"L’ERRORE DELL’EROE"
“L’ERRORE DELL’EROE.”
di Manuel Omar Triscari.
AVVERTENZE.
(PREAMBOLO.)
Alcune
avvertenze per te, lettore che ti avvicini a questo libro. Per prima cosa,
lasciati alle spalle i pregiudizi. L’aria ne è satura già alla soglia. E il timore.
E le preoccupazioni. I “se”. Dimentica ogni cosa, chiudi gli occhi e avanza.
Non chiederti se riuscirai nell’intento. Se sarai in grado di farcela. Se penserai
di ferire con parole sbagliate. Se riuscirai a relazionarti, a stabilire un
contatto, a trasmettere fiducia, a conquistarla. Non è una gara, non ci sono
premi. Non ci sono eroi. Il percorso è lento, la terra può crollare
da un momento all’altro sotto i tuoi piedi. E se cadi in quel baratro, rischi
di trascinarci anche loro. In secondo luogo, non cercare in queste storie
pietà, non vogliono sguardi di compassione o di paura. Sono lì perché il
destino ha tracciato una mappa diversa dalla tua. Sei una delle tante persone
che incroceranno nella vita. Non stavano attendendo nessuno, non hanno
aspettative su di te, per cui abbandona l’ansia, cacciala via dal tuo corpo:
non sei sotto giudizio. E non pensare nemmeno per un momento che apparteniate a
due mondi diversi. Siete parte dello stesso universo. Quella linea,
sottilissima, tracciata su un terreno invisibile esiste solo per ricordarti che
se vuoi andare dall’altra parte, se davvero lo desideri, allora fallo con
delicatezza. Come una piuma. Avvicinati, e guardale negli occhi solo se sei in
grado di metterti in equilibrio sullo
stesso filo. Varca la soglia, come se stessi andando nella casa della madre. Sii
gentile, rispettoso. Vesti i panni dell’altro. Indossali per un giorno, due,
tre. Fin quando l’esperienza te lo potrà permettere. Vedi, a me
interessano i tempi vuoti, i tempi vacui e vani, morti e perduti. A me
interessano i contro-tempi e i contrattempi, l’esitazioni e i palpiti
irrecuperabili, la bellezza trionfante che si riflette in uno specchio d’acqua
e i laghi complici, le attese inutili e le gioie smarrite, i vicoli ciechi e le
urla sorde, gli scherzi del destino e le beffe della sorte, il sorriso dell’ignoto
marinaio e l’errore dell’eroe.
AUTO-INTERVISTA.
(PROLOGO.)
Ultimamente,
mi arrivano sempre più epistole con domande sulla mia persona e la mia
personale visione del mondo. Una noia mortale! Sempre le solite domande, trite
e ritrite. Però è stato stimolante. Così ho deciso di rispondere alle domande
che mi piacerebbe che mi venissero rivolte. Beccatevi dunque questa
auto-intervista!
Perchè
vesti in modo classico con giacca e cravatta? Perchè provengo da una
determinata latitudine (non solo geografica ma anche culturale) e da una
determinata tradizione forgiata nel ferro e in questa io vedo un valore. Non
vesto in modo classico ma in modo europeo, perchè sono bianco, occidentale,
siciliano.
Perchè
sei così poco espressivo e coinvolgente nelle tue lezioni? Perchè sono un
studioso e accademico, non un attore; uno scrittore e non un intrattenitore.
Il tuo
film preferito? “Sperduti nel buio.”
di Nino Martoglio.
Canzone
preferita? “Vitti na crozza.” (canto
popolare siciliano).
Citazione
preferita? Caliti junku ka passa a kina.
Il tuo
più grande amore? Il prossimo.
Il tuo
libro che più ami? Il prossimo.
Perché
hai iniziato con la poesia? Perchè sono pigro, molto pigro, sono il pigro
di Dio. Beh, forse non così pigro ma di certo sono una persona molto pigra, e
la poesia la poesia lunga di taglio narrativo alla Jeffers o alla Bukowski mi
permette in primo luogo di raccontare una storia, un aneddoto o un fatto (che è
la cosa che più mi diverte) senza dover sviluppare compiutamente la trama né la
psicologia dei personaggi e mantenendo
il racconto allo stato di bozzetto senza per questo rinunciare al piacere di
raccontare. In secondo luogo, mi pareva che la poesia suonasse più pura e dura
e schietta e forte della prosa, come una revolverata, come un candelotto di
dinamite che esplode con forza tremenda.
Qual’è
la tua opinione sulle relazioni inter-personali nell’ultimo decennio tenendo
conto di come le nuove tecnologie e i luoghi virtuali abbiamo creato diversi
spazi sociali in cui poter conoscere persone? I social sono per mezze-seghe. La vita vera è nella strada, la strada
maestra di vita.
Com’eri
da bambino? Ero timido e non mi piacevo granchè. Mi piaceva un sacco ascoltare
i vecchi e le storie. E mi piaceva anche, da solo nella mia stanza, riprendere
quelle storie e riportarle in vita modificando le parti che non mi
soddisfacevano o cambiando il finale o i personaggi.
Qual’è
il miglior consiglio che ti abbiano mai dato? Divertiti.
Il
peggiore? Sii ambizioso e trovati un buon lavoro.
Hai mai
contemplato il suicidio? No. Consideri il suicidio quando ti aspetti troppo
dalla vita e hai troppe aspettative o aspettative troppo alte per il futuro,
che invece ha continue oscillazioni e alti e bassi e a volte va bene e altre
volte male ma non aderirà mai all’idea astratta che ce ne siano fatti nella
nostra testa, e infatti Emil Mihai Cioran affermava (a ragione) che la maggior
parte dei suicidi avviene per eccesso di ottimismo e aveva ragione: un
pessimista solitamente non si ammazza poichè sa che tutto va male e continuerà
ad andare male e che la vita è una merda sicché se qualcosa gli va per il verso
giusto si sorprende positivamente, mentre l’ottimista, convinto che la vita
debba rispondere a requisiti specifici, quando vede che poi non rispetta tali
parametri si spara un colpo in testa. Ma
in fin de’ conti siamo tutti fottuti nel momento stesso in cui nasciamo:
nascendo non guadagniamo altro che la morte. Dunque non aspettarti niente, né
da te né dalla vita né dal genere umano ma, essendo il nulla reputati pari al
nulla e considera l’essere pari al non-essere. Fortunato nelle avversità e
benedetto nell’oscurità vivi al di là del bene e del male. Solo accettando
questa premessa sarai libero di esistere alle tue condizioni e mai conoscerai
la solitudine e l’abbandono. E allora la morte ti parrà ben poca cosa.
Come
vedi l’universo? Semplicemente non lo vedo. Tutto quello che so è quello che
vedo, e quello che vedo è tutto quanto sappia. Il mio universo è il mio
quartiere e le persone che ci abitano. D’altronde si dice che gli indios siano capaci di distinguere tra
quaranta tonalità diverse di verde nel folto della foresta. Che vuol dire
questo? Che è la necessità che genera conoscenza e la conoscenza è solo il
frutto della necessità. Tutto qua. Dunque non penso a come possa essere l’universo,
non m’interrogo sulla sua forma e sulla sua realtà ontologica, non mi pongo la
domanda perchè non mi serve: mi basta avere mutande pulite ogni mattino, cibo
caldo a tavola a ogni meriggio e una donna che mi scaldi il letto a sera, mi
basta sapere che domani mi sveglierò ancora vivo e che se mi lancio dal settimo
piano non finirò bene. Sono fondamentali queste stupidaggini, molto più di
conoscere le leggi dell’universo. E poi la realtà visibile è così meravigliosa
che interrogarmi sull’universo e sull’esistenza del corpo astrale e s’una
realtà che non posso toccare con mano ed è così distante da essere invisibile m’interessa
poco o nulla. Ciò che non può essere escluso non merita di essere tenuto in
conto. Poichè non potrei escludere per esempio che la mia vita sia in realtà
durata 10 secoli e che ogni cinque minuti un marziano sia passato da qui e mi
abbia ipnotizzato per un anno e in seguito riattivato, allora non tengo in
conto questa come una eventualità su cui basare la mia visione del mondo. Di
certo so solo questo: che non m’interessa l’universo e il mondo non mi basta.
Credi
nella vita dopo la morte? Beh, quello che mi interessa non è se c’è vita dopo
la morte ma che ci sia vita prima, e che questa vita sia buona, anzi penso che
sia buono solo ciò che esprime un’antipatia attiva verso la morte, e dico
antipatia non nel senso di paura: nella paura c’è sempre un principio di
rispetto e una certa sottomissione, e non credo che la morte si meriti tanto.
Ti sei
mai posto domande metafisiche? No, mai, affatto. Non ho problemi metafisici e
non mi sono mai interrogato sull’esistenza di una realtà che supera la natura e
la materia poichè non possono conoscere tale realtà e se non la conosco non la
conosco punto e basta.
Come ti
vedi fra dieci anni? Abbastanza ricco da permettermi due pasti al giorno,
vestiti nuovi ogni mese, un computer
più potente, una macchina che non mi lasci a piedi, e una puttana diversa ogni
sera.
Che
cosa detesti di più nella vita? La crudeltà gratuita.
Che
cosa odi di più delle persone? La menzogna. Sono atterrito dalla bugia: è in
essa un tanfo di morte che mi sconvolge e nausea, questione di temperamento
suppongo, ma qui è in ballo un altra categoria di principi, e, vedi, un conto è
quello che consideriamo male sulla base della nostra coscienza un altro paio di
maniche è quello che ci inculcano come sbagliato e immorale, poichè si può
trattare di cose estremamente diverse. La società ci insegna a vedere il male
in certe cose per reprimerci e tenerci a bada, come scopare senza passare per i
canali ufficiali.
Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
Che
cosa ricerchi di più nella vita? L’allegria.
Che
cosa ti fa più paura? Il dolore fisico e la solitudine.
Che
cosa ti rimproveri? L’essere stato duro con coloro che non lo meritavano e con
coloro che mi amavano. Perchè, vedi, col passare del tempo ho capito che non
esiste un unico modo di amare, e ognuno ha il suo. Siamo punti minuscoli e
casuali in uno spazio-tempo infinito polidimensionale e proteiforme e non
esiste possibilità, neppur remota, che due punti s’incontrino e si
sovrappongano in questo spazio infinito e progressivamente cangiante, dunque è
possibile che una persona ti abbia amato al massimo delle sue possibilità e che
tu semplicemente non sia riuscito a capirlo.
Che
cosa ti diverte di più? Fare l’amore.
Che
cosa trovi più ridicolo? Tutto.
Che
cosa prendi più sul serio? Tutto.
Qual’è
il difetto che più odi in te? L’esitazione.
Il
difetto che più odi negli altri? La superficialità, la mancanza di amore, la
mancanza di gentilezza.
Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
Quali
sono i tuoi rimpianti più grandi? Non aver amato abbastanza le mie donne.
Hai
rimorsi? Sì.
Quando
e dove ti senti felice? Qui, adesso.
Qual’è
la cosa che ami di più? Scrivere.
Quella
che ti riesce meglio? Leggere!
Quale
bene ritieni il più prezioso? Il tempo.
Quanto
il tuo io ideale collima con il tuo io attuale? Quanto basta per non fare di me
uno schizofrenico, né un mediocre uomo qualunque.
Quanto
il tuo io ideale e il tuo io reale sono compatibili? Zero. Vorrei essere il
Conrad che doma i flutti a bordo dell’Otago; il Bukowski che doma le donne e lancia
i propri madrigali disperati da una camera in affitto; l’Hemingway che spreme
il proprio cervello nel succo d’arancia; il Kerouac che affoga nell’alcole e nel sesso; il Tunda di Roth che
medita su se stesso nella piazza davanti alla Madeleine indeciso su chi essere,
su che cosa essere e su che cosa fare, il Tunda senza nessuna professione,
senza nessun amore, senza nessun desiderio, senza nessuna speranza, senza
nessuna ambizione, il Tunda superfluo come nessuno al mondo; vorrei vivere le
mille vite dei miei miti e in più la vita del criminale e dello psicopatico,
del ladro e del professore, del musicista e dello sportivo, dell’ubriacone e
del mafioso, vorrei vivere mille vite e non ho che questa mia vita a
disposizione.
Che
cosa conta di più nella vita? L’emozioni. Solo l’emozioni contano. Solo l’emozioni.
Sei
felice? Essere vivi è essere felici.
Sei
soddisfatto della tua vita? La mia vita è come è, e non può essere in altro
modo. A volte va come deve andare senza che io possa farci molto, altre volte
riesco a migliorare un po’ le cose. In genere, mi basta essere allegro e avere
una donna che mi faccia ridere di qualche sciocchezza. Nulla di eterno o
grandioso.
Hai
avuto ciò che ti aspettavi? Non mi sono mai aspettato nulla, né dalla vita né
da me stesso né dagli altri. Ho avuto ciò per cui ho sudato in misura
proporzionale a quanto abbia sudato. Niente di più e niente di meno.
Lo
confesso! Ho peccato. Ma è che la vita è così veloce che non hai il tempo di
pensarci. Quando vivi, non hai il tempo di pensarci. Poi, col senno di poi,
alcune cose risultano buone e altre cattive. Ma questo è già oltre il tuo
potere.
Un
consiglio ai tuoi colleghi esordienti? Scrivilo a penna, con inchiostro comune
su carta comune o al computer, lampada accesa e sigaretta in mano,
battendo su quella maledetta tastiera come un forsennato, scrivilo di giorno o
di notte, d’estate o d’inverno, scrivilo alla luce naturale o scrivilo al neon, ma scrivilo solo se ti esce da
dentro, scrivilo solo se ti piomba addosso e ti afferra alla gola, scrivilo
perchè ti brucia le vene e ti manda a fuoco l’anima e non puoi tenerlo dentro,
deve essere una revolverata alla testa e al cuore, devi buttare giù il verso
pulito e semplice, stenderlo come il filo a piombo, e se avrà palle e stile e
risate e tristezza avrai raggiunto il tuo scopo. Per trovare buon materiale non
devi nemmeno attraversare il fiume: osserva la gente, la gente è lo spettacolo
più bello del mondo. Ma devi prima aver bruciato nel buio della solitudine e
nella disperazione della tua sporca coscienza, devi essere stato pestato a
sangue almeno due volte, ed essere stato strapazzato nel cuore e nell’amore da
donne veramente diaboliche e demoniache che hanno goduto nel farti crogiolare
sul rogo della loro perversa cattiveria, devi prima aver corso sull’orlo della
pazzia e sul ciglio del burrone vacillando, devi aver scopato alcune centinaia
di donne ed essere morto di fame in una stanzetta di 3 x 4 mentre l’alba
scoccava un nuovo meraviglioso bellissimo giorno e tamburi ti martellavano nel
cervello e il sangue si bloccava nelle dita delle mani, devi aver provato
quanto di malvagio e crudele si celi nella vita e nel mondo e negli uomini,
devi prima aver scritto migliaia di brutte poesie: solo allora sarai pronto e
potrai scrivere buttando giù il verso forte e pulito con tutta l’esperienza che
avrai acquisito. Non puoi separarle, vita e parola vanno di pari passo, la
scrittura e la tua esperienza questo è tutto quello che hai. Dunque buttati
nella mischia, affogaci dentro, donne, droga, revolverate, carcere, tanti posti
davvero strani, qualsiasi cosa, azione, qualsiasi cosa succeda, violenta o
gradevole, violenta e spiacevole, tu prendila. Devi scrivere i versi con la
penna, con la penna che sa le maree, e devono essere versi veri e duri e forti
e semplici, versi che galleggiano sulle onde del libro come scaglie abbaglianti
sul manto equoreo del foglio come incandescenti pennellate d’estate sulla
facciata smunta del foglio bianco, tratti di penna che truccano gli occhi alla
paura del vuoto e del silenzio della pagina muta come i ghirigori di una
incerta strada zizzagante, e non c’entra niente chi tu, sia nessuna strada è
una retta perfetta, nessuna, ci saranno sempre curve dopo curve come le rughe
sul volto, la poesia perfetta non esiste e non sarà mai scritta, così come non
esiste il volto perfetto e levigato privo di rughe, ma è proprio quell’imperfezione
a rivelare il momentaneo fulmineo inconsistente sprazzo di bellezza. Scrivilo
con stile, con stile, amico, e se avrà ritmo e musica e fuoco e fiamme e palle
e fegato e cuore e anima e risate e saggezza e luce e tensione e gioia e pazzia
e stile sarà come un fulmine a ciel sereno, come sentire nell’aria l’odore di
ozono del lampo prima del tuono, fuoco puro, e saprai che stai facendo la cosa
giusta, che sei sulla giusta strada, e magari dopo la morte diventerai anche
famoso! Vivi. Vivi, e poi scrivilo. Scrivilo con semplicità, ma con semplicità
non intendo ossa senza carne ma ossa con la giusta dose di carne altrimenti si
rischia l’obesità e la nausea, la poesia può anche essere banalmente incentrata
su un tizio che fa a botte e si becca un pugno ma i poeti laureati non si
espongono e non dicono chiaramente che quel tizio si è preso un pugno in pieno
volto ma ci girano attorno e così tu sei obbligato a rileggere a pezzi e
bocconi quella cazzo di cosa diciotto volte per riuscire a risolvere l’indovinello,
perché si tende a dire cose semplici in modo difficile contorto complesso e
astruso mentre io vorrei dire cose difficili o meglio profonde in modo semplice
e stendere il verso duro e pulito alla Bukowski, schiudere e ripulire il verso
per poterlo stendere semplice come fosse una corda di bucato e appenderci
emozioni, humour, e felicità, senza ingombri. Il verso semplice, fluente, e al
tempo stesso sfruttare questo verso semplice per appenderci tutte queste cose:
le risate, le tragedie, il bus che passa con il rosso. Tutto. È l’abilità di
dire una cosa profonda in modo semplice. E hanno sempre fatto il contrario.
Credo che sia gli scrittori laureati siano vittime dei propri studi letterari,
della propria eredità umanistica, e della Tradizione culturale più stantia che
possa esservi, e se qualcosa non si attiene a un canone prestabilito allora
loro non sanno riconoscerlo quindi dicono che non è buono, preferendo i versi
infiorati e innocui che spargono rose e viole e margherite a ogni angolo o
delicate circonlocuzioni o eufemismi che rigirano la frittata. Personalmente
posso starmene qui seduto e pensare alle rose e alle viole a Platone e al cristianesimo
e agli alberi e ai gabbiani e non mi serve a niente ma se prendo la macchina e
vado al bar e trovo una puttana da
quattro soldi e ci parlo e sento la sua storia allora questo mi emoziona e mi
stimola e mi carica e allora riesco a scrivere. Personalmente consiglierei loro
di dirlo e basta, senza troppi giri di parole o figure retoriche. Dirlo.
Semplicemente. Ma in modo profondo. L’avversità è la principale molla del
realismo autobiografico. E lascia che ti dica un’altra cosa: le donne possono
essere delle maledette perdite di tempo, e se sei un poeta si aspettano che tu
te ne vada in giro tutto il giorno declamando poesie profonde e struggenti, e
pretendono che tu faccia quelle cose stupide che la gente fa e che le fa
affezionare l’una all’altra, ma io non sono così, non so mai che dire né che
fare, e il mio tempo voglio occuparlo solo a scrivere. Non voglio vivere il
peso di una relazione, non sono ancora così vecchio da dovermi preoccupare
della solitudine, perchè una relazione si metterebbe inevitabilmente si mette
di mezzo tra me e la scrittura e qualsiasi cosa si metta di mezzo tra me e la
scrittura è mortale per me, donne comprese, anzi soprattutto le donne. Io le
donne le voglio scopare punto e basta. Una donna è un lavoro a tempo pieno. Bisogna
soffrire per vivere con una donna, e pagare un prezzo altissimo per quel
briciolo di gioia temporanea, per quell’impalpabile sprazzo di felicità, e
tutta questa sperequazione di energie alla fine nuoce alla poesia, e la poesia
è la cosa più importante, scrivere è la cosa più importante, creare. Le donne
sono passeggere, la poesia è immortale. E io voglio solo scrivere per lasciare
il mio nome sul libro mastro degli dei marchiato a fuoco. Questo è la cosa più
importante. Ma poi loro insistono e dicono che amano persino la mia brutta
faccia da foto segnaletica, e dicono che vogliono salvarmi e coccolarmi e
portarmi in paradiso, e si sa tira più un pelo di figa che un carro di buoi, e
così mi ritrovo sempre a fare quelle cose che non mi va di fare, come stare a
letto insieme la domenica mattina leggendo il giornale, e questo è davvero
sfiancante, così quando abbiamo finito e le dico che è il caso di smammare
perchè devo lavorare ecco pronte le lacrime e e le accuse e tutte le altre cose
che ti sfiniscono, e questo le fa imbestialire e al tempo stesso affezionare
ancora di più, e si legano in maniera
assurda e inspiegabile, e diventano indemoniante e pazze all’idea di perdere
quel minuscolo microscopico qualcosa che faccio per loro e che a loro piace.
Credimi, amico: le donne preferiscono scoparsi i poeti.
Quale è
il tuo concetto di scrittura? Per me scrivere è scrivere. Punto. Scrivere vuol
dire scrivere. Non pensare. Io mi muovo tra le cose, sfioro le cose, tendo alle
cose, ma non penso alle cose, come per esempio sentire suoni e vedere colori o
sentire qualcuno dire cose e assurdità e luoghi comuni senza che la cosa ti
colpisca senza farci caso. Se c’è qualcosa in me, è sentimento, non pensiero né
intelletto, corpo senza mente, o più corpo che mente. Mi preoccupa solo quello
che vivo: ciò che conosco non m’interessa. Tutto ciò che so è quello che vedo.
Tutto ciò che vedo è tutto ciò che so. Ma uno scrittore, per dirsi veramente
scrittore, deve sentire sismograficamente, deve mantenere la propria
individualità, deve rimanere genuinamente controverso e controcorrente,
genuinamente borderline, mostruoso.
Che
cosa è per te la poesia? La poesia è il pasto nudo di un lupo in amore. La
poesia è la mia anima. E non permetterò che la mia poesia rimanga rinchiusa in
gabbie di spiegazioni critiche sulle meccaniche relazioni causali tra forma e
sostanza e tra contenuto ed espressione, poichè queste poesie ben ponderate e
queste spiegazioni altrettanto ben ponderate contengono una logica ben
ponderata che si esplica solo all’interno dei confini di una ristretta cerchia
chiusa e ottusa di persone interessate alla poesia e alla letteratura,
ma io non credo che possano avere alcun valore per l’uomo della strada e per il
carcerato, per chi è condannato a un destino ignobile e costretto dal destino a
una fine infame e indegna. Il vero della poesia si misura per estensione non
per intensione, il vero test della
poesia è se va bene per ogni essere umano, la vera poesia è brulicante
d’amore dolore e risate, quella che può
renderti migliore la giornata o la serata e travolgere come un treno la viscida
nostalgia addestrata capace di tagliare come un’ascia micidiale dritta al tuo
cuore, la vera poesia, affilata come una ghigliottina, scivola dal tetto per
cascarti in testa e amputare l’orrore e tutto l’estenuante esasperante calvario
di brutalità psicologica che ogni giorno viviamo nelle strade e nelle scuole
nelle università e nel lavoro nelle birrerie e nel merdoso consesso umano, la
poesia vera è come una scoreggia: quando arriva non puoi trattenerla, devi
lasciarla libera di volare e librarsi nell’aria leggera come una piuma, e
spargersi nelle strade, in cielo come in terra, nei vicoli angusti e nei lunghi
viali alberati. Vedi, la scrittura è molte cose: è una sostanza proteiforme che
si trasforma nel tempo e nello spazio e può divenire molte cose aderendo ora a
un principio logico e razionale ora a un principio veritativo ora a un
principio lirico-poetico ora a un principio narrativo. Scegli tu che cosa vuoi
essere e sii qualsiasi cosa tu voglia essere, ma per l’amor di dio sta alla
larga dai poeti placidamente fasulli e lagnosi, frequenta gli ippodromi come
Bukowski o le corride come Hemingway, il giro della prostituzione come Bellezza
e Pasolini, bazzica i bassifondi e i bordelli come me e compi i tuoi studi
nella strada e nei bar, tra le
puttane e i delinquenti e i papponi tutto, ma rifuggi le masse e le biblioteche
pubbliche, vai sulla strada, sporcati fa’ la cosa sbagliata: a volte l’unica
cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Hemingway andava alle corride e questo
influenzò molto il suo stile di scrittura e quando scrisse dell’ubriaco che
accoltella la donna nella stanza di un albergo scalcinato d’infimo ordine per
un accesso di gelosia lo prese dai racconti sugli spalti: lì c’era tutto per
lui e lui semplicemente lo fissava sul foglio come un trascrittore o un
fotografo che vede e registra tutto quanto. Per Bukowski erano le corse dei
cavalli: l’ippodromo gli dava contezza dei suoi lati deboli e di forti, e gli
faceva capire il suo stato d’animo e che siamo tutti in costante mutamento e
mutiamo sempre, e gli permetteva di osservare la follia della folla che
dilapida soldi ed energie e tempo in insulse cure, e diceva che un giorno alle
corse può insegnarti molto più di quattro anni all’università. Anche andare agl’incontri
di pugilato aiuta a comprendere te stesso e la folla. Ma più di tutto io
preferisco i bassifondi e le bassure, il giro dei bordelli clandestini, dove
noi ci ubriachiamo e ci lasciamo andare alla voluttà della violenza e alla
violenza del piacere con tutta la violenza della nostra pazzia e delle nostre
perversioni che sono tante ed è eccitante stare in quell’ambiente squallido e
sordido tra beoni ubriachi e folli fumando sigari e assaporando uno spiraglio
di vita vera, con una rossa ossigenata o una bionda burrosa tutta tette sulle
gambe che muove il suo culo per te, solo per te, mentre tu sbavi come una iena
davanti a quella lauta cena a sbafo, l’aria grigiognola per il fumo di sigari e
sigarette perennemente accesi, azzurrognola per i fumi dell’alcole che scorre a
fiumi in un sciame di lussuria e libidine e violenza ,mentre tu getti soldi e
ti bevi tutta la vita che c’è, e sbavi davanti a quei culi meravigliosi e
magici che si muovono e ondeggiano e ballonzolano per te e lo fanno solo per
te, per te che sei il grande, il campione del piacere, il maestro del sesso e
il re della figa, mentre lingue saettano nelle bocche e mani serpeggiano sui
sessi dischiusi che reclamano il piacere e poi quando la sera finisce e il
giorno langue vai a casa con una donna di cui non conosci il nome e rientri
nella vecchia alcova che è un triviale lupanare e nel letto d’amore glielo
schiaffi in culo a queste perfide puttane da quattro soldi e la scopi come si
deve nonostante l’alcole e poi sborri e loro bevono la tua sborra e con essa la
tua anima e finite addormentati insieme in un unico abbraccio esiziale come
angeli ubriachi. Vedi quanto c’è di buono in me e nella mia scrittura (ammesso
che ci sia qualcosa di buono...) io l’ho preso dalle puttane e dai papponi
dalla strada e dai bassifondi. Ti basti la strada. Ah, la strada maestra di
vita. È lo spettacolo più bello ch’esista. E non si paga nemmeno il biglietto!
Un
messaggio finale? Non abbiate paura di farvi male (un pugno non ha mai ucciso
nessuno), siate folli e irrazionali, non abbiate remore o riserve, sporcatevi
di vita fino alle ossa, il sole bacia i vivi. Non prendete la vita come un’equazione
matematica: due più due in matematica fa quattro ma due dispiaceri più altri
due dispiaceri non fanno solo quattro dispiaceri ma, a volte, anche una buona
ragione per suicidarsi. Siate ribelli, ma ribelli nel profondo, cioè: seguite
sempre il vostro cuore, perchè alla fine, quando si tirano le fila e non resta
nient’altro, solo l’emozioni rimangono. Fate sempre quello che è bene per voi
senza far male agli altri ingiustificatamente, ma fate male se è necessario.
Ricordate che volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Sentitevi
liberi, siate liberi, liberi di concedervi al piacere, liberi di rifiutarlo,
siate liberi ma liberi in modo consapevole, non ricercando oggi tutti i piaceri
ma ricercando tutti i piaceri dell’oggi. La vittoria sarà soltanto il debito
compenso per il tuo sforzo. In fin de’ conti il sole bacia i vivi.
Fine?
La fine è solo un nuovo inizio.
LA CENA.
La
storia che sto per raccontarti è la storia (vera) di un amore. La protagonista
è Tina. Tina, all’inizio di questa storia, aveva qualcosa come 23 o 24 anni,
non ricordo bene. Quel giorno, il giorno in cui ebbe inizio la storia, era in
realtà una sera. C’era anche la luna piena. E il vento caldo dell’Estate. Tina
aveva appena superato con successo un esame all’università e, molto stanca,
aveva deciso di andare a cena nella trattoria sotto casa. Le capitava spesso di
trovarsi a cenare da sola in quel posto e le piaceva molto. Tina è una che
mangia piuttosto rapidamente, perchè non è una a cui piace perdere tempo. Ma
quella sera consumò molto più lentamente del solito il proprio pasto. Quella
sera Tina era infatti particolarmente triste: aveva rotto con il fidanzato e
non sapeva ancora se fosse un bene o un male. Quello che era certo era che
comunque non riusciva a smettere di pensare a lui. Eppure l’amore non poteva
essere solo sofferenza: doveva offrire anche altre possibilità, oltre la
sofferenza.
Il
locale era quasi vuoto, solo due tavoli erano occupati: l’uno da una coppia, l’altro
da una famiglia con 3 bambini. La moglie del proprietario stava alla cassa, intenta
a mettere ordine tra scontrini e comande.
Nascosto
dietro il bancone degli antipasti c’era un ragazzo. Il ragazzo si chiamava, e
si chiama ancora, Mario. Mario, come Tina, mangiava da solo, seduto a un tavolo
fastidiosamente esposto al vento di uno spiffero. Così Mario si fece cambiare
di posto. Il nuovo posto era esattamente di fronte a Tina. Tina è bellissima,
quindi a Mario il nuovo posto non dispiace per nulla. I due però non si
scambiarono che qualche rapida occhiata di sfuggita. Ma, ogni volta che gli
occhi di lui si posavano distrattamente su di lei, Tina sentiva le mani
sudarle. Al caffè, finalmente Mario decise che doveva fare qualcosa per averla
e così, trovato il coraggio, le andò a parlare. Si presenta, le chiede come
sta, e come mai mangia da sola. Lei sorride, dice che sta bene, e che mangia da
sola perchè non ha voglia. Poi lei disse <<Anche tu mangi da
solo.>> e lo invita a sedersi. Lui accettò l’invito e si accomodò. Parlarono
finché il locale non chiuse e loro dovettero uscire. Sulla soglia si salutarono
e si lasciarono. Sulla via di casa Tina si sentiva molto meglio che sulla via
del ristorante. Mario anche. Così decise di tornare indietro. La rincorse, la
raggiunse, e le disse: <<Ceniamo di nuovo insieme domani?>>. Tina
rise e d’istinto disse <<Non posso.>>. Allora Mario chiese perchè. Ma
Tina non aveva una scusa pronta così disse <<Ok, allora posso.>>.
Il
giorno dopo Mario e Tina s’incontrarono in un ristorante leggermente più
elegante della trattoria della sera precedente. All’inizio erano imbarazzati,
tutta la naturalezza della prima cena sembrava svanita. Essere a un
appuntamento ufficiale era diverso, e non pareva funzionare molto bene per
nessuno dei due. Ci misero almeno mezz’ora per ritrovare un po’ d’intesa e
ritornare a divertirsi come il giorno prima. Ma, passato quel tempo, stettero
benissimo. Si raccontarono la giornata e alcune certe cose della propria vita. Alla
fine della cena erano di buon umore e, tornati alla sincerità e genuinità di
ieri, poterono confessarsi quanto quel ristorante non gli fosse piaciuto per
niente. Poi, d’un tratto Tina disse <<La conosci la locanda sul
fiume?>>, Mario disse <<No, non la conosco. Dove si trova?>>,
e allora Tina rise divertita, di un sorriso bellissimo e puro come il sole.
Anche Mario sorrise, imbarazzato. <<Credo che quel posto ti piacerebbe.
Ti va di portarmici domani?>>. Ma Mario è un uomo molto serio e parla
poco, anche se dentro gli esplodono le stelle, così si limitò a dire solo <<Certo.>>.
E con quella promessa si congedarono.
Sulla
via di casa Tina pensò che forse aveva esagerato con quell’ulteriore invito a
cena e che lui potrebbe essere rimasto intimorito da tanto impeto.
<<Perchè l’ho invitato domani sera? Che cosa ci racconteremo
domani?>> continuava a ripetersi sulla via di casa. Mario, invece, sulla
via di casa pensava che dire addio a quella ragazza stava diventando un dolore
così dolce che sarebbe rimasto a salutarla per l’eternità.
L’indomani,
alla locanda sul fiume, Mario arrivò visibilmente alticcio e alterato, e
monopolizzò la serata con tutti i rancori verso il padre. Tina lo ascoltava con
attenzione. Al momento di accomiatarsi, Mario disse: <<Mi dispiace,
scusa: ho monopolizzato questa cena e l’ho usata per sfogarmi. Posso farmi
perdonare invitandoti domani allo spagnolo?>>. Tina rispose:
<<Domani davvero non posso. Lavorerò come bambinaia.>>. Al che
Mario replicò: <<E se ti ci portassi quando hai finito?>>,
<<Ma finisco a mezzanotte...>> disse Tina, <<A mezzanotte è
perfetto: non lo sai che gli Spagnoli fanno cena a quell’ora?>>. Tina
sorrise e accettò.
La sera
dopo Tina fece la baby-sitter e tutta
la sera si tenne la fame che aveva perchè voleva aspettare Mario per mangiare.
Solo che la fame mette il nervoso e quindi iniziò a pensare <<Vorrei
mangiare adesso e andare a letto presto. Perchè gli ho detto di sì?>>.
Per fortuna la mezzanotte giunse in fretta e quando i genitori della bamba
arrivarono Tina era tesissima e impaziente di fuggire.
Mario l’aspettava
sotto in moto. Il suo sorriso così dolce le placò il nervosismo. Tina salì in
moto e i due partirono, sfrecciando nella notte buia. Si fece tardi, si fecero
le tre, le quattro. Quando Mario la riportò a casa, lei lo baciò timida (non
sapeva se lui lo voleva, quel bacio) e lui ricambiò dolce (non sapeva quanto
lei lo volesse, quel bacio). Il baciò durò a lungo. E anche il silenzio dopo il
bacio. Per spezzare l’imbarazzo i due si baciarono ancora, il braccio di lui
che le sfiorava appena la vita, le mani di lei che gli cingevano il collo. Poi
si scambiarono delle parole. Per entrambi era un peccato non potersi vedere l’indomani.
Ma Tina aveva una festa di compleanno di un’amica e Mario una cena di lavoro.
Alla
cena di compleanno Tina si divertì ma pensò a Mario. Alla cena di lavoro Mario
si annoiò e pensò a Tina. Tornando a casa, gli venne in mente di deviare e fare
una sorpresa a Tina. Ma prima passò in pasticceria e le comprò uno squisito
dolce al cioccolato, di quelli che a lei piacevano molto. Poi si mise ad
aspettarla proprio sotto casa. Poi la vide arrivare e le disse “ciao”.
<<Ciao!>> rispose lei, piena di gioia e stupore, e lo invitò a
salire in casa. In casa mangiarono il dolce, e aveva ragione il pasticciere che
glielo aveva venduto: era buonissimo. La notte, poi, fecero anche l’amore. E
questo è più dolce di ogni dolce, più squisito di ogni cosa, più sublime di
tutto. Si amarono lentamente, non certo per le buone maniere apprese in
famiglia, ma perché cercavano nel piacere la via per trovare la migliore
stanchezza. Dopo, quando finirono di fare l’amore, parlarono di tutto,
dimentichi di tutto il resto. Infine, stanchi, esausti, e felici, si
addormentarono profondamente.
Al
risveglio il mattino che li ridestò aveva l’oro in bocca, che il sorriso sulla
loro faccia ancora ne trabocca. Mario pensava che, proprio dopo aver fatto l’amore
per la prima volta, non si poteva interrompere la tradizione delle cene,
sarebbe stato il giorno più sbagliato per farlo. Ma era stavolta lui ad avere
una festa di compleanno, di un carissimo amico. Così rimandarono al giorno
successivo. E, siccome era l’inizio di un amore, nessuno si offese. Fecero
colazione insieme, si baciarono ancora, poi lui si vestì, e lei lo lasciò
andare, sebbene a malincuore. Non poteva immaginare che se lo sarebbe ritrovato
nello stesso locale dove dove si recò a cena insieme con un’amica. Quel giorno
Tina fece un salto in biblioteca per prendere in prestito alcuni libri per la
tesi, poi si occupò un po’ della casa e di altro, raggiunse un’amica a una
mostra, e con la stessa amica si fermò in un localino non distante dalla
galleria d’arte. A metà della cena si accorse che Mario era seduto a un tavolo
collocato dall’altra parte della sala. Con immenso stupore sorrise. Del sorriso
più profondo che c’è. Sorrise dentro.
A
questo punto, caro lettore, devo interrompermi. Non ricordo più se ho detto che
questa è una storia vera. Ebbene, voglio essere chiaro. Se la vedessi al cinema
una simile coincidenza, mi parrebbe eccessiva. Beccarsi al ristorante nell’unica
sera in cui non ci si è messi d’accordo: un tantino esagerato, non trovi? Nella
vita reale anche è una esagerazione, una coincidenza troppo grande e
fosforescente, ma, nella vita vera, la prendi per buona, la accetti, anzi la
accogli. Dunque, caro lettore, accoglila come l’accolsi io all’epoca e andiamo
avanti.
I due
amasi imprevisti si sorrisero da lontano, ma senza salutarsi: non avevano
voglia di presentarsi ai rispettivi amici e dover dare spiegazioni.
Continuarono le loro cene come se nulla fosse successo. Anche se tutto era
successo. Solo, prima di andare via, Tina gli rivolse un delicato sorriso, che
agli occhi di Mario profumò di zucchero e cannella, come i baci che si
scambiavano.
Nei
giorni successivi, Mario e Tina cenarono insieme ogni sera, per 23 sere
consecutive. E ogni sera la cena era, anche emotivamente, sempre diversa. Al
greco litigarono; al messicano fecero la pace; all’indiano sentirono di amarsi
profondamente; al giapponese desiderarono intensamente avere un bambino
insieme; al peruviano lei gli disse di essere in ritardo, lui, confuso, disse
<<Ma se sei arrivata prima di me...>>, lei, ancora più confusa,
disse <<Forse sono incinta...>>; al libanese fecero il test di gravidanza e divennero una cosa
sola. Insomma le cene diventavano ogni giorno più intense e loro ogni giorno
più intimi, lasciando che tutto gli accadesse: le liti e la pace, l’amore e la
rabbia, i figli e le confessioni, i desideri e le fobie, le passioni e le
idiosincrasie, le paure e gl’incubi, la gioia e il dolore, la bellezza e il
terrore. Alla trentesima cena lui le chiese di sposarlo: lei rise, pianse, rise
di nuovo, pianse mentre rideva e rise mentre piangeva, disse “sì”, un “sì”
rotto dal singhiozzo e offuscato dal pianto. Lui dice che un mese potrebbe
sembrare pochissimo, ma che 30 cene sono come 30 mesi, soprattutto se fatte
tutte di fila, sera dopo sera, ora dopo ora; soprattutto se, alla fine di ogni
cena, pensare che non fosse davvero finita metteva gioia e il desiderio di
rivedersi era ancora tutto lì, che aspettava solo di riprendere e chiedeva solo
di non essere dimenticato; soprattutto se alle domande <<Con chi vuoi
ordinare da mangiare domani? Che cosa vuoi dal domani? Chi vuoi ascoltare e chi
vuoi che ascolti le tue parole?>> la prima risposta che gli veniva era
<<Te. Sei tu!>>. E questa è la fine della nostra storia. E l’inizio
della loro.
Capisci
che è la persona giusta, quando ti tieni la fame perché è più bello mangiare
insieme.
L’ETERNITÀ
È UN GIORNO.
Mentre salivo la scaletta argentata del minuscolo boeing supersonico, avevo capito
benissimo che mi trovavo di fronte all’intervista più importante della mia
vita. Lo sapevo, lo sentivo. In redazione tutti mi avevano menato grandi pacche
sulle spalle, invidiosi della mia botta di fortuna. Sentivo le mani fremermi di
gioia, ansiose di posarsi sulla tastiera, preoccupate solamente di non riuscire
a trasmettere al documento virtuale sul mio computer
tutte le parole che sarebbero scaturite dalla mente geniale di Giuseppe
Bonaviri, insieme a tutti i pensieri che mi passavano per la testa alla
velocità supersonica del gioiellino su cui stavo salendo. E mi aggrappavo al
corrimano platinato della scaletta supersonica del misterioso boeing rombante, il Don Chisciotte, a
cui non avevano neanche fatto spegnere i motori.
All’epoca ero corrispondente del quotidiano “L’Oligarchia”
da Kuala Lumpur. Non male come vita, non fosse che, da quando ci avevano
delocalizzato, per tagliare i costi, i buoni pasto venivano assegnati sulla
base dell’altezza, e io purtroppo ero solamente 1,75. In realtà, quando vivevo
in Italia ero 1,79, però appena mi ero trasferito in Malesia mi ero come
accorciato, come se mi fossi ritirato. Forse per il caldo, o per quella
sensazione schiacciante che la vita procede anche quando ti preoccupi di non
invecchiare e non morire mai. Avevo 37 anni, che non sono tanti, ma per me, in
quel momento in quel luogo, e in quella delicata stagione della mia vita erano
troppi, se capite cosa intendo, e mi davano proprio quella sensazione
schiacciante di essere finito fuori dalla gioventù senza possibilità di
replicare, eppure senza veramente rendermene conto. Certo è che a quei tempi 37
anni erano come oggi 54: il tempo si è dilatato, con le mirabolanti
progressioni dell’industria medica, il siero e quelle robe. Mai preso siero,
comunque: non fa per me.
Non ero molto felice di dover fare quell’intervista sul jet supersonico, perché all’epoca ancora
non mi piaceva ancora tanto volare. Però mi rassicurava sapere che sul
minuscolo boeing ci sarebbe stato
sicuramente alcol a volontà. Sì,
anche allora l’alcol era la nostra
principale fonte di rassicurazione nonché, alternativamente e parallelamente,
di svago. L’unica differenza è che allora l’alcol
si chiamava alcool, in omaggio ad una
nota marca di alcolici dal nome, appunto, Alcool.
La O aggiuntiva venne poi pignorata per faccende mai chiaramente risolte sulla
legislazione alimentare e sui marchi, cose che non ho mai veramente capito a
fondo.
Mentre mi tenevo al corrimano platinato, Giuseppe si era
affacciato sulla scaletta. Era la prima volta che lo vedevo dal vivo, e dio! se
era splendido. Ho detto <<dio>>, ma all’epoca non credevamo
veramente in dio come invece avviene oggi. Eppure Giuseppe sembrava veramente
un dio, la luce del sole a tre quarti lo colpiva come uno schiaffo e la sua
chioma bionda sembrava bruciare di vita e di passione. <<Perdio, saliamo.>>
mi aveva gridato, e io mi ero affrettato a completare la salita, sempre ben
avvinghiato al corrimano biondo platino anche lui, per poi accomodarmi sul
sedile più vicino all’ingresso dell’aeroplano.
Il Don Chisciotte era costruito con più vetro e specchi che
alluminio, e mi sembrava tutto così scintillante, all’interno del jet, che mi ero dimenticato di
preoccuparmi del decollo, che mi prese alla sprovvista togliendomi il fiato.
<<Andiamo su, dai, andiamo su.>> sghignazzò Giuseppe, mentre si
scodellava un bicchierone di vodka gelida. <<Offrirei, ma vedo che hai le
mani già impegnate a reggerti al sedile.>>. Io non risposi, troppo
preoccupato a controllare con le mani la qualità della stoffa del sedile su cui
ero seduto, cercando con la forza delle dita di trovare eventuali cedimenti
alle cuciture, strizzandolo forte. Il problema di avere gigantesche finestre s’un
jet è che ti pare di stare appeso nel
cielo. Quando finalmente l’aereo si fu portato in soluzione di crociera,
stabile e orizzontalizzato, mi concessi il lusso di staccare le mani dal
sedile, e stringerne una al vecchio Giuseppe.
Dico vecchio ma è un modo di dire, perché all’epoca il
vecchio Giuseppe aveva solamente quarantotto anni, era nel fiore degli anni.
Non giovane come oggi, che ne ha solamente trentasei a dire il vero,
considerata la correlazione tra anni e anni percepiti, ma si sa, lui il siero
ha iniziato a prenderlo da subito.
<<Si vola, eh!?>> borbottai io, più per
mettermi a mio agio che per esigenze di conversazione. Di chiacchiere ne
avremmo fatte tante, quel giorno: il vecchio Giuseppe non era certo uno di
poche parole, e mi ricompensò con una mano sulla schiena e una strizzatina ai
testicoli, che, se mi fece male, di certo ringalluzzì la mia autostima. Negli
ultimi 21 anni Giuseppe aveva concesso solamente sedici interviste, e la mia
era una di queste. C’era motivo di sentirsi orgogliosi, anche perché ero stato
proprio io a trovare il contatto con il suo editore, io a insistere per l’accordo
commerciale, a intercedere con il mio capo, e a trovare la finestra utile di un
giorno necessaria per l’intervista.
<<Per un pelo...>> disse Giuseppe osservando
preoccupato il sole alle sue spalle dall’oblò posteriore dell’aereo. <<E
quindi, quando durerà questa nostra intervista?>> mi chiese sorridendo,
<<Certamente non più di un giorno.>> ribattei ridacchiando
stupidamente. Certo non era una gran battuta, l’avevano fatta in molti, ma
ormai era quasi obbligatorio fare un qualche riferimento al “giorno aureo”.
Ogni intervista in pratica verteva solo su quello, sulla sua decisione di vent’anni
prima. La mia sarebbe stata diversa, mi ero preparato tutte le domande in
anticipo per essere sicuro di non svicolare più di tanto.
<<Vado a farmi un drink,
ne vuoi uno?>> chiese lui allontanandosi da me per un istante. <<Lo
berrei volentieri. Un Old Daiquiri ma
senza ghiaccio, grazie.>> risposi io. <<Temo che qui non ce l’abbiamo.
Ti va un Black Russian?>> mi
disse. Io annuii un po’ deluso. <<Immagino che vorrai chiedermi del “giorno
aureo”...>> disse poi, mentre mesceva vigorosamente, mettendo in mostra
la sua muscolatura abbronzata, che brillava sudata grazie alle luminose plance
trasparenti dell’aeromobile. <<Mi vuoi chiedere come è andata la mia
giornata o forse vuoi sapere cosa farò domani?>> rise compiaciuto. Io
glissai. <<Beh, Giuseppe, di quello si è parlato davvero tanto. Ne ho
letto su tutti i giornali, per questo pensavo magari di iniziare con un po’ di
domande sul tuo primo romanzo, e poi passare a...>> ma Giuseppe non mi
fece terminare, e con gli occhi lucidi di gioia si mise a raccontare,
versandomi un Black Russian più russian che black.
<<Il mio primo romanzo, ah, che ricordi...! Quando ho scritto “martedina” dovevo ancora iniziare il mio
“giorno aureo”, era un periodo veramente magico. Ricordo che ancora dormivo,
pensa che spreco. Per questo “martedina”
è stato solo di 417 cartelle. Se lo avessi scritto qui sul Don Chisciotte, lo
avrei fatto lungo almeno il doppio. No, “martedina”
è stato un bel capitolo della mia vita, ma sinceramente nulla a che spartire
con quanto ho fatto dopo. Il mio giorno aureo doveva ancora iniziare, quello è
stato solo il propellente che ha concesso al razzo di decollare, se mi passi la
metafora.>>. Gliela passai. Poi annuii, e chiesi nuovamente: <<C’è
chi dice che “martedina” sia stato
invece l’ultimo, vero romanzo del primo secolo, e che tutta la tua opera
successiva sia stata solamente un pallido riflesso del fulgore originario. Sto
citando l’Incognito, che ritiene il personaggio di Zephir virtualmente morto
alla fine del primo romanzo, quando si separa da Martedina e si fa praticare la
lobotomia parziale per sopravvivere al dolore. Cosa risponderesti a queste
critiche, se avessi l’Incognito qui davanti?>>. Giuseppe appariva
fremente di rabbia. Sembrava soppesare l’ipotesi di scagliare il bicchiere
contro la parete del velivolo, ma ricordo di aver pensato che non lo facesse
per il tedio che gli avrebbe causato doversene versare un secondo.
<<Incognito? Incognito? Non so neppure chi sia... Lui invece conosce me:
ecco dove muoiono le sue critiche...>>. Nello sforzo di trovare una
competenza che potesse considerarsi estranea, Giuseppe si innervosì ancora di
più, e rovesciò parte del cocktail
sulla pregiata angora dello scafo. <<L’Incognito può anche baciarmi le
chiappe, non lo scrivere questo, nell’intervista, aspetta. L’Incognito... l’Incognito...>>
Giuseppe si mise a rimuginare concentrato, in cerca di un insulto che lo
facesse apparire sagace almeno quanto l’Incognito fosse idiota. <<Ecco.
Scrivi questo: l’Incognito è un pennivendolo che vive alla giornata, e non può
capire chi ha fatto della giornata la sua unica ragione di vita.>>. Io
sospirai, iniziando a sentirmi sopraffatto da tutte quelle battute sul “giorno
aureo” e compagnia bella. <<Giuseppe, visto che siamo arrivati in
argomento, vogliamo parlare un po’ del “giorno aureo”, prima di passare ad
analizzare i sei romanzi del ciclo della memoria?>> chiesi, più per
concessione nei suoi confronti che per un reale interesse. Giuseppe allargò le
braccia, con finta modestia, accoccolandosi sulla poltroncina di fronte a me e
iniziò. <<Beh, è presto detto. Dopo il mio primo romanzo, ho deciso che
dormire non faceva per me. Ho capito che la notte era una stortura del creato,
un’incongruenza della vita che andava risolta, e pertanto, mi sono organizzato.
Come sai, le vendite di “martedina”
sono andate molto, molto bene. Nel giro di un mesetto ho potuto comprare il Don
Chisciotte, e mettermi a gironzolare sul globo terracqueo. Sempre,
rigorosamente, dall’Orione al Tramonto, dall’Eo levante all’Occaso cadente,
dall’Aurora all’Espero.>> ammiccò. Io annuii, fingendo di sentire queste
informazioni per la prima volta, e ribattei: <<C’è chi dice, chi
insinua>> proseguii <<che la vera ragione del tuo, diciamo, salto
delle notti, della tua rincorsa alla luce, sia una recondita paura del buio.
Cosa rispondi a...>>, <<A chi insinua? Come l’Incognito?>> mi
interruppe urlando, calmandosi subito dopo, a un mio cenno di diniego.
<<Comunque, sono fandonie. Io posso facilmente resistere in condizioni di
buio per diversi minuti, da sveglio o dormiente, senza alcuna difficoltà. Ho
solamente deciso che non voglio più vedere un tramonto in vita mia. La vita è
troppo breve per spendere tempo nelle notti buie. Io voglio fare festa, gioire,
scrivere di vita, scopare, e bere. Voglio vivere una giornata di festa
infinita. Non morire mai.>>. <<Lo sai>> ghignò <<quand’è
stato che ho deciso tutto questo, e ho preso la risoluzione di non dormire mai
più, e di non vedere mai più una luna?>>, <<Quando?>>
sospirai io, con finto interesse. <<Ieri!>> rispose, e rise
sguaiatamente. I drink che si era
versato iniziavano a fare il loro effetto. Io ripresi subito a parlare, con una
secca, incalzante domanda. <<C’è anche chi dice che quello che tu chiami
il “giorno aureo” non sia veramente un’unica giornata, perché in questo tuo
viaggio la linea del cambio di data viene attraversata più volte.>>.
<<Ma tu sei qui solo per riportarmi delle insinuazioni?>> ribatté
lui, improvvisamente calmo. Lo ammetto, il mio desiderio segreto era in effetti
quello di fargli perdere le staffe. Non dimentichiamo che all’epoca purtroppo
la condizione economica della carta stampata era disastrosa, e per risollevare
un po’ le vendite cosa c’era di meglio di una notiziola succulenta s’un
pestaggio giornalistico ad alta quota? Ero disposto anche a farmi spaccare due
o tre denti, per la causa. Ma Giuseppe era troppo intelligente, e aveva subito
smascherato le mie intenzioni. Giuseppe si avvicinò alla parete ricurva di
fronte a lui, indicandomi un calendario impolverato. <<Lo vedi questo?
Ogni volta che vedo sorgere il sole, strappo un foglio.>> disse. Annuii.
Lui aggiunse <<E quindi, mi vuoi dire che data segna oggi?>>.
Risposi <<Certo Giuseppe, capisco il tuo punto di vista, ma... Devo anche
ammettere che stamattina, quando mi sono svegliato, il mio calendario personale
indicava il ventotto Luglio del...>>, ma lui <<ta, ta, ta ta ta...>>
mi zittì subito, come per non udire nemmeno le parole che stavo pronunciando.
<<Non puoi parlare del “giorno aureo” se non l’hai vissuto. Forse è ora
di farsi un drink, cosa ne
dici?>> concluse. Io risposi che lo avrei bevuto volentieri, tutto quel
viaggio in pieno sole mi stava mettendo parecchia sete. <<Sai che cosa
facciamo?>> sbottò: <<Vediamo un po’ dove siamo, scendiamo, e
andiamo a cercarci un Old Daiquiri
come piace a te.>>. Rimasi interdetto, e dissi che non mi sembrava il
caso, ma lui disse <<Non c’è problema, non c’è problema!>>,
bloccando sul nascere le mie proteste: <<Vado un secondo di là a sentire
dal comandante dove possiamo trovarne uno. Se non sbaglio, adesso a occhio e
croce dovremmo essere sopra la Somalia.>>. Io rimasi imbarazzato in
attesa, mettendomi a scrutare l’interno del Don Chisciotte.
Gli altoparlanti trasmettevano ininterrottamente musica dei
Rolling Stones, ma non quelli del Novecento bensì i cloni moderni fatti in
provetta. A un’occhiata più attenta mi accorsi che i fasti del passato erano
ormai solamente spettri, l’aereo si mostrava con un misto di lussuoso e
derelitto, come un’anziana attrice rifatta che non vuole appassire e fa di
tutto per tenere su con il Botox quel poco che resta della sua faccia
spappolata. All’epoca, invecchiare era una gran brutta roba. Prima del siero,
intendo. Eppure, anche oggi, alla fine a pensarci non è che sia molto diverso.
Prima o poi si muore, che tu sia giovane o vecchio, solo che la quantità di
noia che nel frattempo hai accumulato serve più o meno a farti agognare il
momento del trapasso, che arriva con una sorta di felicità senza vigore, come
quando dopo ore di zapping notturno
ti accorgi che ti stai per addormentare, e proprio in quel momento finisci sul
canale con il tuo filmogramma preferito che non vedi da undici anni.
Dopo quindici minuti passati senza veder ritornare Giuseppe
mi diressi nel disimpegno verso la cabina di pilotaggio, per capire che fine
avesse fatto. Lo sorpresi che russacchiava con un filo di bava all’angolo
sinistro della bocca s’una poltroncina dell’equipaggio, mezzo sdraiato e con
gli occhiali da sole sulla faccia. Ricordo di aver pensato che era un
bruttissimo spettacolo, nonostante la sua mirabile bellezza (Giuseppe era
infatti di una bellezza mirabile), e mi meravigliai del fatto che stesse
dormendo della grossa. Subito dopo ancora ero stato preso dal terrore che fosse
caduto nel sonno per la prima volta dopo 21 anni, e che fosse per causa mia.
Probabilmente ero la persona più noiosa di tutte le circumnavigazioni del globo
nei 21 anni trascorsi. Solo alla fine di tutti questi pensieri Giuseppe si
scosse, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, e, riprendendo il
bicchiere dalla moquette Lisa, mi confermò che non stava dormendo, ovviamente,
ma che stava solo riposando gli occhi. <<Sai?>> mi disse
<<Con tutto questo volare in mezzo alla luce, gli occhi si stancano. Sono
importanti gli occhi, per uno scrittore.>>. Io annuii. Sollevato.
Tornammo nella saletta principale, dove ci riaccomodammo
sulle nostre poltroncine con i nostri cocktail.
Io volevo proseguire con le domande ovviamente, ma Giuseppe mi disse che c’era
tempo, e iniziammo quindi a parlare del più e del meno. <<Se dobbiamo
stare insieme tutto il giorno, meglio che iniziamo a conoscerci.>> disse.
Lui mi chiese cose molto personali, il mio rapporto con mia madre, quando era
stata l’ultima volta che avevo fatto sesso, che cosa ne pensavo delle politiche
secessioniste in Argumenia. Io risposi a tutto un po’ stupito, ma in fondo
felice che un personaggio così popolare come lui fosse interessato a me.
Dal quarto beverone in poi non ricordo più distintamente
gli eventi. Tutto precipitò in una spirale luminosa fatta di noi che ci
fumavamo bicchieri su bicchieri, mescolando rimasugli di cibo a rimpianti, e
rimorsi ad ulteriori drink, noi che
correvamo per il corridoio dell’aereo ridacchiando come bambini e noi che
tiravamo spallate in simultanea alla coda dell’aereo per vedere se ci riusciva
di farlo inclinare (cosa che, per inciso, sono certo che siamo riusciti a fare,
e difatti il comandante era venuto di dietro a dirci di piantarla di fare i
coglioni). A un certo punto, mentre eravamo passati anche a robine più pesanti,
e Giuseppe riposava gli occhi sdraiato sul pavimento, osservando la mappa
digitale sul monitor dell’aereo mi
accorsi che eravamo nuovamente su Kuala Lumpur. Era arrivato il momento di
scendere, eppure sarei rimasto per giorni. Senza contare che non avevo
praticamente nulla da scrivere per il mio articolo. Avrei fatto come sempre la
figura dell’idiota. Allertai Giuseppe, che si alzò di scatto barcollando e
dicendo, con la bocca impastata, <<...solo riposando gli occhi, riposando
gli occhi...>>. Gli spiegai che era stato un piacere ma che dovevo
scendere, perché eravamo di nuovo nei pressi di casa mia. <<Non se ne
parla.>> disse lui, stropicciandosi gli occhi. <<E poi non abbiamo
neanche iniziato a parlare veramente. Non ci siamo neanche conosciuti bene, e
si stava creando un certo legame: sarebbe un peccato bloccare il flusso proprio
in questo momento...>> mi disse anche. Io annuii, con aria grave, ma
dentro di me saltavo di gioia. <<Dai, rimani fino al tramonto...>>
mi disse ammiccante, con una strizzatina d’occhi. Così, scrissi al mio capo
capo-redattore, informandolo che urgenti novità mi trattenevano sul Don
Chisciotte ancora per un giorno almeno. E così proseguimmo il nostro viaggio
intorno al mondo, tra stupide bevute e ancora più stupide chiacchierate.
Da allora risuperammo Kuala Lumpur diverse volte, nel
nostro viaggio liminale da alcolisti ipnotizzati; scendemmo sulle piste di
Bogotà, Fortaleza, Mombasa; partecipammo a feste sulla spiagge brasiliane,
aperitivi su palazzi messicani, e ogni tanto deviavamo dalla linea equatoriale
per andare a vedere le rovine americane, o scendevamo sull’Eurasia, quando c’era
qualcuno di quei famigerati “brexit rave
party” che duravano fino al mattino ed oltre. Lentamente la luce solare
battente mi era penetrata nel cervello, e non avrei saputo dire veramente da
quanto eravamo in viaggio. I miei sonni si erano fatti rarefatti, come l’aria d’alta
quota, e i miei sogni si erano sfilacciati al punto che ormai rappresentavano
solamente immagini pubblicitarie e lisergici fotogrammi di film vintage di
pornografia d’antan. Quando il sogno
era sul più bello, e stavano per rivelarmi qual era il prodotto della réclame, oppure quando l’idraulico
forzuto aveva finito di stringere la vite sotto al lavandino della casalinga
annoiata e ansiosa di ricompensarlo, mi svegliavo di soprassalto, come per un
vuoto d’aria. Anche io avevo iniziato a non dormire più, o a non riuscire a
ricordare di averlo fatto, che in fondo era la stessa cosa. Mi tornava sempre
in mente quella frase di Giuseppe: <<Lo sai, per davvero, perché non
dormo mai? Dopo vent’anni che non dormi, se ti addormenti probabilmente non ti
sveglierai più.>>. Poi Giuseppe si era progressivamente disinteressato a
me, ogni tanto scriveva ossessivamente sul suo fonologramma, ogni tanto si
riposava gli occhi, ma non parlava quasi più. Nel giro di poche rotazioni sul
globo terrestre eravamo diventati due estranei, ognuno vagante nel suo angolino
del Don Chisciotte, e non ci incontravamo ormai che di rado e solo davanti al frigo-bar, salutandoci con un distratto
<<Ehi...>>. Alla fine decisi che dovevo fare qualcosa. Avevo
architettato un espediente che mi aveva fatto sentire astuto come Ulisse:
organizzai una festa clamorosa in piena Repubblica Cinese, sul palazzo più alto
di New Tokyo. Giuseppe inizialmente si mostrò contrariato, iniziava ad averne
abbastanza di tutte le feste: dopo 20 e passa anni, sapete, anche le feste
iniziano a venire un po’ a noia. Feci di tutto per impedire che si riposasse gli
occhi durante il viaggio, e quando finalmente fummo sulla penisola giapponese,
Giuseppe era distrutto. <<Vai tu:>> mi disse <<io proprio non
me la sento.>>, ma io fui persuasivo, e lo trascinai giù.
Durante il viaggio dall’aeroporto alla festa, Giuseppe era
svogliato e preoccupato. Temeva di poter rimanere solo poche ore, il sole era
già abbastanza basso sull’orizzonte, e quelle situazioni serali, lontane dall’aeroplano,
lo mettevano sempre in difficoltà. Ma appena arrivammo alla festa, il vecchio
leonino che era stato si ridestò, e si mise a mescere bevande e scherzare con
le dolci cinesi dagli occhi intelligenti coperte solo di due sottili foglie di
palpebre. Bevemmo, bevemmo, e bevemmo. Come se non ci fosse un domani...! Poi
Giuseppe mi disse, ammiccante, <<Una di queste ce la portiamo sul Don
Chisciotte...>>. Poi, come previsto, il buon vecchio Giuseppe iniziò ad
accusare il colpo. Diede un’occhiata all’orologio (una meraviglia afro-tedesca
che si auto-sincronizzava sul fuso orario in cui si trovava), constatò che
avevamo ancora un’oretta scarsa prima di dover ripartire per l’aeroporto, e mi
disse <<Me ne vado in camera con questa scatarrata, a farmi riposare gli
occhi da lei!>>. Io lo attesi una mezz’oretta prima di salire in camera.
La scatarrata, che aveva anche un nome e si chiamava Chun Ling, non c’era più,
e il buon vecchio Giuseppe riposava gli occhi ronfando della grossa. E io,
invece di scuoterlo e riportarlo in aeroporto, portai a compimento la mia
vigliacca idea malsana. Mi sentivo spregevole, ma tutto quello che ha un inizio
ha anche una fine, le cose belle non durano per sempre, un bel gioco dura poco
e compagnia bella. Insomma, misi in modalità silenziosa il suo fonologramma
spegnendo la sveglia, misi il mio alla finestra che si ricaricasse al sole
calante quel tanto che bastava per fare qualche ologramma di qualità, e con il
gelo nel cuore codardo mi misi vigliacco, cattivo e malvagio ad aspettare. Ci
volle una mezz’ora. Una mezz’ora in cui la luce si sciolse lentamente come
marea calante, la luna salì luminosa e cangiante come sempre, con la sua bella
pubblicità della Pepsi a farci
compagnia da trecento e ottanta migliaia di chilometri spaziali di distanza, e
la mia mente mi convinceva sempre di più che avevo fatto una cazzata. Quando
Giuseppe aprì gli occhi, sputacchiando un <<Ehi, come butta, ragazze? Mi
ero solo messo a ripensare a ricordi passati con gli occhi chiusi.>>, io
mi alzai in piedi di scatto, spaventato dalla resa dei conti. Quando capì che
qualcosa non andava, allarmato si alzò anche lui, e sotto la sua abbronzatura
da troposfera vidi affiorare il pallore putrido del panico. <<Che ore
sono? CHE CAZZO DI ORE SONO?>>.
IL SIG.
ROSSI.
Torno a
casa, luci calde mi accolgono. Tolgo la giacca, oggi è più pesante del solito; sbottono
il collo della camicia e mi lascio respirare finalmente. Ho gli occhi stanchi,
non mi vedo bene allo specchio: sono davvero io? Quando sono invecchiato così?
Il bianco si fa spazio tra la barba. Il mio viso è teso, emaciato.
Ho
fame, ma sento l’esigenza di bere un goccio. Con passo spedito mi dirigo in
salotto, mi verso un whisky, metto su
un vinile di Sinatra, chiudo gli occhi.
Mia
moglie non è in casa. Cena tra colleghe, cena di lavoro. Magari ha un amante,
ma la verità è che non credo mi importi molto. Sono solo quando stiamo insieme,
preferisco questi momenti: io, la mia musica e il mio bicchiere. L’amo? Certo.
Ma il nostro è un amore appassito; come la più bella rosa di maggio, che
raccogli dal tuo giardino in fiore e lasci appassire lentamente finché non è
solo un bel ornamento: romantica, magnifica ma non ha più un odore, non senti
più il profumo della vita tra i suoi petali. Questo è il nostro matrimonio: un
magnifico fiore appassito senz’anima.
Penso a
questo e qualche anno fa una lacrima avrebbe solcato il mio viso; oggi non è
così. Resto seduto, mi lascio inghiottire dalla poltrona. Vorrei solo sparire
senza far rumore e generare dolore.
Ho 41
anni, non ho figli, sono depresso e ho una problema con l’alcol. Sono un uomo
medio. Questa è la modernità: un esercito di uomini mediocri che inseguono
traguardi prefissati e nel farlo trovano quella parvenza di felicità, che li fa
sentire vivi anche se in realtà siamo tutti morti.
Se hai
coscienza di questo, se apri gli occhi sulla nostra natura, ma non hai la forza
di farla finita, vivi una vita infelice e ti dicono che sei depresso. Anni di
interminabili colloqui pomeridiani nell’elegante studio di Via Po del mio
terapista e che cosa ho come bagaglio di questo viaggio psicologico?
Depressione, sig. Rossi, lei è depresso. Per questo è infelice.
La
verità è che ho lottato per anni per abbattere il nostro quotidiano. Quando ho
compreso la matrice dissonante del mondo, ho lottato. Ma sono stato sconfitto.
Triste sorte spetta agli sconfitti. Non vi è alcuna eroica morte in un ultimo
leggendario combattimento. No, si viene fatti prigionieri.
Resi
inermi, castrati spiritualmente e incatenati al giogo. I migliori si fregiano
del titolo di depressi, gli altri, quasi immemori, si ritrovano ad inseguire i
conigli come i cani nel cinodromo. Corrono per fame, ma il coniglio è finto e l’unico
fine della corsa è lo spettacolo di cui sono inconsapevoli burattini.
<<Paolo,
svegliati. Ti sei addormentato sulla poltrona, di nuovo. Sono appena rientrata.
Dai andiamo a letto; ricordi che domani siamo a pranzo dai miei?>> mi
dice mia moglie. Poi si china e mi bacia la fronte. La guardo: la luce della
luna sembra dipingerle i lineamenti di porcellana. Le sorrido. <<Andiamo
amore, ero solo molto stanco.>>.
AGOSTO.
Ricordi
gli onischi appallottolarsi sul muro appena sotto i limoni cascanti che ti
dicevano il nulla, il quadrato del cielo invece chiuso tra le case ammutoliva
indietreggiando nelle falle dell’afa d’Agosto, quando tutto intero l’essere
rinuncia a voler intendere qualsivoglia sensazione di vita, seppur lietamente
estetica; e ricordi le lucide sensazioni di vuoto dei pomeriggi lunghissimi
quando tutti dormivano oppure il mare aveva culla di loro, bambini o adulti di
nuovo stregati dalla lieta regressione al gioco, come oggi i tuoi amici, e la
spiaggia ardente di richiami e fole e ondate di fumo e parole, ancora un poco e
smettevano di farsi sentire, stavi contemplando il soffitto nella stanzetta,
nella fossa del lettino poco lontano dal lettone di mamma, e babbo
lontanissimo, altrove, a distanze impossibili a tenersi sulle dita dei calcoli,
scrutavi il soffitto, bianco, ti abbacinavano i silenzi assorti interrotti dal
continuato frinire delle cicale, gli attimi brevissimi strappati al riposo dell’organo
stridulatore che i maschi cicadici portano sotto l’addome, quel sospeso vertice
di nulla, simile al vertice parabolico di una montagna russa, cui giunge il
treno dopo la vertiginosa salita del ramo e si ferma, sospende il fiato per un
attimo e le urla, immediate, di umani, ridiscendono, crollano, esplodono
rotolando nella vertigine della vetta lungo la discesa mozzafiato del ramo
opposto, è questa vertigine che ricordi ora, momento di risacca che ti trascina
muta al largo del pomeriggio, dopo l’onda rifranta nei riccioli schiumosi delle
bolle di aria dell’onda esplose e l’acqua ha sciabordato, dopo il bagordo
familiare del pranzo, il solido appiglio della risata, l’acciottolio delle
posate sulla ceramica, lo schizzo di sugo sulla tovaglia, l’orlo fresco del
bicchiere sulle labbra, gli occhi assorti di tua madre lontana mille miglia dai
tuoi luoghi, più di ora, nel respiro del corpo che dorme, nel culmine del
pomeriggio inerte che digrada nel refrigerio mormorante della sera, ma intanto
è questo il momento, di pauroso silenzio bianco, mentre precipiti oltre il
soffitto nel cielo, oltre il cielo immagini l’enorme padre Dio, e oltre Dio
naufraghi nell’inspiegabile mormorio della pazzia che non trova spiegazione
cosmologica, chi ha creato Dio che ha creato il mondo che ha generato noi, e
loro? gli esseri umani, gli animali, le foglie tese degli alberi odoranti e
fermi, immobili e impercettibili alla luce di questo eterno Agosto.
La via
lunga fino al paese torceva in viottoli di pesci argentati crollati dagli
alberi di olivo e facevano del campo un mare dove la risacca era un andirivieni
del grigio lunare dietro le nuvole, è sera e il tuo corpo abbandona l’exuvia dei vecchi pensieri. Stai
pensando di dormire, addormentarti e sognare: ma sei troppo piccolo per
consentire al corpo di assorbire lo stress e lasciare andare la tua
interiorità, non comprendi e le cose cattive che accadono fuori diventano incubi
e insonnia.
L’apparato
sonoro è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a
muscoli, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le
lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza... Avverti imbarazzanti
trasparenze di te nelle mani grandi di uno sconosciuto che guarda altro, sei tu
lo sconosciuto e osservi la tua stessa ombra mentre non riconosci i profili del
tuo corpo. Ti difendi, ti stai difendendo, la tue mani tremano e il volto
accigliato invidia forse l’apparente gioia degli altri, stringi l’erba e provi
una liquida parvenza salire su per le dita fin nelle ossa, come un albero trai
dalle radici il tuo benessere, l’autostima che ti basta a non sprofondare nel
definitivo oblio. Sei tornato qui e nessuno ricorda più nulla di te, quando ti
svegli nel pomeriggio soffocante dell’Agosto paesano, hai quasi otto anni e ti
avvicini alla finestra che guarda fuori e il mondo è reale oltre il vetro
sporco nascosto dietro la tendina bianca che sollevi leggermente per spiare la
felicità degli altri lì fuori. Sei triste come la comprensione della tua caducità,
eppure non sei così bambino da non pensarci e da lasciarti andare ai fianchi
ossuti mentre giochi come gli altri vestito di felice inconsapevolezza? Sei
tornato in queste spiacevoli circostanze e avvezzo alla solitudine, consideri
gli occhi di tuoi padre dalla foto, dall’unico luogo fisico che lo contiene, il
volto, non sorride, tiene un broncio nascosto, serio, lo ricordi ridere e
scherzare, lo ricordi, è un ricordo, come te, come noi, noi siamo ricordi,
momento per momento, di ciò che saremmo voluti essere e non siamo mai stati: io,
vivo, e tu, vivo, uguale agli altri, essenziale al mondo, felice.
Ma... a
te non piace il vapore sulla finestra in cucina quando i bambini rigano il
tempo tornando da scuola? Forse credi sia un futuro sull’orlo di un abisso
immacolato che vi inghiotte tutti? non sai più sperare e ti lasci vivere da me,
da loro, dagli altri? Ricordi? Quando è che successe che iniziasti a
dimenticarti un po’ dappertutto, sicché ti si poteva ritrovare un po’ ovunque,
come la polvere o il polline a primavera, un odore di tiglio tra i rintocchi
delle campane, sulle strade di lanugine, agli angoli o contro la rialzata dei
marciapiedi, strappando le nuvole nelle pozzanghere dopo lunghi temporali la
notte, quando iniziò il tuo silenzioso scivolare?
Oggi è
Domenica, Agosto, e sono quasi le otto, il pomeriggio smette di esplodere e
avvengono cose in questo oggi beante di sole azzurro e metallo, i fili dell’alta
tensione si sposano all’ordito del micromondo clorofilliano, le case, le
macchine, gli occhiali da sole elencano stragi del sabato sera, stragi di
sentimento e solitudine che tu hai voluto, hai desiderato e ora te ne penti
quasi... Però abiti orari in cui gli sguardi subiscono defenestrazioni da
alcoliche alcove, ieri era sabato, eri solo con te stesso, cioè con me che
stavo zitto e ti lasciavo fare, scrivi, scrivi, non toccherai nemmeno adesso il
finale che ti farà sentire un poco riscattato, scrivi parole inventate di sana
pianta e innaffiate di respiro interiore che manca poco e diverrà affanno.
E non c’è
che dire: avvengono cose la domenica e oggi è domenica, un insetto si è
fiondato sul muro, proprio tra i fasci di luce che il sole proietta attraverso
le gelosie socchiuse, e mi dici di stare zitto, adesso, e vuoi stare con te e
scrivere, inventarti una vita e capire.
CRONACHE
DEL MORBO.
Le
strade semivuote, un insolito silenzio, solo irriducibili vecchi con la sporta
e la zingara all’angolo che dice <<Buongiorno.>> allungando una
mano.
Divido
il dehors con una ragazza dai capelli
legati assorta nei suoi pensieri. Siamo entrambi silenziosi, entrambi complici
nella soddisfazione del vuoto intorno. Caffè e sigarette nel giorno X dall’inizio
della pandemia. Tutto chiuso, tutto fermo, solo l’uomo del banco soffiandosi il
naso mette in bella mostra una cassetta ricolma di carciofi.
È
giorno. Comunque si sopravvivrà. Il gatto gioca. Rimane vittima del brusco
affetto di mia sorella finché non va a mettersi all’angolo, al sicuro e da lì
ci osserva. La nonna pettina bamboline dai capelli verdi, azzurri, viola. Il
caffè sale e ribolle, la grande stanza è chiara di luce e noi ci uniamo in un
abbraccio di parole e suon di cuccume.
Tamburello
la penna sui fogli ed osservo mia sorella in piedi mentre regge con le due mani
la tazzina. Ingolla il caffè ed esce di quadro quasi sul bridge della canzone. Sul ritornello di “last goodbye” nessun
cenno di commozione se non il mio. Naufrago nel mare di quel mondo e godo nel
suono della voce di uno dei miei piccoli, poveri angeli. Mamma e Francesca
conversano di foto d’epoca, io mi sciolgo quasi, a metà tra due mondi. Per un
poco rimbalzo sugli occhi di quella Principessa d’allora ma recedo da ogni
flusso di coscienza, da ogni malinconia. Ridacchio per la bambina che esordisce
in garruli versi. Sua madre, mia sorella, torna su e pare inevitabile che il
lavoro ci perseguiti quasi quanto il morbo. Vanno di pari passo, incedono uno
al fianco dell’altro.
Le
edicole dei giornali espongono titoli d’allarme ed è un continuo bollettino di
nuove infezioni e decessi. Ci rido su, pure sul fatto che l’attenzione dei
media è fagocitata per intero dal virus e dal contagio. Notizie! Notizie! Notizie!
Spengo ogni diretta dal mondo, presagendo il titolo sulla scoperta del vaccino:
<<IL MONDO È SALVO!>> scrivo cercando di prevedere quando accadrà.
Cupo. Tutto è cupo nonostante il sole, perché al netto di un tot di vittime, il
nero che era in noi da sempre esplode. Timore di olocausto, neo-millenarismo,
nuovi untori ed appestati a vent’anni dal cominciare del terzo millennio.
La
decadenza della civiltà si manifesta ovunque ed esplode idealmente da ogni
tombino che chiude fogna, vomitando liquami, esalando miasmi e malanimi. Non
chiedi alle persone perché le persone non dicono, le persone saccheggiano
farmacie e supermercati, le persone disertano le strade, le persone darebbero
fuoco ad ogni singolo orientale che incontrassero e poi via così dicendo e
sperando che tutto passi soltanto ed esclusivamente per porre fine al delirio
planetario. Quindi attendo il titolo di giornale che ho previsto per vedere se
questo mondo di morti viventi, alla fine di tutto, sciamerà per via a godersi l’aria
e le nuvole o tornerà a marcire dinanzi al televisore rimasticando le proprie
pene, ignorando le proprie debolezze e guardando tutti con sospetto e odio.
Questo male sarà veicolo di rinnovata speranza nel momento in cui si
estinguerà? Forse il mondo gongolerà pascendosi di una nuova, bellissima
rinascita.
UNA
FRENETICA TENSIONE.
Intorno
ai trent’anni ebbi un forte scombussolamento mentale e pur essendo stato fuori
come una biscia (permettetemi quest’espressione tipicamente lodigiana) mi
accorsi che la mia vita sessuale da normale eterosessuale si spostò
esclusivamente verso l’onanismo. In preda a una frenetica tensione nervosa, ero
al reparto psichiatrico di Codogno quando confessai questa cosa a un mio amico.
Lui ovviamente non si rendeva il conto delle condizioni psicologiche pietose in
cui mi trovavo, altrimenti non mi avrebbe chiesto in presenza di altra gente: <<Ma
lo fai anche al lavoro?>>. (All’epoca facevo il portiere notturno in un
albergo. Fantasioso ragazzo! Complimenti! Comunque appena oggi la sua domanda
mi appare una vera bastardata con lo scopo di divertirsi un po’.) <<L’ho
fatto un paio di volte.>> riconobbi il delitto.
Il
nostro dialogo fu sentito da un’altra paziente, una quarantenne che io chiamavo
mamma Norton perché era grossa come l’omonima cantante blues e raccoglieva i capelli con un foulard proprio come faceva la cantante. Le sentimmo dire con la
sua voce bassa e rauca: <<Ma che bel mestiere!>>. (Invece la
specializzazione di mamma Norton era ballare nuda nelle fontane di Milano, il
che faceva, come mi diceva, divertire tantissimo i suoi amici! Quando uscii
dall’ospedale scrissi un pezzo su mamma Norton! La descrissi come una regina
nuda delle fontane i cui sogni volarono via al meridione insieme alle rondini.)
Quando
tornai in me stesso feci un notevole sforzo intellettuale per capire perché
mentre ebbi quel bruttissimo disturbo mentale la mia vita sessuale fu
completamente incentrata sull’onanismo. Intuivo che la mia fuga dalla Sicilia
(per ragioni che non posso spiegarvi: è passato ancora troppo poco tempo, la
ferita è ancora fresca, i fatti devono ancora decantare. No: è ancora troppo
presto) potesse c’entrare qualcosa. Infatti quando mi imbarcai a Palermo e la
mia nave salpò rimasi a lungo immobile sul ponte a guardare la maledetta terra
delle arancie. Pian piano essa si rimpiccioliva. Con l’allontanarsi della nave
mi è sembrata sempre meno massiccia, oscura e minacciosa e quando sparì
completamente dall’orizzonte mi assalì una irrefrenabile voglia di toccarmi. Mi
precipitai nel bagno e mi liberai dalla mia irrazionale sovreccitazione
sessuale. L’intera faccenda non durò più di trenta secondi. Come se avessi
avuto finalmente fra le mani la donna dei miei sogni, agognata per anni. In
quell’occasione il mio pene si superò in durezza e in grandezza addirittura.
Palla da baseball fatta di marmo.
Sono un
mitomane. Quando uscii dal bagno ebbi sete e una voglia di birra incredibili. Mi
mancava il denaro però. Per cui mi misi isolato a far niente.
Quando
cadde la notte, mi fumai l’ultimo cannone che avevo e scrissi una poesia ispirata
alla canzone “amami, Alfredo!” del
Banco del Mutuo Soccorso. Ancor oggi conservo la parte finale della poesia: <<Alfredo
c’è un Andromeda / fra le mani di un mostro: / non fai Perseo? / Alfredo non ha
paura di Ciclope. / Alfredo non ha paura di Golia. / Alfredo sfiderebbe anche
Rocky Marciano. / Ma dai capelli agitati dal vento, / dalle lacrime che
scivolano lentamente / lungo il viso stellato di una vergine, / dalla bocca
profumata di gelsi. / Alfredo ha paura. / Di Andromeda Alfredo ha paura.>>.
Ma
torniamo a quella maledetta sovreccitazione sessuale che mi capitò sulla nave
mentre mi allontanavo dalla mia terra martoriata. È una cosa davvero così
irrazionale come può sembrare a prima vista? Vediamo un po’. Se c’è una parola
che più mi descrive pienamente quella è “librofilo”. I libri che ho letto sono
i veri protagonisti della mia vita. A volte mi influenzarono a prendere le decisioni,
a volte mi convinsi della loro veridicità riconoscendoli nella vita quotidiana.
A volte cercavo in essi le risposte ai miei problemi. In qualche maniera sono
sempre presenti nella mia mente, nelle mie azioni, in quello che confesso.
Anche in questo caso mi aiutò un libro. Fu un libro di George Mosse: “sessualità e nazionalismo”. Questo
libro, come per qualche miracolo, mi offrì la cornice teorica per la risposta
alla domanda che mi tormentò cosi tanto: perché quel giorno mi masturbai sulla
nave per Genova? Mosse parte dal fatto che: <<Le convinzioni sociali che
accettiamo per vere, le abitudini, la morale e i comportamenti sessuali che
regolano la vita in Europa fin dal sorgere della società moderna hanno una
storia nella quale il nazionalismo ha svolto un ruolo cruciale.>>. La
sessualità ha ossessionato da sempre il nazionalismo ed i suoi ideologi perchè
essa sta alla base del comportamento umano determinando la nozione morale di
rispettabilità. Oltre a ciò <<contribuisce a formare la sensibilità estetica:
gli ideali di bellezza o di bruttezza stanno sulla soglia della passione
erotica.>>. Il nazionalismo tenta di espurgare l’arte da tutto quello che
può suscitare la fantasia sfrenata. Così nelle versioni nazionaliste di
Shakespeare Amleto non giace in grembo di Ofelia ma ai suoi piedi. Anche quando
accetta la nudità nell’arte la depura da ogni richiamo erotico vedendo in essa
solo l’armonia, proporzione e bellezza trascendente. Il nazionalismo qualsiasi
eccitazione sessuale ritiene indegna dell’uomo e intrinsecamente antisociale.
In
questo contesto la figura di un masturbatore è la figura di un antisociale per
eccellenza. Perchè per il nazionalismo <<chi si masturba>> come
dice Mosse <<pratica un vizio solitario *** egli non ama nessuno, e è
sordo al richiamo della famiglia, della nazione e dell’umanità.>>. Contro
il masturbatore pallido, effeminato e svuotato di energia, come lo descriveva
un medico legale agli arbori della civiltà borghese i nazionalisti esaltavano
le virtù virili ed il comportamento cavalleresco in battaglia. Questi erano
considerati come i segni di superiorità nazionale.
Così
scrive il benedetto storico George Mosse e io concludo: non ci ho capito un
cazzo! Magari pensate che io sia matto. Ma sto bene vi assicuro. Alcuni ragazzacci
credono che la masturbazione ha il potere di guarigione, almeno risulta così.
Perché se dico <<Ho mal di testa.>> loro mi rispondono <<Fatti
una sega!>>; se dico <<Non ho dormito stanotte.>> mi
rispondono <<Dovevi farti una sega.>>. Per tutto c’è un rimedio: segarsi.
Esattamente contrario al Samuel Auguste Tissot, un dottore legale che nel 1760,
nel pieno dell’epoca illuministica, scrisse il libro “l’onanismo” in cui elencò i disturbi che può provocare la
masturbazione: riduzione delle forze fisiche e della memoria, visioni
offuscate, disturbi nervosi, gotta, reumatismi, indebolimento degli organi
della generazione, sangue nelle urine, perdita dell’appetito e mal di testa. Ho
parlato con alcuni amici di questo Tissot e dei suoi pregiudizi riguardo la
masturbazione concludendo alla fine che di seghe non si muore!
Permettetemi
di citare, alla fine di questo strampalata paccottiglia narrativa, il grande Lev
Trotsky: <<La vita è bella. Invito le generazioni future a purificarla da
ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno.>> (Lev Trotsky: “Testamento politico”).
L’ULTIMA
DOSE.
Il
pensiero dell’ultima dose è
orribile. Il pensiero che quello è l’ultimo grammo di felicità che avete a
disposizione, intendo. Perchè, vedete, il tossico ha un solo grande problema
nella vita: reperire la gnugna. Non importa il caldo, non importa il freddo. Se
hai la gnugna hai tutto. Sei onnipotente. Bastano anche solo due linee. Anche solo
uno spruzzo è sufficiente perchè si spalanchino i cancelli di Orione. La spruzza
è il biglietto per il paradiso, il lasciapassare per la felicità e la
beatitudine in terra. Ma non sempre sono rose e fiori.
Ponete
il caso di aver dilapidato tutto il vostro reddito di cittadinanza, la vostra
pensione di invalidità o quella di reversibilità di vostra madre (una donna
grassa ma comprensiva, e dal sesso molto largo) in eroina, insomma, avete sperperato
tutti i vostri soldi del mese e non vi rimane più nulla ormai, e davanti a voi
c’è l’ultima pera, e sapete che se ve la sparate adesso
poi, per almeno due settimane, dovrete arrangiarvi, chiedere soldi ad amici,
mangiare da qualche vostra nonna triste, girovagare per il quartiere sotto un
sole feroce, masturbarvi immaginando di essere ferocemente picchiati dal vostro
vecchio.
Ponete dunque
il caso che non sapete se spararvela subito o attendere. Poi prendete la
decisione finale e non ci pensate più. Prendete l’ago, caricate la roba, caricate
la pompa, ve la scoppiate in vena, e via: dieci minuti di euforia e poi, come
il basso continuo di una composizione barocca, la desolazione; la musica
cresce, e l’euforia scema; e vi aggrappate all’ultimo bordone di
eccitazione. <<In fondo che saranno
mai quindici giorni?>> pensate, ma niente da fare. Il buio.
Immaginate
adesso che, dopo esservi bucati per bene, siete sdraiati sul letto, il cuore nel
pozzo, il flaconcino di Lexotan quasi
vuoto: che fate? Chiamate il vostro amico, lo spaccino del quartiere, che è uno
delle case popolari di via Artom, ma comunque a casa ha qualche libro di D’Annunzio
e non parla male.
Immaginatevi
un dialogo del genere:
<<Senti,
mi puoi aiutare?>>,
<<Non
hai soldi?>>,
<<No...>>,
<<Va
bene; ma lunedì me li porti.>>.
(<<Oh,
grazie, Santa Maria delle Pere, ti ringrazio, Madre di tutti gli eroinomani, io ti ringrazio e ti benedico!>>.)
Immaginate
che il pusher vi dica, però, che ha
finito i pezzi, e deve fare rifornimento. <<Vieni con me, ti
passo a prendere tra poco.>> vi dice. Che fate? Andate, chiaramente. E
siete felici.
Immaginate
che siete in macchina. Il pusher mette
a palla musica da party degli anni ‘90: la strada fino alla vostra destinazione
sembra il videoclip al buio di “Rhythm of the night”; e sotto la
luce dei lampioni vi sembra di vedere strane cubiste che sono in realtà bambini
travestiti da puttane. Vi muovete, sul sedile; accennate dei balli e guardate
il pusher cercando una qualche
approvazione; e lui guarda fisso davanti a sé, le mani strette sul volante e
gli occhi di fuori, sbarrati.
Arrivate a destinazione.
Immaginate
ora che il posto in cui vi recate sia Borgo Cina. Ora, dovete sapere che Borgo
Cina è un complesso abitativo enorme, tipo come Le Vele di Scampia, il
quartiere Librino di Catania o lo Z.E.N. di Palermo: da perdercisi. E infatti
vi perdete più volte, con la memoria del pusher
andata a puttane; non ricorda qual è la scala di Franchino (il suo rifornitore)
e giù di bestemmie e calci al muro. Passa un tale e gli chiedete di Franchino. <<Scala
8.>>, si illumina alla fine! Salite. Franchino vi apre. È in mutande,
torso nudo. Saluta il pusher; chiede
di voi. <<Un amico.>> dice il pusher.
Qualcuno, da un’altra stanza, chiama Franchino a voce alta; è una voce
piagnucolosa, benché adulta; e ruvida, come un mignolo che stia grattando una
superficie arrugginita. <<Franchino...>> implora la voce di nuovo.
Tu e il pusher vi guardate. Franchino
fa finta di niente. Sul tavolo, notate, montagne di polvere bianca e bilancini,
vorreste essere Franchino e vivere in Borgo Cina e guardare ogni notte via
Artom che affoga nell’asfalto, i fari delle auto come lampi tra la boscaglia dei
travestiti, e un Momo che si arrampica sugli alberi e grida a una luna
indifferente che somiglia a uno strano pesce di fiume. <<Andate un attimo
di là.>>, vi dice Franchino dopo che il pusher gli ha spiegato la situazione. <<Preparo tutto, ci
metto due minuti.>>.
Immaginatevi
di attraversare un corridoio tappezzato di icone sacre appartenenti a ogni religione
riconosciuta dai libri: Franchino vi conduce nell’ultima stanza della casa, in
fondo al suddetto corridoio. Entrate. Un tavolino traballante, due sedie: una
occupata da un uomo molto grasso, in mutande come Franchino, ma con un fisico
nettamente peggiore; sull’altra una bottiglia per il crack, cannuccia e stagnola e tutto quanto. L’uomo, che prima era a
testa china, adesso vi guarda interdetto; ma soprattutto guarda Franchino, alle
vostre spalle, e lo chiama ancora una volta. <<Per favore...>>,
dice. Franchino chiude la porta; sentite la chiave girare nella toppa. E di
nuovo: <<Ci metto due minuti, tranquilli.>>.
Immaginate
che non sapete che dire. Domandate al pusher.
Per il pusher questa è una cerimonia
abituale, ti rassicura; sempre così, niente di cui preoccuparsi. <<Non vuole
che vediamo come taglia la roba, il suo segreto, la delizia della periferia.>>.
L’uomo e il pusher si conoscono. L’uomo
domanda al pusher se ha ’qualcosa’. Immaginatelo bisbigliare
biascicando. Il pusher non gli
risponde e vi indica ridendo due bottiglie piene di liquido giallo, il piscio
dell’uomo. L’uomo si alza in piedi e vi chiede il vostro nome; gliene date uno
falso. <<Hai visto quanto fa schifo?>> vi dice il pusher. <<Ma vive qui?>> gli
domandate. <<Sì.>> vi risponde secco il pusher. E poi, rivolgendosi all’uomo, <<Oggi quante volte con
Franchino...>> e fa un gesto eloquente con la mano e la bocca aperta. L’uomo
non risponde; è il classico tipo grasso e gambette piccole; suda come un non-so-che e ogni tanto si porta alla
giugulare due dita per verificare il battito cardiaco. Le mutande sono
sporchissime, una volta bianche e ora tendenti al giallo, le decora una
protuberanza simile a una noce, una noce natalizia di quelle che nonna apre
ogni venticinque di Dicembre e che voi mangiate controvoglia.
Immaginate
che il pusher si avvicina all’uomo e
con il dito stuzzica la piccola noce, e l’uomo si ritrae istintivamente, non
avesse una pelle grigia direste che è arrossito, ma non dice nulla e di nuovo
si porta le due dita alla giugulare. Gocce di sudore cadono a terra. <<Così
non mi piace, non mi piace per niente...>>, mormora l’uomo tra sé e sé,
esausto e impotente. Dà una controllata alla bottiglia di crack e sbuffa, constatando forse per l’ennesima volta che non c’è
più nulla da fumare. Gira in tondo. <<Lui una volta faceva il militare.>>,
vi dice il vostro pusher. Annuite. Il
pusher si avvicina all’uomo. <<Diglielo
un po’ che eri un militare, una volta...>> e lo scuote dalle spalle
ridendo. <<Fagli vedere le foto della tua ex moglie.>> lo incalza.
Immaginate
che il pusher apra un cassetto del
piccolo armadio e ne estragga un faldone; alcune fotografie cadono a terra. Il pusher le raccoglie, ve le mostra.
Vecchie foto sbiadite di una vagina aperta da due dita; una donna sul letto,
nuda e sorridente; di nuovo gli anni ‘90 che ritornano, stavolta con i contorni
sbiaditi di scatti pornografici, come una donnina che ride durante il suo
viaggio di nozze e che per gioco si fa fotografare nuda dal marito militare; o
come il pusher che senza motivo tira
un destro in faccia all’uomo, all’improvviso.
Immaginate
adesso l’uomo che barcolla e cade all’indietro rovesciando le bottiglie piene
di piscio. <<Cazzo mi tocchi?>>, dice il pusher, <<Cazzo mi tocchi? Non mi devi toccare.>>. Immaginate
che l’uomo perde sangue dal naso, non dice niente; si rialza e vi chiede un
fazzoletto per pulirsi. Non lo avete, ma con l’occasione gli domandate che cosa
stia aspettando da Franchino. La domanda cade nel vuoto; vi sembra che la noce
sia leggermente più grande, più soda, sotto il cotone umidiccio delle mutande.
Riuscite
a immaginare tanta pazzia? Ponete ora il caso che non sia pazzia, ma realtà.
Che fareste? Ma sapete che non c’è nulla da fare, e che, se anche ci fosse, non
servirebbe a nulla. E questa è l’unica verità. Ma, in fondo, la realtà non esiste
se non la puoi raccontare. No?
IL
PROFESSORE E LA STUDENTESSA.
Il grande
specchio dalla cornice nera sopra il letto ne rendeva sempre un’immagine così
imperfetta, piccola, in inferiorità di fronte all’immagine di lui, in piedi
dietro di lei, entrambi riflessi sopra i cuscini.
Fin
dalla loro prima volta, quello specchio la faceva sentire orribilmente nuda,
quando ci si guardava dentro, spogliata d’ogni pudore sul letto di Andrea.
Diversi
i motivi per i quali Elsa si sentisse così, almeno quelli che aveva nel tempo
trovato come risposta a questa sua sensazione, che ogni volta la faceva sentire
come un essere inferiore al cospetto di un Dio: Andrea aveva quarant’anni, lei
solo venti; Andrea era il suo professore di Italiano; Andrea era un poeta e
molto molto affascinante: una mente splendida che muove un corpo perfetto...
Lo specchio,
era lo specchio più grande che lei avesse mai visto prima, ogni volta che ci si
guardava dentro, si lasciava poi completamente dominare da Andrea e dalle di
lui voglie sessuali e, se pur ciò non le dispiacesse, ogni volta che poi usciva
di casa del suo professore, si chiedeva come lui potesse avere quel potere su
di lei.
Ogni
volta che lei andava al Gazette café, lui era lì, sempre da solo. Lei sempre
con le sue amiche. Finché un giorno, qualche settimana dopo la prima volta che
l’attenzione di Elsa fu attirata da lui, per forza di cose dovettero dividere
un tavolo per lavorare, gli altri erano tutti riservati.
Così
erano arrivati a parlarsi per la prima volta. Col tempo arrivò a scoprire
sempre più informazioni su quell’uomo misterioso: era professore d’Italiano
presso la sua stessa Università; quando lei lo vedeva al bar, lavorava a delle
traduzioni e al progetto di un libro che contava di pubblicare entro la fine
dell’anno: una raccolta di poesie e novelle; parlava 5 lingue; aveva due occhi
verdi stupendi e una voce che ti incantava; non parlava mai di una compagna
fidanzata, o moglie che fosse, e Elsa si rese conto che nel suo inconscio
sperava che non ne avesse proprio.
Anche
se, di tempo in tempo, nelle giornate successive a quel loro primo incontro,
scambiarono qualche parola durante la pausa-sigaretta, lui non sembrava per
niente attirato da Elsa, che forse era per lui solo una ragazzina: sembrava
piuttosto risponderle per gentilezza.
La cosa
che la confondeva era che lui, pur dando di sé questa sensazione di distacco,
quando la guardava dritto negli occhi, sembrava dire tutt’altro: lei immaginava
scene di sesso tra loro, anche se lui le stava parlando di qualche novità
inerente la “loro” università e quando poi lui la lasciava, per andare a
riprendere il suo lavoro, lei si ritrovava sola e spesso umida nelle mutande.
Non è
che avesse a 20 anni una grande esperienza sessuale, ma non era nemmeno
vergine: quell’effetto su Elsa non lo aveva mai avuto nessun ragazzo.
Nonostante
la differenza d’età, Elsa sentiva che doveva uscirci insieme, almeno una volta,
fosse anche solo per capire la ragione di quell’attrazione sessuale che sin dal
primo istante lei aveva provato per lui.
Solo
che non sapeva proprio come fare: aveva paura che, se gli avesse chiesto una
volta di andare a bere un bicchiere da qualche altra parte, lui, non solo le
avrebbe risposto no e smesso di parlarle, ma, ancor peggio, l’avrebbe presa per
pazza, visto che, agli occhi di lui, lei non era altro che una bambina.
Alla
fine si inventò un’imminente partenza per fare un Erasmus in Italia, per il
quale lei aveva bisogno di ripassare l’italiano, che aveva studiato al liceo ma
che aveva abbandonato da quel tempo, e che avrebbe voluto ripassare un po’ con
un professore privato. Gli chiese quindi se fosse stato possibile per lui darle
qualche lezione. Andrea accettò. Le diede appuntamento a casa sua per la
settimana successiva: in genere, le disse, non dava mai appuntamento per la
prima lezione a casa propria (luogo che riteneva il migliore per poter far
lezione in pace), specie se a una ragazza e molto più giovane di lui, ma, visto
che loro da qualche tempo si conoscevano e si parlavano durante le pause, aveva
pensato di poterla invitare da lui per la lezione, senza che lei pensasse che
ci fosse qualche altra intenzione dietro la scelta del luogo.
Elsa,
pur continuando a risentire nelle orecchie ‘una ragazza molto più giovane di me’,
che lui le aveva detto nel darle l’appuntamento, come la conferma alle sue
paure riguardo la forte differenza di età, ovviamente, accettò con un gran
sorriso. Lei, che era la più energica delle sue amiche, la più ciarliera e la
più solare, quando si trovava di fronte a lui, non riusciva quasi più a
parlare, e spesso si ritrovava a sorridere incantata come una cretina a ogni
frase del suo nuovo professore d’italiano: – A martedì prossimo allora! Alle
15. E così, sin da quella prima lezione, si era subito ritrovata ad aspettare
tutta la settimana per poter passare quell’ora insieme ad Andrea, e di certo
non perché avesse scoperto un’improvvisa passione per l’italiano, sempre che
per italiano non s’intenda il professore stesso...
All’inizio
più che di grammatica, di accenti e d’intonazioni, non parlavano mai. Finché un
giorno Andrea, che aveva la casa piena di libri, gliene diede uno in italiano
che lei avrebbe potuto facilmente trovare in lingua originale, in francese, e
che avrebbe potuto leggere durante la settimana per esercitare la lingua. Il
libro era “La filosofia del boudoir” del Marchese de Sade.
Elsa, pur non conoscendo minimamente il libro o l’autore e non amando nemmeno
troppo leggere, accettò senza remore di fare qualche compito a casa: avrebbe
così avuto qualcosa di lui sempre con lei, anche fuori dalle lezioni.
Come
suggeritole da Andrea, andò subito a comprarsi la versione originale del libro,
visto che nella versione in italiano non capiva quasi nulla.
Fu così
che, parimenti alla sua attrazione per Andrea, si ritrovò assorbita da quel
libro non appena cominciò a leggerne le prime pagine. Il libro era un vero e
proprio manuale sulla perversione della ragione: attraverso dei dialoghi, un
libertino e la sua compagna insegnavano ad un’innocente fanciulla la loro
morale del Bene e soprattutto del Male, applicando i loro discorsi e la loro
filosofia di vita ai piaceri del corpo, iniziandola così a pratiche sessuali
spesso estreme e scandalose.
Impossibile,
la notte quando si addormentava leggendo il libro, non sognare poi situazioni
analoghe con il suo professore d’italiano, nel ruolo d’istruttore dei piaceri
del corpo: ogni mattina si svegliava sempre più eccitata.
Un
giorno prese il coraggio a due mani e decise di parlargliene, aveva certo paura
delle possibili reazioni, ma così non poteva proprio più andare avanti.
Da quel
giorno ne passarono altri: i due lasciarono stare l’Italiano e cominciarono ad
incontrarsi solo per fare sesso.
Lei non
riusciva mai a parlargli della propria voglia di capire quel rapporto, della
speranza in una relazione un po’ più “normale”, della curiosità che aveva di
sapere cosa lui facesse quando non si vedevano; ma in fondo a lei non
importava. Era lui a decidere quando vedersi e per quanto tempo, e a Elsa
andava bene così.
Con il
tempo si instaurò come un tacito accordo tra i due, il loro rapporto si basava
su quel genere d’incontri: lui era il padrone del corpo e della mente di lei;
lui le parlava di scrittori e di poesia, di grandi idee e d’ideali, e di
pratiche sessuali: lei in tutto ciò lo sentiva sempre parlare d’amore.
A
letto, nudi, passavano ore. Lei adorava quei momenti dove perdeva ogni pudore,
ogni ansia e ogni freno inibitorio, dove si lasciava fare tutto ciò che lui
avesse desiderio di farle. Amava sentirsi la sua allieva, la sua schiava, e
lasciarsi possedere e dominare così, come se lui ne fosse il padrone.
Il
confine continuava ad andare sempre un po’ più in là: con il tempo lui le
impose dei travestimenti, cominciò a filmare quegli incontri, a legarla, fino
arrivare a farla camminare per la stanza a quattro zampe vestita da donna-gatta
e farle bere del latte dentro una ciotola.
Lei che
aveva avuto solo un paio di ragazzi fino a quel giorno, e che mai aveva
concesso loro un rapporto anale né tantomeno orale, si ritrovò così a fare cose
che mai prima aveva neppure immaginato, e tutto ciò con uno sconosciuto ben più
adulto di lei, incontrato in un bar e di cui fondamentalmente non sapeva quasi
niente.
Non la
sembrava scandalizzare più niente e anche se per alcune cose che lui le chiese
di lasciarsi fare, all’inizio ebbe un pò di timore e remore, si ritrovava
sempre automaticamente ad accettare tutti i comandi del suo precettore. Senza nemmeno
sapere come e perché, si ritrovò in una girandola di perversione e pericolo che
la spaventava quanto la eccitava.
Durante
i loro incontri, non erano due squallidi pervertiti o due attori porno di un
film scadente, per lei, erano Adamo ed Eva ubriachi tra le vigne del Paradiso,
che davano sfogo ai loro desideri e al loro piacere.
Lei,
che sin da piccola non aveva mai avuto un papà, si ritrovava così con un
padre-padrone che la dominava completamente e al quale obbediva ciecamente.
Andrea
aveva dall’inizio, però, posto delle regole: lui sarebbe stato sempre e
comunque il suo professore, non era intenzionato a una relazione di tipo
canonico, le aveva quindi imposto di dargli sempre del Lei, di considerarlo
sempre come il suo maestro e mai come un amico o ancor meno come un fidanzato:
quello che loro facevano non aveva niente a che vedere con un’amicizia, o un
fidanzamento, era tutt’altro: erano loro due. Solo per l’importanza, l’unicità
che questo loro tipo di rapporto sembrava avere, lei, come sempre, accettò
queste regole senza problemi.
Gli
incontri mantennero anche per questo sempre un prezzo, un compenso che lei
avrebbe dovuto comunque riconoscergli, in qualità di suo professore appunto.
Ciò, Andrea le spiegò, serviva per mantenere le distanze da qualsiasi altro
tipo di rapporto lei avesse mai conosciuto prima, in più gli permetteva sempre
di mantenere il ruolo di ‘maestro’ nei loro incontri: non si va certo a pagare
un dottore per poi dirgli come operare sul nostro corpo.
Ovviamente
le aveva anche fatto promettere di non far mai parola con nessuno dei loro
incontri, di cosa facessero e di cosa si dicessero: con tutti il più assoluto
silenzio. Non per paura del giudizio della gente, del quale le aveva detto una
volta di non essersi mai troppo curato (oltre tutto lei seppur giovane era
comunque maggiorenne e consenziente), era più che altro per mantenerne il lato
segreto, aspetto fondamentale per il tipo di rapporto a cui lui aspirava.
Quando
non era il giorno del loro appuntamento, ogni volta, lei passava la notte a
cercar d’immaginare cosa avrebbero fatto la volta successiva, le possibili
scene diverse, prima di arrivare da lui; ma ogni volta era poi tutto nuovo ed
immaginabile. Mai, ad esempio, avrebbe potuto prevedere di trovarsi un giorno
legata al letto, con lui che le faceva colare della cera calda da una candela
direttamente sul corpo e sul sesso. Mai avrebbe immaginato di farsi soffocare
con un tessuto nel momento dell’orgasmo. Mai, ora, avrebbe potuto immaginare la
sua vita senza Andrea; mai avrebbe potuto immaginarsi a fare quelle cose con
qualcun altro; mai avrebbe potuto pensare di smettere un giorno quelle
pratiche: oramai ne era dipendente.
E anche
se ultimamente gli eccessi di quei rapporti cominciavano via via a prendere una
piega sempre più violenta, quasi sado-masochistica, lei non si preoccupava d’altro
che di soddisfare la passione del suo amore e padrone: era la passione dell’animale
sano, il corpo, con la mente che si perde nel desiderio, e del piacere che ne
nasce dalla soddisfazione di entrambe le parti.
Le
candele ondeggiavano nella stanza buia, dando potere allo specchio di renderli
protagonisti di un sogno.
- Per
sempre le sarò riconoscente, ancor più, grata, per avermi fatto capire che il
godimento fisico, che ho veramente conosciuto solo grazie a Lei, è fuggevole,
cosa effimera alla quale non bisogna cercare troppo un senso, o per lo meno non
necessita di grandi scuse per essere ricercato e provato, ma semplicemente va
vissuto, come la vita, per quello che è. Ed è grazie a questo gioire del corpo
che ci si sente vivi. Con Lei ho imparato a conoscermi meglio, ho imparato a
non farmi rovinare dal cervello questa vitalità del mio corpo d’adolescente,
che va vissuta e prima ancora ricercata e sviluppata, senza se e senza ma.
Basta solo trovare un buon maestro per capirlo... e io ho trovato Lei. Ed ora
non potrei mai farne a meno! Vedermi con un mio coetaneo, con i suoi problemi d’adolescente
che vuol sembrare già uomo, con la sua mancanza d’esperienza aggravata dalla
presunzione di averne, solo perché passa un’ora al giorno su qualche canale
porno d’internet, mi è impossibile. Se prima non riuscivo ad avere rapporti
sessuali di questo tipo, diciamo del tipo che non prevede l’amore come causa
scatenante, spesso a causa delle mie ansie e paure, ora non ci riuscirei mai,
invece, se privata del mio professore: alla fine, ho solo sostituito la
dipendenza dal mio cervello con la dipendenza verso quello di qualcun altro.
Ora sono dipendente da Lei. Solo a vederli, i miei coetanei, con gli ormoni al
posto dei neuroni, tutti così uguali, omologati, assolutamente disinteressanti,
con le loro pulsioni sessuali così infantili, quegli atteggiamenti e sguardi
copiati da qualche serie televisiva, senza niente in realtà da poter scorgere
in fondo ai loro occhi, la loro goffaggine e banalità... beh, solo a vederli,
oramai arrivo a sentirmi come frigida. Quando al contrario Lei, Professore,
riesce a farmi eccitare solamente leggendomi due versi di una poesia, o perfino
con due semplici parole dette al telefono per darmi l’appuntamento, soltanto
col timbro della sua voce... –
Dietro
di lei, con un coltello in mano, lui la guardava con un sorriso malizioso: -
Non hai fame? Non ho preparato niente oggi, ho solo questo bel salume italiano,
si chiama culatello, a mio avviso il salume più buono del mondo. Tipico della
provincia di Parma, ha una lavorazione molto complessa ed artigianale, che può
avvenire solo tra ottobre e febbraio. La parte di carne è ricavata da suini
adulti, allevati solamente secondo metodi tradizionali, e viene poi separata e
rifilata a mano, così da darle questa bella forma a pera. –
Per
tutto lui era il suo professore: per ogni cosa Andrea le raccontava una storia,
le spiegava qualcosa che lei non conosceva, rendendo interessante come non mai
anche il mangiare due semplici fette di salame. In realtà, Elsa lo guardava
senza mai troppo seguire quello che le diceva, ma con l’orecchio comunque
pronto a coglierne i comandi, che ubbidiente non avrebbe tardato ad eseguire.
Ritornò alla realtà quando parlando della forma del salume, una mano di lui,
quella che non teneva il coltello, le accarezzò il seno sfiorandone i contorni,
delicato, ma con lo sguardo avido, come fosse un affamato nel deserto che
osserva palpeggiando il frutto più succulento del mondo, pregustandone il
sapore in bocca e sapendo che sarà l’unico, l’ultimo che mangerà prima di
morire.
Andrea
continuava a parlarle mentre affettava quel profumo che inondava le narici di
gusto, quel culatello aveva veramente l’aria di essere qualcosa di unico: - Una
volta fatte queste operazioni, è necessaria una stagionatura di 10 mesi, in
poche parole lo si prepara un anno, per mangiarlo l’inverno dopo. Non se ne
producono più di 50,000 pezzi l’anno. Trovo questa cosa super eccitante! –
Messo
in bocca, il culatello apriva spazi tra le guance che Elsa non sapeva nemmeno d’avere
fino a quel momento. Ogni volta, per ogni cosa, anche la più piccola,
soprattutto anzi per la più semplice che si potesse pensare, era per lei una
prima volta, qualcosa di unico, indimenticabile e insostituibile.
E ogni
volta così: le recitava delle poesie, le leggeva degli estratti di qualche raro
libro; i loro sfoghi di passione e i giochi sul letto, gli orgasmi del corpo;
il mangiare e il bere, il bagno o la doccia; e il tempo correva veloce verso la
fine dell’Incontro.
- L’ora
si è fatta. Se vuoi andare a farti una doccia, ti chiamo un taxi, che ho un
incontro tra meno di un’ora. - le disse Andrea, con il telefono già in mano:
come ogni volta che le diceva qualcosa, pur se in forma di domanda cortese, era
in realtà un’affermazione finita, se non un comando.
- L’anno
scolastico sta volgendo al termine, è ora che finiscano anche i nostri
incontri. Quello di oggi è stato il nostro ultimo, mi son reso conto che ti
stai affezionando troppo a me, e ciò non è possibile. Quello che avevo da
insegnarti ho avuto modo di mostrartelo. È stato tutto molto bello, ed è per
questo che ho deciso così. Una relazione tra noi, tu sai meglio di me, è
impossibile. Te lo avevo detto sin dall’inizio... Sì, buongiorno, vorrei un
taxi in via Jean-Paul Sartre 81, tra 15 minuti per favore. –
Lei,
ascoltato quello che il professore aveva da dirle, senza voler mostrare alcuna
reazione alle sue parole, rimase per alcuni secondi in silenzio. Dopo di che,
abbozzando un sorriso, con l’intenzione evidente di voler dire qualcosa di per
niente divertente, disse solo - Come vede non ho nessun commento da fare a
quello che mi ha appena detto, ho solo bisogno di andare in bagno, se non le
dispiace. - Rimase in silenzio ancora qualche secondo, sempre guardandolo,
inutilmente, perché lui guardava fuori dalla finestra, e sembrava non aver più
niente da aggiungere a quello che le aveva appena finito di dire. Dopo il
silenzio in cui si era chiusa, andò a farsi la doccia. Rientrò dal bagno
agitata e nevrotica: senza scorgerla ancora, la si poteva già sentire arrivare:
ancor prima di varcar la porta della stanza, aveva cominciato a mezza voce a
parlare da sola: dal letto se ne sentiva, sommesso e confuso, solo giungere il
brusio, il borbottio, il parlottio, ma non si poteva distinguerne parola intera
alcuna. Si andò a sedere sul letto, aveva fatto la doccia ma senza bagnarsi i
capelli; già vestita, profumava ancora di fiori tropicali da shampoo delicato.
In quel
momento aveva un’incredibile paura, delle parole che lui avrebbe potuto usare,
osare dirle, cercava di continuare a parlare, senza neanche prendere il tempo
per respirare, così da non far parlare lui, che avrebbe continuato a ferirla a
morte, con l’arma più pericolosa che il professore possedeva: la parola.
- Dopo
il nostro primo incontro, dove ero sopraffatta dalla paura e dalle emozioni,
qui... (con un colpo di tosse, abbassando gli occhi), ogni incontro lo sento
adesso come un sortilegio inscindibile del quale poco a poco son diventata
dipendente, settimana dopo settimana, incontro dopo incontro, orgasmo dopo
orgasmo, e dopo orgasmo ancora... Adesso mi saluti così, e pretendi sia per
sempre?! - Per la prima volta gli diede del tu, ma lui non sembrò nemmeno
accorgersene.
Di colpo,
mentre parlava ebbe come un dolore al cuore, qualcosa la pressò forte in mezzo
al seno, la gola serrata, occlusa: il dispiacere della carne, i conati di
vomito, l’umiliazione di non riuscire a nascondere la nausea che improvvisa l’aveva
presa, come se il suo stomaco volesse rigettare le parole che non lei voleva
assolutamente digerire. Gli occhi di colpo le si fecero gonfi e violacei, prima
di farle vomitare qualche pesante lacrima e di anestetizzarle la lingua d’un
amaro rancore.
Come
corvi rapaci ed avidi in stormo sopra un pezzo di carne sanguinante, nella
testa le si affollavano mille dolorosi pensieri, in un baccano da mal di testa
infernale; ma dalla bocca non riusciva ora ad emettere nemmeno più il ben che
minimo cinguettio.
La
studentessa aveva scoperto, grazie a quelle loro ‘lezioni’, in fondo all’umiliazione
e allo spavento iniziali, la più soave delle passioni. Semplicemente, dietro
questo loro rapporto, così lontano dalla norma, aveva scoperto il sentimento,
la dipendenza per il suo professore, aveva scoperto l’Amore. Nella sua
infanzia, magari, sarebbero state le carezze di suo padre, mai conosciuto, che
l’avrebbero iniziata al piacere nei confronti di un uomo più adulto. E forse
proprio questa mancanza di una figura paterna nella sua infanzia, per
avvicinarla ai primi rapporti con un uomo più adulto, l’aveva probabilmente
preparata ad accogliere adesso questo sentimento. Amore innominabile che mai
avrebbe potuto avverarsi se non trasgredendo le leggi della morale. Leggi che,
appunto, non contemplano mai l’Amore. Amore derivante dal mondo del sesso,
mondo dove, in fin dei conti, il piacere personale non risponde mai a regole
generali e universali per tutti uguali.
E,
essendo nel suo caso, un sentimento profondamente illecito, non sarebbe mai stato
realizzabile diversamente che in circostanze illecite; passione di cui la
natura, per certi versi, appartenente al vietato o al celato, non poteva
manifestarsi che in un animo profondamente già turbato, la cui turbe altrimenti
sarebbe rimasta però coperta da una coltre d’apparenze, che avevano come unico
scopo l’omologazione della sua persona ai rapporti della società, fosse anche
solo per paura dei giudizi o di una possibile esclusione o emarginazione.
Di
quelle parole, di quel << È ora che anche i nostri incontri finiscano.
>>, stava valutando se Andrea era veramente determinato nella sua
decisione o meno. Se diceva il vero, lei non avrebbe mai potuto sopportarlo, ma
nemmeno far niente perché lui cambiasse idea: per quel poco che lo aveva
conosciuto nel tempo, di questo ne era certa.
Andrea
parlava poco, ma non parlava mai a caso, e quando diceva una cosa, anche che
non lo riguardava per primo, poi si avverava costantemente. Se poi si trattava
di qualcosa che lo riguardava personalmente, era sicuramente il frutto di una
lunga riflessione, presa di posizione e quindi decisione, che mai avrebbe
ritrattato in un secondo tempo.
Il
fatto infine di averle parlato in questo modo distaccato, come una persona che
guardando fuori dalla finestra e vedendo piovere, ne riporti il fatto alle
persone all’interno della stanza, era segno evidente che ciò fosse già un dato
di fatto. E, nonostante Elsa cercasse d’impedirlo, nascondendosi e guardando
ovunque eccetto che verso il suo professore, ora l’unica pioggia era quella
delle lacrime di lei, che le bagnavano irrefrenabili le guance.
Di
certo era l’unico modo in cui avrebbe mai potuto immaginarsi Andrea dirle una
cosa del genere: le finte tenerezze dei giri di parole, le scene pietose o le
scuse plateali, non erano certo nello stile del professore: una persona che
passa il tempo a ripetere che la morte è l’unica cosa certa nella vita, che
viene definito esistenzialista dagli amanti delle sue poesie, di certo non
perderebbe tempo a mentire a qualcuno solo per addolcirle una pillola amara da
ingoiare.
In fin
dei conti, lui, non le stava facendo niente di male, ad ascoltarlo parlare,
anzi, si sarebbe potuto dire il contrario, che la volesse tutelare da lei
stessa, che volesse tutelare la sua studentessa dalla sofferenza di amori
inutili e non corrisposti. Ma oramai era tardi, questo il Professore lo
ignorava.
Per lei
era tardi per non soffrire: Elsa non riusciva a immaginare, che una volta
passata quella porta di casa, sarebbe stata l’ultima volta che ci avrebbe messo
piede.
L’idea
della morte era veramente la migliore opzione che le venisse in testa, ogni
secondo di più.
Preso
lo scialle sulla sedia disse - Allora...io vado. - Andrea continuava a guardare
il nulla fuori dalla finestra, senza girarsi: le aveva già detto addio da
qualche minuto.
Il taxi
aveva già sporcato il cortile col suo escremento umano, che fumava mentre
aspettava la sua cliente. - Buongiorno. - Lei, senza neanche guardare il
tassista, salì in macchina; rimase qualche secondo con lo sguardo verso la
finestra del suo professore: Che fare ora?
Chiusa
la pesantissima porta dell’auto, riuscì solamente a dire - Alla stazione, per
favore. -
Sì, d’accordo,
avrebbe potuto tornare a casa e far finta di niente, dimenticare il suo
professore, ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscita. Oppure, sempre che la
morte fosse la soluzione migliore, avrebbe potuto far fuori un tubetto intero
dei sonniferi di sua madre, tagliarsi le vene in bagno o buttarsi dalla
finestra. Avrebbe potuto fare qualsiasi gesto estremo: da quel momento sentiva
di non aver più ragione di vivere: quella che per lei era diventata la vita
fino quel momento, le veniva tolta, senza preavviso e senza possibilità d’appello:
che differenza faceva suicidarsi o continuare a morire ogni giorno, per la
mancanza di quell’essere vivi?! Avrebbe potuto veramente uccidersi, sì, il
suicidio sarebbe potuta essere la soluzione a quella sofferenza, ma non l’omicidio.
Avrebbe sì, potuto togliersi la vita, perché qualcuno le aveva tolto la sua, ma
lei non avrebbe mai fatto lo stesso a qualcun altro, nemmeno al suo peggior
nemico, non lei, e tanto meno ad una piccola creatura innocente: mai avrebbe
potuto, nell’uccidersi, portar con sé il figlio che da tre mesi portava in
grembo, suo figlio. Il figlio suo, e del Professore.
Alla
fine decise di prendere il primo treno per qualche destinazione lontana e
sconosciuta, e scendere solo quando ne avrebbe sentito il bisogno. E così fece.
MASTURBAZIONE.
Intorno
ai trent’anni ebbi un forte scombussolamento mentale e pur essendo stato fuori
come una biscia mi accorsi che la mia vita sessuale da normale eterosessuale si
spostò esclusivamente verso l’onanismo. In preda a una frenetica tensione
nervosa, ero al reparto psichiatrico di Codogno quando confessai questa cosa a
un mio amico. Lui ovviamente non si rendeva il conto delle condizioni
psicologiche pietose in cui mi trovavo, altrimenti non mi avrebbe chiesto in
presenza di altra gente: << Ma lo fai anche al lavoro? >>. (All’epoca
facevo il portiere notturno in un albergo. Fantasioso ragazzo! Complimenti!
Comunque appena oggi la sua domanda mi appare una vera bastardata con lo scopo
di divertirsi un po’.) << L’ho fatto un paio di volte. >> riconobbi
il delitto.
Il
nostro dialogo fu sentito da un’altra paziente, una quarantenne che io chiamavo
mamma Norton perché era grossa come l’omonima cantante blues e raccoglieva i capelli con un foulard proprio come faceva la cantante. Le sentimmo dire con la
sua voce bassa e rauca: << Ma che bel mestiere! >>. (Invece la specializzazione
di mamma Norton era ballare nuda nelle fontane di Milano, il che faceva, come
mi diceva, divertire tantissimo i suoi amici! Quando uscii dall’ospedale
scrissi un pezzo su mamma Norton! La descrissi come una regina nuda delle
fontane i cui sogni volarono via al meridione insieme alle rondini.)
Quando
tornai in me stesso feci un notevole sforzo intellettuale per capire perché
mentre ebbi quel bruttissimo disturbo mentale la mia vita sessuale fu
completamente incentrata sull’onanismo. Intuivo che la mia fuga dalla Sicilia
(per ragioni che non posso spiegarvi: è passato ancora troppo poco tempo, la
ferita è ancora fresca, i fatti devono ancora decantare. No: è ancora troppo
presto) potesse c’entrare qualcosa. Infatti quando mi imbarcai a Palermo e la
mia nave salpò rimasi a lungo immobile sul ponte a guardare la maledetta terra
delle arance. Pian piano essa si rimpiccioliva. Con l’allontanarsi della nave
mi è sembrata sempre meno massiccia, oscura e minacciosa e quando sparì
completamente dall’orizzonte mi assalì una irrefrenabile voglia di toccarmi. Mi
precipitai nel bagno e mi liberai dalla mia irrazionale sovreccitazione
sessuale. L’intera faccenda non durò più di trenta secondi. Come se avessi
avuto finalmente fra le mani la donna dei miei sogni, agognata per anni. In
quell’occasione il mio pene si superò in durezza e in grandezza addirittura.
Palla da baseball fatta di marmo.
Sono un
mitomane. Quando uscii dal bagno ebbi sete e una voglia di birra incredibili.
Mi mancava il denaro però. Per cui mi misi isolato a far niente.
Quando
cadde la notte, mi fumai l’ultimo cannone che avevo e scrissi una poesia
ispirata alla canzone “Amami, Alfredo!”
del Banco del Mutuo Soccorso. Ancor oggi conservo la parte finale della poesia:
<< Alfredo c’è un Andromeda / fra le mani di un mostro: / non fai Perseo?
/ Alfredo non ha paura di Ciclope. / Alfredo non ha paura di Golia. / Alfredo
sfiderebbe anche Rocky Marciano. / Ma dai capelli agitati dal vento, / dalle
lacrime che scivolano lentamente / lungo il viso stellato di una vergine, /
dalla bocca profumata di gelsi. / Alfredo ha paura. / Di Andromeda Alfredo ha
paura. >>.
Ma
torniamo a quella maledetta sovreccitazione sessuale che mi capitò sulla nave
mentre mi allontanavo dalla mia terra martoriata. È una cosa davvero così
irrazionale come può sembrare a prima vista? Vediamo un po’. Se c’è una parola
che più mi descrive pienamente quella è “librofilo”. I libri che ho letto sono
i veri protagonisti della mia vita. A volte mi influenzarono a prendere le
decisioni, a volte mi convinsi della loro veridicità riconoscendoli nella vita
quotidiana. A volte cercavo in essi le risposte ai miei problemi. In qualche
maniera sono sempre presenti nella mia mente, nelle mie azioni, in quello che
confesso. Anche in questo caso mi aiutò un libro. Fu un libro di George Mosse: “Sessualità e nazionalismo”. Questo
libro, come per qualche miracolo, mi offrì la cornice teorica per la risposta
alla domanda che mi tormentò cosi tanto: perché quel giorno mi masturbai sulla
nave per Genova? Mosse parte dal fatto che: << Le convinzioni sociali che
accettiamo per vere, le abitudini, la morale e i comportamenti sessuali che
regolano la vita in Europa fin dal sorgere della società moderna hanno una
storia nella quale il nazionalismo ha svolto un ruolo cruciale. >>. La
sessualità ha ossessionato da sempre il nazionalismo ed i suoi ideologi perchè
essa sta alla base del comportamento umano determinando la nozione morale di
rispettabilità. Oltre a ciò << contribuisce a formare la sensibilità estetica:
gli ideali di bellezza o di bruttezza stanno sulla soglia della passione
erotica. >>. Il nazionalismo tenta di espurgare l’arte da tutto quello
che può suscitare la fantasia sfrenata. Così nelle versioni nazionaliste di
Shakespeare Amleto non giace in grembo di Ofelia ma ai suoi piedi. Anche quando
accetta la nudità nell’arte la depura da ogni richiamo erotico vedendo in essa
solo l’armonia, proporzione e bellezza trascendente. Il nazionalismo qualsiasi
eccitazione sessuale ritiene indegna dell’uomo e intrinsecamente antisociale.
In
questo contesto la figura di un masturbatore è la figura di un antisociale per
eccellenza. Perchè per il nazionalismo << chi si masturba >> come
dice Mosse << pratica un vizio solitario *** egli non ama nessuno, è
sordo al richiamo della famiglia, della nazione e dell’umanità. >>.
Contro il masturbatore pallido, effeminato e svuotato di energia, come lo
descriveva un medico legale agli arbori della civiltà borghese i nazionalisti
esaltavano le virtù virili ed il comportamento cavalleresco in battaglia.
Questi erano considerati come i segni di superiorità nazionale.
Così
scrive il benedetto storico George Mosse e io concludo: non ci ho capito un
cazzo! Magari pensate che io sia matto. Ma sto bene vi assicuro. Alcuni
ragazzacci credono che la masturbazione ha il potere di guarigione, almeno
risulta così. Perché se dico << Ho mal di testa. >> loro mi
rispondono << Fatti una sega! >>; se dico << Non ho dormito
stanotte. >> mi rispondono << Dovevi farti una sega. >>. Per
tutto c’è un rimedio: segarsi. Esattamente contrario al Samuel Auguste Tissot,
un dottore legale che nel 1760, nel pieno dell’epoca illuministica, scrisse il
libro “L’onanismo” in cui elencò i
disturbi che può provocare la masturbazione: riduzione delle forze fisiche e
della memoria, visioni offuscate, disturbi nervosi, gotta, reumatismi,
indebolimento degli organi della generazione, sangue nelle urine, perdita dell’appetito
e mal di testa. Ho parlato con alcuni amici di questo Tissot e dei suoi
pregiudizi riguardo la masturbazione concludendo alla fine che di seghe non si
muore!
Permettetemi
di citare, alla fine di questo strampalata paccottiglia narrativa, il grande
Lev Trotsky: << La vita è bella. Invito le generazioni future a
purificarla da ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno. >>
(Lev Trotsky: “Testamento politico”).
ECCE HOMO.
Al
limitare del bosco viveva un uomo che pensava che la notte venisse sempre
qualcuno alla sua porta. L’uomo dipingeva, coltivava funghi e componeva
sciarade. Non aveva ricevuto nel corso dei tremila anni trascorsi (si dice
fosse quella la sua età) che rarissime visite. Le provviste gli venivano
recapitate dalla cooperativa degli sterratori del paese che si trovava a
fondovalle, dove il bosco finiva e iniziava la grande conca del mesozoico dove
gli uomini nei secoli avevano messo a punto i loro esperimenti per una civiltà
equa e solidale. Le derrate venivano lasciate ogni settimana ai bordi di un
lago fumante dalle acque sulfuree dove l’uomo nottetempo le andava a ritirare
senza farsi vedere da nessuno. Ai pochi intrepidi che nei secoli passati
avevano avuto l’ardire di avventurarsi fino alla sua dimora costruita con fango
e stoppie diceva sempre che riceveva visite da un certo Capitan Bob che alcune
volte arrivava insieme a punk simulati,
tarzanine e esemplari omosessuali. In alcuni casi li avvicinava e cercava di
instaurare un dialogo con loro, forse la solitudine alla fine è dura per tutti.
<<mi sono misurato con forze estranee, oscure, sono loro che mi cercano,
qualcuno capisce di cosa sto parlando?>> diceva.
Quelli
se la davano a gambe e spesso tornavano con degli strani segni sulle braccia
dopo quegli incontri e con lo sguardo perso nel vuoto e non parlavano per
settimane. Altri, dopo essere stati fatti accomodare nella sua dimora alla
fioca luce di lampade a olio, riferivano che parlare con lui era come
parlare con un muro, il suo viso era senza espressione e non si riusciva a
capire in alcun modo la sua età. Aveva la pelle lucida come cera, dei leggeri
solchi che si irradiavano dagli occhi, rughe d’espressione che non tradivano l’aspetto
di un giovane precocemente invecchiato o quello di un anziano per il quale gli
anni sembra che non siano mai passati. Il suo volto era senza tempo. Passava
gran parte della giornata a lavarsi i denti. Aveva un frigorifero stracolmo di
frutta e carne di maiale e consumava latte scadente che quando lo bevi lascia
le bolle nel bicchiere, come se fosse bava di lumaca.
Come
persona, entità o semplice astrazione che fosse sembrava collaborare alla
stessa uggia dell’universo per la quale tutti gli altri sembrano darsi da fare
per trovare una spiegazione, mentre lui sembrava del tutto inoffensivo e le
uniche minacce che sembravano poter scaturire da lui parevano essere quelle che
originavano dai suoi sogni come quello dove i quattro venti sconvolgevano il
grande mare e quattro grandi bestie salivano dal grande mare, diverse l’una
dall’altra. La prima era come un leone e aveva ali d’aquila. Mentre lui la
osservava le furono strappate le ali e fu sollevata da terra; fu poi fatta
stare in piedi e le fu dato un cuore d’uomo. E ecco un’altra bestia, la
seconda, simile a un orso, stava alzata da un lato e aveva tre costole nella
bocca, tra i denti. Le veniva detto: <<su, mangia molta carne.>>. Guadando
ancora nelle visioni notturne, ecco un’altra bestia simile a una pantera, la
quale aveva quattro ali di uccello sul dorso. La bestia aveva quattro teste e
le fu dato il potere. La stava guardando ancora nelle visioni notturne ed ecco
una quarta bestia, terribile, spaventosa e straordinariamente forte. Essa aveva
grandi denti di ferro, mangiava, stritolava e il resto lo calpestava con i
piedi; essa era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva sedici corna.
Mentre guardava le corna, ecco spuntare un altro piccolo corno in mezzo a loro
e al suo posto furono divelte tre delle corna precedenti. Ecco, in quel corno c’erano
degli occhi, come occhi di uomo, e una bocca che proferiva parole arroganti.
Gli occhi erano quelli dell’uomo senza tempo che viveva al limitare del bosco.
In
altri sogni dell’uomo poteva accadere che lui andasse da un medico il quale si
diceva avesse dei rimedi miracolosi per la calvizie. Nello studio gli passa una
fiala sulla nuca, poi gli benda completamente la testa e gli dice che il
mattino dopo avrebbe visto i risultati. La mattina l’uomo si sveglia, rimummifica
la sua testa e si accorge di avere dei capelli lunghissimi. Si guarda allo
specchio felice e compiaciuto, poi sente qualcosa dentro la gola che sale su,
lo prende dalla bocca con le dita e lo tira fuori. È un serpente lunghissimo
che lo guarda con degli occhietti furbi. Si accorge che anche tutti i capelli
sono serpenti, e così anche le sopracciglia, i peli sotto le ascelle e tutti
gli altri che vede rigogliosi ovunque sul suo corpo che sembra quello di una
scimmia, una scimmia serpentata. Nel sogno torna dal medico e gli chiede cosa
sia successo. Il medico gli confessa che lui e tutti quelli venuti sulla terra
insieme a lui sono degli alieni arrivati per smascherare il narcisismo degli
uomini e conquistarla. Lui nel sogno sarebbe il tramite degli alieni e avrebbe
dovuto mettere in guardia tutti quelli che vivono ai margini del bosco.
Nel
bosco ci sono delle presenze. Sembra una casa dalla quale possa spuntar fuori
qualcosa da un momento all’altro da dietro un cespuglio, un tronco o un
macigno. C’è chi giura di aver visto una vecchia scalza con una veste gualcita
camminare e farsi strada nel bosco per seguire i viandanti. Se uno si volta lei
lo prende. L’unico modo per guardarla senza essere presi è guardarsi dentro. Se
invece lei incrocia i tuoi occhi ti afferra e ti strappa via il cuore. È lei la
padrona del bosco, dicono quelli del paese, la sua casa è l’intero bosco al
quale si arriva passando davanti a laghi iridescenti e vampe arancioni di
petrolio, a paludi e mucchi di spazzatura, alligatori che strisciano in mezzo a
bottiglie rotte e barattoli di latta, arabeschi al neon nei motel lungo la
strada provinciale, ruffiani sperduti su isole d’immondizia che gridano oscenità
alle auto che passano.
Non
deve essere stato facile, per le varie generazioni che si sono avvicendate nel
corso dei secoli in quelle lande, aver vissuto in prossimità di quei luoghi che
parlano dell’incombente e minacciosa presenza del cono di un vulcano che sta
per esplodere, vicini a quell’uomo, più favoleggiato che descritto per come è
nella realtà, un essere spaventoso che riempie l’aria di un terrore cosmico e
assoluto ma che poi si scioglie in un deliquio celestiale, il pifferaio ai
cancelli dell’alba che dall’origine del suo insediamento nella capanna ai bordi
del bosco rimase in ritardo di qualche minuto sul tempo effettivo, motivo per
il quale tutti si sono indaffarati a scrivere di lui, sperando in quel modo di
recuperare l’asse. All’inizio costruì una casa lumaca, in modo da potersi
spostare, senza essere visto, finché non lo bastonarono senza che lui potesse
scoprire chi era a bastonarlo, forse quelli del paese che si erano diretti fino
al limitare del bosco, fino all’antro del cavillo per scoprire il lato
vampiresco della cosa, i monatti che l’uomo riceveva amabilmente sotto il
guscio del carapace della sua dimora non sospettando nemmeno lontanamente che
quelli la potessero ridurre in mille pezzi. Fu da allora che avrebbe voluto
urlare al mondo che quella cosa del muro che aveva costruito intorno a sé non
era un volersi ergere a dittatore del suo universo privato, ma un ansito di
protezione dalle minacce esterne, lui che ora si falsifica e si nasconde e
cerca di cambiarsi i connotati levandosi la faccia, depilandosi completamente e
scorticandosi a sangue. Non c’è da stupirsi che sia andato a vivere in quelle
remote terre lontane dagli umani commerci dipingendo forme e figure come
fossero creature della sua immaginazione, quadri nei quali i segnetti cadevano
radicali sui pieghi rossi e dalla cui tela si stagliavano figure che si
animavano solo allo sguardo degli spettatori con un supplemento di perfidia
solo a loro riservato: mosche giganti; cuori che si sgonfiavano; farfalle
antropomorfe; elefanti senza proboscide e cieli, tanti cieli indistinti e
pesanti come tappeti di crine popolati da peccatori che sono diventati scorie
di bronzo e stagno, ferro e piombo dentro una fornace, tutti trasformati in
modo alchemico in scorie d’argento.
Nel
tempo arrivò a essere sempre più convinto della presenza di qualcuno nella casa
di fango e stoppie che gli mandasse dei messaggi: campanellini che suonano,
gorgoglii di uccelli, soffi di vento, rumori di ferraglia che udiva tutte le
notti e che non riusciva a distinguere dai sogni come quello della cornacchia
che saltellava sui cornicioni e riusciva a catturare un topo, se lo portava
via, lo sminuzzava per bene con il suo becco giallo e appuntito e lo divorava
con lui che le chiese di fargliene assaggiare un po’, ma quella si infastidì e
volò via o come quando sognò di essere Parsifal sotto forma di un cane blu che
doveva trovare il Graal, sogni che si interrompevano e si sovrapponevano a
altri come quando sognò di sua madre, anche lui ne aveva avuta una. Si trovava alla
sua casa, la madre non è presente nel sogno. Tornava dopo aver fatto la spesa e
doveva entrare in casa. Aveva due buste in mano da cui spuntava della carne che
rischiava di cadere. Cerca le chiavi per aprire la porta ma è disturbato da un
calabrone che gli ronza attorno e ha paura che lo punga, così lo scaccia via
con le mani. Poi il sogno finisce e lui si accorge che forse un insetto lo ha
veramente punto all’orecchio sinistro o forse ha scambiato quel grosso insetto
con l’aereo che ha udito passare sopra la sua casa nella notte e lui si è
affacciato per seguirne la traiettoria. Lo vide che iniziò a abbassarsi, pensò
fosse la prospettiva che gli dava quell’impressione, era impossibile che
andasse a schiantarsi sulle colline che si vedono dai bordi del lago al
limitare del bosco dove abita, invece l’aereo ebbe infine un leggero traballare
di ali, sparì dalla sua vista dietro le colline e lui vide una palla
di fuoco e una colonna di fumo alzarsi nel cielo tra brandelli e
ruzzoloni. Pensò anche di andare a vedere cosa fosse successo ma a quel punto
si svegliò davvero.
Il
primo pensiero degli uomini è rivolto alla paura, hanno un bel dire e fare gli
intellettuali con quel battere d’occhialini da pensatori di Tubinga, è una
paura ancestrale, una depressione cosmica per la quale ci vorrebbe un farmaco
triciclico intergalattico che si propaghi nell’intero universo ricaptando
serotonina e rubandone al rumore delle sfere, è la vecchia che va a fare visita
all’uomo nella capanna vicino al lago, ma non è lei che l’uomo sente venire
alla sua porta tutte le notti, quella infatti arriva e gli fa le coccole, ma
invece di parlare ronza. È la stessa vecchia che in paese molti dicono di
vedere in una casa della periferia da una finestra al piano terra e che quando
vede passare in strada qualcuno comincia a bussare forte al vetro guardandoli e
accennando un enigmatico sorriso. Quando va a fare visita all’uomo alla capanna
spesso esordisce con motti di spirito del tipo: <<ciao, vuoi fare il correttore
di bozze per Einaudi?>> o giochi in versi che l’uomo poi rielabora come
innesti, cose non reali, enigmi in versi: <<Un poeta a Locorotondo / arrivato
al verso secondo si disse: / <
che m’importa se la rima mi vien storta. > / e poi andò felice a Locarno.>>.
L’uomo
quando lei arriva è intento a dipingere dei quadri che in realtà non dipinge
infatti di quei dipinti non si saprà mai nulla, benché si inoltri con lei in
dotte notazioni stilistiche chiedendo dei pareri sull’opera: <<forse potremmo
fare la parte centrale più buia e quella finale più da pomeriggio, perché per ora
è troppo ventosa e glaciale.>>.
Alcune
parti del suo cervello sono ancora brillanti, non c’è dubbio, stava solo
chiedendo di non comprendere le idee di una persona che non voleva essere
compresa.
La
vecchia si limita a guardarlo come se esistesse un paradiso per gli
spaventapasseri in cui piovano pezzetti di sole, un sole nero, un mondo abitato
da gnomi, fate e sgangherate bande di paese nel quale poter combattere con lui
corna contro corna in singolar tenzone, ma sa che non che ne ce sarà bisogno e
si congeda poco dopo da lui sempre beffardamente con un addio, dicendogli che
andrà a vivere dalle parti delle esocolonie. La vecchia rimane nella memoria
dell’uomo come immagini di arance galleggianti nel latte e lui dopo quelle
visite si convince sempre più che la situazione si stia facendo rapigna, uno
sgardo, la duantalità del tempo, esseri tantalici e immagina che cosa
accadrebbe se qualcuno gli sparasse una pallottola in testa mentre lui se ne
sta lì rannicchiato nel suo letto: la sua bella testiera tutta imbrattata di
cervello, il diamante pazzo che si rompe per dissociazione molecolare, un
esemplare rarissimo tagliato in modo da non limitarsi a riflettere la luce che
lo colpisce ma anche di assorbire quella che gli sta intorno. Al centro della
sofferenza molecolare il diamante pazzo assorbirà la luce trattenendola
gelosamente all’interno del suo involucro buio, ora che il sole è tramontato e
tutti hanno freddo.
Al
paese quella capanna di fango e stoppie è sempre stata vissuta come l’antro di
Mog Magog che si innamorò della ninfa Granta, la quale per sottrarsi a lui si
trasformò in fiume mentre lui si trasformò in una collina di sabbia per starle
vicino. Tranne portargli ogni settimana le provviste non hanno mai voluto avvicinarsi
troppo a quell’uomo che chiedeva loro se potevano aiutarlo a capire chi fosse
che di notte andava sempre alla sua porta senza farsi vedere, quell’uomo che
iniziava interminabili discorsi che rivolgeva al proprio sangue perché il
sangue ha una memoria formidabile, diceva, e nemmeno dando ascolto ai suoi
apocalittici sermoni che declamava e falsificava come fossero creature della
sua immaginazione drogata dal sale, dal salnitro e dalle fiamme di fosforo dell’urina
di un’asina in calore, dal veleno di serpente, dalla saliva delle vecchie,
dalla merda di cane, dall’acqua sporca delle vasche da bagno, dal latte di
lupa, dalla bile di bue e dallo scarico delle latrine, da quei succhi dove
bolliranno le lingue dei calunniatori, pugnalatori alle spalle i quali tutto
ciò che vogliono è prendere il tuo posto, facce sorridenti che spesso dicono
bugie, dal cervello di un gatto che non pesca più, dalla bava dei cani rabbiosi
mista a piscia di scimmia, dagli aculei strappati da un riccio in una tinozza
per l’acqua piovana dove nuotano vermi, topi morti e il muschio verde dei
funghi che risplende di notte nel moccio dei cavalli e dalla colla ardente alla
luce di una luna tagliata nel cielo che quando la trafiggono le nubi si sentono
ululare i lupi in quel posto tutto giallo.
Si
limiteranno a considerarlo una rockstar
destinata a morire per un overdose di Fentanyl
e a essere risucchiata dall’altra parte, dove si svolgeranno dei funerali nel
cielo nei quali la salma viene data in pasto a corvi e avvoltoi, ricordando quella
capanna al limitare del bosco come una cosa lumineggiante nella quale aveva
vissuto un uomo che azzeccava tutte le acca, declamava e falsificava,
abbattendo temporaneamente con una sfilza di parole la riottosa tirannia della
sua incoerenza, componendo enigmi e scrivendo un mucchio di parole
sgocciolanti, tutte lì accatastate, seguendo la moda del tempo che sembrava
essere solo una sfida a fare i difficili, con la convinzione che il tempo
oramai fosse solo un ipotesi e che scrivendo non s’invecchia mai.
IL
PRESENTE DELL’UOMO.
Il vernissage si svolgeva in una serie di
sale di cui una più ampia, dotata di alte vetrate, una delle quali dava accesso
a un bel giardino molto ben curato da cui i visitatori andavano e venivano con
il loro drink in mano. Dentro vi si
potevano ammirare decine di opere di Vadim Novak.
Che io
mi sia invaghito della sua arte per via della destrezza con cui lo vidi
maneggiare i suoi grossi pennelli da imbianchino? Probabilmente fu così. Ma fu
altrettanto decisivo, per me, ascoltare dalla sua stessa voce, resa claudicante
dall’accento slavo, le ragioni della sua arte:
<<Versare
sulla tela la colpa. Spalmare sulla superficie la sconfinata estensione del
senso di inadeguatezza.>>.
Erano
parole che mi davano a riflettere.
Ora Vadim
stava impartendo istruzioni agli invitati senza mai smettere di fumare il
sigaretto che pendeva a un lato della bocca.
<<Rimarrai
stupito dalla performance.>>,
mi aveva assicurato.
A un
suo segnale, gli invitati si precipitarono davanti a un muro bianco. Che cosa mi
aspettavo? La rapidità e l’incantevole aleatorietà dell’evento furono tali da
sorprendermi, nonostante fossi preparato a qualcosa di inedito. Afferrati i
pennelli, andarono a spalmare il contenuto di alcuni grossi barattoli sul muro
vergine. È un modo comodo di produrre in brevissimo tempo un’opera
mastodontica, nella quale peraltro si sovvertono gli schemi tradizionali,
poiché in fin dei conti il vero artista diventa il fruitore. L’opera così
prodotta dimostrava una grandezza latente, ma non determinò l’adesione unanime.
Io, nella mia debolezza di giudizio, non potei che restare ipnotizzato dal
rinnovarsi continuo del disegno sotto gli occhi di tutti, e questo malgrado
fossi un vecchio in materia di invenzioni artistiche, poco
aggiornato com’ero sui fatti artistici più recenti.
Il suo
sovrintendere alla performance
collettiva fu tuttavia di breve durata, perché due minuti dopo si avvicinò a me
per chiedermi di sostituirlo mentre andava ad assaporare in giardino il
sigaretto. Cosa che feci, non sapendo però bene che istruzioni dare. Fui
sostituito, appresso, in maniera del tutto casuale, da un vecchio igienista
dentale e questo, a sua volta, da un ragazzetto sui dodici anni che strillava
contro gli invitati messi al lavoro dal mio amico artista che piuttosto che
rovinare il capolavoro in progress
avrebbero fatto meglio a morire. Che strani ragazzini frequentano i vernissage, pensai. C’era,
evidentemente, chi prendeva molto sul serio la questione dello spalmare vomito
su una parete.
L’aria
era incomparabilmente acre. Poi, una volta dato agli invitati un secondo
segnale, questi presero uno dopo l’altro i fogli di giornale disposti per terra
per incollarli sulla parete, che ne fu in un batter d’occhio tappezzata, dietro
gli incitamenti di Vadim, che gridava:
<<Forza!
Alla svelta!>>.
Terminata
quella fase, l’artista fissò la parete fino a dieci minuti prima candida.
Tacitamente senz’altro esultò nell’osservare quelle rozze pennellate
giallo-marroncine ricoperte di fogli di quotidiani, alcuni dei quali mezzi
staccati, e quasi tutti fradici, impregnati di quella sostanza melmosa e
puzzolente.
Mentre
era così intento, nel generale silenzio bisbigliante, gli si avvicinò un
individuo che gli disse sottovoce:
<<L’opera
mi ricorda certo Pollock e anche i lavori monocromatici di Rothko e Burri. E
che dire dei fogli di giornale? Una chiara strizzata d’occhio alla Pop-Art!>>.
<<Pietro
Manzoni!>>, esclamò qualcuno.
<<Millie
Brown!>>, affermarono altri, più navigati.
<<Andrés
Serrano!>> e <<Jordan McKenzie!>>, gridavano altri ancora.
Io
ascoltavo tutte quelle opinioni, quei raffronti, spiando dal giardino, dopo
aver acceso una sigaretta, mi chiedevo cosa sarebbe successo a quel punto.
Vadim mandò via infuriato l’uomo che gli era venuto vicino, rimuginò qualche
istante, infine proclamò di aver battezzato l’opera “il presente dell’uomo”.
Il vernissage sarebbe proseguito ancora per
un bel pezzo. Una dopo l’altra varie persone lo accostarono per fargli le
dovute cerimonie, anche quelle che avevano contribuito a fargli partorire l’ultimo
capolavoro. Con un signore con cui mi intrattenni a parlare trovai l’ultimo
lavoro meno intenso. Certo, Vadim ci sapeva fare. L’ultimo acquisto, diceva l’uomo,
era il simbolo della vittoria su sé stesso, e le oltre cinquanta opere esposte nella
galleria esprimevano come non mai tutta la forza creatrice e la salute
intellettuale del loro autore.
Le
altre erano in effetti ugualmente impressionanti. Fra tutte spiccava l’immenso
quadro contorniato da una cornice antica e incatenato alla parete che aveva al
posto della tela o tavola uno specchio: era la sua opera più famosa, che accesa
com’era da un fuoco di protesta contro l’arte tradizionale, esprimeva quella
che a dire di Novak era una realtà di fatto, vale a dire che, come aveva
asserito Stendhal, in ogni opera noi non leggiamo che noi stessi. Ma non si
fermava qui, perché l’enorme opera abbatteva la quarta parete di ciò che lui
chiamava talora “teatro dello
spirito” talaltra “immanenza”.
Il suo scopo, come mi confidò un giorno, era quello di far vacillare la salute
mentale del fruitore dandogli allo stesso tempo una consapevolezza maggiore,
una coscienza intellettiva più forte. Vadim, a dirla tutta, si spingeva fin
troppo lontano con il suo pur encomiabile sforzo auto-esegetico. Ciò non toglie
che avesse avuto un suo momento di gloria all’epoca di quella creazione, pochi
anni addietro: la notizia rimbalzò sui più seguiti magazine del settore, il che
gli procurò una pubblicità invidiabile.
Un’altra
sua famosa realizzazione era stata una specie di fantoccio o spaventapasseri
piuttosto inquietante. Si trattava di un ometto fatto di panni: sulla testa di
feltro aveva un berretto floscio; un grande colletto di pizzo; una casacca con
un bordo di pelliccia e con un leggero ricamo; pantaloni fatti in marocchino
ornato di fiori d’argento. Un’altra ancora, un’opera effimera, ne riprendeva il
concetto, ma in questo caso le parti del corpo erano fatte di carne di manzo
cruda.
Avevo
conosciuto Novak tramite un amico comune, il quale un giorno mi disse di conoscere
un pittore alla ricerca di uno sconosciuto che fosse (era questo un requisito
necessario) in qualche modo definibile artista, per un’opera che
doveva realizzare in quei giorni. Accettai, pensando che io, scrittore a tempo
perso ma di professione giornalista, ne avrei potuto approfittare per
intervistarlo e scriverci sopra un articolo per la rivista per cui lavoravo, e
l’indomani mattina mi ritrovai nel suo studio.
Mi
disse di scrivere su una grande tela, alla rinfusa, o meglio secondo il mio
gusto artistico, tutti i numeri da 1 a 23. Come scoprii di lì a poco, a
ciascuna di queste cifre era associato un secchio di un certo colore, e tutti i
secchi erano bene al riparo dal mio sguardo, in un’altra stanza. Obbedendo agli
ordini dell’artista, eseguii il mio lavoretto di scrittura dei numeri con la
fede più ingenua nell’intento artistico che vi soggiaceva, e ciò, in base agli
ordini di Novak, più in fretta possibile. La mia disposizione dei numeri fu da
lui giudicata interessante; vi riscontrò una certa armonia. A quel punto
dispose, prendendoli due alla volta nell’altra stanza, i grossi barattoli di
vernice davanti alla tela. Quindi, uno dopo l’altro, scaraventò il contenuto di
tutti e ventitré su di essa, badando a lanciarlo con maggior precisione
possibile in corrispondenza del numero associato al colore di vernice. Era
stato dunque una sorta di co-creatore improvvisato di quel dipinto. Alla fine,
Vadim lo sigillò apponendovi la sua firma e mi chiese di aggiungervi, subito
sotto, le mie iniziali, per testimoniare che l’opera era stata eseguita grazie
alle mie indicazioni determinanti e alla mia unica, irripetibile sensibilità.
Dietro
suo invito mi sedetti a fumare su una poltrona nel suo studio. Lui mi sedeva
accanto aspirando il fumo dal suo immancabile sigaretto. Seppi che non riusciva
a restare più di due o tre settimane sulla stessa tecnica. Gli chiesi da dove
traesse ispirazione per le sue opere: mi rispose che era stato un bambino
prodigio, ma che i genitori lo avevano destinato alla musica; lo conciavano
come un bambolotto; mi mostrò delle foto in cui era un figurino, con i capelli
impomatati e una casacchina di velluto nero dai bottoni dorati. La musica fu
dunque il suo destino, fino a quando, all’età di diciott’anni, non si ribellò e
cambiò alloggio (cioè scappò di casa), cambiò stile di vita e modo di
abbigliarsi (da allora in avanti <<molto più artistico.>> a detta
sua) e, come era da immaginarsi, cambiò soprattutto arte.
Da
allora si diede anima e corpo alle arti plastiche cercando di compiere l’inaudito,
di sondare l’inesplorato in questo campo. Questo gli suggerì, ad esempio, l’idea
di disseppellire i cadaveri nei cimiteri al fine di ricavare insoliti materiali
e texture con cui creare; o di
raccogliere foglie morte sotto un albero per ricoprirne sculture di cartapesta;
o, con i soldi ricavati dalle opere vendute, fondere l’oro per produrre i
chiodi ai quali appendere i suoi quadri, i quali peraltro erano racchiusi, in
certi casi, nella cornice d’ebano da lui stesso lavorata.
Per lui
l’arte, mi disse, aveva un gusto più intenso se cosparsa del sapore della
passione e del delirio del risentimento. Quel che doveva dare al fruitore non
doveva essere una banale speranza nel prossimo futuro, ma qualcosa di
scioccante, di temporalesco. Mi raccontò che l’esperienza più artistica che
aveva vissuto era stato l’assaporamento della libertà e del futuro radioso che
lo aspettava, quando corse, mettendovi tutta l’energia che aveva in corpo,
attraverso un bosco durante una pioggia d’estate; al termine, sfinito, si era
seduto sul fango avvertendo la sensazione di fondersi panicamente con Madre
Natura.
Dovetti
ammettere a me stesso una certa incapacità a distinguere se mi trovassi al
cospetto di un genio o di un pazzo. Di certo c’era in lui qualcosa dell’uomo
ideale e forte che anche io avrei voluto essere; questa proiezione mi legò a
tale personaggio con la stessa forza con cui ci si lega ai propri vizi, tanto
che quando stetti per rimanere senza casa, perché il contratto d’affitto stava
per scadere e il proprietario non era intenzionato a rinnovarmelo, mi venne
spontaneo di chiedergli se avesse spazio per me a casa sua. Vadim accettò e
diventammo coinquilini. In altri termini, da allora in poi convissi con tutte
quelle sue stramberie.
Il
pubblico delle sue opere intanto cresceva, e di pari passo cresceva in lui la
convinzione di essere un grande artista. Gli amanti dell’arte contemporanea, e
io ero senza dubbio uno di questi, che riempivano le sue mostre e affollavano,
come chiamati a raccolta, i suoi vernissage,
amavano di certo in lui, pur non rendendosene affatto conto, la propria stessa
malattia: la malattia della società moderna, la malattia della modernità.
COME
PESCI GIAPPONESI.
Da una
finestra. Lui guarda da lì. Sono giorni che non esce e la sua stanza è piena di
scorze d’arancia. Puzzano ormai, non profumano più. Ha un posacenere di
terracotta, che ricorda un vasetto sumero, pieno di cicche. Porta due grossi
occhiali che gli pendono sul naso piccolo e trasformano il suo viso. Si gratta
la testa sulla scrivania e ne cade un po’ di forfora. Con la punta delle dita
la raccoglie, la esamina, e ci soffia su. Ha tanti piccoli oggetti nella sua
stanza. Dei giochini, dei piccoli carri armati in miniatura. Un microscopio.
Sospira
e fuma. C’è un ciliegio fuori dalla sua finestra e cadono delle foglie. Un
ticchettio suona sul vetro. Guarda la finestra illuminata davanti alla sua. A
volte camminando sotto quella finestra gli è sembrato di sentire un odore di
pane. Si chiede quanto dovrà aspettare prima di addormentarsi. A volte passa
tutta la notte sulla scrivania a fumare e guardare fuori. Si ricorda che suo
padre, arrivato a quell’età, guardava la televisione tutta la sera, e lui che
era un adolescente lo disprezzava. Pensava fosse un mezz’uomo, decaduto.
La sua
stanza è buia. Si sente il suo respiro sincrono al battito del cuore. Un taxi
si ferma. Scende un uomo. Ha un cappello. Si chiude il portone alle spalle e
sale in casa. Una donna attraversa nella luce la finestra davanti alla sua. Poi
torna indietro ed è con l’uomo appena sceso dal taxi. Lui la segue. Parlano ma
non sa di cosa. Sembra parlino come due conigli. Fanno i versi dei conigli,
secondo lui. Spegne la sigaretta e ne accende un’altra. C’era un detto di cui
gli aveva raccontato suo padre per quelli che fumavano tanto: <<ne accendono
solo una.>>, e rideva. Un giorno aveva detto la stessa cosa alla sua
prima ragazza, che fumava tantissimo.
Si
spaccò un bicchiere una sera mentre entrambi dormivano. Il bicchiere si era
spaccato in cucina ma loro non erano lì e non c’era nessun altro in casa. E il
bicchiere, proprio quello, era nell’armadio, ne erano certi. Si sono
interrogati per un po’ di tempo su quell’avvenimento. <<Sei stata tu a
romperlo?>> chiedeva alla ragazza. Glielo chiese per quattro/cinque sere.
Per un po’ dormì sul divano davanti alla cucina così avrebbe potuto capire cosa
fosse successo.
La
coppia della finestra di fronte adesso mangiava del salame. Erano seduti
proprio lì, e la stanza era gialla. Passava il vento e tremava il ciliegio.
<<Si
può sapere cos’hai da guardarmi così?>>, gli chiese il padre una volta
che si era fatto la pipì addosso. <<Si può sapere cos’hai da guardarmi
così?>> chiedeva adesso alla finestra di fronte. Ma loro continuavano a
mangiare salame e parlare come conigli.
<<Dai,
devi essere stata tu! Mica si rompono da soli i bicchieri!>>. <<Basta,
basta! Non sono stata io, non rompo i bicchieri durante la notte, così, a caso.
E poi ero lì con te, dormivo, basta!>>. Per un giorno intero era stato a
mordersi le unghie e a sputarle per terra davanti alla cucina. Gli veniva così,
automatico.
<<È
stata un’estate terribile.>> pensava. Si toccò il mento.
C’era
un grande fiume dove andava spesso con suo padre. Era un fiume tutto verde.
Ogni tanto s’intravedevano dei pesci colorati che scattavano come saette e non
si facevano vedere. <<Guarda!>>, indicava il padre. <<Guarda!
Questi sono dei pesci giapponesi.>>. Lui lo guardava stranito, era
abbastanza grande per sapere che il Giappone era lontano. <<Vengono
quando lì fa troppo freddo. Sai che in Giappone c’è una grande montagna che fa
cadere la neve. Loro hanno troppo freddo ed emigrano per venire qui. Sono pesci
giapponesi.>>.
Pesci
giapponesi: erano così l’uomo e la donna che parlavano. Erano emigrati per il
freddo. Erano pesci giapponesi che parlavano come conigli.
<<quindi
cos’hai da dirmi?>>. <<volevo parlarti.>> disse alla ragazza <<vedi,
quel bicchiere in cucina...>>, lei fece una smorfia, quel bicchiere in
cucina è un pessimo segno.>>, <<sì, l’apocalisse!>> rispose
lei e si mise a ridere sbracatamente come una locandiera grassa.
<<È
una cosa come i pesci giapponesi nel fiume verde.>>.
<<Ma
sei scemo?>>.
<<Emigrano.>>.
L’uomo
e la donna adesso si baciavano. Come due fiammelle andavano a destra e sinistra
prendendo l’intero arco visivo della finestra. Poi si afflosciavano piano piano
e scendevano. Scendevano sempre di più. Finchè non potè più vederli.
RANDAGI.
Dei
randagi avevamo cominciato ad avere paura verso metà Luglio. Credo fosse la
sera del mio compleanno: al parco fluviale, una pace monasteriale fino a quel
momento, due latrati tremendi; ne vedevamo soltanto uno, costeggiava un tronco,
man mano si avvicinava e dalla prossimità del suono anche quello che non
vedevamo era più vicino e la sensazione che ci prese fu di essere accerchiati,
in un rito di caccia che avrei preferito ascoltare raccontato da altri e non
vivere io, ma eravamo lì e alla fine ci siamo alzati, abbiamo camminato piano
verso il limitare del parco, dove il vialetto di pietre divide il serpente d’asfaltato
dall’erba. Bice si imbevve di terrore, se l’avessi strizzata sarebbe colato a
terra, una chiazza di terrore su cui lei stessa claudicava, dove io cercavo di
non cadere per sorreggerla, ma dopo poco andarono via. Così la Lancia fu a un
passo e Radio Ricordi ci diede ”tu” di Umberto Tozzi sopra cui baciarci
e calmarci. Soltanto che ora non lo vedo, il bastardo che abbaia, non so dove
sia, ma è lontano, su questo conveniamo sia io che Bice e tanto basta per
pietrificarci sulla gimcana in selciato che dallo spiazzo con gli oleandri dove
abbiamo mollato la macchina ci porterebbe alla villa romana. Quando abbiamo
cercato la villa su internet abbiamo pensato fosse un posto da vedere, un
parchetto archeologico ammonticchiato vicino al lago artificiale.
Dai,
una domenica, un giro, il mare sarà pieno di gente, meglio la campagna, poi
magari prendiamo il telo coi motivi africani, quello giallo grande, e ci
stendiamo a rilassarci.
Però
non lo vediamo, solo suoni e paura e ricordo di quella sera di luglio. Quindi
forse è meglio tornare? Però la curiosità c’è, siamo venuti fin qui, è ancora
giorno e in caso ce la diamo a gambe.
Corrucci
un po’ il labbro superiore, mi fissi, la posa di quando cerchi in me la
convinzione per far qualcosa di cui sei tu la prima a non esser convinta. Cianciando di andare o
meno già siamo al cancello, verde, grande, il lucchetto affumicato dalla
ruggine non è chiuso, lo noti tu.
Si può
entrare. L’animale interrompe il tappeto sonoro, quanto te ne siamo grati, era
ora. Mi giro verso Bice, una Bice che spero pacificata col mondo, mi sorride di
squincio e mi tende la mano, il volto segue basso la stradina di sassi
appiattiti che porta alla villa. Il primo di quei cartelli in cui ci son
scritte le informazioni ci fermiamo a guardarlo, piazzati là sotto, mimiamo le
coppie di una certa serietà in visita agli scavi o nei musei iniziando a
leggerlo, ad alta voce, ma io metto fine alla recita scattando una foto e
dicendo che l’avremmo senz’altro letto in un secondo momento, ora magari
proseguiamo.
Incertissima,
non fai passi convinti, forse volevi leggerlo, ma gli occhi non sono diretti
verso il cartello, o meglio, lo sono, ma tutto il resto no.
Il
resto del corpo di Bice sembra volersi rannicchiare da un istante all’altro e
scattare come una molla verso il cancello. Tra alcuni ruderi emerge la casetta,
mezza intera, un Lego di pietruzze messe una vicina all’altra, il complesso
doveva essere grande, una Villa di qualche ricco patrizio, o di un politico, un
comandante, un onesto risparmiatore? Sicuro c’era scritto sul primo cartello.
Il terzo sembra interessarla ancora più del primo, certo più del secondo, che
ha ignorato. Ci sono delle sale termali e un mosaico pavimentale sul fondo di
una di queste. A una decina di metri una scala in legno sale verso il piano
rialzato della casa. Anch’io adesso più che proseguire ho voglia di leggerli
tutti, i cartelli. Torno indietro e leggo quello che sta leggendo lei. Le
successive aggiunte e ammodernamenti della Villa di secolo in secolo. Leggiamo
sia l’italiano che l’inglese: le lingue sono tutto esercizio d’altronde.
Ridacchi,
ti è piaciuta.
L’umorismo
take-away entra nelle gambe di Bice e
lei cammina verso la scala in legno, lo fa senza darmi la mano, senza la
consapevolezza prensile di tendere il braccio all’indietro con il palmo disteso
e afferrarmi. Accelera, allunga il passo, sembra debba prendere un autobus che vede arrivare all’inizio
della strada, ma alla scala di legno si ferma e si gira, il gioco di Orfeo ed
Euridice capovolto nei ruoli. Arrivo lentamente, le cingo il fianco, un bacio
sulla nuca, sfondo di un collo che è teso, carico, appesantito dal cranio
pieno, dalla macchia grigio-gialla del lago artificiale, dalla diga al lato
sinistro, che il lago non lo fa respirare, castrandolo e togliendogli spazio,
mozzandogli il fiato e gravandogli addosso.
Tra
un po’ fa notte, saliamo.
Constatare
aiuta a essere presenti. Forse per questo entrambi ci fermiamo a guardare il
pavimento mosaicato della sala termale, un fondo ceruleo su cui invecchiano
losanghe che un tempo dovevano essere rosse. Ma ai suoi polpacci non interessa
molto, ché li vedo contrarsi sugli scalini e la sua sagoma appiccicarsi al buio
della stanza. È scuro, ma s’intravede un muretto che corre su tutta una parete,
come una panchina, e dei legni messi in un angolo, il cartello informativo
divelto che penzola dalla parete frontale all’ingresso. Un paio di finestre
accecate da imposte non più vecchie di trent’anni ci succhiano via la voglia di
stare lì, di perdurare in quell’angolo a 10 km dall’autostrada e 67 da casa, ma
se mi avvicino per aprirle riesco a guadagnare niente più di una feritoia in
mezzo alle due lastre, entra un mozzicone di luce ma è poco, forse non
abbastanza per far rimanere Bice che però si siede sul muretto. Sta lì e cerca di
leggere il cartello che penzola. Lo legge vacua come tutti gli altri, regina di
assenza. Le ginocchia che si toccano e le mani giunte sopra. Mi siedo accanto a
lei e anch’io cerco di leggere il cartello. Ma non si legge nulla, né l’italiano
né l’inglese, troppo scuro, troppo cercare lì in mezzo degli aghi o delle
siringhe, troppo non poterli trovare e quindi figurarseli nell’angolo sinistro,
oppure in quello destro, o sotto quel mucchio di legni. Ma non ci sono, li
avranno tolti il giorno stesso, la Polizia avrà ripulito tutto.
Mi
stringi il ginocchio con le dita, come spremendo un limone: va bene così per
oggi, magari un’altra volta ci torniamo e stiamo di più, di mattina anche,
cerchiamo di aprire le imposte e stiamo qualche minuto in più e a tua madre diciamo
che è un posto bellissimo, un incanto che chissà come non abbiamo mai visto
prima e Sandro deve esserci stato davvero bene, in sintonia completa col resto
delle cose, che un figlio con questa sensibilità è stato un dono. Sì, faremo così, le
diremo questo, lo concordiamo con quattro parole in croce mentre ci infiliamo
nell’autostrada e i Ray-Ban te
li metti più per impedire a Sandro di mangiarti le iridi che per il pallidume
ormai innocuo del sole.
Mentre
rifacevamo lo zig-zag verso la
macchina e tutto taceva fu evidente che quel randagio aveva un ruolo:
cane-guida di chi torna a scottarsi su una brace in perenne accensione, ci ha
messo una paura matta di continuare e arrivare dove dovevamo, Bice soprattutto,
da tre settimane a digitare il nome della villa su internet e a guardarne le foto per introiettarla, farsi
progettatrice, architetto e archeologa della villa, conoscerla a menadito e
arrivarci col deja-vu per attutire
Sandro e il suo venire meno, il pavimento losangato della sala termale contro i
capelli legati con lo chignon e le t-shirt
a tinta unita, il corpo rannicchiatosi in posizione fetale sul pavimento del
piano rialzato contro il cartello penzoloni che forse avrebbe dovuto dire
qualcosa su di lui invece che sulla villa, lo scooter parcheggiato proprio a
ridosso del cancello contro il lago che da dietro l’edificio inghiotte le
macerie e le impacchetta per Bice, che ha preso tutto e l’ha poggiato sui
sedili posteriori della macchina, tra il telone giallo dove avremmo dovuto
stenderci e lo zaino in cui ho messo l’acqua e una felpa se avesse fatto
freddo.
PEDINAMENTO.
Quel
tipo mi seguiva. Almeno da due giorni, ma poteva essere molto più tempo. Il
fatto è che aveva sempre una macchina diversa. Però dentro c’era lui. Più che
seguire, direi che mi aspettava. Forse una specie di detective privato, però
chi mai pagherebbe cifre astronomiche per far seguire me? Che non faccio nulla
dalla mattina alla sera, se non qualche partita a biliardo o cose così? Almeno
nulla di rivoluzionario. Non sono uno che potrebbe piazzare una bomba in una
stazione. Nemmeno uno che potrebbe avere un’amante, perché non ho neanche un
primo amore. No. Non era un investigatore privato, a meno che non venisse
pagato dai miei genitori, per capire in che tipo di vita mi fossi calato. Ma i
miei, soldi da buttare, per un figlio che ormai la sua scia l’aveva sniffata,
non ne avevano. La storia della droga, tanti anni prima, era stata una lama ben
affilata. Aveva separato i nostri destini e via. Chiusa lì.
Quindi
chi diavolo era questo tipo che mi seguiva? Da dove veniva? E cosa
voleva?
Si
piazzava con la macchina di fronte casa mia. Poi mi seguiva, che io andassi a
piedi o in moto. Si fermava fuori dal bar
dove finivo sempre a giocare. Aspettava ore, anche cinque o sei. Poi mi seguiva
a casa e aspettava ancora. Aveva macchine diverse. E io non riuscivo a capire
cosa diavolo ci fosse di così interessante nella mia vita merdosa e fallita di
giornalista mediocre che per vivere scriveva articoli sulle sagre che, ogni
maledetta settimana, venivano organizzate in città. E io che volevo finire in
qualche paese corrotto per girare inchieste da urlo. Di quelle che cambiano la
visione che le persone hanno del potere o dell’economia. Ma i sogni sono
nuvole. Li possiamo vedere sempre distanti.
In
realtà non mi ero accorto che questo tipo stava sempre davanti al bar. Me l’aveva fatto notare uno
schizzo. Credo Tortellino, che tra una bestemmia e l’altra, aveva riso di
questo bruciato che stava sempre appostato lì e che, sicuramente, voleva qualcosa
da uno di noi. Io, che di solito me ne stavo zitto, avevo riflettuto sulla
cosa. E, di botto, tante immagini, frammenti di ricordi, separati e cestinati
in posti diversi della mia memoria, si erano uniti formando un enorme
pellicola. C’era sempre una macchina che trovavo quando uscivo e quando
tornavo. In poche parole, mi accorsi che quello stronzo mi seguiva e la cosa mi
fece anche incazzare. Non stavo mica diventando un toccato? Tutte quelle rais mi stavano facendo male? Se per
capire che uno mi voleva morto, avevo dovuto dare retta a Tortellino, le cose
si mettevano male. Ero da sempre autosufficiente. In quel bar conoscevo tutti, ma non avevo veri amici. Non perché loro non
fossero degni del giornalista peggiore del mondo, altroché. Quella era gente in
gamba, che lottava per vivere in un mondo completamente andato a puttane.
Meritavano tutto il mio rispetto. Solo che io non volevo stringere amicizie o
cose smielate come questa. Si sa che portano problemi. Dispiaceri. Tradimenti.
Dolore. Io non rompevo a loro e loro a me. Ci facevamo un paio di partite,
qualche birra, due o tre rais, e poi
ognuno per cazzi propri. E i miei cazzi mi portavano a casa mia. Dove quello
stronzo nella macchina mi continuava a seguire ogni giorno. In una gara alla
noia, pericolosa.
Da due
giorni, da quando Tortellino mi aveva fatto notare la cosa, camminavo più
piano. Volevo che girasse per bene nella trappola che mi aveva tirato. Andavo
lento, organizzavo camminate vuote, mi sedevo su delle panchine. In silenzio. A
guardare il cielo con fare poetico. E quello si fermava, sempre un po’
indietro, ma, ormai, sapevo tutto. Notavo tutto.
Era uno
schizzo mezzo pazzo. Bruciato. Cristo, scrivevo tremila battute al giorno per
insulsi articoli cazzoemorroidari. Io, quando il giornale usciva, non rileggevo
nemmeno il mio pezzo. Sapevo che mi sarei annoiato. Ma allora cosa può esserci
di più noioso che seguire lo scrittore di quegli articoli da palle a terra? Non
ne avevo idea. Avessi avuto almeno dei segreti assurdi. Come un cadavere nel garage. Ma sono vuoto da far paura.
Dentro, fuori, sotto, sopra, dove volete. Sono leggero tanto non ho nulla.
Eppure mi seguono.
Voi non
vi segue nessuno? Anche se vi credete le persone più interessanti di questo
mondo? Sappiate che non è così. Perché per essere finiti a seguire me, voi, non
avete proprio un cazzo di interessante.
Merda
se faceva freddo quel pomeriggio. Affanculo, che alla fine il freddo si cura.
Il caldo devi sopportarlo senza vie d’uscita, la pelle non puoi mica
sfilartela. Invece puoi indossare un numero infinito di maglioni, quanti ne
vuoi, e il freddo sparisce. Sono cose che esistono da sempre. Le guerre le
vincevano anche per il freddo. Uno stratega bravo considera tutto. Infatti io,
quel pomeriggio, avevo addosso qualcosa come tre felpe, una giacca invernale,
due mutande, calzamaglia, pantaloncino corto, lungo, doppie calze di lana e
scarpe da trekking. Questo perché avevo deciso di andare in un parco e
rimanerci. Così da far uscire quello stronzo dalle sue macchine colorate e vederlo
in faccia.
Seconda
strategia vincente: le sigarette e le rais
le avevo chiuse già a casa. Così da non dover rollare con le mani ghiacciate e
poter usare comodamente i guanti. Ci sapevo fare su certe cose.
La
panchina era fredda. Saliva un brivido sulla schiena per i primi cinque minuti,
poi il culo scalda e il corpo si adatta. Che razza di fine avevo fatto?
Chiudermi in un parco per la fissa di essere seguito. Stava andando tutto a
rotoli. Non che sia mai andato tutto in discesa. Ma almeno prima queste cazzate
le lasciavo a quelli bruciati sul serio. Poi, non so come, non ricordo il
momento preciso, quello bruciato ero diventato io.
Allora
mi misi a pensare a quella partita di biliardo eroica. Un anno prima. Cristo se
ero stato fenomenale, eppure a biliardo non sono mai stato bravo. Cioè non ho
mai preso lezioni o robe del genere. Posizionavo la stecca, chiudevo un occhio
per fare scena e colpivo, come andava andava. Poi quella partita e tutti mi
hanno iniziato a guardare con occhi diversi. Ma che cazzo mi era successo quel
giorno? Avevo le traiettorie disegnate nella testa. Non guardavo neanche,
colpivo. Stop. Buca.
Eccolo
lo stronzo, con un cappello e senza guanti. Non era preparato alla lunga
attesa. Sì bello, è una cazzo di trincea questa. Non siamo in Russia, ma fa
freddo anche qui. Io vengo da un popolo rurale, di pazienza ne ho da buttare.
Tu? Invece? Chi diamine sei?
Si era
seduto qualche panchina alla mia destra. Io presi il pacchetto in cui avevo
infilato tutto il rollato del giorno. Tirai fuori una rais.
Se mi
vedesse mia madre come sono ridotto, pensavo. Avere figli vuol dire questo, no?
Rimanerci male tre volte su cinque? La cazzo di vita è così. Mica è colpa mia o
di mia madre. Per un attimo la immaginai sotto quel giaccone giallo e il cappello
strano, qualche panchina a destra. Merda se sarebbe stato un incontro triste.
Dopo anni, su quelle panchine luride, in un parco tossico. Non so cosa le avrei
detto a mia madre. O a mio padre. Credo nulla. Perché mi avevano cacciato, ma
non era cambiato molto. Alla fine l’avrebbero rifatto senza porsi più tanti
problemi.
Ma
quello non era mia madre. Era solo un tipo davvero paziente.
Ma che
cazzo vuole? Non hai di meglio da fare che passare il tuo sabato su questa
panchina a guardare me che mi sballo? Mi chiedevo.
Sembrava
un quadro, quella scena, di quelli nebbiosi, con due figure lontane. Solitudine
allo stato grezzo. Da lavorare ancora. Da rendere sopportabile.
Allora
mi alzai e andai affianco a lui. Non dissi nulla, solo mi lasciai cadere nella
panchina accanto. Era una donna. Non mia madre. Ma comunque una donna. Ero
sicuro fosse uomo, invece. Lei vide che ero rimasto sorpreso e sorrise. Mi fece
segno con la mano di passarle la rais.
Fumammo in silenzio. E mi sembrava naturale come situazione. Quando fai il
primo colloquio di lavoro ti senti una nullità, non sai come si svolgerà, puoi
solo lavorare d’immaginazione. Al settimo colloquio, ti senti un veterano. Su
quella panchina, con lei, mi sentivo al settimo colloquio. Mi sentivo un
veterano dell’amore. Come se, di donne, ne avessi avute a dozzine. Come se
avessi scritto un manuale, sicuro al cento per cento, su come conquistare
matematicamente una con gli occhi, i movimenti e le labbra.
Ci
fissavamo. Come stessimo assaporando la nostra voglia. Immaginando l’altro,
anche se eravamo di fronte. Aveva un piccolo, davvero minuscolo neo sopra il
labbro destro e mi ricordava qualcosa. Era bella, tutta coperta. Con la pelle
rossa per il freddo. E anche io mi sentivo attraente in quel preciso istante.
Ringraziavo di essere così bello al nostro primo appuntamento, se così si
poteva definire. L’avrei accolta ovunque. In qualsiasi situazione. Una
straniera del genere.
Mi
penetrò con gli occhi e capii che era una strega. Mi lesse. Vide la terra dei
draghi in cui immaginavo di portarla. Anche se forse non esisteva. E nemmeno i
draghi. Io non ero Jon Snow e lei non era la regina Daenerys. No. Non eravamo
personaggi di una serie tv. E lei lo sapeva. Capiva tutto. Era muta, ma
leggeva.
Mi
porse la mano, io la presi. Iniziò il viaggio.
Fu una
botta tremenda, un martello bello pesante che ti sfiora il cranio. Un dolore
impotente. Non al massimo della sua forza. Rancoroso.
Eravamo
in una città. Con il McDonalds, la mia non l’aveva. Lei non era con me, ma sentivo
il suo sguardo dal cielo, mi trovavo in un gioco da tavolo. C’era gente, ma
senza volto. O meglio, sfocato, come se la connessione non riuscisse ad essere
più chiara. C’era una parete bianca e c’era una mia foto. Bella. Però triste.
Da quell’immagine traspariva solo negatività e la gente stava male. Io la
strappai via con forza e urlai. Muto. Solo nella mia testa, con rabbia. E c’era
un vecchio che mi guardava. Forse erano i miei due nonni fusi in un essere
solo, ma non capivo bene. Aveva un viso strano. Dietro c’era una linea retta.
Non era l’orizzonte. Non era nulla. Sembrava disegnata nel cielo. Era la mia
vita. Senza picchi. Emozioni. Il vecchio mi abbracciò e io iniziai a piangere.
Le cose non le controllavo davvero. Era come con il vomito, senti che arriverà e
non puoi fermarlo. Fa tutto da solo. Così il mio corpo, si muoveva senza un
criterio mentale. Poi la linea cadeva nel vuoto, infinito. Era tipo lo spazio,
ma senza stelle. Senza luce. Ero ancora io. Il vecchio mi teneva stretto e
cercava di donarmi il suo vestito bianco. Ma lentamente moriva, prima era in
piedi, poi dimagriva, poi sempre più scheletrico, mi fissava. E ormai la città
veniva divorata dal buco nero. Senza possibilità di salvezza. Io rimanevo fermo
e non mi succedeva nulla. Perché il centro di tutto. Il Big Bang. Il feto. Lo sperma. Ero io. Ero il Dio ed ero il Diavolo.
Ero l’eroe e il cattivo. Ero Sauron e Frodo.
E, alla
fine, ero anche la panchina. Gelata. Ero il culo che riscaldava e il buco nero.
Ero il
parco e le rais chiuse. Guardavo tutto,
ma in silenzio. Ero gli alberi, ero la terra e il cielo. Ero una sagra e le
lettere dei miei beceri articoli.
Ero
morto, ma ero ovunque.
Ero
quella donna ed ero io stesso.
POVERO
DIAVOLO.
Freddo,
un settembre che gela ogni cosa. Mi stringo nel cappotto percorrendo vicoli
innevati, gli stessi che percorro tutte le sere. Lascio sul bianco una scia di
orme di animale.
La
città è succube di un inverno anomalo, arrivato con drammatico anticipo.
Dannato cambiamento climatico. Abbracciarsi non basta, coprirsi non basta, il
fuoco non basta. Neanche sbronzarsi basta, ma le abitudini non vanno
interrotte, non fa bene al fisico. Bisogna resistere.
La mia
ombra ha preferito restare a casa, voleva leggere uno dei vangeli apocrifi,
fumando con il narghilè che le ho regalato per la centesima persona che ha
terrorizzato; l’ho barattato con la bicicletta, lei detestava seguirmi di
corsa, e io non sono bravo a mantenere l’equilibrio sulle cose.
Ricomincia
a nevicare appena svolto all’albero del Giuda impiccato per pentimento. Ho già
raccolto le trenta monete d’argento, quindi tiro dritto e amen. Passo di fronte
al tempio dei sommi sacerdoti salutando Caifa, senza rallentare il passo, ci
conosciamo da sempre ma non mi è mai piaciuto. L’ipocrisia è il fulcro del nostro
rapporto. Dell’Iscariota mi dice sempre che ha fatto una fine indecorosa a
causa della sua confusione mentale, anche se io conosco la verità; d’altronde
ora penzola e nient’altro.
Finalmente
vedo l’unica taverna che frequento: la Stella Cometa. Il locale non è visto di
buon occhio nella zona. Sull’insegna di questo ritrovo per alcolisti è
scritto <<lasciate che i
bambini vengano a me.>>. È un quartiere senza ironia. Qui le
lapidazioni sono molto frequenti.
Davanti
all’ingresso, incurante del gelo, la Madonna scherza e ride con i re magi che
continuano a farle doni, e più in là, sotto un salice sofferente, Giuseppe
frigna come un neonato e dimagrisce; ormai sta scomparendo e nessuno ha
rispetto per lui.
Entro
battendo i piedi per scaldarli, crollo il cappotto rattoppato e lo appendo a
uno dei tanti chiodi sparsi sulle pareti della taverna. Noto subito Mosè in
fondo al bancone, solo, fuma hashish e beve birra nera. Faccio finta di nulla.
Dovrei andare via, evitarlo, ma non so dove altro posso sbattermi, sono stanco
e assetato.
Saluto
con lievi cenni del capo il tavolo dei demoni e mi raggomitolo sullo sgabello
più vecchio del mondo. Scricchiola, come sempre, e sorrido sentendomi a casa.
Gesù fa lo stesso quando mi vede, sono l’unico a sedere lì. Forse non l’ha
buttato per non farmi dispiacere, ma potrebbe essere una mia illusione. Anche
lui lo adora e apprezza che qualcuno condivida il suo stesso gusto. In ogni
caso, la sua tacita approvazione mi infonde benessere. È un bravo taverniere.
Sono
arrivato più tardi del solito. La taverna è già satura di fumo e sono quasi
tutti ubriachi. È un covo di rottami deformi e molesti. Io non mi distinguo tra
loro. Non c’è neanche una donna e non si sente neppure una risata, sembra un
circolo per uomini delusi. Certi si lamentano di ogni cosa che esiste, altri
danno loro ragione, molti nuotano nel silenzio delle proprie menti e qualcuno
si gioca a carte quel poco che ha.
Lentamente
riprendo calore frizionandomi le cosce, ma non faccio in tempo a ordinare da
bere che Mosè mi scorge tra la gente e mi viene incontro.
<<Maledizione!
Tu devi ridarmi dei soldi da un’infinità di tempo, i miei soldi, hai capito?>>,
dice barcollando di fronte alla mia faccia, con alito ammazzatopi. Provo a
tenerlo a distanza con una mano sul petto. Non mi va che mi cada addosso.
<<Sei
un gran figlio di puttana, di una puttana merdosa per di più. Restituiscimi
tutto e subito, maledetto stronzo, bugiardo, truffatore e bastardo per di più>>,
diventando sempre più rosso in viso, avanza rabbiosamente per farmi scendere
dal mio sgabello prediletto.
<<Non
ho niente in tasca, non posso ridarti i tuoi soldi fino a quando non mi pagano
in miniera>>, gli rispondo sentendo lo sgabello cadere dietro di me. E mi
ritrovo in piedi.
<<Però
sei venuto a bere, quindi stai mentendo, maledizione. E mi prendi per fesso per
di più>>, e rompe sul bancone la bottiglia che stringeva in mano,
mettendomi l’altra al collo.
<<Bevo
a credito, controllami le tasche... e calmati>>, dico reagendo di
ginocchio.
Mosè si
piega in due sputando l’aria, afferrandosi i testicoli come se debba ripararli.
Io mi sento addosso uno sguardo grave, mi volto e riconosco il disappunto di
Gesù. Ma basta un’occhiata per comunicargli che non mi aveva lasciato altra
scelta. Lui con un gesto richiama un apostolo e gli ordina di sbattere fuori il
profeta.
<<Non
puoi cacciare me>>, grida Mosè aggrappandosi con forza alla maniglia
della porta d’ingresso, <<dirò a tuo padre quello che mi hai fatto,
maledizione>>, e sembra aver gettato l’ancora, quel vecchio si è reso
inamovibile. Matteo non riesce a smuoverlo da lì, non sa cosa fare.
Nel
locale nessuno si scompone, gli avventori pensano soltanto ai fatti loro,
mentre Mosè continua a strillare: <<Cacciare me che ho ragione, è
assurdo, lui non ti perdonerà. Gli dirò come gestisci questo posto, da schifo e
schierandoti dalla parte dei farabutti per di più>>.
Gesù è
placido, impassibile, lo guarda fisso negli occhi asciugando un boccale con una
pezza, poi lo ripone sullo scaffale alle sue spalle e, sporgendosi da dietro il
bancone, gli dice con fermezza: <<Tu non conosci mio padre, lui non è un
dittatore, né un sadico, un maschilista, o un proibizionista. Non è il
vendicatore che hai raccontato a tutti e non perde il suo tempo ascoltando le
stupidaggini di ogni lagnoso che lo invoca>>.
A
quelle parole Mosè molla la presa e si lascia spedire fuori, mestamente. La
porta si richiude e io me ne rallegro, ma soltanto perché così posso ordinare
qualcosa da bere. Ora mi è indispensabile.
<<Cosa
desideri?>>, mi domanda il figlio di Dio, come se tutto fosse già
dimenticato.
<<Dammi
uno dei tuoi miracoli>>, gli rispondo rimettendo a posto lo sgabello.
<<Quale
preferisci?>>
<<Decidi
tu, mi fido>>, e torno a sedere.
<<D’accordo>>,
risponde flemmatico, iniziando subito a prepararlo, citando sottovoce la
Bibbia, <<beati voi quando vi insulteranno...>>
<<Rallegratevi
ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli>>, proseguo
io. E ci guardiamo sogghignando.
<<Ecco
a te Passeggiata Sulle Acque, e gioisci, sei stato insultato>>, dice
tentando di rimanere serio.
<<Alleluia>>,
rispondo senza un filo d’enfasi, dopo aver fatto un sorso alla sua magnanimità.
È tanto paziente con me, mi fa credito da tre mesi ormai.
<<Goditi
questo bicchiere, è l’ultimo che bevi qui.>>
<<Perché
l’ultimo, domani ti trasferisci a Betlemme?>>
<<Non
scherzare, la prossima volta che ci vedremo dovrai saldare il tuo debito.>>
<<Non
so quando potrò farlo.>>
<<Quando
ti pagano?>>, mi domanda, ma conosce già la risposta.
<<Il
lavoro in miniera è fermo, c’è stata un’altra frana, lo sai. Stanno spendendo
il capitale per ripristinare le gallerie, non hanno denaro per i minatori.>>
<<Quindi
come intendi pagarmi?>>, insiste, ignorando la mia speranza di
compassione.
<<Non
lo so, con questo tempo non c’è lavoro neanche nei campi, e le previsioni
dicono che durerà fino a marzo. È un brutto periodo, fatico anche a mangiare.>>
<<Credevi
che ti avrei fatto bere gratis per sempre?>>, sibila, diventando cupo.
Fa un
gesto a qualcuno dietro di me, mentre a grosse sorsate tento di finire il drink, prima che accada il peggio.
<<E
se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te:
conviene che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il corpo.>>
Di
nuovo la Bibbia, stavolta però la citazione mi riempie di paura.
Matteo
mi afferra alle spalle con decisione, per le braccia, e nell’indifferenza
generale mi trascina fuori, sotto la neve, con Gesù subito dietro.
<<Non
ho neanche finito di bere, e il mio cappotto è rimasto dentro>>, gli
dico, ma perdo la voce quando vedo l’accetta che il mio creditore più
comprensivo stringe in pugno.
So cosa
mi aspetta, prima ho dato una ginocchiata e chi è in debito non ha diritto al
perdono. Gesù mi paralizza con lo sguardo e con un solo colpo mi amputa la
gamba dal ginocchio in giù. Cado a terra come un pezzo di legno. Non riesco a
gridare per il dolore, ho le corde vocali bloccate. È una sensazione tremenda
non potersi sfogare, un’esperienza che mi sarei risparmiato.
Matteo
rientra, torna con due stampelle, il mio cappotto, e me li getta accanto. Poi
raccoglie l’arto reciso e lo inserisce in una sacca di tela.
<<Hai
qualcosa da dire adesso?>>, mi chiede Gesù con durezza.
<<Avrai
dei rimorsi per questo, tre mesi di bevute non valgono una gamba>>,
riesco a dire.
<<Non
ho avuto sensi di colpa per tutti i bambini uccisi da Erode, perché mai dovrei
averne per uno come te?>>
<<Perché
questo è un tuo atto, e tuo padre non approverà di certo.>>
<<Tutti
i figli sono una delusione per i propri genitori, nemmeno io sono immune da
questa regola della natura umana. Comunque quando pagherai ti sanerò. Ora
vattene, spaventi i clienti>>, e ritorna in taverna, per niente
infreddolito.
Strofino
della neve sulla ferita, con le lacrime agli occhi. Ma non sanguina. Sembra
essersi già cicatrizzata, o qualcosa di simile. Mi rialzo aiutandomi con le
stampelle, indosso il cappotto e faccio strada verso casa. Non mi resta altro
da fare.
Arrivo
a destinazione, stremato in ogni parte del corpo. Il percorso con le stampelle
sulla neve è stato estenuante, sono caduto molte volte, non sono bravo a
mantenere l’equilibrio sulle cose. Salgo le scale del palazzo in cui abito come
una mantide storpia, rischiando di precipitare all’indietro ogni quattro o
cinque gradini, fino al monolocale al terzo piano. Un’impresa da esodo.
La mia
ombra spalanca la porta, ha sentito il tonfo del mio crollo. E la puzza di
zolfo. Anche lei adesso ha una gamba sola. Mi raccoglie da terra come un
ortaggio e saltellando mi accompagna a letto, dice soltanto: <<Che
peccato, gli unici pantaloni decenti che avevamo>>.
Mi
dispiace averle fatto perdere una gamba a causa del mio vizio, così le permetto
di tenere accesa la luce finché ne ha voglia, per leggere o fare qualsiasi
altra cosa.
Tolgo
il cappotto, sfilo la scarpa e mi distendo. Le fiamme della stufa divorano la
legna. Stanotte non assidereremo. Ma non so come faremo da qui in avanti.
L’acqua
del narghilè ribolle, l’aroma di tabacco alla mela si diffonde per la stanza. <<La
più grande forma di persuasione risiede nell’immedesimazione>>, dice tra
un’aspirata e l’altra. Sapevo che mi avrebbe rifilato una delle sue massime,
era solo questione di tempo. <<Avresti potuto evitare che ci mutilassero,
ma tu le persone proprio non le capisci>>, conclude, sbuffando
scoraggiata.
Mi
volto dall’altra parte e la ignoro, come ogni volta che vuole darmi lezioni di
vita. Sono soltanto un povero diavolo, non posso farci niente. E mi addormento
in un attimo.
L’ERRORE
DELL’EROE.
Le
chiavi con le nappe non le danno più eppure le nappe che pendono dai capezzoli
di Gloria non le dimentico. Quella volta lì le aveva staccate di netto dal
portachiavi per poi incollarsele alle mammelle col tubetto di UHU che ho sempre
con me in valigia. Agente provocatore dei diseredati.
Dev’essere
necessariamente per questo motivo che le nappe non me le danno più: sanno di
aver a che fare con un frequentatore di vandali, un fruitore di prostitute d’albergo
dotate di poco senno e ugual voglia di divertire il cliente. Ammetto che non
era stata una gran trovata – non una delle sue migliori – nemmeno dal punto di
vista della libidine.
Inserisco
la tessera magnetica nella fessura e penso. Le luci si accendono, riflesso
della modernità. Penso al magnetismo della fessura di Gloria. Mi faccio una
pisciata nel bagno sigillato e disinfettato. Penso che non sono più ben
inserito in quel mondo da anni, molti anni; asciugo il cazzo poi chiamo la
reception: chiedo una copertina per la notte. Pensano di portarmene una di lana
islandese, roba da soldi, ma non è quel che cerco, è troppo immacolata. Non c’è
più il servizio clienti di una volta, questi ragazzini non ci sanno fare: a me
il portiere piace con quattro o cinque dita di barba, la camicia fuori dai
jeans, un’agenda privata con molti numeri di telefono scritti in piccolo e contornati
da iniziali esotiche; e poi, e soprattutto, tanti anni d’esperienza con il
turno di notte.
Tra
tutti i tipi di pavimento la moquette è il peggiore, lo noto subito entrando: è
indubbiamente una collezione di pezzi d’unghia d’alluce, di peli arricciati
caduti lì dopo l’attività fisica solitaria o gregaria di chi mi precede, di
funghi e licheni, d’organismi e d’orgasmi. Ci aggiungo il mio: una liberazione
improvvisa partita dal perineo, uno scatto di forza istantaneo reso necessario
dal lungo e monotono viaggio in treno per arrivare qui. Quella macchia non
andrà più via, un po’ come le altre che le stanno intorno, un po’ come le molte
che m’intaccano l’anima.
Mi
tolgo le braghe tenendo su le scarpe, non sia mai che poi funghi e licheni si
facciano strada partendo dal calcagno e attraverso il polpaccio e il bicipite
femorale raggiungano infine l’interno del buco del culo causandomi prurito e
fastidio permanente. Mi stendo sul letto.
Impugno
il telecomando e ne osservo le incrostazioni di polvere e cispe oculari altrui
fra i tasti. Accendo, pigio un paio di pulsanti giusto il tempo di visualizzare
le notizie e poter scagliare quel coso lontano da me. Assaporo i terremoti del
giorno. Assaporo quel che sto per fare.
Tiro
fuori il quadernetto con il pentagramma. Lo apro ed è bianco come la coperta di
lana, non fosse per le cinque righe prestampate su tutte le pagine. Svito il
tappo della stilografica. Sono pronto.
Il
segreto è nel gesto, la simmetria, l’ordine; veloce piazzo pause e disegno
note, melodie lente, minimaliste; ampi gli accordi a ricoprire lo spettro di
più tonalità, pochi e improvvisi ruggiti esplosivi.
È la
mia ultima sonata per pianoforte.
Copro
il lenzuolo d’inchiostro e sudore, il battito aumenta durante la composizione,
le gocce cadono salate sul candore che dovrebbe ospitarmi stanotte. Aggiungo
saliva, saliva di sputi: quel che scrivo non basta e lo so, getto i fogli all’aria
chiusa di questa stanza, che fermino pure la loro caduta per terra, che vengano
pure stuprati dalla muffa generata dai mille corpi passati per di qui. Io non
li raccoglierò. Non raccoglierò quest’eredità dell’artista che ero.
Inserisco
il nastro nel walkman. Getto le scarpe per terra: è rispetto per me e non certo
per questa stanza; mi metto in piedi sul letto. Estraggo la bacchetta dalla
valigia giusto prima che partano le prime note, è la mia prima sinfonia: chiudo
gli occhi e la dirigo, gesti spaziosi nell’introduzione del primo movimento,
poi piccoli e veloci nell’allegro. Compostezza nel secondo e nel terzo movimento,
poco polso, tanta concentrazione; nel quarto provo la tenuta delle molle del
lettone fuori misura. Sudo.
Levo la
camicia e la getto lì dove già sono i pantaloni, levo il calzino bucato e anche
quello buono, le mutande: il mio corpo è lucido nello sforzo e nella passione.
È la mia gioventù che risuona, l’opera che fece di me quel che sono, quel che
fui.
Chiudo
per bene porte e finestre di modo che, quando sarò morto da mezz’ora, le mosche
non possano entrare e cacarmi uova dentro alle rughe del volto e agli
interstizi privati.
Riaccendo
il walkman. Primo movimento,
faticoso. Secondo e terzo, un recupero attivo. Quarto movimento. Il fitbit che porto al polso, mio unico
indumento, registra pulsazioni prossime alle centocinquanta.
La
suono un’altra volta. E poi un’altra ancora. È sera. La musica
continuerà.
SUL
CIGLIO.
Le
ombre dei due arbusti di eucalipto e sicomoro cadevano oblique sul prato verde
del patio allungandosi puntute sull’erba corta chiazzata qua e là di giallo, il
sole delle tre batteva incontrastato da sud-est incorniciato da un cielo terso
e nitido, non c’era alito di vento, rapsodico il volo delle rondini. Nell’immobilità
torrida di un pomeriggio d’estate Tino si sporse con la parte superiore del
busto dal finestrone ogivale che collegava il salone da pranzo alla veranda,
dando accesso al cortile interno, e da lì la guardò in tralice con un’espressione
corrugata. Tornò un attimo dentro casa, tolse le scarpe in tela marrone e le
lasciò bene appaiate sul pavimento losangato a lato dello zerbino verde
smeraldo, appese il blazer di piqué grigio nell’angolo, si guardò
rapidamente allo specchio e si diresse verso il portico con aria immalinconita.
Camminando a piedi nudi sul palissandro asciutto provò una piacevole sensazione
di freschezza e con alcune lettere in mano si spinse sino al parapetto dell’insenatura
quadrata che, come un avamposto fortificato, si prolungava per alcuni metri nel
manto erboso, sorretta ai lati da tre colonne doriche di marmo e basalto
ricoperte di fitta edera. Indossava una camicia di lino chiara sbottonata sino
al petto, le maniche arrotolate, un pantalone di tweed color kaki, un
orologio dal quadrante tondo e dorato col cinturino in pelle nera. Spostò gli
occhiali maculati sulla fronte, due piccole goccioline formatesi nell’insenatura
della tempia sinistra, e cominciò ad aprire le buste con un tagliacarte in
argento a forma di daga e a sfilarne il contenuto, pagamenti arretrati,
ingiunzioni, debiti, inviti, partecipazioni. Volse lentamente lo sguardo e la
vide sdraiata sul lettino di teak.
Con la
testa e il busto lievemente inclinati verso di lui, la mano destra aperta
adagiata sul fianco, l’addome rientrante e gli occhi nascosti dietro le lenti
scure e spesse aveva prima sbuffato sardonica e poi con sussiego e malizia gli
aveva domandato buone nuove, varie ed eventuali, notizie fresche dal viaggio in
città, profitti e perdite. Edith prendeva il sole nella porzione di giardino
che correva parallela al prolungamento della veranda, con addosso un costume
intero di raso cremisi ben attillato, che formava una prominente V sotto il
seno, il cui vertice basso sfiorava l’ombelico, e lasciava scoperta per tre
quarti la superficie della schiena, chiudendosi orizzontalmente dopo la
trentaduesima vertebra. Un cappello di paglia fine a tesa larga circondato da
un fiocco a righe blue navy le
copriva la testa, guancia lucide, labbra scarlatte e inaridite, mentre un pareo
di tarlatana opalina le avvolgeva le braccia, scivolando tra le spalle e lo
schienale dello sdraio. Reggeva nella mano destra, ora chiuso con il pollice
nel mezzo, ”il
diavolo in corpo”, di cui aveva interrotto repentinamente la lettura
quando aveva udito alle sue spalle lo scalpiccio inevitabile prodotto dal
marito una volta rincasato. Dal polso sinistro le pendeva un sottile
braccialetto satinato in madreperla, le gambe snelle si allungavano sino all’estremità
del lettino abbronzate e leggermente umide, striate dal sole e dalla canicola. Tino
rispose laconicamente, accennò mezze verità, ritrasse lo sguardo e lo indirizzò
verso la piscina rettangolare incastonata in fondo al patio, la cui acqua
limpida pareva evaporare tra i moscerini irrequieti, increspò le labbra e
deglutì a fatica, si grattò con due dita i capelli biondo paglierino e, dopo
aver lasciato cadere i fogli sul lastricato, scese gli scalini che lo
dividevano dal giardino e camminò a passo cadenzato sino al prugno che si
ergeva dirimpetto, fissando ora mesto il terreno, una tortora spiccò il volo
dalla grondaia in rame.
Edith
scrutò i suoi movimenti e lo scortò attentamente con gli occhi sino all’ombra
circolare tratteggiata dall’enorme fusto, poi distese nuovamente la schiena,
non le interessavano le sue farneticazioni. Si allisciò una ciocca di capelli e
alzò il libro sostenendolo con il braccio steso, disegnando un parallelepipedo
nell’aria smorta.
Ero
ebbro di passione. Marthe era mia; non l’avevo detto io, era stata lei. Potevo
toccare il suo volto, baciare i suoi occhi, le sue braccia, vestirla,
maltrattarla a mio piacimento. Nel mio delirio, la mordevo dove la pelle era
nuda, perché sua madre sospettasse che avesse un’amante.
Arrivato
a ridosso della pianta, Tino batté più volte la mano destra sul tronco nodoso
mentre farfugliava a mezza bocca parole incomprensibili, un leggero quanto
fugace soffio di vento gli rinfrescò le membra accalorate, si slacciò un
ulteriore bottone. Dopo qualche minuto di contemplazione estatica si girò e
iniziò ad incamminarsi verso la moglie, facendo scricchiolare il rado fogliame
rossiccio, con un sorrisino beffardo che gli imprimeva una mezzaluna sul viso
rubizzo. Edith, immersa pienamente nella lettura, si accorse del suo lesto
appropinquarsi solo quando lo ebbe a pochi metri, si raddrizzò allora
rapidamente sul lettino, gettò il libro e il cappello sull’erba alla sua
destra, scostò gli occhiali e assunse un atteggiamento ambiguo, a metà tra la
curiosità e lo spavento, che dissimulò subito con un’espressione forzatamente
civettuola.
Tino le
si gettò sopra ansimante con violenza e decisione ma in maniera scomposta, tentando
di farla sua in un abbraccio panico ed arruffato, le gote gli s’infiammarono
sino al rosso porpora sull’onda di quell’assalto frontale mal posto e mal
pensato. Le afferrò le ginocchia, stringendole e portandole al petto e con il
collo allungato in avanti, le vene gonfie e i muscoli ingrossati, si protrasse
su di lei, tempestandole di baci furiosi la pancia e il seno e le scapole,
arrampicandosi sul lettino sino ad occuparlo quasi con tutto il corpo, sino a
schiacciare il corpo di lei. Edith si lasciò inizialmente avvolgere senza
opporre resistenza. Sollevò dapprima le braccia, gli permise di distendersi su
di lei e accarezzò con le dita affusolate di entrambe le mani il torace teso,
poi si divincolò dalla presa, seppur con un po’ di fatica, spostando il busto
lateralmente e scivolando a sinistra fuori dalle tenaglie della morsa ferina e
improvvisa. Una volta in piedi, con il fiato leggermente corto si risistemò il
costume e i capelli nero corvino, fissando con cipiglio e accennato disprezzo
il marito, spiaggiato sullo sdraio davanti a lei, sussultante e percorso da
improvvisi gemiti, il volto terreo e madido affondato nel pareo trasparente.
Edith ruppe il silenzio e disse serafica: <<Non ora. Vado a preparare due
martini dry.>>.
Dandogli
le spalle, si diresse ancheggiante verso il boudoir. Tino si girò stremato, gli
occhi aperti sul cielo grondante di calore. Dopo aver recuperato con ampie e
profonde boccate la parvenza d’una regolarità respiratoria, si frugò nella
tasca destra dei pantaloni ed estrasse una sigaretta, la accese con un
fiammifero e, scrollando le spalle, si allungò meglio sullo schienale del
lettino. Aspettava il suo ritorno e intanto sudava copiosamente, fumava,
pensava, si mangiucchiava nervosamente le unghie, si era un poco quietato.
Eppure, Edith tardava inspiegabilmente a riapparire con le coppette in dote, l’attesa
solitaria si protraeva e quello che era un passeggero sentore di stranezza si
trasformò presto in cruccio e poi in attacco d’ira.
Tino,
nuovamente fremebondo, scese dal lettino e s’incamminò a grandi falcate verso
il salottino interno, i pugni chiusi, il volto febbricitante e la fronte
contrita. La pianta sudata dei piedi si appiccicava al pavimento e lasciava
impronte traslucide, le scarpe erano state spostate.
Superato
il salone da pranzo, oltrepassò rapidamente il tinello ed entrò nella stanzetta
attigua, cercandola, desiderandola. Quando si affacciò in cucina non la vide,
nel silenzio inerte e tedioso dell’abitato sembrava essere scomparsa, dall’angolo
dietro il mobile d’ebano si allungò però un’ombra rotonda e massiccia, una
sagoma scura, infine un volto sogghignante.
LA
DONNA DEI SOGNI.
Ancora
alle sei di pomeriggio la sabbia è talmente calda che si fatica a pensare che
nasconda dei corpi morti. Matteo è sempre qui accanto a me, con la sua camicia
bianca aperta e svolazzante sul petto, i bermuda ricavati da vecchi jeans, due dita da predicatore sulle
labbra e quell’insopportabile aria meditabonda. Vive una sua gara, tutta
personale. Crede davvero d’essere la persona sentimentalmente più infelice dell’isola,
mentre io sono sicuro che la minuscola Chiara, nonostante quelle sue spalle
strettissime e la testa troppo grande, e ora anche la faccenda del cane,
riuscirà a non uccidersi. Matteo invece crede che lo farà. Ma se non lo fa, noi
un’infelicità sentimentale come quella di Chiara ce la possiamo solo sognare.
<<Perché
cavolo ti sei fatto tagliare i capelli così corti.>>, gli domando, ho
sempre questo vizio di partire da un dettaglio fisico, quando non mi va più di
avere vicina una persona.
<<Non
ti piacciono?>> Matteo si passa la mano sulla testa ispida e nera, <<adesso
che fa così caldo è comodo.>>.
<<Adesso
che fa così caldo è comodo>> ripeto facendogli il verso in falsetto, <<sembri
uno operato al cervello. Con scarsi risultati.>>.
<<Pensi
che il fatto che abbiamo seppellito anche il cane possa creare problemi?>>.
<<Questa
sabbia è buona, è buona e brava, proprio come le mignottelle che ti passi.
Perciò, accetterà anche il cane.>>.
<<Dovevamo
dividere il cane dagli altri. Non accomunarlo agli uomini, porta male.>>.
La
superstizione di Matteo ha un qualche fondamento: sulla nostra isola nessuno ha
mai sopportato gli animali, voglio dire quelli domestici, meno che mai il cane
di Chiara. Lei l’ha trovato morto accanto al suo letto; gli sarà preso un colpo
nella notte, certo nessuno può averlo toccato perché Chiara, conoscendo l’ostilità
degli isolani, lo teneva sempre chiuso nella propria camera da letto. Dopo vari
ripensamenti durati non più di mezza giornata, alle cinque e mezza del
pomeriggio l’abbiamo seppellito insieme a tutti gli altri. La prima volta che
vedo un muso anziché un viso andare sottoterra.
<<La
prossima volta questo lavoro lo fai tu.>>, dice Matteo risalendo le dune
fin sulla strada. È stato lui a fare la fossa e ricoprirla, senza che io
dicessi niente, ora è pentito?
<<Non
ci sarà una prossima volta, o vuoi dire che Chiara si farà paracadutare un
altro cane?>>.
<<Non
so quello che voglio dire, ma sappi che questa volta me la paghi, se mi succede
qualcosa.>>.
Quella
stessa sera, vedo Chiara nel cimitero, che sta costruendo qualcosa con la
sabbia, qualcosa che persino per la mia psiche depressa ha l’aria sinistra. Una
specie di alta e storta colonna con vari rigonfiamenti a diverse altezze,
perciò bevo un sorso dalla lattina di Coca-Cola (ne bevo troppa, ne bevo troppa
dice il mio Super-Io, devo smettere) e scendo giù a incontrarla,
tanto più che per Chiara io ho sempre avuto un debole. Ma un debole represso: è
così brutta.
<<Che
fai?>>.
<<Erigo
un memoriale.>>.
<<Un
che?>>.
<<Un
memoriale, un monumento funebre.>>.
<<Bello,
ma a che serve? Yalta ormai è morto.>>.
<<Appunto,
se non fosse morto certo non lo farei.>>.
Non c’è
proprio niente da fare, Chiara sarà la donna sentimentalmente più infelice dell’isola
(se non si ammazza), ma io il più stupido (finché vivo).
<<Un
sorso di Coca?>>.
<<Tienimela
per quando ho finito il lavoro, grazie.>>. (Vedi, lei non sbaglia una
mossa, mi soffia all’orecchio il Super-Io: è la donna dei sogni,
sarà brutta ma anche tu ti sei mai guardato allo specchio?)
Resto
lì a guardare Chiara, ormai quasi completamente nascosta dal buio, si dà da
fare come un’ossessa con rapidi e incomprensibili ritocchi attorno alla sua
colonna. Quello che proprio non capisco sono i rigonfiamenti.
<<A
che servono queste specie di... sacche?>>.
<<A
che servono? A incamerare i suoi pensieri.>>.
<<Oh
Chiara, sei cambiata...>> vorrei dirle, e sto quasi per dirglielo ma mi
mordo la lingua.
<<Incamerare
i suoi pensieri, intercettarli, come un’antenna.>>, aggiunge Chiara
distanziandosi un po’ dalla sua opera per guardarla nell’insieme, <<in
questa cazzo di isola quando li metteranno i ripetitori per i cellulari?
Possibile che dobbiamo restare tagliati fuori dal resto del mondo?>>.
<<Non
hai nemmeno la televisione a casa, non vorresti un cellulare, Chiara.>>.
Mentre
lei è china a raccogliere altra sabbia, da solo mi faccio il gesto del dito
sulla tempia, e forse ha ragione Matteo, prima o poi se la toglierà la vita.
<<Ti
metto la Coca qui, va bene? Io me ne torno su, ci sto tutto il giorno in questo
posto e di sera sento proprio il bisogno di...>>.
<<Di
che?>>.
<<Di viaggiare.>>.
Viaggiare? Ma che sto dicendo?
<<Vai
pure.>>, risponde Chiara, con un tono che potrebbe anche essere quello di
un va’ all’Inferno, <<viaggia allora.>>.
E va
bene, maledetta stronza.
<<Ti
lascio due gocce di Coca.>>, le dico, e comunque quest’affare, il
memoriale, domani all’alba Matteo e io te l’avremo buttato giù.
Mi
sveglio presto, alle cinque e c’è il vento che fa sbattere la tenda della mia
camera da letto. Davanti allo specchio, dopo essermi rasato, mi sembra di
vedere un ragazzino, mi domando come faccia la gente a prendermi sul serio, mi
giro a pisciare impeccabilmente tutto sulla tavola del cesso, la pulisco con un
metro di carta igienica. Ai funerali ci sono le madri che arrivano con tutti
gli altri parenti vestiti a lutto, quelli più giovani non portano mai la
cravatta e si mettono a parlare con me, mi fanno domande sul camposanto nella
spiaggia. Questi nuovi hippy che vengono a morire qui, ci vengono da ogni
angolo del mondo. Torno a guardarmi allo specchio e mi prende un colpo: quando
mai potrò dirmi adulto con questa faccia dalla crescita sospesa, non lo so.
Sembro un fantasma.
Cristo,
Matteo s’è addormentato un’altra volta in piazza, sotto la tettoia del bar. È la quarta volta dall’inizio del
mese. Allineate attorno ai piedi scalzi (i sandali glieli fregano sempre) ha un
paio di lattine di birra e una dozzina di bicchieri vuoti con sgargianti tracce
di cocktail sul fondo. I cocktail
glieli regalano, quando Matteo comincia con i pettegolezzi e gli insulti lo
fanno bere sempre di più, cocktail sempre più forti, a nessuno importa niente
se le cose che racconta siano vere o false, Matteo racconta da far morire dal
ridere e tanto basta. A mezzanotte qui la noia morde come Klaus Kinski in
Nosferatu.
Comunque
lo tiro un po’ su per i capelli.
<<Matteo,
c’è una cosa che dobbiamo fare.>>.
Mi
guarda con occhi acquosi.
<<So
un paio di cose su quella grandissima puttana di mia... pardon, tua madre.>>,
blatera lui.
<<Sai
che novità. Dài, c’è un lavoro che dobbiamo sbrigare, giù al camposanto.>>.
<<Giù
al camposanto dici? Un lavoro? Sai che novità.>>. Però si alza in piedi
come avesse sentito la parola magica. <<Cristo,>> si lamenta, <<mi
sento come se mi avessero evirato, e poi detto che ho un cancro incurabile, e
poi detto che invece no, sto bene, ma comunque ormai mi hanno evirato.>>.
<<C’è
Chiara che ieri sera, mentre tu eri qui a fare il tuo show, ha eretto un
memoriale sulla spiaggia del cimitero.>>.
<<Un
che?>>.
<<Un
memoriale, un monumento funebre per Yalta, il suo cane.>>.
<<Dio
mio, lo sai che sei pallido?>>.
<<Bisogna
buttarglielo giù.>>.
<<E
certo che bisogna buttarglielo giù. Però perché bisogna buttarglielo giù?>>
e cade sulle ginocchia, strillando dal dolore. <<Oh mio Dio, oh mio Dio,
non ce la faccio a stare in piedi!>>.
<<Vado
io da solo.>>.
Matteo
striscia un po’ sulle ginocchia in un goffo tentativo di seguirmi, poi mi tira
per la maglietta.
<<Porta
anche me.>>, dice.
<<Alzati
in piedi, puttana Eva!>>.
Scuote
la testa, non ce la fa. Me ne vado giù al camposanto, e dietro di me sento un
tonfo sordo, di chi cade con la tempia sullo scalino (in travertino) antistante
la soglia del bar.
Chiara
è di nuovo lì, in maglione nero e mutande del costume. Apparentemente sta
cesellando il viso di Yalta.
<<Buongiorno!>>
mi dice tutta di buon umore, quando ancora sto scendendo giù dalla strada verso
di lei.
<<Sei
proprio brava lo sai?>>.
<<Claro che
sono brava. Ieri notte ho pianto tutte le mie lacrime. Non so se ce la farò a
sopravvivere al dolore.>>, dice seria.
<<Sì
sei proprio brava.>>, dico guardando il viso del cane di sabbia, <<e
quando avrai finito con questa cosa, anche il dolore sparirà.>>.
<<Come
hai detto? Hai detto questa cosa?>>.
<<Non
so come chiamarla.>>.
<<Non
chiamarla. O almeno non chiamarla questa cosa.>>, mi guarda con occhi in
fiamme.
<<Come
vuoi tu! Ma... Chiara, mi sembri cambiata.>>.
<<Sono
un’artista. Sono disperata e passo da un umore all’altro al modo degli artisti.>>.
Mi
faccio indietro di qualche passo per lasciarla passare: si mette di profilo al
memoriale per scolpire le orecchie di Yalta, il suo cane che se n’è andato.
Quando le orecchie sono finite si scosta con le mani insabbiate a mezz’aria, mi
guarda, annuisco ripetutamente, <<sei un genio, Chiara.>>.
<<Solo c’è una piccola imperfezione.>>,
risponde lei.
<<Davvero?>>.
<<Sì,
è che io vorrei avesse un’aria vendicativa. Come se fosse un ammonimento,
perché la gente sappia che odioso e stupido delitto è maltrattare e uccidere un
animale. E invece, guardalo, l’ho fatto così mansueto... sembra dire: oh sì,
dovevo morire, me lo meritavo, non mi avete fatto niente di male. Anzi, qui da
morti, si sta meglio, almeno non c’è Chiara a rompere.>>.
<<Ma
di che delitto parli? Yalta è morto nel sonno, lo tenevi chiuso in stanza, l’hai
detto tu. Nessuno può essere entrato per ucciderlo.>>.
<<Ha
un’aria troppo mite, ecco... ora sono un po’ delusa di questa cosa.>>.
<<L’hai
chiamata questa cosa!>>.
<<Sì!>>.
<<A
me sembra minaccioso, o comunque sinistro.>>.
Chiara
fa un gesto infastidito con la mano.
<<Cazzate.
E comunque non voglio sapere quello che pensi, non influenzare l’artista.>>.
Tiro un
gran sospiro, ora viene la parte peggiore, mi dispiace davvero.
<<Chiara,
non puoi tenere quest’affare qui. Già a molti non è andato giù che abbiamo
seppellito un animale vicino ai loro padri, o madri, o fratelli, o sorelle, o
nipoti per parte di madre, o di padre.>>, non ho il dono della sintesi.
Lo
sguardo che mi rivolge Chiara non è di odio. È di scandalo.
<<Cosa?
Ripeti?>>.
Le
guardo le mani sporche di sabbia, improvvisamente mi sento davvero, nel
profondo, un verme. Perciò penso che non ci sia altra strada che affrettarsi a
buttare giù quel coso, o memoriale, come lo chiama. Sferro un calcio, poi un
pugno, e al secondo calcio tutta quella ridicola colonna crolla, e come ultima
traccia sul mucchio di sabbia rimane solo un triangolino, con un frammento di
viso del cane.
Chiara
assiste alla demolizione senza muovere un dito, gelata sul posto. A operazione
finita, gira attorno a quel soffice mucchio di macerie come fosse un fotografo
cui è caduto un soggetto interessante tra i piedi.
<<Ecco,
ecco a cosa servi tu, finalmente ho capito.>>, dice nervosamente, prima
di andarsene, e comunque senza guardarmi in faccia.
Mi
viene l’idea di andare a trovare Chiara, che non si fa più vedere in giro da
quell’episodio dell’abbattimento del memoriale. La sua casa è una delle più in
altura dell’isola, arrivarci è una vera sudata a fine luglio. Comunque mi metto
in testa un cappello di paglia ridicolo e ci arrivo.
Busso
alla finestra della cucina. Nessuna risposta.
<<Chiara!
Chiara, devo parlarti, devo spiegarti...>>.
La
porta della cucina si apre, entro, Chiara è seduta al tavolo con una tazza di
caffè in mano.
<<Ne
vuoi?>> sussurra. Ho sentito benissimo, ma quest’atmosfera tragica non mi
va, perciò faccio una smorfia indicandomi l’orecchio.
<<Sì,
ne vuoi.>>, dice lei. Si alza e riempie una tazza di caffè per me. Me la
porge.
<<Ce
l’hai con me?>> domando, stringendo imbarazzato la tazza dipinta da
Chiara stessa. Ho paura che si spezzi e mi tagli, una volta m’è accaduto.
<<Sto
bene senza il mio cane.>>, risponde.
<<Non
è questo, è che tu intendevi farne... come hai detto? Un memoriale, un
ammonimento per la gente.>>.
<<Di
che gente parli?>> Chiara si torce le mani. È smagrita, la testa sembra
un peso intollerabile per il collo sottile.
<<E
di che gente vuoi che parli? Gli isolani.>>.
<<Non
sono mai andata d’accordo con gli isolani.>>.
Mi
siedo con lei e bevo un po’ di caffè.
<<Sai,
l’altra sera Matteo ha fatto uno dei suoi cinema.>>, le racconto come se
l’aneddoto non mi sfiorasse, <<E ci ha messo dentro anche la storia del
tuo cane. Si era verso la fine, se ne stavano andando un po’ tutti, ha fatto il
nome di chi l’avrebbe ammazzato. Non so se ti è giunta voce.>>.
<<Mi
è giunta voce che ha detto che sei stato tu.>>.
Finisco
il caffè e Chiara me ne versa ancora un po’ finché la caffettiera non è vuota.
<<Tu
gli credi?>>.
Chiara
non risponde.
<<Matteo
lo fanno ubriacare, poi lo prendono a calci in testa... Qualche giorno fa
abbiamo litigato, quindi s’è inventato questa balla su di me. E poi, tu eri
chiusa dentro casa con lui, con Yalta voglio dire, nessuno può averlo ammazzato.>>.
<<Vedi.>>,
dice Chiara, <<ho capito perché sei venuto da me. Vuoi che io vada giù in
piazza, a smentire pubblicamente quello che Matteo ha detto l’altra sera contro
di te. Ma non lo farò. Non è in mio potere. Mi piace che questa cosa se ne vada
in giro come il vento, di casa in casa.>>.
<<E
perché ci dovrei rimettere io?>>.
Chiara
fa una risatina.
<<Non
è colpa mia.>>, dice.
<<Quando
il tuo cane è morto, infiniti mugugni per la sua sepoltura insieme ai
cristiani, poi altre infinite lamentele per quell’oscenità, quel memoriale che
stavi facendo nel bel mezzo del camposanto, e poi quando lo butto giù tutti a
dirmi ma perché, in fondo, potevi lasciargliela quella consolazione,
ma tu sei una donna così scema da avere bisogno di consolazione? E adesso anche
questa storia di Matteo, tutti a dargli retta, io trasformato nell’assassino di
Yalta. Non ci sto capendo più niente, ora trattano me come un cane!>>.
<<Non
è colpa mia, dovevo pur fare qualcosa.>>.
<<Ma
di che stai parlando.>>.
<<Non
solo non hai mai letto un libro in vita tua, assassino, ma non hai mai letto un
libro giallo di serie zeta. Yalta era solo, chiuso a chiave nella stanza con
me. Era sanissimo. Chi può averlo ucciso secondo te?>>.
<<Sei
stata tu?>>.
Chiara
sorride, <<sono stata io.>>.
<<Perché?>>.
<<È
stato, scusa mi scappa da ridere, è stato un delitto passionale. Morto Yalta,
ti ho definitivamente impietosito, becchino mio. Povera Chiara, ora è
rimasta veramente sola. Ti sei avvicinato a me solo dopo che l’ho
ammazzato. Matteo ha fatto di testa sua incolpandoti, io non c’entro niente. E
la pagliacciata del memoriale, come l’hai amato quell’affare, come hai
assaporato il momento in cui ti sei sentito in dovere di distruggerlo davanti
ai miei occhi, per accontentare chissà chi, poi. Che splendido
gesto d’amore, metterti tra me e un cumulo di sabbia; in quell’istante ti dico
che ho veramente sentito il mio cuore battere, tu invece chissà cosa pensavi,
che fossi mortificata, annientata. Assassino di sabbia, ecco cosa sei.
E alla fine sei fluttuato quassù da me, la brutta testona, o come dicevi a
Matteo, la donna sentimentalmente più infelice dell’isola.>>.
Mi alzo
in piedi, e subito comincia a girarmi la testa. Sento d’aver perso la bussola:
mi rimetto il ridicolo cappello di paglia. Sono solo e sempre l’uomo più
stupido dell’isola.
<<Vattene
pure, so perfettamente che tornerai, ti verrà voglia di consolarmi>> dice
Chiara ridendo, <<Yalta è morto, l’ho fatto fuori, e tu, tu ti sei
degnato di salire fin quassù con questo caldo per parlarmi. Ah! Posso morire
contenta!>>.
Quella
stessa notte una donna che aveva come unico compagno un animale, una donna da
tutti candidata a essere la più sentimentalmente infelice dell’isola, è morta.
La seppelliamo vicino al suo cane, suppongo. Matteo e io stiamo sempre a
litigare e non siamo più sicuri di dove ficchiamo la gente.
LA
TORRE.
Sono i
profondi mormorii, le ombre che mi assistono, i passi marziali e fieri del
formicaleone a turbarmi la luce interiore: ora sigillato nella torre faccio
provvista del Divino; gli uomini, creature di lunga e antica mano, hanno mosso
il destino contro di me piombandomi tra le cateratte e insenature di questa
torre. Beata codardia dell’uomo meschino, basso e infecondo lordatore del
mondo. Ebbi una sola colpa: fare della vita una curva di piacere, una ridda di
profanazioni. Al di sopra del sentimento, l’uomo non è altro che questa
tensione verso la natura profanatrice che lo raschia, lo taglia, lo sfigura
come uno scoglio smangiato del Capo di Gata. Lasciatemi dire, prima della
contemplazione dei cieli dall’occhiello della torre, prima della rinuncia,
prima che la semenza di Dio divenne musica e iniziassi a umettare la mucosa al
rancido tufo della mia stanza, fui sangue acceso. La luna è tutto, i cieli
suppurati di viola mi fanno compagnia, come fossi in groppa a un cavallo
immaginario, lei non tramonta mai, ancestrale perversità alchemica dorata,
simile ai capricciosi merletti della corazza dei miei avi castigliani, predati
dal superno deliquio per avere accoppato un Moro dal petto villoso e dal cazzo
eretto, avi imperiosi nel conficcare la spada nei lacciuoli degli intestini,
nei grovigli viscidi del pancreas.
Una volta si ammazzava come si guardava al meridiano: beatificati dalla
luminosità. Nobili viscere intrugliate di sangue e sperma, ne sento il mirabile
lezzo dalle pietre e dagli ansiti di questa stanza dall’umidità edificante;
sappiate, voi angelici spiriti della miseria, che il tempio della carne è
fuggente. Non siamo che abitatori di sudori agonizzanti, nientemeno che
prigionieri sublimati. Che cosa dovremmo farci con questo nostro verme
anatomico di peli e carne, questo nugolo di strutture anatomiche a caso, siamo
generati e intricati solo per accompagnarci alla putrefazione e alla nostra
primigenia matrice, la croce del dolore. La mia sacra parabola agli occhi degli
altri ha le sembianze di una coda di drago, brulicante simbolo che vidi in un
palazzo di Saragozza tra gli strepiti delle danze delle donne dalla pelle d’ocra
e dai seni scoperti nella veste logora. Rivivo quei momenti in un eterno
presente: fanciulle ingenue, sacrari della verginità, danzatrici delle tenebre,
sommerse nella fede della Madonna dei sette dolori, piangono, che un soffio di
un coltello di Toledo vi recida il sorriso e che il sangue sgorghi in ruscelli
di chimere: fatevi guida delle vostre ferite, ergete colonne alla vostra danza
irreparabile. Testimoniate la nostra agonia. Le cose su questo mondo sono
strane, e la sola mente sfolgora come un diadema, lei non vuole serrarsi nell’inazione,
canticchia, ciarla, e sui libri miniati (ah! come me li tocco, come mi rallegra
vederli sovrastare l’umile tavolo), la sento librarsi e spandersi doloroso
guaito di un cane (avrete capito: avete a che fare con un mitomane che geme
nella notte oscura) e in quanto ciò che più mi appartiene la sento invadermi,
voluttuosa, come la nebbia del mio villaggio avito, sui Pirenei. La vedevo
ardita, salire dalla folta brughiera, penetrava silente, laboriosa si mescolava
nei vicoli, discendeva tra i bastioni del castello come un’ineffabile incenso
mistico: iniziava la veglia dell’anima. Proveniva da una volontà antica, da una
tenebra profonda e abbagliante: gli occhi nel palazzo si risvegliavano
famelici, mia madre si affacciava dalla finestra guelfa e blandamente sospirava
con una grazia angelica imbevuta di desolazione, come se il viso si fosse da un
momento all’altro infangato in un acquitrino; si lasciava obbedire dal fato.
Era una delle sere in cui doveva realizzarsi il singolare, eppure
straordinario, disegno di Dio. Era in queste notti del passaggio delle nebbie
che mio padre, Alfonso de Carrubia, uomo di scudo blasonato, ravvolto quasi
sempre nel suo mantello rosso, come ebbro dalla vertigine della luce lunare che
rompeva il velo di caligine della notte, conduceva mia madre nella “cupola
santa”, più che una stanza, una tomba simile ai caratteri saracenici sodomiti
che notai nelle cenciose città delle Puglie trogloditiche. Era una grotta colma
di retabli, raffiguranti volpe e tassi intagliati, arte di amore e religione,
arte violenta, piena dei contrasti di piombo e carminio e masse di colore
freddi dalla tonalità malata. Si trattava perlopiù di sequenze di caccia
circonfuse a un certo gusto di squilibrio per le luci zolfate e luci oscuranti
di passione, vicine alla cappa del fumo delle candele della chiesa di Torralba.
Mio padre era dilaniato da queste accensioni di tinte annerite, dagli immani
incubi di animali scarnificati dalla sua falconeria. Dava a questa pittura da
illuminati dilettanti un’inaudita saldezza, vedeva nella bufera di quelle
armonie precipitate nel sangue la bellezza delle impunità, la reincarnazione
dei propri recessi, incarnati in quell’impasto di pitture a olio. L’arte ha
sempre a che fare con la calamità e i tremori, e mia madre, colomba sciolta
nella feccia di mio padre, era a conoscenza del torbido terrore panteistico di
quella cupola. A quei tempi i corridoi della fortezza erano sgombri dalla
fiumana di servi dalle vesti sbrandellate che impestavano il cuore del
castello, si venne a conoscenza che tutti erano piegati alla divina volontà dei
vini misturati delle Asturie, e io, non so per quale affezione o inclinazione
particolare, preso da un desiderio devozionale, come fossi schiavo e pregno
degli odori incantevoli e soprannaturali del giglio di Siviglia, mi mettevo a
spiare da un buco di crepa del tufo, la “cupola santa”; senza limiti, senza
riserve, occhieggiavo le mortificazioni di ogni genere di mia madre: le
osservavo la gemma folgorosa della sua fica vigorosa contornata dal nero, la
casta santità dei fianchi, i seni dai capezzoli rubizzi ancora freschi, ancora
succosi di perle, le labbra graziose e nobili delle donne galiziane.
La
memoria, accecante sentinella dell’oblio!
La
vista è coraggiosa, non trova nessun ostacolo, qualunque prova comporti lei
andrà oltre, la vista è la chiave. Scorgo nella luce di chiostro la mano di mio
padre indugiare nel segreto di mia madre, come fosse un mero gioco, inizia a
titillarle con la lingua il fiore del deserto del pube. Ero in una sorta di
anticamera della rivelazione, avevo il più grande interesse nel restare in
quello spiare. Vedo mio padre che si muove in una luce incerta, derotizzata,
brandire eccitato la sua baionetta venosa, l’estensione del suo gusto; da qui,
con estrema finezza gabbia da dietro la mia colomba. É una scena di profonda discrezione:
l’intensità degli sguardi, gli occhi mescalinici, quasi ribaltati, uno dei due
corpi cede all’altro: niente è più comodo di un’alcova per pregare Dio. Scosto
lo sguardo dalla crepa, e all’altezza del ventre noto un bozzolo, mentre dalla
cupola sento acuti che si alzano come i corni dei pecorai dalle rupi, e mio
padre, barbarico, smostrato peggio di un mammalucco siriaco urla: <<À LA
MANIERE GOETIQUE!>>.
Resta
il fluire di un sogno, una maiolica sbeccata colma di sangue, una bifora aperta
nel vuoto delle foreste vergini, la piana immensa calcinata dal sole, il seme
virile di mio padre che fermenta sul culo di mia madre.
La
torre fora e lacera la memoria, mi costringe a pensare per immagini. E al
solito la vita è terribilmente monotona, in questi momenti accetto la musica
come un valore supremo, affiorano reminiscenze della calda e lasciva Napoli,
delle chiese di gesso e marmi d’altare, la Napoli delle forme ibride e amorfe,
dei cieli armonizzati di smalto, la città rapsodica delle molteplicità, fu lì,
nel crepuscolo della sera, stonato dalla gravità dei vini flegrei, in una delle
sette letterarie del sodale re Martino, che assistetti ad un nuovo modo d’amare:
il fuoco sacro della viola accompagnava le voci di un angelo senza ali, le voci
erano strette quasi in un amplesso materiale, e non per un divino gioco della
fantasia; è diritto della poesia astrarsi dal reale. <<Amor que t’o fat hio.>>, lingua
della Sibilla, oh! estasi inobliabile, la musica ha la sua volontà nella
perfezione, è un battistero gotico, matematico, costruttore, architettonico. La
musica dello Strambotto è un edificio severo, freme la vita, e il liuto è lo
smeraldo della sera napoletana, evoca la sfrenata gioia di essere al mondo, lei
è la sola salvezza dell’anima di questo vivere che è un correre alla morte.
Verità e spirito. Chi può dire che non abbia visto l’emersione di Venere come
il fuoco di un candelotto sull’altare di Partenope? E il ruzzare dei
piccirilli, leoni della ribellione, madonna santa, la loro pelle colore di
acropoli, e le loro natiche che puzzano di malaria. Alzarsi all’alba, uscire da
quei vestiboli cadenti, dopo i fuochi febbrili dei loro culi smerigliati dal
mio prodigo uccellaccio, ascoltare le scalze ossesse dalle mammelle flosce:
Napoli, una colata di preghiere!
La
dolce umidità mi fa piangere.
S’è
levato un grido dalla torre, dovrò tacere, le stelle cadono a miriadi, si
sfrollano lungo i crinali della vallata, recano un lugubre messaggio. Il
messaggio è: la torre è la morte.
VECCHIO
PAZZO.
Avevo compiuto
cinquantacinque anni, ma mi sentivo molto bene. Come se ne avessi avuti
quaranta. O meno. Non mi facevano nemmeno male i calli. Continuavo ad andare
avanti, con molta energia, come sempre. Senza pensare a quello che facevo. Un
po’ frenetico e ansioso.
Lei era
una mulatta di forse venticinque anni. O ventisette. Bella, con un corpo che
era uno spettacolo e la faccia da brava persona. Faceva la dattilografa.
Esisteva ancora, quel mestiere. Scriveva e scriveva continuamente, in un
ufficio. C’ero andato due volte a richiedere certi documenti. Lei non riceveva
il pubblico ma era quella che compilava quelle carte, ed erano in ritardo. Ci
andai tre volte. Quattro. Non sono pronti, abbiamo un po’ di arretrati
compagno, torni tra tre o quattro giorni. Allora mi avvicino alla mulatta e le
chiedo di fare qualcosa per me. Lei mi guarda dolcemente, prende un foglio e
una biro e dice:
- Lo
tiro fuori io il suo documento. Mi dia i suoi dati. –
Scrive
il mio nome. Mi guarda ancora più dolcemente.
- Venga
domani e venga da me. –
- Come
ti chiami? –
-
Betty. –
Il
giorno dopo ci andai a un’ora non sospetta. Era quasi mezzogiorno. Quando mi
vide si alzò dalla sedia, col suo dolce sorriso, e mi dette le carte. Erano già
firmate e legalizzate.
-
Controlli bene. Ci fosse qualche errore... –
Le
metto in mano una banconota da venti. Sottovoce e senza convinzione mi dice:
- No,
no. Grazie, no. –
Le
prendo la mano e ci metto la banconota. Abbassa lo sguardo, pudica, e con un
gesto abile mette via il denaro.
- Ti
posso offrire qualcosa? –
E lei,
sorpresa: - Offrire cosa? –
- Una
birra, non so. Quello che vuoi. –
- Ma io
non bevo. –
- Va
bene, una bottiglietta d’acqua allora, ah ah. –
- No,
no. –
-
Magari ci divertiamo. Chiacchieriamo un po’. A che ora stacchi? –
- Alle
cinque. –
- Ti
vengo a prendere alle cinque. –
- No,
qui no! –
- E
dove allora? –
Resistette
ancora un po’. Finì per accettare. Rimanemmo che ci saremmo visti in un bar lì
vicino. Prese un gelato. La birra non la voleva. Diceva che le faceva girare la
testa. Mi disse qualcosa della sua vita. Quello che le conveniva. Non mi disse
che aveva un figlio di cinque anni, un marito geloso e violento, sul punto di
andare in carcere a scontare una sentenza di sei anni, e che la sua vita in
quel momento era un disastro. No. Niente problemi. Per quelli c’era tempo. In
quel primo incontro Betty fu un’oasi di pace. Dolce, remissiva, femminile,
educata. L’ideale perfetto di donna. A me quel lato spirituale non interessava
tanto. Notai che fisicamente era davvero perfetta, dalla punta dei piedi alla
cima dei capelli. Beh, questo mi era stato chiaro sin dalla prima volta che l’avevo
vista. Ora era evidente che con il suo incanto voleva ipnotizzare il maschio,
come quei serpenti che ipnotizzano il coniglio e lo immobilizzano per
mangiarselo comodamente.
Così la
invitai a un incontro più intimo. Per mezz’ora fece quella che si fa pregare.
Ma faceva parte del gioco. Era molto erotico e mi metteva in tensione. Finì che
accettò. Andammo in una casa dove affittavano le stanze a ore. Quando la vidi
nuda per poco non mi venne un infarto. E lei lo sapeva. Aveva visto i miei
occhi che brillavano e s’era fatta fiera, orgogliosa. Cominciammo con reciproci
giochi di mano e di bocca. Quando infine la penetrai si dette subito a molteplici
orgasmi. Molti. Credo che fosse un solo orgasmo senza fine. Io mi trattenevo.
Bisognava prolungare quell’impresa. Tra l’affanno e i sospiri cominciò a
sussurrare.
- Ah,
vecchio pazzo, vecchio pazzo! Ah, vecchio pazzo, Dio mio, cos’è questa? Vecchio
pazzooooo! –
Me la
presi.
-
Smettila di dirmi vecchio pazzo! –
- Ahi,
papi, ma tu sei un vecchio pazzo, vecchio pazzo, sconvolto! –
Non so
come ce la feci ma dissi a me stesso: - Manito, controllo, e vai avanti. –
Un’ora
dopo avevamo finito, felicemente. Ci vestimmo, ci salutammo con tanto amore e
mi chiese di passare da lei in ufficio il giorno dopo perché non vedermi l’avrebbe
rattristata molto. Fui sul punto di dirle: - Mamita, basta scene. - Ma stetti
zitto. Tornai a casa. Sotto shock.
Vecchio io? Non può essere. Entrai e andai dritto nel bagno. Mi misi davanti
allo specchio. E sì. Per la prima volta in vita mia vidi le rughe, le
sopracciglia tutte bianche, la pelata su tutta la testa, la pelle macchiata dal
troppo sole, le labbra sottili e non più carnose, gli occhi un po’ infossati. E
non c’erano più i muscoli. Le spalle reggevano ancora, più o meno, ma niente
muscoli. Quindi era vero. L’invecchiamento l’avevo davanti agli occhi.
Andai
fino alla camera di mia madre. Aveva un cancro ai polmoni ed era ormai in fase
terminale. Mi guardò e sorrise un poco. Debole, e triste. Scoppiai a piangere.
Singhiozzando come un bambino. Tornai nel bagno per controllarmi. Mia nipote mi
aiutava a prendermi cura di mia madre. O meglio, si prendeva lei cura di mia madre.
Io facevo ben poco oltre a fare compagnia, essere presente e portarle qualcosa
di buono da mangiare. Aveva voglia solo di gelati e succhi di frutta. Non c’era
granché d’altro da fare. Aspettare la fine. E smettere di pensare, per smussare
le cose e accettare che la vita è un fiume che scorre, torbido a volte, altre
limpido e trasparente Tutto qui. Ora era tempo di turbolenze. Dopo essermi
rinfrescato il viso mi sedetti davanti all’ingresso. Per qualche minuto. Tornai
nel bagno a guardarmi. A lungo. Senza fretta. I denti sani, ancorché
giallognoli, la pancetta, le cosce già abbastanza flaccide. Per fortuna i piedi
si mantenevano ancora duri. Ah, e anche il sesso. Evidentemente c’era ancora un
po’ di testosterone. Non tutto era perduto.
Ci
furono altre volte, naturalmente. Tutte uguali. Vedevo Betty in ufficio, il
suo, ci mettevamo d’accordo e c’incontravamo nel pomeriggio. Era divertente.
Anche se lei era sempre ossessionata da quella frase e continuava a ripeterla
fino all’esaurimento durante la sua estasi infinita.
- Ah,
vecchio, vecchio pazzo! –
-
Betty, basta, piantala! –
- Ah,
ma sei un vecchio pazzoooo! –
Me la
rivoltava come un coltello nel più profondo. Ma non potevo abbassarmi fino a
dirle che mi offendevo. Dovevo mandar giù per non darle importanza. Mi prendeva
in giro. Non dovevo lasciarmene ferire. La vecchiaia non è roba da vigliacchi,
Manito, quindi sorridi e vai avanti. Credo che uscimmo assieme qualche volta in
un paio di settimane. Una volta, dopo il sesso mi disse:
- Fare
l’amore con te è ... oh, non so. Molto speciale. –
- Fare
sesso. Non facciamo l’amore neanche per il cazzo. –
- Ehi,
non essere volgare. –
Aprii
il frigo che stava vicino al letto. Birra. Tirai fuori un paio di lattine e
rimanemmo a letto a bere, nudi e tranquilli. Mi piace il silenzio ma Betty
aveva bisogno di parlare continuamente:
-
Questa birra mi farà girare la testa. Non c’è musica qui? Che silenzio! -
- No. –
- Mi
piace la musica, ballare ... -
- Ti
piace il rumore, vuoi dire. –
Non
rispose. Forse per via delle turbolenze della mia vita, in quel momento ero
furioso e aggressivo e volevo approfittare di qualsiasi cosa per litigare.
Allora disse:
- Mio
marito mi sta rendendo la vita impossibile. Tra noi è finita ormai da mesi, ma
diventa ogni giorno più geloso. –
- Sei
sposata? Non avevi detto niente. –
- Sono
sposata e ho un figlio. –
- Mh. –
- Ti dà
fastidio papi? –
- No,
non m’importa. –
- Gliel’ho
detto che dobbiamo divorziare ma lui vuole rompere e tirarla per le lunghe. –
Istintivamente
guardai la porta. Il linguaggio del corpo. Avrei voluto allontanarmi subito da
quel letto. L’ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento era cercarmi
altri guai.
- Lui
ha avuto una condanna a sei anni. Gli resta poco tempo da libero. Ha fatto
ricorso ma sa che è per una soddisfazione, per guadagnare tempo. –
- Che
ha fatto? –
- Era l’amministratore
di un ristorante. E ha avuto problemi con certi soldi che aveva preso. Non so.
E non ci sta con la testa. È arrivato a minacciarmi con una pistola. –
- Eeh?!
–
- Sì,
ma è un poveretto. Una cosa è puntarti contro una pistola e gridare adesso ti
ammazzo. Un’altra è tirare il grilletto. –
- Ti ha
minacciato? –
- Quasi
tutti i giorni. –
-
Perché non vai dalla polizia? –
- Lui è
un ex poliziotto. E dicono che è un affare privato e che loro non possono
metterci il naso. –
- E
perché ha quella pistola? –
- Forse
l’ha avuta quando faceva il poliziotto. Non so. La teneva ben nascosta. L’ha
tirata fuori adesso, da poco. –
- Ah. –
-
Quando ci siamo fidanzati faceva il poliziotto. Io ero molto giovane. –
- Sarai
stata una bambina. –
- Avevo
quattordici anni. E non ero per niente una bambina. Ero una donna fatta. Siamo
stati assieme dodici anni, quasi tredici. Molto tempo. Adesso andrà in carcere
per colpa dell’ambizione. Non gli bastava mai niente. Gliel’ho detto tante
volte. Ma si crede molto intelligente. Ed ecco. Si è fottuto. Si è fottuto da
solo perché quando sarà dentro non si deve aspettare da me nemmeno un pacchetto
di sigarette. Niente. Io quello che voglio è che questa storia finisca e che si
allontani da me. –
Finii
la birra. Mi alzai, mi vestii. Lei parlò ancora un po’, ma non stetti tanto a
sentirla. Non m’interessava più. Disse qualcosa di sua sorella, che aveva il
marito che faceva il camionista.
- Lui
ha la famiglia all’Avana. E ha lei qui. Le ha fatto una casetta. Hanno due
figli. E vivono bene. Lui viene quando può perché lei non gli chiede niente. È
proprio quello che servirebbe a me, papi. Io non ti chiedo niente. –
Ci
salutammo tranquillamente. Le dissi che sarei passato dall’ufficio l’indomani.
Ma non la vidi mai più.
Mia
madre morì la settimana successiva. Tornati dal cimitero salutai mio fratello.
Era lui l’erede universale. Ed io ebbi solo qualche fotografia. Non m’interessava
altro. Salutai quella città e non ci tornai mai più. Non ho più niente, in
quella città. Tra le foto c’è un ingrandimento 18 per 25, colorato a mano. Lo
tengo sulla scrivania. Io sto seduto, dovevo avere due o tre anni. E mio
fratello, di un anno più piccolo, è sdraiato a faccia in giù vicino a me. Lui
sorride alla macchina fotografica. Io no. Me ne sto serio e con lo sguardo
fisso. Interrogativo. Non capisco bene cosa sta succedendo. Credo di non capire
mai bene, subito. Sono lento. Mi è difficile arrivare al fondo delle cose.
MAVARÌA.
Un
piccolo pettirosso di legno uscì di scatto dall’orologio a cucù, segnalando lo
scoccare delle due pomeridiane. La vecchia, né rilassata né tantomeno tesa, si
alzò prontamente dal divano e spense il televisore.
Aprì la
cassapanca in legno di noce, infilandovi la mano e sfilando via dal mucchio di
pezzuole un piccolo panno in stile jacquard,
che appoggiò a terra.
Nel
mentre il quattordicesimo rintocco pose fine alla litania arrugginita del
pettirosso, che ligneo e colorato tornò dentro il proprio nido, disinnescando
il meccanismo.
La
vecchia chiuse la finestra, abbassò le persiane, e sull’incavo del balcone
appoggiò un piccolo altarino raffigurante un’icona. Accese un paio di candele,
e nel farlo si ricordò della madre, che più di settant’anni prima le insegnò
questo sordo negoziato con le forze di un mondo al là di questo.
All’epoca,
Tortorici era un paese di praterie magre e desolate, povero in storie
memorabili e sensazionali, ma pingue e opimo in miseria e disperazione.
I soffi
del vento incrinavano l’erba secca, spargendo la brina di fiore in fiore. <<è
il ghiaccio che impollina i prati.>>, diceva la madre: il risultato era
un paesaggio di pietre bianche.
La
vecchia, da ragazzina, quando le rughe non le avevano ancora ferito il corpo,
aveva imparato la morte, era stata iniziata al freddo, e aveva visto i fossili
degli antenati sbriciolarsi tra le mani della madre; la fertilità del granturco
l’aveva invece appresa dalla matriarca, che la tramandava alle giovani del
villaggio.
Quando
a 16 anni lasciò poi il piccolo villaggio nativo per trasferirsi nella più
grande cittadina di Bronte, portò con sé il segreto del dialogo.
<<fai
attenzione, Carolina.>>, le aveva detto la madre, nell’ora del commiato.
La
vecchia si inginocchiò sul tappetino jacquard,
e iniziò quella che da fuori sarebbe potuta sembrare una semplice preghiera,
appena sussurrata e quasi impercettibile.
Durante
la cantilena, che spontaneamente sgorgava dalle sue labbra, ricordò di quando
la sentì per la prima volta. L’evocazione proseguiva fluida, la vecchia non
aveva bisogno di scomodare l’impegno, la ripetizione era mnemonica, e le parole
si concatenavano l’un l’altra in modo automatico, come fossero raccordate ai
margini, o combinate a incastro. Poté quindi abbandonarsi al ricordo di quegli
inverni, con la certezza che gli spiriti si sarebbero comunque manifestati, in
modo da poter ricambiare la devozione pagana che la vecchia ogni pomeriggio
offriva loro. Ricordò di quanto fosse stato facile imparare il rito, la cui struttura
formulare ne agevolava l’assimilazione, e di quanto invece fosse stato
difficile renderlo efficace, operativo.
<<il
passaggio dalla teoria alla prassi è come l’intermezzo tra due canti, che non
desta l’interesse di nessuno, ma è ciò che permette al tutto di realizzarsi con
armonia.>> le aveva spiegato la madre. La vecchia soffiò sulle mani
giunte a mo’ di scodella, e tirò due dadi: 7. <<il sacrificio è la parte
più importante, e per una neofita anche la più complicata.>> le aveva
invece spiegato all’epoca la sorella maggiore, ormai scomparsa da un decennio.
La
vecchia allora si alzò, aprì la gabbietta di ferro accanto al televisore, e
scelse il più nervoso dei tre canarini, che casualmente era anche quello dal
piumaggio d’un giallo più vivace.
Tornata
davanti all’altarino, si inginocchiò nuovamente, posò l’uccellino al suolo,
allentò il nodo e divincolò dal cappio l’ala sinistra. Staccò sette piume, e
dalla base dell’altarino prese in mano una piccola cesoia da potatura. Tranciò
di netto l’ala libera e lasciò il canarino a terra, quieto ed esanime. D’un
tratto, le due candele, prima tremolanti, si spensero di colpo. Due sottili
bave di fumo salirono verso il soffitto. <<bentornati.>>, disse la
vecchia.
INTER NOS.
La luce
si spegne e rimango immerso nel buio. Solo un debole fascio luminoso mi
permette di vedere dove metto i piedi. Sfreccio per il corridoio praticamente
alla cieca, ormai so la mappa a memoria. Giro l’angolo ed entro nella sala dei
quadri elettrici. Vedo una freccia rossa, so cosa devo fare, apro lo sportello,
collego i quattro cavi tranciati: blu, rosso, giallo e rosa. La luce ritorna e
faccio solo in tempo a vedere Miriam, con la sua tuta integrale azzurra e una
corona sopra il cappuccio, nascosta nell’angolo, con i piedi sulla botola. Mi
afferra con due mani la testa e me la stacca di netto dal corpo. Rimane solo un
osso, simile a quelli che nei cartoni animati vengono morsi dai cani, che sbuca
in verticale dalla mia tuta arancione.
Cazzo,
non pensavo fosse una degli impostori. Due minuti prima l’avevo vista fare una task vicino al generatore. Non era tra i
miei sospettati. Al primo meeting era stata molto convincente, «Ero con Luca in
amministrazione quando hanno trovato il corpo», aveva detto. Nessuna
inflessione nella voce, nessun tentennamento. Nonostante fosse la prima volta
che vedeva la nave. Avevo invece trovato sospetto che Laura e Matteo non
fossero stati particolarmente precisi sulla loro posizione. «Non sappiamo come
si chiama quella stanza, quella con la finestra sullo spazio», avevano
bofonchiato i due sposini. E, mentre il tempo scorreva, dovevamo trovare un
colpevole per l’omicidio di Dario. Il suo corpo chiedeva giustizia. Anna aveva
proposto di lasciar perdere, di approfondire più avanti, di continuare il lavoro.
Edo invece, rimanendo in silenzio, mi aveva fatto credere di essere il
colpevole, ma se l’avessi accusato senza prove avrebbero creduto fossi io l’impostore.
Il mio
ectoplasma levita fuori dal cadavere. Mi guardo intorno e nessuno viene a
segnalare la mia morte. Tutti indaffarati a completare i propri compiti. Un
secondo sabotaggio, questa volta all’impianto dell’ossigeno. Vedo una tuta blu
e una verde sfrecciare verso la sala dell’aria condizionata per riparare il
danno. E poi finalmente Edo segnala il mio corpo agli altri. Nuovo meeting. Il
terzo. L’ultimo.
Durante
il secondo, appena ammutiti i microfoni, ci eravamo sovrapposti, ognuno di noi
voleva evitare di sembrare sospetto. La tuta nera di Matteo, con una sciabola
infilata nella schiena, era stata trovata proprio da Miriam davanti al sistema
smaltimento rifiuti. La task più
idiota di tutta la nave, spingere delle dannate foglie verso il bocchettone d’uscita.
Ma le task vanno eseguite, altrimenti
fine dei giochi. «Ragazzi, parlo io, sono io che ho trovato il corpo», aveva
detto Miriam. «Pochi istanti prima di scoprire Matteo morto, ho visto Laura
correre in corridoio dalla parte opposta. Secondo me, lite coniugale finita
male». Si era scoppiati a ridere, ma il tempo scorreva. E avevamo pochi secondi
per decidere. Non felicissima l’uscita di Miriam: che tra Laura e Matteo ci
fossero dei casini lo sapevamo tutti, scherzarci sopra in quel momento, quando
erano costretti a vivere sotto lo stesso tetto, era da stronzi. Ma forse è
proprio per questo che amo ancora quella donna. In ogni caso la quarantena ha
messo a dura prova tutti. «Divertente», aveva risposto Laura senza nascondere
il fastidio, «comunque sono solo cazzate, perché non ero neanche vicino a
Matteo, stavo facendo la task degli
asteroidi e lo può testimoniare Edo che era lì con me». «In realtà un minuto fa
ti sei allontanata, avresti avuto il tempo di ucciderlo, se proprio volessimo
essere precisi». Nessuno voleva aiutarla e al secondo giro eiettare qualcuno
dalla nave è necessario, altrimenti i due impostori avranno vita facile.
«Ragazzi, vi giuro che non sono io, basta vedere che ho fatto la task del body scanner a inizio partita,
quella non si può fingere, qualcuno mi avrà visto». Se non sbaglio Anna aveva
confermato e, scagionata lei, non c’erano altri sospettati per quel delitto.
«Però io ho visto Luca comportarsi in modo sospetto», aveva detto con un filo
di voce Anna, che fino a quel momento non aveva ancora accusato nessuno e che
quando dice qualcosa tutti la prendono sul serio. «Cosa intendi per sospetto»,
le avevo chiesto. «Girava senza una meta, aspettava dietro agli angoli e
bazzicava la zona delle telecamere». «È proibito entrare nell’area sicurezza?»
Luca era entrato subito in modalità difensiva. «Sì, quando abbiamo ancora una
montagna di lavoro da sbrigare», gli avevo risposto piccato. Non gli avevo
ancora perdonato l’esternazione dell’altra sera, non tutti sono come lui, non
tutti hanno ben chiaro dai tempi delle elementari cosa vogliono fare nella vita
e non tutti riescono a trovare gratificante il lavoro che fanno. Da quando gli
hanno offerto quel posto da project manager era diventato insopportabile. Che
andasse a giocare con i suoi amici quarantenni, così realizzati e
professionisti nell’arte dell’aneddotica, con la risposta sempre pronta. Come
quando ce li aveva presentati la prima volta, prima di tutto questo, prima di
rintanarci nei nostri freddi monolocali. E in quel bar di Milano, una trasferta
interregionale per noi, ci avevano radiografato in un secondo, etichettandoci
come provinciali, non abbastanza firmati per i loro standard. Ma per Luca
quello era normale, si era sempre sentito stretto nel nostro piccolo gruppo.
«Allora vai a prendere una boccata d’aria fuori dalla nave», avevo pensato. Era
bastato il mio appoggio, a dieci secondi dalla chiusura delle votazioni, per
condannarlo all’esilio. L’unico a non averlo votato, preferendo l’astensione,
era stato Edo. La tuta rosa con un cappello da cowboy in testa era stata
eiettata nello spazio profondo. Ma sullo schermo era comparsa la scritta «Luca
was not the impostor».
Inter Nos è semplicissimo, avevo esordito in
questo modo quindici minuti prima nella videochiamata di gruppo, una via di
mezzo tra Lupus in Fabula e Cluedo,
solo ambientato in una astronave. «Tocca sorbirci lo spiegone», aveva detto
Dario, il gamer più esperto tra noi. «Scusa se non siamo tutti dei nerd», era
stata la risposta di Laura, riottosamente contraria alla deriva digitale che
avevano preso le relazioni sociali. «Siamo tutti membri di un equipaggio, e come
tali dovremmo svolgere dei lavori di manutenzione, ma due di noi saranno degli
impostori, potranno sabotare gli impianti e soprattutto dovranno uccidere gli
altri senza farsi scoprire», avevo continuato imperterrito. «Ma sì, tanto si
impara giocando, è inutile fossilizzarsi sulle regole», mi aveva interrotto
Miriam, «così è più divertente». «Occhio alle botole, sono delle scorciatoie
che possono usare soltanto gli impostori», avevo aggiunto. «E tu di botole te
ne intendi», aveva detto Anna riferendosi a quando l’ultimo giorno delle
superiori mi ero infilato nel condotto di aerazione partendo dal bagno dei
maschi e sbucando nel laboratorio di chimica, senza un apparente motivo, solo
perché mi andava. «A ogni uccisione ci sarà una riunione, alla fine della quale
si voterà il sospettato, che dovrà abbandonare il gioco», aveva concluso Edo al
mio posto, per timore che a qualcuno non fosse tutto chiaro.
La
barra in alto a sinistra, quella che indica quante task mancano per arrivare alla vittoria, per sconfiggere il
sabotaggio degli impostori, è quasi completa. Da spettro sono spettatore muto e
impotente del gioco. Vorrei poter fare qualcosa, dare una spinta all’inerzia
della situazione. Il terzo meeting, quello per indagare sul mio omicidio, è
appena iniziato. Il cronometro dice sessanta. Edo deve parlare per primo, ma
tace. I suoi ritmi lenti, il suo approccio meditabondo, mal si incastra con la
frenesia del gioco. Lui non è di quelli che in una conversazione al posto delle
virgole cliccano invio, che formano frasi spezzate riempiendo in verticale lo
schermo, lui è perennemente in modalità sta scrivendo..., e invia
il lunghissimo messaggio solo quando lo ha riletto almeno due volte,
correggendo eventuali refusi.
I
secondi scorrono, Miriam lo incalza, «dove hai trovato il corpo?» Immagino
Dario, Matteo e Luca nella mia stessa situazione. Uditori impotenti di quel
gioco di ruolo, in attesa che l’ultimo giro di orologio si compia. «Elettrical,
ma non ho visto nessuno», risponde Edo che continua, se sbagliamo questa votazione
hanno vinto.
«Io
stavo lavorando vicino al generatore, ero sola, ma d’altronde non siamo rimasti
in molti». Anna prende tempo sperando di evitare la votazione. Sa che avrebbe
dovuto fare una doppia kill, se
avesse ucciso uno tra Edo e Laura avrebbero già vinto. Ironico il fatto che
siano proprio lei e Miriam gli impostori. Loro che per tutto il liceo non si
sono mai sopportate, che si chiamavano lurida troia a vicenda, che basavano la
loro esistenza sull’ignorarsi, ma che poi magicamente, dopo la maturità,
terminata la storia tra Miriam e me, si sono trovate. Un rapporto simbiotico a
scoppio ritardato, come se il mio defilarsi dal quadro abbia sbloccato un
meccanismo celato. Serate in discoteca, feste universitarie, corsi di Zumba e
vacanze insieme.
Quarantacinque
secondi e ancora niente. Edo e Laura non riescono a venirne a capo. Sono troppo
sospettosi, e a Inter Nos ogni tanto
ti devi affidare all’istinto. Come nella vita, devi darti dei punti fissi e non
metterli più in discussione, altrimenti rischi di diventare pazzo. Ogni istante
che passa avvicina Miriam e Anna alla vittoria, ma soprattutto Miriam. E questo
non posso accettarlo. La regola dice che i morti non possono parlare con i
vivi. Decido di violarla.
Apro
una conversazione privata con Laura. Devo crearla da zero perché ora mi accorgo
di non averle mai scritto in maniera diretta. La mia comunicazione con lei è
sempre stata filtrata da Matteo. È lui il mio amico, lei è sempre stata solo la
sua ragazza.
Tre
anni fa, io e Miriam ci siamo lasciati perché mi ha tradito con Matteo. Ho
perdonato lui, non sono riuscito a perdonare lei.
Doppia
spunta blu, nessuna reazione. Trenta secondi. Tutto tace.
Di
sottofondo Edo sta ricostruendo con didascalica prolissità ciò che ha visto
negli ultimi momenti di gioco, tentando in qualche modo di scoprire la verità.
Laura è in silenzio. Non risponde neanche quando Edo le chiede aiuto. Ormai è
solo.
Quindici
secondi e loro avranno vinto, lei avrà vinto. Quando i microfoni si apriranno
dovrò fare i conti con ciò che ho scritto. Mi chiederanno il perché della mia
scelta. Il motivo che mi ha spinto a rivelare un segreto in quel modo così
stupido. E io non saprò rispondere. Matteo mi rinfaccerà la promessa infranta.
Forse anche Laura avrebbe preferito non saperlo, forse mi darà la colpa del
fallimento del suo matrimonio. E forse avrà ragione. Edo invece rimarrà in
silenzio, inizialmente prenderà la cosa sotto gamba, sicuro che una soluzione
si troverà, si trova sempre, dirà in privato a ognuno di noi. Ma non sarà così,
perché nessuno la vorrà trovare una soluzione, perché tutti cercavano una scusa
e io gliel’ho fornita. Anna riderà, riderà in privato perché non mi ha mai
potuto sopportare. Riderà in pubblico perché non ha mai sopportato nessuno
nella sua vita. Dario e Luca ne approfitteranno per defilarsi, forse non
scriveranno più nella conversazione di gruppo. Disattiveranno le notifiche e si
faranno sentire solo a Natale e Pasqua, per non fare la figura dei
maleducati.
Dieci
secondi che scorrono in un attimo. Che polverizzano i rapporti. Edo continua a
parlare in sottofondo, un tappeto sonoro che preannuncia l’inevitabile
catastrofe.
Notifica
in conversazione, quella tra me e Laura.
«Perché?»
Questo
mi perseguiterà per molto tempo, ne sono sicuro. Non tanto la domanda, quanto
la risposta. La consapevolezza di desiderare la rovina. Questa volta sono io a
lasciare colorare le doppie spunte di blu.
Alzo le
mani e aspetto la fine.
Tre, due,
uno.
VIGILIA
DI NATALE.
Alla
vigilia di Natale il miracolo avvenne. Dove soggiornavamo io e miei tre amici,
era un albergo in un sobborgo di Parigi. Da poco erano usciti a festeggiare l’imminente
festa santa e preferii rimanere al calduccio a dormicchiare avvolto nel
piumone, il che generò in loro una giustificabile preoccupazione, conoscendo il
mio carattere giocoso. Assicurai, fingendo, che era solo un po’ di stanchezza,
per non svelare il mio stato d’animo di quei giorni: uno spaventoso
presentimento mi aveva spinto a non uscire di casa quella sera, perché
premonivo il tremendo e il passare delle ore non fece che aumentare l’angoscia
per l’avvicinarsi dell’inspiegabile.
Più o meno verso le tre del mattino accadde il
prodigio, e fu terrificante: la porta si aprì, entrarono sghignazzando,
visibilmente alticci, dandosi di gomito s’imponevano il silenzio per non
disturbare gli ospiti dell’albergo. Quando spalancai gli occhi, dal piumone in
cui ero abbozzolato, quel che vidi mi agghiacciò: in mezzo a loro, nella sala
in cui avevano deciso di intrattenersi per rifocillarsi davanti al caminetto
prima di andare a letto, e su cui s’apriva la camera condivisa con uno dei miei
amici, c’era pure... io, o forse un mio sosia. Era orribile: dopo pochi minuti
quell’altro me stesso entrò in camera per dirigersi come se nulla fosse verso
il mio letto, incurante della mia presenza, di me che tremavo incapace di
spiccicar parola, invisibile ai suoi occhi e a quelli dell’amico con cui
condividevo la stanza: «E tu che non volevi uscire!» disse egli al mio sosia
che si svestiva per scivolare sotto il mio stesso piumone, sopra il mio corpo.
Mi avrebbe schiacciato: il senso di oppressione aumentava e mi stringeva la
gola. Il suo corpo era ormai dentro il mio, ne aveva preso per sempre il posto
e la forma. Provai a allungare il braccio ma...
«Signore! Signore! Biglietto, prego!» disse il
controllore del treno scuotendomi da quello strano sogno.
REPARTINO.
Dopo un
ricovero alquanto lungo nel reparto “Oftalmologia” dell’ospedale X, l’artista
fallito, affetto da un’esistenza d’insuccessi continui, si trova adesso in una
clinica per i disagi mentali; infatti nello studio della psicologa
assegnatagli, eccolo seduto a raccontare, per filo e per segno, le dinamiche
della rovina. È la prima visita e lui, in tono costernato, si lamenta così: <<Quando,
con una lettera che li definiva un’autentica schifezza, perfino il mensile
ciclostilato della parrocchia rifiutò i miei scatti, immediatamente la verità
mi apparve chiara. Chiara per intero. Per questo gridai al riflesso nello
specchio del mio salotto: <Non capisci? Ho la memoria fotografica, io, e
qualunque tipo di luce, solare o artificiale, che irradiandomi gli occhi
mi arrivasse al cervello, cancellerebbe all’istante i miei ricordi.
Ineluttabilmente. Insomma nel chiuso del mio cranio le cose andrebbero proprio
come quando uno è nella camera oscura, intento a sviluppare con gli acidi, e la
porta si spalanca d’improvviso, mandando in malora sia i negativi, sia le
immagini appena nate.>.>>.
<<E
magari il riflesso le rispose alcunché?>>, domanda la dottoressa, che,
non conoscendo ancora bene il caso, si permette un velo d’ironia nella voce.
<<Ovviamente!
Mi disse: <Sospettavo già che le vittime dell’Alzheimer fossero, in realtà,
gente come me: poveretti il cui passato si dissolve per colpa della luce e non
certo di un disturbo chimico o nervoso. Perciò l’unico modo per salvarmi è
trascorrere il resto della vita nel buio più completo. Sì, ad esempio mi
rintanerò nella mia stanza, dopo averne sbarrato ogni minima finestra e
svitato, com’è giusto, tutte le lampadine. Tutte.>.>>.
<<Lei
era d’accordo con questo piano?>>, s’informa la psicologa, col sorriso
mellifluo di chi asseconda lo scemo del villaggio.
<<No.
E anzi ne avevo colto subito il punto debole. Tanto che proruppi: “Stupido,
nulla può essere sprangato ermeticamente! Per cui durante il giorno qualche
spiffero di luce, prima o poi, si insinuerà inevitabilmente fra i listelli
delle persiane. E sai che farà? Mi colpirà le iridi a tradimento, elidendomi le
foto... i ricordi!”>>.
<<E
lei, allora, trovò una soluzione migliore?>>, sogghigna, beffarda, la
psicologa, non aspettandosi quanto sta per accadere.
<<Certo:
un eccesso di acidi!>>, esclama l’artista con fermezza. E si toglie, di
scatto, gli occhiali neri da cieco.
LUI,
LEI.
Il
vento a folate gelide ripresentò ogni cosa sotto un’altra natura. Si piacquero
di nuovo? Non esattamente; né parole avariate come quelle dette un tempo
rimescolarono i loro discorsi o le loro vite. Non fu così che andò.
Lui si
lasciò condurre da Lei e fece spallucce alle domande di rito e mentre parlava
sentiva le parole arrivare prima dei suoi pensieri, in un moto inverso che
sapeva di ubriachezza. Lei era più alta perché aveva deciso che i tacchi che un
tempo odiava l’avrebbero riposizionata nel mondo e che anche sui pavimenti di
buon livello avrebbe fatto la sua scena. Al bar Lui cercò un bagno e nel bagno
cercò qualcosa, una specie di agenda o rubrica che si portava sempre dietro e
una volta apertala, cercò il nome di Lei e lesse che si trattava della prima e
unica donna che avesse mai amato. Alla pagina accanto c’era scritto che doveva
starle lontano e a quella successiva che c’era persino riuscito a starle
lontano e addirittura per anni. Chiuse l’agenda, la ripose in tasca, si guardò
allo specchio. Riprese l’agenda, lesse la prima pagina. Sei pazzo se credi di
annotarti la vita come un promemoria.
Le
unghie di Lei battevano sul tavolino di alluminio rispettando un ritmo che era
sempre uguale: mignolo, anulare, medio, indice; mignolo, anulare, medio,
indice; mignolo, anulare, medio, indice; una percussione che annullava lo
sbattere delle tazzine, i cucchiaini, il ciarlare ondulatorio della gente
seduta ai tavoli, il quale pareva salire e scendere di tono secondo un moto in
apparenza regolare. Si muoveva per rumori ed era diventata sofisticata e abile
nel gestire le cose perché apriva di continuo la borsa senza cercare nulla,
soltanto per controllare. Lui beveva un bicchiere d’acqua dopo l’altro e si
ripeteva in mente che dopo la sbornia del giorno prima l’acqua ha sempre un
sapore diverso, insaziabile eppur completo.
Lei era
diventata credente, disse, ma a modo suo, perché detestava la Chiesa e tutto
quello che vi gravitava intorno tanto che alla morte di suo padre, dopo il
funerale, aveva dato di matto col prete di famiglia e neanche più ricordava il
perché: avevano dovuto portarla via di forza. Leggeva poesie di Pessoa adesso,
con tutto che non le era mai piaciuto ai tempi dell’università. Lui l’aveva già
superata quella fase ma ebbe la fortuna di sorprendersi e di farlo addirittura
con sincerità. Quanto a Pessoa, nello specifico, era di nuovo nel momento di
odio perché per come la vedeva lui c’erano degli autori che potevano fare da
confronto perpetuo con le esistenze di ognuno, tanto che la stessa vita di un
essere umano può essere periodizzata in base al piacere o al dispiacere nei
confronti di uno stesso scrittore, di una stessa poesia, di uno stesso brano –
ma non ebbe mai certezza di averle detto questa sua teoria del cavolo, può
darsi anzi gli fosse solo rimasta impigliata nella testa.
Nella
stanza d’albergo la cosa più chiara fu una scalpitante sensazione di mancanza
di tempo. Non fretta, ma proprio quantità poca di sostanza temporale.
Lui non
le aveva detto di sì, né tuttavia le aveva risposto di no. L’aveva semplicemente
seguita, nel vento, fuori dal bar. <<Andiamo.>> gli aveva detto
Lei, guardandolo con gli occhi grigi poco sopra la spalla. Senza nemmeno dargli
possibilità di replica s’era incamminata, lasciando sul tavolino abbastanza
denaro per il modesto conto e per la modesta mancia. Lui era troppo impegnato
nell’abbottonarsi il giaccone, nel raccogliere qualcosa che poco prima gli era
cascato e che in altre circostanze non si sarebbe adoperato con la stessa
solerzia nel ripescare da terra, tanto si trattava di una cosa miserrima e
fuori luogo.
Seduto
sul letto, nudo, le spalle contro la testiera, Lui guardava fisso davanti a sé
e avrebbe tanto desiderato ripensare ai momenti dell’università e struggersi
per quello che avevano avuto, per quello che avevano desiderato che diventasse
e per quello che non erano riusciti a tenere in grembo, tanto era delicato e
fatto di vetro e sorretto d’argilla. Ma non ci riusciva.
Lei,
voltata di lato, sotto le coperte, dal canto suo presentiva già la consueta
sensazione di insoddisfazione e noia che da anni (ma le parevano secoli)
sopraggiungeva qualche minuto dopo l’amplesso, ma per quanto ne fiutasse il
sintomo vedeva che questa non arrivava, che ritardava.
Lui
aveva passato interi pomeriggi prima di questo ad alzare gli occhi dal suo
lavoro di sportello e a immaginarla da qualche parte lontano, la sua casa, il
suo uomo, la sua vita veloce fatta di pezzi perfettamente cesellati e stretti
ciascuno come ingranaggi di fine ingegneria. L’aveva sentita sbraitare al
telefono con un cliente, in un ufficio tutto suo, ai piani alti di un edificio
talmente elevato da togliere il sole a un pezzo di città, durante lo
sbigottimento di un fattorino capitato per caso in quell’istante con alcune
buste postali in mano. Torno dopo, torno dopo. Ne aveva sentito l’odore, di
notte, e tanto era stato forte e morbido che vi era cascato dentro ed era stato
allora che aveva cominciato a sognarla e a farlo con una cadenza quasi
ossessiva, come se ogni sogno fosse tale da valere per due giorni passati insieme.
Così aveva finito per accontentarsi di svegliarsi felice e rammaricato in uno:
felice perché ancora unito a lei e rammaricato perché soltanto in sogno.
Lei non
aveva più pensato a Lui dopo il distacco, entrambi avevano abbandonato la città
universitaria così come si lascia un campo di battaglia: i confini incerti, e
fame e carestie disseminati in qualche punto del Medioevo. Non ci aveva più
pensato per anni sino a quando un giorno, davanti al computer, con gli elenchi
a scorrere nello schermo che era il suo lavoro, nel cogliere il suo nome e
cognome aveva cominciato a piangere, prima piano, pianissimo, quasi un riflesso
condizionato, poi sempre più forte, a singhiozzi, a pugni, a gemiti. La cosa
era durata qualche minuto ma era stata talmente enorme da toglierle qualsiasi
sicurezza, qualsiasi riconoscimento nei confronti di se stessa, nei riguardi
delle sue scelte e delle sue non scelte, e di tutto quanto aveva visto
partecipare al meccanismo della sua esistenza. S’era domandata perché l’aveva
lasciato, perché s’erano persi di vista e perché aveva permesso che lui la
lasciasse un’ultima volta, dopo che aveva sperato di rimettere le cose a posto
senza tuttavia metterci il giusto impegno per alimentare quella stessa
speranza. Anche Lei l’aveva sognato da allora, ma s’era subito convinta che i
sogni non erano sogni ma soltanto scene tagliate dal film della vita, estratti
inutili allo scopo.
Al bar
il bicchiere faticava a essere invitato dalle labbra, ma le mani lo stringevano
con una presa sicura, rossa come le nocche scolpite dal vento gelido che quello
stesso pomeriggio gli aveva abbassato il bavero del giaccone, ridiscutendo ogni
cosa. Il vino era buono e riscaldava i ricordi, soprattutto quelli vicini.
Trasse dalla tasca l’agenda e prese a scrivere e scrivendo immaginava la sua
stessa sagoma alle prese con una penna e con le immagini del pomeriggio
trascorso, seduto allo stesso tavolino di qualche ora prima. Si atteneva alle
cose fisiche che si sorprendeva a ricordare e catalogare, benché non gli pareva
d’aver dato alcuna attenzione a nessun oggetto in particolare. Descriveva le
mutande per terra, le calze di nylon nere di Lei ai piedi del letto, la
camicia, i calzoni sulla sedia, le scarpe col tacco altissimo ancora in piedi,
perfettamente erette e come sorreggenti un corpo immaginario, un corpo vuoto,
proprio come le sue scarpe da tennis con le strisce verdi, dall’altra parte del
letto. Aveva bisogno di oggetti e spessori e tridimensionalità impossibili da
opinare, eppure gli pareva di avere a che fare con un concetto astratto, un
dove metafisico di geometrie illogiche.
Lei era
in auto invece e pensava a sua madre, che stava andando a trovare per
trascorrere a casa con lei qualche giorno di permesso premio per aver lavorato
durante i giorni festivi. Aveva lo stereo alto e cercava in tutti i modi di
concentrarsi sulle parole dello speaker che intratteneva con qualcosa di trito
che la gente in ascolto si aspettava e che anzi chiedeva, invocava,
intervenendo da casa con telefonate allegre, come a rassicurarsi da qualcosa d’altro
che potesse escludere anziché inglobare in un flusso di doppie cifre e plurimi
zeri. Lei si sentiva a casa tra quelle cifre, nonostante quello scomodo
presentimento che talora le si insinuava dentro e che le chiedeva se in fondo
non avesse perso qualcosa, oppure molto, addirittura moltissimo dall’ultima
volta in cui aveva desiderato dell’altro che non fosse flusso, rassicuranti
puntini, tranquille migliaia. Scalò le marce, accostò l’auto, piantò i tacchi
nel terriccio oltre il guardrail e spense due sigarette una dopo l’altra,
gettando i mozziconi nella boscaglia grigia che avvolgeva la statale, di fronte
a lei. Si rimise al volante e ripartì lenta, mormorando la canzone che veniva
fuori dalla radio e provando a evitare il tradimento della sua memoria recente
che, prima dell’ultima boccata, le aveva restituito il volto esatto di Lui,
quel viso così diverso da quello che aveva vissuto anni addietro eppure in
fondo l’unico, al mondo, che potesse rassomigliarvi con onestà. Era ancora
bello, si disse, e ne fu orgogliosa come una moglie.
Sognarono
quello stesso incontro diverse altre volte, poi, ciascuno dal cieco promontorio
della propria vita immaginata erroneamente dall’altro.
Lui non
poté mai convincere il proprio sogno a rifarla secondo natura, così come l’aveva
rincontrata quel pomeriggio di vento. Così prese a inventarla sempre
differente: spesso erano universitari benché invecchiati di decenni, il più
delle volte erano nella stessa stanza d’albergo in cui avevano fatto l’amore e
c’erano tutti i vestiti per terra e il vento spirava forte ma lei non era
voltata sul fianco, ma lo guardava. I sogni erano felici all’inizio, proprio
come ai vecchi tempi, e loro qualche volta tornavano giovani ma né lui né lei
erano realmente tali, in quanto non avevano nulla di quell’ultimo incontro, né
avevano nulla di quando erano stati felici, in gioventù, per davvero. Quando se
ne accorse cominciò a parlare di incubi e quando si rese conto che quegli
incontri onirici non erano incubi ma piuttosto la realtà così come il suo
inconscio gliela sputava in faccia, allora decise che non ci sarebbe stata
alcuna possibilità di salvazione e che avrebbe dovuto scrivere da qualche parte
sulla sua agenda la parola fine e che forse, per sperare ancora in qualcosa, l’avrebbe
dovuta scrivere ovunque meno che all’ultima pagina. Ma non si sa se fece
proprio così.
Lei
risolse ogni cosa andando ancora più in fondo e prese marito (finalmente, come
ebbe a dire sua madre) ma non volle mai figli perché, pensava, sarebbero venuti
in sogno e l’avrebbero spiata mentre era con Lui, con quell’uomo che aveva
rivisto quel pomeriggio e s’era ricordata d’aver amato – e adesso sì, ci
credeva, i sogni non erano soltanto immagini. Talvolta le era ricapitato di
ritrovare il suo nome e cognome dentro lo schermo del computer, ma era stata
lesta a saltare il rigo, quasi che non avesse altra scelta. A differenza di Lui
poi, Lei lo ricordò sempre uguale, con lo stesso volto invecchiato di decenni,
così somigliante a quello che aveva vissuto ai tempi dell’università e che
aveva ritrovato quel pomeriggio, quando il vento aveva ripresentato ogni cosa
sotto altre spoglie pur senza trovare una soluzione diversa da quella della
loro reciproca dispersione nel mondo. E fu così che andò.
MALUMORE.
La mia
fenice si è svegliata di malumore. Mi ignora, mentre da un paio d’ore la
osservo sul suo trespolo che iridata dalle luci del sole si pizzica il
piumaggio fulvo. Se mi avvicino scuote prima il capo, poi gorgoglia dalla gola,
finché la mia presenza non la infastidisce a tal punto da lanciare un verso
stridente, facendo vibrare le larghe ali fiammeggianti.
Non so
perché oggi faccia così. Appena sveglio mi sono accertato che avesse mangiato.
S’è cibata, la furba, ma poco e disordinatamente per darmi l’avviso del suo
cipiglio ma senza morir di fame, ecco perché questa mattina assieme alla sua
espressione accigliata ho ritrovato ai piedi del trespolo una serie infinita di
carapaci di gemme di garofano appena svuotati.
Da
quando vive qui, credo di aver sempre adempiuto ai miei doveri. Le apro le
tende affinché possa vedere un po’ di luce del sole, poiché se la vitamina D fa
bene agli uomini e inietta serotonina nei loro corpuscoli cerebrali non vedo
perché non debba fare lo stesso con un animale, in barba al suo retaggio
mitologico e nobiliare. Che poi di gentilizio, la mia fenice non ha molto.
Forse l’ha dimenticato, ma il camino di casa non è di certo Versailles: dalle
ceneri del fuoco acceso per arrostire un paio di fettine di vitello, qualche
anno fa, notai una sferetta muoversi sotto le colline grigie di cenere. Pian
piano la fuliggine cominciò a gravitare attorno a quella massa minuta che
mutava improvvisamente di colore. Il componente lavico si stirò in una forma
oblunga e in pochi istanti Feni era nata e mi guardava nell’antro scuro del mio
caminetto, sbattendo felice le ali. Insomma, una termogenesi da
proletaria.
Continua
a guardarmi torva nonostante abbia pensato di mettere su un po’ di musica per
rallegrarla - subito furiosa: il suo grido è esploso per la casa. Fai come
vuoi, strillo nel momento esatto in cui squilla il citofono e la faccia del
proprietario di casa sbuca non appena apro la porta.
Alfredo
ha la faccia costantemente contrita in uno spasmo. Ho sempre pensato fosse una
paralisi parziale del viso, perché una metà conserva il ventaglio di
espressioni che l’altra metà non segue, anzi rigetta rimanendo in un perenne
broncio, corredato da sopracciglia irte e occhi strabuzzati. Il naso grosso e
livido gli fa scivolare gli occhiali ogni volta e lo costringe a tirarli su
troppo spesso con l’ausilio dell’indice cicciotto.
Lo fa
anche questa volta.
Cordialmente
lo invito, si accomodi, faccio. Ma scuote la testa.
Ho
sentito degli schiamazzi, tutto bene? dice. Dico di sì e lanciando un’occhiata
fugace verso l’interno della casa mi saluta con un cenno della testa,
mostrandomi andandosene il luccichio pulito della pelata.
Per
tutto il giorno Feni non ha fatto altro che svolazzarmi per la stanza,
gracchiando funesta. I miei gesti di riconciliazione, tra un tentativo di
scrittura e l’altro, sono stati vani. Non sono riuscito a corromperla né con
del carbone dolce, tanto meno con un paio di topi esangui raccattati dalla
cantina.
Ora,
che la città ha acceso le luci nell’oscurità della notte, Feni mi guarda con i
suoi grossi occhi aranciati, ardenti come tizzoni, che se possibile le donano
un’aria ancor più torva. Desisto dall’aprire le imposte e vedere se colta dall’improvvisa
ventata fresca svolazza sui cornicioni dei vicini, a defecare tra i loro panni
puliti, o a beccargli sulle finestre mentre dormono sonni tranquilli, perché
alla stanchezza si amalgama una leggera patina di rabbia che ostacola i miei
processi decisionali. Non ho fatto altro, per tutto il giorno, che stare dietro
a lei, tant’è che il mio articolo (con deadline
dopo domani) è un embrione di appena duemila battute. Mangio un panino, faccio
una doccia, fumo un paio di sigarette leggendo in modo distratto le ultime
pagine di Maini, sempre sotto il suo sguardo adirato, quindi provo a dormire.
Tuttavia,
la notte non è stata tranquilla. Ha sbattuto le ali per l’intera durata del mio
sonno, non contenta ha planato per la stanza decidendo a volte di atterrare sul
mio sedere, pizzicandomi le carni con gli artigli infuocati - e fortuna che
appena una settimana fa, ho deciso di dar loro una limata.
Mi
ritrovo al punto di partenza. Come ieri mattina, Feni è ancora sul trespolo. In
aggiunta, però, io ho due occhiaie nerastre, che mi incurvano maggiormente il
viso facendomi somigliare ad un cucchiaio svedese.
Provo a
sedermi, evitando di passare davanti al trespolo. Le sue piume rossastre oggi
hanno sfumature rubiconde più intense, ho l’impressione possa arrivare a
beccarmi le orecchie o le dita. Per un po’ Feni rimane in silenzio, benché
senta il suo sguardo alle mie spalle. Continuo l’articolo con altre mille
battute, ma non riesco ad iniziare un nuovo periodo che Feni ha di nuovo da
ridire. Gracchia, si dimena, vibra tutta sul trespolo, questa volta in modo più
veemente, tant’è che Alfredo è di nuovo alla porta dopo pochi minuti.
Gli
apro ancora in pigiama e con la faccia sfatta.
Ora l’ho
sentito chiaramente, fa. Dal naso gli pende una caccola, che scaccia
prontamente con un movimento sconnesso delle dita. Cosa succede?
Nulla,
faccio io. Si sarà confuso, insomma siamo tanti in questo condominio.
Effettivamente
mentre lo dico, da angoli profondi dell’edificio, rimbombano rumorini
indistinti. Alfredo allunga l’orecchio e con il suo silenzio sembra darmi
ragione. La sua espressione tradisce, però, un convincimento non così solido.
Non è
che hai portato degli animali, lì dentro? Cani, gatti, o che so io?
Non mi
permetterei mai.
So
mentire, qualora fosse necessario, con una certa credibilità. Alfredo sembra
confidare nelle mie parole, allora titubante se ne va e io chiudo di fretta la
porta alle sue spalle. Di là Feni durante l’incontro s’era
chetata, rientrando in camera ritorna prontamente a starnazzare. Avere in
casa un animale mitologico ha una doppia serie di problematiche.
La
prima è quella che costantemente mi ricorda Alfredo: in Via Padova 85 non si
possono avere animali nell’appartamento. La regola, mi raccontano i vicini di
casa, è stata istituita dopo vari episodi avvenuti nell’ascensore comune. La
moquette, e questo lo possono confermare i miei scatoloni del trasloco, era
continuamente zuppa di piscio. Tuttavia, a voler essere pignoli, Feni non l’ho
mica trasportata da fuori, anzi. La legna era in casa, anche la cenere del
camino e lei è venuta da lì; solo che il problema si pone nel momento in cui
volessi spiegarlo ad Alfredo. Insomma, ho nascosto l’esistenza di Feni a
chiunque, ma mettendo il caso volessi comunicarlo, quanto meno ai miei parenti
e amici più stretti, chi mi crederebbe? E, visto il carattere austero del mio
animale domestico, quanto sarei disposto a farlo conoscere a qualcuno?
Insomma,
una concatenazione di problematiche e responsabilità che porta direttamente al
punto due. Il sostentamento di una bestia mitologica.
I beni
fisiologici primari di qualsiasi essere vivente, al netto della propria
genealogia, ho sempre supposto fossero gli stessi. Ho cercato certamente
letteratura riguardante la dieta di una fenice e le informazioni raccattate
sono state sempre poche e confuse, l’esperienza diretta con la mia bestiola è
tuttora il campo di ricerca migliore. Alla fine a Feni non è mai mancato cibo
(benché questo abbia comportato sperimentazione, e ancora adesso test culinari
nei quali tendo a impreziosire i suoi piatti con nuovi gusti solitamente
metallici - va pazza per le schegge di rame), acqua e aria buona (su questo
aggettivo, visto il traffico a Nord di piazzale Loreto, un umano avrebbe da
ridire. Feni sembra non si dispiaccia però di un po’ di particolato, d’altronde
è nata in mezzo alla fuliggine). Ai bisogni primari si addizionano una serie di
capricci, che come un genitore troppo amorevole ho cercato di soddisfare nell’ultimo
anno. Negli occhi le si disegnano guizzi di allegria le notti di luna nuova,
quando il cielo è scuro, ho imparato a decifrarla, così le apro la finestra e
svolazza fuori sui tetti acuminati per un paio d’ore. Gozzoviglia sui balconi
limitrofi, poi ritorna e stanca s’addormenta. O ancora, adora la musica dei Cigarettes quando è triste e dei Men At Work quando è felice e la voglia
di muovere la testa in sincrono con i bpm è così forte che sono costretto a
bloccare qualsiasi attività per guardarla; pena: beccate sulla fronte.
Insomma,
a Feni non manca nulla. Convinzione che mi porto nel letto a fine giornata,
dopo capricci starnazzanti senza soluzioni. Mi addormento con la febbrile
patina della veglia, intessuta dalla paura che Alfredo possa ritornare a causa
dei gridolini di Feni, che s’accorga della sua esistenza non tanto come essere
mitologico, ma soprattutto come inquilino non gradito del condominio.
Lo
spessore dei miei pensieri, è tale che penso di cedere, di rompere il patto di
silenzio autoimposto per dirlo a Isabella, che ora mi guarda al tavolino del
bar poco distante dal Duomo con aria confusa, ma allo stesso tempo eccitata.
Gli occhi chiari brillano di un’iridescenza smaccata e lampi bianchi le
tagliano i bulbi marroni. E non la biasimo d’altronde, chi non avrebbe un certo
sfavillio nello sguardo a sapere che un proprio conoscente abbia un animale
mitologico in appartamento?
Da
quanto ce l’hai? fa lei. Le rispondo, da circa un anno.
Inizialmente
si sorprende Isabella che io l’abbia tenuto nascosto. Mi giustifico, poi arriva
a capire la stranezza della situazione e mi fa un sorriso largo, con le labbra
morbide che si distendono in un movimento che non riesco a decifrare, ma che
arbitrariamente decripto come un lascia passare per dirle: se vuoi, puoi
venire da me a vederla. E nel momento stesso in cui pronuncio queste parole
penso che vorrei prenderla sul tavolino del bar a cui siamo seduti se la città
fosse vuota, se si scarnificasse dalla sua popolazione e rimanessimo solo io e
Isa a spadroneggiare sul tempo e sullo spazio a nostro piacimento. Stringerla
dai fianchi, sui quali si distende la sua fenice colma d’inchiostro, con i
tratti neri che si dilatano sulla sua pelle, per poi vederla piegata sul
tavolo, con le unghie strette ai bordi di metallo, sentirle dichiarare il suo
amore tra i gemiti di piacere, è la mia fantasia proibita, ma non glielo dico.
Ritorno alla realtà nel momento esatto in cui Feni poggia le sue unghie sulla
mia spalla e divento conscio del simbolismo della sua nascita.
Non mi
aspetto comunque il suo arrivo, ma faccio lo stesso le presentazioni mentre mi
chiedo come abbia fatto a scappare da casa.
Isabella,
lei è Feni. Feni, Isabella.
La mia
fenice però ha ancora il malumore, nonostante la delicatezza con cui Isa le
porge l’indice in segno di saluto per poco non le morde il dito. Fortunatamente
ho avuto la prontezza di tirarla via con un colpo di spalla. Isabella allora mi
guarda iraconda - mi pare strano, la permalosità non le appartiene - e senza
dire una parola si allontana in direzione di Via Torino, lasciandomi da solo
con Feni alla sedia del bar. Nello stesso momento in cui la sua figura si perde
oltre le camionette dei militari a guardia della piazza, lungo la linea delle
spalle, e giù perpendicolarmente attraverso le vertebre della schiena, si
irradia un calore pungente, che riconosco ma che non sento mio. L’ho provato
tutte le volte che Isabella al lavoro parlava, ammiccante, con ragazzi più
avvenenti di me. Quella che mi sale attraverso l’apparato scheletrico, e che
ora mi irrora le guance di un pigmento scarlatto, è gelosia. Qualcosa mi
suggerisce però che non mi appartenga, ma che sia frutto di una proiezione: è
di qualcun’altro e guardandomi la spalla percepisco Feni agitata e tesa come un
dardo.
Allora
mi sveglio dal sogno nelle lenzuola calde, notando l’inturgidimento sotto i
pantaloni del pigiama.
Dall’altra
parte della camera Feni riluce appena nella penombra, riesco a scorgerla a
fatica. Vibra di gelosia. Non ho letture riguardo l’incursione delle fenici nei
sogni, ma che sia entrata in qualche modo in contatto con il mio mondo onirico
mi sembra un fatto. Vederla in quell’angolo buio ad agitarsi per il mio
delirio, mi suggerisce un’ipotesi e mi crea un moto di pena. Mi avvicino e le
dono uno dei biscottini alla curcuma e zinco, che adora. Le accarezzo piano la
testolina cremisi e la rassicuro, domani troveremo un compagno anche per te, le
dico. Allora si calma e andiamo a dormire.
Questa
mattina è effettivamente più tranquilla, almeno lei. Io lo sono meno,
inquietato dall’impossibilità di mantenere una promessa. Insomma, dove lo vado
a trovare un maschio di fenice? Sono all’oscuro delle motivazioni per cui Feni
sia arrivata da me, tanto più ignoro l’eventualità di compagni della sua specie
- errata corrige: tra i bisogni primari di un essere vivente vi è anche la
procreazione, la riproduzione, il sesso o l’amore, che dir si voglia. L’avevo
totalmente glissato nel suo caso.
La mia
ricerca si conclude presto e miseramente attorno all’imbrunire.
Per
tutta la giornata ho cercato nozioni, letture e ricerche che mi potessero
aiutare nell’intento. Vani anche i tentativi di annunci sui social, che mi
hanno costato - senza rinfacciar nulla al mio animale domestico - una pioggia
di insulti. Rimaneva una strada: cercarlo lì fuori. Presumo ancora una volta
che esistano in Feni i meccanismi base dell’essere animale, ciò significa che
questa notte uscirò con lei e i suoi feromoni provvederanno a richiamare i
maschi della sua specie, ammesso ne esistano.
Invece,
nei primi minuti di questa nostra fuga notturna Feni è attirata ancora una
volta dai balconi limitrofi. Trovo curioso il modo in cui sia affascinata dai
perizomi distesi ad asciugare, giocherella anche con le mollette come fossero
vermicelli colorati. Dalla finestra la osservo sotto la luna azzurrognola, mi
incanta vederla volteggiare da un punto all’altro della piazza, portandosi
dietro questa coda fulva, colma di fuliggine e fiamme. Nella luce biancastra è
un dardo infuocato scosso dai flutti del vento.
Ho un
moto di sconforto, non risponderà nessun maschio della sua specie, penso, ma
decido comunque di scendere in piazza per altruismo. Avvolto nel cappotto mi
lascio meravigliare dal silenzio della città dormiente, percorro le strade
lastricate di brina ghiacciata seguendo i movimenti disordinati di Feni da un
punto all’altro della piazza. Fumo tre sigarette, alla quarta, quando ormai la
mia fenice si poggia sul balcone di Alfredo, decido che è il momento di andare.
In tutta fretta risalgo e dalla finestra della camera la chiamo a gran voce.
Riesco a vederla da lì, appollaiata sul balcone ramato del mio padrone di casa.
Scosso da una certa preoccupazione ci riprovo, ma Feni sotto il cono del
lampione alza la coda, inarcandosi verso il basso e borbottando con un suono
addominale, cupo e cadenzato. Non so bene cosa stia facendo, ma quel suo
movimento ammiccante mi ricorda i riti di corteggiamento delle averle nere.
Colpito
da un lampo di lucidità, come se si fosse creata una nuova giunzione sinaptica,
salgo al quarto piano e senza accorgermene sto bussando alla porta di Alfredo.
Appare in tenuta da notte, con una felpa di pile sdrucita, ed è chiaramente
indisposto. Oltre le sue spalle percepisco un rumore familiare, un gridolino
sommesso che conosco bene. Nello stesso attimo riconosce qualcosa anche lui,
perché entrambi stiamo scattando verso l’interno, in direzione della cucina che
puzza di pesce fritto. La scena è struggente, però innervata da un docile senso
di quietanza: sotto il tavolo sbilenco un esemplare più grande di Feni, con le
piume irte e meno scarlatte, tendenti all’arancio e screziate appena da lampi
di topazio, emette vocalizzi cadenzati, puntando il becco verso il ballatoio.
Lì, bagnata dai lampi elettrici dei lampioni, lo aspetta Feni con il piumaggio
caudale percorso da vistosi fremiti, con un ventaglio piumato dalle tinte
vermiglie. Penso che la mia fenice sia bellissima, e che si meriti ciò che
cerca.
Come si
chiama, chiedo.
Artù,
risponde.
Con la
compiacenza della metà facciale paralizzata di Alfredo, attraverso la cucina e
apro la finestra.
L’animale
non mi guarda nemmeno, ringalluzzito sbatte le ali e con Feni si perdono nella
notte. Insieme si confondono e si mischiano sui tetti in scintillanti brillii e
vividi lampi crepuscolari. Ora tagliano il cielo su Via Padova, lo espongono ad
un esplosione di colori. Sono sicuro che Feni si sveglierà meglio, adesso.
Intanto noto quanto stia puzzando di seppia fritta, ma affatto scoraggiato dal
mio odore acre, decido di scrivere comunque, e finalmente, ad Isabella.
LA CASA
CHIUSA.
Ivan
gestiva un bordello nel quartiere a luci rosse. Veniva dall’Est Europa ed era
un uomo colossale, ad occhio si sarebbe detto che pesava minimo centoventi
chili. Non parlava mai, il gorilla, si esprimeva a gesti, con il capo o con le
braccia. David lo trovava ridicolo nella sua primitività, nella sua indole
animalesca; pareva che quell’uomo fosse cresciuto da solo in mezzo ai lupi, in
una foresta sperduta da qualche parte in mezzo ai Balcani. Ivan aveva cicatrici
in punti sparsi del corpo; una sul collo, spessa e lunga, un’altra sotto l’occhio
sinistro, a forma di mezzaluna, chissà quante altre ne aveva su quel corpo
mastodontico e chissà quali erano le storie dietro a quegli sfregi. Era sempre
rubicondo, ma non in una accezione positiva, trasudava alcool dalla pelle
traslucida e sudava a non finire, stretto in completi da magnaccia, pareva che
stesse sul punto di esplodere da un momento all’atro. David lo trovava
ributtante, ma alla fine non gli dava molta importanza, stava sempre zitto,
ogni tanto emetteva un grugnito, lanciava un’occhiata malevola, tutto
qua.
David
frequentava la casa chiusa da poco tempo, non era un habitué; un
tempo la coscienza lo avrebbe tormentato ogni volta che si fosse trovato a
varcare la porta del bordello: gli avrebbe fatto a brandelli l’anima. Cosa lo
aveva spinto a rivolgersi a delle professioniste dell’amore? David si poneva
questa domanda ogni volta che sentiva crescere in lui il desiderio di un paio d’ore
di dissipatezza sfrenata, di viziosi momenti selvaggi.
Era
giovane e di bell’aspetto, gli altri uomini gli invidiavano la sua prestanza
fisica, che era come magnetica, d’impatto; quando entrava in una stanza gli
occhi dei presenti cadevano automaticamente su di lui. Aveva successo con le
donne, le conquistava senza troppa fatica, queste erano come calamitate nei
suoi confronti. Nonostante ciò, negli ultimi mesi, ogni relazione gli risultava
indigesta, lo sforzo emotivo che queste richiedevano gli faceva rivoltare l’anima,
lo svuotava completamente, lo rendeva indifferente alla vita, quasi provava
repulsione risvegliandosi accanto a una donna, consapevole che sarebbe stato
costretto ad aprirsi, a mostrare empatia, a disvelare sentimenti intimi che in
realtà non provava.
Probabilmente
per questa ragione aveva iniziato a frequentare la casa chiusa.
David
si diceva che il sesso in fondo era una questione naturale, un atto fisico, un
istinto umano, non un tabù. Dove si celava il male in ciò che faceva? Dove
stava scritto che il sesso doveva essere accompagnato per forza da un
sentimento profondo come l’amore, oppure rivolto unicamente alla procreazione?
Di sicuro, nelle dottrine religiose, c’erano parole su parole che descrivevano
il peccato della lussuria, ma David non credeva più, aveva smesso di dare
ascolto al Verbo.
C’era
chi lo avrebbe descritto come un’anima persa, un dissoluto che ha l’arroganza
di cancellare ogni pentimento, ogni traccia del peccato, ma David aveva anche
smesso di preoccuparsi di ciò che la gente pensava, tuttavia, teneva segreta la
frequentazione del bordello - la paura del giudizio altrui è comunque difficile
da cancellare -, e poi gli piaceva la clandestinità, come se questa conferisse
maggior gusto al soddisfacimento dei suoi vizi.
Era
sera e David passeggiava per il quartiere a luci rosse, pieno di insegne al
neon dai colori sgargianti, l’aria era umida, aveva piovuto tutto il giorno, il
selciato era bagnato e sparse qual e là c’erano delle pozzanghere che
riverberavano la luce fosforescente delle insegne. Camminava e fumava una
sigaretta, stretto nel suo cappotto, la piccola brace della sigaretta faticava
a restare accesa tanta era l’umidità che aleggiava nell’aria. Giunse al palazzo
del bordello di Ivan, una costruzione di inizio secolo, elegante, chissà cosa c’era
lì prima, chi abitava quegli appartamenti, uffici? Case con famiglie? Si fermò
sotto l’alto ingresso e citofonò, la voce di rauca di Brice - l’addetto all’accoglienza
della clientela - chiese chi era, David si annunciò, il portone si apri con uno
scatto elettrico. Salì le scale e arrivò al portone, suonò ancora. Brice aprì e
accolse David con un sorriso mefistofelico, gli fece cenno di entrare e
accomodarsi nel regno della lussuria. Brice era un mingherlino di bassa
statura, tutto rinsecchito dentro i suoi abiti confezionati, che parevano vuoti
tanto era magro, penzolavano come quando sono appesi a una gruccia; anche lui
vestiva completi eleganti. Brice aveva uno sguardo felino che metteva sempre a
disagio David, era calvo, ma non si arrendeva: con un riporto degno di nota,
sistemava accuratamente i capelli rimasti affinché coprissero la testa pelata.
Era nato maggiordomo, così si definiva, un maggiordomo dei bassi fondi, nato per
servire. Brice il maggiordomo. Un tipo particolare. Ci sapeva fare con i
clienti, era un buon conversatore e aveva le giuste maniere e poi era discreto,
caratteristica questa imprescindibile in una casa chiusa.
Non
fosse stato per il suo sguardo subdolo e per il suo sorriso beffardo a David
quasi sarebbe risultato simpatico.
David
prese posto su una poltrona di velluto, Brice, servizievole come sempre, gli
portò un whisky sour con ghiaccio; nell’attesa, David si mise a
sorseggiare.
Brice
tornò alla reception, il telefono squillò, rispose e fu informato che la
ragazza era pronta, annuì e riattacco la cornetta.
- Da
questa parte Signor Jean - disse a David, che non usava il suo vero nome in
quel luogo.
David
si alzò e seguì il maggiordomo dei bassi fondi. Passarono per un largo
corridoio, costeggiato da molte porte; applique dalla luce viola e blu si
alternavano e conferivano al corridoio un’atmosfera sotterranea; dalle casse
poste sul fondo proveniva una musica jazz tranquilla. Si notava che era stato
Brice ad occuparsi dell’arredo, in fondo aveva gusto, faceva bene il suo
lavoro.
Brice
si fermò e fece cenno a David di entrare - Questa è appena arrivata Signor
David, fresca come un bocciolo di rosa, buon divertimento - disse, si congedò e
con passo felpato tornò all’ingresso.
David
aprì la porta e una folata di incenso e aria fresca gli pervase le narici che
obnubilò gli altri sensi. La stanza era piccola e ben curata, c’era una
finestra aperta che dava sulla strada principale, il riverbero delle luci e
delle voci della città risalivano ed entravano nella camera, disturbando l’atmosfera
di tranquillità. Non c’era nessuno. David si chiese dove fosse la ragazza. Si
accomodò sul letto a due piazze e iniziò a guardarsi intorno. La porta del
bagno era chiusa, forse la ragazza si trovava al suo interno. Il rumore del
chiavistello della porta del bagno attirò l’attenzione di David, volse lo
sguardo nella direzione del cigolio metallico della chiave nella toppa della
serratura, la porta si aprì lentamente e, con un atteggiamento noncurante,
apparve la ragazza. Questa lanciò un’occhiata indifferente a David. Portava un
accappatoio bianco e aveva i capelli un poco inumiditi. Scalza, prese a
muoversi per la stanza senza far alcun rumore, sempre con nonchalance.
- Mi
scusi se l’ho fatta aspettare signore, mi stavo preparando, ancora un minuto e
sarò da lei - disse.
Aveva
una voce calda e di tonalità bassa, un accento straniero di cui era difficile
determinare l’origine. Chiuse la finestra, si diresse verso la toilette e scrutò
il suo riflesso nello specchio, si rassettò i capelli e si voltò verso
David.
Come
una gatta, si fece avanti sul letto carponi, arrivò a un palmo dalla faccia di
David e prese a guardargli il viso. David sentì il suo respiro.
- Perché
non si spoglia signore - suggerì.
- Non
chiamarmi signore, mi chiamo Jean e vorrei che iniziassi tu - le ordinò David.
La
ragazza non protestò, si mise sulle ginocchia, il busto eretto, e con un gesto
lento fece scivolare l’accappatoio fino alla vita, lasciando i seni scoperti.
Aveva un bel corpo: la pelle color bronzo, i seni erano giovani e di una
rotondità sensuale. Era esile, sembrava una modella da rivista. David le
carezzò il collò e poi fece scivolare la mano sulla spalle e giù fino al
braccio; le prese la mano, era piccola con le unghie colorate di uno smalto
rosso; spostò la mano sul fianco della ragazza, con il dito indice percorse la
pelle e arrivò al suo ombelico, aveva un ventre piatto e tonico, risalì
tracciando un linea immaginaria fino ai seni, li sfiorò e senti il calore del
suo corpo. La ragazza ebbe un brivido, trasalì. Profumava intensamente.
- Sdraiati
- le comandò.
La
ragazza si distese sul letto, con il suo fare tranquillo. David le sfilò l’accappatoio
e lo gettò sul pavimento. La ragazza restò completamente nuda e un gioco d’ombre
e luci rendeva la sua pelle maculata come quella di un felino della giungla.
David continuò ad esplorare il suo corpo, con carezze e baci; una sensazione di
leggerezza lo avvolse e sentì ogni estremità vibrare, l’estasi del momento si
impadronì di lui e raggiunse l’agognata panacea del piacere.
David
si spogliò e, una volta nudo, si allungò sul corpo della ragazza; cominciarono
a scambiarsi effusioni, dettate unicamente dalla passione di lui, lei,
probabilmente, svolgeva semplicemente il suo lavoro e non provava alcuna
emozione. La penetrò. David trascorse la sua ora di sfrenatezza.
I
riscaldamenti della stanza era alti e al suo interno faceva molto caldo, quasi
si sudava, sebbene fuori la temperatura fosse vicina allo zero. David giaceva
rilassato accanto alla ragazza, con lo sguardo rivolto verso il soffitto.
Accese una sigaretta. La ragazza, poggiata su di un fianco verso David, lo
guardava con uno sguardo penetrante, denso di curiosità. David continuava a
fumare e notò gli occhi di lei che lo fissavano, si voltò e di rimando iniziò a
sua volta a fissarla. Lei accennò un sorriso, David fece altrettanto.
- Allora,
mio caro Jean, ti sei divertito?
- Certo.
- Non
frequenti spesso donne come me, vero? Si vede da come fai l’amore.
- Io
non parlerei d’amore signorina...come ti chiami?
- Magdalena
e uso la parola amore perché questa è la casa dell’amore Jean.
David
si chiedeva perché questa ragazza insistesse tanto sulla parola amore, voleva
controbattere, persuaderla che l’amore non è roba che si vende, che forse
proprio non esiste, ma poi si convinse dell’inutilità di qualsiasi obiezione,
aspirò l’ultima boccata di fumo e spense la sigaretta. Si alzò e iniziò a
rivestirsi.
- Tornerai,
Jean? - disse la ragazza marcando ogni singola sillaba con un tono di voce
civettuolo.
David
le diede con distacco la buonanotte e uscì. Fuori la notte era oscura e
fredda; era tardi. I marciapiedi vuoti, qualche macchina passava ogni tanto,
sfrecciando sull’asfalto bagnato. David camminava a testa bassa; stanco e
libero da ogni peso, procedeva per la città disabitata. Non c’era proprio
nessuno in giro. Deserto. Un barbone dormiva su una panchina, avvolto di
stracci, cartoni e plastica, si intravedevano solamente i piedi, che
fuoriuscivano dall’involucro di pattume vario. David provò pena. Chissà come si
era ridotto così quell’uomo. Meglio farla finita che sopravvivere in quel modo,
pensò.
Giunse
al palazzo dove aveva preso in affitto un appartamento; salì. Non cenò, sfinito
si fece una doccia e si buttò sul letto.
Si
svegliò tardi la mattina successiva. Era Domenica, non doveva andare a lavoro.
Aveva sognato Magdalena: la ragazza era sua, in tutti i sensi, gli apparteneva
fisicamente; l’aveva sognata sdraiata sul letto, come la sera del loro incontro;
nuda, lo chiamava a sé con la sua voce dall’accento esotico.
Rimase
nel letto un’altra mezz’ora, si girò e rigirò nelle lenzuola, un pensiero gli
si era fissato nella testa: doveva rivedere Magdalena.
Non
sapeva di preciso cosa fosse scattato in lui. Ricordava che l’incontro con la
ragazza era stato piacevole, come tutti gli incontri nella casa di Ivan, ma non
rammentava che fosse successo qualcosa di speciale con Magdalena, che fosse
scaturito un sentimento singolare, eppure, lentamente, si faceva largo la
necessità di incontrare di nuovo la ragazza, come se questa gli avesse fatto un
incantesimo a lento rilascio. Quella sera sarebbe tornato a trovarla.
Si alzò
dal letto e fece colazione. Aveva terminato le sigarette, decise quindi di
uscire per andare a comprarle. La sua dipendenza dalla nicotina era molto più
forte la mattina, forse, per colmare il vuoto con cui si alzava ogni giorno,
aveva bisogno di fumare parecchie sigarette. Si interrogava su questa
particolare abitudine: era capace di fumare anche quattro sigarette durante la
prima ora della giornata; beveva troppi caffè e accendeva una sigaretta ogni
quarto d’ora.
Si
vestì e scese in strada. Il sole era pallido, lontano dallo zenit, da
occidente, brillava nel cielo macchiato da spruzzi di nuvole, emettendo un
tiepida luce bianca. Soffiava un vento freddo che spazzava la strada e i
marciapiedi, qua e là si formavano mulinelli di sporcizia varia. La gente
camminava avvolta nei propri indumenti, con la testa inculcata nei baveri dei
cappotti. David is diresse verso il tabacchi più vicino, prese le sigarette
della sua marca preferita. Non voleva fumare in mezzo al marciapiedi, alla
mercé del vento e del freddo; non aveva alcun impegno, perciò decise che
sarebbe andato in un caffè. Aveva voglia di camminare e pertanto non si fermò
nel primo bar che incontrò; voleva passeggiare in un parco, nel verde della
natura; proseguì lungo la strada verso la villa di qualche nobile ormai
scomparso, il cui unico lascito era ormai il nome alla villa stessa. Lì c’era
un bel giardino pubblico e anche un caffè. Il sole lentamente si alzava in
cielo e la città si svegliava. Le strade brulicavano di vecchietti a passeggio
con i propri cani, coppie innamorate che andavano a fare colazione, famiglie
con al seguito frotte di bambini. La Domenica la città appariva diversa:
spariva la frenesia, le strade erano libere, non intasate dal traffico, la
gente camminava spensierata, con calma, senza fretta; non c’era quel via vai
incessante che si vede durante la settimana.
David
raggiunse il parco, cinto da altissime mura bianche; l’entrata era degna di una
villa nobiliare: un cancello alto più di tre metri, sorretto da altissime
colonne di marmo. Entrò. Il giardino era all’inglese, spontaneo, non sfarzoso;
piccole collinette si succedevano morbidamente una dietro l’altra, di un verde
acceso, punteggiate da piccoli fiori dei più svariati colori, c’era un laghetto
artificiale, circondato da un boschetto folto di canne di bambù, viali di
ghiaia bianca si dipanavano nel giardino come rivoli, che faceva scricchiolare
ogni passo. La villa nobiliare svettava al centro del parco: imponente e
bianca, stile neoclassico, in armonia con tutto il resto che la circondava. In
un angolo del parco c’era il caffè, in un locale che in passato probabilmente
era stato una rimessa agricola, nascosto dalla chioma scura di alte querce
secolari. David sedette. Il vento si era placato e il sole scaldava dolcemente.
Non aveva fame, ordinò solamente un cappuccino. Lo bevve e rimase seduto a
fumare e a osservare. L’aria odorosa e fresca del parco aveva un effetto
rigenerante, gli infondeva energie nuove. Si calò in uno stato di calma piatta.
La vita
scorreva davanti a suoi occhi, la gente era presa dalla vita stessa, si
cimentava in attività variegate: c’era chi faceva yoga, chi jogging, chi
giocava con i propri pargoletti; altri chiacchieravano seduti sulle panchine,
alcuni, ai tavolini del caffè vicino a David leggevano assorti il giornale; c’era
chi camminava a braccetto, chi girava in bicicletta. Tutti presi dal fluire
della vita. David non riusciva a lasciarsi andare a quel modo. Era bloccato. Da
tempo giravano nella sua testa interrogativi piuttosto contorti: la vita era
una ripetizione insignificante? Un inganno? Correre in avanti, senza alcuna
possibilità di fermarsi dove si vuole? Osservava quelle persone e vedeva
individui intenti ad occupare il tempo, a dare un significato alla propria
esistenza. David si sentiva estraneo a tutto questo, non riusciva a vivere come
gli altri. Se ne faceva un cruccio, desiderava ardentemente la normalità della
gente comune. Ma c’era qualcosa in lui di incrinato, di irrimediabilmente
rovinato, che aveva gettato una nuova luce sul modo in cui guardava il mondo e
non gli dava la possibilità di tornare indietro. Si sentiva un estraneo.
Una
colomba piombò dall’alto vicino al suo tavolino, alla ricerca di qualche
briciola di brioche, non appena si accorse della presenza di David, spaventata,
volò via in tutta fretta, si alzò gradualmente verso il cielo e si poggiò sulla
grondaia del tetto del caffè. David pensò che se fosse stato un uccello si
sarebbe librato in alto nel cielo, non si sarebbe limitato a poggiarsi su di
una grondaia o un ramo; avrebbe osservato tutto dall’alto. Intoccabile.
Il
parco era ormai gremito, il sole aveva raggiunto lo zenit; David si rese conto
di aver passato un paio d’ore seduto al caffè a osservare gli avventori e la
gente nel giardino. Pagò il conto e se ne andò.
Le
campane suonavano in tutta la città, scandivano lo scatto dell’ora e l’inizio della
messa. Nelle alte torri, le pesanti calotte di bronzo dondolavano e
facevano sbattere i batacchi all’interno delle loro spesse pareti, il suono
rimbombava tre i palazzi e in mezzo alle strade, si alzava in cielo e pareva
che calasse il silenzio più totale, come se ci fosse spazio solamente per le
loro vibrazioni acustiche.
David
giunse a casa. Si versò un bicchiere di amaro e sprofondò nel divano del
salotto. Annoiato, si dilettò in uno dei suoi passatempi preferiti, lo chiamava
“i ricordi di Proust”: il gioco consisteva nel ripercorrere un evento del
passato, senza l’aiuto delle madeleine del famoso scrittore. Era uno svago a
cui si abbandonava spesso, aveva questa malsana abitudine di rivivere ancora e
ancora il passato, malsana perché tale vezzo permetteva ai sentimenti sepolti
dal tempo di affiorare come fiumi in piena nel presente e David, al termine di
questo gioco, a volte si ritrovava nella completa malinconia, altre volte si
calava in uno stato di estasi eccessiva. Cominciò a correre indietro nel tempo
con i pensieri, passo alla disamina vari eventi, cercando quello adatto da
rivivere, da analizzare.
Scelse
l’ultimo incontro con Gérald, lo psicologo: David aveva iniziato la terapia a
seguito di uno sconveniente sul posto di lavoro, un litigio piuttosto acceso
con un collega. David non andava d’accordo con gli altri collaboratori, le
discussioni erano frequenti, ma era bravo in ciò che faceva e, soprattutto,
stava simpatico al capo, che era un’anima pia, e, per consentire a David di
tenere il lavoro, gli aveva chiesto - quasi imposto, ma a fin di bene - di
cominciare a frequentare uno psicologo, di modo che riuscisse a risolvere i
dissapori con le persone. Così David aveva preso a vedersi regolarmente con
Gérald lo psicologo. L’ultimo incontro era stato rivelatore. Gérald, esausto
dall’ostruzionismo del suo paziente si sentiva frustrato, non riusciva ad
ottenere alcun risultato e aveva la sensazione (quasi un certo convincimento)
di non piacere affatto a David, allora, il giorno dell’ultimo incontro, aveva
rovesciato addosso a David la verità - o almeno ciò che realmente pensava di
lui -, gli aveva detto che era un persona arrogante, vittima del suo enorme Io,
un uomo egoista tendente a soggiogare gli altri, che scambia un carattere
dominate per una qualità anziché per una tara. Concluse la filippica asserendo
che non sarebbe mai andato d’amore e d’accordo con nessuno per la sua tendenza
a possedere le persone e che forse era meglio accettare i fatti per come erano
e vivere di conseguenza. Le accuse frustrate dello psicologo non toccarono la
sensibilità di David, non si offese, però le prese in seria considerazione, in
quel momento ebbe come una illuminazione: perché continuare a combattere contro
gli altri? Perché cercare di cambiarsi, annichilendo se stessi? Gli era
piaciuta la frase “accettare i fatti per come erano e vivere di conseguenza”, l’attuò
a menadito: lasciò il posto di lavoro e si mise in proprio ( gli affari
andarono bene) e smise di contorcersi l’anima con le persone, da quel giorno in
poi si comportò nella maniera più libera in assoluto.
Ricordando
questo episodio si convinse ancora di più della scelta che aveva preso di
cambiare radicalmente la propria vita. Così, immerso nei pensieri, gli balenò
un’idea che al principio ritenne piuttosto assurda e irrealizzabile: l’idea era
fare di Magdalena una sua proprietà, comprarla da Ivan, averla sempre a
disposizione, in casa. Rifletté per qualche momento: perché non vivere ancora
più libero? Perché frenarsi e limitare i propri desideri? Bramava di possedere
una donna come un oggetto - in fondo, questa era la vera motivazione che lo
aveva portato a frequentare la casa chiusa -, perché non fare un passo
ulteriore? Sovvenne in lui la voce della coscienza: privare una persona della
libertà? Renderla schiava? A tal punto lo aveva portato la dissolutezza, l’egoismo?
Vacillò. Forse non aveva la forza necessaria per spingersi a tanto. L’ultimo
avamposto di umanità gli poneva questi dubbi. Eppure desiderava ardentemente
realizzare quell’idea. Ciò conferiva maggior piacere nel covare il desiderio:
sapere di anelare qualcosa di profondamente sbagliato. Conferiva alla cupidigia
stessa un sapore completamente diverso, il suo corpo fu pervaso da un brivido e
da una forza irrefrenabile di raggiungere lo scopo che non nessun problema
morale poteva fermare. Mise a tacere la propria coscienza, decise di farsi
trascinare dalla propria volontà; quella sera avrebbe trattato con Ivan.
Il buio
era calato silenzioso. David si era addormentato sul divano, aprì gli occhi
assonnati, sentiva la testa pesante e il corpo intorpidito. Per riprendersi
decise di fare una doccia. L’acqua calda lo rinvigorì, gli massaggiò dolcemente
il corpo e lo liberò da tutte le impurità; respirò la leggerezza del vapore
acqueo e schiarì i pensieri; uscì dal bagno e si preparò per uscire.
Indossò
vestiti appena stirati, freschi e puliti, gli calzavano perfettamente a dosso e
gli conferivano energie rinnovate. Faceva freddo, la temperatura era vicina
allo zero, soffiava un tramontana sibillina, perciò David decise che avrebbe
preso un taxi per raggiungere la casa chiusa; ne chiamò uno e rimase ad
attendere sotto il palazzo.
Le luci
dei lampioni baluginavano nella strada deserta e la città era taciturna, il
freddo aveva costretto tutti in casa in quella sera di una domenica invernale.
Passò un quarto d’ora prima che arrivasse il taxi, si fermò davanti al palazzo;
David salì e diede l’indirizzo al tassista.
La
macchina procedeva sull’asfalto e attraversa strade che David conosceva bene, i
negozi erano chiusi e i palazzi sembrava fossero disabitati con tutte le
inferiate chiuse e nessuna luce accesa. David osservava dal finestrino la
sfocata realtà urbana.
Il taxi
si fermò al civico indicato, David pagò la corsa e scese. Una folata di aria
fredda lo colpì in pieno volto, chinò il capo per proteggersi dal freddo e
serrò le palpebre degli occhi, secchi, che il vento faceva bruciare. Con passi
veloci e ampi raggiunse il portone della casa chiusa, citofonò; Brice come
consuetudine chiese chi fosse e poi aprì. David salì le scale ed entrò. Il
torpore che regnava all’interno era confortevole, il corpo di David iniziò ad
acclimatarsi e il calore pervase ogni fibra del suo corpo, tolse la sciarpa e
il cappotto e mentre li porgeva all’affabile Brice disse - Devo parlare con
Ivan.
Brice
fece una smorfia di stupore, David non aveva mai chiesto un colloquio con Ivan,
gli venne il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto.
- Qualche
problema Signor Jean?
- No,
nessun problema. Voglio parlarci di una questione personale.
- Capisco,
vado a vedere se è disponibile, aspetti qui.
Brice
poggiò il cappotto e la sciarpa nel guardaroba e con passi felpati si diresse
verso l’ufficio di Ivan.
Fece
ritorno poco dopo e con un gesto del braccio invitò David a seguirlo. Lo
condusse all’ingresso dell’ufficio e si accomiatò con il suo fare da
maggiordomo.
David
entrò nella stanza. Ivan sedeva dietro la scrivania, seduto a proprio agio
sulla sedia, fumava e beveva un cognac. Scrutò David dalla testa ai piedi e poi
lo esortò a sedersi.
- Brice
mi ha detto che hai qualcosa da chiedermi - disse con un forte accento dell’Est
Europa.
- Sì,
voglio trattare.
- Trattare?
E su cosa? Il prezzo delle ragazze? Questo è un posto serio non facciamo mica
sconti.
- Non è
per i prezzi.
- E
allora di che vuoi trattare?
- Voglio
Magdalena.
- Magdalena?
La puoi avere quando vuoi, è nella sua stanza, ci puoi andare anche adesso.
- No,
intendo la voglio comprare.
Ivan
guardò David con una espressione di sorpresa, forse era la prima volta che un
cliente gli faceva una richiesta del genere.
- Parli
sul serio? - gli chiese.
- Serissimo,
dimmi un prezzo.
Ivan
distolse lo sguardo dal suo interlocutore e iniziò a fissare il soffitto con
aria pensierosa. Aspirò una boccata di fumo e bevve un sorso dal bicchiere.
- Non
faccio questo tipo di trattative - disse.
- E
perché no? Mi vuoi dire che Magdalena è venuta qui a chiederti un lavoro, lo so
come funziona il tuo giro, dimmi una cifra.
- Magdalena
è giovane e piace ai clienti, non so se posso lasciartela. Perché la vuoi tutta
per te? Puoi venire qui quando vuoi, lo sai che sei il benvenuto.
- Te l’ho
detto: la voglio comprare. Va bene qualsiasi prezzo.
Il
magnaccia rimase in silenzio, indagava su quello strano cliente e sulle sue
intenzioni. Era un uomo dalla dubbia moralità, questo era certo, in quel
momento stava valutando la convenienza dell’offerta che gli era stata fatta,
non era assolutamente turbato da qualche remora sul futuro di Magdalena, lui le
donne le aveva sempre considerate come merce, e, si diceva tra sé e sé, quando
vendi qualcosa devi sempre valutare i pro e i contro. In fondo, una come
Magdalena, poteva rimpiazzarla facilmente.
- Tu
vuoi la ragazza
- Esatto.
- Va
bene, si può fare, per la ragazza diecimila euro, contanti, subito.
- Domani
ti porto i soldi.
David
si alzò e uscì dalla stanza. Prese il cappotto e tornò a casa; si stese sul
letto e dormì profondamente.
La
mattina seguente, prima di recarsi a lavoro, passò in banca per ritirare. Ebbe
qualche complicazione perché era una somma di denaro consistente; il direttore
della banca fece problemi, disse che c’era bisogno di tempo e di permessi, in
ossequio alle nuove regole, David, che non poteva aspettare, con la sua
consueta arroganza, minacciò il direttore che in caso contrario avrebbe chiuso
il conto e prelevato comunque tutti i soldi depositati in esso, il direttore si
arrese e acconsentì alle richieste del proprio cliente.
Arrivò
nel suo studio e per tutta la giornata sbrigò delle pratiche, distrattamente, i
suoi pensiero erano diretti a quella sera, quando avrebbe concluso la
trattativa, cosa sarebbe successo da lì in poi? Soprattutto si domandava in
cosa si stava cacciando: possedere una persona, a che punto era arrivato? La
sua coscienza era in allarme e cercava disperatamente di farlo rinsavire,
tentava strenuamente di fargli aprire gli occhi per vedere il gigantesco errore
che stava commettendo. David ammutolì la voce del proprio discernimento
interiore e cominciò a fare piani per quella sera: avrebbe messo Magdalena
nella stanza per gli ospiti, aveva già chiamato una ditta di ristrutturazioni
per mettere delle inferriate fisse alla finestra della stanza e per far
cambiare la porta con una più resistente. L’avrebbe rinchiusa lì dentro. Non
sarebbe potuta scappare. Aveva organizzato tutto.
Lasciò
l’ufficio e si diresse a piedi verso la casa chiusa. Brice lo accolse e lo
condusse direttamente da Ivan, stava parlando al telefono in Boemo o in chissà
quale lingua dei Balcani, con un cenno sbrigativo della mano fece entrare
David. Terminò la conversazione e riagganciò il telefono
- Hai i
soldi?
- Eccoli
- rispose David e mise sulla scrivania un borsello con dentro il denaro.
Ivan lo
afferrò e si mise a contare le banconote.
- Ci
sono tutti - disse David.
- Meglio
contare, se non ti dispiace.
Continuò
il conteggio e ammonticchiò i soldi in più pile, una volta terminato, prese la
cornetta del telefono fisso e intimò a Brice di venire con Magdalena.
- Te lo
dico, la ragazza ha fatto un po’ di storie, mica gli è andato giù questo
cambiamento, comunque te la vedrai tu con lei d’ora in poi, non è un mio
problema.
Brice
entrò con Magdalena. La ragazza aveva il volto sconvolto, gli occhi gonfi e
umidi, stringeva con tutte e due le mani una borsa davanti alle gambe; stava
immobile e fissava David con occhi tristi in cui si poteva notare rancore e
repulsione.
- Tu
adesso vai con lui e farai tutto ciò che devi - disse Ivan a Magdalena con tono
brusco.
La
ragazza annuì.
Poi,
rivolgendosi a David, disse - Marcel vi accompagnerà, per evitare che la ragazza
scappi.
- Bene,
qui abbiamo finito allora - disse David che si alzò e prese la ragazza sotto un
braccio.
Uscirono
dall’ufficio di Ivan, David trascinava Magdalena che involontariamente opponeva
una leggera resistenza fisica. Scesero in strada.
- Non
devi preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai starai bene da me - le disse David
con voce rassicurante.
Magdalena
non rispose, prese a singhiozzare e dei rivoli di lacrime le attraversarono le
guance. David si calò in uno stato di fredda indifferenza e non diede alcuna
importanza alla reazione della ragazza, fece finta di nulla.
Marcel
li portò con la macchina alla destinazione. Magdalena sentiva le proprie forze
venir meno: per salire ogni gradino della scala che la stava conducendo nella
sua prigione doveva fare ricorso a tutte le sue energie, come se stesse
scalando una montagna. Dentro di sé sperava che fosse tutto un equivoco,
oppure, che qualcuno mandato dal cielo accorresse a salvarla, che eliminasse il
suo aguzzino e la togliesse da quella situazione terrificante. Ma i suoi
desideri non furono esauditi; David la fece entrare nel proprio appartamento e
ogni speranza la abbandonò. Magdalena fu condotta nella stanza a lei
riservata, era ben arredata e spaziosa ma ciò non fu di nessun aiuto, una
prigione d’oro è pur sempre una prigione. Notò immediatamente le grate in ferro
e il portone pesante, quella stanza era ermeticamente inviolabile. Cosa ne
sarebbe stato di lei? Perché il destino l’aveva condannata in quel modo
diabolico?
- Questa
è la tua stanza, non ti mancherà nulla. Inizialmente ti chiuderò a chiave qui
dentro, per darti il tempo di abituarti e per evitare che tu faccia
sciocchezze. Io sarò a lavoro tutto il giorno e ci vedremo la sera. Buonanotte.
Così
David lasciò Magdalena nella stanza, ormai la hybris si era
totalmente impadronita di lui, si librava in alto, sospinto dalla tracotanza e
dalla superbia: aveva realizzato il suo desiderio nascosto, possedere una
donna, completamente.
Magdalena
rimase in piedi immobile, paralizzata, si ripeteva ossessivamente se tutto
quello che gli stava accadendo era vero, malediva il destino e Dio. Vagò per la
stanza avanti e indietro, cercò di forzare la porta, la finestra, batté i pugni
sul muro e gridò spergiuri al suo carceriere, non ottenne alcunché.
Passò
un mese. Magdalena sopravviveva. Qualsiasi traccia di umanità in David era
stata spazzata via dall’indifferenza, egli trattava la ragazza come un oggetto,
come una schiava. Magdalena aveva tentato la fuga i primi giorni, ma invano.
Aveva provato a mettersi in contatto con qualcuno che viveva nel palazzo
gridando a squarcia gola, ma inutilmente, con tutta probabilità la stanza e i
vetri della finestra erano insonorizzati. La sera era il momento che più temeva
e detestava: David tornava e la costringeva a cenare con lui. Poi, la portava
nella stanza per dare sfogo alle sue dissolutezze.
Sebbene
la sua professione da sempre era quella di vendere il suo corpo, non era mai
stata costretta in quel modo; i clienti la trattavano con rispetto e pagavano i
suoi servizi, e, nonostante odiasse il suo lavoro, aveva una certa libertà,
riusciva a essere trattata come un essere umano. Aveva accettato da tempo
quello stile di vita e vi si era abituata.
Era
notte fonda, Magdalena, distesa sul letto, riviveva il suo passato: era un
immigrata cresciuta nella periferia della città, non aveva mai conosciuto il
padre e aveva perso la madre quando era solamente una bambina, morta di
overdose. Ricordava la sua infanzia come un periodo confuso, avvolto da una
coltre spessa di nebbia, era solo una bambina e aveva visto troppe cose, la
maggior parte le aveva rimosse. Abbandonata ad una esistenza di privazioni,
aveva visto la madre morire con una siringa infilata nella vena del braccio.
Aveva un’immagine vivida di quel momento, non era mai riuscita a cancellarla,
spesso, tornava anche nei suoi sogni: la madre seduta sul pavimento, appoggiata
al bordo del letto, bianca, pallidissima, portava una vestaglia estiva
sgualcita, immobile, con il capo che pendeva da un lato, gli occhi semichiusi,
esalò l’ultimo respiro davanti a Magdalena; si spense lentamente come in un
sonno profondo. Magdalena ricordava di aver chiamato aiuto e dopo la memoria si
confondeva. Lasciò l’appartamento dove viveva e fu trasferita in un
orfanotrofio, dormiva in uno stanza ampia con i soffitti alti, insieme ad altre
bambine sfortunate. Ricordava che in quel periodo si sentiva sola, dimenticata,
non faceva parte del mondo che la circondava, si considerava un fantasma. Fu
presa da alcune famiglie, ma non riuscì mai a mettere radici. Passò così una
adolescenza errante, in case diverse, in città diverse. La sensazione che
provava da bambina non la abbandonò mai, la realtà circostante non aveva spazio
per lei, la normalità le era negata, sentiva di essere destinata ad una vita
diversa, suo malgrado. Arrivò l’età adulta e, d’un tratto, si trovò di fronte
alla cruda realtà del mondo, alla sua legge impietosa, dove vivere diventa
sopravvivere, dove si celano trappole e inganni e le strade da prendere sono
molteplici, molte delle quali portano in luoghi nefasti da cui è difficile fare
ritorno. Non si rimproverava nulla di ciò che aveva fatto: era stata gettata
nel mondo come un oggetto senza valore, lasciata alle intemperie della
malignità umana, nessuno le aveva insegnato a vivere, nessuno le aveva mostrato
un’alternativa. Conobbe le droghe e la nefandezza, la sua vita cambiò. Il suo
centro di gravità erano le sostanze velenose che le permettevano di trovare
attimi di pace, a carissimo prezzo. Iniziò così la vita, vendette il suo corpo,
gettò nell’immondizia la propria dignità. La necessità glielo impose. Si
abituò.
All’improvviso
la porta della stanza si aprì, David entrò silenzioso. Magdalena chiuse gli
occhi e finse di dormire. L’aguzzino le si avvicinò e sedette sul letto, prese
a carezzare la testa di Magdalena. Sussurrava parole incomprensibili. Si chinò
verso Magdalena, afferrò delicatamente una ciocca di capelli e la odorò. Esalò
un sospiro di soddisfazione e poi, sempre con cautela, uscì dalla stanza.
Magdalena aveva i brividi, la pelle d’oca, era riuscita con grandissimo sforzo
a controllarsi, a fermare i tremori del proprio corpo. Doveva assolutamente
fuggire da lì. Ma come? Aveva provato in tutti i modi non ottenendo nulla. C’era
solo un’unica via d’uscita: ammazzarlo.
Il sole
sorse timido, raggi di luce bianca illuminavano la stanza e proiettavano l’ombra
della grata sul pavimento, suddividendolo in tanti piccoli rettangoli.
Magdalena aprì gli occhi, si era addormentata per sfinimento, sentiva la testa
pesante, cercò di schiarirsi i pensieri, doveva pensare a come attuare il suo
piano.
Dall’altro
lato della stanza, nell’appartamento, si sentivano dei rumori; David si era
svegliato. Le portò la colazione e uscì di casa. Magdalena non aveva fame e
lasciò sul vassoio il cibo a raffreddare. Come liberarsi? Il suo aguzzino si
era premurato di rimuovere qualsiasi oggetto contundente o affilato, le serviva
i pasti con posate di plastica. Magdalena non poteva usare nulla come arma.
Stette sdraiata sul letto per un paio d’ore a valutare mille possibilità.
Arrivò all’unica conclusione possibile: doveva conquistare la fiducia di David.
Trascorse
così un mese e un altro mese ancora. Magdalena stava riuscendo nel suo piano:
si era mostrata ogni giorno più indulgente - quel tanto che bastava per non
destare sospetti - come se avesse accettato la sua situazione; era
accondiscendente su ogni richiesta - anche se ogni gesto nei confronti del suo
aguzzino le costava non poca fatica, ma era abituata a mandare giù bocconi
amari, lo aveva fatto per tutta la vita - ; così, pazientemente, conquistava la
confidenza di David; ogni giorno tesseva minuziosamente il telaio della sua
redenzione, in attesa dell’occasione giusta. Non c’era spazio per il
fallimento, doveva a tutti i costi liberarsi. Aveva fatto un giuramento: se
fosse riuscita a fuggire sarebbe cambiata, avrebbe dato una svolta alla sua
vita, non più in balia delle intemperie, padrona di sé, non si sarebbe lasciata
trascinare dalla corrente della vita lungo vie impervie. Attendeva e sperava.
David
non si era mai sentito più soddisfatto in vita sua, aveva realizzato quella che
era un suo intimo, inconscio desiderio: possedere una persona. All’inizio non
era stato semplice, ma ciò non impediva a David di compiacersi. I primi giorni
Magdalena si era comportata come un fiera selvatica, lo respingeva con tutta la
forza che aveva a disposizione: scalciava, mordeva, graffiava. David però si
fece ingegnoso - la situazione lo richiedeva -, la preparazione della stanza
con tutte le dovute accortezze lo aveva spinto ad affinare il suo maligno
acume. Così la prima settimana aveva drogato le pietanze di Magdalena.
Procurarsi i farmaci era stato complicato - la situazione, però, lo imponeva -,
aveva dovuto corrompere un farmacista a peso d’oro affinché gli passasse le
droghe sottobanco. Dopo qualche giorno di somministrazione Magdalena si era
ammansita, di contro, però, la ragazza era diventata inanimata come un oggetto,
catatonica. David non aveva acquistato una donna per farne un manichino da
vetrina. Aveva dunque smesso di affibbiarle oppiacei, era passato a strategie
psicologiche. Sperava di ottenere quella che comunemente viene chiamata “Sindrome
di Stoccolma”, indurre il proprio ostaggio a provare desiderio di intimità.
Aveva così iniziato a compiere piccoli atti di premura nei confronti di
Magdalena: le comprava regali, a volte la faceva uscire dalla stanza e la
faceva girare per casa - sempre sotto il suo sguardo vigile - aveva intrapreso
la via del dialogo, con parole persuasive aveva cercato di far capire alla
ragazza che la sua situazione non era poi così male, non le sarebbe mancato più
nulla, lui si sarebbe preso cura di lei, doveva semplicemente sottostare a
delle regole, non così ferree in fin dei conti - secondo il suo punto di vista
distorto - ; una volta l’aveva portata anche al cinema - prima aveva dovuto
avvertirla che ogni tentativo di fuga sarebbe stato vano, che l’avrebbe
ritrovata con l’aiuto di Ivan - la serata era stata un successo Magdalena aveva
riso tutta la sera per il film e poi, la notte, si era concessa con passione,
tutto stava funzionando - almeno era quello che credeva.
David
trotterellava spensieratamente verso casa, a lavoro era filato tutto liscio e a
casa l’aspettava il suo oggetto del desiderio. Come abbiamo detto, David non
era mai stato più beato in vita sua. Camminava con il sorriso e i lineamenti
del suo viso erano distesi e calmi. Il crepuscolo azzurrino annunciava la sera,
le strade si svuotavano e soffiava una fresca aria primaverile. Si fermò ad un
chiosco di fiori, scelse delle rose e le fece confezionare ad arte. Il profumo
dei boccioli era brioso ed intenso, aumentò il suo buon umore.
Bussò
alla porta della stanza di Magdalena, anche se non era necessario - un atto di
cortesia -, non ricevette risposta, girò la chiave nella toppa della serratura
ed entrò lo stesso. La ragazza era poggiata alla balaustra della finestra, non
appena senti la porta aprirsi si voltò, a David sembrò di vedere nei suoi occhi
tranquillità, Magdalena vide i fiori e fece finta di sorridere, nel modo più
spontaneo possibile, David ripose i fiori in un vaso, dietro la grata della
finestra. La prese tra le braccia e la baciò. Magdalena si lasciò stringere,
senza alcuna resistenza, ricambiò con carezze e smancerie.
Fecero
l’amore per tutta la sera. A notte ormai fonda, David crollò nel letto insieme
a Magdalena. Questa era l’occasione che stava aspettando. Rimase nel letto,
immobile, cercando di respirare lentamente, finse di dormire. Passarono così
delle ore, attese che David fosse in un sonno profondo. Il silenzio regnava
nella casa. Nel buio, Magdalena iniziò a muoversi impercettibilmente, scansò
poco alla volta le lenzuola che la coprivano, si alzò aiutandosi con le
braccia, ad ogni movimento si fermava per controllare se David dormisse ancora,
riprendeva poi le sua lente manovre. Si avvicinò al bordo del letto. Cominciò a
sentire scariche di adrenalina che le attraversavano tutto il corpo, il cuore
prese a battere veementemente, cercò di contenersi. Scese dal letto. Si
acquattò al pavimento e prese a serpeggiare sul pavimento verso i vestiti di
David, buttati a terra, frugò nelle tasche, con flemma, alla ricerca delle
chiavi della stanza. Non si trovavano nei pantaloni. Il buio avvolgeva la
stanza e Magdalena procedeva quasi alla cieca. A tastoni individuò il cappotto,
ispezionò anche le tasche di questo. Finalmente le sue dita sentirono il freddo
del metallo delle chiavi, le estrasse delicatamente, attenta a non fare il
minimo rumore. Strinse in mano il piccolo mazzo di chiavi, ce n’erano diverse,
qual era quella che avrebbe aperto la porta? Prese a sudare freddo, era
impreparata dinanzi a quell’imprevisto. Sempre rasente il pavimento, arrivò
alla porta. Si mise in ginocchio e distese il braccio verso la serrature della
porta. Provò una chiave, non entrava. Ne provò un’altra, si inserì nel
chiavistello, tentò di girarla ma non si mosse, era sbagliata anche questa.
Rimanevano ancora alcune chiavi. All’improvviso David si mosse nel letto.
Magdalena trasalì. Si era solo mosso nel sonno. Tirò un sospiro di sollievo.
Scelse a caso un altra chiave, non riusciva a controllare l’agitazione. La
porta questa volta si aprì, la libertà era ad un passo. Uscì dalla stanza,
attraversò il breve corridoio che portava alla cucina. Quelle poche volte che
David le aveva consentito di stare nella restante parte dell’appartamento aveva
cercato di memorizzare ogni centimetro della casa, la collocazione di ogni
mobile e di ogni oggetto. Si diresse in cucina. Arrivata al bancone dove si
trovava un set di coltelli sentì una presenza alle sue spalle, David si era
svegliato. La fissò negli occhi per un istante e poi le saltò addosso.
Iniziarono una colluttazione, caddero a terra. David si ritrovò sopra
Magdalena, che si divincolava con tutte le forze di cui disponeva, gli graffiò
il viso, scalciò, David tentò di afferrarla per il collo. Magdalena vedeva
solamente una figura ombrosa sopra di lei, sentiva il peso di quel corpo
ostile, per un attimo si senti impotente, persa, il pensiero che tutto stesse
per finire nel peggiore dei modi le attraversò la mente. Continuava a cercare
di liberarsi dalla presa, intanto, le mani di David avevano raggiunto il suo
collo, questi serrò la presa e Magdalena sentì improvvisamente venire meno il
respiro, la vista le se annebbiò, tutto divenne ancora più scuro, ogni senso si
spense, esalò l’ultimo respiro.
POLLO
CON PATATE.
Era un
afoso pomeriggio di luglio, i cofani delle macchine erano roventi che potevi
cuocerci un uovo e c’era Scirocco, come i grandi chiamavano il vento di quando
c’era quel caldo tremendo. Gironzolavo per il quartiere deserto, armato di una
scatolina di fiammiferi che avevo rubato a mio padre. Odiavo i pomeriggi d’estate,
perché tutti nel quartiere se ne stavano dentro casa all’ombra a riposare,
mentre io avevo una gran voglia di fare. Mamma e papà pensavano che me ne stavo
nella mia cameretta. In realtà, sgattaiolavo fuori di casa e passeggiavo per il
rione alla ricerca di qualche avventura. Facevo finta di essere l’ultimo
bambino del mondo e accendevo un fuocherello tra la sterpaia o bruciavo le
erbacce secche che bucavano di giallo i marciapiedi. Quel giorno, proprio sulla
traversa principale, mi accorsi di un mucchio di piantine mezze secche che il
fioraio aveva ammonticchiato dietro la palizzata della sua casupola. Non ho
saputo resistere e ci ho lanciato dentro un paio di quei fiammiferi. Il fuoco
si fece più alto e più grosso di me e una colonna di fumo bianco come quello
degli indiani salì verso il cielo. Scappai e sparii attraverso i tetti di
quelle palazzine comunicanti che costruivano il mio quartiere. Intanto, il
fuoco si era mangiato quella palizzata e una parte di piante verdi pacifiche,
ma che ora sembravano delle foglie di un incubo, nere e a punta come la lingua
di quella biscia che era stata schiacciata da una macchina. Arrivarono i
pompieri, con i loro elmi da cavaliere e il carro rosso, suonando una campana d’ottone.
Ci misero un bel po’ a spegnere quel fuoco. Per me, che osservavo quel via vai
nascosto sul tetto difronte, fu un fuoco divertente che faceva l’odore di
quando a pasquetta si fa la carne alla griglia, mi venne fame e tetti tetti
tornai verso quello di casa mia.
Mamma e
papà in cima alla nostra palazzina allevavano delle galline e c’era un piccolo
pollaio che ci dava sempre uova fresche. Odiavo quando mio padre mi obbligava a
salire per dare il granturco alle galline o a prendere le uova. Sono stupide le
galline e non si fanno prendere per giocare e poi c’era il grande gallo che mi
faceva paura, era alto quasi come me e per questo faceva il prepotente. Quel
pomeriggio, mi affacciai sulla rete e mi ci appesi con le dita per farle
spaventare. Svolazzarono tutte meno una. Allora entrai nel pollaio e mi misi a
battere le mani per farla alzare e così fu, vidi un uovo, ma subito il grande gallo
mi corse incontro, io schizzai fuori e chiusi la porticina del pollaio. Ma non
gliela diedi vinta e restai fermo a fissarlo mentre strillava in mezzo a quella
bufera di piume bianche. Poi i miei occhi lo scavalcarono e rimasi incantato
perché dietro di lui notai che quell’uovo si stava muovendo. Appena il gallo si
calmò mi accovacciai per osservare meglio, si stava proprio muovendo da solo e
mi dissi che forse quell’uovo era magico. Il guscio si spaccò dall’interno e
una punta come quella di una freccia uscì fuori, a poco a poco, su tutta la
superfice si fecero delle crepe uguali a quelle delle pareti del bagno, finché
ne venne fuori un pulcino bianco e un po’ giallino che non si reggeva sulle
zampe e piangeva come la mia sorellina quando ha fame. Dopo un po’, si mise in
piedi e la sua mamma gli gironzolava intorno. Come lo vidi zampettare, decisi
di adottarlo e, pensando fosse una gallina, perché era stata una gallina a
farlo, lo chiamai Gina e le promisi che non sarebbe stata una gallina stupida
come tutte le altre, ma che sarebbe stata la mia gallina speciale perché le
avrei insegnato a volare. Da quel momento salivo ogni pomeriggio sul tetto per
controllare la mia Gina. Dopo una settimana già le vedevo una piccola cresta
rossa, anche se all’inizio pensavo che si era spaccata la testa da qualche
parte. Prima la mamma di Gina non mi faceva avvicinare, ma dopo fummo
inseparabili. Le insegnai a beccare il granturco e le facevo fare i percorsi
che volevo, a otto, a spirale, io disegnavo con il mais e lei lasciava la
traccia col becco sul terriccio e poi, finito di magiare si sedeva, anzi si
appollaiava – me l’ha detto papà che si dice così e mi sembra sensato, Gina è
un pollo e si appollaia, allora gli ho chiesto a papà perché gli umani non
si umanano, ma invece si siedono. Papà mi ha guardato strano,
la mamma ha riso, però nessuno mi ha risposto.
Gina
continuava a crescere a vista d’occhio, diventò più alta e perse quel piumino
che era simile alla poltrona di velluto del salotto e mise le piume di colore marroncino
simile al legno degli alberi con le liane di Tarzan che stanno nella campagna
qui vicino. Divenne più pesante e le sue ali si fecero più lunghe con piume più
grandi e anche la cresta le era cresciuta tanto. Perciò, decisi che era il
tempo di farle scuola di volo: la prendevo in braccio e la lanciavo in aria per
farla stare in cielo, lei cadeva giù tutte le volte, eppure noi non mollavamo e
continuavamo il nostro volo a metà. Una volta mi arrampicai sul pollaio con lei
e la buttai giù. Per un momento, pensai che ce l’avrebbe fatta però poi finì
per terra rotolando. Ci provai altro paio di volte, poi smisi perché la faceva
arrabbiare e mi beccava le mani. L’ultima volta le diedi una testata per essere
pari e le promisi che non saremmo più saltati dal pollaio e che avremmo
continuato con il vecchio metodo, anche se diventando più grande si faceva
prendere sempre meno e preferiva rincorrere le galline. Dopo un po’ Gina era la
più alta e grossa del pollaio, inseguiva le altre galline e poi provava a scavalcarle.
Papà mi disse che era normale, perché Gina era un gallo e non una gallina. E in
effetti, qualche tempo dopo le sputarono delle piume sulla coda simili a quelle
del grande gallo. La cosa non mi dispiaceva, non cambiava il bene che le
volevo, anzi, pensai che Gina poteva difendermi dal grande gallo tutte le volte
che entravo nel pollaio.
A
gennaio Gina era bello come un moschettiere, con quella cresta rossa che
sembrava un capello e, come un moschettiere, ogni tanto si batteva con il
grande gallo e io mi immaginavo che avesse una spada sotto le ali e che lo
infilzasse allo spiedo quel pollo cattivo gridandogli il suo chicchirichì come
un urlo di guerra, quello stesso canto che da un po’ faceva anche al sole per
salutarlo di mattina. Gina era diventato grosso quasi quanto lui, ma era tanto
più bello. Aveva la cresta rossa rossa, la testa d’oro e un mantello dello
stesso colore che sulle spalle diventava arancione e poi rosso, aveva il petto
nero e le piume rosse del collo e delle spalle sembravano fiamme così come
quelle delle schiena, giallo forte, sembravano bruciare. Le ali avevano le
punte di fuoco e per il resto erano nere, però si vedevano anche il verde o il
blu come quelli di cui sono dipinte le macchine ed era così pure sulla coda,
simile a quel coltello giallo a forma di “C” che c’è sul manifesto che papà ha
in camera sua. Invece, sulle zampe da dinosauro aveva degli unghioni che
facevano il rumore degli speroni dei cowboy del cinema.
Il 6
gennaio, come spuntò il sole, salii sul tetto perché non avevo sentito il chicchirichiare di
Gina: Gina non c’era, la chiamai, la cercai sui tetti vicini, mi sporsi di
sotto per vedere se per caso era caduta giù. Scesi per strada e chiesi a grandi
e bambini se avevano visto Gina e glielo descrissi benissimo il mio amico, come
il gallo che sembrava di fuoco. Salii le scale con gli occhi bagnati e le
lacrime che mi scendevano e mentre facevo i gradini sentii un odorino di
arrosto. Pensai all’incendio che avevo fatto d’estate, al legno delle piantine
che era diventato carbone morto e a tutto quel fumo e odore di bruciato. Corsi
da mia mamma, che mi abbracciò togliendosi i guanti da forno e piangendo le
dissi che Gina non c’era più. Subito mi rispose che forse Gina aveva imparato a
volare come gli avevo provato a insegnare, e per un momento le avevo creduto.
Poi mio padre aprì il forno, si mise i guanti e tirò fuori un pollo con le
patate. Disse a mia madre di non raccontarmi certe fesserie, che i polli non è
vero che volano, ma è certo che si mangiano. La mamma si arrabbiò con lui e
papà le disse che lo sciopero – che non so cos’è – sarebbe durato fino a fine
febbraio e che di soldi per mangiare non ce n’erano, le urlò che tutti i suoi
compagni stavano tirando la cinghia e che fino a quando il padrone non gli
avrebbe dato quello che volevano la fabbrica sarebbe rimasta chiusa.
Quel
pranzo dell’Epifania non mangiai nulla e fuggii di casa piangendo più forte di
quanto avessi mai pianto.
Da quel
giorno non mangiai mai più pollo e quelle rarissime volte in cui la mamma lo
cucinava io, col permesso di mio papà, non mi sedevo a tavola. Lui mi dava una
carezza sulla testa scombinandomi i capelli, mamma mi pettinava con la mano e
poi mi dava un bacio sulla fronte. Provavano a farsi perdonare, a consolarmi,
ma io abbandonavo la cucina e li lasciavo da soli a mangiare, sempre con una
piuma che mi dava un brivido lungo la schiena e un boccone di lacrime che mi
mordeva la gola.
LA
CONVERSAZIONE.
Prese
dal cassetto della scrivania una bottiglia di vodka e tre bicchieri. La versò
senza chiedere il nostro consenso. Il mio era macchiato di rossetto sul bordo.
Facemmo cin. Lo girai, e bevvi dalla parte pulita.
- Vi
piacciono le barzellette? - chiese il vice-questore.
- Stai
per raccontarne una? - risposi. Era inteso, fra me il fotografo, che io facessi
le domande.
L’uomo
aveva baffi folti e grigi e parlava in un inglese corretto, ma carico d’accento.
- Se vi
piacciono le barzellette... - disse - allora questa vi farà impazzire. -
Vuotò
di colpo il bicchiere vodka. Ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, senza
chiedere. Aveva il volto gonfio, gli occhi iniettati di rosso dell’alcolista.
- Che
paese, l’America - continuò. - Ci sono stato vent’anni fa. Viaggiavo come uomo
d’affari, ma ero uno spia. Sapete cosa mi ha colpito? -
- Cosa?
-
- Le
librerie. Tutti quei libri in bella vista, a portata di mano, pieni d’ogni
sorta d’idee. Autori che da noi erano censurati e letti sottobanco, da voi
potevano essere comprati per pochi dollari. Uno spettacolo incredibile. Non vi
rendete conto della vostra fortuna. -
- Le
persone non danno tanta importanza ai libri. -
-
Sbagliano - rispose l’uomo, agitando l’indice di fronte al nostro viso. -
Comunque, non stavo divagando. Sono vecchio, ma non ancora rincretinito. -
- Siamo
qui per parlare di uno scrittore. -
-
Esatto. Uno scrittore. A mio avviso, non di grande caratura. Sapete come
distinguo quelli bravi dal resto? -
- No,
ma m’interessa. -
Anch’io,
come molti giornalisti, ho un romanzo nel cassetto.
- La
fretta. Vedete, dalle informazioni che ho raccolto su di lui, e sono esatte,
perché so fare il mio lavoro... -
Entrambi
annuimmo. Non credevamo che quel funzionario della sperduta repubblica
post-sovietica dove ci trovavamo fosse incompetente. Nonostante gli occhi
rossi, l’alito pesante, la parlata trascinata.
- Delle
informazioni che ho su di lui, ho capito che aveva molta fretta d’arrivare.
Vendere tante copie. Gloria, onori, soldi. -
Ci
guardò, come a dire: sappiamo tutti come gira il mondo.
- Forse
aveva anche talento. Non so. Ho letto tutto quello che ha scritto, su quel
maledetto blog. Neanche lui prevedeva che avrebbe avuto tanto successo. Ci
sperava, sì. Ma, se lo avesse previsto... - il funzionario picchiò sulla
scrivania col bicchiere - forse non l’avrebbe fatto. Si sarebbe limitato a
insegnare. O forse no. Alcune persone hanno la vocazione per diventare martiri.
È per quello che siete qui, giusto? Volete la storia d’un martire. -
- Siamo
qui soltanto per scrivere la verità - risposi.
- La
verità... - disse lui, sorridendo mestamente. - Che cos’è la verità?
Nessuno
di noi rispose.
- Però
aveva un tocco, questo lo devo riconoscere. Sapeva raffigurare l’assurdo che le
politiche statali creavano nel quotidiano. Penso che in fondo la gente lo
leggesse per questo, per queste sue piccole divagazioni. Non per le lunghe
invettive contro il regime. Anche voi avete letto i suoi articoli. Sapete di
cosa parlo. -
Né io,
né il fotografo conoscevamo la lingua di quella piccola repubblica
post-sovietica. Non avevamo letto una riga.
Anziché
ammetterlo, chiesi:
- Ci
faresti un esempio? -
I suoi
occhi s’illanguidirono.
- Prima
di diventare scrittore era un insegnante di scuola. Un giorno spiegava un
episodio ai suoi studenti, quello dopo dovesse inventarsi storie rocambolesche
per rimangiarsi tutto. Perché, nel frattempo, la storia era cambiata. Il regime
aveva mandato a tutti gli istituti dei piccoli ritagli da attaccare sui libri.
Costringendolo a passare tutta la notte con la colla. -
-
Orwell. -
-
Orwell era inglese. Scriveva favole. Questi sono fatti - rispose l’uomo. -
Però, se chiedete a me, fu più il desiderio di fama a spingerlo a scrivere. Per
questo, quando nel vostro articolo direte che era un martire, non dimenticate
la sua vera motivazione. Parliamo di un maestro di scuola squattrinato in cerca
di gloria. -
Presi
un appunto. Era un’angolazione che avrei messo nel mio reportage. A pochi ormai
piacciono le storie della luce contro le tenebre.
- Ma
voi, lo so, non siete qui per questo. -
- Siamo
qui perché lei ci ha convocati - disse. In effetti, era stata un’autentica
sorpresa. Ed era spiazzante vedere un funzionario del regime che parlava in
modo tanto schietto coi giornalisti stranieri. Prima di partire, ci avevano
avvistai che saremmo stati trattati alla stregua di spie. Che ci avrebbero controllati.
Che ci saremmo imbattuti in una coltre di menzogne prima di arrivare... alla
verità. Se mai ci saremmo giunti.
Invece,
quel funzionario stava dicendo tutto quello che noi volevamo sapere, e anche di
più. Perché?
Si
stropicciò gli occhi. Dopo un attimo d’indecisione, versò un altro sorso di
vodka.
-
Continua a vederlo - disse.
- Cosa
intende? -
- Su
quella scalinata del tribunale. Afflosciato per terra. Crivellato di colpi.
Continuo a vederlo. Nella mia carriera non sono mancati i cadaveri. Alcuni in
condizioni orribili. Ma nessuno m’ha impressionato quanto lui. Era giovane...
molto giovane. Ed era stato ucciso sul sagrato del luogo della giustizia.
Questo m’ha colpito, più di tutto. Fucilato sui gradini del tribunale. -
- Lei
crede nella giustizia? -
Cominciò
a ridere sommessamente.
-
Giustizia. Verità. -
Non
riuscimmo a capire se stesse liquidando queste grandi parole come sciocchezze
infantili, o se forse rimpiangesse un tempo in cui aveva creduto in loro.
-
Affidarono a me l’indagine - continuò. - Il mio capo mi convocò nell’ufficio.
Sapete, lui è un uomo serio. Qui tutto fila liscio e preciso.
- C’è
un senso d’ordine, da queste parti. -
-
Ordine. Esatto. Finalmente hai detto la parola giusta. Vedete, l’ordine è
qualcosa di tangibile. Che uno può vedere, toccare, respirare. Verità,
giustizia... - un altro sorso di vodka - comunque, affidarono l’indagine a me.
Sono quasi in pensione. Sono un vecchio arnese, un uomo stanco, che aspetta
solo il momento in cui potrà passare le giornate davanti alla televisione, in
compagnia di una di queste - disse, carezzando la bottiglia. - Pensate la
diedero proprio a me? - chiese.
-
Perché a nessuno interessava trovare il colpevole - m’azzardai a rispondere.
Lui
sorrise.
-
Questa, come vi dicevo dall’inizio, è una barzelletta. Beh, se quelle erano le
intenzioni del mio capo, devo dire che si sbagliava. Il blog di questo
scrittore... vedete, io lo seguivo. Lo leggevo. Da molto tempo, da ben prima
che fosse ucciso. -
-
Credeva nelle sue idee? -
- Voi
credete nella verità e nella giustizia? -
Il mio
fotografo sembrò per un attimo voler dire qualcosa, ma poi rimase in silenzio.
- Ci
credo - disse, deglutendo. Forse stavo mentendo a me stesso. Nel mio mestiere
non facevo altro che incontrare falsità e soprusi.
- Be’,
io un tempo ci credevo. All’inizio. Quando tutto quello che qui abbiamo messo
in piedi... sembrava avere un senso. Che avremmo creato un paese migliore. Per
noi, per i nostri figli. Invece, come sempre succede, ha prevalso soltanto il
bisogno d’ordine. -
Tutto sapevamo
cosa succedeva da quelle parti. Era la parte sottaciuta, eppure più importante
della nostra conversazione.
Quel
parlare di giustizia e verità, comunque, m’aveva dato coraggio. O forse era
stata la vodka.
- Lei
ha detto d’aver visto cadaveri d’ogni tipo. -
- Sì. -
- Ha
mai visto uno dei campi di concentramento? -
-
Prigioni. Tutti i paesi ne hanno. Anche in America, o no? -
Capii
che non voleva affrontare quel discorso. Decisi di tornare all’argomento
principale.
- Lei
però conosceva già questo scrittore, prima che morisse. -
-
Leggevo i suoi articoli. -
- E le
piacevano? -
- Il
fatto - disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi - è che ho un forte
senso del dovere. E, invecchiando, amo sempre più l’ordine. -
- Cosa
sta cercando di dirmi? -
- Fui
io a segnalarli al mio capo. Un bel dossier cartaceo. Lui non ha mai amato il
computer. -
-
Perché ci sta dicendo tutto questo? -
-
Abbiamo grandi boschi di betulle, nel nostro paese - continuò l’uomo,
stropicciandosi di nuovo gli occhi. - Maestosi. Luminosi. Prima che voi
partiate, vi consiglio di chiedere ai vostri accompagnatori di visitarli. -
Sia io
che il mio fotografo capimmo che non stava divagando. Presto sarebbe arrivato
al punto.
- Pieni
di selvaggina. Magnifica selvaggina. Sapete, non sono mai stato appassionato di
caccia, ma ho dovuto cominciare per motivi di carriera. Il mio capo va ogni
fine settimana. -
- E lei
va con lui? -
-
Esatto. -
- Ogni
settimana. -
- L’ultima
volta proprio questa domenica. È andata molto bene. Tante lepri. Abbiamo risparmiato
un cerbiatto. Abbiamo il cuore tenero, in fondo. -
-
Eravate solo lei e il suo capo? -
- Sì. È
stata una fortuna, perché ho potuto svolgere la mia indagine da inosservato. -
- La
sua indagine? -
L’uomo
sbatté con una certa forza il pugno sul tavolo.
- Sono
un buon detective. Forse non appariscente come quello dei vostri film, ma so
fare il mio lavoro. So fare due più due. In questo caso, poi, è stato facile. M’è
bastato raccogliere i bossoli. -
-
Quelli del fucile da caccia del suo capo. -
- Esatto.
Lei è un uomo intelligente. Sono contentò che racconterà la storia. -
-
Immagino che i bossoli combaciassero. -
-
Racconterà la storia? Dirà la verità? - chiese, con occhi supplicanti, quasi in
lacrime.
- Sarà
letta da moltissime persone. -
- Bene
- rispose, rincuorato. Mise nel cassetto la bottiglia di vodka.
-
Perché ce l’ha raccontata? -
- Sto
andando in pensione. Cosa volete che cambi? -
- Anche
qui avete le prigioni. -
- Non
andrà in nessuno di quei luoghi, non si preoccupi. -
Finalmente
intervenne il mio fotografo.
-
Vorrei farle un ritratto. -
- Certo
- rispose - non sono un uomo privo di vanità. Non mi spiace che la mia foto sia
vista da moltissime persone. -
S’alzò.
Lisciò l’abito e i baffi. Poi disse:
-
Aspettate. -
Andò a
un alto armadietto metallico. Lo aprì, prese il fucile.
- Una
bella foto da macho, come va di moda da queste parti. -
Il
fotografò scattò il ritratto. Il fucile in bella vista. L’uomo sorrideva.
- Bene,
bene - disse, sedendosi di nuovo. Poggiò il fucile al suo fianco. - Ho risolto
qualcuno dei vostri dubbi? -
- Ho
molto da scrivere - dissi, guardando gli appunti.
- Che
paese, l’America - disse. - Quelle magnifiche librerie... -
Lasciammo
l’ufficio. Dopo pochi passi in corridoio, sentimmo partire il colpo.
PENSIERI
DI UN UOMO QUALUNQUE.
Mi
affaccio dalla finestra, tutto piano, nebbia, piattume del Padule di Fucecchio.
Logica del transeunte.
Chi
scava l’immagine sprofonda in sé stesso, trova sé nell’atto della ricerca.
Qualche pagina della Campo mi salva, bellezza divina; mi parla di mondi a me
sconosciuti, nemmeno da me così tanto cercati. Vivo nell’arrendevolezza. Mi
dicono di cercare l’eterno nelle piccole cose, ma io sono consapevole che
niente sfugge, che anche la più piccola cicatrice o la stretta di mano nel suo primo
“piacere” sono residui inerodibili; non si scansano ed è bene compiacersene.
Giusto
parlare al tuono, poi, come fosse una Musa: se ci dicono che tutto diviene sono
sicuro che qualcosa di tempesta prima o poi si palesa.
Però è
giusto vivere anche con la carta, perché quella non si mangia, né stropiccia
gli occhi; giusto gridarla prima della perdita: ci sarà sempre una tarma
nascosta in ascolto.
Ed è
vero che la carne è una parola eterna, che ogni richiamo è per me un abbraccio;
che basta sussurrare ed è tutto vero, la torci come corpo plasmabile; poi ti
richiama, la voce, non ci mancherà mai: siamo freddi claudicanti, ma finché ci
richiamiamo nella notte e nel sonno, i nomi suonano i corpi, e i corpi sono
nomi.
Due
mesi fa sono stato derubato; sono entrati senza preavviso, hanno sfondato la
porta a calci e pugni. Impreparati come nei peggiori film americani per
bambini: sembra non toccasse nemmeno a loro, sembra non volessero nemmeno
farlo, quel furto. Mi hanno linciato lo stomaco come gesto, rituale d’inizio ad
una nuova durata, ad una nuova presa di posizione nei confronti del tempo.
Giusto che si derubi tutto, ma si lasci qualcosa sull’uscio di casa, un’impronta,
un presente che è assieme istante e dono. Se si scombussola il ritmo
circadiano, ci sarà sempre uno spacciatore di nomi a basso
prezzo, che rimodulino i segni del sole e del buio. L’accesso ad un nuovo
alfabeto orienterà molto bene le mie lanterne che conducono al letto del
crogiolo.
Mai
come oggi si disconosce la convalescenza, lo strato stesso della ferita ancor
prima del medicamento. Il diritto sacrosanto a patire, alla contemplazione di
una voragine nel momento del volo, che è anche presa di coscienza di un
mutamento di stato. Subito accorrono i paracadutisti a braccarti, a riportarti
in superficie, le ambulanze già fanno a gara a chi arriva per prima, 70 inviti
a cene, 860 psicofarmaci, milioni di chiacchere che vogliono negare il tuo
stato presente per collocarti in un benessere futuro (che poi è quello che fa
comodo a loro, non riconoscerti): chi vuole ridimensionare la ferita come
condizione di necessità per un futuro equilibrio, chi vuole armare l’aguzzino
delle peggiori intenzioni (come se questi non fosse anche un uomo, con il suo
interesse a linciarti… tu ne hai fatto solo le spese), chi ti costringe a
vedere per forza il sole quando questo è l’unica cosa che acceca, chi ti
costringe a vedere uno spiraglio quando la porta è ermeticamente chiusa.
I mei
ladri, dopotutto, sono stati più coscienziosi: toccata e fuga. Poi, silenzio.
Comincio ad amarli, quasi. Se il loro atto era così necessario, sono stati la
pertica del mondo: di legno marcio, ricurvo, poco stabile, ma pur sempre un
bastone. Il giusto requiem al lutto.
Mi
chiedo cosa ci insegni ad andare sempre a ritroso, mano a mano che ci lasciamo
impronte qualche metro più a dietro. Un mese fa circa, tornando da una serata
occasionale a Pisa, un disco mi ha riportato al 2015, e agli oggetti, le
persone, amanti ed amici, i viaggi, la Spagna, le band che duravano 2 mesi, le
prime letture di Rousseau. Volevo scriverci qualcosa sopra, poi come sempre ci
lasciamo andare al perturbare degli attimi che trascinano di qua e di là,
nessuna fissa dimora alla fissazione di un pensiero che sia, anche il più
futile.
Citando
un amico, giriamo in tondo, facciamo viaggi circolari, ma pur sempre ci
muoviamo: anche il più piccolo tenero amore dell’attimo sarà sempre
surclassato. Poi certo, ci sono le fissazioni del pensiero, il desiderio dell’assente,
desiderio del nulla, di ciò che non è, ma che ci sfianca e ci potenzia, fatica
e palestra dell’animo. I tormenti, più o meno sempre, rendono immobili, ti
girano attorno anche in una corsa di 10 km: hai voglia di fuggire, i tormenti
battono sempre i ricordi, anche quando li accompagnano.
Dare
all’attimo la soglia dell’abisso, lasciarlo sprofondare nella miseria, trovare
un nuovo tempo che non sia il nostalgico rimembrare del passato, il ruminare
continuo della pelle seccata al sole da ormai troppi mesi.
Virare
e rompere gli acciacchi della storia, non lasciarsi preda del tormento, ma
avvinghiarlo con la cinghia, non per strozzarlo, ma per renderlo prigioniero,
compagno assiduo. Poi gettarlo in un dirupo, farsi preda di un suo vestigio
ricordo, e ricercarne la copia originale: continua ricerca, folle miseria; sempre
inclinati in avanti e il passato oltre un muro, non al di dietro le siepi degli
avi, ma avanti, a ripulire le gabbie dei tordi.
SI È
SPENTO IL SOLE.
La
mattina del dieci luglio mi arrivò una brutta notizia. Mi telefonarono alcuni
colleghi in trasferta.
- Ciao,
abbiamo un problema: si è spento il sole.
- In
che senso, si è spento? Così, di botto, senza senso?
- Eh,
oh.
- Non
capisco. Da quando una stella si spegne da sola?
- Ok:
lo abbiamo spento. Per sbaglio.
- Lo
sapevo. Incapaci. Si può riaccendere?
- No.
- Non
ci credo. E le creaturine?
-
Guarda, da qui a dove sei tu sono otto minuti luce. Quindi se ne accorgeranno
solo fra qualche tempo. Se credi, hai sette minuti e mezzo per avvisarli. Poi
per loro sarà notte per sempre.
- Che
volete che facciano in sette minuti?
-
Niente, presumo.
- E
allora?
- Eh,
mi sa che stavolta ce li perdiamo.
- Voi
siete pazzi. È una catastrofe ecologica senza precedenti. Le catene trofiche
dipendono dalla radiazione solare. Senza quella tutto collassa. Sopravviveranno
solo le forme di vita nelle fosse oceaniche.
- Oh,
tu non sbagli mai?
Chiusi
la comunicazione e uscii dal mio ufficio. Dovevo calmarmi. L’unica era muoversi
un po’. Ma vedi tu il disastro che aveva combinato quella squadra di dementi.
Era un’innocua missione scientifica, non invasiva – dovevano studiare l’estensione
delle macchie solari nelle zone da uno a ventotto, come hanno fatto ad arrestare
la reazione termonucleare, cristo santissimo (come dicono le creaturine)?
Per fortuna in quell’ora del pomeriggio molti colleghi se n’erano già andati
via, e nessuno mi sentì imprecare e camminare in tondo per il corridoio del
sesto piano.
- Cos’hai,
Adamo? Parli da solo?
Avevo
parlato troppo presto. Era ancora in giro Elena. Elena è una femmina subadulta,
iscritta al corso di dottorato del dipartimento dove lavoro anche io. Povera
Elena! Com’era stata contenta quando aveva vinto la borsa!
- Sì.
Scusa, Elena, spero di non averti disturbato.
- Ma
no, figurati. Va tutto bene?
- Mh.
Insomma.
-
Brutte notizie?
Tu e
tutti i tuoi conspecifici e quasi ogni forma di vita su questo pianeta sarete
morti nel giro di un anno perché la vostra stella si è spenta.
- In un
certo senso.
- Oh,
mi dispiace. Se hai bisogno di parlarne sono qua.
Ma cosa
ti posso dire, creaturina? Non ho cuore di rivelarti che sei una morta che
cammina.
- Sai
che anch’io sono un po’ giù? Non sopporto più Luca.
Luca è
il maschio subadulto con cui Elena ha una relazione monogama da due anni.
- Ahia.
Dici che è la volta buona?
- Che
lo mollo?
- Eh.
- Guarda,
chissà. Abbiamo prenotato le vacanze in Croazia ma a essere sincera non ci
metterei niente a andarci con Carlotta anziché lui. Così magari mi rilasso,
anziché stare due settimane al mare con un rompipalle.
Povera
creaturina, che vacanze ti aspettano. Fra sei minuti qui calerà la notte. Fra
dodici ore vi renderete conto che il sole non sta sorgendo. Fra venti, che non
avete più un sole. E la temperatura scenderà, scenderà, il calore si dissiperà,
voi proverete a correre ai ripari, ma come?
- Non
vorresti rinunciare al mare, comunque, se ho capito bene.
-
Scherzi? Col caldo che fa? No no, io ad agosto voglio essere fuori di qui. Ci
saranno -270 gradi centigradi all’equatore, all’inizio di agosto.
- Bè,
allora pensaci bene. Se lo molli devi mollarlo per tempo, così farà altri
programmi.
- Seh,
figurati. Quello starà a casa a piangere per farmi sentire in colpa.
Forse
proverete a rifugiarvi nelle case, ma i vostri sistemi di riscaldamento non
sono fatti per il freddo dello spazio esterno. Moriranno a miliardi nel giro di
un paio di mesi. Congelati.
-
Povero Luca, vedo che ha poche chances per il futuro.
- Ci
puoi scommettere, Adamo. Grazie per avermi fatto sfogare.
-
Figurati.
È il
minimo, visto che la storia della vita sul tuo pianeta finisce tra cinque minuti.
O forse è più corretto dire che è finita tre minuti fa.
- Dico
sul serio. Poveretto, sei sempre qui a lavorare, e io ogni volta che ho il
magone vengo a stressarti. Davvero, sei una persona molto disponibile.
Ma
perché dopo duecento dei vostri anni in missione esplorativa, uno si affeziona
alle creaturine che sta studiando, no? Uno comincia a parlare come voi, pensare
come voi, muoversi come voi, quasi si adatta alla pelle che ha indossato, e si
intristisce quando pensa che è tutto finito, che le sue amiche creaturine
stanno per scomparire.
Oibò,
qualcosa non va. Sto avendo una reazione chimica all’interno del mio cervello.
L’equilibrio dei neurotrasmettitori sta andando a ramengo, registro brutte
variazioni nei miei livelli di noradrenalina, serotonina, acetilcolina e
dopamina. E – ops! – i miei dotti lacrimali sono improvvisamente stimolati.
Perdo acqua dagli occhi. Complimenti ai tecnici della mia sezione – il corpo
sintetico reagisce esattamente come quello di una creaturina. Sapevo per lunga
osservazione ed esperienza quanto fossero intensi i dolori delle mie creaturine
– ma ora li sto letteralmente provando sulla mia pelle.
-
Adamo, ma che fai, piangi?
- Sono
davvero triste, Elena.
- Ma
perché? Oh povera me, e io che ti ammorbavo con le mie stronzate.
- Non
preoccuparti, non è nulla.
- Sei sicuro?
Non vuoi parlarne?
Mi
suona il cellulare. Controllo. È il cretino di prima.
-
Scusami Elena, questa la devo prendere.
- Ma
certo. Se hai bisogno io sono in dipartimento ancora per un paio d’ore.
Mi
rifugio nel mio studio, mi siedo sulla mia poltrona.
- Embè?
- Buone
notizie!
- Avete
riacceso il sole?
- No.
Quello ti ho detto che non si poteva. Ma abbiamo spostato il pianeta!
- Che cosa?
- Sì.
Insieme al suo satellite, ovviamente. Lo abbiamo teletrasportato in orbita
attorno a una stella praticamente identica, a settantuno anni luce da dove
stavano prima. La distanza tra sole e pianeta è la stessa, le variazioni
climatiche saranno insignificanti. Insomma le creaturine non si accorgeranno di
niente. Oddio, forse la diversa posizione delle stelle un po’ li turberà.
Ammesso che ci facciano caso. Ma non penso che arriveranno mai a noi.
- Non
ci posso credere.
-
Credici. Il supervisore era molto contento. Ha detto che per questa volta non
ci saranno provvedimenti disciplinari.
-
Peccato, perché tu e la tua truppa di disgraziati ve lo meritereste. Spegnere
una stella, perdio.
- Oh
insomma, che bacchettone. Sono incidenti che capitano. Abbiamo salvato la
baracca, che altro vuoi? Puoi continuare a studiare le creaturine. Salutacele,
anzi.
- Ma
andate a quel paese.
E
chiudo la comunicazione, perché non voglio rivelare che sono felicissimo. Penso
insistentemente a Elena in vacanza in Croazia con Carlotta, che rimorchiano in
un locale sul mare. Forse perché è più semplice che pensare alla salvezza di un
intero mondo. Le lacrime si stanno asciugando sulle mie guance, sento il vento
fresco sulla faccia. Per tutto il resto del pomeriggio, seduto alla mia
scrivania, guardo nel vuoto con un gran sorriso.
IL
TRADITORE.
Manuel
ha un disturbo bipolare di secondo tipo. Dicono che sia la forma più lieve, la
meno preoccupante, quella con cui si può convivere senza prendere il litio. La
sua condizione comporta l’alternarsi di stati di depressione maggiore, in cui
il mondo ai suoi occhi si trasforma in una carcassa putrescente di assurdità e
assenza totale di valore, a stati ipomaniacali, in cui Manuel sperimenta delle
raffiche di adrenalina che lo fanno sentire come Eddy Morra in “Limitless” quando prende la
pillola trasparente di NZT48 e diventa padrone delle sue capacità
recondite.
Manuel
non crede alla storia che usiamo solo una parte del nostro cervello o delle
nostre capacità. Manuel è convinto che siamo sempre al massimo delle nostre
potenzialità, che non ci sono talenti nascosti né fate turchine che ci
trasformeranno in bambini veri se facciamo i bravi.
Manuel
ha visto tanti video di Jordan B. Peterson, non li ha capiti tutti ma sa che
gli hanno cambiato la vita perché adesso non è più uno snowflake.
Si è pure iscritto al suo Patreon per poter interagire direttamente con lui, ma
il suo livello di inglese e il prezzo dei colloqui individuali lo hanno sempre
scoraggiato, così rimane un utente silenzioso che non ha intenzione di
partecipare.
Poi
succede il fattaccio. Jordan B. Peterson sparisce improvvisamente dalla scena, Manuel
si domanda che fine ha fatto perché è da più di una settimana che non riesce a
trovare i video che non ha visto del professore di Toronto.
Quindici
giorni dopo l’ultimo aggiornamento di Peterson, YouTube propone a Manuel il
video che mette fine ai suoi dubbi. La telecamera riprende la figlia di JBP
intenta a spiegare cosa è successo. JBP si trova dalle parti di Mosca in una
comunità di recupero per abuso di benzodiazepine. Gli erano state prescritte
per affrontare il lutto della moglie, ma in quel momento di fragilità aveva
sviluppato una dipendenza acuta, il professore aveva toccato il fondo. Nel
tentativo di applicare sulla propria pelle i suoi insegnamenti, JBP aveva
deciso di troncare di colpo con le sostanze, ma ciò aveva provocato una
controindicazione rara. Si tratta di acatisia, specifica la figlia
Mikhaila, comporta un’irrequietezza psicomotoria costante che stava consumando
il professor Peterson tenendolo sveglio per giorni senza un attimo di
tregua.
Manuel
non riesce a crederci, prende il suo libro ”12 regole per la vita” scritto
dal maestro, alla ricerca di qualche indizio che possa giustificare una tale
disgrazia. Sfoglia le pagine fin quasi a strapparle.
Niente
di niente. Soltanto il dodecalogo che si è imparato a memoria e che ha cercato
di applicare nell’ultimo mese da quando ha finalmente trovato il tempo di
leggersi il libro di JBP.
JBP,
JBP, perché mi hai fatto questo, JBP? Si chiede nella solitudine della sua
cameretta il giovane Manuel. Si siede sul bordo del letto, i gomiti posati
sulle ginocchia e le mani incrociate, fissa il pavimento in cerca di risposte e
per lunghi minuti emerge una sola parola che risuona come un tamburo di
guerra: traditore. Come ha potuto tradirlo così? Come potrà
continuare a credere alle regole che Jordan ha scritto se quello stesso Jordan
adesso è in quelle condizioni a causa della depressione?
Traditore.
Anche Manuel
è depresso, clinicamente depresso, ma si stava rialzando e stava combattendo
gli effetti devastanti del suo bipolarismo con gli insegnamenti di quel
professore canadese tanto brillante.
Traditore.
Libertà
d’espressione, autodisciplina, inconscio collettivo, gli archetipi di Jung;
tutte cose che aveva imparato grazie ai video su YouTube caricati da Peterson e
i suoi fan.
Traditore.
Riflettendoci,
erano tematiche che a scuola nessuno gli aveva insegnato. Sì, certo, sa fare le
disequazioni e conosce il Ciclo di Krebs, ma a che servono queste nozioni nella
vita?
Traditore.
A che
servono? Si tormenta ancora una volta Manuel.
Traditore.
Alza il
capo e vede il suo riflesso nello specchio in fondo alla stanza.
Traditore.
A cosa
è servita a JBP tutta questa psicologia se poi è crollato?
Traditore.
Lo
sguardo di Manuel attraversa quello del suo riflesso.
Traditore!
Si
avvicina alla superficie liscia del vetro che ritrae i muscoli contratti del
suo volto sempre più rosso.
TRADITORE!
Con un
cazzotto frantuma lo specchio in tanti poligoni taglienti sparpagliati sul
pavimento.
Manuel
li guarda sprezzante, disgustato dalla loro fragilità.
Traditore.
Si
siede sui talloni per raccogliere un frammento, la mano comincia a tremare e le
lacrime sul suo volto scendono copiosamente. Vorrebbe gridare, vorrebbe dire al
mondo che lui non è debole né depresso. Vorrebbe che lo invitassero in un’aula
magna per parlare di cose importanti, salire sul palco e raccontare a tutti
della propria malattia e spiegare loro come ha fatto a guarire. Una fantasia
che è stata messa in scena centinaia di volte nella mente di Manuel, una
fantasia a cui adesso dovrà rinunciare perché se non ce l’ha fatta JBP a
rimanere in piedi lui come farà?
Inizia
a tirare pugni al pavimento, sfregiandosi le nocche contro le schegge di vetro.
Lascia impronte di sangue simili a pitture rupestri sul parquet.
Dopo
qualche minuto, si calma e scende le scale per andare a lavarsi le mani nel
lavandino della cucina. Sua madre lo vede e caccia un urlo che lo fa
sobbalzare.
- Che
hai combinato?! Che cosa hai fatto?! -
- Ho...
ho rotto lo specchio! -
-
Perché!? - lei si mette a piangere e non riesce più a dire nulla, estrae il
cellulare per chiamare l’ambulanza.
- Mamma,
stai tranquilla, sono solo taglietti, non mi fanno neanche male. - dopo essersi
lavato con l’acqua fredda sua madre gli fascia le mani con le prime cose che
trova nella scatola delle medicine.
Lei ha
il viso rigato dalle lacrime e dall’età. Concepì Manuel per errore quando aveva
già superato i quarant’anni, quando si accorse di essere rimasta incinta decise
di tenerlo, in fondo sarebbe stata la sua ultima chance di diventare madre e
aveva colto l’occasione con spirito di avventura. Spesso si chiede se sarebbe
stato meglio abortire piuttosto che crescere un figlio incapace di essere
felice. Prima di stasera era serena perché Manuel non era vittima della sua
condizione, ma dopo questo episodio sa che cambierà tutto, difficilmente gli
perdonerà la debolezza che gli ha sempre visto trasparire negli atteggiamenti
languidi e passivi. Adesso sarà tutto diverso, dovranno prescrivergli il litio,
forse delle benzodiazepine e lei non sa come farà a sopportare tutto questo.
IL
GRAMMOFONO.
Il
soldato era chino sul grammofono d’alluminio. Voleva ripararlo, aveva detto. Ma
il grammofono non era rotto. Non poteva sapere la vita precedente che aveva
avuto quel metallo da stampella medica e neanche immaginare che non fosse
quello che sembrava. L’aveva preso dal luogo in cui era fino a quel momento, e
dopo averlo osservato aveva chiesto se funzionava. Domanda caduta nel vuoto,
ovviamente. Potendo, avrebbe risposto che non l’aveva mai fatto. Prima che il
soldato lo notasse, il grammofono stava su quel tavolino nell’angolo in cui un
altro soldato aveva arrangiato il suo letto. Il tavolino era l’ultimo mobile
della casa e sembrava aver avuto in dote il dono dell’invisibilità, quasi che
il suo essere insulso l’avesse generata come conseguenza estrema. Le piaceva
però, quel tavolino. Era un po’ come lei. Guardava il soldato continuare a non
capire cosa non andasse in quello strano grammofono che non aveva mai toccato
un disco. Non poteva sapere che fosse un ricordo. Come altri oggetti in quella
casa, l’ultima alla fine del mondo.
Fuori
la falsa tregua già mormorava in voci più quiete di come fossero all’inizio e c’era
una bellissima luce. Guardando dalla finestra sarebbe parso normale vedere
quello che non era affatto tale. I soldati ne parlavano e poi ne tacevano, per
paura. Succedeva sempre, i primi giorni. Poi, peggiorava. E quando smettevano
di essere spaventati, era l’inizio della fine. Fuori dalla casa ridevano e in
tanti. E solo uno dei soldati rimasti dentro, all’eco delle voci allegre, si
era stretto contro un muro e aveva iniziato a piangere. Le aveva fatto
tenerezza, era appena un ragazzino. Praticamente come tutti quelli che arrivavano,
tranne alcuni uomini, come il capitano Elia Arcesti. Lui, doveva avere appena
più di quarant’anni che a seconda dei giorni sembravano di più o di meno. Negli
ultimi però, piuttosto che invecchiare di colpo, pareva aver ripreso il filo
dei suoi trent’anni e nei suoi occhi qualcosa stava cambiando. Anche se non era
come per gli altri, almeno non del tutto. Quando cominciavano le tregue di
giorno era sempre così, splendido e terribile insieme. Il cielo si schiariva
come accadeva nelle passate primavere e il vento cadeva in una brezza calma che
pareva una carezza addosso che forse ancora ricordava. Era allora che le stanze
sembravano poter ritornare quelle di un momento lontanissimo nel tempo, come
non fosse successo niente. Quando le cose erano soltanto cose.
I
soldati che in quel momento erano sparsi per le stanze erano arrivati alla
Frontiera di notte. Avevano aperto la porta già aperta e poi erano entrati
nella casa irrealmente ordinata nonostante i muri rotti dal tempo e da altri
uomini prima di loro. Si erano stretti gli uni agli altri, tremando per un
freddo che accendere il camino non aveva fatto passare, e poi si erano quasi
tutti addormentati. Ma non l’uomo che chiamavano capitano. Lui
era rimasto da parte camminando per le stanze al buio, conosceva la casa. Lo
scricchiolio del suo passo aveva scandito il tempo, non avrebbe potuto farlo
nessun orologio meglio. L’aveva poi visto fermarsi davanti a una finestra
affacciata sul buio che circondava tutto e restare quasi immobile. Aveva
passato ore a fissare le ombre attorno alla casa e così aveva capito che lui
poteva vederle, almeno in qualche modo. Fissando i suoi occhi aveva ripensato a
qualcun altro che poteva farlo ma che, diversamente da lui, non ne aveva paura.
I primi tempi invece lei l’aveva, mentre la guardava osservare ogni cosa fuori
dalla loro casa come dentro a un misterioso acquario. Non sapeva se l’avesse
mai fatto, ma quando il buio diventava più spesso e si muoveva, le sembrava
quello e Lei una curiosa bambina.
Ogni
notte le diceva che loro passavano il confine, che erano nell’orto,
tra le loro cose nel giardino, oltre gli alberi. E lo diceva sorridendo. Le
ripeteva spesso che le guardavano entrambe dalle finestre oppure da dentro,
attraverso l’ultima parete della casa, quella vicinissima alla loro parte. Per
questo Manon aveva appeso quel quadro con i fiori rossi, proprio su dove
immaginava i loro occhi: perché smettessero di spiare. E poi perché a Lei
piacevano tanto i fiori rossi. Un giorno le aveva detto che in un tempo
lontanissimo quei fiori avevano ricordato i caduti di una guerra antica. Non lo
sapeva. A Manon quei fiori ricordavano solo le poesie di Sylvia Plath e certi
inizi d’estate alle stazioni, vicino alle rotaie dei treni. Erano fragili, i
fiori rossi. Ma erano infestanti. Così diceva suo padre. O qualcun altro che
non riusciva più a ricordare.
Passando
tra le cose dei soldati sparse ovunque, vide che iniziava a esserci il solito
disordine e uno di loro, poggiato contro l’ombra di una delle librerie che non
c’erano più, aveva iniziato a scaricare la sua arma e piazzare i proiettili in
fila, di fronte a dov’era seduto. Fiale brillanti, di un luminoso azzurro che
vibrava. Il ragazzo le stava guardando con occhi fissi e labbra piegate in un
sorriso sempre più ampio, che non avrebbe dovuto avere. Sapeva già cosa avrebbe
fatto. Avrebbe iniziato a giocarci come fosse un bambino e poi a ingoiarle, una
dopo l’altra. Succedeva spesso con le armi, che le facessero a pezzi così. Alla
Frontiera ne portavano sempre di nuove ma nessuno riusciva mai a usarle.
-
Ma chi sono, che
cosa...? - aveva
chiesto con angoscia il capitano Arcesti quella prima notte nella casa. La
domanda che aveva fatto al silenzio non avrebbe avuto risposta in ogni caso.
Dopo tanto tempo non si sapeva quasi nulla di Loro. Tranne che
c’erano. Arrivati, avevano iniziato a occupare spazio, terra dopo terra, con
lentezza ma senza fermarsi e fino a spingere tutti gli uomini oltre un certo
punto. L’avanzata era stata inarrestabile, ma poi si era fermata sulla soglia
di qualcosa. Il limite era quello che chiamavano la Frontiera. Erano disposti a
dividere, lo avevano fatto capire senza una parola. Ma avevano preso ciò che
non era loro. E gli uomini, dopo una lunga pace immobile, avevano deciso di
riprenderselo.
Sapevano
ormai da molto tempo che non sarebbero riusciti a farlo e però continuavano a
andare alla Frontiera. E poi restavano stracci, fogli strappati, tracce. Che
però duravano poco o nulla. Ogni cosa diventava qualcos’altro. Con il passo
quieto che aveva sempre avuto attraversò la porta aperta e entrò nella stanza
accanto, dove il capitano Elia Arcesti era stancamente chino su una mappa
liquida. Le mappe e le armi erano le cose che con l’andare del tempo erano
cambiate di più e molto più degli uomini. Guardò le sue dita su quello strano
oggetto che le parve una pozza d’acqua. Si chiese se potesse essere profonda o
se era davvero un foglio, come lo erano le mappe dei suoi tempi. Il capitano
non era mai uscito dalla casa se non per vedere le cariche dei suoi uomini che
finivano nel silenzio. Ormai erano al decimo giorno e era ora. Lo sapeva anche
lui, era evidente.
Si
chiese se avrebbe pianto, prima di cominciare a ridere. Forse,
pensò guardando i suoi occhi verdi nella luce tremolante di fuori. La brezza
muoveva i rami degli alberi, muoveva gli uomini. Ancora risate fuori, e lui che
fissava la mappa come fosse una porta da cui scappare. Fece per avvicinarsi a
lui ma dei rumori la fecero voltare verso il ragazzo che di colpo entrò nella
stanza trafelato e ansioso. Poi pensò che si sbagliava: era terrorizzato.
-
Allora? - chiese il capitano Arcesti senza guardarlo. - No, non si vede nulla,
signore. Ma in mezzo, tra noi e loro, c’è il campo di papaveri. E sono tutti
fuori di testa, come non ricordassero che cosa significhi averli attorno!
Qualcuno dice – bruciamoli - e intanto sono sempre più confusi. Gente lucida,
fino a questa mattina.
- Per
questo non sono uscito. A quest’ora sarei pazzo anch’io – disse il capitano.
Lei lo
guardò con tristezza. Se non avesse avuto quell’espressione così avvilita, i
capelli così chiari, quella divisa, un’età che non sembrava quella che aveva; e
soprattutto se lui non fosse stato un uomo avrebbe potuto amarlo.
- E
dunque signore, che cosa dobbiamo fare? – chiese il soldato con voce rotta dal
fiato ansante. Il capitano restava in silenzio – che cosa? – ripeté ancora più
angosciato il ragazzo. Il capitano piegò il foglio che sembrava liquido e
quindi lo gettò davanti a sé. A sera, non avrebbero attaccato e non si
sarebbero più difesi. Non avrebbero più ricordato perché farlo. Semplicemente
avrebbero passato il campo di papaveri e poi sarebbero caduti, tutti insieme.
Come una semina a terra. E l’indomani l’ultima casa alla fine del mondo sarebbe
stata di nuovo vuota e in attesa di altri. O forse loro erano gli ultimi. Non
lo sapeva.
- Non
possiamo più resistere – disse il capitano – da quando ci hanno mandati qui, è
sempre stato meno chiaro perché farlo.
- Ma
dobbiamo, signore! – insisteva il soldato.
- Ma tu
sai perché siamo fermi?
- Io…
- Io
non lo so. Ma non possiamo andare avanti e neanche indietro e succede quando è
già finita – disse il capitano – ormai lo immaginavo, le tregue erano lunghe. E
poi ci sono già i papaveri. Ci resta qualche ora di incoscienza e pace. Un’ultima
sbornia, per qualcuno un’ultima scopata, e poi succederà anche a noi quello che
è successo agli altri. Abbiamo fallito.
- E
così è finita? – chiese il ragazzo con un filo di voce. Il capitano non disse
più niente.
Il
Soldato attese tremante, poi abbassò gli occhi. Girò i tacchi e se ne andò
senza che il capitano l’avesse congedato formalmente, ma non aveva certo più
nessuna importanza.
-
Questa è la soglia del nostro inferno – mormorò alzandosi in piedi. Si avvicinò
alla finestra ma senza guardare fuori, solo la luce riflessa sulle cose e poi
sulle sue mani, che stese davanti a sé controluce. Lo guardò assorto sulla
trasparenza rossa del sangue sotto la sua pelle. Gli era ormai così vicina che
poteva sentire il suo respiro e quasi il battito del suo cuore, già troppo
veloce. Poi lui sollevò gli occhi fissandola.
-
Perché i papaveri? – le chiese in un sussurro.
L’aveva
chiesto alla stanza vuota. Non avrebbe dovuto sapere che lei c’era eppure, in
qualche modo, lui lo sapeva. Dall’inizio. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, una
cosa qualunque. Ma sarebbe stato inutile e confuso. Ormai era passato troppo
tempo da quando era viva come loro. Quella era stata la sua casa, quando ancora
esistevano le case, e i primi soldati l’avevano ridotta come poi l’avevano
trovata gli altri. Era stata a lungo l’ultima casa del mondo. Oltre, c’era l’altra
parte. Quando gli uomini avevano deciso di riprendersi tutto, perché fosse come
prima, avevano fatto a pezzi ogni cosa e poi iniziato a passare la Frontiera.
Cercando di impedirlo, con la sua compagna e altri, non era stata risparmiata.
Ma era rimasta lì, anche da morta. E nessuno di loro, invece. Uno dopo l’altro
i soldati avevano iniziato a sparire nei campi di papaveri che fiorivano all’improvviso
e così era stato per tutti gli altri dopo di loro. Gli uomini stavano finendo,
cercando di passare la Frontiera. Non erano stati capaci di accettare il fatto
che il mondo non fosse più soltanto loro. La fine, in fondo, era stata
selezione naturale. Il capitano lo pensava da quando era entrato nella casa.
Gli sentì fare un lungo sospiro e poi lo guardò lasciare la stanza. Si chiese
che ricordo le sarebbe rimasto di Elia Arcesti, in casa. Lo voleva. Forse un
foglio di carta diverso dagli altri o persino la mappa d’acqua. Di quella donna
così amata le era rimasto un grammofono dell’alluminio della sua stampella. Ma
non ricordava come fosse possibile, cosa fosse successo né perché ogni cosa
fosse ormai com’era. Forse dipendeva da loro e non tutto
finiva ma si trasformava in qualcosa di inerte, qualcosa di più silenzioso di
una persona. Anche lei era qualcosa di simile, almeno in un certo senso. E
Manon aveva un’unica blanda certezza, nella nebbia della sua intatta coscienza.
Oltre il campo di papaveri rossi non c’erano più uomini.
ESSERE
FRANZ TUNDA.
C’è del
carbone ancora in fiamme, nel braciere del camino, antitesi di nero pressocchè
immacolato, immobile, e rossi e arancioni e gialli, in movimento. Starebbe a
guardare quell’ipnotico contrasto danzare per tutti i respiri che ha a
disposizione, fino all’ultimo, pur non sapendo quanti saranno alla fine, per
quanto dura quello che la gente chiama per sempre, dimenticando tutto quello
che è stato prima della loro insulsa vita, per ritrovare tutto quanto sarà dopo
la loro insulsa morte. Per sempre.
La
fiamma arde, una parte raffinata del suo cervello sa che alcune migliaia di
molecole, dati calore e presenza di ossigeno, si stanno trasformando in altre
molecole, alcune delle quali più leggere dell’aria, il fumo che sale verso il
comignolo fuori la casa, altre cambiano consistenza e colore, dal legno di
betulla al nero carbone, con quelle pazzesche striature e screziature di acceso
nel mezzo, la combustione trasforma quel che era in ciò che è dopo.
Niente
più legno, al suo posto solo calore e colore, qualche gas, braci e polvere combusta. Una operazione così violenta da
cambiare il nome e la natura delle cose, eppure così piena di armonia e
bellezza. Se racchiusa in un focolare.
Non si
era mai trovato in mezzo a un incendio, né, per fortuna, la sua fascinazione
per la fiamma lo aveva mai portato a diventare piromane, probabilmente le sue
meditazioni si sarebbero in quel caso trovate in difficoltà, superate dai
messaggi di allarme gridati dal proprio emisfero sinistro, qualora in funzione,
e dall’ipotalamo. Corri, corri, via, corri via, via, corrivia!
In
quella situazione di pareti disposte a forma di ambiente fatto casa per umani
il fuoco gli parlava lentamente. Più che il fuoco era la trasformazione a
parlargli. Una cosa esiste, succede qualcosa, esistono altre cose.
Ma non
più quella cosa che c’era, prima. Ti giuro, era qui, era fatta così, come
quelle che vedi lì accatastate in attesa, diversa nel suo essere pezzo di uno e
uno solo, un solo particolare tipo di albero, di un preciso colore e abbattuto
in un preciso luogo, in cui soltanto le radici dell’albero in questione erano
precisamente affondate, lì, in quel preciso pezzetto di terreno, un albero
simile ma diverso da altri alberi, solamente un preciso pezzo, non un altro, ma
unico, una cosa che ora non c’è più. Come nella morte.
Il
fuoco è in effetti la morte, per il pezzo di legno. Lo sarebbe anche per gli
esseri viventi tutti probabilmente, ma di solito non si alimentano bracieri
lanciandoci dentro bambini, anche se in certi casi si sarebbe evitata una marea
di problemi agli abortiti nascituri.
La
morte. La trasformazione. L’unica costante. Quello a cui tutti andiamo
incontro, appena arrivati in questo girotondo, indipendentemente dall’epoca
storica, dalla specie, dal luogo, dalle sensazioni, il tratto comune.
La
morte. La trasformazione. Un mattoncino base delle regole del mondo. Quello che
lo seccava, ogni santa volta, era il richiamo della realtà, che puntualmente
arrivava sotto forma di avviso di uno stomaco brontolante, di una camera da
mettere a posto, di tutte quelle cose noiose che non voleva fare.
La sua
realtà era fatta da tantissime cose che percepiva come noiose. E senza sapere
come attribuire alla noia la possibilità di redenzione del divenire vuoto
mentale. Solo fatica e peso di un giogo di cose che non voleva fare.
Ecco
che cosa era per lui la noia. La sua idea di vita perfetta consisteva nel
guardare il fuoco nei camini del mondo fare il lavoro della combustione. E
svuotare la mente diventando osservatore immobile e immoto, lasciare che
pensieri in catene entrassero in fila indiana, tra loro conseguenti e
reciprocamente connessi come carcerati in marcia, e stare lì, a vedere dove si
andava a finire.
È ora
di cena. È ora di mettere a posto.
LAVORARE
STANCA.
Lasciar
perdere tutto, rimanere a letto, chiudere gli occhi. Sarebbe perfetto potersene
stare sdraiati e aspettare che le cose si sistemino da sole, e invece mi alzo
alle sette e quaranta, che mi sembra un orario decente, da persone normali, e
impiego un po’ di tempo prima che gli occhi si sgonfino e possa vedere
nitidamente; controllo il cellulare e mi faccio il caffè. Vado in bagno, mi
siedo sul cesso, penso alla giornata che mi aspetta e ho un leggero conato di
vomito. Controllo il cellulare. Esco dal bagno e mi vesto, jeans e maglietta,
prendo lo zaino, chiudo il gas; arrivo alla porta di casa, la apro, torno
indietro, controllo la manopola per vedere se ho chiuso il gas.
Ore
otto e dieci scendo le scale, apro il portone, ma a metà strada inizio a
chiedermi se ho chiuso il gas: mi dico di sì, che non ha senso preoccuparsi.
Continuo a camminare ma un brivido mi irrigidisce, la testa scatta da una parte
e stringo i pugni per resistere: niente da fare, devo tornare indietro per controllare
se ho chiuso il gas. Ho chiuso il gas, ma questa volta faccio una foto al
rubinetto, girato in orizzontale, per dimostrare al me stesso futuro, al me
stesso che si nutre dei miei rimorsi e che già mi sta maledicendo, che non c’è
niente di cui preoccuparsi.
Ore
otto e trenta arrivo in ufficio, timbro il cartellino, ancora non c’è nessuno.
Mi siedo alla scrivania e prendo coscienza del fatto che sono dentro la gabbia,
la mia gabbia larga otto ore lunga cinque giorni; la mia gabbia di pareti a
schermi liquidi di computer e telefono, il mio sguardo che rimbalza senza
soluzione di continuità da uno all’altro.
Ore
dodici e venticinque vorrei dare fuoco a tutto, evitare di uccidere qualcuno,
ma bruciare tutto quanto, ridurre questo grosso edificio in cenere, vederne la
carcassa annerita sfaldarsi al vento come il cadavere decomposto di un gigante
mostruoso. Mi lavo le mani con l’amuchina. Vado in bagno e mi lavo le mani con
acqua e sapone. Torno alla scrivania, mi lavo le mani con l’amuchina, di nuovo.
Ore
tredici e trenta faccio pausa pranzo con della frutta perché in casa non avevo
niente; ieri sono andato al supermercato ma sono rimasto immobile dieci minuti
di fronte a ogni reparto: troppi colori sgargianti, troppe marche, troppe
proprietà benefiche, troppe fregature, troppi prodotti numero uno scelti dai
consumatori; e poi avevo paura di non aver chiuso bene il lucchetto della
bicicletta e non volevo che me la rubassero, così me ne sono uscito e non ho
preso niente.
Il
pomeriggio passa come tutti i pomeriggi: lento come una di quelle tapparelle
motorizzate che si vedono nei motel dei film americani; piano piano scende il
sole e posso sentire le ore sgocciolare via fisicamente: il plof ovattato delle quindici, quello
giallo delle sedici, quello squillante delle diciassette. Mi trascino verso
casa, stanco di aver fatto niente. Prendo un caffè e vado in bagno. Controllo
il cellulare. Chiamo a casa, mia madre è preoccupata per mia sorella, che è
molto preoccupata per l’università, che ha paura di non finire in tempo; chiedo
a mia mamma in tempo per chi, lei mi dice in tempo, che significa per chi. Io
penso che il tempo mi sembra sempre distante, un tempo di altri, ma non lo
dico, andiamo avanti, e lei mi dice che è preoccupata anche per mio padre, che
è preoccupato di non riuscire ad andare in pensione, o che non vuole andare in
pensione, non ho capito bene, perché vorrebbe continuare ad aiutare mio
fratello, che è preoccupato di non riuscire a pagare il mutuo. Per il resto
come va, chiedo. Tutto bene, dice lei. Riattacco, controllo il telefono, stendo
i panni e cerco di stare attento con lo stendino, il padrone di casa tiene
molto al suo pavimento in linoleum,
ha paura che possa graffiarlo. Usa poca acqua per lavare, mi raccomando, sennò
si imbarca, mi dice. Alle diciotto e trenta vorrei allenarmi, fare una corsetta,
invece mi butto sul divano. Controllo il cellulare. Faccio un rapido conteggio
dei giorni della settimana, realizzo che non sono mai andato a correre, che mi
sono sempre addormentato: mi sento in colpa, metto le scarpe da ginnastica.
Corricchio
in questo paesone assurdo tra le strade sconnesse; non riesco a distinguere le
case in costruzione dalle macerie delle vecchie abitazioni. Gli indiani tornano
dai campi con la testa cotta e la schiena spezzata in due, gli italiani tornano
dalle fabbriche sbiaditi, i negri tornano dai macelli dopo aver sgozzato una
media di quaranta vacche all’ora. Torno a casa e ho fatto sette km a una media
di cinque minuti al chilometro e mi sento soddisfatto, solo che una volta
arrivato mi ricordo di non avere acqua perché al supermercato non sono riuscito
a decidermi; scendo giù e vado dal pakistano in piazza, chiedo una cassa d’acqua,
lui è strabico e in ciabatte, circondato da mosche; dentro l’alimentari la luce
al neon lampeggia, l’aria calda viene
smossa da un ventilatore, qualche zanzara frigge nel suo sole; lui mi dice che
l’acqua viene tre euro e mentre mi porge il resto mi avverte che al
supermercato costa meno: dubito lo faccia perché è interessato alle mie finanze
personali.
Torno a
casa, mi faccio la doccia con uno shampoo particolare, attento alla cute
delicata: ho paura di perdere i capelli, di vedere le ciocche tra le dita e di
ritrovarmi allo specchio troppo cambiato. Non avrei niente da dire se fossi
pelato da sempre, ma odio le cose nette, gli eventi che squarciano il tempo, le
bandierine del prima e dopo, del ti ricordi quando. Esco dalla doccia,
controllo il cellulare.
Alle
ventuno mi preparo un po’ di pasta al pomodoro e nient’altro, non ho voglia di
pulire la cucina.
Alle
ventuno e trenta cerco un film da vedere:
in televisione non c’è niente, su Netflix ci sono troppi film idioti, su Prime
Video troppi film da americani, e su Mubi troppi film da studentesse del DAMS
di Bologna. A Bologna ci sono stato con Gaggioli: era piccola, piuttosto
sporca, profumava di nostalgia: siamo scappati. Alla fine decido di non
guardare niente, controllo il cellulare.
La
città è immersa in una notte blu scura, sembra un relitto affondato negli
abissi. Dalle finestre entra un tanfo di bestiame e scarichi; sono sicuro che
sia quasi solido, sento che già mi stringe la gola, ho paura che possa
svolazzare intorno alle mie caviglie, afferrarle e trascinarmi fuori, in uno
spazio siderale che non conosco.
Vado a
spegnere il gas, mi stendo a letto. Controllo il cellulare. Mi sveglio dopo
qualche minuto di sonno, o almeno credo di aver dormito, perché devo pisciare.
Sto per rimettermi a letto ma non ricordo se ho chiuso il gas. Vado a vedere,
poi torno a letto.
Per
tranquillizzarmi mi dico che la mia vita è la vita di tutti, niente di speciale.
Sono le due di notte. Vado a dormire che domani tocca ricominciare.
IN MORTE DELLA MADRE.
Non bastava strappare dalla placenta un corpo,
sfiancato dal presagio del vagito finale. Bisognava sparare
in bocca. Un silenzio definitivo all’infante. Stroncare il desiderio d’infinito. Fracassargli le ossa nello
stillicidio di giorni identici nel dolore. Trepidante attesa per la scena madre di quest’opera inconclusa.
Nel
sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre: vi infilai biglie
trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo. Mi ficcai dentro, ricucii
tutto sperando di rinascere pura forza e pura energia, preziosa e profumata. E
che fosse felicità dell’albero come del frutto. Pensavo che sarebbe rinata
insieme a me anche mia madre. Invece più io crescevo più lei sfioriva.
Ricordai
che dentro il ventre di mia madre ero un limone: piangevo, le mie lacrime
cadevano sulle sue ferite. Non capirò mai perché quando si nasce ci si sente
subito soli. Le ferite ci separano invece che unirci. Il nostro amore è in
putrefazione.
- Facciamo
un gioco: prendi una cosa che ami. – disse mia Madre.
Sul
letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.
- Staccagli
il braccio. - disse mia Madre.
- Non
voglio fargli male. - risposi.
- Se
impari a distruggere tu stessa la cosa che ami nessun altro potrà farlo, nessun
altro avrà questo potere. - disse mia Madre.
Chiusi
gli occhi, abbracciai il Coccolino. Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia
Madre. Feroci. Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel
cesso, insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone. Il Coccolino
restava a terra, inservibile. Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di
mia Madre.
Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del suo
dolore, l’attende sull’uscio con ali spiegate, le
gambe accavallate, i lustrini della festa, il ventre vizzo, i seni riarsi, la
morte, che la seduce e - Vieni. - le dice. La persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa.
Madre non si dialoga, si subisce. Figlia ritorna
che diventa Madre e si spezza continuamente. E,
spezzandosi, continua. L’unico atto idoneo alla vita è il silenzio. O un
grido di disperazione. Per uscire dal
bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce, o un battito d’ali.
Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa
inutile, questa piccola donna sdraiata immota ha barattato sottili labbra
dorate con un paio d’ali bucate. Ebbra
di stanchezza, sfianca troppa bellezza, s’addormenta accanto al mozzicone
acceso, un’ala si brucia e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso.
Apre gli occhi come chi muore senza
aver mai saputo il volo nessuno al capezzale. Non chiama l’infermiera, si sfila
le ali, le butta dal balcone. Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca
butterata dal dolore di chi resta, sonnecchiando in attesa del prossimo morire. Non ci si abitua all’umiliazione
di morire, o di guardare chi muore. Bacio
le labbra estinte di qualcuno che ho amato, senza toccarlo accolgo il rumore
rappreso di sangue stinto. Posso solo guardare. Mi ferisce troppo amore la sera
di chi resta solo. Mi ferisce
sapere. Non poterlo (potermi) salvare.
Se si spezza la Parola sul binario non voltarti. Io sono di quelli che non avanzano, lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento. Io resto, do not go beyond the yellow
line, il braccio sempre
teso oltre la linea di confine, brandelli
di cuore appesi alla banchina. Alle
9.35 consumo l’ultimo fischio d’addio, sul mio labbro sbreccato nessuno si siede. Se mi cerchi, sono la Cosa
che giace al binario 2. Il
silenzio è tempesta di buio che pesa, non so (non oso) parlare, non oso (non so) la Parola (perduta) per dire la Cosa. Deraglia, sbiadisce, perde peso. Il
buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale. Nessuno intima - Fermate l’esecuzione!
- All’alba la parola resta sola sotto
la lama, senza più suono, senza
nessuno che la dica, perdura spezzata.
(In memoria di mia madre, Olimpia.)
© “Corpo 11” Edizioni
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