"26 ISTANTI PRIMA"
26 ISTANTI
PRIMA.”
di
Manuel Omar Triscari.
PREAMBOLO
DI AUTORI VARÎ.
“Gli istanti eterni” (di Carlo Orsettigh).
Nella smorfia
il numero 26 corrisponde a un nome di donna: Nanninella o Anna, considerata protettrice
delle donne; in numerologia il 2 in particolare è simbolo di dualità e di
equilibrio, il 6 indica invece l’amore, il nutrimento, lo sviluppo, la cura della
famiglia e degli affetti (ma nello stesso tempo anche la trasgressione legata
all’ascolto dei propri impulsi); in latino è il viginti sex, è un numero pari, è un numero semi-primo, è un numero omirpimes, è un numero non-totiente, è
un numero di Ulam... Il 26 è tante cose. Per me da oggi è anche un bel libro di
poesie di Manuel Omar Triscari!
“26 istanti prima”:
che bel titolo! L’istante si può quantificare in una linea temporale? È un
istante, un attimo, un lampo, un click
fotografico. Ma io posso prendere questi 26 istanti e dilatarli nel tempo a mio
piacimento e farli durare anche minuti, ore. Tutto il tempo che mi serve e di
cui ho bisogno per leggere, assaporare e metabolizzare questi 26 quadri dipinti
da Manuel con i colori profondi ed intensi della sua anima e le quasi
impercettibili immagini della bella Memunatu. Pennellate feroci e leggeri
acquarelli.
Devo
creare la giusta prospettiva per gustarmi questo suo libro: accendo il fuoco
nel caminetto, in sottofondo la calda voce di Sarah Vaughan, il gatto
sonnacchioso sulle ginocchia mi guarda mefistofelico, un bicchiere di brandy sul tavolino, la mia poltrona... Ora
sì che si crea la giusta sinfonia di piaceri! Apro il libro...
<<
Il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani
e
ovunque era silenzio e dura la pietra... >>.
Una pagina
dopo l’altra, leggendo con calma, assaporando ogni parola. Profondo ed
immaginifico. Come nello script di un
bravo sceneggiatore, tra le sue righe, mi proietto le immagini nella mente: è
anche questo lo scopo della sua poesia. 26 lunghi, caldi, piacevoli istanti
prima: scusatemi, ma ora ho da fare...
“26
istanti prima di un bacio” (di Nicola Maria Bramante).
26
istanti, 26 momenti virtuali, 26 attimi intangibili, 26 secondi di passione, 26
istantanee che trafiggono e immortalano il tempo dell’amore: un incalzante
progredire di componimenti che scandiscono le immagini di una meravigliosa
ragazza che lentamente si volta svelandosi allo sguardo.
Più che
semplici poesie, ci troviamo dinnanzi a un variegato panorama di racconti
emozionali che, alternandosi alle immagini di una ragazza camitica annegata nel
nero della sua stessa pelle, compongono un quadro di bellezza e dolore, che una
lama di luce taglia, rivelando agli occhi dello spettatore: più che semplici
fotografie, l’anatomia di un amore.
In questi
26 scatti-poemi troviamo la ragione (l’amore puro) del legame che ha unito, un
tempo, questi due cuori. Manuel Omar Triscari, con la sua consueta dolcezza, ci
guida in un viaggio senza veli, senza vergogna e senza pudore, all’interno
della sua anima e alla ricerca della sua più intima essenza, facendoci volare
su versi che descrivono un sentimento puro e ideale. Un viaggio fatto di
sensazioni fatto attraverso le sensazioni. Una sublimazione e sentimentale che
non ha timore nel mostrare la forza e la debolezza che il sentimento crea
quando è totale. Ogni secondo racchiude e racconta uno stato d’animo, a volte
dolce a volte affilato come la lama di luce che sbozza e nel contempo smussa le
forme di Muna, fata africana e autentica venere nera.
Non c’è
rimpianto e non c’è rancore in questi versi, solo sentimento e passione. E una
forte complicità con la prosa di Giacomo Leopardi, ispiratore di una chiave di
lettura dell’amore e della passione a volte vissuta e a volte sognata: una
nuova dinamica espressiva basata sulla purezza del sentimento e delle emozioni.
Ma non è
una chiave di lettura accessibile a tutti e da tutti fruibile: bisogna essere
onesti nella mente, sinceri nell’animo, e puri nel cuore per poter decifrare
l’intensità e la profondità che questo gioco d’amore ci dona. In cui la
fotografia ha un ruolo fondamentale, dando un ritmo e una precisa scansione
periodica al tempo, che una gonna rossa avvolge e ammanta! In un incalzare
sfrenato di appassionate confessioni, Manuel Omar ci dischiude il suo vissuto
interiore ed emotivo donandoci magia e intensità, bellezza e dolore, la cosa
più bella del mondo: l’amore.
Un amore
che molti non avranno mai il coraggio di vivere, un amore puro e sincero,
sublime e subliminale, coraggioso e profondo come l’intensità dei testi che
avete appena letto.
Una
notazione, infine, sul connubio fotografia-poesia, per sottolineare come un
simile esperimento non sia mai stato prima d’ora provato e appaia passibile di
ulteriori sviluppi che (se l’autore avrà la voglia, la persistenza e la forza
di proseguire, approfondire e ampliare questo discorso, sempre secondo l’angolo
d’incidenza della propria personalissima prospettiva) potranno suscitare il
meridiano di un nuovo orizzonte inaugurando un nuovo modo di fare poesia.
Quello che è certo (e su cui solo possiamo, allo stato attuale, fondare la
nostra valutazione) è che questi 26 istanti-istantanee rappresentano
altrettali tappe di un universo poetico in continuo e inesorabile crescendo
emozionale-sensazionale, capaci di
trasportarci in un mondo tanto bello e profondo quanto doloroso, e condurci
alla scoperta della possibilità di una sublimazione spirituale che apra
universi negativi negati ai più.
“La scrittura del corpo” (di Maria Cristina Luigia Gianelli).
Partiamo dal titolo: “26 istanti prima” ovvero 26 istanti prima della perfezione. Già,
perchè alla perfezione tende l’amore puro. Non l’eros e thanatos
dell’antichità, recentemente ripreso dal registra Pedro Almodovar nel suo
splendido “Matador”
(1986), non certo l’<<amor che a nullo amato amar perdona>> di
Dante, ma l’amore di Giacomo per Silvia: un amore sincero e puro, irrisolto e
perfetto, perfetto proprio perchè interrotto, incompiuto e irrisolto, come uno
spazio inanimato e vuoto, come un universo in espansione che non ritorna a
contrarsi in quella tensione invincibile che imprigiona gli amanti negati a se
stessi.
Le fotografie di Manuel
Omar Triscari sono ombre platoniche di una dimensione ideale senza contorni,
immagini di un universo asfittico incapace di respirare, frutti sterili di un
amplesso mancato.
Come avrete notato, ho
chiamato in causa Platone, e non a caso: perchè Triscari, esperto nei
meccanismi sottesi agli universali fatti dell’amore e della carne, sembra un
Fedone alle prese con gl’innamoramenti irrisolti; egli sa, ma non esplicita, i
suoi reali sentimenti e segreti convincimenti attraverso il ritratto di
un’amante ideale che pare sporgersi dall’orlo dell’abisso emozionale del poeta.
Le fotografie qui riunite
sembrano essere come la zattera per il capitano di una nave che sta affondando
e non vuole scendere: dai versi incandescenti e pregni, infusi e tinti di denso
erotismo di questa raccolta s’intuisce come Manuel Omar non sia il capitano,
non sia la zattera, e non sia nemmeno un bambino o un vecchio da salvare:
Manuel Omar è il mare. Che, come scrisse Lou von Salomè, sostiene gli amanti
facendoli galleggiare...
Ma perché in questa
raccolta è dedicata così tanta attenzione alla musa e così poca all’autore, il
quale sembra risolversi nell’amata, dissolvendosi nel nero della sua pelle?
Forse perchè per lo scrittore la dimensione dell’amore è tutta particolare e
contingente, terrena e terracea, mondana e carnale? Certamente Triscari non è
un autore metafisico: forse astrazioni immaginifiche e astruse elucubrazioni,
ma niente voli pindarici nella sua opera. Al lettore la risposta. Quel che è certo è che, guidati dalle sinuose linee del corpo di questa bellissima fata
africana e autentica venere nera, noi percorreremo un viaggio a ritroso nel
tempo poetico ed emotivo dell’autore, nello suo spettro poetico e sensoriale,
per giungere fino ai primordi e ai principi fenomenologici del suo spazio
erotico-onirico. Triscari grida nei propri versi il piacere come un infinito
orgasmo. E fugge. Temendo ciò che seguirà. Temendo il collasso di un organo
inesorabilmente erettile.
<<Dove
sei, mio altro Io?
Sei
sveglia nel silenzio della notte?>>
(Gibran
Khalil Gibran: “dove nasce l’amore”).
26.
Il giorno
in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani,
ovunque
era silenzio, e dura la pietra.
Era silenzio
dunque, silenzio dovunque,
poi ti
vidi, ti conobbi, ti riconobbi:
io giglio selvatico
che fiorisce incolto,
tu fiore
di elabro che fiorisce come in nessun altro luogo,
e stemmo affrontati
in silenzio
l’uno di
fronte all’altro
come due
fiori che non hanno occhi,
io giglio
selvatico che fiorisce incolto
tu fiore
di elabro in mutande
che
fiorisce come in nessun altro luogo.
Ma sia io sia
tu abbiamo occhi,
solo che gli
pendeva un velo davanti,
un velo
mobile,
e come
un’immagine vi entra subito resta presa nella tela
e già è
pronto un filo che si attorce
attorno
all’immagine e la stritola,
un filo
che vela come un ciglio all’immagine
e genera
con lei un figlio.
Povero giglio
selvatico, povero elabro selvaggio,
fratelli
s’una strada che non sbocca
se ne stanno
sulla strada in silenzio bocca nella bocca
e tace il
bastone e tace la dura pietra
ma il
tacere non è vero tacere:
solo una
pausa sospesa che aspetta di atterrare
in cui nessuna
parola è stata soppressa e nemmeno un sospiro,
e ogni
frase è semplicemente una pausa
come un
vuoto sparso di voci e grida intorno,
una lacuna
di parole.
Come un
nido lingua e bocca siamo
quando il
Luglio non è più un Luglio
e il
giorno non è più giorno
ma
un’esplosione di luce sanguinante nel viola del tramonto,
una
conflagrazione di paesi e sottintesi.
Eccoci di
fronte
l’uno
all’altra
26 attimi
prima.
25.
Sono venuto
da lontano,
sono
venuto fin qui,
sono
venuto come te,
sono
venuto per te,
lo sai,
quassù la
terra appare piegata dal tempo,
concava e
convessa nello stesso momento,
come se si
fosse inarcata una volta e due e tre,
e s’è
anche aperta nel mezzo,
e nel
mezzo c’è un’acqua,
e l’acqua
è verde,
e il verde
è bianco,
e il bianco
viene d’ancora più su:
da
ghiacciai immensi e monti innevati
dal su di
alti eldoradi irraggiungibili.
Sono venuto
da lontano,
sono
venuto fin qui,
sono
venuto come te,
sono
venuto per te,
e ora sono
qui
e lo sai perchè?
A che
scopo? A che pro?
Dovevo davvero
parlarti?
O dovevo
parlare a me attraverso te?
Dovevo parlare
veramente?
E se dovevo
parlare
era con la
bocca, con la lingua o con le mani?
Sono venuto
da lontano
sono
venuto fin qui
sono
venuto come te
sono
venuto per te
e ora sono
qui:
io sono
qui,
sono
proprio qui,
e sono
venuto solo e solo per te,
solo io e
nessun altro,
io che
sono stato colpito
io che
sono stato scolpito,
io che non
sono stato né colpito né scolpito,
io con
tutti i miei ricordi
io debole
di ricordi,
io debole
nel ricordo
(lo sai).
24.
Ma ora
sono qui,
su questa
strada drogata che non è la mia,
tra facce
sconosciute e albori d’autunno,
sono qui
oggi
ora
qui,
io sono
qui,
in questo
cielo-silenzio,
ora che anche
il sole è tramontato con la sua luce soffusa
e il buio
della tua pelle si fonde alla tenebra della notte
sono qui con
tutte le mie ombre (le mie e quelle d’altri)
e i tuoi
occhi guardo senza pretese
i tuoi
occhi che non hanno paese
mentre la
magia della sera,
solletico
della nottua frescura e armatrice dei piaceri sterili,
languida
compagna del crimine e galeotta delle nostre anime oscure,
come
vulcano esplode le sue lussureggianti promesse di lussuria
a crivellare
l’aria con cuspidi di voluttà e lame di perversione.
E così viene
il corpo ambrato della godimento,
la bocca
vorace e bramosa della passione,
le labbra
ideali create per donare il piacere al corpo,
lo
scorpione aculeato dei neri capelli ispidi di negra,
gli occhi
sconvolti e tinti di desiderio
e lo
sguardo disfatto di morbida voluttà,
mentre fuori
la luce scompare dentro gli specchi del cielo
ribaltandosi
all’infinito e rimbalzando
tra panorami
scheletrici e orizzonti magnetici di città strade paesi,
bizzarre
pose legnose di asessuate figure immobili,
odore
acuto pungente piccante di sperma rappreso,
e un’odalisca
di gomma che in gonna ingromma
respirando
sommessa e strabuzzando gli occhi.
23.
Io sono
qui
con l’io-io
del me e con l’in-sé dell’io,
io che
sono in grado di dirti,
ti amo
perchè bruciando ti struggi,
perchè
bruciando mi struggi ardendo,
e amo il
tuo struggerti (per me)
e dopo non
amerò più nulla
giacchè
ora sono qui
su questa
strada
di cui gli
altri dicono che è bella ma per me è soltanto una strada
ma domani
potrò essere cento passi più in là
laggiù
lassù
a sud di nessun nord
come alla
periferia di nessun centro
dove nulla
m’impedisce di arrivare
dove c’è
il larice che si prostende alto verso il cembro
e io lo
vedo
lo vedo
lo vedo e
non lo vedo
e dentro
il mio occhio
lì sta il
velo
il velo
mobile
anzi i
molteplici veli
mobili.
Ma uno tu
l’hai sollevato scoprendo una stella
ma se la
stella vuole entrare dovrà andare a nozze
ma se
andrà a nozze non sarà più lei
ma solo
una chimera mezza stella e mezza velo
e io lo
so,
io che ti
ho incontrato,
io qui e io
ora,
io che
tutto posso dirti, io che tutto avrei potuto dirti ma non l’ho fatto,
io che non
te lo dico e io che non te l’ho detto,
io con il
giorno,
io con i
giorni,
io qui e
io lì,
io munito-premunito
dell’amore
dei non-amati,
io in
cammino
sempre
forse
mai.
22.
Amore mio,
se solo lo vorrai
come
archeologo guarderò in gola al tuo terrore,
dei tuoi
silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,
e leggerò
nei tuoi occhi quali furono i tuoi panorami,
quali
nelle tue paure e nelle tue fobie i tuoi traumi,
e carpirò
in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita
e dalla
morte.
Mostrami il
tuo non-so-che
e ti dirò
chi eri e come sei arrivata fin qui,
svelami i
tuoi frammenti e drammi,
qualche
caduco capello sparso in terra,
può
bastare anche meno,
le tracce
di sangue e i frammenti di sogni
restano
per sempre
indelebili:
mentre la
menzogna riluce
dubbi e
intenzioni si palesano.
Mostrami il
tuo nulla che ti sei lasciata dentro
e ne farò
un bosco e una selva,
una strada
e un aeroporto,
una
bassezza e un’altezza,
una
bellezza e un terrore;
donami il
tuo nulla
che ti sei
lasciata dentro
e domani
ne farò bellezza e terrore;
dimmi
quello che non hai avuto il coraggio di tentare:
ne farò
gioia e dolore.
Lascia che
tutto ti accada
quanto non
hai voluto.
21.
Per giorni
e giorni e notti intere
contro il
soffitto di un cielo stellato
posso
dissanguarmi-esanimarmi
senza
provare un solo turbamento
mentre il telefono
squilla e un gufo bubola
e io non
sono abbastanza uomo per piangere
e troppo
vecchio per la notte
riverso il
mio dolore in bottiglie di vino e baci di scherno
e la
bottiglia mi sta accanto come una calda puttana
che
aspetta solo di cancellare la mia angoscia
in cambio
di qualche spicciolo
e intanto
il gufo bubola e il telefono rotola il proprio squillo
e la vita
sciabola tutta la sua ignavia in questo azzurro pomeriggio cristallino,
piove
l’indolenza goccia a goccia e io sto seduto dietro i vetri
aspettando
che una nube vomiti le sue saette
e
libellule volino alte e superbe in cielo,
che i tuoi
occhî neri sboccino al sole,
che la
nebbia arrivi come un dolce martirio
ad
avvolgerci fra le sue docili spire:
allora ti
racconterò le mie storie per gonfiare i tuoi sogni
e ti
regalerò le mie paure e incubi per darti coraggio
e insieme cammineremo
muniti di coltello e di pioggia e vento,
e insieme
andremo a raccogliere acini d’uva con tralci di panna montata
lungo questa
via erta e irta di pericolosi rischi e perigli,
e con
mazzi di labbra rosso-voluttuose e pampini di desiderio
cammineremo
in strade morte-vive,
dove
carcasse umane vagano come vuote larve
dormendo
defecando fornicando scopando lavorando soffrendo morendo
nei propri
simulacri tra cui noi cammineremo
librandoci
leggeri
fra loro,
su loro, e oltre loro
vivi e
fulgidi fuggendo
illuminati
dalla nostra tremenda voglia di vivere
coperti
solo di due foglie di palpebre
mentre il
sole porta la luce,
la luna
porta la notte,
e il fiume
porta l’acqua.
Vieni: una
tremenda voglia di vivere mi assale.
20.
Ascolta: è
l’alba,
non
rumore, non passo, non strepito
tutto tace,
tranquillo e sereno,
sui rami
secchi riposano ancora le brune tortore,
e nel duro
silenzio solo si odono picchiare
sottili
raggi di luna ai vetri delle finestre.
Ascolta: finita
è la notte
e tu come
luna in cielo intangibile e lontana sei,
abbandonata
landa e plaga solitaria
foglia
battuta dal vento e spoglia di libellula
banda e
vessillo
benda e
prebenda
carta di
riso e velo di Maia
andata
senza ritorno
anima
fuggitiva d’ideale piacere
ninfa dal
marmoreo corpo
oscuro
cuore senza fine,
mentre io ancora
ti sogno ad occhi aperti
in
sfrenate corse lungo albe sublunari screziate da lattiginose caligini
e i tuoi
capelli si sciolgono alla brezza.
Mentre sopraggiungono
nere orbite di un mondo cinereo
dividendo
parti di luce con molecole di nessuna fretta,
mi perdo in
mari di desolati sepolcri
e mangio
gherigli nel guscio della mia isteria cosmica
disegnando
cerchi veloci nel grano
in cui mi
dissolvo come vapore di dolore,
e come
motore nell’eclisse mi arresto
in attesa
di nuovi messaggeri.
19.
Profonda e
tenebrosa bellezza nella tua fronte
come una
notte fonda di ombre frondeggianti,
bellezza
d’isola lambita dal mare nell’onda dei tuoi capelli,
bellezza
di lava e acqua torbida nel tuo viso,
dura bellezza
di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo e bruno passo da bambina.
Io sono
lago e tu sole:
quando ti
rispecchi nelle mie acque acquisto fulgore e bellezza.
Quieta
tempesta serbi in grembo
e madida
vita riversi dai calici del tuo petto.
Sei dolcezza
e violenza,
odio e
amore,
distanza
non colmabile,
la tua
saliva è vino forte pieno di fermento invisibile
e la tua
bocca un calice da cui io bevo la vita,
le tue
palpebre sono scrigni serbanti l’impronta dei miei baci
e la tua
pelle è timida come la luce delle tempestose terre del settentrione.
Quando abbandono
il mio capo al tuo ventre
sento nel
cervello il mio desiderio fluire dal tuo grembo;
quando
appoggio il mio volto al tuo e a occhi chiusi ti bacio
io sento
oltre le tue palpebre i miei sogni palpitare.
Ragazza la
cui rosa è protetta da un temibile scorpione
t’incontrai
per caso, forse per scherzo, quasi per gioco
e ora che il
candido lume del giorno brunisce e muta in sangue coagulato
e la lenta
sera lontana annera e quasi è la notte
e tu giaci
distesa sul mio letto come luna in mare
e come
luna in mare trema la mia pelle illuminata dalla falce del tuo sorriso
spandendo
dovunque sapore d’ostro e amaranto
e le
appartate membrane della notte ne accolgono
sudario ai
nostri corpi madidi,
e ora che tu
sei in procinto di lenire il mio ardore
con
l’acqua limpida e pura della tua bocca,
ora io non
voglio altro che perdermi nel buio della tua pelle
e dissolvermi
nel silenzio dei tuoi occhi.
Spogliati dunque
ché la carne
reclama il piacere
e la notte
non dura che un soffio,
non
indugiare:
sali
cavalca
questa notte
e ingoia i
ritegni.
18.
Nella casa
dell’amore
oltre la
grande sala
ove
ordinatamente si dispongono
i
consuetudinarî
amori
sono
oscure camere segrete
che si ha
vergogna solo di nominare:
su quei
letti osceni
io ti
aspetterò
disteso e
supino
il corpo
trepidante di voluttà
il sesso
scandaloso a reclamare il proprio piacere
per
festeggiare il nostro
assurdo oscuro
avaro amore amaro.
E questo,
se si vuole, posso aggiungere:
là, dove
alto sulle nostre teste corre il fiume
scorrendo
vicino ai tuoi pomi lunati,
lì, con
te, fra le erbe giacerò.
Ma non
sarà un amore d’erba il nostro amore:
sarà un
sogno, un fato, un destino,
qualcosa
che cresce, come un bambino,
come una
lucente clorofilla
che nel
mattino il sole distilla.
17.
Hey,
facciamo due passi?
Facciamo due
passi, ti va?
Insieme soli
io e te,
sotto la
pioggia che va!
No? E perchè?
Perchè no dici?
Dai,
facciamo due passi
insieme
soli io e te!
Che ne
dici: ti sta?
Facciamo due
passi
sotto la
pioggia che va!
No?
E perchè...
perchè..?
Perchè no
dici?
E perchè perchè
no?
Te lo dico
io,
io che lo
so:
perchè
dovremmo fare l’amore,
dovremmo
fare l’amore io e te!
Io con te
lo sai?
non ci capisco
niente
non ci
capisco proprio niente
però mi
piace un sacco
mi piace
quando ti vedo
e sei così
bella
così
talmente bella,
bella da
morire
e vestita
da uccidere.
Io da te
mi sento attratto,
mi sento
proprio un mentecatto,
mi sento
un portento,
come avere
un siluro dentro:
devo fare
qualcosa per averti
devo fare
qualcosa per fermarti
devo farti
qualcosa
a tutti i
costi
altrimenti
io qui schiatto
altrimenti
io qui mi schianto
in un
pianto a dirotto,
ma è che
non so che fare:
ci sono
persone che sanno tutto
e questo è
tutto quel che sanno;
io invece
quando mi guardi
non lo so
ma è come se muoio...
E allora, dimmi,
perchè non
facciamo due passi?
Magari poi
ci sposiamo!
Lo so che
forse sto correndo
ma è che
mi sembra di sognare,
forse sto
proprio sognando.
A me non
piace il cioccolatto
ma mi
piace molto la tua pelle di cacao,
mi piace
molto il giallo ma non mi piace il canto del gallo,
non mi
piace il canto del gallo
ma mi
piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,
mi piace
il vento quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,
non mi
piace vedere piovere sul bagnato
né
piangere sul latte versato
ma mi
piace il caffè macchiato
e preferisco
le eccezioni alle regole,
preferisco
il ridicolo di scrivere canzoni e poesie
al
ridicolo di non scrivere né canzoni né poesie,
preferisco
una bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,
preferisco
i paesi conquistati ai paesi conquistatorî,
preferisco
avere delle (buone) riserve,
preferisco
l’inferno del caos al caos dell’inferno,
preferiscono
le favole e le filastrocche alle pagine dei giornali,
ai fiori
morti, strappati alla terra e imbalsamati in vetrina,
preferisco
i fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,
ai fiori
senza foglie le foglie senza fiori,
preferisco
i cani con la coda e le orecchie non mozzate,
preferisco
gli occhi chiari e azzurri (poichè io li ho scuri),
preferisco
gli zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,
preferisco
essere meno di uno zero
che la
radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,
preferisco
non sapere come o dove né per quanto ancora o quando,
preferisco
godermi l’attimo ma sapere perchè,
preferisco
prendere in considerazione la possibilità
che l’Essere
abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,
preferisco
chiamare audacemente le cose per nome,
preferisco
le analisi spinte alle sintesi pudiche,
preferisco
più la caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,
preferisco
il palpeggiamento lascivo di temi scabrosi
e la
crapula delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,
preferisco
i frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita
alle viete
natiche rosee dei rotocalchi,
preferisco
i libri scarabocchiati a matita,
all’infinito
preferisco il ritmo concluso e circolare di una nenia antica,
alle
scalate finanziarie preferisco le scale musicali,
all’armonia
delle sfere celesti la dissonanza
di una
nota capovolta, stonata e dissonante,
e mi trovo
benissimo nelle crepe del pensiero,
negli
ambigui interstizî
tra causa ed effetto,
nelle
fessure tra teoria e prassi.
E a te che
cosa piace?
Non lo so
perchè non
so ancora niente di te
ma so che
io con te vorrei fare l’amore
perchè, sai,
forse io e
te dovremmo fare l’amore:
sarebbe
bellissimo fare l’amore con te
sarebbe
bellissimo fare l’amore io e te!
Fare l’amore
in un mattino di sole
mentre i
gatti passeggiano sul tetto,
fare
l’amore mentre fuori piove
e un
aeroplano scivola via senza fretta,
fare
l’amore sopra un vicolo stretto
mentre cani
rovistano nella spazzatura,
fare
l’amore in una stanza d’albergo,
fare
l’amore nel sole di un tramonto viola
o farlo s’un
tappeto verde,
anzi
meglio s’un tappeto di note,
fare
l’amore piano,
fare
l’amore come se suonassimo il piano,
fare
l’amore a scale
che prima
si scende e poi si sale,
fare
l’amore senza farsi male
col
profumo della tua pelle che mi assale,
fare
l’amore accanto a un pacco di Marlboro
o davanti
a quella vecchia fotografia in cui ci baciamo
mentre i
passanti ci scrutano confusi e stupiti
i loro sguardi
attoniti e smarriti,
fare
l’amore mentre gli altri lavorano
e poi
fumare una sigaretta
seduti in
terra alle crepìdini del silenzio
ascoltando
la notte che scende
battuta
tra l’incudine e il martello,
e poi
ancora rivederti al mattino
e sentire
l’odore della tua bocca
che sa di
frutta matura e dolcissima,
e scoprire
le mie dita ancora impregnate
del tuo
aroma di vaniglia,
e con
piacere ritrovare la tua allegria
impigliata
alle mie ciglia.
Ma davvero
io e te dovremmo fare l’amore?
Ci penso e
ci ripenso
e più ci
ripenso e più mi accorgo che forse l’amore
noi
l’amore l’abbiamo già fatto:
chi lo
dice che debba toglierti i vestiti?
Per fare
l’amore non serve spogliarsi
per fare
l’amore basta parlarsi
parlarsi
per ore
parlarsi
fino all’alba
fino a
stancarci alla luce che scialba,
guardarsi
negli occhi e provare a decifrarsi,
imparare
tutto a memoria
prima che
sorga l’aurora,
anche i
segreti più faceti
anche i sogni
meno concreti,
imparare
gli occhi a menadito
e a
braccio leggere i silenzi,
vedere
dalle mani i sogni scoppiare
e dalla
nuca i ricordi riaffiorare.
Su, vieni...
vieni...
vestita o
nuda che tu sia
coperta
solo di due sottili foglie di palpebre
o
liquefatta nel globo di un soffione:
voglio
vederti danzare
sul grembo
nudo di un pasto affamato
o sul
ventre vacuo di un corpo nudo,
danzare
leggera e leggiadra
tra gli
spigoli aguzzi e gli angoli acuti
del tuo
cuore.
E quando i
corpi finalmente s’incontreranno
sarà in un
sogno:
il mio
bacio e il tuo bacio,
come
un’unica bocca,
il mio
volto e il tuo volto
come due
gocce d’acqua identiche seppur diverse
identici
eppur diversi
come due
gocce di pioggia,
il mio e
il tuo corpo
isterici
di passione
come un
eco che sale dal dentro del profondo
e ripete
all’infinito l’assioma
del nostro
avaro desiderio
che nulla
vuole e nulla chiede
solo di
non finire,
solo di
non finire,
mai e mai e
poi mai
e ancora mai...
E allora
le mani si troveranno
all’improvviso
e
intrecciandosi in un sorriso
formeranno
un serto di luce aggrondata,
le bocche
parleranno e confidandosi
nel cuore
della notte più buia che c’è
diranno il
fiore del nostro segreto
e con
rabbia grideranno il nome del desiderio,
mentre le
mie labbra, febbrili di passione,
esulteranno
lungo le linee aguzze del tuo acciaio,
le dita
incastrate nei tuoi ingranaggi,
prese tra
gli spigoli aguzzi della tua anima e gli angoli acuti del cuore,
il
silenzio impigliato alle svolte del tuo respiro irregolare.
16.
Ricordi?
Sei venuta
in un bel giorno estivo, era forse Giugno,
e tu giungesti
a me con il tuo fascino incerto
affinchè
libero potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi e sognandoti
comunque
tu fossi,
il tuo
viso possedeva la grazia mirabile del sogno
ed era un
guanto di pece il tuo corpo,
manto di
lattice la tua pelle e mantice di latte il tuo alito,
mentre
serpi imboscate in gola ti agitavano senza tregua
lingue di
fuoco nella bocca
mostrando
allo sguardo molecole di pace-forza
invischiate
in costellazioni di nessuna paura.
Ricordi?
La casa
era povera, volgare e squallida,
nascosta dietro
un vicolo infimo
all’incrocio
di una strada ricurva
come una
mezza-luna distesa
coricata
sul selciato,
e dalla
finestra si vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi fare su e giù
nel
fagocitante amplesso del sucido mercato.
Lì in
quella casa così misera e grama
(lo
ricordo come se fosse ieri)
sopra un
letto d’ebano giacevi
sodiva,
armoniosa e incosciente,
perfettamente
sana e serenamente felice
nelle tue
placide membra
che ancora
oggi vibrano alla mia idea del Bello,
e per le
finestre spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto
fiero e
forte nella pienezza delle carni
turgido
nel bel vigore della gagliarda eccitazione
prendeva
la luce dalla candida luna
sepolcro
ai nostri segreti amplessi
alle
nostre baccanali follie testo.
E lì io
ebbi il corpo voluttuoso dell’amore
e le
labbra rosse d’ebbrezza
rosse di
una tale ebbrezza che ancora ora che scrivo
ancora
sente il cuore la sua vertigine
e vola
leggera l’alma ancorchè ebbra.
E ora?
Da quel
momento a questo:
potrebbero
essere anni
ma nella mia
testa è solo il tempo di un riff
come
lontana nella notte una musica che dileguando
per un
istante fa ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:
abbiamo
fatto l’amore e non è cambiato nulla,
come ieri
abbiamo niente e ci sembra tutto.
E come
ieri
ogni sera
qui come
sempre
io ti
aspetto
dentro
casa preparandomi a riceverti
e cambio
le lenzuola e rifaccio il letto
la brace
che arde nel caminetto,
e come la
porta spalancata che ti attende
anche io
sulla soglia mi metto e ti aspetto:
sulla
soglia come sempre ti aspetto
senza
pretese io ti aspetto
pensando
al tuo sguardo
al tuo
sguardo che non ha paese.
E quando
finalmente arriverai
e il piede
nella mia casa poserai
allora per
me sarà una liberazione
e tu sarai
una salvazione
come una
catartica espiazione,
e il
tacchettìo dei tuoi passi sarà il solito colpo al cuore,
le paure
diverranno uccelli
e nubi
dorate gli incubi,
alberi le
mura
e prato il
cemento del suolo.
E non
importa perchè hai tardato,
poichè ora
sei qui e solo questo conta.
Benvenuta,
dunque, ragazza mia,
finalmente
sei giunta
con il tuo
fascino incerto
affinchè
libero domani io possa rifarti nel cervello
immaginandoti
come voglia e sognandoti
comunque
tu sia,
il tuo
viso possiede la grazia mirabile del sogno.
Benvenuta,
ragazza mia,
forse avrai
fame:
sul tavolo
acqua e pane
e miele e
noci.
Forse
sarai stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma non ho
acqua di rosa.
Forse
avrai sete:
mi
trasformerei in fiume
pur di
dissetarti.
O forse
avrai solo sonno e voglia di dormire:
un arco di
lino per cullarti
con le mie
braccia farò.
15.
Nell’aurea bulla promulgata da Alessio Comneno (1048-1118),
bizantino di
Costantinopoli, terzo figlio di Giovanni e padre di Anna Comnena
βασιλεύς dei
Romei e imperatore del Sacro Romano Impero d’Oriente alla morte,
per
rendere omaggio alla saggissima madre Anna Dalassena (1025-1105),
nei
costumi e nell’opre perfetta,
vi sono
elogi ed encomi a iosa
ma una
frase spicca su tutte:
<<Il mio e
il tuo, fredde parole da noi mai dette.>>.
È così che
voglio ricordarti,
imprimerti
per sempre nella mente,
con queste
due gelide parole
da noi mai
pronunciate.
Come quelle
altre due parole,
le più
trite e ritrite,
da noi mai
dette,
mai,
ma per
sempre sepolte in fondo al cuore,
nel più
profondo del cuore
dove un
battito perenne
costantemente
le
ravviva.
Il mio e
il tuo, il mio e il tuo
come un
eco che sale da dentro
e
disperato urla la propria sentenza:
senza mio
e tuo che vita dolcissima.
14.
Scende la
mia anima al bosco,
discende
nella selva e vi si perde:
si sente
libera sulla vetta del ramo o in cima a una rosa,
esulta tra
le ombre e le verdi volte ritorte,
trema nel
silenzio che scende avvolgente
e si
frange a ogni istante,
conosce e
riconosce somiglianze e abbondanze,
dettami e legami
correlativi
e oggettivi,
agnati e
cognati,
inizî intricati e ingarbugliati indizî,
dei
recessi tutti gli eccessi,
ed esplode
gioia nei pressi degli accessi
ai
reconditi antri repressi e al cuore degli atomi depressi,
frammenti
di riviste, frammenti di sviste, frammenti di viste,
e panorami
abulici,
una
manciata d’aria con una farfalla in volo,
piccole
disobbedienze:
non
cogliere un’occasione e sprecarla,
l’allegro
inseguimento di una palla per la strada,
il tuo
ciuffo ribelle durante una corsa a perdifiato.
13.
Camminavo per
strada fumando svogliatamente una sigaretta e anche tu camminavi,
forse
distrattamente, forse pensosamente, forse penosamente non so se rassegnata o
delusa,
se
innamorata o disamorata non voglio saperlo.
Camminavo
per strada dunque e anche tu camminavi
quando ci
siamo incontrati:
i nostri
sguardi si sono incrociati,
forse per
un attimo i nostri pensieri si sono anche sfiorati
e hanno rimbalzato
ripetutamente
rimbombando
contro un cielo grigio di piombo,
ma i
nostri occhi, quelli, semplicemente si sono oltrepassati:
come due
rette perpendicolari
intersecantisi
in un punto x casuale
hanno
semplicemente tirato dritto,
e come
loro anche noi abbiamo fatto lo stesso,
tu nella
tua direzione e io nella mia,
tu
sparendo dietro un angolo e io svoltando all’angolo opposto dall’altra parte
della strada,
entrambi
smarriti o distratti o immemori o volutamente dimentichi
di esserci,
per un breve attimo infinito, per sempre amati.
E così, in
un breve attimo infinito, per sempre ci siamo persi:
come due
estranei
senza una
parola
senza un
gesto del viso
senza un
minimo sorriso
senza una
virgola sulla bocca
senza un
battito di palpebre
ci siamo scambiati
uno sguardo vacuo
e abbiamo
proseguito dritto,
come se
tra noi nulla ci fosse stato
(ma
qualcosa c’è stato),
come se
nulla fosse mai accaduto
(anche se è
accaduto di tutto).
12.
Quanta notte
è passata sulle nostre teste,
quanta
vita vedendoti-vedendomi
e quante
le tue cose che conobbi
e tante
quelle che non scopersi
tradite
dal sogno.
E quanto
abbiamo insieme varcato la soglia
(ammesso
che fosse vera soglia)
trovandoci
sull’altra sponda
(ammesso
che vi approdammo, all’altra sponda,
e ammesso
che vi fosse davvero, un’altra sponda),
e quanti
abbiamo attraversato ponti
(sempre
che fossero veri ponti),
e quanti
giorni (giorni belli e giorni brutti) abbiamo trascorso
(belli
perchè vi furono e brutti solo perchè non vi furono),
e quanta
della nostra comune sorte non conobbimo
(ammesso
che fosse comune e che fosse una sorte),
e quante
notti dormimmo insieme
cadendo
nel più profondo dei sogni.
Quanto?
Tu sai
dirlo, sai quantificarlo quanto?
(Ammesso che
la domanda abbia un senso
e un valore
la quantità.)
Io non di
certo
e per
questo taccio
per questo
non ho più voluto la notte (dopo di te)
né più
sono uscito ad aspettare i prati ospiti del vento
né più sono
riuscito ad aspettare i convogli ventosi
né i lumi
dove per te sola muoio
ma ho
chiuso le porte per allontanarti
e mi sono
(volutamente) dimenticato di tutti i sorrisi
riflessi
alle mie spalle dalla tua grazia
poichè
sempre la notte mi riconduce intorno
ai varchi
e alle rovine franose del mio(-tuo) povero cuore.
Avevamo tutto
(se la parola non è riduttiva)
davanti a
noi (se non dietro)
e lo
abbiamo sprecato (per non dire sporcato):
siamo
saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa
svanendo
mesti in lontananza
(se ci si
può fidare della prospettiva)
intenti
solo a quello a cui ci costringeva l’assenza
(se solo a
quello davvero).
Ma non ce
l’ho con te
non ho
rancore
non
pretendo alcun cambiamento
e
d’altronde non ho fretta.
Una cosa
soltanto non accetto:
il
ritornare della mia mente a te,
il tuo
sempre tornarmi in mente
e
sospingermi a una meta sempre assente,
il
privilegio del ricordo.
Ti sono
sopravvissuto solo e soltanto quanto basta per pensarti da lontano
e questo
non lo accetto, anzi ci rinuncio.
11.
Si dice
che l’amore è non dover dire mai mi dispiace,
ma tu
scusami ugualmente:
scusami se
non ti abbraccio
forte come
vorresti
ma la vita
mi ha bruciato
e ora non
ho più pelle
tranne che
per le carezze;
scusami se
ancora non sorrido
ma mi
hanno piantato dentro così tanti coltelli
che quando
mi regalano un fiore
all’inizio
non capisco neanche che cos’è;
e scusami
se a volte sembro troppo duro
ma è che
mi hanno spento
così tante
sigarette addosso
che ora
non ho più pelle per le carezze;
e scusami
se sono sempre così serio
ma è che
sei così bella che metti di malumore,
il tuo volto
è una pura forma d’acciaio
e quando
sorridi mi fai male;
e
scusami se a volte sembro perfino triste
ma è che
l’amore è una schiavitù,
e un
dolore la bellezza.
10.
Ciao, oggi
ho casa libera:
perchè non
vieni da me?
Mi piacerebbe
che venissi
che mi
venissi a cercare
che mi
venissi a trovare
e ti
fermassi un po’
qui con
me;
mi
piacerebbe fare un giro in centro,
vedere la
gente che va e viene lungo le banchine dei portici
come le
onde in riva al mare,
fermarmi a
osservare i ragazzi che si baciano
contro le
porte della notte, scambiandosi un bacio lento
(per forza
deve essere lento: l’amore non ha tempo, cioè ha tutto il tempo),
percorrere
senza fretta il viale del tramonto al crepuscolo,
o correre
come saette sulle sabbie del tempo
(per forza
sarebbe di corsa: il tempo sempre ci sfugge).
Ma poi ti
accorgeresti che non vado bene:
non vado
bene per te,
non vado
bene per me,
non vado
bene per niente.
Umano,
troppo umano,
io sono
troppo maleducato,
troppo
disadattato,
troppo
volgare,
troppo
inadatto,
e le loro
voci mi tormentano
mi
penetrano in testa
con il
rumore di cento chiodi
con il fragore
di cento passi,
il loro
disprezzo mi brucia
il sangue
nelle vene
e mi
brucia il cuore
come un
fuoco di cento cannoni:
la vita mi
ha bruciato
e ora non
ho più pelle
tranne che
per le carezze.
Limitato,
troppo limitato
limitato e
primitivo
primitivo
e bleso
io sono
inadatto, troppo inadatto:
troppo
brusco per i poeti
troppo
lirico per gli scrittori
troppo
vecchio per i bar
troppo
giovane per le carte
troppo
duro per l’amore.
Invecchiato
come il
bullo dei vecchi film in bianco e
nero
guido per
le strade di città
sigaretta
che morde le labbra
come un
tempo faceva l’amore,
troppo
volgare per i salotti
troppo
stanco per la strada
troppo
leale per il commercio
troppo
vigliacco per pensarci.
Io sono
inadatto:
umano, troppo
umano,
sono
impreparato
all’onere
di vivere
e reggo a
fatica
il ritmo
dell’azione,
il mio
modo di fare
è troppo
provinciale,
i miei
istinti quelli di un dilettante,
mentre inciampo
a ogni passo nella mia ignoranza
credo che
la cattiveria sia sempre una realtà disdicevole,
che
nessuna giustificazione legittimi una bugia,
e sento
come crudeli le attenuanti.
Io sento
come crudeli le attenuanti:
inadatto, troppo
inadatto,
qualunque
cosa faccia
si muta
sempre
in ciò che
non ho fatto,
e come
luna so brillare
solo di
luce altrui:
io sono
l’esito insoluto
di un
fulmine a ciel sereno
che
schianta in mare
e va bene
così.
Perso nella
pioggia che va aspetto
la tua
lingua come uno stiletto
e lotto
con gli spasmi del buio
nascosto
tra la lucente cortina delle stelle
e il nero
drappo delle tenebre.
Aspetto nella
pioggia che va
affilati
coltelli come la tua lingua
e vedo clown e buffoni fare le smorfie,
uomini
tristi con facce da bancarotta,
l’odore
della loro putrida essenza
è solo un
fetido vapore nauseante,
tutti i
tamburi dell’inferno suonano
ma non
possono risvegliare
un ritmo
in me:
io sono
finito
morte in
me mi guarda fissa
nel centro
del cervello
come un
qualsiasi rifiuto umano.
Io sono un
rifiuto umano:
vorrei
essere speciale (per te)
vorrei
sapere come sorprenderti
con un
improvviso salto all’incontrario
o col
gesto inatteso di un bacio di contraccolpo
ma poi mi
accorgo che sono solo un reietto,
un rifiuto
umano,
lo sterco
del mondo e lo scarto della vita,
matto come
uno scarafaggio
io sono
solo un verme,
mentre
aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai
e intanto aspetto
nella pioggia che va
coltelli
taglienti come la tua lingua
la tua
lingua come una lama spietata
e mi
accorgo di essere proprio finito, finito
come un
guado che taglia un fiume
sono
proprio finito
ora e
sempre,
questa
maledetta attesa mi uccide
che al
fondo urla e chiede vittoria,
le mie
mani aperte e impassibili
prima che
tutto sia finito
prima
della morte in me:
puzza
stantia
morte in
me
e nella
mia scarpa destra.
Ci sono
tanti giorni così,
la vita
proprio non va
come un
pugile finito all’angolo siede e sembra che rifletta,
come una
macchina guasta accosta si ferma e aspetta,
e a me non
rimane altro da fare (questo lo sai già)
che sedere
con lei e aspettare
come un treno
fermo all’altolà.
Ma io non
mi fermo,
continuo
ad andare
e mi
domando dove va
la vita
quando si ferma.
Tu che sai
dove va
la vita
quando se ne va
dimmi tu dove
finisce
la musica
quando svanisce.
9.
Campana che
sventola contro l’azzurro-cielo
fruttuoso
risveglio tutto frattale-fratturare
stritolamenti
profondi
e baci in
centrifuga fruttescenza
fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo
m’immillanto mi ammollo mi ammalo
m’innamoro
m’indoro
inodoro
e orzo
biondo-spento contro il lapillante papavero rosso
strapiombo
da cui risalgo per ghiacci e guani
parestesia-anestesia
diffusa di semipresenze-semiassenze
agnizioni
in tralice e riapparizioni di straforo
il momento
d’oro e lo scilicet
male
oscuro - male nervoso - male nevoso
gioco di
sbieco e intermittenza
paresi di
cloni e di eoni
virginea
tristezza come un’erbetta da cena-verzura
pungenti
venti settembrini e vini agretti
cane
testardo che rotea fiuta adocchia
e alza la
zampa al cippo di cemento del mio memento
testa di
cane che abbia morta
come un
cane incimurrito l’amore mi perseguita
e in
agguato dietro la siepe mi attende per azzannarmi.
8.
I tuoi
capelli sono un viluppo di scorpioni aculeati,
i tuoi
occhi due ricci di mare pungenti,
le tue
palpebre due onde per affogarmi.
E aleggi e
volteggi
nel vento
frizzante
e il tuo
fiato è quel vento
e io
sempre a te ritorno
bambina
offesa e imbronciata
e anche tu
sempre a me ritorni
con il tuo
sguardo duro come pietra che quando mi guardi mi fai male,
con il tuo
sguardo tagliente come vetro-acciaio
che quando
ti abbraccio mi trafiggi,
con il tuo
sguardo senza pretese
con il tuo
sguardo che non ha paese.
E con il
tuo sguardo rechi anche il tuo pianto
di nuvole
e verdi
che ribolle
e rampolla in questo Luglio-arsura
come corre
un azzurro pugnace nel freddo-ghiaccio dell’inverno.
Tu acqua
di ruscello spettinata e qualità soffocata sei:
al tuo
cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla,
il tuo profumo
tutto inebria e made
in corone
d’amene foglie raccolto,
in papaveri
e lucciole crogiolato ad eterne more
e all’infinita
luna-loop s’immedesimano prati e
desideri e sogni di gloria,
alle tue
dita s’impigliano i miei sogni
al tuo
petto frangendosi
e alla tua
divina indifferenza
la tua vita
rompe
e muore.
7.
Intangibile
e lontana come luna di notte appari
e come
coagulato latte ti mostri
in mille
forme perpetuamente cangianti:
glabro
polarizzato sucre dolcissimo
atonia
scabrosa e abrasa distonia
aggrumato-agglutinato
polvere disgravato
lago-cariocinesi
e lago-paralisi
proto-verginale
vertigo fuggitivo
agglomata
medusa-melassa budinosa
lago
pietrificato e neve colata-rappresa
uovo
cosmico e molecola-nulla (uovo di nulla-macro-molecola)
compendiosa
proto-molecola e capezzolo del cielo
pinguedine
plorante tracimante stolidi amori
alba-fedimento-sorriso
germogliare
di nulla dal nulla
parte
visibile del nulla dal nulla pollante
non-nociva
cocaina
abbacinante
lesiva novocaina
serto
d’iridi e cera
gemma
remotissima d’idrogeno sfolgorante
idrogeno-sfolgorio
lucidi
lucenti ruscelli-millepiedi
rivi
lucidi lucenti millepiedi.
6.
Giuro nel sonno,
figlio dell’aurora boreale:
una vela abbandona un occhio,
il rosso mare rosso si spande sui monti,
ma non è una vela:
è una lacrima
è un pianto
la vela che abbandona i tuoi occhi.
Perchè piangi?
L’acqua che prorompe dall’occhio e sgorga dal ciglio
che tremulo dipana
fluisce come una rapida cascata
a scalare il ripido pendio di quel bianco profilo
privo di pupilla.
Ma questo profilo non è un profilo: è uno scoglio,
un gelido monumento agl’imbocchi di quel mare interno
che pure è un mare di lacrime ondose
e io mi domando
che aspetto avrà mai l’altro lato di questo volto che
piange:
grigio forse come quel paese che continuiamo a scorgere?
Poi la vela continua il proprio viaggio
dentro l’occhio che si spalanca sul grigio dell’altro
versante
e così questa barca si fa messaggera
(ma il suo messaggio non promette granchè).
La vela reca un occhio
che solo la mente può vedere
un occhio di brace
un occhio di grigia cenere
la pupilla fiammeggiante nel campo nero della certezza:
vi saliamo dormendo
e così abbiamo visione di ciò che rimane da sognare.
Spopolate-spappolate sono le alture della vita,
mentre una vela solca un occhio.
Una vela solca un occhio.
5.
Tu mi
guardi e il tuo sguardo
è un
funambolo sul filo del rasoio
un Icaro
sempre sull’orlo dell’abisso
un ubriaco
che biascica parole inconsulte
un pazzo
con un tamburo che urla sul tetto
un treno
che deraglia e si accartoccia come una foglia
una rosa
che ha roso il mio cuore s’è mangiata
un pesce
con l’ala spezzata
una
rondine ingabbiata tra le quattro mura del mio cervello
un cavallo
stramazzato a terra che gorgoglia
un cane
che ulula alla notte e ringhia alla morte
una volpe
con la zampa tra i denti e il cuore nello stomaco.
Tu mi
guardi
e il tuo
viso è un cielo autunnale
rannuvolato
un momento
e subito
dopo sereno.
Tu mi
guardi,
lunatica
amica,
e sul tuo
volto di luna
sorrisi e
cipigli si rincorrono
come il
sole e l’ombra
s’una rada
battuta dal vento.
Tu mi
guardi e i tuoi occhi
sono occhi
di solitudine e disperazione
occhi di
silenzio e abbandono
occhi di
tenebrosa e offesa bellezza
i tuoi
occhi sono un vago tumulto
un vago
scintillare di oasi nel deserto
un vago
guizzare di vita come tra nebbia lampi
o come
pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
4.
Animula vagula blandula
mentre i
fonti zampillano e le galassie sciamano e le ruote girano
e i cuori
scoppiano e i crepuscoli aspettano a valve aperte l’atro
e le ore
setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi
e aspetta
la morte avvicinandosi con piccoli passi ai tuoi calcagni
tu, tu dai
fluidi capelli setosi,
tu dai
fluenti capelli di seta
tu seduta
scosciata in fondo alla notte
tu con
usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto
tu con
occhi come monetine da cinquanta
tu sempre
sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio
tu unica
vita fra i già-morti
(uomini
con luride boccacce di fogna occhi di carta igienica e cuore di cartone)
tu in
questo letto di lussuria, flessuosa reclami abbracci
sussurrando
bugie amiche e parole di passione;
le tue
unghie sprofondando nel mio cervello
e mi
rodono il cuore divorandomi l’amore
mi ridono
l’amore sbranandomi il cuore
tu sguardo
bruciante - tu ruggente - tu fremente
tu che
ruggisci alle nere membrane della notte
tu
ansimante di fieni e aspri profumi e scalcinati riposi meridiani
tu
nell’acqua di una bria caduta in agguati di luce
tu che
vaghi innocua in vacui meandri di bosco
tu ansiosa
e perduta in povertà mal-placate
tu
soffocata in ambigui canti
tu
piovuta-affogata e poi spenta nell’imo stridente all’occaso
tu in
perenne aspettanza del nulla e dal nulla sopraffatta
mentre
spade di luce affettano i giorni e le notti
tu zampa
in bocca e cuore in gola come una volpe in fuga
mentre
fonti zampillano e galassie sciano e ruote girano e cuori scoppiano
e i crepuscoli
aspettano a valve aperte e le ore setose suggono rugiade-fragole
e i cupidi
boschi aspettano e aspetta pure la morte
che a
piccoli passi si avvicina
tu sei il
coltello puntato a la gola.
Tu sei per
me il coltello.
3.
Parola senza
eco il tuo sguardo
secchio
senza corda il tuo sorriso
breve
nitore di cellule sinusoidali e sinapsi mentali i tuoi occhi
due candescenti
api morienti nel mare dei venti
troncato
albore di grida nel vespro
stolido
alone di non previsti pensamenti
pensamenti
e ripensamenti bianchi di nuvole
scaglie di
vetro iridescenti
gocce di
latte-sperma coagulato
notturna
dubbiosa vena-lampo
e
non-medicabile notte-ferita
candore-luna-riflesso-mare
scansione
sommessa di note sospese-soppresse
albe
sublunari alle tue labbra soggiacenti
squame di
subacquee rocce vetrose
rotta
vampa di meridiani cicloni
e
antimeridiani contro-cicloni (o anti-cicloni)
grumi
dentali di ossidiana
ostici
bulicami di erompente spessore
gemme di
notturni rami diafani
tremore di
erbe-foglie
e rugiade percosse
da venti millenari percorse
pezzi di
vetro-albume gocciolanti dalla munifica luna
albume
osseo incastrato in colli di bottiglia
scaglie di
stelle imbronciate.
2.
Stelle vagabonde
i tuoi occhi
come due vagabonde
uve
lampi-giglio
di giallo-neon
nidi di
acqua sterile
astenici
miraggi amaranto di fonti
polle di
non saziabili lacrime
immensi
sogni freddissimi
non
raggiungibili lumi.
Il mio cervello
ai tuoi
occhi sbanda
e i tuoi
occhi seguire non può
se non a
morirne.
Intramano cieli
e uccelli
cardi
ragni.
Perlati atolli
vertici.
Chiari sbocciano
suoni.
1.
Sangue spremuto
di nuca
decerebrato
anelito
recise
ariste avvolte da dubbiose atmosfere-ipocondria
lebbrose
lingue di sole-torcia-cielo
pudori di
ortica fuggitiva e fervido vorto-gorgo
sciupare
di vita fra inferne geometrie
deprimere
di vita dissodata-disossata
strada
strozzata in mille attonite curve
mondo
trafitto da mille arco-flagelli di vitrea pioggia
cancelli
desolati di agitati abissi ruggiosi
furie
montane di monti accesi-spenti
assenze di
spalancati vuoti e vacue porte
filamenti
di scheletri tra fragili luci fanali
ferrei
monti e atri mondani di luna
unica via
tra mille gole corrose di crac
perdute
deserte plaghe lunarizzate
pigro
verdicare di uva tra nubi e argille
giorni-uva
raggrumati
in glomi -in
grappi - in glomi - in glomeri - in grappoli
piangenti-piangenti
grondanti
bave di amore
fisime di
amore
mai sopito
in cuore.
0.
Fare l’amore
nel sole mattutino,
fare
l’amore in una stanza d’albergo,
fare
l’amore in una lurida alcova,
fare
l’amore in un talamo grazioso,
fare
l’amore s’un tappeto rosso e renderlo ancora più rosso,
fare
l’amore nella squallida camera di uno sporco monolocale in affitto,
fare l’amore mentre cani razzolano tra il pattume
in cerca
degli avanzi di una pagnotta ammuffita,
fare
l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue,
fare
l’amore mentre Fellini gira un film,
fare l’amore
mentre gli altri lavorano,
fare
l’amore mentre la pioggia trafigge il vento e percuote gli alberi
e gli
alberi piovono il proprio manto di foglie
che si
sfalda a scaglia a scaglia,
fare
l’amore davanti a una cartolina sbiadita di Parigi,
fare
l’amore cioè fare e intanto amarsi,
amarsi una
volta ed essersi amati per sempre,
amarsi una
volta è amarsi per sempre:
potrebbero
essere anni
secondo il
metro comune
potrebbe
essere un sempre eterno
ma nella
mia testa è solamente una frase
un lampo
un istante
un baleno
un momento
un giorno
solamente.
Sono così
tanti i giorni uguali a questo:
la vita
proprio non va
accosta
sul ciglio della strada e sta
e io
scendo e ripasso da quel vicolo
e penso
chissà dove sarai adesso
e mi fermo
a fumare una sigaretta
in ricordo
dei vecchi tempi.
Chissà dove
finisce la vita quando si smarrisce,
chissà l’amore
dove va
quando se ne
va.
Però quanto
ne ha guadagnato la vita del poeta:
da qui
scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,
qui ebbe
origine la miracolosa passione che ne avvinse.
Cerca di
fermarle, oh poeta,
le tue
erotiche visioni
nel dolce fraseggio
di questo ritornello
seminascoste
nel monotono solfeggio del meriggio,
o
illuminate esplodile
nel
fulgore della notte abbacinante
poichè
poche di cose come queste si possono fermare.
E tu
ritorna, oh amata sensazione,
ritorna e
prendimi,
ora che
desta il ricordo del corpo
e l’antico
desiderio rifluisce e scorre nel sangue,
ora che le
labbra e la pelle rammentano
e sentono
le mani come se ancora toccassero.
E tu tali
e quali serbameli, oh memoria,
il vago
tumulto dei suoi occhi all’addiaccio
e il dolce
morso del suo cuore al galoppo.
Oh memoria,
ridammi il
giorno che dormimmo la nostra prima notte d’amore
ridammi i
suoi occhi neri neri;
oh memoria,
ciò che puoi di lei ridammi
ciò che
puoi di quel mio lontano amore stasera dammelo
ciò che puoi
di quel corpo del piacere stasera restituiscimelo
dell’antica
voluttà un ancor vivido virgulto...
Ecco che in
occhi vividi passano le mie visioni d’un tempo:
è il
meriggio e tu dormi sdraiata s’un fianco,
sembra che
il divino sonno abbia catturato in un sogno
le tue
carni armoniose e sode...
le labbra
piene e sensuali che tremano di passione
e vibrano
alla mia idea di Bellezza...
i baci
ansimanti che mordono le labbra
mentre con
maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre
celano il
tuo letto alla vista degli uomini
ma nulla
possono all’affilato lucore della luce
e alla sua
chiarìa tagliente cedono che accarezza
le tue
membra ideali
modellate
per donare il godimento al corpo
che
adagiate e distese ora si agitano nel mare del tuo letto
come
flutti mossi dal vento
o alghe
pungolate dalle correnti...
i desideri
in fine chiari brillanti negli occhi per te
tremanti
nella voce da qualche ostacolo casualmente impediti
come
luccicavano negli occhi fissi su te e nella voce
come
fervevano trepidi per te....
Oh sì...
sento che torna... ora sta tornando...
ora che le
labbra ricordano
e la pelle
effonde di nuovo il suo aroma sensitivo
e il corpo
di nuovo esulta rotolando a goccioloni
la sua
acqua sessuale...
Oh gioia e
mirra della vita il ricordo di quell’ora
in cui
trovai l’orgasmo come lo cercavo,
mirra e
delizia della vita il ricordo di quell’ora
in cui
ebbi il godimento come lo volevo
e come lo
trattenni forte a me,
delizia ed
essenza della vita
per me che
disdegno i consueti piaceri
il nostro
rifuggire da ogni ordinario amore.
EPILOGO
DELL’AUTORE: IL POETA E LA LAMPADINA (OVVERO
DELLA GENERAZIONE DELLA LUCE).
Ho
iniziato a comporre poesia (o, almeno, a dedicarmi seriamente alla poesia) nel
periodo immediatamente successivo a una forte crisi nevrotica-ossessiva che si
manifestò nel per me secolare arco di tempo che va dall’anno 2011 al 2014,
persistendo anche successivamente e coesistendo all’impegno della scrittura
come spinta, desiderio e anelito a una maggiore pace, tranquillità e serenità
interiore: forse da qui la ricerca sperimentale e l’estrema letterarietà della
mia produzione, da intendersi come strategia di difesa iperletteraria,
compensazione della perdita della realtà e brama di un sistema più confortante,
stabile e sicuro.
Il
trasformarsi di ogni discorso, anzi di tutto, in mero significante, anzi in
lettera indusse in me il sospetto che lo “io” fosse una produzione
super-grammaticalizzata dell’immaginario, un punto di fuga e non una realtà. Ma
come affermare, dire, enunciare, tutto questo? Non ne sarebbe rimasta forse la
bocca irreparabilmente muta e silente? Non ne sarebbero andati in corto-circuito
i relais cerebrali e le sinapsi? Da
nessun luogo mi giungevano effetti di verità che non mi fossero (o, almeno,
apparissero) distruttivi nella loro intima essenza, mentre in me si
accumulavano strati sempre più maledetti di coscienza in angoscioso coacervo di
plurimi sensi per questo insignificanti, come per dare allo “io” muto una
specie di super-consistenza ferrea ma evidentemente impalpabile.
Tale
situazione psichica permane tutt’ora, né credo che mai mi abbandonerà.
Sostanziata dalla nevrosi e dall’ossessione, questa esperienza del terrore ha
per me (e in me) un significato etico allorchè implicitamente si contrappone
alla baldanza neorealistica e alla fiducia nelle sorti progressive della
istoria. Per quanto grammaticalizzato e ridotto al puro impulso conativo, lo
“io” è intenzionato a durare, e ingaggia una titanica lotta contro
l’inautentico che risiede nel divenire istorico. Ne risulta fortemente
avvantaggiato il tasso di letterarietà e la dedizione all’alta specie
leopardiana: in molti poemi si rintraccia il modello della canzone libera. Ma
non si tratta mai di adeguamento passivo ai moduli della tradizione: la lingua
letteraria viene assunta come se fosse una lingua naturale: all’interno di
questo paradigma, tutto è lecito. Ne deriva un discorso di pure ardore psichico
e un massimo di alienazione linguistica ottenuta portando all’incandescenza il
livello di artificialità letteraria del linguaggio: la variatio è la figura principale della mia produzione, e accanita dà
luogo a effetti d’instabilità prosodica e scansionale, il lessico accoglie
elementi espressionistici, inserti di latino e lingue estere, latinismi,
arcaismi, verbi al passato remoto, mentre l’urto con la istoria coeva e attuale
produce termini impoetici ma sempre lontani da un registro medio. L’assetto
nominale degli enunciati non rinuncia all’estrema tensione emotiva di una
sintassi che si mantiene complessa tramite inversioni dell’ordine naturale,
iperbati, accumulazioni retoriche, apposizioni predicative, sovrabbondanze
sinonimiche, utilizzo abnorme dei participi spesso in congiunture ossimoriche.
Come
detto, il mio “io” mi pareva allora (e adesso) minacciato e incerto di sé e
della realtà circostante ma intenzionato a resistere all’insensatezza della
vita e durare a lungo pur nell’assenza della verità: dal buio alla luce, dal
dolore alla speranza, dal terrore alla bellezza: l’ossessione, la nevrosi, la
psicosi, la follia hanno avuto anche un effetto massimamente positivo e
proficuo, agendo in me alla stessa guisa della resistenza fisica che genera la
luce. Esiste infatti, nell’universo dei fatti linguistici, una comprensibilità
che si realizza in modo immediato, ma che è quella che può avere un articolo di
giornale. Nella poesia non è così, poichè in questa sede si trasmette per una
serie d’impulsi sotterranei, tutti fonici e ritmici e alogici. Pensate al filo
elettrico della lampadina che manda il messaggio luminoso proprio grazie alla
resistenza del mezzo e vi renderete conto che se devo trasmettere corrente a
lunga distanza, mi servirò di fili molto grossi affinché la corrente che passa
arrivi a destinazione senza perdite. Se metto, invece, fili di diametro
piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la
luce o il colore così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo
è ovviamente la lingua: e l’effetto dell’eccessivo addensarsi dei significati e
dei motivi, e del sovraccarico d’informazione è un ‘corto-circuito’ che genera
un’oscurità da eccesso (e non da difetto). Dunque attrito, resistenza, sforzo,
fatica, per generare il luminoso messaggio linguistico, frutto dell’intensità
dell’attrito e del grado di resistenza poetico-comunicativa opposto al flusso
linguistico-informativo. La generazione della luce è uno dei tanti misteri
naturali ancora insondabili dalla scienza: che sa tutto di come funziona
l’elettricità, ma ancora nulla del perchè funziona, cioè del perchè esista la
forza di attrazione polarizzata che muove il flusso elettrico e ci dà la luce.
Questa forza connettiva, è l’oggetto insondabile della mia ricerca poetica e
della mia interrogazione esistenziale. Nessuna delle forze in campo e nessuno
degli emblemi della mia poesia ha mai una valenza univoca: ciò che salva è
costantemente anche ciò che condanna, ciò che conserva è pure ciò che dissipa,
ciò che subisce è contemporaneamente ciò che compie la violenza. Si vedrà bene
che questa legge dell’interscambio oppositivo o della contradictio in terminis (legge ben nota a tutti i poeti di tutti i
tempi) interessa da vicino (e non risparmia certo) la poesia, costretta al
costante monitoraggio di sé e delle proprie componenti rapinose ed egoistiche
per riuscire a darsi con onestà e sincerità. Tale esorcismo indefesso, tale
etica del porsi al centro di una rete di contraddizioni e di conoscenze,
sopportandone tutto il peso del fardello, non ha nulla d’irenico poichè non
conosce mezzi termini, ma è piuttosto uno sbilanciamento alterno e continuo:
scrivere significa assumersi il rischio psichico dell’avere a che fare
direttamente con le cause prime. È una disposizione etica che trascende l’idea
di poesia. Nessuna lampadina si accende senza sforzo. Ciò che si acquisisce
stabilmente è un prodotto di fatica. Ed è una legge che vale per ogni attività
cognitiva e pratica, per ogni conquista umana, individuale e collettiva, per
ogni memoria durevole.
Fatti
salvi gli squarci di lancinante apertura comunicativa, da quanto si è detto
deriva la ruvidezza di questa poesia, che genera una certa asperità di lettura,
accentuata dal caratteristico rigore paratattico, dallo spregio per
l’interpunzione, da un analogismo di chiara matrice surrealistica, e dal
rifiuto di ogni apriorismo formale. Ed è proprio per questo che la rottura reca
i segni della liberazione manieristica: il nucleo linguistico della mia poesia
si situa alla confluenza tra ermetismo e surrealismo con una costante
attenzione a leopardi. Fra gli ermetici vanno segnalati Gatto e Luzi, ma la
grammatica dominante si rifà soprattutto al gelido intellettualismo di
quasimodo e insomma alle frange estremiste del movimento, che meglio si
accordano con il radicalismo stilistico dei modelli surrealistici. Oltre agli
elementi che attestano una generica ascendenza ermetica, come le ellissi degli
articoli, i plurali assoluti e altri stilemi, si rinvengono copiosamente le
figure dell’analogismo surrealista, mentre il lessico accoglie senza timori né
remore termini desueti e letterari e l’assetto rigidamente descrittivo e
orizzontalmente paratattico denuncia una certa influenza di Zanzotto.
La mia poesia
si presenta in effetti come un grande mosaico di citazioni assimilate da una
memoria formidabile e portentosa che le rimette in circolo fondendole e
trasfigurandole fino a renderle irriconoscibili sotto il giogo di una tecnica
precipua e personalissima: ciascuna immagine e ciascun oggetto si staglia come
chiuso in sé in un mondo di emblemi astratti, freddi e preziosi dove a
prevalere è il gioco delle catene associative. Ma questa disposizione
‘araldica’ poggia s’un sostrato di fortissima adesione a particolari nuclei
tematici e ambienti ideologici che catalizzano l’assunzione delle fonti
relegando al subconscio la percezione dei tratti formali: credo di poter
affermare senza tema di smentita di essere pervenuto ai miei autori di
riferimento e alle mie fonti d’ispirazione per il tramite del senso e dei
sensi: tale approccio contenutistico spiega come sia stata possibile
l’assunzione massiccia dei modelli.
A “26 istanti prima” è inoltre sottesa ma
chiaramente visibile e riconoscibile (benché molto più attenuata e soffusa) una
sorta di degradazione dell’idea di linguaggio che tocca l’apice in “Busillis”, dove il mezzo linguistico viene
ridotto ad assumere un senso solo attraverso un reagente
ambientale-contestuale-culturale, cioè in relazione alle fonti e senza altra
possibilità di esistenza. E non a caso, questi titoli citati, come molti altri,
sono collegati da un sottile sincretismo formale e contenutistico, soprattutto
da una diffusa narratività che, oltre a contenere l’eccesso lirico, ne fa un
unico libro. Tale preoccupazione realistica, di ordine tematico e strutturale,
ha come conseguenza, e comporta in generale, l’esclusione di alcune poesie
dalla raccolta in atto e la loro virtuale ripresa, riesumazione e
riproposizione nell’organismo di un’altra raccolta. La letterarietà lessicale e
sintattica delle poesie è infatti complementare alla libertà metrica-ritmica:
ne derivano un andamento elocutivo, eloquente e solenne e una scansione ostica
e rallentata, cui certo concorre l’assetto melodico discendente e conclusivo di
ciascun verso, con rare inarcature. Tale rallentamento della scansione, e
faticosità e farraginosità, o (d’altro punto di vista) riflessività del verso,
esalta infine la tragicità immanente ai testi.
In alcuni
casi, l’allungamento del verso, parallelo al fluidificarsi della sintassi,
accusa un intento ‘narrativo’, ma sempre concomitante e simultaneo
all’affinamento della strumentazione retorica, timbrica e sintattica. A tale
scopo operano egregiamente le continue inversioni sintattiche. L’impianto
anaforico delle liriche s’infittisce e accoglie una messe di ripetizioni a
contatto o ravvicinate nel verso, come in un Luzi radicalizzato. Queste e altre
ripetizioni accusano una crisi del linguaggio che fa tutt’uno con la crisi di
auto-percezione dello “io”: esse sono il sintomo del bisogno di aggancio al
reale. Una certa fragilità psichica si riconosce infatti nell’armamentario
timbrico, esasperato all’inverosimile: tipica l’ecolalia tramite rima, o altro
parallelismo fonico forte e pertinente fra il lessema a fine di verso e uno all’interno
dello stesso o fra gli elementi di un sintagma inarcato.
“26 istanti prima” attua il compromesso
tra necessità espressive e istanze translinguistiche. La resistenza titanica
dello “io” agli orrori del mondo e all’impossibilità di un divenire autentico
accusa un sovraccarico di tensione etica individuale che diviene intollerabile.
Il soggetto prende atto dell’impossibilità di porsi come depositario dell’autentico
e lo “io” si scopre parificato al liquame informale che caratterizza la realtà
del presente, ‘emorragico’ esso stesso. Alla luce di una coscienza superiore il
trauma soggettivo e l’esperienza del terrore e lo “io” stesso non sono più al
centro dell’operazione poetica ma vengono posti tra parentesi come in una εποχή fenomenologica. Dalla specola della
coscienza, una sorta di “io” trascendente prende le distanze dal vissuto
soggettivo e dalla realtà inautentica e dalla tensione lirica considerandoli
indistintamente contaminati e menzogneri. Nasce così l’amaro miscuglio di
contrapposti atteggiamenti psichici che ha sempre animato e nutrito e connotato
la mia poesia sin dagli albori e che la critica ha frettolosamente definito
ironia. Ma uno degli effetti di questa distanza dell’operatore dai propri
oggetti poetici è che lo “io” si muove ora in una condizione di relativa
libertà: il vissuto che prima non poteva esprimersi se non con conati e
gesticolazioni e brucianti vocativi e allocuzioni trova ora uno sbocco
comunicativo non indifferente attraverso il calcolo razionale dei sentimenti e
quello sociale della funzione linguistica. Il soggetto si trova paradossalmente
più vicino al lettore, ed è in grado di raccontare la sua storia che è, prima
di tutto, una storia d’amore: amore per una donna e amore per la poesia. Il
distanziamento ironico della coscienza comporta altresì una rottura del tessuto
linguistico: il classicismo istituzionale delle mie opere è portato al punto di
massima incandescenza oltre il quale si delinea un pericolo di deflagrazione
linguistica: non sono le misure formali a dare un senso al mondo angoscioso ivi
espresso ma esse ricevono da questo mondo di angoscia e paura e terrore un
colpo definitivo. La lingua apre così a inserti istoriati provenienti dal
registro scientifico e tecnologico i quali convivono con arcaismi e recuperi
letterari e danteschi e latinismi espressivi. Il latino, in particolare,
interviene spesso con funzione mediatrice tra il repertorio tradizionale e la
terminologia tecnica. La sintassi è aulica e altissima la tensione al tempo
stesso rotta ed esaltata dalle frequenti spezzature e inarcamenti a prima vista
arbitrarî e da non infrequenti movimenti colloquiali. Inoltre: polarizzazione
fra elementi che manifestano un cedimento nell’informale e altri di tenore
iperletterario; asprezze o difficoltà elocutive che si acuiscono a oltranza,
non tanto aggredendo gli aspetti istituzionali del codice letterario quanto
puntando direttamente alla disgregazione del nesso generativo io-tradizione formale
così come si configura nella istoria della letteratura. Ciò che viene messo in
pericolo e criticato non è insomma l’ossequio a una norma esteriore, ma quel
rapporto vitale con la forma che la insigniva di una facoltà catartica rispetto
al trauma soggettivo e istorico. E questo sta alla base di una prospettiva
particolarmente cupa e dolorosa, cui l’operatore reagisce con atti paradossali,
inconsulti, automatici, dibattendosi fra la necessità oggettiva di un crollo
degli strumenti di difesa formale e un ultimo, disperato appello alla norma. La
quale, privata della sua sostanza vitale, si trasforma in maniera. Si
giustifica così la forte organizzazione strutturale sincretica dei miei libri.
Purtroppo,
il fallato e falsificato mondo capitalistico e la civiltà dei consumi sta
visibilmente e rapidamente deteriorando la stessa possibilità di un’esistenza
autentica. Il rumore di sottofondo, il rumore del mondo, il cicaleccio
televisivo, ha ormai occupato gli spazi di silenzio necessari a una vera
comunicazione umana, tanto che qualunque parola pronunciata reca in sé la
traccia dell’onnipresente brusio, producendo dolore. Le vie praticabili, a
questo punto, sono due: scavalcare il linguaggio in direzione del silenzio,
oppure affrontare la linea inautentica sul suo stesso terreno alla ricerca di
un principio di resistenza attiva: tutta la mia produzione percorre
contemporaneamente le due strade, segnando un punto di non ritorno, alla base
della quale sta la consapevolezza di una sconfitta: la convenzione letteraria
non garantisce più un rifugio dalla istoria: la salvezza viene ricercata non
più soltanto nella lingua poetica e letteraria ma nella lingua tout court: la norma-convenzione cui far
riferimento non è tanto più quella letteraria ma quella linguistica identificata
nelle sue radici archetipiche. L’esperimento della mia poesia sta tutto nel
ricupero che si effettua a partire da una condizione che normalmente lo
dovrebbe precludere: quella che associa un’intensa esperienza verbale ad un
vasto retroterra culturale in magmatica attività. Questa discesa alle origini
del linguaggio è al tempo stesso un grande esercizio psicoanalitico di matrice
freudiana-lacaniana. La sfiducia nel grado di verità veicolato dai significati
genera l’affidamento alla serie dei significanti. È il significante a fondare
l’esperienza del soggetto, ed è attraverso il significante che è possibile
cogliere gli affioramenti dell’inconscio e portare alla luce il trauma
soggettivo rimosso. I significati culturalmente acquisiti passano in secondo
piano o vengono destituiti di autorità mentre gli elementi secondari della
catena verbale quali gli affissi e i morfemi in genere sono trattati come
portatori di significato autonomo e compiuto benchè alogico. Ugualmente,
l’armamentario delle figure foniche è portato all’incandescenza organizzando
direttamente la produzione del senso. Il procedimento dominante è
l’allitterazione che a volte viene addirittura provocata artificialmente dando
luogo a ecolalie e glossolalie autentici balbetti che si confondono e mischiano
con i frequenti giochi etimologici e paretimologici. Questa abnorme
disposizione ludica nei confronti del linguaggio (che comporta tra l’altro la
creazione di neologismi forgiati sulla base dell’emancipazione dei moduli
formativi delle parole) si configura quale tentativo di regressione allo stadio
infantile dell’esperienza, a diretto contatto con le origini del linguaggio, e
ha pertanto un movente tutt’altro che futile. Nel gioco etimologico, per
esempio, entra in campo il rapporto con il latino, che è sempre per me uno dei
luoghi dove si manifesta il terrore storico scientifico. L’attenzione verso
l’etimologia immette questa dimensione terrifica e terribile della lingua morta
nel corpo della lingua cosiddetta naturale cioè l’italiano coevo e contemporaneo.
Sul versante del mondo verbificato e grammaticalizzato si collocano gli inserti
delle lingue straniere, dal latino alle lingue speciali appartenenti alle più
svariate discipline della conoscenza, dalla filosofia alla psicanalisi,
impiegate quale puro materiale da costruzione. Le stesse citazioni e allusioni
letterarie sono trattate alla stregua di ogni altra componente. L’istituzionale
metodo citazionistico di assimilazione e restituzione delle fonti si esercita
qui in una lingua poetica a tutto campo. Come rispondendo a impulsi psichici e
nervosi slegati da un ordine razionale del discorso, questi materiali si
assestano in sequenze paratattiche e agglutinanti, con implicita svalutazione
del verbo, che viene spesso sostituito da elementi nominali. L’irrazionalismo
sintattico non esclude tuttavia un rigoroso controllo sullo scorrimento
tematico e sulla proliferazione dei campi semantici che appaiono sempre
strettamente inerenti al testo in questione, la quale cosa allontana la mia
esperienza poetica da esperienze di scrittura automatica a prima vista analoghe
e compatibili. Lo scardinamento della sintassi è controbilanciato dal disporsi
degli enunciati in catene sintagmatiche di carattere metonimico, sulla traccia
degli accostamenti fonici e delle allitterazioni. Un forte segnale sintagmatico
è l’allungamento medio della misura dei versi con effetti variamente
polarizzati sul consueto assetto centripeto del verso: in certi casi si ha il
radicale isolamento di ciascun verso, che viene pronunciato quasi
rabbiosamente, per cui la scansione della sequenza è monadica e ricca di
impuntature; in altri casi l’autonomia del singolo verso viene diminuita e
assorbita dal fluire informale, tanto che la rivelazione di eventuali
inarcature risulterebbe impertinente. L’affrancamento rispetto alla tradizione
metrica novecentesca è pressocchè totale e appare anzi perpetrato in tutta
coscienza sia sul piano delle configurazioni strofiche sia negli aspetti
ritmici. Inoltre, il finale della maggior parte delle liriche è sintatticamente
separato da ciò che precede (spesso anche tramite uno spazio bianco o un
accapo) e ha un carattere assertivo, gnomico, epifrastico, così da costituire
un vero e proprio commiato. Il solo istituto letterario rimasto, come il
precipitato di un’organizzazione formale codificata, è la rima, la quale però
non ha mai una funzione strutturante dell’assetto strofico. Si assiste
piuttosto a una polverizzazione della componente aulica (e a tutti i livelli)
che risulta onnipresente ma inglobata nel contesto informale-atonale, malgrado
i continui effetti di frizione. Ecco perchè si può affermare che la mia poesia
è il disegno cancellato di un vuoto, l’eco represso di un silenzio, l’ombra
abolita di uno splendore: il valore profondo del mio esperimento mi sembra
pertanto consistere nel suo essere sede di significato reale proprio mentre si
configura come negazione di senso istituito. Ed effettivamente il senso si
configura come la messa in contatto dei due luoghi del senso: il luogo del
culturale e dell’ordine (simbolico) che fa capo al linguaggio, e quello del
casuale e dell’informe, che fa capo all’inconscio e non conosce legalità. Ma
bisognerebbe piuttosto parlare di cortocircuito fra i due poli, tanto il
contatto risulta letteralmente esplosivo. I miei poemi esibiscono la
deflagrazione del senso quale mito centrale del linguaggio, la sua implosione
fino all’azzeramento e all’annientamento o, volendo adoperare altri termini, la
fagocitazione-contaminazione dello stesso da parte dei singoli miti individuali,
attivi anche sotto forma di resti, di stereotipi e di banalità quotidiane che
si addensano e aggrumano attorno all’evento del ferimento-oltraggio del
linguaggio, che fornisce il supporto narrativo alla struttura poematica, e, per
ciò stesso, ne determina sia l’inizio sia la fine.
“26 istanti prima” è un
libro contraddittorio, che nasce dal contrasto tra una patente necessità di
dire e capire e testimoniare e un altrettanto lucido e disperato e dichiarato e
ossessionante e motivatissimo senso della difficoltà di continuare a farlo e
forse in versi meno ancora che in altre forme. Tale dissidio interiore
determina la polarizzazione al livello della struttura generale. Come in altri
libri anche qui si presenta l’urgenza di verificare la relazione tra i codici
istituiti della realtà e la realtà o anche la relazione tra i codici della
cultura e i codici immanenti dell’esistenza: luogo di affermazione e di
contestazione del sapere attraverso la lingua che non sa e dice e l’esistenza
che sa e ascolta senza dire. Se la poesia non è in grado di aprirsi a tale
relazione in funzione comunitaria si chiuderà sterilmente in se stessa fino
all’auto-consumazione. Nella proliferazione figurale del testo il lettore può
orientarsi grazie alla rete fittissima e quasi ridondante dei richiami
intertestuali. La qualità delle metafore è tale da corrispondere da vicino agli
enunciati onirici dello “io” che appaiono meno trasparenti e fungibili mentre
gli oggetti sembrano a volte separarsi dai contesti per divenire quasi simboli
di se stessi. L’estrema velocità e transitorietà dell’immaginazione verbale è
il frutto di una sensitività esasperata, la stessa a cui si perviene nelle
situazioni di offuscamento della voglia e veglia o della coscienza tramite
farmaci e alcole e droghe benchè a provocare lo stato di alterazione può essere
sufficiente l’auscultazione del corpo e della carne e del cuore che sono il mio
vero lsd. È in questa zona di confluenza di conscio e
preconscio che si manifestano i procedimenti di condensazione tipici. La
volontà di dar voce contemporaneamente alle numerosissime sollecitazioni del
reale provoca una congestione di figure che finisce per violare le norme della
sintassi e della logica e dell’analogismo stesso. Si può insomma guardare a “26 istanti prima” e a tutta la mia
precedente produzione più intellettualistica (“Busillis” in
primis) come a un grande esperimento iniziatico rivolto alla ricerca della musica intelligibilis del linguaggio, un esperimento tanto più
condivisibile quanto meno il lettore si faccia ossessionare dall’impulso
d’individuare dei significati stabili, che pure sussistono. La vociferazione
glossolalica può derivare da una fonte demoniaca, ma può anche rientrare a
pieno titolo nel dono delle lingue di cui parlava il santo paolo nel
controverso passo xiv della “Prima lettera ai Corinzi”: l’abbandono
onirico e la quasi visionarietà si combina molto spesso con calate a picco
entro la referenzialità, il quotidiano, la socialità nel senso più immediato.
Il questa silloge si riscontra una sorta di accanimento figurale e stilistico
attorno a pochi temi-guida che vengono indagati come a volerne sondare tutte le
possibilità di espressione e fino a scontrarsi con l’indicibile di ogni
rappresentazione. Questa concentrazione e restrizione dei campi semantici di un
testo risponde all’esigenza di affinamento degli strumenti d’indagine sul reale
di cui ho già parlato. Quello che forse non ho ben evidenziato è che la restrizione
dei campi semantici è il risultato della chiusura nella dimensione privata
dell’uovo: al fondo delle operazioni di sondaggio scopriamo la cupa
contraddizione, l’ambiguità, l’indifferenza e l’indifferenziato, l’oscuro che
caratterizzano in prima istanza l’es. In “26
istanti prima” si allude più volte alla coassialità fra inconscio
soggettivo e sostanza panica del mondo. La chiusura autoreferenziale rischia di
attingere al nucleo originario del reale. Solamente a partire da questo fondo
oscuro di coincidenza degli opposti all’interno del quale nessun significato è
in grado di emergere sugli altri è possibile auspicare una risalita e un
risveglio o il miracolo di una risurrezione. Il profilo estremamente duro e
cupo (ma mai intimamente pessimistico) trova un fondamento scientifico nel
concetto termo-dinamico dell’entropia e un fondamento filosofico nel concetto
epicureo del calcolo razionale dei beni.
Dicevamo
dell’entropia: perchè nell’intera mia produzione il dettato scaturisce da un
groviglio o da un ossario di antinomie vietate e di strade viete o di
sentimenti ininterrotti e sentieri interrotti alla Heidegger. E, al termine
dell’erosione entropica, il residuo escrementizio e scatologico del mondo si
presenta come il fondo oscuro del reale che trova una corretta collocazione e
una compiuta allegoria e una placida serenità solo nel corpo della donna qui
ritratta e immaginata e sognata sulla quale, come in un’enorme pattumiera,
giacciono in oscuro fermento i sedimenti organici e inorganici del processo
naturale, il cumulo delle tracce lasciatevi dall’uomo: il corpo come scrittura,
come ciò che resiste originariamente a ogni tentativo di codificazione o di
controllo razionale e crogiolo di residui e sede delle stragi perpetrate
innocentemente dalla natura e ancora labirinto selvaggio e buco nero dove ogni
distinzione temporale e dunque ogni memoria viene annullata e al tempo stesso
conservata, solo che si sia in grado di attraversarlo, percorrerlo e penetrarlo
con la dovuta pietas. Il libro
diviene così una silva litteratissima di citazioni e di opzioni
stilistiche, una foresta di simboli dove il poeto esercita quella che è
definibile come strategia della conflagrazione inter-segnica. Si tratta del
parossistico tentativo di attingere al nucleo della temporalità autentica
attraverso il recupero (tanto sarcastico quanto amoroso) delle forme morte del
passato: quello che viene chiamato manierismo e che del resto ha numerose e
contrastanti incarnazioni, dove non sia esibizione d’impotenza scaltra, o al
contrario dissimulazione-repressione d’inventività o voglia di nascondimento,
può essere semplicemente l’allusione rovesciata a una specie di pedale
stabilizzante all’interno di un movimento che tenderebbe a ogni forma di
eccesso. La mia poesia nasce dalla stessa pulsione liberatoria che genera
l’esplosione comunicativa: un bisogno di riposo dopo gli eccessi di agonismo
linguistico. E non si può tacere l’adibizione di valori iconici (o comunque
pertinenti sul piano semantico) i quali, affidati ad alcune istanze timbriche,
scaturiscono da un particolare o una situazione descrittiva che scatena la fuga
verso le tante possibili catene e connessioni e nessi simbolici o astrattivi
che ricompongono infine il quadro originario. Soggetto e oggetto (o mondo
esterno) non sono più né pacificamente speculari né irrimediabilmente
contrapposti, ma elementi mutuamente interattivi del processo conoscitivo. Il
noumeno non è più totalmente inattingibile: noi ne conosciamo infatti la
porzione consentita dal funzionamento del nostro apparato sensoriale e dai
processi di percezione, categorizzazione e rappresentazione mentale. In
quest’ottica la mia poesia diventa un’incessante e drammatica lotta con il
noumeno, una testimonianza altissima dei procedimenti con cui la mente (il
cervello) cerca con tutti i mezzi possibili e soprattutto con una percettività
tesa allo spaso e con un’immaginazione carica di astrazioni elaboratissime di
penetrare nelle regioni oscure che si estendono fuori ma anche dentro di noi
(si pensi all’inconscio e alle appercezioni).
Lo scopo
di questo tour de force è quello
d’istituire una zona franca dagli effetti devastanti della deiezione del
linguaggio senza o quasi ricorrere, nemmeno per irriderlo, al protettorato
insidioso del codice letterario, ma attenendosi alla nuda (se certo non inerme)
contemporaneità del registro linguistico: un presente insonorizzato dal rumore
del mondo potrebbe conguagliare il senso del passato e del futuro, nella
contemporalità e contemporaneità le cose potrebbero darsi nella pienezza della
loro presenza-essenza. Ma questa zona franca non basta a se stessa: preme la
nostalgia di un legame con la comunità, la salvaguardia della quale era poi il
vero movente dell’esilio. Così il carico di responsabilità sulla lingua poetica
aumenta e la possibilità di parlare si restringe dando luogo a un’implosione:
la struttura della lingua collassa come un edificio sotto la pressione dei
carichi, come una stella per il prevalere della forza di gravità. Se rari sono
i momenti in cui il calo di tensione appare realmente pacificato tuttavia la
libertà dei nessi sintattici e morfologici procurata da questo genere di
spossamento non sventola la bandiera di una rinnovata aggressione alla lingua:
il collasso esclude l’agonismo. La disarticolazione del discorso estromette
talvolta le giunture o argomentative producendo agglutinazioni lessicali e
sopprimendo la punteggiatura e incrementando il tasso e la quantità delle
inarcature (non di rado fortissime): una poesia senza punti fermi. La cui
marcata orizzontalità può accusare l’assunzione di una ‘distanza’ che è insieme
mentale e sensibile ma prima ancora è figura della prostrazione e dello
spappolamento della lingua. I versi sono pronunciati in modo veloce ed
ellittico, come per il timore di un imminente esaurimento della carica
polmonare. Lo spirare depressivo dell’elocuzione si sente particolarmente
quando la sintassi ha un andamento discendente e per risparmiare il fiato tende
ad anticipare nel verso l’elemento più urgente dell’enunciato mentre il finale
cade aggiuntivo e sottotono. Parallelamente al collasso si assiste a un aumento
dell’attenzione rivolta alla molteplicità dei significati introdotta dalle
diverse prospettive etimiche così pervasive a livelli mai raggiunti prima. Il
caso che il termine su cui cade l’aura etimica sviluppi tutte o quasi le sue valenze
rizomatiche in seno alla propria storia si può considerare la norma e non vanno
dimenticate le ambiguità semantiche sincroniche o diacroniche dell’italiano. Si
vengono così a costituire dei nuclei o grappi di diramazione del senso da una
poesia all’altra. Grazie al loro intrinseco sviluppo nel tempo queste parole-grappi
quali resti residui fossili di un linguaggio per il resto estinto resistono
alla deiezione e all’espulsione ed evacuazione fuori dal corpo del linguaggio
(e del testo). La densità lessicale è l’altra faccia della rarefazione e
sublimazione del senso. Ciò che di positivo bolle nell’oscuro bacile del
divenire del linguaggio naturale (costituzionalmente e costitutivamente in fieri) corrisponde a ciò che disperso
si raggruma in “26 istanti prima”:
il vero volto della temporalità intravveduto nella stasi di un’indistinzione
‘cronica’ al termine del processo entropico del mondo cioè nel momento della
sua riduzione ontologica. La diffrazione etimologica si avverte spesso nel gran
numero di termini con affisso adatti a convogliare ellitticamente il ventaglio
trascolorante delle dinamiche mentali e sensoriali in assenza di un soggetto
senziente e della sua soggettività. Abbiamo così l’esprimersi di una relazione
al limite della fusione o all’opposto (ma, in verità, s’un versante funzionale
a un legame di ordine superiore) il distacco da simboli materiali mentre
abbondano i composti che puntano sull’oltranza sensitiva anche in prospettiva
temporale; della stessa specie i campioni che sembrano voler scandagliare o
confermare una qualche profondità magari celeste e i campioni deputati
all’intrusione.
I testi del
presente florilegio riuniscono, costituiscono e restituiscono testimonianze
sulle conseguenze marginali della catastrofe: è come se ogni spicchio di questo
poema istantaneo cercasse di familiarizzarsi e familiarizzarne con la meschina
atrocità del dopo: come se si muovesse in un’angusta e dimessa e terrificante
archeologia del futuro. Così un astronauta condannato a non tornare sulla terra
guarderebbe a ciò che forse (ma non per lui) esiste ancora sulla terra.
“26 istanti prima”:
prima di un paradiso mancato, di un limbo che si lascia attraversare da
un’affabilità tutta purgatoriale. All’interno dei cui confini escatologici si
delinea la dialettica totalmente in perdita fra istanze che tendono a
ristabilire un contatto attraverso la poesia con la disfatta realtà sociale e
culturale della contrada e la consapevolezze dell’impossibilità di ancorare il
presente a un sostrato antropologico che sfugge a qualunque tentativo di
rappresentazione. Il libro vuole porre al centro delle proprie numerose figure
di relazione il linguaggio quale sede naturale dell’umano e luogo proprio del
colloquio il quale è innanzitutto proprio della lingua che dialoga con se
stessa: in molti componimenti sono presenti figure che si stagliano sul corpo
della musa (corpo dell’amore e corpo dell’amor reo) configurando figurazioni
che incarnano la poesia quella maiuscola noumenica e ideica e
contemporaneamente soggetta alle imperfezioni e alla storicità dell’esistente e
dell’attuale e del presente: quella che io definisco “poetria”. L’unica
differenza rispetto alla mia produzione precedente risiede nel fatto che la
tensione al sublime quale protezione e oasi e golfo dell’autentico che prima
s’identificava (benchè in absentia)
con la lingua pura e razionalistica ed esperantica di “Busillis” qui trova uno sbocco nel linguaggio
del corpo e del corpo diviene scrittura la quale ha il vantaggio, proprio
perchè fuori idioma, di non esistere (o di esistere in ogni possibilità e
opzione) e di non aver mai subito alcuna ipostasi storica. Si spiega così la
presenza fittissima di sostantivi astratti che esprimono stati o moti
dell’animo come per l’impossibilità di affidarsi alla concretezza mirata di
riflesso sul soggetto degli aggettivi corrispondenti; ma tutto l’ambito
percettivo appare coinvolto in un processo di astrazione derealizzante: oltre
alle forti inarcature e alle subitanee interruzioni di verso, giocano allo
scopo anche i diffusi coaguli lessicali e gli slittamenti sintattici in caduta
libera: tutti elementi da considerare nell’ordine del collasso linguistico ed
esistenzialistico dovuto alla sfiducia nel concetto stesso di opera e
all’impossibilità di credere ancora di poter comporre un libro organico che
assuma un punto di vista sul mondo: “26
istanti prima” fa da spartiacque e segna un discrimine tra una prima e
un dopo: se precedentemente il soggetto, pur dibattendosi tra conferme e
sparizioni, continuava a tenere le redini del discorso, sostenuto in questo
dalle sacche di resistenza sempre presenti in una natura minacciata, nelle
poesie-ritratti di questo spicilegio il soggetto si ritrae per lasciare il
luogo a una sorta di autonomia dell’automa: la minaccia del mutismo si è ora
tradotta in devastazione. E uso la parola devastazione poichè si ha, nella
presente crestomazia e nell’odierna società, una proliferazione-metastasi di
sopravvivenze distorte e di sincronie cancrose e velenose acronie e di
rovesciamenti quasi vomiti e rigetti di un senso che, pur rimanendo identico
sotto il profilo del segno, è stato palesemente corrotto sotto il segno del
significato. Il tutto scaturisce dall’attuale limbo tecnologico dominato di
artificiali enti meteoretici per la comunicazione audio-video capaci di
collocare lo sguardo e la voce e la scrittura in dimensioni tali di lontananza
e astrazione e velocità da imprimere un’enorme accelerazione (e causarne la
frantumazione) agli universi simbolici che sono venuti a costituirsi nel corso
della vicenda biologica umana e dell’evoluzione dei suoi orientamenti
fondamentali concretizzati in un ethos
ovvero in modi di agire e lingue ‘naturali’ e sentimenti comuni e riconoscibili
e norme etiche e comportamentali. Alla contrapposizione fra tempo eterno
dell’emozione e temporalità provvisoria e passeggiera dell’esistenza biologica
è d’addebitare la valenza equivocale della parola “tempo” (nel senso
contemporaneamente cronologico, atmosferico e anche grammaticale dell’inglese tense contrapposto a time) sottesa a tutto il libro, tutto
ridotto a frammento plastificato e filtrato da uno schermo-diaframma
(televisivo telefonico o di altra natura è indifferente) con l’avviso costante
della condizione di esilio del soggetto. La stessa frammentarietà dei testi non
pare preoccupata dei continui disturbi della trasmissione o degli accorgimenti
escogitati dall’autore per svalutare il registro lirico: pur nella generale
impotenza, questi incerti frammenti tendono a disporsi in sequele
litaniche-mantriche-salmodiche che non rinunciano a lodare indefessamente le
indefinitamente fugaci manifestazioni dell’essere miracolosamente scampato al
nulla. La passività del soggetto comporta il prevalere di momenti descrittivi
spesso calati in un perfetto stile nominale arricchito con participi e gerundi
e latinismi e scientismi e neologismi e soprattutto agglutinazioni lessicali
con trattino polivalente. L’elenco di stilemi potrebbe continuare puntando
sulle rime ecolaliche e sulla generale attenzione fonica-timbrica e s’una messe
di altre figure tipiche di modo che si delinea un quadro di dispendio
manieristico che rischia di distogliere l’attenzione ma che è in realtà
funzionale ai meccanismi di svalutazione dell’esperienza a vantaggio del
razionalismo matematizzante della mia poetologia: viene insomma compromessa
qualunque ipotesi di permanenza temporale o spaziale da parte di un idioma
impoverito di entroterra simbolico; tutto converge, semmai nella cronaca in
tempo reale di una superfetante tracotante transfluenza anarchica virtualmente
infinitiva che esplode all’interno di un eco-sistema sottratto al controllo.
Nel breve
spazio di un preambolo non si può rendere conto esaurientemente della struttura
di un libro come questo che, a dispetto delle apparenze, è ferrea e conchiusa e
tanto rigorosamente progressiva quanto speculare e centripeta quanto
concentrica essendo centrata sulle vicende della scrittura del corpo-amore e
sulla sua sublimazione memorica ed eternale rispetto alle quali lo “io” si pone
in posizione pascaliana di ascolto e interrogazione e dunque sempre in leggero
ritardo o sfasamento rispetto alle vicende del cuore e ai fatti della carne che
si prova nel difficile tentativo di descrivere: una posizione che non gli
impedisce di condividere il destino di dissoluzione-assunzione ma che procura
al libro una continua alternanza fra momenti di pace (sempre relativa e
soltanto auspicata) e momenti di ribellione e di feroce dibattimento e
battaglia: non potrebbe essere diversamente. Per renderne conto della
complessità di costruzione di “26 istanti
prima” è necessario sottolineare e dirottare l’attenzione del lettore
sulle opposizioni che lo animano (in
primis quella sentimentalistica di odio e amore e poi quella
coloristica-esotica di bianco e nero e altre ancora più facilmente desumibili
dal contesto) per notare come esse siano soggette a un trattamento metamorfico
puntuale e preciso: se queste coppie fossero lasciate libere di contaminarsi e
rovesciarsi e intrecciarsi in corso d’opera, esse non farebbero che spingere
sul pedale del caos sotto il segno
della variabilità e indistinzione noetica, un po’ come avveniva nei libri di Zanzotto
e in primis in “Il galateo in bosco”, con la differenza
che il consueto understatement di Zanzotto
(che in quel libro ha qualche cosa di montaliano) e moltissimi elementi di
superficie sembrano avvalorare l’ipotesi interpretativa dispersiva mentrecchè
qui non è così poichè le istanze costruttive e organiche del cosmo e del caso
si presentano criptate e captate sotto una coltre di manifesto ordine. Qui la
poesia è il perno dialettico e la vibrazione ultrasensibile che deve reggere il
peso delle trasmutazioni interne: la dismemoria e la follia e l’idiozia o una
supposta ratio animale potrebbero
vederci meglio di certa presunta razionalità umana che alcuni non-luoghi
particolari potrebbero risultare paradossalmente più abitabili rispetto alle
nostre consuete immagini di locazione così come i numeri irrazionali potrebbero
offrire superiori garanzie di sicurezza rispetto a certi eccessi di razionalità
calcolante come quella che si esplica nel fondamentalismo economico
dell’occidente che ha fomentato la folle teologia del pil: cioè leggi economiche
idolatrate e celebrate e venerate che prescrivono continui aumenti di
produzione ma sono del tutto inette a prevenire i rischi del denaro simbolico e
i crolli delle borse e i casi Parmalat e le frodi di chi trae denaro dal
denaro. Tutto ciò e la sua miseria nel senso spregiativo che è nell’italiano
dantesco quale eccesso di attaccamento al fatto economico (cfr. Dante: “Inferno”: Xvii: <<usurai>>)
non è altro che la degenerazione pletorica di ciò che sarebbe la matematica
come sostanza razionale dell’universo. E la poesia si fa carico di entrambi gli
schieramenti connotativi sempre intenta com’è nel calcolo e nel traffico con il
reale e nel commercio con la morte. L’irraggiamento sovra-impressivo di temi e
luoghi ed emblemi che era la cifra del libro precedente si cala qui in un
panorama oggetto a una sorta di split
cinematico sintomatico di uno split
cerebrale: non la sovrapposizione e nebulizzazione delle figure cardine ma una
loro visione sinopica da cui il lettore esce in stato confusionale sentendo che
una logica esiste ma non riuscendo ad orientarsi e finendo per riconoscere l’Alzheimer in se stesso. Vi sono poi
ovunque casi di sciatteria esibita e dissonanza voluta e quasi stonatura
procurata: tutto congiura verso l’immagine di una disinibizione totale e una
mancanza di filtro e una disarmata e disarmante franchezza: questi accessi di
apertura e spoliazione fungono da vere illuminazioni per chi legge e quali
piccoli fari di orientamento in una bolgia di riferimenti criptati e rimandi
occulti. Ma la lettera e il verbum o λόγος e il significante sono sempre da
prendere sul serio. Anzi, portando all’estremo le conseguenze del discorso,
potremmo arrivare ad affermare che solo la parola, solo il verso cale: il senso
rimane a margine, a latere.
La domanda
che il fruitore dell’opera deve porsi, alla fine della sua lettura, è questa:
se esista una sola e unica realtà e come possa essere detta e comunicata e
rivelata, se la realtà sia necessariamente quella che si vede, se il piano
delle intenzioni e della fantasia e quello dei fatti non abbiano pari dignità e
diritto di cittadinanza nel regno degli enti e dei fenomeni del reale che
potrebbe (dovrebbe) contenere tutte le parti, sia quelle concrete sia quelle
ipotetiche, sia quelle immaginate e immaginarie: in “26 istanti prima” è in questione la possibilità di dire
l’esperienza di una vita e il significato di un’esperienza. Se, infatti, il
linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente e
consapevole, come è, allora, possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante
si sottrae e si spinge oltre i confini della ragione: la fantasia, le
intenzioni, i desideri, le sconfitte? Il significato delle parole non può che
essere arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e
immaginazione. Tutto quello che esiste è irriducibilmente diverso da quello che
vediamo e da come lo vediamo, tutto ciò che vediamo è diverso da come lo
nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e
dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo un
ente appartenente al dominio di quella che definiamo realtà, noi stiamo
eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e ci raggira.
Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo
umano e il meraviglioso del mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e
surreale quando non sovrannaturale? Con Conrad, rispondiamo che è impossibile,
impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento
qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato,
la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Sicchè non ci resta che
disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che
la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando, intaccando, destrutturando
il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola,
gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la
cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a
dire. E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di
realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo
indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. To make darkness visible: è quello a cui dovremmo ambire, quello a
cui ambisce “26 istanti prima”. Vedere
non soltanto le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del
senso comune, ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune,
rimangono invisibili. “26 istanti prima”
vuole comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta
all’interno del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che
lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno
a sè, al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la
luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio,
della coscienza e dell’incoscienza, la precipua prospettiva che
contraddistingue la presente opera si
sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora)
parola. To make darkness visible as
darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo
decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al
di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra
della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi
guarderemo nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo (e
illudendoci di rivelare) quella darkness
che è il rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo un silenzio può
comunicare.
Anno 2020
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com


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