"26 ISTANTI PRIMA"

 

26 ISTANTI PRIMA.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 



PREAMBOLO DI AUTORI VARÎ.

 

 

 

“Gli istanti eterni” (di Carlo Orsettigh).

Nella smorfia il numero 26 corrisponde a un nome di donna: Nanninella o Anna, considerata protettrice delle donne; in numerologia il 2 in particolare è simbolo di dualità e di equilibrio, il 6 indica invece l’amore, il nutrimento, lo sviluppo, la cura della famiglia e degli affetti (ma nello stesso tempo anche la trasgressione legata all’ascolto dei propri impulsi); in latino è il viginti sex, è un numero pari, è un numero semi-primo, è un numero omirpimes, è un numero non-totiente, è un numero di Ulam... Il 26 è tante cose. Per me da oggi è anche un bel libro di poesie di Manuel Omar Triscari!

“26 istanti prima”: che bel titolo! L’istante si può quantificare in una linea temporale? È un istante, un attimo, un lampo, un click fotografico. Ma io posso prendere questi 26 istanti e dilatarli nel tempo a mio piacimento e farli durare anche minuti, ore. Tutto il tempo che mi serve e di cui ho bisogno per leggere, assaporare e metabolizzare questi 26 quadri dipinti da Manuel con i colori profondi ed intensi della sua anima e le quasi impercettibili immagini della bella Memunatu. Pennellate feroci e leggeri acquarelli.

Devo creare la giusta prospettiva per gustarmi questo suo libro: accendo il fuoco nel caminetto, in sottofondo la calda voce di Sarah Vaughan, il gatto sonnacchioso sulle ginocchia mi guarda mefistofelico, un bicchiere di brandy sul tavolino, la mia poltrona... Ora sì che si crea la giusta sinfonia di piaceri! Apro il libro...        

 

<< Il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani

e ovunque era silenzio e dura la pietra... >>.

 

Una pagina dopo l’altra, leggendo con calma, assaporando ogni parola. Profondo ed immaginifico. Come nello script di un bravo sceneggiatore, tra le sue righe, mi proietto le immagini nella mente: è anche questo lo scopo della sua poesia. 26 lunghi, caldi, piacevoli istanti prima: scusatemi, ma ora ho da fare...

 

 

 

“26 istanti prima di un bacio(di Nicola Maria Bramante).

26 istanti, 26 momenti virtuali, 26 attimi intangibili, 26 secondi di passione, 26 istantanee che trafiggono e immortalano il tempo dell’amore: un incalzante progredire di componimenti che scandiscono le immagini di una meravigliosa ragazza che lentamente si volta svelandosi allo sguardo.

Più che semplici poesie, ci troviamo dinnanzi a un variegato panorama di racconti emozionali che, alternandosi alle immagini di una ragazza camitica annegata nel nero della sua stessa pelle, compongono un quadro di bellezza e dolore, che una lama di luce taglia, rivelando agli occhi dello spettatore: più che semplici fotografie, l’anatomia di un amore.

In questi 26 scatti-poemi troviamo la ragione (l’amore puro) del legame che ha unito, un tempo, questi due cuori. Manuel Omar Triscari, con la sua consueta dolcezza, ci guida in un viaggio senza veli, senza vergogna e senza pudore, all’interno della sua anima e alla ricerca della sua più intima essenza, facendoci volare su versi che descrivono un sentimento puro e ideale. Un viaggio fatto di sensazioni fatto attraverso le sensazioni. Una sublimazione e sentimentale che non ha timore nel mostrare la forza e la debolezza che il sentimento crea quando è totale. Ogni secondo racchiude e racconta uno stato d’animo, a volte dolce a volte affilato come la lama di luce che sbozza e nel contempo smussa le forme di Muna, fata africana e autentica venere nera.

Non c’è rimpianto e non c’è rancore in questi versi, solo sentimento e passione. E una forte complicità con la prosa di Giacomo Leopardi, ispiratore di una chiave di lettura dell’amore e della passione a volte vissuta e a volte sognata: una nuova dinamica espressiva basata sulla purezza del sentimento e delle emozioni.

Ma non è una chiave di lettura accessibile a tutti e da tutti fruibile: bisogna essere onesti nella mente, sinceri nell’animo, e puri nel cuore per poter decifrare l’intensità e la profondità che questo gioco d’amore ci dona. In cui la fotografia ha un ruolo fondamentale, dando un ritmo e una precisa scansione periodica al tempo, che una gonna rossa avvolge e ammanta! In un incalzare sfrenato di appassionate confessioni, Manuel Omar ci dischiude il suo vissuto interiore ed emotivo donandoci magia e intensità, bellezza e dolore, la cosa più bella del mondo: l’amore.

Un amore che molti non avranno mai il coraggio di vivere, un amore puro e sincero, sublime e subliminale, coraggioso e profondo come l’intensità dei testi che avete appena letto.

Una notazione, infine, sul connubio fotografia-poesia, per sottolineare come un simile esperimento non sia mai stato prima d’ora provato e appaia passibile di ulteriori sviluppi che (se l’autore avrà la voglia, la persistenza e la forza di proseguire, approfondire e ampliare questo discorso, sempre secondo l’angolo d’incidenza della propria personalissima prospettiva) potranno suscitare il meridiano di un nuovo orizzonte inaugurando un nuovo modo di fare poesia. Quello che è certo (e su cui solo possiamo, allo stato attuale, fondare la nostra valutazione) è che questi 26 istanti-istantanee rappresen­tano altrettali tappe di un universo poetico in continuo e inesorabile crescendo emozionale-sensazionale, capaci di trasportarci in un mondo tanto bello e profondo quanto doloroso, e condurci alla scoperta della possibilità di una sublimazione spirituale che apra universi negativi negati ai più.

 

 

 

“La scrittura del corpo(di Maria Cristina Luigia Gianelli).

Partiamo dal titolo: “26 istanti prima” ovvero 26 istanti prima della perfezione. Già, perchè alla perfezione tende l’amore puro. Non l’eros e thanatos dell’antichità, recentemente ripreso dal registra Pedro Almodovar nel suo splendido “Matador (1986), non certo l’<<amor che a nullo amato amar perdona>> di Dante, ma l’amore di Giacomo per Silvia: un amore sincero e puro, irrisolto e perfetto, perfetto proprio perchè interrotto, incompiuto e irrisolto, come uno spazio inanimato e vuoto, come un universo in espansione che non ritorna a contrarsi in quella tensione invincibile che imprigiona gli amanti negati a se stessi.

Le fotografie di Manuel Omar Triscari sono ombre platoniche di una dimensione ideale senza contorni, immagini di un universo asfittico incapace di respirare, frutti sterili di un amplesso mancato.

Come avrete notato, ho chiamato in causa Platone, e non a caso: perchè Triscari, esperto nei meccanismi sottesi agli universali fatti dell’amore e della carne, sembra un Fedone alle prese con gl’innamoramenti irrisolti; egli sa, ma non esplicita, i suoi reali sentimenti e segreti convincimenti attraverso il ritratto di un’amante ideale che pare sporgersi dall’orlo dell’abisso emozionale del poeta.

Le fotografie qui riunite sembrano essere come la zattera per il capitano di una nave che sta affondando e non vuole scendere: dai versi incandescenti e pregni, infusi e tinti di denso erotismo di questa raccolta s’intuisce come Manuel Omar non sia il capitano, non sia la zattera, e non sia nemmeno un bambino o un vecchio da salvare: Manuel Omar è il mare. Che, come scrisse Lou von Salomè, sostiene gli amanti facendoli galleggiare...

Ma perché in questa raccolta è dedicata così tanta attenzione alla musa e così poca all’autore, il quale sembra risolversi nell’amata, dissolvendosi nel nero della sua pelle? Forse perchè per lo scrittore la dimensione dell’amore è tutta particolare e contingente, terrena e terracea, mondana e carnale? Certamente Triscari non è un autore metafisico: forse astrazioni immaginifiche e astruse elucubrazioni, ma niente voli pindarici nella sua opera. Al lettore la risposta. Quel che è certo è che, guidati dalle sinuose linee del corpo di questa bellissima fata africana e autentica venere nera, noi percorreremo un viaggio a ritroso nel tempo poetico ed emotivo dell’autore, nello suo spettro poetico e sensoriale, per giungere fino ai primordi e ai principi fenomenologici del suo spazio erotico-onirico. Triscari grida nei propri versi il piacere come un infinito orgasmo. E fugge. Temendo ciò che seguirà. Temendo il collasso di un organo inesorabilmente erettile.

 

 

 

 

 

<<Dove sei, mio altro Io?

Sei sveglia nel silenzio della notte?>>

 

(Gibran Khalil Gibran: “dove nasce l’amore”).

 

 

 

 

 

26.

 

Il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani,

ovunque era silenzio, e dura la pietra.

 

Era silenzio dunque, silenzio dovunque,

poi ti vidi, ti conobbi, ti riconobbi:

io giglio selvatico che fiorisce incolto, 

tu fiore di elabro che fiorisce come in nessun altro luogo,

e stemmo affrontati in silenzio

l’uno di fronte all’altro

come due fiori che non hanno occhi,

io giglio selvatico che fiorisce incolto 

tu fiore di elabro in mutande

che fiorisce come in nessun altro luogo.

Ma sia io sia tu abbiamo occhi,

solo che gli pendeva un velo davanti,

un velo mobile,

e come un’immagine vi entra subito resta presa nella tela

e già è pronto un filo che si attorce

attorno all’immagine e la stritola,

un filo che vela come un ciglio all’immagine

e genera con lei un figlio.

Povero giglio selvatico, povero elabro selvaggio,

fratelli s’una strada che non sbocca

se ne stanno sulla strada in silenzio bocca nella bocca

e tace il bastone e tace la dura pietra

ma il tacere non è vero tacere:

solo una pausa sospesa che aspetta di atterrare

in cui nessuna parola è stata soppressa e nemmeno un sospiro,

e ogni frase è semplicemente una pausa

come un vuoto sparso di voci e grida intorno,

una lacuna di parole.

 

Come un nido lingua e bocca siamo

quando il Luglio non è più un Luglio

e il giorno non è più giorno

ma un’esplosione di luce sanguinante nel viola del tramonto,

una conflagrazione di paesi e sottintesi.

 

Eccoci di fronte

l’uno all’altra

26 attimi prima.

 


 

 

 

25.

 

Sono venuto da lontano,

sono venuto fin qui,

sono venuto come te,

sono venuto per te,

lo sai,

quassù la terra appare piegata dal tempo,

concava e convessa nello stesso momento,

come se si fosse inarcata una volta e due e tre,

e s’è anche aperta nel mezzo,

e nel mezzo c’è un’acqua,

e l’acqua è verde,

e il verde è bianco,

e il bianco viene d’ancora più su:

da ghiacciai immensi e monti innevati

dal su di alti eldoradi irraggiungibili.

 

Sono venuto da lontano,

sono venuto fin qui,

sono venuto come te,

sono venuto per te,

e ora sono qui

e lo sai perchè?

A che scopo? A che pro?

Dovevo davvero parlarti?

O dovevo parlare a me attraverso te?

Dovevo parlare veramente?

E se dovevo parlare

era con la bocca, con la lingua o con le mani?

 

Sono venuto da lontano

sono venuto fin qui

sono venuto come te

sono venuto per te

e ora sono qui:

io sono qui,

sono proprio qui,

e sono venuto solo e solo per te,

solo io e nessun altro,

io che sono stato colpito

io che sono stato scolpito,

io che non sono stato né colpito né scolpito,

io con tutti i miei ricordi

io debole di ricordi,

io debole nel ricordo

(lo sai).

 


 

 

 

24.

 

Ma ora sono qui,

su questa strada drogata che non è la mia,

tra facce sconosciute e albori d’autunno,

sono qui

oggi

ora

qui,

io sono qui,

in questo cielo-silenzio,

ora che anche il sole è tramontato con la sua luce soffusa

e il buio della tua pelle si fonde alla tenebra della notte

sono qui con tutte le mie ombre (le mie e quelle d’altri)

e i tuoi occhi guardo senza pretese

i tuoi occhi che non hanno paese

mentre la magia della sera,

solletico della nottua frescura e armatrice dei piaceri sterili,

languida compagna del crimine e galeotta delle nostre anime oscure,

come vulcano esplode le sue lussureggianti promesse di lussuria

a crivellare l’aria con cuspidi di voluttà e lame di perversione.

 

E così viene il corpo ambrato della godimento,

la bocca vorace e bramosa della passione,

le labbra ideali create per donare il piacere al corpo,

lo scorpione aculeato dei neri capelli ispidi di negra,

gli occhi sconvolti e tinti di desiderio

e lo sguardo disfatto di morbida voluttà,

mentre fuori la luce scompare dentro gli specchi del cielo

ribaltandosi all’infinito e rimbalzando

tra panorami scheletrici e orizzonti magnetici di città strade paesi,  

bizzarre pose legnose di asessuate figure immobili,

odore acuto pungente piccante di sperma rappreso,

e un’odalisca di gomma che in gonna ingromma

respirando sommessa e strabuzzando gli occhi.

 


 

 

 

23.

 

Io sono qui

con l’io-io del me e con l’in-sé dell’io,

io che sono in grado di dirti,

ti amo perchè bruciando ti struggi,

perchè bruciando mi struggi ardendo,

e amo il tuo struggerti (per me)

e dopo non amerò più nulla

giacchè ora sono qui

su questa strada

di cui gli altri dicono che è bella ma per me è soltanto una strada

ma domani potrò essere cento passi più in là

laggiù

lassù

a sud di nessun nord

come alla periferia di nessun centro

dove nulla m’impedisce di arrivare

dove c’è il larice che si prostende alto verso il cembro

e io lo vedo

lo vedo

lo vedo e non lo vedo

e dentro il mio occhio

lì sta il velo

il velo mobile

anzi i molteplici veli

mobili.

 

Ma uno tu l’hai sollevato scoprendo una stella

ma se la stella vuole entrare dovrà andare a nozze

ma se andrà a nozze non sarà più lei

ma solo una chimera mezza stella e mezza velo

e io lo so,

io che ti ho incontrato,

io qui e io ora,

io che tutto posso dirti, io che tutto avrei potuto dirti ma non l’ho fatto,

io che non te lo dico e io che non te l’ho detto,

io con il giorno,

io con i giorni,

io qui e io lì,

io munito-premunito

dell’amore dei non-amati,

io in cammino

sempre

forse

mai.

 


 

 

 

22.

 

Amore mio, se solo lo vorrai

come archeologo guarderò in gola al tuo terrore,

dei tuoi silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,

e leggerò nei tuoi occhi quali furono i tuoi panorami,

quali nelle tue paure e nelle tue fobie i tuoi traumi,

e carpirò in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita

e dalla morte.

 

Mostrami il tuo non-so-che

e ti dirò chi eri e come sei arrivata fin qui,

svelami i tuoi frammenti e drammi,

qualche caduco capello sparso in terra,

può bastare anche meno,

le tracce di sangue e i frammenti di sogni

restano per sempre

indelebili:

mentre la menzogna riluce

dubbi e intenzioni si palesano.

 

Mostrami il tuo nulla che ti sei lasciata dentro

e ne farò un bosco e una selva,

una strada e un aeroporto,

una bassezza e un’altezza,

una bellezza e un terrore;

donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e domani ne farò bellezza e terrore;

dimmi quello che non hai avuto il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

Lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 


 

 

 

21.

 

Per giorni e giorni e notti intere

contro il soffitto di un cielo stellato

posso dissanguarmi-esanimarmi

senza provare un solo turbamento

mentre il telefono squilla e un gufo bubola

e io non sono abbastanza uomo per piangere

e troppo vecchio per la notte

riverso il mio dolore in bottiglie di vino e baci di scherno

e la bottiglia mi sta accanto come una calda puttana

che aspetta solo di cancellare la mia angoscia

in cambio di qualche spicciolo

e intanto il gufo bubola e il telefono rotola il proprio squillo

e la vita sciabola tutta la sua ignavia in questo azzurro pomeriggio cristallino,

piove l’indolenza goccia a goccia e io sto seduto dietro i vetri

aspettando che una nube vomiti le sue saette

e libellule volino alte e superbe in cielo,

che i tuoi occhî neri sboccino al sole,

che la nebbia arrivi come un dolce martirio

ad avvolgerci fra le sue docili spire:

allora ti racconterò le mie storie per gonfiare i tuoi sogni

e ti regalerò le mie paure e incubi per darti coraggio

e insieme cammineremo muniti di coltello e di pioggia e vento,

e insieme andremo a raccogliere acini d’uva con tralci di panna montata

lungo questa via erta e irta di pericolosi rischi e perigli,

e con mazzi di labbra rosso-voluttuose e pampini di desiderio

cammineremo in strade morte-vive,

dove carcasse umane vagano come vuote larve

dormendo defecando fornicando scopando lavorando soffrendo morendo

nei propri simulacri tra cui noi cammineremo

librandoci leggeri

fra loro, su loro, e oltre loro

vivi e fulgidi fuggendo

illuminati dalla nostra tremenda voglia di vivere

coperti solo di due foglie di palpebre

mentre il sole porta la luce,

la luna porta la notte,

e il fiume porta l’acqua.

 

Vieni: una tremenda voglia di vivere mi assale.

 


 

 

 

20.

 

Ascolta: è l’alba,

non rumore, non passo, non strepito

tutto tace, tranquillo e sereno,

sui rami secchi riposano ancora le brune tortore,

e nel duro silenzio solo si odono picchiare

sottili raggi di luna ai vetri delle finestre.

 

Ascolta: finita è la notte

e tu come luna in cielo intangibile e lontana sei,

abbandonata landa e plaga solitaria

foglia battuta dal vento e spoglia di libellula

banda e vessillo

benda e prebenda

carta di riso e velo di Maia

andata senza ritorno

anima fuggitiva d’ideale piacere

ninfa dal marmoreo corpo

oscuro cuore senza fine,

mentre io ancora ti sogno ad occhi aperti

in sfrenate corse lungo albe sublunari screziate da lattiginose caligini

e i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

Mentre sopraggiungono nere orbite di un mondo cinereo

dividendo parti di luce con molecole di nessuna fretta,

mi perdo in mari di desolati sepolcri

e mangio gherigli nel guscio della mia isteria cosmica

disegnando cerchi veloci nel grano 

in cui mi dissolvo come vapore di dolore,

e come motore nell’eclisse mi arresto

in attesa di nuovi messaggeri.

 


 

 

 

19.

 

Profonda e tenebrosa bellezza nella tua fronte

come una notte fonda di ombre frondeggianti,

bellezza d’isola lambita dal mare nell’onda dei tuoi capelli,

bellezza di lava e acqua torbida nel tuo viso,

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

candore sincero di ragazzo e bruno passo da bambina.

 

Io sono lago e tu sole:

quando ti rispecchi nelle mie acque acquisto fulgore e bellezza.

Quieta tempesta serbi in grembo

e madida vita riversi dai calici del tuo petto.

 

Sei dolcezza e violenza,

odio e amore,

distanza non colmabile,

la tua saliva è vino forte pieno di fermento invisibile

e la tua bocca un calice da cui io bevo la vita,

le tue palpebre sono scrigni serbanti l’impronta dei miei baci

e la tua pelle è timida come la luce delle tempestose terre del settentrione.

 

Quando abbandono il mio capo al tuo ventre

sento nel cervello il mio desiderio fluire dal tuo grembo;

quando appoggio il mio volto al tuo e a occhi chiusi ti bacio

io sento oltre le tue palpebre i miei sogni palpitare.

 

Ragazza la cui rosa è protetta da un temibile scorpione

t’incontrai per caso, forse per scherzo, quasi per gioco

e ora che il candido lume del giorno brunisce e muta in sangue coagulato

e la lenta sera lontana annera e quasi è la notte

e tu giaci distesa sul mio letto come luna in mare

e come luna in mare trema la mia pelle illuminata dalla falce del tuo sorriso

spandendo dovunque sapore d’ostro e amaranto

e le appartate membrane della notte ne accolgono

sudario ai nostri corpi madidi,

e ora che tu sei in procinto di lenire il mio ardore

con l’acqua limpida e pura della tua bocca,

ora io non voglio altro che perdermi nel buio della tua pelle

e dissolvermi nel silenzio dei tuoi occhi.

 

Spogliati dunque

ché la carne reclama il piacere

e la notte non dura che un soffio,

non indugiare:

sali

cavalca questa notte

e ingoia i ritegni.

 


 

 

 

18.

 

Nella casa dell’amore

oltre la grande sala

ove ordinatamente si dispongono

i consuetudinarî amori

sono oscure camere segrete

che si ha vergogna solo di nominare:

su quei letti osceni

io ti aspetterò

disteso e supino

il corpo trepidante di voluttà

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere

per festeggiare il nostro

assurdo oscuro avaro amore amaro.

 

E questo, se si vuole, posso aggiungere:

là, dove alto sulle nostre teste corre il fiume

scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati,

lì, con te, fra le erbe giacerò.

Ma non sarà un amore d’erba il nostro amore:

sarà un sogno, un fato, un destino,

qualcosa che cresce, come un bambino,

come una lucente clorofilla

che nel mattino il sole distilla.

 


 

 

 

17.

 

Hey, facciamo due passi?

Facciamo due passi, ti va?

Insieme soli io e te,

sotto la pioggia che va!

No? E perchè?

Perchè no dici?

Dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

Che ne dici: ti sta?

Facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

No?

E perchè... perchè..?

Perchè no dici?

E perchè perchè no?

Te lo dico io,

io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore,

dovremmo fare l’amore io e te!

 

Io con te

lo sai?

non ci capisco niente

non ci capisco proprio niente

però mi piace un sacco

mi piace quando ti vedo

e sei così bella

così talmente bella,

bella da morire

e vestita da uccidere.

 

Io da te mi sento attratto,

mi sento proprio un mentecatto,

mi sento un portento,

come avere un siluro dentro:

devo fare qualcosa per averti

devo fare qualcosa per fermarti

devo farti qualcosa

a tutti i costi

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui mi schianto

in un pianto a dirotto,

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno;

io invece quando mi guardi

non lo so ma è come se muoio...

 

E allora, dimmi,

perchè non facciamo due passi?

Magari poi ci sposiamo!

Lo so che forse sto correndo

ma è che mi sembra di sognare,

forse sto proprio sognando.

 

A me non piace il cioccolatto

ma mi piace molto la tua pelle di cacao,

mi piace molto il giallo ma non mi piace il canto del gallo,

non mi piace il canto del gallo

ma mi piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,

mi piace il vento quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,

non mi piace vedere piovere sul bagnato

né piangere sul latte versato

ma mi piace il caffè macchiato

e preferisco le eccezioni alle regole,

preferisco il ridicolo di scrivere canzoni e poesie

al ridicolo di non scrivere né canzoni né poesie,

preferisco una bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,

preferisco i paesi conquistati ai paesi conquistatorî,

preferisco avere delle (buone) riserve,

preferisco l’inferno del caos al caos dell’inferno,

preferiscono le favole e le filastrocche alle pagine dei giornali,

ai fiori morti, strappati alla terra e imbalsamati in vetrina,

preferisco i fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,

ai fiori senza foglie le foglie senza fiori,

preferisco i cani con la coda e le orecchie non mozzate,

preferisco gli occhi chiari e azzurri (poichè io li ho scuri),

preferisco gli zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,

preferisco essere meno di uno zero

che la radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,

preferisco non sapere come o dove né per quanto ancora o quando,

preferisco godermi l’attimo ma sapere perchè,

preferisco prendere in considerazione la possibilità

che l’Essere abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,

preferisco chiamare audacemente le cose per nome,

preferisco le analisi spinte alle sintesi pudiche,

preferisco più la caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,

preferisco il palpeggiamento lascivo di temi scabrosi

e la crapula delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,

preferisco i frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita

alle viete natiche rosee dei rotocalchi,

preferisco i libri scarabocchiati a matita,

all’infinito preferisco il ritmo concluso e circolare di una nenia antica,

alle scalate finanziarie preferisco le scale musicali,

all’armonia delle sfere celesti la dissonanza

di una nota capovolta, stonata e dissonante,

e mi trovo benissimo nelle crepe del pensiero,

negli ambigui interstizî tra causa ed effetto,

nelle fessure tra teoria e prassi.

 

E a te che cosa piace?

Non lo so

perchè non so ancora niente di te

ma so che io con te vorrei fare l’amore

perchè, sai,

forse io e te dovremmo fare l’amore:

sarebbe bellissimo fare l’amore con te

sarebbe bellissimo fare l’amore io e te!

Fare l’amore in un mattino di sole

mentre i gatti passeggiano sul tetto,

fare l’amore mentre fuori piove

e un aeroplano scivola via senza fretta,

fare l’amore sopra un vicolo stretto

mentre cani rovistano nella spazzatura,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore nel sole di un tramonto viola

o farlo s’un tappeto verde,

anzi meglio s’un tappeto di note,

fare l’amore piano,

fare l’amore come se suonassimo il piano,

fare l’amore a scale

che prima si scende e poi si sale,

fare l’amore senza farsi male

col profumo della tua pelle che mi assale,

fare l’amore accanto a un pacco di Marlboro

o davanti a quella vecchia fotografia in cui ci baciamo

mentre i passanti ci scrutano confusi e stupiti

i loro sguardi attoniti e smarriti,

fare l’amore mentre gli altri lavorano

e poi fumare una sigaretta

seduti in terra alle crepìdini del silenzio

ascoltando la notte che scende

battuta tra l’incudine e il martello,

e poi ancora rivederti al mattino

e sentire l’odore della tua bocca

che sa di frutta matura e dolcissima,

e scoprire le mie dita ancora impregnate

del tuo aroma di vaniglia,

e con piacere ritrovare la tua allegria

impigliata alle mie ciglia.

 

Ma davvero io e te dovremmo fare l’amore?

Ci penso e ci ripenso

e più ci ripenso e più mi accorgo che forse l’amore

noi l’amore l’abbiamo già fatto:

chi lo dice che debba toglierti i vestiti?

Per fare l’amore non serve spogliarsi

per fare l’amore basta parlarsi

parlarsi per ore

parlarsi fino all’alba

fino a stancarci alla luce che scialba,

guardarsi negli occhi e provare a decifrarsi,

imparare tutto a memoria

prima che sorga l’aurora,

anche i segreti più faceti

anche i sogni meno concreti,

imparare gli occhi a menadito

e a braccio leggere i silenzi,

vedere dalle mani i sogni scoppiare

e dalla nuca i ricordi riaffiorare.

 

Su, vieni... vieni...

vestita o nuda che tu sia

coperta solo di due sottili foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione:

voglio vederti danzare

sul grembo nudo di un pasto affamato

o sul ventre vacuo di un corpo nudo,

danzare leggera e leggiadra

tra gli spigoli aguzzi e gli angoli acuti

del tuo cuore.

 

E quando i corpi finalmente s’incontreranno

sarà in un sogno:

il mio bacio e il tuo bacio,

come un’unica bocca,

il mio volto e il tuo volto

come due gocce d’acqua identiche seppur diverse

identici eppur diversi

come due gocce di pioggia,

il mio e il tuo corpo

isterici di passione

come un eco che sale dal dentro del profondo

e ripete all’infinito l’assioma

del nostro avaro desiderio

che nulla vuole e nulla chiede

solo di non finire,

solo di non finire,

mai e mai e poi mai

e ancora mai...

 

E allora le mani si troveranno

all’improvviso

e intrecciandosi in un sorriso

formeranno un serto di luce aggrondata,

le bocche parleranno e confidandosi

nel cuore della notte più buia che c’è

diranno il fiore del nostro segreto

e con rabbia grideranno il nome del desiderio,

mentre le mie labbra, febbrili di passione,

esulteranno lungo le linee aguzze del tuo acciaio,

le dita incastrate nei tuoi ingranaggi,

prese tra gli spigoli aguzzi della tua anima e gli angoli acuti del cuore,

il silenzio impigliato alle svolte del tuo respiro irregolare.

 


 

 

 

16.

 

Ricordi?

Sei venuta in un bel giorno estivo, era forse Giugno,

e tu giungesti a me con il tuo fascino incerto

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi e sognandoti

comunque tu fossi,

il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno

ed era un guanto di pece il tuo corpo,

manto di lattice la tua pelle e mantice di latte il tuo alito,

mentre serpi imboscate in gola ti agitavano senza tregua

lingue di fuoco nella bocca

mostrando allo sguardo molecole di pace-forza

invischiate in costellazioni di nessuna paura.

 

Ricordi?

La casa era povera, volgare e squallida,

nascosta dietro un vicolo infimo

all’incrocio di una strada ricurva

come una mezza-luna distesa

coricata sul selciato,

e dalla finestra si vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi fare su e giù

nel fagocitante amplesso del sucido mercato.

 

Lì in quella casa così misera e grama

(lo ricordo come se fosse ieri)

sopra un letto d’ebano giacevi

sodiva, armoniosa e incosciente,

perfettamente sana e serenamente felice

nelle tue placide membra

che ancora oggi vibrano alla mia idea del Bello,

e per le finestre spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto

fiero e forte nella pienezza delle carni

turgido nel bel vigore della gagliarda eccitazione

prendeva la luce dalla candida luna

sepolcro ai nostri segreti amplessi

alle nostre baccanali follie testo.

 

E lì io ebbi il corpo voluttuoso dell’amore

e le labbra rosse d’ebbrezza

rosse di una tale ebbrezza che ancora ora che scrivo

ancora sente il cuore la sua vertigine

e vola leggera l’alma ancorchè ebbra.

 

E ora?

Da quel momento a questo:

potrebbero essere anni

ma nella mia testa è solo il tempo di un riff

come lontana nella notte una musica che dileguando

per un istante fa ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:

abbiamo fatto l’amore e non è cambiato nulla,

come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.

 

E come ieri

ogni sera

qui come sempre

io ti aspetto

dentro casa preparandomi a riceverti

e cambio le lenzuola e rifaccio il letto

la brace che arde nel caminetto,

e come la porta spalancata che ti attende

anche io sulla soglia mi metto e ti aspetto:

sulla soglia come sempre ti aspetto

senza pretese io ti aspetto

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

E quando finalmente arriverai

e il piede nella mia casa poserai

allora per me sarà una liberazione

e tu sarai una salvazione

come una catartica espiazione,

e il tacchettìo dei tuoi passi sarà il solito colpo al cuore,

le paure diverranno uccelli

e nubi dorate gli incubi,

alberi le mura

e prato il cemento del suolo.

 

E non importa perchè hai tardato,

poichè ora sei qui e solo questo conta.

 

Benvenuta, dunque, ragazza mia,

finalmente sei giunta

con il tuo fascino incerto

affinchè libero domani io possa rifarti nel cervello

immaginandoti come voglia e sognandoti

comunque tu sia,

il tuo viso possiede la grazia mirabile del sogno.

 

Benvenuta, ragazza mia,

forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

Forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

Forse avrai sete:

mi trasformerei in fiume

pur di dissetarti.

O forse avrai solo sonno e voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 


 

 

 

15.

 

Nell’aurea bulla promulgata da Alessio Comneno (1048-1118),

bizantino di Costantinopoli, terzo figlio di Giovanni e padre di Anna Comnena

βασιλεύς dei Romei e imperatore del Sacro Romano Impero d’Oriente alla morte,

per rendere omaggio alla saggissima madre Anna Dalassena (1025-1105),

nei costumi e nell’opre perfetta,

vi sono elogi ed encomi a iosa

ma una frase spicca su tutte:

<<Il mio e il tuo, fredde parole da noi mai dette.>>.

 

È così che voglio ricordarti,

imprimerti per sempre nella mente,

con queste due gelide parole

da noi mai pronunciate.

 

Come quelle altre due parole,

le più trite e ritrite,

da noi mai dette,

mai,

ma per sempre sepolte in fondo al cuore,

nel più profondo del cuore

dove un battito perenne

costantemente

le ravviva.

 

Il mio e il tuo, il mio e il tuo

come un eco che sale da dentro

e disperato urla la propria sentenza:

senza mio e tuo che vita dolcissima.

 


 

 

 

14.

 

Scende la mia anima al bosco,

discende nella selva e vi si perde:

si sente libera sulla vetta del ramo o in cima a una rosa,

esulta tra le ombre e le verdi volte ritorte,

trema nel silenzio che scende avvolgente

e si frange a ogni istante,

conosce e riconosce somiglianze e abbondanze,

dettami e legami

correlativi e oggettivi,

agnati e cognati,

inizî intricati e ingarbugliati indizî,

dei recessi tutti gli eccessi,

ed esplode gioia nei pressi degli accessi

ai reconditi antri repressi e al cuore degli atomi depressi,

frammenti di riviste, frammenti di sviste, frammenti di viste,

e panorami abulici,

una manciata d’aria con una farfalla in volo,

piccole disobbedienze:

non cogliere un’occasione e sprecarla,

l’allegro inseguimento di una palla per la strada,

il tuo ciuffo ribelle durante una corsa a perdifiato.

 


 

 

 

13.

 

Camminavo per strada fumando svogliatamente una sigaretta e anche tu camminavi,

forse distrattamente, forse pensosamente, forse penosamente non so se rassegnata o delusa,

se innamorata o disamorata non voglio saperlo.

Camminavo per strada dunque e anche tu camminavi

quando ci siamo incontrati:

i nostri sguardi si sono incrociati,

forse per un attimo i nostri pensieri si sono anche sfiorati

e hanno rimbalzato ripetutamente

rimbombando contro un cielo grigio di piombo,

ma i nostri occhi, quelli, semplicemente si sono oltrepassati:

come due rette perpendicolari

intersecantisi in un punto x casuale

hanno semplicemente tirato dritto,

e come loro anche noi abbiamo fatto lo stesso,

tu nella tua direzione e io nella mia,

tu sparendo dietro un angolo e io svoltando all’angolo opposto dall’altra parte della strada,

entrambi smarriti o distratti o immemori o volutamente dimentichi

di esserci, per un breve attimo infinito, per sempre amati.

 

E così, in un breve attimo infinito, per sempre ci siamo persi:

come due estranei

senza una parola

senza un gesto del viso

senza un minimo sorriso

senza una virgola sulla bocca

senza un battito di palpebre

ci siamo scambiati uno sguardo vacuo

e abbiamo proseguito dritto,

come se tra noi nulla ci fosse stato

(ma qualcosa c’è stato),

come se nulla fosse mai accaduto

(anche se è accaduto di tutto).

 


 

 

 

12.

 

Quanta notte è passata sulle nostre teste,

quanta vita vedendoti-vedendomi

e quante le tue cose che conobbi

e tante quelle che non scopersi

tradite dal sogno.

 

E quanto abbiamo insieme varcato la soglia

(ammesso che fosse vera soglia)

trovandoci sull’altra sponda

(ammesso che vi approdammo, all’altra sponda,

e ammesso che vi fosse davvero, un’altra sponda),

e quanti abbiamo attraversato ponti

(sempre che fossero veri ponti),

e quanti giorni (giorni belli e giorni brutti) abbiamo trascorso

(belli perchè vi furono e brutti solo perchè non vi furono),

e quanta della nostra comune sorte non conobbimo

(ammesso che fosse comune e che fosse una sorte),

e quante notti dormimmo insieme

cadendo nel più profondo dei sogni.

 

Quanto?

Tu sai dirlo, sai quantificarlo quanto?

(Ammesso che la domanda abbia un senso

e un valore la quantità.)

 

Io non di certo

e per questo taccio

per questo non ho più voluto la notte (dopo di te)

né più sono uscito ad aspettare i prati ospiti del vento

né più sono riuscito ad aspettare i convogli ventosi

né i lumi dove per te sola muoio

ma ho chiuso le porte per allontanarti

e mi sono (volutamente) dimenticato di tutti i sorrisi

riflessi alle mie spalle dalla tua grazia

poichè sempre la notte mi riconduce intorno

ai varchi e alle rovine franose del mio(-tuo) povero cuore.

 

Avevamo tutto (se la parola non è riduttiva)

davanti a noi (se non dietro)

e lo abbiamo sprecato (per non dire sporcato):

siamo saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa

svanendo mesti in lontananza

(se ci si può fidare della prospettiva)

intenti solo a quello a cui ci costringeva l’assenza

(se solo a quello davvero).

 

Ma non ce l’ho con te

non ho rancore

non pretendo alcun cambiamento

e d’altronde non ho fretta.

Una cosa soltanto non accetto:

il ritornare della mia mente a te,

il tuo sempre tornarmi in mente

e sospingermi a una meta sempre assente,

il privilegio del ricordo.

 

Ti sono sopravvissuto solo e soltanto quanto basta per pensarti da lontano

e questo non lo accetto, anzi ci rinuncio.

 


 

 

 

11.

 

Si dice che l’amore è non dover dire mai mi dispiace,

ma tu scusami ugualmente:

scusami se non ti abbraccio

forte come vorresti

ma la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze;

scusami se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è;

e scusami se a volte sembro troppo duro

ma è che mi hanno spento

così tante sigarette addosso

che ora non ho più pelle per le carezze;

e scusami se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore,

il tuo volto è una pura forma d’acciaio

e quando sorridi mi fai male;

e scusami se a volte sembro perfino triste                     

ma è che l’amore è una schiavitù,

e un dolore la bellezza.

 


 

 

 

10.

 

Ciao, oggi ho casa libera:

perchè non vieni da me?

Mi piacerebbe che venissi

che mi venissi a cercare

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’

qui con me;

mi piacerebbe fare un giro in centro,

vedere la gente che va e viene lungo le banchine dei portici

come le onde in riva al mare,

fermarmi a osservare i ragazzi che si baciano

contro le porte della notte, scambiandosi un bacio lento

(per forza deve essere lento: l’amore non ha tempo, cioè ha tutto il tempo),

percorrere senza fretta il viale del tramonto al crepuscolo,

o correre come saette sulle sabbie del tempo

(per forza sarebbe di corsa: il tempo sempre ci sfugge).

 

Ma poi ti accorgeresti che non vado bene:

non vado bene per te,

non vado bene per me,

non vado bene per niente.

 

Umano, troppo umano,

io sono troppo maleducato,

troppo disadattato,

troppo volgare,

troppo inadatto,

e le loro voci mi tormentano

mi penetrano in testa

con il rumore di cento chiodi

con il fragore di cento passi,

il loro disprezzo mi brucia

il sangue nelle vene

e mi brucia il cuore

come un fuoco di cento cannoni:

la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze.

 

Limitato, troppo limitato

limitato e primitivo

primitivo e bleso

io sono inadatto, troppo inadatto:

troppo brusco per i poeti

troppo lirico per gli scrittori

troppo vecchio per i bar

troppo giovane per le carte

troppo duro per l’amore.

 

Invecchiato

come il bullo dei vecchi film in bianco e nero

guido per le strade di città

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore,

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci.

 

Io sono inadatto:

umano, troppo umano,

sono impreparato

all’onere di vivere

e reggo a fatica

il ritmo dell’azione,

il mio modo di fare

è troppo provinciale,

i miei istinti quelli di un dilettante,

mentre inciampo a ogni passo nella mia ignoranza

credo che la cattiveria sia sempre una realtà disdicevole,

che nessuna giustificazione legittimi una bugia,

e sento come crudeli le attenuanti.

 

Io sento come crudeli le attenuanti:

inadatto, troppo inadatto,

qualunque cosa faccia

si muta sempre

in ciò che non ho fatto,

e come luna so brillare

solo di luce altrui:

io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

che schianta in mare

e va bene così.

 

Perso nella pioggia che va aspetto

la tua lingua come uno stiletto

e lotto con gli spasmi del buio

nascosto tra la lucente cortina delle stelle

e il nero drappo delle tenebre.

 

Aspetto nella pioggia che va

affilati coltelli come la tua lingua

e vedo clown e buffoni fare le smorfie,

uomini tristi con facce da bancarotta,

l’odore della loro putrida essenza

è solo un fetido vapore nauseante,

tutti i tamburi dell’inferno suonano

ma non possono risvegliare

un ritmo in me:

io sono finito

morte in me mi guarda fissa

nel centro del cervello

come un qualsiasi rifiuto umano.

 

Io sono un rifiuto umano:

vorrei essere speciale (per te)

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio di contraccolpo

ma poi mi accorgo che sono solo un reietto,

un rifiuto umano,

lo sterco del mondo e lo scarto della vita,

matto come uno scarafaggio

io sono solo un verme,

mentre aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai

e intanto aspetto nella pioggia che va

coltelli taglienti come la tua lingua

la tua lingua come una lama spietata

e mi accorgo di essere proprio finito, finito

come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito

ora e sempre,

questa maledetta attesa mi uccide

che al fondo urla e chiede vittoria,

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito

prima della morte in me:

puzza stantia

morte in me

e nella mia scarpa destra.

 

Ci sono tanti giorni così,

la vita proprio non va

come un pugile finito all’angolo siede e sembra che rifletta,

come una macchina guasta accosta si ferma e aspetta,

e a me non rimane altro da fare (questo lo sai già)

che sedere con lei e aspettare

come un treno fermo all’altolà.

 

Ma io non mi fermo,

continuo ad andare

e mi domando dove va

la vita quando si ferma.

 

Tu che sai dove va

la vita quando se ne va

dimmi tu dove finisce

la musica quando svanisce.

 


 

 

 

9.

 

Campana che sventola contro l’azzurro-cielo

 

fruttuoso risveglio tutto frattale-fratturare

stritolamenti profondi

e baci in centrifuga fruttescenza

 

fluido fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo

m’immillo m’immillanto mi ammollo mi ammalo

m’innamoro m’indoro

inodoro

e orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso

 

strapiombo da cui risalgo per ghiacci e guani

 

parestesia-anestesia diffusa di semipresenze-semiassenze

 

agnizioni in tralice e riapparizioni di straforo

 

il momento d’oro e lo scilicet

 

male oscuro - male nervoso - male nevoso

 

gioco di sbieco e intermittenza

paresi di cloni e di eoni

 

virginea tristezza come un’erbetta da cena-verzura

 

pungenti venti settembrini e vini agretti

 

cane testardo che rotea fiuta adocchia

e alza la zampa al cippo di cemento del mio memento

 

testa di cane che abbia morta

 

come un cane incimurrito l’amore mi perseguita

e in agguato dietro la siepe mi attende per azzannarmi.

 


 

 

 

8.

 

I tuoi capelli sono un viluppo di scorpioni aculeati,

i tuoi occhi due ricci di mare pungenti,

le tue palpebre due onde per affogarmi.

 

E aleggi e volteggi

nel vento frizzante

e il tuo fiato è quel vento

e io sempre a te ritorno

bambina offesa e imbronciata

e anche tu sempre a me ritorni

con il tuo sguardo duro come pietra che quando mi guardi mi fai male,

con il tuo sguardo tagliente come vetro-acciaio

che quando ti abbraccio mi trafiggi,

con il tuo sguardo senza pretese

con il tuo sguardo che non ha paese.

 

E con il tuo sguardo rechi anche il tuo pianto

di nuvole e verdi

che ribolle e rampolla in questo Luglio-arsura

come corre un azzurro pugnace nel freddo-ghiaccio dell’inverno.

 

Tu acqua di ruscello spettinata e qualità soffocata sei:

al tuo cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla,

il tuo profumo tutto inebria e made

in corone d’amene foglie raccolto,

in papaveri e lucciole crogiolato ad eterne more

e all’infinita luna-loop s’immedesimano prati e desideri e sogni di gloria,

alle tue dita s’impigliano i miei sogni

al tuo petto frangendosi

e alla tua divina indifferenza

la tua vita rompe

e muore.

 


 

 

 

7.

 

Intangibile e lontana come luna di notte appari

e come coagulato latte ti mostri

in mille forme perpetuamente cangianti:

glabro polarizzato sucre dolcissimo

atonia scabrosa e abrasa distonia

aggrumato-agglutinato polvere disgravato

lago-cariocinesi e lago-paralisi

proto-verginale vertigo fuggitivo

agglomata medusa-melassa budinosa

lago pietrificato e neve colata-rappresa

uovo cosmico e molecola-nulla (uovo di nulla-macro-molecola)

compendiosa proto-molecola e capezzolo del cielo

pinguedine plorante tracimante stolidi amori

alba-fedimento-sorriso

germogliare di nulla dal nulla

parte visibile del nulla dal nulla pollante

non-nociva cocaina

abbacinante lesiva novocaina

serto d’iridi e cera

gemma remotissima d’idrogeno sfolgorante

idrogeno-sfolgorio

lucidi lucenti ruscelli-millepiedi

rivi lucidi lucenti millepiedi.

 


 

 

 

6.

 

Giuro nel sonno,

figlio dell’aurora boreale:

una vela abbandona un occhio,

il rosso mare rosso si spande sui monti,

ma non è una vela:

è una lacrima

è un pianto

la vela che abbandona i tuoi occhi.

 

Perchè piangi?

L’acqua che prorompe dall’occhio e sgorga dal ciglio

che tremulo dipana

fluisce come una rapida cascata

a scalare il ripido pendio di quel bianco profilo

privo di pupilla.

 

Ma questo profilo non è un profilo: è uno scoglio,

un gelido monumento agl’imbocchi di quel mare interno

che pure è un mare di lacrime ondose

e io mi domando

che aspetto avrà mai l’altro lato di questo volto che piange:

grigio forse come quel paese che continuiamo a scorgere?

 

Poi la vela continua il proprio viaggio

dentro l’occhio che si spalanca sul grigio dell’altro versante

e così questa barca si fa messaggera

(ma il suo messaggio non promette granchè).

 

La vela reca un occhio

che solo la mente può vedere

un occhio di brace

un occhio di grigia cenere

la pupilla fiammeggiante nel campo nero della certezza:

vi saliamo dormendo

e così abbiamo visione di ciò che rimane da sognare.

 

Spopolate-spappolate sono le alture della vita,

mentre una vela solca un occhio.

 

Una vela solca un occhio.

 


 

 

 

5.

 

Tu mi guardi e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

un treno che deraglia e si accartoccia come una foglia

una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le quattro mura del mio cervello

un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte

una volpe con la zampa tra i denti e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi,

lunatica amica,

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.

 

Tu mi guardi e i tuoi occhi

sono occhi di solitudine e disperazione

occhi di silenzio e abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago scintillare di oasi nel deserto

un vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 


 

 

 

4.

 

Animula vagula blandula

mentre i fonti zampillano e le galassie sciamano e le ruote girano

e i cuori scoppiano e i crepuscoli aspettano a valve aperte l’atro

e le ore setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi

e aspetta la morte avvicinandosi con piccoli passi ai tuoi calcagni

tu, tu dai fluidi capelli setosi,

tu dai fluenti capelli di seta

tu seduta scosciata in fondo alla notte

tu con usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto

tu con occhi come monetine da cinquanta

tu sempre sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio

tu unica vita fra i già-morti

(uomini con luride boccacce di fogna occhi di carta igienica e cuore di cartone)

tu in questo letto di lussuria, flessuosa reclami abbracci

sussurrando bugie amiche e parole di passione;

 

le tue unghie sprofondando nel mio cervello

e mi rodono il cuore divorandomi l’amore

mi ridono l’amore sbranandomi il cuore

tu sguardo bruciante - tu ruggente - tu fremente

tu che ruggisci alle nere membrane della notte

tu ansimante di fieni e aspri profumi e scalcinati riposi meridiani

tu nell’acqua di una bria caduta in agguati di luce 

tu che vaghi innocua in vacui meandri di bosco

tu ansiosa e perduta in povertà mal-placate

tu soffocata in ambigui canti

tu piovuta-affogata e poi spenta nell’imo stridente all’occaso

tu in perenne aspettanza del nulla e dal nulla sopraffatta

mentre spade di luce affettano i giorni e le notti

tu zampa in bocca e cuore in gola come una volpe in fuga

mentre fonti zampillano e galassie sciano e ruote girano e cuori scoppiano

e i crepuscoli aspettano a valve aperte e le ore setose suggono rugiade-fragole

e i cupidi boschi aspettano e aspetta pure la morte

che a piccoli passi si avvicina

tu sei il coltello puntato a la gola.

Tu sei per me il coltello.

 


 

 

 

3.

 

Parola senza eco il tuo sguardo

secchio senza corda il tuo sorriso

breve nitore di cellule sinusoidali e sinapsi mentali i tuoi occhi

due candescenti api morienti nel mare dei venti

troncato albore di grida nel vespro

stolido alone di non previsti pensamenti

pensamenti e ripensamenti bianchi di nuvole

scaglie di vetro iridescenti

gocce di latte-sperma coagulato

notturna dubbiosa vena-lampo

e non-medicabile notte-ferita

candore-luna-riflesso-mare

scansione sommessa di note sospese-soppresse

albe sublunari alle tue labbra soggiacenti

squame di subacquee rocce vetrose

rotta vampa di meridiani cicloni

e antimeridiani contro-cicloni (o anti-cicloni)

grumi dentali di ossidiana

ostici bulicami di erompente spessore

gemme di notturni rami diafani

tremore di erbe-foglie

e rugiade percosse da venti millenari percorse

pezzi di vetro-albume gocciolanti dalla munifica luna

albume osseo incastrato in colli di bottiglia

scaglie di stelle imbronciate.

 


 

 

 

2.

 

Stelle vagabonde i tuoi occhi

come due vagabonde uve

lampi-giglio di giallo-neon

nidi di acqua sterile

astenici miraggi amaranto di fonti

polle di non saziabili lacrime

immensi sogni freddissimi

non raggiungibili lumi.

 

Il mio cervello

ai tuoi occhi sbanda

e i tuoi occhi seguire non può

se non a morirne.

 

Intramano cieli

e uccelli

cardi

ragni.

 

Perlati atolli

vertici.

 

Chiari sbocciano suoni.

 


 

 

 

1.

 

Sangue spremuto di nuca

decerebrato anelito

recise ariste avvolte da dubbiose atmosfere-ipocondria

lebbrose lingue di sole-torcia-cielo

pudori di ortica fuggitiva e fervido vorto-gorgo

sciupare di vita fra inferne geometrie

deprimere di vita dissodata-disossata

strada strozzata in mille attonite curve

mondo trafitto da mille arco-flagelli di vitrea pioggia

cancelli desolati di agitati abissi ruggiosi

furie montane di monti accesi-spenti

assenze di spalancati vuoti e vacue porte

filamenti di scheletri tra fragili luci fanali

ferrei monti e atri mondani di luna

unica via tra mille gole corrose di crac

perdute deserte plaghe lunarizzate

pigro verdicare di uva tra nubi e argille

giorni-uva raggrumati

in glomi -in grappi - in glomi - in glomeri - in grappoli

piangenti-piangenti

grondanti bave di amore

fisime di amore

mai sopito

in cuore.

 


 

 

 

0.

 

Fare l’amore nel sole mattutino,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore in una lurida alcova,

fare l’amore in un talamo grazioso,

fare l’amore s’un tappeto rosso e renderlo ancora più rosso,

fare l’amore nella squallida camera di uno sporco monolocale in affitto,

fare l’amore mentre cani razzolano tra il pattume

in cerca degli avanzi di una pagnotta ammuffita,

fare l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue,

fare l’amore mentre Fellini gira un film,

fare l’amore mentre gli altri lavorano,

fare l’amore mentre la pioggia trafigge il vento e percuote gli alberi

e gli alberi piovono il proprio manto di foglie

che si sfalda a scaglia a scaglia,

fare l’amore davanti a una cartolina sbiadita di Parigi,

fare l’amore cioè fare e intanto amarsi,

amarsi una volta ed essersi amati per sempre,

amarsi una volta è amarsi per sempre:

potrebbero essere anni

secondo il metro comune

potrebbe essere un sempre eterno

ma nella mia testa è solamente una frase

un lampo

un istante

un baleno

un momento

un giorno solamente.

 

Sono così tanti i giorni uguali a questo:

la vita proprio non va

accosta sul ciglio della strada e sta

e io scendo e ripasso da quel vicolo

e penso chissà dove sarai adesso

e mi fermo a fumare una sigaretta

in ricordo dei vecchi tempi.

 

Chissà dove finisce la vita quando si smarrisce,

chissà l’amore dove va

quando se ne va.

 

Però quanto ne ha guadagnato la vita del poeta:

da qui scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,

qui ebbe origine la miracolosa passione che ne avvinse.

 

Cerca di fermarle, oh poeta,

le tue erotiche visioni

nel dolce fraseggio di questo ritornello

seminascoste nel monotono solfeggio del meriggio,

o illuminate esplodile

nel fulgore della notte abbacinante

poichè poche di cose come queste si possono fermare.

 

E tu ritorna, oh amata sensazione,

ritorna e prendimi,

ora che desta il ricordo del corpo

e l’antico desiderio rifluisce e scorre nel sangue,

ora che le labbra e la pelle rammentano

e sentono le mani come se ancora toccassero.

 

E tu tali e quali serbameli, oh memoria,

il vago tumulto dei suoi occhi all’addiaccio

e il dolce morso del suo cuore al galoppo.

 

Oh memoria,

ridammi il giorno che dormimmo la nostra prima notte d’amore

ridammi i suoi occhi neri neri;

oh memoria, ciò che puoi di lei ridammi

ciò che puoi di quel mio lontano amore stasera dammelo

ciò che puoi di quel corpo del piacere stasera restituiscimelo

dell’antica voluttà un ancor vivido virgulto...

 

Ecco che in occhi vividi passano le mie visioni d’un tempo:

è il meriggio e tu dormi sdraiata s’un fianco,

sembra che il divino sonno abbia catturato in un sogno

le tue carni armoniose e sode...

le labbra piene e sensuali che tremano di passione

e vibrano alla mia idea di Bellezza...

i baci ansimanti che mordono le labbra

mentre con maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre

celano il tuo letto alla vista degli uomini

ma nulla possono all’affilato lucore della luce

e alla sua chiarìa tagliente cedono che accarezza

le tue membra ideali

modellate per donare il godimento al corpo

che adagiate e distese ora si agitano nel mare del tuo letto

come flutti mossi dal vento

o alghe pungolate dalle correnti...

i desideri in fine chiari brillanti negli occhi per te

tremanti nella voce da qualche ostacolo casualmente impediti

come luccicavano negli occhi fissi su te e nella voce

come fervevano trepidi per te....

 

Oh sì... sento che torna... ora sta tornando...

ora che le labbra ricordano

e la pelle effonde di nuovo il suo aroma sensitivo

e il corpo di nuovo esulta rotolando a goccioloni

la sua acqua sessuale...

 

Oh gioia e mirra della vita il ricordo di quell’ora

in cui trovai l’orgasmo come lo cercavo,

mirra e delizia della vita il ricordo di quell’ora

in cui ebbi il godimento come lo volevo

e come lo trattenni forte a me,

delizia ed essenza della vita

per me che disdegno i consueti piaceri

il nostro rifuggire da ogni ordinario amore.

 

 

 

 

 

EPILOGO DELL’AUTORE: IL POETA E LA LAMPADINA (OVVERO DELLA GENERAZIONE DELLA LUCE).

 

Ho iniziato a comporre poesia (o, almeno, a dedicarmi seriamente alla poesia) nel periodo immediatamente successivo a una forte crisi nevrotica-ossessiva che si manifestò nel per me secolare arco di tempo che va dall’anno 2011 al 2014, persistendo anche successivamente e coesistendo all’impegno della scrittura come spinta, desiderio e anelito a una maggiore pace, tranquillità e serenità interiore: forse da qui la ricerca sperimentale e l’estrema letterarietà della mia produzione, da intendersi come strategia di difesa iperletteraria, compensazione della perdita della realtà e brama di un sistema più confortante, stabile e sicuro.

Il trasformarsi di ogni discorso, anzi di tutto, in mero significante, anzi in lettera indusse in me il sospetto che lo “io” fosse una produzione super-grammaticalizzata dell’immaginario, un punto di fuga e non una realtà. Ma come affermare, dire, enunciare, tutto questo? Non ne sarebbe rimasta forse la bocca irreparabilmente muta e silente? Non ne sarebbero andati in corto-circuito i relais cerebrali e le sinapsi? Da nessun luogo mi giungevano effetti di verità che non mi fossero (o, almeno, apparissero) distruttivi nella loro intima essenza, mentre in me si accumulavano strati sempre più maledetti di coscienza in angoscioso coacervo di plurimi sensi per questo insignificanti, come per dare allo “io” muto una specie di super-consistenza ferrea ma evidentemente impalpabile.

Tale situazione psichica permane tutt’ora, né credo che mai mi abbandonerà. Sostanziata dalla nevrosi e dall’ossessione, questa esperienza del terrore ha per me (e in me) un significato etico allorchè implicitamente si contrappone alla baldanza neorealistica e alla fiducia nelle sorti progressive della istoria. Per quanto grammaticalizzato e ridotto al puro impulso conativo, lo “io” è intenzionato a durare, e ingaggia una titanica lotta contro l’inautentico che risiede nel divenire istorico. Ne risulta fortemente avvantaggiato il tasso di letterarietà e la dedizione all’alta specie leopardiana: in molti poemi si rintraccia il modello della canzone libera. Ma non si tratta mai di adeguamento passivo ai moduli della tradizione: la lingua letteraria viene assunta come se fosse una lingua naturale: all’interno di questo paradigma, tutto è lecito. Ne deriva un discorso di pure ardore psichico e un massimo di alienazione linguistica ottenuta portando all’incandescenza il livello di artificialità letteraria del linguaggio: la variatio è la figura principale della mia produzione, e accanita dà luogo a effetti d’instabilità prosodica e scansionale, il lessico accoglie elementi espressionistici, inserti di latino e lingue estere, latinismi, arcaismi, verbi al passato remoto, mentre l’urto con la istoria coeva e attuale produce termini impoetici ma sempre lontani da un registro medio. L’assetto nominale degli enunciati non rinuncia all’estrema tensione emotiva di una sintassi che si mantiene complessa tramite inversioni dell’ordine naturale, iperbati, accumulazioni retoriche, apposizioni predicative, sovrabbondanze sinonimiche, utilizzo abnorme dei participi spesso in congiunture ossimoriche.

Come detto, il mio “io” mi pareva allora (e adesso) minacciato e incerto di sé e della realtà circostante ma intenzionato a resistere all’insensatezza della vita e durare a lungo pur nell’assenza della verità: dal buio alla luce, dal dolore alla speranza, dal terrore alla bellezza: l’ossessione, la nevrosi, la psicosi, la follia hanno avuto anche un effetto massimamente positivo e proficuo, agendo in me alla stessa guisa della resistenza fisica che genera la luce. Esiste infatti, nell’universo dei fatti linguistici, una comprensibilità che si realizza in modo immediato, ma che è quella che può avere un articolo di giornale. Nella poesia non è così, poichè in questa sede si trasmette per una serie d’impulsi sotterranei, tutti fonici e ritmici e alogici. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda il messaggio luminoso proprio grazie alla resistenza del mezzo e vi renderete conto che se devo trasmettere corrente a lunga distanza, mi servirò di fili molto grossi affinché la corrente che passa arrivi a destinazione senza perdite. Se metto, invece, fili di diametro piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è ovviamente la lingua: e l’effetto dell’eccessivo addensarsi dei significati e dei motivi, e del sovraccarico d’informazione è un ‘corto-circuito’ che genera un’oscurità da eccesso (e non da difetto). Dunque attrito, resistenza, sforzo, fatica, per generare il luminoso messaggio linguistico, frutto dell’intensità dell’attrito e del grado di resistenza poetico-comunicativa opposto al flusso linguistico-informativo. La generazione della luce è uno dei tanti misteri naturali ancora insondabili dalla scienza: che sa tutto di come funziona l’elettricità, ma ancora nulla del perchè funziona, cioè del perchè esista la forza di attrazione polarizzata che muove il flusso elettrico e ci dà la luce. Questa forza connettiva, è l’oggetto insondabile della mia ricerca poetica e della mia interrogazione esistenziale. Nessuna delle forze in campo e nessuno degli emblemi della mia poesia ha mai una valenza univoca: ciò che salva è costantemente anche ciò che condanna, ciò che conserva è pure ciò che dissipa, ciò che subisce è contemporaneamente ciò che compie la violenza. Si vedrà bene che questa legge dell’interscambio oppositivo o della contradictio in terminis (legge ben nota a tutti i poeti di tutti i tempi) interessa da vicino (e non risparmia certo) la poesia, costretta al costante monitoraggio di sé e delle proprie componenti rapinose ed egoistiche per riuscire a darsi con onestà e sincerità. Tale esorcismo indefesso, tale etica del porsi al centro di una rete di contraddizioni e di conoscenze, sopportandone tutto il peso del fardello, non ha nulla d’irenico poichè non conosce mezzi termini, ma è piuttosto uno sbilanciamento alterno e continuo: scrivere significa assumersi il rischio psichico dell’avere a che fare direttamente con le cause prime. È una disposizione etica che trascende l’idea di poesia. Nessuna lampadina si accende senza sforzo. Ciò che si acquisisce stabilmente è un prodotto di fatica. Ed è una legge che vale per ogni attività cognitiva e pratica, per ogni conquista umana, individuale e collettiva, per ogni memoria durevole.

Fatti salvi gli squarci di lancinante apertura comunicativa, da quanto si è detto deriva la ruvidezza di questa poesia, che genera una certa asperità di lettura, accentuata dal caratteristico rigore paratattico, dallo spregio per l’interpunzione, da un analogismo di chiara matrice surrealistica, e dal rifiuto di ogni apriorismo formale. Ed è proprio per questo che la rottura reca i segni della liberazione manieristica: il nucleo linguistico della mia poesia si situa alla confluenza tra ermetismo e surrealismo con una costante attenzione a leopardi. Fra gli ermetici vanno segnalati Gatto e Luzi, ma la grammatica dominante si rifà soprattutto al gelido intellettualismo di quasimodo e insomma alle frange estremiste del movimento, che meglio si accordano con il radicalismo stilistico dei modelli surrealistici. Oltre agli elementi che attestano una generica ascendenza ermetica, come le ellissi degli articoli, i plurali assoluti e altri stilemi, si rinvengono copiosamente le figure dell’analogismo surrealista, mentre il lessico accoglie senza timori né remore termini desueti e letterari e l’assetto rigidamente descrittivo e orizzontalmente paratattico denuncia una certa influenza di Zanzotto.

La mia poesia si presenta in effetti come un grande mosaico di citazioni assimilate da una memoria formidabile e portentosa che le rimette in circolo fondendole e trasfigurandole fino a renderle irriconoscibili sotto il giogo di una tecnica precipua e personalissima: ciascuna immagine e ciascun oggetto si staglia come chiuso in sé in un mondo di emblemi astratti, freddi e preziosi dove a prevalere è il gioco delle catene associative. Ma questa disposizione ‘araldica’ poggia s’un sostrato di fortissima adesione a particolari nuclei tematici e ambienti ideologici che catalizzano l’assunzione delle fonti relegando al subconscio la percezione dei tratti formali: credo di poter affermare senza tema di smentita di essere pervenuto ai miei autori di riferimento e alle mie fonti d’ispirazione per il tramite del senso e dei sensi: tale approccio contenutistico spiega come sia stata possibile l’assunzione massiccia dei modelli.

A “26 istanti prima” è inoltre sottesa ma chiaramente visibile e riconoscibile (benché molto più attenuata e soffusa) una sorta di degradazione dell’idea di linguaggio che tocca l’apice in “Busillis, dove il mezzo linguistico viene ridotto ad assumere un senso solo attraverso un reagente ambientale-contestuale-culturale, cioè in relazione alle fonti e senza altra possibilità di esistenza. E non a caso, questi titoli citati, come molti altri, sono collegati da un sottile sincretismo formale e contenutistico, soprattutto da una diffusa narratività che, oltre a contenere l’eccesso lirico, ne fa un unico libro. Tale preoccupazione realistica, di ordine tematico e strutturale, ha come conseguenza, e comporta in generale, l’esclusione di alcune poesie dalla raccolta in atto e la loro virtuale ripresa, riesumazione e riproposizione nell’organismo di un’altra raccolta. La letterarietà lessicale e sintattica delle poesie è infatti complementare alla libertà metrica-ritmica: ne derivano un andamento elocutivo, eloquente e solenne e una scansione ostica e rallentata, cui certo concorre l’assetto melodico discendente e conclusivo di ciascun verso, con rare inarcature. Tale rallentamento della scansione, e faticosità e farraginosità, o (d’altro punto di vista) riflessività del verso, esalta infine la tragicità immanente ai testi.

In alcuni casi, l’allungamento del verso, parallelo al fluidificarsi della sintassi, accusa un intento ‘narrativo’, ma sempre concomitante e simultaneo all’affinamento della strumentazione retorica, timbrica e sintattica. A tale scopo operano egregiamente le continue inversioni sintattiche. L’impianto anaforico delle liriche s’infittisce e accoglie una messe di ripetizioni a contatto o ravvicinate nel verso, come in un Luzi radicalizzato. Queste e altre ripetizioni accusano una crisi del linguaggio che fa tutt’uno con la crisi di auto-percezione dello “io”: esse sono il sintomo del bisogno di aggancio al reale. Una certa fragilità psichica si riconosce infatti nell’armamentario timbrico, esasperato all’inverosimile: tipica l’ecolalia tramite rima, o altro parallelismo fonico forte e pertinente fra il lessema a fine di verso e uno all’interno dello stesso o fra gli elementi di un sintagma inarcato.

26 istanti prima” attua il compromesso tra necessità espressive e istanze translinguistiche. La resistenza titanica dello “io” agli orrori del mondo e all’impossibilità di un divenire autentico accusa un sovraccarico di tensione etica individuale che diviene intollerabile. Il soggetto prende atto dell’impossibilità di porsi come depositario dell’autentico e lo “io” si scopre parificato al liquame informale che caratterizza la realtà del presente, ‘emorragico’ esso stesso. Alla luce di una coscienza superiore il trauma soggettivo e l’esperienza del terrore e lo “io” stesso non sono più al centro dell’operazione poetica ma vengono posti tra parentesi come in una εποχή fenomenologica. Dalla specola della coscienza, una sorta di “io” trascendente prende le distanze dal vissuto soggettivo e dalla realtà inautentica e dalla tensione lirica considerandoli indistintamente contaminati e menzogneri. Nasce così l’amaro miscuglio di contrapposti atteggiamenti psichici che ha sempre animato e nutrito e connotato la mia poesia sin dagli albori e che la critica ha frettolosamente definito ironia. Ma uno degli effetti di questa distanza dell’operatore dai propri oggetti poetici è che lo “io” si muove ora in una condizione di relativa libertà: il vissuto che prima non poteva esprimersi se non con conati e gesticolazioni e brucianti vocativi e allocuzioni trova ora uno sbocco comunicativo non indifferente attraverso il calcolo razionale dei sentimenti e quello sociale della funzione linguistica. Il soggetto si trova paradossalmente più vicino al lettore, ed è in grado di raccontare la sua storia che è, prima di tutto, una storia d’amore: amore per una donna e amore per la poesia. Il distanziamento ironico della coscienza comporta altresì una rottura del tessuto linguistico: il classicismo istituzionale delle mie opere è portato al punto di massima incandescenza oltre il quale si delinea un pericolo di deflagrazione linguistica: non sono le misure formali a dare un senso al mondo angoscioso ivi espresso ma esse ricevono da questo mondo di angoscia e paura e terrore un colpo definitivo. La lingua apre così a inserti istoriati provenienti dal registro scientifico e tecnologico i quali convivono con arcaismi e recuperi letterari e danteschi e latinismi espressivi. Il latino, in particolare, interviene spesso con funzione mediatrice tra il repertorio tradizionale e la terminologia tecnica. La sintassi è aulica e altissima la tensione al tempo stesso rotta ed esaltata dalle frequenti spezzature e inarcamenti a prima vista arbitrarî e da non infrequenti movimenti colloquiali. Inoltre: polarizzazione fra elementi che manifestano un cedimento nell’informale e altri di tenore iperletterario; asprezze o difficoltà elocutive che si acuiscono a oltranza, non tanto aggredendo gli aspetti istituzionali del codice letterario quanto puntando direttamente alla disgregazione del nesso generativo io-tradizione formale così come si configura nella istoria della letteratura. Ciò che viene messo in pericolo e criticato non è insomma l’ossequio a una norma esteriore, ma quel rapporto vitale con la forma che la insigniva di una facoltà catartica rispetto al trauma soggettivo e istorico. E questo sta alla base di una prospettiva particolarmente cupa e dolorosa, cui l’operatore reagisce con atti paradossali, inconsulti, automatici, dibattendosi fra la necessità oggettiva di un crollo degli strumenti di difesa formale e un ultimo, disperato appello alla norma. La quale, privata della sua sostanza vitale, si trasforma in maniera. Si giustifica così la forte organizzazione strutturale sincretica dei miei libri.

Purtroppo, il fallato e falsificato mondo capitalistico e la civiltà dei consumi sta visibilmente e rapidamente deteriorando la stessa possibilità di un’esistenza autentica. Il rumore di sottofondo, il rumore del mondo, il cicaleccio televisivo, ha ormai occupato gli spazi di silenzio necessari a una vera comunicazione umana, tanto che qualunque parola pronunciata reca in sé la traccia dell’onnipresente brusio, producendo dolore. Le vie praticabili, a questo punto, sono due: scavalcare il linguaggio in direzione del silenzio, oppure affrontare la linea inautentica sul suo stesso terreno alla ricerca di un principio di resistenza attiva: tutta la mia produzione percorre contemporaneamente le due strade, segnando un punto di non ritorno, alla base della quale sta la consapevolezza di una sconfitta: la convenzione letteraria non garantisce più un rifugio dalla istoria: la salvezza viene ricercata non più soltanto nella lingua poetica e letteraria ma nella lingua tout court: la norma-convenzione cui far riferimento non è tanto più quella letteraria ma quella linguistica identificata nelle sue radici archetipiche. L’esperimento della mia poesia sta tutto nel ricupero che si effettua a partire da una condizione che normalmente lo dovrebbe precludere: quella che associa un’intensa esperienza verbale ad un vasto retroterra culturale in magmatica attività. Questa discesa alle origini del linguaggio è al tempo stesso un grande esercizio psicoanalitico di matrice freudiana-lacaniana. La sfiducia nel grado di verità veicolato dai significati genera l’affidamento alla serie dei significanti. È il significante a fondare l’esperienza del soggetto, ed è attraverso il significante che è possibile cogliere gli affioramenti dell’inconscio e portare alla luce il trauma soggettivo rimosso. I significati culturalmente acquisiti passano in secondo piano o vengono destituiti di autorità mentre gli elementi secondari della catena verbale quali gli affissi e i morfemi in genere sono trattati come portatori di significato autonomo e compiuto benchè alogico. Ugualmente, l’armamentario delle figure foniche è portato all’incandescenza organizzando direttamente la produzione del senso. Il procedimento dominante è l’allitterazione che a volte viene addirittura provocata artificialmente dando luogo a ecolalie e glossolalie autentici balbetti che si confondono e mischiano con i frequenti giochi etimologici e paretimologici. Questa abnorme disposizione ludica nei confronti del linguaggio (che comporta tra l’altro la creazione di neologismi forgiati sulla base dell’emancipazione dei moduli formativi delle parole) si configura quale tentativo di regressione allo stadio infantile dell’esperienza, a diretto contatto con le origini del linguaggio, e ha pertanto un movente tutt’altro che futile. Nel gioco etimologico, per esempio, entra in campo il rapporto con il latino, che è sempre per me uno dei luoghi dove si manifesta il terrore storico scientifico. L’attenzione verso l’etimologia immette questa dimensione terrifica e terribile della lingua morta nel corpo della lingua cosiddetta naturale cioè l’italiano coevo e contemporaneo. Sul versante del mondo verbificato e grammaticalizzato si collocano gli inserti delle lingue straniere, dal latino alle lingue speciali appartenenti alle più svariate discipline della conoscenza, dalla filosofia alla psicanalisi, impiegate quale puro materiale da costruzione. Le stesse citazioni e allusioni letterarie sono trattate alla stregua di ogni altra componente. L’istituzionale metodo citazionistico di assimilazione e restituzione delle fonti si esercita qui in una lingua poetica a tutto campo. Come rispondendo a impulsi psichici e nervosi slegati da un ordine razionale del discorso, questi materiali si assestano in sequenze paratattiche e agglutinanti, con implicita svalutazione del verbo, che viene spesso sostituito da elementi nominali. L’irrazionalismo sintattico non esclude tuttavia un rigoroso controllo sullo scorrimento tematico e sulla proliferazione dei campi semantici che appaiono sempre strettamente inerenti al testo in questione, la quale cosa allontana la mia esperienza poetica da esperienze di scrittura automatica a prima vista analoghe e compatibili. Lo scardinamento della sintassi è controbilanciato dal disporsi degli enunciati in catene sintagmatiche di carattere metonimico, sulla traccia degli accostamenti fonici e delle allitterazioni. Un forte segnale sintagmatico è l’allungamento medio della misura dei versi con effetti variamente polarizzati sul consueto assetto centripeto del verso: in certi casi si ha il radicale isolamento di ciascun verso, che viene pronunciato quasi rabbiosamente, per cui la scansione della sequenza è monadica e ricca di impuntature; in altri casi l’autonomia del singolo verso viene diminuita e assorbita dal fluire informale, tanto che la rivelazione di eventuali inarcature risulterebbe impertinente. L’affrancamento rispetto alla tradizione metrica novecentesca è pressocchè totale e appare anzi perpetrato in tutta coscienza sia sul piano delle configurazioni strofiche sia negli aspetti ritmici. Inoltre, il finale della maggior parte delle liriche è sintatticamente separato da ciò che precede (spesso anche tramite uno spazio bianco o un accapo) e ha un carattere assertivo, gnomico, epifrastico, così da costituire un vero e proprio commiato. Il solo istituto letterario rimasto, come il precipitato di un’organizzazione formale codificata, è la rima, la quale però non ha mai una funzione strutturante dell’assetto strofico. Si assiste piuttosto a una polverizzazione della componente aulica (e a tutti i livelli) che risulta onnipresente ma inglobata nel contesto informale-atonale, malgrado i continui effetti di frizione. Ecco perchè si può affermare che la mia poesia è il disegno cancellato di un vuoto, l’eco represso di un silenzio, l’ombra abolita di uno splendore: il valore profondo del mio esperimento mi sembra pertanto consistere nel suo essere sede di significato reale proprio mentre si configura come negazione di senso istituito. Ed effettivamente il senso si configura come la messa in contatto dei due luoghi del senso: il luogo del culturale e dell’ordine (simbolico) che fa capo al linguaggio, e quello del casuale e dell’informe, che fa capo all’inconscio e non conosce legalità. Ma bisognerebbe piuttosto parlare di cortocircuito fra i due poli, tanto il contatto risulta letteralmente esplosivo. I miei poemi esibiscono la deflagrazione del senso quale mito centrale del linguaggio, la sua implosione fino all’azzeramento e all’annientamento o, volendo adoperare altri termini, la fagocitazione-contaminazione dello stesso da parte dei singoli miti individuali, attivi anche sotto forma di resti, di stereotipi e di banalità quotidiane che si addensano e aggrumano attorno all’evento del ferimento-oltraggio del linguaggio, che fornisce il supporto narrativo alla struttura poematica, e, per ciò stesso, ne determina sia l’inizio sia la fine.

“26 istanti prima” è un libro contraddittorio, che nasce dal contrasto tra una patente necessità di dire e capire e testimoniare e un altrettanto lucido e disperato e dichiarato e ossessionante e motivatissimo senso della difficoltà di continuare a farlo e forse in versi meno ancora che in altre forme. Tale dissidio interiore determina la polarizzazione al livello della struttura generale. Come in altri libri anche qui si presenta l’urgenza di verificare la relazione tra i codici istituiti della realtà e la realtà o anche la relazione tra i codici della cultura e i codici immanenti dell’esistenza: luogo di affermazione e di contestazione del sapere attraverso la lingua che non sa e dice e l’esistenza che sa e ascolta senza dire. Se la poesia non è in grado di aprirsi a tale relazione in funzione comunitaria si chiuderà sterilmente in se stessa fino all’auto-consumazione. Nella proliferazione figurale del testo il lettore può orientarsi grazie alla rete fittissima e quasi ridondante dei richiami intertestuali. La qualità delle metafore è tale da corrispondere da vicino agli enunciati onirici dello “io” che appaiono meno trasparenti e fungibili mentre gli oggetti sembrano a volte separarsi dai contesti per divenire quasi simboli di se stessi. L’estrema velocità e transitorietà dell’immaginazione verbale è il frutto di una sensitività esasperata, la stessa a cui si perviene nelle situazioni di offuscamento della voglia e veglia o della coscienza tramite farmaci e alcole e droghe benchè a provocare lo stato di alterazione può essere sufficiente l’auscultazione del corpo e della carne e del cuore che sono il mio vero lsd.  È in questa zona di confluenza di conscio e preconscio che si manifestano i procedimenti di condensazione tipici. La volontà di dar voce contemporaneamente alle numerosissime sollecitazioni del reale provoca una congestione di figure che finisce per violare le norme della sintassi e della logica e dell’analogismo stesso. Si può insomma guardare a “26 istanti prima” e a tutta la mia precedente produzione più intellettualistica (“Busillis in primis) come a un grande esperimento iniziatico rivolto alla ricerca della musica intelligibilis del linguaggio, un esperimento tanto più condivisibile quanto meno il lettore si faccia ossessionare dall’impulso d’individuare dei significati stabili, che pure sussistono. La vociferazione glossolalica può derivare da una fonte demoniaca, ma può anche rientrare a pieno titolo nel dono delle lingue di cui parlava il santo paolo nel controverso passo xiv della “Prima lettera ai Corinzi”: l’abbandono onirico e la quasi visionarietà si combina molto spesso con calate a picco entro la referenzialità, il quotidiano, la socialità nel senso più immediato. Il questa silloge si riscontra una sorta di accanimento figurale e stilistico attorno a pochi temi-guida che vengono indagati come a volerne sondare tutte le possibilità di espressione e fino a scontrarsi con l’indicibile di ogni rappresentazione. Questa concentrazione e restrizione dei campi semantici di un testo risponde all’esigenza di affinamento degli strumenti d’indagine sul reale di cui ho già parlato. Quello che forse non ho ben evidenziato è che la restrizione dei campi semantici è il risultato della chiusura nella dimensione privata dell’uovo: al fondo delle operazioni di sondaggio scopriamo la cupa contraddizione, l’ambiguità, l’indifferenza e l’indifferenziato, l’oscuro che caratterizzano in prima istanza l’es. In “26 istanti prima” si allude più volte alla coassialità fra inconscio soggettivo e sostanza panica del mondo. La chiusura autoreferenziale rischia di attingere al nucleo originario del reale. Solamente a partire da questo fondo oscuro di coincidenza degli opposti all’interno del quale nessun significato è in grado di emergere sugli altri è possibile auspicare una risalita e un risveglio o il miracolo di una risurrezione. Il profilo estremamente duro e cupo (ma mai intimamente pessimistico) trova un fondamento scientifico nel concetto termo-dinamico dell’entropia e un fondamento filosofico nel concetto epicureo del calcolo razionale dei beni.

Dicevamo dell’entropia: perchè nell’intera mia produzione il dettato scaturisce da un groviglio o da un ossario di antinomie vietate e di strade viete o di sentimenti ininterrotti e sentieri interrotti alla Heidegger. E, al termine dell’erosione entropica, il residuo escrementizio e scatologico del mondo si presenta come il fondo oscuro del reale che trova una corretta collocazione e una compiuta allegoria e una placida serenità solo nel corpo della donna qui ritratta e immaginata e sognata sulla quale, come in un’enorme pattumiera, giacciono in oscuro fermento i sedimenti organici e inorganici del processo naturale, il cumulo delle tracce lasciatevi dall’uomo: il corpo come scrittura, come ciò che resiste originariamente a ogni tentativo di codificazione o di controllo razionale e crogiolo di residui e sede delle stragi perpetrate innocentemente dalla natura e ancora labirinto selvaggio e buco nero dove ogni distinzione temporale e dunque ogni memoria viene annullata e al tempo stesso conservata, solo che si sia in grado di attraversarlo, percorrerlo e penetrarlo con la dovuta pietas. Il libro diviene così una silva litteratissima di citazioni e di opzioni stilistiche, una foresta di simboli dove il poeto esercita quella che è definibile come strategia della conflagrazione inter-segnica. Si tratta del parossistico tentativo di attingere al nucleo della temporalità autentica attraverso il recupero (tanto sarcastico quanto amoroso) delle forme morte del passato: quello che viene chiamato manierismo e che del resto ha numerose e contrastanti incarnazioni, dove non sia esibizione d’impotenza scaltra, o al contrario dissimulazione-repressione d’inventività o voglia di nascondimento, può essere semplicemente l’allusione rovesciata a una specie di pedale stabilizzante all’interno di un movimento che tenderebbe a ogni forma di eccesso. La mia poesia nasce dalla stessa pulsione liberatoria che genera l’esplosione comunicativa: un bisogno di riposo dopo gli eccessi di agonismo linguistico. E non si può tacere l’adibizione di valori iconici (o comunque pertinenti sul piano semantico) i quali, affidati ad alcune istanze timbriche, scaturiscono da un particolare o una situazione descrittiva che scatena la fuga verso le tante possibili catene e connessioni e nessi simbolici o astrattivi che ricompongono infine il quadro originario. Soggetto e oggetto (o mondo esterno) non sono più né pacificamente speculari né irrimediabilmente contrapposti, ma elementi mutuamente interattivi del processo conoscitivo. Il noumeno non è più totalmente inattingibile: noi ne conosciamo infatti la porzione consentita dal funzionamento del nostro apparato sensoriale e dai processi di percezione, categorizzazione e rappresentazione mentale. In quest’ottica la mia poesia diventa un’incessante e drammatica lotta con il noumeno, una testimonianza altissima dei procedimenti con cui la mente (il cervello) cerca con tutti i mezzi possibili e soprattutto con una percettività tesa allo spaso e con un’immaginazione carica di astrazioni elaboratissime di penetrare nelle regioni oscure che si estendono fuori ma anche dentro di noi (si pensi all’inconscio e alle appercezioni).

Lo scopo di questo tour de force è quello d’istituire una zona franca dagli effetti devastanti della deiezione del linguaggio senza o quasi ricorrere, nemmeno per irriderlo, al protettorato insidioso del codice letterario, ma attenendosi alla nuda (se certo non inerme) contemporaneità del registro linguistico: un presente insonorizzato dal rumore del mondo potrebbe conguagliare il senso del passato e del futuro, nella contemporalità e contemporaneità le cose potrebbero darsi nella pienezza della loro presenza-essenza. Ma questa zona franca non basta a se stessa: preme la nostalgia di un legame con la comunità, la salvaguardia della quale era poi il vero movente dell’esilio. Così il carico di responsabilità sulla lingua poetica aumenta e la possibilità di parlare si restringe dando luogo a un’implosione: la struttura della lingua collassa come un edificio sotto la pressione dei carichi, come una stella per il prevalere della forza di gravità. Se rari sono i momenti in cui il calo di tensione appare realmente pacificato tuttavia la libertà dei nessi sintattici e morfologici procurata da questo genere di spossamento non sventola la bandiera di una rinnovata aggressione alla lingua: il collasso esclude l’agonismo. La disarticolazione del discorso estromette talvolta le giunture o argomentative producendo agglutinazioni lessicali e sopprimendo la punteggiatura e incrementando il tasso e la quantità delle inarcature (non di rado fortissime): una poesia senza punti fermi. La cui marcata orizzontalità può accusare l’assunzione di una ‘distanza’ che è insieme mentale e sensibile ma prima ancora è figura della prostrazione e dello spappolamento della lingua. I versi sono pronunciati in modo veloce ed ellittico, come per il timore di un imminente esaurimento della carica polmonare. Lo spirare depressivo dell’elocuzione si sente particolarmente quando la sintassi ha un andamento discendente e per risparmiare il fiato tende ad anticipare nel verso l’elemento più urgente dell’enunciato mentre il finale cade aggiuntivo e sottotono. Parallelamente al collasso si assiste a un aumento dell’attenzione rivolta alla molteplicità dei significati introdotta dalle diverse prospettive etimiche così pervasive a livelli mai raggiunti prima. Il caso che il termine su cui cade l’aura etimica sviluppi tutte o quasi le sue valenze rizomatiche in seno alla propria storia si può considerare la norma e non vanno dimenticate le ambiguità semantiche sincroniche o diacroniche dell’italiano. Si vengono così a costituire dei nuclei o grappi di diramazione del senso da una poesia all’altra. Grazie al loro intrinseco sviluppo nel tempo queste parole-grappi quali resti residui fossili di un linguaggio per il resto estinto resistono alla deiezione e all’espulsione ed evacuazione fuori dal corpo del linguaggio (e del testo). La densità lessicale è l’altra faccia della rarefazione e sublimazione del senso. Ciò che di positivo bolle nell’oscuro bacile del divenire del linguaggio naturale (costituzionalmente e costitutivamente in fieri) corrisponde a ciò che disperso si raggruma in “26 istanti prima”: il vero volto della temporalità intravveduto nella stasi di un’indistinzione ‘cronica’ al termine del processo entropico del mondo cioè nel momento della sua riduzione ontologica. La diffrazione etimologica si avverte spesso nel gran numero di termini con affisso adatti a convogliare ellitticamente il ventaglio trascolorante delle dinamiche mentali e sensoriali in assenza di un soggetto senziente e della sua soggettività. Abbiamo così l’esprimersi di una relazione al limite della fusione o all’opposto (ma, in verità, s’un versante funzionale a un legame di ordine superiore) il distacco da simboli materiali mentre abbondano i composti che puntano sull’oltranza sensitiva anche in prospettiva temporale; della stessa specie i campioni che sembrano voler scandagliare o confermare una qualche profondità magari celeste e i campioni deputati all’intrusione.

I testi del presente florilegio riuniscono, costituiscono e restituiscono testimonianze sulle conseguenze marginali della catastrofe: è come se ogni spicchio di questo poema istantaneo cercasse di familiarizzarsi e familiarizzarne con la meschina atrocità del dopo: come se si muovesse in un’angusta e dimessa e terrificante archeologia del futuro. Così un astronauta condannato a non tornare sulla terra guarderebbe a ciò che forse (ma non per lui) esiste ancora sulla terra.

“26 istanti prima”: prima di un paradiso mancato, di un limbo che si lascia attraversare da un’affabilità tutta purgatoriale. All’interno dei cui confini escatologici si delinea la dialettica totalmente in perdita fra istanze che tendono a ristabilire un contatto attraverso la poesia con la disfatta realtà sociale e culturale della contrada e la consapevolezze dell’impossibilità di ancorare il presente a un sostrato antropologico che sfugge a qualunque tentativo di rappresentazione. Il libro vuole porre al centro delle proprie numerose figure di relazione il linguaggio quale sede naturale dell’umano e luogo proprio del colloquio il quale è innanzitutto proprio della lingua che dialoga con se stessa: in molti componimenti sono presenti figure che si stagliano sul corpo della musa (corpo dell’amore e corpo dell’amor reo) configurando figurazioni che incarnano la poesia quella maiuscola noumenica e ideica e contemporaneamente soggetta alle imperfezioni e alla storicità dell’esistente e dell’attuale e del presente: quella che io definisco “poetria”. L’unica differenza rispetto alla mia produzione precedente risiede nel fatto che la tensione al sublime quale protezione e oasi e golfo dell’autentico che prima s’identificava (benchè in absentia) con la lingua pura e razionalistica ed esperantica di “Busillisqui trova uno sbocco nel linguaggio del corpo e del corpo diviene scrittura la quale ha il vantaggio, proprio perchè fuori idioma, di non esistere (o di esistere in ogni possibilità e opzione) e di non aver mai subito alcuna ipostasi storica. Si spiega così la presenza fittissima di sostantivi astratti che esprimono stati o moti dell’animo come per l’impossibilità di affidarsi alla concretezza mirata di riflesso sul soggetto degli aggettivi corrispondenti; ma tutto l’ambito percettivo appare coinvolto in un processo di astrazione derealizzante: oltre alle forti inarcature e alle subitanee interruzioni di verso, giocano allo scopo anche i diffusi coaguli lessicali e gli slittamenti sintattici in caduta libera: tutti elementi da considerare nell’ordine del collasso linguistico ed esistenzialistico dovuto alla sfiducia nel concetto stesso di opera e all’impossibilità di credere ancora di poter comporre un libro organico che assuma un punto di vista sul mondo: “26 istanti prima” fa da spartiacque e segna un discrimine tra una prima e un dopo: se precedentemente il soggetto, pur dibattendosi tra conferme e sparizioni, continuava a tenere le redini del discorso, sostenuto in questo dalle sacche di resistenza sempre presenti in una natura minacciata, nelle poesie-ritratti di questo spicilegio il soggetto si ritrae per lasciare il luogo a una sorta di autonomia dell’automa: la minaccia del mutismo si è ora tradotta in devastazione. E uso la parola devastazione poichè si ha, nella presente crestomazia e nell’odierna società, una proliferazione-metastasi di sopravvivenze distorte e di sincronie cancrose e velenose acronie e di rovesciamenti quasi vomiti e rigetti di un senso che, pur rimanendo identico sotto il profilo del segno, è stato palesemente corrotto sotto il segno del significato. Il tutto scaturisce dall’attuale limbo tecnologico dominato di artificiali enti meteoretici per la comunicazione audio-video capaci di collocare lo sguardo e la voce e la scrittura in dimensioni tali di lontananza e astrazione e velocità da imprimere un’enorme accelerazione (e causarne la frantumazione) agli universi simbolici che sono venuti a costituirsi nel corso della vicenda biologica umana e dell’evoluzione dei suoi orientamenti fondamentali concretizzati in un ethos ovvero in modi di agire e lingue ‘naturali’ e sentimenti comuni e riconoscibili e norme etiche e comportamentali. Alla contrapposizione fra tempo eterno dell’emozione e temporalità provvisoria e passeggiera dell’esistenza biologica è d’addebitare la valenza equivocale della parola “tempo” (nel senso contemporaneamente cronologico, atmosferico e anche grammaticale dell’inglese tense contrapposto a time) sottesa a tutto il libro, tutto ridotto a frammento plastificato e filtrato da uno schermo-diaframma (televisivo telefonico o di altra natura è indifferente) con l’avviso costante della condizione di esilio del soggetto. La stessa frammentarietà dei testi non pare preoccupata dei continui disturbi della trasmissione o degli accorgimenti escogitati dall’autore per svalutare il registro lirico: pur nella generale impotenza, questi incerti frammenti tendono a disporsi in sequele litaniche-mantriche-salmodiche che non rinunciano a lodare indefessamente le indefinitamente fugaci manifestazioni dell’essere miracolosamente scampato al nulla. La passività del soggetto comporta il prevalere di momenti descrittivi spesso calati in un perfetto stile nominale arricchito con participi e gerundi e latinismi e scientismi e neologismi e soprattutto agglutinazioni lessicali con trattino polivalente. L’elenco di stilemi potrebbe continuare puntando sulle rime ecolaliche e sulla generale attenzione fonica-timbrica e s’una messe di altre figure tipiche di modo che si delinea un quadro di dispendio manieristico che rischia di distogliere l’attenzione ma che è in realtà funzionale ai meccanismi di svalutazione dell’esperienza a vantaggio del razionalismo matematizzante della mia poetologia: viene insomma compromessa qualunque ipotesi di permanenza temporale o spaziale da parte di un idioma impoverito di entroterra simbolico; tutto converge, semmai nella cronaca in tempo reale di una superfetante tracotante transfluenza anarchica virtualmente infinitiva che esplode all’interno di un eco-sistema sottratto al controllo.

Nel breve spazio di un preambolo non si può rendere conto esaurientemente della struttura di un libro come questo che, a dispetto delle apparenze, è ferrea e conchiusa e tanto rigorosamente progressiva quanto speculare e centripeta quanto concentrica essendo centrata sulle vicende della scrittura del corpo-amore e sulla sua sublimazione memorica ed eternale rispetto alle quali lo “io” si pone in posizione pascaliana di ascolto e interrogazione e dunque sempre in leggero ritardo o sfasamento rispetto alle vicende del cuore e ai fatti della carne che si prova nel difficile tentativo di descrivere: una posizione che non gli impedisce di condividere il destino di dissoluzione-assunzione ma che procura al libro una continua alternanza fra momenti di pace (sempre relativa e soltanto auspicata) e momenti di ribellione e di feroce dibattimento e battaglia: non potrebbe essere diversamente. Per renderne conto della complessità di costruzione di “26 istanti prima” è necessario sottolineare e dirottare l’attenzione del lettore sulle opposizioni che lo animano (in primis quella sentimentalistica di odio e amore e poi quella coloristica-esotica di bianco e nero e altre ancora più facilmente desumibili dal contesto) per notare come esse siano soggette a un trattamento metamorfico puntuale e preciso: se queste coppie fossero lasciate libere di contaminarsi e rovesciarsi e intrecciarsi in corso d’opera, esse non farebbero che spingere sul pedale del caos sotto il segno della variabilità e indistinzione noetica, un po’ come avveniva nei libri di Zanzotto e in primis in “Il galateo in bosco”, con la differenza che il consueto understatement di Zanzotto (che in quel libro ha qualche cosa di montaliano) e moltissimi elementi di superficie sembrano avvalorare l’ipotesi interpretativa dispersiva mentrecchè qui non è così poichè le istanze costruttive e organiche del cosmo e del caso si presentano criptate e captate sotto una coltre di manifesto ordine. Qui la poesia è il perno dialettico e la vibrazione ultrasensibile che deve reggere il peso delle trasmutazioni interne: la dismemoria e la follia e l’idiozia o una supposta ratio animale potrebbero vederci meglio di certa presunta razionalità umana che alcuni non-luoghi particolari potrebbero risultare paradossalmente più abitabili rispetto alle nostre consuete immagini di locazione così come i numeri irrazionali potrebbero offrire superiori garanzie di sicurezza rispetto a certi eccessi di razionalità calcolante come quella che si esplica nel fondamentalismo economico dell’occidente che ha fomentato la folle teologia del pil: cioè leggi economiche idolatrate e celebrate e venerate che prescrivono continui aumenti di produzione ma sono del tutto inette a prevenire i rischi del denaro simbolico e i crolli delle borse e i casi Parmalat e le frodi di chi trae denaro dal denaro. Tutto ciò e la sua miseria nel senso spregiativo che è nell’italiano dantesco quale eccesso di attaccamento al fatto economico (cfr. Dante: “Inferno”: Xvii: <<usurai>>) non è altro che la degenerazione pletorica di ciò che sarebbe la matematica come sostanza razionale dell’universo. E la poesia si fa carico di entrambi gli schieramenti connotativi sempre intenta com’è nel calcolo e nel traffico con il reale e nel commercio con la morte. L’irraggiamento sovra-impressivo di temi e luoghi ed emblemi che era la cifra del libro precedente si cala qui in un panorama oggetto a una sorta di split cinematico sintomatico di uno split cerebrale: non la sovrapposizione e nebulizzazione delle figure cardine ma una loro visione sinopica da cui il lettore esce in stato confusionale sentendo che una logica esiste ma non riuscendo ad orientarsi e finendo per riconoscere l’Alzheimer in se stesso. Vi sono poi ovunque casi di sciatteria esibita e dissonanza voluta e quasi stonatura procurata: tutto congiura verso l’immagine di una disinibizione totale e una mancanza di filtro e una disarmata e disarmante franchezza: questi accessi di apertura e spoliazione fungono da vere illuminazioni per chi legge e quali piccoli fari di orientamento in una bolgia di riferimenti criptati e rimandi occulti. Ma la lettera e il verbum o λόγος e il significante sono sempre da prendere sul serio. Anzi, portando all’estremo le conseguenze del discorso, potremmo arrivare ad affermare che solo la parola, solo il verso cale: il senso rimane a margine, a latere.

La domanda che il fruitore dell’opera deve porsi, alla fine della sua lettura, è questa: se esista una sola e unica realtà e come possa essere detta e comunicata e rivelata, se la realtà sia necessariamente quella che si vede, se il piano delle intenzioni e della fantasia e quello dei fatti non abbiano pari dignità e diritto di cittadinanza nel regno degli enti e dei fenomeni del reale che potrebbe (dovrebbe) contenere tutte le parti, sia quelle concrete sia quelle ipotetiche, sia quelle immaginate e immaginarie: in “26 istanti prima” è in questione la possibilità di dire l’esperienza di una vita e il significato di un’esperienza. Se, infatti, il linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente e consapevole, come è, allora, possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si sottrae e si spinge oltre i confini della ragione: la fantasia, le intenzioni, i desideri, le sconfitte? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto quello che esiste è irriducibilmente diverso da quello che vediamo e da come lo vediamo, tutto ciò che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo un ente appartenente al dominio di quella che definiamo realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e ci raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano e il meraviglioso del mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e surreale quando non sovrannaturale? Con Conrad, rispondiamo che è impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Sicchè non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando, intaccando, destrut­turando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. To make darkness visible: è quello a cui dovremmo ambire, quello a cui ambisce “26 istanti prima”. Vedere non soltanto le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del senso comune, ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune, rimangono invisibili. “26 istanti prima” vuole comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta all’interno del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sè, al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, della coscienza e dell’incoscienza, la precipua prospettiva che contraddistingue la presente opera si sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola. To make darkness visible as darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi guarderemo nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo (e illudendoci di rivelare) quella darkness che è il rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo un silenzio può comunicare.

 

 

 

 

 






Anno 2020

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