"VOLEVO SOLO GUIDARE"
“VOLEVO SOLO GUIDARE:
la strana gara del
campione solitario Kimi Raikkonen.”
di Manuel Omar Triscari.
CHI GUARDA NON PUÒ CAPIRE.
Kimi
Raikkonen alla fine si è ritirato. Ha lasciato la Formula Uno. In una carriera
lunga vent’anni ha vinto un mondiale (nel 2007, con la Ferrari), è arrivato
primo al traguardo in 21 occasioni, ed è finito sul podio 103 volte.
Quest’ultimo numero, 103, gli ha permesso l’ingresso in uno dei club più esclusivi della storia della
Formula Uno, quello dei piloti che possono dire di aver messo i piedi sul podio
almeno 100 volte in carriera. È un club
composto da cinque membri soltanto: oltre a Raikkonen (103), ci sono Alain
Prost (106), Sebastian Vettel (122), Michael Schumacher (155) e Lewis Hamilton
(174).
Ma
Raikkonen detiene anche un altro record,
in questo caso assoluto: non c’è infatti un pilota nella storia della Formula
Uno che abbia completato più gare di lui (271). Parafrasando, non c’è un pilota
nella storia della Formula Uno che abbia guidato più di lui. Raikkonen,
per come me lo immagino io, ha sempre avuto a cuore solo questo. Inoltre,
detiene anche un ulteriore primato: il primato della maggior distanza temporale
tra la prima (Malesia 2003) e l’ultima (Stati Uniti 2018) vittoria in Formula
Uno: 15 anni, sei mesi e 28 giorni.
Ma
di tutto questo non credo che gliene freghi granché. <<La gente pensa che
il numero uno sia l’unico che conta, anche se nei team tutti sanno che, per esempio, un quarto posto può essere una
gran cosa in determinate circostanze. Ma non ha senso spiegare queste cose se
alla gente importa solo chi c’è sul podio. Il risultato finale è l’unica cosa
che vedono. Ho splendidi ricordi di gare che non ho finito perché tutto andava
alla grande e poi all’improvviso il motore è scoppiato. Chi guarda non può capire.>>.
SEI BRAVO SOLO SE ARRIVI PRIMO.
Raikkonen
è un pilota speciale proprio per questo: perché l’unica cosa che gli interessa,
che gli piace, è guidare. Della Formula Uno odia tutto quello che
sta fuori dall’abitacolo, attorno alla pista: certamente i giornalisti, ma
anche un ambiente mutato lentamente ma inesorabilmente verso lo star system. <<Un ritorno ai
piloti degli anni ‘70 come James Hunt.>>, ha scritto di
lui Will Buxton in “Formula1.com”. Persino la vittoria sembra un accessorio,
una distrazione, a sentir parlare Raikkonen: <<Sei bravo solo
se arrivi primo. La gara può essere stata di una noia mortale, ma se arrivi
primo, i giornalisti allora pensano che tu abbia fatto una gran prestazione.
Puoi anche ammettere che la gara è stata una noia, una merda, perché gli altri
hanno avuto un sacco di problemi e tu, soltanto grazie a un’assurda botta di
culo, sei quello che è arrivato primo e comunque loro ti diranno che sei stato
proprio bravo.>>.
ESKIMO: UN CAMPIONE IN INCOGNITO.
Essendo
Raikkonen uno che in vent’anni ha concesso meno interviste di quelle che la
“divin fighetta” Lewis Hamilton concede in tre settimane, è impossibile
verificare la veridicità di una cosa che di lui si dice ormai da anni: la sua
gara preferita, la corsa che considera il suo lascito allo sport, è una in cui ha tagliato il traguardo per sesto. La gara è
il Gran Premio di Australia del 2001: l’esordio di Raikkonen in Formula Uno.
Aveva 22 anni e soltanto 23 gare in Formula Renault alle spalle. Peter Sauber
fu costretto a metterci la buona parola con un titubante Max Mosley, allora
presidente della F.A., affinché al giovanissimo finlandese fosse concessa una
super-patente provvisoria: quattro gare ‘di prova’ prima della decisione
definitiva fu l’accordo tra Sauber e Mosley. Sauber non pensò nemmeno per un
attimo che le cose potessero andare diversamente da come poi sono andate: era
lì al Mugello a seguire la prima volta su una macchina da Formula Uno di
Raikkonen e fu lui a decidere che quel ragazzino era talmente forte da meritare
un nome in codice come le armi segrete nei film di spionaggio. Prima di Iceman venne Eskimo, la
copertura che doveva proteggere il team Sauber dagli agenti in rosso e da
quelli in argento: guai se i top team
si fossero accorti che questo ragazzino girava già mezzo secondo più veloce del
veterano Pedro Diniz. Tornando al Gran Premio di Melbourne 2001: Eskimo arrivò
al sesto posto, come detto. Un punto nella classifica piloti. Oggi il sesto
posto vale otto punti nella classifica piloti. Ma, oggi, non è possibile per
nessuno, in nessun modo, gareggiare in F1 con così poche gare in una serie “Formula”.
Mark
Slade, race engineer di Raikkonen alla Mercedes McLaren e alla
Lotus, uno dei pochi nel paddock che
può dirsi amico del finlandese, nel 2006 disse che <<In Spagna e in
Germania, Kimi ha corso probabilmente le due migliori gare che vedremo nelle
nostre vite. Basta guardarlo mentre esce dall’abitacolo per capire lo sforzo
che ha fatto. Ha dato tutto e probabilmente non lo ha notato nessuno se non quelli
che gli stavano vicini. Guidava solo per andare a punti e per la maggior parte
della gara ha guidato contro se stesso. È stato sensazionale.>>.
Slade
raccontò anche un aneddoto: durante la guerra tra Bridgestone e Michelin,
quest’ultima insisteva per testare le gomme sempre e solo con Raikkonen. La
ragione stava in un questionario che i piloti dovevano completare dopo aver
provato le gomme, tentando di indovinare le specifiche degli pneumatici che
avevano appena usato. La maggior parte di piloti indovinava abbastanza
risposte. Raikkonen era l’unico che le azzeccava tutte, sempre. Slade disse
anche di non aver mai incontrato un altro pilota capace di raggiungere la
stessa affinità che Raikkonen aveva con la macchina: uno straordinario livello
di sensibilità che gli permetteva di percepire problemi nel controllo trazione
così infinitesimali che non venivano rilevati neanche dai trackside data esaminati
dagli ingegneri. Un’eredità familiare: Kimi aveva iniziato e abbandonato la
scuola per diventare meccanico, suo fratello è un meccanico, suo padre era un
meccanico. È convinto, Raikkonen, che non esista il grande pilota privo delle
necessarie competenze da meccanico. Convinzione che lo porta alla riprovazione
per una generazione di <<teste di cazzo con i padri milionari che arrivano
in elicottero quando è tutto già pronto, e non fanno nulla.>>. Parla dei
giovanissimi kartisti di oggi, con il
disprezzo di chi il kart se lo
pagava, costruiva, riparava, lavava, trasportava da solo. La sua, d’altronde,
era una famiglia proletaria che investì tutto in uno sport che brucia i soldi più in fretta della gomma.
ICEMAN O DELLA SOLITUDINE DEL CAMPIONE.
All’età
di tre anni Kimi-Matias Raikkonen non aveva ancora pronunciato una sola parola.
I suoi genitori lo portarono dal pediatra, preoccupati che il bambino soffrisse
di un disturbo dello sviluppo. Il pediatra esaminò il piccolo e la sua diagnosi
fu: <<È tutto a posto. Non ha niente che non va. Semplicemente non gli va
di parlare.>>. A 22, a 32, a 42 anni, Raikkonen è rimasto il bambino che
non aveva voglia di parlare: un’identità che nella vita adulta, nel mestiere di
pilota si è fatta brand nonostante
per lui tutto fosse tranne che una posa assunta a favore di telecamera, a
beneficio dello sponsor. Iceman esiste
anche nei luoghi e nei momenti dai quali Raikkonen, se potesse, scapperebbe:
pagine dei giornali, conferenze stampa, interviste one-on-one.
L’autenticità, la sincerità di Raikkonen sta nella memoria muscolare di un
braccio che si muove da solo, di una mano che in autonomia si allunga verso il
collo, di dita che senza prurito da lenire si muovono avanti e indietro a
grattare la pelle del collo. Ogni volta che un giornalista gli fa una domanda
scema, Raikkonen si gratta il collo e risponde con due parole al massimo. È un tic che non si può fingere né evitare,
così come Raikkonen non può né fingere né evitare di essere se stesso.
Un
giornalista, Terruzzi, racconta di quella volta che gli chiese qual è la parte
più noiosa di un fine settimana di Formula Uno e la risposta di Raikkonen fu
<<Questa.>>. Quando parla del suo rapporto con i giornalisti e in
generale con quel pezzo del suo mestiere che prevede interazione-comunicazione
col prossimo, Raikkonen spiega che non è colpa di nessuno: <<Forse non ci
sono poi tante domande da fare su questo sport. I giornalisti potrebbero
semplicemente riutilizzare le risposte, sarebbe molto più semplice per
tutti.>>. Il problema per lui non sono i giornalisti né le domande: è la
ritualistica. È aspettarsi da lui ciò che è normale aspettarsi da un moderno
pilota di Formula Uno. Ma lui è quello che dormiva fino a mezz’ora prima del suo esordio al volante
della Sauber. Quando Nicole Kidman fu invitata a fare un giro nel box Ferrari
prima del Gran Premio di Australia nel 2017, l’indifferenza di Iceman al
fascino hollywoodiano dell’attrice divenne la barzelletta del paddock intero. Per settimane. Mesi.
Anni. Su Youtube si trova una testimonianza dell’incontro intitolata “Kimi Raikkonen meets Nicole Kidman!”: vi sfido a guardarlo senza scoppiare
a ridere. <<Perché dovrei parlare con qualcuno solo perché è
famoso?>>, spiegherà poi Raikkonen. E quando il giornalista Martin
Brundle gli chiese come mai lui fosse l’unico pilota assente alla cerimonia di
addio alle corse di Michael Schumacher (c’era pure Pelè!) tenutasi prima della
partenza del Gran Premio di Brasile del 2006, Raikkonen rispose <<Stavo
cagando.>>. La risposta di Brundle fu <<Allora avrai una macchina
bella leggera in pista.>>. Persino Iceman si mise a ridere. O meglio,
sorrise. In realtà ghignò. Fosse stato un altro tipo d’uomo, Raikkonen ne
avrebbe approfittato per garantirsi una carriera parallela come caricatura di
se stesso. Ma lui non ne approfittò mai per farsi personaggio. Semplicemente
perché personaggio lui lo è, e non può fregargliene nulla di sembrarlo.
ESSERE
FINALMENTE SOLO.
Tutte le stranezze di Raikkonen si spiegano con una frase. È la prima frase registrata dal dittafono del giornalista finlandese Kari Hotakainen, autore della biografia intitolata “The unknown Kimi Räikkönen”. La frase è questa, rivolta dal pilota in risposta a una domanda del giornalista: <<Sarebbe bellissimo guidare in Formula Uno, però in incognito.>>. Incuriosito, Hotakainen chiede a Raikkonen perché mai vorrebbe arrivare a quel traguardo per rimanere dentro l’abitacolo di una monoposto senza che nessuno si accorga di lui. La risposta, semplicemente, fu: <<Perché poi lì dentro sei finalmente da solo.>>.
Immortale.
Anno 2022
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