgenti novità mi trattenevano sul Don Chisciotte ancora per un giorno almeno. E così proseguimmo il nostro viaggio intorno al mondo, tra stupide bevute e ancora più stupide chiacchierate.

Da allora risuperammo Kuala Lumpur diverse volte, nel nostro viaggio liminale da alcolisti ipnotizzati; scendemmo sulle piste di Bogotà, Fortaleza, Mombasa; partecipammo a feste sulla spiagge brasiliane, aperitivi su palazzi messicani, e ogni tanto deviavamo dalla linea equatoriale per andare a vedere le rovine americane, o scendevamo sull’Eurasia, quando c’era qualcuno di quei famigerati “brexit rave party” che duravano fino al mattino ed oltre. Lentamente la luce solare battente mi era penetrata nel cervello, e non avrei saputo dire veramente da quanto eravamo in viaggio. I miei sonni si erano fatti rarefatti, come l’aria d’alta quota, e i miei sogni si erano sfilacciati al punto che ormai rappresenta­vano solamente immagini pubblicitarie e lisergici fotogrammi di film vintage di pornografia d’antan. Quando il sogno era sul più bello, e stavano per rivelarmi qual era il prodotto della réclame, oppure quando l’idraulico forzuto aveva finito di stringere la vite sotto al lavandino della casalinga annoiata e ansiosa di ricompensarlo, mi svegliavo di soprassalto, come per un vuoto d’aria. Anche io avevo iniziato a non dormire più, o a non riuscire a ricordare di averlo fatto, che in fondo era la stessa cosa. Mi tornava sempre in mente quella frase di Giuseppe: <<Lo sai, per davvero, perché non dormo mai? Dopo vent’anni che non dormi, se ti addormenti probabilmente non ti sveglierai più.>>. Poi Giuseppe si era progressivamente disinteressato a me, ogni tanto scriveva ossessivamente sul suo fonologramma, ogni tanto si riposava gli occhi, ma non parlava quasi più. Nel giro di poche rotazioni sul globo terrestre eravamo diventati due estranei, ognuno vagante nel suo angolino del Don Chisciotte, e non ci incontravamo ormai che di rado e solo davanti al frigo-bar, salutandoci con un distratto <<Ehi...>>. Alla fine decisi che dovevo fare qualcosa. Avevo architettato un espediente che mi aveva fatto sentire astuto come Ulisse: organizzai una festa clamorosa in piena Repubblica Cinese, sul palazzo più alto di New Tokyo. Giuseppe inizialmente si mostrò contrariato, iniziava ad averne abbastanza di tutte le feste: dopo 20 e passa anni, sapete, anche le feste iniziano a venire un po’ a noia. Feci di tutto per impedire che si riposasse gli occhi durante il viaggio, e quando finalmente fummo sulla penisola giapponese, Giuseppe era distrutto. <<Vai tu:>> mi disse <<io proprio non me la sento.>>, ma io fui persuasivo, e lo trascinai giù.

Durante il viaggio dall’aeroporto alla festa, Giuseppe era svogliato e preoccupato. Temeva di poter rimanere solo poche ore, il sole era già abbastanza basso sull’orizzonte, e quelle situazioni serali, lontane dall’aeroplano, lo mettevano sempre in difficoltà. Ma appena arrivammo alla festa, il vecchio leonino che era stato si ridestò, e si mise a mescere bevande e scherzare con le dolci cinesi dagli occhi intelligenti coperte solo di due sottili foglie di palpebre. Bevemmo, bevemmo, e bevemmo. Come se non ci fosse un domani...! Poi Giuseppe mi disse, ammiccante, <<Una di queste ce la portiamo sul Don Chisciotte...>>. Poi, come previsto, il buon vecchio Giuseppe iniziò ad accusare il colpo. Diede un’occhiata all’orologio (una meraviglia afro-tedesca che si auto-sincronizzava sul fuso orario in cui si trovava), constatò che avevamo ancora un’oretta scarsa prima di dover ripartire per l’aeroporto, e mi disse <<Me ne vado in camera con questa scatarrata, a farmi riposare gli occhi da lei!>>. Io lo attesi una mezz’oretta prima di salire in camera. La scatarrata, che aveva anche un nome e si chiamava Chun Ling, non c’era più, e il buon vecchio Giuseppe riposava gli occhi ronfando della grossa. E io, invece di scuoterlo e riportarlo in aeroporto, portai a compimento la mia vigliacca idea malsana. Mi sentivo spregevole, ma tutto quello che ha un inizio ha anche una fine, le cose belle non durano per sempre, un bel gioco dura poco e compagnia bella. Insomma, misi in modalità silenziosa il suo fonologramma spegnendo la sveglia, misi il mio alla finestra che si ricaricasse al sole calante quel tanto che bastava per fare qualche ologramma di qualità, e con il gelo nel cuore codardo mi misi vigliacco, cattivo e malvagio ad aspettare. Ci volle una mezz’ora. Una mezz’ora in cui la luce si sciolse lentamente come marea calante, la luna salì luminosa e cangiante come sempre, con la sua bella pubblicità della Pepsi a farci compagnia da trecento e ottanta migliaia di chilometri spaziali di distanza, e la mia mente mi convinceva sempre di più che avevo fatto una cazzata. Quando Giuseppe aprì gli occhi, sputacchiando un <<Ehi, come butta, ragazze? Mi ero solo messo a ripensare a ricordi passati con gli occhi chiusi.>>, io mi alzai in piedi di scatto, spaventato dalla resa dei conti. Quando capì che qualcosa non andava, allarmato si alzò anche lui, e sotto la sua abbronzatura da troposfera vidi affiorare il pallore putrido del panico. <<Che ore sono? CHE CAZZO DI ORE SONO?>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SIG. ROSSI.

 

Torno a casa, luci calde mi accolgono. Tolgo la giacca, oggi è più pesante del solito; sbottono il collo della camicia e mi lascio respirare finalmente. Ho gli occhi stanchi, non mi vedo bene allo specchio: sono davvero io? Quando sono invecchiato così? Il bianco si fa spazio tra la barba. Il mio viso è teso, emaciato.

Ho fame, ma sento l’esigenza di bere un goccio. Con passo spedito mi dirigo in salotto, mi verso un whisky, metto su un vinile di Sinatra, chiudo gli occhi.

Mia moglie non è in casa. Cena tra colleghe, cena di lavoro. Magari ha un amante, ma la verità è che non credo mi importi molto. Sono solo quando stiamo insieme, preferisco questi momenti: io, la mia musica e il mio bicchiere. L’amo? Certo. Ma il nostro è un amore appassito; come la più bella rosa di maggio, che raccogli dal tuo giardino in fiore e lasci appassire lentamente finché non è solo un bel ornamento: romantica, magnifica ma non ha più un odore, non senti più il profumo della vita tra i suoi petali. Questo è il nostro matrimonio: un magnifico fiore appassito senz’anima.

Penso a questo e qualche anno fa una lacrima avrebbe solcato il mio viso; oggi non è così. Resto seduto, mi lascio inghiottire dalla poltrona. Vorrei solo sparire senza far rumore e generare dolore.

Ho 41 anni, non ho figli, sono depresso e ho una problema con l’alcol. Sono un uomo medio. Questa è la modernità: un esercito di uomini mediocri che inseguono traguardi prefissati e nel farlo trovano quella parvenza di felicità, che li fa sentire vivi anche se in realtà siamo tutti morti.

Se hai coscienza di questo, se apri gli occhi sulla nostra natura, ma non hai la forza di farla finita, vivi una vita infelice e ti dicono che sei depresso. Anni di interminabili colloqui pomeridiani nell’elegante studio di Via Po del mio terapista e che cosa ho come bagaglio di questo viaggio psicologico? Depressione, sig. Rossi, lei è depresso. Per questo è infelice.

La verità è che ho lottato per anni per abbattere il nostro quotidiano. Quando ho compreso la matrice dissonante del mondo, ho lottato. Ma sono stato sconfitto. Triste sorte spetta agli sconfitti. Non vi è alcuna eroica morte in un ultimo leggendario combattimento. No, si viene fatti prigionieri.

Resi inermi, castrati spiritualmente e incatenati al giogo. I migliori si fregiano del titolo di depressi, gli altri, quasi immemori, si ritrovano ad inseguire i conigli come i cani nel cinodromo. Corrono per fame, ma il coniglio è finto e l’unico fine della corsa è lo spettacolo di cui sono inconsapevoli burattini.

<<Paolo, svegliati. Ti sei addormentato sulla poltrona, di nuovo. Sono appena rientrata. Dai andiamo a letto; ricordi che domani siamo a pranzo dai miei?>> mi dice mia moglie. Poi si china e mi bacia la fronte. La guardo: la luce della luna sembra dipingerle i lineamenti di porcellana. Le sorrido. <<Andiamo amore, ero solo molto stanco.>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AGOSTO.

 

Ricordi gli onischi appallottolarsi sul muro appena sotto i limoni cascanti che ti dicevano il nulla, il quadrato del cielo invece chiuso tra le case ammutoliva indietreggiando nelle falle dell’afa d’Agosto, quando tutto intero l’essere rinuncia a voler intendere qualsivoglia sensazione di vita, seppur lietamente estetica; e ricordi le lucide sensazioni di vuoto dei pomeriggi lunghissimi quando tutti dormivano oppure il mare aveva culla di loro, bambini o adulti di nuovo stregati dalla lieta regressione al gioco, come oggi i tuoi amici, e la spiaggia ardente di richiami e fole e ondate di fumo e parole, ancora un poco e smettevano di farsi sentire, stavi contemplando il soffitto nella stanzetta, nella fossa del lettino poco lontano dal lettone di mamma, e babbo lontanissimo, altrove, a distanze impossibili a tenersi sulle dita dei calcoli, scrutavi il soffitto, bianco, ti abbacinavano i silenzi assorti interrotti dal continuato frinire delle cicale, gli attimi brevissimi strappati al riposo dell’organo stridulatore che i maschi cicadici portano sotto l’addome, quel sospeso vertice di nulla, simile al vertice parabolico di una montagna russa, cui giunge il treno dopo la vertiginosa salita del ramo e si ferma, sospende il fiato per un attimo e le urla, immediate, di umani, ridiscendono, crollano, esplodono rotolando nella vertigine della vetta lungo la discesa mozzafiato del ramo opposto, è questa vertigine che ricordi ora, momento di risacca che ti trascina muta al largo del pomeriggio, dopo l’onda rifranta nei riccioli schiumosi delle bolle di aria dell’onda esplose e l’acqua ha sciabordato, dopo il bagordo familiare del pranzo, il solido appiglio della risata, l’acciottolio delle posate sulla ceramica, lo schizzo di sugo sulla tovaglia, l’orlo fresco del bicchiere sulle labbra, gli occhi assorti di tua madre lontana mille miglia dai tuoi luoghi, più di ora, nel respiro del corpo che dorme, nel culmine del pomeriggio inerte che digrada nel refrigerio mormorante della sera, ma intanto è questo il momento, di pauroso silenzio bianco, mentre precipiti oltre il soffitto nel cielo, oltre il cielo immagini l’enorme padre Dio, e oltre Dio naufraghi nell’inspiegabile mormorio della pazzia che non trova spiegazione cosmologica, chi ha creato Dio che ha creato il mondo che ha generato noi, e loro? gli esseri umani, gli animali, le foglie tese degli alberi odoranti e fermi, immobili e impercettibili alla luce di questo eterno Agosto.

La via lunga fino al paese torceva in viottoli di pesci argentati crollati dagli alberi di olivo e facevano del campo un mare dove la risacca era un andirivieni del grigio lunare dietro le nuvole, è sera e il tuo corpo abbandona l’exuvia dei vecchi pensieri. Stai pensando di dormire, addormentarti e sognare: ma sei troppo piccolo per consentire al corpo di assorbire lo stress e lasciare andare la tua interiorità, non comprendi e le cose cattive che accadono fuori diventano incubi e insonnia.

L’apparato sonoro è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza... Avverti imbarazzanti trasparenze di te nelle mani grandi di uno sconosciuto che guarda altro, sei tu lo sconosciuto e osservi la tua stessa ombra mentre non riconosci i profili del tuo corpo. Ti difendi, ti stai difendendo, la tue mani tremano e il volto accigliato invidia forse l’apparente gioia degli altri, stringi l’erba e provi una liquida parvenza salire su per le dita fin nelle ossa, come un albero trai dalle radici il tuo benessere, l’autostima che ti basta a non sprofondare nel definitivo oblio. Sei tornato qui e nessuno ricorda più nulla di te, quando ti svegli nel pomeriggio soffocante dell’Agosto paesano, hai quasi otto anni e ti avvicini alla finestra che guarda fuori e il mondo è reale oltre il vetro sporco nascosto dietro la tendina bianca che sollevi leggermente per spiare la felicità degli altri lì fuori. Sei triste come la comprensione della tua caducità, eppure non sei così bambino da non pensarci e da lasciarti andare ai fianchi ossuti mentre giochi come gli altri vestito di felice inconsapevolezza? Sei tornato in queste spiacevoli circostanze e avvezzo alla solitudine, consideri gli occhi di tuoi padre dalla foto, dall’unico luogo fisico che lo contiene, il volto, non sorride, tiene un broncio nascosto, serio, lo ricordi ridere e scherzare, lo ricordi, è un ricordo, come te, come noi, noi siamo ricordi, momento per momento, di ciò che saremmo voluti essere e non siamo mai stati: io, vivo, e tu, vivo, uguale agli altri, essenziale al mondo, felice.

Ma... a te non piace il vapore sulla finestra in cucina quando i bambini rigano il tempo tornando da scuola? Forse credi sia un futuro sull’orlo di un abisso immacolato che vi inghiotte tutti? non sai più sperare e ti lasci vivere da me, da loro, dagli altri? Ricordi? Quando è che successe che iniziasti a dimenticarti un po’ dappertutto, sicché ti si poteva ritrovare un po’ ovunque, come la polvere o il polline a primavera, un odore di tiglio tra i rintocchi delle campane, sulle strade di lanugine, agli angoli o contro la rialzata dei marciapiedi, strappando le nuvole nelle pozzanghere dopo lunghi temporali la notte, quando iniziò il tuo silenzioso scivolare?

Oggi è Domenica, Agosto, e sono quasi le otto, il pomeriggio smette di esplodere e avvengono cose in questo oggi beante di sole azzurro e metallo, i fili dell’alta tensione si sposano all’ordito del micromondo clorofilliano, le case, le macchine, gli occhiali da sole elencano stragi del sabato sera, stragi di sentimento e solitudine che tu hai voluto, hai desiderato e ora te ne penti quasi... Però abiti orari in cui gli sguardi subiscono defenestrazioni da alcoliche alcove, ieri era sabato, eri solo con te stesso, cioè con me che stavo zitto e ti lasciavo fare, scrivi, scrivi, non toccherai nemmeno adesso il finale che ti farà sentire un poco riscattato, scrivi parole inventate di sana pianta e innaffiate di respiro interiore che manca poco e diverrà affanno.

E non c’è che dire: avvengono cose la domenica e oggi è domenica, un insetto si è fiondato sul muro, proprio tra i fasci di luce che il sole proietta attraverso le gelosie socchiuse, e mi dici di stare zitto, adesso, e vuoi stare con te e scrivere, inventarti una vita e capire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CRONACHE DEL MORBO.

 

Le strade semivuote, un insolito silenzio, solo irriducibili vecchi con la sporta e la zingara all’angolo che dice <<Buongiorno.>> allungando una mano.

Divido il dehors con una ragazza dai capelli legati assorta nei suoi pensieri. Siamo entrambi silenziosi, entrambi complici nella soddisfazione del vuoto intorno. Caffè e sigarette nel giorno X dall’inizio della pandemia. Tutto chiuso, tutto fermo, solo l’uomo del banco soffiandosi il naso mette in bella mostra una cassetta ricolma di carciofi.

È giorno. Comunque si sopravvivrà. Il gatto gioca. Rimane vittima del brusco affetto di mia sorella finché non va a mettersi all’angolo, al sicuro e da lì ci osserva. La nonna pettina bamboline dai capelli verdi, azzurri, viola. Il caffè sale e ribolle, la grande stanza è chiara di luce e noi ci uniamo in un abbraccio di parole e suon di cuccume.

Tamburello la penna sui fogli ed osservo mia sorella in piedi mentre regge con le due mani la tazzina. Ingolla il caffè ed esce di quadro quasi sul bridge della canzone. Sul ritornello di “last goodbye nessun cenno di commozione se non il mio. Naufrago nel mare di quel mondo e godo nel suono della voce di uno dei miei piccoli, poveri angeli. Mamma e Francesca conversano di foto d’epoca, io mi sciolgo quasi, a metà tra due mondi. Per un poco rimbalzo sugli occhi di quella Principessa d’allora ma recedo da ogni flusso di coscienza, da ogni malinconia. Ridacchio per la bambina che esordisce in garruli versi. Sua madre, mia sorella, torna su e pare inevitabile che il lavoro ci perseguiti quasi quanto il morbo. Vanno di pari passo, incedono uno al fianco dell’altro.

Le edicole dei giornali espongono titoli d’allarme ed è un continuo bollettino di nuove infezioni e decessi. Ci rido su, pure sul fatto che l’attenzione dei media è fagocitata per intero dal virus e dal contagio. Notizie! Notizie! Notizie! Spengo ogni diretta dal mondo, presagendo il titolo sulla scoperta del vaccino: <<IL MONDO È SALVO!>> scrivo cercando di prevedere quando accadrà. Cupo. Tutto è cupo nonostante il sole, perché al netto di un tot di vittime, il nero che era in noi da sempre esplode. Timore di olocausto, neo-millenarismo, nuovi untori ed appestati a vent’anni dal cominciare del terzo millennio.

La decadenza della civiltà si manifesta ovunque ed esplode idealmente da ogni tombino che chiude fogna, vomitando liquami, esalando miasmi e malanimi. Non chiedi alle persone perché le persone non dicono, le persone saccheggiano farmacie e supermercati, le persone disertano le strade, le persone darebbero fuoco ad ogni singolo orientale che incontrassero e poi via così dicendo e sperando che tutto passi soltanto ed esclusivamente per porre fine al delirio planetario. Quindi attendo il titolo di giornale che ho previsto per vedere se questo mondo di morti viventi, alla fine di tutto, sciamerà per via a godersi l’aria e le nuvole o tornerà a marcire dinanzi al televisore rimasticando le proprie pene, ignorando le proprie debolezze e guardando tutti con sospetto e odio. Questo male sarà veicolo di rinnovata speranza nel momento in cui si estinguerà? Forse il mondo gongolerà pascendosi di una nuova, bellissima rinascita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA FRENETICA TENSIONE.

 

Intorno ai trent’anni ebbi un forte scombussolamento mentale e pur essendo stato fuori come una biscia (permettetemi quest’espressione tipicamente lodigiana) mi accorsi che la mia vita sessuale da normale eterosessuale si spostò esclusivamente verso l’onanismo. In preda a una frenetica tensione nervosa, ero al reparto psichiatrico di Codogno quando confessai questa cosa a un mio amico. Lui ovviamente non si rendeva il conto delle condizioni psicologiche pietose in cui mi trovavo, altrimenti non mi avrebbe chiesto in presenza di altra gente: <<Ma lo fai anche al lavoro?>>. (All’epoca facevo il portiere notturno in un albergo. Fantasioso ragazzo! Complimenti! Comunque appena oggi la sua domanda mi appare una vera bastardata con lo scopo di divertirsi un po’.) <<L’ho fatto un paio di volte.>> riconobbi il delitto.

Il nostro dialogo fu sentito da un’altra paziente, una quarantenne che io chiamavo mamma Norton perché era grossa come l’omonima cantante blues e raccoglieva i capelli con un foulard proprio come faceva la cantante. Le sentimmo dire con la sua voce bassa e rauca: <<Ma che bel mestiere!>>. (Invece la specializzazione di mamma Norton era ballare nuda nelle fontane di Milano, il che faceva, come mi diceva, divertire tantissimo i suoi amici! Quando uscii dall’ospedale scrissi un pezzo su mamma Norton! La descrissi come una regina nuda delle fontane i cui sogni volarono via al meridione insieme alle rondini.)

Quando tornai in me stesso feci un notevole sforzo intellettuale per capire perché mentre ebbi quel bruttissimo disturbo mentale la mia vita sessuale fu completamente incentrata sull’onanismo. Intuivo che la mia fuga dalla Sicilia (per ragioni che non posso spiegarvi: è passato ancora troppo poco tempo, la ferita è ancora fresca, i fatti devono ancora decantare. No: è ancora troppo presto) potesse c’entrare qualcosa. Infatti quando mi imbarcai a Palermo e la mia nave salpò rimasi a lungo immobile sul ponte a guardare la maledetta terra delle arancie. Pian piano essa si rimpiccioliva. Con l’allontanarsi della nave mi è sembrata sempre meno massiccia, oscura e minacciosa e quando sparì completamente dall’orizzonte mi assalì una irrefrenabile voglia di toccarmi. Mi precipitai nel bagno e mi liberai dalla mia irrazionale sovreccitazione sessuale. L’intera faccenda non durò più di trenta secondi. Come se avessi avuto finalmente fra le mani la donna dei miei sogni, agognata per anni. In quell’occasione il mio pene si superò in durezza e in grandezza addirittura. Palla da baseball fatta di marmo.

Sono un mitomane. Quando uscii dal bagno ebbi sete e una voglia di birra incredibili. Mi mancava il denaro però. Per cui mi misi isolato a far niente.

Quando cadde la notte, mi fumai l’ultimo cannone che avevo e scrissi una poesia ispirata alla canzone “amami, Alfredo!” del Banco del Mutuo Soccorso. Ancor oggi conservo la parte finale della poesia: <<Alfredo c’è un Andromeda / fra le mani di un mostro: / non fai Perseo? / Alfredo non ha paura di Ciclope. / Alfredo non ha paura di Golia. / Alfredo sfiderebbe anche Rocky Marciano. / Ma dai capelli agitati dal vento, / dalle lacrime che scivolano lentamente / lungo il viso stellato di una vergine, / dalla bocca profumata di gelsi. / Alfredo ha paura. / Di Andromeda Alfredo ha paura.>>.

Ma torniamo a quella maledetta sovreccitazione sessuale che mi capitò sulla nave mentre mi allontanavo dalla mia terra martoriata. È una cosa davvero così irrazionale come può sembrare a prima vista? Vediamo un po’. Se c’è una parola che più mi descrive pienamente quella è “librofilo”. I libri che ho letto sono i veri protagonisti della mia vita. A volte mi influenzarono a prendere le decisioni, a volte mi convinsi della loro veridicità riconoscendoli nella vita quotidiana. A volte cercavo in essi le risposte ai miei problemi. In qualche maniera sono sempre presenti nella mia mente, nelle mie azioni, in quello che confesso. Anche in questo caso mi aiutò un libro. Fu un libro di George Mosse: “sessualità e nazionalismo”. Questo libro, come per qualche miracolo, mi offrì la cornice teorica per la risposta alla domanda che mi tormentò cosi tanto: perché quel giorno mi masturbai sulla nave per Genova? Mosse parte dal fatto che: <<Le convinzioni sociali che accettiamo per vere, le abitudini, la morale e i comportamenti sessuali che regolano la vita in Europa fin dal sorgere della società moderna hanno una storia nella quale il nazionalismo ha svolto un ruolo cruciale.>>. La sessualità ha ossessionato da sempre il nazionalismo ed i suoi ideologi perchè essa sta alla base del comportamento umano determinando la nozione morale di rispettabilità. Oltre a ciò <<contribuisce a formare la sensibilità estetica: gli ideali di bellezza o di bruttezza stanno sulla soglia della passione erotica.>>. Il nazionalismo tenta di espurgare l’arte da tutto quello che può suscitare la fantasia sfrenata. Così nelle versioni nazionaliste di Shakespeare Amleto non giace in grembo di Ofelia ma ai suoi piedi. Anche quando accetta la nudità nell’arte la depura da ogni richiamo erotico vedendo in essa solo l’armonia, proporzione e bellezza trascendente. Il nazionalismo qualsiasi eccitazione sessuale ritiene indegna dell’uomo e intrinsecamente antisociale.

In questo contesto la figura di un masturbatore è la figura di un antisociale per eccellenza. Perchè per il nazionalismo <<chi si masturba>> come dice Mosse <<pratica un vizio solitario *** egli non ama nessuno, e è sordo al richiamo della famiglia, della nazione e dell’umanità.>>. Contro il masturbatore pallido, effeminato e svuotato di energia, come lo descriveva un medico legale agli arbori della civiltà borghese i nazionalisti esaltavano le virtù virili ed il comportamento cavalleresco in battaglia. Questi erano considerati come i segni di superiorità nazionale.

Così scrive il benedetto storico George Mosse e io concludo: non ci ho capito un cazzo! Magari pensate che io sia matto. Ma sto bene vi assicuro. Alcuni ragazzacci credono che la masturbazione ha il potere di guarigione, almeno risulta così. Perché se dico <<Ho mal di testa.>> loro mi rispondono <<Fatti una sega!>>; se dico <<Non ho dormito stanotte.>> mi rispondono <<Dovevi farti una sega.>>. Per tutto c’è un rimedio: segarsi. Esattamente contrario al Samuel Auguste Tissot, un dottore legale che nel 1760, nel pieno dell’epoca illuministica, scrisse il libro “l’onanismo” in cui elencò i disturbi che può provocare la masturbazione: riduzione delle forze fisiche e della memoria, visioni offuscate, disturbi nervosi, gotta, reumatismi, indebolimento degli organi della generazione, sangue nelle urine, perdita dell’appetito e mal di testa. Ho parlato con alcuni amici di questo Tissot e dei suoi pregiudizi riguardo la masturbazione concludendo alla fine che di seghe non si muore!

Permettetemi di citare, alla fine di questo strampalata paccottiglia narrativa, il grande Lev Trotsky: <<La vita è bella. Invito le generazioni future a purificarla da ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno.>> (Lev Trotsky: “Testamento politico”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ULTIMA DOSE.

 

Il pensiero dell’ultima dose è orribile. Il pensiero che quello è l’ultimo grammo di felicità che avete a disposizione, intendo. Perchè, vedete, il tossico ha un solo grande problema nella vita: reperire la gnugna. Non importa il caldo, non importa il freddo. Se hai la gnugna hai tutto. Sei onnipotente. Bastano anche solo due linee. Anche solo uno spruzzo è sufficiente perchè si spalanchino i cancelli di Orione. La spruzza è il biglietto per il paradiso, il lasciapassare per la felicità e la beatitudine in terra. Ma non sempre sono rose e fiori.

Ponete il caso di aver dilapi­dato tutto il vostro reddito di cittadinanza, la vostra pensione di invalidità o quella di reversibilità di vostra madre (una donna grassa ma comprensiva, e dal sesso molto largo) in eroina, insomma, avete sperperato tutti i vostri soldi del mese e non vi rimane più nulla ormai, e davanti a voi c’è l’ultima pera, e sapete che se ve la sparate adesso poi, per almeno due settimane, dovrete arrangiarvi, chiedere soldi ad amici, mangiare da qualche vostra nonna triste, girovagare per il quartiere sotto un sole feroce, masturbarvi immaginando di essere ferocemente picchiati dal vostro vecchio.

Ponete dunque il caso che non sapete se spararvela subito o attendere. Poi prendete la decisione finale e non ci pensate più. Prendete l’ago, caricate la roba, caricate la pompa, ve la scoppiate in vena, e via: dieci minuti di euforia e poi, come il basso continuo di una composizione barocca, la desolazione; la musica cresce, e l’euforia scema; e vi aggrappate all’ultimo bordone di eccitazione. <<In fondo che saranno mai quindici giorni?>> pensate, ma niente da fare. Il buio.

Immaginate adesso che, dopo esservi bucati per bene, siete sdraiati sul letto, il cuore nel pozzo, il flaconcino di Lexotan quasi vuoto: che fate? Chiamate il vostro amico, lo spaccino del quartiere, che è uno delle case popolari di via Artom, ma comunque a casa ha qualche libro di D’Annunzio e non parla male.

Immaginatevi un dialogo del genere:

<<Senti, mi puoi aiutare?>>,

<<Non hai soldi?>>,

<<No...>>,

<<Va bene; ma lunedì me li porti.>>.

(<<Oh, grazie, Santa Maria delle Pere, ti ringrazio, Madre di             tutti gli eroinomani, io ti ringrazio e ti benedico!>>.)

Immaginate che il pusher vi dica, però, che ha finito i pezzi, e deve fare rifornimento. <<Vieni con me, ti passo a prendere tra poco.>> vi dice. Che fate? Andate, chiaramente. E siete felici.

Immaginate che siete in macchina. Il pusher mette a palla musica da party degli anni ‘90: la strada fino alla vostra destinazione sembra il videoclip al buio di “Rhythm of the night; e sotto la luce dei lampioni vi sembra di vedere strane cubiste che sono in realtà bambini travestiti da puttane. Vi muovete, sul sedile; accennate dei balli e guardate il pusher cercando una qualche approvazione; e lui guarda fisso davanti a sé, le mani strette sul volante e gli occhi di fuori, sbarrati. Arrivate a destinazione.

Immaginate ora che il posto in cui vi recate sia Borgo Cina. Ora, dovete sapere che Borgo Cina è un complesso abitativo enorme, tipo come Le Vele di Scampia, il quartiere Librino di Catania o lo Z.E.N. di Palermo: da perdercisi. E infatti vi perdete più volte, con la memoria del pusher andata a puttane; non ricorda qual è la scala di Franchino (il suo rifornitore) e giù di bestemmie e calci al muro. Passa un tale e gli chiedete di Franchino. <<Scala 8.>>, si illumina alla fine! Salite. Franchino vi apre. È in mutande, torso nudo. Saluta il pusher; chiede di voi. <<Un amico.>> dice il pusher. Qualcuno, da un’altra stanza, chiama Franchino a voce alta; è una voce piagnucolosa, benché adulta; e ruvida, come un mignolo che stia grattando una superficie arrugginita. <<Franchino...>> implora la voce di nuovo. Tu e il pusher vi guardate. Franchino fa finta di niente. Sul tavolo, notate, montagne di polvere bianca e bilancini, vorreste essere Franchino e vivere in Borgo Cina e guardare ogni notte via Artom che affoga nell’asfalto, i fari delle auto come lampi tra la boscaglia dei travestiti, e un Momo che si arrampica sugli alberi e grida a una luna indifferente che somiglia a uno strano pesce di fiume. <<Andate un attimo di là.>>, vi dice Franchino dopo che il pusher gli ha spiegato la situazione. <<Preparo tutto, ci metto due minuti.>>.

Immaginatevi di attraversare un corridoio tappezzato di icone sacre appartenenti a ogni religione riconosciuta dai libri: Franchino vi conduce nell’ultima stanza della casa, in fondo al suddetto corridoio. Entrate. Un tavolino traballante, due sedie: una occupata da un uomo molto grasso, in mutande come Franchino, ma con un fisico nettamente peggiore; sull’altra una bottiglia per il crack, cannuccia e stagnola e tutto quanto. L’uomo, che prima era a testa china, adesso vi guarda interdetto; ma soprattutto guarda Franchino, alle vostre spalle, e lo chiama ancora una volta. <<Per favore...>>, dice. Franchino chiude la porta; sentite la chiave girare nella toppa. E di nuovo: <<Ci metto due minuti, tranquilli.>>.

Immaginate che non sapete che dire. Domandate al pusher. Per il pusher questa è una cerimonia abituale, ti rassicura; sempre così, niente di cui preoccuparsi. <<Non vuole che vediamo come taglia la roba, il suo segreto, la delizia della periferia.>>. L’uomo e il pusher si conoscono. L’uomo domanda al pusher se ha ’qualcosa’. Immaginatelo bisbigliare biascicando. Il pusher non gli risponde e vi indica ridendo due bottiglie piene di liquido giallo, il piscio dell’uomo. L’uomo si alza in piedi e vi chiede il vostro nome; gliene date uno falso. <<Hai visto quanto fa schifo?>> vi dice il pusher. <<Ma vive qui?>> gli domandate. <<Sì.>> vi risponde secco il pusher. E poi, rivolgendosi all’uomo, <<Oggi quante volte con Franchino...>> e fa un gesto eloquente con la mano e la bocca aperta. L’uomo non risponde; è il classico tipo grasso e gambette piccole; suda come un non-so-che e ogni tanto si porta alla giugulare due dita per verificare il battito cardiaco. Le mutande sono sporchissime, una volta bianche e ora tendenti al giallo, le decora una protuberanza simile a una noce, una noce natalizia di quelle che nonna apre ogni venticinque di Dicembre e che voi mangiate controvoglia.

Immaginate che il pusher si avvicina all’uomo e con il dito stuzzica la piccola noce, e l’uomo si ritrae istintivamente, non avesse una pelle grigia direste che è arrossito, ma non dice nulla e di nuovo si porta le due dita alla giugulare. Gocce di sudore cadono a terra. <<Così non mi piace, non mi piace per niente...>>, mormora l’uomo tra sé e sé, esausto e impotente. Dà una controllata alla bottiglia di crack e sbuffa, constatando forse per l’ennesima volta che non c’è più nulla da fumare. Gira in tondo. <<Lui una volta faceva il militare.>>, vi dice il vostro pusher. Annuite. Il pusher si avvicina all’uomo. <<Diglielo un po’ che eri un militare, una volta...>> e lo scuote dalle spalle ridendo. <<Fagli vedere le foto della tua ex moglie.>> lo incalza.

Immaginate che il pusher apra un cassetto del piccolo armadio e ne estragga un faldone; alcune fotografie cadono a terra. Il pusher le raccoglie, ve le mostra. Vecchie foto sbiadite di una vagina aperta da due dita; una donna sul letto, nuda e sorridente; di nuovo gli anni ‘90 che ritornano, stavolta con i contorni sbiaditi di scatti pornografici, come una donnina che ride durante il suo viaggio di nozze e che per gioco si fa fotografare nuda dal marito militare; o come il pusher che senza motivo tira un destro in faccia all’uomo, all’improvviso.

Immaginate adesso l’uomo che barcolla e cade all’indietro rovesciando le bottiglie piene di piscio. <<Cazzo mi tocchi?>>, dice il pusher, <<Cazzo mi tocchi? Non mi devi toccare.>>. Immaginate che l’uomo perde sangue dal naso, non dice niente; si rialza e vi chiede un fazzoletto per pulirsi. Non lo avete, ma con l’occasione gli domandate che cosa stia aspettando da Franchino. La domanda cade nel vuoto; vi sembra che la noce sia leggermente più grande, più soda, sotto il cotone umidiccio delle mutande.

Riuscite a immaginare tanta pazzia? Ponete ora il caso che non sia pazzia, ma realtà. Che fareste? Ma sapete che non c’è nulla da fare, e che, se anche ci fosse, non servirebbe a nulla. E questa è l’unica verità. Ma, in fondo, la realtà non esiste se non la puoi raccontare. No?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PROFESSORE E LA STUDENTESSA.

 

Il grande specchio dalla cornice nera sopra il letto ne rendeva sempre un’immagine così imperfetta, piccola, in inferiorità di fronte all’immagine di lui, in piedi dietro di lei, entrambi riflessi sopra i cuscini.

Fin dalla loro prima volta, quello specchio la faceva sentire orribilmente nuda, quando ci si guardava dentro, spogliata d’ogni pudore sul letto di Andrea.

Diversi i motivi per i quali Elsa si sentisse così, almeno quelli che aveva nel tempo trovato come risposta a questa sua sensazione, che ogni volta la faceva sentire come un essere inferiore al cospetto di un Dio: Andrea aveva quarant’anni, lei solo venti; Andrea era il suo professore di Italiano; Andrea era un poeta e molto molto affascinante: una mente splendida che muove un corpo perfetto...

Lo specchio, era lo specchio più grande che lei avesse mai visto prima, ogni volta che ci si guardava dentro, si lasciava poi completamente dominare da Andrea e dalle di lui voglie sessuali e, se pur ciò non le dispiacesse, ogni volta che poi usciva di casa del suo professore, si chiedeva come lui potesse avere quel potere su di lei.

Si erano conosciuti al Gazette Café, il bar dove lei andava a studiare con le sue amiche nei ritagli di tempo tra le lezioni all’Università.
Andrea, che all’epoca era solo un affascinante sconosciuto seduto al tavolo di fronte al suo, l’attirò terribilmente sin da subito. D’abitudine con le compagne di corso studiava seriamente e con la testa quasi fissa sul tavolo, ma quel giorno non riusciva a smettere di spiare cosa quel ragazzo stesse facendo. Domandò alla sua amica cosa secondo lei quel bel tipo facesse lì, così serio e impegnato in quel che faceva, ma Estelle le rispose che non ne aveva idea e che nemmeno se lo domandava visto che quel ‘ragazzo’ aveva almeno 15 anni più di lei, e che sicuramente stava facendo qualche cosa di molto molto noioso. Ma quel qualcosa non bastò ad Elsa, voleva saperne di più. Lui scriveva tutto il tempo al suo pc senza quasi mai alzare la testa, quando invece la più parte dei ragazzi, che andavano in quel bar, ci andavano per avere una scusa “professionale” per rimorchiare le ragazze. Non alzava mai gli occhi verso nessuno, niente sembrava poterlo distrarre dal suo lavoro. Lei doveva in tutti i modi sapere cosa lui facesse nella vita, senza capire nemmeno lei, oltre alle sue amiche, la ragione di tutta quella curiosità che dal primo istante aveva avuto per quello sconosciuto.

Ogni volta che lei andava al Gazette café, lui era lì, sempre da solo. Lei sempre con le sue amiche. Finché un giorno, qualche settimana dopo la prima volta che l’attenzione di Elsa fu attirata da lui, per forza di cose dovettero dividere un tavolo per lavorare, gli altri erano tutti riservati.

Così erano arrivati a parlarsi per la prima volta. Col tempo arrivò a scoprire sempre più informazioni su quell’uomo misterioso: era professore d’Italiano presso la sua stessa Università; quando lei lo vedeva al bar, lavorava a delle traduzioni e al progetto di un libro che contava di pubblicare entro la fine dell’anno: una raccolta di poesie e novelle; parlava 5 lingue; aveva due occhi verdi stupendi e una voce che ti incantava; non parlava mai di una compagna fidanzata, o moglie che fosse, e Elsa si rese conto che nel suo inconscio sperava che non ne avesse proprio.

Anche se, di tempo in tempo, nelle giornate successive a quel loro primo incontro, scambiarono qualche parola durante la pausa-sigaretta, lui non sembrava per niente attirato da Elsa, che forse era per lui solo una ragazzina: sembrava piuttosto risponderle per gentilezza.

La cosa che la confondeva era che lui, pur dando di sé questa sensazione di distacco, quando la guardava dritto negli occhi, sembrava dire tutt’altro: lei immaginava scene di sesso tra loro, anche se lui le stava parlando di qualche novità inerente la “loro” università e quando poi lui la lasciava, per andare a riprendere il suo lavoro, lei si ritrovava sola e spesso umida nelle mutande.

Non è che avesse a 20 anni una grande esperienza sessuale, ma non era nemmeno vergine: quell’effetto su Elsa non lo aveva mai avuto nessun ragazzo.

Nonostante la differenza d’età, Elsa sentiva che doveva uscirci insieme, almeno una volta, fosse anche solo per capire la ragione di quell’attrazione sessuale che sin dal primo istante lei aveva provato per lui.

Solo che non sapeva proprio come fare: aveva paura che, se gli avesse chiesto una volta di andare a bere un bicchiere da qualche altra parte, lui, non solo le avrebbe risposto no e smesso di parlarle, ma, ancor peggio, l’avrebbe presa per pazza, visto che, agli occhi di lui, lei non era altro che una bambina.

Alla fine si inventò un’imminente partenza per fare un Erasmus in Italia, per il quale lei aveva bisogno di ripassare l’italiano, che aveva studiato al liceo ma che aveva abbandonato da quel tempo, e che avrebbe voluto ripassare un po’ con un professore privato. Gli chiese quindi se fosse stato possibile per lui darle qualche lezione. Andrea accettò. Le diede appuntamento a casa sua per la settimana successiva: in genere, le disse, non dava mai appuntamento per la prima lezione a casa propria (luogo che riteneva il migliore per poter far lezione in pace), specie se a una ragazza e molto più giovane di lui, ma, visto che loro da qualche tempo si conoscevano e si parlavano durante le pause, aveva pensato di poterla invitare da lui per la lezione, senza che lei pensasse che ci fosse qualche altra intenzione dietro la scelta del luogo.

Elsa, pur continuando a risentire nelle orecchie ‘una ragazza molto più giovane di me’, che lui le aveva detto nel darle l’appuntamento, come la conferma alle sue paure riguardo la forte differenza di età, ovviamente, accettò con un gran sorriso. Lei, che era la più energica delle sue amiche, la più ciarliera e la più solare, quando si trovava di fronte a lui, non riusciva quasi più a parlare, e spesso si ritrovava a sorridere incantata come una cretina a ogni frase del suo nuovo professore d’italiano: – A martedì prossimo allora! Alle 15. E così, sin da quella prima lezione, si era subito ritrovata ad aspettare tutta la settimana per poter passare quell’ora insieme ad Andrea, e di certo non perché avesse scoperto un’improvvisa passione per l’italiano, sempre che per italiano non s’intenda il professore stesso...

All’inizio più che di grammatica, di accenti e d’intonazioni, non parlavano mai. Finché un giorno Andrea, che aveva la casa piena di libri, gliene diede uno in italiano che lei avrebbe potuto facilmente trovare in lingua originale, in francese, e che avrebbe potuto leggere durante la settimana per esercitare la lingua. Il libro era “La filosofia del boudoir” del Marchese de Sade. Elsa, pur non conoscendo minimamente il libro o l’autore e non amando nemmeno troppo leggere, accettò senza remore di fare qualche compito a casa: avrebbe così avuto qualcosa di lui sempre con lei, anche fuori dalle lezioni.

Come suggeritole da Andrea, andò subito a comprarsi la versione originale del libro, visto che nella versione in italiano non capiva quasi nulla.

Fu così che, parimenti alla sua attrazione per Andrea, si ritrovò assorbita da quel libro non appena cominciò a leggerne le prime pagine. Il libro era un vero e proprio manuale sulla perversione della ragione: attraverso dei dialoghi, un libertino e la sua compagna insegnavano ad un’innocente fanciulla la loro morale del Bene e soprattutto del Male, applicando i loro discorsi e la loro filosofia di vita ai piaceri del corpo, iniziandola così a pratiche sessuali spesso estreme e scandalose.

Impossibile, la notte quando si addormentava leggendo il libro, non sognare poi situazioni analoghe con il suo professore d’italiano, nel ruolo d’istruttore dei piaceri del corpo: ogni mattina si svegliava sempre più eccitata.

Un giorno prese il coraggio a due mani e decise di parlargliene, aveva certo paura delle possibili reazioni, ma così non poteva proprio più andare avanti.

Da quel giorno ne passarono altri: i due lasciarono stare l’Italiano e cominciarono ad incontrarsi solo per fare sesso.

Andrea dominava Elsa, mentalmente e corporalmente, come avveniva alla giovane fanciulla nel libro che le aveva regalato.
Ogni volta che si guardava nel grande specchio dietro la testata del letto del suo professore, lei se ne rendeva sempre più conto.
Col tempo anche Andrea sembrò affezionarsi ad Elsa, e gli appuntamenti alla settimana diventarono più d’uno: passavano il tempo a letto, giocando coi loro corpi, facendosi carezze, facendo sesso come indemoniati, mangiando e bevendo, parlando di filosofia e di tutto quello che lui aveva da insegnarle. Fuori da quella stanza i due non si incontravano mai: Andrea aveva smesso anche di andare al Gazette café.

Lei non riusciva mai a parlargli della propria voglia di capire quel rapporto, della speranza in una relazione un po’ più “normale”, della curiosità che aveva di sapere cosa lui facesse quando non si vedevano; ma in fondo a lei non importava. Era lui a decidere quando vedersi e per quanto tempo, e a Elsa andava bene così.

Con il tempo si instaurò come un tacito accordo tra i due, il loro rapporto si basava su quel genere d’incontri: lui era il padrone del corpo e della mente di lei; lui le parlava di scrittori e di poesia, di grandi idee e d’ideali, e di pratiche sessuali: lei in tutto ciò lo sentiva sempre parlare d’amore.

A letto, nudi, passavano ore. Lei adorava quei momenti dove perdeva ogni pudore, ogni ansia e ogni freno inibitorio, dove si lasciava fare tutto ciò che lui avesse desiderio di farle. Amava sentirsi la sua allieva, la sua schiava, e lasciarsi possedere e dominare così, come se lui ne fosse il padrone.

Il confine continuava ad andare sempre un po’ più in là: con il tempo lui le impose dei travestimenti, cominciò a filmare quegli incontri, a legarla, fino arrivare a farla camminare per la stanza a quattro zampe vestita da donna-gatta e farle bere del latte dentro una ciotola.

Lei che aveva avuto solo un paio di ragazzi fino a quel giorno, e che mai aveva concesso loro un rapporto anale né tantomeno orale, si ritrovò così a fare cose che mai prima aveva neppure immaginato, e tutto ciò con uno sconosciuto ben più adulto di lei, incontrato in un bar e di cui fondamentalmente non sapeva quasi niente.

Non la sembrava scandalizzare più niente e anche se per alcune cose che lui le chiese di lasciarsi fare, all’inizio ebbe un pò di timore e remore, si ritrovava sempre automaticamente ad accettare tutti i comandi del suo precettore. Senza nemmeno sapere come e perché, si ritrovò in una girandola di perversione e pericolo che la spaventava quanto la eccitava.

Durante i loro incontri, non erano due squallidi pervertiti o due attori porno di un film scadente, per lei, erano Adamo ed Eva ubriachi tra le vigne del Paradiso, che davano sfogo ai loro desideri e al loro piacere.

Lei, che sin da piccola non aveva mai avuto un papà, si ritrovava così con un padre-padrone che la dominava completamente e al quale obbediva ciecamente.

Andrea aveva dall’inizio, però, posto delle regole: lui sarebbe stato sempre e comunque il suo professore, non era intenzionato a una relazione di tipo canonico, le aveva quindi imposto di dargli sempre del Lei, di considerarlo sempre come il suo maestro e mai come un amico o ancor meno come un fidanzato: quello che loro facevano non aveva niente a che vedere con un’amicizia, o un fidanzamento, era tutt’altro: erano loro due. Solo per l’importanza, l’unicità che questo loro tipo di rapporto sembrava avere, lei, come sempre, accettò queste regole senza problemi.

Gli incontri mantennero anche per questo sempre un prezzo, un compenso che lei avrebbe dovuto comunque riconoscergli, in qualità di suo professore appunto. Ciò, Andrea le spiegò, serviva per mantenere le distanze da qualsiasi altro tipo di rapporto lei avesse mai conosciuto prima, in più gli permetteva sempre di mantenere il ruolo di ‘maestro’ nei loro incontri: non si va certo a pagare un dottore per poi dirgli come operare sul nostro corpo.

Ovviamente le aveva anche fatto promettere di non far mai parola con nessuno dei loro incontri, di cosa facessero e di cosa si dicessero: con tutti il più assoluto silenzio. Non per paura del giudizio della gente, del quale le aveva detto una volta di non essersi mai troppo curato (oltre tutto lei seppur giovane era comunque maggiorenne e consenziente), era più che altro per mantenerne il lato segreto, aspetto fondamentale per il tipo di rapporto a cui lui aspirava.

Quando non era il giorno del loro appuntamento, ogni volta, lei passava la notte a cercar d’immaginare cosa avrebbero fatto la volta successiva, le possibili scene diverse, prima di arrivare da lui; ma ogni volta era poi tutto nuovo ed immaginabile. Mai, ad esempio, avrebbe potuto prevedere di trovarsi un giorno legata al letto, con lui che le faceva colare della cera calda da una candela direttamente sul corpo e sul sesso. Mai avrebbe immaginato di farsi soffocare con un tessuto nel momento dell’orgasmo. Mai, ora, avrebbe potuto immaginare la sua vita senza Andrea; mai avrebbe potuto immaginarsi a fare quelle cose con qualcun altro; mai avrebbe potuto pensare di smettere un giorno quelle pratiche: oramai ne era dipendente.

E anche se ultimamente gli eccessi di quei rapporti cominciavano via via a prendere una piega sempre più violenta, quasi sado-masochistica, lei non si preoccupava d’altro che di soddisfare la passione del suo amore e padrone: era la passione dell’animale sano, il corpo, con la mente che si perde nel desiderio, e del piacere che ne nasce dalla soddisfazione di entrambe le parti.

Le candele ondeggiavano nella stanza buia, dando potere allo specchio di renderli protagonisti di un sogno.

- Per sempre le sarò riconoscente, ancor più, grata, per avermi fatto capire che il godimento fisico, che ho veramente conosciuto solo grazie a Lei, è fuggevole, cosa effimera alla quale non bisogna cercare troppo un senso, o per lo meno non necessita di grandi scuse per essere ricercato e provato, ma semplicemente va vissuto, come la vita, per quello che è. Ed è grazie a questo gioire del corpo che ci si sente vivi. Con Lei ho imparato a conoscermi meglio, ho imparato a non farmi rovinare dal cervello questa vitalità del mio corpo d’adolescente, che va vissuta e prima ancora ricercata e sviluppata, senza se e senza ma. Basta solo trovare un buon maestro per capirlo... e io ho trovato Lei. Ed ora non potrei mai farne a meno! Vedermi con un mio coetaneo, con i suoi problemi d’adolescente che vuol sembrare già uomo, con la sua mancanza d’esperienza aggravata dalla presunzione di averne, solo perché passa un’ora al giorno su qualche canale porno d’internet, mi è impossibile. Se prima non riuscivo ad avere rapporti sessuali di questo tipo, diciamo del tipo che non prevede l’amore come causa scatenante, spesso a causa delle mie ansie e paure, ora non ci riuscirei mai, invece, se privata del mio professore: alla fine, ho solo sostituito la dipendenza dal mio cervello con la dipendenza verso quello di qualcun altro. Ora sono dipendente da Lei. Solo a vederli, i miei coetanei, con gli ormoni al posto dei neuroni, tutti così uguali, omologati, assolutamente disinteressanti, con le loro pulsioni sessuali così infantili, quegli atteggiamenti e sguardi copiati da qualche serie televisiva, senza niente in realtà da poter scorgere in fondo ai loro occhi, la loro goffaggine e banalità... beh, solo a vederli, oramai arrivo a sentirmi come frigida. Quando al contrario Lei, Professore, riesce a farmi eccitare solamente leggendomi due versi di una poesia, o perfino con due semplici parole dette al telefono per darmi l’appuntamento, soltanto col timbro della sua voce... –

Dietro di lei, con un coltello in mano, lui la guardava con un sorriso malizioso: - Non hai fame? Non ho preparato niente oggi, ho solo questo bel salume italiano, si chiama culatello, a mio avviso il salume più buono del mondo. Tipico della provincia di Parma, ha una lavorazione molto complessa ed artigianale, che può avvenire solo tra ottobre e febbraio. La parte di carne è ricavata da suini adulti, allevati solamente secondo metodi tradizionali, e viene poi separata e rifilata a mano, così da darle questa bella forma a pera. –

Per tutto lui era il suo professore: per ogni cosa Andrea le raccontava una storia, le spiegava qualcosa che lei non conosceva, rendendo interessante come non mai anche il mangiare due semplici fette di salame. In realtà, Elsa lo guardava senza mai troppo seguire quello che le diceva, ma con l’orecchio comunque pronto a coglierne i comandi, che ubbidiente non avrebbe tardato ad eseguire. Ritornò alla realtà quando parlando della forma del salume, una mano di lui, quella che non teneva il coltello, le accarezzò il seno sfiorandone i contorni, delicato, ma con lo sguardo avido, come fosse un affamato nel deserto che osserva palpeggiando il frutto più succulento del mondo, pregustandone il sapore in bocca e sapendo che sarà l’unico, l’ultimo che mangerà prima di morire.

Andrea continuava a parlarle mentre affettava quel profumo che inondava le narici di gusto, quel culatello aveva veramente l’aria di essere qualcosa di unico: - Una volta fatte queste operazioni, è necessaria una stagionatura di 10 mesi, in poche parole lo si prepara un anno, per mangiarlo l’inverno dopo. Non se ne producono più di 50,000 pezzi l’anno. Trovo questa cosa super eccitante! –

Messo in bocca, il culatello apriva spazi tra le guance che Elsa non sapeva nemmeno d’avere fino a quel momento. Ogni volta, per ogni cosa, anche la più piccola, soprattutto anzi per la più semplice che si potesse pensare, era per lei una prima volta, qualcosa di unico, indimenticabile e insostituibile.

E ogni volta così: le recitava delle poesie, le leggeva degli estratti di qualche raro libro; i loro sfoghi di passione e i giochi sul letto, gli orgasmi del corpo; il mangiare e il bere, il bagno o la doccia; e il tempo correva veloce verso la fine dell’Incontro.

- L’ora si è fatta. Se vuoi andare a farti una doccia, ti chiamo un taxi, che ho un incontro tra meno di un’ora. - le disse Andrea, con il telefono già in mano: come ogni volta che le diceva qualcosa, pur se in forma di domanda cortese, era in realtà un’affermazione finita, se non un comando.

- L’anno scolastico sta volgendo al termine, è ora che finiscano anche i nostri incontri. Quello di oggi è stato il nostro ultimo, mi son reso conto che ti stai affezionando troppo a me, e ciò non è possibile. Quello che avevo da insegnarti ho avuto modo di mostrartelo. È stato tutto molto bello, ed è per questo che ho deciso così. Una relazione tra noi, tu sai meglio di me, è impossibile. Te lo avevo detto sin dall’inizio... Sì, buongiorno, vorrei un taxi in via Jean-Paul Sartre 81, tra 15 minuti per favore. –

Lei, ascoltato quello che il professore aveva da dirle, senza voler mostrare alcuna reazione alle sue parole, rimase per alcuni secondi in silenzio. Dopo di che, abbozzando un sorriso, con l’intenzione evidente di voler dire qualcosa di per niente divertente, disse solo - Come vede non ho nessun commento da fare a quello che mi ha appena detto, ho solo bisogno di andare in bagno, se non le dispiace. - Rimase in silenzio ancora qualche secondo, sempre guardandolo, inutilmente, perché lui guardava fuori dalla finestra, e sembrava non aver più niente da aggiungere a quello che le aveva appena finito di dire. Dopo il silenzio in cui si era chiusa, andò a farsi la doccia. Rientrò dal bagno agitata e nevrotica: senza scorgerla ancora, la si poteva già sentire arrivare: ancor prima di varcar la porta della stanza, aveva cominciato a mezza voce a parlare da sola: dal letto se ne sentiva, sommesso e confuso, solo giungere il brusio, il borbottio, il parlottio, ma non si poteva distinguerne parola intera alcuna. Si andò a sedere sul letto, aveva fatto la doccia ma senza bagnarsi i capelli; già vestita, profumava ancora di fiori tropicali da shampoo delicato.

In quel momento aveva un’incredibile paura, delle parole che lui avrebbe potuto usare, osare dirle, cercava di continuare a parlare, senza neanche prendere il tempo per respirare, così da non far parlare lui, che avrebbe continuato a ferirla a morte, con l’arma più pericolosa che il professore possedeva: la parola.

- Dopo il nostro primo incontro, dove ero sopraffatta dalla paura e dalle emozioni, qui... (con un colpo di tosse, abbassando gli occhi), ogni incontro lo sento adesso come un sortilegio inscindibile del quale poco a poco son diventata dipendente, settimana dopo settimana, incontro dopo incontro, orgasmo dopo orgasmo, e dopo orgasmo ancora... Adesso mi saluti così, e pretendi sia per sempre?! - Per la prima volta gli diede del tu, ma lui non sembrò nemmeno accorgersene.

Di colpo, mentre parlava ebbe come un dolore al cuore, qualcosa la pressò forte in mezzo al seno, la gola serrata, occlusa: il dispiacere della carne, i conati di vomito, l’umiliazione di non riuscire a nascondere la nausea che improvvisa l’aveva presa, come se il suo stomaco volesse rigettare le parole che non lei voleva assolutamente digerire. Gli occhi di colpo le si fecero gonfi e violacei, prima di farle vomitare qualche pesante lacrima e di anestetizzarle la lingua d’un amaro rancore.

Come corvi rapaci ed avidi in stormo sopra un pezzo di carne sanguinante, nella testa le si affollavano mille dolorosi pensieri, in un baccano da mal di testa infernale; ma dalla bocca non riusciva ora ad emettere nemmeno più il ben che minimo cinguettio.

La studentessa aveva scoperto, grazie a quelle loro ‘lezioni’, in fondo all’umiliazione e allo spavento iniziali, la più soave delle passioni. Semplicemente, dietro questo loro rapporto, così lontano dalla norma, aveva scoperto il sentimento, la dipendenza per il suo professore, aveva scoperto l’Amore. Nella sua infanzia, magari, sarebbero state le carezze di suo padre, mai conosciuto, che l’avrebbero iniziata al piacere nei confronti di un uomo più adulto. E forse proprio questa mancanza di una figura paterna nella sua infanzia, per avvicinarla ai primi rapporti con un uomo più adulto, l’aveva probabilmente preparata ad accogliere adesso questo sentimento. Amore innominabile che mai avrebbe potuto avverarsi se non trasgredendo le leggi della morale. Leggi che, appunto, non contemplano mai l’Amore. Amore derivante dal mondo del sesso, mondo dove, in fin dei conti, il piacere personale non risponde mai a regole generali e universali per tutti uguali.

E, essendo nel suo caso, un sentimento profondamente illecito, non sarebbe mai stato realizzabile diversamente che in circostanze illecite; passione di cui la natura, per certi versi, appartenente al vietato o al celato, non poteva manifestarsi che in un animo profondamente già turbato, la cui turbe altrimenti sarebbe rimasta però coperta da una coltre d’apparenze, che avevano come unico scopo l’omologazione della sua persona ai rapporti della società, fosse anche solo per paura dei giudizi o di una possibile esclusione o emarginazione.

Elsa era ben cosciente, sin da subito, dell’impossibilità di questo amore. Ma si sa, che coscienza e amore non hanno mai fatto rima, anzi... Di conseguenza, lei stessa, passando oltre le virtù che ci si aspettano normalmente da una brava ragazza, aveva oscuramente desiderato di arrivare un giorno a questo tipo di relazione, la cui entità non avrebbe mai indietreggiato davanti a nessuna turpitudine.
Visto sotto un certo angolo, questo amore, l’insieme dei loro incontri, aveva superato l’oscenità iniziale per prendere la dimensione di una cerimonia sacra. Elsa certamente percepiva in quel momento, a difetto della brutalità dell’abbandono che stava subendo, ciò che si nasconde nella sessualità umana e nel mistero dell’amore: l’inviolabile sacralità del mistero e la subordinazione alla persona amata.

Di quelle parole, di quel << È ora che anche i nostri incontri finiscano. >>, stava valutando se Andrea era veramente determinato nella sua decisione o meno. Se diceva il vero, lei non avrebbe mai potuto sopportarlo, ma nemmeno far niente perché lui cambiasse idea: per quel poco che lo aveva conosciuto nel tempo, di questo ne era certa.

Andrea parlava poco, ma non parlava mai a caso, e quando diceva una cosa, anche che non lo riguardava per primo, poi si avverava costantemente. Se poi si trattava di qualcosa che lo riguardava personalmente, era sicuramente il frutto di una lunga riflessione, presa di posizione e quindi decisione, che mai avrebbe ritrattato in un secondo tempo.

Il fatto infine di averle parlato in questo modo distaccato, come una persona che guardando fuori dalla finestra e vedendo piovere, ne riporti il fatto alle persone all’interno della stanza, era segno evidente che ciò fosse già un dato di fatto. E, nonostante Elsa cercasse d’impedirlo, nascondendosi e guardando ovunque eccetto che verso il suo professore, ora l’unica pioggia era quella delle lacrime di lei, che le bagnavano irrefrenabili le guance.

Di certo era l’unico modo in cui avrebbe mai potuto immaginarsi Andrea dirle una cosa del genere: le finte tenerezze dei giri di parole, le scene pietose o le scuse plateali, non erano certo nello stile del professore: una persona che passa il tempo a ripetere che la morte è l’unica cosa certa nella vita, che viene definito esistenzialista dagli amanti delle sue poesie, di certo non perderebbe tempo a mentire a qualcuno solo per addolcirle una pillola amara da ingoiare.

In fin dei conti, lui, non le stava facendo niente di male, ad ascoltarlo parlare, anzi, si sarebbe potuto dire il contrario, che la volesse tutelare da lei stessa, che volesse tutelare la sua studentessa dalla sofferenza di amori inutili e non corrisposti. Ma oramai era tardi, questo il Professore lo ignorava.

Per lei era tardi per non soffrire: Elsa non riusciva a immaginare, che una volta passata quella porta di casa, sarebbe stata l’ultima volta che ci avrebbe messo piede.

Per il momento, l’unica cosa che lei potesse fare era alzarsi, cercar di comportarsi da persona adulta, che accetta e rispetta le decisioni altrui, senza piagnistei inutili; per il momento, l’unica era sparire e andare a morire di dolore in silenzio, lontana dagli sguardi di lui.
Continuando a guardare ovunque pur di non guardarlo; passò davanti alla finestra, attraverso i fiori sul davanzale, arrivò in cortile un rumore di ruote sconosciute, era il momento dei saluti: Il taxi era arrivato.

L’idea della morte era veramente la migliore opzione che le venisse in testa, ogni secondo di più.

Preso lo scialle sulla sedia disse - Allora...io vado. - Andrea continuava a guardare il nulla fuori dalla finestra, senza girarsi: le aveva già detto addio da qualche minuto.

Il taxi aveva già sporcato il cortile col suo escremento umano, che fumava mentre aspettava la sua cliente. - Buongiorno. - Lei, senza neanche guardare il tassista, salì in macchina; rimase qualche secondo con lo sguardo verso la finestra del suo professore: Che fare ora?

Chiusa la pesantissima porta dell’auto, riuscì solamente a dire - Alla stazione, per favore. -

Sì, d’accordo, avrebbe potuto tornare a casa e far finta di niente, dimenticare il suo professore, ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscita. Oppure, sempre che la morte fosse la soluzione migliore, avrebbe potuto far fuori un tubetto intero dei sonniferi di sua madre, tagliarsi le vene in bagno o buttarsi dalla finestra. Avrebbe potuto fare qualsiasi gesto estremo: da quel momento sentiva di non aver più ragione di vivere: quella che per lei era diventata la vita fino quel momento, le veniva tolta, senza preavviso e senza possibilità d’appello: che differenza faceva suicidarsi o continuare a morire ogni giorno, per la mancanza di quell’essere vivi?! Avrebbe potuto veramente uccidersi, sì, il suicidio sarebbe potuta essere la soluzione a quella sofferenza, ma non l’omicidio. Avrebbe sì, potuto togliersi la vita, perché qualcuno le aveva tolto la sua, ma lei non avrebbe mai fatto lo stesso a qualcun altro, nemmeno al suo peggior nemico, non lei, e tanto meno ad una piccola creatura innocente: mai avrebbe potuto, nell’uccidersi, portar con sé il figlio che da tre mesi portava in grembo, suo figlio. Il figlio suo, e del Professore.

Alla fine decise di prendere il primo treno per qualche destinazione lontana e sconosciuta, e scendere solo quando ne avrebbe sentito il bisogno. E così fece.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MASTURBAZIONE.

 

Intorno ai trent’anni ebbi un forte scombussolamento mentale e pur essendo stato fuori come una biscia mi accorsi che la mia vita sessuale da normale eterosessuale si spostò esclusivamente verso l’onanismo. In preda a una frenetica tensione nervosa, ero al reparto psichiatrico di Codogno quando confessai questa cosa a un mio amico. Lui ovviamente non si rendeva il conto delle condizioni psicologiche pietose in cui mi trovavo, altrimenti non mi avrebbe chiesto in presenza di altra gente: << Ma lo fai anche al lavoro? >>. (All’epoca facevo il portiere notturno in un albergo. Fantasioso ragazzo! Complimenti! Comunque appena oggi la sua domanda mi appare una vera bastardata con lo scopo di divertirsi un po’.) << L’ho fatto un paio di volte. >> riconobbi il delitto.

Il nostro dialogo fu sentito da un’altra paziente, una quarantenne che io chiamavo mamma Norton perché era grossa come l’omonima cantante blues e raccoglieva i capelli con un foulard proprio come faceva la cantante. Le sentimmo dire con la sua voce bassa e rauca: << Ma che bel mestiere! >>. (Invece la specializzazione di mamma Norton era ballare nuda nelle fontane di Milano, il che faceva, come mi diceva, divertire tantissimo i suoi amici! Quando uscii dall’ospedale scrissi un pezzo su mamma Norton! La descrissi come una regina nuda delle fontane i cui sogni volarono via al meridione insieme alle rondini.)

Quando tornai in me stesso feci un notevole sforzo intellettuale per capire perché mentre ebbi quel bruttissimo disturbo mentale la mia vita sessuale fu completamente incentrata sull’onanismo. Intuivo che la mia fuga dalla Sicilia (per ragioni che non posso spiegarvi: è passato ancora troppo poco tempo, la ferita è ancora fresca, i fatti devono ancora decantare. No: è ancora troppo presto) potesse c’entrare qualcosa. Infatti quando mi imbarcai a Palermo e la mia nave salpò rimasi a lungo immobile sul ponte a guardare la maledetta terra delle arance. Pian piano essa si rimpiccioliva. Con l’allontanarsi della nave mi è sembrata sempre meno massiccia, oscura e minacciosa e quando sparì completamente dall’orizzonte mi assalì una irrefrenabile voglia di toccarmi. Mi precipitai nel bagno e mi liberai dalla mia irrazionale sovreccitazione sessuale. L’intera faccenda non durò più di trenta secondi. Come se avessi avuto finalmente fra le mani la donna dei miei sogni, agognata per anni. In quell’occasione il mio pene si superò in durezza e in grandezza addirittura. Palla da baseball fatta di marmo.

Sono un mitomane. Quando uscii dal bagno ebbi sete e una voglia di birra incredibili. Mi mancava il denaro però. Per cui mi misi isolato a far niente.

Quando cadde la notte, mi fumai l’ultimo cannone che avevo e scrissi una poesia ispirata alla canzone “Amami, Alfredo!” del Banco del Mutuo Soccorso. Ancor oggi conservo la parte finale della poesia: << Alfredo c’è un Andromeda / fra le mani di un mostro: / non fai Perseo? / Alfredo non ha paura di Ciclope. / Alfredo non ha paura di Golia. / Alfredo sfiderebbe anche Rocky Marciano. / Ma dai capelli agitati dal vento, / dalle lacrime che scivolano lentamente / lungo il viso stellato di una vergine, / dalla bocca profumata di gelsi. / Alfredo ha paura. / Di Andromeda Alfredo ha paura. >>.

Ma torniamo a quella maledetta sovreccitazione sessuale che mi capitò sulla nave mentre mi allontanavo dalla mia terra martoriata. È una cosa davvero così irrazionale come può sembrare a prima vista? Vediamo un po’. Se c’è una parola che più mi descrive pienamente quella è “librofilo”. I libri che ho letto sono i veri protagonisti della mia vita. A volte mi influenzarono a prendere le decisioni, a volte mi convinsi della loro veridicità riconoscendoli nella vita quotidiana. A volte cercavo in essi le risposte ai miei problemi. In qualche maniera sono sempre presenti nella mia mente, nelle mie azioni, in quello che confesso. Anche in questo caso mi aiutò un libro.  Fu un libro di George Mosse: “Sessualità e nazionalismo”. Questo libro, come per qualche miracolo, mi offrì la cornice teorica per la risposta alla domanda che mi tormentò cosi tanto: perché quel giorno mi masturbai sulla nave per Genova? Mosse parte dal fatto che: << Le convinzioni sociali che accettiamo per vere, le abitudini, la morale e i comportamenti sessuali che regolano la vita in Europa fin dal sorgere della società moderna hanno una storia nella quale il nazionalismo ha svolto un ruolo cruciale. >>. La sessualità ha ossessionato da sempre il nazionalismo ed i suoi ideologi perchè essa sta alla base del comportamento umano determinando la nozione morale di rispettabilità. Oltre a ciò << contribuisce a formare la sensibilità estetica: gli ideali di bellezza o di bruttezza stanno sulla soglia della passione erotica. >>. Il nazionalismo tenta di espurgare l’arte da tutto quello che può suscitare la fantasia sfrenata. Così nelle versioni nazionaliste di Shakespeare Amleto non giace in grembo di Ofelia ma ai suoi piedi. Anche quando accetta la nudità nell’arte la depura da ogni richiamo erotico vedendo in essa solo l’armonia, proporzione e bellezza trascendente. Il nazionalismo qualsiasi eccitazione sessuale ritiene indegna dell’uomo e intrinsecamente antisociale.

In questo contesto la figura di un masturbatore è la figura di un antisociale per eccellenza. Perchè per il nazionalismo << chi si masturba >> come dice Mosse << pratica un vizio solitario *** egli non ama nessuno, è sordo al richiamo della famiglia, della nazione e dell’umanità. >>. Contro il masturbatore pallido, effeminato e svuotato di energia, come lo descriveva un medico legale agli arbori della civiltà borghese i nazionalisti esaltavano le virtù virili ed il comportamento cavalleresco in battaglia. Questi erano considerati come i segni di superiorità nazionale.

Così scrive il benedetto storico George Mosse e io concludo: non ci ho capito un cazzo! Magari pensate che io sia matto. Ma sto bene vi assicuro. Alcuni ragazzacci credono che la masturbazione ha il potere di guarigione, almeno risulta così. Perché se dico << Ho mal di testa. >> loro mi rispondono << Fatti una sega! >>; se dico << Non ho dormito stanotte. >> mi rispondono << Dovevi farti una sega. >>. Per tutto c’è un rimedio: segarsi. Esattamente contrario al Samuel Auguste Tissot, un dottore legale che nel 1760, nel pieno dell’epoca illuministica, scrisse il libro “L’onanismo” in cui elencò i disturbi che può provocare la masturbazione: riduzione delle forze fisiche e della memoria, visioni offuscate, disturbi nervosi, gotta, reumatismi, indebolimento degli organi della generazione, sangue nelle urine, perdita dell’appetito e mal di testa. Ho parlato con alcuni amici di questo Tissot e dei suoi pregiudizi riguardo la masturbazione concludendo alla fine che di seghe non si muore!

Permettetemi di citare, alla fine di questo strampalata paccottiglia narrativa, il grande Lev Trotsky: << La vita è bella. Invito le generazioni future a purificarla da ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno. >> (Lev Trotsky: “Testamento politico”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ECCE HOMO.

 

Al limitare del bosco viveva un uomo che pensava che la notte venisse sempre qualcuno alla sua porta. L’uomo dipingeva, coltivava funghi e componeva sciarade. Non aveva ricevuto nel corso dei tremila anni trascorsi (si dice fosse quella la sua età) che rarissime visite. Le provviste gli venivano recapitate dalla cooperativa degli sterratori del paese che si trovava a fondovalle, dove il bosco finiva e iniziava la grande conca del mesozoico dove gli uomini nei secoli avevano messo a punto i loro esperimenti per una civiltà equa e solidale. Le derrate venivano lasciate ogni settimana ai bordi di un lago fumante dalle acque sulfuree dove l’uomo nottetempo le andava a ritirare senza farsi vedere da nessuno. Ai pochi intrepidi che nei secoli passati avevano avuto l’ardire di avventurarsi fino alla sua dimora costruita con fango e stoppie diceva sempre che riceveva visite da un certo Capitan Bob che alcune volte arrivava insieme a punk simulati, tarzanine e esemplari omosessuali. In alcuni casi li avvicinava e cercava di instaurare un dialogo con loro, forse la solitudine alla fine è dura per tutti. <<mi sono misurato con forze estranee, oscure, sono loro che mi cercano, qualcuno capisce di cosa sto parlando?>> diceva.

Quelli se la davano a gambe e spesso tornavano con degli strani segni sulle braccia dopo quegli incontri e con lo sguardo perso nel vuoto e non parlavano per settimane. Altri, dopo essere stati fatti accomodare nella sua dimora alla fioca luce di lampade a olio, riferivano che parlare con lui era come parlare con un muro, il suo viso era senza espressione e non si riusciva a capire in alcun modo la sua età. Aveva la pelle lucida come cera, dei leggeri solchi che si irradiavano dagli occhi, rughe d’espressione che non tradivano l’aspetto di un giovane precocemente invecchiato o quello di un anziano per il quale gli anni sembra che non siano mai passati. Il suo volto era senza tempo. Passava gran parte della giornata a lavarsi i denti. Aveva un frigorifero stracolmo di frutta e carne di maiale e consumava latte scadente che quando lo bevi lascia le bolle nel bicchiere, come se fosse bava di lumaca.

Come persona, entità o semplice astrazione che fosse sembrava collaborare alla stessa uggia dell’universo per la quale tutti gli altri sembrano darsi da fare per trovare una spiegazione, mentre lui sembrava del tutto inoffensivo e le uniche minacce che sembravano poter scaturire da lui parevano essere quelle che originavano dai suoi sogni come quello dove i quattro venti sconvolgevano il grande mare e quattro grandi bestie salivano dal grande mare, diverse l’una dall’altra. La prima era come un leone e aveva ali d’aquila. Mentre lui la osservava le furono strappate le ali e fu sollevata da terra; fu poi fatta stare in piedi e le fu dato un cuore d’uomo. E ecco un’altra bestia, la seconda, simile a un orso, stava alzata da un lato e aveva tre costole nella bocca, tra i denti. Le veniva detto: <<su, mangia molta carne.>>. Guadando ancora nelle visioni notturne, ecco un’altra bestia simile a una pantera, la quale aveva quattro ali di uccello sul dorso. La bestia aveva quattro teste e le fu dato il potere. La stava guardando ancora nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, terribile, spaventosa e straordinariamente forte. Essa aveva grandi denti di ferro, mangiava, stritolava e il resto lo calpestava con i piedi; essa era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva sedici corna. Mentre guardava le corna, ecco spuntare un altro piccolo corno in mezzo a loro e al suo posto furono divelte tre delle corna precedenti. Ecco, in quel corno c’erano degli occhi, come occhi di uomo, e una bocca che proferiva parole arroganti. Gli occhi erano quelli dell’uomo senza tempo che viveva al limitare del bosco.

In altri sogni dell’uomo poteva accadere che lui andasse da un medico il quale si diceva avesse dei rimedi miracolosi per la calvizie. Nello studio gli passa una fiala sulla nuca, poi gli benda completamente la testa e gli dice che il mattino dopo avrebbe visto i risultati. La mattina l’uomo si sveglia, rimummifica la sua testa e si accorge di avere dei capelli lunghissimi. Si guarda allo specchio felice e compiaciuto, poi sente qualcosa dentro la gola che sale su, lo prende dalla bocca con le dita e lo tira fuori. È un serpente lunghissimo che lo guarda con degli occhietti furbi. Si accorge che anche tutti i capelli sono serpenti, e così anche le sopracciglia, i peli sotto le ascelle e tutti gli altri che vede rigogliosi ovunque sul suo corpo che sembra quello di una scimmia, una scimmia serpentata. Nel sogno torna dal medico e gli chiede cosa sia successo. Il medico gli confessa che lui e tutti quelli venuti sulla terra insieme a lui sono degli alieni arrivati per smascherare il narcisismo degli uomini e conquistarla. Lui nel sogno sarebbe il tramite degli alieni e avrebbe dovuto mettere in guardia tutti quelli che vivono ai margini del bosco.

Nel bosco ci sono delle presenze. Sembra una casa dalla quale possa spuntar fuori qualcosa da un momento all’altro da dietro un cespuglio, un tronco o un macigno. C’è chi giura di aver visto una vecchia scalza con una veste gualcita camminare e farsi strada nel bosco per seguire i viandanti. Se uno si volta lei lo prende. L’unico modo per guardarla senza essere presi è guardarsi dentro. Se invece lei incrocia i tuoi occhi ti afferra e ti strappa via il cuore. È lei la padrona del bosco, dicono quelli del paese, la sua casa è l’intero bosco al quale si arriva passando davanti a laghi iridescenti e vampe arancioni di petrolio, a paludi e mucchi di spazzatura, alligatori che strisciano in mezzo a bottiglie rotte e barattoli di latta, arabeschi al neon nei motel lungo la strada provinciale, ruffiani sperduti su isole d’immondizia che gridano oscenità alle auto che passano.

Non deve essere stato facile, per le varie generazioni che si sono avvicendate nel corso dei secoli in quelle lande, aver vissuto in prossimità di quei luoghi che parlano dell’incombente e minacciosa presenza del cono di un vulcano che sta per esplodere, vicini a quell’uomo, più favoleggiato che descritto per come è nella realtà, un essere spaventoso che riempie l’aria di un terrore cosmico e assoluto ma che poi si scioglie in un deliquio celestiale, il pifferaio ai cancelli dell’alba che dall’origine del suo insediamento nella capanna ai bordi del bosco rimase in ritardo di qualche minuto sul tempo effettivo, motivo per il quale tutti si sono indaffarati a scrivere di lui, sperando in quel modo di recuperare l’asse. All’inizio costruì una casa lumaca, in modo da potersi spostare, senza essere visto, finché non lo bastonarono senza che lui potesse scoprire chi era a bastonarlo, forse quelli del paese che si erano diretti fino al limitare del bosco, fino all’antro del cavillo per scoprire il lato vampiresco della cosa, i monatti che l’uomo riceveva amabilmente sotto il guscio del carapace della sua dimora non sospettando nemmeno lontanamente che quelli la potessero ridurre in mille pezzi. Fu da allora che avrebbe voluto urlare al mondo che quella cosa del muro che aveva costruito intorno a sé non era un volersi ergere a dittatore del suo universo privato, ma un ansito di protezione dalle minacce esterne, lui che ora si falsifica e si nasconde e cerca di cambiarsi i connotati levandosi la faccia, depilandosi completamente e scorticandosi a sangue. Non c’è da stupirsi che sia andato a vivere in quelle remote terre lontane dagli umani commerci dipingendo forme e figure come fossero creature della sua immaginazione, quadri nei quali i segnetti cadevano radicali sui pieghi rossi e dalla cui tela si stagliavano figure che si animavano solo allo sguardo degli spettatori con un supplemento di perfidia solo a loro riservato: mosche giganti; cuori che si sgonfiavano; farfalle antropomorfe; elefanti senza proboscide e cieli, tanti cieli indistinti e pesanti come tappeti di crine popolati da peccatori che sono diventati scorie di bronzo e stagno, ferro e piombo dentro una fornace, tutti trasformati in modo alchemico in scorie d’argento.

Nel tempo arrivò a essere sempre più convinto della presenza di qualcuno nella casa di fango e stoppie che gli mandasse dei messaggi: campanellini che suonano, gorgoglii di uccelli, soffi di vento, rumori di ferraglia che udiva tutte le notti e che non riusciva a distinguere dai sogni come quello della cornacchia che saltellava sui cornicioni e riusciva a catturare un topo, se lo portava via, lo sminuzzava per bene con il suo becco giallo e appuntito e lo divorava con lui che le chiese di fargliene assaggiare un po’, ma quella si infastidì e volò via o come quando sognò di essere Parsifal sotto forma di un cane blu che doveva trovare il Graal, sogni che si interrompevano e si sovrapponevano a altri come quando sognò di sua madre, anche lui ne aveva avuta una. Si trovava alla sua casa, la madre non è presente nel sogno. Tornava dopo aver fatto la spesa e doveva entrare in casa. Aveva due buste in mano da cui spuntava della carne che rischiava di cadere. Cerca le chiavi per aprire la porta ma è disturbato da un calabrone che gli ronza attorno e ha paura che lo punga, così lo scaccia via con le mani. Poi il sogno finisce e lui si accorge che forse un insetto lo ha veramente punto all’orecchio sinistro o forse ha scambiato quel grosso insetto con l’aereo che ha udito passare sopra la sua casa nella notte e lui si è affacciato per seguirne la traiettoria. Lo vide che iniziò a abbassarsi, pensò fosse la prospettiva che gli dava quell’impressione, era impossibile che andasse a schiantarsi sulle colline che si vedono dai bordi del lago al limitare del bosco dove abita, invece l’aereo ebbe infine un leggero traballare di ali, sparì dalla sua vista dietro le colline e lui vide una palla di fuoco e una colonna di fumo alzarsi nel cielo tra brandelli e ruzzoloni. Pensò anche di andare a vedere cosa fosse successo ma a quel punto si svegliò davvero.

Il primo pensiero degli uomini è rivolto alla paura, hanno un bel dire e fare gli intellettuali con quel battere d’occhialini da pensatori di Tubinga, è una paura ancestrale, una depressione cosmica per la quale ci vorrebbe un farmaco triciclico intergalattico che si propaghi nell’intero universo ricaptando serotonina e rubandone al rumore delle sfere, è la vecchia che va a fare visita all’uomo nella capanna vicino al lago, ma non è lei che l’uomo sente venire alla sua porta tutte le notti, quella infatti arriva e gli fa le coccole, ma invece di parlare ronza. È la stessa vecchia che in paese molti dicono di vedere in una casa della periferia da una finestra al piano terra e che quando vede passare in strada qualcuno comincia a bussare forte al vetro guardandoli e accennando un enigmatico sorriso. Quando va a fare visita all’uomo alla capanna spesso esordisce con motti di spirito del tipo: <<ciao, vuoi fare il correttore di bozze per Einaudi?>> o giochi in versi che l’uomo poi rielabora come innesti, cose non reali, enigmi in versi: <<Un poeta a Locorotondo / arrivato al verso secondo si disse: / < che m’importa se la rima mi vien storta. > / e poi andò felice a Locarno.>>.

L’uomo quando lei arriva è intento a dipingere dei quadri che in realtà non dipinge infatti di quei dipinti non si saprà mai nulla, benché si inoltri con lei in dotte notazioni stilistiche chiedendo dei pareri sull’opera: <<forse potremmo fare la parte centrale più buia e quella finale più da pomeriggio, perché per ora è troppo ventosa e glaciale.>>.

Alcune parti del suo cervello sono ancora brillanti, non c’è dubbio, stava solo chiedendo di non comprendere le idee di una persona che non voleva essere compresa.

La vecchia si limita a guardarlo come se esistesse un paradiso per gli spaventapasseri in cui piovano pezzetti di sole, un sole nero, un mondo abitato da gnomi, fate e sgangherate bande di paese nel quale poter combattere con lui corna contro corna in singolar tenzone, ma sa che non che ne ce sarà bisogno e si congeda poco dopo da lui sempre beffardamente con un addio, dicendogli che andrà a vivere dalle parti delle esocolonie. La vecchia rimane nella memoria dell’uomo come immagini di arance galleggianti nel latte e lui dopo quelle visite si convince sempre più che la situazione si stia facendo rapigna, uno sgardo, la duantalità del tempo, esseri tantalici e immagina che cosa accadrebbe se qualcuno gli sparasse una pallottola in testa mentre lui se ne sta lì rannicchiato nel suo letto: la sua bella testiera tutta imbrattata di cervello, il diamante pazzo che si rompe per dissociazione molecolare, un esemplare rarissimo tagliato in modo da non limitarsi a riflettere la luce che lo colpisce ma anche di assorbire quella che gli sta intorno. Al centro della sofferenza molecolare il diamante pazzo assorbirà la luce trattenendola gelosamente all’interno del suo involucro buio, ora che il sole è tramontato e tutti hanno freddo.

Al paese quella capanna di fango e stoppie è sempre stata vissuta come l’antro di Mog Magog che si innamorò della ninfa Granta, la quale per sottrarsi a lui si trasformò in fiume mentre lui si trasformò in una collina di sabbia per starle vicino. Tranne portargli ogni settimana le provviste non hanno mai voluto avvicinarsi troppo a quell’uomo che chiedeva loro se potevano aiutarlo a capire chi fosse che di notte andava sempre alla sua porta senza farsi vedere, quell’uomo che iniziava interminabili discorsi che rivolgeva al proprio sangue perché il sangue ha una memoria formidabile, diceva, e nemmeno dando ascolto ai suoi apocalittici sermoni che declamava e falsificava come fossero creature della sua immaginazione drogata dal sale, dal salnitro e dalle fiamme di fosforo dell’urina di un’asina in calore, dal veleno di serpente, dalla saliva delle vecchie, dalla merda di cane, dall’acqua sporca delle vasche da bagno, dal latte di lupa, dalla bile di bue e dallo scarico delle latrine, da quei succhi dove bolliranno le lingue dei calunniatori, pugnalatori alle spalle i quali tutto ciò che vogliono è prendere il tuo posto, facce sorridenti che spesso dicono bugie, dal cervello di un gatto che non pesca più, dalla bava dei cani rabbiosi mista a piscia di scimmia, dagli aculei strappati da un riccio in una tinozza per l’acqua piovana dove nuotano vermi, topi morti e il muschio verde dei funghi che risplende di notte nel moccio dei cavalli e dalla colla ardente alla luce di una luna tagliata nel cielo che quando la trafiggono le nubi si sentono ululare i lupi in quel posto tutto giallo.

Si limiteranno a considerarlo una rockstar destinata a morire per un overdose di Fentanyl e a essere risucchiata dall’altra parte, dove si svolgeranno dei funerali nel cielo nei quali la salma viene data in pasto a corvi e avvoltoi, ricordando quella capanna al limitare del bosco come una cosa lumineggiante nella quale aveva vissuto un uomo che azzeccava tutte le acca, declamava e falsificava, abbattendo temporaneamente con una sfilza di parole la riottosa tirannia della sua incoerenza, componendo enigmi e scrivendo un mucchio di parole sgocciolanti, tutte lì accatastate, seguendo la moda del tempo che sembrava essere solo una sfida a fare i difficili, con la convinzione che il tempo oramai fosse solo un ipotesi e che scrivendo non s’invecchia mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PRESENTE DELL’UOMO.

 

Il vernissage si svolgeva in una serie di sale di cui una più ampia, dotata di alte vetrate, una delle quali dava accesso a un bel giardino molto ben curato da cui i visitatori andavano e venivano con il loro drink in mano. Dentro vi si potevano ammirare decine di opere di Vadim Novak.

Che io mi sia invaghito della sua arte per via della destrezza con cui lo vidi maneggiare i suoi grossi pennelli da imbianchino? Probabilmente fu così. Ma fu altrettanto decisivo, per me, ascoltare dalla sua stessa voce, resa claudicante dall’accento slavo, le ragioni della sua arte:

<<Versare sulla tela la colpa. Spalmare sulla superficie la sconfinata estensione del senso di inadeguatezza.>>.

Erano parole che mi davano a riflettere.

Ora Vadim stava impartendo istruzioni agli invitati senza mai smettere di fumare il sigaretto che pendeva a un lato della bocca.

<<Rimarrai stupito dalla performance.>>, mi aveva assicurato.

A un suo segnale, gli invitati si precipitarono davanti a un muro bianco. Che cosa mi aspettavo? La rapidità e l’incantevole aleatorietà dell’evento furono tali da sorprendermi, nonostante fossi preparato a qualcosa di inedito. Afferrati i pennelli, andarono a spalmare il contenuto di alcuni grossi barattoli sul muro vergine. È un modo comodo di produrre in brevissimo tempo un’opera mastodontica, nella quale peraltro si sovvertono gli schemi tradizionali, poiché in fin dei conti il vero artista diventa il fruitore. L’opera così prodotta dimostrava una grandezza latente, ma non determinò l’adesione unanime. Io, nella mia debolezza di giudizio, non potei che restare ipnotizzato dal rinnovarsi continuo del disegno sotto gli occhi di tutti, e questo malgrado fossi un vecchio in materia di invenzioni artistiche, poco aggiornato com’ero sui fatti artistici più recenti.

Il suo sovrintendere alla performance collettiva fu tuttavia di breve durata, perché due minuti dopo si avvicinò a me per chiedermi di sostituirlo mentre andava ad assaporare in giardino il sigaretto. Cosa che feci, non sapendo però bene che istruzioni dare. Fui sostituito, appresso, in maniera del tutto casuale, da un vecchio igienista dentale e questo, a sua volta, da un ragazzetto sui dodici anni che strillava contro gli invitati messi al lavoro dal mio amico artista che piuttosto che rovinare il capolavoro in progress avrebbero fatto meglio a morire. Che strani ragazzini frequentano i vernissage, pensai. C’era, evidentemente, chi prendeva molto sul serio la questione dello spalmare vomito su una parete.

L’aria era incomparabilmente acre. Poi, una volta dato agli invitati un secondo segnale, questi presero uno dopo l’altro i fogli di giornale disposti per terra per incollarli sulla parete, che ne fu in un batter d’occhio tappezzata, dietro gli incitamenti di Vadim, che gridava:

<<Forza! Alla svelta!>>.

Terminata quella fase, l’artista fissò la parete fino a dieci minuti prima candida. Tacitamente senz’altro esultò nell’osservare quelle rozze pennellate giallo-marroncine ricoperte di fogli di quotidiani, alcuni dei quali mezzi staccati, e quasi tutti fradici, impregnati di quella sostanza melmosa e puzzolente.

Mentre era così intento, nel generale silenzio bisbigliante, gli si avvicinò un individuo che gli disse sottovoce:

<<L’opera mi ricorda certo Pollock e anche i lavori monocromatici di Rothko e Burri. E che dire dei fogli di giornale? Una chiara strizzata d’occhio alla Pop-Art!>>.

<<Pietro Manzoni!>>, esclamò qualcuno.

<<Millie Brown!>>, affermarono altri, più navigati.

<<Andrés Serrano!>> e <<Jordan McKenzie!>>, gridavano altri ancora.

Io ascoltavo tutte quelle opinioni, quei raffronti, spiando dal giardino, dopo aver acceso una sigaretta, mi chiedevo cosa sarebbe successo a quel punto. Vadim mandò via infuriato l’uomo che gli era venuto vicino, rimuginò qualche istante, infine proclamò di aver battezzato l’opera “il presente dell’uomo”.

Il vernissage sarebbe proseguito ancora per un bel pezzo. Una dopo l’altra varie persone lo accostarono per fargli le dovute cerimonie, anche quelle che avevano contribuito a fargli partorire l’ultimo capolavoro. Con un signore con cui mi intrattenni a parlare trovai l’ultimo lavoro meno intenso. Certo, Vadim ci sapeva fare. L’ultimo acquisto, diceva l’uomo, era il simbolo della vittoria su sé stesso, e le oltre cinquanta opere esposte nella galleria esprimevano come non mai tutta la forza creatrice e la salute intellettuale del loro autore.

Le altre erano in effetti ugualmente impressionanti. Fra tutte spiccava l’immenso quadro contorniato da una cornice antica e incatenato alla parete che aveva al posto della tela o tavola uno specchio: era la sua opera più famosa, che accesa com’era da un fuoco di protesta contro l’arte tradizionale, esprimeva quella che a dire di Novak era una realtà di fatto, vale a dire che, come aveva asserito Stendhal, in ogni opera noi non leggiamo che noi stessi. Ma non si fermava qui, perché l’enorme opera abbatteva la quarta parete di ciò che lui chiamava talora “teatro dello spirito” talaltra “immanenza”. Il suo scopo, come mi confidò un giorno, era quello di far vacillare la salute mentale del fruitore dandogli allo stesso tempo una consapevolezza maggiore, una coscienza intellettiva più forte. Vadim, a dirla tutta, si spingeva fin troppo lontano con il suo pur encomiabile sforzo auto-esegetico. Ciò non toglie che avesse avuto un suo momento di gloria all’epoca di quella creazione, pochi anni addietro: la notizia rimbalzò sui più seguiti magazine del settore, il che gli procurò una pubblicità invidiabile.

Un’altra sua famosa realizzazione era stata una specie di fantoccio o spaventapasseri piuttosto inquietante. Si trattava di un ometto fatto di panni: sulla testa di feltro aveva un berretto floscio; un grande colletto di pizzo; una casacca con un bordo di pelliccia e con un leggero ricamo; pantaloni fatti in marocchino ornato di fiori d’argento. Un’altra ancora, un’opera effimera, ne riprendeva il concetto, ma in questo caso le parti del corpo erano fatte di carne di manzo cruda.

Avevo conosciuto Novak tramite un amico comune, il quale un giorno mi disse di conoscere un pittore alla ricerca di uno sconosciuto che fosse (era questo un requisito necessario) in qualche modo definibile artista, per un’opera che doveva realizzare in quei giorni. Accettai, pensando che io, scrittore a tempo perso ma di professione giornalista, ne avrei potuto approfittare per intervistarlo e scriverci sopra un articolo per la rivista per cui lavoravo, e l’indomani mattina mi ritrovai nel suo studio.

Mi disse di scrivere su una grande tela, alla rinfusa, o meglio secondo il mio gusto artistico, tutti i numeri da 1 a 23. Come scoprii di lì a poco, a ciascuna di queste cifre era associato un secchio di un certo colore, e tutti i secchi erano bene al riparo dal mio sguardo, in un’altra stanza. Obbedendo agli ordini dell’artista, eseguii il mio lavoretto di scrittura dei numeri con la fede più ingenua nell’intento artistico che vi soggiaceva, e ciò, in base agli ordini di Novak, più in fretta possibile. La mia disposizione dei numeri fu da lui giudicata interessante; vi riscontrò una certa armonia. A quel punto dispose, prendendoli due alla volta nell’altra stanza, i grossi barattoli di vernice davanti alla tela. Quindi, uno dopo l’altro, scaraventò il contenuto di tutti e ventitré su di essa, badando a lanciarlo con maggior precisione possibile in corrispondenza del numero associato al colore di vernice. Era stato dunque una sorta di co-creatore improvvisato di quel dipinto. Alla fine, Vadim lo sigillò apponendovi la sua firma e mi chiese di aggiungervi, subito sotto, le mie iniziali, per testimoniare che l’opera era stata eseguita grazie alle mie indicazioni determinanti e alla mia unica, irripetibile sensibilità.

Dietro suo invito mi sedetti a fumare su una poltrona nel suo studio. Lui mi sedeva accanto aspirando il fumo dal suo immancabile sigaretto. Seppi che non riusciva a restare più di due o tre settimane sulla stessa tecnica. Gli chiesi da dove traesse ispirazione per le sue opere: mi rispose che era stato un bambino prodigio, ma che i genitori lo avevano destinato alla musica; lo conciavano come un bambolotto; mi mostrò delle foto in cui era un figurino, con i capelli impomatati e una casacchina di velluto nero dai bottoni dorati. La musica fu dunque il suo destino, fino a quando, all’età di diciott’anni, non si ribellò e cambiò alloggio (cioè scappò di casa), cambiò stile di vita e modo di abbigliarsi (da allora in avanti <<molto più artistico.>> a detta sua) e, come era da immaginarsi, cambiò soprattutto arte.

Da allora si diede anima e corpo alle arti plastiche cercando di compiere l’inaudito, di sondare l’inesplorato in questo campo. Questo gli suggerì, ad esempio, l’idea di disseppellire i cadaveri nei cimiteri al fine di ricavare insoliti materiali e texture con cui creare; o di raccogliere foglie morte sotto un albero per ricoprirne sculture di cartapesta; o, con i soldi ricavati dalle opere vendute, fondere l’oro per produrre i chiodi ai quali appendere i suoi quadri, i quali peraltro erano racchiusi, in certi casi, nella cornice d’ebano da lui stesso lavorata.

Per lui l’arte, mi disse, aveva un gusto più intenso se cosparsa del sapore della passione e del delirio del risentimento. Quel che doveva dare al fruitore non doveva essere una banale speranza nel prossimo futuro, ma qualcosa di scioccante, di temporalesco. Mi raccontò che l’esperienza più artistica che aveva vissuto era stato l’assaporamento della libertà e del futuro radioso che lo aspettava, quando corse, mettendovi tutta l’energia che aveva in corpo, attraverso un bosco durante una pioggia d’estate; al termine, sfinito, si era seduto sul fango avvertendo la sensazione di fondersi panicamente con Madre Natura.

Dovetti ammettere a me stesso una certa incapacità a distinguere se mi trovassi al cospetto di un genio o di un pazzo. Di certo c’era in lui qualcosa dell’uomo ideale e forte che anche io avrei voluto essere; questa proiezione mi legò a tale personaggio con la stessa forza con cui ci si lega ai propri vizi, tanto che quando stetti per rimanere senza casa, perché il contratto d’affitto stava per scadere e il proprietario non era intenzionato a rinnovarmelo, mi venne spontaneo di chiedergli se avesse spazio per me a casa sua. Vadim accettò e diventammo coinquilini. In altri termini, da allora in poi convissi con tutte quelle sue stramberie.

Il pubblico delle sue opere intanto cresceva, e di pari passo cresceva in lui la convinzione di essere un grande artista. Gli amanti dell’arte contemporanea, e io ero senza dubbio uno di questi, che riempivano le sue mostre e affollavano, come chiamati a raccolta, i suoi vernissage, amavano di certo in lui, pur non rendendosene affatto conto, la propria stessa malattia: la malattia della società moderna, la malattia della modernità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COME PESCI GIAPPONESI.

 

Da una finestra. Lui guarda da lì. Sono giorni che non esce e la sua stanza è piena di scorze d’arancia. Puzzano ormai, non profumano più. Ha un posacenere di terracotta, che ricorda un vasetto sumero, pieno di cicche. Porta due grossi occhiali che gli pendono sul naso piccolo e trasformano il suo viso. Si gratta la testa sulla scrivania e ne cade un po’ di forfora. Con la punta delle dita la raccoglie, la esamina, e ci soffia su. Ha tanti piccoli oggetti nella sua stanza. Dei giochini, dei piccoli carri armati in miniatura. Un microscopio.

Sospira e fuma. C’è un ciliegio fuori dalla sua finestra e cadono delle foglie. Un ticchettio suona sul vetro. Guarda la finestra illuminata davanti alla sua. A volte camminando sotto quella finestra gli è sembrato di sentire un odore di pane. Si chiede quanto dovrà aspettare prima di addormentarsi. A volte passa tutta la notte sulla scrivania a fumare e guardare fuori. Si ricorda che suo padre, arrivato a quell’età, guardava la televisione tutta la sera, e lui che era un adolescente lo disprezzava. Pensava fosse un mezz’uomo, decaduto.

La sua stanza è buia. Si sente il suo respiro sincrono al battito del cuore. Un taxi si ferma. Scende un uomo. Ha un cappello. Si chiude il portone alle spalle e sale in casa. Una donna attraversa nella luce la finestra davanti alla sua. Poi torna indietro ed è con l’uomo appena sceso dal taxi. Lui la segue. Parlano ma non sa di cosa. Sembra parlino come due conigli. Fanno i versi dei conigli, secondo lui. Spegne la sigaretta e ne accende un’altra. C’era un detto di cui gli aveva raccontato suo padre per quelli che fumavano tanto: <<ne accendono solo una.>>, e rideva. Un giorno aveva detto la stessa cosa alla sua prima ragazza, che fumava tantissimo.

Si spaccò un bicchiere una sera mentre entrambi dormivano. Il bicchiere si era spaccato in cucina ma loro non erano lì e non c’era nessun altro in casa. E il bicchiere, proprio quello, era nell’armadio, ne erano certi. Si sono interrogati per un po’ di tempo su quell’avvenimento. <<Sei stata tu a romperlo?>> chiedeva alla ragazza. Glielo chiese per quattro/cinque sere. Per un po’ dormì sul divano davanti alla cucina così avrebbe potuto capire cosa fosse successo.

La coppia della finestra di fronte adesso mangiava del salame. Erano seduti proprio lì, e la stanza era gialla. Passava il vento e tremava il ciliegio.

<<Si può sapere cos’hai da guardarmi così?>>, gli chiese il padre una volta che si era fatto la pipì addosso. <<Si può sapere cos’hai da guardarmi così?>> chiedeva adesso alla finestra di fronte. Ma loro continuavano a mangiare salame e parlare come conigli.

<<Dai, devi essere stata tu! Mica si rompono da soli i bicchieri!>>. <<Basta, basta! Non sono stata io, non rompo i bicchieri durante la notte, così, a caso. E poi ero lì con te, dormivo, basta!>>. Per un giorno intero era stato a mordersi le unghie e a sputarle per terra davanti alla cucina. Gli veniva così, automatico.

<<È stata un’estate terribile.>> pensava. Si toccò il mento.

C’era un grande fiume dove andava spesso con suo padre. Era un fiume tutto verde. Ogni tanto s’intravedevano dei pesci colorati che scattavano come saette e non si facevano vedere. <<Guarda!>>, indicava il padre. <<Guarda! Questi sono dei pesci giapponesi.>>. Lui lo guardava stranito, era abbastanza grande per sapere che il Giappone era lontano. <<Vengono quando lì fa troppo freddo. Sai che in Giappone c’è una grande montagna che fa cadere la neve. Loro hanno troppo freddo ed emigrano per venire qui. Sono pesci giapponesi.>>.

Pesci giapponesi: erano così l’uomo e la donna che parlavano. Erano emigrati per il freddo. Erano pesci giapponesi che parlavano come conigli.

<<quindi cos’hai da dirmi?>>. <<volevo parlarti.>> disse alla ragazza <<vedi, quel bicchiere in cucina...>>, lei fece una smorfia, quel bicchiere in cucina è un pessimo segno.>>, <<sì, l’apocalisse!>> rispose lei e si mise a ridere sbracatamente come una locandiera grassa.

<<È una cosa come i pesci giapponesi nel fiume verde.>>.

<<Ma sei scemo?>>.

<<Emigrano.>>.

L’uomo e la donna adesso si baciavano. Come due fiammelle andavano a destra e sinistra prendendo l’intero arco visivo della finestra. Poi si afflosciavano piano piano e scendevano. Scendevano sempre di più. Finchè non potè più vederli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RANDAGI.

 

Dei randagi avevamo cominciato ad avere paura verso metà Luglio. Credo fosse la sera del mio compleanno: al parco fluviale, una pace monasteriale fino a quel momento, due latrati tremendi; ne vedevamo soltanto uno, costeggiava un tronco, man mano si avvicinava e dalla prossimità del suono anche quello che non vedevamo era più vicino e la sensazione che ci prese fu di essere accerchiati, in un rito di caccia che avrei preferito ascoltare raccontato da altri e non vivere io, ma eravamo lì e alla fine ci siamo alzati, abbiamo camminato piano verso il limitare del parco, dove il vialetto di pietre divide il serpente d’asfaltato dall’erba. Bice si imbevve di terrore, se l’avessi strizzata sarebbe colato a terra, una chiazza di terrore su cui lei stessa claudicava, dove io cercavo di non cadere per sorreggerla, ma dopo poco andarono via. Così la Lancia fu a un passo e Radio Ricordi ci diede ”tu” di Umberto Tozzi sopra cui baciarci e calmarci. Soltanto che ora non lo vedo, il bastardo che abbaia, non so dove sia, ma è lontano, su questo conveniamo sia io che Bice e tanto basta per pietrificarci sulla gimcana in selciato che dallo spiazzo con gli oleandri dove abbiamo mollato la macchina ci porterebbe alla villa romana. Quando abbiamo cercato la villa su internet abbiamo pensato fosse un posto da vedere, un parchetto archeologico ammonticchiato vicino al lago artificiale. 

Dai, una domenica, un giro, il mare sarà pieno di gente, meglio la campagna, poi magari prendiamo il telo coi motivi africani, quello giallo grande, e ci stendiamo a rilassarci.

Però non lo vediamo, solo suoni e paura e ricordo di quella sera di luglio. Quindi forse è meglio tornare? Però la curiosità c’è, siamo venuti fin qui, è ancora giorno e in caso ce la diamo a gambe. 

Corrucci un po’ il labbro superiore, mi fissi, la posa di quando cerchi in me la convinzione per far qualcosa di cui sei tu la prima a non esser convinta. Cianciando di andare o meno già siamo al cancello, verde, grande, il lucchetto affumicato dalla ruggine non è chiuso, lo noti tu

Si può entrare. L’animale interrompe il tappeto sonoro, quanto te ne siamo grati, era ora. Mi giro verso Bice, una Bice che spero pacificata col mondo, mi sorride di squincio e mi tende la mano, il volto segue basso la stradina di sassi appiattiti che porta alla villa. Il primo di quei cartelli in cui ci son scritte le informazioni ci fermiamo a guardarlo, piazzati là sotto, mimiamo le coppie di una certa serietà in visita agli scavi o nei musei iniziando a leggerlo, ad alta voce, ma io metto fine alla recita scattando una foto e dicendo che l’avremmo senz’altro letto in un secondo momento, ora magari proseguiamo. 

Incertissima, non fai passi convinti, forse volevi leggerlo, ma gli occhi non sono diretti verso il cartello, o meglio, lo sono, ma tutto il resto no

Il resto del corpo di Bice sembra volersi rannicchiare da un istante all’altro e scattare come una molla verso il cancello. Tra alcuni ruderi emerge la casetta, mezza intera, un Lego di pietruzze messe una vicina all’altra, il complesso doveva essere grande, una Villa di qualche ricco patrizio, o di un politico, un comandante, un onesto risparmiatore? Sicuro c’era scritto sul primo cartello. Il terzo sembra interessarla ancora più del primo, certo più del secondo, che ha ignorato. Ci sono delle sale termali e un mosaico pavimentale sul fondo di una di queste. A una decina di metri una scala in legno sale verso il piano rialzato della casa. Anch’io adesso più che proseguire ho voglia di leggerli tutti, i cartelli. Torno indietro e leggo quello che sta leggendo lei. Le successive aggiunte e ammodernamenti della Villa di secolo in secolo. Leggiamo sia l’italiano che l’inglese: le lingue sono tutto esercizio d’altronde. 

Ridacchi, ti è piaciuta.

L’umorismo take-away entra nelle gambe di Bice e lei cammina verso la scala in legno, lo fa senza darmi la mano, senza la consapevolezza prensile di tendere il braccio all’indietro con il palmo disteso e afferrarmi. Accelera, allunga il passo, sembra debba prendere un autobus che vede arrivare all’inizio della strada, ma alla scala di legno si ferma e si gira, il gioco di Orfeo ed Euridice capovolto nei ruoli. Arrivo lentamente, le cingo il fianco, un bacio sulla nuca, sfondo di un collo che è teso, carico, appesantito dal cranio pieno, dalla macchia grigio-gialla del lago artificiale, dalla diga al lato sinistro, che il lago non lo fa respirare, castrandolo e togliendogli spazio, mozzandogli il fiato e gravandogli addosso. 

Tra un po’ fa notte, saliamo. 

Constatare aiuta a essere presenti. Forse per questo entrambi ci fermiamo a guardare il pavimento mosaicato della sala termale, un fondo ceruleo su cui invecchiano losanghe che un tempo dovevano essere rosse. Ma ai suoi polpacci non interessa molto, ché li vedo contrarsi sugli scalini e la sua sagoma appiccicarsi al buio della stanza. È scuro, ma s’intravede un muretto che corre su tutta una parete, come una panchina, e dei legni messi in un angolo, il cartello informativo divelto che penzola dalla parete frontale all’ingresso. Un paio di finestre accecate da imposte non più vecchie di trent’anni ci succhiano via la voglia di stare lì, di perdurare in quell’angolo a 10 km dall’autostrada e 67 da casa, ma se mi avvicino per aprirle riesco a guadagnare niente più di una feritoia in mezzo alle due lastre, entra un mozzicone di luce ma è poco, forse non abbastanza per far rimanere Bice che però si siede sul muretto. Sta lì e cerca di leggere il cartello che penzola. Lo legge vacua come tutti gli altri, regina di assenza. Le ginocchia che si toccano e le mani giunte sopra. Mi siedo accanto a lei e anch’io cerco di leggere il cartello. Ma non si legge nulla, né l’italiano né l’inglese, troppo scuro, troppo cercare lì in mezzo degli aghi o delle siringhe, troppo non poterli trovare e quindi figurarseli nell’angolo sinistro, oppure in quello destro, o sotto quel mucchio di legni. Ma non ci sono, li avranno tolti il giorno stesso, la Polizia avrà ripulito tutto. 

Mi stringi il ginocchio con le dita, come spremendo un limone: va bene così per oggi, magari un’altra volta ci torniamo e stiamo di più, di mattina anche, cerchiamo di aprire le imposte e stiamo qualche minuto in più e a tua madre diciamo che è un posto bellissimo, un incanto che chissà come non abbiamo mai visto prima e Sandro deve esserci stato davvero bene, in sintonia completa col resto delle cose, che un figlio con questa sensibilità è stato un dono. Sì, faremo così, le diremo questo, lo concordiamo con quattro parole in croce mentre ci infiliamo nell’autostrada e i Ray-Ban te li metti più per impedire a Sandro di mangiarti le iridi che per il pallidume ormai innocuo del sole.

Mentre rifacevamo lo zig-zag verso la macchina e tutto taceva fu evidente che quel randagio aveva un ruolo: cane-guida di chi torna a scottarsi su una brace in perenne accensione, ci ha messo una paura matta di continuare e arrivare dove dovevamo, Bice soprattutto, da tre settimane a digitare il nome della villa su internet e a guardarne le foto per introiettarla, farsi progettatrice, architetto e archeologa della villa, conoscerla a menadito e arrivarci col deja-vu per attutire Sandro e il suo venire meno, il pavimento losangato della sala termale contro i capelli legati con lo chignon e le t-shirt a tinta unita, il corpo rannicchiatosi in posizione fetale sul pavimento del piano rialzato contro il cartello penzoloni che forse avrebbe dovuto dire qualcosa su di lui invece che sulla villa, lo scooter parcheggiato proprio a ridosso del cancello contro il lago che da dietro l’edificio inghiotte le macerie e le impacchetta per Bice, che ha preso tutto e l’ha poggiato sui sedili posteriori della macchina, tra il telone giallo dove avremmo dovuto stenderci e lo zaino in cui ho messo l’acqua e una felpa se avesse fatto freddo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PEDINAMENTO.

 

Quel tipo mi seguiva. Almeno da due giorni, ma poteva essere molto più tempo. Il fatto è che aveva sempre una macchina diversa. Però dentro c’era lui. Più che seguire, direi che mi aspettava. Forse una specie di detective privato, però chi mai pagherebbe cifre astronomiche per far seguire me? Che non faccio nulla dalla mattina alla sera, se non qualche partita a biliardo o cose così? Almeno nulla di rivoluzionario. Non sono uno che potrebbe piazzare una bomba in una stazione. Nemmeno uno che potrebbe avere un’amante, perché non ho neanche un primo amore. No. Non era un investigatore privato, a meno che non venisse pagato dai miei genitori, per capire in che tipo di vita mi fossi calato. Ma i miei, soldi da buttare, per un figlio che ormai la sua scia l’aveva sniffata, non ne avevano. La storia della droga, tanti anni prima, era stata una lama ben affilata. Aveva separato i nostri destini e via. Chiusa lì.

Quindi chi diavolo era questo tipo che mi seguiva? Da dove veniva? E cosa voleva? 

Si piazzava con la macchina di fronte casa mia. Poi mi seguiva, che io andassi a piedi o in moto. Si fermava fuori dal bar dove finivo sempre a giocare. Aspettava ore, anche cinque o sei. Poi mi seguiva a casa e aspettava ancora. Aveva macchine diverse. E io non riuscivo a capire cosa diavolo ci fosse di così interessante nella mia vita merdosa e fallita di giornalista mediocre che per vivere scriveva articoli sulle sagre che, ogni maledetta settimana, venivano organizzate in città. E io che volevo finire in qualche paese corrotto per girare inchieste da urlo. Di quelle che cambiano la visione che le persone hanno del potere o dell’economia. Ma i sogni sono nuvole. Li possiamo vedere sempre distanti.

In realtà non mi ero accorto che questo tipo stava sempre davanti al bar. Me l’aveva fatto notare uno schizzo. Credo Tortellino, che tra una bestemmia e l’altra, aveva riso di questo bruciato che stava sempre appostato lì e che, sicuramente, voleva qualcosa da uno di noi. Io, che di solito me ne stavo zitto, avevo riflettuto sulla cosa. E, di botto, tante immagini, frammenti di ricordi, separati e cestinati in posti diversi della mia memoria, si erano uniti formando un enorme pellicola. C’era sempre una macchina che trovavo quando uscivo e quando tornavo. In poche parole, mi accorsi che quello stronzo mi seguiva e la cosa mi fece anche incazzare. Non stavo mica diventando un toccato? Tutte quelle rais mi stavano facendo male? Se per capire che uno mi voleva morto, avevo dovuto dare retta a Tortellino, le cose si mettevano male. Ero da sempre autosufficiente. In quel bar conoscevo tutti, ma non avevo veri amici. Non perché loro non fossero degni del giornalista peggiore del mondo, altroché. Quella era gente in gamba, che lottava per vivere in un mondo completamente andato a puttane. Meritavano tutto il mio rispetto. Solo che io non volevo stringere amicizie o cose smielate come questa. Si sa che portano problemi. Dispiaceri. Tradimenti. Dolore. Io non rompevo a loro e loro a me. Ci facevamo un paio di partite, qualche birra, due o tre rais, e poi ognuno per cazzi propri. E i miei cazzi mi portavano a casa mia. Dove quello stronzo nella macchina mi continuava a seguire ogni giorno. In una gara alla noia, pericolosa.

Da due giorni, da quando Tortellino mi aveva fatto notare la cosa, camminavo più piano. Volevo che girasse per bene nella trappola che mi aveva tirato. Andavo lento, organizzavo camminate vuote, mi sedevo su delle panchine. In silenzio. A guardare il cielo con fare poetico. E quello si fermava, sempre un po’ indietro, ma, ormai, sapevo tutto. Notavo tutto.

Era uno schizzo mezzo pazzo. Bruciato. Cristo, scrivevo tremila battute al giorno per insulsi articoli cazzoemorroidari. Io, quando il giornale usciva, non rileggevo nemmeno il mio pezzo. Sapevo che mi sarei annoiato. Ma allora cosa può esserci di più noioso che seguire lo scrittore di quegli articoli da palle a terra? Non ne avevo idea. Avessi avuto almeno dei segreti assurdi. Come un cadavere nel garage. Ma sono vuoto da far paura. Dentro, fuori, sotto, sopra, dove volete. Sono leggero tanto non ho nulla. Eppure mi seguono. 

Voi non vi segue nessuno? Anche se vi credete le persone più interessanti di questo mondo? Sappiate che non è così. Perché per essere finiti a seguire me, voi, non avete proprio un cazzo di interessante. 

Merda se faceva freddo quel pomeriggio. Affanculo, che alla fine il freddo si cura. Il caldo devi sopportarlo senza vie d’uscita, la pelle non puoi mica sfilartela. Invece puoi indossare un numero infinito di maglioni, quanti ne vuoi, e il freddo sparisce. Sono cose che esistono da sempre. Le guerre le vincevano anche per il freddo. Uno stratega bravo considera tutto. Infatti io, quel pomeriggio, avevo addosso qualcosa come tre felpe, una giacca invernale, due mutande, calzamaglia, pantaloncino corto, lungo, doppie calze di lana e scarpe da trekking. Questo perché avevo deciso di andare in un parco e rimanerci. Così da far uscire quello stronzo dalle sue macchine colorate e vederlo in faccia. 

Seconda strategia vincente: le sigarette e le rais le avevo chiuse già a casa. Così da non dover rollare con le mani ghiacciate e poter usare comodamente i guanti. Ci sapevo fare su certe cose.

La panchina era fredda. Saliva un brivido sulla schiena per i primi cinque minuti, poi il culo scalda e il corpo si adatta. Che razza di fine avevo fatto? Chiudermi in un parco per la fissa di essere seguito. Stava andando tutto a rotoli. Non che sia mai andato tutto in discesa. Ma almeno prima queste cazzate le lasciavo a quelli bruciati sul serio. Poi, non so come, non ricordo il momento preciso, quello bruciato ero diventato io.

Allora mi misi a pensare a quella partita di biliardo eroica. Un anno prima. Cristo se ero stato fenomenale, eppure a biliardo non sono mai stato bravo. Cioè non ho mai preso lezioni o robe del genere. Posizionavo la stecca, chiudevo un occhio per fare scena e colpivo, come andava andava. Poi quella partita e tutti mi hanno iniziato a guardare con occhi diversi. Ma che cazzo mi era successo quel giorno? Avevo le traiettorie disegnate nella testa. Non guardavo neanche, colpivo. Stop. Buca.

Eccolo lo stronzo, con un cappello e senza guanti. Non era preparato alla lunga attesa. Sì bello, è una cazzo di trincea questa. Non siamo in Russia, ma fa freddo anche qui. Io vengo da un popolo rurale, di pazienza ne ho da buttare. Tu? Invece? Chi diamine sei?

Si era seduto qualche panchina alla mia destra. Io presi il pacchetto in cui avevo infilato tutto il rollato del giorno. Tirai fuori una rais

Se mi vedesse mia madre come sono ridotto, pensavo. Avere figli vuol dire questo, no? Rimanerci male tre volte su cinque? La cazzo di vita è così. Mica è colpa mia o di mia madre. Per un attimo la immaginai sotto quel giaccone giallo e il cappello strano, qualche panchina a destra. Merda se sarebbe stato un incontro triste. Dopo anni, su quelle panchine luride, in un parco tossico. Non so cosa le avrei detto a mia madre. O a mio padre. Credo nulla. Perché mi avevano cacciato, ma non era cambiato molto. Alla fine l’avrebbero rifatto senza porsi più tanti problemi. 

Ma quello non era mia madre. Era solo un tipo davvero paziente.

Ma che cazzo vuole? Non hai di meglio da fare che passare il tuo sabato su questa panchina a guardare me che mi sballo? Mi chiedevo.

Sembrava un quadro, quella scena, di quelli nebbiosi, con due figure lontane. Solitudine allo stato grezzo. Da lavorare ancora. Da rendere sopportabile.

Allora mi alzai e andai affianco a lui. Non dissi nulla, solo mi lasciai cadere nella panchina accanto. Era una donna. Non mia madre. Ma comunque una donna. Ero sicuro fosse uomo, invece. Lei vide che ero rimasto sorpreso e sorrise. Mi fece segno con la mano di passarle la rais. Fumammo in silenzio. E mi sembrava naturale come situazione. Quando fai il primo colloquio di lavoro ti senti una nullità, non sai come si svolgerà, puoi solo lavorare d’immaginazione. Al settimo colloquio, ti senti un veterano. Su quella panchina, con lei, mi sentivo al settimo colloquio. Mi sentivo un veterano dell’amore. Come se, di donne, ne avessi avute a dozzine. Come se avessi scritto un manuale, sicuro al cento per cento, su come conquistare matematicamente una con gli occhi, i movimenti e le labbra. 

Ci fissavamo. Come stessimo assaporando la nostra voglia. Immaginando l’altro, anche se eravamo di fronte. Aveva un piccolo, davvero minuscolo neo sopra il labbro destro e mi ricordava qualcosa. Era bella, tutta coperta. Con la pelle rossa per il freddo. E anche io mi sentivo attraente in quel preciso istante. Ringraziavo di essere così bello al nostro primo appuntamento, se così si poteva definire. L’avrei accolta ovunque. In qualsiasi situazione. Una straniera del genere.

Mi penetrò con gli occhi e capii che era una strega. Mi lesse. Vide la terra dei draghi in cui immaginavo di portarla. Anche se forse non esisteva. E nemmeno i draghi. Io non ero Jon Snow e lei non era la regina Daenerys. No. Non eravamo personaggi di una serie tv. E lei lo sapeva. Capiva tutto. Era muta, ma leggeva. 

Mi porse la mano, io la presi. Iniziò il viaggio.

Fu una botta tremenda, un martello bello pesante che ti sfiora il cranio. Un dolore impotente. Non al massimo della sua forza. Rancoroso. 

Eravamo in una città. Con il McDonalds, la mia non l’aveva. Lei non era con me, ma sentivo il suo sguardo dal cielo, mi trovavo in un gioco da tavolo. C’era gente, ma senza volto. O meglio, sfocato, come se la connessione non riuscisse ad essere più chiara. C’era una parete bianca e c’era una mia foto. Bella. Però triste. Da quell’immagine traspariva solo negatività e la gente stava male. Io la strappai via con forza e urlai. Muto. Solo nella mia testa, con rabbia. E c’era un vecchio che mi guardava. Forse erano i miei due nonni fusi in un essere solo, ma non capivo bene. Aveva un viso strano. Dietro c’era una linea retta. Non era l’orizzonte. Non era nulla. Sembrava disegnata nel cielo. Era la mia vita. Senza picchi. Emozioni. Il vecchio mi abbracciò e io iniziai a piangere. Le cose non le controllavo davvero. Era come con il vomito, senti che arriverà e non puoi fermarlo. Fa tutto da solo. Così il mio corpo, si muoveva senza un criterio mentale. Poi la linea cadeva nel vuoto, infinito. Era tipo lo spazio, ma senza stelle. Senza luce. Ero ancora io. Il vecchio mi teneva stretto e cercava di donarmi il suo vestito bianco. Ma lentamente moriva, prima era in piedi, poi dimagriva, poi sempre più scheletrico, mi fissava. E ormai la città veniva divorata dal buco nero. Senza possibilità di salvezza. Io rimanevo fermo e non mi succedeva nulla. Perché il centro di tutto. Il Big Bang. Il feto. Lo sperma. Ero io. Ero il Dio ed ero il Diavolo. Ero l’eroe e il cattivo. Ero Sauron e Frodo.

E, alla fine, ero anche la panchina. Gelata. Ero il culo che riscaldava e il buco nero.

Ero il parco e le rais chiuse. Guardavo tutto, ma in silenzio. Ero gli alberi, ero la terra e il cielo. Ero una sagra e le lettere dei miei beceri articoli.

Ero morto, ma ero ovunque.

Ero quella donna ed ero io stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POVERO DIAVOLO.

 

Freddo, un settembre che gela ogni cosa. Mi stringo nel cappotto percorrendo vicoli innevati, gli stessi che percorro tutte le sere. Lascio sul bianco una scia di orme di animale.

La città è succube di un inverno anomalo, arrivato con drammatico anticipo. Dannato cambiamento climatico. Abbracciarsi non basta, coprirsi non basta, il fuoco non basta. Neanche sbronzarsi basta, ma le abitudini non vanno interrotte, non fa bene al fisico. Bisogna resistere.

La mia ombra ha preferito restare a casa, voleva leggere uno dei vangeli apocrifi, fumando con il narghilè che le ho regalato per la centesima persona che ha terrorizzato; l’ho barattato con la bicicletta, lei detestava seguirmi di corsa, e io non sono bravo a mantenere l’equilibrio sulle cose.

Ricomincia a nevicare appena svolto all’albero del Giuda impiccato per pentimento. Ho già raccolto le trenta monete d’argento, quindi tiro dritto e amen. Passo di fronte al tempio dei sommi sacerdoti salutando Caifa, senza rallentare il passo, ci conosciamo da sempre ma non mi è mai piaciuto. L’ipocrisia è il fulcro del nostro rapporto. Dell’Iscariota mi dice sempre che ha fatto una fine indecorosa a causa della sua confusione mentale, anche se io conosco la verità; d’altronde ora penzola e nient’altro.

Finalmente vedo l’unica taverna che frequento: la Stella Cometa. Il locale non è visto di buon occhio nella zona. Sull’insegna di questo ritrovo per alcolisti è scritto <<lasciate che i bambini vengano a me.>>. È un quartiere senza ironia. Qui le lapidazioni sono molto frequenti.

Davanti all’ingresso, incurante del gelo, la Madonna scherza e ride con i re magi che continuano a farle doni, e più in là, sotto un salice sofferente, Giuseppe frigna come un neonato e dimagrisce; ormai sta scomparendo e nessuno ha rispetto per lui.

Entro battendo i piedi per scaldarli, crollo il cappotto rattoppato e lo appendo a uno dei tanti chiodi sparsi sulle pareti della taverna. Noto subito Mosè in fondo al bancone, solo, fuma hashish e beve birra nera. Faccio finta di nulla. Dovrei andare via, evitarlo, ma non so dove altro posso sbattermi, sono stanco e assetato.

Saluto con lievi cenni del capo il tavolo dei demoni e mi raggomitolo sullo sgabello più vecchio del mondo. Scricchiola, come sempre, e sorrido sentendomi a casa. Gesù fa lo stesso quando mi vede, sono l’unico a sedere lì. Forse non l’ha buttato per non farmi dispiacere, ma potrebbe essere una mia illusione. Anche lui lo adora e apprezza che qualcuno condivida il suo stesso gusto. In ogni caso, la sua tacita approvazione mi infonde benessere. È un bravo taverniere.

Sono arrivato più tardi del solito. La taverna è già satura di fumo e sono quasi tutti ubriachi. È un covo di rottami deformi e molesti. Io non mi distinguo tra loro. Non c’è neanche una donna e non si sente neppure una risata, sembra un circolo per uomini delusi. Certi si lamentano di ogni cosa che esiste, altri danno loro ragione, molti nuotano nel silenzio delle proprie menti e qualcuno si gioca a carte quel poco che ha.

Lentamente riprendo calore frizionandomi le cosce, ma non faccio in tempo a ordinare da bere che Mosè mi scorge tra la gente e mi viene incontro.

<<Maledizione! Tu devi ridarmi dei soldi da un’infinità di tempo, i miei soldi, hai capito?>>, dice barcollando di fronte alla mia faccia, con alito ammazzatopi. Provo a tenerlo a distanza con una mano sul petto. Non mi va che mi cada addosso.

<<Sei un gran figlio di puttana, di una puttana merdosa per di più. Restituiscimi tutto e subito, maledetto stronzo, bugiardo, truffatore e bastardo per di più>>, diventando sempre più rosso in viso, avanza rabbiosamente per farmi scendere dal mio sgabello prediletto.

<<Non ho niente in tasca, non posso ridarti i tuoi soldi fino a quando non mi pagano in miniera>>, gli rispondo sentendo lo sgabello cadere dietro di me. E mi ritrovo in piedi.

<<Però sei venuto a bere, quindi stai mentendo, maledizione. E mi prendi per fesso per di più>>, e rompe sul bancone la bottiglia che stringeva in mano, mettendomi l’altra al collo.

<<Bevo a credito, controllami le tasche... e calmati>>, dico reagendo di ginocchio.

Mosè si piega in due sputando l’aria, afferrandosi i testicoli come se debba ripararli. Io mi sento addosso uno sguardo grave, mi volto e riconosco il disappunto di Gesù. Ma basta un’occhiata per comunicargli che non mi aveva lasciato altra scelta. Lui con un gesto richiama un apostolo e gli ordina di sbattere fuori il profeta.

<<Non puoi cacciare me>>, grida Mosè aggrappandosi con forza alla maniglia della porta d’ingresso, <<dirò a tuo padre quello che mi hai fatto, maledizione>>, e sembra aver gettato l’ancora, quel vecchio si è reso inamovibile. Matteo non riesce a smuoverlo da lì, non sa cosa fare.

Nel locale nessuno si scompone, gli avventori pensano soltanto ai fatti loro, mentre Mosè continua a strillare: <<Cacciare me che ho ragione, è assurdo, lui non ti perdonerà. Gli dirò come gestisci questo posto, da schifo e schierandoti dalla parte dei farabutti per di più>>.

Gesù è placido, impassibile, lo guarda fisso negli occhi asciugando un boccale con una pezza, poi lo ripone sullo scaffale alle sue spalle e, sporgendosi da dietro il bancone, gli dice con fermezza: <<Tu non conosci mio padre, lui non è un dittatore, né un sadico, un maschilista, o un proibizionista. Non è il vendicatore che hai raccontato a tutti e non perde il suo tempo ascoltando le stupidaggini di ogni lagnoso che lo invoca>>.

A quelle parole Mosè molla la presa e si lascia spedire fuori, mestamente. La porta si richiude e io me ne rallegro, ma soltanto perché così posso ordinare qualcosa da bere. Ora mi è indispensabile.

<<Cosa desideri?>>, mi domanda il figlio di Dio, come se tutto fosse già dimenticato.

<<Dammi uno dei tuoi miracoli>>, gli rispondo rimettendo a posto lo sgabello.

<<Quale preferisci?>>

<<Decidi tu, mi fido>>, e torno a sedere.

<<D’accordo>>, risponde flemmatico, iniziando subito a prepararlo, citando sottovoce la Bibbia, <<beati voi quando vi insulteranno...>>

<<Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli>>, proseguo io. E ci guardiamo sogghignando.

<<Ecco a te Passeggiata Sulle Acque, e gioisci, sei stato insultato>>, dice tentando di rimanere serio.

<<Alleluia>>, rispondo senza un filo d’enfasi, dopo aver fatto un sorso alla sua magnanimità. È tanto paziente con me, mi fa credito da tre mesi ormai.

<<Goditi questo bicchiere, è l’ultimo che bevi qui.>>

<<Perché l’ultimo, domani ti trasferisci a Betlemme?>>

<<Non scherzare, la prossima volta che ci vedremo dovrai saldare il tuo debito.>>

<<Non so quando potrò farlo.>>

<<Quando ti pagano?>>, mi domanda, ma conosce già la risposta.

<<Il lavoro in miniera è fermo, c’è stata un’altra frana, lo sai. Stanno spendendo il capitale per ripristinare le gallerie, non hanno denaro per i minatori.>>

<<Quindi come intendi pagarmi?>>, insiste, ignorando la mia speranza di compassione.

<<Non lo so, con questo tempo non c’è lavoro neanche nei campi, e le previsioni dicono che durerà fino a marzo. È un brutto periodo, fatico anche a mangiare.>>

<<Credevi che ti avrei fatto bere gratis per sempre?>>, sibila, diventando cupo.

Fa un gesto a qualcuno dietro di me, mentre a grosse sorsate tento di finire il drink, prima che accada il peggio.

<<E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il corpo.>>

Di nuovo la Bibbia, stavolta però la citazione mi riempie di paura.

Matteo mi afferra alle spalle con decisione, per le braccia, e nell’indifferenza generale mi trascina fuori, sotto la neve, con Gesù subito dietro.

<<Non ho neanche finito di bere, e il mio cappotto è rimasto dentro>>, gli dico, ma perdo la voce quando vedo l’accetta che il mio creditore più comprensivo stringe in pugno.

So cosa mi aspetta, prima ho dato una ginocchiata e chi è in debito non ha diritto al perdono. Gesù mi paralizza con lo sguardo e con un solo colpo mi amputa la gamba dal ginocchio in giù. Cado a terra come un pezzo di legno. Non riesco a gridare per il dolore, ho le corde vocali bloccate. È una sensazione tremenda non potersi sfogare, un’esperienza che mi sarei risparmiato.

Matteo rientra, torna con due stampelle, il mio cappotto, e me li getta accanto. Poi raccoglie l’arto reciso e lo inserisce in una sacca di tela.

<<Hai qualcosa da dire adesso?>>, mi chiede Gesù con durezza.

<<Avrai dei rimorsi per questo, tre mesi di bevute non valgono una gamba>>, riesco a dire.

<<Non ho avuto sensi di colpa per tutti i bambini uccisi da Erode, perché mai dovrei averne per uno come te?>>

<<Perché questo è un tuo atto, e tuo padre non approverà di certo.>>

<<Tutti i figli sono una delusione per i propri genitori, nemmeno io sono immune da questa regola della natura umana. Comunque quando pagherai ti sanerò. Ora vattene, spaventi i clienti>>, e ritorna in taverna, per niente infreddolito.

Strofino della neve sulla ferita, con le lacrime agli occhi. Ma non sanguina. Sembra essersi già cicatrizzata, o qualcosa di simile. Mi rialzo aiutandomi con le stampelle, indosso il cappotto e faccio strada verso casa. Non mi resta altro da fare.

Arrivo a destinazione, stremato in ogni parte del corpo. Il percorso con le stampelle sulla neve è stato estenuante, sono caduto molte volte, non sono bravo a mantenere l’equilibrio sulle cose. Salgo le scale del palazzo in cui abito come una mantide storpia, rischiando di precipitare all’indietro ogni quattro o cinque gradini, fino al monolocale al terzo piano. Un’impresa da esodo.

La mia ombra spalanca la porta, ha sentito il tonfo del mio crollo. E la puzza di zolfo. Anche lei adesso ha una gamba sola. Mi raccoglie da terra come un ortaggio e saltellando mi accompagna a letto, dice soltanto: <<Che peccato, gli unici pantaloni decenti che avevamo>>.

Mi dispiace averle fatto perdere una gamba a causa del mio vizio, così le permetto di tenere accesa la luce finché ne ha voglia, per leggere o fare qualsiasi altra cosa.

Tolgo il cappotto, sfilo la scarpa e mi distendo. Le fiamme della stufa divorano la legna. Stanotte non assidereremo. Ma non so come faremo da qui in avanti.

L’acqua del narghilè ribolle, l’aroma di tabacco alla mela si diffonde per la stanza. <<La più grande forma di persuasione risiede nell’immedesimazione>>, dice tra un’aspirata e l’altra. Sapevo che mi avrebbe rifilato una delle sue massime, era solo questione di tempo. <<Avresti potuto evitare che ci mutilassero, ma tu le persone proprio non le capisci>>, conclude, sbuffando scoraggiata.

Mi volto dall’altra parte e la ignoro, come ogni volta che vuole darmi lezioni di vita. Sono soltanto un povero diavolo, non posso farci niente. E mi addormento in un attimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ERRORE DELL’EROE.

 

Le chiavi con le nappe non le danno più eppure le nappe che pendono dai capezzoli di Gloria non le dimentico. Quella volta lì le aveva staccate di netto dal portachiavi per poi incollarsele alle mammelle col tubetto di UHU che ho sempre con me in valigia. Agente provocatore dei diseredati.

Dev’essere necessariamente per questo motivo che le nappe non me le danno più: sanno di aver a che fare con un frequentatore di vandali, un fruitore di prostitute d’albergo dotate di poco senno e ugual voglia di divertire il cliente. Ammetto che non era stata una gran trovata – non una delle sue migliori – nemmeno dal punto di vista della libidine.

Inserisco la tessera magnetica nella fessura e penso. Le luci si accendono, riflesso della modernità. Penso al magnetismo della fessura di Gloria. Mi faccio una pisciata nel bagno sigillato e disinfettato. Penso che non sono più ben inserito in quel mondo da anni, molti anni; asciugo il cazzo poi chiamo la reception: chiedo una copertina per la notte. Pensano di portarmene una di lana islandese, roba da soldi, ma non è quel che cerco, è troppo immacolata. Non c’è più il servizio clienti di una volta, questi ragazzini non ci sanno fare: a me il portiere piace con quattro o cinque dita di barba, la camicia fuori dai jeans, un’agenda privata con molti numeri di telefono scritti in piccolo e contornati da iniziali esotiche; e poi, e soprattutto, tanti anni d’esperienza con il turno di notte.

Tra tutti i tipi di pavimento la moquette è il peggiore, lo noto subito entrando: è indubbiamente una collezione di pezzi d’unghia d’alluce, di peli arricciati caduti lì dopo l’attività fisica solitaria o gregaria di chi mi precede, di funghi e licheni, d’organismi e d’orgasmi. Ci aggiungo il mio: una liberazione improvvisa partita dal perineo, uno scatto di forza istantaneo reso necessario dal lungo e monotono viaggio in treno per arrivare qui. Quella macchia non andrà più via, un po’ come le altre che le stanno intorno, un po’ come le molte che m’intaccano l’anima.

Mi tolgo le braghe tenendo su le scarpe, non sia mai che poi funghi e licheni si facciano strada partendo dal calcagno e attraverso il polpaccio e il bicipite femorale raggiungano infine l’interno del buco del culo causandomi prurito e fastidio permanente. Mi stendo sul letto. 

Impugno il telecomando e ne osservo le incrostazioni di polvere e cispe oculari altrui fra i tasti. Accendo, pigio un paio di pulsanti giusto il tempo di visualizzare le notizie e poter scagliare quel coso lontano da me. Assaporo i terremoti del giorno. Assaporo quel che sto per fare.

Tiro fuori il quadernetto con il pentagramma. Lo apro ed è bianco come la coperta di lana, non fosse per le cinque righe prestampate su tutte le pagine. Svito il tappo della stilografica. Sono pronto. 

Il segreto è nel gesto, la simmetria, l’ordine; veloce piazzo pause e disegno note, melodie lente, minimaliste; ampi gli accordi a ricoprire lo spettro di più tonalità, pochi e improvvisi ruggiti esplosivi.

È la mia ultima sonata per pianoforte. 

Copro il lenzuolo d’inchiostro e sudore, il battito aumenta durante la composizione, le gocce cadono salate sul candore che dovrebbe ospitarmi stanotte. Aggiungo saliva, saliva di sputi: quel che scrivo non basta e lo so, getto i fogli all’aria chiusa di questa stanza, che fermino pure la loro caduta per terra, che vengano pure stuprati dalla muffa generata dai mille corpi passati per di qui. Io non li raccoglierò. Non raccoglierò quest’eredità dell’artista che ero.

Inserisco il nastro nel walkman. Getto le scarpe per terra: è rispetto per me e non certo per questa stanza; mi metto in piedi sul letto. Estraggo la bacchetta dalla valigia giusto prima che partano le prime note, è la mia prima sinfonia: chiudo gli occhi e la dirigo, gesti spaziosi nell’introduzione del primo movimento, poi piccoli e veloci nell’allegro. Compostezza nel secondo e nel terzo movimento, poco polso, tanta concentrazione; nel quarto provo la tenuta delle molle del lettone fuori misura. Sudo.

Levo la camicia e la getto lì dove già sono i pantaloni, levo il calzino bucato e anche quello buono, le mutande: il mio corpo è lucido nello sforzo e nella passione. È la mia gioventù che risuona, l’opera che fece di me quel che sono, quel che fui. 

Chiudo per bene porte e finestre di modo che, quando sarò morto da mezz’ora, le mosche non possano entrare e cacarmi uova dentro alle rughe del volto e agli interstizi privati.

Riaccendo il walkman. Primo movimento, faticoso. Secondo e terzo, un recupero attivo. Quarto movimento. Il fitbit che porto al polso, mio unico indumento, registra pulsazioni prossime alle centocinquanta. 

La suono un’altra volta. E poi un’altra ancora. È sera. La musica continuerà. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUL CIGLIO.

 

Le ombre dei due arbusti di eucalipto e sicomoro cadevano oblique sul prato verde del patio allungandosi puntute sull’erba corta chiazzata qua e là di giallo, il sole delle tre batteva incontrastato da sud-est incorniciato da un cielo terso e nitido, non c’era alito di vento, rapsodico il volo delle rondini. Nell’immobilità torrida di un pomeriggio d’estate Tino si sporse con la parte superiore del busto dal finestrone ogivale che collegava il salone da pranzo alla veranda, dando accesso al cortile interno, e da lì la guardò in tralice con un’espressione corrugata. Tornò un attimo dentro casa, tolse le scarpe in tela marrone e le lasciò bene appaiate sul pavimento losangato a lato dello zerbino verde smeraldo, appese il blazer di piqué grigio nell’angolo, si guardò rapidamente allo specchio e si diresse verso il portico con aria immalinconita. Camminando a piedi nudi sul palissandro asciutto provò una piacevole sensazione di freschezza e con alcune lettere in mano si spinse sino al parapetto dell’insenatura quadrata che, come un avamposto fortificato, si prolungava per alcuni metri nel manto erboso, sorretta ai lati da tre colonne doriche di marmo e basalto ricoperte di fitta edera. Indossava una camicia di lino chiara sbottonata sino al petto, le maniche arrotolate, un pantalone di tweed color kaki, un orologio dal quadrante tondo e dorato col cinturino in pelle nera. Spostò gli occhiali maculati sulla fronte, due piccole goccioline formatesi nell’insenatura della tempia sinistra, e cominciò ad aprire le buste con un tagliacarte in argento a forma di daga e a sfilarne il contenuto, pagamenti arretrati, ingiunzioni, debiti, inviti, partecipazioni. Volse lentamente lo sguardo e la vide sdraiata sul lettino di teak

Con la testa e il busto lievemente inclinati verso di lui, la mano destra aperta adagiata sul fianco, l’addome rientrante e gli occhi nascosti dietro le lenti scure e spesse aveva prima sbuffato sardonica e poi con sussiego e malizia gli aveva domandato buone nuove, varie ed eventuali, notizie fresche dal viaggio in città, profitti e perdite. Edith prendeva il sole nella porzione di giardino che correva parallela al prolungamento della veranda, con addosso un costume intero di raso cremisi ben attillato, che formava una prominente V sotto il seno, il cui vertice basso sfiorava l’ombelico, e lasciava scoperta per tre quarti la superficie della schiena, chiudendosi orizzontalmente dopo la trentaduesima vertebra. Un cappello di paglia fine a tesa larga circondato da un fiocco a righe blue navy le copriva la testa, guancia lucide, labbra scarlatte e inaridite, mentre un pareo di tarlatana opalina le avvolgeva le braccia, scivolando tra le spalle e lo schienale dello sdraio. Reggeva nella mano destra, ora chiuso con il pollice nel mezzo, ”il diavolo in corpo”, di cui aveva interrotto repentinamente la lettura quando aveva udito alle sue spalle lo scalpiccio inevitabile prodotto dal marito una volta rincasato. Dal polso sinistro le pendeva un sottile braccialetto satinato in madreperla, le gambe snelle si allungavano sino all’estremità del lettino abbronzate e leggermente umide, striate dal sole e dalla canicola. Tino rispose laconicamente, accennò mezze verità, ritrasse lo sguardo e lo indirizzò verso la piscina rettangolare incastonata in fondo al patio, la cui acqua limpida pareva evaporare tra i moscerini irrequieti, increspò le labbra e deglutì a fatica, si grattò con due dita i capelli biondo paglierino e, dopo aver lasciato cadere i fogli sul lastricato, scese gli scalini che lo dividevano dal giardino e camminò a passo cadenzato sino al prugno che si ergeva dirimpetto, fissando ora mesto il terreno, una tortora spiccò il volo dalla grondaia in rame. 

Edith scrutò i suoi movimenti e lo scortò attentamente con gli occhi sino all’ombra circolare tratteggiata dall’enorme fusto, poi distese nuovamente la schiena, non le interessavano le sue farneticazioni. Si allisciò una ciocca di capelli e alzò il libro sostenendolo con il braccio steso, disegnando un parallelepipedo nell’aria smorta. 

Ero ebbro di passione. Marthe era mia; non l’avevo detto io, era stata lei. Potevo toccare il suo volto, baciare i suoi occhi, le sue braccia, vestirla, maltrattarla a mio piacimento. Nel mio delirio, la mordevo dove la pelle era nuda, perché sua madre sospettasse che avesse un’amante. 

Arrivato a ridosso della pianta, Tino batté più volte la mano destra sul tronco nodoso mentre farfugliava a mezza bocca parole incomprensibili, un leggero quanto fugace soffio di vento gli rinfrescò le membra accalorate, si slacciò un ulteriore bottone. Dopo qualche minuto di contemplazione estatica si girò e iniziò ad incamminarsi verso la moglie, facendo scricchiolare il rado fogliame rossiccio, con un sorrisino beffardo che gli imprimeva una mezzaluna sul viso rubizzo. Edith, immersa pienamente nella lettura, si accorse del suo lesto appropinquarsi solo quando lo ebbe a pochi metri, si raddrizzò allora rapidamente sul lettino, gettò il libro e il cappello sull’erba alla sua destra, scostò gli occhiali e assunse un atteggiamento ambiguo, a metà tra la curiosità e lo spavento, che dissimulò subito con un’espressione forzatamente civettuola. 

Tino le si gettò sopra ansimante con violenza e decisione ma in maniera scomposta, tentando di farla sua in un abbraccio panico ed arruffato, le gote gli s’infiammarono sino al rosso porpora sull’onda di quell’assalto frontale mal posto e mal pensato. Le afferrò le ginocchia, stringendole e portandole al petto e con il collo allungato in avanti, le vene gonfie e i muscoli ingrossati, si protrasse su di lei, tempestandole di baci furiosi la pancia e il seno e le scapole, arrampicandosi sul lettino sino ad occuparlo quasi con tutto il corpo, sino a schiacciare il corpo di lei. Edith si lasciò inizialmente avvolgere senza opporre resistenza. Sollevò dapprima le braccia, gli permise di distendersi su di lei e accarezzò con le dita affusolate di entrambe le mani il torace teso, poi si divincolò dalla presa, seppur con un po’ di fatica, spostando il busto lateralmente e scivolando a sinistra fuori dalle tenaglie della morsa ferina e improvvisa. Una volta in piedi, con il fiato leggermente corto si risistemò il costume e i capelli nero corvino, fissando con cipiglio e accennato disprezzo il marito, spiaggiato sullo sdraio davanti a lei, sussultante e percorso da improvvisi gemiti, il volto terreo e madido affondato nel pareo trasparente. Edith ruppe il silenzio e disse serafica: <<Non ora. Vado a preparare due martini dry.>>. 

Dandogli le spalle, si diresse ancheggiante verso il boudoir. Tino si girò stremato, gli occhi aperti sul cielo grondante di calore. Dopo aver recuperato con ampie e profonde boccate la parvenza d’una regolarità respiratoria, si frugò nella tasca destra dei pantaloni ed estrasse una sigaretta, la accese con un fiammifero e, scrollando le spalle, si allungò meglio sullo schienale del lettino. Aspettava il suo ritorno e intanto sudava copiosamente, fumava, pensava, si mangiucchiava nervosamente le unghie, si era un poco quietato. Eppure, Edith tardava inspiegabilmente a riapparire con le coppette in dote, l’attesa solitaria si protraeva e quello che era un passeggero sentore di stranezza si trasformò presto in cruccio e poi in attacco d’ira. 

Tino, nuovamente fremebondo, scese dal lettino e s’incamminò a grandi falcate verso il salottino interno, i pugni chiusi, il volto febbricitante e la fronte contrita. La pianta sudata dei piedi si appiccicava al pavimento e lasciava impronte traslucide, le scarpe erano state spostate. 

Superato il salone da pranzo, oltrepassò rapidamente il tinello ed entrò nella stanzetta attigua, cercandola, desiderandola. Quando si affacciò in cucina non la vide, nel silenzio inerte e tedioso dell’abitato sembrava essere scomparsa, dall’angolo dietro il mobile d’ebano si allungò però un’ombra rotonda e massiccia, una sagoma scura, infine un volto sogghignante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA DONNA DEI SOGNI.

 

Ancora alle sei di pomeriggio la sabbia è talmente calda che si fatica a pensare che nasconda dei corpi morti. Matteo è sempre qui accanto a me, con la sua camicia bianca aperta e svolazzante sul petto, i bermuda ricavati da vecchi jeans, due dita da predicatore sulle labbra e quell’insopportabile aria meditabonda. Vive una sua gara, tutta personale. Crede davvero d’essere la persona sentimentalmente più infelice dell’isola, mentre io sono sicuro che la minuscola Chiara, nonostante quelle sue spalle strettissime e la testa troppo grande, e ora anche la faccenda del cane, riuscirà a non uccidersi. Matteo invece crede che lo farà. Ma se non lo fa, noi un’infelicità sentimentale come quella di Chiara ce la possiamo solo sognare.

<<Perché cavolo ti sei fatto tagliare i capelli così corti.>>, gli domando, ho sempre questo vizio di partire da un dettaglio fisico, quando non mi va più di avere vicina una persona.

<<Non ti piacciono?>> Matteo si passa la mano sulla testa ispida e nera, <<adesso che fa così caldo è comodo.>>.

<<Adesso che fa così caldo è comodo>> ripeto facendogli il verso in falsetto, <<sembri uno operato al cervello. Con scarsi risultati.>>.

<<Pensi che il fatto che abbiamo seppellito anche il cane possa creare problemi?>>.

<<Questa sabbia è buona, è buona e brava, proprio come le mignottelle che ti passi. Perciò, accetterà anche il cane.>>.

<<Dovevamo dividere il cane dagli altri. Non accomunarlo agli uomini, porta male.>>.

La superstizione di Matteo ha un qualche fondamento: sulla nostra isola nessuno ha mai sopportato gli animali, voglio dire quelli domestici, meno che mai il cane di Chiara. Lei l’ha trovato morto accanto al suo letto; gli sarà preso un colpo nella notte, certo nessuno può averlo toccato perché Chiara, conoscendo l’ostilità degli isolani, lo teneva sempre chiuso nella propria camera da letto. Dopo vari ripensamenti durati non più di mezza giornata, alle cinque e mezza del pomeriggio l’abbiamo seppellito insieme a tutti gli altri. La prima volta che vedo un muso anziché un viso andare sottoterra.

<<La prossima volta questo lavoro lo fai tu.>>, dice Matteo risalendo le dune fin sulla strada. È stato lui a fare la fossa e ricoprirla, senza che io dicessi niente, ora è pentito?

<<Non ci sarà una prossima volta, o vuoi dire che Chiara si farà paracadutare un altro cane?>>.

<<Non so quello che voglio dire, ma sappi che questa volta me la paghi, se mi succede qualcosa.>>.

 

Quella stessa sera, vedo Chiara nel cimitero, che sta costruendo qualcosa con la sabbia, qualcosa che persino per la mia psiche depressa ha l’aria sinistra. Una specie di alta e storta colonna con vari rigonfiamenti a diverse altezze, perciò bevo un sorso dalla lattina di Coca-Cola (ne bevo troppa, ne bevo troppa dice il mio Super-Io, devo smettere) e scendo giù a incontrarla, tanto più che per Chiara io ho sempre avuto un debole. Ma un debole represso: è così brutta.

<<Che fai?>>.

<<Erigo un memoriale.>>.

<<Un che?>>.

<<Un memoriale, un monumento funebre.>>.

<<Bello, ma a che serve? Yalta ormai è morto.>>.

<<Appunto, se non fosse morto certo non lo farei.>>.

Non c’è proprio niente da fare, Chiara sarà la donna sentimentalmente più infelice dell’isola (se non si ammazza), ma io il più stupido (finché vivo).

<<Un sorso di Coca?>>.

<<Tienimela per quando ho finito il lavoro, grazie.>>. (Vedi, lei non sbaglia una mossa, mi soffia all’orecchio il Super-Io: è la donna dei sogni, sarà brutta ma anche tu ti sei mai guardato allo specchio?)

Resto lì a guardare Chiara, ormai quasi completamente nascosta dal buio, si dà da fare come un’ossessa con rapidi e incomprensibili ritocchi attorno alla sua colonna. Quello che proprio non capisco sono i rigonfiamenti.

<<A che servono queste specie di... sacche?>>.

<<A che servono? A incamerare i suoi pensieri.>>.

<<Oh Chiara, sei cambiata...>> vorrei dirle, e sto quasi per dirglielo ma mi mordo la lingua.

<<Incamerare i suoi pensieri, intercettarli, come un’antenna.>>, aggiunge Chiara distanziandosi un po’ dalla sua opera per guardarla nell’insieme, <<in questa cazzo di isola quando li metteranno i ripetitori per i cellulari? Possibile che dobbiamo restare tagliati fuori dal resto del mondo?>>.

<<Non hai nemmeno la televisione a casa, non vorresti un cellulare, Chiara.>>.

Mentre lei è china a raccogliere altra sabbia, da solo mi faccio il gesto del dito sulla tempia, e forse ha ragione Matteo, prima o poi se la toglierà la vita.

<<Ti metto la Coca qui, va bene? Io me ne torno su, ci sto tutto il giorno in questo posto e di sera sento proprio il bisogno di...>>.

<<Di che?>>.

<<Di viaggiare.>>. Viaggiare? Ma che sto dicendo?

<<Vai pure.>>, risponde Chiara, con un tono che potrebbe anche essere quello di un va’ all’Inferno, <<viaggia allora.>>.

E va bene, maledetta stronza.

<<Ti lascio due gocce di Coca.>>, le dico, e comunque quest’affare, il memoriale, domani all’alba Matteo e io te l’avremo buttato giù.

 

Mi sveglio presto, alle cinque e c’è il vento che fa sbattere la tenda della mia camera da letto. Davanti allo specchio, dopo essermi rasato, mi sembra di vedere un ragazzino, mi domando come faccia la gente a prendermi sul serio, mi giro a pisciare impeccabilmente tutto sulla tavola del cesso, la pulisco con un metro di carta igienica. Ai funerali ci sono le madri che arrivano con tutti gli altri parenti vestiti a lutto, quelli più giovani non portano mai la cravatta e si mettono a parlare con me, mi fanno domande sul camposanto nella spiaggia. Questi nuovi hippy che vengono a morire qui, ci vengono da ogni angolo del mondo. Torno a guardarmi allo specchio e mi prende un colpo: quando mai potrò dirmi adulto con questa faccia dalla crescita sospesa, non lo so. Sembro un fantasma.

 

Cristo, Matteo s’è addormentato un’altra volta in piazza, sotto la tettoia del bar. È la quarta volta dall’inizio del mese. Allineate attorno ai piedi scalzi (i sandali glieli fregano sempre) ha un paio di lattine di birra e una dozzina di bicchieri vuoti con sgargianti tracce di cocktail sul fondo. I cocktail glieli regalano, quando Matteo comincia con i pettegolezzi e gli insulti lo fanno bere sempre di più, cocktail sempre più forti, a nessuno importa niente se le cose che racconta siano vere o false, Matteo racconta da far morire dal ridere e tanto basta. A mezzanotte qui la noia morde come Klaus Kinski in Nosferatu.

Comunque lo tiro un po’ su per i capelli.

<<Matteo, c’è una cosa che dobbiamo fare.>>.

Mi guarda con occhi acquosi.

<<So un paio di cose su quella grandissima puttana di mia... pardon, tua madre.>>, blatera lui.

<<Sai che novità. Dài, c’è un lavoro che dobbiamo sbrigare, giù al camposanto.>>.

<<Giù al camposanto dici? Un lavoro? Sai che novità.>>. Però si alza in piedi come avesse sentito la parola magica. <<Cristo,>> si lamenta, <<mi sento come se mi avessero evirato, e poi detto che ho un cancro incurabile, e poi detto che invece no, sto bene, ma comunque ormai mi hanno evirato.>>.

<<C’è Chiara che ieri sera, mentre tu eri qui a fare il tuo show, ha eretto un memoriale sulla spiaggia del cimitero.>>.

<<Un che?>>.

<<Un memoriale, un monumento funebre per Yalta, il suo cane.>>.

<<Dio mio, lo sai che sei pallido?>>.

<<Bisogna buttarglielo giù.>>.

<<E certo che bisogna buttarglielo giù. Però perché bisogna buttarglielo giù?>> e cade sulle ginocchia, strillando dal dolore. <<Oh mio Dio, oh mio Dio, non ce la faccio a stare in piedi!>>.

<<Vado io da solo.>>.

Matteo striscia un po’ sulle ginocchia in un goffo tentativo di seguirmi, poi mi tira per la maglietta.

<<Porta anche me.>>, dice.

<<Alzati in piedi, puttana Eva!>>.

Scuote la testa, non ce la fa. Me ne vado giù al camposanto, e dietro di me sento un tonfo sordo, di chi cade con la tempia sullo scalino (in travertino) antistante la soglia del bar.

 

Chiara è di nuovo lì, in maglione nero e mutande del costume. Apparentemente sta cesellando il viso di Yalta.

<<Buongiorno!>> mi dice tutta di buon umore, quando ancora sto scendendo giù dalla strada verso di lei.

<<Sei proprio brava lo sai?>>.

<<Claro che sono brava. Ieri notte ho pianto tutte le mie lacrime. Non so se ce la farò a sopravvivere al dolore.>>, dice seria.

<<Sì sei proprio brava.>>, dico guardando il viso del cane di sabbia, <<e quando avrai finito con questa cosa, anche il dolore sparirà.>>.

<<Come hai detto? Hai detto questa cosa?>>.

<<Non so come chiamarla.>>.

<<Non chiamarla. O almeno non chiamarla questa cosa.>>, mi guarda con occhi in fiamme.

<<Come vuoi tu! Ma... Chiara, mi sembri cambiata.>>.

<<Sono un’artista. Sono disperata e passo da un umore all’altro al modo degli artisti.>>.

Mi faccio indietro di qualche passo per lasciarla passare: si mette di profilo al memoriale per scolpire le orecchie di Yalta, il suo cane che se n’è andato. Quando le orecchie sono finite si scosta con le mani insabbiate a mezz’aria, mi guarda, annuisco ripetutamente, <<sei un genio, Chiara.>>.

 <<Solo c’è una piccola imperfezione.>>, risponde lei.

<<Davvero?>>.

<<Sì, è che io vorrei avesse un’aria vendicativa. Come se fosse un ammonimento, perché la gente sappia che odioso e stupido delitto è maltrattare e uccidere un animale. E invece, guardalo, l’ho fatto così mansueto... sembra dire: oh sì, dovevo morire, me lo meritavo, non mi avete fatto niente di male. Anzi, qui da morti, si sta meglio, almeno non c’è Chiara a rompere.>>.

<<Ma di che delitto parli? Yalta è morto nel sonno, lo tenevi chiuso in stanza, l’hai detto tu. Nessuno può essere entrato per ucciderlo.>>.

<<Ha un’aria troppo mite, ecco... ora sono un po’ delusa di questa cosa.>>.

<<L’hai chiamata questa cosa!>>.

<<Sì!>>.

<<A me sembra minaccioso, o comunque sinistro.>>.

Chiara fa un gesto infastidito con la mano.

<<Cazzate. E comunque non voglio sapere quello che pensi, non influenzare l’artista.>>.

Tiro un gran sospiro, ora viene la parte peggiore, mi dispiace davvero.

<<Chiara, non puoi tenere quest’affare qui. Già a molti non è andato giù che abbiamo seppellito un animale vicino ai loro padri, o madri, o fratelli, o sorelle, o nipoti per parte di madre, o di padre.>>, non ho il dono della sintesi.

Lo sguardo che mi rivolge Chiara non è di odio. È di scandalo.

<<Cosa? Ripeti?>>.

Le guardo le mani sporche di sabbia, improvvisamente mi sento davvero, nel profondo, un verme. Perciò penso che non ci sia altra strada che affrettarsi a buttare giù quel coso, o memoriale, come lo chiama. Sferro un calcio, poi un pugno, e al secondo calcio tutta quella ridicola colonna crolla, e come ultima traccia sul mucchio di sabbia rimane solo un triangolino, con un frammento di viso del cane.

Chiara assiste alla demolizione senza muovere un dito, gelata sul posto. A operazione finita, gira attorno a quel soffice mucchio di macerie come fosse un fotografo cui è caduto un soggetto interessante tra i piedi.

<<Ecco, ecco a cosa servi tu, finalmente ho capito.>>, dice nervosamente, prima di andarsene, e comunque senza guardarmi in faccia.

 

Mi viene l’idea di andare a trovare Chiara, che non si fa più vedere in giro da quell’episodio dell’abbattimento del memoriale. La sua casa è una delle più in altura dell’isola, arrivarci è una vera sudata a fine luglio. Comunque mi metto in testa un cappello di paglia ridicolo e ci arrivo.

Busso alla finestra della cucina. Nessuna risposta.

<<Chiara! Chiara, devo parlarti, devo spiegarti...>>.

La porta della cucina si apre, entro, Chiara è seduta al tavolo con una tazza di caffè in mano.

<<Ne vuoi?>> sussurra. Ho sentito benissimo, ma quest’atmosfera tragica non mi va, perciò faccio una smorfia indicandomi l’orecchio.

<<Sì, ne vuoi.>>, dice lei. Si alza e riempie una tazza di caffè per me. Me la porge.

<<Ce l’hai con me?>> domando, stringendo imbarazzato la tazza dipinta da Chiara stessa. Ho paura che si spezzi e mi tagli, una volta m’è accaduto.

<<Sto bene senza il mio cane.>>, risponde.

<<Non è questo, è che tu intendevi farne... come hai detto? Un memoriale, un ammonimento per la gente.>>.

<<Di che gente parli?>> Chiara si torce le mani. È smagrita, la testa sembra un peso intollerabile per il collo sottile.

<<E di che gente vuoi che parli? Gli isolani.>>.

<<Non sono mai andata d’accordo con gli isolani.>>.

Mi siedo con lei e bevo un po’ di caffè.

<<Sai, l’altra sera Matteo ha fatto uno dei suoi cinema.>>, le racconto come se l’aneddoto non mi sfiorasse, <<E ci ha messo dentro anche la storia del tuo cane. Si era verso la fine, se ne stavano andando un po’ tutti, ha fatto il nome di chi l’avrebbe ammazzato. Non so se ti è giunta voce.>>.

<<Mi è giunta voce che ha detto che sei stato tu.>>.

Finisco il caffè e Chiara me ne versa ancora un po’ finché la caffettiera non è vuota.

<<Tu gli credi?>>.

Chiara non risponde.

<<Matteo lo fanno ubriacare, poi lo prendono a calci in testa... Qualche giorno fa abbiamo litigato, quindi s’è inventato questa balla su di me. E poi, tu eri chiusa dentro casa con lui, con Yalta voglio dire, nessuno può averlo ammazzato.>>.

<<Vedi.>>, dice Chiara, <<ho capito perché sei venuto da me. Vuoi che io vada giù in piazza, a smentire pubblicamente quello che Matteo ha detto l’altra sera contro di te. Ma non lo farò. Non è in mio potere. Mi piace che questa cosa se ne vada in giro come il vento, di casa in casa.>>.

<<E perché ci dovrei rimettere io?>>.

Chiara fa una risatina.

<<Non è colpa mia.>>, dice.

<<Quando il tuo cane è morto, infiniti mugugni per la sua sepoltura insieme ai cristiani, poi altre infinite lamentele per quell’oscenità, quel memoriale che stavi facendo nel bel mezzo del camposanto, e poi quando lo butto giù tutti a dirmi ma perché, in fondo, potevi lasciargliela quella consolazione, ma tu sei una donna così scema da avere bisogno di consolazione? E adesso anche questa storia di Matteo, tutti a dargli retta, io trasformato nell’assassino di Yalta. Non ci sto capendo più niente, ora trattano me come un cane!>>.

<<Non è colpa mia, dovevo pur fare qualcosa.>>.

<<Ma di che stai parlando.>>.

<<Non solo non hai mai letto un libro in vita tua, assassino, ma non hai mai letto un libro giallo di serie zeta. Yalta era solo, chiuso a chiave nella stanza con me. Era sanissimo. Chi può averlo ucciso secondo te?>>.

<<Sei stata tu?>>.

Chiara sorride, <<sono stata io.>>.

<<Perché?>>.

<<È stato, scusa mi scappa da ridere, è stato un delitto passionale. Morto Yalta, ti ho definitivamente impietosito, becchino mio. Povera Chiara, ora è rimasta veramente sola. Ti sei avvicinato a me solo dopo che l’ho ammazzato. Matteo ha fatto di testa sua incolpandoti, io non c’entro niente. E la pagliacciata del memoriale, come l’hai amato quell’affare, come hai assaporato il momento in cui ti sei sentito in dovere di distruggerlo davanti ai miei occhi, per accontentare chissà chi, poi. Che splendido gesto d’amore, metterti tra me e un cumulo di sabbia; in quell’istante ti dico che ho veramente sentito il mio cuore battere, tu invece chissà cosa pensavi, che fossi mortificata, annientata. Assassino di sabbia, ecco cosa sei. E alla fine sei fluttuato quassù da me, la brutta testona, o come dicevi a Matteo, la donna sentimentalmente più infelice dell’isola.>>.

Mi alzo in piedi, e subito comincia a girarmi la testa. Sento d’aver perso la bussola: mi rimetto il ridicolo cappello di paglia. Sono solo e sempre l’uomo più stupido dell’isola.

<<Vattene pure, so perfettamente che tornerai, ti verrà voglia di consolarmi>> dice Chiara ridendo, <<Yalta è morto, l’ho fatto fuori, e tu, tu ti sei degnato di salire fin quassù con questo caldo per parlarmi. Ah! Posso morire contenta!>>.

Quella stessa notte una donna che aveva come unico compagno un animale, una donna da tutti candidata a essere la più sentimentalmente infelice dell’isola, è morta. La seppelliamo vicino al suo cane, suppongo. Matteo e io stiamo sempre a litigare e non siamo più sicuri di dove ficchiamo la gente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA TORRE.

 

Sono i profondi mormorii, le ombre che mi assistono, i passi marziali e fieri del formicaleone a turbarmi la luce interiore: ora sigillato nella torre faccio provvista del Divino; gli uomini, creature di lunga e antica mano, hanno mosso il destino contro di me piombandomi tra le cateratte e insenature di questa torre. Beata codardia dell’uomo meschino, basso e infecondo lordatore del mondo. Ebbi una sola colpa: fare della vita una curva di piacere, una ridda di profanazioni. Al di sopra del sentimento, l’uomo non è altro che questa tensione verso la natura profanatrice che lo raschia, lo taglia, lo sfigura come uno scoglio smangiato del Capo di Gata. Lasciatemi dire, prima della contemplazione dei cieli dall’occhiello della torre, prima della rinuncia, prima che la semenza di Dio divenne musica e iniziassi a umettare la mucosa al rancido tufo della mia stanza, fui sangue acceso. La luna è tutto, i cieli suppurati di viola mi fanno compagnia, come fossi in groppa a un cavallo immaginario, lei non tramonta mai, ancestrale perversità alchemica dorata, simile ai capricciosi merletti della corazza dei miei avi castigliani, predati dal superno deliquio per avere accoppato un Moro dal petto villoso e dal cazzo eretto, avi imperiosi nel conficcare la spada nei lacciuoli degli intestini, nei grovigli viscidi del pancreas. Una volta si ammazzava come si guardava al meridiano: beatificati dalla luminosità. Nobili viscere intrugliate di sangue e sperma, ne sento il mirabile lezzo dalle pietre e dagli ansiti di questa stanza dall’umidità edificante; sappiate, voi angelici spiriti della miseria, che il tempio della carne è fuggente. Non siamo che abitatori di sudori agonizzanti, nientemeno che prigionieri sublimati. Che cosa dovremmo farci con questo nostro verme anatomico di peli e carne, questo nugolo di strutture anatomiche a caso, siamo generati e intricati solo per accompagnarci alla putrefazione e alla nostra primigenia matrice, la croce del dolore. La mia sacra parabola agli occhi degli altri ha le sembianze di una coda di drago, brulicante simbolo che vidi in un palazzo di Saragozza tra gli strepiti delle danze delle donne dalla pelle d’ocra e dai seni scoperti nella veste logora. Rivivo quei momenti in un eterno presente: fanciulle ingenue, sacrari della verginità, danzatrici delle tenebre, sommerse nella fede della Madonna dei sette dolori, piangono, che un soffio di un coltello di Toledo vi recida il sorriso e che il sangue sgorghi in ruscelli di chimere: fatevi guida delle vostre ferite, ergete colonne alla vostra danza irreparabile. Testimoniate la nostra agonia. Le cose su questo mondo sono strane, e la sola mente sfolgora come un diadema, lei non vuole serrarsi nell’inazione, canticchia, ciarla, e sui libri miniati (ah! come me li tocco, come mi rallegra vederli sovrastare l’umile tavolo), la sento librarsi e spandersi doloroso guaito di un cane (avrete capito: avete a che fare con un mitomane che geme nella notte oscura) e in quanto ciò che più mi appartiene la sento invadermi, voluttuosa, come la nebbia del mio villaggio avito, sui Pirenei. La vedevo ardita, salire dalla folta brughiera, penetrava silente, laboriosa si mescolava nei vicoli, discendeva tra i bastioni del castello come un’ineffabile incenso mistico: iniziava la veglia dell’anima. Proveniva da una volontà antica, da una tenebra profonda e abbagliante: gli occhi nel palazzo si risvegliavano famelici, mia madre si affacciava dalla finestra guelfa e blandamente sospirava con una grazia angelica imbevuta di desolazione, come se il viso si fosse da un momento all’altro infangato in un acquitrino; si lasciava obbedire dal fato. Era una delle sere in cui doveva realizzarsi il singolare, eppure straordinario, disegno di Dio. Era in queste notti del passaggio delle nebbie che mio padre, Alfonso de Carrubia, uomo di scudo blasonato, ravvolto quasi sempre nel suo mantello rosso, come ebbro dalla vertigine della luce lunare che rompeva il velo di caligine della notte, conduceva mia madre nella “cupola santa”, più che una stanza, una tomba simile ai caratteri saracenici sodomiti che notai nelle cenciose città delle Puglie trogloditiche. Era una grotta colma di retabli, raffiguranti volpe e tassi intagliati, arte di amore e religione, arte violenta, piena dei contrasti di piombo e carminio e masse di colore freddi dalla tonalità malata. Si trattava perlopiù di sequenze di caccia circonfuse a un certo gusto di squilibrio per le luci zolfate e luci oscuranti di passione, vicine alla cappa del fumo delle candele della chiesa di Torralba. Mio padre era dilaniato da queste accensioni di tinte annerite, dagli immani incubi di animali scarnificati dalla sua falconeria. Dava a questa pittura da illuminati dilettanti un’inaudita saldezza, vedeva nella bufera di quelle armonie precipitate nel sangue la bellezza delle impunità, la reincarnazione dei propri recessi, incarnati in quell’impasto di pitture a olio. L’arte ha sempre a che fare con la calamità e i tremori, e mia madre, colomba sciolta nella feccia di mio padre, era a conoscenza del torbido terrore panteistico di quella cupola. A quei tempi i corridoi della fortezza erano sgombri dalla fiumana di servi dalle vesti sbrandellate che impestavano il cuore del castello, si venne a conoscenza che tutti erano piegati alla divina volontà dei vini misturati delle Asturie, e io, non so per quale affezione o inclinazione particolare, preso da un desiderio devozionale, come fossi schiavo e pregno degli odori incantevoli e soprannaturali del giglio di Siviglia, mi mettevo a spiare da un buco di crepa del tufo, la “cupola santa”; senza limiti, senza riserve, occhieggiavo le mortificazioni di ogni genere di mia madre: le osservavo la gemma folgorosa della sua fica vigorosa contornata dal nero, la casta santità dei fianchi, i seni dai capezzoli rubizzi ancora freschi, ancora succosi di perle, le labbra graziose e nobili delle donne galiziane.

La memoria, accecante sentinella dell’oblio!

La vista è coraggiosa, non trova nessun ostacolo, qualunque prova comporti lei andrà oltre, la vista è la chiave. Scorgo nella luce di chiostro la mano di mio padre indugiare nel segreto di mia madre, come fosse un mero gioco, inizia a titillarle con la lingua il fiore del deserto del pube. Ero in una sorta di anticamera della rivelazione, avevo il più grande interesse nel restare in quello spiare. Vedo mio padre che si muove in una luce incerta, derotizzata, brandire eccitato la sua baionetta venosa, l’estensione del suo gusto; da qui, con estrema finezza gabbia da dietro la mia colomba. É una scena di profonda discrezione: l’intensità degli sguardi, gli occhi mescalinici, quasi ribaltati, uno dei due corpi cede all’altro: niente è più comodo di un’alcova per pregare Dio. Scosto lo sguardo dalla crepa, e all’altezza del ventre noto un bozzolo, mentre dalla cupola sento acuti che si alzano come i corni dei pecorai dalle rupi, e mio padre, barbarico, smostrato peggio di un mammalucco siriaco urla: <<À LA MANIERE GOETIQUE!>>.

Resta il fluire di un sogno, una maiolica sbeccata colma di sangue, una bifora aperta nel vuoto delle foreste vergini, la piana immensa calcinata dal sole, il seme virile di mio padre che fermenta sul culo di mia madre.

La torre fora e lacera la memoria, mi costringe a pensare per immagini. E al solito la vita è terribilmente monotona, in questi momenti accetto la musica come un valore supremo, affiorano reminiscenze della calda e lasciva Napoli, delle chiese di gesso e marmi d’altare, la Napoli delle forme ibride e amorfe, dei cieli armonizzati di smalto, la città rapsodica delle molteplicità, fu lì, nel crepuscolo della sera, stonato dalla gravità dei vini flegrei, in una delle sette letterarie del sodale re Martino, che assistetti ad un nuovo modo d’amare: il fuoco sacro della viola accompagnava le voci di un angelo senza ali, le voci erano strette quasi in un amplesso materiale, e non per un divino gioco della fantasia; è diritto della poesia astrarsi dal reale. <<Amor que t’o fat hio.>>, lingua della Sibilla, oh! estasi inobliabile, la musica ha la sua volontà nella perfezione, è un battistero gotico, matematico, costruttore, architettonico. La musica dello Strambotto è un edificio severo, freme la vita, e il liuto è lo smeraldo della sera napoletana, evoca la sfrenata gioia di essere al mondo, lei è la sola salvezza dell’anima di questo vivere che è un correre alla morte. Verità e spirito. Chi può dire che non abbia visto l’emersione di Venere come il fuoco di un candelotto sull’altare di Partenope? E il ruzzare dei piccirilli, leoni della ribellione, madonna santa, la loro pelle colore di acropoli, e le loro natiche che puzzano di malaria. Alzarsi all’alba, uscire da quei vestiboli cadenti, dopo i fuochi febbrili dei loro culi smerigliati dal mio prodigo uccellaccio, ascoltare le scalze ossesse dalle mammelle flosce: Napoli, una colata di preghiere!

La dolce umidità mi fa piangere.

S’è levato un grido dalla torre, dovrò tacere, le stelle cadono a miriadi, si sfrollano lungo i crinali della vallata, recano un lugubre messaggio. Il messaggio è: la torre è la morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VECCHIO PAZZO.

 

Avevo compiuto cinquantacinque anni, ma mi sentivo molto bene. Come se ne avessi avuti quaranta. O meno. Non mi facevano nemmeno male i calli. Continuavo ad andare avanti, con molta energia, come sempre. Senza pensare a quello che facevo. Un po’ frenetico e ansioso.

Lei era una mulatta di forse venticinque anni. O ventisette. Bella, con un corpo che era uno spettacolo e la faccia da brava persona. Faceva la dattilografa. Esisteva ancora, quel mestiere. Scriveva e scriveva continuamente, in un ufficio. C’ero andato due volte a richiedere certi documenti. Lei non riceveva il pubblico ma era quella che compilava quelle carte, ed erano in ritardo. Ci andai tre volte. Quattro. Non sono pronti, abbiamo un po’ di arretrati compagno, torni tra tre o quattro giorni. Allora mi avvicino alla mulatta e le chiedo di fare qualcosa per me. Lei mi guarda dolcemente, prende un foglio e una biro e dice:

- Lo tiro fuori io il suo documento. Mi dia i suoi dati. –

Scrive il mio nome. Mi guarda ancora più dolcemente.

- Venga domani e venga da me. –

- Come ti chiami? –

- Betty. –

Il giorno dopo ci andai a un’ora non sospetta. Era quasi mezzogiorno. Quando mi vide si alzò dalla sedia, col suo dolce sorriso, e mi dette le carte. Erano già firmate e legalizzate.

- Controlli bene. Ci fosse qualche errore... –

Le metto in mano una banconota da venti. Sottovoce e senza convinzione mi dice:

- No, no. Grazie, no. –

Le prendo la mano e ci metto la banconota. Abbassa lo sguardo, pudica, e con un gesto abile mette via il denaro.

- Ti posso offrire qualcosa? –

E lei, sorpresa: - Offrire cosa? –

- Una birra, non so. Quello che vuoi. –

- Ma io non bevo. –

- Va bene, una bottiglietta d’acqua allora, ah ah. –

- No, no. –

- Magari ci divertiamo. Chiacchieriamo un po’. A che ora stacchi? –

- Alle cinque. –

- Ti vengo a prendere alle cinque. –

- No, qui no! –

- E dove allora? –

Resistette ancora un po’. Finì per accettare. Rimanemmo che ci saremmo visti in un bar lì vicino. Prese un gelato. La birra non la voleva. Diceva che le faceva girare la testa. Mi disse qualcosa della sua vita. Quello che le conveniva. Non mi disse che aveva un figlio di cinque anni, un marito geloso e violento, sul punto di andare in carcere a scontare una sentenza di sei anni, e che la sua vita in quel momento era un disastro. No. Niente problemi. Per quelli c’era tempo. In quel primo incontro Betty fu un’oasi di pace. Dolce, remissiva, femminile, educata. L’ideale perfetto di donna. A me quel lato spirituale non interessava tanto. Notai che fisicamente era davvero perfetta, dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Beh, questo mi era stato chiaro sin dalla prima volta che l’avevo vista. Ora era evidente che con il suo incanto voleva ipnotizzare il maschio, come quei serpenti che ipnotizzano il coniglio e lo immobilizzano per mangiarselo comodamente.

Così la invitai a un incontro più intimo. Per mezz’ora fece quella che si fa pregare. Ma faceva parte del gioco. Era molto erotico e mi metteva in tensione. Finì che accettò. Andammo in una casa dove affittavano le stanze a ore. Quando la vidi nuda per poco non mi venne un infarto. E lei lo sapeva. Aveva visto i miei occhi che brillavano e s’era fatta fiera, orgogliosa. Cominciammo con reciproci giochi di mano e di bocca. Quando infine la penetrai si dette subito a molteplici orgasmi. Molti. Credo che fosse un solo orgasmo senza fine. Io mi trattenevo. Bisognava prolungare quell’impresa. Tra l’affanno e i sospiri cominciò a sussurrare.

- Ah, vecchio pazzo, vecchio pazzo! Ah, vecchio pazzo, Dio mio, cos’è questa? Vecchio pazzooooo! –

Me la presi.

- Smettila di dirmi vecchio pazzo! –

- Ahi, papi, ma tu sei un vecchio pazzo, vecchio pazzo, sconvolto! –

Non so come ce la feci ma dissi a me stesso: - Manito, controllo, e vai avanti. –

Un’ora dopo avevamo finito, felicemente. Ci vestimmo, ci salutammo con tanto amore e mi chiese di passare da lei in ufficio il giorno dopo perché non vedermi l’avrebbe rattristata molto. Fui sul punto di dirle: - Mamita, basta scene. - Ma stetti zitto. Tornai a casa. Sotto shock. Vecchio io? Non può essere. Entrai e andai dritto nel bagno. Mi misi davanti allo specchio. E sì. Per la prima volta in vita mia vidi le rughe, le sopracciglia tutte bianche, la pelata su tutta la testa, la pelle macchiata dal troppo sole, le labbra sottili e non più carnose, gli occhi un po’ infossati. E non c’erano più i muscoli. Le spalle reggevano ancora, più o meno, ma niente muscoli. Quindi era vero. L’invecchiamento l’avevo davanti agli occhi.

Andai fino alla camera di mia madre. Aveva un cancro ai polmoni ed era ormai in fase terminale. Mi guardò e sorrise un poco. Debole, e triste. Scoppiai a piangere. Singhiozzando come un bambino. Tornai nel bagno per controllarmi. Mia nipote mi aiutava a prendermi cura di mia madre. O meglio, si prendeva lei cura di mia madre. Io facevo ben poco oltre a fare compagnia, essere presente e portarle qualcosa di buono da mangiare. Aveva voglia solo di gelati e succhi di frutta. Non c’era granché d’altro da fare. Aspettare la fine. E smettere di pensare, per smussare le cose e accettare che la vita è un fiume che scorre, torbido a volte, altre limpido e trasparente Tutto qui. Ora era tempo di turbolenze. Dopo essermi rinfrescato il viso mi sedetti davanti all’ingresso. Per qualche minuto. Tornai nel bagno a guardarmi. A lungo. Senza fretta. I denti sani, ancorché giallognoli, la pancetta, le cosce già abbastanza flaccide. Per fortuna i piedi si mantenevano ancora duri. Ah, e anche il sesso. Evidentemente c’era ancora un po’ di testosterone. Non tutto era perduto.

Ci furono altre volte, naturalmente. Tutte uguali. Vedevo Betty in ufficio, il suo, ci mettevamo d’accordo e c’incontravamo nel pomeriggio. Era divertente. Anche se lei era sempre ossessionata da quella frase e continuava a ripeterla fino all’esaurimento durante la sua estasi infinita.

- Ah, vecchio, vecchio pazzo! –

- Betty, basta, piantala! –

- Ah, ma sei un vecchio pazzoooo! –

Me la rivoltava come un coltello nel più profondo. Ma non potevo abbassarmi fino a dirle che mi offendevo. Dovevo mandar giù per non darle importanza. Mi prendeva in giro. Non dovevo lasciarmene ferire. La vecchiaia non è roba da vigliacchi, Manito, quindi sorridi e vai avanti. Credo che uscimmo assieme qualche volta in un paio di settimane. Una volta, dopo il sesso mi disse:

- Fare l’amore con te è ... oh, non so. Molto speciale. –

- Fare sesso. Non facciamo l’amore neanche per il cazzo. –

- Ehi, non essere volgare. –

Aprii il frigo che stava vicino al letto. Birra. Tirai fuori un paio di lattine e rimanemmo a letto a bere, nudi e tranquilli. Mi piace il silenzio ma Betty aveva bisogno di parlare continuamente:

- Questa birra mi farà girare la testa. Non c’è musica qui? Che silenzio! - 

- No. –

- Mi piace la musica, ballare ... -

- Ti piace il rumore, vuoi dire. –

Non rispose. Forse per via delle turbolenze della mia vita, in quel momento ero furioso e aggressivo e volevo approfittare di qualsiasi cosa per litigare. Allora disse:

- Mio marito mi sta rendendo la vita impossibile. Tra noi è finita ormai da mesi, ma diventa ogni giorno più geloso. –

- Sei sposata? Non avevi detto niente. –

- Sono sposata e ho un figlio. –

- Mh. –

- Ti dà fastidio papi? –

- No, non m’importa. –

- Gliel’ho detto che dobbiamo divorziare ma lui vuole rompere e tirarla per le lunghe. –

Istintivamente guardai la porta. Il linguaggio del corpo. Avrei voluto allontanarmi subito da quel letto. L’ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento era cercarmi altri guai.

- Lui ha avuto una condanna a sei anni. Gli resta poco tempo da libero. Ha fatto ricorso ma sa che è per una soddisfazione, per guadagnare tempo. –

- Che ha fatto? –

- Era l’amministratore di un ristorante. E ha avuto problemi con certi soldi che aveva preso. Non so. E non ci sta con la testa. È arrivato a minacciarmi con una pistola. –

- Eeh?! –

- Sì, ma è un poveretto. Una cosa è puntarti contro una pistola e gridare adesso ti ammazzo. Un’altra è tirare il grilletto. –

- Ti ha minacciato? –

- Quasi tutti i giorni. –

- Perché non vai dalla polizia? –

- Lui è un ex poliziotto. E dicono che è un affare privato e che loro non possono metterci il naso. –

- E perché ha quella pistola? –

- Forse l’ha avuta quando faceva il poliziotto. Non so. La teneva ben nascosta. L’ha tirata fuori adesso, da poco. –

- Ah. –

- Quando ci siamo fidanzati faceva il poliziotto. Io ero molto giovane. –

- Sarai stata una bambina. –

- Avevo quattordici anni. E non ero per niente una bambina. Ero una donna fatta. Siamo stati assieme dodici anni, quasi tredici. Molto tempo. Adesso andrà in carcere per colpa dell’ambizione. Non gli bastava mai niente. Gliel’ho detto tante volte. Ma si crede molto intelligente. Ed ecco. Si è fottuto. Si è fottuto da solo perché quando sarà dentro non si deve aspettare da me nemmeno un pacchetto di sigarette. Niente. Io quello che voglio è che questa storia finisca e che si allontani da me. –

Finii la birra. Mi alzai, mi vestii. Lei parlò ancora un po’, ma non stetti tanto a sentirla. Non m’interessava più. Disse qualcosa di sua sorella, che aveva il marito che faceva il camionista.

- Lui ha la famiglia all’Avana. E ha lei qui. Le ha fatto una casetta. Hanno due figli. E vivono bene. Lui viene quando può perché lei non gli chiede niente. È proprio quello che servirebbe a me, papi. Io non ti chiedo niente. –

Ci salutammo tranquillamente. Le dissi che sarei passato dall’ufficio l’indomani. Ma non la vidi mai più.

Mia madre morì la settimana successiva. Tornati dal cimitero salutai mio fratello. Era lui l’erede universale. Ed io ebbi solo qualche fotografia. Non m’interessava altro. Salutai quella città e non ci tornai mai più. Non ho più niente, in quella città. Tra le foto c’è un ingrandimento 18 per 25, colorato a mano. Lo tengo sulla scrivania. Io sto seduto, dovevo avere due o tre anni. E mio fratello, di un anno più piccolo, è sdraiato a faccia in giù vicino a me. Lui sorride alla macchina fotografica. Io no. Me ne sto serio e con lo sguardo fisso. Interrogativo. Non capisco bene cosa sta succedendo. Credo di non capire mai bene, subito. Sono lento. Mi è difficile arrivare al fondo delle cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MAVARÌA.

 

Un piccolo pettirosso di legno uscì di scatto dall’orologio a cucù, segnalando lo scoccare delle due pomeridiane. La vecchia, né rilassata né tantomeno tesa, si alzò prontamente dal divano e spense il televisore.

Aprì la cassapanca in legno di noce, infilandovi la mano e sfilando via dal mucchio di pezzuole un piccolo panno in stile jacquard, che appoggiò a terra.

Nel mentre il quattordicesimo rintocco pose fine alla litania arrugginita del pettirosso, che ligneo e colorato tornò dentro il proprio nido, disinnescando il meccanismo.

La vecchia chiuse la finestra, abbassò le persiane, e sull’incavo del balcone appoggiò un piccolo altarino raffigurante un’icona. Accese un paio di candele, e nel farlo si ricordò della madre, che più di settant’anni prima le insegnò questo sordo negoziato con le forze di un mondo al là di questo. 

All’epoca, Tortorici era un paese di praterie magre e desolate, povero in storie memorabili e sensazionali, ma pingue e opimo in miseria e disperazione.

I soffi del vento incrinavano l’erba secca, spargendo la brina di fiore in fiore. <<è il ghiaccio che impollina i prati.>>, diceva la madre: il risultato era un paesaggio di pietre bianche.

La vecchia, da ragazzina, quando le rughe non le avevano ancora ferito il corpo, aveva imparato la morte, era stata iniziata al freddo, e aveva visto i fossili degli antenati sbriciolarsi tra le mani della madre; la fertilità del granturco l’aveva invece appresa dalla matriarca, che la tramandava alle giovani del villaggio.

Quando a 16 anni lasciò poi il piccolo villaggio nativo per trasferirsi nella più grande cittadina di Bronte, portò con sé il segreto del dialogo.

<<fai attenzione, Carolina.>>, le aveva detto la madre, nell’ora del commiato.

La vecchia si inginocchiò sul tappetino jacquard, e iniziò quella che da fuori sarebbe potuta sembrare una semplice preghiera, appena sussurrata e quasi impercettibile.

Durante la cantilena, che spontaneamente sgorgava dalle sue labbra, ricordò di quando la sentì per la prima volta. L’evocazione proseguiva fluida, la vecchia non aveva bisogno di scomodare l’impegno, la ripetizione era mnemonica, e le parole si concatenavano l’un l’altra in modo automatico, come fossero raccordate ai margini, o combinate a incastro. Poté quindi abbandonarsi al ricordo di quegli inverni, con la certezza che gli spiriti si sarebbero comunque manifestati, in modo da poter ricambiare la devozione pagana che la vecchia ogni pomeriggio offriva loro. Ricordò di quanto fosse stato facile imparare il rito, la cui struttura formulare ne agevolava l’assimilazione, e di quanto invece fosse stato difficile renderlo efficace, operativo.

<<il passaggio dalla teoria alla prassi è come l’intermezzo tra due canti, che non desta l’interesse di nessuno, ma è ciò che permette al tutto di realizzarsi con armonia.>> le aveva spiegato la madre. La vecchia soffiò sulle mani giunte a mo’ di scodella, e tirò due dadi: 7. <<il sacrificio è la parte più importante, e per una neofita anche la più complicata.>> le aveva invece spiegato all’epoca la sorella maggiore, ormai scomparsa da un decennio.

La vecchia allora si alzò, aprì la gabbietta di ferro accanto al televisore, e scelse il più nervoso dei tre canarini, che casualmente era anche quello dal piumaggio d’un giallo più vivace.

Tornata davanti all’altarino, si inginocchiò nuovamente, posò l’uccellino al suolo, allentò il nodo e divincolò dal cappio l’ala sinistra. Staccò sette piume, e dalla base dell’altarino prese in mano una piccola cesoia da potatura. Tranciò di netto l’ala libera e lasciò il canarino a terra, quieto ed esanime. D’un tratto, le due candele, prima tremolanti, si spensero di colpo. Due sottili bave di fumo salirono verso il soffitto. <<bentornati.>>, disse la vecchia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTER NOS.

 

La luce si spegne e rimango immerso nel buio. Solo un debole fascio luminoso mi permette di vedere dove metto i piedi. Sfreccio per il corridoio praticamente alla cieca, ormai so la mappa a memoria. Giro l’angolo ed entro nella sala dei quadri elettrici. Vedo una freccia rossa, so cosa devo fare, apro lo sportello, collego i quattro cavi tranciati: blu, rosso, giallo e rosa. La luce ritorna e faccio solo in tempo a vedere Miriam, con la sua tuta integrale azzurra e una corona sopra il cappuccio, nascosta nell’angolo, con i piedi sulla botola. Mi afferra con due mani la testa e me la stacca di netto dal corpo. Rimane solo un osso, simile a quelli che nei cartoni animati vengono morsi dai cani, che sbuca in verticale dalla mia tuta arancione.

Cazzo, non pensavo fosse una degli impostori. Due minuti prima l’avevo vista fare una task vicino al generatore. Non era tra i miei sospettati. Al primo meeting era stata molto convincente, «Ero con Luca in amministrazione quando hanno trovato il corpo», aveva detto. Nessuna inflessione nella voce, nessun tentennamento. Nonostante fosse la prima volta che vedeva la nave. Avevo invece trovato sospetto che Laura e Matteo non fossero stati particolarmente precisi sulla loro posizione. «Non sappiamo come si chiama quella stanza, quella con la finestra sullo spazio», avevano bofonchiato i due sposini. E, mentre il tempo scorreva, dovevamo trovare un colpevole per l’omicidio di Dario. Il suo corpo chiedeva giustizia. Anna aveva proposto di lasciar perdere, di approfondire più avanti, di continuare il lavoro. Edo invece, rimanendo in silenzio, mi aveva fatto credere di essere il colpevole, ma se l’avessi accusato senza prove avrebbero creduto fossi io l’impostore. 

Il mio ectoplasma levita fuori dal cadavere. Mi guardo intorno e nessuno viene a segnalare la mia morte. Tutti indaffarati a completare i propri compiti. Un secondo sabotaggio, questa volta all’impianto dell’ossigeno. Vedo una tuta blu e una verde sfrecciare verso la sala dell’aria condizionata per riparare il danno. E poi finalmente Edo segnala il mio corpo agli altri. Nuovo meeting. Il terzo. L’ultimo.

Durante il secondo, appena ammutiti i microfoni, ci eravamo sovrapposti, ognuno di noi voleva evitare di sembrare sospetto. La tuta nera di Matteo, con una sciabola infilata nella schiena, era stata trovata proprio da Miriam davanti al sistema smaltimento rifiuti. La task più idiota di tutta la nave, spingere delle dannate foglie verso il bocchettone d’uscita. Ma le task vanno eseguite, altrimenti fine dei giochi. «Ragazzi, parlo io, sono io che ho trovato il corpo», aveva detto Miriam. «Pochi istanti prima di scoprire Matteo morto, ho visto Laura correre in corridoio dalla parte opposta. Secondo me, lite coniugale finita male». Si era scoppiati a ridere, ma il tempo scorreva. E avevamo pochi secondi per decidere. Non felicissima l’uscita di Miriam: che tra Laura e Matteo ci fossero dei casini lo sapevamo tutti, scherzarci sopra in quel momento, quando erano costretti a vivere sotto lo stesso tetto, era da stronzi. Ma forse è proprio per questo che amo ancora quella donna. In ogni caso la quarantena ha messo a dura prova tutti. «Divertente», aveva risposto Laura senza nascondere il fastidio, «comunque sono solo cazzate, perché non ero neanche vicino a Matteo, stavo facendo la task degli asteroidi e lo può testimoniare Edo che era lì con me». «In realtà un minuto fa ti sei allontanata, avresti avuto il tempo di ucciderlo, se proprio volessimo essere precisi». Nessuno voleva aiutarla e al secondo giro eiettare qualcuno dalla nave è necessario, altrimenti i due impostori avranno vita facile. «Ragazzi, vi giuro che non sono io, basta vedere che ho fatto la task del body scanner a inizio partita, quella non si può fingere, qualcuno mi avrà visto». Se non sbaglio Anna aveva confermato e, scagionata lei, non c’erano altri sospettati per quel delitto. «Però io ho visto Luca comportarsi in modo sospetto», aveva detto con un filo di voce Anna, che fino a quel momento non aveva ancora accusato nessuno e che quando dice qualcosa tutti la prendono sul serio. «Cosa intendi per sospetto», le avevo chiesto. «Girava senza una meta, aspettava dietro agli angoli e bazzicava la zona delle telecamere». «È proibito entrare nell’area sicurezza?» Luca era entrato subito in modalità difensiva. «Sì, quando abbiamo ancora una montagna di lavoro da sbrigare», gli avevo risposto piccato. Non gli avevo ancora perdonato l’esternazione dell’altra sera, non tutti sono come lui, non tutti hanno ben chiaro dai tempi delle elementari cosa vogliono fare nella vita e non tutti riescono a trovare gratificante il lavoro che fanno. Da quando gli hanno offerto quel posto da project manager era diventato insopportabile. Che andasse a giocare con i suoi amici quarantenni, così realizzati e professionisti nell’arte dell’aneddotica, con la risposta sempre pronta. Come quando ce li aveva presentati la prima volta, prima di tutto questo, prima di rintanarci nei nostri freddi monolocali. E in quel bar di Milano, una trasferta interregionale per noi, ci avevano radiografato in un secondo, etichettandoci come provinciali, non abbastanza firmati per i loro standard. Ma per Luca quello era normale, si era sempre sentito stretto nel nostro piccolo gruppo. «Allora vai a prendere una boccata d’aria fuori dalla nave», avevo pensato. Era bastato il mio appoggio, a dieci secondi dalla chiusura delle votazioni, per condannarlo all’esilio. L’unico a non averlo votato, preferendo l’astensione, era stato Edo. La tuta rosa con un cappello da cowboy in testa era stata eiettata nello spazio profondo. Ma sullo schermo era comparsa la scritta «Luca was not the impostor».

Inter Nos è semplicissimo, avevo esordito in questo modo quindici minuti prima nella videochiamata di gruppo, una via di mezzo tra Lupus in Fabula e Cluedo, solo ambientato in una astronave. «Tocca sorbirci lo spiegone», aveva detto Dario, il gamer più esperto tra noi. «Scusa se non siamo tutti dei nerd», era stata la risposta di Laura, riottosamente contraria alla deriva digitale che avevano preso le relazioni sociali. «Siamo tutti membri di un equipaggio, e come tali dovremmo svolgere dei lavori di manutenzione, ma due di noi saranno degli impostori, potranno sabotare gli impianti e soprattutto dovranno uccidere gli altri senza farsi scoprire», avevo continuato imperterrito. «Ma sì, tanto si impara giocando, è inutile fossilizzarsi sulle regole», mi aveva interrotto Miriam, «così è più divertente». «Occhio alle botole, sono delle scorciatoie che possono usare soltanto gli impostori», avevo aggiunto. «E tu di botole te ne intendi», aveva detto Anna riferendosi a quando l’ultimo giorno delle superiori mi ero infilato nel condotto di aerazione partendo dal bagno dei maschi e sbucando nel laboratorio di chimica, senza un apparente motivo, solo perché mi andava. «A ogni uccisione ci sarà una riunione, alla fine della quale si voterà il sospettato, che dovrà abbandonare il gioco», aveva concluso Edo al mio posto, per timore che a qualcuno non fosse tutto chiaro.

La barra in alto a sinistra, quella che indica quante task mancano per arrivare alla vittoria, per sconfiggere il sabotaggio degli impostori, è quasi completa. Da spettro sono spettatore muto e impotente del gioco. Vorrei poter fare qualcosa, dare una spinta all’inerzia della situazione. Il terzo meeting, quello per indagare sul mio omicidio, è appena iniziato. Il cronometro dice sessanta. Edo deve parlare per primo, ma tace. I suoi ritmi lenti, il suo approccio meditabondo, mal si incastra con la frenesia del gioco. Lui non è di quelli che in una conversazione al posto delle virgole cliccano invio, che formano frasi spezzate riempiendo in verticale lo schermo, lui è perennemente in modalità sta scrivendo..., e invia il lunghissimo messaggio solo quando lo ha riletto almeno due volte, correggendo eventuali refusi. 

I secondi scorrono, Miriam lo incalza, «dove hai trovato il corpo?» Immagino Dario, Matteo e Luca nella mia stessa situazione. Uditori impotenti di quel gioco di ruolo, in attesa che l’ultimo giro di orologio si compia. «Elettrical, ma non ho visto nessuno», risponde Edo che continua, se sbagliamo questa votazione hanno vinto. 

«Io stavo lavorando vicino al generatore, ero sola, ma d’altronde non siamo rimasti in molti». Anna prende tempo sperando di evitare la votazione. Sa che avrebbe dovuto fare una doppia kill, se avesse ucciso uno tra Edo e Laura avrebbero già vinto. Ironico il fatto che siano proprio lei e Miriam gli impostori. Loro che per tutto il liceo non si sono mai sopportate, che si chiamavano lurida troia a vicenda, che basavano la loro esistenza sull’ignorarsi, ma che poi magicamente, dopo la maturità, terminata la storia tra Miriam e me, si sono trovate. Un rapporto simbiotico a scoppio ritardato, come se il mio defilarsi dal quadro abbia sbloccato un meccanismo celato. Serate in discoteca, feste universitarie, corsi di Zumba e vacanze insieme. 

Quarantacinque secondi e ancora niente. Edo e Laura non riescono a venirne a capo. Sono troppo sospettosi, e a Inter Nos ogni tanto ti devi affidare all’istinto. Come nella vita, devi darti dei punti fissi e non metterli più in discussione, altrimenti rischi di diventare pazzo. Ogni istante che passa avvicina Miriam e Anna alla vittoria, ma soprattutto Miriam. E questo non posso accettarlo. La regola dice che i morti non possono parlare con i vivi. Decido di violarla.

Apro una conversazione privata con Laura. Devo crearla da zero perché ora mi accorgo di non averle mai scritto in maniera diretta. La mia comunicazione con lei è sempre stata filtrata da Matteo. È lui il mio amico, lei è sempre stata solo la sua ragazza.

Tre anni fa, io e Miriam ci siamo lasciati perché mi ha tradito con Matteo. Ho perdonato lui, non sono riuscito a perdonare lei.

Doppia spunta blu, nessuna reazione. Trenta secondi. Tutto tace.

Di sottofondo Edo sta ricostruendo con didascalica prolissità ciò che ha visto negli ultimi momenti di gioco, tentando in qualche modo di scoprire la verità. Laura è in silenzio. Non risponde neanche quando Edo le chiede aiuto. Ormai è solo.

Quindici secondi e loro avranno vinto, lei avrà vinto. Quando i microfoni si apriranno dovrò fare i conti con ciò che ho scritto. Mi chiederanno il perché della mia scelta. Il motivo che mi ha spinto a rivelare un segreto in quel modo così stupido. E io non saprò rispondere. Matteo mi rinfaccerà la promessa infranta. Forse anche Laura avrebbe preferito non saperlo, forse mi darà la colpa del fallimento del suo matrimonio. E forse avrà ragione. Edo invece rimarrà in silenzio, inizialmente prenderà la cosa sotto gamba, sicuro che una soluzione si troverà, si trova sempre, dirà in privato a ognuno di noi. Ma non sarà così, perché nessuno la vorrà trovare una soluzione, perché tutti cercavano una scusa e io gliel’ho fornita. Anna riderà, riderà in privato perché non mi ha mai potuto sopportare. Riderà in pubblico perché non ha mai sopportato nessuno nella sua vita. Dario e Luca ne approfitteranno per defilarsi, forse non scriveranno più nella conversazione di gruppo. Disattiveranno le notifiche e si faranno sentire solo a Natale e Pasqua, per non fare la figura dei maleducati. 

Dieci secondi che scorrono in un attimo. Che polverizzano i rapporti. Edo continua a parlare in sottofondo, un tappeto sonoro che preannuncia l’inevitabile catastrofe.

Notifica in conversazione, quella tra me e Laura.

«Perché?»

Questo mi perseguiterà per molto tempo, ne sono sicuro. Non tanto la domanda, quanto la risposta. La consapevolezza di desiderare la rovina. Questa volta sono io a lasciare colorare le doppie spunte di blu. 

Alzo le mani e aspetto la fine.

Tre, due, uno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIGILIA DI NATALE.

 

Alla vigilia di Natale il miracolo avvenne. Dove soggiornavamo io e miei tre amici, era un albergo in un sobborgo di Parigi. Da poco erano usciti a festeggiare l’imminente festa santa e preferii rimanere al calduccio a dormicchiare avvolto nel piumone, il che generò in loro una giustificabile preoccupazione, conoscendo il mio carattere giocoso. Assicurai, fingendo, che era solo un po’ di stanchezza, per non svelare il mio stato d’animo di quei giorni: uno spaventoso presentimento mi aveva spinto a non uscire di casa quella sera, perché premonivo il tremendo e il passare delle ore non fece che aumentare l’angoscia per l’avvicinarsi dell’inspiegabile. 

 Più o meno verso le tre del mattino accadde il prodigio, e fu terrificante: la porta si aprì, entrarono sghignazzando, visibilmente alticci, dandosi di gomito s’imponevano il silenzio per non disturbare gli ospiti dell’albergo. Quando spalancai gli occhi, dal piumone in cui ero abbozzolato, quel che vidi mi agghiacciò: in mezzo a loro, nella sala in cui avevano deciso di intrattenersi per rifocillarsi davanti al caminetto prima di andare a letto, e su cui s’apriva la camera condivisa con uno dei miei amici, c’era pure... io, o forse un mio sosia. Era orribile: dopo pochi minuti quell’altro me stesso entrò in camera per dirigersi come se nulla fosse verso il mio letto, incurante della mia presenza, di me che tremavo incapace di spiccicar parola, invisibile ai suoi occhi e a quelli dell’amico con cui condividevo la stanza: «E tu che non volevi uscire!» disse egli al mio sosia che si svestiva per scivolare sotto il mio stesso piumone, sopra il mio corpo. Mi avrebbe schiacciato: il senso di oppressione aumentava e mi stringeva la gola. Il suo corpo era ormai dentro il mio, ne aveva preso per sempre il posto e la forma. Provai a allungare il braccio ma... 

 «Signore! Signore! Biglietto, prego!» disse il controllore del treno scuotendomi da quello strano sogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

REPARTINO.

 

Dopo un ricovero alquanto lungo nel reparto “Oftalmologia” dell’ospedale X, l’artista fallito, affetto da un’esistenza d’insuccessi continui, si trova adesso in una clinica per i disagi mentali; infatti nello studio della psicologa assegnatagli, eccolo seduto a raccontare, per filo e per segno, le dinamiche della rovina. È la prima visita e lui, in tono costernato, si lamenta così: <<Quando, con una lettera che li definiva un’autentica schifezza, perfino il mensile ciclostilato della parrocchia rifiutò i miei scatti, immediatamente la verità mi apparve chiara. Chiara per intero. Per questo gridai al riflesso nello specchio del mio salotto: <Non capisci? Ho la memoria fotografica, io, e qualunque tipo di luce, solare o artificiale, che irradiandomi gli occhi mi arrivasse al cervello, cancellerebbe all’istante i miei ricordi. Ineluttabilmente. Insomma nel chiuso del mio cranio le cose andrebbero proprio come quando uno è nella camera oscura, intento a sviluppare con gli acidi, e la porta si spalanca d’improvviso, mandando in malora sia i negativi, sia le immagini appena nate.>.>>.

<<E magari il riflesso le rispose alcunché?>>, domanda la dottoressa, che, non conoscendo ancora bene il caso, si permette un velo d’ironia nella voce.

<<Ovviamente! Mi disse: <Sospettavo già che le vittime dell’Alzheimer fossero, in realtà, gente come me: poveretti il cui passato si dissolve per colpa della luce e non certo di un disturbo chimico o nervoso. Perciò l’unico modo per salvarmi è trascorrere il resto della vita nel buio più completo. Sì, ad esempio mi rintanerò nella mia stanza, dopo averne sbarrato ogni minima finestra e svitato, com’è giusto, tutte le lampadine. Tutte.>.>>.

<<Lei era d’accordo con questo piano?>>, s’informa la psicologa, col sorriso mellifluo di chi asseconda lo scemo del villaggio.

<<No. E anzi ne avevo colto subito il punto debole. Tanto che proruppi: “Stupido, nulla può essere sprangato ermeticamente! Per cui durante il giorno qualche spiffero di luce, prima o poi, si insinuerà inevitabilmente fra i listelli delle persiane. E sai che farà? Mi colpirà le iridi a tradimento, elidendomi le foto... i ricordi!”>>.

<<E lei, allora, trovò una soluzione migliore?>>, sogghigna, beffarda, la psicologa, non aspettandosi quanto sta per accadere.

<<Certo: un eccesso di acidi!>>, esclama l’artista con fermezza. E si toglie, di scatto, gli occhiali neri da cieco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUI, LEI.

 

Il vento a folate gelide ripresentò ogni cosa sotto un’altra natura. Si piacquero di nuovo? Non esattamente; né parole avariate come quelle dette un tempo rimescolarono i loro discorsi o le loro vite. Non fu così che andò.

Lui si lasciò condurre da Lei e fece spallucce alle domande di rito e mentre parlava sentiva le parole arrivare prima dei suoi pensieri, in un moto inverso che sapeva di ubriachezza. Lei era più alta perché aveva deciso che i tacchi che un tempo odiava l’avrebbero riposizionata nel mondo e che anche sui pavimenti di buon livello avrebbe fatto la sua scena. Al bar Lui cercò un bagno e nel bagno cercò qualcosa, una specie di agenda o rubrica che si portava sempre dietro e una volta apertala, cercò il nome di Lei e lesse che si trattava della prima e unica donna che avesse mai amato. Alla pagina accanto c’era scritto che doveva starle lontano e a quella successiva che c’era persino riuscito a starle lontano e addirittura per anni. Chiuse l’agenda, la ripose in tasca, si guardò allo specchio. Riprese l’agenda, lesse la prima pagina. Sei pazzo se credi di annotarti la vita come un promemoria.

Le unghie di Lei battevano sul tavolino di alluminio rispettando un ritmo che era sempre uguale: mignolo, anulare, medio, indice; mignolo, anulare, medio, indice; mignolo, anulare, medio, indice; una percussione che annullava lo sbattere delle tazzine, i cucchiaini, il ciarlare ondulatorio della gente seduta ai tavoli, il quale pareva salire e scendere di tono secondo un moto in apparenza regolare. Si muoveva per rumori ed era diventata sofisticata e abile nel gestire le cose perché apriva di continuo la borsa senza cercare nulla, soltanto per controllare. Lui beveva un bicchiere d’acqua dopo l’altro e si ripeteva in mente che dopo la sbornia del giorno prima l’acqua ha sempre un sapore diverso, insaziabile eppur completo. 

Lei era diventata credente, disse, ma a modo suo, perché detestava la Chiesa e tutto quello che vi gravitava intorno tanto che alla morte di suo padre, dopo il funerale, aveva dato di matto col prete di famiglia e neanche più ricordava il perché: avevano dovuto portarla via di forza. Leggeva poesie di Pessoa adesso, con tutto che non le era mai piaciuto ai tempi dell’università. Lui l’aveva già superata quella fase ma ebbe la fortuna di sorprendersi e di farlo addirittura con sincerità. Quanto a Pessoa, nello specifico, era di nuovo nel momento di odio perché per come la vedeva lui c’erano degli autori che potevano fare da confronto perpetuo con le esistenze di ognuno, tanto che la stessa vita di un essere umano può essere periodizzata in base al piacere o al dispiacere nei confronti di uno stesso scrittore, di una stessa poesia, di uno stesso brano – ma non ebbe mai certezza di averle detto questa sua teoria del cavolo, può darsi anzi gli fosse solo rimasta impigliata nella testa. 

Nella stanza d’albergo la cosa più chiara fu una scalpitante sensazione di mancanza di tempo. Non fretta, ma proprio quantità poca di sostanza temporale. 

Lui non le aveva detto di sì, né tuttavia le aveva risposto di no. L’aveva semplicemente seguita, nel vento, fuori dal bar. <<Andiamo.>> gli aveva detto Lei, guardandolo con gli occhi grigi poco sopra la spalla. Senza nemmeno dargli possibilità di replica s’era incamminata, lasciando sul tavolino abbastanza denaro per il modesto conto e per la modesta mancia. Lui era troppo impegnato nell’abbottonarsi il giaccone, nel raccogliere qualcosa che poco prima gli era cascato e che in altre circostanze non si sarebbe adoperato con la stessa solerzia nel ripescare da terra, tanto si trattava di una cosa miserrima e fuori luogo.

Seduto sul letto, nudo, le spalle contro la testiera, Lui guardava fisso davanti a sé e avrebbe tanto desiderato ripensare ai momenti dell’università e struggersi per quello che avevano avuto, per quello che avevano desiderato che diventasse e per quello che non erano riusciti a tenere in grembo, tanto era delicato e fatto di vetro e sorretto d’argilla. Ma non ci riusciva. 

Lei, voltata di lato, sotto le coperte, dal canto suo presentiva già la consueta sensazione di insoddisfazione e noia che da anni (ma le parevano secoli) sopraggiungeva qualche minuto dopo l’amplesso, ma per quanto ne fiutasse il sintomo vedeva che questa non arrivava, che ritardava.

Lui aveva passato interi pomeriggi prima di questo ad alzare gli occhi dal suo lavoro di sportello e a immaginarla da qualche parte lontano, la sua casa, il suo uomo, la sua vita veloce fatta di pezzi perfettamente cesellati e stretti ciascuno come ingranaggi di fine ingegneria. L’aveva sentita sbraitare al telefono con un cliente, in un ufficio tutto suo, ai piani alti di un edificio talmente elevato da togliere il sole a un pezzo di città, durante lo sbigottimento di un fattorino capitato per caso in quell’istante con alcune buste postali in mano. Torno dopo, torno dopo. Ne aveva sentito l’odore, di notte, e tanto era stato forte e morbido che vi era cascato dentro ed era stato allora che aveva cominciato a sognarla e a farlo con una cadenza quasi ossessiva, come se ogni sogno fosse tale da valere per due giorni passati insieme. Così aveva finito per accontentarsi di svegliarsi felice e rammaricato in uno: felice perché ancora unito a lei e rammaricato perché soltanto in sogno.

Lei non aveva più pensato a Lui dopo il distacco, entrambi avevano abbandonato la città universitaria così come si lascia un campo di battaglia: i confini incerti, e fame e carestie disseminati in qualche punto del Medioevo. Non ci aveva più pensato per anni sino a quando un giorno, davanti al computer, con gli elenchi a scorrere nello schermo che era il suo lavoro, nel cogliere il suo nome e cognome aveva cominciato a piangere, prima piano, pianissimo, quasi un riflesso condizionato, poi sempre più forte, a singhiozzi, a pugni, a gemiti. La cosa era durata qualche minuto ma era stata talmente enorme da toglierle qualsiasi sicurezza, qualsiasi riconoscimento nei confronti di se stessa, nei riguardi delle sue scelte e delle sue non scelte, e di tutto quanto aveva visto partecipare al meccanismo della sua esistenza. S’era domandata perché l’aveva lasciato, perché s’erano persi di vista e perché aveva permesso che lui la lasciasse un’ultima volta, dopo che aveva sperato di rimettere le cose a posto senza tuttavia metterci il giusto impegno per alimentare quella stessa speranza. Anche Lei l’aveva sognato da allora, ma s’era subito convinta che i sogni non erano sogni ma soltanto scene tagliate dal film della vita, estratti inutili allo scopo.

Al bar il bicchiere faticava a essere invitato dalle labbra, ma le mani lo stringevano con una presa sicura, rossa come le nocche scolpite dal vento gelido che quello stesso pomeriggio gli aveva abbassato il bavero del giaccone, ridiscutendo ogni cosa. Il vino era buono e riscaldava i ricordi, soprattutto quelli vicini. Trasse dalla tasca l’agenda e prese a scrivere e scrivendo immaginava la sua stessa sagoma alle prese con una penna e con le immagini del pomeriggio trascorso, seduto allo stesso tavolino di qualche ora prima. Si atteneva alle cose fisiche che si sorprendeva a ricordare e catalogare, benché non gli pareva d’aver dato alcuna attenzione a nessun oggetto in particolare. Descriveva le mutande per terra, le calze di nylon nere di Lei ai piedi del letto, la camicia, i calzoni sulla sedia, le scarpe col tacco altissimo ancora in piedi, perfettamente erette e come sorreggenti un corpo immaginario, un corpo vuoto, proprio come le sue scarpe da tennis con le strisce verdi, dall’altra parte del letto. Aveva bisogno di oggetti e spessori e tridimensionalità impossibili da opinare, eppure gli pareva di avere a che fare con un concetto astratto, un dove metafisico di geometrie illogiche.

Lei era in auto invece e pensava a sua madre, che stava andando a trovare per trascorrere a casa con lei qualche giorno di permesso premio per aver lavorato durante i giorni festivi. Aveva lo stereo alto e cercava in tutti i modi di concentrarsi sulle parole dello speaker che intratteneva con qualcosa di trito che la gente in ascolto si aspettava e che anzi chiedeva, invocava, intervenendo da casa con telefonate allegre, come a rassicurarsi da qualcosa d’altro che potesse escludere anziché inglobare in un flusso di doppie cifre e plurimi zeri. Lei si sentiva a casa tra quelle cifre, nonostante quello scomodo presentimento che talora le si insinuava dentro e che le chiedeva se in fondo non avesse perso qualcosa, oppure molto, addirittura moltissimo dall’ultima volta in cui aveva desiderato dell’altro che non fosse flusso, rassicuranti puntini, tranquille migliaia. Scalò le marce, accostò l’auto, piantò i tacchi nel terriccio oltre il guardrail e spense due sigarette una dopo l’altra, gettando i mozziconi nella boscaglia grigia che avvolgeva la statale, di fronte a lei. Si rimise al volante e ripartì lenta, mormorando la canzone che veniva fuori dalla radio e provando a evitare il tradimento della sua memoria recente che, prima dell’ultima boccata, le aveva restituito il volto esatto di Lui, quel viso così diverso da quello che aveva vissuto anni addietro eppure in fondo l’unico, al mondo, che potesse rassomigliarvi con onestà. Era ancora bello, si disse, e ne fu orgogliosa come una moglie.

 Sognarono quello stesso incontro diverse altre volte, poi, ciascuno dal cieco promontorio della propria vita immaginata erroneamente dall’altro. 

Lui non poté mai convincere il proprio sogno a rifarla secondo natura, così come l’aveva rincontrata quel pomeriggio di vento. Così prese a inventarla sempre differente: spesso erano universitari benché invecchiati di decenni, il più delle volte erano nella stessa stanza d’albergo in cui avevano fatto l’amore e c’erano tutti i vestiti per terra e il vento spirava forte ma lei non era voltata sul fianco, ma lo guardava. I sogni erano felici all’inizio, proprio come ai vecchi tempi, e loro qualche volta tornavano giovani ma né lui né lei erano realmente tali, in quanto non avevano nulla di quell’ultimo incontro, né avevano nulla di quando erano stati felici, in gioventù, per davvero. Quando se ne accorse cominciò a parlare di incubi e quando si rese conto che quegli incontri onirici non erano incubi ma piuttosto la realtà così come il suo inconscio gliela sputava in faccia, allora decise che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di salvazione e che avrebbe dovuto scrivere da qualche parte sulla sua agenda la parola fine e che forse, per sperare ancora in qualcosa, l’avrebbe dovuta scrivere ovunque meno che all’ultima pagina. Ma non si sa se fece proprio così.

Lei risolse ogni cosa andando ancora più in fondo e prese marito (finalmente, come ebbe a dire sua madre) ma non volle mai figli perché, pensava, sarebbero venuti in sogno e l’avrebbero spiata mentre era con Lui, con quell’uomo che aveva rivisto quel pomeriggio e s’era ricordata d’aver amato – e adesso sì, ci credeva, i sogni non erano soltanto immagini. Talvolta le era ricapitato di ritrovare il suo nome e cognome dentro lo schermo del computer, ma era stata lesta a saltare il rigo, quasi che non avesse altra scelta. A differenza di Lui poi, Lei lo ricordò sempre uguale, con lo stesso volto invecchiato di decenni, così somigliante a quello che aveva vissuto ai tempi dell’università e che aveva ritrovato quel pomeriggio, quando il vento aveva ripresentato ogni cosa sotto altre spoglie pur senza trovare una soluzione diversa da quella della loro reciproca dispersione nel mondo. E fu così che andò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MALUMORE.

 

La mia fenice si è svegliata di malumore. Mi ignora, mentre da un paio d’ore la osservo sul suo trespolo che iridata dalle luci del sole si pizzica il piumaggio fulvo. Se mi avvicino scuote prima il capo, poi gorgoglia dalla gola, finché la mia presenza non la infastidisce a tal punto da lanciare un verso stridente, facendo vibrare le larghe ali fiammeggianti. 

Non so perché oggi faccia così. Appena sveglio mi sono accertato che avesse mangiato. S’è cibata, la furba, ma poco e disordinatamente per darmi l’avviso del suo cipiglio ma senza morir di fame, ecco perché questa mattina assieme alla sua espressione accigliata ho ritrovato ai piedi del trespolo una serie infinita di carapaci di gemme di garofano appena svuotati. 

Da quando vive qui, credo di aver sempre adempiuto ai miei doveri. Le apro le tende affinché possa vedere un po’ di luce del sole, poiché se la vitamina D fa bene agli uomini e inietta serotonina nei loro corpuscoli cerebrali non vedo perché non debba fare lo stesso con un animale, in barba al suo retaggio mitologico e nobiliare. Che poi di gentilizio, la mia fenice non ha molto. Forse l’ha dimenticato, ma il camino di casa non è di certo Versailles: dalle ceneri del fuoco acceso per arrostire un paio di fettine di vitello, qualche anno fa, notai una sferetta muoversi sotto le colline grigie di cenere. Pian piano la fuliggine cominciò a gravitare attorno a quella massa minuta che mutava improvvisamente di colore. Il componente lavico si stirò in una forma oblunga e in pochi istanti Feni era nata e mi guardava nell’antro scuro del mio caminetto, sbattendo felice le ali. Insomma, una termogenesi da proletaria. 

Continua a guardarmi torva nonostante abbia pensato di mettere su un po’ di musica per rallegrarla - subito furiosa: il suo grido è esploso per la casa. Fai come vuoi, strillo nel momento esatto in cui squilla il citofono e la faccia del proprietario di casa sbuca non appena apro la porta.

Alfredo ha la faccia costantemente contrita in uno spasmo. Ho sempre pensato fosse una paralisi parziale del viso, perché una metà conserva il ventaglio di espressioni che l’altra metà non segue, anzi rigetta rimanendo in un perenne broncio, corredato da sopracciglia irte e occhi strabuzzati. Il naso grosso e livido gli fa scivolare gli occhiali ogni volta e lo costringe a tirarli su troppo spesso con l’ausilio dell’indice cicciotto. 

Lo fa anche questa volta.

Cordialmente lo invito, si accomodi, faccio. Ma scuote la testa. 

Ho sentito degli schiamazzi, tutto bene? dice. Dico di sì e lanciando un’occhiata fugace verso l’interno della casa mi saluta con un cenno della testa, mostrandomi andandosene il luccichio pulito della pelata.

Per tutto il giorno Feni non ha fatto altro che svolazzarmi per la stanza, gracchiando funesta. I miei gesti di riconciliazione, tra un tentativo di scrittura e l’altro, sono stati vani. Non sono riuscito a corromperla né con del carbone dolce, tanto meno con un paio di topi esangui raccattati dalla cantina. 

Ora, che la città ha acceso le luci nell’oscurità della notte, Feni mi guarda con i suoi grossi occhi aranciati, ardenti come tizzoni, che se possibile le donano un’aria ancor più torva. Desisto dall’aprire le imposte e vedere se colta dall’improvvisa ventata fresca svolazza sui cornicioni dei vicini, a defecare tra i loro panni puliti, o a beccargli sulle finestre mentre dormono sonni tranquilli, perché alla stanchezza si amalgama una leggera patina di rabbia che ostacola i miei processi decisionali. Non ho fatto altro, per tutto il giorno, che stare dietro a lei, tant’è che il mio articolo (con deadline dopo domani) è un embrione di appena duemila battute. Mangio un panino, faccio una doccia, fumo un paio di sigarette leggendo in modo distratto le ultime pagine di Maini, sempre sotto il suo sguardo adirato, quindi provo a dormire.

Tuttavia, la notte non è stata tranquilla. Ha sbattuto le ali per l’intera durata del mio sonno, non contenta ha planato per la stanza decidendo a volte di atterrare sul mio sedere, pizzicandomi le carni con gli artigli infuocati - e fortuna che appena una settimana fa, ho deciso di dar loro una limata. 

Mi ritrovo al punto di partenza. Come ieri mattina, Feni è ancora sul trespolo. In aggiunta, però, io ho due occhiaie nerastre, che mi incurvano maggiormente il viso facendomi somigliare ad un cucchiaio svedese.

Provo a sedermi, evitando di passare davanti al trespolo. Le sue piume rossastre oggi hanno sfumature rubiconde più intense, ho l’impressione possa arrivare a beccarmi le orecchie o le dita. Per un po’ Feni rimane in silenzio, benché senta il suo sguardo alle mie spalle. Continuo l’articolo con altre mille battute, ma non riesco ad iniziare un nuovo periodo che Feni ha di nuovo da ridire. Gracchia, si dimena, vibra tutta sul trespolo, questa volta in modo più veemente, tant’è che Alfredo è di nuovo alla porta dopo pochi minuti.

Gli apro ancora in pigiama e con la faccia sfatta. 

Ora l’ho sentito chiaramente, fa. Dal naso gli pende una caccola, che scaccia prontamente con un movimento sconnesso delle dita. Cosa succede?

Nulla, faccio io. Si sarà confuso, insomma siamo tanti in questo condominio.

Effettivamente mentre lo dico, da angoli profondi dell’edificio, rimbombano rumorini indistinti. Alfredo allunga l’orecchio e con il suo silenzio sembra darmi ragione. La sua espressione tradisce, però, un convincimento non così solido.

Non è che hai portato degli animali, lì dentro? Cani, gatti, o che so io? 

Non mi permetterei mai. 

So mentire, qualora fosse necessario, con una certa credibilità. Alfredo sembra confidare nelle mie parole, allora titubante se ne va e io chiudo di fretta la porta alle sue spalle. Di là Feni durante l’incontro s’era chetata, rientrando in camera ritorna prontamente a starnazzare. Avere in casa un animale mitologico ha una doppia serie di problematiche.

La prima è quella che costantemente mi ricorda Alfredo: in Via Padova 85 non si possono avere animali nell’appartamento. La regola, mi raccontano i vicini di casa, è stata istituita dopo vari episodi avvenuti nell’ascensore comune. La moquette, e questo lo possono confermare i miei scatoloni del trasloco, era continuamente zuppa di piscio. Tuttavia, a voler essere pignoli, Feni non l’ho mica trasportata da fuori, anzi. La legna era in casa, anche la cenere del camino e lei è venuta da lì; solo che il problema si pone nel momento in cui volessi spiegarlo ad Alfredo. Insomma, ho nascosto l’esistenza di Feni a chiunque, ma mettendo il caso volessi comunicarlo, quanto meno ai miei parenti e amici più stretti, chi mi crederebbe? E, visto il carattere austero del mio animale domestico, quanto sarei disposto a farlo conoscere a qualcuno?

Insomma, una concatenazione di problematiche e responsabilità che porta direttamente al punto due. Il sostentamento di una bestia mitologica. 

I beni fisiologici primari di qualsiasi essere vivente, al netto della propria genealogia, ho sempre supposto fossero gli stessi. Ho cercato certamente letteratura riguardante la dieta di una fenice e le informazioni raccattate sono state sempre poche e confuse, l’esperienza diretta con la mia bestiola è tuttora il campo di ricerca migliore. Alla fine a Feni non è mai mancato cibo (benché questo abbia comportato sperimentazione, e ancora adesso test culinari nei quali tendo a impreziosire i suoi piatti con nuovi gusti solitamente metallici - va pazza per le schegge di rame), acqua e aria buona (su questo aggettivo, visto il traffico a Nord di piazzale Loreto, un umano avrebbe da ridire. Feni sembra non si dispiaccia però di un po’ di particolato, d’altronde è nata in mezzo alla fuliggine). Ai bisogni primari si addizionano una serie di capricci, che come un genitore troppo amorevole ho cercato di soddisfare nell’ultimo anno. Negli occhi le si disegnano guizzi di allegria le notti di luna nuova, quando il cielo è scuro, ho imparato a decifrarla, così le apro la finestra e svolazza fuori sui tetti acuminati per un paio d’ore. Gozzoviglia sui balconi limitrofi, poi ritorna e stanca s’addormenta. O ancora, adora la musica dei Cigarettes quando è triste e dei Men At Work quando è felice e la voglia di muovere la testa in sincrono con i bpm è così forte che sono costretto a bloccare qualsiasi attività per guardarla; pena: beccate sulla fronte.

Insomma, a Feni non manca nulla. Convinzione che mi porto nel letto a fine giornata, dopo capricci starnazzanti senza soluzioni. Mi addormento con la febbrile patina della veglia, intessuta dalla paura che Alfredo possa ritornare a causa dei gridolini di Feni, che s’accorga della sua esistenza non tanto come essere mitologico, ma soprattutto come inquilino non gradito del condominio.

Lo spessore dei miei pensieri, è tale che penso di cedere, di rompere il patto di silenzio autoimposto per dirlo a Isabella, che ora mi guarda al tavolino del bar poco distante dal Duomo con aria confusa, ma allo stesso tempo eccitata. Gli occhi chiari brillano di un’iridescenza smaccata e lampi bianchi le tagliano i bulbi marroni. E non la biasimo d’altronde, chi non avrebbe un certo sfavillio nello sguardo a sapere che un proprio conoscente abbia un animale mitologico in appartamento?

Da quanto ce l’hai? fa lei. Le rispondo, da circa un anno.

Inizialmente si sorprende Isabella che io l’abbia tenuto nascosto. Mi giustifico, poi arriva a capire la stranezza della situazione e mi fa un sorriso largo, con le labbra morbide che si distendono in un movimento che non riesco a decifrare, ma che arbitrariamente decripto come un lascia passare per dirle: se vuoi, puoi venire da me a vederla. E nel momento stesso in cui pronuncio queste parole penso che vorrei prenderla sul tavolino del bar a cui siamo seduti se la città fosse vuota, se si scarnificasse dalla sua popolazione e rimanessimo solo io e Isa a spadroneggiare sul tempo e sullo spazio a nostro piacimento. Stringerla dai fianchi, sui quali si distende la sua fenice colma d’inchiostro, con i tratti neri che si dilatano sulla sua pelle, per poi vederla piegata sul tavolo, con le unghie strette ai bordi di metallo, sentirle dichiarare il suo amore tra i gemiti di piacere, è la mia fantasia proibita, ma non glielo dico. Ritorno alla realtà nel momento esatto in cui Feni poggia le sue unghie sulla mia spalla e divento conscio del simbolismo della sua nascita. 

Non mi aspetto comunque il suo arrivo, ma faccio lo stesso le presentazioni mentre mi chiedo come abbia fatto a scappare da casa. 

Isabella, lei è Feni. Feni, Isabella. 

La mia fenice però ha ancora il malumore, nonostante la delicatezza con cui Isa le porge l’indice in segno di saluto per poco non le morde il dito. Fortunatamente ho avuto la prontezza di tirarla via con un colpo di spalla. Isabella allora mi guarda iraconda - mi pare strano, la permalosità non le appartiene - e senza dire una parola si allontana in direzione di Via Torino, lasciandomi da solo con Feni alla sedia del bar. Nello stesso momento in cui la sua figura si perde oltre le camionette dei militari a guardia della piazza, lungo la linea delle spalle, e giù perpendicolarmente attraverso le vertebre della schiena, si irradia un calore pungente, che riconosco ma che non sento mio. L’ho provato tutte le volte che Isabella al lavoro parlava, ammiccante, con ragazzi più avvenenti di me. Quella che mi sale attraverso l’apparato scheletrico, e che ora mi irrora le guance di un pigmento scarlatto, è gelosia. Qualcosa mi suggerisce però che non mi appartenga, ma che sia frutto di una proiezione: è di qualcun’altro e guardandomi la spalla percepisco Feni agitata e tesa come un dardo. 

Allora mi sveglio dal sogno nelle lenzuola calde, notando l’inturgidimento sotto i pantaloni del pigiama.

Dall’altra parte della camera Feni riluce appena nella penombra, riesco a scorgerla a fatica. Vibra di gelosia. Non ho letture riguardo l’incursione delle fenici nei sogni, ma che sia entrata in qualche modo in contatto con il mio mondo onirico mi sembra un fatto. Vederla in quell’angolo buio ad agitarsi per il mio delirio, mi suggerisce un’ipotesi e mi crea un moto di pena. Mi avvicino e le dono uno dei biscottini alla curcuma e zinco, che adora. Le accarezzo piano la testolina cremisi e la rassicuro, domani troveremo un compagno anche per te, le dico. Allora si calma e andiamo a dormire.

Questa mattina è effettivamente più tranquilla, almeno lei. Io lo sono meno, inquietato dall’impossibilità di mantenere una promessa. Insomma, dove lo vado a trovare un maschio di fenice? Sono all’oscuro delle motivazioni per cui Feni sia arrivata da me, tanto più ignoro l’eventualità di compagni della sua specie - errata corrige: tra i bisogni primari di un essere vivente vi è anche la procreazione, la riproduzione, il sesso o l’amore, che dir si voglia. L’avevo totalmente glissato nel suo caso. 

La mia ricerca si conclude presto e miseramente attorno all’imbrunire. 

Per tutta la giornata ho cercato nozioni, letture e ricerche che mi potessero aiutare nell’intento. Vani anche i tentativi di annunci sui social, che mi hanno costato - senza rinfacciar nulla al mio animale domestico - una pioggia di insulti. Rimaneva una strada: cercarlo lì fuori. Presumo ancora una volta che esistano in Feni i meccanismi base dell’essere animale, ciò significa che questa notte uscirò con lei e i suoi feromoni provvederanno a richiamare i maschi della sua specie, ammesso ne esistano.

Invece, nei primi minuti di questa nostra fuga notturna Feni è attirata ancora una volta dai balconi limitrofi. Trovo curioso il modo in cui sia affascinata dai perizomi distesi ad asciugare, giocherella anche con le mollette come fossero vermicelli colorati. Dalla finestra la osservo sotto la luna azzurrognola, mi incanta vederla volteggiare da un punto all’altro della piazza, portandosi dietro questa coda fulva, colma di fuliggine e fiamme. Nella luce biancastra è un dardo infuocato scosso dai flutti del vento. 

Ho un moto di sconforto, non risponderà nessun maschio della sua specie, penso, ma decido comunque di scendere in piazza per altruismo. Avvolto nel cappotto mi lascio meravigliare dal silenzio della città dormiente, percorro le strade lastricate di brina ghiacciata seguendo i movimenti disordinati di Feni da un punto all’altro della piazza. Fumo tre sigarette, alla quarta, quando ormai la mia fenice si poggia sul balcone di Alfredo, decido che è il momento di andare. In tutta fretta risalgo e dalla finestra della camera la chiamo a gran voce. Riesco a vederla da lì, appollaiata sul balcone ramato del mio padrone di casa. Scosso da una certa preoccupazione ci riprovo, ma Feni sotto il cono del lampione alza la coda, inarcandosi verso il basso e borbottando con un suono addominale, cupo e cadenzato. Non so bene cosa stia facendo, ma quel suo movimento ammiccante mi ricorda i riti di corteggiamento delle averle nere.

Colpito da un lampo di lucidità, come se si fosse creata una nuova giunzione sinaptica, salgo al quarto piano e senza accorgermene sto bussando alla porta di Alfredo. Appare in tenuta da notte, con una felpa di pile sdrucita, ed è chiaramente indisposto. Oltre le sue spalle percepisco un rumore familiare, un gridolino sommesso che conosco bene. Nello stesso attimo riconosce qualcosa anche lui, perché entrambi stiamo scattando verso l’interno, in direzione della cucina che puzza di pesce fritto. La scena è struggente, però innervata da un docile senso di quietanza: sotto il tavolo sbilenco un esemplare più grande di Feni, con le piume irte e meno scarlatte, tendenti all’arancio e screziate appena da lampi di topazio, emette vocalizzi cadenzati, puntando il becco verso il ballatoio. Lì, bagnata dai lampi elettrici dei lampioni, lo aspetta Feni con il piumaggio caudale percorso da vistosi fremiti, con un ventaglio piumato dalle tinte vermiglie. Penso che la mia fenice sia bellissima, e che si meriti ciò che cerca. 

Come si chiama, chiedo.

Artù, risponde. 

Con la compiacenza della metà facciale paralizzata di Alfredo, attraverso la cucina e apro la finestra.

L’animale non mi guarda nemmeno, ringalluzzito sbatte le ali e con Feni si perdono nella notte. Insieme si confondono e si mischiano sui tetti in scintillanti brillii e vividi lampi crepuscolari. Ora tagliano il cielo su Via Padova, lo espongono ad un esplosione di colori. Sono sicuro che Feni si sveglierà meglio, adesso. Intanto noto quanto stia puzzando di seppia fritta, ma affatto scoraggiato dal mio odore acre, decido di scrivere comunque, e finalmente, ad Isabella. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CASA CHIUSA.

 

Ivan gestiva un bordello nel quartiere a luci rosse. Veniva dall’Est Europa ed era un uomo colossale, ad occhio si sarebbe detto che pesava minimo centoventi chili. Non parlava mai, il gorilla, si esprimeva a gesti, con il capo o con le braccia. David lo trovava ridicolo nella sua primitività, nella sua indole animalesca; pareva che quell’uomo fosse cresciuto da solo in mezzo ai lupi, in una foresta sperduta da qualche parte in mezzo ai Balcani. Ivan aveva cicatrici in punti sparsi del corpo; una sul collo, spessa e lunga, un’altra sotto l’occhio sinistro, a forma di mezzaluna, chissà quante altre ne aveva su quel corpo mastodontico e chissà quali erano le storie dietro a quegli sfregi. Era sempre rubicondo, ma non in una accezione positiva, trasudava alcool dalla pelle traslucida e sudava a non finire, stretto in completi da magnaccia, pareva che stesse sul punto di esplodere da un momento all’atro. David lo trovava ributtante, ma alla fine non gli dava molta importanza, stava sempre zitto, ogni tanto emetteva un grugnito, lanciava un’occhiata malevola, tutto qua. 

David frequentava la casa chiusa da poco tempo, non era un habitué; un tempo la coscienza lo avrebbe tormentato ogni volta che si fosse trovato a varcare la porta del bordello: gli avrebbe fatto a brandelli l’anima. Cosa lo aveva spinto a rivolgersi a delle professioniste dell’amore? David si poneva questa domanda ogni volta che sentiva crescere in lui il desiderio di un paio d’ore di dissipatezza sfrenata, di viziosi momenti selvaggi. 

Era giovane e di bell’aspetto, gli altri uomini gli invidiavano la sua prestanza fisica, che era come magnetica, d’impatto; quando entrava in una stanza gli occhi dei presenti cadevano automaticamente su di lui. Aveva successo con le donne, le conquistava senza troppa fatica, queste erano come calamitate nei suoi confronti. Nonostante ciò, negli ultimi mesi, ogni relazione gli risultava indigesta, lo sforzo emotivo che queste richiedevano gli faceva rivoltare l’anima, lo svuotava completamente, lo rendeva indifferente alla vita, quasi provava repulsione risvegliandosi accanto a una donna, consapevole che sarebbe stato costretto ad aprirsi, a mostrare empatia, a disvelare sentimenti intimi che in realtà non provava.

Probabilmente per questa ragione aveva iniziato a frequentare la casa chiusa. 

David si diceva che il sesso in fondo era una questione naturale, un atto fisico, un istinto umano, non un tabù. Dove si celava il male in ciò che faceva? Dove stava scritto che il sesso doveva essere accompagnato per forza da un sentimento profondo come l’amore, oppure rivolto unicamente alla procreazione? Di sicuro, nelle dottrine religiose, c’erano parole su parole che descrivevano il peccato della lussuria, ma David non credeva più, aveva smesso di dare ascolto al Verbo.

C’era chi lo avrebbe descritto come un’anima persa, un dissoluto che ha l’arroganza di cancellare ogni pentimento, ogni traccia del peccato, ma David aveva anche smesso di preoccuparsi di ciò che la gente pensava, tuttavia, teneva segreta la frequentazione del bordello - la paura del giudizio altrui è comunque difficile da cancellare -, e poi gli piaceva la clandestinità, come se questa conferisse maggior gusto al soddisfacimento dei suoi vizi.

Era sera e David passeggiava per il quartiere a luci rosse, pieno di insegne al neon dai colori sgargianti, l’aria era umida, aveva piovuto tutto il giorno, il selciato era bagnato e sparse qual e là c’erano delle pozzanghere che riverberavano la luce fosforescente delle insegne. Camminava e fumava una sigaretta, stretto nel suo cappotto, la piccola brace della sigaretta faticava a restare accesa tanta era l’umidità che aleggiava nell’aria. Giunse al palazzo del bordello di Ivan, una costruzione di inizio secolo, elegante, chissà cosa c’era lì prima, chi abitava quegli appartamenti, uffici? Case con famiglie? Si fermò sotto l’alto ingresso e citofonò, la voce di rauca di Brice - l’addetto all’accoglienza della clientela - chiese chi era, David si annunciò, il portone si apri con uno scatto elettrico. Salì le scale e arrivò al portone, suonò ancora. Brice aprì e accolse David con un sorriso mefistofelico, gli fece cenno di entrare e accomodarsi nel regno della lussuria. Brice era un mingherlino di bassa statura, tutto rinsecchito dentro i suoi abiti confezionati, che parevano vuoti tanto era magro, penzolavano come quando sono appesi a una gruccia; anche lui vestiva completi eleganti. Brice aveva uno sguardo felino che metteva sempre a disagio David, era calvo, ma non si arrendeva: con un riporto degno di nota, sistemava accuratamente i capelli rimasti affinché coprissero la testa pelata. Era nato maggiordomo, così si definiva, un maggiordomo dei bassi fondi, nato per servire. Brice il maggiordomo. Un tipo particolare. Ci sapeva fare con i clienti, era un buon conversatore e aveva le giuste maniere e poi era discreto, caratteristica questa imprescindibile in una casa chiusa. 

Non fosse stato per il suo sguardo subdolo e per il suo sorriso beffardo a David quasi sarebbe risultato simpatico.

David prese posto su una poltrona di velluto, Brice, servizievole come sempre, gli portò un whisky sour con ghiaccio; nell’attesa, David si mise a sorseggiare. 

Brice tornò alla reception, il telefono squillò, rispose e fu informato che la ragazza era pronta, annuì e riattacco la cornetta.

- Da questa parte Signor Jean - disse a David, che non usava il suo vero nome in quel luogo.

David si alzò e seguì il maggiordomo dei bassi fondi. Passarono per un largo corridoio, costeggiato da molte porte; applique dalla luce viola e blu si alternavano e conferivano al corridoio un’atmosfera sotterranea; dalle casse poste sul fondo proveniva una musica jazz tranquilla. Si notava che era stato Brice ad occuparsi dell’arredo, in fondo aveva gusto, faceva bene il suo lavoro. 

Brice si fermò e fece cenno a David di entrare - Questa è appena arrivata Signor David, fresca come un bocciolo di rosa, buon divertimento - disse, si congedò e con passo felpato tornò all’ingresso.

David aprì la porta e una folata di incenso e aria fresca gli pervase le narici che obnubilò gli altri sensi. La stanza era piccola e ben curata, c’era una finestra aperta che dava sulla strada principale, il riverbero delle luci e delle voci della città risalivano ed entravano nella camera, disturbando l’atmosfera di tranquillità. Non c’era nessuno. David si chiese dove fosse la ragazza. Si accomodò sul letto a due piazze e iniziò a guardarsi intorno. La porta del bagno era chiusa, forse la ragazza si trovava al suo interno. Il rumore del chiavistello della porta del bagno attirò l’attenzione di David, volse lo sguardo nella direzione del cigolio metallico della chiave nella toppa della serratura, la porta si aprì lentamente e, con un atteggiamento noncurante, apparve la ragazza. Questa lanciò un’occhiata indifferente a David. Portava un accappatoio bianco e aveva i capelli un poco inumiditi. Scalza, prese a muoversi per la stanza senza far alcun rumore, sempre con nonchalance. 

- Mi scusi se l’ho fatta aspettare signore, mi stavo preparando, ancora un minuto e sarò da lei - disse. 

Aveva una voce calda e di tonalità bassa, un accento straniero di cui era difficile determinare l’origine. Chiuse la finestra, si diresse verso la toilette e scrutò il suo riflesso nello specchio, si rassettò i capelli e si voltò verso David. 

Come una gatta, si fece avanti sul letto carponi, arrivò a un palmo dalla faccia di David e prese a guardargli il viso. David sentì il suo respiro. 

- Perché non si spoglia signore - suggerì. 

- Non chiamarmi signore, mi chiamo Jean e vorrei che iniziassi tu - le ordinò David.

La ragazza non protestò, si mise sulle ginocchia, il busto eretto, e con un gesto lento fece scivolare l’accappatoio fino alla vita, lasciando i seni scoperti. Aveva un bel corpo: la pelle color bronzo, i seni erano giovani e di una rotondità sensuale. Era esile, sembrava una modella da rivista. David le carezzò il collò e poi fece scivolare la mano sulla spalle e giù fino al braccio; le prese la mano, era piccola con le unghie colorate di uno smalto rosso; spostò la mano sul fianco della ragazza, con il dito indice percorse la pelle e arrivò al suo ombelico, aveva un ventre piatto e tonico, risalì tracciando un linea immaginaria fino ai seni, li sfiorò e senti il calore del suo corpo. La ragazza ebbe un brivido, trasalì. Profumava intensamente. 

- Sdraiati - le comandò.

La ragazza si distese sul letto, con il suo fare tranquillo. David le sfilò l’accappatoio e lo gettò sul pavimento. La ragazza restò completamente nuda e un gioco d’ombre e luci rendeva la sua pelle maculata come quella di un felino della giungla. David continuò ad esplorare il suo corpo, con carezze e baci; una sensazione di leggerezza lo avvolse e sentì ogni estremità vibrare, l’estasi del momento si impadronì di lui e raggiunse l’agognata panacea del piacere.

David si spogliò e, una volta nudo, si allungò sul corpo della ragazza; cominciarono a scambiarsi effusioni, dettate unicamente dalla passione di lui, lei, probabilmente, svolgeva semplicemente il suo lavoro e non provava alcuna emozione. La penetrò. David trascorse la sua ora di sfrenatezza.

I riscaldamenti della stanza era alti e al suo interno faceva molto caldo, quasi si sudava, sebbene fuori la temperatura fosse vicina allo zero. David giaceva rilassato accanto alla ragazza, con lo sguardo rivolto verso il soffitto. Accese una sigaretta. La ragazza, poggiata su di un fianco verso David, lo guardava con uno sguardo penetrante, denso di curiosità. David continuava a fumare e notò gli occhi di lei che lo fissavano, si voltò e di rimando iniziò a sua volta a fissarla. Lei accennò un sorriso, David fece altrettanto. 

- Allora, mio caro Jean, ti sei divertito?

- Certo.

- Non frequenti spesso donne come me, vero? Si vede da come fai l’amore.

- Io non parlerei d’amore signorina...come ti chiami?

- Magdalena e uso la parola amore perché questa è la casa dell’amore Jean. 

David si chiedeva perché questa ragazza insistesse tanto sulla parola amore, voleva controbattere, persuaderla che l’amore non è roba che si vende, che forse proprio non esiste, ma poi si convinse dell’inutilità di qualsiasi obiezione, aspirò l’ultima boccata di fumo e spense la sigaretta. Si alzò e iniziò a rivestirsi.

- Tornerai, Jean? - disse la ragazza marcando ogni singola sillaba con un tono di voce civettuolo.

David le diede con distacco la buonanotte e uscì. Fuori la notte era oscura e fredda; era tardi. I marciapiedi vuoti, qualche macchina passava ogni tanto, sfrecciando sull’asfalto bagnato. David camminava a testa bassa; stanco e libero da ogni peso, procedeva per la città disabitata. Non c’era proprio nessuno in giro. Deserto. Un barbone dormiva su una panchina, avvolto di stracci, cartoni e plastica, si intravedevano solamente i piedi, che fuoriuscivano dall’involucro di pattume vario. David provò pena. Chissà come si era ridotto così quell’uomo. Meglio farla finita che sopravvivere in quel modo, pensò.

Giunse al palazzo dove aveva preso in affitto un appartamento; salì. Non cenò, sfinito si fece una doccia e si buttò sul letto. 

 

Si svegliò tardi la mattina successiva. Era Domenica, non doveva andare a lavoro. Aveva sognato Magdalena: la ragazza era sua, in tutti i sensi, gli apparteneva fisicamente; l’aveva sognata sdraiata sul letto, come la sera del loro incontro; nuda, lo chiamava a sé con la sua voce dall’accento esotico. 

Rimase nel letto un’altra mezz’ora, si girò e rigirò nelle lenzuola, un pensiero gli si era fissato nella testa: doveva rivedere Magdalena. 

Non sapeva di preciso cosa fosse scattato in lui. Ricordava che l’incontro con la ragazza era stato piacevole, come tutti gli incontri nella casa di Ivan, ma non rammentava che fosse successo qualcosa di speciale con Magdalena, che fosse scaturito un sentimento singolare, eppure, lentamente, si faceva largo la necessità di incontrare di nuovo la ragazza, come se questa gli avesse fatto un incantesimo a lento rilascio. Quella sera sarebbe tornato a trovarla.

Si alzò dal letto e fece colazione. Aveva terminato le sigarette, decise quindi di uscire per andare a comprarle. La sua dipendenza dalla nicotina era molto più forte la mattina, forse, per colmare il vuoto con cui si alzava ogni giorno, aveva bisogno di fumare parecchie sigarette. Si interrogava su questa particolare abitudine: era capace di fumare anche quattro sigarette durante la prima ora della giornata; beveva troppi caffè e accendeva una sigaretta ogni quarto d’ora. 

Si vestì e scese in strada. Il sole era pallido, lontano dallo zenit, da occidente, brillava nel cielo macchiato da spruzzi di nuvole, emettendo un tiepida luce bianca. Soffiava un vento freddo che spazzava la strada e i marciapiedi, qua e là si formavano mulinelli di sporcizia varia. La gente camminava avvolta nei propri indumenti, con la testa inculcata nei baveri dei cappotti. David is diresse verso il tabacchi più vicino, prese le sigarette della sua marca preferita. Non voleva fumare in mezzo al marciapiedi, alla mercé del vento e del freddo; non aveva alcun impegno, perciò decise che sarebbe andato in un caffè. Aveva voglia di camminare e pertanto non si fermò nel primo bar che incontrò; voleva passeggiare in un parco, nel verde della natura; proseguì lungo la strada verso la villa di qualche nobile ormai scomparso, il cui unico lascito era ormai il nome alla villa stessa. Lì c’era un bel giardino pubblico e anche un caffè. Il sole lentamente si alzava in cielo e la città si svegliava. Le strade brulicavano di vecchietti a passeggio con i propri cani, coppie innamorate che andavano a fare colazione, famiglie con al seguito frotte di bambini. La Domenica la città appariva diversa: spariva la frenesia, le strade erano libere, non intasate dal traffico, la gente camminava spensierata, con calma, senza fretta; non c’era quel via vai incessante che si vede durante la settimana. 

David raggiunse il parco, cinto da altissime mura bianche; l’entrata era degna di una villa nobiliare: un cancello alto più di tre metri, sorretto da altissime colonne di marmo. Entrò. Il giardino era all’inglese, spontaneo, non sfarzoso; piccole collinette si succedevano morbidamente una dietro l’altra, di un verde acceso, punteggiate da piccoli fiori dei più svariati colori, c’era un laghetto artificiale, circondato da un boschetto folto di canne di bambù, viali di ghiaia bianca si dipanavano nel giardino come rivoli, che faceva scricchiolare ogni passo. La villa nobiliare svettava al centro del parco: imponente e bianca, stile neoclassico, in armonia con tutto il resto che la circondava. In un angolo del parco c’era il caffè, in un locale che in passato probabilmente era stato una rimessa agricola, nascosto dalla chioma scura di alte querce secolari. David sedette. Il vento si era placato e il sole scaldava dolcemente. Non aveva fame, ordinò solamente un cappuccino. Lo bevve e rimase seduto a fumare e a osservare. L’aria odorosa e fresca del parco aveva un effetto rigenerante, gli infondeva energie nuove. Si calò in uno stato di calma piatta.

La vita scorreva davanti a suoi occhi, la gente era presa dalla vita stessa, si cimentava in attività variegate: c’era chi faceva yoga, chi jogging, chi giocava con i propri pargoletti; altri chiacchieravano seduti sulle panchine, alcuni, ai tavolini del caffè vicino a David leggevano assorti il giornale; c’era chi camminava a braccetto, chi girava in bicicletta. Tutti presi dal fluire della vita. David non riusciva a lasciarsi andare a quel modo. Era bloccato. Da tempo giravano nella sua testa interrogativi piuttosto contorti: la vita era una ripetizione insignificante? Un inganno? Correre in avanti, senza alcuna possibilità di fermarsi dove si vuole? Osservava quelle persone e vedeva individui intenti ad occupare il tempo, a dare un significato alla propria esistenza. David si sentiva estraneo a tutto questo, non riusciva a vivere come gli altri. Se ne faceva un cruccio, desiderava ardentemente la normalità della gente comune. Ma c’era qualcosa in lui di incrinato, di irrimediabilmente rovinato, che aveva gettato una nuova luce sul modo in cui guardava il mondo e non gli dava la possibilità di tornare indietro. Si sentiva un estraneo.

Una colomba piombò dall’alto vicino al suo tavolino, alla ricerca di qualche briciola di brioche, non appena si accorse della presenza di David, spaventata, volò via in tutta fretta, si alzò gradualmente verso il cielo e si poggiò sulla grondaia del tetto del caffè. David pensò che se fosse stato un uccello si sarebbe librato in alto nel cielo, non si sarebbe limitato a poggiarsi su di una grondaia o un ramo; avrebbe osservato tutto dall’alto. Intoccabile.

Il parco era ormai gremito, il sole aveva raggiunto lo zenit; David si rese conto di aver passato un paio d’ore seduto al caffè a osservare gli avventori e la gente nel giardino. Pagò il conto e se ne andò. 

Le campane suonavano in tutta la città, scandivano lo scatto dell’ora e l’inizio della messa. Nelle alte torri, le pesanti calotte di bronzo dondolavano e facevano sbattere i batacchi all’interno delle loro spesse pareti, il suono rimbombava tre i palazzi e in mezzo alle strade, si alzava in cielo e pareva che calasse il silenzio più totale, come se ci fosse spazio solamente per le loro vibrazioni acustiche. 

David giunse a casa. Si versò un bicchiere di amaro e sprofondò nel divano del salotto. Annoiato, si dilettò in uno dei suoi passatempi preferiti, lo chiamava “i ricordi di Proust”: il gioco consisteva nel ripercorrere un evento del passato, senza l’aiuto delle madeleine del famoso scrittore. Era uno svago a cui si abbandonava spesso, aveva questa malsana abitudine di rivivere ancora e ancora il passato, malsana perché tale vezzo permetteva ai sentimenti sepolti dal tempo di affiorare come fiumi in piena nel presente e David, al termine di questo gioco, a volte si ritrovava nella completa malinconia, altre volte si calava in uno stato di estasi eccessiva. Cominciò a correre indietro nel tempo con i pensieri, passo alla disamina vari eventi, cercando quello adatto da rivivere, da analizzare. 

Scelse l’ultimo incontro con Gérald, lo psicologo: David aveva iniziato la terapia a seguito di uno sconveniente sul posto di lavoro, un litigio piuttosto acceso con un collega. David non andava d’accordo con gli altri collaboratori, le discussioni erano frequenti, ma era bravo in ciò che faceva e, soprattutto, stava simpatico al capo, che era un’anima pia, e, per consentire a David di tenere il lavoro, gli aveva chiesto - quasi imposto, ma a fin di bene - di cominciare a frequentare uno psicologo, di modo che riuscisse a risolvere i dissapori con le persone. Così David aveva preso a vedersi regolarmente con Gérald lo psicologo. L’ultimo incontro era stato rivelatore. Gérald, esausto dall’ostruzionismo del suo paziente si sentiva frustrato, non riusciva ad ottenere alcun risultato e aveva la sensazione (quasi un certo convincimento) di non piacere affatto a David, allora, il giorno dell’ultimo incontro, aveva rovesciato addosso a David la verità - o almeno ciò che realmente pensava di lui -, gli aveva detto che era un persona arrogante, vittima del suo enorme Io, un uomo egoista tendente a soggiogare gli altri, che scambia un carattere dominate per una qualità anziché per una tara. Concluse la filippica asserendo che non sarebbe mai andato d’amore e d’accordo con nessuno per la sua tendenza a possedere le persone e che forse era meglio accettare i fatti per come erano e vivere di conseguenza. Le accuse frustrate dello psicologo non toccarono la sensibilità di David, non si offese, però le prese in seria considerazione, in quel momento ebbe come una illuminazione: perché continuare a combattere contro gli altri? Perché cercare di cambiarsi, annichilendo se stessi? Gli era piaciuta la frase “accettare i fatti per come erano e vivere di conseguenza”, l’attuò a menadito: lasciò il posto di lavoro e si mise in proprio ( gli affari andarono bene) e smise di contorcersi l’anima con le persone, da quel giorno in poi si comportò nella maniera più libera in assoluto. 

Ricordando questo episodio si convinse ancora di più della scelta che aveva preso di cambiare radicalmente la propria vita. Così, immerso nei pensieri, gli balenò un’idea che al principio ritenne piuttosto assurda e irrealizzabile: l’idea era fare di Magdalena una sua proprietà, comprarla da Ivan, averla sempre a disposizione, in casa. Rifletté per qualche momento: perché non vivere ancora più libero? Perché frenarsi e limitare i propri desideri? Bramava di possedere una donna come un oggetto - in fondo, questa era la vera motivazione che lo aveva portato a frequentare la casa chiusa -, perché non fare un passo ulteriore? Sovvenne in lui la voce della coscienza: privare una persona della libertà? Renderla schiava? A tal punto lo aveva portato la dissolutezza, l’egoismo? Vacillò. Forse non aveva la forza necessaria per spingersi a tanto. L’ultimo avamposto di umanità gli poneva questi dubbi. Eppure desiderava ardentemente realizzare quell’idea. Ciò conferiva maggior piacere nel covare il desiderio: sapere di anelare qualcosa di profondamente sbagliato. Conferiva alla cupidigia stessa un sapore completamente diverso, il suo corpo fu pervaso da un brivido e da una forza irrefrenabile di raggiungere lo scopo che non nessun problema morale poteva fermare. Mise a tacere la propria coscienza, decise di farsi trascinare dalla propria volontà; quella sera avrebbe trattato con Ivan.

 

Il buio era calato silenzioso. David si era addormentato sul divano, aprì gli occhi assonnati, sentiva la testa pesante e il corpo intorpidito. Per riprendersi decise di fare una doccia. L’acqua calda lo rinvigorì, gli massaggiò dolcemente il corpo e lo liberò da tutte le impurità; respirò la leggerezza del vapore acqueo e schiarì i pensieri; uscì dal bagno e si preparò per uscire.

Indossò vestiti appena stirati, freschi e puliti, gli calzavano perfettamente a dosso e gli conferivano energie rinnovate. Faceva freddo, la temperatura era vicina allo zero, soffiava un tramontana sibillina, perciò David decise che avrebbe preso un taxi per raggiungere la casa chiusa; ne chiamò uno e rimase ad attendere sotto il palazzo.

Le luci dei lampioni baluginavano nella strada deserta e la città era taciturna, il freddo aveva costretto tutti in casa in quella sera di una domenica invernale. Passò un quarto d’ora prima che arrivasse il taxi, si fermò davanti al palazzo; David salì e diede l’indirizzo al tassista. 

La macchina procedeva sull’asfalto e attraversa strade che David conosceva bene, i negozi erano chiusi e i palazzi sembrava fossero disabitati con tutte le inferiate chiuse e nessuna luce accesa. David osservava dal finestrino la sfocata realtà urbana. 

Il taxi si fermò al civico indicato, David pagò la corsa e scese. Una folata di aria fredda lo colpì in pieno volto, chinò il capo per proteggersi dal freddo e serrò le palpebre degli occhi, secchi, che il vento faceva bruciare. Con passi veloci e ampi raggiunse il portone della casa chiusa, citofonò; Brice come consuetudine chiese chi fosse e poi aprì. David salì le scale ed entrò. Il torpore che regnava all’interno era confortevole, il corpo di David iniziò ad acclimatarsi e il calore pervase ogni fibra del suo corpo, tolse la sciarpa e il cappotto e mentre li porgeva all’affabile Brice disse - Devo parlare con Ivan.

Brice fece una smorfia di stupore, David non aveva mai chiesto un colloquio con Ivan, gli venne il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto.

- Qualche problema Signor Jean?

- No, nessun problema. Voglio parlarci di una questione personale.

- Capisco, vado a vedere se è disponibile, aspetti qui.

Brice poggiò il cappotto e la sciarpa nel guardaroba e con passi felpati si diresse verso l’ufficio di Ivan.

Fece ritorno poco dopo e con un gesto del braccio invitò David a seguirlo. Lo condusse all’ingresso dell’ufficio e si accomiatò con il suo fare da maggiordomo. 

David entrò nella stanza. Ivan sedeva dietro la scrivania, seduto a proprio agio sulla sedia, fumava e beveva un cognac. Scrutò David dalla testa ai piedi e poi lo esortò a sedersi.

- Brice mi ha detto che hai qualcosa da chiedermi - disse con un forte accento dell’Est Europa.

- Sì, voglio trattare.

- Trattare? E su cosa? Il prezzo delle ragazze? Questo è un posto serio non facciamo mica sconti.

- Non è per i prezzi.

- E allora di che vuoi trattare?

- Voglio Magdalena.

- Magdalena? La puoi avere quando vuoi, è nella sua stanza, ci puoi andare anche adesso.

- No, intendo la voglio comprare.

Ivan guardò David con una espressione di sorpresa, forse era la prima volta che un cliente gli faceva una richiesta del genere.

- Parli sul serio? - gli chiese.

- Serissimo, dimmi un prezzo.

Ivan distolse lo sguardo dal suo interlocutore e iniziò a fissare il soffitto con aria pensierosa. Aspirò una boccata di fumo e bevve un sorso dal bicchiere. 

- Non faccio questo tipo di trattative - disse.

- E perché no? Mi vuoi dire che Magdalena è venuta qui a chiederti un lavoro, lo so come funziona il tuo giro, dimmi una cifra.

- Magdalena è giovane e piace ai clienti, non so se posso lasciartela. Perché la vuoi tutta per te? Puoi venire qui quando vuoi, lo sai che sei il benvenuto.

- Te l’ho detto: la voglio comprare. Va bene qualsiasi prezzo.

Il magnaccia rimase in silenzio, indagava su quello strano cliente e sulle sue intenzioni. Era un uomo dalla dubbia moralità, questo era certo, in quel momento stava valutando la convenienza dell’offerta che gli era stata fatta, non era assolutamente turbato da qualche remora sul futuro di Magdalena, lui le donne le aveva sempre considerate come merce, e, si diceva tra sé e sé, quando vendi qualcosa devi sempre valutare i pro e i contro. In fondo, una come Magdalena, poteva rimpiazzarla facilmente.

- Tu vuoi la ragazza

- Esatto.

- Va bene, si può fare, per la ragazza diecimila euro, contanti, subito.

- Domani ti porto i soldi.

David si alzò e uscì dalla stanza. Prese il cappotto e tornò a casa; si stese sul letto e dormì profondamente.

La mattina seguente, prima di recarsi a lavoro, passò in banca per ritirare. Ebbe qualche complicazione perché era una somma di denaro consistente; il direttore della banca fece problemi, disse che c’era bisogno di tempo e di permessi, in ossequio alle nuove regole, David, che non poteva aspettare, con la sua consueta arroganza, minacciò il direttore che in caso contrario avrebbe chiuso il conto e prelevato comunque tutti i soldi depositati in esso, il direttore si arrese e acconsentì alle richieste del proprio cliente. 

Arrivò nel suo studio e per tutta la giornata sbrigò delle pratiche, distrattamente, i suoi pensiero erano diretti a quella sera, quando avrebbe concluso la trattativa, cosa sarebbe successo da lì in poi? Soprattutto si domandava in cosa si stava cacciando: possedere una persona, a che punto era arrivato? La sua coscienza era in allarme e cercava disperatamente di farlo rinsavire, tentava strenuamente di fargli aprire gli occhi per vedere il gigantesco errore che stava commettendo. David ammutolì la voce del proprio discernimento interiore e cominciò a fare piani per quella sera: avrebbe messo Magdalena nella stanza per gli ospiti, aveva già chiamato una ditta di ristrutturazioni per mettere delle inferriate fisse alla finestra della stanza e per far cambiare la porta con una più resistente. L’avrebbe rinchiusa lì dentro. Non sarebbe potuta scappare. Aveva organizzato tutto. 

Lasciò l’ufficio e si diresse a piedi verso la casa chiusa. Brice lo accolse e lo condusse direttamente da Ivan, stava parlando al telefono in Boemo o in chissà quale lingua dei Balcani, con un cenno sbrigativo della mano fece entrare David. Terminò la conversazione e riagganciò il telefono

- Hai i soldi?

- Eccoli - rispose David e mise sulla scrivania un borsello con dentro il denaro.

Ivan lo afferrò e si mise a contare le banconote.

- Ci sono tutti - disse David.

- Meglio contare, se non ti dispiace. 

Continuò il conteggio e ammonticchiò i soldi in più pile, una volta terminato, prese la cornetta del telefono fisso e intimò a Brice di venire con Magdalena.

- Te lo dico, la ragazza ha fatto un po’ di storie, mica gli è andato giù questo cambiamento, comunque te la vedrai tu con lei d’ora in poi, non è un mio problema. 

Brice entrò con Magdalena. La ragazza aveva il volto sconvolto, gli occhi gonfi e umidi, stringeva con tutte e due le mani una borsa davanti alle gambe; stava immobile e fissava David con occhi tristi in cui si poteva notare rancore e repulsione.

- Tu adesso vai con lui e farai tutto ciò che devi - disse Ivan a Magdalena con tono brusco.

La ragazza annuì. 

Poi, rivolgendosi a David, disse - Marcel vi accompagnerà, per evitare che la ragazza scappi.

- Bene, qui abbiamo finito allora - disse David che si alzò e prese la ragazza sotto un braccio.

Uscirono dall’ufficio di Ivan, David trascinava Magdalena che involontariamente opponeva una leggera resistenza fisica. Scesero in strada. 

- Non devi preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai starai bene da me - le disse David con voce rassicurante.

Magdalena non rispose, prese a singhiozzare e dei rivoli di lacrime le attraversarono le guance. David si calò in uno stato di fredda indifferenza e non diede alcuna importanza alla reazione della ragazza, fece finta di nulla. 

Marcel li portò con la macchina alla destinazione. Magdalena sentiva le proprie forze venir meno: per salire ogni gradino della scala che la stava conducendo nella sua prigione doveva fare ricorso a tutte le sue energie, come se stesse scalando una montagna. Dentro di sé sperava che fosse tutto un equivoco, oppure, che qualcuno mandato dal cielo accorresse a salvarla, che eliminasse il suo aguzzino e la togliesse da quella situazione terrificante. Ma i suoi desideri non furono esauditi; David la fece entrare nel proprio appartamento e ogni speranza la abbandonò. Magdalena fu condotta nella stanza a lei riservata, era ben arredata e spaziosa ma ciò non fu di nessun aiuto, una prigione d’oro è pur sempre una prigione. Notò immediatamente le grate in ferro e il portone pesante, quella stanza era ermeticamente inviolabile. Cosa ne sarebbe stato di lei? Perché il destino l’aveva condannata in quel modo diabolico? 

- Questa è la tua stanza, non ti mancherà nulla. Inizialmente ti chiuderò a chiave qui dentro, per darti il tempo di abituarti e per evitare che tu faccia sciocchezze. Io sarò a lavoro tutto il giorno e ci vedremo la sera. Buonanotte.

Così David lasciò Magdalena nella stanza, ormai la hybris si era totalmente impadronita di lui, si librava in alto, sospinto dalla tracotanza e dalla superbia: aveva realizzato il suo desiderio nascosto, possedere una donna, completamente. 

Magdalena rimase in piedi immobile, paralizzata, si ripeteva ossessivamente se tutto quello che gli stava accadendo era vero, malediva il destino e Dio. Vagò per la stanza avanti e indietro, cercò di forzare la porta, la finestra, batté i pugni sul muro e gridò spergiuri al suo carceriere, non ottenne alcunché.

 

Passò un mese. Magdalena sopravviveva. Qualsiasi traccia di umanità in David era stata spazzata via dall’indifferenza, egli trattava la ragazza come un oggetto, come una schiava. Magdalena aveva tentato la fuga i primi giorni, ma invano. Aveva provato a mettersi in contatto con qualcuno che viveva nel palazzo gridando a squarcia gola, ma inutilmente, con tutta probabilità la stanza e i vetri della finestra erano insonorizzati. La sera era il momento che più temeva e detestava: David tornava e la costringeva a cenare con lui. Poi, la portava nella stanza per dare sfogo alle sue dissolutezze. 

Sebbene la sua professione da sempre era quella di vendere il suo corpo, non era mai stata costretta in quel modo; i clienti la trattavano con rispetto e pagavano i suoi servizi, e, nonostante odiasse il suo lavoro, aveva una certa libertà, riusciva a essere trattata come un essere umano. Aveva accettato da tempo quello stile di vita e vi si era abituata. 

Era notte fonda, Magdalena, distesa sul letto, riviveva il suo passato: era un immigrata cresciuta nella periferia della città, non aveva mai conosciuto il padre e aveva perso la madre quando era solamente una bambina, morta di overdose. Ricordava la sua infanzia come un periodo confuso, avvolto da una coltre spessa di nebbia, era solo una bambina e aveva visto troppe cose, la maggior parte le aveva rimosse. Abbandonata ad una esistenza di privazioni, aveva visto la madre morire con una siringa infilata nella vena del braccio. Aveva un’immagine vivida di quel momento, non era mai riuscita a cancellarla, spesso, tornava anche nei suoi sogni: la madre seduta sul pavimento, appoggiata al bordo del letto, bianca, pallidissima, portava una vestaglia estiva sgualcita, immobile, con il capo che pendeva da un lato, gli occhi semichiusi, esalò l’ultimo respiro davanti a Magdalena; si spense lentamente come in un sonno profondo. Magdalena ricordava di aver chiamato aiuto e dopo la memoria si confondeva. Lasciò l’appartamento dove viveva e fu trasferita in un orfanotrofio, dormiva in uno stanza ampia con i soffitti alti, insieme ad altre bambine sfortunate. Ricordava che in quel periodo si sentiva sola, dimenticata, non faceva parte del mondo che la circondava, si considerava un fantasma. Fu presa da alcune famiglie, ma non riuscì mai a mettere radici. Passò così una adolescenza errante, in case diverse, in città diverse. La sensazione che provava da bambina non la abbandonò mai, la realtà circostante non aveva spazio per lei, la normalità le era negata, sentiva di essere destinata ad una vita diversa, suo malgrado. Arrivò l’età adulta e, d’un tratto, si trovò di fronte alla cruda realtà del mondo, alla sua legge impietosa, dove vivere diventa sopravvivere, dove si celano trappole e inganni e le strade da prendere sono molteplici, molte delle quali portano in luoghi nefasti da cui è difficile fare ritorno. Non si rimproverava nulla di ciò che aveva fatto: era stata gettata nel mondo come un oggetto senza valore, lasciata alle intemperie della malignità umana, nessuno le aveva insegnato a vivere, nessuno le aveva mostrato un’alternativa. Conobbe le droghe e la nefandezza, la sua vita cambiò. Il suo centro di gravità erano le sostanze velenose che le permettevano di trovare attimi di pace, a carissimo prezzo. Iniziò così la vita, vendette il suo corpo, gettò nell’immondizia la propria dignità. La necessità glielo impose. Si abituò. 

All’improvviso la porta della stanza si aprì, David entrò silenzioso. Magdalena chiuse gli occhi e finse di dormire. L’aguzzino le si avvicinò e sedette sul letto, prese a carezzare la testa di Magdalena. Sussurrava parole incomprensibili. Si chinò verso Magdalena, afferrò delicatamente una ciocca di capelli e la odorò. Esalò un sospiro di soddisfazione e poi, sempre con cautela, uscì dalla stanza. Magdalena aveva i brividi, la pelle d’oca, era riuscita con grandissimo sforzo a controllarsi, a fermare i tremori del proprio corpo. Doveva assolutamente fuggire da lì. Ma come? Aveva provato in tutti i modi non ottenendo nulla. C’era solo un’unica via d’uscita: ammazzarlo. 

Il sole sorse timido, raggi di luce bianca illuminavano la stanza e proiettavano l’ombra della grata sul pavimento, suddividendolo in tanti piccoli rettangoli. Magdalena aprì gli occhi, si era addormentata per sfinimento, sentiva la testa pesante, cercò di schiarirsi i pensieri, doveva pensare a come attuare il suo piano. 

Dall’altro lato della stanza, nell’appartamento, si sentivano dei rumori; David si era svegliato. Le portò la colazione e uscì di casa. Magdalena non aveva fame e lasciò sul vassoio il cibo a raffreddare. Come liberarsi? Il suo aguzzino si era premurato di rimuovere qualsiasi oggetto contundente o affilato, le serviva i pasti con posate di plastica. Magdalena non poteva usare nulla come arma. Stette sdraiata sul letto per un paio d’ore a valutare mille possibilità. Arrivò all’unica conclusione possibile: doveva conquistare la fiducia di David.

Trascorse così un mese e un altro mese ancora. Magdalena stava riuscendo nel suo piano: si era mostrata ogni giorno più indulgente - quel tanto che bastava per non destare sospetti - come se avesse accettato la sua situazione; era accondiscendente su ogni richiesta - anche se ogni gesto nei confronti del suo aguzzino le costava non poca fatica, ma era abituata a mandare giù bocconi amari, lo aveva fatto per tutta la vita - ; così, pazientemente, conquistava la confidenza di David; ogni giorno tesseva minuziosamente il telaio della sua redenzione, in attesa dell’occasione giusta. Non c’era spazio per il fallimento, doveva a tutti i costi liberarsi. Aveva fatto un giuramento: se fosse riuscita a fuggire sarebbe cambiata, avrebbe dato una svolta alla sua vita, non più in balia delle intemperie, padrona di sé, non si sarebbe lasciata trascinare dalla corrente della vita lungo vie impervie. Attendeva e sperava. 

 

David non si era mai sentito più soddisfatto in vita sua, aveva realizzato quella che era un suo intimo, inconscio desiderio: possedere una persona. All’inizio non era stato semplice, ma ciò non impediva a David di compiacersi. I primi giorni Magdalena si era comportata come un fiera selvatica, lo respingeva con tutta la forza che aveva a disposizione: scalciava, mordeva, graffiava. David però si fece ingegnoso - la situazione lo richiedeva -, la preparazione della stanza con tutte le dovute accortezze lo aveva spinto ad affinare il suo maligno acume. Così la prima settimana aveva drogato le pietanze di Magdalena. Procurarsi i farmaci era stato complicato - la situazione, però, lo imponeva -, aveva dovuto corrompere un farmacista a peso d’oro affinché gli passasse le droghe sottobanco. Dopo qualche giorno di somministrazione Magdalena si era ammansita, di contro, però, la ragazza era diventata inanimata come un oggetto, catatonica. David non aveva acquistato una donna per farne un manichino da vetrina. Aveva dunque smesso di affibbiarle oppiacei, era passato a strategie psicologiche. Sperava di ottenere quella che comunemente viene chiamata “Sindrome di Stoccolma”, indurre il proprio ostaggio a provare desiderio di intimità. Aveva così iniziato a compiere piccoli atti di premura nei confronti di Magdalena: le comprava regali, a volte la faceva uscire dalla stanza e la faceva girare per casa - sempre sotto il suo sguardo vigile - aveva intrapreso la via del dialogo, con parole persuasive aveva cercato di far capire alla ragazza che la sua situazione non era poi così male, non le sarebbe mancato più nulla, lui si sarebbe preso cura di lei, doveva semplicemente sottostare a delle regole, non così ferree in fin dei conti - secondo il suo punto di vista distorto - ; una volta l’aveva portata anche al cinema - prima aveva dovuto avvertirla che ogni tentativo di fuga sarebbe stato vano, che l’avrebbe ritrovata con l’aiuto di Ivan - la serata era stata un successo Magdalena aveva riso tutta la sera per il film e poi, la notte, si era concessa con passione, tutto stava funzionando - almeno era quello che credeva. 

David trotterellava spensieratamente verso casa, a lavoro era filato tutto liscio e a casa l’aspettava il suo oggetto del desiderio. Come abbiamo detto, David non era mai stato più beato in vita sua. Camminava con il sorriso e i lineamenti del suo viso erano distesi e calmi. Il crepuscolo azzurrino annunciava la sera, le strade si svuotavano e soffiava una fresca aria primaverile. Si fermò ad un chiosco di fiori, scelse delle rose e le fece confezionare ad arte. Il profumo dei boccioli era brioso ed intenso, aumentò il suo buon umore. 

Bussò alla porta della stanza di Magdalena, anche se non era necessario - un atto di cortesia -, non ricevette risposta, girò la chiave nella toppa della serratura ed entrò lo stesso. La ragazza era poggiata alla balaustra della finestra, non appena senti la porta aprirsi si voltò, a David sembrò di vedere nei suoi occhi tranquillità, Magdalena vide i fiori e fece finta di sorridere, nel modo più spontaneo possibile, David ripose i fiori in un vaso, dietro la grata della finestra. La prese tra le braccia e la baciò. Magdalena si lasciò stringere, senza alcuna resistenza, ricambiò con carezze e smancerie. 

Fecero l’amore per tutta la sera. A notte ormai fonda, David crollò nel letto insieme a Magdalena. Questa era l’occasione che stava aspettando. Rimase nel letto, immobile, cercando di respirare lentamente, finse di dormire. Passarono così delle ore, attese che David fosse in un sonno profondo. Il silenzio regnava nella casa. Nel buio, Magdalena iniziò a muoversi impercettibilmente, scansò poco alla volta le lenzuola che la coprivano, si alzò aiutandosi con le braccia, ad ogni movimento si fermava per controllare se David dormisse ancora, riprendeva poi le sua lente manovre. Si avvicinò al bordo del letto. Cominciò a sentire scariche di adrenalina che le attraversavano tutto il corpo, il cuore prese a battere veementemente, cercò di contenersi. Scese dal letto. Si acquattò al pavimento e prese a serpeggiare sul pavimento verso i vestiti di David, buttati a terra, frugò nelle tasche, con flemma, alla ricerca delle chiavi della stanza. Non si trovavano nei pantaloni. Il buio avvolgeva la stanza e Magdalena procedeva quasi alla cieca. A tastoni individuò il cappotto, ispezionò anche le tasche di questo. Finalmente le sue dita sentirono il freddo del metallo delle chiavi, le estrasse delicatamente, attenta a non fare il minimo rumore. Strinse in mano il piccolo mazzo di chiavi, ce n’erano diverse, qual era quella che avrebbe aperto la porta? Prese a sudare freddo, era impreparata dinanzi a quell’imprevisto. Sempre rasente il pavimento, arrivò alla porta. Si mise in ginocchio e distese il braccio verso la serrature della porta. Provò una chiave, non entrava. Ne provò un’altra, si inserì nel chiavistello, tentò di girarla ma non si mosse, era sbagliata anche questa. Rimanevano ancora alcune chiavi. All’improvviso David si mosse nel letto. Magdalena trasalì. Si era solo mosso nel sonno. Tirò un sospiro di sollievo. Scelse a caso un altra chiave, non riusciva a controllare l’agitazione. La porta questa volta si aprì, la libertà era ad un passo. Uscì dalla stanza, attraversò il breve corridoio che portava alla cucina. Quelle poche volte che David le aveva consentito di stare nella restante parte dell’appartamento aveva cercato di memorizzare ogni centimetro della casa, la collocazione di ogni mobile e di ogni oggetto. Si diresse in cucina. Arrivata al bancone dove si trovava un set di coltelli sentì una presenza alle sue spalle, David si era svegliato. La fissò negli occhi per un istante e poi le saltò addosso. Iniziarono una colluttazione, caddero a terra. David si ritrovò sopra Magdalena, che si divincolava con tutte le forze di cui disponeva, gli graffiò il viso, scalciò, David tentò di afferrarla per il collo. Magdalena vedeva solamente una figura ombrosa sopra di lei, sentiva il peso di quel corpo ostile, per un attimo si senti impotente, persa, il pensiero che tutto stesse per finire nel peggiore dei modi le attraversò la mente. Continuava a cercare di liberarsi dalla presa, intanto, le mani di David avevano raggiunto il suo collo, questi serrò la presa e Magdalena sentì improvvisamente venire meno il respiro, la vista le se annebbiò, tutto divenne ancora più scuro, ogni senso si spense, esalò l’ultimo respiro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLLO CON PATATE.

 

Era un afoso pomeriggio di luglio, i cofani delle macchine erano roventi che potevi cuocerci un uovo e c’era Scirocco, come i grandi chiamavano il vento di quando c’era quel caldo tremendo. Gironzolavo per il quartiere deserto, armato di una scatolina di fiammiferi che avevo rubato a mio padre. Odiavo i pomeriggi d’estate, perché tutti nel quartiere se ne stavano dentro casa all’ombra a riposare, mentre io avevo una gran voglia di fare. Mamma e papà pensavano che me ne stavo nella mia cameretta. In realtà, sgattaiolavo fuori di casa e passeggiavo per il rione alla ricerca di qualche avventura. Facevo finta di essere l’ultimo bambino del mondo e accendevo un fuocherello tra la sterpaia o bruciavo le erbacce secche che bucavano di giallo i marciapiedi. Quel giorno, proprio sulla traversa principale, mi accorsi di un mucchio di piantine mezze secche che il fioraio aveva ammonticchiato dietro la palizzata della sua casupola. Non ho saputo resistere e ci ho lanciato dentro un paio di quei fiammiferi. Il fuoco si fece più alto e più grosso di me e una colonna di fumo bianco come quello degli indiani salì verso il cielo. Scappai e sparii attraverso i tetti di quelle palazzine comunicanti che costruivano il mio quartiere. Intanto, il fuoco si era mangiato quella palizzata e una parte di piante verdi pacifiche, ma che ora sembravano delle foglie di un incubo, nere e a punta come la lingua di quella biscia che era stata schiacciata da una macchina. Arrivarono i pompieri, con i loro elmi da cavaliere e il carro rosso, suonando una campana d’ottone. Ci misero un bel po’ a spegnere quel fuoco. Per me, che osservavo quel via vai nascosto sul tetto difronte, fu un fuoco divertente che faceva l’odore di quando a pasquetta si fa la carne alla griglia, mi venne fame e tetti tetti tornai verso quello di casa mia. 

Mamma e papà in cima alla nostra palazzina allevavano delle galline e c’era un piccolo pollaio che ci dava sempre uova fresche. Odiavo quando mio padre mi obbligava a salire per dare il granturco alle galline o a prendere le uova. Sono stupide le galline e non si fanno prendere per giocare e poi c’era il grande gallo che mi faceva paura, era alto quasi come me e per questo faceva il prepotente. Quel pomeriggio, mi affacciai sulla rete e mi ci appesi con le dita per farle spaventare. Svolazzarono tutte meno una. Allora entrai nel pollaio e mi misi a battere le mani per farla alzare e così fu, vidi un uovo, ma subito il grande gallo mi corse incontro, io schizzai fuori e chiusi la porticina del pollaio. Ma non gliela diedi vinta e restai fermo a fissarlo mentre strillava in mezzo a quella bufera di piume bianche. Poi i miei occhi lo scavalcarono e rimasi incantato perché dietro di lui notai che quell’uovo si stava muovendo. Appena il gallo si calmò mi accovacciai per osservare meglio, si stava proprio muovendo da solo e mi dissi che forse quell’uovo era magico. Il guscio si spaccò dall’interno e una punta come quella di una freccia uscì fuori, a poco a poco, su tutta la superfice si fecero delle crepe uguali a quelle delle pareti del bagno, finché ne venne fuori un pulcino bianco e un po’ giallino che non si reggeva sulle zampe e piangeva come la mia sorellina quando ha fame. Dopo un po’, si mise in piedi e la sua mamma gli gironzolava intorno. Come lo vidi zampettare, decisi di adottarlo e, pensando fosse una gallina, perché era stata una gallina a farlo, lo chiamai Gina e le promisi che non sarebbe stata una gallina stupida come tutte le altre, ma che sarebbe stata la mia gallina speciale perché le avrei insegnato a volare. Da quel momento salivo ogni pomeriggio sul tetto per controllare la mia Gina. Dopo una settimana già le vedevo una piccola cresta rossa, anche se all’inizio pensavo che si era spaccata la testa da qualche parte. Prima la mamma di Gina non mi faceva avvicinare, ma dopo fummo inseparabili. Le insegnai a beccare il granturco e le facevo fare i percorsi che volevo, a otto, a spirale, io disegnavo con il mais e lei lasciava la traccia col becco sul terriccio e poi, finito di magiare si sedeva, anzi si appollaiava – me l’ha detto papà che si dice così e mi sembra sensato, Gina è un pollo e si appollaia, allora gli ho chiesto a papà perché gli umani non si umanano, ma invece si siedono. Papà mi ha guardato strano, la mamma ha riso, però nessuno mi ha risposto. 

Gina continuava a crescere a vista d’occhio, diventò più alta e perse quel piumino che era simile alla poltrona di velluto del salotto e mise le piume di colore marroncino simile al legno degli alberi con le liane di Tarzan che stanno nella campagna qui vicino. Divenne più pesante e le sue ali si fecero più lunghe con piume più grandi e anche la cresta le era cresciuta tanto. Perciò, decisi che era il tempo di farle scuola di volo: la prendevo in braccio e la lanciavo in aria per farla stare in cielo, lei cadeva giù tutte le volte, eppure noi non mollavamo e continuavamo il nostro volo a metà. Una volta mi arrampicai sul pollaio con lei e la buttai giù. Per un momento, pensai che ce l’avrebbe fatta però poi finì per terra rotolando. Ci provai altro paio di volte, poi smisi perché la faceva arrabbiare e mi beccava le mani. L’ultima volta le diedi una testata per essere pari e le promisi che non saremmo più saltati dal pollaio e che avremmo continuato con il vecchio metodo, anche se diventando più grande si faceva prendere sempre meno e preferiva rincorrere le galline. Dopo un po’ Gina era la più alta e grossa del pollaio, inseguiva le altre galline e poi provava a scavalcarle. Papà mi disse che era normale, perché Gina era un gallo e non una gallina. E in effetti, qualche tempo dopo le sputarono delle piume sulla coda simili a quelle del grande gallo. La cosa non mi dispiaceva, non cambiava il bene che le volevo, anzi, pensai che Gina poteva difendermi dal grande gallo tutte le volte che entravo nel pollaio.

A gennaio Gina era bello come un moschettiere, con quella cresta rossa che sembrava un capello e, come un moschettiere, ogni tanto si batteva con il grande gallo e io mi immaginavo che avesse una spada sotto le ali e che lo infilzasse allo spiedo quel pollo cattivo gridandogli il suo chicchirichì come un urlo di guerra, quello stesso canto che da un po’ faceva anche al sole per salutarlo di mattina. Gina era diventato grosso quasi quanto lui, ma era tanto più bello. Aveva la cresta rossa rossa, la testa d’oro e un mantello dello stesso colore che sulle spalle diventava arancione e poi rosso, aveva il petto nero e le piume rosse del collo e delle spalle sembravano fiamme così come quelle delle schiena, giallo forte, sembravano bruciare. Le ali avevano le punte di fuoco e per il resto erano nere, però si vedevano anche il verde o il blu come quelli di cui sono dipinte le macchine ed era così pure sulla coda, simile a quel coltello giallo a forma di “C” che c’è sul manifesto che papà ha in camera sua. Invece, sulle zampe da dinosauro aveva degli unghioni che facevano il rumore degli speroni dei cowboy del cinema.

Il 6 gennaio, come spuntò il sole, salii sul tetto perché non avevo sentito il chicchirichiare di Gina: Gina non c’era, la chiamai, la cercai sui tetti vicini, mi sporsi di sotto per vedere se per caso era caduta giù. Scesi per strada e chiesi a grandi e bambini se avevano visto Gina e glielo descrissi benissimo il mio amico, come il gallo che sembrava di fuoco. Salii le scale con gli occhi bagnati e le lacrime che mi scendevano e mentre facevo i gradini sentii un odorino di arrosto. Pensai all’incendio che avevo fatto d’estate, al legno delle piantine che era diventato carbone morto e a tutto quel fumo e odore di bruciato. Corsi da mia mamma, che mi abbracciò togliendosi i guanti da forno e piangendo le dissi che Gina non c’era più. Subito mi rispose che forse Gina aveva imparato a volare come gli avevo provato a insegnare, e per un momento le avevo creduto. Poi mio padre aprì il forno, si mise i guanti e tirò fuori un pollo con le patate. Disse a mia madre di non raccontarmi certe fesserie, che i polli non è vero che volano, ma è certo che si mangiano. La mamma si arrabbiò con lui e papà le disse che lo sciopero – che non so cos’è – sarebbe durato fino a fine febbraio e che di soldi per mangiare non ce n’erano, le urlò che tutti i suoi compagni stavano tirando la cinghia e che fino a quando il padrone non gli avrebbe dato quello che volevano la fabbrica sarebbe rimasta chiusa. 

Quel pranzo dell’Epifania non mangiai nulla e fuggii di casa piangendo più forte di quanto avessi mai pianto. 

Da quel giorno non mangiai mai più pollo e quelle rarissime volte in cui la mamma lo cucinava io, col permesso di mio papà, non mi sedevo a tavola. Lui mi dava una carezza sulla testa scombinandomi i capelli, mamma mi pettinava con la mano e poi mi dava un bacio sulla fronte. Provavano a farsi perdonare, a consolarmi, ma io abbandonavo la cucina e li lasciavo da soli a mangiare, sempre con una piuma che mi dava un brivido lungo la schiena e un boccone di lacrime che mi mordeva la gola. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CONVERSAZIONE.

 

Prese dal cassetto della scrivania una bottiglia di vodka e tre bicchieri. La versò senza chiedere il nostro consenso. Il mio era macchiato di rossetto sul bordo. Facemmo cin. Lo girai, e bevvi dalla parte pulita.

- Vi piacciono le barzellette? - chiese il vice-questore.

- Stai per raccontarne una? - risposi. Era inteso, fra me il fotografo, che io facessi le domande.

L’uomo aveva baffi folti e grigi e parlava in un inglese corretto, ma carico d’accento.

- Se vi piacciono le barzellette... - disse - allora questa vi farà impazzire. -

Vuotò di colpo il bicchiere vodka. Ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, senza chiedere. Aveva il volto gonfio, gli occhi iniettati di rosso dell’alcolista.

- Che paese, l’America - continuò. - Ci sono stato vent’anni fa. Viaggiavo come uomo d’affari, ma ero uno spia. Sapete cosa mi ha colpito? -

- Cosa? -

- Le librerie. Tutti quei libri in bella vista, a portata di mano, pieni d’ogni sorta d’idee. Autori che da noi erano censurati e letti sottobanco, da voi potevano essere comprati per pochi dollari. Uno spettacolo incredibile. Non vi rendete conto della vostra fortuna. -

- Le persone non danno tanta importanza ai libri. -

- Sbagliano - rispose l’uomo, agitando l’indice di fronte al nostro viso. - Comunque, non stavo divagando. Sono vecchio, ma non ancora rincretinito. -

- Siamo qui per parlare di uno scrittore. -

- Esatto. Uno scrittore. A mio avviso, non di grande caratura. Sapete come distinguo quelli bravi dal resto? -

- No, ma m’interessa. -

Anch’io, come molti giornalisti, ho un romanzo nel cassetto.

- La fretta. Vedete, dalle informazioni che ho raccolto su di lui, e sono esatte, perché so fare il mio lavoro... -

Entrambi annuimmo. Non credevamo che quel funzionario della sperduta repubblica post-sovietica dove ci trovavamo fosse incompetente. Nonostante gli occhi rossi, l’alito pesante, la parlata trascinata.

- Delle informazioni che ho su di lui, ho capito che aveva molta fretta d’arrivare. Vendere tante copie. Gloria, onori, soldi. -

Ci guardò, come a dire: sappiamo tutti come gira il mondo.

- Forse aveva anche talento. Non so. Ho letto tutto quello che ha scritto, su quel maledetto blog. Neanche lui prevedeva che avrebbe avuto tanto successo. Ci sperava, sì. Ma, se lo avesse previsto... - il funzionario picchiò sulla scrivania col bicchiere - forse non l’avrebbe fatto. Si sarebbe limitato a insegnare. O forse no. Alcune persone hanno la vocazione per diventare martiri. È per quello che siete qui, giusto? Volete la storia d’un martire. -

- Siamo qui soltanto per scrivere la verità - risposi.

- La verità... - disse lui, sorridendo mestamente. - Che cos’è la verità?

Nessuno di noi rispose.

- Però aveva un tocco, questo lo devo riconoscere. Sapeva raffigurare l’assurdo che le politiche statali creavano nel quotidiano. Penso che in fondo la gente lo leggesse per questo, per queste sue piccole divagazioni. Non per le lunghe invettive contro il regime. Anche voi avete letto i suoi articoli. Sapete di cosa parlo. -

Né io, né il fotografo conoscevamo la lingua di quella piccola repubblica post-sovietica. Non avevamo letto una riga.

Anziché ammetterlo, chiesi:

- Ci faresti un esempio? -

I suoi occhi s’illanguidirono.

- Prima di diventare scrittore era un insegnante di scuola. Un giorno spiegava un episodio ai suoi studenti, quello dopo dovesse inventarsi storie rocambolesche per rimangiarsi tutto. Perché, nel frattempo, la storia era cambiata. Il regime aveva mandato a tutti gli istituti dei piccoli ritagli da attaccare sui libri. Costringendolo a passare tutta la notte con la colla. -

- Orwell. -

- Orwell era inglese. Scriveva favole. Questi sono fatti - rispose l’uomo. - Però, se chiedete a me, fu più il desiderio di fama a spingerlo a scrivere. Per questo, quando nel vostro articolo direte che era un martire, non dimenticate la sua vera motivazione. Parliamo di un maestro di scuola squattrinato in cerca di gloria. -

Presi un appunto. Era un’angolazione che avrei messo nel mio reportage. A pochi ormai piacciono le storie della luce contro le tenebre. 

- Ma voi, lo so, non siete qui per questo. -

- Siamo qui perché lei ci ha convocati - disse. In effetti, era stata un’autentica sorpresa. Ed era spiazzante vedere un funzionario del regime che parlava in modo tanto schietto coi giornalisti stranieri. Prima di partire, ci avevano avvistai che saremmo stati trattati alla stregua di spie. Che ci avrebbero controllati. Che ci saremmo imbattuti in una coltre di menzogne prima di arrivare... alla verità. Se mai ci saremmo giunti.

Invece, quel funzionario stava dicendo tutto quello che noi volevamo sapere, e anche di più. Perché?

Si stropicciò gli occhi. Dopo un attimo d’indecisione, versò un altro sorso di vodka.

- Continua a vederlo - disse.

- Cosa intende? -

- Su quella scalinata del tribunale. Afflosciato per terra. Crivellato di colpi. Continuo a vederlo. Nella mia carriera non sono mancati i cadaveri. Alcuni in condizioni orribili. Ma nessuno m’ha impressionato quanto lui. Era giovane... molto giovane. Ed era stato ucciso sul sagrato del luogo della giustizia. Questo m’ha colpito, più di tutto. Fucilato sui gradini del tribunale. -

- Lei crede nella giustizia? -

Cominciò a ridere sommessamente.

- Giustizia. Verità. -

Non riuscimmo a capire se stesse liquidando queste grandi parole come sciocchezze infantili, o se forse rimpiangesse un tempo in cui aveva creduto in loro.

- Affidarono a me l’indagine - continuò. - Il mio capo mi convocò nell’ufficio. Sapete, lui è un uomo serio. Qui tutto fila liscio e preciso.

- C’è un senso d’ordine, da queste parti. -

- Ordine. Esatto. Finalmente hai detto la parola giusta. Vedete, l’ordine è qualcosa di tangibile. Che uno può vedere, toccare, respirare. Verità, giustizia... - un altro sorso di vodka - comunque, affidarono l’indagine a me. Sono quasi in pensione. Sono un vecchio arnese, un uomo stanco, che aspetta solo il momento in cui potrà passare le giornate davanti alla televisione, in compagnia di una di queste - disse, carezzando la bottiglia. - Pensate la diedero proprio a me? - chiese.

- Perché a nessuno interessava trovare il colpevole - m’azzardai a rispondere.

Lui sorrise.

- Questa, come vi dicevo dall’inizio, è una barzelletta. Beh, se quelle erano le intenzioni del mio capo, devo dire che si sbagliava. Il blog di questo scrittore... vedete, io lo seguivo. Lo leggevo. Da molto tempo, da ben prima che fosse ucciso. -

- Credeva nelle sue idee? -

- Voi credete nella verità e nella giustizia? -

Il mio fotografo sembrò per un attimo voler dire qualcosa, ma poi rimase in silenzio.

- Ci credo - disse, deglutendo. Forse stavo mentendo a me stesso. Nel mio mestiere non facevo altro che incontrare falsità e soprusi.

- Be’, io un tempo ci credevo. All’inizio. Quando tutto quello che qui abbiamo messo in piedi... sembrava avere un senso. Che avremmo creato un paese migliore. Per noi, per i nostri figli. Invece, come sempre succede, ha prevalso soltanto il bisogno d’ordine. -

Tutto sapevamo cosa succedeva da quelle parti. Era la parte sottaciuta, eppure più importante della nostra conversazione.

Quel parlare di giustizia e verità, comunque, m’aveva dato coraggio. O forse era stata la vodka.

- Lei ha detto d’aver visto cadaveri d’ogni tipo. -

- Sì. -

- Ha mai visto uno dei campi di concentramento? -

- Prigioni. Tutti i paesi ne hanno. Anche in America, o no? -

Capii che non voleva affrontare quel discorso. Decisi di tornare all’argomento principale.

- Lei però conosceva già questo scrittore, prima che morisse. -

- Leggevo i suoi articoli. -

- E le piacevano? -

- Il fatto - disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi - è che ho un forte senso del dovere. E, invecchiando, amo sempre più l’ordine. -

- Cosa sta cercando di dirmi? -

- Fui io a segnalarli al mio capo. Un bel dossier cartaceo. Lui non ha mai amato il computer. -

- Perché ci sta dicendo tutto questo? -

- Abbiamo grandi boschi di betulle, nel nostro paese - continuò l’uomo, stropicciandosi di nuovo gli occhi. - Maestosi. Luminosi. Prima che voi partiate, vi consiglio di chiedere ai vostri accompagnatori di visitarli. -

Sia io che il mio fotografo capimmo che non stava divagando. Presto sarebbe arrivato al punto.

- Pieni di selvaggina. Magnifica selvaggina. Sapete, non sono mai stato appassionato di caccia, ma ho dovuto cominciare per motivi di carriera. Il mio capo va ogni fine settimana. -

- E lei va con lui? -

- Esatto. -

- Ogni settimana. -

- L’ultima volta proprio questa domenica. È andata molto bene. Tante lepri. Abbiamo risparmiato un cerbiatto. Abbiamo il cuore tenero, in fondo. -

- Eravate solo lei e il suo capo? -

- Sì. È stata una fortuna, perché ho potuto svolgere la mia indagine da inosservato. -

- La sua indagine? -

L’uomo sbatté con una certa forza il pugno sul tavolo.

- Sono un buon detective. Forse non appariscente come quello dei vostri film, ma so fare il mio lavoro. So fare due più due. In questo caso, poi, è stato facile. M’è bastato raccogliere i bossoli. -

- Quelli del fucile da caccia del suo capo. -

- Esatto. Lei è un uomo intelligente. Sono contentò che racconterà la storia. -

- Immagino che i bossoli combaciassero. -

- Racconterà la storia? Dirà la verità? - chiese, con occhi supplicanti, quasi in lacrime.

- Sarà letta da moltissime persone. -

- Bene - rispose, rincuorato. Mise nel cassetto la bottiglia di vodka.

- Perché ce l’ha raccontata? -

- Sto andando in pensione. Cosa volete che cambi? -

- Anche qui avete le prigioni. -

- Non andrà in nessuno di quei luoghi, non si preoccupi. -

Finalmente intervenne il mio fotografo.

- Vorrei farle un ritratto. -

- Certo - rispose - non sono un uomo privo di vanità. Non mi spiace che la mia foto sia vista da moltissime persone. -

S’alzò. Lisciò l’abito e i baffi. Poi disse:

- Aspettate. -

Andò a un alto armadietto metallico. Lo aprì, prese il fucile.

- Una bella foto da macho, come va di moda da queste parti. -

Il fotografò scattò il ritratto. Il fucile in bella vista. L’uomo sorrideva.

- Bene, bene - disse, sedendosi di nuovo. Poggiò il fucile al suo fianco. - Ho risolto qualcuno dei vostri dubbi? -

- Ho molto da scrivere - dissi, guardando gli appunti.

- Che paese, l’America - disse. - Quelle magnifiche librerie... -

Lasciammo l’ufficio. Dopo pochi passi in corridoio, sentimmo partire il colpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PENSIERI DI UN UOMO QUALUNQUE.

 

Mi affaccio dalla finestra, tutto piano, nebbia, piattume del Padule di Fucecchio. Logica del transeunte.

Chi scava l’immagine sprofonda in sé stesso, trova sé nell’atto della ricerca. Qualche pagina della Campo mi salva, bellezza divina; mi parla di mondi a me sconosciuti, nemmeno da me così tanto cercati. Vivo nell’arrendevolezza. Mi dicono di cercare l’eterno nelle piccole cose, ma io sono consapevole che niente sfugge, che anche la più piccola cicatrice o la stretta di mano nel suo primo “piacere” sono residui inerodibili; non si scansano ed è bene compiacersene.

Giusto parlare al tuono, poi, come fosse una Musa: se ci dicono che tutto diviene sono sicuro che qualcosa di tempesta prima o poi si palesa. 

Però è giusto vivere anche con la carta, perché quella non si mangia, né stropiccia gli occhi; giusto gridarla prima della perdita: ci sarà sempre una tarma nascosta in ascolto.

Ed è vero che la carne è una parola eterna, che ogni richiamo è per me un abbraccio; che basta sussurrare ed è tutto vero, la torci come corpo plasmabile; poi ti richiama, la voce, non ci mancherà mai: siamo freddi claudicanti, ma finché ci richiamiamo nella notte e nel sonno, i nomi suonano i corpi, e i corpi sono nomi.

 

Due mesi fa sono stato derubato; sono entrati senza preavviso, hanno sfondato la porta a calci e pugni. Impreparati come nei peggiori film americani per bambini: sembra non toccasse nemmeno a loro, sembra non volessero nemmeno farlo, quel furto. Mi hanno linciato lo stomaco come gesto, rituale d’inizio ad una nuova durata, ad una nuova presa di posizione nei confronti del tempo. Giusto che si derubi tutto, ma si lasci qualcosa sull’uscio di casa, un’impronta, un presente che è assieme istante e dono. Se si scombussola il ritmo circadiano, ci sarà sempre uno spacciatore di nomi a basso prezzo, che rimodulino i segni del sole e del buio. L’accesso ad un nuovo alfabeto orienterà molto bene le mie lanterne che conducono al letto del crogiolo.

 Mai come oggi si disconosce la convalescenza, lo strato stesso della ferita ancor prima del medicamento. Il diritto sacrosanto a patire, alla contemplazione di una voragine nel momento del volo, che è anche presa di coscienza di un mutamento di stato. Subito accorrono i paracadutisti a braccarti, a riportarti in superficie, le ambulanze già fanno a gara a chi arriva per prima, 70 inviti a cene, 860 psicofarmaci, milioni di chiacchere che vogliono negare il tuo stato presente per collocarti in un benessere futuro (che poi è quello che fa comodo a loro, non riconoscerti): chi vuole ridimensionare la ferita come condizione di necessità per un futuro equilibrio, chi vuole armare l’aguzzino delle peggiori intenzioni (come se questi non fosse anche un uomo, con il suo interesse a linciarti… tu ne hai fatto solo le spese), chi ti costringe a vedere per forza il sole quando questo è l’unica cosa che acceca, chi ti costringe a vedere uno spiraglio quando la porta è ermeticamente chiusa.

I mei ladri, dopotutto, sono stati più coscienziosi: toccata e fuga. Poi, silenzio. Comincio ad amarli, quasi. Se il loro atto era così necessario, sono stati la pertica del mondo: di legno marcio, ricurvo, poco stabile, ma pur sempre un bastone. Il giusto requiem al lutto.

 

Mi chiedo cosa ci insegni ad andare sempre a ritroso, mano a mano che ci lasciamo impronte qualche metro più a dietro. Un mese fa circa, tornando da una serata occasionale a Pisa, un disco mi ha riportato al 2015, e agli oggetti, le persone, amanti ed amici, i viaggi, la Spagna, le band che duravano 2 mesi, le prime letture di Rousseau. Volevo scriverci qualcosa sopra, poi come sempre ci lasciamo andare al perturbare degli attimi che trascinano di qua e di là, nessuna fissa dimora alla fissazione di un pensiero che sia, anche il più futile. 

Citando un amico, giriamo in tondo, facciamo viaggi circolari, ma pur sempre ci muoviamo: anche il più piccolo tenero amore dell’attimo sarà sempre surclassato. Poi certo, ci sono le fissazioni del pensiero, il desiderio dell’assente, desiderio del nulla, di ciò che non è, ma che ci sfianca e ci potenzia, fatica e palestra dell’animo. I tormenti, più o meno sempre, rendono immobili, ti girano attorno anche in una corsa di 10 km: hai voglia di fuggire, i tormenti battono sempre i ricordi, anche quando li accompagnano.

Dare all’attimo la soglia dell’abisso, lasciarlo sprofondare nella miseria, trovare un nuovo tempo che non sia il nostalgico rimembrare del passato, il ruminare continuo della pelle seccata al sole da ormai troppi mesi. 

Virare e rompere gli acciacchi della storia, non lasciarsi preda del tormento, ma avvinghiarlo con la cinghia, non per strozzarlo, ma per renderlo prigioniero, compagno assiduo. Poi gettarlo in un dirupo, farsi preda di un suo vestigio ricordo, e ricercarne la copia originale: continua ricerca, folle miseria; sempre inclinati in avanti e il passato oltre un muro, non al di dietro le siepi degli avi, ma avanti, a ripulire le gabbie dei tordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SI È SPENTO IL SOLE.

 

La mattina del dieci luglio mi arrivò una brutta notizia. Mi telefonarono alcuni colleghi in trasferta.

- Ciao, abbiamo un problema: si è spento il sole.

- In che senso, si è spento? Così, di botto, senza senso? 

- Eh, oh.

- Non capisco. Da quando una stella si spegne da sola?

- Ok: lo abbiamo spento. Per sbaglio.

- Lo sapevo. Incapaci. Si può riaccendere?

- No.

- Non ci credo. E le creaturine?

- Guarda, da qui a dove sei tu sono otto minuti luce. Quindi se ne accorgeranno solo fra qualche tempo. Se credi, hai sette minuti e mezzo per avvisarli. Poi per loro sarà notte per sempre.

- Che volete che facciano in sette minuti?

- Niente, presumo.

- E allora?

- Eh, mi sa che stavolta ce li perdiamo.

- Voi siete pazzi. È una catastrofe ecologica senza precedenti. Le catene trofiche dipendono dalla radiazione solare. Senza quella tutto collassa. Sopravviveranno solo le forme di vita nelle fosse oceaniche.

- Oh, tu non sbagli mai?

Chiusi la comunicazione e uscii dal mio ufficio. Dovevo calmarmi. L’unica era muoversi un po’. Ma vedi tu il disastro che aveva combinato quella squadra di dementi. Era un’innocua missione scientifica, non invasiva – dovevano studiare l’estensione delle macchie solari nelle zone da uno a ventotto, come hanno fatto ad arrestare la reazione termonucleare, cristo santissimo (come dicono le creaturine)? Per fortuna in quell’ora del pomeriggio molti colleghi se n’erano già andati via, e nessuno mi sentì imprecare e camminare in tondo per il corridoio del sesto piano.

- Cos’hai, Adamo? Parli da solo?

Avevo parlato troppo presto. Era ancora in giro Elena. Elena è una femmina subadulta, iscritta al corso di dottorato del dipartimento dove lavoro anche io. Povera Elena! Com’era stata contenta quando aveva vinto la borsa!

- Sì. Scusa, Elena, spero di non averti disturbato.

- Ma no, figurati. Va tutto bene?

- Mh. Insomma.

- Brutte notizie?

Tu e tutti i tuoi conspecifici e quasi ogni forma di vita su questo pianeta sarete morti nel giro di un anno perché la vostra stella si è spenta.

- In un certo senso.

- Oh, mi dispiace. Se hai bisogno di parlarne sono qua.

Ma cosa ti posso dire, creaturina? Non ho cuore di rivelarti che sei una morta che cammina.

- Sai che anch’io sono un po’ giù? Non sopporto più Luca.

Luca è il maschio subadulto con cui Elena ha una relazione monogama da due anni.

- Ahia. Dici che è la volta buona?

- Che lo mollo?

- Eh.

- Guarda, chissà. Abbiamo prenotato le vacanze in Croazia ma a essere sincera non ci metterei niente a andarci con Carlotta anziché lui. Così magari mi rilasso, anziché stare due settimane al mare con un rompipalle.

Povera creaturina, che vacanze ti aspettano. Fra sei minuti qui calerà la notte. Fra dodici ore vi renderete conto che il sole non sta sorgendo. Fra venti, che non avete più un sole. E la temperatura scenderà, scenderà, il calore si dissiperà, voi proverete a correre ai ripari, ma come?

- Non vorresti rinunciare al mare, comunque, se ho capito bene.

- Scherzi? Col caldo che fa? No no, io ad agosto voglio essere fuori di qui. Ci saranno -270 gradi centigradi all’equatore, all’inizio di agosto.

- Bè, allora pensaci bene. Se lo molli devi mollarlo per tempo, così farà altri programmi.

- Seh, figurati. Quello starà a casa a piangere per farmi sentire in colpa.

Forse proverete a rifugiarvi nelle case, ma i vostri sistemi di riscaldamento non sono fatti per il freddo dello spazio esterno. Moriranno a miliardi nel giro di un paio di mesi. Congelati.

- Povero Luca, vedo che ha poche chances per il futuro.

- Ci puoi scommettere, Adamo. Grazie per avermi fatto sfogare.

- Figurati.

È il minimo, visto che la storia della vita sul tuo pianeta finisce tra cinque minuti. O forse è più corretto dire che è finita tre minuti fa.

- Dico sul serio. Poveretto, sei sempre qui a lavorare, e io ogni volta che ho il magone vengo a stressarti. Davvero, sei una persona molto disponibile.

Ma perché dopo duecento dei vostri anni in missione esplorativa, uno si affeziona alle creaturine che sta studiando, no? Uno comincia a parlare come voi, pensare come voi, muoversi come voi, quasi si adatta alla pelle che ha indossato, e si intristisce quando pensa che è tutto finito, che le sue amiche creaturine stanno per scomparire.

Oibò, qualcosa non va. Sto avendo una reazione chimica all’interno del mio cervello. L’equilibrio dei neurotrasmettitori sta andando a ramengo, registro brutte variazioni nei miei livelli di noradrenalina, serotonina, acetilcolina e dopamina. E – ops! – i miei dotti lacrimali sono improvvisamente stimolati. Perdo acqua dagli occhi. Complimenti ai tecnici della mia sezione – il corpo sintetico reagisce esattamente come quello di una creaturina. Sapevo per lunga osservazione ed esperienza quanto fossero intensi i dolori delle mie creaturine – ma ora li sto letteralmente provando sulla mia pelle.

- Adamo, ma che fai, piangi?

- Sono davvero triste, Elena.

- Ma perché? Oh povera me, e io che ti ammorbavo con le mie stronzate.

- Non preoccuparti, non è nulla.

- Sei sicuro? Non vuoi parlarne?

Mi suona il cellulare. Controllo. È il cretino di prima.

- Scusami Elena, questa la devo prendere.

- Ma certo. Se hai bisogno io sono in dipartimento ancora per un paio d’ore.

Mi rifugio nel mio studio, mi siedo sulla mia poltrona.

- Embè?

- Buone notizie!

- Avete riacceso il sole?

- No. Quello ti ho detto che non si poteva. Ma abbiamo spostato il pianeta!

- Che cosa?

- Sì. Insieme al suo satellite, ovviamente. Lo abbiamo teletrasportato in orbita attorno a una stella praticamente identica, a settantuno anni luce da dove stavano prima. La distanza tra sole e pianeta è la stessa, le variazioni climatiche saranno insignificanti. Insomma le creaturine non si accorgeranno di niente. Oddio, forse la diversa posizione delle stelle un po’ li turberà. Ammesso che ci facciano caso. Ma non penso che arriveranno mai a noi.

- Non ci posso credere.

- Credici. Il supervisore era molto contento. Ha detto che per questa volta non ci saranno provvedimenti disciplinari.

- Peccato, perché tu e la tua truppa di disgraziati ve lo meritereste. Spegnere una stella, perdio.

- Oh insomma, che bacchettone. Sono incidenti che capitano. Abbiamo salvato la baracca, che altro vuoi? Puoi continuare a studiare le creaturine. Salutacele, anzi.

- Ma andate a quel paese.

E chiudo la comunicazione, perché non voglio rivelare che sono felicissimo. Penso insistentemente a Elena in vacanza in Croazia con Carlotta, che rimorchiano in un locale sul mare. Forse perché è più semplice che pensare alla salvezza di un intero mondo. Le lacrime si stanno asciugando sulle mie guance, sento il vento fresco sulla faccia. Per tutto il resto del pomeriggio, seduto alla mia scrivania, guardo nel vuoto con un gran sorriso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TRADITORE.

 

Manuel ha un disturbo bipolare di secondo tipo. Dicono che sia la forma più lieve, la meno preoccupante, quella con cui si può convivere senza prendere il litio. La sua condizione comporta l’alternarsi di stati di depressione maggiore, in cui il mondo ai suoi occhi si trasforma in una carcassa putrescente di assurdità e assenza totale di valore, a stati ipomaniacali, in cui Manuel sperimenta delle raffiche di adrenalina che lo fanno sentire come Eddy Morra in “Limitless quando prende la pillola trasparente di NZT48 e diventa padrone delle sue capacità recondite. 

Manuel non crede alla storia che usiamo solo una parte del nostro cervello o delle nostre capacità. Manuel è convinto che siamo sempre al massimo delle nostre potenzialità, che non ci sono talenti nascosti né fate turchine che ci trasformeranno in bambini veri se facciamo i bravi. 

Manuel ha visto tanti video di Jordan B. Peterson, non li ha capiti tutti ma sa che gli hanno cambiato la vita perché adesso non è più uno snowflake. Si è pure iscritto al suo Patreon per poter interagire direttamente con lui, ma il suo livello di inglese e il prezzo dei colloqui individuali lo hanno sempre scoraggiato, così rimane un utente silenzioso che non ha intenzione di partecipare.

Poi succede il fattaccio. Jordan B. Peterson sparisce improvvisamente dalla scena, Manuel si domanda che fine ha fatto perché è da più di una settimana che non riesce a trovare i video che non ha visto del professore di Toronto.

Quindici giorni dopo l’ultimo aggiornamento di Peterson, YouTube propone a Manuel il video che mette fine ai suoi dubbi. La telecamera riprende la figlia di JBP intenta a spiegare cosa è successo. JBP si trova dalle parti di Mosca in una comunità di recupero per abuso di benzodiazepine. Gli erano state prescritte per affrontare il lutto della moglie, ma in quel momento di fragilità aveva sviluppato una dipendenza acuta, il professore aveva toccato il fondo. Nel tentativo di applicare sulla propria pelle i suoi insegnamenti, JBP aveva deciso di troncare di colpo con le sostanze, ma ciò aveva provocato una controindicazione rara. Si tratta di acatisia, specifica la figlia Mikhaila, comporta un’irrequietezza psicomotoria costante che stava consumando il professor Peterson tenendolo sveglio per giorni senza un attimo di tregua. 

Manuel non riesce a crederci, prende il suo libro ”12 regole per la vita” scritto dal maestro, alla ricerca di qualche indizio che possa giustificare una tale disgrazia. Sfoglia le pagine fin quasi a strapparle. 

Niente di niente. Soltanto il dodecalogo che si è imparato a memoria e che ha cercato di applicare nell’ultimo mese da quando ha finalmente trovato il tempo di leggersi il libro di JBP.

JBP, JBP, perché mi hai fatto questo, JBP? Si chiede nella solitudine della sua cameretta il giovane Manuel. Si siede sul bordo del letto, i gomiti posati sulle ginocchia e le mani incrociate, fissa il pavimento in cerca di risposte e per lunghi minuti emerge una sola parola che risuona come un tamburo di guerra: traditore. Come ha potuto tradirlo così? Come potrà continuare a credere alle regole che Jordan ha scritto se quello stesso Jordan adesso è in quelle condizioni a causa della depressione?

Traditore. 

Anche Manuel è depresso, clinicamente depresso, ma si stava rialzando e stava combattendo gli effetti devastanti del suo bipolarismo con gli insegnamenti di quel professore canadese tanto brillante.

Traditore.

Libertà d’espressione, autodisciplina, inconscio collettivo, gli archetipi di Jung; tutte cose che aveva imparato grazie ai video su YouTube caricati da Peterson e i suoi fan. 

Traditore.

Riflettendoci, erano tematiche che a scuola nessuno gli aveva insegnato. Sì, certo, sa fare le disequazioni e conosce il Ciclo di Krebs, ma a che servono queste nozioni nella vita?

Traditore.

A che servono? Si tormenta ancora una volta Manuel. 

Traditore.

Alza il capo e vede il suo riflesso nello specchio in fondo alla stanza. 

Traditore.

A cosa è servita a JBP tutta questa psicologia se poi è crollato?

Traditore.

Lo sguardo di Manuel attraversa quello del suo riflesso. 

Traditore!

Si avvicina alla superficie liscia del vetro che ritrae i muscoli contratti del suo volto sempre più rosso. 

TRADITORE!

Con un cazzotto frantuma lo specchio in tanti poligoni taglienti sparpagliati sul pavimento. 

Manuel li guarda sprezzante, disgustato dalla loro fragilità. 

Traditore.

Si siede sui talloni per raccogliere un frammento, la mano comincia a tremare e le lacrime sul suo volto scendono copiosamente. Vorrebbe gridare, vorrebbe dire al mondo che lui non è debole né depresso. Vorrebbe che lo invitassero in un’aula magna per parlare di cose importanti, salire sul palco e raccontare a tutti della propria malattia e spiegare loro come ha fatto a guarire. Una fantasia che è stata messa in scena centinaia di volte nella mente di Manuel, una fantasia a cui adesso dovrà rinunciare perché se non ce l’ha fatta JBP a rimanere in piedi lui come farà?

Inizia a tirare pugni al pavimento, sfregiandosi le nocche contro le schegge di vetro. Lascia impronte di sangue simili a pitture rupestri sul parquet

Dopo qualche minuto, si calma e scende le scale per andare a lavarsi le mani nel lavandino della cucina. Sua madre lo vede e caccia un urlo che lo fa sobbalzare. 

- Che hai combinato?! Che cosa hai fatto?! -

- Ho... ho rotto lo specchio! -

- Perché!? - lei si mette a piangere e non riesce più a dire nulla, estrae il cellulare per chiamare l’ambulanza. 

- Mamma, stai tranquilla, sono solo taglietti, non mi fanno neanche male. - dopo essersi lavato con l’acqua fredda sua madre gli fascia le mani con le prime cose che trova nella scatola delle medicine. 

Lei ha il viso rigato dalle lacrime e dall’età. Concepì Manuel per errore quando aveva già superato i quarant’anni, quando si accorse di essere rimasta incinta decise di tenerlo, in fondo sarebbe stata la sua ultima chance di diventare madre e aveva colto l’occasione con spirito di avventura. Spesso si chiede se sarebbe stato meglio abortire piuttosto che crescere un figlio incapace di essere felice. Prima di stasera era serena perché Manuel non era vittima della sua condizione, ma dopo questo episodio sa che cambierà tutto, difficilmente gli perdonerà la debolezza che gli ha sempre visto trasparire negli atteggiamenti languidi e passivi. Adesso sarà tutto diverso, dovranno prescrivergli il litio, forse delle benzodiazepine e lei non sa come farà a sopportare tutto questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL GRAMMOFONO.

 

Il soldato era chino sul grammofono d’alluminio. Voleva ripararlo, aveva detto. Ma il grammofono non era rotto. Non poteva sapere la vita precedente che aveva avuto quel metallo da stampella medica e neanche immaginare che non fosse quello che sembrava. L’aveva preso dal luogo in cui era fino a quel momento, e dopo averlo osservato aveva chiesto se funzionava. Domanda caduta nel vuoto, ovviamente. Potendo, avrebbe risposto che non l’aveva mai fatto. Prima che il soldato lo notasse, il grammofono stava su quel tavolino nell’angolo in cui un altro soldato aveva arrangiato il suo letto. Il tavolino era l’ultimo mobile della casa e sembrava aver avuto in dote il dono dell’invisibilità, quasi che il suo essere insulso l’avesse generata come conseguenza estrema. Le piaceva però, quel tavolino. Era un po’ come lei. Guardava il soldato continuare a non capire cosa non andasse in quello strano grammofono che non aveva mai toccato un disco. Non poteva sapere che fosse un ricordo. Come altri oggetti in quella casa, l’ultima alla fine del mondo.

Fuori la falsa tregua già mormorava in voci più quiete di come fossero all’inizio e c’era una bellissima luce. Guardando dalla finestra sarebbe parso normale vedere quello che non era affatto tale. I soldati ne parlavano e poi ne tacevano, per paura. Succedeva sempre, i primi giorni. Poi, peggiorava. E quando smettevano di essere spaventati, era l’inizio della fine. Fuori dalla casa ridevano e in tanti. E solo uno dei soldati rimasti dentro, all’eco delle voci allegre, si era stretto contro un muro e aveva iniziato a piangere. Le aveva fatto tenerezza, era appena un ragazzino. Praticamente come tutti quelli che arrivavano, tranne alcuni uomini, come il capitano Elia Arcesti. Lui, doveva avere appena più di quarant’anni che a seconda dei giorni sembravano di più o di meno. Negli ultimi però, piuttosto che invecchiare di colpo, pareva aver ripreso il filo dei suoi trent’anni e nei suoi occhi qualcosa stava cambiando. Anche se non era come per gli altri, almeno non del tutto. Quando cominciavano le tregue di giorno era sempre così, splendido e terribile insieme. Il cielo si schiariva come accadeva nelle passate primavere e il vento cadeva in una brezza calma che pareva una carezza addosso che forse ancora ricordava. Era allora che le stanze sembravano poter ritornare quelle di un momento lontanissimo nel tempo, come non fosse successo niente. Quando le cose erano soltanto cose.

I soldati che in quel momento erano sparsi per le stanze erano arrivati alla Frontiera di notte. Avevano aperto la porta già aperta e poi erano entrati nella casa irrealmente ordinata nonostante i muri rotti dal tempo e da altri uomini prima di loro. Si erano stretti gli uni agli altri, tremando per un freddo che accendere il camino non aveva fatto passare, e poi si erano quasi tutti addormentati. Ma non l’uomo che chiamavano capitano. Lui era rimasto da parte camminando per le stanze al buio, conosceva la casa. Lo scricchiolio del suo passo aveva scandito il tempo, non avrebbe potuto farlo nessun orologio meglio. L’aveva poi visto fermarsi davanti a una finestra affacciata sul buio che circondava tutto e restare quasi immobile. Aveva passato ore a fissare le ombre attorno alla casa e così aveva capito che lui poteva vederle, almeno in qualche modo. Fissando i suoi occhi aveva ripensato a qualcun altro che poteva farlo ma che, diversamente da lui, non ne aveva paura. I primi tempi invece lei l’aveva, mentre la guardava osservare ogni cosa fuori dalla loro casa come dentro a un misterioso acquario. Non sapeva se l’avesse mai fatto, ma quando il buio diventava più spesso e si muoveva, le sembrava quello e Lei una curiosa bambina. 

Ogni notte le diceva che loro passavano il confine, che erano nell’orto, tra le loro cose nel giardino, oltre gli alberi. E lo diceva sorridendo. Le ripeteva spesso che le guardavano entrambe dalle finestre oppure da dentro, attraverso l’ultima parete della casa, quella vicinissima alla loro parte. Per questo Manon aveva appeso quel quadro con i fiori rossi, proprio su dove immaginava i loro occhi: perché smettessero di spiare. E poi perché a Lei piacevano tanto i fiori rossi. Un giorno le aveva detto che in un tempo lontanissimo quei fiori avevano ricordato i caduti di una guerra antica. Non lo sapeva. A Manon quei fiori ricordavano solo le poesie di Sylvia Plath e certi inizi d’estate alle stazioni, vicino alle rotaie dei treni. Erano fragili, i fiori rossi. Ma erano infestanti. Così diceva suo padre. O qualcun altro che non riusciva più a ricordare.

Passando tra le cose dei soldati sparse ovunque, vide che iniziava a esserci il solito disordine e uno di loro, poggiato contro l’ombra di una delle librerie che non c’erano più, aveva iniziato a scaricare la sua arma e piazzare i proiettili in fila, di fronte a dov’era seduto. Fiale brillanti, di un luminoso azzurro che vibrava. Il ragazzo le stava guardando con occhi fissi e labbra piegate in un sorriso sempre più ampio, che non avrebbe dovuto avere. Sapeva già cosa avrebbe fatto. Avrebbe iniziato a giocarci come fosse un bambino e poi a ingoiarle, una dopo l’altra. Succedeva spesso con le armi, che le facessero a pezzi così. Alla Frontiera ne portavano sempre di nuove ma nessuno riusciva mai a usarle.

- Ma chi sono, che cosa...? - aveva chiesto con angoscia il capitano Arcesti quella prima notte nella casa. La domanda che aveva fatto al silenzio non avrebbe avuto risposta in ogni caso. Dopo tanto tempo non si sapeva quasi nulla di Loro. Tranne che c’erano. Arrivati, avevano iniziato a occupare spazio, terra dopo terra, con lentezza ma senza fermarsi e fino a spingere tutti gli uomini oltre un certo punto. L’avanzata era stata inarrestabile, ma poi si era fermata sulla soglia di qualcosa. Il limite era quello che chiamavano la Frontiera. Erano disposti a dividere, lo avevano fatto capire senza una parola. Ma avevano preso ciò che non era loro. E gli uomini, dopo una lunga pace immobile, avevano deciso di riprenderselo.

Sapevano ormai da molto tempo che non sarebbero riusciti a farlo e però continuavano a andare alla Frontiera. E poi restavano stracci, fogli strappati, tracce. Che però duravano poco o nulla. Ogni cosa diventava qualcos’altro. Con il passo quieto che aveva sempre avuto attraversò la porta aperta e entrò nella stanza accanto, dove il capitano Elia Arcesti era stancamente chino su una mappa liquida. Le mappe e le armi erano le cose che con l’andare del tempo erano cambiate di più e molto più degli uomini. Guardò le sue dita su quello strano oggetto che le parve una pozza d’acqua. Si chiese se potesse essere profonda o se era davvero un foglio, come lo erano le mappe dei suoi tempi. Il capitano non era mai uscito dalla casa se non per vedere le cariche dei suoi uomini che finivano nel silenzio. Ormai erano al decimo giorno e era ora. Lo sapeva anche lui, era evidente. 

Si chiese se avrebbe pianto, prima di cominciare a ridere. Forse, pensò guardando i suoi occhi verdi nella luce tremolante di fuori. La brezza muoveva i rami degli alberi, muoveva gli uomini. Ancora risate fuori, e lui che fissava la mappa come fosse una porta da cui scappare. Fece per avvicinarsi a lui ma dei rumori la fecero voltare verso il ragazzo che di colpo entrò nella stanza trafelato e ansioso. Poi pensò che si sbagliava: era terrorizzato.

- Allora? - chiese il capitano Arcesti senza guardarlo. - No, non si vede nulla, signore. Ma in mezzo, tra noi e loro, c’è il campo di papaveri. E sono tutti fuori di testa, come non ricordassero che cosa significhi averli attorno! Qualcuno dice – bruciamoli - e intanto sono sempre più confusi. Gente lucida, fino a questa mattina.

- Per questo non sono uscito. A quest’ora sarei pazzo anch’io – disse il capitano.

Lei lo guardò con tristezza. Se non avesse avuto quell’espressione così avvilita, i capelli così chiari, quella divisa, un’età che non sembrava quella che aveva; e soprattutto se lui non fosse stato un uomo avrebbe potuto amarlo.

- E dunque signore, che cosa dobbiamo fare? – chiese il soldato con voce rotta dal fiato ansante. Il capitano restava in silenzio – che cosa? – ripeté ancora più angosciato il ragazzo. Il capitano piegò il foglio che sembrava liquido e quindi lo gettò davanti a sé. A sera, non avrebbero attaccato e non si sarebbero più difesi. Non avrebbero più ricordato perché farlo. Semplicemente avrebbero passato il campo di papaveri e poi sarebbero caduti, tutti insieme. Come una semina a terra. E l’indomani l’ultima casa alla fine del mondo sarebbe stata di nuovo vuota e in attesa di altri. O forse loro erano gli ultimi. Non lo sapeva.

- Non possiamo più resistere – disse il capitano – da quando ci hanno mandati qui, è sempre stato meno chiaro perché farlo.

- Ma dobbiamo, signore! – insisteva il soldato.

- Ma tu sai perché siamo fermi?

- Io…

- Io non lo so. Ma non possiamo andare avanti e neanche indietro e succede quando è già finita – disse il capitano – ormai lo immaginavo, le tregue erano lunghe. E poi ci sono già i papaveri. Ci resta qualche ora di incoscienza e pace. Un’ultima sbornia, per qualcuno un’ultima scopata, e poi succederà anche a noi quello che è successo agli altri. Abbiamo fallito.

- E così è finita? – chiese il ragazzo con un filo di voce. Il capitano non disse più niente.

Il Soldato attese tremante, poi abbassò gli occhi. Girò i tacchi e se ne andò senza che il capitano l’avesse congedato formalmente, ma non aveva certo più nessuna importanza.

- Questa è la soglia del nostro inferno – mormorò alzandosi in piedi. Si avvicinò alla finestra ma senza guardare fuori, solo la luce riflessa sulle cose e poi sulle sue mani, che stese davanti a sé controluce. Lo guardò assorto sulla trasparenza rossa del sangue sotto la sua pelle. Gli era ormai così vicina che poteva sentire il suo respiro e quasi il battito del suo cuore, già troppo veloce. Poi lui sollevò gli occhi fissandola.

- Perché i papaveri? – le chiese in un sussurro.

L’aveva chiesto alla stanza vuota. Non avrebbe dovuto sapere che lei c’era eppure, in qualche modo, lui lo sapeva. Dall’inizio. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, una cosa qualunque. Ma sarebbe stato inutile e confuso. Ormai era passato troppo tempo da quando era viva come loro. Quella era stata la sua casa, quando ancora esistevano le case, e i primi soldati l’avevano ridotta come poi l’avevano trovata gli altri. Era stata a lungo l’ultima casa del mondo. Oltre, c’era l’altra parte. Quando gli uomini avevano deciso di riprendersi tutto, perché fosse come prima, avevano fatto a pezzi ogni cosa e poi iniziato a passare la Frontiera. Cercando di impedirlo, con la sua compagna e altri, non era stata risparmiata. Ma era rimasta lì, anche da morta. E nessuno di loro, invece. Uno dopo l’altro i soldati avevano iniziato a sparire nei campi di papaveri che fiorivano all’improvviso e così era stato per tutti gli altri dopo di loro. Gli uomini stavano finendo, cercando di passare la Frontiera. Non erano stati capaci di accettare il fatto che il mondo non fosse più soltanto loro. La fine, in fondo, era stata selezione naturale. Il capitano lo pensava da quando era entrato nella casa. Gli sentì fare un lungo sospiro e poi lo guardò lasciare la stanza. Si chiese che ricordo le sarebbe rimasto di Elia Arcesti, in casa. Lo voleva. Forse un foglio di carta diverso dagli altri o persino la mappa d’acqua. Di quella donna così amata le era rimasto un grammofono dell’alluminio della sua stampella. Ma non ricordava come fosse possibile, cosa fosse successo né perché ogni cosa fosse ormai com’era. Forse dipendeva da loro e non tutto finiva ma si trasformava in qualcosa di inerte, qualcosa di più silenzioso di una persona. Anche lei era qualcosa di simile, almeno in un certo senso. E Manon aveva un’unica blanda certezza, nella nebbia della sua intatta coscienza. Oltre il campo di papaveri rossi non c’erano più uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESSERE FRANZ TUNDA.

 

C’è del carbone ancora in fiamme, nel braciere del camino, antitesi di nero pressocchè immacolato, immobile, e rossi e arancioni e gialli, in movimento. Starebbe a guardare quell’ipnotico contrasto danzare per tutti i respiri che ha a disposizione, fino all’ultimo, pur non sapendo quanti saranno alla fine, per quanto dura quello che la gente chiama per sempre, dimenticando tutto quello che è stato prima della loro insulsa vita, per ritrovare tutto quanto sarà dopo la loro insulsa morte. Per sempre.

La fiamma arde, una parte raffinata del suo cervello sa che alcune migliaia di molecole, dati calore e presenza di ossigeno, si stanno trasformando in altre molecole, alcune delle quali più leggere dell’aria, il fumo che sale verso il comignolo fuori la casa, altre cambiano consistenza e colore, dal legno di betulla al nero carbone, con quelle pazzesche striature e screziature di acceso nel mezzo, la combustione trasforma quel che era in ciò che è dopo.

Niente più legno, al suo posto solo calore e colore, qualche gas, braci e polvere combusta. Una operazione così violenta da cambiare il nome e la natura delle cose, eppure così piena di armonia e bellezza. Se racchiusa in un focolare.

Non si era mai trovato in mezzo a un incendio, né, per fortuna, la sua fascinazione per la fiamma lo aveva mai portato a diventare piromane, probabilmente le sue meditazioni si sarebbero in quel caso trovate in difficoltà, superate dai messaggi di allarme gridati dal proprio emisfero sinistro, qualora in funzione, e dall’ipotalamo. Corri, corri, via, corri via, via, corrivia!

In quella situazione di pareti disposte a forma di ambiente fatto casa per umani il fuoco gli parlava lentamente. Più che il fuoco era la trasformazione a parlargli. Una cosa esiste, succede qualcosa, esistono altre cose.

Ma non più quella cosa che c’era, prima. Ti giuro, era qui, era fatta così, come quelle che vedi lì accatastate in attesa, diversa nel suo essere pezzo di uno e uno solo, un solo particolare tipo di albero, di un preciso colore e abbattuto in un preciso luogo, in cui soltanto le radici dell’albero in questione erano precisamente affondate, lì, in quel preciso pezzetto di terreno, un albero simile ma diverso da altri alberi, solamente un preciso pezzo, non un altro, ma unico, una cosa che ora non c’è più. Come nella morte.

Il fuoco è in effetti la morte, per il pezzo di legno. Lo sarebbe anche per gli esseri viventi tutti probabilmente, ma di solito non si alimentano bracieri lanciandoci dentro bambini, anche se in certi casi si sarebbe evitata una marea di problemi agli abortiti nascituri.

La morte. La trasformazione. L’unica costante. Quello a cui tutti andiamo incontro, appena arrivati in questo girotondo, indipendentemente dall’epoca storica, dalla specie, dal luogo, dalle sensazioni, il tratto comune.

La morte. La trasformazione. Un mattoncino base delle regole del mondo. Quello che lo seccava, ogni santa volta, era il richiamo della realtà, che puntualmente arrivava sotto forma di avviso di uno stomaco brontolante, di una camera da mettere a posto, di tutte quelle cose noiose che non voleva fare.

La sua realtà era fatta da tantissime cose che percepiva come noiose. E senza sapere come attribuire alla noia la possibilità di redenzione del divenire vuoto mentale. Solo fatica e peso di un giogo di cose che non voleva fare.

Ecco che cosa era per lui la noia. La sua idea di vita perfetta consisteva nel guardare il fuoco nei camini del mondo fare il lavoro della combustione. E svuotare la mente diventando osservatore immobile e immoto, lasciare che pensieri in catene entrassero in fila indiana, tra loro conseguenti e reciprocamente connessi come carcerati in marcia, e stare lì, a vedere dove si andava a finire.

È ora di cena. È ora di mettere a posto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LAVORARE STANCA.

 

Lasciar perdere tutto, rimanere a letto, chiudere gli occhi. Sarebbe perfetto potersene stare sdraiati e aspettare che le cose si sistemino da sole, e invece mi alzo alle sette e quaranta, che mi sembra un orario decente, da persone normali, e impiego un po’ di tempo prima che gli occhi si sgonfino e possa vedere nitidamente; controllo il cellulare e mi faccio il caffè. Vado in bagno, mi siedo sul cesso, penso alla giornata che mi aspetta e ho un leggero conato di vomito. Controllo il cellulare. Esco dal bagno e mi vesto, jeans e maglietta, prendo lo zaino, chiudo il gas; arrivo alla porta di casa, la apro, torno indietro, controllo la manopola per vedere se ho chiuso il gas.

Ore otto e dieci scendo le scale, apro il portone, ma a metà strada inizio a chiedermi se ho chiuso il gas: mi dico di sì, che non ha senso preoccuparsi. Continuo a camminare ma un brivido mi irrigidisce, la testa scatta da una parte e stringo i pugni per resistere: niente da fare, devo tornare indietro per controllare se ho chiuso il gas. Ho chiuso il gas, ma questa volta faccio una foto al rubinetto, girato in orizzontale, per dimostrare al me stesso futuro, al me stesso che si nutre dei miei rimorsi e che già mi sta maledicendo, che non c’è niente di cui preoccuparsi.

Ore otto e trenta arrivo in ufficio, timbro il cartellino, ancora non c’è nessuno. Mi siedo alla scrivania e prendo coscienza del fatto che sono dentro la gabbia, la mia gabbia larga otto ore lunga cinque giorni; la mia gabbia di pareti a schermi liquidi di computer e telefono, il mio sguardo che rimbalza senza soluzione di continuità da uno all’altro.

Ore dodici e venticinque vorrei dare fuoco a tutto, evitare di uccidere qualcuno, ma bruciare tutto quanto, ridurre questo grosso edificio in cenere, vederne la carcassa annerita sfaldarsi al vento come il cadavere decomposto di un gigante mostruoso. Mi lavo le mani con l’amuchina. Vado in bagno e mi lavo le mani con acqua e sapone. Torno alla scrivania, mi lavo le mani con l’amuchina, di nuovo.

Ore tredici e trenta faccio pausa pranzo con della frutta perché in casa non avevo niente; ieri sono andato al supermercato ma sono rimasto immobile dieci minuti di fronte a ogni reparto: troppi colori sgargianti, troppe marche, troppe proprietà benefiche, troppe fregature, troppi prodotti numero uno scelti dai consumatori; e poi avevo paura di non aver chiuso bene il lucchetto della bicicletta e non volevo che me la rubassero, così me ne sono uscito e non ho preso niente.

Il pomeriggio passa come tutti i pomeriggi: lento come una di quelle tapparelle motorizzate che si vedono nei motel dei film americani; piano piano scende il sole e posso sentire le ore sgocciolare via fisicamente: il plof ovattato delle quindici, quello giallo delle sedici, quello squillante delle diciassette. Mi trascino verso casa, stanco di aver fatto niente. Prendo un caffè e vado in bagno. Controllo il cellulare. Chiamo a casa, mia madre è preoccupata per mia sorella, che è molto preoccupata per l’università, che ha paura di non finire in tempo; chiedo a mia mamma in tempo per chi, lei mi dice in tempo, che significa per chi. Io penso che il tempo mi sembra sempre distante, un tempo di altri, ma non lo dico, andiamo avanti, e lei mi dice che è preoccupata anche per mio padre, che è preoccupato di non riuscire ad andare in pensione, o che non vuole andare in pensione, non ho capito bene, perché vorrebbe continuare ad aiutare mio fratello, che è preoccupato di non riuscire a pagare il mutuo. Per il resto come va, chiedo. Tutto bene, dice lei. Riattacco, controllo il telefono, stendo i panni e cerco di stare attento con lo stendino, il padrone di casa tiene molto al suo pavimento in linoleum, ha paura che possa graffiarlo. Usa poca acqua per lavare, mi raccomando, sennò si imbarca, mi dice. Alle diciotto e trenta vorrei allenarmi, fare una corsetta, invece mi butto sul divano. Controllo il cellulare. Faccio un rapido conteggio dei giorni della settimana, realizzo che non sono mai andato a correre, che mi sono sempre addormentato: mi sento in colpa, metto le scarpe da ginnastica.

Corricchio in questo paesone assurdo tra le strade sconnesse; non riesco a distinguere le case in costruzione dalle macerie delle vecchie abitazioni. Gli indiani tornano dai campi con la testa cotta e la schiena spezzata in due, gli italiani tornano dalle fabbriche sbiaditi, i negri tornano dai macelli dopo aver sgozzato una media di quaranta vacche all’ora. Torno a casa e ho fatto sette km a una media di cinque minuti al chilometro e mi sento soddisfatto, solo che una volta arrivato mi ricordo di non avere acqua perché al supermercato non sono riuscito a decidermi; scendo giù e vado dal pakistano in piazza, chiedo una cassa d’acqua, lui è strabico e in ciabatte, circondato da mosche; dentro l’alimentari la luce al neon lampeggia, l’aria calda viene smossa da un ventilatore, qualche zanzara frigge nel suo sole; lui mi dice che l’acqua viene tre euro e mentre mi porge il resto mi avverte che al supermercato costa meno: dubito lo faccia perché è interessato alle mie finanze personali.

Torno a casa, mi faccio la doccia con uno shampoo particolare, attento alla cute delicata: ho paura di perdere i capelli, di vedere le ciocche tra le dita e di ritrovarmi allo specchio troppo cambiato. Non avrei niente da dire se fossi pelato da sempre, ma odio le cose nette, gli eventi che squarciano il tempo, le bandierine del prima e dopo, del ti ricordi quando. Esco dalla doccia, controllo il cellulare.

Alle ventuno mi preparo un po’ di pasta al pomodoro e nient’altro, non ho voglia di pulire la cucina.

Alle ventuno e trenta cerco un film da vedere: in televisione non c’è niente, su Netflix ci sono troppi film idioti, su Prime Video troppi film da americani, e su Mubi troppi film da studentesse del DAMS di Bologna. A Bologna ci sono stato con Gaggioli: era piccola, piuttosto sporca, profumava di nostalgia: siamo scappati. Alla fine decido di non guardare niente, controllo il cellulare.

La città è immersa in una notte blu scura, sembra un relitto affondato negli abissi. Dalle finestre entra un tanfo di bestiame e scarichi; sono sicuro che sia quasi solido, sento che già mi stringe la gola, ho paura che possa svolazzare intorno alle mie caviglie, afferrarle e trascinarmi fuori, in uno spazio siderale che non conosco.

Vado a spegnere il gas, mi stendo a letto. Controllo il cellulare. Mi sveglio dopo qualche minuto di sonno, o almeno credo di aver dormito, perché devo pisciare. Sto per rimettermi a letto ma non ricordo se ho chiuso il gas. Vado a vedere, poi torno a letto.

Per tranquillizzarmi mi dico che la mia vita è la vita di tutti, niente di speciale. Sono le due di notte. Vado a dormire che domani tocca ricominciare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN MORTE DELLA MADRE.

 

Non bastava strappare dalla placenta un corpo, sfiancato dal presagio del vagito finale. Bisognava sparare in bocca. Un silenzio definitivo all’infante. Stroncare il desiderio d’infinito. Fracassargli le ossa nello stillicidio di giorni identici nel dolore. Trepidante attesa per la scena madre di quest’opera inconclusa.

Nel sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre: vi infilai biglie trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo. Mi ficcai dentro, ricucii tutto sperando di rinascere pura forza e pura energia, preziosa e profumata. E che fosse felicità dell’albero come del frutto. Pensavo che sarebbe rinata insieme a me anche mia madre. Invece più io crescevo più lei sfioriva.

Ricordai che dentro il ventre di mia madre ero un limone: piangevo, le mie lacrime cadevano sulle sue ferite. Non capirò mai perché quando si nasce ci si sente subito soli. Le ferite ci separano invece che unirci. Il nostro amore è in putrefazione.

 

- Facciamo un gioco: prendi una cosa che ami. – disse mia Madre.

Sul letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.

- Staccagli il braccio. - disse mia Madre.

- Non voglio fargli male. - risposi.

- Se impari a distruggere tu stessa la cosa che ami nessun altro potrà farlo, nessun altro avrà questo potere. - disse mia Madre.

Chiusi gli occhi, abbracciai il Coccolino. Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia Madre. Feroci. Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel cesso, insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone. Il Coccolino restava a terra, inservibile. Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di mia Madre.

 

Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del suo dolore, l’attende sull’uscio con ali spiegate, le gambe accavallate, i lustrini della festa, il ventre vizzo, i seni riarsi, la morte, che la seduce e - Vieni. - le dice. La persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa.

Madre non si dialoga, si subisce. Figlia ritorna che diventa Madre e si spezza continuamente. E, spezzandosi, continua. L’unico atto idoneo alla vita è il silenzio. O un grido di disperazione. Per uscire dal bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce, o un battito d’ali. Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile, questa piccola donna sdraiata immota ha barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali bucate. Ebbra di stanchezza, sfianca troppa bellezza, s’addormenta accanto al mozzicone acceso, un’ala si brucia e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso. Apre gli occhi come chi muore senza aver mai saputo il volo nessuno al capezzale. Non chiama l’infermiera, si sfila le ali, le butta dal balcone. Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal dolore di chi resta, sonnecchiando in attesa del prossimo morire. Non ci si abitua all’umiliazione di morire, o di guardare chi muore. Bacio le labbra estinte di qualcuno che ho amato, senza toccarlo accolgo il rumore rappreso di sangue stinto. Posso solo guardare. Mi ferisce troppo amore la sera di chi resta solo. Mi ferisce sapere. Non poterlo (potermi) salvare.

Se si spezza la Parola sul binario non voltarti. Io sono di quelli che non avanzano, lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento. Io resto, do not go beyond the yellow line, il braccio sempre teso oltre la linea di confine, brandelli di cuore appesi alla banchina. Alle 9.35 consumo l’ultimo fischio d’addio, sul mio labbro sbreccato nessuno si siede. Se mi cerchi, sono la Cosa che giace al binario 2. Il silenzio è tempesta di buio che pesa, non so (non oso) parlare, non oso (non so) la Parola (perduta) per dire la Cosa. Deraglia, sbiadisce, perde peso. Il buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale. Nessuno intima - Fermate l’esecuzione! - All’alba la parola resta sola sotto la lama, senza più suono, senza nessuno che la dica, perdura spezzata.

 

(In memoria di mia madre, Olimpia.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Anno 2022

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