"AGLI ALBORI DELLA LETTERATURA ITALIANA"
Manuel Omar Triscari
AGLI ALBORI DELLA LETTERATURA ITALIANA:
la scuola poetica federiciana.
PREAMBOLO
Un fenomeno singolare caratterizza, nel quadro europeo, le
origini della letteratura italiana: il ritardo del suo manifestarsi rispetto ad
altre aree culturali dell’Europa, da una parte, e dall’altra il rapido cammino
che conduce alla presenza di figure di letterati di assoluta grandezza quali
Dante, Petrarca, Boccaccio. In poco più di un secolo e mezzo, dagli inizi dei
Duecento alla metà del Trecento circa, la letteratura italiana compie a passi
veloci il percorso della sua formazione e della sua affermazione, resa evidente
dalla presenza dei suoi classici. Nel Duecento, dunque, assistiamo alla
fondazione della letteratura italiana. Ciò non significa che tale letteratura
assuma un ruolo di egemonia, dal momento che gli scritti in latino restano di
gran lunga predominanti e che gli adattamenti in volgare di testi latini, i
cosiddetti “volgarizzamenti”, attestano un costante senso di rispetto e di
subordinazione verso il testo originano in latino. Però il volgare non si
limita più a rispondere soltanto alle esigenze pratiche di comunicazione, ma
comincia progressivamente a occupare spazi di elaborazione culturale e
letteraria che erano di pertinenza del latino. Questo processo avviene lungo
quel secolo, il Duecento, entro il quale va collocata la nascita della
letteratura italiana.
Non è facile dare una motivazione sicura a tale ritardo,
anche se qualche ragione di natura sociale e politica non sembra trascurabile.
Approssimativamente, si potrà segnalare che, a differenza di quanto accade in
Francia, ove l’aristocrazia, nel farsi portatrice di valori cavallereschi e
mondani, rielabora in chiave laica molti elementi della letteratura religiosa e
li diffonde attraverso la lingua d’oc
in area provenzale e la lingua d’oil nell’area a nord della Loira, nella penisola italiana la esigenza del volgare
si fa urgente solo con la definitiva affermazione della civiltà comunale.
Inoltre, tra le possibili cause del ritardo della letteratura italiana, è da
porre la maggior forza di resistenza esercitata dal latino in un’area
geografica in prossimità di Roma e converrà anche tener presente un aspetto
politico, la frammentazione della penisola, che ostacola il raggiungimento di
una lingua unitaria.
Le conseguenze che discendono da tali premesse sono
evidenti: mentre in Inghilterra già all’ottavo secolo risale il poema eroico “Beowulf” mentre in Germania nel
XII secolo viene scritto il ciclo dei Nibelunghi, mentre in Spagna
intorno al 1140 appare il “cantare del mio Cid”, mentre in Francia una già matura e
diversificata letteratura che svaria dall’epica delle chansons de geste alla
lirica trobadorica si afferma tra XI e XII secolo, in Italia si continua a
scrivere prevalentemente in latino.
I PRIMI DOCUMENTI
IN VOLGARE
Tracce del cosiddetto volgare si riscontrano in alcune
testimonianze di secoli anteriori al Duecento. Tra la fine dell’ottavo e gli
inizi del nono secolo si colloca il cosiddetto “indovinello veronese”, così chiamato perché
uno sconosciuto scrivano inserisce entro un codice liturgico di origine
spagnola e ora conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona un indovinello:
<<Se pareba boves, / alba pratalia araba, / et albo versorio teneba / et
negro semen seminaba.>> (= <<Si spingeva avanti i buoi, / arava
bianchi prati, / teneva un bianco aratro, / seminava nera semenza.>>). La
soluzione dell’indovinello riguarda l’atto dello scrivere: i buoi sono le
dita, gli <<alba pratalia>> i fogli bianchi, il bianco aratro la
penna, e il <<negro semen>> l’inchiostro. L’autore anonimo di tale
indovinello scrive intorno al suo lavoro e dimostra di saper condurre un gioco
espressivo che presenta una sorta d’impasto tra latino e volgare: ci si può
chiedere, infatti, se <<teneba>>
e <<seminaba>> siano
voci latine (rispettivamente tenebat, seminabat) cui è caduta la
desinenza finale oppure siano voci volgari latinizzate (corrispondenti
pertanto a moderni “teneva” e
“seminava”), ma è fuori da ogni ragionevole dubbio che a morfologia
e fonologia volgare appartengano forme come il <<se>> invece di sibi e la desinenza in -o invece
di –um in albo e negro
per album e nigrum.
Esigenza giuridica e necessità pratica si associano nel
primo documento in cui il volgare italiano appare contrapposto al latino. Sono
i “placiti
campani”, redatti tra il 960 e il 963 nel principato
longobardo di Capua e Benevento, in cui un giudice capuano, per risolvere una
controversia tra il monastero di Montecassino e un uomo di Aquino, registra la dichiarazione
di tre testimoni favorevoli al monastero. All’interno di atti notarili redatti
in latino viene inserita una formula in volgare: <<Sao ko kelle terre,
per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti
Benedicti.>>. Si fa necessariamente ricorso al volgare in modo che i tre
testimoni possano intendere il contenuto della loro testimonianza.
S’infittiscono le testimonianze nel XII secolo; e oltre a
qualche deposizione in contese giudiziarie (fra cui si ricorderà la “testimonianza di
Travale” del 1158) compaiono i primi testi con ambizioni
letterarie: sono il “ritmo laurenziano”, il “ritmo
cassinese” e il “ritmo
su sant’alessio”.
LE PREMESSE
FRANCESI DELLA LETTERATURA ITALIANA
il ciclo carolingio e il ciclo bretone
Per la fondazione della letteratura in Italia, più che gli
sparsi frammenti notarili o altri occasionali documenti, conta l’influsso
esercitato dalla letteratura d’oltralpe. Sono in lingua d’oil le chansons
de geste, destinate al canto e imperniate sulla celebrazione di gesta
eroiche. La più antica e la più famosa è la “chanson
de Roland”, scritta non molto tempo avanti alla prima crociata.
L’autore si denomina Turoldo e celebra la resistenza di Carlo Magno e dei suoi
paladini contro i Saraceni. La rotta dell’esercito cristiano a Roncisvalle, nei
Pirenei, e l’eroica morte di Rolando sono il tragico epilogo di questo poema,
da cui prende avvio il “ciclo carolingio”, che avrà larga diffusione popolare
anche in Italia.
Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda sono invece i
protagonisti dei romanzi del “ciclo bretone”, nelle cui narrazioni l’eroismo
guerresco convive con l’esperienza amorosa e spesso è ad essa subordinata.
Chrétien de Troyes, un grande autore, forse il maggior poeta occidentale prima
di Dante, dà lustro a tale ciclo. Attivo alla corte di Sciampagna e di Fiandra
nella seconda metà del XII secolo, ha scritto cinque romanzi dagli intrecci
avventurosi e fantastici, fra cui l’incompiuto “Perceval” (o anche “le
conte du Graal”), ove,
nella figura del protagonista, si ha la fondazione dell’identità del cavaliere
perfetto, che si forma lungo la scala progressiva della formazione alla
cavalleria, dell’esperienza amorosa, della vocazione religiosa.
i lai e i fabliaux
In area francese, oltre alla narrazione lunga dei poemi e
dei romanzi, trovano sviluppo due singolari forme di narratio brevis, che
avranno influenza soprattutto nella novellistica. Poemetti amorosi a carattere
elegiaco sono i lai, fra cui i più intensamente poetici sono quelli
scritti da Maria di Francia, vissuta nella seconda metà del XII secolo. Di
tutt’altra natura sono i fabliaux, racconti in versi dai contenuti
erotici e licenziosi: temi predominanti sono la misoginia e la satira
anti-contadina. Alla materia corrisponde anche il linguaggio, che raramente
percorre la strada della metafora e dell’eufemismo e che più spesso si attiene
a un’espressività realistica e oscena.
il poema allegorico: il “roman de la Rose”
Un altro genere letterario, il poema allegorico e
didascalico, ha nel “roman de la Rose” il
suo risultato di maggiore rilievo. È un poema di oltre ventimila versi, scritti
in tempi diversi da due autori. La prima parte viene scritta nella prima metà
del Duecento da Guillaume de Lorris. La continuazione è di mano di Jean de
Meung il quale, attivo nella seconda metà del secolo, sposta la dimensione
amorosa e cortese di Guillaume in direzione scientifica e dottrinaria. Un’opera
tanto ricca e complessa costituisce per ogni futuro componimento dello stesso
genere un punto di riferimento imprescindibile. Immediata attestazione della
sua fortuna è il poemetto “fiore”, che
rielabora e compendia in volgare il testo originale in una sequenza di 232
sonetti ed è stato attribuito a Dante.
I PROVENZALI E
L’AMOR CORTESE
le origini francesi
Non tanto la narrativa quanto la poesia è al centro
dell’attività letteraria che nasce e si sviluppa nelle corti della Francia
meridionale, soprattutto in Provenza. La poesia provenzale detta occitanica, in
quanto scritta in lingua d’oc, è la
poesia dell’amor cortese, così denominato perché è nel mondo delle corti che
trova origine e giustificazione. È qui che il poeta canta la donna, la dama:
termine, questo, che deriva dal latino domina con il significato
originario di padrona. Con la donna il poeta instaura un rapporto che si dipana
fuori dal matrimonio: si ritiene che solo fuori dal matrimonio ci possa essere
vero amore. In tal modo si afferma un principio di etica mondana che entra in
conflitto con l’etica religiosa. Il rapporto uomo-donna si realizza riproducendo
i livelli gerarchici della società feudale. L’amore si esplica nelle forme di
servizio, di vassallaggio, di omaggio dell’amante nei confronti dell’amata. Si
richiede il rispetto di alcune convenzioni, allo scopo di convertire la spinta
del desiderio in promozione del raffinamento delle qualità individuali
dell’innamorato, il quale, proprio grazie all’esperienza amorosa, può condurre
a piena realizzazione le sue virtù: la lealtà, la fedeltà, la dedizione, la
discrezione, la liberalità.
Una liturgia mondana governa l’amor cortese e l’insieme
delle regole che lo caratterizzano viene fissato come in un manuale di
precettistica nel trattato in prosa latina, “De
Amore”, scritto
da Andrea Cappellano nel 1189 alla corte di Sciampagna. Alla luce delle norme
dettate dal Cappellano e della produzione lirica che le testimonia, risulta che
l’amor cortese, nella sua complessa dinamica, riflette una situazione di
tensione erotica che viene neutralizzata dall’idealizzazione della figura
femminile.
Il perfezionamento etico ha il suo correlativo in un
parallelo processo di perfezionamento formale della poesia. Non casuale sembra
essere la designazione dei poeti dell’amor cortese come “trovatori”: il termine
deriva da trobar, che vuol dire “inventare tropi” cioè figure metaforiche.
Costante è nei poeti dell’amor cortese la ricerca di un’accurata tecnica
espressiva che sottolinei ed esalti l’artificio stilistico, nelle due direzioni
opposte: il trobar clus cioè
chiuso, una forma ermetica caratterizzata da asprezze verbali e ricerca
di un virtuosismo oscuro ed enigmatico, e il trobar leu cioè lieve, che persegue un poetare
chiaro, comprensibile, gradevole all’ascolto.
Nel gruppo dei poeti vissuti tra la fine dell’XI e il XIII
secolo emergono alcune personalità di rilievo: Guglielmo IX d’Aqui- tania, che
va considerato come il capostipite della generazione dei provenzali; Marcabru,
aspro e aggressivo nei suoi componimenti; Jaufré Rudel, delicato e struggente
cantore dell’amor de lohn cioè dell’amore
da lontano; e, in posizione di eccellenza, Arnaut Daniel, cui Dante assegnerà
il primato affermando nella “comedia”
(“purgatorio”:
XXVI: 118-119) che nei <<Versi d’amore e prose di romanzi / soverchiò
tutti>>.
i provenzali nella Italia settentrionale
Piuttosto folta è la presenza di poeti provenzali cui viene
data ospitalità nelle corti dell’Italia settentrionale. Ad esempio, a partire
dall’ultimo scorcio del XII secolo, alla corte del Monferrato viene accolto
Rambaut de Vaqueiras, di cui si ricorda in particolare il contrasto tra un amante
e la sua donna e, mentre il primo si esprime in volgare, la seconda risponde in
genovese. In transito per le corti troviamo Uc de Saint-Circ che, trasferitosi
a un certo punto del suo peregrinare in Treviso, presso Alberico da Romano,
conferirà a partire dal 1219-20 un rilevante prestigio culturale alla Marca
Trevigiana, diffondendo la conoscenza dei poeti provenzali attraverso la
raccolta delle loro vidas (le loro biografie) e delle razos delle
poesie, vale a dire il racconto dell’occasione che ha fornito il pretesto alla
stesura di un testo lirico.
Nelle città dell’Italia del nord si verifica un fenomeno del tutto particolare, quello di poeti
italiani che scrivono in lingua d’oc.
A Genova abbiamo Percivalle Doria, Lanfranco Cigala, autore di
poesie d’amore profano e di lodi devote alla Madonna, e Bonifacio Calvo, cui si
devono alcuni risentiti componimenti di carattere politico e civile: i suoi
versi si incrociano con quelli dell’avversario veneziano Bartolomeo Zorzi. Di
Mantova è il più noto di questi poeti, Sordello da Goito, reso famoso dal canto
VI del “purgatorio”,
dove Dante gli fa pronunciare una sdegnata invettiva contro quanti
provocano la rovina dell’Italia, probabilmente memore del componimento più
vigoroso di Sordello: un planh o compianto funebre per ser Blacatz, in
cui il poeta invitava i più potenti signori dell’epoca a mangiare un pezzetto
del cuore di ser Blacatz per acquistare quel coraggio di cui si mostravano
privi.
Recenti studi hanno contribuito a rendere più mosso il
quadro della poesia tra la fine del XII e il primi decenni del XIII secolo
nell’Italia del nord. In particolare
assume un valore notevole la scoperta del filologo e storico della lingua
Alfredo Stussi, il quale pochi anni fa, nel 1999, in una pergamena ravennate
che rimonta a un arco di tempo compreso tra il 1180 e gli inizi del Duecento,
ha recuperato un testo che possiamo considerare, al momento, come il primo
testo letterario (in questo caso lirico) elaborato in volgare: la canzone “quando eu stava in
le tu’ catene”, che in cinque strofe sviluppa il tema del lamento di un
innamorato, in dialogo con Amore.
LA LETTERATURA
DIDATTICA
i “proverbi”, le “noie”, e gli ammaestramenti morali
Nell’Italia settentrionale fiorisce già nella seconda metà
del XII secolo una produzione di carattere didascalico e moraleggiante. Il
documento letterario più curioso è costituito dai “proverbia que dicuntur super natura feminarum”, un
poemetto, mutilo nella parte finale, che uno sconosciuto autore veneto ha
composto tra il 1156 e il 1160, riversando un pungente spirito misogino nei 756
versi che lo costituiscono, dove le <<malvasie femine>> che
rappresentano il bersaglio dichiarato fin dai versi d’esordio, tali sono perché
sono specchio del diavolo, infedeli, avide e rapaci e così via.
La tematica misogina è sviluppata, agli inizi del Duecento,
anche dal cremonese Girardo Patecchio, autore della “frotula noiae moralis”. Il precedente è nella letteratura
occitanica, in cui era praticato il genere dell’enueg, cioè della descrizione di tutto quanto produce
fastidio, in contrapposizione al plazer, componimento dedicato a
circostanze di gioia e di piacere. Lungo è l’elenco di persone ‘noiose’
compilato da Girardo: il traditore, il superbo, l’usuraio, il prete che si fa
bello, la donna che chiede soldi, e simili altri. A infastidirlo non sono
soltanto le persone, ma anche situazioni spiacevoli, prima fra tutte la povertà
personale; e, oltre all’essere senza denari, gli danno noia il perdere il vino
buono per colpa della botte guasta, la strada rotta, il rasoio che non taglia,
e simili altri. È un brontolamento continuo, il suo, che trova chi lo ascolta
per replicargli, come un tale Ugo di Perso che gli risponde per le rime con due
“note”.
Contemporaneo di Girardo Patecchio è Uguccione da Lodi, pure
lui cremonese, essendo il “da Lodi” il nome di una famiglia di Cremona. Suo è
un poemetto, “libro”,
che per più di settecento versi propone insegnamenti religiosi,
ammaestramenti morali, preghiere, rampogne di esecrazione dei vizi, parole di
approvazione delle virtù; e, ancora, scenografie dello splendore dei cieli e
rappresentazioni dell’orrore infernale.
Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva
Lo scenario dell’aldilà, che è uno degli argomenti toccati
da Uguccione da Lodi, diventa interesse centrale per il frate minore Giacomino
da Verona, il quale si occupa del destino ultimo dell’uomo in due poemetti. Il
primo, che probabilmente è del 1230 e che si intitola “de Ierusalem celesti et de pulcritudine eius et
beatitudine et gaudia sanctorum”, ha per oggetto il Paradiso; il secondo, situabile
attorno al 1265, prende in considerazione l’Inferno e porta per titolo “de Babilonia civitate infernali et eius
turpitudine et quantis pems peccatores puniantur incessanter”. Il
Paradiso, la Gerusalemme celeste, appare come una città dotata di fondamenta di
pietre preziose ed è circondata da mura altissime, con merli di cristallo e
camminamenti d’oro fino; la luce del giorno splende in continuazione e gli
angeli e i beati cantano le lodi della Madonna, di Cristo, di Dio. Ben altra
cosa è l’Inferno, che ha le sembianze di un’immensa prigione, chiusa in alto da
una calotta di acciaio che impedisce a chiunque di fuggire. Senza sosta
avvampano fiamme, alimentate da resina e da zolfo, e dappertutto si diffonde
una puzza insostenibile. Fra rocce e dirupi strisciano vipere e serpenti e si
muovono spaventosi draghi. Diavoli dal volto orribile infieriscono ferocemente
sui dannati, percuotendoli con bastoni e spranghe. Il re di questo regno di
perdizione è Belzebù, diavolo-cuoco che, dopo aver agguantato il peccatore, lo
mette ad arrostire sulle fiamme come se fosse un verro. Su questo insieme di
immagini, che affondano le loro radici nell’immaginario popolare, Giacomino
realizza un affresco a forti tinte, estremamente colorito e finalizzato a
incutere terrore in chi legge o ascolta.
Impegno morale, finalità edificante e volontà didascalica
sostengono il lavoro letterario del milanese Bonvesin de la Riva, certamente il
più autorevole tra gli scrittori didattici (e non solo didattici) dell’Italia
settentrionale. Bonvesin scrive nel 1274 il “libro delle tre scritture”. Le tre
scritture, secondo quanto indica l’autore nei versi di apertura, sono la
<<negra e de grand pagura>>, dedicata all’Inferno; la
<<rossa>>, che è rivolta alla Passione di Cristo; e la
<<doradha>>, che riguarda il Paradiso. Come si nota, a dispetto
dell’indicazione ternaria, si resta fermi a una suddivisione binaria per quanto
concerne il mondo ultraterreno. Si rimane press’a poco nella descrizione dei
regni dell’aldilà tracciata da Giacomino; anche per Bonvesin i diavoli sono
<<strasozz e òrrii>> (= <<sozzissimi e orribili>>) e
l’Inferno è un ricettacolo di orrori e brutture. Tutt’altra cosa, naturalmente,
il Paradiso, alle cui deliziose mense sono offerti <<pan strasuavissimo>>
e <<vin delicai>>. Altri testi del Bonvesin scrittore in volgare
meritano una menzione. Uno di questi è il “de
quinquaginta curialitatibus ad mensam”, un manualetto riguardante le buone
maniere da rispettare in società. In questo breviario di educazione conviviale,
destinato presumibilmente a un pubblico cittadino e borghese, si impartiscono
utili consigli. Si avverte, ad esempio, che è opportuno non appoggiare i gomiti
sulla tavola imbandita, che è bene guardarsi dal riempirsi troppo la bocca di
cibo, che bisogna evitare di risucchiare quando si mangia con il cucchiaio, che
non è corretto sbirciare nel piatto degli altri, che è assolutamente
sconveniente mettersi le dita in bocca per pulirsi i denti. L’intenzione
didattica di Bonvesin è esplicita nelle “disputationes”, in
cui l’autore affida alle personificazioni che mette in contrasto tra di loro un
compito di insegnamento morale. Il più noto di questi componimenti è la “disputatio rose cum viola”, in
cui, diversamente dalla tradizione che attribuiva la superiorità alla rosa,
Bonvesin assegna il primato alla viola, che invita all’umiltà e alla purezza.
In latino è scritto anche quello che può essere considerato il vero capolavoro
di Bonvesin: il “de magnalibus urbis
Mediolani” del 1288. L’autore descrive gli aspetti urbanistici e
architettonici della Milano dei suoi tempi e definisce la situazione politica,
sociale ed economica della città. Egli inoltre registra i dati quantitativi
inerenti alla popolazione e alle attività esercitate dai cittadini, indugiando
anche su notazioni e curiosità di costume. Ne risulta un prezioso documento
storiografico e, insieme, un partecipe panegirico di Milano, a riflesso di un
sincero entusiasmo per le componenti progressiste della civiltà comunale e
della cultura borghese.
l’anonimo genovese
Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento emerge a
Genova una singolare figura di poeta, di cui non si conosce l’identità e
pertanto viene denominato l’Anonimo genovese. La sua figura è associabile a
quella di Bonvesin per il comune orgoglio cittadino. Al centro del suo cospicuo
corpus di rime a carattere politico sta la città di Genova, di cui sono
celebrate le vittoriose imprese militari contro Venezia nell’ultimo scorcio del
Duecento, dopo che la battaglia della Meloria (1284) aveva garantito alla città
la supremazia nei confronti di Pisa. L’Anonimo si fa interprete anche dello
spirito espansionistico della borghesia marinara e mercantile, come si
percepisce immediatamente nell’encomio incondizionato di Genova, delle sue
bellezze, delle sue ricchezze, della sua floridezza, della sua potenza
economica raggiunta grazie alla grande espansione commerciale, che è il motivo
conduttore della poesia “de condicione
civitatis Ianue, loquendo con quedam domino de Brixia”: E
tanti sun li Zenoexi / e per lo mondo sì destexi, / che und’eli van o stan /
un’atra Zenoa ge fan.>>.
san Francesco d’Assisi
Le “laudes
creaturarum”, altrimenti
dette “cantico
delle creature” o “Cantico di frate
Sole” o ancora “cantico dei cantici”, che
san Francesco d’Assisi compose tra il 1224 e il 1225, meritano di essere
considerate come il testo di maggior rilievo agli albori della letteratura
italiana.
Rampollo di un’agiata famiglia della ricca borghesia,
Francesco, nato nel 1181 o 1182, in giovinezza si dedica allo studio del latino
e del francese e anche alla professione delle armi, combattendo nella guerra
tra Assisi e Perugia (1202-1203) e tentando di aggregarsi alle truppe di
Gualtieri di Brienne, attive in Puglia al servizio di Federico II. Ma una
febbre che lo colpisce proprio durante il viaggio verso il sud lo induce a rientrare nel biennio 1205-1206; matura, però,
intanto, in lui un profondo travaglio interiore che si precisa
nell’affermazione della propria vocazione religiosa. L’intensa attività di
predicazione e di affermazione dei principi evangelici condotta da Francesco e
dai suoi seguaci, i “frati minori”, così chiamati in segno di umiltà, trova
consenso anche presso il papato. Negli ultimi anni di vita del santo, che
spirerà la sera del 3 ottobre 1226 in una cella della Porziuncola, si accentua
l’esperienza mistica. Nel 1224 sul monte della Verna, ammalato e quasi cieco,
riceve le stimmate. E di questa estrema stagione della sua vita è la preghiera
di lode che è il “cantico”.
Per il “cantico”, san Francesco d’Assisi ricorre
al dialetto umbro e assume a modello i salmi biblici: caratteristico dei “salmi” di David, ad esempio, è il
procedimento iterativo e parallelistico dei versi; e alla natura salmistica il
componimento francescano può essere legittimamente fatto risalire anche per la
destinazione di recita corale cui il testo è affidato. Il “cantico”
muove da una premessa: all’uomo caduto nel peccato non è lecito
neppure nominare Dio (<<et nullu omo ene dignu te mentovare>>
dice); ciò nonostante, gli è consentito di colmare la distanza che lo separa
dal Creatore lodando le creature (il sole, la luna, le stelle) e gli elementi
costitutivi dell’universo (aria, acqua, fuoco, terra) che sono legati in
spirito di fratellanza all’uomo, poiché sono generati dallo stesso frate (cioè
fratello) vento o sora (cioè sorella) acqua. Con linguaggio semplice e
appropriato, al fine di garantire con la chiarezza espressiva la diffusione del
messaggio, vengono sottolineate, attraverso la serie degli aggettivi, le
qualità positive del creato, le stelle sono <<clarite et preziose et
belle>>, l’acqua è <<multo utile et umile et preziosa et
casta>>, il fuoco è <<bello et iucundo et robustoso et
forte>>. Le “laudes creaturarum” si commutano in lodi di Dio e ciò avviene
perché l’universo con le sue bellezze si fa mediatore di lode al Creatore.
Nella natura l’uomo, anziché misurare il distacco che separa le cose terrene
dall’altezza divina, scopre il segno di Dio e il suo volto miracoloso e
salvifico. Nella natura, ma non solo nella natura, come stanno a dimostrare le
lasse conclusive del “cantico”. Qui l’attenzione
si sposta dallo stupore ammirativo per il creato alla considerazione dei valori
umani e spirituali. Si avverte uno scarto prospettico rispetto alle lasse
precedenti, tanto che, anche per la conclusione dettata al cospetto della
morte, si sono ipotizzati due tempi separati nell’elaborazione del
componimento. Il messaggio da ultimo consegnato da san Francesco al suo “cantico”
è esplicito, solo colui che saprà perdonare e accettare il dolore,
rimettendosi alla fede che preserva dalla <<morte secunda>>, vale a
dire la dannazione eterna, sarà salvo.
Iacopone Da Todi
Nella seconda metà del secolo, per iniziativa di Ranieri
Fasani, prende campo il movimento dei Flagellanti. Spinti all’auto-flagellazione,
gli aderenti alle confraternite accompagnavano le punizioni corporali con canti
in volgare, le laude, rivolte a celebrare Dio, la Madonna e i santi, oppure
dirette a esprimere l’orrore per i peccati e a manifestare il timore di Dio.
Larghissima fu la diffusione delle laude, molte delle quali furono raccolte in
appositi laudari. La laude è la forma espressiva in cui trova più adeguato
adempimento letterario la spiritualità del francescano lacopone da Todi, dal nome
della cittadina umbra dove è nato tra il 1230 e il 1236.
Autentico o leggendario che sia l’episodio che determina la
svolta decisiva della sua vita e che si vuol far risalire alle circostanze
drammatiche della morte della moglie per il crollo del pavimento durante una
festa e al turbamento susseguente alla scoperta di un cilicio sul corpo della
donna, vero è che Iacopone, che ha esercitato la professione di procuratore
legale fino al 1268, data del tragico evento, decide di abbandonare la vita
mondana: per un decennio tempra il suo spirito col duro esercizio del
<<gir bizzocone>>, cioè dell’andare mendicando, e nel 1278 entra a
far parte dei frati minori
Iacopone è un convinto spirituale, che sostiene con
appassionato calore la distinzione tra scienza terrena e sapienza divina e che
con tenacia sostiene l’obbligo di osservare la regola dell’assoluta povertà.
Per nulla estraneo alle vicende delle istituzioni della Chiesa, segue con
trepidazione l’ascesa al soglio pontificio dell’eremita Pietro da Morrone, tanto
da incalzarlo con una serie di ammonimenti nei versi di “que farai, Pier da Morrone”. Pietro da
Morrone diventa papa nel 1294 col nome di Celestino V, ma abdica e il trono
papale viene occupato da Bonifacio VIII. La fortissima avversione di Iacopone nei
suoi riguardi si esplica su due fronti: su quello letterario con la violenta
invettiva dei versi di “o papa Bonifazio, molt’ài iocato al mondo”, e su quello
politico con la sottoscrizione del manifesto di Lunghezza (1297) che richiedeva
di deporre il papa e indire un nuovo concilio. Catturato dopo la caduta della
roccaforte di Palestrina da parte delle milizie del papa, nel 1298, viene
condannato al carcere a vita e scomunicato; e la scomunica gli pesa più della
prigionia se, come riferiscono i versi di “O
papa Bonifazio, eo porto tuo
prefazio”, invoca al suo avversario, al papa, la cancellazione della
scomunica anche a prezzo dell’inasprimento della detenzione. Ma revoca della
scomunica e libertà gli vengono concesse solo dal successore di papa Bonifacio,
Benedetto XI, nel 1303. Dopo di che Iacopone si ritira nel convento di
Collazzone e qui muore la notte di Natale del 1306.
Le laude sicuramente attribuibili a Iacopone sono 92. Un
loro inquadramento critico e interpretativo non può prescindere dall’esperienza
mistica dell’autore e dall’estremismo del suo temperamento, che si traduce in
un émpito religioso propenso a espandersi e a risolversi in furore,
polarizzandosi nella tensione verso i grandi misteri, gaudioso l’uno e doloroso
l’altro, dell’incarnazione e della passione. Nella sua personalità, restituita
dalla sequenza dei versi di netta impronta auto-biografica della laude “que farai, fra’
Iacovone”, convivono
l’asceta che, con energica lacerazione, si stacca dal mondo, non prima però di
averne deprecato i mali, e il mistico che punta all’immedesimazione col divino,
approdando alle sponde dell’ineffabilità.
La sua poesia si precisa nei termini di un assiduo scontro
tra forze opposte e non conciliabili: il vizio e la virtù, l’anima e il corpo,
il peccato e la salvezza, l’inferno e il paradiso, il mondo e Dio. Iacopone è
capace di immergersi con piglio aggressivo e irruento nel concreto di una
realtà storica che direttamente lo coinvolge, spingendolo a utilizzare il
registro dei toni sprezzanti nelle laude indirizzate a Bonifacio Vili e
caratterizzate da una mescolanza di improperio e profetismo; ma è anche
sospinto a vagheggiare l’annullamento in Dio, scosso da un fremito che si
risolve in un dire trepidante e concitato, consegnato all’insistenza ossessiva
dell’anafora: <<Amor, amor Iesù desideroso, / amor voglio morire te
abbracciando; / amor, amor Iesù, dolce mio sposo, / amor, amor, la morte
t’addemando; / amor, amor Iesù sì delettoso>>.
Nell’adozione di alcuni strumenti della retorica, Iacopone
si rivela scrittore tutt’altro che incolto e rozzo. Non pochi componimenti
lasciano intravedere una matrice letteraria, che attesta la conoscenza non solo
di testi religiosi, ma anche di quelli propri della cultura laica. I contrasti
tra anima e corpo svelano sicuri agganci con la letteratura didattica in
latino, mentre il debito con la poesia provenzale viene comprovato dal
reimpiego capovolto di alcuni topoi, cioè di temi letterari ricorrenti: sarà sufficiente
pensare a come la stilizzata immagine improntata a letizia e serenità degli
esordi delle “canzoni di primavera” venga a ribaltarsi in atmosfera cupa e
perturbante: <<Gelo grande e tempestate, / fulgore, troni e
oscuritate>>. E ancora: quella che verisimilmente è la più conosciuta
delle laude iacoponiane, il “pianto della Madonna”,
che ha per argomento la Passione di Cristo, presenta alcuni momenti
di affinità con lo “stilnovo” nel delineare i tratti psicologici e i moduli
allocutivi dei personaggi, mentre il dialogo tra la Madonna e il nunzio
instaura una drammatizzazione che tende a delineare l’identità umana di madre e
di figlio.
Iacopone accetta l’idea di una maturazione e crescita
intellettuale dell’individuo, a patto che essa non sia di impedimento alla
tensione spirituale, e mette al servizio del suo impegno dimostrativo o dei
suoi slanci mistici gli strumenti della retorica, sia pure adoperati in piena
libertà, con spirito impaziente, incline all’effrazione delle norme.
L’obiettivo che viene perseguito è quello dell’essenzialità, della brevitas,
<<chè la longa materia / sòl generar fastidie; / e longo abriviare /
sòle l’om delettare>>. E a criteri di concisione risponde pure l’adozione
di una sintassi ellittica, disarticolata, paratattica, non priva di sbalzi e
irregolarità, che procede attraverso spezzature e anacoluti, con esiti di
rilevato espressionismo.
Due punti almeno vanno messi in risalto per mettere a fuoco
quanto caratterizza l’identità di Iacopone.
1) Tanto la sua vita quanto la sua produzione poetica
sembrano proporsi quali aspetti di tenace provocazione al principio
aristotelico della misura, così diffuso nella letteratura provenzale e
allineato ai criteri di equilibrio e ragionevolezza della civiltà borghese. Ma
la ricerca dell’equilibrio tra atteggiamenti estremi, se è opportuna qualora venga
applicata ai valori laici e mondani, non ha legittimità né ragioni di
pertinenza qualora la si voglia estendere all’esperienza religiosa, perché
nell’universo della spiritualità la verità è una sola e conta, allora, lo
spregiudicato gesto di squilibrio di chi si affaccia verso tale verità e la
vive come valore assoluto. L’esperienza religiosa non richiede saggezza, ma
follia: postula un <<amor d’esmesuranza>> e un parlare
<<esmesurato>>.
2) In rispondenza a un programma di distacco dal mondo, è il
mondo stesso a diventare l’obiettivo primario della deprecazione. In
particolare, poi, poiché il vero nemico della libertà spirituale dell’uomo è il
corpo, che lo trascina verso il male e il peccato, è proprio il corpo il
bersaglio prediletto degli strali di Iacopone, che ne fa oggetto del suo
massimo disprezzo, come emerge soprattutto dalla laude “o Signor, per cortesia”, in cui si procede
allineando tutta una serie di orribili malattie che il poeta invoca per sé, a
mortificazione estrema della carne: <<A mme venga mal de dente, / mal de
capo e mal de ventre; // a lo stomaco dolur’ pognenti / e ’n canna la
squinanzia>> (dove “canna” sta per “gola” e “squinanzia” per “angina”).
LA SCUOLA POETICA SICILIANA
In Sicilia, alla corte di Federico II, imperatore del Sacro
Romano Impero dal 1220 al 1250, entro un ambiente quale la Magna Curia aperto a interessi filosofici, giuridici e scientifici,
si colloca la creazione di una poesia in volgare che si propone solo finalità
estetiche e letterarie. Viene assunta a modello di riferimento la poesia
provenzale, che penetra nella corte federiciana probabilmente dopo il 1230,
anche se non va trascurata l’ipotesi di un influsso della lirica tedesca, del Minnesang,
in dipendenza dell’uso di quella lingua alla corte di Federico II. Di
differente natura è lo statuto sociale dei poeti della Magna Curia rispetto ai
“trovatori” provenzali. Diversamente da costoro, che nell’esercizio del rimare
realizzano la loro professionalità e trovano la loro collocazione a corte, i
poeti della corte siciliana sono dei funzionari imperiali: sono giuristi,
notai, magistrati, burocrati, per i quali ruolo istituzionale e attività
letteraria procedono del tutto separati. Per loro la poesia si configura come
il momento del distacco dalle occupazioni civili, amministrative, giuridiche,
offrendo un’opportunità di aristocratica separatezza e di elegante evasione
dalla realtà pratica: prova ne è il fatto che nei testi poetici dei siciliani
viene rimossa qualsiasi implicazione politica, tanto encomiastica, quanto di
polemica o di contestazione. Il servizio all’imperatore si manifesta per una
via obliqua, cioè nella fondazione di una poesia che abbia il suo fine nella
disciplina formale e nella perfezione tecnica e che pertanto, nell’affermare la
dignità di una lingua e di una cultura, afferma anche il prestigio della
struttura politica che le promuove.
Una scelta monotematica caratterizza la poesia dei
siciliani. Argomento delle loro poesie è solo e sempre l’amore e il modello di
riferimento è individuato nel decoro e nell’altezza di significato dell’amor
cortese, da cui viene recuperata l’offerta già formalizzata di situazioni e di
convenzioni tematiche: l’omaggio dell’amante alla dama; la subordinazione del
poeta- vassallo all’amata-signora; la segretezza dell’amore; le figure ostili e
malevoli dei lusingatori e dei malparlanti che pongono ostacoli alla vicenda
amorosa.
Il recupero di questi topoi non preclude l’affermarsi
di alcune istanze originali. Rispetto ai provenzali, si percepisce nei poeti
della scuola siciliana un interesse di natura psicologica che scruta i riflessi
interiori e spirituali dell’esperienza d’amore, con particolare attenzione alle
zone oscure o sentimentalmente delicate della visione e della rimembranza.
Inoltre l’indagine è orientata verso una più penetrante perlustrazione della
fenomenologia amorosa. Il che produce delle significative conseguenze. La prima
è che al centro dell’interesse viene a collocarsi non tanto la figura
femminile, quanto l’esplorazione del desiderio e che, nel processo di
spersonalizzazione conseguente al passaggio dalla descrizione del rapporto
esterno all’analisi dell’interiorità, oltre all’annullamento di qualsiasi
residuo, anche solo allusivo, di biografismo, si verifica la sostituzione nel
ruolo di protagonista della donna con Amore, oggettivato e personificato. La
seconda è che l’attenzione predominante alla fenomenologia dell’amore attiva un
repertorio di immagini più ricco rispetto a quello fissato dai provenzali: a
fine comparativo o esplicativo, infatti, frequente è il ricorso a elementi
naturalistici, attinti al mondo dei lapidari (calamita, diamante, zafiro, e
simili) e dei bestiari (tigra, salamandra, parpaglione).
Il repertorio tematico, limitato nei contenuti, spinge il
poeta a una concentrazione nel lavoro formale. Contrariamente a quanto accadeva
presso i trovatori, nei siciliani la poesia non si risolve in canto e non viene
quindi accompagnata dalla musica: la sua destinazione esclusiva è la lettura.
Il divorzio fra musica e parole sollecita il poeta a perseguire una musica
interna ai versi. Un processo di raffinamento espressivo caratterizza
l’esperienza letteraria dei siciliani e tale processo si riconosce tanto nel
virtuosismo dei singoli poeti quanto nel manierismo dei risultati della scuola:
il riscontro più significativo dell’operazione formale messa in atto si rivela
nell’impiego di due strutture metriche destinate a restare fondamentali nella
letteratura italiana: la canzone e il sonetto. E mentre per la canzone si opera
un recupero del corrispettivo metro occitanico, per il sonetto si deve parlare
di vera e propria invenzione, dovuta probabilmente al poeta più importante
della Magna Curia, Giacomo da Lentini.
Superfluo è sottolineare la portata storiografica di tali
novità metriche. Ma ugualmente rilevante è il determinarsi, per iniziativa di
questi poeti, del linguaggio della poesia in volgare. Il carattere elitario
dipende dalla convergenza di due fattori: dalla promozione del volgare a lingua
esclusiva della poesia e dalla deliberata intenzione di contrapporre alla
lingua della poesia di maggior prestigio, il provenzale, un’altra lingua alla
quale i poeti della corte di Federico II sono chiamati a far ricorso,
indipendentemente dalla loro località di nascita. Questa lingua è il siciliano illustre:
è presente il dialetto, il parlato, ma corretto, aggiustato, ripulito grazie al
contributo di provenzalismi e di latinismi. Le testimonianze che ci consentono
di conoscere i tratti peculiari di questa lingua, che ambiva a una dimensione e
collocazione sovraregionale, sono però estremamente ridotte. La maggior parte
dei testi della scuola poetica siciliana, infatti, è stata tramandata
attraverso la loro trascrizione in codici toscani, nei quali la veste
linguistica soggiace a una riduzione toscaneggiante. Un’idea dell’aspetto
linguistico originario la possiamo avere per merito di un grammatico del
Cinquecento, il modenese Gian Maria Barbieri, che nel suo “libro dell’arte del
rimare” trascrisse
il testo non toscanizzato dell’intera canzone di Stefano Protonotaro “pir meu cori alligrari”.
ALLE FONTI DELLA SCUOLA
POETICA SICILIANA
imitazione francese e fonti provenzali
nei poeti meridionali della scuola poetica
siciliana
Col nome di “scuola poetica siciliana” si designa un centro
poetico meridionale con a capo Giacomo da Lentini. “Scuola poetica siciliana” è
dunque la denominazione con cui si suole indicare quel movimento letterario, e
propriamente lirico, svoltosi nel Mezzogiorno d’Italia, con centro nella
Sicilia, durante i primi tre quarti del secolo tredicesimo, attorno alla corte
sveva, e soprattutto nell’ambiente culturale di cui Federico II e i suoi figli,
e tra questi in particolar modo Manfredi, furono promotori e partecipi. Mentre
nell’Italia settentrionale e centrale, dove era largamente diffusa la cultura
poetica, specialmente quella provenzale, l’imitazione si estendeva anche al
mezzo linguistico, sicché poeti italiani di decisa personalità artistica, come
Lanfranco Cigala o Sordello, si aggregarono alla vasta schiera dei trovatori di
lingua occitanica e, in definitiva, per lo storico, fanno parte piuttosto della
letteratura provenzale, nell’Italia meridionale, invece, entro i confini del
regno svevo, all’alba del Duecento, si costituiva una tradizione lirica
indigena: colta, aulica, fertile di autori e feconda di risonanze. Il fatto di
avere assunto per la prima volta a strumento letterario il proprio volgare,
costituisce, già di per sé solo, un sicuro titolo di originalità e riveste
singolare importanza storica. Di fronte alla frammentarietà dell’incipiente
produzione in volgare italiano, che in nessuna regione della penisola italiana
era riuscito ad assurgere a vera dignità d’arte, la scuola siciliana iniziava e
formava un ambiente letterario, e, quel che più conta, uno strumento
linguistico, a cui bisogna far capo per rintracciare la prima genesi della
tradizione lirica italiana: vale a dire della tradizione più vitale.
La scuola è anzitutto “siciliana” per la patria della
maggior parte dei suoi rimatori. Il poeta di cui si possiede la poesia più
antica, del 1205, è Giacomo da Lentini, il più fecondo (di lui infatti ci sono
rimaste circa 15 canzoni e 25 sonetti, di cui fu il primo artefice) e il più
famoso, tanto che Dante lo chiama semplicemente il “Notaio” [Dante: “purgatorio”: 24: 56] e lo loda nel “de
vulgari eloquentia”,
Bonagiunta da Lucca lo ritenne suo maestro, Arrigo Testa gli dedicava i suoi
versi, e con lui tenzonavano intorno alla natura di Amore Iacopo Mostacci,
Pietro della Vigna e l’Abate di Tivoli. Parecchi sono di Messina, cittadini di
nascita o di dimora, ché questa città era allora uno dei centri più vitali del
regno svevo, superiore a Palermo per il suo porto, l’arsenale, l’ammiragliato,
la zecca, e specialmente come sede di giudici e notai, tra i quali si
annoverano appunto i più fedeli devoti della dea ‘Rima’: Odo delle Colonne (2
canzoni), Rugieri d’Amici (governatore della Sicilia nel 1238, capitano e
maestro di giustizia nel 1240, morto in carcere nel 1246, coinvolto nella
congiura che costò la vita allo stesso Pietro della Vigna), Stefano Protonotaro
di Messina (3 canzoni, più una in schietto dialetto siciliano, secondo la
lezione del Barbieri: “pir meu cori allegrari”), Guido
delle Colonne, il famoso giudice di Messina (4 canzoni, di cui due lodate nel “de
vulgari eloquentia”),
Mazzeo di Ricco (7 canzoni e un sonetto), della stessa famiglia di Filippo di
Ricco, giudice di Messina (un sonetto), Tommaso di Sasso (2 canzoni); e a
Messina visse anche Iacopo Mostacci, detto di Pisa (6 canzoni, e un sonetto in
tenzone con Pietro della Vigna e Giacomo da Lentini), che fu falconiere di
Federico II e rimase anche fedele a Manfredi. Di Palermo è Ruggiero o
Ruggierone (1 canzone sicura), che fu uomo di corte ed esperto grammatico; e a
Palermo si ricollegano gli stessi principi, anche se di educazione
internazionale: lo stesso Federico II (ci restano tre canzoni), Giovanni di
Brienne, re di Gerusalemme, suocero dell’imperatore (poetò in francese, ma una poesia
ci è conservata in schietto siciliano, costituita probabilmente da tre danze
che il copista ha fuse insieme), Enzo, re di Sardegna, figlio dell’imperatore
(ci rimangono 2 canzoni, un sonetto e un frammento in puro siciliano: “allegru cori plenu”, riferito dal
Barbieri).
Parecchi altri sono meridionali, ma legati alla corte; e nel
linguaggio della scuola portavano elementi dei proprî dialetti, livellati
tuttavia dal comune carattere aulico, aristocratico, dotto: il più celebre,
Pietro della Vigna, protonotaro e logoteta dell’imperatore, nato a Capua ma
educatosi a Bologna (di cui ci restano 8 canzoni, non tutte di sicura
attribuzione); il più difficile e oscuro, Rinaldo d’Aquino, fedele al trobar clus dei Provenzali (ma è sua la
deliziosa canzone popolareggiante per la crociata, del 1228: “già mai non mi conforto”), nativo di
Montella (nel Napoletano), falconiere del re nel 1240 (10 composizioni sicure,
più qualcuna incerta; nel “de vulgari eloquentia” è apprezzata la sua canzone “per fino amore vo sì lentamente”);
Giacomino Pugliese, che è forse il poeta più chiaro e più dolce (8 canzoni);
Folco di Calabria, della famiglia dei Ruffo conti di Catanzaro (1 canzone),
Iacopo d’Aquino, soldato di Manfredi a Benevento, indi esule nelle campagne
romane (1 canzone). Qualcuno, come l’Abate di Tivoli, fu in corrispondenza
poetica coi Siciliani (3 sonetti con Giacomo da Lentino), altri, né siciliani
né meridionali, ma in rapporto con la corte sveva, ne accettarono il
linguaggio: Percivalle Doria, podestà d’Avignone nel 1237, di Parma nel 1243,
investito barone da Manfredi nel 1246 (2 canzoni siciliane, e un bel serventese
provenzale per il suo giovane e infelice signore); Folcacchiero Folcacchieri da
Siena (1 canzone); Paganino da Sarzana (1 canzone); Tiberto Galliziani da Pisa
(2 canzoni); Compagnetto da Prato (2 canzoni); Inghilfredi, che nonostante sia
passato come siciliano, pare invece di Lucca (6 canzoni); Rugieri Apugliese, un
giullare senese, che mescola nel suo toscano molti sicilianismi della scuola
lirica.
I poeti sono quasi tutti uomini di curia, per lo più giudici
e notai, dotti nella “grammatica” e nell’arte del “dettare”; radicati in un
ambiente di alta cultura, quale quello promosso da Federico II e continuato da
Manfredi; essi assumono dalla letteratura volgare il genere della lirica,
allora il più evoluto e il più raffinato, dove la coscienza stilistica stava in
funzione di una disciplina intellettuale; i loro modelli sono i trovatori di
Provenza, i maestri della lirica in tutto l’Occidente, ma nell’accettare la
loro ispirazione artistica portano una particolare condizione spirituale,
dovuta al tipo stesso della loro vita, per la quale la poesia era un diversivo
episodico o marginale della loro più operosa attività. Da questa condizione si
determina, da un canto, una maggiore astrattezza nel concepire la finzione
poetica, sempre più aliena dall’urgenza della realtà vissuta, ma nello stesso
tempo si promuove una certa autonomia dal formulario tirannicamente cortigiano
e professionale del trovatore: affiora quasi, sebbene timidamente, un più
sicuro senso della laicità della poesia; da ciò deriva, accanto al comune
patrimonio aulico, madrigalesco e intellettualistico, l’adesione a motivi
sentimentali e tematici della poesia popolareggiante e borghese, di cui
Giacomino Pugliese, Giacomo da Lentino e in parte lo stesso complicato Rinaldo
d’Aquino hanno dato deliziosi esempî (e anche rispetto alle forme metriche,
l’innovazione siciliana del sonetto pare riconnettersi a un tipo più popolare:
lo strambotto). E da questa situazione si giustifica il carattere composito
della loro lingua: idiomatica e letteraria, volgare e aulica, fondamentalmente
siciliana e meridionale, ma sollecita di provenzalismi e di latinismi, dietro
un ideale linguistico (sia fonetico sia lessicale) unitario, livellatore delle
più stridenti differenze dialettali, e in un certo senso comune a tutto il
territorio del regno svevo: extraregionale e perciò nazionale. I Siculi ebbero
per i primi in Italia una salda coscienza estetica e per i primi risolsero a
loro modo l’assillante problema dell’unità linguistica: non per nulla Dante nel
suo “de
vulgari eloquentia” si
rifà ad essi. Se mai, per il critico e l’editore, il problema è complicato
dalle condizioni della tradizione manoscritta, che attraverso all’opera di
copisti toscani ha accentuato le tendenze letterarie ed extradialettali degli
stessi testi originali, sicché è estremamente delicato individuare e sceverare
il colorito siciliano-meridionale dal successivo parziale toscaneggiamento: di
solito la rima è spia sicura. Da questa produzione lirica, insieme con gli
schemi poetici e contenutistici, si trasmettevano elementi linguistici
(fonetici e lessicali), che penetrarono e si mantennero a lungo nella più
genuina tradizione toscana, convalidata dall'uso di Guittone d’Arezzo, degli
stilnovisti, di Dante, Petrarca e Boccaccio: specie in sede di rima, che nella
lingua della poesia esercita anche un’azione conservatrice e arcaicizzante. Per
esempio, di fronte al dittongamento toscano secondo il tipo di “buono” da lat. bonum o “fiero” da
lat. ferum si perpetuava, sia nel
verso sia nella prosa, lo scempiamento proprio dell’uso siciliano (d’onde “bono” e “fero”); e sono meridionalismi le forme verbali in -ia, i
partecipi in -uto (partuto per partito, ecc.)
e soprattutto i casi di rima imperfetta, che risalivano a un duplice uso
siciliano (per esempio “noi” e nui).
Fatta questa debita premessa, vorrei a questo punto parlare
delle fonti allogene della poesia siciliana. Si è infatti soliti, a partire da
una brillante intuizione del Gaspary [A. Gaspary: “storia della letteratura italiana” (1887)], riconoscere un
influsso provenzale più diretto e vigoroso sul primo apparire della poesia in
lingua siciliana, benchè mi sembra che i critici si siano sbilanciati troppo
nell’assegnare alla prima lirica di Francia un posto forse troppo cospicuo di
fronte alla poesia primitiva degli altri paesi romanzi. Le linee, che seguono,
vogliono portare un nuovo piccolo contributo di fatti che valga a mostrare una
forte influenza francese sulla scuola sicula propriamente detta, senza per
questo negare gli innegabili rapporti con la lirica occitanica.
I rapporti con la Provenza non mancano, ma possono appena
paragonarsi, nella loro entità, a quelli che intercedono con la poesia di
Francia: il Gaspary, nell’opera del 1882 “la
scuola poetica siciliana del secolo 13°”, ha dimostrato che la canzone
quarantacinquesima del Codice Vaticano 3793 di Jacopo Mostacci (non già pisano,
come credeva il Gaspary, ma di Lecce come dichiarava il Torraca o più
probabilmente di Messina come vorrebbe il Restivo [G. Restivo: “la scuola siciliana e Odo della Colonna”
(1895) e R. Scandone, “ricerche novissime
sulla scuola poetica siciliana” (1900)]) è nelle prime strofe imitazione
del componimento anonimo “longa sazon” e che il Notaro è spesso e volentieri stato imitatore del
Perdigon di “trop ai estat”;
anche una canzone di Stefano Protonotario, “assai
mi piaceria” richiama alcuni versi di Richart de Barbezieu, e il Diez
afferma che Stefano mostra più di un’attinenza col provenzale; nel componimento
ottantaduesimo del Codice Vaticano 3793 il verso di Mazzeo Ricco “s’eo tardi mi so addato” ricorda Folquet
de Marselha e in particolar modo il componimento “si tot me sui a tart aperceubutz”;
e in fine anche il pianto di Giacomino Pugliese (numero cinquantacinquesimo del
Codice Vaticano 3793) “Morte, perchè
m’hai fatta sì gran guerra?” al quanto provenzaleggiante.
Inoltre, la critica del Torraca ha dimostrato come il
Fauriel e con lui e dietro le sue tracce anche il Bartoli il Graf e il Cesareo
erano caduti in errore quando avevano creduto di riconoscere nel matrimonio
(avvenuto nell’anno 1080) di Matilde e Ruggero Conte di Sicilia il tramite per
cui la poesia provenzale potè migrare nell’isola siciliana. Non si tratta già
di Matilde e Ruggero, ma bensì di sposalizio avvenuto tra Matilde, figlia di
Ruggero, e Raimondo di Saint-Gilles (come tradisce chiaramente Goffredo
Malaterra: <<Raimundus famosissimus
Comes Provinciarum, famam Rogeris Siculorum Comitis audiens, propter
strenuitatem, quae de ipso referebatur, legatos dignos, qui a tanto ad tantum
dirigebantur, mittens, Mathildem filiam suam, quam de prima uxore admodum
honestae faciei puellam habebat, sibi in matrimonium copulandum expostulat;
quod cum a comite concessum, renuntiant; qua de re ille non minimum gavisus...
audito termine nuptiarum, per se ipsum in Siciliam accedendo, diem praevenire
accelerat.>>). Matilde adunque non venne dalla Provenza in Sicilia,
ma da Sicilia si recò in Provenza.
Inoltre, che poeti di Francia si siano portati in Sicilia, è
certo: in primis Jendeus de Brie,
autore della “bataille loquifer” verso
il 1170 fu nell’isola, dove scrisse forse e recitò il suo poema, ottenendone
cospicue elargizioni (dice infatti: <<a
nul hom ne l’aprist n’ensaigna / mais grant avoir en ot et recovra / entor
Sezile, où il conversa>>). Siamo insomma nella medesima epoca, a cui
appartengono i primi trovatori, e ciò ci permette di pensare a una influenza della
lirica francese per mezzo dei Normanni: Conon de Béthune, che tenzonò con
Raimbaut de Vaqueiras, cantò verso il 1180; Gace Brulè fiori nel medesimo torno
di tempo, Gui de Couci morì nel 1203; Gontier de Soignies visse sul finire del
secolo dodicesimo; Thibaud de Champagne cantò sino al 1253. È dunque probabile
che la lirica francese, su cui già si era esercitato l’influsso della poesia
provenzale, facesse sentire sullo scorcio del secolo dodicesimo i propri
effetti nella isola di Sicilia. Le leggende concernenti Artù debbono la loro
diffusione in Sicilia alla invasione normanna, mentre qualche nuova traccia di
poesia francese potè essere portata da Riccardo Cuor di Leone durante il suo
viaggio alla volta di Gerusalemme per la terza crociata (la cui preminenza
all’interno della letteratura francese è superfluo ricordare).
Entriamo ora più nel dettaglio: esaminando i componimenti
dei poeti siculi, accade di trovare, qualche traccia di imitazione francese (e
si noti anche che la lista di poesie italiane derivate da motivi francesi è
costituita quasi tutta da componimenti dovuti a poeti di Sicilia). 1) I versi
del componimento “Madonna, dir vi voglio”
del Notaro <<Lo vostr’amor che
m’ave / in mare tempestozo / è ssicomo la nave / che la fortuna getta.>>
seguono molto da presso alcuni notissimi versi di Castellano di Coucy. 2) Lo
stesso Notaro tocca in “ben m’è venuto”
(in Codice Laurenziano-Rediano 9-56) un motivo diffusissimo nella lirica
francese nei versi <<Ben m’è venuto prim’al con doglensa / poi benvoglensa
orgoglo m’è rendente>> i quali versi ricordano, a ragion d’esempio, i
seguenti francesi: <<Tant de
biautès, comme elle me moustra, / en sa face fresche et colorèe, / par quoi
orguel el euer li avala, / qui son ami occire li fera>>. 3) Stefano
da Messina, in “assai mi plagerea”,
scrive <<Non doverea dottare / Amor veracemente / poi leale ubidiente /
li fui da quello giorno / che el me seppe mostrare - la çoi che sempre ò mente,
/che m’à distrettamente / tutto legato intorno / siccome l’unicorno / da una
pulcella vergine innaurata / che da li cacciatori è amaestrata, / de la qual
dolcemente s’innamora, / sì che lo lega e non se ne dà cura.>>, i quali
versi ricordano quelli di Thibaut scrive
<<Ausi com l’unicorne sui, / qui
s’esbahit en regardant / quant la pucelle va mirant, / tant est lièe de son
anui. / Pasmèe chiet en son giron: / lors l’acist on en traïson. / Et moi ont
mort de tel semblant / amors et ma dame>>). 4) E per tenerci nel
campo delle similitudini, ricordiamo come i versi seguenti del Notaro dal
componimento “membrando”
<<Son rotto come nave / che pere per lo canto / che fanno tanto dolse le
Sirene>> somiglino questi altri dello stesso Thibaut: <<Mais il ressemble au chant de la Siraine, /
dont la douceur attent douleur et peine>>). 5) Anche il famoso “contrasto” di Cielo risente l’influsso
della lirica di Francia: e se anche non si vorrà ammettere ch’esso sia una vera
e propria pastorella, bisognerà in ogni modo tenerci paghi alla conclusione
dello Jeanroy, stando al quale <<Le
Contrasto de Cielo est fondè sur un genre populaire qui devait exister en
Sicile avant que la poèsie française y pénètrat. Son auteur a connu cependant
des pièces françaises de tour et de sujet analogues.>>.
Del resto, i rapporti che intercedono tra la lirica di Francia
e di Provenza sono tanti e tali, che non riesce sicuro stabilire quali passi
dei poeti della scuola siciliana si riattacchino alla poesia della Francia e
quali alla poesia occitanica. Metafore, similitudini, vere e proprie frasi
stereotipate sono comuni, e molto spesso non vi sono ragioni per pronunciarsi
in favore dell’una o dell’altra ipotesi. Valga un esempio. L’uso di aprire un
componimento con la descrizione della primavera, si fa generalmente risalire
alla imitazione provenzale. Ma è chiaro che si potrebbe facilmente riallacciare
quest’uso ad una vera e propria imitazione francese: Rinaldo d’Aquino scrive
infatti <<Ormai quando flore / e mostrano verdura / le prata e la rivera /
li auselli fanno isbaldore / dentro da la frondura / cantando in lor manera, /
infra la primavera / che ven presente / frescamente / così frondita / ciascuno
in vita – d’aver gioja intera. Quando l’aloda intendo / e’ rusignuolo vernare,
/ d’amor lo cor m’afina, / E magiormente intendo / k’è llegno d’altr’affare ke
d’arder non rifina.>> e similmente Gonthier de Soignies dice <<Au tens gent que raverdoie / toute riens à
sa color / que tout oisel mainent joie / contre la feuille et la flor, / lors
di que grant tort auroie / se ne m’i resbaudisoie / por amor, / a qui li mieus
vers s’otroie / nuit et jor>> e d’altro canto Jaques de Cisoing così
si pronuncia <<Quant li rossignos
s’escrie / ke mais se va definant, / et aloëte jolie / Va contremont l’air
montant>>.
Con ciò non si pretende di affermare altro che questo: che
forse buona parte di quella ch’è chiamata imitazione provenzale sia nei poeti
di Sicilia imitazione francese.
Costituisce un importante strumento di lavoro e sussidio
alla corretta interpretazione del rapporto genetico intercorrente tra la poesia
siciliana e le fonti francesi occitane e provenzali l’edizione critica dei
postillati di Francesco Torraca, il quale appose nei margini dell’edizioni di
due raccolte di liriche siciliane (attualmente conservate nel fondo “Torraca”
dell’Accademia Pontaniana di Napoli) una cospicua serie di annotazioni relative
alle fonti provenzali della poesia siciliana delle origini. Tali postille
autografe, presenti or nella edizione interpretativa del manoscritto Vaticano
Latino 3793 curata dal D’Ancora e dal Comparetti e pubblicata tra il 1875 e il
1888 e or nella edizione diplomatica del manoscritto Banco Rari 217 (già
Palatino 418) curata dal Bartoli e dal Casini nel 1881, sono state poi
selezionate e pubblicate d’Aniello Fratta insieme a numerosi altri riscontri in
parte tratti dagli studi che si sono succeduti dalla fine del secolo scorso ad
oggi e in parte trovati dal filologo stesso. Sebbene la scelta di una
pubblicazione parziale o comunque ‘depurata’ (<<Le postille sono state
tutte vagliate e depurate dei riscontri che presentavano solo affinità tematica
ovvero topoi a elevata diffusione e
da quelli segnalati per documentazione lessicografica>> dichiara il
Fratta nella pagina prima della introduzione) renda necessariamente difficile
la cognizione dell’ampiezza e complessità dell’insieme, comunque i postillati
testimoniano il grande lavoro di studio e analisi svolto da Torraca sulla
poesia siciliana. In alcuni articoli uscita sulla “nuova antologia” e poi in parte reinseriti negli “studi su la lirica italiana del Duecento”
(1902) Torraca si era dedicato non solo all’individuazione istorica e
geografica dei poeti della scuola ma anche ai rapporti più specifici con la
poesia provenzale, osservando affinità e corrispondenze e indagando e
possibilità materiali d’incontro e trasmissione. Proprio in considerazione di
questo ci si dovrà allora chiedere se sia metodialmente corretto presentare
materiali di studio che Torraca non aveva inserito nelle sue pubblicazioni e in
una veste che non rappresenti in modo evidente il carattere personalissimo di
appunti di queste postille. Per quanto riguarda i materiali aggiunti alle
postille, il progetto di Fratta corrisponde alla necessità di aggiornamento e
sintesi delle varie informazioni che, dalla fine del secolo scorso a oggi, si
sono andare via via accumulando sul rapporto imitativo che lega i poeti
siciliani ai provenzali. Il regesto di fonti approntato da Adolf Gaspary in una
opera del 1878 (preceduto in vero da una ricca serie di riscontri redatta dal
Nannucci e inserita nell’apparato critico del suo “manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana”
del 1856-1858) e in numerosi studi successivi condotti sullo stesso campo
d’indagine (cioè: lo spoglio riguardante le immagini desunte dai bestiari
contenuto in uno studio di Garver del 1908 e la collezione d’immagini topiche e
paragoni fornita da Baer nel 1939 riprendendo i materiali desunti da una opera
dello Stossel del 1886) segnalano l’attenzione rivolta, a partire dagli ultimi
decenni dell’Ottocento, all’influenza esercitata dalla poesia provenzale,
influenza che, almeno fino alla metà di questo secolo, è sembrata costituire un
discrimine per la valutazione critica della poesia dei primi secoli:
l’imitazione della letteratura d’Oltralpe sembrava infatti mettere in dubbio
l’originalità e il valore della lirica spontanea in volgare italiano. Se negli
studi più recenti si è assistito a un approfondimento sul piano del metodo
critico e all’estendersi d’indagini settoriali, volte da un lato ad analisi di
tipo ricezionale e sociologico-letterario e dall’altro allo studio dei
meccanismi di formazione dei testi tramite l’imitazione e il riuso di materiali
preesistenti, si è tuttavia abbandonata la prospettiva di raccolte sistematiche
e rari sono stati i tentativi di aumentare il numero dei riscontri, sicchè il
saggio di Picchio Simonelli “il grande
canto cortese dai Provenzali ai Siciliani” del 1982 è il solo (in tempi
recenti) a presentare una indagine sistematica, e per il resto è mancata una
sinossi esaustiva. Nonostante si sia da tempo auspicato un lavoro di
ricognizione, si può dire che nessuno degli studi più recenti sia stato dedicato
alla elencazione e all’esame completo dei riscontri già disponibili. Lo studio
delle fonti è un lavoro fondamentale che sarebbe dirimente poichè conoscere a
fondo e fin nei minimi dettagli i modelli e gli antecedenti a cui i vari
rimatori s’ispirano, le fonti utilizzate e i passi direttamente imitati non
risponde a una mera curiosità erudita ma serve precisamente a ricostruire il
tipo di cultura poetica che permea l’attività dei rimatori siciliani
contestualizzandone di volta in volta gli esiti raggiunti. Nella propria
raccolta di testi, Fratta prende in considerazione gli autori siciliani secondo
il canone esteso già accolto dal Panvini nella propria edizione del 1962-1964
cioè senza applicare la distinzione tra “federiciani” e “siculo-toscani” adottata
anche nel repertorio metrico dell’Antonelli del 1984. Nella struttura il lavoro
segue la impostazione data da Panvini alla raccolta di poesie siciliane
intitolata “le rime della scuola
siciliana” ossia con la suddivisione in componimenti di autori noti, di
dubbia attribuzione e anonimi. Allo spoglio piuttosto minuzioso condotto sulla
raccolta di Gaspary non corrisponde una indagine esaustiva sugli studi più
recenti. Fratta, ad esempio, non entra nel merito del complesso problema che
riguarda le corrispondenze metriche, omettendo alcuni riscontri non privi
d’interesse successivamente individuati da Antonelli nel saggio del 1987 “l’invenzione del sonetto” dedicato a un
sondaggio sul corpus poetico del Notaro.
Tutto ciò per ribadire e corroborare ancora una volta la
conclusione già esposta in precedenza: che forse buona parte di quella ch’è
chiamata imitazione provenzale sia nei poeti di Sicilia imitazione francese.
BIBLIOGRAFIA
Antonelli Roberto: “la
tradizione manoscritta provenzale e la scuola siciliana” (1980), “repertorio metrico della scuola poetica
siciliana” (1984), “l’invenzione
del sonetto” (1987); Bartoli Antonio e Casini Tommaso: “il canzoniere Palatino 418 della Biblioteca
Nazionale di Firenze” (1881); Brugnolo Furio: “la scuola siciliana” (1995) in Malato Enrico: “storia della letteratura italiana”
(1995-2005); Brunetti Giuseppina: “sul
canzoniere provenzale T (Parigi, Bibl. Naz. F. fr. 15211)” (1990);
D’Ancona Alessandro e Comparetti Domenico: “le
antiche rime volgari secondo la lezione del codice Vaticano 3793”
(1875-1888); Folena Gianfranco: “cultura
e poesia dei Siciliani” in Cecchi Emilio e Sapegno Natalino: “storia della letteratura italiana”
(1965), “volgarizzare e tradurre”
(1973); Leonardi Lino: “Guittone nel
Laurenziano: struttura del canzoniere e tradizione testuale” (1993);
Meneghetti Maria-Luisa: “il pubblico dei
trovatori: la ricezione della poesia cortese fino al xiv secolo” (1984);
Menichetti Aldo: edizione delle “‘rime’
di Chiaro Davanzati” (1965);
Nannucci Vincenzo: “manuale della
letteratura del primo secolo della lingua italiana” (1856-1858); Panvini
Bruno: “le rime della scuola siciliana”
(1962-1964); Picchio-Simonelli Maria: “il
grande canto cortese dai Provenzali ai Siciliani” (1982); Roncaglia
Aurelio: “de
quibusdam provincialibus translatis in lingua nostra” in Binni
Walter: “letteratura e critica: studi in
onore di Natalino Sapegno” (1975), “per
il 750° anniversario della scuola poetica siciliana” (1983); Torraca
Francesco: “a proposito di Folchetto”
(1897), “studi su la lirica italiana del
Duecento” (1902).
LA POESIA
STORICO-POLITICA DAI TROVATORI
AI POETI DELLA SCUOLA
SICILIANA
PREAMBOLO
La poesia dei trovatori è stata da sempre intesa quale
fattore determinante per la costruzione di una tradizione lirica in lingua sì, dai Siciliani sino quantomeno a
Dante, passando tra l’altro per Jacopone, e in sostanza ci appare tutt’ora
quale premessa ineludibile della nostra storia letteraria nazionale. Nel
Duecento la lirica provenzale è apprezzata nelle corti soprattutto dell’Italia
settentrionale, viene commentata nei testi biografici in prosa, che ricordano a
un pubblico innanzitutto italiano figure grandi e piccole della stagione
fondativa della lirica occidentale, e viene accuratamente raccolta in
collezioni spesso attentamente ordinate, destinate appunto a conservare la
memoria di un passato letterario avvertito come illustre. Presenza della
lirica, dunque, e presenza però innanzitutto dei trovatori, che cercano e
spesso costruiscono la loro fortuna presso varie corti italiane, interagendo
con ambienti che solo in parte possono essere associati a quelli della Francia
meridionale nei quali la lirica d’oc
si era venuta affermando nel corso del secolo dodicesimo e specialmente nella
sua seconda metà. In particolare l’attività in Italia dei trovatori, sia come
dato biografico, e quindi come attività effettivamente ricostruibile in
connessione con centri soprattutto di corte dell’intera penisola, sia come dato
storico-letterario, è stata oggetto di costante attenzione da parte della
critica moderna: a opere concepite innanzitutto come collezioni di testi (quali
“i trovatori d’Italia” di Giulio
Bertoni del 1915 e “poesie provenzali
storiche relative all’Italia” di Vincenzo De Bartholomaeis del 1931, e
come anche, su un profilo se vogliamo inferiore, l’antologia didattica “la poesia provenzale e l’Italia” curata
da Francesco Alessandro Ugolini nel 1949) si sono venute negli anni affiancando
sintesi che hanno messo sempre meglio a fuoco l’importanza del fenomeno in
relazione alla rapida evoluzione della scena politica, sociale e culturale
dell’Italia del XIII secolo: penso innanzitutto al grande studio di Gianfranco
Folena “tradizione e cultura trobadorica
nelle corti e nelle città venete” (1976) e poi, a quasi trent’anni di
distanza, ai contributi presentati
nel convegno del 2004 su “i trovatori nel
Veneto e a Venezia”, non dimenticando
le pagine importanti di Maria Luisa Meneghetti in “il pubblico dei trovatori” (1984) sul ruolo del pubblico
italiano nella definizione di un modello
di lettura della tradizione provenzale, con il quale ancora ci si confronta. Studi tutti che, operando
secondo angoli visuali tra loro anche sensibilmente
diversi, hanno ricorrentemente segnalato la profonda connessione della lirica d’oc con la realtà italiana di quel secolo, come fatto culturale specifico e caratterizzante
di una società in cerca anche di nuovi riferimenti
identitari.
Il dato diviene ancora più evidente se si concentra
l’attenzione sui componimenti di argomento politico e d’attualità che
costituiscono una parte considerevole del corpus
trobadorico, ai quali è dedicato il progetto “l’Italia
dei trovatori” (2014). L’immagine
della poesia dei trovatori che mi sembra di poter intravedere attraverso queste
letture è quella di una poesia fortemente legata alla storia (alla storia
politica e militare, alla storia evenemenziale e persino alla micro-storia) che
per questo motivo deve essere studiata prima di tutto da una prospettiva
storiografica: il fortissimo legame della poesia occitanica con gli eventi
storici contemporanei, segno tangibile della dimensione politica di questa
produzione letteraria, è senz’altro dimostrato dall’interesse dei trovatori per
la figura più significativa della storia italiana ed europea della prima metà
del secolo tredicesimo: Federico II. Attraverso lo studio dei trovatori si possono
tuttavia seguire anche vicende estremamente minute, come quelle che
costituiscono lo sfondo del componimento esaminato da Giorgio Barachini in “la lotta delle partes in un sirventese anonimo del Duecento” (2014). Ed è
forse solo incrociando filologia e storia che si può studiare l’evoluzione
delle forme letterarie tra Occitania e Italia.
Tutto ciò dovrebbe condurre a un rinnovamento delle
categorie che utilizziamo per lo studio dei trovatori, a partire dalla rilettura
di singoli testi, alla ricerca di una connessione con gli ambienti nei quali la
lirica provenzale, come poesia d’attualità e spesso di attualità politica,
venne coltivata e trovò ascolto, accompagnando, talvolta anche come
manifestazione di reazione, l’evoluzione della scena italiana: se nella prima
parte del secolo predominano ancora ambienti di corte signorile, nella seconda
metà del secolo si avverte l’affermazione prepotente delle città, di nuovi
ceti, di nuove preoccupazioni, di nuove forme e di nuovi livelli di cultura. La
matrice della lirica provenzale resta in buona parte legata alla sua origine aristocratica,
a nuclei di temi e di valori codificati dalla tradizione espressiva. Tuttavia
le tensioni si avvertono e mi paiono interessanti proprio nella misura in cui
definiscono i termini del confronto di un modello culturale e formale di tale
forza come quello trobadorico da un lato con una realtà che viene a contraddirne
alcuni assunti di base, dall’altro con la tradizione espressiva nei volgari
italiani, in via di rapidissima affermazione e più direttamente collegata a
quel nuovo mondo italiano, mondo delle città, dei ceti professionali e mercantili,
che emerge alla ribalta. Il quadro che alla fine si ricava è molto ricco e
costituisce un contributo importante alla storiografia letteraria della lirica
provenzale.
UN PROBLEMA STORIOGRAFICO
Negli ultimi vent’anni gli studi sulle origini della
letteratura italiana e in particolare sulla scuola siciliana hanno compiuto
notevoli progressi. Nello specifico, l’edizione critica complessiva dei poeti
della scuola apparsa nel 2008, che ha richiesto molti anni di lavoro, ha
generato attorno a sé numerosi studi dedicati a vari aspetti del corpus, pubblicati dai collaboratori e
da altri studiosi che hanno potuto discutere i risultati raggiunti. Assieme
alla “enciclopedia fridericiana”,
anch’essa progettata nell’àmbito delle celebrazioni per l’ottocentesimo
anniversario della nascita di Federico II, e ad altri contributi recenti di
ampio respiro sulla figura dell’imperatore, è la testimonianza di un interesse
vivissimo e di una florida tradizione di studi. Manca invece una storia della scuola
siciliana e, nonostante i diversi studi sull’argomento prodotti specialmente da
Paolo Borsa (di cui vanno citati almeno “poesia
d’armi e poesia politica dalle Origini a Dante” del 2011 in “cittadini in armi: eserciti e guerre
nell’Italia comunale” a cura di Paolo Grillo e “pace, giustizia e bene comune da Guittone a Dante: la poesia politica
in età comunale” del 2014) non esiste ancora un profilo completo della
poesia storico-politica italiana del Medioevo.
A servizio di queste due opere che non ci sono ancora mi
propongo quindi di affrontare una
questione che ritengo cruciale: l’assenza del sirventese e in generale di ogni tipo di componimento di carattere
storico-politico all’interno della
produzione della scuola. Nella
categoria di poesia storico-politica si possono far rientrare due tipi di componimenti. Si può infatti
definire politico un testo che: 1) svolge una
funzione in varia misura pubblica e che tende a oltrepassare la sfera
individuale cui è normalmente
riservata la lirica amorosa medievale (pur tenendo presente come tutta la poesia trobadorica fosse eseguita in
una dimensione collettiva e
assumesse quasi sempre un ruolo anche sociale); 2) tratta espressamente di eventi contemporanei e può essere
esplicitamente concepito per avere
un effetto sulla realtà. Si può invece definire semplicemente storico un testo
che, pur non avendo una
caratterizzazione politica nel senso appena precisato, contiene dei riferimenti diretti ed espliciti a
eventi e personaggi storici. Nei
trovatori queste due tipologie sono molto diffuse e rientrano con buona approssimazione nel genere che
chiamiamo sirventese, a eccezione di
un certo numero di testi di argomento amoroso che contengono allusioni e richiami a eventi storico-politici.
Come si sa, il sirventese ricopre infatti
un ruolo fondamentale in quello che solo in senso lato può essere definito il sistema dei generi della
poesia trobadorica: un insieme di forme poetiche che, sebbene difficilmente
razionalizzabile utilizzando etichette consolidatesi solo alla fine del secolo
tredicesimo e fissate poi dalle arti poetiche trecentesche, può essere
considerato fondamentalmente tripartito (senza tenere conto di tutti i generi
minori definibili in base al metro o al tema, ma che contano al massimo qualche
decina di esemplari, come l’alba, la pastorella, la danza e la ballata).
Accanto alla canzone d’amore, che ne costituisce il cardine, e ai generi
dialogati, i trovatori avevano infatti sviluppato un genere che sembra occupare
lo stesso posto assunto dai genera
orationis della retorica antica: vale a dire quei generi utilizzati
nell’antichità classica per accusare e difendere (genus iudiciale), per convincere o per dissuadere (genus deliberativum), per lodare o
criticare (genus demonstrativum o laudativum) e, più in generale, per
spiegare e dimostrare. Difatti, anche all’interno di ciò che definiamo
sirventese è possibile individuare numerose sotto-categorie: opere
encomiastiche o invettive, nei quali ciò che maggiormente conta è la lode o
l’insulto degli amici e dei nemici; testi che si occupano di questioni molto
più generali come la morale, la fede, la crociata; testi di argomento funebre
che rientrano nel più ampio genere mediolatino e romanzo del planctus; poesie che si possono
considerare di propaganda o di parte, nelle quali il poeta sceglie di cantare
nell’interesse di un determinato schieramento politico (e, volendo
estremizzare, si potrebbe dire che, indipendentemente dai contenuti, ciò che
conta affinchè si possa parlare di propaganda è l’uso che si fa di un testo, la
sua strumentalizzazione, se così si può dire, alla propagazione di un messaggio
finalizzato a progetti politici di largo respiro e dotato di sicure ricadute
sul lungo periodo).
DAI TROVATORI AI POETI DELLA SCUOLA SICILIANA
Nella prima tradizione poetica italiana, che originariamente
si modella soprattutto su quella trobadorica, la casella del sirventese e in
particolare della poesia storico-politica resta tuttavia vuota. È un dato di
fatto che nella scuola siciliana, il cui corpus
è composto per la maggior parte di poesie d’amore, non c’è posto per il
sirventese. Ci sono rarissime tracce di altri generi (specie di una piccola
tradizione di poesie dialogate) e il posto del genus demonstrativum è totalmente occupato dalle tenzoni in
sonetti, impiegate tuttavia dai poeti siciliani per dibattere solo d’amore o
della natura d’amore. Questa assenza è problematica proprio poiché le origini della
scuola siciliana sono costituzionalmente legate alla poesia occitanica (al
punto che si è persino tentato di ricostruire il canzoniere trobadorico noto ai
poeti della corte di Federico II; e alcune canzoni occitane sono state
probabilmente tradotte nel volgare illustre siciliano). Eppure, nel momento in
cui imitano e traducono i trovatori, i siciliani rinunciano alla poesia
storico-politica.
La spiegazione oggi comunemente accettata è di carattere
sociologico e politico: la rinuncia sarebbe infatti legata da un lato ai
mutamenti intervenuti nell’equilibrio globale tra cultura e società e
dall’altro a una scelta esplicita e coerente dell’imperatore. È certamente vero,
infatti, che il contesto sociale della Sicilia all’epoca di Federico II era
totalmente differente sia dal sistema delle corti del Midi sia dall’Italia del
Nord, dove la tradizione trobadorica si era diffusa rapidamente e in maniera
capillare: alla corte dei Malaspina; nel Monferrato; presso gli Este; nella
Marca Tregiviana; a Venezia e nel Veneto. La ricezione nell’Italia meridionale
e alla corte di Federico II assume invece caratteristiche peculiari. Secondo
Brugnolo, l’occitanico, simbolo in Italia (malgrado il suo implicito statuto di
lingua ‘internazionale’ della poesia) di frammentazione feudale, di
particolarismo e municipalismo, non poteva certo diventare la lingua di una
letteratura volgare che potesse senza equivoci legarsi al progetto politico e
all’idea imperiale di Federico II. Pur essendo una specie di lingua
internazionale della poesia, l’occitano, simbolo di frammentazione feudale, non
poteva risultare utile al progetto politico di Federico II, che, almeno a
partire dal 1220, sembra essere caratterizzato da una esplicita volontà di
ridurre i poteri acquisiti dalla feudalità siciliana durante gli anni di minorità
del futuro imperatore. Roberto Antonelli ha tracciato un quadro ricco e
complesso dei rapporti tra poesia e politica alla corte di Federico, all’interno
del quale la nascita della scuola sarebbe direttamente legata alla personalità
dell’imperatore. In quest’ottica, occorrerebbe considerare la scuola siciliana
all’interno di un più ampio progetto di autonomia culturale statale. La scuola
siciliana è la geniale riproposizione, nei termini propri al progetto politico
federiciano, di un’autonomia culturale per così dire ‘statale’ (e non
individuale o cortese), basata anche sul senso e sul prestigio europeo della
poesia trobadorica. Dunque, alla Magna Curia, si poeta di amore e non di
politica, e mai: non c’è tra i Siciliani un solo componimento di carattere
politico, al contrario di quello che avveniva nelle corti feudali provenzali e
nord-italiane.
Tutto cambia al passaggio nella penisola, quando la poesia
volgare si afferma in contesti politico-sociali molto diversi. La politica
nelle sue varie forme e parti esploderà nell’Italia centrale e presso i
rimatori siculo-toscani (tutti municipali e urbani), e costituirà, fino a Dante
compreso, l’altra grande tematica della lirica duecentesca. Il processo non è
casuale, è un disegno: dietro tali processi possiamo riconoscere una
non-casualità, un disegno dai molteplici significati, iniziato proprio nella
Magna Curia di Federico. Si sceglie di non rappresentare lo scontro politico e
di coltivare quasi esclusivamente la fenomenologia amorosa praticata nella
poesia provenzale: la politica è altra cosa e riguarda la cancelleria, latina,
del re e dell’imperatore.
La stessa tesi era stata formulata da Aurelio Roncaglia a
proposito dell’attitudine di Federico II nei confronti dei trovatori. Nel suo
atteggiamento sembra potersi scorgere una punta di fastidio, non solo per
l’improntitudine di postulanti opportunisti, ma anche di fronte alla pretesa di
far propaganda politica nei termini generici e convenzionali della retorica
trovatoresca. La politica è ben altra cosa, e ai trovatori non spetta immischiarsene:
così sembra pensare Federico: di fatto, a differenza dei provenzali prima e dei
toscani poi, i poeti della scuola siciliana non comporranno mai versi politici.
Questa linea interpretativa trova conferma nel ruolo
rivestito nel promuoverla dall’imperatore Federico, il che spiega, per esempio,
la drastica abolizione dei temi più legati all’attualità, di ordinaria
amministrazione fra i trovatori, messi invece al bando dai poeti siciliani. È
addirittura possibile che il Folchetto abbia capito al volo questa situazione,
se intorno al 1226 dedicò a Federico non un componimento politico ma una
canzone d’amore nella quale l’invio all’imperatore è giustificato in termini
‘specialistici’, ossia letterari, e non legati all’attualità. Federico viene
cioè indicato dal dedicante come colui che in campo poetico <<sap ben trair lo melhor>> =
<<scegliere ciò che è meglio>>. Il quadro è chiaro: i trovatori, in
quanto “postulanti opportunisti”, sarebbero stati banditi dalla corte federiciana;
al contrario, i poeti siciliani avrebbero scelto di non mettere in scena lo scontro
politico e di rinunciare all’impegno. La politica è altra cosa, è un affare
esclusivo della cancelleria imperiale.
Quando iniziava a comporre, un trovatore aveva la
possibilità di scegliere fra canzoni d’amore, testi dialogati, sirventesi e
altri generi minori. I poeti siciliani decidono invece di non scegliere: e
rinunciando alla politica avrebbero obbedito a una direttiva dell’imperatore
(non è chiaro se implicita o esplicita). Sulla base di questa concezione dei
rapporti tra poesia e potere, alcuni studiosi hanno quindi cercato di ritrovare
elementi implicitamente politici nelle poesie d’amore dei siciliani. Secondo
Antonelli, ad esempio, la politica sarebbe la ragione stessa della scuola
siciliana, la sua sostanza intrinseca, la sua ostensione di fronte al mondo, e
il suo segno distintivo.
LE CULTURE DELLA CORTE
Il progetto politico di Federico II era di certo
estremamente innovativo. Tuttavia, benché non si possano avere dubbi sul
dirigismo imperiale in campo culturale nei casi in cui si possiedono testimonianze
dirette, ad esempio per quanto riguarda la fondazione dello studium napoletano, si può invece
tornare a chiedersi se ci sia stato effettivamente un rapporto diretto fra tale
progetto, la nascita della scuola e l’esclusione della politica dagli interessi
dei poeti siciliani. Credo infatti che l’assenza della politica dal corpus della scuola possa essere
spiegata in maniera più efficace riflettendo sull’equilibrio globale dei generi
letterari nella corte italiana degli Hohenstaufen. Innanzitutto, come si sa,
nel meridione d’Italia esisteva all’epoca una fiorente tradizione letteraria in
greco e in latino. Nella produzione dei poeti attivi alla corte itinerante di
Federico II è possibile identificare vari testi di argomento politico, sia in
latino sia in greco. Ne ricordo solo alcuni particolarmente significativi. Nel rhytmus di Terrisio di Atina “Cesar,
Auguste, multum mirabilis”,
scritto verso il 1241, troviamo ad esempio l’esaltazione della pace, della
giustizia, della forza, della virtù e della potenza militare dell’imperatore,
in una sintonia che pare totale con l’idea di classicismo culturale che si
stava sviluppando alla corte di Federico. Nel rhytmus, tuttavia, c’è posto anche per la vituperatio: dopo l’elogio
dell’imperatore, c’è infatti la denuncia della corruzione
della corte. Ed è esattamente questo il tipo di elogio che Federico si sarebbe
potuto attendere dai trovatori o dai poeti siciliani, se, nella visione
corrente, avesse concesso loro di scrivere anche di politica. L’imperatore
viene invece lodato quale amico dell’arte poetica da Riccardo da Venosa, autore
della commedia dialogata “Paulino et
Polla”, a lui dedicata. Se si esce dall’ambito della poesia, si può
invece pensare all’epistolario di Pier della Vigna, il più prolifico tra gli
scrivani della cancelleria imperiale e al tempo stesso poeta in volgare della scuola.
La stessa persona che nelle poesie volgari parla sempre d’amore, è tenuto a
scegliere il latino per l’elogio dell’imperatore. Una circostanza che appare
difficilmente spiegabile qualora si accolga l’idea che la ragione stessa della
poesia siciliana fosse appunto, implicitamente, la politica. Inoltre, non si
può trascurare il ruolo giocato dalla poesia dei trovatori. All’inizio del XX
secolo era abbastanza diffusa l’idea che alla corte di Federico II fossero
stati attivi numerosi trovatori. Oggi si pensa invece che l’imperatore non
amasse molto i poeti occitani. In ogni caso, anche se c’è chi non crede che
alcuni di loro potessero aver materialmente seguito la corte itinerante, si
contano circa cinquanta componimenti nei quali vi sono riferimenti più o meno
espliciti a Federico II. I più celebri trovatori dell’epoca indirizzano infatti
all’imperatore lodi e richieste. Le loro poesie si distribuiscono in un periodo
molto lungo: dall’epoca delle lotte contro Ottone IV (1212-1220) fino
all’incoronazione (1220), passando per le guerre contro i Comuni italiani
(1226-1229 e 1229-1241) fino alla morte dell’imperatore nel 1250. Sebbene non
vi siano prove dirette della presenza di trovatori alla corte, non credo si possa
escludere categoricamente che vi siano stati dei contatti diretti. La corte era
mobile ed è certamente possibile che alcune canzoni trobadoriche siano state cantate
in presenza dell’imperatore. Inoltre, ancor più importante mi sembra che la
storia dei trovatori legati alla corte degli Hohenstaufen sia di lunga durata.
Com’è noto, si continuerà infatti a cantare in occitano per Corradino, erede
legittimo di Federico II, come anche per il bastardo Manfredi di Sicilia; e
sempre in occitano si sviluppa una tradizione di testi ghibellini che hanno per
oggetto le lotte per la successione imperiale in Italia. All’interno di questo
quadro generale è possibile inserire, ad esempio, la produzione poetica di
Percivalle Doria, nobile genovese, podestà imperiale ad Asti, Arles, Avignone e
Pavia, autore in occitano ma anche di due canzoni italiane che si collocano
tradizionalmente nell’àmbito della scuola siciliana. Poiché Percivalle utilizza
il volgare siciliano per cantare d’amore e l’occitano per la poesia
storico-politica dovremmo dunque ipotizzare che la censura dell’imperatore
fosse valida solo per il volgare italiano. Percivalle era consapevole che la
politica era un affare di esclusiva pertinenza della cancelleria, del quale i
poeti della corte non dovevano occuparsi (salvo nei casi in cui la figura del
poeta e quella del cancelliere coincidevano, come per Pietro della Vigna)? Si
può fare un confronto con quanto accade in Germania per i minnesänger: Walther von der Vogelweide, poeta-giullare che si
occupa anche esplicitamente di argomenti politici, acuto osservatore degli
eventi storici, pur senza risparmiare critiche alla corte imperiale, chiede in
versi e ottiene il sostegno di Federico II. C’è poi ancora un altro elemento
che può far dubitare dell’esistenza di un disegno dietro la rimozione della
poesia storico-politica alla corte sveva. Si sa infatti che nel corpus della scuola siciliana vi sono
delle poesie di argomento amoroso che i manoscritti attribuiscono allo stesso
Federico. Ma si conoscono anche testi latini attribuiti all’imperatore, e
secondo Matthieu Paris Federico sarebbe inoltre autore di alcuni versi sulla conquista
di Messina nel 1233, benchè ciò che più m’interessa è che in latino Federico
avrebbe poetato quasi sempre di politica riservando il volgare all’amore (e in
un caso alla questione della nobiltà).
TEORIA DELLO STATO E TEORIA DEGLI STILI
Se ammettiamo che la funzione del genus demonstrativum, per il quale i trovatori avevano utilizzato
il sirventese, veniva svolta dalle altre culture attive alla corte (in Italia
come in Germania), sembra più difficile ritenere che esistesse un divieto di
occuparsi di politica in volgare. A me pare che una spiegazione più semplice
sia legata alla presenza alla corte di Federico, così come già nel regno
normanno di Sicilia, di un’importante tradizione di poesia storico-politica in
latino e in greco, poesia impegnata e di propaganda, che continua a essere
utilizzata per ragioni di prestigio culturale anche quando comincia ad
affermarsi l’uso del volgare italiano. La politica e la storia erano temi ben
più importanti dell’amore, ed è ragionevole pensare che sia stato più forte il
peso della tradizione, quella occitana quanto quella classica. Tant’è vero che
nella poesia greco-latina ritroviamo tutti i temi della poesia storico-politica
dei trovatori dell’epoca degli Hohenstaufen (in particolare le critiche alla
Chiesa di Roma e gli appelli alla crociata). I valori dei trovatori che cantano
per Federico II sono quasi esattamente gli stessi della tradizione latina
attiva alla corte dell’imperatore. Siamo quindi obbligati a ritenere che alla
corte di Sicilia vigesse un effettivo divieto a trasferire in volgare il genus demonstrativum? O possiamo piuttosto
pensare che l’insieme dei generi lirici trobadorici si stesse trasformando
gradualmente a contatto con una società e una cultura totalmente diverse? Nel
più recente bilancio critico complessivo su Federico II e i trovatori, Meliga
ha delineato un quadro molto convincente dei rapporti tra poesia e politica
nella scuola siciliana. Il rapporto ‘organico’ fra stato e cultura e il
carattere istituzionale della seconda secondo lo studioso non potevano non
allontanare l’imperatore dalla varia e autonoma attività dei trovatori, così
legata a forme ormai sorpassate di adesione al potere, così lontana da quella
dei poeti-funzionari siciliani. D’altra parte, il rifiuto del tema politico che
si riscontra fra questi ultimi avrà avuto anche una ragione collegabile a posizioni
culturali dipendenti dalla teoria medievale degli stili (e della corrispondenza
fra soggetti trattati e linguaggio poetico, per cui la lingua volgare, ritenuta
all’epoca di minore dignità rispetto al latino, conveniva solo a un soggetto
‘comico’ come l’amore). La spiegazione dell’assenza della politica nei
componimenti della scuola siciliana andrebbe quindi ricercata soprattutto nel
prestigio delle diverse culture attive alla corte federiciana. In tal modo si
chiarirebbe più efficacemente il motivo per cui la scelta del volgare non era
obbligata e allo stesso tempo perché i siciliani abbiano deciso di non
utilizzare, tra i generi occitanici, il sirventese. In questa prospettiva, mi
sembrano ancora più che validi gli assunti di Gianfranco Folena, secondo il
quale la poesia latina affronta tutti i temi e i toni, politici, satirici,
giocosi, che sono ancora preclusi a quella volgare. Basterebbe questo per
togliere ogni sospetto di censure politiche o inibizioni per la poesia volgare
ad affrontare altri temi che quello politicamente anodino dell’amore: la
limitazione ha una ragione intrinseca nel carattere aulico, aristocratico, se
si vuole dilettantesco, di quella esperienza, una ragione anzitutto stilistica.
L’idea di un carattere ‘dilettantesco’ della produzione siciliana va
probabilmente recuperata, mentre va forse ridimensionata, alla luce di quanto
si è osservato finora, quella di una politicità intrinseca e della politica
come la ragione stessa dalla scuola. È d’altronde questa, se non erro, la prospettiva
degl’istoriografi, che non hanno nessun motivo per attribuire alla produzione
poetica volgare un ruolo preponderante rispetto alle altre culture della corte.
Le tematiche della scuola siciliana sono quasi
esclusivamente amorose; viene quindi sottratto alla lirica ogni argomento di
tipo politico, forse perché pericoloso, ma più probabilmente perché la lirica
era inadatta a trasmettere i messaggi mistici e ieratici della propaganda
imperiale. Quindi, si tratta di poesia di intrattenimento, prodotta quasi
esclusivamente da funzionari di corte più o meno illustri e più o meno
influenti. Era, insomma, uno svago piacevole, una sorta di gioco di società,
considerato molto probabilmente assai poco impegnativo, anche rispetto alla
produzione epistolografica in latino, che doveva, invece, essere la vera
letteratura, quella di livello alto, a cui miravano tutti gli sforzi artistici
e a cui era finalizzata l’intera formazione acquisita con i lunghi studi delle artes. È difficile dire perché la
tradizione del sirventes e della
poesia gnomica vi trovasse scarsa risonanza, che cosa trattenesse gli artisti
siculo-pugliesi dal prendere posizione nei confronti degli sviluppi politici,
dalla formulazione di consigli generali, suggerimenti di vita saggia o
insegnamenti morali. Può darsi che volessero riservare questi importanti
argomenti all’elevata lingua latina.
Ciò non vuol dire che non fosse in atto una trasformazione
politica e sociale, dalla pluralità delle corti occitaniche e allo stato
autoritario dell’imperatore. La società siciliana, tuttavia, non fu certo
‘cortigiana’: la corte imperiale non fu mai onnipotente e la nobiltà siciliana
condusse una lunga resistenza contro gli sforzi della Corona di ridurne il
potere. Benché le Costituzioni di Melfi (1231) avessero regolato l’accesso alla
nobiltà, i poteri delle reti feudali non erano stati completamente cancellati.
Federico II non può essere quindi paragonato tout court a un sovrano moderno che si oppone ai poteri della
società feudale. L’imperatore cercò piuttosto di ricondurre la società che
chiamiamo feudale alle prerogative di uno stato fondato sull’autorità e sulla
normatività dei principi giuridici romani. Secondo Stefano Asperti poi,
spostando l’attenzione sul versante degli autori, apparentemente coincidenti
col pubblico o tali da delinearne comunque i connotati in maniera precisa, da
circolo chiuso, appare chiara la presenza totalizzante della figura imperiale,
innanzitutto rispetto a un nucleo centrale di poeti tutti strettamente legati
alla curia federiciana nelle sue
varie articolazioni (dal versante amministrativo di Giacomo da Lentini a quello
più ‘cortese’ rappresentato ad esempio da Rinaldo d’Aquino). L’idea e
l’immagine imperiale, costruite su altri piani e con altri strumenti, non solo
rendono in qualche modo superflua ogni aggiunta dal versante lirico-volgare, ma
soprattutto negano agli autori qualsiasi spazio autonomo e men che mai di
gruppo sul piano ideale e dei valori prima ancora che su quello delle
iniziative e delle realizzazioni letterarie (e quindi a monte di possibili
ricadute di una lirica politica o d’attualità in volgare e d’ispirazione
curiale nella concreta realtà politica e istituzionale).
Dobbiamo quindi dubitare dell’importanza del progetto
culturale volgare di Federico II? Come abbiamo visto c’è un relativo consenso
sulla centralità del ruolo dell’imperatore nella nascita della scuola
siciliana; tuttavia, la sua importanza è stata forse sovrastimata in ragione
del valore storiografico attribuito alla scuola dagli studiosi di letteratura
italiana: la prima tradizione poetica in lingua di sì non poteva infatti non essere considerata centrale nell’àmbito
della Magna curia siciliana.
L’analisi dei rapporti reciproci tra i generi poetici sembra tuttavia condurre
a un ridimensionamento della funzione storica della scuola, la cui posizione
nel quadro della cultura alla corte di Federico II e degli ultimi Hohenstaufen
andrebbe forse esaminata nuovamente dal punto di vista della letteratura
italiana, rinunciando ad esempio all’idea di un preciso progetto di esclusione
della poesia storico-politica. La cultura letteraria era ancora strettamente
legata al greco e al latino e probabilmente non c’era ancora una totale
frattura tra i diversi domini. Forse esistevano però delle precise
specializzazioni linguistiche e stilistiche. Tuttavia, i poeti volgari e quelli
latini facevano parte di uno stesso contesto e si poteva talvolta passare senza
problemi dall’occitano al siciliano illustre e dal siciliano al latino. Secondo
la teoria della ricezione, ciascun genere deve essere classificato in rapporto
con tutti gli altri generi contemporanei, cercando di stabilirne la posizione
all’interno del sistema globale delle forme letterarie; tale posizione è in
rapporto con il Sitz im Leben, vale a
dire la funzione specifica di ciascun genere nel quadro del processo di
appropriazione e di interpretazione della realtà storica da parte dei gruppi
sociali. Se la nozione stessa di sistema appare oggi poco utile per lo studio
della poesia trobadorica, si può invece utilizzare ancora utilmente l’idea che
diverse forme letterarie tendano ad assumere funzioni differenziate in rapporto
alle condizioni storiche, politiche e sociali. In quest’ottica, la funzione
della poesia storico-politica sotto gli Hohenstaufen deve essere necessariamente
messa in rapporto con la pluralità delle lingue e delle culture del regno.
Benché la scelta di cominciare a cantare d’amore in volgare non fosse certo
originale (la prossima storia della scuola siciliana dovrà infatti fare i conti
con i vari reperti poetici più antichi emersi negli ultimi anni), non se ne può
negare l’importanza per lo sviluppo successivo della letteratura italiana.
Tuttavia, non ci si potrà stupire che nel regno si sia continuato a utilizzare
il latino, la lingua di maggior prestigio letterario, per trattare di qualcosa
di ben più importante dell’amore: la costruzione dell’immagine del potere
imperiale.
PER LO STUDIO DELLA POESIA STORICO-POLITICA IN ITALIA: UNA
CONCLUSIONE
Il prossimo studio di sintesi sulla poesia di argomento
storico-politica in Italia dovrà quindi innanzitutto riconsiderare il ruolo dei
testi che alla corte di Federico II svolgono una funzione pubblica. Ma dovrà
tenere conto di altri due elementi egualmente importanti. Di Dante, in primo
luogo, che nel “de vulgari eloquentia”
propone una classificazione dei vari temi della poesia volgare (la salvezza o
salute, l’amore e la virtù): <<Circa
que sola, si bene recolimus, illustres viros invenimus vulgariter poetasse,
scilicet Bertramum de Bornio arma, Arnaldum Danielem amorem, Gerardum de
Bornello rectitudinem; Cynum Pistoriensem amorem, amicum eius rectitudinem.>>
[Dante Alighieri: “de vulgari eloquentia”: 2: 2: 8]. Quello che qui più
interessa è la conclusione. Dopo aver citato gli incipit dei componimenti che trattano d’amore e di rettitudine in
italiano e in occitano, Dante trascrive infatti un solo verso di Bertran de
Born per esemplificare la poesia delle armi e commenta: <<Arma vero nullum latium adhuc invenio
poetasse>> cioè <<Non trovo, invece, che sin qui qualche
italiano abbia composto poesie d’argomento guerresco.>>. La poesia delle
armi è un altro modo per definire la poesia storico-politica. La
classificazione di Dante, tuttavia, non è oggettiva: essa è anzi influenzata
profondamente delle sue conoscenze, dal suo gusto e dalla volontà di offrire
un’immagine positiva della propria produzione poetica. Questo passaggio del “de
vulgari eloquentia” non
dimostra quindi l’assenza di una poesia politica nell’Italia del Duecento e non
conferma a posteriori l’idea di una
esclusione volontaria dalla corte di Federico, anche perché Dante s’interessa
unicamente di poesia volgare. Nei fatti, basta spostare l’obiettivo dalla
tradizione propriamente lirica e dalla scuola siciliana per rendersi conto di
quanto sia parziale la ricostruzione dantesca, programmaticamente centrata
sulla canzone tragica, e di quanto sia invece precoce l’utilizzo del volgare in
funzione storico-politica a partire perlomeno dal Ritmo bellunese
(approssimativamente del 1196) e dal Ritmo lucchese (approssimativamente del
1213), per giungere a una vera tradizione di poesia politica italiana che si
sviluppa in particolare nella seconda metà del XIII secolo, con Guittone
d’Arezzo, con le tenzoni fiorentine sulle lotte tra gli ultimi Svevi e con i
sirventesi di argomento storico. L’altro elemento di cui occorrerà tenere conto
è l’esistenza di una ricca tradizione di testi trobadorici di carattere
storico-politico prodotti in Italia o comunque riguardanti eventi e personaggi
‘italiani’. Per tutto il Duecento non c’è infatti una reale frattura tra i
trovatori (italiani e non) che cantano di Federico II o degli ultimi Svevi e i
poeti italiani che scrivono sulle lotte comunali. Si dovrà quindi parlare non
di poesia storico-politica italiana ma di poesia storico-politica in Italia.
BIBLIOGRAFIA
Dante Alighieri: “de vulgari eloquentia” (2012); Paola
Allegretti: “<<Parva componere magnis>>: una strofa inedita di Bernart de Ventadorn” (1999); Roberto Antonelli: “la scuola poetica alla corte di Federico II” (1994); Roberto
Antonelli, Costanzo Di Girolamo, Rosario Coluccia e altri: “i Poeti della scuola Siciliana” (2008);
Stefano Asperti: “per un ripensamento
della ‘teoria dei generi lirici’ in antico provenzale” (2013);
Alessandro Barbero: “il mito angioino
nella cultura italiana e provenzale fra Duecento e Trecento” (1983), “la corte dei marchesi di Monferrato allo
specchio della poesia trobadorica. Ambizioni signorili e ideologia cavalleresca
fra XII e XIII secolo” (1983); Giorgio Barachini: “il trovatore Elias de Barjols” (2015);
Nello Bertoletti: “un’antica versione
italiana dell’alba di Giraut de Borneil, con una nota paleografica di Antonio
Ciaralli” (2014); Giulio Bertoni: “i
Trovatori d’Italia: biografie, testi, traduzioni e note” (1915);
Giuliana Bettini Biagini: “la poesia
provenzale alla corte estense. Posizioni vecchie e nuove della critica e testi”
(1981); Paolo Borsa: “letteratura
antiangioina tra Provenza, Italia e Catalogna: la figura di Carlo I” (2006), “poesia d’armi e poesia politica dalle Origini a Dante”
(2011), “pace, giustizia e bene comune da
Guittone a Dante: la poesia politica in età comunale” (2014); Furio
Brugnolo: “la scuola poetica siciliana”
(1995), “i siciliani e l’arte
dell’imitazione: Giacomo da Lentini, Rinaldo d’Aquino e Iacopo Mostacci
‘traduttori’” (1999); Giuseppina Brunetti: “per la storia del manoscritto provenzale T” (1991); Arrigo
Castellani: “grammatica storica della
lingua italiana” (2000), “saggi di
linguistica e filologia italiana e romanza (1946-1976)” (1980); Claudio
Ciociola: “un’antica lauda bergamasca
(per la storia del serventese)” (1979); Rinaldo Comba: “gli Angiò nell’Italia nord-occidentale
(1259-1382)” (2006); Vincenzo De Bartholomaeis: “osservazioni sulle poesie provenzali relative a Federico II”
(1911-1912), “poesie provenzali storiche
relative all’Italia” (1931), “primordi
della lirica d’arte in Italia” (1943); Silvia De Laude: “la lingua madre della poesia” (2010);
Fulvio Delle Donne: “il potere e la sua
legittimazione: letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia” (2005),
“<<per
scientiarum haustum et seminarium doctrinarum>>: storia dello Studium di Napoli in età sveva” (2010), “Federico II e la condanna della memoria: metamorfosi
di un mito” (2012); Cesare De Lollis: “poesie
provenzali sulla origine e sulla natura d’amore” (1920); Costanzo Di
Girolamo: “l’alba ambrosiana”
(2015); Paolo Di Luca: “il trovatore
Peire Bremon Ricas Novas” (2008), “l’Italia
dei trovatori: repertorio dei componimenti trobadorici relativi alla storia
d’Italia” (2014); Gianfranco Folena: “tradizione
e cultura trobadorica nelle corti e nelle città venete” (1976), “cultura e poesia dei siciliani” (1988);
Aniello Fratta: “le fonti provenzali dei
poeti della scuola poetica siciliana: i postillati del Torraca e altri
contributi” (1996); Giovanni Galvani: “osservazioni
sulla poesia de’ trovatori e sulle principali maniere e forme di essa
confrontate brevemente colle antiche italiane” (1829); Luca Gatti: “i trovatori alla corte estense: nuove
prospettive” (1990); Marcello Gigante: “ancora
sui poeti bizantini di terra d’Otranto” (1953), “poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII” (1979,
1985); Marco Grimaldi: “politica in
versi: Manfredi dai trovatori alla ‘Commedia’” (2009), “<<sel
que ten Polha en sa baylia>>:
note sui sirventesi del canzoniere provenzale A” (2010), “Svevi e Angioini nel canzoniere di Bernart
Amoros” (2011), “politica e storia
nel canto XX del ‘Purgatorio’” (2012), “il
sirventese di Peire de la Caravana” (2013), “per lo studio della poesia italiana del Due e del Trecento. ‘versi
a un destinatario’ di Claudio Giunta” (2015); Saverio Guida: “l’attività poetica di Gui de Cavaillon durante
la crociata albigese” (1973); Saverio Guida e Gerardo Larghi: “dizionario biografico dei trovatori”
(2013); Giosuè Lachin: “il trovatore
Elias Cairel” (2004), “i trovatori
nel Veneto e a Venezia” (2008); Antonio Lanza: “il carattere etico-politico della poesia italo-bizantina della Magna Curia”; Gerardo Larghi: “un riflesso delle ricerche archivistiche sulla
poesia trobadorica: il caso di Falquet de Romans” (2015); Tobias Leuker:
“le poesie ‘genovesi’ di Arnaut de
Maruelh, Raimbaut de Vaqueiras e Albertet (2013); Simone Marcenaro: “l’‘equivocatio’
nella lirica galego-portoghese” (2010); Mario Marti: “il trilinguismo delle lettere ‘italiane’”
(2011); Walter Meliga: “le canzoni di
crociata dei trovatori composte tra il 1213 e il 1214” (2015), “Federico II: l’Italia e le voci del Midi”
(2015); Giuliano Milani: “i comuni
italiani. Secoli XII-XIV” (2005); Antonio Montefusco: “livelli di cultura e distribuzione sociale dei
saperi nell’Italia dei trovatori” (1989); Giuseppe Noto: “lo scambio di coblas tra Manfredi I Lancia e Peire Vidal (e alcune riflessioni
sull’ʻOccitaniaʼ ligure-piemontese)” (2006); Maria Ida Opocher Cevese: “note sulla tipologia e l’evoluzione del planh occitanico” (1975-1976);
Matteo Pedroni e Antonio Stäuble: “il
genere ‘tenzone’ nelle letterature romanze delle Origini” (1999);
Ruggero M. Ruggieri: “la poesia
provenzale alla corte di Federico III di Sicilia” (1953); Francesca
Sanguineti: “il trovatore Albertet”
(2012); Giovanna Santini: “la tradizione
indiretta della lirica trobadorica: le traduzioni siciliane” (2003);
Wolfgang Stürner: “Federico II e l’apogeo
dell’Impero [1990-2000]” (2009); Alberto Varvaro: “il regno normanno-svevo” (1987); Pierre
Toubert e Agostino Paravicini Bagliani: “Federico
II e le scienze” (1994); Sergio Vatteroni: “‘verbum exhortationis’ e
propaganda nella poesia provenzale del XIII secolo” (2007), “il trovatore Peire Cardenal” (2013);
Peire Vidal, “l’identità italiana nella
poesia dei trovatori” (2016), “l’Italia
dei Trovatori: per un nuovo repertorio delle poesie occitane relative alla
storia d’Italia” (2017); Claudia Villa: “trittico
per Federico II immutator mundi” (1997);
Hennig Krauss: “sistema dei generi e
scuola siciliana” (1982).
IPOTESI DI
RICOLLOCAZIONE TEMATICA DI DUE TESTI DELLA SCUOLA POETICA SICILIANA
Tra i luoghi comuni che vengono continuamente ripetuti (e
che, come tutti i luoghi comuni, contiene certamente una parte di verità) sta
l’idea che i rimatori della scuola siciliana, al contrario dei loro colleghi
provenzali, si dedicassero alla poesia con il solo scopo di una delectatio formalistica, disimpegnata e
del tutto avulsa a cogliere le sollecitazioni della realtà esterna e quasi
ossessivamente monotematica. Lo confermano molti giudizi critici, che sono
diventati, si può dire, opinione comune. Ciò avrebbe prodotto una fortissima
restrizione tematica, limitandosi i Siciliani quasi esclusivamente, e con
pochissime eccezioni, alla produzione di poesia di tematica amorosa. La
restrizione è oggettivamente incontestabile, esistendo nei Siciliani pochi e
occasionali riferimenti a tematiche politiche, storiche, didascaliche, gnomiche,
etico-morali, e risultando del tutto assenti i temi dell’‘attualità’ feudale e
i generi ‘aggressivi’ dell’invettiva e del sirventese. Come detto altrove, la
spiegazione che tradizionalmente viene arrecata è che l’imperatore Federico
Secondo non avrebbe gradito che intorno a lui si parlasse di altro che d’amore
e avrebbe preteso, più o meno esplicitamente, che ci si limitasse al lusus poetico, cortigiano, disimpegnato
e apolitico. C. Villa ha di recente contestato questa opinione diffusa. Secondo
la studiosa sarebbe erroneo sostenere che Federico II non gradisse che si
parlasse di politica come dimostrerebbero almeno le invettive in lingua greca
contro la città di Parma formulate durante l’assedio del 1247 dal notaio
Giovanni d’Otranto. Semmai, può darsi che fosse retoricamente poco opportuno
farlo in volgare: <<Federico II non censurò allora il suo notaio; mentre
le interdizioni politiche furono piuttosto congenite alla poetica della scuola
volgare, secondo una idea – saldamente radicata nella retorica mediolatina –
dove l’amore è materia dello stile basso e, di conseguenza, solo in volgare si
può sviluppare poesia amorosa ***. Se in volgare non si poteva poetare altro
che d’amore bisogna pure ribadire l’impossibilità di dire il nome
dell’imperatore e le sue lodi in una lingua che, per i Siciliani, doveva ancora
essere quelle delle muliercule: come implicitamente ricaviamo dagli encomi a
Federico espressi, naturalmente in latino, nella corrispondenza di Pietro della
Vigna, o nella famosa predica di Nicola di Bari, che si esibisce in un
formidabile campionario di stile mistico, confermando come i fatti
dell’imperatore, cioè le sue imprese politiche e militari, dovessero essere
dette in una lingua sacra, latino o greco.>> [C. Villa: “trittico per Federico II ‘Immutator Mundi’” in “AEVUM”
(LXXI, 1997): pag. 346-47].
Ciò detto, mi domando: non può essere accaduto che in sede
critico-interpretativa la tematica amorosa abbia funzionato come una potente
calamita, attraendo verso di sé dei testi che sarebbe anche stato possibile
interpretare diversamente? In altre parole, non potrebbe essere accaduto che
qualche testo tradizionalmente considerato di tematica amorosa in realtà non
parli d’amore e offra qualche altra possibilità d’interpretazione? Esistono
infatti un paio di testi che, a una lettura sgombra dal pregiudizio amoroso,
lasciano qualche perplessità sotto il profilo interpretativo; ciò vale per due
testi in particolare, entrambi di non certissima attribuzione, e mi riferisco
al sonetto “meglio val dire ciò c’omo à
’n talento” e alla canzone “s’eo
trovasse pietanza”.
L’attribuzione del sonetto, come dicevamo, non è del tutto
certa, cosa comune a un’infinità di testi dei Siciliani, e la tradizione
testuale è piuttosto singolare. Esso infatti è tràdito due volte nel ms.
Vaticano Latino 3793, una (V 348, c. 113r) come sonetto anonimo, l’altra (V 29,
c. 7v) come III strofe della canzone di Rinaldo d’Aquino “poi li piace ch’avanzi”, una canzone che
sulla scorta di Folchetto di Marsiglia ha come tema principale, e proprio nelle
prime due stanze, quello del “timore di parlare o di cantare” le alte doti di
madonna; nel Laurenziano è riportato in forma di stanza di canzone; nel
Palatino la canzone è riportata senza le strofa-sonetto di cui stiamo
trattando. La critica giudica aperta la questione ma di sicuro si può affermare
che il sonetto è di provenienza esterna alla canzone, come si può dedurre dal
fatto che è l’unica strofa che non presenta rimandi all’originale di Folchetto,
per quanto eventualmente la si possa considerare in qualche modo tematicamente
compatibile. In tal caso, si potrebbe addirittura intendere l’interpolazione,
se d’interpolazione si tratta, come un utile trait d’union tra le prime due strofi, nelle quali il locutore
protesta preoccupazione a tessere degnamente le lodi di madonna, e la strofe
finale, in cui le virtù sono bruscamente dichiarate. Non mi pare sia stata
valutata l’ipotesi che si tratti di una stanza che diventa sonetto autonomo.
L’interpretazione tradizionale del nostro sonetto è quella
amorosa. Secondo questa diffusa interpretazione (sostenuta da Santangelo,
Panvini, Sanguineti, Gresti, ed ultima cronologicamente la Comes) il poeta
esprimerebbe insomma l’idea che dichiarare l’amore potrebbe essere più proficuo
che tacere e nasconderlo, e che in amore si possono ottenere risultati migliori
comportandosi da folle piuttosto che cautelosamente tacendo. Parafrasando:
<<All’amante, insomma, è più vantaggioso dire tutto quello che vuole,
piuttosto che soffrire e tacere, purché egli fin da principio parli in modo che
dopo non s’abbia a pentire di quello che ha detto; se no, per quanto egli poi
assuma un tale atteggiamento di circospezione, non verrà ascoltato, neanche se
sarà in buona fede; per ciò parli con cautela, in modo da non doversi più
dolere della sua fiducia in se stesso. E riconosco che molti amanti dicono cose
non rispondenti alla realtà; tuttavia si deve tenere presente l’esempio di
coloro che, pur folleggiando, hanno ottenuto dalle loro donne ciò che hanno
voluto senza avere usato saggezza e sottomissione: chi fa così, sicuramente
avrà buon risultato.>> Vari testi vengono richiamati come intertesto: un
preciso rapporto in tenzone con il sonetto “ogn’omo
c’ama de’ amar so ’nore” di Giacomo da Lentini e con l’anonimo
intitolato “non è fallo ma grande
conoscenza” esisterebbe secondo Santangelo o con “uno disio d’amore” di Giacomo da Lentini
secondo la Comes; e ancora, aggiungerei, un non meno stringente rapporto si
potrebbe ipotizzare con la prima strofa di “assai
cretti celare” di Stefano Protonotaro. Solo che nei testi che ho appena
citato la tematica amorosa è esplicita per la semplice presenza delle parole
“amore”, “amare”, “amanza”, “amante” e “inamoranza” che invece nel sonetto di
Rinaldo non appaiono mai, così come non appaiono termini collegati come “donna”
e “cuore”, nonché un lessico che sia più o meno pertinente a quell’area
semantica, come “disianza”, “gioco” o “gioia”. E si noti come infatti Panvini
nella sua parafrasi di accompagnamento mette correttamente tra parentesi i
termini “amante” e “donne” che nel testo non ci sono (e altrettanto avrebbe
dovuto fare con quel molti amanti che gli sfugge fuori parentesi). Né si può
certo affermare che “folleggiare” abbia una specializzazione amorosa come già
nel caso del suo corrispettivo occitanico; e a tal fine basta vedere certe
considerazioni sul “folleggiare” in tenzone tra Monte Andrea e Pallavillani che
certamente nulla hanno a che vedere con l’ambito amoroso.
Vediamo dunque se ci sono alternative all’interpretazione
tradizionale. Nella sua letteralità il testo potrebbe riferirsi al gioco
cauteloso della prudenza, della simulazione e della dissimulazione che un certo
tipo di storiografia ha reso tipico dell’età barocca ma che già vigeva nelle
corti medievali. Come uomo di corte l’autore del sonetto, sia o meno Rinaldo
d’Aquino, ben doveva conoscere le tematiche del retto comportamento curiale,
dell’affabilitas, della prudentia, della previdentia, del segreto; alla corte federiciana il problema del
quanto e come parlare era comunque sicuramente dibattuto, e si potrebbero
citare presenze acclarate del “secretum
secretorum” (che in molti passi si pone il problema del modo di parlare
sia del re che del consigliere) o del “de
arte loquendi e tacendi” di Albertano da Brescia, noto giurista anti-imperiale
che fu prigioniero di Federico II. Che sono due tra i libri più letti e
conosciuti del Medioevo. Se Albertano però condanna il parlare da folli
affermando che <<irrationabilia
vero semper sunt tacenda>>, esistono tuttavia dei casi ben diversi.
Anzi, esiste nelle corti medievali una figura, il fatuus, che diventerà il fool nel teatro di Shakespeare, al quale
spetta una funzione ben precisa, quella di folle che può permettersi di dire
tutto ciò che dal cervello transita alla lingua. Figura presente in tutte le
corti: da quella plantagenèta su cui ci ragguagliano Walter Map e Giovanni da
Salisbury, a quella normanna di Palermo di cui parla la cronaca di Falcando: di
quel buffone senza nome che alla corte di Palermo negli anni successivi alla
morte del normanno Guglielmo I (1166) ‘folleggiando’ si fa strumento della
politica del re. Per provocazione, e nell’attesa maligna di una reazione
violenta da parte del provocato: e ovviamente agendo dietro dettatura e
copertura del suo signore. Infatti il folle, a corte, è una sorta di doppio del
re. Per un’antica tradizione solo i re e i folli possono permettersi di agire
in assoluta libertà. Il compito dei ‘buffoni’ consiste nel divertire, senza
dubbio, ma anche nell’interpretare il ruolo di doppio, di emissari della
volontà del loro signore, di smascheramento delle sue intenzioni. E non si
dimentichi che, oltre che nelle testimonianze delle cronache di corte, il
parlare folleggiando è consegnato anche a un testo di larghissima diffusione,
non a caso ambientato in una corte: e mi riferisco al “dialogo tra Salomone e Marcolfo”. Alla saggezza del folle si
riferisce appunto il celebre dialogo, nel quale un villano intelligente e di
estrema sagacia verbale ribalta carnevalescamente la presunta sapienza di re
Salomone.
Alla luce di queste testimonianze, credo insomma che nella
sua letteralità il sonetto non parli necessariamente del folleggiare nella
espressione dell’amore ma che potrebbe anche riferirsi al “parlar da folle a
corte”. Se poi l’autore fosse Rinaldo d’Aquino, anche senza ricorrere più o
meno positivisticamente a particolari di provenienza biografica, ciò
acquisterebbe un plusvalore di senso; e occorre qui appena ricordare che
Rinaldo era uomo di corte, e avrebbe sperimentato su di sé intrighi e trame,
come quella che gli sarebbe costata la vita secondo la cronaca di Tolomeo da
Lucca. Credo dunque che l’autore del sonetto potrebbe anche parlare di curialitas, cioè in ultima istanza di
comportamenti in una sfera che potremmo chiamare “politica”, nella misura in
cui la curialitas è politica; e credo
anche che si possa rintracciare nei Siciliani una trama di metafore feudali
abbastanza evidenti ma che finora forse non sono state ben percepite perché,
volenti o nolenti, un’autorevolissima tradizione critica ne ha velato la
percezione. E sono metafore feudali che non riguardano solo il rapporto d’Amore
modellato sul servizio vassallo-signore (il che sarebbe ovvio) ma costituiscono
una riflessione, anche abbastanza esplicita, su comportamenti curiali e
politici, che si pone come vero e proprio consiglio politico.
Un altro testo che a mio avviso pone qualche dubbio
interpretativo è “s’eo trovasse pietanza”,
probabilmente attribuibile a Re Enzo, uno dei più celebri carcerati della
letteratura italiana. Una consolidata e autorevole tradizione
filologico-critica, inaugurata da Bruno Panvini e proseguita fino a Corrado
Calenda, interpreta “s’eo trovasse
Pietanza” come una poesia d’amore: un’esortazione indirizzata ad una
donna, affinché ella ami il poeta e non lo lasci vivere in sofferenza; e il
compito di persuadere la destinataria della richiesta tocca alla Pietà e alla
Mercede che vengono impersonate e struggentemente invocate. Stavo per
aggiungere al novero della maggioranza Gianfranco Contini, il quale però, a
rileggerne il commento in questa chiave, parrebbe in realtà mostrare una certa
cautela, anzi un sostanziale agnosticismo; si noti infatti che Contini non cita
mai nelle sue note a questa canzone delle parole che pertengano al lessico
amoroso e nel commento si limita a una letteralità non disambiguante che induce
il sospetto che non voglia impegnarsi in un’esplicitazione troppo vincolante
del senso. Infatti, per quanto la si interpreti tradizionalmente come canzone
d’amore, la parola amore non è mai citata se non in un’ambigua similitudine,
peraltro tràdita solo in uno dei due rami della tradizione, nella quale
peraltro l’espressione del v. 14 <<plu d’ogni innamorato>> è
comunque anfibologica e potrebbe valere sia per “soffro più di ogni altro
innamorato al mondo” sia per “soffro più di quanto possa soffrire un uomo
innamorato”, ove la sofferenza amorosa fosse assunta quale emblema della
sofferenza esistenziale in generale. Non si manchi di notare che l’altro ramo
della tradizione elimina l’amore alla radice perché reca la lezione <<che
sono sfortunato più d’omo che sia nato>>, riportando dunque la sofferenza
alla condizione esistenziale umana più che a una transitoria condizione
amorosa. Anche qui Contini parrebbe riluttante ad assumere una posizione univoca,
dato che nel suo commento il <<plu d’ogni innamorato>> viene
parafrasato come un <<più di qualsiasi innamorato>> che rimane
sostanzialmente anfibologico.
Si potrebbe obiettare alle osservazioni precedenti che, pur
in assenza di un lessico esplicitamente amoroso si riscontra tuttavia in dosi
massicce il lessico del servizio, della gioia, e simili. Ebbene, chiedo scusa
per la semplificazione, anzi per la banalità, ma credo che nei Siciliani e nei
Siculo-toscani si parli d’amore quando si usa la parola amore. Semmai l’inverso:
il lessico amoroso è talmente invasivo che l’uso di termini che apparentemente
appartengono alla tradizione amorosa non vuol dire necessariamente che ci
troviamo nell’ambito di significati amorosi.
Mi sembra invece che i versi che compongono “s’eo trovasse Pietanza” scandiscano le
tappe di un percorso meditativo intrapreso dal Re prigioniero: consapevole del
suo triste destino, dapprima egli cerca lenimento alle sue sofferenze presso la
Pietanza, che contraddicendo la sua stessa natura gli si mostra crudele e spietata; allora pensa di
rivolgersi a Mercede, la quale non sarebbe così disposta a spalancargli le
braccia per confortarlo, in quanto anche lei sarebbe adirata e piena di astio.
È la mente pura, che lo induce a sperare, forse illusoriamente nella
possibilità che Ventura muti il suo corso. In preda a un momento di spossatezza
e di forte emotività, Re Enzo realizza che pena e dogliosa morte si fanno ogni
giorno più intense e vicine, e arriva persino ad invocare la fine della sua
vita. E si rende consapevole che la sua unica speranza consiste nel confidare
nella Fortuna: come un tempo essa lo aveva sollevato e poi abbassato, in un
indistinto futuro potrebbe risollevarlo facendo girare la sua ruota. L’incarico
di tentare questa impresa dovrà essere mediato da Pietanza e da Mercede, e il
poeta non potrà far altro che continuare a vivere come servitore di Fortuna, in
balia del suo gioco, ma speranzoso in una risalita.
Questo è solo un modesto invito al dubbio; e che i versi di
Enzo siano leggibili anche in chiave amorosa è dimostrato, oltre che dalla
prevalente tradizione critica, da un lampante rapporto intertestuale con una
canzone di argomento amoroso e di ripetuta evocazione della “ventura” (vv. 8,
23, 27). È quello che accade in un testo quasi sincrono, forse leggermente
posteriore, come “per ciò che ’l cor si
dole” di Neri de’ Visdomini; le due canzoni, metricamente assai vicine,
con inversione di numero di versi tra fronte e sirma e stesso numero
complessivo di verso per stanza (14), ma senza che sia possibile stabilire con
certezza la direzione dei prelievi, dialogano senza dubbio tra loro, come
dimostrano alcune riprese significative specie della strofa prima come
“distino”, “pietate/pietanza”, “ventura” e soprattutto la iunctura “intellettuale” mente pura, il tema è certamente amoroso
perché esplicitato nella strofa seconda. La relazione intertestuale mi pare
indubbia, ma, lo ripeto, senza che sia possibile stabilirne la direzione: se
cioè il siciliano introduca una variazione tragico-esistenziale in un
tradizionale tema erotico e se viceversa il siculo-toscano riconduca quella
variazione a una situazione tradizionalmente erotica. Un’altra che parrebbe una
ripresa intertestuale si trova tra le rime dei cosiddetti Memoriali Bolognesi.
Al di là della singolare struttura metrica e della condizione testuale che
forse è di frammento, direi che neanche questo testo rappresenta
necessariamente una doglianza d’amore. Analoga anche la situazione: un uomo,
dinanzi all’indifferenza della Pietà nei suoi confronti, desidererebbe
ucciderla e morire cantando come il cigno che <<dà termino al so
male.>>. Parrebbe una sorte di prosecuzione della situazione cantata in “s’eo trovasse Pietanza” di Re Enzo.
Anche questo ultimo, probabile, richiamo intertestuale ci porta distante da una
fruizione univocamente amorosa, che è quella dominante nella storia della
ricezione di questo testo. Ma c’è un’eccezione alla quasi unanimità
dell’interpretazione amorosa: ed è il vecchio Torraca che attira l’attenzione
soprattutto sulla strofa terza, sulla base del quale il Torraca avanza
l’ipotesi che Re Enzo abbia giocato in variazione con il più consolidato
lessico poetico, riusandolo in chiave “tragico-esistenziale”. Mi domando se il
vecchio Torraca non avesse ragione. Insomma tenderei a recuperare questa
interpretazione, che probabilmente non gode di troppa simpatia perché odora
troppo di “positivismo biografico” ma che forse in questo caso specifico era
più che plausibile.
Se così fosse “s’eo
trovasse Pietanza” sarebbe anche l’unico testo morale-didascalico non in
forma di sonetto: i Siciliani evitavano infatti ogni argomento che non fosse
amoroso e solo raramente, ed esclusivamente nel genere conversativo del
sonetto, compare una tematica diversa, d’argomento dottrinale, morale e
religioso.
L’INVENZIONE
DELL’ENDECASILLABO
Il primo segmento della storia della poesia italiana,
fondamentale per uno studio della versificazione lirica in termini storico-istituzionali,
non vanta ancora un’indagine sistematica che illumini nel dettaglio le pratiche
compositive adottate dai più antichi rimatori duecenteschi in termini
prosodico-ritmici e metrico-sintattici. Più nel dettaglio, la breve ma
eccezionale stagione rappresentata dalla scuola poetica siciliana rappresenta
un momento storico-culturale cruciale, che coincide con l’origine non solo
della poesia italiana, ma della nostra letteratura tutta; con la produzione dei
poeti federiciani, per quel che sappiamo, principia l’illustre tradizione della
versificazione lirica italiana, e con questa due fortunatissime e plurisecolari
forme metriche: la struttura “primaria” del sonetto e la misura versale per
eccellenza, l’endecasillabo, definito <<celeberrimum e superbissimum carmen>> da Dante Alighieri [“de vulgari eloquentia”: 2: 5: 5].
In realtà esistono occasionali comparizioni del verso
endecasillabo, intaccato però da forti oscillazioni sillabiche, in alcuni testi
arcaici collocabili tra la metà del XII e gli inizi del XIII secolo, ovvero
alcuni ritmi e altri testi, o frammenti di testi, anche recentemente rinvenuti.
È infatti ormai accertato, più in genere, che esistessero manifestazioni
letterarie in volgare italiano, appartenenti a centri di elaborazione mediani e
settentrionali, sia precedenti che contemporanee all’esperienza dei rimatori
della scuola siciliana, la quale è stata fatta risalire, secondo le ipotesi più
recenti, agli anni ’20 del Duecento. Per individuare però i fondamenti primi di
una vera tradizione (una produzione letteraria organica e omogenea che si
propone aspirazioni espressive elevate, si forgia una sua lingua e una sua
poetica, si distribuisce s’una pluralità di autori tra loro strettamente
legati, si riconosce in modelli condivisi, si coagula attorno a un centro
politico o letterario o geografico che assume i tratti di un vero e proprio
sistema) bisogna giungere agli ambienti della Magna Curia federiciana.
Uno studio specifico delle forme prosodiche che assume la
scrittura lirica prodotta dagli autori della scuola siciliana non è stato fino
ad ora realizzato in maniera approfondita; inoltre su questa materia gravano
fondamentali interrogativi riguardanti la primitiva conformazione del verso
italiano delle origini, in particolare dell’endecasillabo, che investono
problematiche relative non solo al versante più strettamente metrico-prosodico,
ma anche a quello ecdotico della delicata ricostruzione filologica del testo
antico. L’indagine che qui si propone intende definire le peculiari pratiche compositive
attivate dal verso siciliano mediante l’analisi del corpus testuale integrale dei rimatori della Magna Curia, ed è
basata, nel dettaglio, sullo spoglio sistematico dei fenomeni metrici presenti
nei testi, alla luce delle concrete realizzazioni linguistico-sintattiche di
ogni singolo verso e del movimento ritmico-intonativo interno a ogni misura
versale e strofica, con una particolare attenzione al verso endecasillabo, e in
seconda battuta al settenario.
L’indagine dovrebbe in primo luogo confrontarsi con le
questioni relative al versante metrico-sintattico della versificazione antica,
focalizzando in specie lo studio sulle due principali misure versali della
lirica siciliana, l’endecasillabo e il settenario, strettamente legate tra loro
fin dalle origini. Permangono infatti alcune fondamentali zone d’ombra e
passaggi oscuri che riguardano essenzialmente la fisionomia prosodico-sillabica
(misura, figure di sillabazione) e ritmica (consistenza e distribuzione dei
profili accentuali) dei versi antichi, nonché la relazione che essi
intrattengono con la linea dell’organizzazione sintattico-intonativa del
discorso poetico (inarcamenti e cesure); questioni di grande rilevanza, in
quanto illuminano il momento fondativo, aurorale, del celeberrimum carmen e della più breve misura settenaria. Senza
dimenticare che la veste, o meglio il travestimento, che assume il verso
forgiato dai poeti siciliani al quale ci approssimiamo, è quello che desumiamo
essenzialmente dai tre grandi canzonieri di area toscana, risalenti alla fine
del Duecento o agli inizi del Trecento. Uno studio metricologico del verso
siciliano non può pertanto prescindere dalle oggettive problematiche di natura
testuale poste da tale tradizione manoscritta (cronologicamente posteriore,
geograficamente distante e linguisticamente estranea all’originaria produzione
della Magna Curia) costantemente connesse con aspetti relativi al versante
metrico-ritmico. Le questioni tuttora dibattute, da posizioni ancora fortemente
divergenti, riguardano in primo luogo la definizione della primitiva
conformazione prosodica e sillabica dell’endecasillabo antico, che dipende
dalle differenti interpretazioni del rapporto tra questo e il suo indiscusso
modello di riferimento, il decasillabo provenzale; ovvero in che termini e in
quale misura la pressione del sistema ritmico occitano abbia agito sulla
fisionomia del verso italiano. Problematiche che hanno avuto tangibili ricadute
anche sull’orientamento filologico delle diverse edizioni critiche, dove la
prassi ecdotica è continuamente sollecitata e non può prescindere dagli
specifici interrogativi relativi alla definizione dell’andamento accentuale e
dell’effettiva misura dei versi, fino alla dibattuta questione delle eccedenze
sillabiche.
Un caso concreto, tra i molti, piuttosto semplice, ma
rivelatore di quanto sia importante affiancare al già impegnativo lavoro
filologico una verifica anche di tipo metrico-prosodico, è ad esempio il verso
seguente. Il medesimo endecasillabo (v. 55) della canzone “Amor, da cui move tutora e vene”
(composta da un illustre membro della cerchia curiale, Pietro della Vigna) è
tràdito da due fonti manoscritte (Vaticano e Laurenziano) in due vesti diverse (<<E nom si· poria
pensare per core>> nel primo mentre nel secondo nella forma <<E non
si· poria pensare per core>>) le quali hanno dato adito nella critica a
vistose differenze nella veste formale proposta da diverse edizioni e studiosi:
Di Girolamo lo rende come <<E non si poria pensare per core>> (con
accenti di 5ª 7ª 10ª), Panvini <<Non si porrïa pensare per core>>
(con accenti di 4ª 7ª 10ª) e infine Spagnolo <<E non si po‹te›ria pensar
per core>> (con accenti di 6ª 8ª 10ª). Dalla casistica riportata risulta
del tutto evidente che il trattamento di un verso, anche apparentemente poco
problematico come questo, presuppone che l’operazione di interpretazione
ecdotica del materiale manoscritto si combini necessariamente con ulteriori
scelte relative a diversi fatti formali: ritmici, prosodici, linguistici ecc.
Nel dettaglio, la proposta di Di Girolamo implica una realizzazione accentuale
piuttosto inconsueta, ovvero un endecasillabo con un ictus in quinta sede sillabica isolato, pur mantenendosi del tutto
aderente ai testimoni; Panvini interviene invece con l’espunzione della
congiunzione coordinativa d’attacco, che conferisce un’accentazione più
ordinaria ma obbliga a una dieresi; infine, in alternativa alla soluzione di Di
Girolamo, Spagnolo propone di restaurare il condizionale nella forma epentetica
etimologica (attestata in Giacomo da Lentini), intervento che però imporrebbe
necessariamente un’apocope dell’infinito.
Su queste problematiche aperte, il dibattito all’interno
della metricologia italiana è stato molto intenso negli ultimi decenni.
Importanti studi critici hanno già avanzato alcune ipotesi sulla configurazione
metrica del verso antico, basandosi però su osservazioni spesso prive
dell’importante supporto dei dati statistici, o su spogli versali limitati a
campioni ridotti, spesso trascurando proprio gli autori siciliani (eccezion fatta
per il caposcuola Giacomo da Lentini). Il verso antico sembra mostrare, già
dalle prime considerazioni di Menichetti, confermate poi dagli studi legati al
Gruppo Padovano di Stilistica su Petrarca, Dante e Stilnovo, due caratteri
fondamentali, tra loro complementari, e solo apparentemente incompatibili: da
un lato la sua stabilità sillabica e ritmica, dall’altro la sua grande varietà
accentuale. Più nel dettaglio, il verso dei poeti siciliani, siculo-toscani e
stilnovisti, nelle sue differenti misure sillabiche, presenterebbe già
chiaramente i tratti prosodici che saranno propri del canone metrico italiano,
differente rispetto a quello occitano, in
primis proprio per la sua ricchezza di soluzioni ritmiche seppur
incardinate in alcune linee di tendenza riconoscibili; per l’endecasillabo, ad
esempio, la quasi onnipresenza delle arsi di quarta o sesta, come poi nelle
successive generazioni di rimatori. Insomma il celeberrimum carmen non solo è fin dai siciliani un verso di undici
sillabe, ma porta già in sé più che il germe di quelle che poi diverranno le
sue accentazioni canoniche: ha ictus
meno rigidamente assestati che nel tipo dantesco e, più, petrarchesco;
tuttavia, fin dalle origini, presenta statisticamente una chiara
predisposizione verso quegli andamenti ritmici che nella costituenda grammatica
metrica diverranno canonici. Si tratta di caratteristiche rilevanti, ma tutte
da verificare mediante uno spoglio sistematico, che implicherebbero
necessariamente come corollario un alto tasso di autonomia costruttiva del più
vario endecasillabo italiano rispetto al decasillabo galloromanzo, rigidamente
regolato dal punto di vista accentuale e cesurale. Queste caratteristiche ci
permetterebbero insomma di ipotizzare che già con la scuola siciliana le
strutture metriche adottate, seppur mutuate dalla tradizione lirica occitanica,
presentino specifici caratteri italici, per acclimatazione e adesione al
contesto versificatorio locale, inteso in primo luogo come sistema linguistico
autoctono dotato di strutture sintattico-intonative proprie. In primo luogo
salta in effetti nel verso italiano l’inflessibile costruzione emistichiale
propria di quello d’oltralpe: in Italia si è persa fin dalle origini la
bipartizione metrica del decasillabo, cioè la coscienza, implicita nell’uso
galloromanzo, che la riconoscibilità del verso si basa su quella di due serie
concatenate ma distinte, di 4 e di 6 sillabe. Inoltre, dal punto di vista
ritmico, il più evidente segnale di maggior libertà dell’endecasillabo
consisterebbe nella possibilità di giocare sull’inedita alternanza tra due
configurazioni fondamentali: l’una a
minore, come nel decasillabo, l’altra a
maiore, secondo una strutturazione bipartita non contemplata dalla norma
transalpina. L’elevata frequenza di questa seconda fisionomia accentuale del
verso italiano viene però intesa diversamente dagli studiosi. Da un lato,
Beltrami propone un’ipotesi interpretativa dei fatti metrici siciliani come
risultato di una stretta contiguità ritmico-sillabica con il sistema metrico
provenzale. Nel dettaglio, la presenza di endecasillabi con una struttura
inequivocabilmente a maiore
dipenderebbe per lo studioso da due fattori: in primo luogo una lettura di tipo
sintattico, da parte dei Siciliani, di alcuni decasillabi che, pur essendo a minore, possono essere interpretati a maiore, e tra questi non solo quelli
che hanno la quarta sillaba tonica (cd. cesura maschile), ma anche quelli che
hanno la quarta atona con la terza tonica (cd. cesura lirica); a cui si somma
la predilezione italiana per la commistione di endecasillabo e settenario. La
poesia italiana ricalca insomma il modello diviso in due parti di 4 e 6
sillabe, ma non lo fa con lo studio di schemi che nessuno ha mai descritto fino
al Trecento, bensì attraverso la consuetudine con i testi. La divisione 6+4 è
una possibilità in più, legata all’intonazione e alla sintassi, in versi che
continuano ad essere basati sulla divisione 4+6.
Dall’altro lato, l’andamento a maiore rappresenta una vera e propria novità della versificazione
italiana, che si libera dalle maglie strette del sistema metrico occitano per
giocare su una più ampia gamma realizzativa: il nuovo pattern sarebbe dunque un segno incisivo dell’autonomia
costruttiva, certo relativa, della forma antica dell’endecasillabo italiano rispetto
ai modelli transalpini.
Queste due interpretazioni del sistema ritmico
endecasillabico, più o meno suggestive, risentono di due visioni discordanti
della natura del verso italiano delle origini, entrambe legittime: l’una
‘vincolata’ l’altra ‘sciolta’ da un ipotetico modello soggiacente, straniero,
importato o autoctono che sia, con conseguenze significative
sull’interpretazione dei singoli fatti metrici. Alle configurazioni ritmiche a maiore e a minore, già problematiche, se ne aggiunge per lo meno una terza,
che pare contare frequenze piuttosto elevate, con conseguenze molto
significative sul piano metrico. L’endecasillabo siciliano prevede infatti
anche la possibilità di appoggio su entrambi gli ictus centrali di quarta e sesta, perciò detti ancipiti, che
rendono impossibile stabilire aprioristicamente se si tratta di una
strutturazione effettivamente a maiore o a minore. La compresenza delle due
arsi portanti implica necessariamente di dover ricorrere all’analisi di ogni
singolo verso per stabilire dove una ipotetica cesura possa meglio collocarsi
(postulando una sua adesione alla fattura linguistica del verso) rispetto alla
struttura sintattica del segmento. In questo senso vanno le considerazioni di
Menichetti e Praloran sulla mutata natura della cesura: istituto metrico
normativo nel sistema provenzale, obbligatorio e fisso dopo la quarta sillaba,
o in misura estremamente minoritaria dopo la terza, essa sembra assumere nel
nuovo sistema versificatorio italiano le caratteristiche di una pausa di segmentazione
mobile, dettata e dipendente da fattori extra-metrici che hanno a che fare con
le realizzazioni linguistico-sintattiche di ogni singolo verso. A riprova di
questo indebolimento della cesura come istituto metrico, lo stesso Praloran
riscontra infatti molte occorrenze, certe per Dante, ma intraviste anche in
Giacomo da Lentini, in cui pare venga rifiutata l’obbligatorietà stessa di un
andamento con bipartizione centrale mediante diverse strategie: l’endecasillabo
italiano presenterebbe infatti configurazioni sintattiche che sbilanciano
l’apice centrale su posizioni fortemente anticipate o posticipate, che lo
moltiplicano su due o tre segmentazioni equivalenti, o che addirittura eludono
del tutto la possibilità di cesurazione.
Piuttosto diversa anche in questo caso la posizione di
Beltrami, il quale, come si è già accennato, postula maggiore continuità tra il
sistema ritmico transalpino e quello italiano, e sulla scorta di questa visione
interpreta in maniera differente i fatti metrici siciliani. Per quel che
riguarda l’istituto della cesura provenzale, lo studioso sembra sostenere,
anche nei suoi interventi più recenti, che questa abbia ancora una sua
funzionalità normativa all’interno del sistema dell’endecasillabo antico,
benché si tratti di un verso non più emistichiale: distinta dalle pause
sintattiche o intonative di cui parla Praloran, la cesura metrica occitana non
divarica più il verso italiano in due segmenti distinti, ma da essa deriva che
la quarta posizione e, per il meccanismo già citato, la sesta, svolgano la
funzione di sedi toniche normative precesurali, proprie di un modello astratto
soggiacente. Beltrami infatti, insistendo giustamente sul rapporto tra
strutture metriche e strutture linguistiche, individua differenti piani del
discorso nei versi del Duecento: quello che pertiene alle realizzazioni
linguistico-sintattiche di ogni verso (il sistema fonologico e sintattico della
lingua), le quali differiscono dal modello di produzione della coscienza
metrica (il codice e la norma operante), e si concretizzano in singole
esecuzioni prosodiche effettuate dal ricevente (una delle tante forme
prosodiche possibili con cui scandiamo i versi). Considerazioni simili benché
non del tutto equivalenti a quelle espresse da Menichetti, il quale distingue
tra modelli astratti e realizzazioni concrete.
C’è di fatto uno scarto importante tra le visioni dei due
studiosi, solo apparentemente vicine, che riguarda la definizione del modello
metrico soggiacente all’endecasillabo delle origini, e dunque la definizione
stessa della struttura del verso antico. Secondo Beltrami esiste un insieme di
caratteri metrici astratti, profondi, che regolano ogni singola realizzazione e
che assicurano la riconoscibilità della forma dell’endecasillabo: una norma
soggiacente alla quale il ritmo di ogni singolo verso si confronta e da cui
viene supportato, che in primo luogo prescrive la tonicità di almeno una delle
due sillabe centrali di quarta o di sesta, oltre all’ictus di decima; accenti che le esecuzioni prosodiche possono
rispettare o meno. Secondo Menichetti, e sulla stessa linea Praloran,
l’endecasillabo antico nasce invece, svincolandosi dal decasillabo
galloromanzo, nel segno di una libertà costruttiva che ha come regola normativa
essenzialmente il solo accento in decima sede. La canonicità del verso, che
prevede tra gli altri aspetti gli ictus
centrali di quarta e/o sesta, la cosiddetta grammatica metrica (Menichetti) o
intonazione convenzionale (Praloran), sarebbe effetto della pressione di
modelli accentuativi derivanti dall’uso concreto degli autori nel corso del
tempo, i cui versi tracciano gradualmente una memoria ritmica sui poeti
successivi; modelli che si assesteranno e si imporranno come normativi solo con
il pieno Cinquecento. Senza però dimenticare che alcuni tratti che
costituiranno la norma, in specie uno dei due perni accentuali
dell’endecasillabo, quello in quarta sede, si spiegano a partire dall’etimo
galloromanzo. Le posizioni ancora fortemente divergenti riguardo alla
definizione dell’endecasillabo italiano antico, riassunte qui in estrema
sintesi, hanno evidenti ricadute anche sul delicatissimo problema della
metodologia di analisi del verso, in specie delle origini. Le differenti
tecniche di scansione ritmico-prosodica dei pochi studi che hanno effettuato
spogli sistematici sui testi poetici rispecchiano infatti le differenti
concezioni della struttura ritmica del verso. Il problema sta nell’opposizione
fra due possibili modi di descrivere il verso nei testi, o partendo da un
insieme di regole e riconoscendo nei testi come sono applicate, e come siano
gestiti stilisticamente gli elementi obbligatori e quelli facoltativi (proposta
di Beltrami), o viceversa facendo risultare la descrizione metrica da un esame
di tipo linguistico, senza presupporre regole, che dovrebbero piuttosto
risultare dall’analisi e sarebbero di tipo statistico (proposta già di
Bertinetto e poi di Praloran). Alla luce di quanto detto fin qui, si capisce
come Praloran rivendichi una collocazione degli accenti sulla base delle
caratteristiche fonologiche e sintattiche della lingua poetica italiana, con la
sola regola dell’ictus fisso
obbligatorio sulla decima sede per l’endecasillabo, così come sulla sesta per
il settenario. Sulla scorta di questo principio metodologico, a Praloran e
Soldani va riconosciuto il merito di aver offerto ai metricologi un solido
sistema operativo per la scansione ritmica, basato su regole linguistiche e
fonosintattiche che tengono conto delle specifiche condizioni prosodiche ed
enunciative degli elementi lessicali e grammaticali di ogni singolo verso.
Niente regole immanenti dunque, se non la misura sillabica, la durata della
sequenza versale e l’obbligatorietà dell’accento fisso in ultima sede. Il fatto
è che l’analista non può presumere di conoscerlo già, tale modello, e pertanto
lo deve ricostruire inducendolo di volta in volta dal singolo verso realizzato,
e arrivando per questa via alla completa definizione del sistema prosodico di
quel testo o di quel poeta.
Il banco di prova di queste differenti impostazioni
dovrebbero essere gli eventuali versi non canonici presenti nei testi antichi,
che potrebbero rappresentare forse la più interessante spia per comprendere se
esista, a seconda delle risultanze, una significativa devianza rispetto a un
ipotetico modello metrico, interpretabile come un segnale di incertezza d’uso
rispetto a un assestamento normativo ancora in corso, o un’impostazione già
canonica dell’endecasillabo italiano, che ammette solo rarissime eccezioni. Nei
fatti, la quantità e la fisionomia di questi versi anomali non sono però ancora
molto chiare: conosciamo bene la situazione a partire da Dante, dove sono già
molto pochi, ma non sappiamo cosa effettivamente succeda per la versificazione precedente.
Oltretutto il concetto canonico dell’endecasillabo dipende dalla concezione
stessa del modello, che come si capisce bene non è univoca. Analogamente alle
problematiche presentate in precedenza, anche in questo caso pare infatti che
la distanza tra le diverse interpretazioni del medesimo fenomeno metrico sia
insanabile; perché appunto la riconoscibilità e l’accettazione dell’anomalia di
un andamento accentuale non è cosa per nulla pacifica. Ripercorro dunque
speditamente gli orientamenti divergenti, espressi per lo più sul grande campo
di indagine, o meglio di battaglia, della Divina Commedia. Beltrami teorizza
una sorta di gradazione da una minore a una maggiore anomalia delle
realizzazioni ritmiche presenti nel poema, in base a un crescente grado di
tensione tra metro e lingua, ammettendo anche forzature intonative delle
strutture linguistiche in favore della tonicità degli ictus centrali (mediante accenti secondari di polisillabi, tra i
quali i classici avverbi in -mente, accenti su preposizioni articolate, su
forme monosillabiche del verbo essere, sui possessivi monosillabici
proclitici): si scala da accenti meno rilevati, ma possibili di intonazioni
alternative, a sillabe che, in casi sempre meno frequenti, sono accentabili con
sempre minore naturalezza, da quasi naturalmente a del tutto innaturalmente,
fino ad un residuo minimo di versi in cui questa possibilità manca del tutto.
Inoltre, per l’ultima categoria di endecasillabi menzionata, in cui è esclusa
qualsiasi possibilità di porre un ictus
in una delle due sedi canoniche, lo studioso ipotizza che almeno i casi in cui
vi sia accento dominante di terza possano essere interpretati alla luce del
decasillabo con cesura lirica (terza tonica e quarta atona seguita da un limite
di parola).
Analogo orientamento interpretativo in merito alle anomalie
accentuali endecasillabiche, valutate alla luce del sistema occitano, quello
sostenuto da Di Girolamo e Fratta, i quali si spingono a sostenere, come si
vedrà poco oltre, posizioni piuttosto radicali. Per ora è importante notare
come i due studiosi giustifichino, sulla scorta della ritmica d’oltralpe, non
solo i versi italiani antichi con accento isolato di terza, come decasillabi in
cesura lirica, ma anche quelli con accento isolato di quinta sede, in cesura
cosiddetta mediana, tipologia però rarissima, se non assente, anche per i
trovatori. Praloran procede invece in maniera più prudente, dando priorità ai
fatti linguistici rispetto a quelli metrici: non volendo sovrapporre arbitrarie
interpretazioni agli andamenti ritmici esaminati, sulla scorta di un ipotetico,
ma non verificabile, modello immanente, opta piuttosto per un’osservazione
separata delle deviazioni rispetto alla norma, proponendo semmai
ristrutturazioni meno traumatiche. A fini statistici, infatti, la “forzatura
intonativa” che Beltrami suggerisce per ottenere accentazioni normative di
alcuni versi finirebbe fatalmente per cancellare le tracce di tali andamenti
anomali, spalmandone le occorrenze sulle altre “naturalmente” ottenute: per uno
studio che intenda invece distinguere, per ogni fase del percorso storico, da
un lato gli elementi “convenzionali” e “di sistema”, dall’altro gli elementi
marcati e le devianze legati alle scelte stilistiche del singolo poeta, è
importante proprio isolare e analizzare la consistenza, la natura e il senso di
questo scarto. Negli endecasillabi non canonici della Commedia, quasi assenti,
e delle Rime dantesche, dove sono comunque molto rari, Praloran riscontra
peraltro figure ritmico-sintattiche ricorrenti, capaci di modificare la
percezione melodica del verso alludendo a un ritmo ordinario: si tratta, in
ogni caso, d’interessanti fenomeni di assestamento ‘melodico’ che avvicinano la
linea intonativa anomala a una conformazione regolare. Rarissimi invece gli
endecasillabi davvero irriducibili, per lo più con ictus isolato in quinta sede.
Nei limitati spogli svolti da Praloran sui rimatori
pre-danteschi, invece, le irregolarità non ristrutturabili conoscono occorrenze
limitate ma comunque superiori. Pur non escludendo anche l’effetto della
pressione della cesura lirica transalpina, gli endecasillabi con ictus isolato di terza vengono per
esempio assimilati ad altri versi che, benché regolari, hanno un apice
fortemente anticipato in seconda sede. Lo studioso mette infatti in relazione i
diversi fenomeni di anomalia ritmica dell’endecasillabo delle origini con una
maggiore libertà metrico-sintattica della versificazione antica (pur sempre
all’interno di un sistema ritmico-prosodico italiano definito e regolato) lungo
una linea priva di soluzioni di continuità fino a Dante. Fin dalle origini
l’endecasillabo italiano si distingue da quello provenzale per non avere sempre
coincidente la posizione dominante, da un punto di vista ritmico, con la quarta
o sesta. Per la grande maggioranza sì, ma non sempre. Anche in questo senso ci
sembra di poter dire insomma che l’endecasillabo antico non si distingue troppo
da quello dei poeti di una generazione successiva.
Le posizioni critiche fin qui riassunte sui più importanti
interrogativi metrico-prosodici relativi al verso delle origini si basano su
osservazioni non sistematiche e/o condotte su corpora limitati, per lo più
estranei ai rimatori siciliani minori. Spogli rigorosi e integrali dei diversi
fenomeni testuali infatti sono stati finora realizzati per il solo verso
dantesco; uniche eccezioni, le marcature ritmiche relative a un limitato numero
di testi di Giacomo da Lentini, Chiaro Davanzati e Guittone e all’intero corpus degli Stilnovisti, e le
schedature dei fenomeni metrico-sintattici relative al sonetto antico. Un
quadro comparativo più organico permetterà di misurare la distanza tra la
stagione siciliana e le successive esperienze poetiche duecentesche: quelle
siculo-toscane, guittoniane e prestilonovistiche, lo Stilnovo, fino alla
stabilizzazione dantesca e poi petrarchesca. A differenza della versificazione
di secondo Duecento, illuminata almeno per alcuni aspetti e segmenti, la
configurazione della versificazione lirica della fase siciliana non è mai stata
sottoposta ad analisi specifiche, neppure parziali; e questa lacuna riguarda
non solo il sistema ritmico e la natura prosodico-sillabica del verso delle
origini, nelle sue differenti misure, ma anche le figure ritmico-sintattiche
che supporta, gli andamenti sintattico-intonativi sui quali si modula, e i
movimenti metrico-sintattici che si delineano all’interno di partizioni, strofe
e componimenti. Aspetti fondamentali per consentirci di definire, o meglio precisare,
i contorni e la natura di un proto-sistema metrico che rappresenta il
riferimento primo per la costruzione del verso lirico delle origini, dai
rimatori postcuriali per lo meno fino a Dante. Gli studi dedicati alla
versificazione dantesca e petrarchesca prospettano infatti un cruciale
cambiamento di paradigma in senso stilistico, visibile chiaramente nel
passaggio dalle “rime petrose”
alla Commedia, oltre che nella scrittura dei “rerum vulgarum fragmenta”:
un grande momento di discontinuità che significa essenzialmente un trattamento
soggettivo del ritmo rispetto ai vincoli metrico-sintattici istituzionali. Sarà
quindi molto interessante poter precisare proprio i contorni del paradigma di
partenza, rappresentato in primo luogo dal Duecento siciliano, e comprendere
così in che termini e in quale misura esso effettivamente si modifichi nelle
fasi successive della versificazione in volgare.
LA RIMA ‘SICILIANA’
E LA LINGUA DEI POETI
FEDERICIANI
PREAMBOLO
La tesi è che nel Duecento vigesse ancora una rima
trivocalica, antico sistema di rima ereditato dalla ritmologia mediolatina e
proprio dei testi arcaici romanzi, secondo il quale “e” rimava con “i” ed “o”
rimava con “u”. Di conseguenza è da giudicare illusoria la cosiddetta rima
siciliana e va messa per lo meno in dubbio anche la sicilianità linguistica dei
testi dei poeti federiciani.
In questo campo ho rivolto l’attenzione prevalentemente alla
lingua e ho adottato una estrema conservatività editoriale poichè fino a prova
contraria il copista è per noi il legittimo rappresentante dell’autore e fino a
prova contraria dev’essere seguito e obbedito giacchè è più grave privare la
scienza di fatti e fenomeni che, adesso inspiegabili, essa saprà in futuro
spiegare; né le rime danno il diritto di modificare avventurosamente le lezioni
tràdite e modellare su di esse tutta una lingua.
Sulla questione specifica della rima mi ricollego ai dubbi
espressi al proprio tempo da specialisti del calibro di Ernesto Monaci e Carlo
Salvioni che, recensendo edizioni di testi antichi, criticarono l’adeguamento
della rima al sistema italiano e proposero di conservare le lezioni tràdite
ammettendo le rime foneticamente prossime in cui “e” può rimare con “i” e “o”
con “u”. I sistemi di rima in gioco sono pertanto i seguenti: 1) rima
provenzale a 8 vocali (si tratta di rima fonetica); 2) rima toscana a 5 vocali
(si tratta di rima grafica); 3) rima siciliana a 3 vocali (si tratta di rima
culturale).
In questa ricerca mi sono basato s’uno spoglio ampio benchè
non sistematico (condotto su edizioni diplomatiche) di testi dalle origini al
Cinquecento (allorchè si ebbe una regolarizzazione non solo linguistica ma
anche metrica della poesia), indagando inoltre la persistenza della rima
trivocalica nei canti popolari ottocenteschi e novecenteschi in particolare
dell’Istria: per quanto riguarda le origini, mi sono focalizzato su testi
precedenti la scuola federiciana (dunque non sospettabili d’influenze
dialettali siciliane) in cui la distribuzione normale (si dispone infatti in
una curva gaussiana) garantisce che dal punto di vista statistico il fenomeno e
le sue occorrenze non sono casuali; spogli successivi riguardano la storia
della rima trivocalica nei federiciani, nei siculo-toscani e nei poeti
settentrionali, diffusa fino a tutto il Duecento e poi sostituita (almeno nella
poesia lirica italiana) dalla rima pentavocalica a partire da Dante (ove le
rime trivocaliche sono numerose nel primo periodo, almeno fino all’“inferno”, andando poi scemando nella
produzione successiva) e soprattutto con Petrarca, ma nei generi didattico,
politico e religioso dunque nei generi non lirici la rima trivocalica è
diffusissima in tutto il Duecento e si manterrà a lungo, specie in ambiti
geografici periferici e in ispecial modo centro-meridionali, fino a tutto il
Cinquecento, così come è normale nelle poesie in dialetto siciliano dei secoli
dal quattordicesimo al quindicesimo quali il “quaedam profetia” e il
“pianto di Maria” e lo “strambotto” del secolo quattordicesimo,
il “Marcu di Grandi” e le “parafrasi religiose” e la “lauda dei Bianchi” del secolo
quindicesimo (e ho trovato molte attestazioni anche in altre parti del mondo
romanzo: in Provenza nel “Boezio”
risalente al secolo decimo e nel tardo “vangelo
dell’infanzia”; in Francia nella “passione di Clermont-Ferrand” del
secolo decimo, in altri testi religiosi e nella “chansons de geste”; in Spagna, in fine, nell’opera risalente al
secolo dodicesimo intitolata “auto de los reyes magos”); ulteriori
spogli dimostrano che la rima trivocalica è in uso nella poesia ritmica
mediolatina non solo da Venanzio Fortunato alla riforma carolingia m’anche dopo
la riforma carolingia (si pensi per esempio al “carme
pisano sull’impresa contro i Saraceni del 1087”) e che essa, in uso per
un migliaio di anni nell’arco temporale compreso tra i secoli sesto e
sedicesimo, venne teorizzata alla fine del ‘300 nel “tractatus de rithmis vel
rithmorum magistri Tybini” di Nicolò Tibino.
Di questi spogli fornirò nel proseguio una campionatura
degli esempi tra i più significativi. Ma, prima, mi preme sottolineare che
nella mia indagine io sono partito dalla lingua. Il mio problema era capire
qual’era la lingua della scuola poetica federiciana, partendo dal presupposto
che non mi sembrava plausibile che, senza un’attenta e sistematica opera di
‘traduzione’ e sulla base della sola rima, nella trascrizione dei codici
toscani si fosse cambiata integralmente la lingua dei poeti federiciani. Quindi
ho cercato di capire se questo sistema di rima si trovava anche prima della
scuola federiciana, perchè in questo caso non è più obbligatorio pensare a una
traduzione. E che questo di rima fosse
anche prima dei federiciani mi sembra palese ed evidente.
Veniamo adesso a presentare una campionatura degli esempi di
rima trivocalica.
origini
- finisco : vèsco [“ritmo
laurenziano”],
- amurusu : iòso [“ritmo
cassinese”],
- finivi : complevi, demora : figura [“ritmo su sant’Alessio”],
- sacerdoti : venduti [“elegia
giudeo-italiana”],
- segno : Sagromigno [“ritmo
lucchese”],
- creature : sole : lui : splendore : significatione
[assonanze in san Francesco],
- plasere : dire, maraveio : fiio [“proverbia que dicuntur super natura feminarum”],
- cortese : dise [in Girardo Patecchio].
secoli 13°-16°
- altrui : suoi, nome : lume, duri : fori [in Dante, ma
ripresa da Cavalcanti],
- altrui : voi [in Petrarca],
- bella : stilla, pirsuni : stattioni [“quaedam profetia”],
- spini : peni, riu : Deu [“pianto
di Maria”],
- cori : fori : curi [“strambotto”],
- ligi : regi, meu : agluttiu, cori : Signuri, mora : ura [“Marcu di Grandi”],
- dignu : regnu, signuri : splendori, dunzella : quilla, Deu
: disiyu [“parafrasi religiose”],
- poy : nui, rosa : piatusa, amuri : cori [“lauda dei Bianchi”].
ritmica mediolatina
- contigit : pectore, sinu : fastigio
(assonanza monosillabica); Christi : estis, predixit : surrexit
(assonanza bisillabica) [in Venanzio Fortunato],
- concĭlium : prĕlium (caso di rima trisillabica) e mīlia : mĕnia (caso di assonanza trisillabica) [“carme pisano sull’impresa contro i Saraceni del 1087”].
poeti federiciani
- fina : mena, morire : avere, uso : amoroso [in Giacomo da
Lentini],
- ballia : mea [in Odo Delle Colonne],
- conducie : crocie, tortura : incora [in Rinaldo D’Aquino].
Nella scuola poetica federiciana, dunque, ogni “e” può
rimare con “i” e ogni “o” può rimare con “u”. Ernesto Giacomo Parodi
nell’articolo del 1913 “rima siciliana,
bolognese e aretina” (riprendendo una vecchia tradizione risalente a
Francesco Saverio Quadrio esposta nel suo monumentale lavoro intitolato “della storia e della ragione d’ogni poesia”
del 1739) ha pensato di risolvere queste apparenti imperfezioni di rima
supponendo che i codici avessero toscanizzato poesie originariamente siciliane
e che quindi le rime si ricomponessero ‘ritraducendole’ in dialetto siciliano
ove la giustapposizione di “morire” e “avere” darebbe luogo a rima perfetta muriri : aviri). Ma, se si chiudeva una falla, se ne apriva un’altra,
suscitata dal dilemma di rime perfette nei codici (quali “amore” in rima con
“core”) ma imperfette in siciliano (dove l’ipotetica rima amuri : cori è rima
imperfetta). Parodi ricorre in questi casi al latinismo e al gallicismo, ma
rimangono comunque inspiegate numerose serie di rime per le quali Parodi deve
escogitare espedienti sempre più improbabili quali hapax, emendamenti ad hoc,
e spericolati sistemi rimici analogici (quali la rima aretina, la rima
guittoniana, la rima bolognese e la rima umbra) d’onde i testi tràditi escono
totalmente stravolti. Parodi sostiene che se fosse realmente esistita una rima
imperfetta i codici l’avrebbero rispettata. Ed è ciò che fanno, con percentuali
minime di correzione, dovute alla pressione indotta dal contemporaneo
cambiamento di gusto in fatto di rime poichè la rima trivocalica era sentita
sempre più come arcaica): il Vaticano Latino 3793 corregge solo nel 5% dei
casi, il Palatino 418 (ora Banco Rari 217) solo nel 2%, e l’unico codice
veramente interventista è il Laurenziano Rediano 9, un canzoniere fortemente
ideologico dove le correzioni si attestano al 36%. Inoltre, le correzioni del
Laurenziano sono sostanzialmente progressive, con un adeguamento meccanico al
vocalismo della prima parola in rima: sono infatti sicilianismi illusori vedire che si adegua a sbaudire e savite che si adegua a tradite,
mentre sono autentici mostri linguistici esempi come pintora che si adegua a ora
e servère che si adegua a volère. Anzi, il Laurenziano elimina
addirittura uno dei pochi sicilianismi certi correggendo in “amorosa” :
“aventurosa” la rima “amorosa” : aventurusa
attestata dal Vaticano. Il codice Vaticano Barberino Latino 3953, compilato da
Niccolò de Rossi nella prima metà del Trecento, si conforma completamente al
nuovo gusto, correggendo tutte le rime secondo il procedimento di adeguamento
meccanico alla prima parola in rima e creando così mostri linguistici quali cora (= “cura”) rifatto su ynamora e sicilianismi illusori quali savire rifatto su servire e cortise rifatto
su ancise. Parodi partiva da un
principio di gusto, quello che la rima dovesse essere perfetta, non rendendosi
conto che potevano esistere altri sistemi perfetti, ma diversi da quello
pentavocalico. Ma a me sembra particolarmente grave la sistematica violenza
perpetrata sui testi. L’artificiosità della ipotesi sicilianista si evince dai
seguenti fatti: 1) riportando a un sistema vocalico ridotto come quello
siciliano le numerosissime rime pienamente trivocaliche e perfette (le rime
cioè che permettono a ogni “E” chiusa di fare il paio con “I” e ogni “O” chiusa
con “U”) di fatto si riduce sì enormemente la consistenza delle rime
trivocaliche ma non la si riduce nella realtà (dove le rime trivocaliche
rimangono numerosissime) ma solo nell’ipotesi sicilianista, la quale,
eliminando quelle compatibili con la fonologia siciliana, orienta la
discussione e l’analisi solo su quelle irriducibili al siciliano, che
ovviamente sono molto meno numerose; 2) se poi introduciamo anche l’ipotesi
ulteriore del latinismo nel siciliano letterario, diventano ammissibili anche
quelle rime come “amore” : “core” che, perfettamente lecite dal punto di vista
della rima trivocalica, danno difficoltà quando ritradotte in siciliano e
quindi abbisognano di una ulteriore congettura che le possa restaurare, cioè il
latinismo che permette di rendere la lezione congetturale amori in luogo della lezione tràdita amuri; 3) se inoltre aggiungiamo anche i provenzalismi, si riducono
ulteriormente le rime trivocaliche (o meglio le rime trivocaliche che ancora
sfuggono all’imponente opera di cosmesi linguistica proposta dai sicilianisti)
poichè una rima quale “novella” : “ella”, ineccepibile nel sistema trivocalico
ma impossibile in siciliano (dove darebbe nuvèlla
: illa) e impossibile anche come
latinismo (dove sarebbe novèlla : illa) sarebbe, secondo la tesi sicilianista,
possibile come prestito dal provenzale ela;
4) se, ancora, aggiungiamo i francesismi, i casi utili si riducono
ulteriormente; 5) se, in fine, togliamo i poeti che non erano siciliani di
nascita (i quali sono la maggioranza dei poeti federiciani), si riduce ancora
il numero dei casi che sfuggono alla teoria sicilianista ‘allargata’. Con tutta
questa massa d’ipotesi ed emendamenti, e utilizzando in pratica, in aggiunta al
siciliano e al latino, ogni possibile vocalismo romanzo, è facile trovare espedienti
che risolvano ad hoc ogni difficoltà
ma, così facendo, eliminiamo la possibilità stessa di trovare un contro-esempio
alla teoria sicilianista. L’ipotesi sicilianista, pur nella sua macchinosità,
può essere plausibile se non abbiamo ipotesi alternative; ma se abbiamo
accertato la presenza di un altro sistema di rima, quello che chiamo qui
“trivocalico”, precedente alla scuola poetica federiciana, ostinandosi in
ricerche sempre più affannose di soluzioni ad
hoc, mi sembra che si rischi di voler ad ogni costo salvare una teoria
oltre il ragionevole. A me sembra invece più ragionevole rispettare i testi e
ammettere l’impiego di questo sistema di rima precedente. E ciò
fondamentalmente per due ragioni: per la sostanziale mancanza di documenti in
siciliano e per la poca plausibilità della teoria degli allotropi. L’idea degli
allotropi in sé possiede infatti una plausibilità astratta inversamente
proporzionale alla sua effettiva possibilità in realtà. In una ipotetica rima *pauri : amuri, ricostruita di sana pianta dal Brugnolo (nel contributo “la scuola poetica siciliana” all’interno
della “storia della letteratura italiana”
di Enrico Malato [Salerno, Roma, 1995]) in spregio della lezione originale
tràdita paure : amore in “uno desio d’amore
sovente” di Giacomo da Lentini
avremmo la parola “amore” con vocalismo siciliano, mentre in
*amori : cori (anch’essa una rima ricostruita: in realtà è attestata solo
nella forma amore : core) avremmo “amore” con vocalismo
latino; l’ipotesi mi convince poco, poichè molto ‘costosa’ soprattutto per un
termine così centrale nel lessico poetico federiciano come “amore” e
soprattutto dal punto di vista linguistico poichè quando abbiamo allotropi
abbiamo anche una specializzazione semantica: allotropi equivalenti sono rari. Per
esempio, noi abbiamo in italiano “vizio” e “vezzo” che sono allotropi di vitium, uno con vocalismo latino e
l’altro con vocalismo volgare, ma entrambi con significato peculiare e
specializzato in ambito differente.
Una linea di ricerca che vorrei suggerire, e che potrebbe
dare buoni frutti, è l’indagine delle mancate coincidenze fra la lingua del
presunto originale e la lingua del copista: ad esempio, i casi dove noi
troviamo attestato nel canzoniere Vaticano (che è fiorentino) un vocalismo
atono che non è né fiorentino né siciliano (cioè dove non appaiono E e O
anzichè I e U attese dalla presunta coincidenza tra fiorentino e siciliano in
base al principio che se il testo originario era siciliano, con I e U, e anche
il fiorentino aveva in quella sede I e U, non si spiega perchè debbano
comparire E e O. Facciamo alcuni esempi: se (in Vaticano 008: v. 11-12) abbiamo
una rima partitore : adore (= io adoro) la desinenza –e
finale di adore, non essendo
siciliana né fiorentina, non può che provenire da ambito continentale, essendo
una forma di vocalismo ben possibile nell’ambito del Mezzogiorni continentale,
il che corroborerebbe la mia tesi del carattere meridionale ma non siciliano
della lingua dei poeti federiciani; la rima valore
: avisatura : tutore (in Vaticano 005: v. 43, 46 e 49) è irregolare e, poichè non
credo alla possibilità di una rima imperfetta, ritengo plausibile un plurale
metafonetico con indebolimento di -i
in -e quale *avisature, forma propria del Mezzogiorno continentale non compresa
dal copista fiorentino.
In questo senso notevoli progressi, pur restando sempre
all’interno della teoria sicilianista, sono dovuti alla prassi editoriale più
rispettosa di Contini e Avalle. Di particolare rilievo soprattutto di Silvio
d’Arco Avalle, che ha riconosciuto la rima trivocalica (da lui definita
merovingica o africana) nei testi presiciliani e nella poesia latina mediana,
ma non si è risolto ad applicarla anche ai siciliani. In realtà, fino a Dante,
ogni “i” poteva rimare con ogni “e” come ogni “u” con “o”; e non per ragioni
fonetiche o grafiche ma culturali, come eredità della precedente e coeva rima
trivocalica latina mediana.
LA LINGUA DEI POETI FEDERICIANI
Iniziamo con il parlare del toscaneggiamento della lingua
siciliana. La rima è l’argomento fondamentale per ipotizzare che i poeti
federiciani scrivessero in dialetto siciliano. Si è quindi supposto un
toscaneggiamento dei codici, che però presenta difficoltà gravi nei modi e nei
tempi, poichè, se tale toscaneggiamento vi fu, i copisti avrebbero toscaneggiato
tutti allo stesso modo in un lasso di tempo brevissimo. Inoltre, appare
insormontabile la testimonianza di Dante, che conosceva i testi dei federiciani
nella veste linguistica a noi nota, li giudicava non dialettali o municipali ma
conformi al volgare italiano illustre, aulico, curiale e cardinale, e dava al
termine “siciliano” un valore non etnico e non linguistico ma culturale, di
poeti di ogni parte appartenenti alla Magna Curia.
Questi documenti, su cui si è fatto grande affidamento, son
in realtà particolarmente infidi: anzitutto ne ignoriamo origine e
trasmissione, e si materializzano improvvisamente nel Cinquecento; inoltre,
presentano una veste linguistica inquietante, che consiglia di non prestar loro
fede. Facendo tesoro dei magistrali studi filologici di Debenedetti e
Parlangeli e Monteverdi possiamo per esempio sostenere che “pir meu cori alligrari” di Stefano
Protonotaro è una buona traduzione (forse dell’autore stesso) di un testo
originariamente italiano, mentre “allegru
cori plenu” e “s’eo trovasse
pietanza” sono cattive traduzioni da Re Enzo. Il testo che ha destato il
maggiore interesse e il maggiore entusiasmo tra i sostenitori della tesi
sicilianista, cioè le due stanze di Re Enzo nella duplice versione italiana e
siciliana, è anche il più malfido. Alla canzone “s’eo trovasse pietanza” ha dedicato uno studio molto
approfondito e sicuro Angelo Monteverdi, concludendo in fine per l’autenticità
benchè le caratteristiche non siciliane siano numerose: i numerosi troncamenti
(garantiti dal metro che ci assicura sulla bontà della lezione tràdita) come ciascun, ben, cor, pur, trovar,
servir, morir, alligrar, dir, val,
natural, sol, quil, gran e umilmenti); gli ipersicilianismi pu per po, muri per mori, miu per meu; e la forma che per ca. Di
particolare interesse è un curioso fraintendimento in cui cade la versione
siciliana dei versi 65 e 66 rispetto alla lezione italiana conservata dal
codice Vaticano Latino 3793. Nelle carte di Barbieri è tràdita la lezione
<<Ver mi, chi nu mi voglia / morir,
si ll’ardor coglia>> che il codice Vaticano Latino 3793 riporta
invece in questa forma: <<di me, ché non m’è noia / morir, s’ella n’à
gioia>>. Il problema è stato risolto brillantemente dal Monteverdi con
l’ipotesi che si tratti di un fraintendimento delle forme settentrionali noglia per “noia” e zoglia per “gioia”, che si appoggiano tra l’altro alle numerose
forme settentrionali del testo. Qui mi pare che si possa raggiungere finalmente
la prova che le stanze sono state tradotte in siciliano partendo da un testo
italiano con caratteri veneti. Che Enzo scrivesse in italiano settentrionale è
probabile avendo vissuto a Cremona e Bologna, dunque non mi sembra dubbio che
egli (o un copista del suo ambiente) abbia scritto noglia, zoglia e coglia: il copista o traduttore che sta
alla base della redazione siciliana delle carte del Barbieri non ha capito il
senso delle parole e ha frainteso la grafia, leggendo verosimilmente uoglia = “voglia” in luogo di noglia e coglia = “colga” (congiuntivo presente) in luogo di coglia = zoglia = “gioia” interpretando la C quale C e non quale Z venendo scritte uguali in quel tempo e
in quell’area geografica. Da tutto questo risulta evidente che come prius sono da considerare le forme
italiane settentrionali, e che quindi il testo siciliano non è che una
traduzione seriore (e deteriore, a giudicare dalla massa di errori linguistici
causati da errori interpretativi). Ancora meno probante è, poi, il recentissimo
frammento zurighese di Giacomino Pugliese.
Per comprendere la natura della lingua dei federiciani (un
italiano pretoscano) bisogna ricostruire il quadro linguistico dell’epoca. Nel
Duecento la dinamica linguistica non si risolve nella dialettica tra
universalismo e particolarismo (cioè tra latino e volgari locali) ma vede agire
volgari regionali e sovraregionali di diversa ampiezza e consistenza: accanto
al latino abbiamo la lingua “beneventana” (cioè la coinè centro-meridionale continentale, longobardo-benedettina, dei
ritmi classici), la lingua “lombarda” (cioè la coinè alto-italiana che sfocerà
poi nella lingua cortegiana), il volgare toscano (che, una volta latinizzato,
sfocerà nell’italiano propriamente detto), e l’antico volgare italico (cioè il
volgare italiano unitario in uso nell’abito giuridico e cancelleresco dell’età
longobarda, fortemente latineggiante, operante nell’ “indovinello veronese” e dei “placiti
cassinesi” e ancora presente nella lingua di Guido Fava, nella lingua
dei “parlamenti canavesani” e
forse anche nella lingua della parte italiana del “discordo” di Rambaldo di Vaqueiras). A mio parere, la lingua
della scuola poetica federiciana ha fondamentalmente queste componenti,
impiantate s’una base latina (il latino non poteva non essere presente in una
lingua di notai e giuristi): apporti dal volgare italico nella variante
longobarda meridionale che, dopo la fine dell’unità longobarda, ha in una
qualche misura sposato un certo meridionalismo superficiale; apporti dal
provenzale, che rende conto delle numerose caratteristiche settentrionali; e
apporti dalla tradizione linguistica beneventana, molto più regionale e plebea,
cui vanno imputati i i meridionalismi più crudi (e non è un caso che il “contrasto” di Cielo d’Alcamo sia giocato
sulla parodia del confronto linguistico tra l’italiano ‘siciliano’, aulico e gallicizzante,
e il volgare beneventano, plebeo e dialettale).
Per quanto riguarda l’ambito culturale si deve aggiungere questo: 1)
innanzitutto, che la politica culturale di Federico Secondo mal si accorda con
l’idea di un volgare regionale, mentre sembra del tutto consona l’idea di una
ripresa e di un’attualizzazione del vecchio volgare ‘italico’ longobardo, la
lingua volgare dei giuristi, dei notai e dei funzionari delle cancellerie (e
proprio con la scuola federiciana nasce la figura del poeta funzionario di
corte, notaio, giurista, cancelliere che sia; 2) inoltre, che la tradizione
linguistica beneventana, longobardo-benedettina, di carattere religioso, era
piuttosto subita che ricercata dai poeti della scuola federiciana; 3) ancora,
che la rima trivocalica era già la rima della poesia ritmica mediolatina,
dunque una rima aulica e colta, e sicuramente conosciuta dai poeti federiciani,
dato il loro costante rapporto con il latino per ragioni professionali; 4) in
fine, che l’estremo conservatorismo del volgare italico ha, in fine, prodotto
l’illusione ottica di vedere nella lingua dei siciliani il toscano, mentre si
tratta solo dei riflessi del latino.
Insomma, il problema mi pare essere questo: se noi accettiamo l’ipotesi
e la possibilità che questo preesistente e accertato sistema di rima fosse
impiegato dai federiciani, allora non abbiamo più nessuna traccia che ci possa
indurre a ipotizzare una lingua locale siciliana (cioè una lingua con fonetica
dialettale dove le vocali italiane “O” ed “E” sono rese da rispettivamente U e I).
Tolta la rima, insomma, non rimane nulla a giustificare la tesi di una lingua
letteraria siciliana: ad eccezione di qualche parola (come avisaturi e lumia e poco
altro) dall’esame linguistico dei testi dei federiciani non emergono
sicilianismi strutturali. Secondo me, se non vi fosse stata la fortuita
coincidenza del vocalismo siciliano con il sistema di rima trivocalico e
l’etichetta di poeti “siciliani” (ma in quanto appartenenti al vasto Regno di
Sicilia) non sarebbe passato per la testa a nessuno di pensare che queste
poesie fossero state scritte in siciliano. Se ci atteniamo ai dati di fatto,
non possiamo sostenere, con plausibilità, che esse siano state scritte in
siciliano più di quanto potrebbero essere state scritte in altra lingua: tranne
la rima, nulla sul piano linguistico ci orienterebbe verso l’uno o l’altro
volgare romanzo.
Il problema centrale diventa, a questo punto, (una volta
tolta di mezzo la rima cioè) capire come si sia formata la lingua dei poeti
federiciani quale ci appare dai testimoni, cioè dai codici toscani. Per quanto
riguarda le frequenze delle rime ‘siciliane’ (e la relativa rarità dei casi
irriducibili alla teoria sicilianista) occorre guardarsi da una sorta di
illusione ottica provocata dalla natura del vocalismo dei dialetti siciliani,
dove la “O” chiusa romanza confluisce in U
e la “E” chiusa in I: data la
distribuzione statistica delle frequenze delle vocali nel latino volgare e di
conseguenza nelle lingue e nei dialetti romanzi (dove la frequenza di “E” e “O”
chiuse è altamente superiore a quella di “E” e “O” aperte e a quella di “I” e
“U”) è evidentemente attesa l’alta frequenza teorica delle rime ‘siciliane’,
come d’altro canto la bassa frequenza teorica delle rime irriducibili al
siciliano. La situazione è ulteriormente squilibrata dalla ben nota povertà
lessicale dei poeti federiciani, che di fatto porta a una ulteriore restrizione
statistica delle probabilità di avere frequenze apprezzabili di tutte le
combinazioni vocaliche in rima. Si tratta quindi di una illusione ottica
oggettivamente concreta. Come del resto è una illusione ottica l’idea che ci
possa essere del toscano nella lingua dei poeti siciliani, quando invece le
concordanze con il toscano passano attraverso il latino, quindi c’è del latino
sotto, non del toscano. Visto che il vocalismo toscano è conservativo (quindi
prossimo al latino) e visto che la base della lingua dei poeti federiciani, il
volgare italico, è fortemente latineggiante, anche qui le somiglianze derivano
da una identità di fondo, ovvero il latino, in qualche modo fortuita. I
toscanismi veri e propri, come ad esempio la dittongazione, non sussistono
nelle rime federiciane, e sono addirittura più rari di quanto ci si potrebbe
attendere anche nella poesia successiva, che ha preso a modello la scuola
siciliana, attraverso il Petrarca (il quale ha accentuato ulteriormente
l’aspetto latineggiante della lingua).
Una direzione di ricerca interessante è utile a individuare
la ‘vera’ lingua dei siciliani del Trecento è il problema delle apocopi e delle
sincopi. Quanto alle sincopi, sappiamo che di solito mancano in siciliano, dove
il tipo coralemente in luogo di coralmente è siciliano e più in generale
meridionale. La presenza delle apocopi dopo -l, -n ed -r, invece, è molto interessante poichè
il codice Vaticano dà la forma piena che poi viene troncata (nelle edizioni
critiche) per far tornare la metrica e il ritmo. Su queste testimonianze
tuttavia, date in forma piena e apocopate per ragioni metriche, non faccio
affidamento perchè credo sì che la misura sillabica del verso dovesse tornare
ma non ci metto la mano sul fuoco poichè il computo sillabico nella poesia
antica non mi pare del tutto lineare e univoco e l’anisosillabismo è un fatto
del tutto strutturale e istituzionale nei testi delle origini. Sono invece
pienamente utilizzabili le numerose attestazioni di apocope che si accorda con
la metrica, in cui però le forme apocopate come amor e bon e par non possono assolutamente essere del
siciliano, poichè l’apocope è del tutto estranea al dialetto siciliano, e
fondamentalmente anche ai dialetti meridionali: nella “lettera in volgare siciliano del 1341” manca del tutto.
Dunque, la domanda è questa: se in queste sedi non si può avere una forma piena
come amuri e bonu e pari poichè essa
farebbe saltare la metrica, allora da dove vengono le forme apocopate? Nella “quaedam
profetia” (testo poetico siciliano del Trecento, il più antico testo
in siciliano) l’apocope è diffusissima, contro l’indole del dialetto siciliano,
come sono numerose le apocopi in “pir meu cori alligrari” di Stefano
Protonotaro. Che origine può dunque avere questa apocope, impiegata nella
versificazione (anche in quella in volgare siciliano, ma non nella prosa) ma
contraria al ritmo dei dialetti meridionali? La mia opinione è che dobbiamo
pensare che sotto questi testi ci sia una lingua in cui l’apocope dopo L ed R
ed N era un fatto normale e pienamente accettato. Situazione che va bene per il
toscano ma non va bene per il siciliano né per i dialetti meridionali continentali.
Dai pochi frammenti che abbiamo sappiamo però che l’antichissimo volgare
italico conosceva l’apocope davanti a consonante, ma non in pausa; una sorta di
compromesso tra la componente linguistica settentrionale, che aveva l’apocope
anche in pausa, e quella meridionale, che non l’aveva affatto. Considerando che
i Longobardi si estendevano dal Settentrione al Meridione, questa soluzione
coincide con la situazione tipicamente mediale della Toscana che sarà poi la
situazione italiana e che si manifesta, per esempio, nella compresenza di
conservazione delle sorde intervocaliche tipica del Meridione e di
sonorizzazione tipica del Settentrione (dunque ruota da lat. rota ma strada da lat. strata). E si ricordi che la Toscana è una regione culturalmente
centrale in età longobardica.
Quanto alle carte dei Barbieri, vorrei presentare un
ulteriore indizio (a quanto ne so, mai segnalato in letteratura, dunque da
ritenersi inedito) che mi rende sempre più convinto che la canzone “pir
meu cori alligrari” di Stefano Protonotaro sia una traduzione
piuttosto buona in siciliano da un testo precedente toscaneggiante: salvo la I
di “amori” e la U di “doluri”, i tre versi da 45 a 47 sono in italiano anche
nelle carte del Barbieri (<<ch’amori la ferisse de la lanza / che me fere
mi lanza / ben crederia guarire de mei doluri>>), palese residuo fossile
della veste linguistica originaria non siciliana del testo.
Veniamo adesso al citato frammento zurighese di Giacomino
Pugliese. Il testo viene comunemente considerato una conferma della sicilianità
linguistica dei testi della scuola federiciana. Ma, a mio modo di vedere,
presenta evidenti caratteri che dovrebbero orientare il giudizio in senso
contrario: esplendiente presenta un
dittongo non siciliano ed è termine dell’antico veronese, attestato (nella
forma splendiente) nella lauda “beneta sia l’ora”; albur presenta il vocalismo U
presente anche nel termine calur
dell’antica canzone trevigiano-bellunese di Auliver che è un testo con forte
carattere vernacolare; lu è il
normale articolo del friulano antico (come ha già sostenuto anche il Brugnolo)
quindi non si può tenere in conto per la tesi sicilianista; as è tipicamente veneto e friulano; men (nelle locuzioni del manoscritto
<<men cor>> e <<men braço>>) è possessivo fatto
sull’obliquo (alla francese cioè); dya,
attestato nel verso 47 della “elegia
giudeo-italiana” è però anche del “biello
dumlo” in antico friulano (nella forma dio, con passaggio cioè di –a
ad –o nell’atona finale secondo un
movimento vocalico diffuso nel friulano antico); formamo (= “formammo”) e podoso
(= “potesse”) sono forme tipicamente friulane; disist e descendist sono
forme metafonetiche settentrionali; eu
è forma del tutto canonica nel Nord; posse
per “posso” presenta uscita in –e
tipica dei dialetti veneti, in ispecial modo montagnini (cioè bellunese,
feltrino e trevigiano); infine, il vocalismo atono finale complessivo di questo
testo è quello tipico della coinè
alto-italiana delle origini e ze per
la terza persona del verbo essere è sfacciatamente veneto! Ci troviamo insomma
davanti un testo in coinè alto
italiana, cioè in quella che chiamo “lingua lombarda”, con forti tracce di
friulano e di veneto montagnino, che orientano verso un’area linguistica
trevigiano-bellunese-friulana. Per essere preciso, non è un testo dialettale,
ma un testo della coinè settentrionale,
in cui però il copista fa trasparire chiaramente tratti veneti orientali
montagnini e friulani, probabilmente collegati a una fase arcaica di
solidarietà linguistica tra il friulano occidentale di montagna e il
trevigiano-bellunese. È quindi un testo linguisticamente di grande importanza,
ma chiaramente una traduzione poichè altrimenti significherebbe (e non mi sento
certo di affermarlo) che i poeti federiciani scrivessero nella coinè settentrionale. Una delle ragioni
per cui questo testo è preziosissimo è che mantiene e testimonia arcaismi
straordinari quali albur e il
possessivo men che però si collocano
pienamente all’interno del sistema settentrionale del trascrittore, poichè è
ovvio che Giacomino Pugliese non era veneto né friulano.
Vorrei a questo punto aggiungere qualche osservazione in
merito alla frequenza delle rime trivocaliche. Tali rime hanno frequenze
naturalmente basse poichè le vocali che le producono sono a frequenza
statisticamente bassa già di per sé rispetto all’universo delle occorrenze:
queste rime sono poche perchè non possono che essere poche. Se poi interveniamo
con l’ipotesi del latinismo, riduciamo la possibilità statistica di trovare
rime che sfuggono alla soluzione del Parodi; e se aggiungiamo anche i
gallicismi, il numero delle rime utili si riduce ancora e così via. Se,
insomma, pur di rimanere fedeli alla teoria sicilianista. facciamo ricorso a
ogni altro possibile sistema romanzo di esiti che ci possa fornire soluzioni
adottabili ad hoc, le occorrenze di
rime trivocaliche si riduce fino ad annullarsi poichè tale è il ventaglio del
vocalismo romanzo che da qualche parte troveremo una forma che ci può servire
per difendere la rima siciliana. Ma, secondo me, è una strada pericolosa e irta
di perigli. Se invece si è realmente interessati alla verità più che a
difendere campanilisticamente una teoria, bisogna appurare se la soluzione
trivocalica presenti vantaggi o meno (intendo vantaggi non economici, ma di
rispetto nei confronti della tradizione manoscritta e di migliore accordo con
il quadro culturale, soprattutto in mancanza di tracce di siciliano diverse
dalla rima).
CONCLUSIONI
Una minuta analisi dei fenomeni linguistici indipendenti
dalla rima ci ha permesso di stabilire che la lingua è ricca di meridionalismi
generici, di ambito soprattutto continentale, ma praticamente priva di
sicilianismi specifici, ad eccezione di pochi vocaboli quali aventurusa, preio, licco, micidare, paccio, singa, lumia, ‘ntrasatto e avisaturi. In definitiva, però,
l’ipotesi sicilianista si dimostra del tutto illusoria e superflua poichè i
pretesi tratti siciliani sono del tutto illusori, spiegandosi tutti agevolmente
all’interno dell’area linguistica nord-orientale. Dal punto di vista
linguistico è più potente la teoria della rima trivocalica, perchè contiene in
sé la spiegazione delle rime I : E e U : O. Dobbiamo quindi ritenere che i
testi della scuola poetica federiciana ci siano stati trasmessi da testimoni
sostanzialmente fededegni con solo una leggere, superficiale e non sistematica
patina toscaneggiante (al massimo qualche ò
per aio e ave in sede metrica non obbligata, io per eo, pregio per preio, e ragione per rasone) ma non di più.
REPERTI LOMBARDI DELLA SCUOLA FEDERICIANA
Nel variegato panorama delle nostre origini letterarie, la
trascrizione di un testo al di fuori dei confini territoriali e culturali entro
i quali è stato prodotto può essere letta come una particolare declinazione del
tema dell’apprendimento linguistico. In effetti ogni copista, nell’approccio a
un testo allotrio, si trova a maneggiare e in parte a reinterpretare non solo
un volgare diverso da quello materno, ma anche una grammatica poetica precisamente
codificata e in certo grado vincolante. Esemplare in questo senso, nella misura
in cui ha contribuito alla fioritura della prima lirica italiana, è il caso
della ricezione toscana e settentrionale delle liriche della scuola poetica
siciliana, che una recente scoperta ha arricchito di una nuova e preziosa testimonianza
manoscritta.
Il ritrovamento riguarda una piccola silloge di testi
trascritta a Bergamo da una mano notarile, verosimilmente entro il terzo quarto
del Duecento come lasciano supporre i dati esterni di carattere storico e
codicologico, sul retro di un rotolo
di pergamena compilato in latino dal medesimo scriba o da mano affine e recante
sulla parte anteriore i commi di un codice di regolamento per lo svolgimento di
un gioco d’armi entro le mura cittadine (forse databile agli anni Ottanta del
Duecento), e un elenco di multe comminate ai partecipanti (tutti esponenti del
patriziato bergamasco) rei di averne violato le regole. Esaurita la contingente
validità del documento, il rotolo fu, poi, prima riutilizzato come supporto ‘di
riciclo’ per la redazione della silloge poetica e successivamente smembrato in
tre segmenti, venne adoperato come rinforzo della costola di un altro
manoscritto: una raccolta di statuti e atti privati duecenteschi concernenti la
fondazione del castrum di Comune
Nuovo nel bergamasco, ed è ora conservato presso la Biblioteca Civica “Angelo
Mai” di Bergamo con segnatura “Cassaforte
2.19”. (Il codice contiene anche, nelle ultime carte, una silloge di
laudi in antico volgare bergamasco, trascritte da una mano pienamente
trecentesca.)
Le tracce poetiche (forse la prova ad oggi più antica della
circolazione in forma antologica, e non per frustoli isolati, delle poesie
federiciane, dato che si può infatti supporre che la copia dei testi preceda di
qualche tempo la compilazione dei canzonieri Laurenziano e Palatino, assegnati
dalla critica agli anni Novanta del Duecento) consistono negli ampi frammenti
di quattro canzoni, finora note soltanto per la testimonianza dei canzonieri
toscani.
Le trascrizioni bergamasche rappresentano una fase della
tradizione testuale più antica e in alcuni punti migliore (per lingua e
varianti sostanziali) di quella testimoniata dalle copie contenute nei
canzonieri. Tuttavia, considerato lo stadio embrionale delle indagini, poco si
può ancora dire sulla questione spinosa che sempre si pone ad ogni affioramento
non toscano dei versi della Magna Curia:
quella, cioè, della posizione stemmatica di queste tracce rispetto all’archetipo
toscanizzato, dal quale, ad oggi, soltanto due episodi della tradizione della
lirica insulare si possono considerare sicuramente indipendenti: le
sopravvivenze del perduto “libro
siciliano”, silloge trecentesca appartenuta all’erudito modenese Giovanni
Maria Barbieri (1519-1574) che ne trascrive nelle proprie carte, conservandone
la veste linguistica originaria, alcuni stralci (i testi “pir meu cori alligrari” di Stefano Protonotaro; la prima
stanza di “allegru cori plenu”;
le ultime due di “s’eo trovasse pietanza”
di Re Enzo; e le prime quattro stanze della canzone “isplendiente stella d’albur” di Giacomino Pugliese, il più
antico frammento siciliano ad oggi noto, datato intorno al 1235, rinvenute da Giuseppina
Brunetti nelle carte di guardia di un codice delle “institutiones” di Prisciano conservato a Zurigo).
Si può invece fin d’ora sottolineare come la scoperta
bergamasca configuri, ad oggi, la propaggine più occidentale della diffusione
della poesia siciliana nell’Italia settentrionale: un’espansione che, tra la fine
del secolo XIII e l’inizio del XIV, per quanto se ne sapesse, non eccedeva i
limiti territoriali e culturali di quell’area padano-orientale compresa tra gli
estremi geografici di Bologna a sud-ovest
e della Marca trevigiana a nord-est. La
traccia zurighese testimonia un significativo acclimatamento della lirica
siciliana nei territori della Marca, che non pare azzardato ricondurre ai
frequenti passaggi di Federico e della sua corte in quelle terre a partire
dagli anni Trenta del Duecento, quando si instaura un legame d’elezione tra
l’imperatore e la famiglia da Romano, già ospiti e mecenati dei trovatori. Non
meno interessanti sotto il profilo della geografia della tradizione, pur
essendo cronologicamente seriori e con ogni probabilità già dipendenti
dall’archetipo toscano, sono poi le sparute tracce poetiche siciliane
localizzate a Bologna: qui la feconda ricezione della prima lirica italiana va
di pari passo con la precoce trasmigrazione di testi attraverso l’Appennino,
con la vivacità culturale del centro universitario, e soprattutto con la
vastità degli interessi poetici (e in certa misura l’orgoglio intellettuale)
della classe notarile tra Duecento e Trecento. A fianco delle trascrizioni
delle liriche stilnoviste e di un folto sottobosco di testi anonimi, le carte
dei Memoriali bolognesi tramandano infatti, all’altezza del 1288, le prime tre
strofe di “madonna, dir vo voglio”
di Giacomo da Lentini. E sempre a Bologna e all’ambito giuridico, ma con
attinenza più a un contesto universitario che amministrativo, riconducono due
schegge poetiche (due versi vagamente riecheggianti “madonna dir vo voglio” e tre versi della canzone “lo gran valore e lo pregio amoroso” di
Mazzeo di Ricco) rinvenute ancora da Brunetti nelle carte di guardia di un exemplar della “margarita decretorum”
di Martin Polono, semicelate negli interstizi di una corona di sonetti amorosi di
provenienza forse aretina. A Bologna, dunque, si attestavano le uniche,
risicate occorrenze manoscritte della poesia federiciana a nord dell’Appennino, e anche le prime prove indirette della sua
fortuna, rappresentate da tentativi (trevigiani e forse mantovani) di
reinterpretazione autoctona di forme, motivi e tòpos di ascendenza siciliana.
Il recente rinvenimento, per quanto isolato e occasionale,
produce invece una significativa eccezione nel quadro comunemente tracciato
dalla critica: il più antico documento bergamasco a oggi noto, databile agli
anni Novanta del secolo, sono gli esempi volgari contenuti in una grammatica
latina anonima, editi e commentati da R. Sabbadini nel 1905; in una veste assai
meno connotata in senso dialettale, ma comunque non avara di spie che ne
localizzano la trascrizione, si presenta l’altro testo sicuramente ancora
duecentesco riconducibile a Bergamo (forse da un antigrafo emiliano?), cioè la
“passio
Christi” edita da M.
Corti nel 1965. Il fatto che il più antico reperto di scrittura in volgare
proveniente da Bergamo, precedente di almeno un decennio l’affioramento di una scripta municipale, coincida con una silloge
di componimenti siciliani, è ulteriore spia della straordinaria fortuna del
genere lirico e della capillarità e precocità della sua diffusione, anche in un
contesto (quello bergamasco e più latamente lombardo) tradizionalmente
considerato periferico rispetto ai percorsi della nostra prima poesia cortese e
del volgare illustre che ne fu lo strumento espressivo. Tuttavia, che nel
tessuto sociale del comune bergamasco sussistessero, nella seconda metà del
XIII secolo, le condizioni per la circolazione e l’acclimatamento della poesia
italiana più in voga non pare affatto sorprendente, soprattutto se si pensa
alla presenza in città di un ceto di professionisti potenzialmente ricettivo
rispetto ai prodotti della nuova letteratura volgare: ci si riferisce, naturalmente,
alla classe notarile, una casta di laici colti ben organizzata e numericamente
corposa, i cui membri, a Bergamo come altrove, si trovavano continuamente
esposti al contatto professionale e intellettuale con i colleghi lombardi,
emiliani, toscani, che si avvicendavano entro le mura cittadine, con cadenza
annuale o semestrale, al seguito dei podestà forestieri.
Che sia esistito un significativo legame tra la nascita e la
diffusione della lirica siciliana dall’un lato e lo sviluppo delle professioni
giuridiche dall’altro è del resto aspetto noto e ampiamente indagato nell’ambito
degli studi sulle origini: notai o giudici furono alcuni tra i maggiori
interpreti della Scuola, ed eminentemente notarile fu l’ambiente della sua
prima ricezione peninsulare, come documentano in maniera esemplare la
situazione toscana e bolognese, e conferma ora, si parva licet magnis componere, il ritrovamento lombardo. L’indagine
linguistica condotta su una copia bergamasca, duecentesca, di testi siciliani
probabilmente già rivestiti di una patina continentale, e per di più redatti da
un professionista abituato a scrivere in latino, impone di procedere con
cautela nell’affrontare un sistema plurimo in cui i livelli di lingua si
intrecciano in maniera talora inestricabile.
Al netto degli esiti generici ampiamente attesi in un testo
copiato nell’Italia del nord (evoluzione dei nessi palatali CE, CI e dei nessi
con jod in affricata dentale [TZ] e
[DZ]; assibilazione di C intervocalico; evoluzione di nesso LJ in [J]; e scempiamento
delle consonanti geminate), il sistema lombardo del trascrittore emerge con
particolare evidenza nei casi di dileguo delle atone finali diverse da A:
queste cadono non soltanto dopo consonante liquida o nasale, ma anche dopo S e
dopo gruppi composti da N + dentale (naturalmente tenendo in conto solo i casi
di apocope riconducibili all’ultimo trascrittore o, quantomeno, a una
tradizione di copia lombarda e non invece quelli che potrebbero risalire al
dettato poetico dei modelli, siciliani o meridionali continentali che fossero).
Più numerosi delle apocopi sono, tuttavia, i casi di conservazione,
specialmente nel corpo del verso, dove il mantenimento delle finali sembra
inteso a preservare gli equilibri metrico-ritmici del testo di partenza. Un
discorso simile vale per le serie di rimanti, che registrano (anche al netto
delle uscite in A, ovviamente non modificabili) una decisa prevalenza delle
forme piene su quelle tronche.
Significativi in ottica localizzante, ma del tutto sporadici
e quindi meno incisivi sul colore linguistico dei testi, sono poi i due seguenti
fenomeni grafico-fonetici pertinenti all’area lombarda: l’utilizzo, ma in soli
tre luoghi (nessuno dei quali, peraltro, esente da dubbi di carattere paleografico),
delle grafie arcaizzanti TH e DH per i due gradi di lenizione della dentale
intervocalica (per il resto, le dentali intervocaliche risultano sempre
conservate nella loro forma etimologica, laddove a Bergamo ci si attenderebbe,
quantomeno, una sonorizzazione delle dentali intervocaliche; e i due casi di
caduta, caratteristica (ma non esclusiva, trovandosi anche nell’antico
milanese) delle varietà bergamasca e bresciana, di -N riuscita finale dopo
vocale tonica.
A un secondo livello del sistema pertiene un novero di forme
regolarmente obliterate nelle copie toscane dei nostri testi, ma che potrebbero
risalire recto tramite agli originali
siciliani. Vanno anzitutto ricondotte con una certa sicurezza alla lingua degli
originali le desinenze in I della terza persona singolare dell’indicativo
(presente e passato remoto) dei verbi in E. Vi è poi una serie di esiti che,
pur essendo caratteristici del siciliano illustre, non risultano incompatibili
neppure con le componenti essenziali (lombarda e latina) della lingua scritta
del nostro notaio: cosa che, all’atto della copia, può averne favorito la
conservazione per ragioni di tangenza linguistica.
Mi riferisco, per il vocalismo, alla chiusura ‘siciliana’ di
[E] in [I], osservabile soprattutto nella trascrizione di D, dove si verifica
sia in sede tonica sia in sede atona. Ora, l’esito [I] da [E] tonica trova riscontri
antichi anche in area lombarda, segnatamente nelle scriptae bergamasca e mantovana, e in misura minore in quella
milanese. In sede atona, riconducono soprattutto a Bergamo (ma si danno anche casi
mantovani) l’uscita I da AE dei
plurali femminili e la desinenza Ti da TĬS
della seconda persona plurale dell’indicativo presente.
Nel consonantismo, rimonta al siciliano la mancata evoluzione
di jod iniziale nell’aggettivo justo, che il copista, aduso al latino,
può avere interpretato (e di conseguenza rispettato) come grafia dotta; lo
stesso può dirsi per il mantenimento del grafema ‹c› intervocalico nei tipi come
placente, presenti nei nostri testi
accanto a plaçente, esiti meglio
rappresentativi delle condizioni fonetiche locali. Non può stupire, infine, la
conservazione senza eccezioni dei nessi di consonante + L (come clamar e clamasse) del tutto comune nel siciliano illustre ma di larga
attestazione anche nei volgari lombardi, veneti ed emiliani delle origini,
oltreché, naturalmente, caratteristica del latino.
Da questa prima bozza d’analisi risulta come il sistema
lombardo del copista agisca sulla tessitura fono-morfologica dei testi in
maniera chiara ma al contempo non prevaricante. È particolarmente significativo,
in tal senso, che alcuni dei tratti linguistici propri dell’antico lombardo che
abbiamo elencato si configurino, nelle nostre copie, più come episodi di conservazione
rispetto a esiti coincidenti con il siciliano illustre, che come vere e proprie
concessioni all’idioma locale. Altri fenomeni localizzanti, come l’apocope e
(tipica di Bergamo e Brescia) la caduta di N finale dopo tonica, si manifestano
in proporzioni contenute e non risultano pervasivi; altri ancora, la cui
presenza avrebbe definitivamente certificato la paternità orobica delle
trascrizioni (nei fatti proponibile soltanto sulla base dei dati esterni
riguardanti il contesto della copia), mancano del tutto: è il caso, per citare
un solo esempio, dell’art. ol, qui
non attestato a scapito del tipo di coinè
“lo”, quasi certamente lezione
d’antigrafo conservata senza eccezioni.
In definitiva, sia che muova da un antigrafo in siciliano,
sia che (come pare più probabile) lavori su testi già linguisticamente modificati
dal passaggio sul continente, il copista bergamasco finisce per conservare, entro
certi limiti, la fisionomia metrica e linguistica dei suoi modelli, e nel
complesso a contenere, anche grazie alla mediazione culta del latino, le
deviazioni dialettali suggeritegli dal suo sistema di base.
ANCORA SULLE RELIQUIE
LOMBARDE DUECENTESCHE DELLA SCUOLA FEDERICIANA
PREAMBOLO
La recente scoperta di una piccola silloge di liriche della scuola
poetica federiciana, trascritte a Bergamo su una pergamena di riuso tra gli
anni Cinquanta e Settanta del Duecento, ripropone il tema della diffusione
nell’Italia settentrionale dell’opera dei poeti federiciani. Il reperto
tramanda, sul recto, un elenco di provvedimenti sanzionatori emessi dalle
magistrature comunali di Bergamo contro alcuni nobili cittadini partecipanti a
un torneo; sul verso, vergati in lettera corsiva dalla stessa mano notarile, i
frammenti di quattro canzoni della scuola siciliana, note fino a oggi dai soli
canzonieri delle origini: “oi lasso! non
pensai” di Ruggerone da Palermo, “contra
lo meo volere” di Paganino da Serzana, “donna,
eo languisco e no so qua· speranza”
di Giacomo da Lentini, “amore m’ave priso”
di Percivalle Doria. I testi sono di ragguardevole interesse per cronologia,
sostanza testuale e facies
linguistica.
IL MANOSCRITTO
Il manoscritto Cassaforte 2.19 della Civica Biblioteca
“Angelo Mai” di Bergamo, proveniente dall’archivio del Consorzio della
Misericordia Maggiore, trasmette una raccolta duecentesca di capitoli statutari
e scritture notarili latine (denunciamenta,
sententiae, e atti di cessione)
riguardanti la gestione e lo sfruttamento delle risorse idriche del contado
bergamasco, e in particolare di quella fascia di campanea compresa tra gli attuali centri di Comune Nuovo e Zanica.
Il codice, membranaceo, rilegato in cartone rigido rivestito
di pelle marrone, si compone di 49 carte numerate modernamente, in rosso, sia
sul recto che sul verso (da 1 a 98). La compilazione della
silloge documentaria, che occupa le cc. 1-93, è riconducibile a diverse mani
avvicendatesi nel tempo, la cui opera non pare essere proseguita oltre gli anni
Settanta del Duecento (come v’è motivo di credere osservando l’arco cronologico
lungo il quale si distribuiscono i documenti copiati: il più antico si data al
1243, il più recente, una cartula convencionis trascritta alle cc. 41-42,
al 5 maggio 1269); all’incirca a questo periodo sarà ragionevole far risalire
anche la coperta originaria del manoscritto, consistente in un foglio di
pergamena rigida, tempestato di scritture seconde (perlopiù organiche a quelle
delle mani che hanno redatto la silloge) e attualmente conservato separatamente
in apertura di codice, in testa al primo fascicolo. Alle cc. 93-98, lasciate in
bianco, una mano ascrivibile al pieno XIV secolo (forse un confratello della
Misericordia) ha redatto una piccola antologia di testi religiosi in volgare,
in versi e in prosa (cc. 93-95: “leggenda
dei Dieci Comandamenti”, o “decalogo
bergamasco”; c. 96: “Salutatio Virginis Marie”; c. 97:
parafrasi dell’“Ave Maria”; c. 98:
“leggenda di Sant’Uberto”), che si
annoverano tra le più antiche e genuine testimonianze della scripta bergamasca trecentesca.
Le 49 carte costituenti il volume hanno subito un sensibile
incremento numerico in occasione dell’ultimo, pregevole intervento di restauro,
eseguito dal sig. Carlo Valli all’inizio degli anni Ottanta. Smembrando la
legatura originaria del codice, il Valli ha infatti rinvenuto tre segmenti di
pergamena di riuso, fittamente scritti su entrambi i versi in una littera cursiva notarile pienamente
duecentesca, forse riconducibile a una stessa mano. I frammenti, di forma
approssimativamente rettangolare e delle dimensioni medie di mm. 250 x 120,
sono quasi certamente i membra disiecta
di un caratteristico rotolo notarile che doveva misurare, in origine,
all’incirca mm. 800/850 x 130/150. Adattati tramite rifilatura dei bordi e
piegati per il lungo, i tre pezzi erano stati sovrapposti e incollati al dorso
interno della coperta pergamenacea, a mo’ di rinforzo, probabilmente in
occasione della legatura del libro, eseguita forse, come già detto, intorno
agli anni Settanta del Duecento. Una volta provveduto allo stacco, alla
spianatura e alla pulitura, il Valli ha legato i tre segmenti di pergamena in
coda al manoscritto (del quale oggi costituiscono le cc. 99, 100 e 101),
rendendo fruibile a tutta la medievistica italiana un reperto di eccezionale
rilevanza.
Un caso assai fortunato infatti vuole che i frammenti
recuperati dal Valli tramandino su entrambi i versi testi d’importanza
capitale. Sul recto, le vestigia di
un documento notarile di carattere normativo forniscono informazioni preziose,
e in parte inedite, sulle modalità di svolgimento di un torneo, a Bergamo,
intorno alla metà del Duecento. Sul verso,
si attesta invece la più antica antologia di liriche della scuola federiciana
ad oggi nota e la seconda più antica testimonianza tout-court della circolazione scritta (nuovamente riconducibile
all’Italia settentrionale, e per la prima volta alla Lombardia) delle poesie
della corte federiciana: certamente successiva al frammento di Giacomino
Pugliese rinvenuto da Giuseppina Brunetti, ma con tutta probabilità precedente
il memoriale bolognese del 1288 contenente il testo di “madonna, dir vo voglio”.
IL REPERTO BERGAMASCO
Veniamo adesso a esaminare il prezioso reperto bergamasco
della scuola federiciana. Il recto di
c. 99, il cui margine superiore, conservato, doveva coincidere con una delle
due estremità del rotolo smembrato (l’altra consisteva con ogni probabilità nel
margine superiore, perduto, di c. 100), ospita, troncata dalla rifilatura
inferiore della carta, una lunga lista di condemnationes
in solido emanate da Bartolomeo de Ceppo e Uberto Bergonzi, anziani del popolo
di Bergamo, nell’occasione di un torneo, e più precisamente di un “bigordo” (I
bigordi altro non sono se non le aste da torneo, e saranno proprio questi
strumenti a dare all’armeggeria l’altro nome di bigordo con il quale è
conosciuto. Il bigordo è quell’esercizio che consiste nel fare effettuare al
cavallo una breve e veloce corsa contro un ostacolo, frequentemente un muro,
sul quale devono infrangersi fragorosamente le lance), tenutosi entro le mura
cittadine. Le sanzioni vanno a colpire un ristretto gruppo di esponenti del
patriziato locale, che, partecipando alla tenzone, ne avevano violato i
regolamenti. L’elenco completo dei milites
coinvolti nell’astiludium è ancora
leggibile sul recto di c. 100 (In testa alla carta, troncato dalla rifilatura,
si legge ancora il sintagma “astiludium
celebrare” e, poco sotto, l’elenco dei partecipanti: Belfante, Enrico e
Oldino Rivola, Federico Bonghi, Aido di Grumello, Martino dei Capitani di
Mozzo, Uberto Adelasi, Guglielmo Bedeschi, Salvatore di Castello, Bertramo di
Greco.), immediatamente seguito da quelli che sembrano essere i primi tre commi
del codice di regolamento, redatti in forma di statuto. Il recto di c. 101 tramanda altri due commi del codice, seguiti da
un’ulteriore lista di condemnationes,
la cui particolarità risiede (almeno per quelle redatte in prossimità del
margine inferiore) nell’essere state scritte con orientamento contrario (vale a
dire dal basso verso l’alto) rispetto alla porzione di testo che le precede:
dinamica che si ripete identica sul verso, esattamente nello stesso punto, per
i testi delle poesie (Si può infatti supporre che lo scrivente, per una
semplice ragione di comodità, una volta raggiunta la metà del rotolo lo abbia
ruotato di 180°.). Il fatto che nelle condemnationes
di c. 101r si possa riconoscere la diretta continuazione di quelle di c. 99r
(La garanzia che le cc. 99 e 101 fossero in origine un segmento continuo, di
cui c. 99 costituiva il frammento superiore, è fornita dalla successione delle
date che accompagnano le condemnationes),
unito al singolare svilupparsi delle scritture in senso opposto l’una
all’altra, permette di ricostruire con pochi dubbi la fisionomia originaria del
rotolo.
Esauritasi rapidamente la validità delle scritture ospitate
sul recto, una mano notarile (la
stessa che ha esemplato i testi del recto secondo il De Robertis o una mano
coeva ad essa affine secondo l’Antonelli) ha riempito l’ampio spazio di
pergamena (ormai, si potrebbe azzardare, “di riciclo”) disponibile sul verso del rotolo redigendovi una breve
ma significativa antologia poetica. La testimonianza bergamasca si iscrive a
pieno titolo in quel genere di trascrizioni poetiche di carattere avventizio
per le quali è invalsa, di recente, l’etichetta critica di “tracce”: si tratta
di preziosi lasciti interpretabili quali espressioni consapevoli e volontarie
che gli scriventi rivolgono a se stessi, manifestazioni rappresentative di un
ceto specializzato professionalmente, fornito di buone competenze grafiche e
attitudini intellettuali, inserito in una società altamente alfabetizzata,
all’interno di un ambiente estremamente agonistico, in grado di favorire
numerose occasioni di scambio. La raccolta, adespota, comprende ampi frammenti
di quattro canzoni (È del tutto comune che in questo genere di tradizione
“sotterranea” della lirica delle origini la trasmissione dei testi avvenga,
specialmente nel caso della trascrizione di canzoni, per frammenti e segmenti
incompleti, quasi in florilegio.), tutte attribuibili ad autori della prima
generazione della scuola federiciana e note fino a oggi dalla sola
testimonianza dei canzonieri delle origini. I versi, copiati in una corsiva
meno tachigrafica di quella osservabile sul recto,
sono vergati a tutta pagina in scrittura continua, talora separati dal punto
metrico o dall’equivalente barra verticale; a c. 100v, l’unica a contenere più
testi consecutivi, ogni lirica è separata dalla precedente da un tratto di
penna che taglia orizzontalmente la pagina. Il primo testo poetico rinvenuto,
lungo la metà inferiore di c. 99v troncata dalla rifilatura, coincide con le
stanze I-III della canzone “oi, lasso!
non pensai”, attribuita a Federico II o, forse con maggiore
autorevolezza, a Ruggerone da Palermo.
Nella parte superiore di c. 100v si leggono un frammento
dell’ultimo verso della prima e l’intera seconda stanza della canzone “contra lo meo volere” di Paganino da
Serzana, tràdita da tutti i canzonieri nella sua versione completa di 6 stanze.
La porzione di pergamena troncata dalla rifilatura e ospitante la prima stanza
della canzone avrà misurato, all’incirca, mm 50 x 130: un frammento del tutto
sufficiente a colmare la lacuna non solo del testo di Paganino, ma anche delle
poche righe iniziali di cui è mutilato, a c. 101r, il codice di regolamento
dell’astiludio: se ne può dedurre con una certa sicurezza che nessuna lirica,
sul verso del rotolo, precedesse “contra
lo meo volere”. La poesia di Paganino è seguita dalla copia delle prime
tre stanze (su cinque) della canzone “donna,
eo languisco e no so qua· speranza” di Giacomo da Lentini, testimoniata,
nella sua redazione completa, dal solo canzoniere Vaticano.
Sempre al Vaticano si doveva, fino a oggi, l’unica
attestazione della canzone “amore m’àve
priso” di Percivalle Doria. Delle tre stanze che compongono il testo, il
manoscritto bergamasco presenta le prime due, in pessimo stato di
conservazione, redatte in coda al componimento del Notaro, lungo il margine
inferiore di c. 100v e in testa a c. 101v (dettaglio, questo, che cancella ogni
residuo dubbio circa la contiguità di questi due frammenti nella composizione
originaria del rotolo).
All’altro capo di c. 101v, e con un orientamento di
scrittura opposto rispetto al testo di Percivalle, si individuano a fatica
alcuni versi che, per quanto è dato di leggere, e in ragione della dimostrata
contiguità delle cc. 99-101, parrebbero interpretabili come il segmento
conclusivo (ultimi versi della III stanza e congedo) di “oi lasso! non pensai”. Stando così le
cose la lirica di Ruggerone (o Federico) sarebbe, nel ristretto contesto della
silloge bergamasca, l’unica canzone trascritta per intero, copiata in senso
inverso rispetto alla sequenza sicura formata dal trittico
Paganino-Notaro-Percivalle.
IPOTESI DI DATAZIONE DEL REPERTO BERGAMASCO
Spesso avviene che per i testi, in particolare lirici,
occasionalmente redatti su supporti documentari, lo studioso disponga di una
serie di elementi esterni che permettono di datarne, più o meno
approssimativamente, la trascrizione.
Nel caso della raccolta del codice bergamasco, il terminus ante quem coincide con la data
dello smembramento del rotolo e del suo riutilizzo come rinforzo di coperta,
che qualche buon argomento permetterebbe di collocare, lo si è anticipato,
entro gli anni Settanta del Duecento.
Il post quem
dipende naturalmente dalla datazione del testo latino vergato sul recto, desumibile con discreta
approssimazione da un’indagine archivistica sul ricco repertorio onomastico da
esso offerto. Dei risultati, certo perfettibili, di un primo spoglio
documentario, condotto principalmente su materiali d’archivio bergamaschi, si
propone di seguito una rapida sintesi.
Un miles di nome
Enrico Rivola, esponente di spicco della parte guelfa locale, vanta una
rispettabile carriera podestarile, esercitata a Vicenza nel 1233, a Cremona nel
1237 e nel 1238, a Mantova nel 1247, a Milano nel 1268. Ancora in vita nel
1272, Enrico dovette giocare un ruolo di primo piano anche nelle vicende
politiche della sua città d’origine, dove la residua documentazione lo segnala
costantemente attivo. Pare invece destituita di ogni fondamento la notizia,
riportata dal Foresti, circa il bando da Bergamo e la confisca dei beni che
avrebbe colpito, nel 1247, Enrico e la sua famiglia. In una carta del 1249 un
Oldino Rivola filius quondam Jacobi,
insieme al nonno Oldo e allo zio Alessandro, investe una fondazione religiosa
di alcuni beni di proprietà della famiglia. La sua figura non è probabilmente
da sovrapporre a quella dell’Oldino (o Uldino) podestà degli anziani del
popolo, citato in un denunciamentum
del 1257 e forse coincidente con l’Oldinus
filius condam domini Alexandri nominato in una carta vendicionis del 1272.
Belfante Rivola, capostipite di un ramo autonomo della
famiglia, compare, insieme a Guglielmo Bedeschi, tra i maggiorenti del comune
che nel 1251 si adoperano per la stipula della pace con Brescia. In un
documento del 1258 lo stesso Belfante figura come tutore del figlio minorenne
di una vedova, al fianco di un Federico Bonghi, membro di un’altra influente
famiglia guelfa della città, che vanta, tra il 1225 e il 1274, un certo numero
di comparse documentarie.
Un Aido di Grumello alterius
condam Aydi, di famiglia ghibellina, è parte in causa in una controversia
su proprietà fondiarie testimoniata da due denunciamenta
(1257) e una sententia (1255), nella
quale tra l’altro compare, in capo all’elenco dei testes rogati, Salvatore di Castello.
La registrazione di un’investitura fondiaria del 1244,
citata nello statuto di Bergamo del 1263, ne identifica come beneficiari, tra
gli altri, Uberto Adelasi e Guglielmo Bedeschi; lo stesso documento segnala,
nel ruolo di fideiussore dell’Adelasi, un Uberto Bergonzi filius domini Petri.
Di Bertramo dei Greci (o Greco) si sa che fu podestà di
Milano, per la parte guelfa, nel 1267, mentre non si è rinvenuta, al momento,
alcuna notizia d’archivio riguardo al ghibellino Martino di Mozzo e all’anziano
del popolo Bartolomeo de Ceppo.
Gli affioramenti documentari permettono di datare la nascita
di almeno tre dei personaggi coinvolti nell’astiludio (Enrico e Belfante
Rivola, Federico Bonghi) tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo; quanto
agli altri, non si può escludere che fossero di qualche anno più giovani. La
comune partecipazione di questi milites
a un gioco d’armi andrà ragionevolmente collocata tra gli anni Trenta (quando
l’istituzione della Societas Populi
[1230] inaugura a Bergamo un periodo di relativa pace sociale tra le fazioni
nobiliari in lotta) e i primi anni Cinquanta del secolo.
Ora, i due riferimenti cronologici leggibili a c. 99r in
calce alle condemnationes sono
compatibili, entro il Duecento, con un novero ristretto di anni. Le opzioni che
meglio convengono al quadro qui tratteggiato sono quelle del 1238, del 1249 e
del 1255, con una significativa preferenza per la data di mezzo, se si
considera che nel 1238 Enrico Rivola era impegnato nella podesteria cremonese,
e che nel ’55 alcuni dei milites
ricordati dovevano essere ormai troppo anziani per gareggiare in un bigordo,
per quanto, partecipazione ai giochi non poneva di fatto alcuna limitazione né
di età né di categoria sociale: a Piacenza nel 1090, a Perugia nel 1260 e a
Modena nel 1327 vediamo coinvolti tanto milites
quanto pedites con i rispettivi
figli.
Allo stadio attuale delle ricerche si è dunque portati a
credere che la trascrizione delle liriche siciliane sia avvenuta tra gli anni
Cinquanta e Settanta del Duecento, forse per mano di un notaio della
cancelleria comunale di Bergamo, identificabile con lo stesso estensore del
documento vergato sul recto o, tutt’al più, con un suo collega.
ALCUNE ANNOTAZIONI LINGUISTICHE
Un primo spoglio della lingua dei frammenti lirici permette
di individuare un diasistema, in cui la chiara fisionomia lombarda della scripta del notaio si stempera nei
modelli nobili del latino e della lingua poetica dei testi trascritti. Lo
strato linguistico superficiale depositato dal copista lascia affiorare,
specialmente nelle canzoni di Giacomo e di Paganino, un drappello di varianti formali
che, obliterate dalla toscanizzazione negli altri testimoni noti, parrebbero
riconducibili, con qualche cautela, al siciliano illustre degli autori.
Se tali emergenze, unite all’antichità del reperto,
permettano di inferire la discendenza del reperto bergamasco da una dorsale di
trasmissione indipendente dalla tradizione toscana, è questione affascinante
ma, per lo stadio embrionale delle ricerche, non ancora affrontabile.
Ci si limiterà qui a fornire una rassegna dei tratti
linguistici più significativi, rimandando ad altra occasione un’indagine che si
preannuncia particolarmente complessa. Caratterizza marcatamente la scripta del
reperto nella direzione dell’antico lombardo la coesistenza dei seguenti
tratti: 1) l’utilizzo occasionale delle grafie arcaizzanti TH e DH per i due
gradi di lenizione della dentale intervocalica; 2) una discreta incidenza del
dileguo delle atone finali, non soltanto dopo liquida e nasale, ma anche dopo
S, T e gruppi n + dentale finali, sovente in posizione preconsonantica e in
fine di verso; 3) la caduta, caratteristica delle varietà bergamasca e
bresciana, di N dopo vocale tonica
Sono invece coerenti con il sistema del siciliano illustre,
ma anche (cosa che può averne favorito il mantenimento) compatibili con la
prassi scrittoria di un copista bergamasco: 1) la chiusura di E in I sia in
sede tonica sia in sede atona; 2) la conservazione, anche solo per cultismo,
dei nessi cons. + L, la cui sopravvivenza restituisce ai testi una parte
importante della loro fisionomia linguistica illustre, modellata su latino e
provenzale. Schiettamente siciliani si rivelano, infine, i relitti della desinenza
verbale -I per la terza persona singolare dell’indicativo.
LA DOTTRINA DELLO PNEUMA
intersezioni e contatti tra la scuola siciliana
e
la scuola salernitana, e loro eredità in
petrarca
Il sonetto petrarchesco “ piovonmi
amare lagrime dal viso ” esordisce tempestoso con una pioggia di lacrime
e << con un vento angoscioso di sospiri >> (v. 2). Continua
ardente, con i << desiri >> e il << foco de’ martiri
>>, placati solo dalla contemplazione assorta da parte di Francesco del
<< dolce mansüeto riso >> di Laura: <<Piovonmi amare lagrime
dal viso / con un vento angoscioso di sospiri, / quando in voi adiven che gli
occhi giri / per cui sola dal mondo i’ son diviso. // Vero è che ‘l dolce
mansüeto riso / pur aqueta gli ardenti miei desiri, / et mi sottragge al foco
de’ martiri, / mentr’io son a mirarvi intento e fiso.>>. Ma
improvvisamente il quadro si ‘gela’ incarnando così pienamente il gusto per
l’ossimoro che caratterizza molta parte dei “rerum vulgarium fragmenta”,
una predilezione che rappresenta perfettamente sul piano stilistico la tensione
del ‘doppio’ e irrisolto ‘io’, sempre in preda a contraddittorie fluctuationes agostiniane. Più
precisamente, il quadro si gela in termini fisiologici, perché sono gli spiriti
di Francesco che si ghiacciano al momento dell’allontanamento di Laura:
<<Ma gli spiriti miei s’aghiaccian poi / ch’i’ veggio al departir gli
atti soavi / torcer da me le mie fatali stelle.>>.
Il tema degli spiriti che ricevono sostentamento da Laura è
un motivo che sul piano intratestuale ricorre a più riprese nei “rerum
vulgarium fragmenta”: è detto esplicitamente, per esempio nel
sonetto “da’ più belli occhi, et dal più
chiaro viso”, che era dalla persona fisica di Laura (dissezionata in
analitica descriptio puellae e
descritta con occhi e viso sublimi, capelli d’oro, <<dolce parlare et
dolce riso>>, e mani e braccia e piedi snelli e l’intera persona
<<fatta in paradiso>>) che ‘prendevano vita’ gli spiriti del poeta:
ora ch’è morta, Francesco rimane <<ignudo et cieco>>. Nel nostro
sonetto tuttavia al ghiacciarsi degli spiriti segue la separazione dell’anima
che si ‘stacca’ dal cuore di Francesco per seguire Laura: <<Largata alfin
col’amorose chiavi / l’anima esce del cor per seguir voi; / et con molto
pensiero indi si svelle.>>.
La metaforica presente in questo sonetto di Petrarca è, a
nostro avviso, fortemente segnata da quella “pneumo-fantasmologia” cha
caratterizza la lirica e, più ampiamente, la cultura medievale, come mostrato
in particolare dalle indagini di Robert Klein, e sulla scorta di quest’ultimo,
da Giorgio Agamben. La pneumatologia
medievale (ovvero, semplificando, quella particolare concezione e quel complesso
dottrinale che riunisce e sintetizza fonti antiche, tardo antiche e medievali
stoiche, neoplatoniche, cristiane e incrocia il piano filosofico-religioso con
il discorso medico di provenienza greca, araba, poi latina) presenta e permette
di collegare fra loro temi di capitale importanza per la storia delle idee,
temi che hanno trovato uno sviluppo e una verbalizzazione ricchissima nella
metaforica letteraria del Medioevo. Secondo la dottrina pneumatica infatti,
come è stato segnalato dalla letteratura in materia e come qui si schematizza
sommariamente, la vita corporea e intellettuale dell’uomo è retta da diversi
spiriti (che in alcune fonti sono tre, in altre due) i quali, con compiti
diversi fra loro, provvedono alla circolazione del sangue e al sostentamento
del corpo, sul piano organico e fisiologico; alla capacità motrice e alla
sensibilità, sul piano corporeo e percettivo; alle facoltà dell’immaginazione,
della ratio e della memoria, sul piano emotivo-intellettuale. Seppur, come si
diceva, con funzioni e sedi organiche distinte fra i vari spiriti, tale
dottrina pneumatica si fonda su una sostanziale unità psicosomatica dell’uomo,
che collega in un indissolubile processo le passiones
e la vita intellettuale dell’essere umano con le sue manifestazioni
fisiologiche. Inevitabile, quindi, che la letteratura si ‘appropriasse’ per il
suo specifico discorso di un complesso dottrinale così ricco, che offriva la
possibilità di una metaforica lirica quasi inesauribile. All’interno dei
diversi ‘temi’ letterari collegati a tale dottrina pneumatica si potranno
segnalare, tornando al sonetto petrarchesco “piovonmi
amare lagrime dal viso”, la presenza e l’interazione dell’elemento del
sospiro al v. 2 con la reazione degli spiriti ghiacciati al v. 9. Ma anche la
metafora contenuta ai vv. 12-14 della separazione dell’anima che si stacca dal
poeta per seguire Laura che si allontana è concettualmente legata alla dottrina
pneumatica. Il tema dell’anima che si stacca dal corpo rimanda infatti alla
dottrina dello spiritus phantasticus
che, concetto di matrice stoica e neoplatonica, trova nel trattato “de
insomniis” di Sinesio
di Cirene una sintesi che ben illustra il complesso di questioni che
caratterizzerà la tradizione medievale, come già rilevato dalla letteratura
secondaria. Nel trattato “de insomniis”, come indica lo stesso
titolo, lo spiritus phantasticus è
perlopiù legato alla dimensione onirica; ora, nel sonetto di Petrarca non si
tratta di un vero e proprio sogno, ma di un sogno ‘da sveglio’, di una rêverie. In un processo che è tipico del
canzoniere petrarchesco e, più in generale, del discorso lirico romanzo
medievale, l’amante, i cui tormenti vengono leniti solo dalla presenza
(perlopiù fantasmatica) dell’oggetto d’amore, in caso di lontananza o
separazione, opera una ‘dissociazione’ fra la propria condizione reale e
l’attività dell’immaginazione: grazie al potere di quest’ultima è infatti
possibile superare i confini della materialità corporea e raggiungere l’oggetto
d’amore ‘in spirito’. 1) Se, come rilevato dai commenti a questo sonetto
petrarchesco, tale topos è ben
attestato nei “rerum vulgarium fragmenta”; 2) se di sospiri è
letteralmente contesta l’intera produzione lirica petrarchesca; 3) se infine,
come abbiamo già ricordato, il motivo degli spiriti che prendono vita dalla
stessa Laura ritorna a più riprese in Petrarca, non sembra di poter dire
altrettanto per l’immagine degli spiriti che si ghiacciano presente al v. 9 del
sonetto “piovonmi amare lagrime dal viso”.
Il passo petrarchesco gioca a mio parere consapevolmente con una serie di
riferimenti al processo fisiologico e pneumatico che ho ricordato, e sembra
quindi rielaborare in modo originale un tema già presente nella tradizione
lirica. Ma di quale tradizione si tratta? Risalendo a ritroso la grande poesia
italiana delle origini prima di Petrarca, un’osservazione potrà forse
sorprendere: nonostante la vastissima metaforica sugli spiriti e gli
‘spiritelli’ messa in atto dal Dolce Stilnovo e, in particolare, da Guido
Cavalcanti, la rappresentazione degli spiriti che si ghiacciano permane rara.
Un precedente illustre degli spiriti che si ghiacciano è però reperibile nella
scuola federiciana, e in particolare in Giacomo da Lentini, nel testo “guiderdone aspetto avere”. Ma lo spirito
ritorna a più riprese nel corpus di
Giacomo in attestazioni che sembrano consapevolmente possedere accezioni
‘filosofico-mediche’: in particolare nel senso di ‘spirito vitale’ ritorna nel sonetto “molti amadori la lor malatia”, in un
contesto interamente dedicato alla malattia d’amore, sin dall’incipit, e alla conseguente perdita di sé. Tuttavia, la
compresenza che abbiamo avuto modo di rilevare nel sonetto petrarchesco “piovonmi amare lagrime dal viso” fra i
sospiri (<<con un vento angoscioso di sospiri>>, v. 2) e gli
spiriti (<<Ma gli spiriti miei s’aghiaccian poi>>, v. 9), nei testi
lentiniani compare esplicitamente nella canzone “madonna mia, a voi mando”. L’intreccio
etimologico-lessicale, tematico, concettuale e più specificamente
filosofico-medico fra il sospiro e lo spirito trova tuttavia il suo sviluppo
più perfetto nel testo di Guido delle Colonne “ancor
che l’aigua per lo foco lassi”, una lirica venerata da Dante, che la
menziona a due riprese nel “de vulgari eloquentia”, una volta
come rappresentante del siciliano illustre (I, xii, 2), la seconda volta (II,
vi, 6) quale unica fra le italiane prestilnovistiche scritta nella suprema constructio sintattico-stilistica, nel grado et sapidus et venustus etiam et excelsus. Interamente intessuta di
metafore scientifiche che, non mero accessorio retorico, innestano invece
organicamente nel dettato poetico nozioni provenienti dalla fisica e dalla
fisiologia contemporanee per spiegare la fenomenologia amorosa, la lirica “ancor che l’aigua per lo foco lassi”
trova la sua immagine fondativa nell’alternanza ossimorica di fuoco e neve, di
fiamma e acqua ghiacciata, e quindi contestualizza, analogamente a quanto già
fatto da Giacomo in “guiderdone aspetto
avere” e a quanto farà Petrarca nel sonetto “piovonmi amare lagrime dal viso” da cui siamo partiti, il
discorso del sospiro e dello spirito all’interno di una dialettica fisiologica
tra caldo e freddo. La stretta liaison
istituita da Guido fra l’ardente passio
amorosa in forma di spirito invisibile e i sospiri quale fenomenologia corporea;
lo spirito che viene meno al pensiero fisso della bellezza della donna;
l’affermazione di Guido che, venuto meno il suo proprio spirito, la sua persona
sia mossa grazie allo spirito della donna, che alberga nel suo petto; infine la
ricerca, quasi scientificamente condotta, delle cause che individua la ragione
di tale ‘invasione’ psico-fisica nello <<spirto>> amoroso uscito
dagli occhi della donna e ‘installatosi’ nel corpo dell’amante: questi temi,
sviluppati liricamente da Guido delle Colonne, sembrano trovare le loro radici
culturali anche nel sapere medico-filosofico del tempo; cerchiamo di seguirne
qualche traccia. Certo erede dell’immagine di derivazione biblica e patristica
dello spirito santo che scende in lingue di fuoco, l’ipostasi di Amore come
spirito d’ardore invisibile potrebbe tuttavia avere radici anche nelle
conoscenze scientifiche del tempo che emergono per esempio dai trattati di
Avicenna e della Scuola Salernitana. Lo spirito è ardente ed è invisibile
perché si trova nel cuore, sede dello spirito vitale e custode del calore
naturale; così, ad esempio, nel “canone”
di Avicenna. Tale spirito è messo da Guido delle Colonne in collegamento con
l’amore probabilmente anche perché le passiones
producono effetti sull’attività cardiaca. Si confronti a tal proposito di nuovo
esemplarmente il Canone: Avicenna sostiene che i medici concordano
nell’individuare fra le attività e le facoltà del cuore e dello spirito vitale
in esso contenuto oltre alle facoltà della percezione sensibile, del movimento e,
in generale, delle operazioni legate alla vita corporea. Principale fra le passiones che suscitano alterazioni
cardiache è proprio quella malattia d’amore, esaminata dallo stesso Avicenna
nel capitolo del Canone a questo tema dedicato; in tale trattazione si rileva
come una delle caratteristiche dell’aegritudo
amoris sia il respiro interrotto e irregolare: come abbiamo visto, anche
nella lirica “ancor che l’aigua per lo
foco lassi” si segnala come lo spirito d’ardore invisibile si renda
manifesto agli occhi altrui solo attraverso i sospiri, segnale certo della
fiamma amorosa. Il “canone”, un
testo, come ben noto, presto divenuto di riferimento per gli studi di medicina,
fu tradotto in latino nel secolo dodicesimo da Gherardo da Cremona a Toledo.
Proprio a Toledo, alcuni decenni dopo, Michele Scoto, filosofo e astrologo poi
approdato alla corte di Federico Secondo, aveva soggiornato e tradotto a sua
volta opere di Aristotele e di Averroè; sempre alla corte sveva infine Michele
Scoto traduce il “de animalibus”
di Avicenna. In merito ai sospiri che nascono dallo spirito d’ardore amoroso
del testo di Guido delle Colonne, potremo anche ricordare un passo proprio dal
“de
animalibus” di Avicenna,
a proposito della respirazione, dove è detto che <<l’atto
dell’inspirazione raffredda lo spirito del cuore onde evitare la sua
dissoluzione quando questo sia eccessivamente surriscaldato, mentre l’atto
dell’espirazione lo libera dalle evaporazioni superflue>>.
La pneumatologia, già fortemente sviluppata da Galeno, trova
nel Medioevo una sua sistemazione ‘canonica’, oltre che nelle opere di
Avicenna, nel trattato “pantegni” di Costantino Africano, che parzialmente traduce e adatta
in latino il testo di al-Magusi. Nel capitolo sugli spiriti lo spirito
usualmente definito vitalis viene
invece nel “pantegni”
di Costantino perlopiù denominato spiritualis,
con un ‘raddoppiamento’ quindi anche lessicale della radice spiro e del sostantivo spiritus nella locuzione spiritus spiritualis e con una
insistenza sul fatto che tale spiritus
è comune agli esseri razionali ed irrazionali, ma è proprio solo degli esseri
animati. Tale impiego del sintagma spiritus
spiritualis rispetto al più diffuso termine vitalis, come rilevato da Danielle Jacquart e da Charles Burnett,
sembra essere una preferenza propria in particolare della tradizione del “pantegni” e di pochi altri testi per esempio,
nella traduzione sempre dello stesso Costantino del trattato “de
melencholia”, oppure nella “isagoghè” di Ioannitius. Questa insistenza sulla radice spiro nel sintagma spiritus
spiritualis per indicare quella facoltà comune a tutti gli esseri animati e
che presiede alle attività cardiache di dilatazione e costrizione per la
custodia del calore naturale è, a mio avviso, vòlta a sottolineare lo stretto
legame che intercorre fra tale facoltà cardiaca e l’attività della
respirazione, rimandando l’aggettivo spiritualis
al sosptantivo spiritus nella sua
accezione di “respiro”. Per Costantino la virtus
spiritualis, oltre che mantenere in vita il corpo attraverso la sua sede
cardiaca e regolare i processi di dilatazione e costrizione delle arterie,
presiede anche all’amministrazione delle passiones.
Se ora torniamo a leggere i versi della lirica “ancor
che l’aigua per lo foco lassi” risulta chiaro come in pochi versi Guido
delle Colonne condensi molti degli elementi che abbiamo visto sin qui
attraverso la ‘lente’ dei trattati medici medievali: lo spirito invisibile ed
ardente ed i sospiri, frutto della respirazione affaticata dalla frenetica
tensione provocata dalla passio
amorosa. Se Avicenna era ben noto ai poeti della Magna Curia, e probabilmente
da loro ripreso, accanto a lui sembra importante supporre anche la conoscenza e
l’impiego da parte della Scuola poetica Siciliana del notissimo trattato “pantegni” di Costantino Africano, che era stato
una vera e propria auctoritas della
scuola salernitana e, più in generale, della medicina medievale europea. Non
sarà poi da dimenticare il rilievo istituzionale dato da Federico II alla
Scuola di Salerno nelle Costituzioni di Melfi, dove si dichiarava che chiunque
volesse esercitare l’attività di medico nel Regno doveva aver studiato a quella
scuola. Del resto, in un altro sonetto anonimo della poesia della Magna Curia
sono presenti alcuni versi ed un’immagine che sembrano trovare una più compiuta
spiegazione se interpretati alla luce delle conoscenze mediche dell’epoca.
Questo sonetto è stato segnalato da Bruno Nardi nel denso saggio dedicato a “la filosofia dell’amore nei rimatori italiani
del Duecento e in Dante”. Il Nardi considera tuttavia il sonetto come
sostanzialmente dipendente dalla teoria psicologica di Giacomo da Lentini e
afferma che in esso non è presente un solo accenno che riveli la sua personale
riflessione intorno al problema. Successivamente tale sonetto è stato menzionato
da Ulrich Mölk sempre come testo-satellite del sonetto lentiniano “amor è uno disio che ven da core”: il
Mölk collega il sonetto di Giacomo e gli altri componimenti della Magna Curia
ivi citati a proposito del dibattito sulla genesi dell’amore alla “summa
theologiae” di Tommaso d’Aquino. È però in contesto del tutto
diverso che troviamo uno spunto molto interessante ai fini del nostro discorso.
All’interno dell’analisi della dottrina pneumatica presente nel testo neogreco
del XVI secolo “erotòkritos”
di Kornaros, Massimo Peri si sofferma sul celeberrimo passo della “vita nuova” di Dante dove il Nostro
narra della prima visione di Beatrice giovinetta, vestita di colore sanguigno.
Peri lega il colore sanguigno (che nel passo della “vita nuova” precede immediatamente la descrizione dei
turbamenti degli spiriti vitale, animale e naturale del poeta) al “sangue
spirituale”, sottile veicolo pneumatico derivato dal fluido sanguigno. In nota,
Peri collega a tale discussione sul sangue spirituale il “sangue netto”
menzionato al v. 9 del nostro sonetto anonimo. A partire da tale segnalazione,
si vorrebbe qui aggiungere un altro tassello, intimamente legato al percorso
medico-letterario che stiamo seguendo e, in particolare, alla traccia che
sembra di aver individuato da Salerno alla Magna Curia. Nel sonetto in
questione il sangue netto e puro posseduto dal cuore (il sangue che,
conformemente alla teoria fisiologica delle complessioni, è definito ‘principe’
degli altri umori e <<segnoreggia ciascuno altro omore>>) è in
particolare il sangue maggiormente depuratus
e dunque più chiaro, quello che permette allo spiritus spiritualis di trasformarsi in spiritus animalis, come possiamo leggere, ancora una volta, nel “pantegni” di Costantino Africano. Sembra quindi
di poter confermare con nuovi rilievi sul piano dei richiami testuali come tali
conoscenze medico-scientifiche fossero diffuse fra i poeti della Magna Curia.
Ma torniamo a Guido delle Colonne: nel già menzionato
sonetto Guido lamenta il venir meno del suo spirito vitale (e quindi senza
spirito vitale non si dà neppure spirito animale) al pensiero, troppo intenso,
della bellezza dell’amata. La progressione che Guido ci propone sembra dunque
la seguente: l’eccessiva concentrazione del pensiero intorno ad un oggetto
amato (la immoderata cogitatio di Andrea Cappellano) causa
un’eccessiva concentrazione nel cuore dello spirito vitale, il quale quindi,
impedito nelle sue normali funzioni, non può trasformarsi in spirito animale,
ossia, come ricordavamo sopra, in quello spirito che presiede negli esseri
razionali e irrazionali alla capacità di movimento e alla sfera della
sensibilità, e solo in quelli razionali alle facoltà ‘intellettuali’ di
fantasia, ratio e memoria. Tale
processo di ‘blocco’ delle facoltà sembra confermato dai versi in cui Guido
afferma con chiarezza che lo spirito che lo anima non è il suo proprio spirito:
lo spirito che lo anima e gli consente di muoversi non gli appartiene, è invece
quello della donna, che è venuto ad abitare nel suo petto. Anche qui,
soccorrono e ispessiscono la metaforica lirica reperibile nell’eccelsa canzone
di Guido delle Colonne alcune spiegazioni di matrice medica. Come rileva già il
trattato arabo di Alì al-Magusi, la complessione del cuore è per natura calda,
ma tale equilibrio può essere alterato dalle passioni e la fiamma dello spirito
vitale può spegnersi. Nel capitolo del trattato arabo dedicato alla fisiologia
si esaminano infatti le conseguenze delle passioni sullo spirito vitale e
viceversa: se una gioia troppo forte spinge lo spirito fuori dal cuore verso le
estremità del corpo, una paura troppo intensa lo concentrerà invece tutto
intorno al cuore; in entrambi i casi, il risultato sarà comunque il medesimo,
ovvero l’estinguersi della fiamma dello spirito vitale. Nel caso della lirica
di Guido delle Colonne si tratterà probabilmente di questa seconda ipotesi,
l’estremo timor amantis che rapprende
il sangue e lo spirito vitale tutto nelle cavità cordiali, causando una vera e
propria sincope, per utilizzare un’immagine impiegata da Avicenna, sempre nel “canone”. Il fenomeno estremo esperito da
Guido (un fenomeno che gli consente di sopravvivere alla morte) passa
attraverso un processo di ‘invasione’: l’immagine visibile dell’amata, grazie
al suo valore, lo tiene letteralmente in vita ed egli è ‘abitato’ dal suo
fantasma che si è installato in lui dopo che la donna gli ha trasmesso,
attraverso lo sguardo, uno <<spirto amoroso>>. Sembra significativo
l’impiego, a proposito dell’azione degli occhi, del verbo <<addobraro>>,
letteralmente “raddoppiarono”, in quanto arricchirono l’amante d’un nuovo
spirito. Questo ‘raddoppiamento’ di spiriti attraverso la vista potrebbe essere
legato a una delle teorie della visione circolanti nel Medioevo che, secondo
quanto riportato da Costantino, ipotizzava una mescolanza dello spiritus visibilis, uscito fuori dal
corpo dell’uomo, con il medium dell’aria grazie alla somiglianza ‘spirituale’ e
aerea dei due elementi e infine un’ulteriore mescolanza di questo composto di spiritus visibilis + aria con i colori
degli oggetti percepiti. Se su questo possibile legame non abbiamo risposte
certe, possiamo invece affermare che l’immagine di Guido delle Colonne, quella
di uno spirto amoroso che esce dagli occhi della donna e si installa nel cuore
dell’amante, è densa di importanti riferimenti trobadorici e coevi. Ma, ancor
di più, grazie all’originalità della sua formulazione, risulta carica di futuro
in termini poetici, come mostrano alcuni sublimi esempi stilnovistici quali il
sonetto cavalcantiano, tutto pieno di spiriti, “pegli
occhi fere un spirito sottile”,
oppure il celeberrimo e dantesco “tanto
gentile e tanto onesta pare”, nei versi conclusivi <<e par che
della sua labbia si mova / uno spirto soav’e pien d’amore / che va dicendo
all’anima: <Sospira>.>>
Si potrà quindi definitivamente concludere affermando i
versi di Guido raggiungono un massimo di soavità riuscita davvero
prestilnovistica.

.jpg)
