"RETABLO AMOROSO"


Manuel Omar Triscari

 

 

 

RETABLO AMOROSO.

 

 

 










 

L’AUTUNNO MI REGALA UNA FOGLIA

 

L’autunno mi regala una foglia

con il tremore supplicante di una vena che gorgoglia,

con il fragore di una fiamma che arde clamorosa

e reclama la mia attenzione più scrupolosa

e la mia più distaccata devozione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

remota fragranza e finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile sguardo di un passante

o il lieve saluto del vagabondo,

lo sguardo fraterno del condannato

o la calda complicità della maledizione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

fragile e caparbia come la speranza,

diafana e impalpabile

come uno spettro staccato all’albero della vita,

chiede di essere accolta tra le dita.

 

D’altro canto,

sono specializzato in letteratura italiana:

che ne so io di botanica,

e di come si tratta una povera foglia frale

che lontano dal proprio ramo se ne va?

 

Ma imperterrito l’autunno mi regala una foglia

una foglia bianca di carta che,

trasformata in foglio,

mi obbliga a scrivere e fa di me una opera

e della sua pelle la patria infinita dell’apolide

su cui tutte le furie si scatenano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

MI ATTARDO

 

Mi attardo per spazi e gradini come pensili giardini

pencolanti ai piedi dei venti che vanno

nel diffuso torpore delle nubi e delle correnti

come foschie di sogni e foschi sonni,

ed è un fiume immaginato-trasecolato

in perenne transito, in perenne dialogo,

in perenne dialettica col greto amazonico

che anfitrionico sale

e a me viene leggero e caparbio

nell’ostinazione tremante della sua superficie,

nell’esitazione intrepida del suo dorso,

nella distrazione tragica del suo ristoro,

e mi rapisce l’orizzonte

e gioie d’Autunno si spargono sul mio capo

come effusioni di foglie in catartica tregua

o tremore di ore disposte all’oblio.

 

Oh, anima di brina sei, anima di rena,

anima di arnia e anima di ernia,

grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba

e stordisce la mia gioia e sciupa il mio vivere:

lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche

eroico io vorrei ma non posso.

 

Sei primo elemento di una proposizione moritura

imprecisa e persa in oscuri uteri di luce,

sei lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,

sei soffio sugli occhi e brace e rischio,

piega e piaga che prega

e nel suo suppurare mostra elitre di mosca

superstiti in fine,

sei torpido torbido scrigno di occhi-sguardi,

confuso volitare di pensieri

che non sanno l’amore.

 

Ma in questa natura ambigua e alchemica

che seppi essere solo menzogna

rabbioso e protervo

io mi attardo.

 

 

 









 

TU SEI PER ME LA RABBIA

 

Amore mio, finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti,

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione,

mio sesso e castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio elabro in mutande.

 

Amore mio, finché tu esisterai,

esisteranno paura e angoscia,

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire.

E allora nessun tormento mi sarà estraneo,

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio, quando tu più non sarai,

allora per me sarà il buio,

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Il tuo volto è la mia luna,

il tuo corpo è la mia notte,

il tuo sorriso le mie stelle,

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo,

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva,

sei la mia ossessione di saperti tangibile,

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro,

            ombra fuggitiva d’ideale piacere,

tu sei per me la rabbia.

 

 

 


 

VERRÀ LA NOTTE

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi, i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole,

questi occhi come una remota fragranza di finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile mio sguardo

o la calda complicità della maledizione.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

il tuo odore che m’inebria,

il tuo odore che mi perseguita

da mane a sera.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che mi accompagna dappertutto

nascondendosi tra le lenzuola e i vestiti,

impigliandosi ai miei capelli, ai miei tatuaggi,

intrappolato tra i minuti e le ore.

Quest’odore zucchero e cannella

che spunta all’improvviso

come una macchia sulla camicia.

Quest’odore che s’incolla come una mollica al palato

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Tu dormirai senza sospetto

ma i tuoi seni saranno spaventati nel buio,

si sentiranno i passi sugli scalini,

su udirà il cigolìo della porta,

e guarderanno le ombre sulle finestre

per tutta la notte.

 

Verrà la notte e mi coglierà di sorpresa,

come il tuo odore quando dormo e ti rifaccio in sogno.

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti che,

quando sciogli i capelli, allora per me s’inizia la notte

esplodendo nel suo scintillante manto di stelle.

 









 


 

VERRÀ LA NOTTE 2

 

Verrà la notte e mi regalerà una solitaria foglia

con il tremore supplicante di una vena che gorgoglia,

con il fragore di una fiamma che arde clamorosa

e reclama la mia attenzione più scrupolosa

e la mia più distaccata devozione.

Verrà la notte e mi regalerà una foglia,

e quella foglia sarai tu, remota fragranza e finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile mio sguardo

o la calda complicità della maledizione.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,

i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei,

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

il tuo odore che m’inebria,

il tuo odore che mi perseguita

da mane a sera.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che mi accompagna dappertutto

nascondendosi tra le lenzuola e i vestiti,

impigliandosi ai miei capelli, ai miei tatuaggi,

intrappolato tra i minuti e le ore.

Quest’odore zucchero e cannella

che spunta all’improvviso

come una macchia sulla camicia.

Quest’odore che s’incolla come una mollica al palato

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Tu dormirai senza sospetto

ma i tuoi seni saranno spaventati nel buio,

si sentiranno i passi sugli scalini,

su udirà il cigolìo della porta,

e guarderanno le ombre sulle finestre

per tutta la notte.

 

Verrà la notte e mi coglierà di sorpresa,

come il tuo odore, quando dormo e ti immagino in sogno.

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti che,

quando sciogli i capelli, allora per me s’inizia la notte

esplodendo nel suo scintillante manto di stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

DOLCE E REMOTA

 

Dolce e remota come una canzone dell’adolescenza

impregnami ancora del tuo tepore

e invadi questa mia desolazione che la tua assenza ingigantisce.

Irritami con il fragore clandestino del battito del cuore

e dissolvimi nel tuo splendore alitando nella memoria.

Non lasciarmi solo davanti al freddo panorama incombente

di rabbia latente, disperazione latente, e terrore latente.

Non lasciarmi risoluta fra enormi grattacapi

e scottature che il freddo magnifica. La tua presenza impossibile

scruto nello spigolo gelato e aspetto a ogni angolo.

Ti invoco in tutte le lingue che non so pronunciare

e sprofondo nel falso e nel vero verde imbiancato dalla morte.

Ma sempre verso l’alto la tua apparizione imploro.

(Mi bastano gli occhi, almeno gli occhi.)

 

 

  

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