"IL COMPLESSO SCULTOREO DEL TEATRO DI ERCOLANO"
Manuel Omar Triscari
IL COMPLESSO SCULTOREO DEL TEATRO DI ERCOLANO
A Muna Salisu,
per l’abbacinante bellezza con cui ha
illuminato le mie notti
e la graziosa dolcezza con cui ha sfiorato i
miei sogni.
INTRODUZIONE
PREMESSA
Scopo del presente studio è indagare
il valore storico-artistico del complesso scultoreo del complesso scultoreo proveniente dal
teatro di Ercolano. Per far questo è innanzitutto necessario render conto della
scarsa presenza in letteratura dell’argomento in questione. Allo scopo non è
inutile un sintetico excerptus sulla
storia e sulle caratteristiche architettoniche del teatro, che ci torneranno
utili in sede di definizione della collocazione originaria e dell’originaria
provenienza delle statue che analizzeremo nel corso del presente lavoro.
Di epoca romana, sepolto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 e
ritrovato a seguito degli scavi archeologici dell’antica Ercolano, il teatro di
Ercolano fu costruito in un’area nei pressi del foro durante la prima fase dell’età
augustea, per volere del duoviro L. Annius
Mammianus Rufus, su progetto dell'architetto P. Numisius e poteva contenere circa 2,500 persone. Subì
sicuramente dei danni durante il terremoto di Pompei del 62, al quale seguirono
lavori di restauro come testimoniato da alcuni inserti di mattoni e dal
rifacimento di pitture in quarto stile; nel 79, durante l’eruzione del Vesuvio,
venne seppellito da una violenta pioggia piroclastica di ceneri, lapilli e
fango che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, preservandolo nel
tempo. La sua scoperta avvenne nel 1710, quando per caso, un contadino,
Ambrogio Nocerino, detto Enzechetta, intento a scavare un pozzo per irrigare il
suo orto, rinvenne alcuni pezzi di marmo che vendette poi ad un artigiano di Napoli,
il quale stava costruendo delle cappelle nelle chiese napoletane: Emanuele
Maurizio d’Elboeuf, generale dell’esercito austriaco e comandante delle truppe
di stanza in Napoli, per il quale l’artigiano lavorava, venuto a conoscenza dei
ritrovamenti, acquistò il pozzo e iniziò le indagini tramite cunicoli
sotterranei. Esplorò il fronte della scena, il palcoscenico e i tribunalia: tuttavia poco dopo gli scavi
furono interrotti per paura di crolli alle abitazioni circostanti ed il sito
venne erroneamente riconosciuto come il Tempio di Giove; oltre a numerosi
marmi, vennero ritrovate otto statue femminili ed una maschile, alcune
conservate al museo di Dresda, altre nella Reggia di Portici ed una, la Flora,
posta su una fontana all'interno dell’orto botanico, colonne in marmo africano,
cipollino e giallo antico, un architrave inneggiante al console Appius Claudius Pulcher e dolia in
terracotta. Nel 1738, durante la costruzione della Reggia di Portici, Roque
Joaquín de Alcubierre, ingegnere del re Carlo III di Spagna, venne a conoscenza
del cunicolo e dei suoi ritrovamenti: dopo aver incontrato qualche sterile
difficoltà, ottenne il permesso per avviare delle nuove ricerche, rivenendo
anch'egli due statue, di cui una in bronzo, e pezzi di marmo; Marcello Venuti,
un erudito del tempo, esaminando tutti i vari reperti, giunse alla conclusione
che quella struttura fosse il Teatro e non il Tempio di Giove come inizialmente
supposto. Iniziarono così le prime pubblicazioni e mappature del sito, prima
con Karl Jakob Weber, che introdusse una tecnica di scavo ordinata e poi con
Francesco La Vega, il quale riuscì a raggiungere il piano di calpestio in
cocciopesto tramite l'utilizzo di una pompa idrovora; altri studi furono poi
condotti all'inizio del xix secolo
da François Mazois, per poi vivere un periodo di lunga stasi, dovuto
all'abbandono degli scavi nel sito di Ercolano. Nel 1847, l’architetto Antonio
Niccolini propose di eliminare parte del banco tufaceo in modo tale da
permettere almeno alla parte alta della scena di venire alla luce, ma tale
proposta venne respinta, mentre nel 1865 venne restaurato l'ingresso per la
discesa al teatro. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come
rifugio antiaereo, mentre brevi campagne di indagine vennero svolte.
Per quanto la questione della scarsa presenza del tema in letteratura, ricordiamo
innanzitutto che la collezione custodita nel Museo Archeologico di Napoli non
comprende tutte le statue e sculture provenienti dal teatro ercolanese: alle
tre celeberrime sculture muliebri tradotte all’estero durante il periodo della
dominazione austriaca dal principe d’Elbouef e oggi conservate nello Skulpturenslag
di Dresda, vanno aggiunte ben otto statue marmoree, edite per la prima volta
nel volume celebrativo del primo cinquantennio di attività storico-archeologica
dell’associazione di cultura romana “Te Roma Sequor”[1].
L’oblio in cui per tantissimi anni queste sculture hanno versato è dovuto
principalmente al mancato trasferimento in Napoli insieme con le altre statue
ercolanesi esposte nel museo borbonico annesso al Palazzo reale porticese.
Nella fase iniziale della ricerca è stato appunto il mancato introiettamento
delle otto statue nelle collezioni museografiche napoletane, indubbiamente
dovuto non soltanto a criteri selettivi ma anche al desiderio di non
depauperare e disperdere il patrimonio artistico di quella regale residenza
estiva, a incidere sullo scarsa accessibilità alle statue e conseguente carenza
d’interesse e studi analitici. Bisogna inoltre convenire sul fatto che non
pochi si presentavano e notevoli gli ostacoli causati dal perigliose condizioni
di recupero dei materiali che tanto influirono (e negativamente) sullo stato di
conservazione dei marmi e dei bronzi del teatro: il non facile recupero delle
prime sculture, raramente completo anche per la compattezza del banco tufaceo;
l’imperizia nel trasporto iniziale delle pesanti statue dai viscidi e mefitici cunicoli
scavati a grandezza d’uomo fino allo spesso distante pozzo di risalita in
superficie (alcuni superavano i 22 metri di lunghezza e/o profondità); il
criterio integralistico del restauro settecentesco; e infine il drastico
divieto di ritrarre le statue, la cui pubblicazione era riservata al solo Bayardi
e dal 1755 esclusivamente all’Accademia Ercolanese. Tutti questi fattori hanno
notevolmente e fastidiosamente ostacolato lo studio, l’analisi, la lettura e la
divulgazione di queste opere. Ulteriori insormontabili difficoltà causate da
fattori estrinseci sorgono al momento dell’accertamento della provenienza e originaria
collocazione delle statue a causa della mancata illustrazione delle sculture ma
soprattutto per l’inefficienza e incompletezza dei primi rapporti di scavo e la
perdita di quasi tutti i disegni che li corredavano e accompagnavano nonché di
intere annate di documenti e testimonianze originali di scavo. Queste le cause e
le ragioni che hanno finora scoraggiato lo studio analitico e le sintesi
monografiche complessive sul ricco patrimonio artistico proveniente dal teatro
di Ercolano che, escludendo il fondo costituito dalla collezione d’arte antica ricavato
dalla Villa dei Papiri dall’architetto militare svizzero Karl Weber (1751-1764),
si strutturò (almeno nel proprio nucleo originario e fondante) nel primo, più
difficile e meno documentato decennio di scavi sotterranei ercolanesi. E questi
i motivi che mi hanno spinto a indagare la storia dell’apparato scultoreo del
teatro di Ercolano, delle quali viene nel presente elaborato innanzitutto
accertata la provenienza ercolanese con l’aiuto di documenti originali
dell’epoca e della più antica planimetria del teatro; poi, ripercorsa la
cronaca precipua della scoperta e del recupero; infine compilata un’accurata
descrizione estetica.
Per quanto riguarda gli aspetti squisitamente architettonici, evidenziamo
soprattutto il fatto che il teatro di Ercolano è di tipo romano, con summa cavea
ornata e sovrastata da statue di bronzo a grandezza più che naturale (tra di
esse, la statua offerta dai cittadini e da altri residenti al ricco liberto L. Mammianus Maximus, augustale di epoca
claudia e parente del fondatore del teatro il duovir quinquennalis L. Annio Mammiano Rufo, vissuto sotto Augusto,
il cui nome ricorre in iscrizione sui fornici d’ingresso del teatro, assieme a
quello dell’architetto P. Numisio) e almeno sei statue equestri in bronzo
dorato (fuse per ricavarne medaglioni con l’effigie di Carlo iii di Borbone). Sopra i fornici delle parodos, presso le logge destinate ai
notabili, sono state scoperte iscrizioni relative alle statue offerte dagli
Ercolanesi ad Appio Claudio Pulcro, console dal 38 a. C. (il supposto
committente della villa dei Papiri), e al proconsole M. Nonio Balbo, patroni di
Ercolano. I due seggi di bronzo dorato trovati nell’orchestra saranno stati sellae curules, concesse l’una post mortem a M. Nonio Balbo (si ricordi
il testo dell’ara funeraria antistante le Terme Suburbane), l’altra destinata
forse al Pulcro. Il teatro aveva una porticus
post scaenam, porticato di tradizione ellenistica situato dietro la scena
per accogliere gli spettatori nel passeggio durante gli intervalli.
Una prima analisi stilistica delle sculture
aniconiche, pur attraverso variamenti o adattamenti d’età romana di antichi
rifacimenti ellenistici, permette d’individuare le fonti plastiche e risalire
ai prototipi greci d’età classica delle sculture. Nella determinazione dei
personaggi ritratti, viene seguita l’identificazione dei soggetti raffigurati
con nudi eroici (di Diomede, Perseo e Teseo) o con figure paludate (Clio e
Urania). Quasi tutte le statue sembrano eseguite da artisti non locali,
operanti probabilmente nelle vicine botteghe di Neapolis, e paiono per bellezza e accuratezza degne dei migliori
scalpelli greci. La datazione più alta delle otto statue in marmo non supera
l’età claudia (lo suggeriscono le note realistiche della Quarta Ercolanese),
semmai giulia (come si può inferire dal neoclassicismo della Prima Ercolanese),
mentre rientrano nel periodo neroniano gli eleganti nudi eroici di corrente
neo-attica (essenzialità delle linee), pasitelica (aggruppamento quasi forzoso
di tipi statuari diversi) e tardo-ellenistica. All’acme dell’età flavia, forse
proprio nel 79, furono ultimate le Ercolanesi Settima e Ottava, quasi intatte
come pure la Quarta poiché protette sotto un arco della scena, mentre le altre
crollavano dalle vicine nicchie. Una serie di ragioni, fra cui l’esistenza di
due basi vuote dotate di epigrafi onorarie e situate ai lati del proscenio,
induce a ritenere pertinenti alle accurate sculture i nomi autorevoli dei
benemeriti personaggi onorati su dette basi: il console A. Claudio Pulcro,
forse legato all’istituzione del teatro come anche il patrono di Ercolano M.
Nonio Balbo, succeduto a Vespasiano nel proconsolato di Creta e Cirenaica. Il
valore storico-artistico delle sculture provenienti dalla scena del teatro di
Ercolano e prodotte in un arco di tempo molto ridotto, oltre ad apportare un
significativo contributo conoscitivo circa gli ideali artistici dell’area
neapolitana, è garantito soprattutto dalla possibilità di aggregare, allocare e
inserire le statue nella più vasta teoria grecanica di muse ed eroi mitici col
vantaggio e il guadagno di gettare un miracoloso raggio di luce insperata
sull’emblematica e misteriosa frons
scaenae del teatro di Ercolano.
ERCOLANO E IL SUO
TEATRO
Dell’antica Herculaneum,
la cui fondazione Dionigi di Alicarnasso attribuisce ad Eracle[2],
si era ormai persa ogni traccia, fino a quando, nel 1710, durante la
realizzazione di un pozzo per l’irrigazione dei campi, fu intercettata proprio
la scena del teatro dell’antica città vesuviana[3].
L'antica città di
Ercolano era situata su un pianoro di formazione vulcanica a strapiombo sul
mare. Si trattava di una città di modeste dimensioni di cui è stata calcolata
una larghezza in senso est-ovest di circa 320 m. Il suo impianto era piuttosto
regolare, costituito da tre decumani che la attraversavano da nord a ovest e da
sud a est e che a loro volta incontravano cinque cardini che si sviluppavano in
senso perpendicolare rispetto alla linea di costa. Di questi il decumano
superiore doveva sfociare nella strada costiera che portava da Napoli a Pompei.
L’area del foro era situata tra il decumano massimo e quello superiore ed si
trovava all’interno del margine sud-est che, in età augustea, fu fatta
realizzare da M. Nonio Balbo la
basilica civile, definita Noniana da un’iscrizione rinvenuta in una tavoletta
cerata risalente al 61 d.C[4]. Marco Nonio Balbo,
pretore e proconsole di Creta e di Cirene, fu una delle personalità più
rilevanti di Ercolano e per questo motivo sono state rinvenute numerose statue
a lui dedicate.
In base all’attuale documentazione se ne contano
almeno dieci. Tuttavia, di queste risultano rimanenti solo una statua equestre,
conservata nel Palazzo di Portici e una statua togata, oggi conservata al Museo
Nazionale di Napoli. Queste erano state rinvenute integre durante le campagne
di scavo del Settecento[5]. Davanti alla Basilica
Noniana fu realizzata nel 49 d.C. una piazza porticata che si chiudeva con un
sacello per il culto imperiale[6]. La storia degli scavi del
teatro di Ercolano inizia nel 1710, quando un contadino, durante la
realizzazione di un pozzo per l'irrigazione dei campi rinvenne alcuni frammenti
marmorei che furono poi comprati da un artigiano marmista.
Venne a conoscenza della scoperta il principe
d'Elboeuf, nobile francese nominato luogotenente generale a Napoli, che
all'epoca stava costruendo una residenza privata a Portici, poco distante da
Napoli. Il principe, così, promosse l'inizio degli scavi nell'area adiacente al
pozzo. Furono scavati per mesi numerosi cunicoli che portarono all'espoliazione
dell'intero fronte della scena dal rivestimento marmoreo e dalle statue che la
decoravano, alcune delle quali furono trovate in situ, all'interno delle loro
nicchie. Il sito già all’epoca fu giustamente identificato come l'antica città
di Ercolano, anche se il teatro era stato inizialmente interpretato come un
tempio di Ercole[7]. Furono rinvenute otto statue femminili e una
maschile in nudità eroica. Tra queste vi sono tre statue femminili ben
conservate, la Grande e le due Piccole Ercolanesi, derivate da originali del IV
secolo a.C.[8].
Tra le decorazioni marmoree si rinvennero alcune colonne di marmo africano,
cipollino e alabastro, alcune cornici e un architrave di marmo in due pezzi
rinvenuto durante gli scavi del principe d’Elboeuf e ora perduto, e risalente
al 38 a.C. e recante un’iscrizione menzionante il console Ap. Claudius Pulcher
(<<Appivs.Pvlcher.C.F.Cos.Imp.Vi
Vir Epvlon>>[9]) Alcune delle statue
rinvenute furono donate, nel 1713, al comandante delle armate imperiali Eugenio
di Savoia che le utilizzò per decorare il proprio palazzo del Belvedere a
Vienna. Successivamente furono comprate dal principe di Sassonia Augusto III e
oggi sono conservate al museo di Dresda.
Nel 1738 si ebbero le prime vere e proprie indagini di
tipo sistematico, ad opera del capitano del Genio militare, Roque Joaquín de
Alcubierre, per ordine di Carlo di Borbone. Durante questa campagna di scavo[10] furono rinvenute altre
statue tra cui quella in nudità eroica, e l'architrave con l'iscrizione. Queste
furono trasportate nella Reggia di Carlo III di Borbone, a Portici, che
acquistò l'edificio del principe in seguito alla sua partenza da Napoli.
Inoltre, fu in questa occasione che Marcello Venuti, in seguito al rinvenimento
di un’iscrizione, interpretò l’edificio come il teatro di Ercolano.
La tecnica di scavo borbonica era simile a quella
utilizzata nelle miniere e, per il raggiungimento delle fasi più antiche
venivano realizzati pozzi verticali all’interno dei quali erano calati gli
scavatori che, a partire dal pozzo, scavavano cunicoli. Nel momento in cui
veniva intercettata una struttura muraria, la quantità di cunicoli scavati per quell’area si accresceva. Reperti
mobili, pavimenti e pitture erano asportati dal contesto originario e
quelli di maggior rilevanza venivano portati al Museo Ercolanese che Carlo di
Borbone fece realizzare nella Reggia di Portici.
Il de Alcubierre fu inoltre incaricato dallo stesso
Carlo di Borbone di realizzare una pianta aggiornata di quella zona[11]. Il capitano, venuto a
conoscenza degli scavi e dei ritrovamenti intorno al pozzo, volle indagare
ulteriormente l'area. Durante questi nuovi scavi furono ritrovati altri due
torsi di statue eroiche, uno dei quali accompagnato da una testa di M. Nonio Balbo e una statua
maschile di bronzo originariamente collocata sulla tribuna settentrionale[12]. Altri rinvenimenti
riguardano iscrizioni, frammenti di cornici e colonne marmoree. Nel 1764 furono
affidati al Marchese Berardo Galiani nove disegni del teatro, allo scopo di
essere pubblicati[13]. Egli li reputò poco
precisi e ritenne necessario portarli a termine attraverso l'aggiunta di alcuni
dettagli. Di questi disegni solo uno si è conservato, una pianta incisa in
rame, realizzata nel 1751 e un'altra incompleta acquerellata, oggi conservata
nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Perciò, Galliani propose a Francesco La
Vega l'esecuzione di nuovi sondaggi, in particolare due tagli verticali per
comprendere meglio la facciata esterna del teatro. Alcuni scavi per individuare
l'accesso che dai parasceni portava al palcoscenico, il pulpitum e,
inoltre, saggi per determinare la struttura della scena e verificare la
presenza di elementi del colonnato nel porticus post scaenam.
La Vega in questa nuova opera di scavo riuscì a
identificare parte del muro perimetrale di un edificio, presumibilmente un
tempio, situato sulla sommità del teatro[14]. Fu in grado di ricostruire
la configurazione della fossa scenica e la copertura composta di travi dei
parasceni. Inoltre, egli rinvenne le iscrizioni recanti i nomi di M. Nonius
Balbus e Ap. Claudius Pulcher situate sulla scalinata posta davanti
ai tribunalia e scelse di lasciarle in loco. Durante questa campagna di
scavo, arrivò fino al pavimento dalla terrazza realizzato in cocciopesto e
situato posteriormente rispetto alla porticus post scaenam. Per riuscire
in questa impresa si avvalse di una pompa idraulica per asportare l'acqua
affiorante.
Lo stesso Francesco La Vega riporta che non fu
possibile identificare l'intera altezza della scena in quanto questa risultava
completamente degradata. Egli riferisce anche che durante gli scavi fu
possibile riconoscere le due porte che costituivano il passaggio dai parasceni
al pulpito. Sotto il pulpito, inoltre, vennero alla luce diversi cunicoli,
alcuni dei quali erano stati realizzati per convogliare al di fuori le acque
piovane che si raccoglievano nell'orchestra, altri avevano probabilmente lo
scopo di accogliere macchinari utilizzati durante le rappresentazioni. Nella
parte frontale del pulpito furono individuati anche quattro frammenti molari
che costituiscono tre nicchie, la centrale delle quali di forma quadrangolare
mentre quelle laterali con sommità a volta. La Vega, dai resti, suppose che
queste nicchie risultassero riccamente decorate da elementi marmorei. Lo
studioso, nel 1771, eseguì diversi disegni del teatro piuttosto dettagliati,
portati a compimento su richiesta anche di de Alcubierre (vd. fig.). Tra questi
disegni sappiamo che sicuramente vi erano tre piante, tre sezioni e un
prospetto che furono inviati pochi anni dopo alla regina Maria Carolina. Di
queste raffigurazioni oggi rimangono solo due piante e un prospetto attualmente
conservati alla Società Napoletana di Storia Patria[15].
Gli archeologi e gli studiosi che si susseguirono
nelle campagne di scavo realizzarono dei diari per documentare i lavori. Questi
diari sono tra loro integrabili e costituiscono per noi un’importante fonte di
informazioni riguardo all’andamento di queste prime campagne di scavo. Da
questi diari possiamo risalire al fatto che scarsissimi risultano i
ritrovamenti lignei, sebbene questi dovevano sicuramente essere presenti in
grandi quantità. Probabilmente questo fu causato da uno scarso interesse per il
materiale ligneo, dalla difficoltà di reperimento e di conservazione e dalla
fragilità del materiale stesso[16]. Questo fu, per lo più,
lasciato in loco o distrutto.
Riguardo allo studio del legno carbonizzato,
particolarmente interessante risultano gli studi del naturalista P. G. Maria
Della Torre e di alcuni studiosi francesi, come Lalande, l’abate Richard e
Roland de la Platière, della seconda metà del Settecento. Questi furono
concordi sul ritenere che durante l’eruzione vulcanica gli elementi lignei non
vennero a contatto con il fuoco ma furono ricoperti dai lapilli che provocarono
la carbonizzazione e la conservazione dei materiali. Nel 1783 Francesco
Piranesi, figlio del celebre incisore Giovanni Battista, pubblicò un volume dal
titolo “Il teatro di Ercolano”.
Il volume recava disegni e tavole seppur prive di un alto grado di precisione.
Questo è probabilmente dovuto al fatto che come riferimento furono utilizzati
gli schizzi che il padre realizzò durante il suo viaggio a Napoli nel 1770 e
nel 1777. Tuttavia, può essere anche che Piranesi abbia conosciuto i disegni
originali realizzati da Weber, in seguito alla morte del marchese Berardo
Galiani e forse non è un caso che questi disegni risultino persi proprio a
partire da questa data. È anche possibile che egli abbia visionato quelli
realizzati da La Vega. Nel 1779 l'abate di Saint-Non aggiunse alla sua opera
due piante e tre sezioni del teatro di Ercolano che furono da lui realizzati
riferendosi ad alcuni disegni consegnati dalla corte napoletana. Gli scavi e lo
studio dell’area ripresero poi all'inizio dell’800. Il primo progetto di
ripresa degli scavi, datato tra il 1806 e il 1815, non andò in porto e fu solo
nel 1828, sotto il regno di Francesco I di Borbone, che furono realizzati i
primi scavi a cielo aperto ad opera di Carlo Bonucci[17]. Successivamente gli
scavi vennero portati avanti dall'architetto francese François Mazois,
pubblicati postumi nel 1838. Qualche anno dopo, nel 1847, il Regio architetto
Antonio Niccolini propose nuovi scavi costituiti da tagli verticali allo scopo
di indagare le parti superiori della scena, tuttavia non furono mai realizzati.
Due anni dopo furono risistemati gli ambienti che costituivano l'ingresso al
monumento, per volere della Commissione per le riforme del Real Museo e degli
Scavi di Antichità. I lavori ripresero poi nel 1869, portati avanti da Giuseppe
Fiorelli che fece ricorso a nuove metodologie le quali consentirono di
recuperare una maggiore quantità di informazioni. Nel 1885 Michele Ruggiero
pubblicò questi lavori accompagnandoli ai documenti originali di scavo e a una
descrizione del teatro piuttosto precisa. Nel 1904 l’archeologo inglese Charles
Waldstein ideò, per la ripresa degli scavi ad Ercolano, una cooperazione
internazionale di archeologi. Fu così realizzato uno studio di fattibilità ma,
a causa dei costi elevati che la campagna avrebbe richiesto, questa non andò
mai in porto. Nel 1927, l’allora Soprintendente agli Scavi e alle Antichità
della Campania, Amedeo Maiuri, impose una serie di vincoli sull’area di scavo
di Ercolano e riuscì a espropriare una vasta superficie sulla quale, nel 1927,
ripresero le indagini archeologiche. L’impresa continuò fino al 1958, ma già nel 1942 gran parte dell’area dell’attuale
Parco Archeologico era stata messa in luce. Infine, tra il 1997 e il
1998 nuove indagini sono state realizzate sotto la direzione di Mario Pagano
per conto della Soprintendenza Archeologica di Pompei.
Il teatro era, invece, localizzato dall’altro lato del
foro, nel margine nord-occidentale dal pianoro ed era orientato in modo
regolare secondo lo schema urbano[18]. La collocazione del
teatro all’interno della città e in prossimità del foro conferma che, come
riportato da Vitruvio[19], i teatri avevano una
grande importanza all’interno della città romana, tanto da poter essere
considerati tra gli edifici di maggior rilievo all’interno della città[20].
Per quanto riguarda la sua architettura (vd. fig.),
sappiamo che il teatro romano era, in origine, costituito da strutture molto
semplici e le rappresentazioni teatrali venivano realizzate su un semplice
palcoscenico sopraelevato di solito adornato da colonne. Sarà solo nel II sec.
a.C. che si inizieranno a realizzare i primi teatri in legno e,
successivamente, nell’Italia Centro-meridionale verranno costruiti i primi con
gradinate situate su un pendio. Il primo edificio teatrale in muratura sarà poi
edificato a Roma da Pompeo nel 55 a.C.[21].
Come già detto, il teatro di Ercolano può esser fatto
risalire, sulla base dell’iscrizione “C.I.L.
x 1442”, in età augustea dal duoviro quinquennale L. Annio Mammiano Rufo e realizzato
secondo il progetto dell’architetto P.
Numisio. Quando il teatro fu realizzato probabilmente l’area circostante
era già, almeno parzialmente, urbanizzata[22]. Infatti La Vega
identificò un pozzo nell’area della porticus post scaenam che risulta
preesistente. Inoltre, la cinta esterna del teatro poggia su un precedente
lacerto murario, che doveva appartenere a un edificio particolarmente
importante, in quanto venne lasciato in loco[23]. La Vega, inoltre,
identificò i resti di un tempio.
Una delle iscrizioni rinvenuta all’interno del teatro
sembra fosse collocata sulla nicchia dell’ambulacro esterno, nicchia che doveva
essere abbellita con stucchi e pitture. Il de Alcubierre[24] rinvenne all’interno di
questa nicchia tre statue di togati in marmo, presumibilmente appartenenti alla
famiglia del fondatore del teatro, ovvero il duoviro quinquennale L. Annio
Mammiano Rufo.
Altre quattro iscrizioni simili nominano il donatore e
il suo costruttore. La prima di queste fu ritrovata al di sopra dell’uscita
della parodos occidentale, in situ. La seconda era sita
all’esterno nel punto in cui, come ci riferisce lo stesso Weber, il teatro
mostrava il punto di massima curvatura. La terza epigrafe (<<L.Annivs.Mammian.Rvfvs.Ii.Vir.Qvinq.Theatr.Orch---/De.Svo>>[25]) fu rinvenuta solo
successivamente, nel 1766 da Francisco La Vega, anch’essa all’esterno del
teatro, in prossimità dell’ingresso della parodos occidentale. Infine,
il frammento di una quarta iscrizione, fu rinvenuto in un luogo non ben
identificato. Inoltre, durante il periodo degli scavi del principe d’Elboeuf, fu
portato alla luce un frammento di architrave marmorea recante un’iscrizione di
bronzo che riportava il nome dal console del 38 a.C., Ap. Claudius Pulcher,
menzionato anche in un’altra iscrizione rinvenuta nel teatro e che,
presumibilmente, partecipo’ alla sistemazione decorativa della scena o dei tribunalia.
Come precedentemente esposto, si trova ancora in situ l’iscrizione
dedicata a M. Nonius Balbus[26], governatore della
provincia di Creta e Cirene.
Da queste iscrizioni possiamo risalire a una datazione
piuttosto certa per la costruzione del teatro che va situata nella prima età augustea[27]. Sono in accordo con
questa datazione, inoltre, anche lo stile dei capitelli e delle cornici della
scena e in generale della struttura dell’edificio scenico. Questo risulta
essere costruito in laterizio sulla parte frontale e per il restante in
reticolato con testate in mattoni. Questo tipo di tecnica edilizia attestata in
altri edifici sicuramente risale all’epoca augustea della stessa Ercolano.
La costruzione dell’edificio si inserisce, dunque, in
quella fase di rinnovamento architettonico che, in età augustea, fu riservata
alle città italiane e in particolar modo a quelle campane[28]. Inoltre, tipico di
questa fase risulta essere la costruzione di nuovi teatri.
Dagli studi realizzati è stata supposta, per il teatro
di Ercolano, una capienza di circa 2,350 spettatori, considerando uno spazio di
circa 0,40 m per ogni spettatore, a cui si devono aggiungere circa un centinaio
di persone che potevano essere contenute nell’ima cavea e nei tribunalia[29].
All'interno del
teatro la summa e la media cavea sono raggiungibili attraverso
una rampa di scale scavata nel tufo vulcanico. La media cavea,
inoltre, è realizzata da gradinate di tufo e presenta una struttura muraria
realizzata in un reticolato regolare. Il muro terminale del risvolto della
scena è realizzato in opera reticolata e mostra un intonaco rosso decorato
dalla rappresentazione di un paesaggio adornato da alberi. Si notano poi i tre
gradini della summa cavea, il balteo, che portava alla sommità del
teatro, intonacato e adornato da una fila di blocchi di tufo. È presente anche
uno dei sei basamenti in mattoni sul quale doveva essere posata una delle
statue equestri di bronzo dorato rinvenute in stato frammentario in epoca borbonica,
presso le gradinate e l’orchestra. È stata rinvenuta anche la base di una
colonna marmorea che doveva far parte di un’edicola situata sulla sommità del
teatro, luogo in cui doveva trovarsi anche la statua femminile in bronzo, inv.
5612, ritrovata da de Alcubierre[30].
La media cavea risultava divisa da sette scalette che
formavano sei settori con sedici file di sedili. All’estremità dell’ultima di
queste scalette vi è uno dei palchi d’onore, i tribunalia, che reca un
pavimento di lastre marmoree[31]. L’intonaco della volta
dell’ambulacro è perfettamente conservato, probabilmente grazie al modo in cui
la colata vulcanica riempì il vano. Da qui si accede ad alcuni ambienti situati
lungo la cintura esterna del teatro e, in prossimità di quello centrale, Francisco
La Vega praticò un taglio verticale che sezionò anche una porzione del
pavimento in cocciopesto del sacello centrale. In quest’area sono stati rinvenuti frammenti del
panneggio di una statua bronzea, precipitati sulla parte sommitale della media
cavea.
Si accede poi all'ima cavea, attraverso una
delle sette scale che suddividono la media cavea in settori. Si tratta
di una scalinata di quattro gradini di marmo bianco e giallo di cui restano
solo alcuni frammenti dei lastroni[32]. Da qui si può raggiungere
la fronte del palcoscenico, il pulpitum, realizzata in mattoni e che in
origine doveva essere rivestita di marmo. È inoltre adornata da nicchie
rettangolari e ricurve. Questa fu in parte restaurata dal La Vega che ebbe cura
di rendere visibili le parti aggiunte rispetto a quelle originali.
In quest’area, durante gli scavi borbonici, furono
rinvenuti frammenti di bronzo di due selle curuli e un bisellio onorari, che si
trovano oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sul tribunal nord
fu rinvenuta, come detto, l'iscrizione dedicata a Marco Nonio Balbo e sui tribunalia
opposti è presente la base dell'iscrizione dedicata ad Ap. Claudius Pulcher,
console nel 38 a.C.
Il fronte-scena, realizzato con tegole fratte, ha una
grande esedra al centro, all'interno della quale si apre la porta regia.
Lateralmente vi sono nicchie rettangolari recanti le due porte hospitales.
La scena era ricoperta interamente di marmo, in gran parte andato perduto e,
inoltre, doveva essere decorata da elementi scultorei comprendenti statue
femminili collocate in nove nicchie rettangolari, presumibilmente
rappresentanti le Muse. Tra queste sono state identificate la Piccola e La
grande Ercolanese di Dresda e probabilmente anche la Flora di Portici,
individuate in due statue presenti nel cortile della Reggia di Portici e in una
statua del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 6378[33]. Inoltre, sono stati
trovati di fronte alla scena quattro torsi virili marmorei in nudità eroica, ad
uno dei quali fu associata la testa ritratto di Marco Nonio Balbo, ritrovata da
La Vega nel 1768[34].
È possibile che queste statue fossero situate nelle nicchie che si trovavano
sulla scena.
La pianta del teatro continua, tornando indietro sul
fronte della scena, con la versura ovest, finemente decorata da
affreschi in quarto stile che risultano essere ben conservati. Si trova poi un
piccolo porticato con colonne di mattoni che rappresentavano l'accesso da
questo lato del teatro. Costeggiando la cintura dell'edificio ritroviamo, verso
la parete di fondo, un podio rivestito di lastre marmoree. Qui sono state
trovate tre statue di togati, presumibilmente pertinenti alla famiglia del
fondatore, Il duoviro quinquennale L.
Annio Mammiano Rufo che lo fece realizzare[35]. Una di queste è,
probabilmente, una delle statue maschili che adornano il cortile della Reggia
di Portici. Tornando indietro si accede alla versura opposta, anch'essa
decorata in quarto stile.
Continuando a costeggiare la cintura esterna del
teatro, abbellita da arcate e lesene, ci troviamo di fronte al muro perimetrale
di un edificio, interpretato come un tempio, che reca un basso podio con
semicolonne intonacate.
All'esterno dell'edificio, seguendo la galleria, è
visibile il taglio verticale eseguito dal La Vega che si estende per l'intera
altezza dell'edificio, circa m 10 in prossimità del sacello centrale della
summa cavea.
I teatri facevano uso di scenografie che spesso
coprivano la scaenae frons. Queste scenografie variavano a seconda del
tipo di rappresentazione. L’ingresso degli attori nel palcoscenico avveniva
tramite tre porte situate al primo livello del frontescena. In particolare, i
protagonisti accedevano tramite la porta principale, detta regia.
Pianta
del teatro.

Fonte: M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000).
Pianta
del teatro.

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Per quanto riguarda le murature del teatro, sappiamo
che queste sono state realizzate tutte in opera reticolata e cementizia in tufo
e presentano ammorsature e testate in tufelli. Fanno eccezione i muri della
scena, realizzati in opera mista di reticolato e laterizio. Per quanto riguarda
le strutture di sostegno, il sistema costruttivo che troviamo più
frequentemente negli edifici di Ercolano è quello architravato, costituito da
tre elementi, due verticali realizzati in pietra o conci di tufo e laterizio e
uno orizzontale in legno oppure in pietra o laterizio, legati da malta.
Il frontescena era anch'esso costituito da una parete
realizzata in muratura e adornata da nicchie e colonne. Al piano terra di
questa parete si aprivano tre porte, la regia al centro e, lateralmente,
gli hospitalia. Il fronte scena era poi sormontato da una copertura
lignea che consentiva alla voce degli attori di essere trasmessa alla cavea. Il
teatro, inoltre, era coperto da un velarium, che consentiva di
proteggere gli spettatori dal sole.
Immagine
del muro terminale del risvolto della scena (versura) in opera reticolata.

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
I locali d’accesso, sistemati già all’inizio degli scavi,
nel 1750, per controllare una delle rampe di ingresso ai cunicoli sotterranei e
facilitare la visita ai viaggiatori autorizzati, rimaneggiati agli inizi
dell'Ottocento (quando, in epoca murattiana, fu rettificato il tracciato
dell'attuale Corso Resina), furono risistemati nel 1849 in stile pompeiano
dall'architetto Giuseppe Settembre, e restaurati per iniziativa di Giuseppe Fiorelli,
come recita l'iscrizione sulla facciata, nel 1865. Nella stanza d'entrata sono
state recentemente esposte fotografie delle varie piante delineate
dell'edificio, dalla più antica, del de Alcubierre, recuperata tra le carte
dell'accademico ercolanese Andrea de Jorio, a quella schizzata dal Bellicard
(1750), alle uniche due superstiti della serie di Carlo Weber (1751 e 1763),
alle uniche tre conservate del gruppo di quelle di Francesco La Vega, terminate
nel 1777, ai rilievi del Piranesi, pubblicati nel 1783, a quelli pubblicati nel
“Voyage Pittoresque” del Saint-Non
(1779), agli accurati disegni del Mazois, realizzati all'epoca di Murat, ai
rilievi fatti eseguire dal Ruggiero (1885), a quelli odierni. La riproduzione
di un quadro, del 1815, di Louis-Nicolas Lemasle raffigurante la visita al
teatro dei figli del re Gioacchino Murat e una acquaforte di Giacinto Gigante
richiamano alla mente la visita al monumento come si svolgeva nell'Ottocento,
accompagnati dall’unico custode, munito di fiaccola, e aiutati da una guida
stampata: la situazione non è molto cambiata da allora, salvo che per la
presenza del moderno impianto elettrico. Altre fotografie riproducono alcuni
dei protagonisti degli scavi e degli studi ercolanesi e le statue della scena
del teatro. Vi è poi un'incisione, del 1749, con un apparato di festa ispirato
all'edificio realizzato a Roma in occasione dell'omaggio feudale del Re di
Napoli al papa. Al centro della stanza si trova un plastico del teatro,
eseguito nel 1808, a scopo didattico, da D. Padiglione sulla base dei disegni
pubblicati dal Saint-Non, originariamente colorato (vd. fig.). Una replica del
plastico, un tempo conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è
andata, sembra, perduta. Scesa una prima rampa di scale, si raggiunge una
saletta dove sono esposti alcuni pezzi marmorei, frutto degli ultimi scavi
borbonici settecenteschi, che F. La Vega decise di lasciare sul posto e di non
trasferire al Museo di Portici. Si notano un capitello corinzio con palmette
classicheggianti alla base, pezzi di cornici marmoree intagliate, un plinto e
un tronco di colonna di marmo africano, pertinenti alla decorazione della
scena, e anche un capitello ionico di tufo. Da qui, a sinistra, percorso un
lungo corridoio scavato nel banco vulcanico, ci si affaccia su di un balconcino
settecentesco, sorretto da mensole di piperno, aperto su di un grande pozzo di
luce.
Riproduzione
del quadro di Louis-Nicolas Lemasle, “I
figli di Gioacchino Murat visitano il Teatro di Ercolano” (1815, Napoli, Museo
di San Martino)

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Acquaforte
di Giacinto Gigante.
Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Plastico del teatro (eseguito nel 1808, a
scopo didattico, da D. Padiglione sulla base dei disegni pubblicati dal
Saint-Non e originariamente colorato).

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Esso fu realizzato nel 1750, per dare aria e luce alle
sottostanti grotte ed evacuare più facilmente parte del materiale di scavo;
permette di osservare dall'alto una parte della gradinata del settore centrale
della media cavea. Ritornati
indietro, si scende poi per una grande scala, larga m. 2,50, ricavata nel tufo
vulcanico dagli scavatori settecenteschi, che conduce direttamente alla sommità
della media cavea. Il teatro è orientato da Nord Est a Sud Ovest, con la cavea
rivolta verso Est, e ha un diametro massimo di m. 54 e minimo di m. 41. È
interamente costruito in opera reticolata e cementizia, con ammorsature in
tufelli agli angoli delle aperture, fatta eccezione per la scena e la facciata
esterna del corridoio anulare in cui è usato il laterizio. Il teatro è sorretto
interamente da un sistema di strutture cementizie, costituite da una cintura
esterna di pilastri in laterizio, da muri semicircolari e da setti radiali in
opera reticolata, uniti da un sistema di volte orizzontali e inclinate. Gli
ambienti a raggiera, come riportato nei rilievi redatti dal La Vega tra il 1771
e il 1774, sembrano tutti comunicare con l'ambulacro della cintura esterna.
Sulle pareti del teatro si notano firme, in varie lingue; oltre l'italiano, il
francese, l'inglese e il russo antico), di viaggiatori sette-ottocenteschi, e
anche più recenti, e i colpi delle punte dei picconi degli scavatori borbonici.
Un po’ dappertutto si scorgono inoltre i resti dell'impianto elettrico di
emergenza realizzato durante la seconda guerra mondiale, quando l'edificio
divenne il più importante rifugio antiaereo di Resina. La cavea. Allo sbocco di
uno dei tre cunicoli collegati alla base della rampa (il secondo raggiunge
sempre la sommità della media cavea, il terzo sbocca direttamente nel corridoio
anulare voltato che contorna la sommità di questa), si giunge sulla fila più
alta dei sedili, in tufo pipernoide, della media cavea, all'altezza del primo
cuneo da nord est: di fronte si vede il muro terminale del risvolto della scena
(versura), in opera reticolata con un rivestimento di intonaco rosso in basso
(sul quale si nota, scendendo alcuni gradini, un paesaggio con alberi,
finemente schizzato e di finti blocchi di stucco bianco contornati da una
cornice ad astragali in alto. La media cavea. La media cavea, formata da sedici
file di sedili in tufo pipernoide grigio locale, è divisa in sei settori da
sette scalette radiali; ad ogni sedile corrispondono due gradini delle scalette
radiali. Le dimensioni dei sedili sono prossime a quelle fissate da Vitruvio:
m. 0,41 di altezza e m. 0,70 di profondità. Lungo i percorsi attualmente
praticabili s'incontrano altri numerosi cunicoli, riempiti e chiusi da pietrame
vulcanico, scavati nel Settecento per indagare i vari settori della cavea e i
podi dei tribunalia. Lungo la scaletta centrale, inglobati nel possente strato
vulcanico, sono visibili i crolli dei muri, con molta probabilità, del sacello
posto, in alto, sull'asse centrale del teatro. La parte alta della scaletta
radiale centrale è attraversata dal grande pozzo, realizzato nel 1750 per
consentire il sollevamento verso la superficie dei materiali rinvenuti nello
scavo e per dare luce ad una parte della gradinata della media cavea: in un
angolo si trova un più antico pozzo per attingere l'acqua dalla falda, che ha
tagliato la gradinata. La precinzione della media cavea, che era rivestita di
lastre di marmo, asportate interamente in epoca borbonica (ne restano le
impronte e lo strato di preparazione), sormontata da una cornice di marmo
bianco ancora in parte conservata, sbocca, tramite sette piccole porticine ad
arco, vomitoria, in una galleria, che presenta alle estremità le due scale
provenienti dall'emiciclo esterno dell'ordine inferiore. Il corridoio, largo m.
2,03 e alto, all'intradosso della chiave dell'arco, m. 2, 64, costeggia la
sommità della media cavea ed è coperto da una volta a botte dal sesto poco
regolare. Edificato in opera reticolata rivestita d'intonaco bianco, esso
disciplinava l'afflusso degli spettatori dall'emiciclo sottostante e alle
scalette che conducono in summa cavea. Il materiale vulcanico che copri' il teatro
è piuttosto consistente: però, doveva avere una forte componente gassosa, dal
momento che, quando si compattò, e successivamente si litificò, la volta
dell'ambulacro rimase vuota, ed infatti l'intonaco in quel settore è
perfettamente conservato. Dal corridoio, inoltre, è possibile entrare in alcuni
vani radiali aperti verso l'esterno del teatro da archi che hanno la stessa
ampiezza di quelli inferiori. Questi piccoli spazi a pianta trapezoidale, oggi
in massima parte non fruibili perche' ancora celati dal materiale vulcanico,
sono protetti verso l'esterno da un basso parapetto costituito dalla cornice di
coronamento del portico dell'ordine inferiore. In uno dei vani da dove inizia
una delle scalette che permette di accedere alla summa cavea si può osservare,
sulla parete, una iscrizione romana, dipinta con colore rosso in grandi
lettere, sottoposta ad una firma in sanguigna settecentesca. Due piccoli
ambienti, in buona parte non accessibili, a pianta rettangolare, chiudono
simmetricamente la galleria, unendo in tal modo la cavea alla parte sommitale
delle versurae. La facciata esterna della parete meridionale dell'ambiente a
nord conserva, come si è detto, una fine decorazione di I stile in pannelli di
stucco bianco su zoccolo rosso, mentre sulle pareti esterne dell'ambiente posto
a sud, s'appoggia una scaletta, a doppia rampa su volta inclinata, che termina
da un lato sul fianco del podio posto nel settore settentrionale della
gradinata dell'ultimo ordine e dall'altro prosegue alle sue spalle per poi smontare
nel punto più alto della cavea. Sulla volta a botte di questa rampa si osserva
una iscrizione dipinta. La summa cavea, indagata in epoca borbonica attraverso
tre cavità non comunicanti, si compone di tre gradini. È divisa in quattro
settori da altrettante scalette radiali. La precinzione superiore, costituita
da un muro in reticolato, intonacato di bianco, sovrastato da una fila di
blocchi di tufo pipernoide, poggia sulla volta dell'ambulacro sottostante. Al
centro e ai lati di essa vi erano tre edicole, che insistono sulle volte
radiali dell'emiciclo esterno, inquadrate da tre coppie di podi, in mattoni
rivestiti di marmo, per statue equestri di bronzo dorato, che furono recuperate
in molti frammenti nel '700. Del sacello centrale si possono ancora vedere i
resti di una semicolonna in stucco rosso, un tratto di muratura, gli strati di
preparazione, in cocciopesto, della pavimentazione e il paramento di lastre marmoree, che
misurano m. 1,05 x 1,90, che rivestono, frontalmente, la muratura in opera
laterizia del podio. Si vede, inoltre, ancora incastrato in un cunicolo che
percorre il podio del sacello, un frammento di cornice, finemente intagliata,
in marmo bianco. Di recente si sono rinvenuti in posizione di crollo, sulla
verticale del sacello centrale e nelle vicinanze del vomitorio centrale della
media cavea, frammenti di panneggio di statua in bronzo e un grosso pezzo della
cornice d'angolo in marmo riferibile certamente all'elevato del sacello
centrale. Inoltre, tra i due avancorpi dell'edicola posta a nord della summa
cavea, è ben visibile una base di colonna in marmo bianco diam. superiore m.
0,36 Che il tempietto centrale non facesse parte del progetto originale del
teatro, si può supporre dal fatto che l'avancorpo sud del podio, cavo nel suo
interno, ha obliterato del tutto uno dei vomitori d'accesso alla summa cavea.
Scendendo pochi gradini dell'ultima delle sette scalette a Nord-Est, si accede
ad uno dei palchi d'onore (tribunalia), pavimentati con lastre di marmo bianco.
Si nota la porta he collegava il tribunal ad un ambiente del primo piano delle
versurae, sostenuto da travi di legno carbonizzate ancora al loro posto, che
reggevano un pavimento di cocciopesto. Accanto all'ingresso di questo ambiente
si nota, sull'intonaco rosso, la firma di un Pasquale Fer-, con l'indicazione
Herculana domus mea. Davanti al tribunal Nord, sui tre gradini antistanti in
basso, si trova una base di marmo con l'iscrizione, dedicata a Marco Nonio
Balbo, pretore e governatore della provincia di Creta e Cirene, dagli Ercolanesi
che contrassegnava una sedia curule onorifica. Sugli stessi gradini restano le
tracce di un'altra base, asportata nel corso dei primi scavi, e gli attacchi di
un bisellio di bronzo. Nel corso degli scavi borbonici furono infatti rinvenuti
gli elementi di bronzo di due sedie curuli, ora conservati nel Museo
Archeologico Nazionale di Napoli. Simmetricamente, sul tribunal opposto,
anch'esso pavimentato con lastre di marmo, è visibile la base con l'iscrizione
dedicata, dopo la morte, ad Ap. Claudio Pulcro, amico di Cicerone, console nel
38 a. C. Si scende poi all'ima cavea, costituita da 4 gradini di marmo più
bassi e larghi, un tempo separata dalla media cavea per mezzo di una transenna
di lastre di marmo impostata su una cornice, interamente asportata, dove
prendevano posto i maggiorenti. L'orchestra Si passa poi all'orchestra,
pavimentata con grandi lastre di marmo bianco e giallo antico, delle quali si
notano attualmente pochi resti. Ha una forma quasi semicircolare, tale da
potersi inscrivere in un cerchio passante per gli estremi dell'abside che
inquadra la porta centrale della scena, il cui diametro è di m. 18,77. Si
raggiunge quindi la fronte del palcoscenico (pulpitum).
Pulpitum del teatro.

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
In mattoni, un tempo rivestita di marmo, articolata
con nicchie alternatamente rettangolari e curve, parzialmente restaurata da La
Vega, che curò di ben distinguere le parti integrate, in malta lisciata in
sottosquadro, da quelle originali. Il muro, alto m.1,07 (quindi più basso dei
cinque piedi, m.1,50, canonici vitruviani), presenta scalette poste ai due
estremi per consentire agli attori di salire sul tavolato del palco su cui
avveniva l'azione scenica. Si nota la grande cavità dello scavo borbonico
praticato davanti al fronte-scena, parzialmente occlusa dai due enormi pilastri
realizzati da La Vega nel 1767-8, su indicazione del de Alcubierre per motivi
di sicurezza. Essi impediscono, purtroppo, di godere pienamente l'insieme
architettonico. I grandi pilastri ostruiscono completamente la fossa scenica,
hyposcaenium, larga circa m. 6, attualmente non visibile ma facilmente
riconoscibile nelle piante e nelle sezioni dei rilievi settecenteschi e
ottocenteschi, quando fu indagata. Nella pianta del La Vega e nella sezione del
Mazois si vede molto bene questo canale ubicato nella parte retrostante al
palcoscenico, con i fori destinati all'inserimento dei pali in legno che
servivano per la manovra del sipario. In alto, davanti alla porta regia, si
vede un piccolo pozzo, praticato per la ventilazione o preesistente allo scavo
borbonico. La scena Si passa ad osservare il fronte-scena (scaenae frons),
interamente costruito in opera laterizia di tegole fratte, alto due piani: presenta
al centro la grande esedra dove si apre la porta regia e, lateralmente, le due
porte hospitales. Se ne conserva buona parte della struttura muraria del primo
ordine, per un'altezza massima di m. 5,23. La scena era interamente rivestita
di marmi pregiati, dei quali restano solo pochi elementi e le impronte nella
malta di alcuni di quelli asportati. Dai documenti sappiamo che furono
rinvenute colonne di marmo rosso e di giallo antico, di cipollino, di africano
e di alabastro fiorito. Due colonne di marmo africano furono utilizzate
nell'altare della Cappella del Palazzo Reale di Portici; un sopralluogo effettuato sull'altare della
chiesa dal Dr. Mario Pagano ha mostrato che esso si compone di 4 colonne di
marmo africano, ricomposte con molti listelli di restauro riattaccati, del
diametro di m. 0,35. Il Venuti riferisce che molti marmi e le due colonne di
rosso antico-tuttora visibili sulla balaustra del presbiterio-furono
reimpiegate nell'abside del Duomo di Napoli, rifatto in quel tempo a causa di
un terremoto. Un'altra tradizione, però, che risale ad una relazione
manoscritta del 1741, fa provenire queste due colonne dalla diaconia di S.
Gennaro all'Olmo a Napoli. Si possono vedere, collocati dal La Vega sulla
scena, anche due capitelli corinzi con palmette classicheggianti alla base,
rifiniti solo nel lato anteriore, oltre quello ora situato all'ingresso.
Sappiamo che un altro capitello fu clandestinamente inviato in Polonia nel
1783. Dell'originaria decorazione architettonica della scena rimangono poi nel teatro
alcuni pezzi della cornice marmorea a mensole e cassettoni del primo ordine,
frammenti di lastre d'architrave a fasce appartenenti tutti al primo ordine, un
frammento di colonna in africano e numerosi pezzi di cornici marmoree di
piccola dimensione. Un plinto in calcare bianco compatto potrebbe appartenere
alla decorazione architettonica del secondo ordine. Sul podio del fronte-scena,
alto circa m. 2, poco sporgente, s'impostavano dieci colonne che inquadravano
tre porte e quattro nicchie rettangolari ove in origine erano collocate le
statue ritrovate nei primi scavi del principe d'Elboeuf. Altri due ingressi si
trovano in corrispondenza dei risvolti racchiudenti la scena, detti parasceni,
che mettono in comunicazione il palcoscenico con le aule, versurae, destinate
al ritrovo del pubblico. Si osservano, inoltre, nel terreno vulcanico, le travi
carbonizzate in crollo della copertura (che misurano in sezione m. 0,30 x
0,15). Le tre porte del fronte-scena immettono in una grande camera, forse
adibita a spogliatoio per gli attori, che a sua volta comunica, attraverso tre
aperture, con il portico retrostante. Nella parte retrostante della scena sono
riconoscibili le due scale attraverso le quali si raggiungevano i tribunalia
dopo aver percorso un passaggio costituito da un solaio di legno, di cui
rimangono le travi carbonizzate, e aver disceso quattro gradini ancora in gran
parte ben conservati. Ritornati indietro sul fronte scena, si penetra dapprima
nella versura Ovest, dove si ammirano affreschi di IV stile ben conservati, su
fondo bianco, disegnati, con quelli analoghi dell'opposta versura, nel 1772-3
da Vincenzo Campana in Antichità di Ercolano (si conservano i rami, che non
furono mai pubblicati. Ritornando sui propri passi, si procede visitando
l'opposta versura. Anche qui si osservano gli affreschi di IV stile, sui quali
sono sovrapposte centinaia di firme di visitatori. In alto si notano le travi
carbonizzate del soffitto ancora al loro posto. In una delle arcate della
versura si nota una singolare ricucitura in mattoni al posto dell'originaria
struttura in conci di tufo: probabilmente si tratta della riparazione di un
ingente danno dovuto al rovinoso terremoto del 62 d. C. La porticus post scaenam Dietro tutta la lunghezza della scena correva
una porticus post scaenam, largo
circa m. 7. . Presentava una fila di colonne di laterizio rivestite di stucco
bianco, scanalate, alcune delle quali visibili in crollo, impostate su di un
gradino di grandi blocchi di tufo, preceduto da una canaletta, sempre in blocchi
di tufo. La pavimentazione è in terra battuta. Il portico si apriva su di una
stretta terrazza, che poggiava su alcuni ambienti in reticolato, visibili in
due punti. Questi ambienti preesistevano alla costruzione del teatro. Infatti
il cunicolo che fiancheggia a Nord il basamento della porticus post scaenam ha tagliato gli strati anteriori, e in
particolare un riempimento, di circa m. 0,50, di terra costipata, intonaci e
altro materiale edilizio che verso Nord ha sigillato una pavimentazione di
cocciopesto, certo realizzato quando fu costruita la porticus post scaenam. Sul lato Ovest del teatro esisteva un
piccolo risvolto di questa porticus, ma con colonne in mattoni, rivestite di
stucco: ancora al suo posto si vede un pilastro con due semicolonne, di dimensioni
più piccole, che sottolineava uno degli ingressi alle parodoi del teatro,
evidentemente quello principale (non a caso a lato di questo punto si trovava
la nicchia decorata con le tre statue di togati). Le colonne erano impostate
anche qui su di una fila di blocchi squadrati di tufo, basamento che si
prolunga verso Sud-Est. Rimane poco chiaro il collegamento di questo risvolto
con la porticus principale, e queste incertezze sono riflesse nei rilievi
sette-ottocenteschi. La facciata esterna del teatro La parte centrale
dell'emiciclo si articola in alzato su due ordini architettonici ritmati da
archi a tutto sesto che cingono l'intera facciata. Le arcate, dalla luce
costante, poggiano su robusti piedritti in laterizio, dalla pianta sagomata a "T",
che sono separati dall'imposta degli archi da una semplice cornice in stucco.
Dell'emiciclo, costituito da diciassette arcate più due terminali che immettono
alle aule, versurae, poste ai lati dell'edificio scenico, è visibile la parte
bassa dei pilastri del primo ordine; tranne in due punti saggiati su istanza
dell'Accademia Ercolanese ove è possibile ammirare il doppio ordine di archi
inquadrati da lesene poco sporgenti, in origine rudentate e rivestite di stucco
e con semplici capitelli modanati. Uno dei tagli verticali eseguiti da La Vega
per tutta l'altezza esterna dell'edificio (m. 10,20) si trova in corrispondenza
del sacello centrale della summa cavea, che fu sezionato. Subito dopo questo
taglio si vede a destra una porta o finestra a liste di legno carbonizzato in
posizione di crollo, e, accanto, un restauro di La Vega con conti degli operai
e la data 1777 graffita sulla malta. Infine, dopo uno slargo utilizzato nel
Settecento come luogo di sosta nella visita (come mostrano una lastra di marmo
ancora inserita nella parete per sostenere una lucerna e molte firme di
viaggiatori ottocenteschi sull'intonaco della parete). A diretto contatto,
sempre in direzione est, del quattordicesimo pilastro del deambulatorio
inferiore, vi sono i resti di un edificio, in opera reticolata, il cui
orientamento diverge da quello dei piedritti in laterizio del teatro. Si tratta
forse di un monumento pubblico particolarmente significativo per la città, la
cui costruzione precede quella del teatro, tanto da imporre la sua conservazione
anche a costo di creare una cesura evidente nei percorsi posti lungo la cintura
esterna dell'emiciclo. La penultima arcata orientale presenta una particolare e
più ricca decorazione architettonica con lesene, capitelli corinzi e un
bellissimo cassettonato a rilievo di stucco nell'intradosso dell'arco in stucco
bianco. In basso l'arcata presenta un podio, in origine rivestito di marmo,
dove furono scoperte dall'Alcubierre tre statue di togati. Una statua maschile è
certamente quella conservata in una delle nicchie del cortile superiore della
Reggia di Portici. Sopra la linea dei capitelli è visibile un fregio liscio
sormontato da una cornice aggettante sulla quale appoggiano i pilastri del
secondo ordine; la cornice, inoltre, ha la funzione di parapetto degli ambienti
radiali dislocati tra i fornici. In posizione simmetrica rispetto all'ambulacro
vi sono due scale in tufo, larghe m. 2,50, che portano alla galleria della
media cavea; un tompagno in muratura intonacata blocca il passaggio tra la
scala nord e il corridoio esterno, probabilmente un intervento di
consolidamento statico da mettersi in relazione al terremoto del 62. Superate
le scale, l'ambulacro si collega a due corridoi, parodoi, dal piano di
calpestio inclinato, coperti da volte a botte su cui poggiano i due palchi, già
descritti, tribunalia, riservati ai magistrati locali oppure ad ospiti d'onore,
che assistevano alle rappresentazioni teatrali da questi posti privilegiati.
L'accesso tra l'orchestra e le parodoi avviene tramite due passaggi, aditi, che
tagliano le prime file dei gradini, rimanendo scoperti per un primo tratto,
fino a quando, raggiunta un'altezza sufficiente, s'immettono sotto la cavea
prima con una volta a botte con andamento orizzontale più bassa e poi con
un'altra rampante che s'innesta all'arcata dell'emiciclo esterno. Lungo le
pareti verso sud, si aprono due vani, che immettono ai due avancorpi che
racchiudono la scena, le già accennate versurae. La presenza lungo i corridoi
di cardini per porte, uno dei quali fu rinvenuto da La Vega fa presumere che
durante i periodi di inattività il teatro potesse essere chiuso al pubblico.
STORIA
DEGLI SCAVI DEL
TEATRO
La risurrezione
delle città sepolte dal Vesuvio, nel racconto e nei modi dei tempi in cui
avvenne degli uomini che vi operarono, lottando contro difficoltà che parevano
insormontabili, è una delle pagine più affascinanti della nostra civiltà. E
ripercorrere oggi, dopo secoli, la storia delle scoperte, di quei primi
entusiasmi, delle accese polemiche che non di rado le accompagnaono, ha ancora
un senso per noi uomini del xx secolo poichè si proietta nel tempo e nella
dimensione di un tucidideo κτῆμα
ἐς ἀεί.
Pianta del teatro di Ercolano realizzata
da de Alcubierre tra il 1738 e il 1747.

Fonte:
www.ercolano.unina.it
Gli
scavi di Ercolano ebbero inizio nel 1738, quando il re Carlo di Borbone,
intrapresa la fabbrica della sua villa di Portici, volle restaurare, a
ornamento del palazzo, alcune mutile statue, residuo degli scavi condotti sul
posto, un quarto di secolo prima, dal principe d'Elboeuf, colonnello
dell'esercito austriaco.
Proprietario
di un piccolo casino di campagna, il principe aveva avuto notizia che un
contadino, scavando un pozzo, vi aveva rinvenuto molti frammenti di marmi
antichi; acquistato il pozzo, prosegui le ricerche in proprio. Da quel pozzo,
centrato proprio sulla scena del teatro di Ercolano, riemerse subito una
congerie di sculture e di iscrizioni, tra cui la monumentale epigrafe col nome
di Appio Claudio Pulcro, e tre splendide statue praticamente integre, che il
d'Elboeuf inviò in dono al generalissimo dell'Impero, Eugenio di Savoia. Si era
nel 1711. Morto il principe Eugenio, disperso il suo patrimonio, le statue
vennero acquistate da Cristiano Augusto, re di Polonia e Elettore di Sassonia,
per le collezioni di Dresda che le sue illuminate provvidenze avviavano a
divenire una fra le splendide capitali d'Europa. E sembra casuale che per
l'appunto da Dresda provenisse la giovane consorte di Carlo, Maria Amalia di
Sassonia, né può provarsi, come pure è stato sostenuto autorevolmente, che si
debba al suo impulso la ripresa degli scavi di Ercolano. Per vero, in una
lettera scritta molti anni dopo l'avvenimento, e pubblicata di recente,
l'ingegnere Roque Joaquin Alcubierre, direttore degli scavi, rivendicava a sé
ogni merito dell'iniziativa: raccontava come, incaricato di eseguire le
misurazioni degli immobili che ricadevano entro i confini della costituenda
tenuta reale di Portici, fosse venuto a conoscenza del pozzo del d'Elboeuf e,
nonostante
la scarsa disponibilità e anzi la resistenza del ministro del tempo, il
Montealegre, avesse ottenuto dal re di distogliere quattro dei settecento
operai impegnati nei lavori, per effettuare qualche sondaggio ulteriore sulle
pareti del pozzo.
È
noto come i risultati siano stati, dall’inizio, folgoranti: raggiunto il teatro
di Ercolano, praticamente intatto, e imbattutisi subito dopo nella cosiddetta
Basilica, i cavatori ne trassero statue marmoree e bronzi, iscrizioni, utensili
e soprattutto pitture di singolare bellezza che, in brevissimo tempo, resero il
sovrano padrone di una collezione di antichità rarissima e per molti aspetti
senza uguali. Naturalmente il successo incitò a proseguire l'impresa; e, con
vicende alterne di maggiore o minore fortuna, e un nuovo culmine negli anni ‘50,
con la ancor più sensazionale scoperta della Villa dei Papiri, ricchissima di
opere d'arte e di preziosi manoscritti, gli scavi di Ercolano proseguirono sino
al 1765, quando si ritenne conveniente abbandonarli per concentrarsi su Pompei
e su Stabia, due siti archeologici, che, nel confronto, offrivano rilevanti
vantaggi pratici. Lo scavo di Pompei aveva avuto inizio dieci anni dopo quello
di Ercolano, nel 1748, in una località che conservava il nome, per sé
eloquente, di Civita, dove ormai da gran tempo si avevano indizi per sospettare
si celasse la più importante delle città sepolte dall'eruzione vesuviana del 79
d.C. Già nel 1592, Domenico Fontana, per derivare verso Torre Annunziata
l'acqua del Sarno, aveva scavato un canale che traversava quei terreni, e
ruderi, marmi, iscrizioni, monete, erano immediatamente tornati alla luce. Sin
dal 1607 il Capaccio, nel primo tomo delle sue Historiae Neapolitanae, avanzava
il nome di Pompei; nel 1666, il grande Holstenius confermava senza esitazioni:
<<certissimum est Pompeios
fuisse... loco qui Civita vulgo dicitur>> e, alla fine del secolo, un
pozzo, anche qui, dava occasione a Fr. Bianchini (una personalità oggi
ingiustamente dimenticata) di porre in rapporto reperti e ruderi di antiche
fabbriche con la stratificazione geologica delle eruzioni, la sequenza
visibilissima di <<vari suoli>> che si succedevano ordinatamente l’uno
sull'altro.
Ricordo
questi dati, già noti, solo per mettere in evidenza come la documentazione
archeologica, e le argomentate opinioni di studiosi illustri, non fossero state
sufficienti ad attirare l'attenzione sul sito prima degli scavi promossi da
Carlo di Borbone. Si che quell'entusiastico riconoscimento tributato al re
nelle pagine d'esordio dei volumi delle Antichità di Ercolano, ancorché frutto
di cortigiana piaggeria, appare non completamente fuori luogo, e alla passione
e curiosità archeologica di Carlo dobbiamo riconoscere un ruolo determinante
nell'avvio dell'impresa di scavo nella città vesuviana.
Il
Settecento dei Lumi aveva proposto nuove iconografìe dei sovrani riformatori,
intenti ad opere di civile progresso e alla promozione delle arti; ma
l'immagine di un re archeologo, la celebrazione della felix urbium restitutio, cioè la rinascita delle città sepolte,
quale appare a frontespizio delle Antichità Siciliane del Pancrazi nel 1751, è
immagine, che io sappia, nuova, comunque non conformista, e perciò stesso
rispondente di certo ad un esplicito desiderio della corte. Come ricorda F.
Bologna, sarà ancora Carlo, dal trono di Spagna, ad attivare esplorazioni
d'avanguardia in Sudamerica, che riveleranno ad un'Europa abbagliata ancora dal
mito del Buon Selvaggio le insospettate culture dell'America precolombiana.
Ma
alla passione dilettantesca del sovrano occorreva, per farsi colto mecenatismo
e vero rispetto per l'antico un elemento catalizzatore, un confronto dialettico
tra l'entusiasmo e la scienza; e questo elemento, questo incontro fu
rappresentato certamente dalla intelligenza lungimirante del suo ministro
Bernardo Tanucci. Economista e studioso del diritto, docente giovane ma già
illustre dello Studio pisano, quando fu tra i Toscani che seguirono Carlo a
Napoli, la cultura di Tanucci riposava sulle fondamenta durevoli di una solida
e vasta preparazione classica. Ancorché si professasse affatto inesperto di
<<antichità figurata>>, aveva ascoltato l'insegnamento di Filippo
Buonarroti, indiscusso maestro dell'antiquaria toscana del XVIII secolo, e tra
l'altro presidente a vita della Accademia Etrusca di Cortona, fondata dai
Venuti e di cui Tanucci stesso era membro. Le cure dello stato non gli
impedivano di coltivare gli studi di letteratura e di antichità; al grande
Muratori scriveva: <<In quest'angolo del mondo, sono rimasto al tomo 23
degli Scrittori Italici, al tomo 5 delle Antichità Medii Aevi, al tomo 3 delle
Iscrizioni. Potrebbe V.S. ill.ma, con l'ardente sua carità cristiana, sovvenire
di quando in quando con qualche pacchetto di libri di sua scelta a un povero
deportato che l'adora?>>. C'è la venerazione del discepolo, non certo la
autorità di un ministro. E, in quello stesso 1747: <<L'unico mio spasso -
scrive all’amico Nefetti - è lo studio dell'antichità e mi è stata data
l'occasione dall'escavazione della città di Ercolano... le fabbriche della
villa di Portici che il re vi va facendo hanno stimolata quella ricerca che è
stata la più fertile finora fuor di Roma di figurate antichità di ogni genere.
Ogni sera si porta qualche pezzo nella camera del Re e si ragiona nell'ora
appunto in cui egli si spoglia per andare a letto, e io devo essere
presente...>>. <<Il re parla e interroga>>, dirà altrove;
<<discorsi e contese ci fanno passar del tempo>>. L'epistolario del
Tanucci, di cui solo in questi anni si è affrontata la edizione integrale, con
la schiettezza semplice di un periodare che traduce senza mediazioni un
pensiero lucidissimo, può dare una idea della piacevolezza di quelle
conversazioni; come dirà il Winckelmann, che non l'amava, questo
<<orso>> inaccessibile e reso più grave dalle responsabilità di
governo, <<a tavola diventa un altro uomo: si fa gioviale e le Grazie
parlano in lui>>. Quelle dotte <<contese>> serali nell'intimo
delle stanze del sovrano, quasi delle Notti palatine a simiglianza delle Notti
Coritane dell'Accademia Etrusca dei Venuti, intensificavano quel confidente
rapporto di lealtà e mai tradita fiducia, che unirà fino alla fine il re e il
suo ministro: ambedue avevano compreso che l'impresa di Ercolano poteva
trasformare d'un tratto quel remoto <<angolo del mondo>> in uno dei
fuochi della cultura europea. Se l'impresa non raggiunse il successo che
parzialmente, se una visione strategica di largo respiro si trovò inficiata da
continui errori di tattica, se la gestione di questa idea si perderà in rivoli
futili di controversie e privative, di polemiche e ripicche meschine, solo in
parte può darsene responsabilità ai promotori. Oserei dire che forse non giovò
il lealissimo zelo posto dal Tanucci, divenuto Reggente alla partenza di Carlo
per la Spagna, nell'attenersi all'assetto raggiunto dal re; l'immobilismo è
beninteso più apparente che reale, ché prudenti aggiustamenti di rotta
finiranno gradualmente con l'eliminare le più gravi incongruenze contro cui si
era sollevata la intellettualità europea. E tuttavia mancò quel colpo di tallone
che vigorosamente consente di raggiungere la superficie e inspirare un soffio
di aria nuova e, per cosi dire, l'impresa degli scavi vesuviani si imprigionò
da sé entro il bozzolo dei suoi schemi, invecchiando e spegnendosi in capacità
di iniziativa insieme con gli uomini chiamati a realizzarla. L’aneddotica
vecchia e nuova, la polemica spesso astiosa che accompagnerà gli scavi
dall'inizio, per sfociare più tardi nelle accuse irrefutabili di un
Winckelmann, ha certamente previlegiato il ruolo, nella vicenda, di questi
attori minori, portando alla ribalta, ben oltre il loro merito, personaggi di
cui, altrimenti, anche il nome sarebbe andato dimenticato. Conosciamo cosi fin
troppo bene l'Alcubierre, l'ingegnere militare spagnolo che <<aveva a che
fare con le antichità quanto la luna coi gamberi>>, che dirige gli scavi
con gli ingegneri in subordine, lo svizzero Carlo Weber e poi Francesco La
Vega; lo scultore Giuseppe Canart, di origine francese, ma venuto da Roma per
impiantare a Portici il suo studio per il restauro dei marmi e delle pitture;
Camillo Paderni romano, buon disegnatore e Custode del Museo Ercolanese nella
Reggia di Portici, da sempre rivale dello Alcubierre; il padre Piaggio
genovese, ingegnoso inventore di una <<macchina>> per svolgere i papiri
carbonizzati della Villa ercolanese, aiutato da un assistente mal pagato e
irosamente neghittoso. Cosi, sin dal principio, lo scavo restò affidato a
<<tecnici>>, ingegneri, restauratori, disegnatori, sovente in
pesante conflitto fra di loro, senza un concreto programma di ricerca al di là
dell'impegno posto nell'estrarre dalla terra tesori per le collezioni reali,
senza una direttiva scientifica che evitasse gli errori che, ben presto, i
visitatori più accorti cominceranno a rimproverare.
<<There
might certainly be collected great light from this reservoir of antiquities, if
a man of learning had the inspection on it; if he directed the working, and
would made a journal of the discoveries. But I believe there is no judicious
choice made of directors... >>, troviamo in una lettera del 14 giugno
1740, quasi agli albori dello scavo di Ercolano; e non si può restar che
ammirati dell'acume con cui il ventitreenne Horace Walpole, figlio del Primo
Ministro whig, a Napoli durante il suo aristocratico Grand Tour, sembra
cogliere senza esitazioni uno dei nodi critici della vicenda. << The work
is unhappily under the direction of Spaniards, people of no taste or erudition,
so that the workmen dig, as chance direct them...>>, insisterà Thomas
Gray, suo compagno di viaggio; le vicende che seguiranno, mostreranno come non
si trattasse di pregiudizi o di luoghi comuni. Ma già l'anno prima il De
Brosses aveva biasimato lo <<scavo alla cieca>>; e a dieci anni di
distanza, nel 1749, confermava: <<J'ai appris que ce travail, qui de mon
tems etoit fort mal conduit ne l'est pas mieux aujourd'hui>>. Forse il
sovrano si illudeva di controllare i lavori dal palazzo; ma resta comunque
sorprendente la costanza con cui egli volle continuare a servirsi dell'opera di
un uomo, come l'Alcubierre, su cui ricadeva un generale quanto giustificato
biasimo. Certo, la prima dote che andrà riconosciuta allo spagnolo è quella di
una rassicurante capacità di mestiere, particolarmente importante quando dal
pozzo del teatro ci si cominciò ad addentrare sotto le malsicure case di
Resina. In concomitanza con il diffondersi delle manifatture preindustriali, un
particolare impulso aveva avuto, nel Settecento, l'ingegneria mineraria, ormai
pienamente in grado di realizzare stupefacenti sistemi di gallerie fino a
grande profondità; e, parallelamente, in campo militare avevano avuto sviluppo
le tecniche ossidionali per <<mine>>, cioè gallerie, basate sul
sempre più efficace impiego degli esplosivi. Le gallerie di Ercolano dovettero
perciò apparire in certo modo un campo di applicazione di tecnologie specifiche
del genio militare, e per ciò preposto agli scavi fu il colonnello ingegnere
comandante degli speciali reparti che ancor oggi chiamiamo (ironia del nome)
dei guastatori. Tuttavia l'Alcubierre e i suoi ufficiali del genio restarono in
carica anche più tardi, quando si principiò a scavare a cielo aperto a Pompei e
a Stabia, dove infatti, nonostante la positiva presenza del Weber e poi del La
Vega, si perpetuò a lungo la brutale operazione di spoglio che aveva
caratterizzato negativamente l'episodio ercolanese. E qui occorrerà pensare che
abbiano giocato, a favore del de Alcubierre, altre doti, per esempio la
indiscussa sua onestà personale e la capacità di esigerne dai suoi sottoposti;
e il problema scadrebbe in questioni per sé assolutamente irrilevanti, se non
occorresse attribuire un peso, in tutta questa vicenda, all'indole stessa del
re e all'ottica, da monarca assoluto, con cui egli guardava agli scavi di
Ercolano e alle antichità che ne provenivano. Questa lettera, scritta dal
Tanucci a un amico fiorentino, mette ben a fuoco, mi sembra, la situazione:
<<II re è si geloso custode di qualunque pezzo di anticaglia, che si è
disgustatissimo per la notizia che qualche cosa sia stata venduta dalli fraudolenti
scavatori a alcun Romano, e con Venuti è alquanto irritato perché i Parmigiani
hanno fatto credere che egli abbia mandato fuora alcun frammento, non in
sostanza, ma in figura>>. Dunque, re Carlo rivendicava come esclusivo,
sovrano privilegio, non solo il possesso del minimo frammento di antichità, ma
anche il diritto di trarne <<figura>>, cioè riproduzioni, disegni.
Vedremo più oltre le conseguenze di questo suo atteggiamento. Ma va ricordata,
ad esempio, l'estrema durezza della pena che nel 1740 si abbattè su cinque
sciagurati abitanti di Resina, rei confessi sotto tortura di aver rubato
(figuratevi!) qualche pezzetto di metallo, tre lucernette di coccio e una di
bronzo, due corniole <<e altre robbe minute>>; <<per darsi ad
altri un terrore>>, cosi suona un documento degli archivi napoletani, il
misfatto ricevette un corrispettivo esemplare, la fustigazione pubblica con
ignominia, il carcere e perfino tre anni di esilio! Ma dalla lettera del
Tanucci, si percepiscono anche intrighi di corte e contrasti tra gruppi di
potere; i <<Parmigiani>> sono certamente i seguaci del Marchese
Fogliani, allora Primo Ministro (<<Sapete, scriverà il Tanucci allo
stesso corrispondente, che sono qui già 30.000 Toscani? Diamo nell'occhio, e
appena si soffrono i compagni patriarchi della conquista...>>). Marcello
Venuti aveva lasciato Napoli ormai da alcuni anni, ed era facile gettare
discredito sull'assente con un'accusa in sé non inverosimile, chissà se del
tutto infondata, ma in ogni caso ben scelta perché toccava un tasto cui il re
era particolarmente sensibile. È il momento in cui viene chiamato a Napoli, per
illustrare le antichità di Ercolano, l'eruditissimo Bayardi, sostenuto proprio
dai Parmigiani del Fogliani. Possiamo immaginare che altri, per esempio il
Tanucci, avesse invece pensato a richiamare Venuti per illustrare una scoperta
che, in certa misura, apparteneva anche a lui? La campagna denigratoria a corte
rappresenterebbe allora una, ahimè certo non corretta, contromanovra di
avversari. Ma limitiamoci ai dati sicuri; e non è illazione affermare, con il
senno del poi, che la partenza del Venuti rappresentò, per il Regno, la perdita
di una importante occasione culturale. Gentiluomini di Cortona, tipici
rappresentanti di quella piccola nobiltà toscana dalle modeste fortune, ma
colta e pervasa dal miglior spirito del secolo riformatore, i tre fratelli
Venuti occupano un posto di assoluto rilievo nella storia dell'antiquaria
illuminata del Settecento. Marcello e Ridolfino, i maggiori, erano stati
insieme allievi del Buonarroti e, nell'Ateneo pisano, avevano, tra altri,
ascoltato lo stesso Tanucci; giovane, ma già noto fondatore della Accademia
Etrusca, Marcello era anch'egli sceso a Napoli fra i seguaci della prima ora
del Borbone alla conquista del suo regno. Ridolfino si stabilirà invece a Roma,
descrittore colto delle antichità dell'urbe, consigliere del maggior
collezionista di arte antica del tempo, il cardinal Albani, quindi prefetto
pontificio delle Antichità, la stessa carica che, più tardi, rivestirà il
Winckelmann. Ancor più interessante forse la personalità del terzo fratello,
l'abate Filippo; dapprima a Bordeaux membro di quella Accademia e autore di
dissertazioni di antichità premiate dalla parigina Académie des ìnscriptions,
amico di Montesquieu che, per suo tramite, diverrà assieme a Voltaire, membro
d'eccezione nella Accademia Etrusca di Cortona, collaboratore della
Encyclopédie, una volta tornato nella liberale Livorno dette vita, tra l'altro,
al Magazzino Italiano di Istruzione e Piacere, un periodico dalle cui tribune
diffondeva le idee dei filosofi
illuministi. A Napoli, Marcello aveva avuto l'incarico di sovraintendere alla
biblioteca, alle medaglie e alle collezioni giunte da Parma; invano tuttavia
coltivò la speranza in una posizione di prestigio e in una retribuzione
adeguata, e si adoperò per ottenere un marchesato che probabilmente riteneva
gli avrebbe dischiuso la via ad incarichi di corte; nonostante la benevolenza
del re (<<sono incredibili le riverenze che ricevo in Palazzo>>
aveva scritto a Ridolfino) nel 1740 si risolse a tornarsene a Cortona dove a
lui, primogenito, riveniva di occuparsi della non floridissima situazione
economica della famiglia. Fu ventura dunque che, almeno nei primissimi tempi,
il re avesse al suo fianco un <<antiquario>> di tale valore;
proprio durante una escursione con il sovrano, Venuti ebbe quella intuizione
che lo rese felice interprete dei resti che l'Alcubierre andava esplorando a
Resina, esercitando quelle capacità
divinatorie da aruspice etrusco che egli si riconosceva. Il resoconto
dell'episodio, a dieci anni di distanza, è ancora pieno della gioia della
scoperta, dell'emozione di quel gran giorno. Dal pozzo del d'Elboeuf si era
appena estratto un frammento di iscrizione; il Venuti lo esamina e crede di
ravvisarvi, mutila, la parola theatrum;
subito si fa legare con una corda e si cala al fondo del pozzo, e là scopre, al
lume delle fiaccole, chiarissimo l'andamento delle gradinate e la curva
dell'emiciclo; e, avendo in mente quel passo in cui Dione Cassio racconta esser
stato il popolo di Ercolano sorpreso dall'eruzione mentre sedeva in teatro,
enunzia al sovrano la sua idea, esser quella appunto la città sepolta dal
Vesuvio nel 79 d.C., un'idea che sarà dopo breve tempo definitivamente
confermata da altre testimonianze epigrafìche. Il metodo seguito è impeccabile:
il sapere antiquario, nel vicendevole gioco di testimonianze monumentali e
notizie delle fonti letterarie, trovava nella scoperta di Venuti una bella
validazione. Di altri provvedimenti presi in quegli anni per sua diretta
indicazione non abbiamo notìzia, tranne che per l'adozione della vernice a
protezione delle pitture, di cui diremo; ma diffìcilmente ci sarà dato, in
assenza di documenti, di cogliere esattamente la misura della sua influenza
presso il re e la corte, e di ascrivergli eventualmente il merito di
provvidenze, che pure ci furono anche in quei primi anni di caotico entusiasmo.
Ma, in realtà, l'antiquario cortonese mai aveva avuto una diretta
responsabilità nella conduzione degli scavi, né l'autorità necessaria per
indirizzare le scelte: <<avrei desiderato che quel bellissimo teatro si
fosse tutto scoperto in apricum
[...]; avrei anche bramato che si principiasse a scavare da parte della marina,
ma non avevo tanta autorità da poter far travagliare a mio modo>>.
A
Marcello Venuti succedette, nella direzione della Biblioteca, Matteo Egizio,
venerabile quanto anziano erudito, affatto digiuno di esperienze archeologiche
e del tutto alieno dal procurarsene; e quando alcuni anni dopo monsignor Bayardi
venne chiamato a compilare il catalogo delle antichità di Ercolano, dichiarò
subito di non aver alcuna intenzione di scendere nelle <<grotte>>
di scavo. Cosi, nelle sue oscure e fumose gallerie, che sgomentavano più che
affascinare i pochi visitatori, al riparo da ogni verifica, l'Alcubierre
procedeva indisturbato; perfino l'occasionale presenza del Canart, impegnato in
qualche lavoro di sua competenza, gli era di fastidio, e pregherà il
Montealegre di impedire allo scultore l'accesso allo scavo. A Ercolano, il 6
agosto 1740 si era dovuti intervenire, prescrivendogli che <<luego que se
encontra con la pared de un edifìcio, conviene siguirla todo airededor, tanto
por la parte a fuera como por la de a dentro sin romper la pared, sirviendose
de las puertas o bentanas bajas para entrar dentro... >>. Un anno più
tardi, quando temporaneamente si ritirò e fu sostituito dal Rorro e poi, più a
lungo, da Pietro Bardet, richiesto di dar le consegne e le necessarie
istruzioni, l'Alcubierre nulla seppe consigliare al subentrante oltre che
seguire fiuto ed esperienza; e quanto alle piante del già scavato, confessava
che <<no me ha sido possible formarne alguna>>, adducendo la
strettezza dei cunicoli, e il procedimento a <<cava e metti>> che
non consentiva di lasciar sgombre le zone esplorate; dirà Cochin qualche anno
dopo: <<on vuide, on remplit, et les souterains presentent tous les six
mois une nouvelle face>>. Non solo i visitatori rimanevano sconcertati,
ma perfino gli stessi preposti, in assenza di una planimetria affidabile,
finivano per smarrirsi; come notò più tardi il La Vega, si finiva per ritornare
sui posti già sondati e quello sforacchiare <<alla cieca>>
(un'espressione già usata da De Brosses) a parte il dispendio inutile,
comprometteva ulteriormente i già pericolanti edifici di Resina. Il breve
periodo di direzione del Bardet de Villeneuve rappresenta un indubbio salto di
qualità; Bardet domanda in prestito libri per documentarsi sui luoghi, ma
soprattutto chiede ed ottiene licenza di levare la pianta degli edifìci, e ci
lavora per tutto il tempo in cui gli rimarrà affidata la conduzione degli
scavi. Ma quanto poco, in definitiva, interessasse tale lavoro, si desume dal
fatto che, alla sua partenza per la guerra, nel 1744, egli portò con sé i suoi
disegni, che, sembra, nessuno pensò di chiedergli; e solo molti anni dopo, al
suo ritorno, fu lui stesso a cederli in cambio dei volumi pubblicati delle Antichità di Ercolano. Rimasta inedita,
sfuggita anche al Ruggiero, dimenticata nell'Archivio di Stato napoletano fino
a pochi anni fa, la pianta generale del Bardet, pur con i suoi errori
nell'orientamento del teatro e dell'insula della palestra, resta documento per
noi preziosissimo e ancor oggi insostituibile per quelle zone poi risepolte.
Dopo di allora, nonostante il ritorno del de Alcubierre, gli ingegneri in
subordine, il Weber e poi il La Vega, continuarono a levare le piante degli
edifìci man mano scoperti; ma nulla ne fu dato alla luce, e i disegni,
superstiti tra i fondi d'archivio, saranno pubblicati solo dopo un secolo, da
Fiorelli, Minervini, Ruggiero, De Petra. Sì che sarà un architetto francese,
Jeróme Bellicard, in Ercolano tra il 1749 e il 1750, a pubblicare per primo una
pur sommaria pianta <<a memoria>> del teatro e della cosiddetta
<<Basilica>> con gli edifici contigui. Bisognerà attendere il
volume di Francesco Piranesi, impresso a Roma nel 1793, per avere infine, in
splendida e monumentale veste grafica, l'edizione del Teatro di Ercolano; il
resto rimarrà sostanzialmente medito, e la piccola pianta del La Vega,
approntata a corredo della Dissertatio
Isagogica del Rosini, ha valore soprattutto come precoce saggio di
interpretazione topografica dell'organismo urbano.
Non
è neppure immaginabile, oggi, cosa dovesse essere il teatro di Ercolano,
praticamente intatto con tutto il suo arredo scenico di marmi e colonnati, con
le statue equestri di bronzo ancora in sito, o ricollocabili in sito,
addirittura con i biselli in posto sui gradini della proedria, prima che
l'Alcubierre lo riducesse a una cava di pezzi architettonici, colonne, marmi
colorati, con cui si adornarono la cappella del palazzo di Portici e pavimenti
e pareti di altri edifìci reali. Invano il Venuti aveva sperato di poterlo
riportare in luce; invano il Weber, nel 1760, quando purtroppo il teatro aveva
subito già tante devastazioni, presentò un progetto, corredato da un piano
finanziario, per realizzare lo scavo completo dell'edificio che, situato come
era sotto l'orto di un convento, non richiedeva l'abbattimento di caseggiati
soprastanti. Ma ecco, in una lucida pagina di Scipione Maffei, del 1747, che
riportiamo per brani, cosa gli 'antiquari' del tempo si attendevano
dall'impresa di Ercolano: <<O qual grande ventura de' giorni nostri è che
si discopra non uno o altro antico monumento, ma una città! [...] Desiderabile
sopra tutto è, che si risolvano a lavorar per di sopra, levando, e trasportando
quel monte di cenere [...] Grand'impresa è questa, ma piccola per un Re potente
e dotato di eroico spirito come il presente è [...] In questo modo la spenta
città si farà rinascere, e dopo mille e settecent'anni rivedere il Sole [...]
Con grandissimo benefizio del paese correrà a Napoli tutta l'Europa erudita
[...] Procedendo alla cieca e per cunicoli, e per angusti condotti, molto
avverrà di guastare, e molto converrà distruggere, né si potrà veder mai
fabbrica nobile intera, né prospetti, né saper come e dove si collocassero le
tante statue, e gli altri ornamenti [...] Sarà anche forza di far molte cose in
pezzi, per levarle dal sito loro, e trasportarle. Cosi è avvenuto delle pareti
dipinte [...] Sgombrando, e lasciando tutto a suo luogo, la Città tutta sarebbe
incomparabile Museo>>.
Le
parole di Maffei, e quelle di tanti altri intelletti illuminati suoi
contemporanei, potrebbero utilmente venir rilette da chi, ancora ai nostri
giorni, favorisce una ripresa dello scavo di Ercolano per cunicoli, alla
ricerca di <<tesori>> esattamente come l'Alcubierre. Ma gli uomini
del Settecento erano più avvertiti: <<cavar per di sopra>>, in apricum, <<enlever les terres>>,
sono le espressioni ricorrenti di un desiderio che resterà tuttavia inappagato.
Forse l'impresa era veramente superiore alle forze del tempo; dopo i primi
anni, viaggiatori e antiquari sembrano rassegnarsi, la dimensione assunta dallo
scavo fa vacillare l'idea di riportare tutto alla luce, e Winckelmann, con il
suo giudizio perentorio, seppellirà definitivamente velleità e proteste. Ma a
Pompei e a Stabia la situazione è diversa e l'ipotesi di <<una città
tutta... Museo>>, come la rivelava lo scavo, si riaffaccerà con migliori
prospettive; l'interro assai minore, costituito da materiali molto più leggeri
e facili da rimuoversi, il trovarsi ambedue le antiche città in zone non invase
da edilizia moderna, farà sperare nella realizzazione di un comprensorio di
scavo del genere vagheggiato dal Maffei. Stabia fu tuttavia reinterrata dopo le
consuete spoliazioni. Faremmo però torto alla intelligenza del Tanucci se non
lo immaginassimo consapevole del problema e della soluzione, e del resto
accenni precisi ne troviamo nella corrispondenza coll'abate Galiani, che gli
trasmetteva le reazioni e i suggerimenti della cultura parigina. La questione
era eminentemente pratica; dopo le esplorazioni, quelle fertili terre andavano
restituite alle colture. Ma, maturata senza alcun chiasso, la decisione è
presa: dal 1763 in poi, i ruderi di Pompei vengono lasciati in vista. Lo scavo
ormai si allarga per nuclei, la Porta di Ercolano e la via dei Sepolcri, più
tardi la Villa di Diomede; al capo opposto della città, l'Anfiteatro di cui si
vede il grande invaso, parzialmente interrato; nel mezzo, il Teatro Grande e il
Tempio di Iside, mentre alcune case, quella del Chirurgo e quella che, per
commemorare la visita dell'Imperatore, nel 1768, fu detta di Giuseppe II,
completano, con aspetti di edilizia privata prima di allora completamente
sconosciuti, la presentazione delle tipologie architettoniche della antica
città. Non è ancora la città <<con tutto a suo luogo>> - una
proposta che si riaffaccia negli anni '60 appunto in concomitanza con
l'estendersi degli scavi di Pompei, e che viaggiatori e letterati ripeteranno
fino a farne un luogo comune; ma è la prima vera grande impresa archeologica
moderna. Ercolano era stato uno scavo del re e per il re; Pompei è ormai uno
scavo pubblico per il pubblico.
Tuttavia
l'iniziativa reale, comunque criticabile, aveva dotato Napoli, in un brevissimo
volgere di anni, di un Museo affatto unico al mondo, un'attrazione senza
confronti per i viaggiatori e i visitatori colti di tutta Europa. È strano, ma
mentre non vi è epistolario, libro di memorie o viaggio in Italia che non
menzioni la visita del Museo di Portici come un'esperienza unica, irripetibile,
pochissimo sappiamo della sua organizzazione e allestimento, e solo una
paziente collazione di una quantità di notizie sparse e di documenti, ha
consentito a A. Allroggen e H. Kammerer di tentarne una descrizione. Una delle
ragioni che rendono difficile ricomporre il quadro è costituita dal rapidissimo
flusso delle scoperte; mai come in questo caso, un Museo è stato un organismo
vivente in accrescimento continuo; a Portici, le nuove accessioni moltiplicano
ogni volta il già esistente, obbligano a reperire nuovi locali, e a ripensare e
riproporre continuamente l'assetto espositivo. Basterà a darne l'idea questo
quadro comparativo delle quantità di pitture parietali, ricavato da Ch. Grell
sulla base delle indicazioni dei viaggiatori:
31
pezzi nel 1739 (De Brosses)
400 >>
>> 1748 (opuscolo
attribuito al d'Arthenay)
600 >>
>> 1750 (D'Orbessan)
800 >>
>> 1756 (Barthélemy)
1200 >>
>> 1762 (Winckelmann)
Potremmo
riportare, di seguito, le cifre concernenti le altre categorie di materiali
archeologici: nel 1756, trecentocinquanta statue e busti, più di mille vasi,
quaranta candelabri, ottocento papiri; e poi, più affascinanti ancora per il
visitatore del tempo come per il turista moderno, tutte le
<<curiosità>>, le testimonianze della vita quotidiana
miracolosamente preservate intatte dalle ceneri vesuviane, i pani carbonizzati,
il grano e le mandorle, i coloranti, le stoffe e gli intrecci di paglia, e si
potrebbe continuare a lungo. Tutte queste rarità si ammirano nel Museum
Herculanense, situato al primo piano del Palazzo Caramanico, un fabbricato
preesistente incorporato nel palazzo di Portici, mentre il cortile ospita i
reperti di maggior dimensioni, in primo luogo le statue dei Balbi e i bronzi
del teatro, ma via via anche monumenti, funerari e non, da Pompei, e, sulle
pareti del portico, le iscrizioni; presto le collezioni occuperanno il palazzo Caramanico
per intero. Invece le pitture hanno destinazione diversa, e in un altro spazio
espositivo, nel c.d. palazzo inferiore sempre del complesso di Portici,
compongono una galleria della pittura antica, che si integra, per cosi dire,
con la Quadreria reale. Questa distinzione appare significativa, e si attaglia
bensì a quella partizione per genera
che rileva dall'enciclopedismo seicentesco, e che, variamente reinterpretata,
si conserverà a lungo nei nostri Musei; nella fattispecie, sembra anche che la evidenza
data alla pittura non solo corrisponda alla sua effettiva rarità, unicità anzi,
rispetto a tutte le altre collezioni di antichità esistenti, ma anche, forse,
ad una gerarchia nella considerazione delle antichità di Ercolano in quanto
opere d'arte, determinata dai positivi apprezzamenti dei maggiori pittori della
Napoli del tempo, in primis il Solimena, avviato nella sua vecchiaia, dopo i
fasti barocchi, ad una più rattenuta classicheggiante compostezza.
Quel
che a noi interessa sottolineare è che, in quanto <<quadri>> di
galleria, le pitture, a differenza degli oggetti del Museo, toccavano più
direttamente le attribuzioni di Marcello Venuti; non desta sorpresa, dunque,
apprendere della sua partecipazione attiva alla soluzione dei problemi di
conservazione che le pitture ercolanesi proponevano. Il Canart aveva abbastanza
rapidamente messo a punto il metodo di prelevamento dei dipinti parietali:
inciso l'intonaco secondo il contorno prescelto, e inserito nel taglio una
sorta di telaio di legno, si procedeva poi al distacco lavorando dal retro, e
quindi alla creazione di un nuovo supporto su lavagna (<<pietra di
Genova>>) fissata con gesso; una bella cornice e eventualmente vetri e
cristalli protettivi completavano il lavoro, si che degli intonaci dipinti si
facevano, per dirla con il Venuti, <<tanti bei quadri per la Galleria del
Re>>. Naturalmente, il problema più difficile stava nell'estrazione dai
cunicoli e nel sollevamento su per i pozzi; la tendenza era di circoscrivere
quanto possibile i soggetti prescelti, riducendone le dimensioni e poi
affidarsi alla abilità delle maestranze, ma anche alla buona sorte: <<e
si spera che salga sana>> è la espressione di scaramanzia che accompagna,
nelle relazioni dei primi tempi, la notizia del rinvenimento di qualche pittura
interessante.
Ma
non bastava: <<dopo qualche giorno, rasciugandosi dalla umidità del
terreno, venivano a mancare nel colore; onde [...] sfarinandosi a poco a poco,
venivano a soccombere al comune destino>>. Il problema era nuovo; si
poteva contare su ben poche precedenti esperienze; sott'occhio si aveva quella,
negativa, dei frammenti farnesiani che, non consolidati, erano estremamente
decaduti. A Roma, ridotte a poco più che tracce le <<grottesche>>
della Domus Aurea, fatiscenti le decorazioni della Villa Adriana e di alcuni
sepolcri del suburbio, ridipinta (si diceva da Carlo Maratta) la celebre Roma
Barberini, sopravvivevano quasi soltanto - ma quanto alterate - le Nozze
Aldobrandine come cimelio prezioso della pittura antica. Il problema dunque si
faceva pressante, la soluzione doveva trovarsi prontamente, ché decine di
dipinti erano già riemersi, e con opere di tale livello qualitativo (si pensi
in special modo ai famosi quadri della cosiddetta Basilica di Ercolano) che non
si era esitato nel pronunziare il nome del divino Raffaello. La soluzione che
si trovò, pur empirica, fu preceduta tuttavia da una coscienziosa ricerca; da
un documento del 1766, sappiamo che da Roma si eran fatti venire campioni di
una vernice che colà si raccomandava, altre se ne esperimentarono, e, infine,
il sovrano stesso scelse come ottima, su consiglio anche di Marcello Venuti,
quella proposta da Stefano Moriconi, un ufficiale di artiglieria
<<professore insigne nel dar vernici alla Cinese>>, che ne aveva
fatto buone esperienze alla corte di Torino: i colori, dirà Venuti,
<<sotto quella vernice ripigliavano la loro lucentezza, non solo, ma
venivano ravvivati e, per cosi dire, imprigionati>>. Ma non tutti erano
d'accordo. Nei documenti contemporanei ritornano spesso accenni al problema,
non senza sommesse, e chissà se disinteressate, voci sulla bontà ed efficacia
del procedimento. Pur rivelando i componenti, il Moriconi teneva per sé il
'segretò del dosaggio e della composizione; e, dopo la sua morte, la vernice
continuò a darsi per mano della vedova che infine, in cambio di un piccolo
vitalizio, consenti a rivelare l'arcano. Presto, tuttavia, ci si rese conto
che, nella ricerca dei rimedi, occorreva preliminarmente stabilire le cause, e,
per ciò, aver chiara la natura di ciò su cui si intendeva intervenire. Il
problema del restauro si veniva cosi ad intrecciare con un altro affascinante
problema più propriamente scientifico, quello cioè della tecnica della pittura
antica; un tema di ricerca particolarmente caro, fra i contemporanei, al Conte
di Caylus il quale, ritenendo di aver ritrovato, sulla base delle fonti
letterarie, l'antico procedimento dell'encausto, faceva esibire in giro un
quadretto con una Minerva dipinto con tale tecnica dal pittore Vien. Nel
Settecento, si raggiunse la generale convinzione che le pitture ercolanesi non
fossero encausti, ma neppure, salvo forse qualche eccezione, a fresco; doveva
trattarsi perciò di tempere, cioè dipinti a secco con colori che non facevano
corpo con l’intonaco.
L'impiego
delle vernici presentava perciò dei rischi: <<J'ai toujours comparé le
vernis au lilium donné a un malade desesperé pour en arracher quelques paroles
et que le remède fait perir un peu plus tot>> dirà il Caylus. Difatto a
Portici, nel 1766, alcune pitture consolidate con la famosa vernice
cominciarono a scrostarsi; il Canart si pronunziò con prudenza, non la vernice
per sé doveva considerarsi difettosa, bensi il modo di applicarla. Invece, sia
Ferdinando Fuga che il pittore De Mura, recatisi in fretta sul posto, ritennero
che la pellicola di vernice, ritirandosi e staccandosi, portasse seco anche i
colori ma, non essendo disponibile altro preparato che, penetrando più a fondo
nell'intonaco, con esso facesse corpo assicurando i colori al suo supporto, si
consigliava una ulteriore sperimentazione, e, per l'intanto, di lasciare i
dipinti senza interventi di sorta, solo beninteso, riparandoli 'dall'aria e dai
raggi solari'. Se tali esperimenti fossero poi compiuti, non sappiamo; certo è
che, all'incidente, subito erano seguite offerte e proposte di altre e più
miracolose vernici; probabilmente non se ne fece nulla, e si continuò a passare
i quadri secondo il vecchio sistema. E, anche se il Winckelmann lamentava che
quella crosta che impiastrava le superfici impediva di seguire da presso la
mano dei pittori; e se possiamo imputare anche all'invecchiamento della vernice
quell'effetto opaco e oscurante che ottunde i colori, va però considerato
positivamente il fatto che le pitture ercolanesi si sono conservate felicemente
sino a noi, e tuttora, 'come tanti bei quadri' sono esposte, entro i loro
cassoni settecenteschi, nelle sale del Museo Nazionale di Napoli. Ma
soprattutto torna ad onore del buon gusto, e più ancora dello scrupolo
filologico della migliore antiquaria del tempo, il fatto che nessuno, per
quanto si sappia, abbia avanzato proposte di 'rinfrescarne' le superfici o
reintegrare le parti cadute, come pure dappertutto si praticò su tanti
affreschi e quadri di epoca più recente: ancor oggi colpisce anzi la esattezza
con cui sono state trasferite nei rami delle Antichità, con le loro crepe e lacune, senza abbellimenti di sorta
che non siano l'inevitabile maggior nitidezza conferita ai contorni dal bulino.
E tuttavia è impossibile sottrarsi alla sensazione di una contraddittorietà di
atteggiamenti che rivelano l'assenza di una vera politica archeologica. Il
rigore che presiede alla tutela delle pitture non si applica in pari grado alla
scultura. Nel 1742, a un bronzo di recente trovamento si è tolta la patina, e
non è la prima volta che succede; re Carlo si indigna e il Montealegre riprende
l'ingegnere degli scavi: <<S.M. ha reparado que al brazo de la romana se
le ha quitado la patina lo que no se debe hacer como ya lo tengo prevenido a
V.M. otras vezes... >>. Ma sul destino dei bronzi, specie dei frammenti,
presto si sparsero voci di allarme; nel 1748 scriveva l'eminentissimo e dotto
cardinal Quirini: <<i frantumi poi, che rappezzar non si possono, sono di
gran numero; ma ci dispiace, che perciò si malmenino o si infrangano>>.
Infine, nella sua Lettera al Conte di Bruehl (1762), il Winckelmann ne fece
aspra denunzia: i resti della quadriga bronzea di Ercolano, per anni
ammucchiati alle intemperie in un cortile di Palazzo Reale, avevano infine
preso la via dei forni e dal metallo si eran ricavati grandi ritratti del re e
della regina! L'accusa si rivelerà fondata, e
confermata da altre testimonianze su analoghi episodi. Il cavallo di
bronzo, poi, che si ammirava a Portici, tutto poteva dirsi fuori che autentico,
ricomposto come era da un collage di più di cento pezzi eterogenei, un
pasticcio oltretutto mal commesso e destinato a farsi “idropico” al primo
scroscio di pioggia. Anni prima, in una memoria letta alla Académie Royale des
Inscrìptions et Belles Lettres, una delle menti più fini ed equilibrate della
antiquaria del secolo, l'abate Barthélemy, aveva addirittura sostenuto che i
marmi di scavo non dovessero essere restaurati: nulla ne guadagnavano sotto il
profilo estetico (<<je ne vois pas que le torse du Belveder mérite moins
d'éloges pour n'avoir pas été restauré, ni que tant d'autres en méritent
davantage pour l'avoir été>>); al contrario, i restauri falsano la realtà
del documento e moltipllcano gli errori: <<c'est un abus d'en confìer les
soins a des ouvriers [...]; c'est un abus de les graver, sans avertir du
mélange qui les altère méme en les embellissant; c'est un abus d'établir une
opinion sur ces gravures infidelles... >>. Posizioni intransigenti, si
dirà, in cui è facile ravvisare l'influenza del Caylus e del suo rigorismo; ma
in cui è altresì presente tutta la carica antiaristocratica del secolo dei
lumi: l'antico non più destinato a ornamento di gallerie e gabinetti reali,
ridotto ad abbellimento mistificato, ma, al contrario, documento di scienza,
oggetto di studio e di ricerca. Quale era invece il destino riserbato a Napoli
alle antichità di Ercolano? L'accusa di Winckelmann contestava tutta una
concezione dell'antico, chiamava la corte a giustificare il proprio operato
davanti ad una intellettualità europea il cui peso non poteva essere
sottovalutato. La replica degli Accademici Ercolanesi, affidata ad un anonimo
libello, suonò in realtà fiacca e scarsamente incisiva; alcuni errori di fatto
venivano dottamente confutati, qualche esegesi controbattuta con efficacia. Ma
quanto al cavallo, non da cento soli, ma da duecento e più pezzi era stato
ricomposto (e lo confermava a memoria dei posteri, la lapide latina dettata dal
Mazzocchi e apposta sul basamento nel Museo di Portici); certo, altri frammenti
eran stati distrutti, ma si pretendeva forse doversi conservare tutto? Le
antichità avrebbero occupato il palazzo, scacciato perfino il re dalle sue
stanze... Non erano davvero questi gli argomenti migliori per opporsi ad un
Winckelmann; l'idea dominante è sempre e solo quella della proprietà sovrana,
una concezione meramente patrimoniale dell'oggetto antico, non testimonianza
storica o documento di scienza. E tuttavia l'ambiguità della posizione del
Winckelmann non può sottacersi; la ricomposizione, l'integrazione spinta al
<<pastìccio>> o al rifacimento, la riutilizzazione dei frammenti
troppo rovinati, in una parola il restauro secondo l'accezione che il termine
aveva al tempo, costituiva un'arte fìorentissima in Roma dal Rinascimento in
poi, e che si sarebbe continuata a praticare (e non, beninteso, in Roma
soltanto), almeno per tutto il secolo seguente. Il grande protagonista, il
maggior collezionista romano del tempo, era proprio il cardinal Alessandro
protettore del Winckelmann: <<Le cardinal Albani -scrive nel 1764 il
Grosley, forse con ammirazione-, est actuellement le réparateur en chef de
l'Antiquité; les morceaux les plus mutilés, les plus défìgurés et incurables
reprennent chez lui la fleur du premier àge: nova facit omnia>>. Altro che <<abusi>> biasimati
dal Barthélemy! Il destino dei frammenti bronzei di Ercolano, le rappezzature
sapienti, o anche il reimpiego dei pezzi residui, rientravano nella stessa
ottica, e, semmai, il Winckelmann avrebbe potuto e dovuto esprimere
apprezzamento per il rigoroso rispetto dei dipinti, quale a Roma non si sarebbe
praticato per lungo tempo a venire. Ma lo scavo d'Ercolano era sotto gli occhi
di tutti, e facile era il gioco di mascherare le debolezze proprie attaccando
le altrui. E la corte napoletana, va riconosciuto, di occasioni ne forniva
parecchie; attenzione e rispetto erano limitati a quel che il re aveva scelto
per le sue raccolte, con tutte le relative cure di patine e vernici; ma il
resto, ciò che non si riteneva interessante, si poteva e anzi, per tema che cadesse
in mani altrui, si doveva distruggere.
Se
non ci si pone in questa prospettiva, suona assolutamente incredibile che un
uomo di grande cultura, cosi profondamente sensibile al fascino dell'antico,
quale era il Tanucci, autorizzasse a tirar giù a picconate quelle pitture che
non si consideravano degne di entrare nel Museo di Portici: <<V.E. mi
ordina che in mia presenza faccia gettare a terra quelle tonache antiche
colorite inutili, che si rinvengono nei R. Scavi; quanto l'E.V. impone, sarà
esattamente eseguito>> (C. Paderni al Tanucci, 20/4/1761). Ma già dal
1757, a varie riprese, i documenti d'archivio informano che il Paderni, nella
sua prerogativa di scegliere le pitture per il Museo, praticava lo stesso
sistema di abbattere ciò che non si asportava. Un equivoco anche in questo
caso, un fraintendimento giocato sulle parole? Non è impossibile. Negli anni
'50 era scoppiato lo scandalo dei quadri del Guerra; a Roma circolavano delle
pitture su intonaco, che si pretendevano antiche, e si spacciavano come provenienti
in genere da sconosciute camere sotterranee della Campagna Romana, altre volte
però si dicevano ritrovate a Pompei e Ercolano; e tale era la smania di
possedere un frammento delle celebrate pitture ercolanesi, magari solo per
<<faire fumer les Neapolitains>>, come dirà Caylus, che caddero
facilmente nella trappola non solo accademici di tutto rispetto, come il
Caylus, il Barthélemy e il La Condamine, ma anche il cardinale Albani, la
margravia di Bayreuth, e, pare, persino il re di Inghilterra... Il maggior
numero di tali dipinti li possedeva però il gesuita padre Contucci, direttore
del Museo Kircheriano al Collegio Romano, che li esibiva a prova del potere
della Compagnia di Gesù, in grado di sottrarre ai dinasti anche ciò che avevano
di più prezioso. L'inganno fu svelato dalla corte di Napoli, che acquistò tre
falsi e, per confronto e dimostrazione, li espose nel Museo accanto agli
autentici, acciocché chiunque potesse coglierne la differenza. L'astuzia del
Guerra, che, tra l'altro, era un pittore di qualche talento, allievo del
Solimena, consisteva nell'utilizzare pezzi di intonaco antico, su cui poi egli
dipingeva le sue strane figure, corredate per lo più da false iscrizioni in un
alfabeto d'invenzione che lasciava gli eruditi nella più grande perplessità. È
dunque probabile che la distruzione delle <<tonache antiche
inutili>> volesse costituire una misura contro il loro possibile
reimpiego da parte di falsari; ma il provvedimento appare quanto meno ambiguo,
e alquanto insincero, in definitiva, suona il testo del rescritto che, nel
1763, metteva fine alla vicenda: <<il Re ha sentito con orrore che molte
delle suddette R. Antichità si sono fatte diroccare...>> Se ci si
indignava per le pitture <<diroccate>>, se si imponeva con severità
che l'accaduto non dovesse più ripetersi, è perché, come abbiamo visto, Pompei
si avviava a divenire, da questi primi anni '60, uno scavo all'aperto,
accessibile ai visitatori. Non è facile rappresentare col dovuto rilievo quel
che tale decisione abbia significato per la storia del gusto <<à la
grecque>>: quasi una vera rivoluzione copernicana. Infatti, dopo i primi,
ben comprensibili entusiasmi, l'apprezzamento per le pitture di Ercolano era
andato prontamente scemando, dando luogo anzi, presso i più avvertiti, ad un dibattito
anche a livello teorico, avviato a formulare un giudizio profondamente
negativo. Il numero dei dipinti esposti nel Museo andava accrescendosi
vertiginosamente, come abbiamo visto, consentendo ormai una visione di insieme
affidabile per investigarne e indurne natura dei problemi pittorici, livello e
aspetti del sapere tecnico, capacità manuale degli artisti di Ercolano. Ebbene,
se i parametri di giudizio erano quelli definiti e teorizzati già alla fine del
Seicento, nel quadro della Querelle des anciens et des modemes, il disegno e il
colore, l'espressione, la prospettiva e la composizione articolata in
profondità di piani mediante l'uso delle luci e delle ombre, le pitture di
Ercolano apparivano talmente lontane dalla consapevole, matura sicurezza della
pittura contemporanea che, nella fattispecie, la Querelle non aveva proprio
luogo di esistere. Si doveva concludere che, almeno nella pittura, l'antico non
aveva nulla da insegnare, che anzi i moderni avevano larghissimamente superato
quello stadio dell'arte: tale, nella sostanza, il giudizio del pittore Cochin,
in Italia nel 1750 con Soufflot e il Marigny, e divenuto uno dei
<<maitres a penser>> della Parigi del tempo. Eppure, per
ineccepibile che fosse, questa formulazione richiedeva almeno una spiegazione
soddisfacente; non se ne poteva evincere come mai ad una arte pittorica tanto
povera si accoppiasse invece una scultura nelle cui opere si riconoscevano
tuttora insuperati modelli. Il fenomeno andava compreso a fondo, direi quasi
storicizzato; e qui subentrava la antiquaria a rintracciare nelle stesse fonti
classiche motivazioni apparentemente calzanti, quando affermavano, per bocca di
Plinio il Vecchio, che non v'era gloria se non per gli artisti che avevan
dipinto quadri, nulla gloria artificum nisi
qui tabulas pinxere. Erano dunque gli antichi stessi che negavano dignità e
valore d'arte a produzioni pittoriche che non fossero le tabulae, i quadri, escludendo perciò in tutta la gamma delle sue
realizzazioni la decorazione pittorica parietale. Le sculture, opere d'arte
mobili, potevano forse esser state eseguite altrove; ma le pitture murali erano
state fatte in loco, ed Ercolano, piccola città provinciale certo mai
frequentata dai maggiori artisti, non aveva restituito veri cimeli dell'arte,
ma solo ornamenti di pareti che questo erano e mai avevano preteso esser altro.
Le pitture di Portici scendevano dunque dal piedistallo su cui la loro rarità e
la ammirazione incondizionata dei primi scavatori le aveva poste, né da esse
appariva lecito ricavare un'idea e un'opinione sui Maestri della pittura
antica. Ma, d'altro lato, sgravate per cosi dire della responsabilità di dover
rappresentare l'antichità nel confronto con il moderno, esse riconquistavano il
loro giusto posto, un onesto metro di giudizio come ornati parietali, da
valutare perciò secondo criteri artigianali, espressione anonima, ma
rappresentativa, del gusto di tutta un'epoca. Paradossalmente aveva luogo una
singolare operazione, di ricontestualizzazione da un lato, di trasposizione
dall'altro: perché da un lato quelle che, da staccate per episodi e frammenti
dal loro contesto ornamentale di appartenenza, erano state mistificate come
<<quadri>> da galleria, e perciò inappropriatamente valutati, si
spogliavano del loro falso aspetto e ritornavano ad essere semplici ornati. Ma,
in tale atteggiamento, ridiveniva implicita anche la libertà d'uso che era
lecito fare delle pitture di Ercolano, pronte ad essere adoperate e, diremmo,
consumate come repertorio di singoli motivi decorativi, adattabili a ogni
oggetto che volesse dirsi <<à la grecque>>. Le Antichità di
Ercolano correlativamente diventavano una specie di album, un gran repertorio
in cui ricercare temi ed ornati per sarti o decoratori di carrozze, come si
esprime la celebre lettera del Galiani analizzata più avanti, in questo volume,
da Ferdinando Bologna. In tale ottica, la pittura di Ercolano recuperava, per
cosi dire, anche sul piano dell'apprezzabilità estetica, purché sempre se ne
tenesse a mente il carattere di pittura decorativa, in cui pertanto fosse
legittimo sceverare e scegliere, senza che ciò implicasse un globale giudizio
sull'antico e gli antichi; apprezzabili, in questa prospettiva, apparivano le
figurine volanti, e i centauri, quasi monocromi su fondo nero, dalla cosiddetta
Villa di Cicerone, che Winckelmann sentirà <<fluide come il pensiero e
belle come di mano delle Grazie>>; le nature morte, che, sin dal loro
apparire, avevano sollevato curiosità e interesse attorno ad un genere che si
ignorava esistesse da ben prima che nel Seicento olandese; i piccoli quadri di
paesaggio dalla atmosfera arcadicamente rarefatta e irreale, che riproducevano
una natura sospesa come in un idillio, con i quali il gusto del Settecento
vibrava con profonde consonanze. Alla ribalta del gusto e della moda salgono
dunque le decorazioni figurate minori, lasciando all'esegesi degli eruditi le
pitture principali, le complesse rappresentazioni mitologiche che decoravano in
origine il centro delle pareti di Ercolano e Pompei.
Ma
una seconda rivoluzione si ebbe, come dicevamo, con gli orientamenti assunti a
Pompei attorno al 1763. Lo scavo a ciclo aperto, la decisione di lasciar in
vista gli edifici venuti in luce, non implicava naturalmente che si rinunziasse
a prelevare per il Museo i dipinti ritenuti di maggior interesse, che saranno
ancora, d'abitudine, il pannello centrale figurato e, se di qualità, predelle e
quadretti laterali con paesaggini, scene di genere, nature morte. Ma saranno
anche, con la nuova facilità che lo scavo all'aperto consente, porzioni di
intonaci di grandi dimensioni, perfino di otto e più metri quadrati che
trasportano anche in Museo, e soprattutto consentono di vedere sul posto,
interi partiti decorativi. Per la prima volta, le pareti di Pompei rinviano al
visitatore l'immagine intera di un tessuto afferrabile in un sol colpo
d'occhio, e non più solo ricostruibile filologicamente a tavolino, con le sue
proporzioni e partizioni, la logica distributiva degli ornamenti e gli
equilibri tra figurato e non, le campiture di colori e la ricerca di
accostamenti e contrasti cromatici. Nelle gallerie basse, strette, buie di
Ercolano, mai era stato possibile vedere una parete per intero, coglierne il
colpo d'occhio, addirittura rendersi conto della posizione occupata dai
pezzetti di intonaco dipinto (nelle relazioni Alcubierre le maggiori pareti
dipinte diventano, col distacco, 'pinturillas', quadrettini) che si scoprivano
man mano e subito si asportavano per il Museo. Si erano prelevati,
naturalmente, anche elementi decorativi, frammenti di candelabri e cornici,
fregi e tralci, porzioni di finte architetture e di padiglioni di IV stile,
esposti a Portici accanto ai soggetti figurati e che, meno che mai rispondenti,
con le loro curvilinee e barocche fantasie, alla desiderata semplicità alla
greca, erano stati sommersi sotto il peso di appellativi come
<<arabesques>>, <<gout chinois>>, <<gusto
gotico>> e simili, cioè condannati senza appello per quanto avevano,
secondo il giudizio del tempo, di non classico, o addirittura di anticlassico.
Ma,
anche qui, l'errore era stato di valutare per sé quanto era parte di un
insieme, da apprezzare come risultato collettivo, e non nelle voci di singoli
corifei. Se le Antichità avevano
costituito un repertorio per oggetti di prestigio e di moda, le pareti di
Pompei condizionano programmi decorativi che investono la architettura e
l'arredo degli interni; e se quei volumi avevano soddisfatto ad esigenze di
antiquari ed artisti nelle prime due generazioni delle rinate città vesuviane,
la terza generazione, ormai al volgere del secolo, si riconoscerà piuttosto
negli Ornati delle Pareti e i pavimenti
delle stanze dell'antica Pompei che, come diremo, comincerà ad uscire dal
1796, anche se le lentezze editoriali e le successive vicende politiche ne
diluiranno la pubblicazione fino al 1838, quando, estinta ormai la viva
fiammata napoleonica, anche il gusto codificato <<à la grecque>> da
Percier e Fontaine era superato, e gli Ornati,
troppo tardivamente apparsi, nascevano già immersi nel torpore di una
erudizione antiquaria ormai lontana dal secolo dei Lumi.
Tipico
rappresentante del secolo dei Lumi (ma chiuso in una visione moraleggiante e
severa, senza lampi di ironia) Anne-Claude-Philippe conte di Caylus, assieme
con i suoi seguaci ed amici raccolti nella Académie des Inscriptions et Belles
Lettres e coi suoi corrispondenti di tutta Europa, impostò, anche a livello
teorico, problemi metodologici di fondo per lo studio e la conoscenza
dell'antico, cui, in molti casi, la risposta tecnica, per cosi dire, non
sopravvenne che a distanza di tempo. Il suo Récueil
des Antiquités égyptiennes, étrusques, grecques et romaines, il cui primo
volume usci nel 1752, si apre enunziando la sua concezione dell'archeologia
come scienza. Troppo spesso, egli dice, gli antiquari riducono il loro lavoro a
mero sfoggio di erudizione (<<a l'étalage pompeux d'une érudition
inutile>>). Non è questa la via per raggiungere la verità, che si può
perseguire solo per <<la voie de comparaison, qui est pour l'Antiquaire
ce que les observations et les expériences sont pour le Physicien>>; il
progresso nella conoscenza impone il saper cambiare opinione e l'ammettere i
propri errori; e se il fisico muterà avviso nel confronto con nuove esperienze,
all'antiquario si debbono opporre nuovi documenti. Ma c'è un ostacolo: il
fisico ha, per cosi dire, <<la nature a ses ordres et ses instruments
sous les mains, peut a chaque instant vérifier et multiplier les
expériences>>; l'antiquario è costretto a cercare i materiali di lavoro
là dove ne esistono, cioè nelle terre di antica civiltà, l'Egitto, la Grecia,
l'Italia. Ebbene, le difficoltà obiettive della lontananza e dei viaggi possono
superarsi nella possibilità di far parte agli altri delle conoscenze acquisite,
tramite gli scritti e soprattutto le
riproduzioni di oggetti, siano esse incisioni, modelli o calchi; perciò, coloro
che posseggono o conoscono monumenti sono tenuti <<a les communiquer au
public>> -obbligo di scienza, dunque, non diletto di eroditi, cosi come è
doveroso che il detentorc di oggetti antichi prenda le opportune misure per
evitare la dispersione delle sue raccolte, ponendole <<à l'abri des
accidents que ces sortes de collections essuient a la mort des
Particuliers>>. Ma v'ha di più. Se l'homme de Lettres non cerca nei
monumenti <<que les rapports qùils ont avec les témoignages des
Anciens>>, Caylus ha intravisto la possibilità di seguire un altro
metodo, che consiste nello <<étudier fidélement l'esprit et la main de
l'artiste, a se pénetrer de ses vues, a le suivre dans l'exécution, en un mot,
a regarder ces monuments comme la preuve et l'expression du goùt qui regnoit
dans un siecle et dans un pays>>, cioè, diremmo noi, nell'individuare lo
'stile' degli artisti, con tutte le connotazioni spazio-temporali che tale
concetto comporta.
La
'antiquarià del Caylus, dunque, si emancipa dalla 'letteraturà, riconoscendosi
come una disciplina autonoma che assegna a se stessa uno specifico campo di
indagine, da percorrere con propria metodologia di ricerca e peculiari
strumenti di lavoro: da un lato scende sul terreno della ricerca stilistica,
dall'altro, come archeologia in senso attuale, assume ad oggetto l'insieme
delle testimonianze superstiti delle civiltà antiche. Ma nulla è più lontano
dal Caylus del senso winckelmanniano dell'opera d'arte, del capolavoro, che impronta
tutta l'estetica dell'abate prussiano. Al contrario, l'umanità gli appare come
un magma collettivo in lento quanto anonimo movimento; l'antiquario, venendo
per cosi dire in contatto con milioni di individui vissuti nel passato e
scomparsi senza lasciare di sé neppure il ricordo di un nome, percepisce
drammaticamente la pochezza del suo essere, ma ne ricava un imperativo a
rendersi utile, in una misura purchessia, al faticoso e lento progresso umano.
Il capolavoro, l'opera d'arte, che è appena la punta di un iceberg immane, si
reimmerge nel substrato materico dello humus artigiano da cui sgorga. Per
questo larghissima parte ha nel Caylus l'interesse per le tecnologie antiche: i
<<lumi>> del presente, anziché dar luogo a dispute sul prevalere
dei moderni sugli antichi, pongono invece in grado di apprezzare
<<l'étendue de leurs lumières>>. Ampie pagine del Récueil sono dedicate alla tecnica del
vetro, alla forgia del ferro, alla lavorazione dei metalli, alla ceramica; per
la prima volta, in un'opera di largo respiro, trovano ampio spazio strumenti e
utensili, e perfino frammenti di ceramica comune e di vetro, i 'cocci', cioè,
che formano tanta parte dell'evidenza documentaria di un sito archeologico.
Aspra
tuttavia fu la polemica degli hommes de Lettres: Diderot, che nel Salon de 1765
accosta Winckelmann al grande Jean-Jacques, ironizza invece nell' Encyclopédie
sulle pretese del Caylus di ritrovare le antiche tecniche. Si approfondiva il
solco tra Letterati e Antiquari, le <<scimmie antiquarie>>, come li
dipingerà un quadro famoso di Chardin, i <<nababbi>> ricchissimi di
futilità ridicole, che la commedia metterà in berlina in Francia e in Italia;
gli uomini intenti a disputare, dirà Leopardi, <<se quel pezzo di rame o
di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa>>. Ma, nella
prospettiva dell' Académie des Inscriptions, l'interesse sollevato dagli scavi
vesuviani naturalmente era enorme. Ercolano non aveva restituito le perdute
Storie di Sallustio, né i libri mancanti di Livio o Polibio come aveva sperato
tutta la cultura del tempo; ma le antichità non interessavano soltanto i
tradizionali campi di indagine, come l'epigrafìa e la numismatica, né la terra
aveva solo restituito nuovi tesori d'arte all'apprezzamento degli amateurs,
bensì aveva rivelato tutto il complesso di testimonianze della vita quotidiana,
che doveva le sue possibilità di comprensione e di analisi proprio al contesto
archeologico di provenienza. Nuove categorie dovevano individuarsi per
classificare razionalmente questo patrimonio di dati; per esempio, quella
dell'instrumentario domestico, spacciato un tempo, nei pochi oggetti che se ne
conoscevano, come 'strumenti sacrificali', e ora correttamente riconosciuto
come l’insieme delle cose <<nécessaires a l'usage de la vie civile>>.
Nel
1770, usciva a Parigi il libro del Fougeroux de Bondaroy, Recherches sur les
ruines d'Herculanum, un'opera in certo modo coraggiosa per la scelta di
riprodurre, nelle tre tavole a corredo, non il repertorio obbligato delle
pitture e dei bronzi, ma esclusivamente oggetti d'uso e strumenti di lavoro.
Fulmineo giunse il commento di Diderot; <<Un très mauvais livre; un
catalogue sec des decouvertes. M. Fougeroux s'interesse au fait que les anciens
connoissaient la fourchette et la cuiller! >>
Diderot
non aveva torto nell'evidenziare i limiti di un tecnicismo esasperato, e nocivo
se fine a se stesso. Ma la via indicata dal Caylus poteva realmente guidare
alla scoperta di una misura dell'antico fino ad allora sconosciuta e, nelle
città vesuviane, i viaggiatori scoprivano, con sorpresa, il provinciale
rispetto all'urbano, il privato rispetto al pubblico e al monumentale; e la
dimensione del privato si qualificava nel complesso degli oggetti ad esso
pertinenti, che ne rendevano comprensibile funzione e significato. Rigorosa e
severa, dunque, atteggiata a scienza sperimentale nel rifiuto della
<<éradition inutile>>, ma anche del <<pittoresco>> già
in voga, la antiquaria dei Lumi esigeva, come un dovere, la pronta
pubblicazione delle scoperte.
L'atteggiamento
della corte napoletana era però intransigente; l'edizione delle antichità di
Ercolano restava privilegio del re, che ne avrebbe scelto egli stesso tempi e
modi. Della pubblicazione si era parlato sin dai tempi del Venuti: <<io
voleva fin d'allora far pubblici ai letterati tanti prodigi, e ne parlai al
signor Duca di Sora; egli ne parlò a S.M. e già si saria fatto, ma il signor
Montallegri se l'ebbe per male e se ne dolse meco, ed io stimai bene di non far
altro>>. Gori, nelle Novelle Letterarie di Firenze del 26 febbraio 1740,
già annunziava: <<le meravigliose antichità [di Ercolano] [...] si fanno
attualmente intagliare dal Re, [...] avendo ordinato che vengano con le stampe
pubblicate perché servano di lustro e di aiuto agli studi
di
Antichità>>. Ma gli anni passavano, e perdurava il silenzio, favorendo la
fuga delle notizie (spesso riportate in maniera inesatta) o addirittura le
invenzioni di fantasia. Si assicurava, ad esempio, essersi ritrovato sotterra
il fiume che un tempo traversava la città; si sparse la voce di una statua di
Giove tutta d'oro, che poi i viaggiatori, ammessi al Museo di Portici, non
vedevano esposta, e sul cui destino non si sapeva cosa pensare; si favoleggiava
di una trireme da guerra, trovata intera con tutti i suoi complementi di ferro
e di bronzo...
Evidentemente
il re non poteva contare su un'organizzazione efficiente; ancora nel 1748, il
lavoro delle incisioni era iniziato da poco - e male: <<si cominciarono a
intagliare [i rami] da poco esperto artefice; onde, venendo assai difettuose,
si è mandato a chiamare da Roma ottimo incisore...>>. La faccenda tirava
per le lunghe; e, alla fine, non si potè impedire che uscisse anonimo a
Venezia, nel 1747, un libretto che raccoglieva lettere di vari autori e notizie
sulla scoperta. A quel punto, i letterati si ritennero dispensati dal riserbo:
a Firenze il Gori, il Maffei a Verona, a Brescia il Quirini, pubblicarono le
loro 'lettere'; e doverosamente si aggiunse il Venuti, che rivendicava l'onore
della scoperta e possedeva dati di prima mano. Nello stesso 1748 esce la prima
pubblicazione francese, attribuita al d'Arthenay, subito tradotta in tedesco;
e, da quel momento, le opere a stampa si moltiplicano in ogni paese, lavori
originali, ricordi di viaggio, versioni di libri apparsi in altre lingue, in una
febbre collettiva che dava sfogo ad un'attesa da troppo compressa. Arrestare il
flusso era impresa disperata; e tuttavia la corte lanciava i suoi anatemi anche
oltre i confini del regno; il libro di Venuti era stampato, ma si cercava di
impedirne la diffusione: <<Sono alfine venuti alcuni esemplari. Il mio
libro è perseguitato a Napoli; bensì ha passato i monti e sarà tradotto in
francese, spagnolo e altre lingue >>; e, dopo qualche mese: << io
non ho più carteggio con Napoli[...] il mio libro è già diventato
rarissimo>>. Ovviamente, il re non aveva sufficiente autorità per imporre
il suo volere in ogni paese d'Europa; ma, nel Regno, l'applicazione dei divieti
era rigorosa. Cosi, per paradosso, a farne le spese furon proprio quei
letterati napoletani, ai quali si faceva mostra di voler riserbare il
privilegio della pubblicazione. Al Martorelli, ad esempio, si proibiva la
stampa della Regia Theca Calamaria,
perché conteneva su Ercolano notìzie che <<prendevano di
interesse>> sui lavori dell'Accademia. Cresceva perciò la reciproca
diffidenza; gli stranieri tacciavano di neghittosità i Napoletani; questi
assistevano con rabbia all'altrui appropriarsi dei risultati del più
prestigioso scavo del tempo. In tale situazione, il caso del Bayardi venne ad
assumere un valore esemplare. La vicenda è nota; con lauto appannaggio e molti
onori l'eruditissimo monsignore fu chiamato per pubblicare le Antichità di
Ercolano. Ma, anche se l'abate Barthélemy rassicurerà il Caylus sulla
competenza del prelato (<<il n'est pas charlatan a l'egard de
l'antique>>), a Tanucci non era sfuggita, sin dall'inizio, la reale
inconsistenza della sua presunta cultura: <<È venuto da cotesto paese il
vostro mons. Bajardi, e in pochi mesi dice che ha finito due gran tomi in
foglio, che tutte spiegano e illustrano le cose trovate finora -scrive nel 1748
a mons. Giacomelli a Roma - pensate voi che saranno questi due tomi! Due o tre
volte che mi sono trovato a parlare con lui alla presenza del Re sopra qualche
pezzo di antichità ho dovuto dissentire e con mio vivo dispiacere scoprire
ch'ei ne sapeva meno di me che non ho fatto alcuno studio di antichità figurata
e ne so soltanto quanto la conversazione di Buonarroti ne aveva nel mio capo
inserita... >>. L'argomento è una tabella bronzea iscritta con una
'onesta missione', cioè, potremmo dire, un 'foglio di congedò per un legionario
al termine del servizio; e Bayardi, per adulazione, si affanna a proclamare al
Re che <<quel pezzo era unico al mondo e che tali lamine non erano state
vedute giammai. Volle la disgrazia che l'Ambasciatore di Francia fosse presente
e mi forzasse a dire il mio parere con far cenno al Re che me lo domandasse;
sicché io fui obbligato...>> a citare all'impronta tutta una serie di
confronti, in cui il testo ercolanese, tutt'altro che unico, invece si
inquadrava perfettamente. <<Ma - aggiunge il Tanucci - col discorso che
continuò, dié il vostro prelato a conoscere che nulla sapeva di Legione
Adiutrice, nulla di classiarii, nulla di cittadinanza romana... >>. Sulla
tabella di congedo Tanucci, su richiesta del re, scriverà una memoria che,
insieme con un'altra su due “mani pantee” sabaziache, pure di scavo, finirà,
molti anni dopo, stampata nelle Antichità.
Quanto
al Bayardi, dalla sua penna infaticabile presto usciranno cinque volumi di
Prodromi (ne eran previsti sette), in cui, muovendo dalla narrazione delle
imprese di Èrcole, leggendario fondatore della città, e perdendosi ad ogni
passo in pletoriche divagazioni, riempi a migliaia le pagine senza giungere
neppure a sfiorare il vero argomento della sua ricerca. Davanti a questo
spettacolare trofeo della 'erudition inutile', si fece gran scandalo, a Napoli
e fuori; Bayardi fu indotto a chieder congedo e a lasciare la città;
<<grazie alla Provvidenza>> l'opera restò interrotta. Ma la vicenda
non è tutta qui; in verità il Bayardi aveva chiesto e ottenuto real licenza di
stendere i Prodromi, perché prolungandosi il suo soggiorno a Napoli si era
ancora così indietro con le incisioni degli oggetti da illustrare, che egli non
aveva potuto iniziare il lavoro. Le spalle su cui si sarebbe dovuto gettare la
croce certo non eran le sue soltanto. Cosi, senza negare il significato
emblematico della vicenda, vogliamo anche riportare, sul Bayardi, il fine
giudizio di un contemporaneo: <<au fond, c'est un galant homme, qui jouit
d'une érudition immense, mais qui ne sait pas s'en faire honneur>>.
L'idea
del Tanucci, di costituire un'Accademia rivolta esclusivamente allo studio
delle antichità di Ercolano, composta di quindici 'esperti' che si adunavano in
sedute periodiche, sembrava eccellente, se non altro perché allargava le forze
chiamate a collaborare ad un'impresa cui, in ogni caso, la fecondità erudita di
uno solo non sarebbe potuta bastare. Ma era sufficiente riguardarla più da
presso per accorgersi che cosi felice non era. <<Il étoit diffìcile de
prendre un plus mauvais parti>>, scriveva da Roma il Barthélemy: era
facile calcolare che, al previsto ritmo delle sedute di lavoro, sarebbero
occorsi undici anni per pubblicare le sole pitture, e almeno sessanta per tutto
il Museo; e non si era che all'inizio degli scavi! Barthélemy espose una sua
idea: si affrettasse la pubblicazione dei rami, e il compito del commento e
dello studio venisse diviso tra le varie Accademie di Europa, a seconda del
talento e delle esperienze di ciascuna. Ben lontana dalla mentalità e dai
propositi della corte, l'idea di una collaborazione internazionale è però
interessante e anticipatrice, e si riaffaccerà più volte in seguito. Non
dissimile, nella sostanza, sarà la proposta di Carolina Murat per l'edizione
delle centinaia di papiri ormai svolti, che solo dopo un altro mezzo secolo
finirà per trovare accoglimento nella collectio
altera dei papiri di Ercolano. Comunque stessero le cose, presto usci il
primo lussuoso volume delle 'Antichità di
Ercolanò. un centinaio e più di incisioni di buon livello, accompagnato da
testi abbastanza ridotti; sappiamo quanto il Tanucci avesse personalmente
penato per ottenere quel risultato, imponendo agli Accademici riunioni presso
di sé, e facendo scrivere o rielaborare dal fedele collaboratore, Pasquale
Carcani, la maggior parte dei testi, a sfrondare quanto vi era di inutile; ne,
commentava il Winckelmann, qualche taglio in più avrebbe nociuto. Ma il lavoro
proseguì con lentezza; gli Accademici, persone d'età e assorbiti in altre
occupazioni, disertavano le sedute; Tanucci deve essersi rassegnato a che
l'impresa seguisse un ritmo diverso dal previsto. Dopo la apparizione dei primi
volumi, dedicati alle pitture e poi ai bronzi, negli anni '70 l'Accademia
Ercolanese venne di fatto ad estinguersi; fu riportata in vita, con quadri
necessariamente rinnovati, dal ministero Caracciolo, ma il pochissimo che si
fece, fino alla comparsa dell'ultimo volume nel 1792, riposava per gran parte
sul già fatto, cioè su un patrimonio di disegni e rami rimasto parzialmente
inedito, e che troverà ancora utilizzazione nei già citati, monumentali volumi
in folio-imperiale Gli Ornati delle
Pareti e i pavimenti delle stanze dell'antica Pompei (1796-1838), dove,
accanto alle firme di disegnatori del tempo, ritroviamo quelle settecentesche
dei Morghen, dei Vanni, dei Casanova. Le Antichità di Ercolano erano un'impresa
promossa da Carlo III e dal Tanucci, e destinata a finire con loro. Alla fine
del secolo, erano apparsi solamente otto volumi rispetto ai quaranta previsti:
il fervore dei grandi scavi dell'età napoleonica non farà che allargare il
divario già incolmabile tra il pubblicato e l'inedito.
Le
Antichità di Ercolano tuttavia
rimangono, e non solo nello spirito, un'iniziativa di larghissimo respiro
culturale. Pochi che fossero rispetto all'ipotesi iniziale, i volumi di
<<cette superbe et unique collection>> erano destinati a soddisfare
bensì l'interesse dei dotti, ma soprattutto a collaborare in modo determinante
alla diffusione, in tutta Europa, di un <<gusto>> e di un
repertorio decorativo, soprattutto nelle cosiddette arti applicate. Ma il loro
scopo primario era quello di corrispondere alle aspettative di amatori e
intenditori di antichità. Gli uni e gli altri, i mentori del gusto <<à la
grecque>>, e gli studiosi dell'antico, esigevano la celerità nella
pubblicazione, e più ancora, la varietà dei soggetti (<< speriamo non
siano pitture! vogliono satollarcene alla nausea>> aveva scritto il Mariette,
all'annunzio dell'arrivo del quinto tomo delle Antichità), e dalla capitale del gusto e delle lettere dell'Europa
del tempo, l'abate Galiani si faceva sollecito interprete delle istanze,
talvolta alquanto perentorie, dell'intellettualità parigina. Cosi, nel 1764,
rispondeva il Tanucci: <<Tutto Gori, Venuti, Martorelli, Paderni è un
miscuglio disordinato di fatti e lacune ripiene di congetture... Bello è nulla
che non sia vero. Coteste frette dunque si plachino e con pausa leggete questi
materassi dell'Accademia la quale, in cinque anni dopo la partenza del Re, ha
prodotto tre tomi, benché ridotta al solo Pasquale e Pasquale nauseato e
adirato con tutto il senso e il sensibile>>. Pasquale naturalmente è il
Carcani, vero quanto modesto e sconosciuto autore delle Antichità. E l'anno prima, sempre al Galiani: <<Stimatissimo
Sig. Abate, Le smanie francesi sulle architetture dell'Ercolano, la conversione
di tutti li modellisti, e architetti all'uso greco ritrovato nell'Ercolano, la
critica dei petits maitres colle stampe dell'uomo e della donna vestiti di
architettura greca, che Ella vivamente descrive, son argomenti infallibili
della poca ragione di chi pretende da codesta nazione costanza, serietà, e
tutto quello che la società umana ha fondato su queste due basi del pensare
degli uomini, o vero, o supposto. Noi non possiamo, per la nostra povertà,
tener dietro ad una nazione potente fino allo stultitiam patiuntur opes. A noi tocca la regola, la moderazione,
la temperanza, la maturità. Quel tomo dei vasi, che cotesti chiedono con tanta
insolenza, non verrà che dopo le statue, e li busti, che si stanno designando.
Forse a questi precederà un quinto tomo mischiato di pitture, e di mosaici
figurati; il quarto delle pitture già sta stampandosi. L'Europa non è tutta
francese; quella parte, che non è francese, chiede l'ordine, cioè pitture
tutte, statue tutte, vasi tutti, e tutto continuato nella sua serie>>. In
verità l'ambiente napoletano non era ricettivo, e non amava le novità. Per
corrispondere alle esigenze dei viaggiatori che scendono a Napoli ormai sempre
più numerosi, Galiani propone allora un piccolo libro, una Guida dei forestieri
in 12°, opera non concorrenziale, ma anzi integrativa rispetto <<al gran
libro dell'Accademia>>, e utilissimo invece <<a tanti viaggiatori,
a tanti letterati poveri>>. <<Intendo, risponde Tanucci, il
libretto che si vuole di Ercolano. Ma chi lo può fare? Io? Non certo. Pasquale?
meno. Ah, povero Pasquale! Mi fa pietà! Paderni? Quale lingua? qual mente? qual
cuore?>> E, in realtà, il progetto di una modesta guida di piccolo
formato, non appagava ne interessava nessuno: <<Una storia delle
escavazioni sarà la manuductio che
Ella vuole, la quale qui si crede leggiera e poco interessante cosa>>; i
paludati Accademici non si chinavano a compiacere viaggiatori e letterati
poveri. E ancora Tanucci, esprimendo la sua indignazione per le critiche del
Winckelmann (<<un satellite del Cardinal Alessandro et dignum patella operculum>>) dirà a proposito del Museo:
<<Se io potessi fidarmi di qualche altro che di Pasquale, tenterei di
sostituire un miglior Catalogo a quello stranissimo di Bayardi>>.
L'ispido,
severo Tanucci, e il piccolo abate Galiani, galante signore delle conversazioni
salottiere di Parigi: due temperamenti davvero agli antipodi. Ma soprattutto
ciascuno giocava con coscienza il proprio ruolo, il Tanucci paladino
dell'ordine, della parsimonia, della serietà, contro l'effimero delle mode e di
un gusto rapidamente destinato ad esser rimpiazzato da altre brame di nuovo e
di inusitato. Si ha però anche l'impressione che concettualmente il Tanucci
avesse a modello un enciclopedismo di tipo tardosecentesco, per intenderci
muratoriano o alla Montfaucon (e non a caso abbiamo sopra sottolineato il
devoto rapporto epistolare che univa il ministro toscano al Muratori), proprio
mentre il secolo illuminato rifondava gli statuti del proprio sapere con i Lumi
della Enciclopedia. Eppure dobbiamo cogliere anche le valenze positive del suo
atteggiamento; lo spirito che lo anima, lui che aveva combattuto a Pisa le
falsificazioni testuali disinvoltamente perpetrate dagli ecclesiastici, è
realmente quello muratoriano, cioè quello della <<verità>>
documentaria del testo. La stupenda frase <<bello è nulla che non sia
vero>>, dà realmente da pensare; anche se non sarà opera sua, certo si
ravvisa proprio lo stesso spirito nella decisione di nulla fare, salvo i
doverosi consolidamenti, per completare o abbellire le pitture ercolanesi,
presentate cosi come erano state trovate, con strappi e lacune, e belle,
diremmo, perché <<vere>> -e agli Eminentissimi romani si lasciava
invece il mistificante maquillage della scultura che riprendeva, sotto quelle
esperte manipolazioni, <<il fiore dell'età>>. Faremmo perciò torto
al Tanucci se non lo immaginassimo intelligentemente attento alle sollecitazioni
del suo corrispondente parigino. L'impressione è piuttosto che le decisioni
dovessero comunque esser prese in silenzio, con calma, perché non ne derivasse
l'impressione di una adesione
incondizionata o di un frettoloso cedimento. Cosi, proprio nello spirito
del Galiani ci sembra redatto un documento, trovato da Stefania Adamo negli
archivi napoletani, intitolato: Piano per
avere cinque tomi di Antichità ogni due anni. Anonimo e senza data, il Piano è però certamente del 1765, e
molto probabilmente opera del Carcani; scopo della proposta non è solo quello
di accelerare i tempi di pubblicazione, ma anche di far in modo che <<il
Pubblico abbia sempre cose diverse>>, proprio l'opposto della
sistematicità tanucciana. I tomi previsti abbracciano infatti tutti i generi
delle antichità, oltre alle pitture e ai bronzi, vasi e utensili, gemme,
medaglie e iscrizioni, gli 'utensili sacri', i papiri, e infine un tomo
dedicato alla storia dei luoghi e delle escavazioni e del Teatro. Non è questa
la sede per esaminare il testo in dettaglio, né il meccanismo organizzativo con
cui l'autore, contando sulle sole forze disponibili integrate da pochi aiuti,
ritiene di poter conseguire lo stupefacente risultato promesso; interessa
invece rilevare come l'organizzazione del tempo contemplasse tre disegnatori
'al soldò, Vanni, G. Morghen e Casanova, e tre soli incisori 'al soldò (Billi,
Pozzi, N. Orazii) accanto a ben tredici altri pagati invece a lavoro.
Dell'impegno e del costo dell'impresa può dare un'idea la previsione dell'autore;
egli considera che per i soggetti difficili (pitture o statue) un disegnatore
esperto possa produrre tre disegni ogni due mesi, e un incisore un rame ogni
due mesi; cioè un gruppo di un disegnatore e tre incisori può giungere a
produrre, lavorando a pieno tempo, 18 rami pronti per la stampa in un anno. È
agevole far il calcolo di quanto tempo o qual numero di collaboratori
richiedesse un volume delle Antichità mediamente
composto di centoventi e fino a più di centoquaranta tavole, senza contare
vignette e capilettera. Non risulta che il Piano abbia avuto attuazione, anche
se gli uomini ivi menzionati appaiono effettivamente tutti al lavoro per le Antichità, chissà quali resistenze o
difficoltà ne avranno sconsigliato l'adozione; ma se non altro, dopo le cifre
che abbiamo esposto, si comprende come la pubblicazione delle seicento e più
tavole che compongono i volumi delle pitture dovesse apparire, agli occhi della
corte napoletana, una realizzazione di assoluto rispetto, per qualità e
quantità del lavoro.
Addietrata
rispetto ai tempi appariva invece la concezione stessa dell'opera, nata come
bene di lusso e di prestigio, impressa con magnificenza nella Stamperia Reale,
riserbata ai doni del sovrano. La diffusione, quindi, ne era estremamente
limitata; i volumi finivano quasi solo nelle mani di dinasti, aristocratici,
uomini di corte, senza raggiungere o quasi quelle cerchie intellettuali, per lo
più, ormai, di estrazione borghese, che effettivamente se ne sarebbero giovate
nello studio. L'abate Barthélemy dovette ricorrere ai buoni uffici della
duchessa di Choiseul per avere <<gli Ercolani>>, come tutti ormai a
Parigi chiamavano i volumi delle Antichità.
La ragion di stato prevaleva sulla cultura; la Sorbona reazionaria e
antilluminista aveva chiesto i volumi, e l'abate Galiani, ambasciatore del re
di Napoli, trasmetteva la richiesta, ma al suo Primo Ministro Tanucci,
letterato intelligente come lui, poteva scrivere apertamente al di fuori delle
gerarchie: <<Oh quanto più degni a me paion d'avere un Ercolano i
Diderot, i Buffon!>> Ma la risposta suona: <<La Sorbona ha imposto
e ottenuto l'Ercolano, subito>>.
A
Parigi, il Galiani doveva trovarsi veramente in difficoltà. Si rifletta
all'incongruenza della situazione: a Portici, come è noto, vigeva il rigoroso divieto
di prender appunti e schizzar disegni, sì che, per coloro che fossero stati
ammessi alla visita, l'espediente consisteva nell'uscire dal Museo e annotare
in gran fretta, prima che se ne appannasse il ricordo, ciò che avevan veduto;
salvo a correggere e verificare, sempre con lo stesso sistema, in eventuali
visite successive. Circolavano cosi pochi disegni, assai schematici e sovente
errati, esempio di quelle 'gravures infìdelles' su cui non era lecito costruire
un'opinione. E ora, dopo tanta attesa, i volumi delle Antichità cominciavano finalmente a uscire, ma in un'edizione fuori
commercio o comunque irraggiungibile! Nei salotti intellettuali parigini, il
'petit abbé' napoletano era travolto dalle richieste: <<Mi creda, scrive
al Tanucci, il più gran castigo di Dio che possa avere chi sta servendo il re
in paesi esteri, è questo santo libro che non si vende. La molestia è
continua... Tutti offriscono di pagarlo, se si vende: facciasi coraggio V.E. e
tenti un'altra volta questa intrapresa>>. Ma non se ne fece di nulla;
probabilmente Carlo non voleva intendere ragioni. Solo molti anni più tardi,
nel 1774, Bergeret de Grancourt a Napoli troverà finalmente in vendita i volumi
delle Antichità, ma a un prezzo
inaccessibile agli amateurs. E il provvedimento giungeva tardi; dalle Antichità si erano principiate a trarre
edizioni 'economiche' in varie lingue, volumi in genere di formato ridotto, che
ne riportavano, rimpicciolite, ridisegnate e reincise a volte a semplici
contorni, altre volte, come nell'edizione francese, con chiaroscuri sommari e
mistificanti, le bellissime tavole; in Inghilterra già nei primi anni '70, in
Germania con l'edizione del Kilian dal 1778, in Francia, dal 1780 in poi, con i
volumi del Maréchal-David, infine anche in Italia, nella Roma papale, con
quelli di T. Piroli apparsi a partire dal 1789. Queste opere, se diffusero la
conoscenza delle antichità vesuviane, ne propagarono però un'immagine
profondamente alterata, vero esempio di quelle 'gravures infìdelles' del tutto
prive di valore di scienza, da cui, e va detto a tutto suo merito, la corte
napoletana aveva creduto bene astenersi. Il rigore del Tanucci nel rifiutare le
pressioni del pubblico parigino, di cui Galiani si faceva portavoce attento ed
acuto, può certamente apparire alquanto ancien régime, ma rivela altresì una
coerenza profonda. Con errori e ripensamenti, momenti di entusiasmo e
atteggiamenti di reazione, questa fase eroica dello scavo ercolanese si
chiudeva con un bilancio tuttavia positivo, in cui a talune innegabili incertezze
di percorso si opponevano intuizioni e atteggiamenti innovatori; il tutto sullo
sfondo di un disegno complessivo, tracciato, nello spirito del secolo, da una
mano sicura. Anche gli elementi più condizionanti e intrinsecamente
contradditori, come il privilegio assolutistico del re, potevano assumere
sembianze di pubblico vantaggio: perché quale migliore garanzia, per quelle
raccolte che il Caylus vedeva in pericolo di dispersione se in mano di privati,
che non il possesso regio dei beni archeologici? A Portici, si mostrava con
commosso orgoglio l'anello con la gemma trovato negli scavi, che Carlo aveva
portato sempre come sigillo personale, sfilandolo però, per renderlo a Napoli,
al momento della sua partenza per il trono di Spagna... Anche la durezza della
repressione contro furti e falsificazioni certo aveva a movente la tutela del
patrimonio del re; ma, in pari tempo, aveva consentito la salvaguardia degli
oggetti di Ercolano, evitando quel pesante e squallido mercato delle antichità
su cui, in assoluto spregio di ogni disposizione protettiva, lucravano a Roma
senza ritegno principi della Chiesa, nobili e antiquari. Le dispute e le
critiche, talvolta giustissime, sovente troppo severe, avevano tuttavia reso
chiaro, in un dibattito appassionato e ricco di luci anche a livello teorico,
come si dovesse (e come non si dovesse) condurre uno scavo, e cosa era lecito
attendersene.
Il
decennio napoleonico segnò una netta ripresa nei lavori degli scavi: Giuseppe
Bonaparte elaborò un piano organico per una più razionale condotta degli scavi
e aumentò il numero degli addetti prendendo in esame anche un programma di
massima per l’acquisto dei terreni privati nella zona archeologica. Anche la
regina Carolina Murat si distinse per il grande interesse dimostrato alle
scoperte e per la liberalità e la munificienza con le quali incoraggiò
personalmente gli operai. Dopo il congresso di Vienna e il ritorno a Napoli di
Ferdinando di Borbone i lavori di scavo furono discontinuamente e fiaccamente
condotti con lunghe interruzioni fino a quando nel 1827 Francesco Primo ebbe il
merito di ordinarne la ripresa. Nel 1831 a Pompei venne alla luce il “gran
musaico” della battaglia di Isso, rinvenimento che destò vivo interesse facendo
registrare l’uscita di molte opere sull’argomento. L’attività di scavo fu
invece molto ridotta nell’ultimo ventennio fino al 1861, quando il nuovo
governo d’Italia promosse alacremente la ripresa dei lavori e ne affidò la
direzione a Giuseppe Fiorelli. Col Fiorelli s’inizia un metodo nuovo, che via
via perfezionandosi imposterà su basi razionali e scientifiche lo studio dei
ruderi ercolanesi. Intensissima e altamente fruttuosa fu l’attività di scavo
nel tempo della direzione del Ruggiero (terme centrali, casa del centenario,
casa delle nozze d’argento, ecc.), durante la quale si ebbero anche le prime
indagini stratigrafiche del sottosuolo, pur se limitate a particolari edifici e
problemi, e non ancora coordinate ed intese a una conoscenza globale della
Pompei preromana. Il Ruggiero ci ha lasciato, inoltre, una storia desgli scavi
dal 1743 al 1876 che in certo modo integra e prosegue quella del Fiorelli. Dopo
il Ruggiero sono da ricordare i suoi due principali collaboratori, due figure
insigni di studiosi, Giulio De Petra e Antonio Sogliano, che diressero successivamente
gli scavi dal 1893 al 1910 con una breve non troppo proficua parentesi dello
storico Ettore Pais. Il De Petra era stato l’interprete delle ritrovate apochae Iucundiana, archeologo dotto e
attivissimo, da cui non potevano non ricevere impulso fruttuoso i lavori, che
infatti sotto la sua guida portarono alla scoperta e al restauro di edifici tra
i più rappresentativi e pregevoli, assurti poi quasi a simbolo della civiltà
architettonia e della vita spirituale pompeiane, quali la Casa dei Vetti e la
Villa dei Misteri. Ma le ricerche di privati, datisi a disseppellire ville
suburbane, nel miraggio di fortunati ritrovamenti di opere d’arte, provocarono
la scomparsa dei reperti e conseguenti scandali, che costarono immeritate
amarezze e la temporanea dimissione dalla carica all’incolpevole e probo De
Petra. Il Sogliano, che aveva dato importanti contributi all’attività
archeologica e notevoli studi in tutti i campi della pompeianistica,
approfondendone e chiarendone i più vari problemi e prospettando nuove
impostazioni, rese ricordevole la sua direzione non tanto per memorabili e
fortunati ritrovamenti quanto per felicissime operazioni di restauro, condotte
secondo una intelligente e ponderata applicaizone dei principi dell’anastilosi
al fine di riprodurre non solo le strutture e la decorazione degli edifici e
delle case, ma anche la suggestiva atmosfera degli ambienti. Si prendeva così
sempre più coscienza del problema della conservazione e della reintegrazione,
la cui negliegenza aveva causato in passato perdite tanto dolorose (quali il
piano superiore della casa di Argo, recuperato intatto e poi abbandonato
all’incuria e al più oltraggioso e ingiurioso abbandono), e della necessità di
escogitare sempre più peferzionate tecniche di conservazione. Al Sogliano
successe Vittorio Spinazzola, uomo di grande ingegno e acume, che si propose di
portare alla luce tutto il percorso della via dell’Abbondanza cioè del cuore
commerciale della città, con le botteghe, le insegne, le iscrizioni, i
graffiti. Durante tali interventi gli riuscì (cosa piuttosto rara in Pompei, e
difficile per le particolari condizioni del seppellimento) di conservare le
parti superiori delle case, con facciare reintegrate in modo da dare una più
completa visione delle strutture architettoniche e una più sottile suggestività
all’aspetto della strada: era nata la ricerca archeologica moderna; e mai come
in quel secolo, in quella circostanza, tale conquista fu veramente prodotto di
una collaborazione intellettuale internazionale, ricca comunque di frutti anche
nei suoi risvolti polemici. Napoli ne usciva inserita su una lunghezza d'onda
europea, non al seguito, ma alla guida di un'impresa, di cui tutto compreso era
riuscita ad assumersi degnamente le responsabilità e il merito.
STORIA DEGLI STUDI
Gli scavi
settecenteschi furono accompagnati spesso da documenti recanti annotazioni
piuttosto vaghe riguardo ai luoghi di scavo[36].
In questo periodo, infatti, gli scavi archeologici non venivano
realizzati con le tecniche scientifiche attuali e anche le finalità erano ben
diverse e miravano più a una gloria per la corte. I documenti, inoltre, non
venivano archiviati in modo sistematico e alcune carte sono andate perse nel
corso del tempo. Questo fu causato anche dal gran numero di persone coinvolte nei
lavori di scavo e documentazione. Ad esempio, dei primi scavi fatti realizzare
dal principe d’Elboeuf nel 1710, abbiamo come principale documentazione una
nota dell’architetto Giuseppe Stendardo, qualche altra scarna indicazione e le
annotazioni di Francisco La Vega costituite dalle informazioni raccolte circa
cinquant’anni dopo dagli operai impegnati nelle attività di scavo[37].
Tra i primi a dedicarsi allo studio della
documentazione di scavo e all’interpretazione dei resti del teatro di Ercolano
fu, nel 1740 l'erudito Marcello Venuti. Egli, mentre svolgeva il suo incarico
di sistemazione della biblioteca, analizzò i frammenti di iscrizione rinvenuti
e capì che la precedente attribuzione al tempio di Ercole dell'edificio era
erronea e che si trattava invece di un teatro. Egli fu il primo a farsi
portavoce delle scoperte nell’area vesuviana pubblicando, nel 1748, l’opera Descrizione
delle prime scoperte dell’antica città di Ercolano.
Nello studio di Venuti, tuttavia, bisogna tenere in
considerazione che egli confuse i ritrovamenti del teatro con quelli che in
realtà si possono localizzare nella basilica civile detta Noniana, dal nome del
suo fondatore M. Nonius Balbus, e nella cosiddetta basilica, la piazza
porticata di età claudia[38].
Successivamente, nel 1746, il Re di Napoli incaricò
Ottavio Antonio Bayardi della prosecuzione degli studi. Tuttavia, fu de
Alcubierre il primo a realizzare una vera e propria pianta dell’edificio (vd.
fig.), già nel 1738, aggiornata e incisa poi nel 1747. Da subito infatti, fin
dai primi scavi borbonici, fu riservato un particolare interesse allo studio
dell’architettura del teatro. Le pubblicazioni che seguirono a questi scavi non
tardarono ad arrivare, ricordiamo “Notizie del memorabile scoprimento
dell'antica città di Ercolano vicina a Napoli” di Anton Francesco Gori, stampato nel 1748, i “Memoirs
concerning Herculaneum, the subterranean city lalely discoveredat the foot of
Mount Vesuvius” di William
Fordyce nel 1750 e le “Lettre sur les peintures d'Herculaneum e le Observations” di Charles Nicolas Cochin.
Ben presto, il crescente interesse per i rinvenimenti, dato anche dal fatto che
si trattava delle prime importanti scoperte fuori dalla città di Roma, e le
pubblicazioni che seguirono, spinsero il re a creare, nel 1755, l’Accademia
Ercolanese. Questa, composta da quindici membri, fu costituita con l’obiettivo
di studiare, pubblicare e illustrare tutto ciò che veniva recuperato dalle
campagne di scavo[39]. Il ruolo di direttore
dell’Accademia fu ricoperto dal canonico Ottavio Antonio Bayardi, persona colta
e appartenente a diverse accademie italiane e straniere. Bayardi fu incaricato,
l’anno seguente, di catalogare e pubblicare i reperti rinvenuti negli scavi
vesuviani. L’opera fu pubblicata nel 1752, in cinque volumi, con il titolo “Prodromi
delle Antichità di Ercolano”.
Nel 1757 fu pubblicata la prima opera degli Accademici, Le “Antichità di Ercolano esposte” di M. Gigante che
prevedeva circa quaranta volumi, il primo dei quali fu pubblicato, ad opera
dell’Accademia Ercolanese di Archeologia, con il titolo di “Le pitture
antiche di Ercolano e contorni, incise con qualche spiegazione” nel 1762. Tuttavia non si andò
oltre l’ottavo volume, pubblicato nel 1792. Inizialmente, tra il 1757 e il
1765, uscirono quattro volumi relativi alle pitture, due ai bronzi, un altro
alle pitture pubblicato nel 1779 e nel 1792 un volume dedicato a lucerne e
candelabri. La diffusione dell’opera fu fortemente limitata e riservata per lo
più agli aristocratici e agli uomini di corte e non raggiunse mai gli intellettuali
che effettivamente avrebbero potuto utilizzarli per motivi di studio[40].
Figura 4 - Pianta del teatro realizzata da
Carl Weber.
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Fonte:
www.ercolano.unina.it
Per la realizzazione di questa immane opera, Carlo di
Borbone istituì a Portici una scuola di incisori che divenne una delle più
importanti d’Europa, composta da più di 50 disegnatori e incisori a cui fu
affidato il compito di realizzare 619 grandi tavole in rame stampate a piena
pagina, 836 vignette e 540 capolettera messi a punto da Luigi Vanvitelli.
Altri rilievi furono messi a punto dall'ingegnere
militare francese Pierre Bardet de Villeneuve tra il 1741 e 1745, quando
dovette sostituire il de Alcubierre per malattia[41] (vd. fig.). Queste furono
consegnate a La Vega nel 1766. È necessario considerare che gli edifici
descritti in questo periodo non erano più accessibili e, pertanto, per la
realizzazione di questi rilievi Bardet dovette necessariamente fare riferimento
ai lavori di La Vega. Tuttavia sembra che egli non riuscì a disporre di tutti i
lavori dei suoi predecessori e, probabilmente, è da attribuire a questo fatto,
la presenza di errori e di imprecisioni all’interno del suo lavoro[42]. Di questi rilievi si è
conservata solo una pianta generale di Ercolano con il settore comprendente il
teatro.
Possediamo, invece, l'originale manoscritto della
pianta che nel 1750 fu realizzata da Cochin e Bellicard. Nello stesso anno
l'ingegnere militare svizzero Carlo Weber fu incaricato di affiancare de
Alcubierre ed eseguì nuovi rilievi che risultano essere più precisi (vd. fig.).
In particolare, egli analizzò accuratamente la scena e i suoi meccanismi e
portò alla luce una seconda statua femminile di bronzo, oggi conservata al
Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inv. 5599). Questa statua doveva essere
in origine situata all'interno dell’edicola meridionale alla sommità
dell'edificio e da qui poi crollata attraverso la cintura esterna del teatro
dove fu trovata[43].
Gli scavi da lui intrapresi a Ercolano, a partire dal 1749, furono ampiamente
innovativi. Egli, infatti, sperimentò nuove tecniche e metodologie di scavo,
dando importanza sia alle strutture pubbliche che a quelle private. Fu il
primo, dunque, a riconoscere l’importanza degli aspetti di vita quotidiana
della città antica[44]. Pertanto, si ha uno
spostamento dall’interesse per l’oggetto antico di per sé, com’era stato fino a
quel momento, al riconoscimento del suo valore documentario.
A partire dal 1750 Carlo di Borbone, affiancato dal
ministro Bernardo Tanucci, operò per riportare alla ribalta Ercolano,
promuovendo scavi che potessero portare prestigio alla città di Napoli. Il Re,
così, pensando di ottenere grande fama e temendo che altri potessero senza il
suo consenso, divulgare informazioni e scoperte, si oppose ad ogni tipo di
riproduzione. Ai visitatori fu proibito di realizzare disegni dell’area la cui
topografia, dunque, risultava non chiara. Anche il Bellicard dovette realizzare
a memoria le piante del teatro. Fu solo a partire dal 1775 che verrà concesso
di disegnare sugli scavi[45].
Nel 1760 l’ingegnere Karl Jakob Weber, propose la
realizzazione di uno scavo a cielo aperto di un terzo edificio. Il progetto
trasmesso al Tanucci fu fatto esaminare dall’architetto Luigi Vanvitelli e da
Ferdinando Fuga e vi si oppose fermamente il de Alcubierre, preoccupato per la
possibilità di un crollo degli edifici sovrastanti causato dal vuoto creato da
eventuali scavi di fronte alla scena. Il progetto così, anche a causa
dell’ingente somma di denaro necessaria, non fu attuato.
L’ingegnere svizzero morì poco dopo, nel 1764, e a
quel punto furono affidati nove disegni del teatro di Ercolano al marchese
Berardo Galiani affinché venissero studiati. Egli li ritenne precisi ma carenti
di alcuni dettagli[46].
Planimetria di Bardet.
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Fonte:
www.ercolano.unina.it
Nel 1771 La Vega[47] affermò di aver
realizzato disegni del teatro particolarmente dettagliati e di questi fu
inviata una copia al marchese della Sambuca, nel 1776. Tuttavia, la pianta
risulta in realtà poco precisa, nonostante gli studi e le ricerche svolte dallo
stesso La Vega, divenuto direttore degli scavi nel 1764, in seguito alla morte
di Weber. Questo, probabilmente, fu causato dal fatto che non riuscì ad
avvalersi della pianta disegnata dal Weber che divenne non reperibile[48]. Così, su volere di
Tanucci, La Vega, de Alcubierre e il marchese Galiani andarono alla ricerca del
materiale dell’ormai defunto Weber. Le carte furono affidate a La Vega, a
eccezione dei disegni del teatro che furono lasciati a Galiani. Non fu, però,
trovata nessuna pianta del teatro[49], pianta che tuttavia
doveva essere esistita, in quanto è stato documentato che la spedì nel 1759 al
ministro Tanucci[50].
L’anno successivo La Vega spedì tre piante, tre
sezioni e un prospetto alla Regina Maria Carolina. Di questa documentazione
sono rimasti solo due piante e un prospetto, attualmente conservati presso la
Società Napoletana di Storia Patria[51].
Inoltre, in una lettera datata al 25 ottobre 1766, de
Alcubierre riferì del tentativo di realizzare una pianta del teatro basandosi
su quelle di Weber e di altri[52].
Successivamente, nel corso dell’Ottocento, furono
messi a punto studi approfonditi del teatro e relativi rilievi ad opera di
Domenico Padiglione, a seguito della richiesta del Soprintendente. Egli
realizzò anche due plastici della struttura a scopo didattico (vd. fig.).
Sarà poi verso la metà del 1800 che riprenderanno gli
studi sul teatro di Ercolano, in occasione della realizzazione dei nuovi scavi
promossa dall’architetto Antonio Niccolini.
Nel 1885 Ruggiero, come anticipato, pubblicò i
documenti di scavo accompagnati da una descrizione puntuale della struttura.
Egli, inoltre, pubblicò anche i rilievi fatti realizzare dagli architetti
Giuseppe Solari e Eugenio Leone.
Da quel momento lo studio del teatro di Ercolano subì
un arresto e fu solo nel 1927 che gli scavi ripresero a opera del
Soprintendente Amedeo Maiuri. Quest’ultimo mirava a recuperare e conservare
ogni dettaglio degli edifici, comprese parti deperibili in legno, i cibi, le
stoffe. Fu messo in luce, in circa una ventina d’anni, quasi un terzo
dell’impianto urbano della città.
Durante gli anni Settanta del Novecento furono
eseguiti nuovi scavi presso l’area suburbana dell’antica città di Ercolano[53].
Recentemente, soprattutto ad opera di Mario Pagano, è
stata riproposta l’analisi di questo edificio. Sono stati effettuati nuovi
rilievi tra il 1997 e il 1998, su incarico della Soprintendenza archeologica di
Pompei.
Parte di ciò che fu rinvenuto negli scavi di Ercolano,
nel corso degli anni, furono portati alla Reggia di Portici e una parte andò a
costituire la collezione di antichità del Reale Museo Ercolanese di Portici, di
cui il Responsabile fu il marchese Marcello Venuti, fino al 1740, quando venne
sostituito da Camillo Paderni[54].
Ma, ora, prima di passare alla descrizione e identificazione delle
opere, ripercorreremo velocemente la
storia del ritrovamento delle statue, non mancando di affrontare i dubbi circa
l’originale collocazione e provenienza delle statue all’interno del complesso
sistema del teatro di Ercolano.
STORIA DEL RITROVAMENTO DELLE STATUE
Le statue rinvenute all'interno del teatro di Ercolano
andarono a costituire la collezione del Museo archeologico di Napoli e in parte
furono portate nel Palazzo reale di Portici (vd. fig.) con lo scopo di
decorarlo. Sappiamo infatti che gli scavi di Ercolano portarono ad un crescente
interesse verso il collezionismo antiquario di ricerca archeologica. Nel corso
dell'800, infatti, l'antica città fu depauperata allo scopo di recuperare
statue, pitture e oggetti di vario tipo che sarebbero poi andate ad arricchire
collezioni private. Questo saccheggio, ad Ercolano, che iniziò addirittura con
le prime campagne di scavo, agli inizi del 1700, continuò poi anche per ordine
del Re Carlo Borbone sotto la direzione di de Alcubierre[55]. Le statue di Ercolano,
sepolte dall’eruzione vulcanica del 79 d.C., vennero danneggiate dall’irruzione
di torrenti fangosi prodotta da tale cataclisma.
In particolare, si attesta la rottura degli arti e
delle teste che furono spostati dalla loro sede originaria. Ulteriori danni
furono provocati dalla caduta delle sculture poste originariamente su alte
nicchie.
Il recupero di queste statue non fu facile,
soprattutto inizialmente e, inoltre, le tecniche di scavo, dell'epoca
risultarono inadatte al recupero e alla corretta conservazione di questi
materiali[56].
Questo non favorì lo studio di tali opere. Bisogna ricordare, inoltre, che nel
Settecento vi era il divieto assoluto di disegnarle in quanto la pubblicazione
delle sculture era predominio del Monsignor Bayardi e, a partire dal 1755,
dell'Accademia Ercolanese[57].
Inoltre, ulteriore ostacolo allo studio iniziale di
queste statue fu costituito dalla mancanza di dati di scavo precisi e
sistematici relativi alla precisa ubicazione e anche dalla perdita dei disegni
originali che corredavano i documenti di scavo.
A causa delle loro differenze stilistiche, si presume
che le tre statue non furono realizzate e pensate come un gruppo, sebbene
disposte a una distanza molto ravvicinata e trovate insieme. Inoltre, davanti
alla scenae frons vennero ritrovati quattro torsi virili marmorei
in nudità eroica, tra cui ricordiamo il cosiddetto Massimino Farnese[58]. Ad uno di questi fu
attribuita una testa ritratto di Marco Nonio Balbo ritrovata in loco[59]. L’ipotesi è che due di
questi quattro torsi debbano essere identificati con due delle statue
attualmente situate nel cortile della Reggia di Portici. È possibile che queste
statue fossero collocate originariamente in alcune nicchie situate nei risvolti
dalla scena[60].
Sei delle statue rinvenute a Ercolano sono dunque
attualmente conservate nel cortile Nord del Palazzo Reale di Portici, posizionate sui loro plinti originali e su
piedistalli che sono la riproduzione di quelli originali.Si trovano attualmente
all'interno di nicchie, proprio come doveva essere in origine. Altre due sono collocate su basi
settecentesche e posizionate anch’esse all’interno di nicchie marmoree. È lo
stesso de Alcubierre a testimoniare la provenienza di queste sculture dall’area
antistante la scena del teatro di Ercolano.
Le sculture mostrano evidenti segni di restauro, è
possibile che alcuni di questi interventi siano stati eseguiti già in epoca
romana e altri nel corso del Settecento, ad opera di Canart[61]. Dai ritrovamenti
sappiamo, inoltre, che la sommità della cavea era decorata da tre coppie di
statue equestri, ritrovate in uno stato frammentario, e due statue femminili
bronzee. Alcuni di questi frammenti restano non identificabili e sono
attualmente conservati nel Museo Archeologico di Napoli, altri furono fusi, in
quanto ritenuti inutili, e utilizzati per la realizzazione del tetto della Reggia
di Portici. Inoltre, due selle curule erano situate originariamente sui gradini
posti difronte ai tribunalia. Queste furono portate alla luce, rinvenute
anch’esse in forma frammentaria, durante le prime campagne di scavo. È anche
possibile che il proscenio fosse decorato da maschere teatrali di stucco,
recuperate durante i primi scavi e descritte da Venuti ma successivamente andate
perdute. Dagli scavi del 1746 emersero, inoltre, le due statue equestri
marmoree di M. Nonio Balbo padre e figlio.
Planimetria dell’ala Nord del Palazzo di
Portici e collocazione delle statue ercolanesi.
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Fonte:
R. Ciardiello (a. c. di): “La villa
romana” (Napoli, 2007).
La scoperta del teatro di Ercolano risale, come detto, al 1710, quando un
agricoltore, di nome Ambrogio Nocerino ma detto Enzechetta, nell’approfondire
un pozzo per aumentarne la capienza al fine di avere più agio nell’irrigare
l’orto di sua proprietà che sorgeva alle spalle della chiesetta di san Giacomo
di Resina, l’odierna Ercolano, ivi scoprì alcuni marmi. Li notò un <<marmoraro>>
cioè un artigiano marmista che, passando di lì per caso, li comprò per realizzarne
gli ornamenti di alcune chiese e cappelle in Napoli, dando poi notizia del
ritrovamento al suo padrone il principe d’Elboeuf, nobile ed esule francese nonché
generale dell’esercito austriaco e comandante delle truppe austriache in
Napoli, il quale stava allora armando una splendida villa al Granatello di
Portici, in riva al mare, per le decorazioni della quale si avvalse delle
competenze del detto marmoraro. Venuto dunque il principe a conoscenza del
ritrovamento, egli fece scavare per nove mesi nella zona del pozzo e proprio a partire
dal pozzo di Enzechetta, attraverso cunicoli scavati nel banco di tufo
vulcanico. Tali gallerie sotterranee, tratteggiate nella prima pianta del
teatro pervenuta in nostra disponibilità, iniziata dal de Alcubierre già nel
1738 e successivamente aggiornata e terminata nel 1747, interessarono l’intero
fronte scenico, spogliato del suo ricco rivestimento marmoreo e della maggior
parte delle statue che l’adornavano, alcune delle quali furono rinvenute ancora
in piedi nelle rispettive nicchie.
Si rinvennero almeno otto statue femminili e una maschile in nudità
eroica; colonne in marmo africano, cipollino, giallo antico, e alabastro
fiorito; cornici; un architrave con iscrizione menzionante il console del 38 a.
C. Ap. Claudius Pulcher; nonchè
grandi doli in terracotta. Le tre statue femminili meglio conservate solo la
Grande e le due Piccole Ercolanesi che, derivate da archetipi del iv secolo a. C., dopo una tappa in Roma
per il restauro, furono inviate in dono al comandante delle armate imperiali
Eugenio di Savoia per adornarne il palazzo del Belvedere in Vienna (in una
lettera del 1 Febbraio 1713 il principe ringrazia per l’omaggio). Dopo la sua
morte, esse furono vendute al principe elettore di Sassonia Augusto iii divenendo vanto del museo di Dresda
dove sono oggi esposte e si possono ammirare. Altre statue pare fossero inviate
in Francia in dono al re o al fratello del re. La statua in nudità eroica,
ritenuta un Ercole, altre quattro statue e l’architrave con l’iscrizione, rimaste
nella villa del Granatello dopo la partenza da Napoli del principe, allorché l’edificio
fu acquistato da Carlo iii Borbone
per ampliare il sito reale di Portici, furono trasportate nella Reggia il 19
Dicembre del 1738: tre di esse sono forse da identificare con quelle poste
ancora oggi nelle nicchie del cortile superiore, una quarta fu completata come
Flora e sistemata dal Canart alla sommità della monumentale fontana dell’orto
botanico. Quasi trent’anni dopo gli scavi del d’Elboeuf, nel 1738, mentre Carlo
iii di Borbone faceva costruire la
Reggia di Portici, un capitano del genio, lo spagnolo Roque Joaquìn (Rocco
Gioacchino) de Alcubierre, incaricato di realizzare una pianta aggiornata di
quei contorni, venne a sapere del pozzo e dei ritrovamenti del principe
d’Elboeuf e richiese qualche operaio per tentare una nuova esplorazione:
superata l’opposizione del ministro Montealegre, grazie a un colloquio diretto
col re, iniziò il difficile e fortunato scavo sotterraneo, nonché primo scavo borbonico,
di Ercolano avvalendosi di pozzi, rampe e cunicoli. Quasi subito fu recuperato
un altro torso di statua eroica (altri due, uno dei quali completato con una
testa ritraente M. Nonio Balbo, furono rinvenuti tra il 9 e il 13 Agosto del
1765 e poi ancora nel 1768 durante gli scavi del La Vega) e, poco dopo, una
statua femminile di bronzo sul tribunal
nord (ora conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli: inv. n. 5612),
colonne in marmo giallo e rosso antico, cipollino, alabastro fiorito, africano
e portasanta, nonché frammenti di cornici e di iscrizioni.
Un ruolo di primo piano lo ebbe, all’inizio della campagna di scavo e
dell’attività archeologica borbonica ercolanesi, l’erudito cortonese Marcello
Venuti, che fu, insieme col Gori, il primo serio e seriamente informato
divulgatore italiano delle sensazionali scoperte vesuviane, con l’opera del
1748 intitolata “Descrizione Delle Prime
Scoperte Dell’antica Città Di Ercolano”. Le notizie del Venuti vanno però
sottoposte ad attenta critica e minuzioso vaglio poiché egli confonde con i
ritrovamenti del teatro quelli che invece ebbero luogo all’incrocio fra il
decumano massimo e il 3° cardine, nella basilica civile (che ora sappiamo,
grazie alla rilettura di una tavoletta cerata ercolanese, essere denominata la
Basilica Noniana fondata da M. Nonio Balbo) e nella piazza porticata di età
claudia detta Basilica.
Nel 1746, infine, furono
rinvenute le due statue equestri marmoree di M. Nonio Balbo; una statua
equestre di bronzo frammentaria dello stesso personaggio insieme con la propria
iscrizione; e altre due statue colossali marmoree, una maschile e una
femminile, recentemente ritrovate da Mario Pagano[62] in completo stato di
oblio e abbandono nel cortile settentrionale del Museo Archeologico Nazionale
di Napoli e ora vanto della stessa istituzione, nell’atrio del quale sono
esposte agli occhi e all’ammirazione dei visitatori.
Ecco alcuni stralci delle
notizie (di seconda mano) inerenti il rinvenimento delle statue riportati pubblicate
dagli illustri studiosi dell’Ottocento Francesco la Vega, M. Antonio
Scognamiglio e D. Nicola Imperato nel “Giornale Degli Scavi Di Pompei” del 1861 (alle p. 281 e e seg.). Dice,
dunque, F. La Vega: <<Incominciò a cavare nel mese di Aprile, e si
seguitò a cavare per 9 mesi, con 20 uomini, ma solo nel terreno molle, sotto il
capo mastro Tommaso la Monica, e si trovarono 18 statue 9 del tutto intiere le
quali le mandò in Vienna, dell’altre se ne trovarono molte ma rotte al suo
palazzo, le quali furono prese dal Re essendovi andato a riconoscerle Montalegri
con mastro Peppe che le divise dall’altre moderne. Tre però non furono trovare
che forse di notte le aveva fatte portare via. Tutte queste statue erano di
altezza in circa 9 palmi, e furono trovate nel Teatro vicino al muro dritto
dove stanno le nicchie alcune delle quali statue furono levate dalle stesse
Nicchie. Di metallo non si trovarono che alcuni pezzi che potevano credersi di
statue, fu trovata una iscrizione che si ricordava esservi scritto appius pvlcher. La prima statua che fu
tirata fuori stava tutta nel molle fuori di un gomito, e parte della testa però
mastro Peppe essendosi messo a rompere il duro essendo già circa 3 ore di
notte, e poi avendosi messo a tagliare il masso duro che teneva la testa ed
avendo rotto varj sciamarri gli disse il M. Tommaso la Monica che la tirasse a
forza che si sarebbe staccata, ma successe che si staccò la testa dal busto. Il
Principe stava sopra aspettando che venisse fuori la statua avendo già fatti
venire delli matarassi acciò venisse con sicurezza; ma avendola veduta senza
testa con molta passione gli si gettò sopra dicendo povera figlia gli hanno
rotta la testa dimostrandone un grandissimo dispiacere, ma il suo marmoraro
(era un uomo chiatto) che si trovava presente gli disse che non dubitasse che
l’avrebbe aggiustata d’una maniera che non si sarebbe più riconosciuta la
rottura come di fatto fece la notte avendo unito li due pezzi con un perno. Nel
imbarchare però le statue molte se ne arruinarono.>>[63]; precisa M. Antonio
Scognamiglio: <<Alli 5 di Aprile 1765 fui da Mastro Peppe Palumbo, e
nuovamente gli feci ripetere la storia di questi scavi, dicendogli che aveva
inteso che il Principe del Beouf incominciò a cavare in tal luogo, perché
Enzechetta vi aveva truovato alcuni piedi di statue: ma mi disse che non era
vero perchè sempre l’aveva inteso raccontare come siegue. Che un lustratore il
quale tornava dalla Torre del Greco, dove era stato a lavorare, passando per S.
Caterina, vide alcuni Ragazzi, che giuocavano con alcuni marmi antichi, e gli
richiede dove l’avessero avuti, e gli dissero, che ve ne era un montone; fu
però da Enzechetta, e gli richiese se gli voleva dare tali pezzi di pietre, e
questi non sapendosene che fare volentieri ce gli diede, che però avendo fatto
prendere 7, od 8 animali da soma gli fece trasportare in Napoli. Con queste
pietre poi furono fatti varii altari in Napoli, e questo allustratore abitava
vicino alli studij. Io gli dissi, che non sarà stato allustratore, ma
scarpellino cioè Marmoraro; ma mi disse di no, ma era realmente lustratore, e
con questo acquisto si fece ricco, poiché in quel tempo erano in molto prezzo
tali pietre. Che poi questo tale allustratore avendo messo calesse venne un
giorno, a vedere, al palazzo del Beouf cioè dove erano quelle scalinate, e come
tal Signore era un Uomo molto affabile, gli disse che cosa gli pareva, come lo
soleva fare con tutti, di questo palazzo: gli rispose questi che era una bella
cosa, ma che avrebbe ancora possuto meglio ornarlo, con delle pietre, che da un
pozzo di Resina sapeva che si erano cavate, ed erano bellissime. Il Principe
non sa bene se lo stesso giorno o altro forse dopo essersi informato chiamò il
Padre di Francesco Parnice, il di cui padre aveva scavato il pozzo d’Enzechetta
(che adesso è capomastro della fabbrica del Re) e che lavorava allora nella sua
fabbrica, ed appunto allora era l’ora di pranzo, e gli disse che andassero a
cavare in tal pozzo, e fra gli altri vi fu mandato anche esso. Dove
cominciarono a cavare, e truovare diverse pietre, e poi truovarono una statua,
la quale restava con la testa attaccata fortemente ad un masso duro di monte,
dove avendo fatto tutto lo sforzo per toglierla... disse il capo Mastro che era
Tommaso la Monica, che a forza l’avesse tirata come fece, ma successe che la
testa si staccò dal busto; fra tanto il Beouf stava impaziente di vedere la
statua, e aveva fatto portare dei materazzi per legarla unitamente a quelli, e
farla tirare sopra; che anzi aveva promesso la mancia alli cavatori, ma quando
la vidde senza testa non volle darla; Vi era però il suo marmoraro, e gli disse
che non si prendesse pena, perchè l’avrebbero aggiustata in una maniera, che
non avrebbe più conosciuto la rottura, come in effetti fece, la mattina
appresso la truovò sana. Questa fu la prima che truovossi, ma poi ne truovò
ancora dell’altare, ed allora non si curò di truovare più li pezzetti di marmo.
Queste statue poi le portò al suo palazzo: delle quali ne restarono ancora due
che S. M. le fece prendere le quali erano rotte in parte e forse per questo non
le fece portare fuori, ma altre due che esso aveva veduto nelle nicchie non le
rividde dopo e fu a riconoscerle esso, e vi andiere il Marchese Montallegri...
Gli richiese se il Beouf avesse truovata alcuna statua di bronzo, o alcuno
pezzo di panno, o di cavallo dello stesso metallo, ma mi disse che non ne aveva
truovato mai niente di tal genere di Cose bensì altre cose di bronzo, come
vasetti....>>[64];
aggiunge, infine, l’Imperato che <<Circa il principio dell’escavazione mi
disse che Enzechetta (che si chiamava espressamente Cola Aniello Nocerino ed è
morto da 20 anni incirca) volendo fare un pozzo ne cavò molti marmi... che
essendo pervenuto questo alla notizia del Pr. d’Elboeuf vi fece cavare, gli
richiesi se in che anno incominciò a fare tal scavo, e mi disse che nel 10 o
11: e si cavò nell’estate, che questo fu prima che esso si vestisse l’abito
clericale che fu nel mese di Marzo dell’11: e però credeva che s’incominciasse
nel 10. Che questo Sig. andava sempre a vedere questi scavi, e che le cose che
cavava le faceva portare coperte al suo palazzo. Gli richiesi se sapeva che
avesse truovato alcuna cosa di bronzo, ma positivamente mi rispose di no, che
solo aveva truovato delle cose di marmo, e particolarmente delle statue, e
delli lancelloni di marmo... Circa quanto tempo avesse scavato mi disse che
aveva cavato in diversi tempi per qualche anno *** ma di questi tempi si era
lavorato più a cavare o tirare fuori statue che a cavare grotte essendosi
truovate queste quasi tutte unite, particolarmente avanti la scena nel fosso
che scendeva abasso più del piano dell’orchestra. Le grotte le facevano strette
quanto appena vi poteva capire un uomo, e così basse, che in qualche luogo
bisognava andavi inchinato. Nell’ultima nicchia della scena a sinistra si era
truovata una statua nello stesso suo sito tutta intiera, nel fosso che stava
avanti si truovò l’iscrizione di Appio Pulcro...>>[65].
Nel complesso, la decorazione scultorea della scena
comprendeva statue femminili, inserite in nove nicchie rettangolari (se ne
ricostruisce una, dubbia, sopra la porta regia): oltre alle due Piccole e alla
Grande Ercolanese di Dresda, esse sono state ipoteticamente riconosciute nella
Flora di Portici, in due statue ancora al loro posto nel cortile superiore
della Reggia di Portici e nella statua, inv. n. 6378, oggi collocata nell’atrio
del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sul davanti della scena furono
rinvenuti, inoltre, 4 torsi virili marmorei in nudità eroica, uno dei quali fu
completato con la testa-ritratto di M. Nonio Balbo, rinvenuta da La Vega il 13
febbraio 1768, nella statua del cosiddetto Massimino, ora al Museo Archeologico
Nazionale di Napoli (inv. n. 6102). Uno fu rinvenuto durante gli scavi del
principe d'Elboeuf. Si è supposto che due dei torsi siano da identificare con
due delle statue ancora oggi poste nelle nicchie del cortile superiore della
Reggia di Portici, quivi collocate prima del 1747. Probabilmente queste statue
erano collocate in nicchie poste nei risvolti della scena. Entrati nella porta
regia, si gira a sinistra in un cunicolo, sulla volta del quale si nota
l'impronta della testa-ritratto di M. Nonio Balbo, di cui si è sopra parlato.
Sulla sommità della cavea erano collocate tre coppie di statue equestri di
bronzo dorato, rinvenute a più riprese in frammenti, e due statue femminili di
bronzo (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. n. 5612 e 5599).
Le statue e gli arredi identificati sono le seguenti:
1) SCULTURE IN MARMO
- Statua della Grande Ercolanese (Dresda,
Skulpturenslag. Inv. n. 326). Alt. m 1, 98;
- Statua della Piccola Ercolanese (Dresda,
Skulpturenslag. Inv. n. 327). Alt. m 1, 81;
- Statua marmorea creduta di Ercole, scavi d’Elboeuf (non
identificata con certezza);
- Statua marmorea creduta di Ercole, rinvenuta il 4-5
novembre 1738;
- Torso virile nudo, ricomposto con la testa-ritratto
di M. Nonio Balbo nel cosiddetto “Massimino” o “Massimino Farnese”, inv. n.
6102 (Napoli, Museo Archeologico Nazionale), rinvenuto il 16 aprile 1768;
- Tre statue marmoree di togati, rinvenuti su un podio in
una -icchia lungo il circuito esterno del teatro il 12 dicembre 1738 (una è
certamente quella posta in una delle nicchie del cortile superiore della Reggia
di Portici);
2) SCULTURE IN BRONZO:
- Statua femminile togata in bronzo, inv. n. 5612
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale). Alt. m 2,06;
- Statua femminile togata in bronzo, inv. n. 5599
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale). Alt. m 2,10;
- Vari frammenti di statue equestri di bronzo dorato;
- Sedia curule di bronzo, posta sul tribunal, inv. 73152 (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale);
- Tre frammenti di panneggio di statua in bronzo,
rinvenuti nel 1996, precipitate all'altezza del tempietto centrale sulla
gradinata della media cavea, a lato del pozzo grande;
- Sui gradini antistanti i tribunalia, due sedie curuli, rinvenute in frammenti durante il
primo periodo degli scavi borbonici, e un bisellium
di bronzo, ancora al suo posto, ricordato nella didascalia della pianta del
Bardet, non ancora identificato tra quelli conservati nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli. Delle sedie curuli di bronzo, una è la inv. n. 73153
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale), l’altra non è stata rintracciata;
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5626 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5627 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5591 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di M. Calatorio, inv. n. 5597 (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale);
- Statua di Tiberio sacrificante, inv. n. 5615 (Napoli,
Museo Archeologico Nazionale).
Probabilmente alla decorazione del proscenio erano
pertinenti maschere teatrali in stucco, rinvenute nel primo periodo degli scavi
borbonici e descritte da M. Venuti. Sulla sommità del teatro erano poste statue
equestri di bronzo dorato, i cui frammenti furono rinvenuti a più riprese in
crollo durante gli scavi borbonici. Attualmente non è possibile riconoscerli
tra i numerosi frammenti conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Alcuni di essi, considerati inutili, furono fusi per realizzare la decorazione
della cappella del Palazzo Reale di Portici o utilizzati per assemblare un
cavallo di bronzo dai numerosi altri analoghi frammenti rinvenuti nell'area
forense. Nel 1746 furono rinvenute le due statue equestri marmoree di M. Nonio
Balbo padre e figlio, una statua di bronzo frammentaria dello stesso
personaggio con la sua iscrizione e due statue colossali marmoree, una maschile
ed una femminile, di recente ritrovata in completo oblio e abbandono, nel
cortile Nord del Museo Archeologico Nazionale. <<Il ritrovamento,
avvenuto nell'area ritenuta dall'Alcubierre essere il foro, fece subito
scalpore e le due statue equestri furono subito innalzate, visibili a tutti i
passanti, nel cortile della Reggia di Portici. Sono ora vanto del Museo
Archeologico Nazionale di Napoli, dove sono esposte nell'atrio. L'accurato
Weber, che però entrò in servizio negli scavi solo nel 1750, nella sua pianta
del 1763 e in una relazione, colloca il ritrovamento delle due statue equestri
nell'area dietro la porticus post scaenam
del teatro, quindi nella terrazza inferiore. Il Cochin e il Bellicard, che
visitarono i cunicoli di Ercolano nel 1750, e risultano bene informati,
collocano invece il punto di ritrovamento nell'area della piazza porticata
detta "Basilica", sita all'incrocio del III cardine col decumano
massimo, dove sono visibili numerose basi di statue equestri. Un’altra
possibilità è che esse provengano da un sito intermedio, e cioè dall'area che
La Vega ritenne essere il foro.>>[66].
Tale opinione, prima accolta da tutta la comunità scientifica, fu poi
sottoposta a revisione e infine modificata a seguito di aggiornata rilettura
della pianta del Weber, che ebbe a disposizione la maggior parte della precedente
documentazione sugli Scavi[67]:
<<Questa conclusione è stata accolta da tutti gli studiosi. Ma una
inedita relazione, del 23 maggio 1746, conservata nell'Archivio di Stato di
Napoli (Casa Reale antica, fascio n. 1538, inc. 63), mi induce ora con certezza
a mutar parere, e a dare ragione al Cochin-Bellicard. La relazione pone il
ritrovamento della prima statua equestre <90 tese (= m. 175, 41) dietro la
casa del controllore nelle masserie, e nei paraggi di dove si scoprì il Teatro
antico>. E poiché da una notizia di La Vega (Giornale degli Scavi di Pompei,
1861, p. 288 s.) si ricava che il pozzo del controllore (ufficiale contabile)
non è altro che quello di Nocerino, da cui partirono gli scavi sulla scena del
teatro, e che una galleria collegava direttamente questo con la Basilica, sulla
base della distanza indicata il luogo di ritrovamento non può essere che
nell'ambito della grande piazza porticata. In particolare risulta quasi certo
che le due statue equestri di marmo fossero collocate, l'una a fianco
dell'altra, sulle due basi ora visibili di fronte all'ingresso principale della
sede degli Augustali, giacché esse sembrano essere le uniche preesistenti alla
costruzione, nel 49 d. C., della grande piazza, presentando un orientamento
divergente. Del resto è certo che in questi anni si scavava ancora in
quest'ambito, come indicano il ritrovamento della dedica a Germanico il 22
maggio 1745[68] e
una notizia raccolta da La Vega che la statua equestre fu trovata presso una
grotta già esplorata negli anni precedenti ( Giornale... cit., 1861, p.
307). Proprio dal riferimento al teatro del documento citato può essere nato
l'equivoco del Weber.>>[69].
DUBBI SULLA PROVENIENZA
DI ALCUNE DELLE STATUE
Le sei statue del cortile settentrionale dell’ex palazzo reale di
Portici (ora sede della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli) sono
collocate insieme con i plinti originari su piedistalli uguali (di altezza pari
a m. 0,66) in alte nicchie aperte a notevole distanza dal lastricato (altezza
pari a m. 2,20); altre due più grandi sculture su minori basi settecentesche
(h. 0,28) sono sistemate in nicchie di marmo distanti 1,30 metri dal pavimento
marmoreo del primo pianerottolo sul vicino scalone che conduce alle 16 sale
riservate alle antiche pitture parietali. La loro sistemazione decorativa e
ornamentale potrebbe risalire all’epoca della costruzione del palazzo reale o (più
probabilmente) al periodo precedente l’esposizione museale inaugurata nel 1758
nel vicino palazzo del principe di Caramanica attigua all’ala meridionale del
palazzo reale che, acquistato per questo scopo il 12 di Ottobre del 1740, ancora
oggi conserva sul cancello retrostante il moderno portone ligneo al numero
civico 96 di corso Garibaldi l’iscrizione aurea “herculanense museum”. La più antica (purtroppo alquanto scarna
e molto sintetica) notizia di cui si dispone prima del trasferimento della
collezione museale di Ercolano al Regio Museo Borbonico di Napoli è quella
offerta nel librettino del parroco porticese don Nicola Nocerino:
<<statue antiche nelle loro nicchie.>>[70];
la
notizia venne poi ripresa 6 anni dopo dal libraio Salvatore Palermo (che chiama
in causa <<sei assai belle statue antiche, tutte estratte dagli scavi di
Ercolano.>>[71]) in un libretto alquanto
modesto negli intenti come superficiale nell’informazione documentaria e per
questo ritenuto non sempre attendibile dal canonico Andrea de Jorio[72], al quale si deve invece la prima testimonianza delle statue in
questione dopo il trasferimento delle collezioni porticesi in Napoli,
completato con l’arrivo delle pitture nel 1821, nella quale testimonianza si
lamenta la difficoltà di riconoscere in base alle succinte indicazioni del Bayardi
le statue ercolanesi in marmo trasferite nel museo napoletano e si accenna
laconicamente al fatto che ne rimanevano <<alcune nella R. Villa di
Portici.>>[73]. Il
vago sospetto che la maggior parte delle statue rimaste in quel di Portici non
appartenesse a quelle rinvenute negli scavi borbonici avviati il 22 di Ottobre
del 1738 ma si riferissero per le molte rotture notate a quelli clandestini e
frettolosi intrapresi durante la precedente dominazione austrica (delle statue
‘trafugate’ dal generale Emanuele Maurizio di Lorena principe d’Elboeuf, dalla
scena e dall’orchestra del teatro sappiamo che tre di esse, tra cui la Grande e
la Piccola Ercolanese, in marmo giallino, restaurate a Roma e spedite a Vienna
in dono al principe Eugenio di Savoia, passarono a Dresda per acquisto dalla
pronipote nel 1736; mentre altre cinque statue, tra cui quelle supposte di
Ercole e di Cleopatra, furono vendute il 9 di Luglio del 1716 insieme con la
Villa sul litorale porticese al duca Giacinto Falletti e successivamente alla
Reale Casa Borbonica)[74],
viene corroborato dal ritrovamento del manoscritto inedito del resumen cronologico sul quale l’ingegnere
e archeologo spagnolo Roque Joaquìn de Alcubierre in data 19 Dicembre 1738
annotava la seguente preziosa notizia: <<se condujeron de la Casa del Prìncipe del Beuf, la quatro Estatuas de
marmol antiguas, y la Estatua de Hercules, en pedazos, que se havìan sacado,
havìa 28 an̂os, tambien de los Parages, donde se escava aora.>>[75].
La notizia del de Alcubierre, se ragguaglia con una certa precisione e
sicurezza circa la provenienza delle statue del principe d’Elboeuf dall’area
antistante la scena del teatro ercolanese, a parte l’accenno della statua a
pezzi di Ercole, non fornisce però alcun dato concreto e sicuro circa lo stato
di conservazione delle altre quattro (tra le quali doveva esservi anche quella
supposta di Cleopatra) né ci indica dove vennero poste nella probabile attesa
di restauro e di essere riutilizzate nell’incompiuta Reale Villa per decorare
le apposite nicchie ad abside all’ingresso del giardino reale. Dall’importantissima,
fondamentale e dirimente “Notizia Degli
Oggetti Rinvenuti Nel Teatro Di Ercolano
(22/x/1738-22/viii/1772)”, precisissimo compendio e ben informata
comunicazione anonima ma sicuramente copia ottocentesca di originale certamente
a firma del de Alcubierre (come indurrebbero a ritenere or l’ovvia
considerazione, avanzata dal Catalano[76], che solamente questi poteva
ricordare a memoria l’esatto allocamento delle statue all’interno della dimora
del principe d’Elboeuf e or la non casuale ma senza ombra di dubbio
intenzionale coincidenza della data d’inizio e della data di fine, per far collimare
le quali l’autore non può che aver alterato quella dell’ultima relazione per
sua omissione: <<la ùltima carta era data de 23, se puso en el libro con
data de 22 de octub. de 1756>>[77]), il cui interesse per Ercolano durò ininterrotto
e appassionato fino al giorno morte (avvenuta il 14 di Marzo del 1780), apprendiamo in merito le seguenti
brevi informazioni: nella villa del d’Elboeuf due statue erano nelle nicchie
della scala; delle due statue <<sotterrate>>[78]
una era spezzata e <<divisa per mezzo alla cintura>>[79] ne
rimaneva il solo busto; alla statua ritenuta di Ercole (forse per la nudità e
il groviglio delle clamide sulla spalla) mancavano la <<testa e le
mani>>[80] ed era
<<molto simile>>[81]
ad altra rinvenuta nel teatro il 4 di Settembre del 1738[82],
anch’essa supposta di Ercole ma in peggiori condizioni (e un altro nudo
con clamide si rinvenne a pezzi nell’inverno del 1767-1768 nei pressi del pozzo
da cui risalivano le statue per il d’Elboeuf[83] e dove nel 1738 furono
raccolte le due parti della testa che in seguito l’A. riconobbe appartenere a
una <<mujer>>[84]). Ancora più generiche, incerte e imprecise le
corrispondenze riscontrate nel Catalogo del Bayardi, limitate per il gruppo
d’Elboeuf ai tre nudi eroici da identificare tra le sette statue
eccezionalmente indicate con l’edificio di provenienza: <<xxxiii Altra giovane. Era nel teatro; xxxiv Altra di mezza età parimenti nel
teatro; xxxv Altra simile di
giovane pure nel teatro>>[85]
(ma il tentativo d’identificare le statue raggruppate nel Catalogo risulta
quanto mai precario per la seconda, tranne che con la locuzione <<mezza
età>> il Bayardi non intendesse riferirsi al nudo barbato[86],
e purtroppo nessuna identificazione è possibile evincere dall’ancora più
conciso inventario delle statue di marmo esistenti nel museo porticese il 13 di
Settembre del 1762, compilato dallo scultore Giuseppe Canart[87] benché
egli fosse partito da Roma il 13 di Aprile del 1739 soprattutto per restaurare
le statue del d’Elboeuf su richiesta di un “estatuario” avanzata prima del 14
di Gennaio dello stesso anno[88],
quando cioè, oltre i tre togati quasi integri, non vi erano che i pezzi di uno
dei tanti supposti Ercoli, i quali potevano rischiare in quei primi mesi di
scavo una fine analoga a quella subita dai pezzi di varie statue di bronzo, come
conferma la già citata testimonianza de Alcubierre: <<Dovendo far
memoria per intelligenza che le statue equestri di bronzo, di sopra accennate,
le quali furono poi liquefatte con diversi altri metalli per farsi la statua
della E SEG. Concezione nella Cappella R. di Portici con i candelabri grandi e
piccoli e gli altri ornamenti>>[89]). Poiché per le altre tre statue di togati non sussiste
motivo di dubbio circa la loro corrispondenza con le tre statue di consolari
ritrovate poco distante dalla scena sotto la più vicina arcata esterna e
segnalate nella più antica planimetria del teatro, possiamo per ora ritenerci
paghi della relativa certezza della loro provenienza dal teatro e procedere con
il discorso circa la descrizione e identificazione delle opere marmoree e
bronzee provenienti dal teatro.
NOTA SULLO STATO DI CONSERVAZIONE
DELLE SCULTURE
Non è facile affermare se i vari interventi di restauro vennero
effettuati in età romana, meno probabilmente nel secondo decennio del
Settecento (poiché il d’Elboeuf voleva evitare che la notizia delle
meravigliose scoperte si diffondesse in città sicché, per esempio, il restauro
delle tre Ercolanesi avvenne a Roma), oppure a partire dalla primavera del
1739, in quell’officina di restauro dove fino al 1762 il Canart aveva
restaurato ben 47 sculture in marmo su 79 e che nel 1787 era ancora attiva
negli ambienti sotto la Pinacoteca reale di Portici[90].
Indubbiamente l’apparente completezza che caratterizza alcune delle statue è da
ritenersi sospetta quando le parti più aggittanti non presentano lesioni,
specie se si considera lo stato delle sculture all’atto del rinvenimento e le
rilevate difficili condizioni di recupero. Con estrema cautela va affrontato
anche il problema dell’identificazione della statua, considerando i criteri
meramente estetici ai quali si informavano i restauratori del Settecento,
interessati all’integrazione a tutti i costi della scultura e pronti ad
intervenire con foglie di fico sulle parti virili nei nudi per un bigotto senso
della pudicizia del tutto irrispettoso dell’autenticità e delle caratteristiche
dell’opera originale (l’esempio della statua di cavallo, ora esposta al n. 4904
nel Museo Archeologico di Napoli, ottenuta dalla fusione dei frammenti di una
quadriga crollata dal coronamento della cavea ercolanese non è purtroppo
l’unico né il più significativo esempio di tale modus operandi, e lo stesso direttore spagnolo degli scavi ne
documentava di peggiori: il 3 di Marzo del 1770, ritrovato l’avambraccio di una
delle statue in bronzo del coronamento della cavea, in una temperie culturale
in cui già cominciava a delinearsi una coscienza archeologica, il de Alcubierre
ammetteva che <<Dovendo far memoria per intelligenza
che le statue equestri di bronzo, di sopra accennate, le quali furono poi liquefatte
con diversi altri metalli per farsi la statua della E SEG. Concezione nella
Cappella R. di Portici con i candelabri grandi e piccoli e gli altri ornamenti>>[91]).
Lo stato delle sculture al momento del rinvenimento e all’atto del recupero
come può essere desunto, dedotto e congetturato sulla base dell’esame delle
parti aggiunte o restaurate, ha fin dall’inizio indotto non pochi studiosi (tra
cui spicca, per chiarezza e nettezza di giudizio il Catalano[92])
a concludere che le otto statue andassero distinte in due gruppi e che quelle
disastrate (per lesioni gravi anche ai torsi) potessero essere state recuperate
attraverso pozzi e cunicoli (in genere larghi meno di un metro) dalla scena del
teatro che aveva particolarmente sofferto per le scosse sismiche che
precedettero e accompagnarono l’eruzione del 79 e per il crollo delle parti
alte aggettanti in marmo (presso la scena del teatro tornò a scavare, dal 1765
al 1768[93],
F. La Vega e le statue che questi recuperò erano parimenti a pezzi[94]),
a differenza del gruppo dei togati che era in gran parte protetto dalla pioggia
piroclastica e dal crollo delle cornici di coronamento sotto la possente arcata
meridionale dell’edificio[95].
L’APPARATO SCULTOREO DEL TEATRO DI ERCOLANO:
DESCRIZIONE E IDENTIFICAZIONE DELLE STATUE
PREMESSA
La decorazione scultorea rinvenuta all'interno del
teatro di Ercolano comprendeva una serie di statue di marmo e di bronzo. Una
parte di queste statue, originariamente posizionata nella scena, all’interno di
nove nicchie di cui attualmente se ne ricostruisce solo una, fu successivamente
trasferita nella Reggia di Portici, fatta costruire dal sovrano Carlo di
Borbone come Palazzo reale della casata[96]. Le statue furono poste
qui per la decorazione dei giardini. Due di queste sono attualmente conservate
nel Museo di Dresda e sono la Grande e la Piccola Ercolanese[97]. Queste vennero rinvenute
nel 1711 ed erano situate nella scenae frons, la cui decorazione è in
gran parte conservata. Come già avuto modo di evidenziare, oltre alla Piccola e
alla Grande Ercolanese di Dresda, le statue provenienti dal teatro di Ercolano
sono state ipoteticamente riconosciute nella Flora di Portici, in due statue
ancora al loro posto nel cortile superiore della Reggia di Portici e nella
statua collocata nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli
(inventariata al n°. 6378). Sul davanti della scena furono rinvenuti, inoltre,
4 torsi virili marmorei in nudità eroica, uno dei quali fu completato con la
testa-ritratto di M. Nonio Balbo, rinvenuta da La Vega il 13 febbraio 1768,
nella statua del cosiddetto Massimino, ora al Museo Archeologico Nazionale di
Napoli (inv. n. 6102). Si è supposto che due dei torsi siano da identificare
con due delle statue ancora oggi poste nelle nicchie del cortile superiore
della Reggia di Portici, quivi collocate prima del 1747. Probabilmente queste
statue erano collocate in nicchie poste nei risvolti della scena. Entrati nella
porta regia, si gira a sinistra in un cunicolo, sulla volta del quale si nota
l'impronta della testa-ritratto di M. Nonio Balbo, di cui si è sopra parlato.
Sulla sommità della cavea erano collocate tre coppie di statue equestri di
bronzo dorato, rinvenute a più riprese in frammenti, e due statue femminili di
bronzo (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. n. 5612 e 5599).
Ricapitolando, ripropongo l’elenco degli arredi
scultorei rinvenuti nel teatro o ad esso afferenti.
1) SCULTURE IN MARMO
- Statua della Grande Ercolanese (Dresda,
Skulpturenslag. Inv. n. 326). Alt. m 1, 98;
- Statua della Piccola Ercolanese (Dresda,
Skulpturenslag. Inv. n. 327). Alt. m 1, 81;
- Statua marmorea creduta di Ercole, scavi d’Elboeuf (non
identificata con certezza);
- Statua marmorea creduta di Ercole, rinvenuta il 4-5
novembre 1738;
- Torso virile nudo, ricomposto con la testa-ritratto
di M. Nonio Balbo nel cosiddetto “Massimino” o “Massimino Farnese”, inv. n.
6102 (Napoli, Museo Archeologico Nazionale), rinvenuto il 16 aprile 1768;
- Tre statue marmoree di togati, rinvenuti su un podio
in una -icchia lungo il circuito esterno del teatro il 12 dicembre 1738 (una è
certamente quella posta in una delle nicchie del cortile superiore della Reggia
di Portici).
2) SCULTURE IN BRONZO:
- Statua femminile togata in bronzo, inv. n. 5612
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale). Alt. m 2,06;
- Statua femminile togata in bronzo, inv. n. 5599
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale). Alt. m 2,10;
- Vari frammenti di statue equestri di bronzo dorato;
- Sedia curule di bronzo, posta sul tribunal, inv. 73152 (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale);
- Tre frammenti di panneggio di statua in bronzo,
rinvenuti nel 1996, precipitate all'altezza del tempietto centrale sulla
gradinata della media cavea, a lato del pozzo grande;
- Sui gradini antistanti i tribunalia, due sedie curuli, rinvenute in frammenti durante il
primo periodo degli scavi borbonici, e un bisellium
di bronzo, ancora al suo posto, ricordato nella didascalia della pianta del
Bardet, non ancora identificato tra quelli conservati nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli. Delle sedie curuli di bronzo, una è la inv. n. 73153
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale), l’altra non è stata rintracciata;
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5626 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5627 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di L. Mammio Massimo, inv. n. 5591 (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale);
- Statua di M. Calatorio, inv. n. 5597 (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale);
- Statua di Tiberio sacrificante, inv. n. 5615 (Napoli,
Museo Archeologico Nazionale).
LE
SCULTURE MARMOREE
LA GRANDE ERCOLANESE[98]
Racchiudeva dunque il teatro una selva di statue, tra
cui spiccano, provenienti dalla scena, le cosiddette Grande e le due Piccole
Ercolanesi, ora a Dresda, che dovevano forse raffigurare idealmente personaggi
della famiglia imperiale.
La statua detta Grande Ercolanese è stata rinvenuta in
situ, ossia sulla scena del teatro di Ercolano e risulta rotta in diversi
punti che sono stati successivamente assemblati. Solo piccole parti risultano
mancanti.
La donna rappresentata è in piedi, in una posa
rilassata, e reca il piede sinistro libero, appoggiato di lato. La figura è
coperta da un lungo chitone e da un himation. In particolare, l’himation
è posizionato sulla spalla sinistra e da qui avvolge poi la testa e la
schiena fino a raggiungere la mano sinistra di cui lascia scoperti solo il
pollice e l'indice. Gli abiti Sono ampiamente drappeggiati.
La mano destra risulta sollevata nell'atto di tenere
l'himation, quella sinistra risulta accanto al fianco.
La
Grande Ercolanese, Dresda, Skulpturenslag.
![]()
Fonte:
www.ercolano.unina.it
La testa è leggermente inclinata verso sinistra, capite
velato, coperta dunque in parte dall'himation che lascia scoperta
una porzione dei capelli[99].
Sono state rinvenute tracce di colore sulla superficie
marmorea dalle quali si presume che la donna dovesse avere originariamente
capelli castani, labbra rosse e occhi scuri[100].
La statua è stata datata all’epoca augustea, come
l’intero teatro[101]. Anche l’analisi
stilistica, in particolare di alcuni dettagli che riguardano la capigliatura,
sembra confermare questa teoria[102].
La tipologia della Grande e della Piccola Ercolanese
fu ampiamente copiata e se ne contano almeno 375[103].
Vorster sostiene che la Grande Ercolanese sia da
riferire stilisticamente alla statua ritratto di Sofocle (vd. fig.) risalente
al IV sec. a.C. (datata tra il 336 e il 326 a.C.), che fu realizzata per la
decorazione del teatro di Dioniso di Atene[104]. Quest’ultima, infatti,
riporta la stessa posa della Grande Ercolanese, con il peso sul piede destro,
la mano sinistra avvolta dell’himation retto con la mano destra.
Tuttavia, la Grande Ercolanese sembra riportare caratteristiche stilistiche più
avanzate. Un altro riferimento sembra essere la statua di Eschine (vd.
fig.), politico e oratore ateniese, realizzata intorno al 315 a.C. Questa
mostra un variante nella posa, con il piede destro libero. Dunque è possibile
che la realizzazione della Grande Ercolanese sia da collocare nel periodo
compreso tra la realizzazione del ritratto di Sofocle e quella di Eschine,
indicativamente intorno al 320 a.C. Questa datazione sembra essere confermata
anche dal confronto con i rilievi delle tombe attiche. Sono state rinvenute
altre copie, una quarantina circa, analoghe alla statua di Ercolano. Un esempio
è costituito dalla cosiddetta statua di Butrinto (vd. fig.), rinvenuta
all’interno del teatro dell’antica città di Buthrotum, in Albania.
Sappiamo che il teatro fu realizzato nel periodo della romanizzazione delle
province greche, intorno al I secolo a.C. In questa occasione fu eretto una
nuova scenae frons con sei nicchie che contenevano altrettante statue,
una delle quali era la statua in esame di cui, attualmente si conserva solo la
testa (vd. fig.).
Statua di Sofocle, copia dell’originale.
Vaticano, galleria delle statue.
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Fonte:
www.museivaticani.va
Statua di Eschine. Originale risalente al
IV secolo presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
![]()
Fonte:
C. Vorster: “Der Kopf einer Gottin
inVatikan als Beispiel theodosianischer Bildhauerkunst” in “BmonMusPont” (Roma, 2004): 24: p.
113-153.
La Grande Ercolanese di Butrinto, Albania.
![]()
Fonte:
J. Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008).
Testa della Grande Ercolanese di Butrinto,
Albania.
![]()
Fonte:
J. Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008).
Il corpo della statua è andato distrutto durante un
bombardamento subito dalla città. Si tratterebbe, presumibilmente, della prima
copia romana del periodo imperiale. Inoltre, l’idealizzazione del volto e la
sua collocazione all’interno di una nicchia della scenae frons riportano
alla stessa funzione che ricoprì la copia del teatro di Ercolano[105].
Non sappiamo con certezza se la tipologia della Grande
Ercolanese fosse di stile realistico o ideale. La teoria di Arndt[106], avvalorata anche da
Reinach[107]
e Aurigemma[108]
è che il prototipo seguisse un modello ideale. Al contrario, Collignon[109], Hekler[110] e Hettner[111] ritengono che questa la
suddetta statua abbia riprodotto una persona reale. Infine, secondo Van Deman[112], soltanto per la Grande
Ercolanese di Dresda sarebbe una rappresentazione ideale mentre le altre copie
sarebbero nate dalla riproduzione di un modello reale.
Risulta di difficile identificazione anche
l’attribuzione stilistica ad un preciso autore. Sybel[113], Arndt[114] e Amelung[115] sostengono che questo
tipo sia da attribuire allo scultore Prassitele o ad un suo allievo. Ma non
tutti gli studiosi concordavano con questa attribuzione. Nel 1931 Rumpf[116] sostenne, infatti, che
l’autore dell’opera dovesse essere identificato con lo scultore greco Lisippo.
Alcuni studiosi ritengono che la Piccola e la Grande
Ercolanese fossero state realizzate da un unico artista e pensate per stare
insieme. Questo sia perché furono trovate nello stesso luogo, sia perché questo
genere di statue è stato trovato in associazione anche in altri contesti, come
ad Olimpia[117].
Arndt, invece, sostiene che queste non facessero parte di un gruppo scultoreo
ma che fossero state concepite separatamente[118].
Un’altra copia da menzionare, oltre a quella di
Butrinto, venne rinvenuta ad Andros nel 1833. Questa reca una posa del corpo e
la disposizione dell’himation del tutto analoga alla copia di Ercolano e
a quella di Butrinto. Unica differenza sembra essere costituita dalla posizione
delle braccia. Questa copia risulta, tuttavia, priva della testa, pertanto non
è possibile realizzare confronti più approfonditi.
LA PICCOLA ERCOLANESE N. 327[119]
La prima delle Piccole Ercolanesi manca solo di alcuni
frammenti del drappeggio all’altezza della mano sinistra e nella parte
inferiore dell’himation vicino alla gamba sinistra.
Il peso del corpo poggia
sulla gamba sinistra. La figura è coperta da un lungo chitone e da un himation
riccamente drappeggiati. Il braccio sinistro è coperto quasi interamente,
restano visibili solo il pollice e l’indice.
La testa è scoperta e
mostra un viso idealizzato e una acconciatura detta “a melone”[120], con i capelli raccolti
nella parte posteriore. Il capo, inoltre, risulta gravemente danneggiato da una
corrosione. Questo deriva dal fatto che è rimasta a lungo in luogo umido in
seguito al suo seppellimento[121].
A differenza della Grande
Ercolanese, ritratta in una posa rilassata, la Piccola Ercolanese sembra
posizionata nell’atto di vestirsi o di sistemare l’himation sulla spalla
sinistra[122].
La
Piccola Ercolanese, Dresda, Skulpturenslag.
![]()
Fonte:
www.ercolano.unina.it
Tracce di colore
sono state trovate sulla superficie della statua, in particolare una striscia
rossa posta sul bordo dell’himation e tracce di una pittura rossastra sul
bordo del chitone. È possibile porre a confronto quest’opera con la Piccola
Ercolanese di Delo, attualmente conservata nel Museo Archeologico di Atene, che
reca ancora gran parte della colorazione originale[123]. Per ciò che
concerne la datazione un particolare dettaglio, ravvisabile nell’himation,
sembra fare risalire l’opera all’epoca ellenistica. Si tratta del drappeggio
che presenta alcune irregolarità ovvero le pieghe scolpite sul tessuto della
veste che corrono parallelamente al bordo. Questa specifica caratteristica è
presente anche nella Piccola Ercolanese di Delo prima menzionata. Dunque si
ipotizza che la Piccola Ercolanese sia stata realizzata in concomitanza con la
costruzione del teatro, che si fa risalire, per l’appunto, alla prima età
augustea[124]. La Piccola Ercolanese, come la Grande, è una
copia di un originale greco. Ridgway e Rolley, basandosi su un rilievo
proveniente da Mantinea, datato al IV sec. a.C., hanno sostenuto che la Piccola
Ercolanese fosse precedente rispetto alla Grande Ercolanese[125]. Infatti, una
delle lastre in rilievo di Mantinea mostra una figura femminile riconducibile,
per posa e stile del drappeggio, alla Piccola Ercolanese[126]. Pertanto, si può
concludere che la Piccola Ercolanese possa essere datata ad un periodo
successivo alla realizzazione delle lastre di Mantinea, datate al 320 a.C.[127]. Gli studiosi
sostengono che la Piccola Ercolanese mostri delle somiglianze con la statua
raffigurante una giovane Arrephoros, a Monaco di Baviera (vd. fig.).
Sappiamo che le Arrephoroi erano giovani donne, segregate sull’acropoli
per un determinato periodo di tempo che eseguivano il rito della tessitura del
peplo durante la Panathénaia, le feste religiose più importanti
dell’antica Atene. Queste statue furono realizzate per essere esposte sull'Acropoli.
L’ esemplare di Monaco è una copia romana di un originale greco che si data
intorno al 300 a.C. Questo dato sembrerebbe confermare la datazione attribuita
alla Piccola Ercolanese[128]. Come detto
precedentemente, le statue della Grande e della Piccola Ercolanese furono
ampiamente copiate nel corso del tempo. Le prime copie risalgono al tardo
periodo Ellenistico, circa due secoli dopo la realizzazione degli originali[129].
Statua di donna, Munich,
Glyptothek 478.
![]()
M. Hoff: “Athens
and Pompey: A Political Relationship” (Nebraska, 2001).
Statua muliebre del tipo Hera Borghese che lo
scultore e restauratore Giuseppe Canart, al quale si devono anche altre delle
fontane del parco della reggia di Portici, restaurò come Flora attraverso il
rifacimento delle braccia ponendola s’un basamento di Fauni situato al centro
di una fontana collocata all’incrocio dei due viali che dividono il parco in
quattro sezioni: da qui il nome di Flora di Portici. Successivamente la statua
fu smontata dall’originaria sede per essere tradotta nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli, dove è tutt’oggi custodita[130],
per motivi di tutela.
Nato probabilmente attorno al 1713, Canart fu
impiegato dalla corte borbonica col ruolo di restauratore, conservatore,
consulente e “statuario” dal 1739 in pratica sino alla morte, nel 1791; e la
sua capacità di comporre monumenti di vario tipo, e, per quel che più ci
interessa, fontane, in parte con marmi antichi da lui restaurati e in parte con
marmi da lui scolpiti ex novo è ben
attestata ad esempio dalla Fontana di Flora del Real Giardino Grande della
Reggia di Portici, iniziata pressoché in contemporanea a quella della Fortuna
in Palazzo Reale, nella quale a una base barocca con volute, tritoni e sirene
risulta aggiunta – ma forse si dovrebbe dire l’inverso – una statua antica del
tipo dell’Hera Borghese forse proveniente dalle raccolte farnesiane di Parma e
da lui stesso ingegnosamente integrata nella testa, le braccia e altre parti.
Statua della cd. Flora di Portici,
Portici, Orto Botanico.

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
La statua giunse nello studio di Canart nel
1762, come è possibile desumere dalla notizia data dallo stesso nei propri
appunti personali[131]. Il
29 agosto 1767 Canart riferisce: <<Si è andato ristaurando la Statua
antica della Flora, che va situata su la fontana del R.le Giardino
grande.>>[132].
“MASSIMINO FARNESE”[133]
Cd.
Massimino Farnese, con testa in arte romana di i
secolo a. C. e corpo di i secolo
d. C. (Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
Nel
corso degli scavi fatti eseguire tra il 1710 e il 1711 da Emmanuel Maurice duca
d’Elboeuf e principe di Lorena, nella volta tufacea di uno dei cunicoli
condotti dietro la frons scaenae del
teatro e dell’antica Ercolano, si rinvenne l’impronta di una testa, a detta di
alcuni umana, a detta di altri pertinente a una statua marmorea. A
tale impronta si riferiva William Hamilton, ambasciatore britannico a Napoli,
in una sua lettera del 16 ottobre 1770 a Mathew Maty, segretario della Royal
Society di Londra: <<Sono
convinto che la prima materia che uscì dal Vesuvio e che ha ricoperto Ercolano
era allo stato di fango liquido. Un fatto estremamente favorevole alla mia
ipotesi è la scoperta della testa di una statua antica che è stata dissotterrata
nel teatro di Ercolano; l’impronta dei tratti del viso nel tufo esiste ancora
oggi e potrebbe servire da matrice ad un calco, essendo altrettanto perfetta di
qualsiasi altra matrice che io abbia visto>>[134].
All’impronta ercolanese si interessò,
cinquantotto anni dopo, anche Carlo Bonucci, architetto direttore dei Reali Scavi
dal 1828 al 1837, il quale ne fece rilevare un calco in gesso[135]:
<<Ercolano, 24 novembre 1828. Esiste
nella parte posteriore della scena di questo antico teatro l’impressione di un
volto umano nel tufo, la quale da vari autori è stata interpretata dover
appartenere ad un cadavere o ad una statua o infine ad una maschera scenica.
Io ho fatto rilevare in gesso una tal forma e ne ho quindi potuto ottenere una
testa d’un merito tanto eminente da gareggiare con quella dell’Aristide o di
altri capi lavori consimili. Confrontato colle medaglie questo bel busto sembra
perfettamente rassomigliare a Vespasiano; e la statua a cui apparteneva e che
ornava in questa parte il Teatro è nel numero di quelle rare sculture rinvenute
circa un secolo fa dal Principe d’Elboeuf e donate a vari Sovrani d’Europa. Ho
fatto infine situare un tal busto di gesso presso il sito dov’è l’impressione
nella cenere consolidata; e ciò a vantaggio degli amatori, degli artisti e
degli archeologi. Quanto prima Gliene invierò il disegno onde interpretarsi
dalla R[eale] Accademia Ercolanese. Bonucci.>>. Nel
1983 Umberto Pappalardo, allora ispettore della Soprintendenza archeologica di
Pompei ed Ercolano, riprendendo l’idea di Carlo Bonucci, fece eseguire dal
restauratore Edilberto Formigli un calco in silicone della famosa impronta[136]
(vd. fig.). Si ebbe in tal modo la
conferma che l’impronta fosse pertinente ad una testa di statua marmorea, e
non ad un cadavere, dal momento che il naso appariva fratturato ab origine fin
quasi all’attacco. Doveva trattarsi, ad un’indagine stilistica, di un ritratto
fisionomico relativo ad un personaggio della tarda repubblica o della prima
età imperiale. La testa che produsse tale impronta fu individuata quattordici
anni dopo da Stefania Adamo Muscettola e riconosciuta quale ritratto onorario
di Marco Nonio Balbo[137].
Marco Nonio Balbo, nocerino di nascita, fu
pretore e proconsole di Creta e Cirene, tribuno della plebe nel 32 a.C., partigiano
di Ottaviano durante la guerra civile. Fu patrono della città di Ercolano e,
alla sua morte, gli furono tributati eccezionali onori, come risulta da varie
testimonianze epigrafiche. Su un’ampia terrazza rivolta al mare, gli Ercolanesi
innalzarono a Marco Nonio Balbo un altare, dove il suo corpo fu cremato e i cui
resti sono stati trovati in un’urna fittile all’interno dello stesso altare[138].
Si trattava della testa del cosiddetto Massimino, una statua confusa tra
i pezzi della collezione farnesiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli
(vd. fig.). La statua fu a lungo considerata un ritratto in nudità eroica
dell’imperatore Massimino il Trace e tale la ritennero Giovambattista Finati[139],
Michele Arditi[140]
e Domenico Spinelli[141].
Il Finati in particolare così si esprime: <<N.
136. Farnese. Massimino in marmo di Luni. Statua in piedi alta pal. 8. È tutto
nudo, se non che un manto da sopra alla spalla sinistra avvolgendosi al braccio
dello stesso lato, va a ricadergli in lunghe liste sino al ginocchio. Ha molto
sofferto. Le gambe, le braccia, e porzione del panno sono di moderna scultura,
e sfigurano non poco l’antico, ch’è di scultura romana. La testa rivolta a
dritta è antica; ma tutta logora, rosa, di non buono stile, ed inserita
posteriormente.>>[142].
Il Finati ci dice, inoltre, che
<<la statua era esposta, come undicesima, lungo il Portico Terzo >>[143].
Le fonti (Historia Augusta, Maximini
duo; Herodianus, Historiae de imperio post Marcum vel de suis
temporibus, VII) ci dicono che Gaio Giulio Vero Massimino nacque in un
villaggio tracico intorno al 173; figlio di padre goto e di madre alana,
durante l’infanzia e l’adolescenza fu pastore di greggi, finché non intraprese
la carriera militare al tempo di Settimio Severo, arruolandosi in virtù della
propria forza fisica; fu il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale
grazie al solo consenso delle legioni, il primo imperatore soldato del III
secolo; non mise mai piede a Roma, in quanto trascorse i suoi tre anni di
regno (235-238) impegnato in campagne militari; morì nei pressi di Aquileia in
seguito ad una sedizione delle sue truppe; le fonti lo descrivono chiarissimo
di carnagione e dotato di una forza sovrumana; superava in altezza gli otto
piedi romani (circa due metri e quaranta); indossava il braccialetto della
moglie come anello per il pollice; sconfiggeva decine e decine di avversari,
uno dopo l’altro; trascinava da solo un carro carico di gente; faceva saltare i
denti ad un cavallo con un solo pugno e con un solo calcio gli spezzava le
gambe; frantumava a mani nude pietre di tufo; beveva un’anfora capitolina di
vino al giorno e mangiava fino a sessanta libbre di carne. Nel
1843, Giovambattista Finati manifestò i primi dubbi riguardo
all’identificazione della statua con l’imperatore e propose, senza troppa
convinzione, un confronto con i ritratti di Vespasiano. Riportiamo di seguito
le parole del Finati: <<Supposto
Massimino. Statua in marmo Lunense alta palmi otto, proveniente dalla Casa
Farnese (…). Rarissime adunque sono le immagini di questo protervo imperante,
e singolarissima sarebbe senza dubbio la statua serbata nel Regal Museo
Borbonico, che a lui si attribuisce, e che ora pubblichiamo per questa tavola
L. Presenta questo marmo una figura imperiale stante colla testa rivolta a
dritta e tutta nuda nella persona, all’eccezione dell’omero sinistro ricoverto
da un manto, che avvolgendosi al braccio dello stesso lato va a ricadere in
lunghe liste sino al ginocchio. Ha sofferto molti ristauri ed è alquanto
corrosa, molto però nella testa: le braccia con la massima parte del manto, e
le gambe e porzione di una coscia sono moderne aggiunzioni. Or riflettendo da
una parte che a questo simulacro mancano le proporzioni gigantesche che la
storia racconta di Massimino, e tali che il braccialetto della moglie serviva
di anello al suo pollice, ed osservando dall’altra che i lineamenti del volto
non corrispondono affatto a quelli che si raccolgono dalle medaglie di lui,
abbiamo creduto convenevole far incidere a fianco del simulacro il profilo
della sua testa al n°1, e più sotto al n° 2. quello di una medaglia di
Massimino, onde potersene agevolmente fare sempre che si voglia il
confronto.>>[144].
Rimaneva da ultimo ad osservarsi se la testa che fu sicuramente distaccata dal
busto (come chiaramente si vede) fosse appartenuta in origine a questa statua,
e nel caso affermativo ricercare di quale Imperatore avesse presentato i lineamenti.
A non prendere equivoco abbiam creduto necessario pregare il nostro socio
professore di scultura Signor Solari d’istituirne un accurato esame; ed egli ne
ha assicurati che, sebbene la testa sia malconcia dal tempo, è dello stesso
scarpello del rimanente della statua; che le commessure coincidendo
naturalmente fra loro, mostrano chiaro che la testa sia stata distaccata da
questa statua; che infine il marmo della testa sia lo stesso marmo del torso, e
per conseguenza non possa esservi più dubbio che la testa non sia appartenuta
alla statua. Dopo tali osservazioni non trovando ne’ monumenti figurati un
ritratto da poter confrontare col sembiante del nostro simulacro, ci siam
nuovamente rivolti alle medaglie, unica sicura scorta in simili difficoltose ricerche,
ed abbiam non senza dubbiezza raccolto che i lineamenti della famiglia
Vespasiana han qualche somiglianza col sembiante della nostra statua, e
maggiormente que’ dell’illustre Flavio capo di quella imperial famiglia, sebbene
il mento di Vespasiano e di Tito sia molto più sporto in fuori; per lo che non
abbiam omesso di far pure incidere i profili di due medaglie di Vespasiano co’
ni 3.
e 4., l’ultimo de’ quali sembra aver maggior relazione co’ lineamenti del
profilo di questa pregevole statua farnesiana.>>[145].
Mezzo secolo dopo, Lucio Mariani[146]
manifestava il suo totale disaccordo con
le affermazioni del Finati: <<1033.
(6102.) Statua del preteso Massimino. Prov. Farnese. È un’accozzaglia di parti
disparate. Il torso appartenne ad una statua greca, e basterebbe a provarlo la
maniera arcaica in cui è trattato il pube. Vi fu adattata una testa di lavoro
scadente. L’avambraccio destro, il braccio s., con la clamide e le gambe dal
ginocchio in giù sono moderni. Alt. m. 2,17. Non ha somiglianza di sorta con
l’imperatore Massimino né con alcuno degli imperatori della gens Flavia, come
pensò il Finati.>>.
Nei diari di scavo di Karl Jakob
Weber, riportati da Giulio Minervini, si legge alla data del 13 febbraio 1767 (error
per 1768)[147]:
<<Marmo. Dietro la scena [venne]
trovata una testa che pare fosse un ritratto di un uomo sbarbato. Credo che
questa possa appartenere a qualche statua trovata già dal principe d’Elboeuf,
restando vicino al pozzo dove tale sig. incominciò lo scavo e trovò la maggior
parte delle statue.>>. Alla
data del 16 aprile 1768 è scritto: <<Marmo.
Dietro la scena si è trovato un torso di statua virile poco più grande del
naturale con le coscie fin sotto alle ginocchia, il braccio destro fino al
gomito, e ’l sinistro poco più. Questa statua è interamente nuda ed ha un piccolo
panno sulla spalla sinistra che pende sopra lo stesso braccio. Tre pezzi di
panneggio. Forse apparterrà a questo la testa detta alli 13 febbraio.>>. Nei
diari di scavo di Francisco La Vega, riportati da Michele Ruggiero, si legge
alla data del 13 febbraio 1768[148]:
<<Portici 13 febbraio 1768 (…) In
Resina, al Teatro si è continuato a lavorare secondo il solito, ed alzandosi
una grotta dietro la scena accosto al pozzo di Enzecchetta si è trovata una
testa di marmo d’uomo senza barba alta on. 11; ne resta divisa da questa testa
la parte posteriore e porzione di una orecchia ed è mancante dell’estremità del
naso (…) La Vega.>>. Alla data del 16
aprile 1768 è scritto[149]:
<<Portici 16 aprile 1768 (…) In Resina,
al Teatro si è continuato secondo il solito a fortificarlo e a renderlo per
quanto si può visibile; e nell’alzarsi una grotta dietro la scena si è cavato
un torzo statua virile di marmo poco più grande del naturale con le coscie
sino sotto le ginocchia, il braccio destro fino al gombito ed il sinistro poco
più; separatamente un pezzo di deto e tre pezzi di panneggio; questa statua è
interamente nuda ed ha un piccolo panno sopra la spalla sinistra che gli pende
sopra lo stesso braccio, e lunedì la manderò al R. Museo. Credo che appartenga
a questo torzo la testa che fu trovata vicino lo stesso sito come esposi a V.E.
con la data de’ 13 febbraio di questo anno [manca] (…) La Vega.>>. Nei
diari di scavo di Roque Joaquín de Alcubierre, riportati ancora da Michele
Ruggiero, si legge alla data del 16 aprile 1768[150]:
<<Napoli 16 aprile 1768 (…). In Resina
al Teatro di Ercolano dove si va continuando qualche pilastro, alzandosi una
grotta vicino al pozzo di Enzecchetta dietro la scena, si è scoverta una statua
di marmo al naturale, alla quale, che ho visto, credo appartenga la testa che
si trovò tre palmi distante e diedi parte a V.E. nel rapporto dei 13 febbraio;
e si attende per tutt’oggi che sarà finita di scavare la propria statua che è
vestita, e poi si continuerà per veder di trovare nel proprio luogo parte del
piede che manca (…) Alcubierre (min.).>>. Alla
data del 23 aprile 1768 è scritto[151]:
<<Napoli 23 aprile 1768 (…). In Resina
si prosiegue nel Teatro Erculano fortificarlo come anche nel fare altri
pilastri dove conviene sotto le case lesionate (…) ed essendosi cacciata da
dietro il proscenio del soprad. Teatro la consaputa statua di marmo che diedi
conto a V.E. il sabato antecedente immediato, la quale si portò nel cortile
del R. Museo il lunedì 18. Quando io osservai questa statua che si stava
scavando la settimana passata, solo compariva la parte del panno che tiene
sopra la spalla e braccio sinistro, perlocché la giudicai allora vestita; però
avendola vista dopo fuori delle grotte, realm. è nuda, di uomo, col panno sudd.
ed ancora pare più grande del naturale. E mancando parte delle gambe sotto le
ginocchia e parte delle due braccia, si continua a fare tutta la diligenza per
rinvenire in quel luogo li pezzi che mancano, delli quali già si son trovati un
pezzo di dito e tre pezzi di panneggio (…) Alcubierre (min.).>>. In
seguito al riconoscimento della testa del Massimino quale ritratto di
Marco Nonio Balbo e alla rilettura delle notizie riportate nei diari di scavo
settecenteschi gli studiosi affermano, concordi, che la testa, strappata
inavvertitamente dal banco tufaceo nel corso degli scavi del Duca d’Elboeuf
(1710-1711), fu ritrovata il 13 febbraio 1768 dagli scavatori diretti dallo
svizzero Karl Jakob Weber[152],
mentre il corpo fu recuperato il 16 aprile dello stesso anno[153];
che la statua costituirebbe un ritratto onorario di Marco Nonio Balbo in nudità
eroica; che a tale statua si riferirebbe la base iscritta con dedica degli Herculanenses
(CIL X, 1427) rinvenuta presso l’orchestra del teatro di Ercolano[154].
Osservando la statua, notiamo innanzitutto le pessime integrazioni moderne,
che allungano a dismisura gli arti, sia inferiori, che superiori, portando la
figura, che non avrebbe dovuto superare i cm 197-198, a raggiungere i cm 217 di
altezza[155].
Altra sproporzione si nota nella testa, che risulta troppo piccola rispetto al
corpo. Troppo lungo il collo. La lavorazione della testa (ritratto veristico)
è completamente diversa da quella del corpo (idealizzato) e diverso sembra
essere il marmo utilizzato. Con buona pace del Solari, la testa e il corpo sono
chiaramente di scalpello diverso. La testa è stata aggiunta al corpo in un
secondo momento. Resta da stabilire se in antico o in epoca moderna. La seconda
soluzione, a mio avviso, sarebbe da preferire, infatti, dietro la nuca vi è
un’inserzione moderna, un tassello di marmo più bianco, come quello utilizzato
per gli arti e la clamide, che riprende la parte finale dei capelli (vd. fig.).
Le commessure della testa e del collo, quindi, non coincidono naturalmente,
come asserito dal Solari[156].
Osservando la statua non può non colpire
la impressionante somiglianza con la statua del Doriforo[157] (vd. fig.): stessa
ponderazione, stesse misure, stessa resa dei particolari anatomici, stesso
marmo (lunense), sia pure proveniente da una cava diversa da quella da cui è
stato estratto il blocco nel quale è stato scolpito il Doriforo. Tolte
le integrazioni moderne, la testa e la clamide, mi sembrò di riconoscere
un’ulteriore replica del Doriforo, coeva a quella pompeiana (età tardo
augustea o tiberiana)[158], forse prodotta
addirittura dalla stessa bottega. Pensai, inoltre, che la Testa di Doriforo
(inv. 6412) proveniente da Ercolano e sistemata a mo’ di erma su un
pilastro potesse combaciare col torso del cosiddetto Massimino, salvo,
poi, ricredermi, confrontandole da vicino: la testa ercolanese è in proporzione
più piccola e, ovviamente, le commessure di testa e collo non coincidono; inoltre,
la torsione del collo verso destra, presente in tutte le repliche del Doriforo,
inclusa l’erma bronzea da Villa dei Papiri (inv. 4885), è qui assente,
prestandosi la testa ad una veduta perfettamente frontale (vd. fig.). Più che
una testa di Doriforo andrebbe considerata genericamente una testa di
tipo policleteo.
Tornando alla nostra statua, un solo
elemento sembra distinguerla dal tipo del Doriforo: i resti di una
clamide sulla spalla sinistra. Dopo attente osservazioni, che vengono a
confermare ciò che riportano i diari di scavo settecenteschi[159], si può affermare con certezza che tali
resti di panneggio non siano dovuti ad una integrazione moderna, ma che, in
antico, la figura portasse una clamide di colore nero (Il pigmento nero che
colorava la clamide, osservabile senza alcuna difficoltà ad occhio nudo,
presenta materiale carbonioso. Si è in attesa dei risultati delle analisi
chimico-fisiche, che possano determinare con certezza la natura di tale
pigmento. Tuttavia, mi è stato già confermato che il pigmento originariamente
fosse senza dubbio di colore nero. Ringrazio, pertanto, i colleghi Cristiana
Barandoni e Andrea Rossi, che hanno eseguito il prelievo nell’ambito del progetto
“mann in colours”). Sappiamo dalle fonti che, almeno in alcune
occasioni solenni, gli efebi ateniesi indossassero una clamide nera e che, nel
II sec. d.C., Erode Attico, con un atto di evergetismo, avrebbe sostituito le
clamidi nere con quelle bianche[160]. Pierre Vidal-Naquet osserva giustamente
che il gesto di Erode Attico prova che ai suoi tempi il rituale non era più
compreso[161], mentre nell’Atene classica, come ha
dimostrato Pierre Roussel[162], doveva essere diffuso l’áition che
considerava la clamide nera degli efebi quale segno commemorativo della
‘dimenticanza’ di Teseo (l’efebo per eccellenza), il quale, al ritorno da
Creta, aveva omesso di sostituire, con quella bianca, la vela nera della sua
imbarcazione, in tal modo causando, involontariamente, la morte di suo padre
Egeo. George Thomson, dal suo canto, con grande acume, interpreta la
clamide nera come un costume di reclusione rituale[163]. Il nero è il colore archetipico del
lutto, della morte, della putrefazione, della separazione, del ventre della
terra, dell’abisso, dell’indifferenziato, del ritorno al caos primordiale (si
pensi alla nigredo dell’opus alchemicum)[164]. Il nero prelude al bianco, che è il colore
della purificazione e della rinascita, dell’illuminazione, dell’integrazione
(si pensi ancora all’albedo alchemica). Si spiega così il significato
della clamide nera indossata dagli efebi ateniesi, che ritualmente muoiono
come adolescenti per poi rinascere come adulti, cittadini di pieno diritto.
Pausania, nel corso della sua visita al
ginnasio di Messene, vide tre statue, opera di scultori alessandrini, raffiguranti
Hermes, Eracle e Teseo. «Questi [nota il Periegeta] sono collocati presso i
ginnasi e nelle palestre, e sono onorati da tutti i Greci e ormai anche presso
molti barbari»[165]. Gli scavi di Petros
Themelis, come è noto, hanno portato alla luce nella stoá occidentale
del ginnasio di Messene tre statue: le prime due rappresentano Hermes (vd.
fig.)[166] ed Eracle (vd. fig.)[167], mentre la terza è una replica marmorea
di età augustea del cosiddetto Doriforo di Policleto (vd. fig.)[168]. L’esatta corrispondenza tra il dato
archeologico e quello letterario indurrebbe a credere, quindi, che il
personaggio da riconoscere nel tipo del Doriforo sia l’eroe attico
Teseo, e non il tessalo Achille, come ipotizzato nel 1909 da Friedrich Hauser[169]. La
nuova ricostruzione proposta per il Doriforo quale giovane nudo armato
di spada nella destra e scudo nella sinistra ben si accorda con il
riconoscimento dell’eroe attico nell’archetipo statuario[170] (vd. fig.). La spada è, infatti,
l’attributo specifico di Teseo, l’arma con la quale il giovane eroe supera gran
parte delle sue prove iniziatiche, su tutte l’uccisione del Minotauro e la
liberazione dei sette efebi e delle sette parthénoi ateniesi.
È proprio l’impresa
cretese che, più di altre, permette di cogliere con chiarezza il legame di Teseo
con l’istituto iniziatico dell’efebia, con la segregazione rituale degli efebi
nei ginnasi, con i riti di transizione che sancivano il passaggio dalla pubertà
all’età adulta e la consequenziale integrazione a pieno titolo dei giovani nel
corpo civico e militare (L’efebia,
come tutti gli istituti di tipo iniziatico, prevede i tre momenti, così ben
delineati da Arnold Van Gennep, della separazione, della segregazione e della
integrazione Sui riti di passaggio e le iniziazioni, fondamentali pure i lavori
di Mircia Eliade)[171]. Come gli efebi, indossava la clamide
anche la divinità ad essi preposta: Hermes, accompagnatore e guida, il dio
delle frontiere, dei passaggi e del disordine controllato, il dio della métis.
Plinio, nel suo famoso passo su Policleto,
ricorda, tra le opere del bronzista peloponnesiaco, un Mercurio, che era
a Lisimachia[172]. Nel 1909 Johannes
Sieveking ritenne di avere individuato il tipo dell’Hermes di Policleto
attraverso lo studio comparato di una statua in marmo, un bronzetto e tre teste
marmoree[173]. La statua in marmo, di
pessima qualità e molto rimaneggiata, è tuttora esposta nel Giardino di Boboli
a Firenze (vd. fig.)[174]. La figura, in evidente
schema policleteo, rappresenta Hermes che tiene in braccio il piccolo
Dioniso (si tratterebbe, quindi, di un Hermes paidophóros). Sono
numerose, tuttavia, le integrazioni operate sulla statua: le ali sulla testa;
il braccio sinistro con la clamide e il kerýkeion; la mano destra; le
gambe fino a metà delle cosce; il piccolo Dioniso (tranne, forse, il piede
destro attaccato al fianco di Hermes); la testa è stata riattaccata, ma
sembrerebbe pertinente.
Il bronzo, alto cm 63,
proveniente da Annecy e attualmente esposto al Petit Palais a Parigi (vd. fig.)[175], anch’esso in schema policleteo, rappresenta
un giovane completamente nudo, col braccio destro piegato ad angolo retto nel
gesto dell’adlocutio (si tratterebbe, quindi, di un Hermes lógios o
agoráios), con la sinistra sostiene un oggetto, parzialmente
conservato, interpretato da alcuni come kerýkeion. Non presenta alette
sul capo.
Sulla base di una certa somiglianza (ad
onor del vero in alcuni casi piuttosto vaga) tra la testa della statua di
Boboli e le tre teste marmoree – una all’Ermitage di San Pietroburgo, cui sono
state aggiunte delle alette dorate (vd. fig.)[176]; una al Museo Torlonia di Roma (vd. fig.)[177]; la terza al Museum of Fine Arts di
Boston (vd. fig.)[178] –, il Sieveking considerò
queste ultime pertinenti al tipo dell’Hermes di Policleto (vd. fig.). Lo
studioso giunse alla conclusione che l’archetipo dovesse essere completamente
nudo, senza il piccolo Dioniso, privo di alette o petaso sulla testa, con kerýkeion
nella sinistra e la destra nel gesto dell’adlocutio, molto simile
al bronzetto di Annecy (vd. fig.). Doveva, quindi, trattarsi di un Hermes
lógios o agoráios, e non di un Hermes paidophóros. Concordò
con tale ricostruzione anche Carlo Anti[179], il quale, alle opere enumerate dal
Sieveking, aggiungeva altre due teste, annoverate fino ad allora tra le
repliche del Doriforo, poste su torsi non pertinenti: una ai Musei
Vaticani[180], l’altra a Palazzo
Valentini[181]; aggiungeva, poi, lo
studioso, un torso proveniente da Gortina, nell’isola di Creta, conservato nel
Museo del Syllogos a Candia (l’attuale Iraklion)[182] e, col beneficio del dubbio, una terza
testa, molto deteriorata, esposta nel giardino di Villa Medici[183]. In tempi più recenti, studiosi come Hans
Lauter[184], Detlev Kreikenbom[185], Josef Floren[186] hanno annoverato tra le repliche dell’Hermes
di Policleto altre teste, come, ad esempio, quella della Nasjonalgalleriet
di Oslo (vd. fig.)[187], o la Testa Astorri,
oggi ai Musei Capitolini, considerata da Eugenio La Rocca la più vicina
all’archetipo policleteo[188] (vd. fig.). Abbiamo,
quindi, una serie di teste ritenute repliche più o meno fedeli dell’Hermes di
Policleto, identificate sulla base del confronto proposto nel 1909 da Johannes
Sieveking con la testa alata della statua di Boboli, paradossalmente oggi
considerata dagli studiosi come la più lontana dall’archetipo policleteo, e,
allo stesso tempo, non siamo affatto sicuri di aver individuato il corpo, dal
momento che né la statua di Boboli, né il bronzo di Annecy sembrano essere
affidabili. In tale incertezza, tuttavia, vi è chi, come Josef Floren e Eugenio
La Rocca, propende per il paidophóros di Boboli[189], chi, come Detlev Kreikenbom per il lógios
di Annecy[190], chi, come Peter
Cornelis Bol, per nessuno dei due, proponendo un’ipotetica ricostruzione del
tipo sulla base della testa di Oslo e del torso di una statua ritratto del
Museo di Chieti[191]. Ma, diamo ora uno sguardo alla statua di Hermes,
opera di copisti alessandrini, ammirata da Pausania nel II sec. d.C. e
rinvenuta negli anni ’90 del secolo scorso da Petros Themelis durante i suoi
scavi nella stoá occidentale del ginnasio di Messene. Si tratta di una
statua di marmo alta cm 208 (incluso il plinto), quasi completa, ricomposta da
vari frammenti. Il messaggero degli dei si presenta nudo, con la clamide
poggiata sulla spalla sinistra e poi avvolta intorno allo stesso avambraccio.
La ponderazione della figura è identica a quella del Doriforo (vd. fig.) e, di conseguenza, a
quella del Massimino (vd. fig.). Petros Themelis, tuttavia, non
sentendosela di attribuire l’archetipo statuario dell’Hermes di Messene
proprio al maestro peloponnesiaco, soprattutto per la peculiare resa della
capigliatura, ne propone la derivazione da un’opera bronzea di scuola
policletea dei primi anni del IV sec. a.C.[192]. A quest’ultima statua, nettamente
superiore per qualità artistica, la lega, inoltre, il particolare identico
della clamide. Non intendo, in questa sede, contestare la validità delle
identificazioni proposte finora per la testa dell’Hermes di Policleto,
ma dare, piuttosto, un contributo al riconoscimento dell’archetipo policleteo,
indicando tra le repliche marmoree di età romana quella che, a mio avviso,
risulta essere la più vicina al modello bronzeo eseguito verso la metà del V
sec. a.C. dall’artista peloponnesiaco. L’impressionante somiglianza della
statua del Massimino, nella quale si propone di riconoscere la figura di
Hermes, con il cosiddetto Doriforo fa andare la mente al famoso passo
della Naturalis Historia in cui Plinio riporta il giudizio che Varrone
dà della produzione policletea: <<Proprium
eius est, uno crure ut insisterent signa, excogitasse, quadrata tamen esse ea
ait Varro et paene ad exemplum.>> [193].
Impronta di testa
nella volta tufacea di un cunicolo borbonico (Ercolano, Teatro).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
A
sx calco dell’impronta nella volta tufacea di un cunicolo borbonico del teatro
di Ercolano; a dx. particolare dell’integrazione della testa di I sec. a. C. al
corpo di I sec. d. C. all’altezza della nuca nel Massimino Farnese (Napoli,
Museo Acheologico Nazionale).

Fonte:
U. Pappalardo: “Nuove Testimonianze Su
Marco Nonio Balbo Ad Ercolano” dapprima in “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische
Abteilung (Bullettino dell'Istituto Archeologico Germanico, Sezione Romano)”
(Berlino, 1997, 104, p. 417-429), successivamente in “Il Vesuvio E Le Città Vesuviane 1730-1860. Atti Del Convegno Di Studi,
1996” (Napoli, 1998): p. 241-255.
Copia
romana di I sec. d. C. da Pompei del Doriforo di Policleto (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
In
alto: particolare del torso e della veduta posteriore della copia romana di I
secolo d. C. proveniente da Pompei del Doriforo di Policleto (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale).
In
basso: particolare del torso e della veduta posteriore del Massimino Farnese
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
Da
sx a dx: erma marmorea che riproduce la testa della copia romana di I secolo d.
C. proveniente da Pompei del Doriforo di Policleto (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale); particolare della testa della copia romana di I secolo d. C.
proveniente da Pompei del Doriforo di Policleto (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale); Apollonio di Archia, Erma bronzea copia del Doriforo di Policleto
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
Copie
romane di originali greci: (da sx a dx) Ermete, Eracle, e Doriforo di
Policleto.

P. G. Themelis: “The
‘Doryphoros’ of Messene” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo
contesto” (Napoli, 2013).
Da
sx a dx: proposta ricostruttiva di Doriforo con scudo e spada; copia romana
dell’Ermete di Policleto (Firenze, Giardino di Boboli); copia romana
dell’Ermete di Policleteo (Parigi, Petit Palais).

Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
Imitatori
romani di Policleto, Testa di Ermete: (da sx a dx, dall’alto in basso) San
Pietro Burgo, Museo Statale Ermitage; Roma, Museo Torlonia; Boston, Museum of
Fine Arts; Oslo, Nasjogalleriet; Roma, Musei Capitolini.


Fonte:
V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” in “Napoli Nobilissima” (serie settima, volume 5, fascicolo 1,
Gennaio-Aprile - Napoli, 2019).
MARCO NONIO BALBO[194]
Lo stato di conservazione di questa statua, anche all’atto della
scoperta, salvo la perdita parziale di alcune dita e danni riparati alle
sottili pieghe del panneggio (al petto, sotto il braccio destro e al ginocchio
sinistro) è ottimo, comparabile soltanto a quello della Settima. Rispetto alle
altre due statue togate, l’Ottava si differenzia notevolmente non soltanto
poiché poggia sulla gamba destra e volta leggermente il torno a sinistra, nella
direzione opposta a quella della testa, ma per l’espressione più significativa
del volto, ricco di notazioni fisionomiche per l’accurato trattamento anatomico
delle altre parti scoperte, per l’esecuzione fin troppo studiata della tunica e
della toga, la cui morbida stoffa lascia trasparire armoniche forme atteggiate
con estrema eleganza, ed infine per il vistoso particolare del capo ammantato
come quello di Augusto inventariato al n°. 312 del Museo Nazionale Romano,
stranamente ignorato dal de Alcubierre nel cenno descrittivo del 22 di Dicembre
del 1738[195]. Non
era però sfuggita questa scultura all’attenzione del Venuti, che ne rilevò la
somiglianza del volto a quello di Augusto allorché riferì la notizia di una
statua che <<aveva la faccia simile al volto di Augusto.>>[196]
né al poligrafo Bayardi il quale così illustrò questa magnifica scultura:
Statua
di Marco Nonio Balbo (Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
<<Statua togata di marmo greco col capo
coperto dalla toga; ha le caliche à piedi.>>[197].
Il personaggio raffigurato in questa scultura apparteneva, dunque, all’ordine
equestre poiché aveva diritto allo ius
aurei anuli come M. Calatorio, di cui possediamo l’icastica statua in
tunica e toga offerta dai municipes et
incolae di Ercolano (Museo Archeologico di Napoli, inv. n. 5597). Ma la
raffinata fattura della nostra statua presuppone un personaggio ben più
autorevole di M. Calatorio o di L. Mammio Massimo, sacerdote di Augusto noto
nell’epigrafia ercolanese (cfr. n°. 5591 del Museo Archeologico di Napoli), un
personaggio particolarmente legato alla memoria di Augusto, poiché l’Ottava
Ercolanese riproduce in parte le sembianze della ricordata statua romana 312,
non diversamente dalla Statua Vaticana 14 che assume in proprio il Doriforo
policleteo, rinnovando però lo schema canonico del panneggio analogo a quello
della Settima fino a superare la discordanza di esecuzione fra testa e corpo e
mutuando da quella augustea “velato capite” la gravitas e la benevola maiestas
tipica
di chi ha esercitato a lungo il comando[198]. Fra i personaggi della
vita pubblica ercolanese che in età flavia (a quest’età rinvia infatti la fine
fattura della testa e l’ottima esecuzione del panneggio) hanno avuto una parte
determinante, spicca in maniera autorevolissima quello di M. Nonio Balbo,
pretore e proconsole di una importante provincia senatoria, patrono dei Cretesi
e di Ercolano, che oltre alle dieci iscrizioni a sua gloria anche ad opera
delle città greche di Gortyna e Cnosso (parliamo delle iscrizioni 1425-1434 del
“c.i.l.”, delle quali epigrafi, le
1430, 1431 e 1432 sono a cura del Commune
Cretensium, la 1433 di Cnossus,
la 1434 dei Gortinii, probabilmente
sottostante a una statua in onore del loro defunto proconsole M. Nonio Balbo giacché
contiene la menzione <<aere conlato>>[199]), meritò onori riservati
in genere solo all’imperatore o a membri della famiglia imperiale (oltre le due
ricordate statue equestri nel vestibolo della Basilica, ricordiamo in questa
sede almeno la pubblicazione del testo del decreto onorario su monumentale ara
marmorea di età flavia, sovrapposta al sepolcro, tuttora da scoprire, presso le
sue Terme, eccezionalmente concesso in luogo pubblico, nonchè la menzionata
esposizione della sella curule nel teatro durante la celebrazione conclusiva
dei ludi gymnici. protratti di un
giorno in suo onore[200]). Un legame particolare legava
M. Nonio Balbo ad Augusto e alla sua discendenza se i suoi familiari (oltre
sessant’anni dopo la morte del fondatore dell’impero, avvenuta nel 14 d. C.) lo
aveva voluto effigiato sotto le sembianze del divus Augustus: l’omonimo nonno, tribuno della plebe in Roma nel 32
a. C. aveva salvato Ottaviano ponendo il veto alla pericolosa proposta del
console C. Sosio, partigiano di Antonio, nella seduta nel Senato del 10 di
Gennaio[201].
Ma veniamo alla scultura che, almeno per la testa, alquanto piccola e spostata
a destra (forse per una visione da sinistro e dall’alto), meriterebbe uno
specifico studio fotografico con adeguato corredo fotografico. Il ritratto
dell’Ottava Ercolanese, per quanto idealizzato, conserva sufficienti fati
fisionomici per qualche non vago riscontro omologico con l’unico malconcio
corroso ritratto (parimenti idealizzato) di M. Nonio Balbo, eseguito post mortem per una statua eroica (almeno
a giudicare dai superstiti piedi nudi sulla base) probabilmente loricata come
nella ricordata statua equestre in suo onore (conservata nel Museo Archeologico
di Napoli, al inv. n. 6104), una testa di riporto che è stata giudicata
<<di persona adulta, grave ed austera>>[202]: oltre alla sagoma
triangolare del volto, comune anche all’Augusto di via Labicana, sembra
identica la conformazione degli occhi e delle arcata sopraccigliari, la stessa
linea incurvata della fronte, quella rettilinea del naso (consunta come le
sopracciglia nel primo ritratto), la curvatura del meno, il risalto impresso ai
pomelli accentuando lievemente i solchi che si dipartono dalle narici e le
piegoline agli angoli delle labbra, che nel ritratto inedito accennano a un
lieve sorriso, il folto attacco ancora giovanile dei capelli a virgola sotto le
tempie, ma soprattutto la stessa composita gravità e nobiltà del volto.
Un’immagine significativa dovuta a esperto artista d’evoluta età flavia, greco
per abilità come il marmo nel quale essa era stata dolcemente leggiadra fermata
nella cretese Gortyna ma romano per l’indirizzo espressionistico seguito e per
il prestito tipologico (costituito, con qualche ovvia libertà, dal modello
prassitelico della magnifica statua ammantata nota come “Grande Ercolanese”
situata nel locale teatro, a cui lo scultore deve essersi palesemente ispirato
anche per la più modesta statua in marmo del realistico ritratto di Viciria
Arcas, madre del proconsole Balbo conservata nel Museo Archeologico di Napoli
con numero d’inventario 6168); un ritratto di ricostruzione, dunque, non
icastico da maschera funebre come quello locale di M. Calatorio, ma felicemente
vivo per l’espressività psicologica attribuita al proconsole di Creta e
Cirenaica; un’opera di osservazione fisionomica accoppiata all’intuizione
psicologica venuta ad arricchire il patrimonio artistico del teatro ercolanese
poco prima del 79.
Sulla
base predisposta sulla fronte del proscenio, sotto gli occhi di quasi tutta la
cittadinanza ercolanese assisa nella cavea, non si poteva onorare il patrono
della città e della gioventù ercolanese, donatore delle splendide Terme e del
vasto Ginnasio, in quel teatro che continuava ad esporre la sua sella curialis, se non con questa
epigrafe (ancora in situ) che, a
differenza di quella per il console A. Claudio Pulcro, tacendo post mortem continuava a considerarlo
perennemente presente: <<M. Nonio
M. F. Balbo / pr. procos. / herculanenses>>. Se consideriamo che
le due basi, finora prive di statue, furono scoperte dal La Vega soltanto nel
1768 e che l’Alcubierre rinvenne tre statue nell’arcata presso l’ingresso
meridionale del teatro addossate quasi per provvisoria collocazione in attesa
di più consona posa, forse apparirà verisimile il supposto rifacimento della
mediocre testa del console Pulcro, situata sul proscenio a pochi metri da
quella ben più pregevole (e pregevole in termini assoluti) ordinata per il
proconsole Balbo: si rendeva opportuna una più dignitosa presenza comparatoria,
dovuta alle autorevoli cariche ricoperte e ai titoli di benemerenza acquisiti
in passato dal console Pulcro presso la cittadinanza ercolanese.
PERSEO[203]

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
La prima delle tre statue nude, più esattamente vestite soltanto con una
clamide leggiadramente appoggiata sulla spalla sinistra, è l’unica ad avere le
braccia molto staccate dal corpo, aperte quasi ad angolo retto nel tipico atteggiamento
di Perseo in lotta contro Medusa. Alla certezza dell’identificazione contribuisce
poi, oltre alla posizione delle braccia, riportate quasi all’altezza del
deltoide per sostenere con le mani (in base alle due impugnature di cui una con
protome ferina), anche la lama falcata avuta in dono da Ermete e lo specchio di
bronzo per respingere lo sguardo pietrificante di Medusa.
Sulla base di alcuni dati incontrovertibili, si sarebbe, poi, portati a
dubitare dell’antichità della statua, contro cui remano or la calligrafica
testa tondeggiante, riattaccata al busto poco al di sopra del “pomo di Adamo”,
or l’ottimo stato di conservazione (rotture solo all’orlo dell’elmo), or una
più pallida colorazione del marmo giallo e or l’insolito copricapo nel quale è
da riconoscere l’elmo di Ade dalla magica virtù di rendere invisibile il
personaggio.
La statua, presumibile di Perseo, oltre le scheggiature nella fascia
subpettorale, ha subito notevoli lesioni alle cosce (quella di sinistra sembra
riattaccata sopra al ginocchio), alle gambe (un lungo tassello rettangolare è
visibile dalla rotula in giù), alla mano destra (perdita parziale del mignolo)
e agli organi sessuali (perdita del pene e del genitale destro). Tuttavia,
escludendo braccia tese e copricapo in quanto rielaborazioni del tipo statuario
ad opera del copista d’età imperiale, è possibile riconoscere nel torso
vigoroso con spalla sinistra sollevata e nell’atteggiamento delle gambe (destra
tesa e sinistra flessa all’indietro con piede appena poggiato al plinto) lo
stesso ritmo e la concorde struttura dell’Ermete di Andro (inventariato nel Museo
Archeologico Nazionale di Atene al n°. 218) da cui è manifestamente e
palesemente derivato, come dimostra il motivo della clamide raccolta in ampio sinus oltre il pettorale sinistro e
ricadente sul dorso con pieghe quasi verticali.
Oltre la più incisiva arcaicistica delineazione delle masse muscolari e
la piega sul ginocchio sinistro, inesistente nella statua ateniese n°. 218, va
notato in aggiunta che il curvilineo solco inguinale della statua supposta di
Perseo, alquanto ristretto come nel Diomede di Cuma[204]
si irrigidisce all’inizio della zona pubica in un segmento che trova riscontro nella
statua n°. 135 di Corinto (adattamento del Doriforo policleteo asservito a
raffigurare Gaio Cesare, l’amatissimo nipote di Augusto morto ventiquattrenne
il 4 d. C.) e nella copia adrianea del Diomede di Cresila.
In merito all’individuazione del tipo statuario, sembra invece possibile
risalire al Diadumeno di Policleto (440 a. C. circa) attraverso la buona copia
n° 1826 del museo ateniese, poiché l’Ermete di Andro, a parte le varianti della
clamide (nel Diadumeno poggiata al sostegno), della testa priva di tenia e decisamente
orientata verso sinistra, della spalla sinistra poco sollevata e del diverso
atteggiamento delle braccia, può considerarsi sostanzialmente identico nel
torso e nelle gambe, nella struttura del capo, nell’elegante trattamento dei
capelli, nell’ampio e ricurvo solco inguinale e perfino nelle pieghe dello
scroto, per cui può essere ritenuto una riedizione di scuola policletea.
Infatti, nelle tre statue persistono, a parte le varianti già notate, il ritmo
policleteo, la poderosa struttura delle masse muscolari, e l’atteggiamento
delle gambe in comune con la statua in marmo 6011 del museo archeologico di
Napoli rinvenuta nel 1797 nella palestra sannitica di Pompei, cioè con la
migliore copia del celebre Doriforo di Policleto. Inoltre, la costante presenza
del tronco di sostegno presso la gamba portante induce a presupporre, come per
il prototipo Diadumeno, anche per la riedizione della prima età ellenistica e
per l’adattamento eroico, forse in età imperiale, l’originaria esecuzione in
bronzo.
Circa la (difficile) identificazione della bottega di provenienza e la
determinazione del committente, forse non è del tutto priva di fondamento la
congettura secondo la quale la Seconda Ercolanese ed uno dei due nudi eroici a
ponderazione invertita, entrambi in marmo greco, fossero dovuti alla
munificenza privata del succitato patrono di Ercolano M. Nonio Balbo, succeduto
dopo il 69 a Vespasiano nel proconsolato di Creta e Cirenaica, dedicatario di
due state equestri (concesse post mortem ad
honorem e collocate nella cosiddetta Basilica) e una statua togata situata nel
teatro[205], dove,
inoltre, a conclusione dei ludi gymnici,
si perpetuava la rituale ostensione della sua sedia curule[206]:
da questi indizi possiamo inferire che le due eleganti figure mitologiche
scolpite nel marmo che decorava la scena del teatro di Ercolano potrebbero
essere state commissionate nella vicina Napoli o in botteghe ellenistiche di
quella provincia.
Se la pertinenza al busto delle braccia, la cui posizione è assicurata
dalle masse muscolari dei deltoidi, non è infondata (altrimenti bisognerebbe
riconoscere nel restauratore settecentesco un fine intuito artistico e una
preparazione mitografica tanto saldi quanto improbabili), l’iconografia
mitologica si arricchirebbe, con la Seconda Ercolanese supposta di Perseo, di
una rarissima rappresentazione plastica in tutto tondo di uno dei più antichi
miti greci, quello di Perseo, così frequentemente trattato nella pittura
vascolare dal 6° secolo in poi e nella pittura parietale d’età imperiale da
sopravvivere magni aevi spatio nella
leggenda medievale di S. Giorgio e il drago.
CLIO[207]
Statua muliebre con volto stilizzato e chioma coronata d’alloro vestita
secondo la moda greca con sottile chitone a corte maniche abbottonate che una
fine cintura stringe sotto i seni; ὑμάτιον, fermato sulla spalla sinistra, a fasciare la parte inferiore del corpo
e due volte l’addome; sandali con spessa suola e corregge rilevate a chiudere
le estremità.
Statua di Clio, Napoli, Museo Archeologico
Nazionale.

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
Per l’elegante struttura longilinea, l’atteggiamento maestoso e non
privo di grazia serena, la statua è chiaramente ispirata a un modello
riconducibile alla cerchia fidiaca; l’aderenza delle piegoline verticali del
soffice chitone e il contrasto con le pieghe diagonali o a coppo del più greve ὑμάτιον, più evidente nel lembo triangolare
assicurato alla cintura improvvisata con un occhiuto risvolto (creste di
sgradevole restauro), sono in parte da attribuirsi alla tarda rielaborazione
ellenistica dell’originale che suppongo creato negli ultimi decenni del quinto
secolo. Questa magnifica copia imperiale, alquanto accademica, che per la perdita
degli indici, le braccia riattaccate al deltoide, le rotture angolari del
plinto e soprattutto l’ampia lesione del torso tra i seni fanno ritenere
danneggiata in seguito a una rovinosa caduta dall’alto, sembra essere stata
ritrovata acefala dai cavatori dei primi scavi, in essa probabilmente potrebbe
riconoscersi quella scultura divisa per mezzo alla cintura appartenuta alla
raccolta del d’Elboeuf. Il confronto tra la versione odierna e le foto del
passato rivela con immediatezza il fantasioso restauro settecentesco: una
specie d’imbuto che, poggiato sull’avambraccio destro, rappresentava una
cornucopia. Detto attributo mal si combina col rotolo dell’altra mano: se la
destra non stringeva la parte terminale del rotolo dispiegato, di cui rimane
traccia evidente nella sinistra, come per la musa prassitelica del rilievo di
Mantinea, avrebbe potuto stringere uno stilo, semmai un pedum, come si vede nella Talia del museo vaticano[208]
(una delle sei muse scolpite nel bassorilievo di Mantinea, oggi conservato nel
museo archeologico di Atene al n°. 217 e attribuito al giovane Prassitele che
l’avrebbe realizzata nel periodo 370-365 in cui era ancora legato a Mirone e
Fidia, è raffigurata col rotolo dispiegato tra le mani, come nella riproduzione
fittile di Compiègne della poetessa Korinna di Silanion). Ed è strano che non
vi abbia pensato nel restaurarla lo scultore che per l’integrazione della testa
sembra essersi ispirato a quella calligrafica dell’Apollo barberino esposta
nella stessa sala proprio di fronte a quella di Talia, ambedue ritrovate nel
1774 con altre sei statue di muse nella villa di M. Bruto presso Tivoli[209].
Non di una statua dell’abbondanza, dunque, ma di una musa si tratta: più che
Calliope, solitamente raffigurata a partire dall’arte ellenistica col rotolo
nell’atto di declamare, potrebbe trattarsi per il probabile stilo nella mano
destra, di cui rimane traccia tra il pollice e il medio, appunto di Clio. Com’è
noto, l’iconografia delle muse è tuttora molto discussa e dibattuta, ma nella
preziosa serie pittorica pompeiana esistente al Louvre ciascuna vi appare con
il nome greco: quella denominata Calliope stringe tra le mani un rotolo chiuso,
mentre la severa Clio un rotolo in parte dispiegato, sul quale sono chiaramente
leggibili la parola “ἱστορίαν” e
il nome della musa Κλείω[210] (i nove dipinti parietali di Apollo con otto
muse, scoperti nel 1755 negli scavi di Civita[211]
cioè in Pompei, e pertanto erroneamente ritenuti ercolanesi, furono spediti nel
1803 in dono a Napoleone[212]),
nella mano sinistra come la statua ercolanese qui descritta. Non meno
interessante in merito ai problemi della provenienza e dell’antica destinazione
del de Alcubierre è la testimonianza vaticana della statua n°. 569: questa
raffigurazione di Clio fu rinvenuta col rotolo nella sinistra nel teatro degli
Otricoli.
L’esistenza nel teatro di Ercolano di una musa, anzi di due muse,
postula la presenza di altre muse, forse ancora da scoprire nel tufo degli
enormi pilastri antistanti la scena o forse da identificare (dopo attento riesame
critico) tra quelle esposte nel museo archeologico di Napoli, ritenute o
restaurate come muse (n. 6378, 6377, 6394) o provenienti dal teatro (6377,
6240) come la grande Ercolanese di Dresda, se in essa non è inverosimile
ravvisare la raffigurazione della musa Polymnia.
TESEO[213]
Anche la terza statua
ercolanese riproduce un nudo non erotico ma eroico di giovane. Il motivo della
scultura è quello policleteo del Doriforo, ma la ponderazione è invertita dalla
vita in giù, per cui la mano del braccio piegato è più vicina al fianco
sinistro sollevato dalla gamba portante mentre il pollice e l’indice del
braccio in abbandono toccano la coscia destra flessa. Anche la testa, inoltre,
ha invertito la direzione. Questa inversione del tipo statuario, quasi un calco
come lo è quello ercolanese in bronzo dei lottatori contrapposti (n°. 5626 e
5627 del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), dalla seconda metà del quinto
secolo fino all’età ellenistico-romana andò arricchendosi di varianti, libere
interpretazioni e snellimento delle forme anatomiche, specie ad opera della
scuola neoattica (vd., p. es., l’efebo di Anticitera, conservato nel Museo
Archeologico Nazionale di Atene e catalogato con numero d’inventario 13396): la
variante più diffusa e più antica fu quella della clamide, come lasciano
supporre le ricordate repliche del Diomede, l’adattamento iconico di Corinto
135 e l’elegante Ermete inedito da Baia (ambedue a ponderazione non invertita)
nonchè la replica arcaistica n°. 6073 del museo di Napoli, sostanzialmente
identica nello schema alla terza statua ercolanese in questione. La statua, che
ha subito fratture e restauri (testa staccata all’attaccatura del collo,
braccio destro integrato a stucco nel bicipite e così il mignolo e l’anulare,
medio e indice forse originali e riattaccati, mano sinistra riportata con
indice scheggiato, gambe riportate a metà del ginocchio, foglia settecentesca a
coprire il pube), sembra esprimere un’azione appena compiuta: nella destra
doveva stringere l’arma impiegata nell’impresa. Il capo dal volto largo,
ricoperto di folta capigliatura a ciocche, appena reclinato verso destra e
dall’espressione stanca e pensosa, presenta caratteri fisionomici molto
idealizzati, a differenza dei ritratti locali in bronzo di M. Calatorio e L.
Mammio Massimo (che, scoperte nel 1743 dal Bardet presso il decumano massimo,
recano sulla base l’iscrizione onoraria[214]).

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
Alla notata mancanza dell’arma
dell’eroe, utile per l’identificazione, la cui contenuta muscolosità esclude
tuttavia la facile attribuzione settecentesca a Ercole, viene in soccorso la
pittura a grandezza naturale del Teseo liberatore dei giovinetti ateniesi
rinvenuta nella basilica di Ercolano. In questa megalografia, dovuta allo
stesso pittore del magnifico “Ercole e Telefo”, ma anche in una più popolare
replica pompeiana, l’eroe ateniese dai capelli a ciocche e dalla testa appena
girata a sinistra come nella statua in esame, ha un lembo della clamide
aggrovigliata sulla spalla sinistra, parimenti trattenuta all’avambraccio
appena piegato, e stringe nella sinistra l’arma usata contro il Minotauro: un
bastone (va tuttavia notato che nella statua ercolanese di Teseo la presa a pugno
è analoga a quella della copia pompeiana del Doriforo, mentre nei due dipinti
la presa è alquanto diversa: il bastone è infatti tenuto con le dita distese
all’estremità inferiore poiché il braccio sinistro è appena piegato).
L’atteggiamento della
figura e la somiglianza del volto scolpito con quello dipinto (identico attacco
alla fronte dei capelli, stessa lunghezza della chioma, taglio deciso
dell’arcata sopraccigliare) portano a ritenere che il pittore della basilica si
sia ispirato per il suo Teseo a questa statua del vicino teatro. Una vaga
somiglianza del volto in marmo di Teseo anche con quello del busto scopadeo in
bronzo 5594 rinvenuta tra le macerie e i ruderi della cd. Villa dei Papiri[215], la linea irregolare
dell’attaccatura del collo al tronco e la stessa qualità del marmo[216] sembrano escludere il
sospetto di una calligrafica integrazione settecentesca e indurrebbero a
considerare la possibilità di una contaminazione stilistica anteriore al 79.
Infine, la presenza di Teseo tra i nudi eroici del prospetto scenico del teatro
ercolanese, immagine emblematica non del repertorio teatrale locale ma della
gioventù ercolanese i cui ludi gymnici
si concludevano appunto nel teatro, costituisce una testimonianza eloquente
dell’inobliata matrice culturale ellenica nella città vesuviana consacrata nel
nome a Ercole.
TOGATO ANEPIGRAFO[217]

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).

Fonte:
www.ercolano.unina.it
La statua del togato anepigrafo
fa parte di un gruppo trittico di statue di togati in posa oratoria con tanto
di rotolo e capsa, forse appartenenti
o comunque pertinenti e inerenti la famiglia del fondatore dell’edificio L.
Annio Mammi(an)o Rufo (è l’opinione di V. Catalano, il quale, nel fondamentale lavoro
“Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Te Roma Sequor,
Roma, 1977), c’informa come <<All’identificazione dei tre togati sono
stato guidato, prima ancora delle ricerche sui documenti coevi, dalla preziosa
segnalazione di un’antica pianta del Teatro ercolanese nella quale, oltre agli
scavi austriaci indicati con linea tratteggiata, nella menzionata arcata
esterna figurano allineate tre lettere “Q”.
Detta planimetria, la cui antichità viene confermata dall’inesatto fronte
scenico, è inserita nella copia in mio possesso del cit. libro del de Jorio -
appena quattro anni dopo la pubblicazione - ed in una pagina aggiunta con
calligrafia ottocentesca se ne dà la spiegazione che ritengo interessante
riprodurre integralmente: <Nell’estate del 1831 il chiarissimo Canonico de
Jorio fece dono all’Instituto di Archeologia in Roma diretto dai dotti Sig.ri
Gerhard e Panofka dell’inventario rimastoci di tutti gli oggetti rinvenuti
negli Scavi di Ercolano, per Lavega compilato, insieme coll’elegante stampa rappresentante
lo stato del Teatro di Ercolano nelle sue primitive scavazioni. Avendomi il
detto Autore regalato di una copia del descritto rame, ho stimato veramente a
proposito d’inserir qui la prevenzione, come fralle tavole del presente volume quella
di cui ho ragionato. 19 Dicembre 1831, E.le Carrillo.> (p. 123)>>[218]), duoviro quinquennale
che in età augustea sostenne di tasca propria le spese per la realizzazione del
teatro su progetto messo a punto dell’architetto P. Numisio (<<Questo
teatro fu eretto da Lucio Mammio a proprie spese, come si rileva da due
iscrizioni: una è nella corte del Museo
framezzo ad altre iscrizioni: <L.
Annivs L. F. Mammivs Rvfvs / hvir. qvinq. theatr. orch....>.>>[219]), ritrovati in fondo a
un portichetto di colonne di mattoni che sottolineava l’accesso alla cintura
esterna dell’edificio: costeggiandola, nella seconda campata, chiusa da un muro
e arricchita di stucchi, capitelli compositi nelle lesene, e da affreschi di 4°
stile, si trova, lungo la parete di fondo, un podio rivestivo di lastre di
marmo, dove furono rinvenute le tre statue di togati, una delle quali, è probabilmente
quella conservata in una delle nicchie del cortile superiore della Reggia di
Portici. Il podio si prolunga poi verso ovest e su esso e su esso probabilmente
poggiava una colonna libera scanalata in muratura rivestita di stucco bianco,
visibile, sezionata dal cunicolo, in crollo.
Si tratta dell’unica fra
le sei statue del cortile che veste la toga e non appartiene alla raccolta del
d’Elboeuf: la scoperta, attestata e documentata con relativa eccezionale
ricchezza di particolari nelle prime testimonianze spagnole provenienti
dall’archivio della segreteria di stato, fornisce preziose informazioni sulla tecnica
di scavo, sul recupero statuario, sulle condizioni ambientali e sull’atmosfera
culturale e psicologica dei primi mesi di scavo nel sottosuolo, quando si era
convinti di operare in un <<Templo antiguo>> (<<La località
sotterranea di scavo è così indicata dall’A[lcubierre]. e sostituita con
<antiguo Theatro à Rasina> soltanto il 13 genn. 1739, benché il Venuti
già l’11 dic. avesse scoperto trattarsi del Teatro di E. (cit. p. 55ss). Il rapporto dell’A. del 14 genn. 1738, col quale erroneamente
il Ruggiero inizia la serie dei documenti spagnoli, comprendente la frase
<grutas del Theatro antiguo à Rasina>, contiene un evidente errore di
data e va corretto in 1739: gli scavi ebbero inizio il 22 ott. 1738, in base
all’ordine reale trasmesso dal Montallegre al superiore diretto dall’A. ing.
G.A. Medrano, e contemplava <dos ò
tres trabajadores... à continuar la escavacion de las grutas ò ruinas del
antiguo consabido templo> (Doc. R.
p. 1).>>[220]).
Anzitutto, tre curiosità
sulla statua: pur essendo più grande del naturale (misura infatti m. 1,94 cioè
<<palmi 7 1/3>> come recita la notizia del ritrovamento[221]), essa risulta la più
piccola delle tre togate (le altre sono la settima e ottava Ercolanese); la
testa è completamente calva; è la prima scultura in marmo a salire dal pozzo
nel 1738 quasi completamente intatta (lievi abrasioni al naso e al pomello
sinistro, lesioni alle punte dei piedi e al plinto; perdita quasi totale del
mignolo e del pollice della mano destra). Nel rapporto del 16 di Dicembre del
1738 l’ingegnere del genio militare R. J. de Alcubierre descrive, quattro
giorni dopo la scoperta in <<una de las grutas nuevas>>[222] delle tre statue togate
<<sobre el mismo pedestal>>[223], quella con la testa che
<<se mueva tocàndola>>[224] perchè inserita nel
corpo lavorato a parte ma non fissata sufficiente, priva soltanto della mano
sinistra col rotolo e dell’avambraccio con la mano destra recuperati poco
distante l’11 di Dicembre (e successivamente fissati con un <<perno de
yerro>>[225]
cioè con un perno di ferro (sp. moderno “hierro”).
La descrizione del de
Alcubierre, la prima e la più dettagliata perchè richiesta con precise domande
dal Montallegre, marchese di Salas, quando la statua era ancora in situ, contiene dati sufficienti per
riconoscervi la statua oggetto del presente paragrafo[226].
Fra i primati che nel
gruppo detiene la statua vi è quello della mediocrità per il rigido e alquanto
corroso panneggio di scadente artigianato locale. Maggiore cura è stata
riservata alla testa, un ritratto d’età claudia con poche osservazioni
naturalistiche: giusto qualche piega sulla fronte, arcate oculari inclinate,
pieghe al naso, labbra arcuate, ecc.
Rimane insoluto il
problema dell’attribuzione perchè manca l’iscrizione sulla base di questa
statua-ritratto: si potrebbe supporre, considerando la frontalità e il
sollevamento del capo quasi ad incontrare lo sguardo degli spettatori della
cavea, nonchè la carenza estetica e le calvizie in contrasto con la luminosa
bellezza dei nudi eroici, probabilmente retrostanti, che questa vecchia statua
iconica fosse stata trasferita dal proscenio per essere sostituita dopo i danni
subiti col terremoto del 62 d. C.
DIOMEDE[227]
La quinta statua
ercolanese appartiene allo stesso tipo della terza (Teseo), differenziandosene
solo per la più raffinatezza ed eleganza formali e per gli adattamenti
indispensabili a caratterizzare il personaggio eroico raffigurato. Essa
risulta, inoltre, senza dubbio la migliore fra i tre nudi eroici, nonostante i
gravi danni sofferti nell’impatto violento sul proscenio del teatro, che
provocò il distacco della mano e del polso, la perdita della destra, lo spezzamento
delle braccia fra il deltoide e il bicipite (le cosce hanno richiesto tasselli
oblunghi in direzione diagonale, il ginocchio sinistro risulta restaurato male;
le gambe, segate forse in antico nella parte alta della rotula destra e sotto
il ginocchio sinistro, sono state ampiamente integrate per gravi danni subiti;
il busto è tempestato di lesioni e fratture e, fra queste, quella che
attraversa diagonalmente quasi tutto il corpo passando per la tracolla,
potrebbe corrispondere alla ricordata statua <<divisa per mezzo alla
cintura>>[228]; tasselli si notano
anche, infine, sul panneggio della clamide; di restauro la foglia di fico)[229].

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
La direzione del capo
fortemente orientata a sinistra, e la rotazione molto meno accentuata del
magnifico busto, la tracolla del fodero della spada, il rigonfiamento del
bicipite sinistro e la conseguente flessione dell’avambraccio, piegato nello
sforzo di sorreggere un peso, costituiscono indizi sicuri e concomitanti per il
riconoscimento del personaggio rappresentato, che è da riconoscersi in Diomede.
Difatti essi trovano un congruo diretto riscontro, giovandosi delle figurazioni
ceramografiche (spada sguainata e palladio, elmo infrequente) in un tipo
statuario di scuola o corrente policletea, documentato dalla copia adrianea di
Monaco e dalla copia postaugustea di Cuma, da ritenersi una probabile
rifacimento peloponnesiaco del bronzo attico di Cresila al quale il nostro
Teseo potrebbe forse essere connesso[230]. Il raffronto con il
cosiddetto Diomede di Aquileia e il cosiddetto Diomede di Cuma, potrebbe
offrirci ulteriori spunti di riflessione.
Il Diomede di Cuma fu
ritrovato nel 1927 nello sterro della grande cripta sotterranea del monte di
Cuma. È una replica in marmo del Diomede attribuito a Cresila. La statua
dell’eroe rapitore del Palladio, già nota per altre copie e per molte repliche
della testa, si presenta, per la prima volta a noi, fortunatamente integra
negli arti inferiori, che danno il ritmo del movimento. L’eroe, interamente
nudo all’infuori della clamide gettata sulla spalla sinistra, è raffigurato
nell’atto di ristare all’improvviso, volgendo vivacemente il corpo e il capo
verso la sua sinistra, fermo e deciso nella volontà di difesa contro qualche
pericolo che lo minacci. Completando idealmente gli attributi degli arti
superiori (una spada nella destra e il Palladio nella sinistra) l’azione viene
a essere agevolmente integrata: nel brusco sostare dell’eroe è da vedere un
primo atteggiamento di difesa e, al tempo stesso, di offesa contro l’astuto
Odisseo che vorrebbe, con l’inganno, privarlo del prezioso simulacro. Si tratta
di un’opera di grande finezza e fedeltà all’originale bronzeo: vivo ed energico
il movimento del torso, squisita la modellatura degli arti inferiori; ben
rispondente a un tipo statuario del v
secolo a. C. la testa, nell’ovale allungato, nel taglio delle sopracciglia, nel
trattamento delle labbra, nell’espressione risoluta e impersonale del volto. La
massa profonda dei riccioli corti e spessi, contrapposti e sovrapposti, fa
sentire, pur nella meccanicità dell’esecuzione, la vivezza di una testa d’eroe,
ricca di movimento. La base, del tipo sagomato a listello (toro e lunga gola
rovescia), lo stile, e la tecnica esecutoria lasciano riferire questa bella
scultura alla prima metà del i
secolo d. C.
Fra i rinvenimenti
recenti di scultura ad Aquileia riveste un’importanza particolare il torso del
Diomede, ritrovato nel 2003 nella natatio delle Grandi Terme o Thermae Felices Constantinianae,
edificio di spicco dell’architettura civile aquileiese tardoantica. L’edificio,
che doveva estendersi su una superficie di circa 2,5 ettari si presenta
sostanzialmente disossato, ovvero privato delle sue strutture murarie, e nelle
fosse di spogliazione dei muri, ma anche in tutte le aree ribassate come le
vasche e la natatio, sono stati raccolti numerosissimi
reperti lapidei, frammenti di decorazione architettonica e scultorea. Come
notava già il Brusin: <<Il terreno di scavo era tutto un tritume di
schegge di marmo, di rottami di pietra e di mattoni come poche volte accade di
constatare>>[231]. Fra i rottami di pietra
è venuta alla luce la splendida statua maschile frammentaria in marmo bianco a
grana fine, la quale rappresenta una figura maschile in nudità eroica, stante
sulla gamba destra, con clamide appoggiata sulla spalla destra e balteus che scende dalla spalla sinistra
verso il fianco destro, a cui è fissato il fodero di una corta spada. Il corpo
è vigoroso, con la muscolatura tuttavia evidenziata in maniera raffinata. Il
braccio sinistro è accostato al fianco e il bicipite contratto lascia
presupporre la flessione del gomito; il braccio destro è arretrato e flesso. Il
retro è ben rifinito. Il pube è caratterizzato da ciocche spiraliformi con
piccolo foro centrale dall’effetto calligrafico. La statua è acefala e spezzata
inferiormente a metà delle cosce, nonché mutila dell’avambraccio destro e
sinistro, come anche del pene. Un’ampia scheggiatura è presente sull’anca
sinistra, abrasioni di varia entità si distinguono tuttavia in più punti.
Concrezioni calcaree si concentrano nella parte destra. Alt. 0,89 m; larg. 0,57
m. Al posto del collo è ricavato un incasso troncoconico provvisto di un foro
per perno a sezione trapezoidale. La figura può essere identificata con una
copia del “Diomede tipo Cuma-Monaco” di cui sono tramandate sostanzialmente due
famiglie di repliche che si distinguono principalmente per la presenza o
assenza della clamide. Il tipo statuario viene attribuito dal Furtwängler[232], ma anche dal Fuchs[233] e dal Lorenz[234], allo scultore Cresila
di Kydonia (attivo nella seconda metà del V sec. a.C.), attribuzione tuttora
condivisibile e verosimile, nonostante siano state più di recente formulate
ipotesi diverse in relazione all’autore dell’originale (secondo il Lippold,
seguito da altri studiosi, l’autore del tipo statuario sarebbe invece
identificabile con Lykios, figlio di
Mirone[235],
secondo altri l’opera sarebbe collegabile con l’arte mironiana[236], forse ecletticamente
rielaborata[237]),
nonché circa l’identificazione del soggetto (secondo Christa Landwehr la
statua, per la quale non esisterebbero elementi decisivi per un’identificazione
con la figura di Diomede, costituirebbe un’opera classicistica del I sec. a.C.[238]). Riguardo alla prima
questione va senza dubbio sottolineata l’assenza di fonti letterarie antiche
che possano avvalorare l’attribuzione del tipo statuario a Cresila. È tuttavia
innegabile che il tipo presenta un’impronta di fondo policletea, nella
ponderazione e nel nudo, a cui si aggiungono elementi nuovi nella tensione, nel
carattere movimentato e nel modellato dei piani molto variato della figura,
molto più snella e inquieta rispetto ai tipi policletei, elementi che ben si
inquadrerebbero nell’attività creativa di Cresila. In relazione, poi,
all’identificazione del soggetto rappresentato dall’originale, che non per
forza doveva essere ripetuto in tutte le sue repliche, in quanto come è noto i
tipi-base potevano assumere anche nuovi contenuti, i documenti della grande
statuaria che ci sono pervenuti non offrono elementi dirimenti a tale riguardo,
ovvero le testimonianze, nello specifico la “mano Hartwig”[239] che tiene la base di una
statuetta che potremmo identificare con il Palladio, sono oggetto di dibattito
critico. Tuttavia, lo schema iconografico risulta effettivamente collegato alla
figura di Diomede (riconoscibile grazie alla presenza del Palladio) in alcune
raffigurazioni presenti su oggetti d’arte suntuaria e dell’instrumentum, sebbene non in maniera esclusiva in quanto adottato
anche per altre figure, fra cui in particolare Mercurio. Ritornando comunque
alla statuaria, modello alto per le arti minori, il tipo appare rappresentare
un giovane guerriero clamidato in nudità eroica, che avanza guardingo;
l’impostazione del busto e delle spalle indica che la figura era rappresentata
nell’atto di volgere lo sguardo indietro, forse minacciato da qualche pericolo.
La figura doveva reggere nella mano sinistra una spada, nella destra – come
vuole la vulgata – il Palladio, simbolo dell’inviolabilità di Troia, appena
trafugato con la complicità di Ulisse, da cui – in base a un passo della
Piccola Iliade messo in evidenza e rapportato alla statua dal Brunn – Diomede
cercava forse di proteggere il prezioso simulacro. Il tipo è documentato da
numerose repliche e la fortuna del tipo statuario, in ambito romano, potrebbe
in particolare essere collegata al valore simbolico che la figura dell’eroe
etolico sembrerebbe conseguire in particolare sotto il principato di Augusto,
il quale amava rappresentare se stesso come custode del Palladio romano,
garante di salus e imperium e sarebbe dunque verosimile che
avesse fatto proprio nella statuaria ufficiale lo schema iconografico del
“Diomede”, schema rimasto a modello anche per gli imperatori successivi e
particolarmente favorito da Adriano. Tuttavia, l’importanza attribuita a questa
figura ha certo origini più antiche ed è soprattutto collegata al mito del
passaggio di Diomede lungo le coste orientali dell’Italia, dove numerosi centri
mostrano stretti legami con l’eroe, illustre fondatore di città (Diomede era
figlio di Tideo, principe di Calidone e di Deipile, e perciò è ricordato
frequentemente con il patronimico di Tidide. Succedette ad Adrasto sul trono di
Argo. Nella narrazione omerica Diomede partecipò alla spedizione contro Troia
al comando di ottanta navi e fu, accanto ad Achille, uno dei combattenti più
coraggiosi ed eroici. Omero menziona la particolare protezione di cui godeva da
parte di Atena e le numerose imprese militari che lo videro cimentarsi in
combattimento contro i maggiori eroi troiani, come Ettore ed Enea, e persino
contro gli dei che di volta in volta avevano sposato la causa dei Troiani. In
tali combattimenti egli ferì addirittura Afrodite e Ares. Con Ulisse Diomede
partecipò a un’incursione nell’accampamento troiano, fu artefice dell’uccisione
di Dolone e di Reso e della sottrazione del Palladio dalla città di Troia, che
non sarebbe caduta finché l’immagine fosse rimasta entro le sue mura. Il
Palladio era un’immagine di Atena, o forse, secondo un’altra versione del mito,
non della dea stessa, bensì di una sua amica libica di nome Pallade, che
durante una lotta con la dea era rimasta uccisa per errore. Il simulacro, che
reggeva nella destra la lancia e nella sinistra il fuso e la rocca, era stato
riprodotto in più copie perché non si sapesse quale fosse la vera e per
scongiurare il pericolo che qualcuno, rubandolo, potesse provocare la caduta
della città. Dopo la caduta di Troia, Diomede ritornò ad Argo, ma qui sua
moglie Egialea si era unita a un nuovo compagno, Ippolito, o secondo altre
fonti Cillabaro o Comete. Diomede allora lasciò Argo e si trasferì in Etolia;
quando più tardi cercò di far ritorno ad Argo, lungo la rotta del viaggio per
mare si imbatté in una tempesta che scaraventò la sua nave sulle coste
italiane, in Daunia. Qui, secondo la tradizione, egli si stabilì e sposò
Evippe, figlia di Dauno, insegnando alle popolazioni locali la navigazione e
l’allevamento del cavallo), tributandogli addirittura un vero e proprio culto
(in Taranto, ad esempio, si celebravano sacrifici in onore dei Tididi e nel
tempio di Atena Iliaca a Luceria si dichiarava che fossero conservate le sue
armi. In Metaponto, Sibari e Turi gli erano tributati onori divini. Era oggetto
di culto presso gli Umbri e a Lanuvio. In Ancona gli era dedicato un tempio, ma
era venerato anche a Vasto. In Spina gli veniva sacrificato un cavallo bianco.
Il culto di Diomede era praticato anche in Pola, Planka e Capo San Salvatore di
Croazia)[240].
Un santuario gli era stato eretto anche presso la foce del fiume Timavo,
proprio nei pressi di Aquileia. Si rammenta inoltre l’antico torso in
terracotta di Ravenna, ipoteticamente identificato con un Diomede. Ad
amplificare il valore associativo della figura – non solo in ambito adriatico,
ma anche nell’ambiente romano-urbano – il mito di Diomede si intreccia
strettamente con quello di Enea, detentore legittimo del Palladio, a cui il
simulacro sarebbe stato restituito dall’eroe etolico. Le copie maggiormente
note del tipo statuario, direttamente utilizzate per la definizione del tipo
quale “Cuma-Monaco”, sono il Diomede di Cuma e il Diomede Albani conservato a
Monaco. Il Diomede di Cuma, conservato nel Museo Archeologico Nazionale di
Napoli, viene attribuito al I sec. d.C.: è a differenza della replica
aquileiese privo di balteus, tuttavia
presenta un trattamento dell’incarnato e della muscolatura del tutto analogo
alla replica aquileiese. La figura presenta accanto alla gamba sinistra un
sostegno a forma di tronco di palma. Un’iscrizione in greco è incisa sulla
superficie inferiore della base (dunque destinata a non essere vista), che non
si riferisce all’autore dell’opera, ma a Gaius
Claudius Pollionus Frugianus, dedicatario della statua e, forse, possessore
di una villa provvista di una specie di collezione museale, il quale donò
verosimilmente la scultura al santuario cumano di Apollo: la statua, infatti,
sebbene rinvenuta dall’insigne Maiuri tra le macerie che riempivano la Crypta romana di Cuma, doveva essere
posta nel tempio di Apollo sull’Acropoli, precipitando in basso in seguito al
crollo della volta della galleria. Molto più muscoloso e virile appare invece
il Diomede nella Glyptothek di Monaco
di Baviera, proveniente dalla collezione Albani, che presenta, proprio come
l’esemplare aquileiese, sia il manto sia il balteus,
il quale costituisce secondo il Moret un attributo tradizionalmente legato alla
figura di Diomede, come illustrato dal xxiii
libro dell’Iliade (v. 824-825). Il Diomede Albani viene generalmente datato al
II sec. d.C., nello specifico in età antonina. Il tipo statuario venne di
frequente utilizzato per statue ritratto, tuttavia in molti casi con notevoli
modifiche nell’impostazione rispetto a quello che viene considerato l’archetipo
statuario. Una parte delle repliche del Diomede sono state studiate da Filippo
Carinci, che le ha suddivise in due gruppi, il primo (gruppo A), più fedele
all’archetipo, comprenderebbe l’Augusto di Otricoli, l’Agrippa Grimani, la
statua di Traiano di Copenhagen, l’Adriano di Tunisi e di Vaison-La Romaine
nonché di Pergamo e infine la statua di Lucio Vero (?) di Palestrina, mentre il
secondo gruppo (o gruppo B) presenterebbe una significativa variazione del tipo
per la modifica della posizione del braccio destro, includendo la statua di
Pompeo Spada, una statua acefala da Argo, l’Antonino Pio da Terracina nonché
quello del Palazzo Braschi a Roma. Nello specifico il Carinci prende anche in
considerazione un torso di Palazzo Mattei con testa di Costantino non
pertinente, che riunisce all’insegna di un più complesso ecletticismo
classicistico un modellato policleteo e l’impostazione ritmica e tensiva del
Diomede di Cresila e dell’Ares prassitelico. Lo studio delle statue iconiche
che adottano il tipo del Diomede è stato proseguito da Caterina Maderna, che ha
preso in considerazione 28 statue del grippo A (secondo la suddivisione
stabilita da Carinci) e 10 del gruppo B. La studiosa individua, nell’ambito del
primo gruppo, soltanto due statue maggiormente dipendenti dall’archetipo,
ovvero la statua dall’Odeion di Cartagine conservata a Tunisi e un torso
acefalo di Villa Borghese a Roma, ritenendo tuttavia elementi di scarto
rispetto all’originale sia l’elmo (il quale contraddistingue l’Adriano di
Tunisi) sia il balteo (presente in entrambe le statue). Secondo la Maderna lo
schema del Diomede costituirebbe un tipo-base, di cui vengono mantenute
soprattutto le caratteristiche ritmiche e chiastiche della posa in movimento,
mentre è soggetto ad alterazioni anche significative il rendimento delle masse
muscolari, in alcune statue più sinuoso, “prassitelico”, in altre più
essenziale, “policleteo”. Tuttavia, oltre che ad una colta contaminazione eclettica
con citazioni tratte dai grandi maestri della scultura greca, proprio la resa
differenziata della muscolatura, assolutamente palese nelle diverse repliche
del Diomede, sembra riconducibile anche al lavoro dei copisti, senza dubbio
operanti sul retaggio dell’arte dei propri tempi e, più in generale, sui
mutevoli modelli di virilità (e femminilità) in voga al momento, come indicati
dal ceto dirigente e come condivisi dalla collettività. Il lavoro del copista
non si esaurisce infatti con la riproduzione meccanica di un tipo statuario,
ovvero gli stessi procedimenti utilizzati per l’esecuzione delle repliche
lascia in realtà ampio spazio alla variazione e “appropriazione” dei modelli.
Circa le tecniche di realizzazione delle copie nel mondo romano, ampiamente
discusse a partire da Adolf Furtwängler, risulta sostanzialmente assodato che
le opere venivano riprodotte col sistema delle triangolazione e dei punti,
processo in realtà non applicabile in maniera estensiva e totale, dunque
collegata a consuetudini e automatismi propri del copista. Analoghi
procedimenti, di imitazione e trasformazione, si devono presupporre anche per
l’esecuzione dei dettagli fisici delle statue e nel caso del Diomede delle
Grandi Terme aquileiesi appare particolarmente significativa, la
caratterizzazione del pube, su cui ha già attirato l’attenzione Ludovico
Rebaudo in occasione della prima presentazione e pubblicazione della statua.
L’esecuzione dei riccioli chioccioliformi con un piccolo foro di trapano al
centro risulta infatti alquanto caratteristica ed è interessante notare che la
stessa struttura si ritrova in altre opere attribuite a Cresila, come nella
capigliatura e nell’attacco della barba del Pericle, l’unica opera con certezza
riferibile allo scultore, nota attraverso diverse copie, ma anche nella
capigliatura del Vulneratus Deficiens
del Metropolitan Museum of Art. Sembrerebbe dunque trattarsi di un elemento di
leziosa astrazione proprio delle opere originali di Cresila (o comunque di
scultori attivi nello stesso periodo), riprodotto tuttavia in maniera
sensibilmente diversa dai copisti. La semplificazione e banalizzazione che il
motivo subisce nella trasposizione copistica risulta evidente nel Vulneratus Deficiens, la cui replica
viene fatta risalire all’età antonina, contraddistinto da una resa rigida e
secca dei corti ricci, ma anche nel Pericle del Vaticano, rinvenuto nei pressi
di Tivoli e attribuito al secondo quarto del II sec. d.C., dove le chiocciole
risultano invece più gonfi e pesanti, analogamente a quanto si osserva anche
nel Pericle del British Museum, che si ritiene proveniente da Villa Adriana.
L’esemplare dell’Altes Museum di Berlino, rinvenuto a Lesbo, viene datato al I
sec. d.C. e presenta nel rendimento calligrafico della capigliatura, con
riccioli dal disegno ben definito, gli stilemi che si incontrano nella resa del
pube della statua aquileiese. Va inoltre rilevata una somiglianza nel
trattamento dell’inguine del Doriforo pompeiano conservato presso il Museo
Archeologico Nazionale di Napoli, che venendo da un contesto chiuso offre
margini cronologici più ristretti: con la nostra statua combaciano sia
l’andamento della linea di attacco sia la resa sia la disposizione dei
riccioli, con due più ampie chiocciole ai lati del pene e tre più piccole, in
posizione lievemente arretrata, disposte a contornalo superiormente; si
differenziano lievemente i fori al centro dei riccioli, che nel Diomede delle
Grandi Terme sono più profondi. Tuttavia, le somiglianze soprattutto nella
disposizione dei singoli riccioli sono tali da suscitare l’idea che le due
statue fossero state realizzate dalla stessa bottega di copisti, dove sarebbe
avvenuta l’assimilazione nella resa dell’inguine, che è evidentemente
improbabile attribuire a identiche soluzioni adoperate negli originali, in quanto
pertinenti a maestri diversi. Come è noto, il Doriforo pompeiano in marmo di
Luni costituisce, insieme al Doriforo del Minneapolis Institute of Arts
(proveniente da Stabia), la copia più completa del Doriforo policleteo (440
a.C.), il quale rappresenta o Achille o Teseo, come stanno a indicare
soprattutto le tracce del bracciale di uno scudo in bronzo riscontrate da
Vincenzo Franciosi sull’arto flesso della statua pompeiana. La scultura è
stata, pare, rinvenuta nella Palestra Sannitica, dove si ipotizza la
celebrazione di riti di carattere eroico, connessi proprio alla statua: la sua
base, in tufo, posta di fronte l’ingresso principale del complesso, presenta
infatti tre gradini, che dovevano essere utili a raggiungere il capo della
statua in occasione del suo “incoronamento” rituale da parte della vereia pompeiana. Dato che la base
risulta appartenere alla prima fase dell’edificio, precedente alla
risistemazione augustea dell’area del Foro triangolare, è stato recentemente
ipotizzato che la copia fosse stata realizzata tra la fine del II e l’inizio
del I sec. a.C., dunque circa un secolo prima di quanto comunemente accettato.
Tuttavia, proprio il fatto che la base in cui doveva essere alloggiato il
plinto della statua sia in tufo, sembrerebbe piuttosto indicare che i due
elementi non siano stati realizzati nello stesso momento e che la statua faccia
invece parte del programma di monumentalizzazione dell’area attribuibile
all’età augustea. Una conferma risolutiva a tale riguardo è offerta dal
riconoscimento del materiale impiegato per la statua, definitivamente
identificato con il marmo lunense, dato che pregiudica sostanzialmente una
datazione anteriore all’età augustea. Date le analogie riscontrate nelle statue
del celebre Doriforo pompeiano e nel Diomede delle Grandi Terme aquileiesi,
analogie che non investono soltanto l’area inguinale, ma in maniera più
complessiva anche il modellato, certo più robusto nel Doriforo, ma similmente
essenziale in entrambe le sculture, nonché la resa appena accennata dei dettagli
minuti come l’ombelico e i capezzoli, non si può rinunciare alla tentazione di
attribuire, per lo meno sul piano ipotetico, le due repliche alla stessa
bottega di copisti. Suggestiva è comunque in linea generale la consistenza
molto ricca in area vesuviana e flegrea di copie di opera nobiliora (in particolare del periodo compreso tra il 460 e
il 430 a.C.), realizzate in larga misura con marmi greci. Nella zona, la
fiorente attività legata all’esecuzione delle repliche delle statue dei maestri
greci trova riscontro nel rinvenimento dei calchi di gesso di Baia, riferibili
a una bottega di copisti atticizzanti, il cui lavoro sembra prendere avvio in
età augustea, e il proficuo sviluppo di queste attività potrebbe aver assunto
particolare importanza in rapporto anche alla rilevanza del porto di Puteoli,
in particolare per Roma, soprattutto nel periodo tardo-repubblicano e nella
prima età imperiale. Senza dubbio, la scultura rinvenuta nelle Grandi Terme è
attribuibile a una bottega di copisti di altissimo livello; cronologicamente
sembra poter risalire alla prima età imperiale. È probabile che la replica
costituisse in origine una statua ideale e non un “Diomede iconico”: l’incasso
trapezoidale, grezzamente rifinito e di forma del tutto inconsueta per i giunti
testa-corpo nella scultura romana, presente alla base del collo, risulterebbe
infatti alquanto anomalo se relazionato all’accuratissima esecuzione della
statua, e comunque la soluzione di lavorare a parte il ritratto non risulta
consuetudine diffusa per le statue iconiche che adottano lo schema del Diomede,
nelle quali la testa è per lo più solidale al corpo. In base a quanto già
rilevato da Ludovico Rebaudo, gli esemplari iconici del “Diomede” presentano
inoltre la chlamys trasformata in paludamentum, a parte nel caso della
statua del re di Mauretania Giuba II dalle terme di Caesarea-Cherchel di età augustea, che si pone chiaramente in una
tradizione e in un contesto più ellenistico che romano. Il Diomede aquileiese
sembra dunque essere stato trasformato in statua onoraria in un secondo
momento, verosimilmente quando venne riposizionato nelle Grandi Terme, ovvero
in età costantiniana, con l’adattamento di una testa-ritratto al collo. Dato
che nella pur ampia raccolta di frammenti scultorei rinvenuti nelle Grandi
Terme non sono presenti pezzi pertinenti a ritratti, non c’è la possibilità di
associazioni – almeno allo stato attuale delle ricerche. Tuttavia, va pure
notato, che il tipo del Diomede è sostanzialmente appannaggio delle statue
imperiali o comunque di personaggi di altissimo rango.
In conclusione, diciamo
che di queste due repliche d’età romana imperiale del Diomede tipologicamente
accomunabili alla seconda statua ercolanese supposta di Perseo (per
l’orientamento sinistroso del capo, la ponderazione policletea delle gambe, il
motivo della clamide ricadente dalla spalla sinistra dietro il dorso) quella di
Cuma, a parte l’espressione inquieta del volto ed il braccio sinistro piegato,
non offre alcun riscontro decisivo con la Quinta Ercolanese, mentre quella di
Monaco contiene invece elementi utili per l’identificazione quali la tracolla
del balteo e il fodero, nonché un foro tra le pieghe della clamide all’altezza
del deltoide sinistro nel quale era fissato il sostegno per il palladio;
entrambe si differenziano dalla Quinta Ercolanese perchè gravano sulla gamba
destra e perchè prive dell’elmo corinzio di cui invece è provvista la testa
ercolanese ispirata anche nelle fattezze del bel volto barbato alla famosa
statua di Cresila del Pericle Olimpico, nonostante qualche vaga somiglianza
neroniana per la barba e il crine fronduto e ondulato. Poiché sembra altamente
improbabile attribuire allo scultore antico la confusione tra Pericle e
Diomede, è congetturabile una integrazione del tipo intervenuto per Clio:
l’incauto restauratore, inconsapevole della natura eroica del personaggio
raffigurato, commise la stravaganza settecentesca di aggiungere un rotolo
(attributo tipico di dotti e magistrati) che in una statua antica mal si
accordava con la spada sguainata. Eppure, l’intuibile direzione della testa,
rivelata dai margini della cavità superiore del busto ercolanese, la tracolla
col balteo, la nudità eroica, guidavano di per sé al riconoscimento di Diomede,
raffigurato nel momento in cui, rendendosi improvvisamente conto dell’insidia
dell’astuto Odisseo per carpirgli il palladio brandiva la spada. Il
restauratore, molto probabilmente lo scultore Canart (al quale va il merito di
non aver condiviso la fallace attribuzione dei primi scavatori che scambiavano
il groviglio della clamide sulla spalla per la pelle della zampa di leone, e
quindi benemerito per non aver tentato di restaurare per Ercole nessuno dei
nudi eroici, a parte l’ibrido settecentesco dell’infelice accoppiamento della
spada col rotolo, assurdo per l’arte antica), non poteva immaginare che la sua
scelta squisitamente estetica per l’integrazione della statua acefala veniva a
sfiorare un problema degno di considerazione. Difatti potrebbe avere un nome
l’artista che provvide nella seconda metà del quinto secolo in ambiente attico
ad invertire il Doriforo di Policleto e ad introdurvi il motivo elegante della
clamide avvolta intorno al braccio sinistro di cui si hanno numerose repliche
comprese nel tipo di Ermete, che potrebbero anche risalire a una statua in
bronzo di Efebo: il nome potrebbe essere quello autorevole di Cresila, che
nell’Atene di Pericle era considerato il terzo scultore per bravura (dopo,
naturalmente, Policleto e Fidia). La rilevata diversità di ponderazione e
l’evidente differenza nel motivo della clamide con le copie di Cuma e Monaco,
solo apparentemente simili fra loro, consentono inoltre l’ipotesi suggestiva
che la statua oggetto di questo paragrafo potrebbe offrirci (benché
nell’esecuzione di una buona replica d’età imperiale) l’ignota iconografia del
Diomede di quel delicato artista cretese che risponde al nome di Cresila, la
cui nobiltà artistica consisteva nel rendere <<nobiles viros nobiliores>>[241].
URANIA[242]
Vestita alla greca come
la Prima Ercolanese ma con chitone a maniche non abbottonate (forte restauro al
bordo della manica destra) e più grande ὑμάτιον che le fascia quasi completamente il corpo, questa
seconda statua muliebre del teatro ercolanese, nonostante i numerosi interventi
di restauro subiti sulla levigata superficie, si presenta come una copia romana
alquanto leziosa di un lontano archetipo in bronzo, stilisticamente da
identificare, creato in un ambiente artistico meno severo e solenne del
prototipo della Prima Ercolanese e successivamente rielaborato secondo un più
accentuato schema a s nel quale è
possibile riconoscere più di una reminiscenza prassitelica.
Un primo tentativo di
ricostruzione dell’archetipo potrebbe scaturire risalendo al soggetto
ispiratore delle sei muse prassiteliche del citato bassorilievo di Mantinea,
dal quale

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
sarebbe derivato il
modello delle ricordate statue ercolanesi trasferite a Dresda nonchè una
riedizione del tipo forse in bronzo. Questo secondo più maturo modello
prassitelico di musa sarebbe ricostruibile (limitatamente ai documenti
ercolanesi) con i dati offerti dalla variante in bronzo della Vestale di
Ercolano (conservata al n°. d’inventario 5589 del museo archeologico di Napoli)
e dunque dalla variante in marmo della presunta Urania, legate da più di una
affinità strutturale (soprattutto ondulazione del corpo e piegamento tipico
dell’anca destra) e accomunate alla raffinata Grande Ercolanese per il
complicato e sottile gioco delle pieghe tese tra le braccia sopra e sotto il seno.
Questo gradevole morbido
ritmo sinuoso del corpo, che nella variante ercolanese in marmo si carica di
una accentuata sensualità, unitamente alla posizione del braccio piegato verso
il seno e di quella della mano, le cui dita hanno di recente sofferto gravi
perdite, possono aver suggerito nei primi scavi la fantasiosa attribuzione di
Cleopatra, immutata anche quando la statua acefala, forse già con il braccio
sinistro riattaccato, ma ancora bisognosa di molte integrazioni alle creste
delle pieghe e di tasselli sull’addome, sopra il ginocchio destro e al bordo
inferiore dell’ ὑμάτιον,
venne trasferita dall’antica villa del d’Elboeuf alla villa reale di Portici[243].
In merito agli interventi
settecenteschi su questa scultura va subito precisato che le parti prominenti
del viso (mento, bocca, naso, parte della fronte) potrebbe apparire di restauro
ma non lo è: attente ricerche tra i documenti di scavo dell’epoca hanno
consentito di ricostruire le vicende del recupero di questa disastrata testa
nell’arco di oltre mezzo secolo: nei documenti spagnoli coevi, redatti dal de
Alcubierre, in merito alle due parti del volto rinvenute il 22 e il 24
dell’Ottobre del 1738, cioè nei primi tre giorni degli scavi reali, si discute
a lungo se appartengono o meno ad una statua virile e soltanto il 15 di
Novembre sembra al de Alcubierre di poterlo escludere[244]; poiché nella zona della
scena il de Alcubierre non trovò alcuna statua muliebre in marmo è da ritenersi
che la testa disastrata dovesse appartenere a una scultura già recuperata dal
d’Elboeuf e che nella caduta si fosse alquanto distanziata dal corpo. Mi sembra
di dover escludere che il distacco e la violenta spaccatura della testa si
dovesse ad imperizia dei precedenti scavatori perchè in tal caso questi
avrebbero effettuato il recupero dei pezzi; forse non improbabile che il
frazionamento della testa muliebre si fosse verificato in età antica, col
violento vulcanosismo del 62 e forse nuovamente in seguito alle scosse del 79,
ma per tentare di accertare l’antichità dei restauri occorrerebbe separare le
parti riattaccate e procedere ad attento esame analitico. Indubbiamente il
recupero della statua muliebre acefala dovette essere uno degli ultimi,
interrotto per ordine delle autorità austriache, perchè sarebbe stato sufficiente
ampliare lo scavo sul proscenio soltanto di qualche metro per scoprirne la
testa, la cui prima gota si rinvenne nel primo giorno degli scavi borbonici del
1738; eppure anche il recupero del de Alcubierre era incompleto, altrimenti non
si sarebbe discusso se si trattava di una testa virile: circa 30 anni più
tardi, il 18 del Maggio del 1768, Francesco La Vega, ritornando a scavare nello
stesso luogo allo scopo di illuminare per quanto possibile la scena, ritrovò e
fece consegnare al pittore romano Camillo Paderni, direttore del museo di
Portici, la sezione mediana della testa di una statua in marmo poco più grande
del naturale, da questi ritenuta <<di ottimo carattere>> e
comprendente <<occhi, naso e bocca e meno e fronte tutto intero; mancano
le gote e tutto il restante della testa, la quale è di buon artefice.>>[245].
Non è da escludere che la
spaccatura in tre pezzi fosse dovuta a caduta da notevole altezza, come da una
delle nicchie superiori del prospetto architettonico della scena, poiché anche
un’altra testa female con pettinatura alla Cleopatra come le Ercolanesi di
Dresda fu raccolta spaccata ai piedi della statua, anch’essa (in marmo
pantelico) più grande del naturale (m. 2,12), ritenuta di Mnemosine[246]; anzi, considerando che
la statua venne scolpita per essere vista dal lato sinistro, in quanto da
qualsiasi altro lato venga osservata risulta sempre carente di grazia, si
potrebbe tentare di localizzare la nicchia nel settore meridionale o in uno dei
lati della rientranza centrale del prospetto scenico del teatro[247].
Il sollevamento della
spalla e dell’anca sinistra nonchè la posizione del braccio sinistro,
fortemente piegato ad angolo retto come per sostenere un oggetto pesante, e del
palmo della mano rivolto verso l’alto, ricordano la posizione della statua
vaticana n°. 504, voluta dall’artista per sorreggere un globo[248]. Va subito rilevato che
nella statua vaticana di Urania il globo e l’altro attributo, una bacchetta
tenuta con la destra, sono di restauro. Ma, come già per Clio, anche in questo
caso viene in soccorso la serie pittorica pompeiana delle muse: in essa Urania,
parimenti vestita alla greca con chitone a mezze maniche e ὑμάτιον, con testa rivolta a sinistra e
sguardo all’alto, è documentata col braccio sinistro piegato ad angolo retto
come in questa scultura ercolanese e sorregge un globo, indicato con una lunga
bacchetta tenuta con la mano destra. Poiché, infine, le braccia e ciò che
rimane delle mani di questa scultura ercolanese sono antiche e appaiono
predisposte a sorreggere un corpo globulare e a servirsi di una bacchetta,
attributi della musa protettrice dell’astronomia, non sembra affatto
inverosimile riconoscere nella Sesta Ercolanese una raffigurazione plastica
della musa Urania.
CLAUDIO PULCRO (?)[249]
Scolpita con la capsa cilindrica vicino al piede sinistro, la mano sinistra che fuoriesce dalla
toga per stringere un rotolo e l’avambraccio destro nudo in evidente gesto
oratorio ma con la particolare mimica del pollice e medio uniti (manca l’indice
prosteso), la Settima Ercolanese è costruita con dovizia di dettagli e dimostra
accuratezza e ricercatezza nella fattura: la parte inferiore del panneggio
(dalla capsa alla caviglia destra) è

Fonte:
V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977).
lavorata a parte e così
la costolatura più bassa tra le gambe; all’altezza della coscia sinistra sono
stati inseriti due tasselli nel panneggio; sulla pelle rilevate le vene; il
contrasto tra le pieghe verticali oblique e orizzontali raggiunge effetti
pittorici nonostante la voluta sobrietà.
Sulla provenienza di
questa statua, si trova nel manoscritto inedito del de Alcubierre soltanto una
descrizione complessiva, che tuttavia riferisco poiché utile ai fini del
riconoscimento: <<se tiraron las
otras dos Estàtuas de marmol, cuya altura de cada una de las tres, es siete
palm.s y ½ Napolitanos y dos dedos[250];
teniendo, todas sus brazos, Cavezas Postizas (las que se han encontrado), y
estan las Cavezas sin Pelo, y representan todas edad de algo meno de 50 an̂os;
siendo las Estàtuas Consulares, y vestidas de Caveza à Pies, con tres Ropajes,
uno sobre otro, estando todo el braço izquierdo, dentro de el d.ho ropaje, y la
mano de fuera, como lo està tambien la mano, y mitad del brazo derecho; y el
Ropaje, o manto exterior le tienen todas terciado, por el hombro izquierdo, y
recocido en la Cintura, viniendo à finalizar, con muchos Pliegos, mas abajo de
la rodilla derecha, y estan todas en Piè, y en disposiciòn natural de mirar
frente à frente, por linea perpendicular à las mismas Estàtuas, cuyo Calzado es
à manera de andalias, con diferentes ligaduras.>>[251]. Un altro dato utile in
merito è fornito in data 23 di Dicembre del 1738 dalla stessa fonte allorché,
elencando il materiale marmoreo recuperato dall’arcata dove erano le tre statue
(25 ceste di africano, giallo antico, rosso antico, 3 ceste di cornici, e 6
lastre di cipollazzo), aggiunge anche <<otros 28 pedazos de marmol de Grecia, como el de las Estàtuas.>>[252].
La statua riproduce le
fattezze più giovanili degli altri due togati e forse risulta catalogato anche
dal verboso monsignor Bayardi, reso tacitiano dalle critiche corali e ammonito
dal re Carlo (<<aveva scritto 2726 pagine d’introduzione alle Antichità
ercolanesi senza mai parlare di Ercolano!>>[253]) poiché, dopo aver
menzionato una <<statua senatoria>> di otto palmi (circa 2,12 metri
comprendendovi la sottile lastra del plinto), così illustra la xxxi: <<Altra simile della stessa
altezza di giovane Senatore era nel Teatro.>>[254].
Anche per questa scultura
anepigrafa il problema iconologico non offre soluzione, a meno che, sulla base
principalmente di alcune osservazioni fisionomiche, stilistiche e topografiche,
non si voglia accedere alla suggestiva ipotesi di Catalano[255]. Secondo l’insigne
studioso nonostante la differenza di età espressa nei ritratti idealizzati delle
Ercolanesi Settima e Quarta, nonostante la ponderazione identica e la comune
posizione sollevata del capo, girato a destra nella prima e a sinistra nella
seconda così lievemente da ingannare il de Alcubierre che fossero
<<frente à frente>>[256], mi sembra di poter
rilevare una notevole somiglianza di caratteri somatici estesa al contenuto
espressivo del volto, al trattamento anatomico del collo, una fedeltà
sostanziale allo schema del pur rinnovato mediocre panneggio della Quarta
Ercolanese, una voluta ripetizione della capsa
con la correggia fissata agli anelli, per cui ho l’impressione che l’artista,
sia pure con qualche intenzionale diversificazione, avesse ricevuto l’incarico
di rifare con il tronco anche il ritratto ma ringiovanendolo. Questo
interessante lavoro <<di faustiana palingenesi>>[257] non si limita ai capelli
ma si estende a tutto il corpo, intravisto nel più aderente panneggio della
tunica e della toga: dal più significativo gesto della mano destra, notazione
mimica riferita allo scultore o da lui inventata, al più dinamico atteggiamento
del corpo, stante sulla sinistra ma evidenziato da un panneggio ricco di
contrasti, rinnovato nei piani ottici e nel contempo rispettoso del superato
modello artigianale. La Quarta Ercolanese, come si è notato, sofferse, prima
del 79, quasi certamente in seguito alla caduta provocata dalle scosse sismiche
del 62, gravi lesioni tuttora visibili per cui dovette avvertirsi l’esigenza di
un rifacimento di quella mediocre scultura affidando l’impresa a più valoroso
scultore, la cui bravura formale è scolpita nel marmo della Settima.
Per l’identificazione di
questo anonimo personaggio, è la ristrettezza della base su cui erano relegate
le tre statue sotto l’arcata di metri 3,30 con un intervallo di appena 53 cm. (e
modesta risulta anche la profondità della base di appoggio, di circa 50 cm, che
non aveva impedito la rottura delle parti aggettanti, cioè avambraccio e mano,
durante il 79 e aveva reso difficile il recupero delle tre statue fra il 12 e
il 22 di Dicembre del 1738) a indurre negli studiosi il sospetto che le due
sculture, la vecchia e la nuova immagine del benemerito personaggio, fossero
appoggiate provvisoriamente bene in vista in quel luogo in attesa non di una
epigrafe ma della collocazione definitiva, che la Grande Eruzione impedì per
circa 19 secoli. Una volta terminata l’esposizione al pubblico per un confronto
critico tra il vecchio modello e la vibrante neocopia, solo quest’ultima
avrebbe degnamente varcato il vicino cancello in ferro dell’ingresso
all’orchestra, risalito i quattro gradini del pulpitum per essere collocata, dopo un percorso di pochi metri,
sulla base vuota che, tuttora in situ,
reca l’epigrafe per una statua che né il d’Elboeuf né altri trovarono mai:
<<Ap. Clavdio c.f. pvlchro / cos.
imp. / hercvlanenses post mort>>[em][258].
LE
SCULTURE BRONZEE
PREMESSA
La summa cavea del teatro aveva la sommità dominata da statue di
bronzo a grandezza più che naturale (tra di esse, la statua offerta dai
cittadini e da altri residenti al ricco liberto L. Mammiano Massimo, il già
ricordato augustale di epoca claudia, parente del fondatore del teatro, il duovir quinquennalis L. Annio Mammiano
Rufo, vissuto sotto Augusto, il cui nome ricorre in iscrizione sui fornici
d’ingresso del teatro, assieme a quello dell’architetto P. Numisio) e almeno
sei statue equestri in bronzo dorato (fuse per ricavarne medaglioni con
l’effigie di Carlo iii di
Borbone).
Queste le prime “Notizie Sulle Sculture Di Bronzo D’Ercolano” di Johann Joachim Winckelmann: <<Le
figure d’Ercolano in bronzo e i busti sono parte mediocri, parte cattivi, come
le statue imperatorie di grandezza più del naturale, e non danno l’idea come
gli antichi scultori potevano riuscire a fare statue di bronzo d’uguale merito
di quelle di marmo. Le due opere grandi a Roma in bronzo sono la statua
equestre di Marco Aurelio nella piazza del Campidoglio e la pedestre di
Settimio Severo nella galleria Barberini. Quella ha i suoi difetti, o cagionati
dall’esser stata pregiudicata dal tempo e dalle rovine, o per mancanza d’arte
di quel secolo. Questa sente della decadenza in cui erano le arti in quel tempo
benché il lavoro sia molto superiore a quello dell’arco dello stesso imperatore
a piè del Campidoglio. Plinio attesta che l’arte di gettare statue di bronzo
era perduta affatto sotto l’impero di Nerone, sarà dunque stata ristaurata
sotto l’impero d’Adriano. Pausania, parlando d’una statua di bronzo d’un Giove
fatta da uno scuolaro di Dipeno e di Scilli, antichissimi, e de’ primi scultori,
dice che era commessa di molti pezzi attaccati con chiodi. Ma tutte le statue
d’Ercolano di bronzo sono state composte anticamente; quantunque le commissure
dopo la ristaurazione non compariscono più, Io ho ricavato sopra questo punto
particolari informazioni minutissime dagli operai. I pezzi però non sono
combinati per via di lega ma, per certi indizi, pare che sieno uniti con
metallo liquefatto. I frequenti tasselli che si scorgono più visibilmente in quelle
statue che non sono ancora ripulite, servivano a riempire le lacune rimaste
dopo la composizione. Vi vorrebbe un’altra scoperta per metterci in chiaro se i
scultori greci hanno sempre operato così, o se il raccappezzare le statue di
bronzo era il metodo dei primi maestri inanzi al secolo illustre dell’arte, e
quello de’ posteriori quando l’arte in questo particolare andava declinando.
Gli utensili e i vasi di bronzo sono lavorati con finezza ed eleganza e tutte
patere, simpuli e cetera sono di torno. Si sapeva anche fare un rame così
bianco che a prima vista rassembra argento. Ma veniamo ora a qualche dettaglio
particolare delle più insigni statue di bronzo e di quelle in ispecie che si
sono trovate da quattr’anni in qua dopo il mio primo viaggio in Napoli e che a
voi non dispiacerà che io vi indichi con qualche precisione. Il Mercurio grande
in vero è senza disputa la più bella statua di bronzo, ma non in marmo, che sia
al mondo. Si arguisce dall’esser stata trovata senza caduceo quando tutto il
resto era sano, che essa sia venuta di fuori già senza la verga di cui gli
resta il capo in mano. Il particolare in questa statua è una fibbia, per dir
così, formata a guisa di rosa che gli sta sotto la pianta medesima de’ piedi, e
indica quell’attaccaglia che serviva per unire e stringere le bende o corami
con cui gli sono legati i talari o ale talo del piede i quali erano impernati
per poterli staccare e rimettere. La rosa sotto il piede è simbolica e
raffigura un Mercurio che non ha bisogno di camminare. Degno pure d’attenzione
è il Satiro ebrio che fa le castagnuole colle dita della mano destra in segno
d’allegria, e questa è la seconda statua. La terza è un satiro giovane sedente
che dorme col braccio destro buttato sul capo. Ma queste figure con tutta la
loro bellezza non somministrano materie di discorso se non a qualche
Callistrato moderno pusillo ed affamato, onde passerò a ragionare di alcuni
busti, cominciando dal più bello, contro la massima di alcuni autori che
lasciano per ultimo il più forte argomento. Questa è la testa d’un eroe
giovane, un tantino più grande del vero. Un parroco anticagliaro la
battezzerebbe per un Tolomeo. Ha sessantotto boccoli intorno intorno, e questi
boccoli figurateveli come una striscia stretta di carta arrotolata con le dita
e poi sciolta e tirata a vite. Quelli che coprono la fronte fanno quattro o
cinque giri, quelli che pendono dalle tempia sono a otto, e quelli che cadono
dietro sino a dodici. Agli orli di questi boccoli fettucciati gira intorno una
linea incisa. Tutti questi boccoli sono riportati e non gettati e movendo la
testa fanno un vibrare momentaneo. Un altro busto, ma di stile o Etrusco o
antichissimo greco, ha i boccoli sulla fronte sino nelle tempia, parimenti
riportati, ma d’un altra specie, rassomiglianti a lumbrici di grossezza d’una penna
d’oca o del più grosso filo di ferro. Ad un’altra testa che chiamano di Platone,
sono riportati gran boccoli alle tempia. Questa testa fatta con meno di stento
e nella maniera grandiosa di lavorare in bronzo può dirsi uno stupore
dell’arte. Ella guarda di fianco in giù in atto ma non in aria di disprezzo con
fronte pregna di pensieri ma nell’istesso tempo con dolce sguardo. La lunga
barba meno folta di quella di un Giove e più ricciuta e sparsa di quella delle
teste che reputano Platoni è tirata in solchi quali potrebbe fare il più fino
pettine senza esser questi taglienti o fatti a bolino ma morbidi al pari del
pelo canuto e in una medesima guisa sono lavorati i capelli striati con
ondulazione. Ma, amico, io disfido chicchesia a spiegare in iscritto l’arteficio
di questa testa. Vi è un busto di Demostene; e la greca leggenda ce ne
convince. Questo ritratto si ha da avere per unico perché il busto d’Antonio
Agostini e la corniola di Giovanni Pietro Bellori sono cose molto equivoche. Vi
motiverei un supposto busto d’Eraclito, se non l’avessi per una cosa assai
dubbia per poterglisi francamente attribuire. Del busto d’Ermarco v’ho parlato.>>[259].
L. MAMMIO MASSIMO[260]
Ritratto in ben 3 esemplari.
Il primo è una statua di alt. 2,25 m. Il nome del
personaggio rappresentato lo dichiara la iscrizione, incisa su lamina di
bronzo, che ricopriva la base di fabbrica. Esso appartiene a una famiglia nota
nella epigrafe ercolanese; fu sacerdote di Augusto, ed è forse quello stesso
che ornò il macello di Ercolano a sue spese. Veste tunica e toga, e ha la
sinistra alquanto abbassata, e prostende il braccio destro in avanti, segno
evidente e manifesto di palesi attributi nelle mani.
Gli altri due esemplari, inv. n. 5626 e 5627 del Museo Archeologico
Nazionale di Napoli, ritraggono L. Mammio Massimo come efebo in atto
d’impegnare lotta.
M. CALATORIO[261]
Alta 2,17 m., raffigura un uomo togato contraddistinto
da un segno sotto l’occhio simile a una verruca. Il nome della famiglia di
questo personaggio è noto nella epigrafe ercolanese, ma si ignora la carica che
rivestì. Una iscrizione sulla base della statua attesta che i concittadini e
gli abitanti (municipes et incolae)
gli eressero la statua col denaro raccolto. Il lituo incavato sul castone
dell’anello potrebbe attestare il suo carattere sacerotale, se non fosse un
segno comune a quasi tutte le statue ercolanesi.
STATUA MULIEBRE N°. 5599[262]
Soggetta a molti restauri, presenta un’altezza attuale
di m. 2,28 (alt. testa: 23 cm.). Vestita con tunica e mantello, le braccia
disposte come per reggere nella destra la patera e nella sinistra l’acerra. Sia
lo stile della testa sia la resa del panneggio, che ha perduto la ricchezza e
la plasticità augustee, ci riportano ai tempi di Caligola. La pettinatura si
addice e richiama ad Antonia, madre dell’imperatore Claudio, e potrebbe a
questa riferirsi la statua.
STATUA MULIEBRE N°. 5609[263]
Bronzo di altezza pari a 220 cm (testa: 20 cm.), è
caratterizzata da un lieve volgersi del capo di lato che ne interrompe la
frontalità; la disomogeneità delle pieghe del panneggio la libera dalla
rigidezza delle altre figure simili, le statue muliebri n°. 5599 e 5612.
La sproporzione fra la testa, esageratamente piccola,
e la figura, induce il dubbio che testa e corpo non siano pertinenti l’una
all’altro.
La testa di questa e della statua n°. 5612 sono state
incluse fra i ritratti di Agrippina Minore, madre di Nerone.
STATUA MULIEBRE N°. 5612[264]
Alta m. 2,06 (testa: 21 cm.) raffigura una donna
romana che insiste sulla gamba sinistra. È vestita con tunica e palla la quale
le avvolge il capo e le copre il seno. Il braccio sinistro è abbassato e la
mano destra sollevata regge l’orlo della palla. La chioma è ricciuta ed
aggiustata secondo la moda dell’età dei Claudii. La sproporzione fra testa e
figura induce il sospetto che la testa non sia pertinente. Seni, fianchi e
gambe sono scomparsi sotto il panneggio, che corre con lunghe pieghe fino ai
piedi e conferisce un atteggiamento statico alla figura. Sia l’acconciatura
della testa sia la resa del panneggio sono da porre in età claudio-neroniana. La
testa di questa statua e della statua muliebre n°. 5609 (bronzo di età
claudio-neroniana anch’esso proviente dal teatro) sono state incluse fra i
ritratti di Agrippina Minore (15-59 d. C.), moglie di Caligola e madre di Nerone.
TIBERIO[265]
In passato identificato
con Druso seniore, ma la forma del cranio e del mento ci richiama a Tiberio. Il
capo è coperto dalla toga, a foggia di sacrificante. Si tratta di una delle
migliori statue ercolanesi. Il panneggio è trattato bene.
SEDIE PLICATILI[266]
La prima, inv. n°. 73152,
aveva lati d’avorio adorni di festoni. La seconda, inv. n°. 73153, presenta
dimensioni più contenuta rispetto alla precedente.
Statua
di L. Mammio Massimo (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte: http://www.ercolano.unina.it/
Statua
di M. Calatorio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte:
Fonte: http://www.ercolano.unina.it/
Statua
muliebre n°. 5599 (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte: http://www.ercolano.unina.it/
Statua
muliebre n°. 5609 (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Statua
muliebre n°. 5612 (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte:
http://www.ercolano.unina.it/
Statua
di Tiberio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fonte: http://www.ercolano.unina.it/
Raffigurazione di Sedia Plicatile

Fonte: http://www.ercolano.unina.it/
LE
STATUE EQUESTRI
STATUE MARMOREE
Le due statue equestri
marmoree di M. Nonio Balbo che ornavano l’antico teatro furono rinvenute nel
1746 insieme con una statua equestre di bronzo frammentaria dello stesso
personaggio corredata d’iscrizione e altre due statue colossali marmoree (una
maschile e una femminile) recentemente ritrovate da Mario Pagano[267] in completo stato di
oblio e abbandono nel cortile settentrionale del Museo Archeologico Nazionale
di Napoli e ora vanto della stessa istituzione, nell’atrio della quale possono essere
ammirate.
L’area del ritrovamento è
stata oggetto di controversie e lunghi e accesi dibattiti: identificata dal
primo scopritore, il de Alcubierre, nell’area da questi ritenuta essere il
foro, venne diversamente interpretata dai successivi studiosi; il sempre
preciso e accurato Weber, che però entrò in servizio negli scavi solo nel 1750,
nella sua pianta del 1763 e in una successiva relazione, colloca il
ritrovamento delle due statue equestri nell’area dietro il porticus post scaenam del teatro, quindi nella terrazza inferiore;
il Cochin e il Bellicard, che visitarono i cunicoli di Ercolano nel 1750, e
risultano ben informati, collocano invece il punto di rinvenimento nell’area
della piazza porticata detta Basilica, sita all’incrocio del 3° cardine col
decumano massimo, dove sono visibili numerosi basi di statue equestri; un’altra
ipotesi avanzata proponeva che esse provenissero da un sito intermedio, e cioè
dall’area che La Vega ritenne essere il foro; il Pagano, infine, valorizzando
per la prima volta la pianta del Weber, ha preferito l’opinione dello svizzero,
che ebbe a disposizione la maggior parte della precedente documentazione sugli
scavi; e questa fu l’ipotesi comunemente accettata e dominante in letteratura
e, in generale, negli studi storici e archeologici su Ercolano finché
un’inedita relazione del 23 di Maggio del 1746[268] non intervenne a rimestare
le carte in tavola e stravolgere le cognizioni ormai ben consolidate degli
studiosi inducendo a cambiare opinione e a dare ragione a Cochin e Bellicard. La
relazione pone il ritrovamento della prima statua equestre a più di 175 metri
circa di distanza, ovvero (secondo l’unità di misura dell’epoca) <<90
tese[269] dietro la casa del
controllore nelle masserie, e nei paraggi di dove si scoprì il Teatro
Antico.>> sulla base dei seguenti dati e argomenti: da una notizia di La
Vega[270] si ricava che il pozzo
del controllore (ufficiale contabile) non è altro che quello del Nocerino da
cui partirono gli scavi sulla scena del teatro, e che una galleria collegava
direttamente questo con la Basilica sicché, sulla base della distanza indicata,
il luogo di ritrovamento non può che essere altrimenti che nell’ambito della
grande piazza porticata; inoltre, risulta quasi certo che le due distanze
equestri in marmo fossero collocate, l’una di fianco all’altra, sulle due basi
ora visibili di fronte all’ingresso principale della sede degli Augustali, giacché
esse sembrano essere le uniche preesistenti alla costruzione, nel 49 d. C.,
della grande piazza, presentando un orientamento divergente; del resto, è certo
che in questi anni si scavava ancora in quell’ambito, come indicano il
ritrovamento della dedica a Germanico il 22 di Maggio del 1745[271] e una notizia raccolta
dal La Vega che la statua equestre fu trovata presso una grotta già esplorata
negli anni precedenti[272] (proprio dal riferimento
al teatro presente nel documento del La Vega può essere nato l’equivoco del
Weber)[273].
Come abbiamo già avuto
modo di notare in precedenza, Marco Nonio Balbo, pretore e proconsole di Creta
e Cirene, fu certamente una delle personalità più eminenti di Ercolano: a ciò
sono quindi dovuti non solo gli onori del tutto eccezionali che gli furono
tributati dopo la morte, ma anche il numero singolarmente elevato di statue
erette in suo onore (almeno dieci sulla base della documentazione finora nota).
Accanto a lui furono onorati anche il padre, la madre, e la moglie (di
quest’ultima sono note tre iscrizioni), per cui nell’area urbana dovevano
esserci almeno quindici statue a dimostrare la gratitudine di singoli, città e
intere comunità al nostro personaggio e alla sua famiglia. Questa messe di
onorificenze ci è nota soprattutto dai titoli epigrafici, taluni venuti alla
luce già nel Seicento e noti solo da apografi, altri estratti nel corso degli
scavi di età bornonica ma che, non essendo segnalati nelle relazioni di scavo
del tempo, risultano ugualmente privati di ogni seppur vago elemento di
contesto. A prescindere da questa documentazione ormai irrimediabilmente
compromessa, i due soli monumenti che furono trovati integri nel Settecento,
una statua equestre e una statua togata, risultano attualmente, sebbene per
motivi diversi, essi pure compromessi. La statua equestre che si ergeva
nell’atrio del palazzo di Portici, circondata da una ringhiera e schermata da vetri
e sorvegliata continuamente. Era uno dei maggiori vanti della collezione del re
e tra le più descritte e ammirate dai viaggiatori dell’epoca, ma venne
disgraziatamente colpita da una cannonata durante la rivoluzione napoletana del
1799 che ne mandò in frantumi il volto. Il restauto, o meglio la nuova testa
eseguita dal Brunelli che ne trasse, a quanto tràdito, il modello ricomponendo
i frammenti della testa originaria, è sempre parsa agli studiosi dubbia
soprattutto perchè restituisce del personaggio un’immagine molto (troppo)
giovanile.
Anche
l’identificazione tradizionale della statua togata con quella conservata al
Museo Nazionale (inv. n. 6246) è stata respinta dagli studi recenti senza
tuttavia che il monumento e la documentazione settecentesca relativa fossero
sottoposti a un accurato vaglio critico. Questa assenza di dati accreditabili
sulla iconografia del personaggio è stata infine superata dalla bella scoperta
del Maiuri del monumento suburbano di M. Nonio Balbo, la celebre statua
loricata[274],
di cui venne recuperata, in quell’occasione, solo la testa con la base e l’ara
antistante recante inciso il decreto onorario (successivamente furono rinvenuti
il torso loricato e parte della iscrizione dedicatoria).
Da
sx verso dx: Statua togata con ritratto di Balbo Padre, Napoli, Museo
Archeologico Nazionale; Statua togata con ritratto non pertinente presunto
Balbo figlio, Napoli, Museo Archeologico Nazionale; Statua femminile di
Viciria, Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Testa
della statua loricata di M. Nonio Balbo (Ercolano, Scavi) confrontata con
particolare della testa della statua togata dello stesso (Napoli, Museo
Archeologico Nazionale).

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Statua
equestre di M. Nonio Balbo, Napoli, Museo Nazionale.

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Statua
loricata di M. Nonio Balbo

Fonte:
M. Cadario: “Statua Loricata di M.
Nonio Balbo” in E. La Rocca, Claudio Parisi Presicce e Annalisa Lo Monaco: “Ritratti del Potere” (Roma, 2011).
Benchè non sia scopo
della presente ricerca non è quello di descrivere gli altri monumenti, anche se
appartenenti a Balbo, ritrovati all’infuori del contesto del teatro, tuttavia,
per poter riesaminare il resto della documentazione settecentesca inerente le
statue equestri del teatro, una serie di dati essenziali proviene proprio dal
monumento suburbano di Balbo, sicchè d’uopo si pone il descrivere primamente la
statua nelle sue generalità.
La quale, fu rinvenuta,
come detto, in due circostanze diverse: la testa, insieme al piede sinistro e
al sostegno, fu trovata nel 1942 nello scavo della terrazza di fianco alle Terme
Suburbane, mentre la parte sinistra del corpo fu scoperta nel 1981 durante lo
scavo della spiaggia sottostante. Si conservano la base con il sostegno e parte
dei piedi, il ritratto, lo spallaccio destro con il braccio, parte della gamba
destra e quasi tutta la metà sinistra del corpo, eccetto la gamba sotto il
ginocchio Marmo bianco insulare per la testa, marmo pentelico per il corpo (h.
2,35 m; testa 0,35 m). Trattasi, come detto, di statua loricata di M. Nonio
Balbo, che fu patrono di Ercolano, tribuno della plebe fedele a Ottaviano nel
32 a.C., poi pretore e infine proconsole di Creta e Cirene negli anni 20 a.C.
Balbo, raffigurato con la gamba sinistra immobile e la destra scartata di lato,
indossa la tunica, la corazza anatomica “nuda”, dalla muscolatura ben
evidenziata, con tre file di lambrecchini (pteryges)
pendenti dal bordo inferiore: quella superiore è formata da placchette semicircolari
ornate da protomi leonine, quelle inferiori, sovrapposte tra loro, sono costituite
da placchette a linguetta decorate da eleganti motivi lanceolati e palmette.
Gli spallacci, di forma poligonale, presentano al centro una testa giovanile e
imberbe di Ercole avvolta nella pelle di leone (leonté) annodata sul collo. Il mantello è appoggiato in forma di
rotolo (Schulterbausch) sulla spalla
sinistra, da cui ricade lungo la schiena per avvolgersi intorno al braccio sinistro
piegato in avanti. Di fianco alla gamba portante si riconosce un sostegno a
forma di tronco d’albero; i piedi sono nudi e il braccio destro è sollevato. La
parte posteriore è lavorata con cura in previsione della collocazione in
un’area aperta. Il ritratto mostra un uomo maturo, con la fronte segnata da rughe
e una leggera calvizie; la bocca è piccola e serrata e gli occhi sono molto grandi
e con le sopracciglia arcuate. La statua si inserisce nel quadro degli onori
funebri di Balbo e gli fu dedicata verso la fine dell’età augustea dal suo liberto
M. Nonio Volusiano nella terrazza suburbana da cui si accedeva a Ercolano dal
mare; la base fu eretta alle spalle dell’ara dove erano ospitate le ceneri di
Balbo ed era affisso l’elenco dei suoi onori postumi pubblici. Sia la statua sia
l’iscrizione erano rivolti verso il mare, ossia verso chi entrava in città, al
quale si rivolgeva quindi anche il gesto enfatico (forse di saluto) del braccio
destro di Balbo. Non credo che si possa distinguere la datazione del loricato
da quella dell’ara, come è stato proposto da I. Laube: non lo consentono i dati
archeologici del contesto e l’evoluzione stessa del ritratto di Balbo che negli
anni 20 a.C. era molto più esuberante, come dimostrano le copie settecentesche
in biscuits delle statue equestri. L’età
apparentemente più giovane del volto del loricato rispetto alle statue più “mature”
in toga e in nudità eroica è frutto semmai di una idealizzazione postuma,
ottenuta mediante l’attenuazione della calvizie, la scomparsa dei solchi
naso-labiali e la grandezza degli occhi. Con la datazione successiva alla morte
sono congruenti anche il dettaglio dei piedi nudi, che in una statua loricata
era un forte segno di eroizzazione (cfr. Augusto di Prima Porta), le dimensioni
superiori al vero e la particolarità del taglio regolare di uno spicchio della
fronte del ritratto, spiegabile con la necessità di porvi una corona durante le
processioni che si tenevano in onore di Balbo (i Parentalia). Nell’insieme la statua presenta quindi un’immagine
“eroizzata” di Balbo coerente con quella delineata dagli onori funebri conferitigli
dai suoi concittadini. Il tipo statuario (tipo “Butrinto”) si inserisce nel consapevole
recupero di schemi tardoclassici che caratterizza i loricati augustei e che è
confermato anche dalla statua di culto di Marte Ultore e dai ritratti a essa
ispirati, come quello di M. Olconio Rufo a Pompei. Statue e stele funerarie
attiche di IV sec. a.C. (cfr. il loricato di Agios Demetrios) indossano infatti
lo stesso tipo di corazza (cfr. gli stessi rari spallacci “poligonali”) e
dipendevano a loro volta da monumenti pubblici, verosimilmente ateniesi. È
possibile che nella scelta augustea di un modello ateniese classico per
celebrare la vittoria aziaca agissero anche motivazioni ideologiche, come la
volontà di distaccarsi dalla statua loricata del sovrano ellenistico e insieme
l’opportunità di approfondire il confronto tra Roma e l’Atene classica, utile
anche per trasformare Azio in una nuova Salamina. In ogni caso la matrice
attica trova una conferma anche nell’origine ateniese di Sosicle, lo scultore che
ha firmato uno dei loricati eponimi del gruppo. Inoltre l’uso di un modello
neoattico per una statua di Balbo ritorna anche nelle due statue equestri
loricate in marmo dedicategli da Nocerini ed Ercolanesi: la corazza anatomica nuda,
priva di lambrecchini e spallacci, è infatti un unicum nelle statue equestri e comportava a sua volta la rinuncia
al più diffuso modello ellenistico a favore della tradizione tardoclassica,
come risulta di nuovo dal confronto con i cavalieri scolpiti nei rilievi ateniesi
di IV sec. a.C. Al tipo “Butrinto” appartengono diverse statue loricate di età
augustea: in Grecia la statua di Dyme, quelle di Agrippa e Augusto decoranti il
frontescena del teatro di Butrinto, quella di Herakleia/Bitolj e forse anche il
loricato di Salonicco, come suggerisce la presenza nella decorazione della
corazza di Vittorie arcaizzanti con aplustre (elemento decorativo della poppa
della nave) come attributo (sono invece adrianee le statue di Atene ed
Epidauro); in Italia la statua di Balbo, quella di Grenoble di provenienza
italiana e una statua frammentaria di Brindisi, forse un po’ più tarda. Al
gruppo è vicina anche un’altra statua augustea, oggi a Copenaghen (Ny
Carlsberg, inv. 712-713), ma proveniente dal mercato antiquario romano e raffigurante
verosimilmente Augusto oppure Agrippa, come suggeriscono la resa e la rara
decorazione delle pteryges
(lambrecchini) inferiori, con prigionieri gallici e motivi marini. Infine anche
il Germanico di Amelia (cat. 3.5) presenta una simile disposizione delle pteryges. La scelta di onorare Balbo con
questo tipo di loricato, attesta quindi, come per il ritratto pompeiano di M.
Olconio Rufo, la rapidità della ricezione dei modelli Urbani in ambito
municipale. Il prestigio del tipo “Butrinto” doveva nascere proprio dal suo uso
nella celebrazione delle vittorie augustee e in particolare per ritrarre
personaggi illustri, come Augusto e Agrippa. Nella statua di Balbo, come in
quelle di Dyme, Butrinto, Bitolj e Grenoble, l’unica decorazione è la testa del
giovane Ercole sugli spallacci, che doveva essere presente già nel comune
modello Urbano (e infatti compare anche nella statua di Salonicco). La stessa
decorazione si trovava anche negli spallaci dei loricati di IV-III sec. a.C.,
come indica il confronto con uno spallaccio di Dodona, identico a quelli del
tipo “Butrinto” per la forma poligonale e il soggetto raffigurato. L’immagine dell’eroe
imberbe con la leonté (pelle di
leone) allacciata evoca quella analoga di Alessandro e la sua scelta in età
augustea potrebbe essere legata alla volontà di Augusto di emulare il re
macedone, forte soprattutto negli anni postaziaci. Essa si adattava però anche
al contesto ercolanese, visto che il richiamo all’eroe fondatore della città era
perfetto per Balbo, il patrono locale che era stato come un padre (parens) per i concittadini, come
scriveva l’iscrizione pubblica posta sull’ara. Se la coerenza del complesso
monumentale della terrazza ha fatto cercare un modello ideologico a Roma e in
particolare nel cenotafio/mnema di Agrippa
nel Campo Marzio, l’ipotesi è valida anche per la statua loricata, che mostra
un’analoga capacità di adattare al contesto (e all’onorato) locale gli esempi
provenienti da Roma.
Descritta nel dettaglio
l’opera, passiamo adesso ad inferire alcune considerazioni sulla statua
equestre proveniente dal teatro. Innanzitutto dalla statua loricata di Balbo
deriviamo il primo e unico ritratto sicuro di Marco Nonio Balbo, in secondo
luogo dal decreto onorario apprendiamo che tra gli onori tributaturi post mortem, è compresa per l’appunto
l’erezione di una statua equestre: abbiamo pertanto almeno un elemento di
cronologia relativa, per cui la statua equestre ricordata nell’iscrizione sarà
certo l’ultima di quante gli furono dedicate. Ancora: sebbene la formula
dedicatoria previst dal decreto (<<M.
Nonio Men. Balbo pr. procos. patrono universus ordo populi Herculaniessis ob
merita eius>>) sia ben differente dalla iscrizione che accompagna la
statua equestre (<<M. Nonio M. f. / Balbo Pr. Pro.cos. / Herculanenses>>), il Maiuri non
esitava a ritenere che l’opera fosse la stessa rinvenuta negli scavi borbonici:
ancora più sospetto gli sembrava quindi il restauro brunelliano della testa.
Tuttavia, l’aspetto giovanile che conferisce al personaggio il restauro
brunelliano è confermato da alcune descrizioni e riproduzioni della statua
anteriori al 1799. Così il Lalande e il Cochin, che ne fanno una descrizione dettagliata
precisando che M. Nonio Balbo è raffigurato come un giovane uomo. Stesso
discorso vale per un disegno del Gori, estremamente fedele nei dettagli
antiquari: dalla forma della corazza, di cui sono indicate anche le cerniere
che tengono unite le due metà, al doppio cingulum
intorno alla vita, alla forma particolare della tunica aperta sul fianco in
uno spacco alle cui estremità è applicato un dischetto. La notevole precisione
in questi particolari rende meno scettici sulla fedeltà del ritratto, che
restituisce un volto dai tratti ancora giovanili, cui però una serie di righe
sulla fronte e lo sguardo contrito conferiscono una espressione in netto
contrasto con la fiacca immagine riprodotta dal Cochin. La storia di questo
disegno e delle correzioni ad esso apportate prima della stampa si può seguire
attraverso la corrispondenza raccolta dal Gori Possiamo quindi sentirci
abbastanza sicuri della fedeltà di questa riproduzione, corroborata anche dalla
tavola raffigurante le due statue equestri pubblicata dal Saint-Non. Esiste
tuttavia un’altra fonte documentaria che ha a mio avviso una notevole
importanza: si tratta delle riproduzioni delle due statue equestri eseguite dalla
Real Fabbrica della Porcellana. I biscuits
vengono datati agli anni intorno al 1780, quando direttore della fabbrica era
D. Venuti e primo modellatore F. Tagliolini. Mggiore precisione circa l’anno di
esecuzione non è possibile perchè mancano negli atti della Real Fabbrica
riferimenti puntuali a queste opere: di sicuro sappiamo comunque che essere
erano in produzione dal 1796 (ma non sappiamo se essi furono modellati già nel 1781
quando il Venuti, unitamente a due esperti della Real Fabbrica, si portò in
quel di Portici per modellare in Creta in quel Museo le statue più interessanti
di Ercolano).
Copia
in biscuit delle statue di Balbo
Padre e Figlio, Napoli, Museo di Capodimonte.

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Disegno
della statua di M. Nonio Balbo (Cochin e Bellicard, 1757).

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
In
alto disegni delle statua di M. Nonio Balbo ad opera del Gori (1748); in basso disegni
delle statue equestri dei Balbi realizzato Saint-Non (1782).

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Siamo comunque in
presenza di copie che, per il fatto stesso di essere le uniche autorizzate,
avranno già maggiori probbilità di fedeltà al modello. Se infatti le
confrontiamo con gli originali, a parte alcuni abbellimenti (come il pesante
supporto inferiore sostituito con uno snello tronco di albero, la coda del
cavallo che scende più ricca e libera, la testa che appare più corta) i
dettagli dell’abbigliamento sono riprodotti con notevole precisione. Naturalmente
quello che ci interessa verificare è il grado di fedeltà nella resa delle
fisionomie. Ora il confronto tra la testa della statua, all’epoca restaurata
come M. Nonio Balbo padre, e la copia in biscuit
dimostra come quest’ultima, pur frutto di una sensibilità diversa, che
tempera e sfuma, e, al tempo stesso, svuota di vigore il ritratto antico, sia
nella sostanza fedele al modello.
Particolare
della statua equestre di Nonio Balbo, Napoli, Museo Archeologico Nazionale; e
particolare della copia in biscuit,
Napoli, Museo di Capodimonte.

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Appare pertanto del tutto
legittimo supporre che anche la testa dell’altro biscuit sia nella sostanza aderente al ritratto antico. Se la
osserviamo da vicino vediamo che il volto ci si presenta come quello di un uomo
ancora giovane, cui però le righe sulla fronte (certo meno accentuate rispetto
al ritratto originario, perchè anche qui avrà influito quel levigamento
riscontrato per l’immagine del padre) conferiscono un’espressione ferma e
volitiva quale era già offerta dal disegno del Gori. Vi è quindi uno stretto
legame tra questi due documenti che si distaccano dall’immagine quasi infantile
restiuita dal Bellicard e dimostrano come la testa eseguita dal Brunelli non
fosse poi troppo lontana dal vero. Pur se irrimediabilmente perduti anche nella
copia in biscuit i caratteri formali
del ritratto antico, abbiamo la possibilità di proporre alcune nuove osservazioni
che vanno al di là della caratterizzazione dell’età del personaggio, già
documentabile attraverso le descrizioni e le riproduzioni grafiche. Il dato
principale da sottolineare è la disposizione dei capelli portati lateralmente
sulla fronte che formano un ricciolo sul parietale destro. Una disposizione
analoga presentano i ritratti di Virgilio, il cui archetipo risalirebbe
all’epoca dell’ultimo viaggio del poeta in Atene poco prima della morte (nel 19
a. C.), i ritratti di Juba ii
databili intorno al 20 a. C. all’epoca del matrimonio con Cleopatra Selene, e
quelli di Agrippa che si raccolgono intorno alla bella testa del Louvre, per i
quali s’è proposta una datazione all’epoca del matrimonio con Giulia nel 21 a.
C. È probabile del resto che lo scultore abbia tenuto presente anche i ritratti
contemporanei di Augusto, come accade per tanta parte della ritrattistica
privata di quest’epoca: elementi di confronto si possono proporre non tanto con
il ritratto tipo Azio, che presenta una frangia molto più articolata, quanto
piuttosto con il tipo Forbes. Tra i ritratti di privati di questo periodo,
particolarmente vicina alla testina del biscuit
sembra una testa del Museo delle Terme in Roma.
Testa
di personaggio romano proveniente dalla necropoli presso Santa Susanna (Roma,
Museo Nazionale Romano).

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
Forse non siamo lontani
dal vero se immaginiamo che il ritratto originario della statua equestre di Balbo
fosse formalmente, oltre che i particolari della pettinatura, vicino a
quest’opera. L’analisi del biscuit
non può dirci di più: essa, in sintesi, conferma che la statua equestre
rappresentava Marco Nonio Balbo ancora giovane e che l’opera va inquadrata
negli anni intorno al 20 a. C.. Mentre il secondo andrà confrontato con il
resto della evidenza monumentale di cui disponiamo, il primo porta a escludere
che la statua ricordata nel decreto onorario corrisponda a quelle venute alla
luce negli scavi borbonici. Da scartare è anche l’ipotesi che la statua
menzionata nel decreto onorario possa identificarsi con la seconda statua
equestre ritrovata acefala nel Settecento, erroneamente completata con copia
della testa della statua equestre attribuita al padre, che era stata già dal
Mommsen collegata con l’iscrizione del tutto identica come formulazione
dedicata dai Nocerini[275]. Queste due statue
equestri, assolutamente identiche, furono quindi con ogni verosimiglianza
commissionate contemporaneamente dagli Ercolanesi e dai Nocerini all’epoca
stessa del proconsolato in Creta e Cirene, quando cioè M. Nonio Balbo avrà
avuto intorno ai 35 anni (e la cronologia alta di questi monumenti è un altro
elemento a favore della identificazione del nostro personaggio con M. Nonio
tribuno della plebe nel 32 a. C.). La datazione augustea dell’opera si poteva
del resto già proporre con un’analisi più accurata dell’anatomia dei cavalli e
della corazza. La lunga criniera che ricopre come un manto compatto il collo
del cavallo non presenta certo quel gioco cromatico che ci si aspetterebbe in
epoca flavia. Le ciocche si dispongono in morbide costolature appena segnate da
sottili incisioni.
Da
sx verso dx, dall’alto in basso: rifacimento della testa della statua equestre
di Balbo Figlio ad opera del Brunelli; particolare della copia in biscuit della statua equestre di Balbo
Figlio (Napoli, Museo di Capodimonte); particolare della statua equestre di
Balbo Figlio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale); e particolare della statua
equestre di Balbo Figlio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

Fonte:
S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
La stessa tecnica di
lavorazione si riscontra, per restare nella stessa Ercolano, in alcune sculture
della Villa dei Papiri che il Pandermalis data in epoca proto-augustea[276], anche se non mi pare
corretto segnalare questa morbida e fluente criniera come primo esempio di un
gusto prettamente romano, dato che i precedenti si possono ravvisare già nei
cavalli della quadriga del Mausoleo di Alicarnasso. La corazza si
apparenta un tipo metallico chiaramente
derivato da modelli ellenistici, probabilmente più abbigliamento da campagna
che da parata, per il quale non vi sono confronti tra le altre statue equestri
ellenistiche e romane. Insolito è anche il tipo di tunica aperta sul fianco,
per il quale i soli paralleli a me noti sono un guerriero del reilievo di Paolo
Emilio in elfi e la statua equestre di Marco Aurelio.
Altri due problemi
relativi a queste statue meritano un riesame: la data e il luogo di
rinvenimento. Merito dell’Allroggen-Bedel è stato di aver rintracciato in un
manoscritto inedito del de Alcubierre la data del rinvenimento delle due opere:
il 7 e il 10 di Giugno del 1746 si trovò la statua acefala e il 3 di Agosto
dello stesso anno l’altra, di cui in data 11 dello stesso mese si rinvenne
anche l’iscrizione relativa. Per quanto riguarda l’ubicazione delle due statue
equestri, è dubbia l’ipotesi della provenienza dalla zona del teatro: il Maiuri
e l’Allroggen-Bedel, sia pure con diverse motivazioni, ritengono che le due
statue fossero collocate nel vestibolo della cosiddetta basilica, e un dato dirimente
a questo proposito proviene da una pianta inedita conservata nell’Archivio di
Stato di Napoli: redatta da Pierre Bardet de Villenueve, che era subentrato al
de Alcubierre nella direzione degli scavi a partire dal 22 di Luglio del 1741,
è datata al 7 di Luglio del 1743 e dimostra quindi l’estensione dell’area
esplorata fino a quel momento. All’epoca lo scavo della Basilica era completato
e la “Explication” in cui si
segnalano le sculture rinvenute e indicate sulla pianta esclude ovviamente le
due statue equestri dei Balbi che, come abbiamo visto, saranno rinvenute solo
tre anni più tardi. Va del resto dato il giusto rilievo alle indicazioni
topografiche, sia pur vaghe, che tornano a varie riprese nei diari dell’epoca.
Innanzitutto dai documenti conservati nell’Archivio di Stato di Napoli si
evince che nel 1746 viene alla luce a breve distanza di tempo un numero
considerevole di sculture: tra queste figurava anche una terza statua equestre,
questa volta però in bronzo, di M. Nonio Balbo. È evidente quindi che si
stavano conducendo richerche in un’altra importante area pubblica pari al teatro
e alla Basilica per quantità di sculture rinvenute. L’ubicazione dell’area di
scavo è molto vaga nei documenti di quest’epoca, ma più precise indicaizoni si
trovano nelle relazioni del 1762, quando si decise di riprendere l’esplorazione
di questa zona. Infatti il 23 di Ottobre del 1762 viene data la notizia di un ‘grotta’
che dal teatro <<se dirije hàcia el foro ò plaza del caballo de
marmol>>[277] mentre in data 30 di
Ottobre si precisa che si va proseguendo la ‘grotta’ <<para ir al caballo
de marmol donde no hay casas>>[278]. Ancora: in data 8 di
Gennaio del 1763 apprendiamo che accanto a questa ‘grotta’ ne viene aperta
un’altra <<allì immediata siguiendo una muralla en la misma plaza del
caballo.>>[279]. Lo scavo viene
continuato senza tuttavia risultati importanti fino al 9 di Luglio, quando la
scoperta di un’altra statua equestre di bronzo nell summa cavea rende necessario <<suspender las otras grutas que
ivan à la parte de la plaza del caballo de marmol.>>[280]. Se ha quindi ragione il
Maiuri ad affermare che le aree aperte ricordate nel 1743 e nel 1756 si riferiscono
rispettivamente alla cd. basilica e alla palestra[281], mi pare che anche le
indicazioni fornite tra il 1746 e il 1762 abbiano un certo valore topografico.
Esse sono inoltre suffragate dalla pianta del La Vega, che colloca appunto a
est del teatro l’area del foro. Nella stessa area è ubicato l’unico tempio
finora noto. Va del resto ricordato che di numerosi edifici pubblici, sacri e
civili di Ercolano nulla è venuto ancora alla luce: di questi taluni, come la basilica,
la mensa ponderatia e il macellum, ci sono noti da iscrizioni.
Affermare quindi che il decumanus maximus
abbia avuto la funzione di foro, senza prima conoscere meglio la topografia
della città (certo sviati dal modello di Neapolis)
e senza verificare per questa area se tale funzione commerciale non possa essersi
qui sviluppata in un secondo tempo, in maniera analoga a Pompei, dove si
assiste a un decentramento dell’attività commerciale che dal foro si sposta in
via dell’Abbondanza, mi sembra che urti contro una serie di evidenze contrarie.
In conclusione, gli elementi raccolti sembrano confermare l’ubicazione del foro
proposta dal La Vega. Che qui fosse anche collocata la statua equestre di Marco
Nonio Balbo ricordata dal decreto onorario non è possibile dirlo: tuttavia da
una parte numerosi altri titoli epigrafici indicano che con celeber locus viene generalmente
indicato il foro; dall’altra, sebbene si ignori a chi fossero erette le sette
statue equestri rinvenute nel vestibolo della basilica, il frammento di
iscrizione dedictoria a Marco Nonio Balbo che è stato trovato in quest’area non
corrisponde neanch’esso alla formula prevista nel decreto onorario. Passando
ora alla statua togata di Marco Nonio Balbo, essa fa parte, come è noto, di una
sorta di galleria di famiglia in cui sono presenti anche le statue del padre e
della madre. È merito dell’Allroggen-Bedel aver dimostrato la collocazione di
questo gruppo nell’edificio della 7a insula nell’angolo tra il 3°
cardo e il decumano massimo: un riesame della documentazione settecentesca e
una pianta nuova dell’edificio consentono tuttavia delle osservazioni
ulteriori. Dalle relazioni del de Alcubierre apprendiamo infatti che in data 21
Maggio 1739 fu rinvenuta <<una estatua de màrmol consular màs de 7 palmos
alta, cuya caveza y manos son de perfectisima construction y al pié de esta
estatua estava la inscription siguiente en una piedra de màrmol: M Nonio M F Malb / Pr Pro Cos / D D.>>[282]. Questa statua e un’altra
non identificata rinvenuta il giorno 23 Maggio erano collocate davanti a una
parete <<donde estan las columnas de fabrica de diez en diez palmos>>[283] nei pressi della quale vi
erano <<algunas palabras de la inscription>>[284]. Come ha notato
l’Allroggen-Bedel, le colonne addossate ai lati lunghi dell’edificio citato si
trovano a una distanza di m. 2,65 che corrisponde perfettamente alla misura
data dal de Alcubierre.
Per quanto riguarda il
problema dell’identificazione delle statue del padre e del figlio, avvertiamo
che l’accostamento della statua del padre con la statua n°. 6167 conservata nel
Museo Archeologico Nazionale di Napoli non è mai stata messa in discussione
nonostante l’incongruenza del suo aspetto senile rispetto alla sembianza
giovanile descritta dal de Alcubierre. Per quanto riguarda invece la statua del
figlio, l’identificazione con la statua conservata al n°. 6346 del Museo
Archeologico Nazionale di Napoli è stata messa in dubbio sia dal Maiuri, che
ritiene la testa non solo non pertinente ma <<una delle meno felici teste
che restano uscite dalle officine asai più abili degli scultori della corte
borbonica>>[285], sia
dall’Allroggen-Bedel[286], che esclude che la
statua corrisponda a quella descritta dal de Alcubierre[287]. Che tuttavia queste
siano le due statue del gruppo lo dimostrano i rami inediti preparati per la
sezione dedicata alle delle sculture in marmo del volume “Le Antichità di Ercolano Esposte” di T. Piroli[288]. Possiamo dunque
accettare questa collocazione delle due statue all’interno del gruppo? Il
problema era già presente al Mommsen, il quale pensò di risolvere il problema
ipotizzando che la statua del padre fosse stata ritrovata insieme con
l’iscrizione del figlio e viceversa[289]. Queste identificazioni,
proposte come abbiamo visto già nel Settecento, hanno dalla loro, oltre a una
indiscutibile verisimiglianza iconografica, anche il silenzio nelle relazioni
di scavo dell’epoca, circa l’aspetto della statua del Proconsole. Esiste
tuttavia una lettera di R. Venuti al Gori datata nel 6 di Giugno del 1739
(allorchè, si badi bene, era nota solo la statua del proconsole) in cui egli
comunica questo rinvenimento precisando che <<sotto una bellissima statua
di vecchio togato leggesi la seguente iscrizione: M Nonio M F Balb / Pr Pro Cos / D D>>[290]. Si comprende quindi
come il Mommsen, che conosceva questa fonte ma non la situazione totografica,
fosse portato a concludere che le statue fossero state trovate con le
iscrizioni invertite. Sapendo oggi che le statue erano collocate su pareti
notevolmente distanti tra loro, questa possibilità è del tutto da scartare e
non resta che sottolineare la singolare coincidenza tra la notizia del de
Alcubierre (statua del padre con sembiante di giovane uomo) e quella del Venuti
(statua del proconsole descritta come di vecchio togato). L’unica possibile
spiegazione è che all’epoca del rinvenimento della seconda statua e di fronte a
un’evidenza che apparve sconcertante, si decise di operare uno scambio tra le
due statue per ripristinare così una normalità iconografica. Sulla base di
quanto detto possiamo quindi concludere che la statua del proconsole sia la
numero 6167 del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Un raffronto
iconografico con la testa della statua del monumento suburbano conferma, a mio
avviso, questa identificazione. Comuni alle due immagini sono il contorno
triangolare del viso, l’ampia fronte, l’attaccatura del naso marcata da una
ruga profonda, la zona labio-mentale con la bocca larga e il mento separato da
ampia depressione. Nella veduta di profilo, risulta analoga la disposizione dei
capelli con varie bande sovrapposte sulla nuca e punte rivolte lateralmente e
con la basetta resa in ambedue i casi a mo’ di corto ciuffo girato verso la
guancia. Certamente tra le due opere c’è uno scarto cronologico reso evidente
dalla marcata calvizie della statua togata, ma anche una diversa concezione
formale. Romana nella concezione ed eseguita in Roma stessa, come ha di recente
dimostrato lo Zanker[291], è la statua togata;
mentre la morbidezza del modellato e una certa astrazione dello sguardo
suggeriscono per la testa suburbana l’opera di uno scultore orientale, come di
quelli già attestati operanti in Pozzuoli. La datazione tardo-augustea della
statua concorda sia con la cronologia proposta per il monumento equestre (se
intorno al 20 a. C. M. Nonio Balbo aveva circa 35 anni, la sua immagine, a
distanza di 30 anni, è quella che ci viene restituita dalla statua togata) sia
dall’analisi della toga, che appare ancora nella tradizione di quella dei
personaggi dell’Ara Pacis. Coeve sono
naturalmente anche le statue dei genitori. Nell’immagine della madre Viciria
l’acconciatura dei capelli a scriminatura centrale e con la crocchia alta sulla
nuca, bene evidente al di sotto della palla,
ricorda la disposizione del tutto analoga che presenta il ritratto di Antonia
Maggiore nella processione dell’Ara Pacis[292]. Analoga disposizione
presenta anche la figura femminile del gruppo di Cartoceto, nonchè una statua
in bronzo proveniente da Ercolano stessa[293]. Tra i ritratti di
questa epoca particolarmente vicina per l’espressione di fermezza matronale e
la resa molle dei piani facciali è un ritratto di Ginevra e il ritratto fissato
s’una stele del British Museum[294]. Per quanto invece
riguarda il tipo statuario adottato esso è chiaramente derivato non già da
modelli del 4° secolo a. C., ma da tipi del tardo ellenismo, per i quali la
statua di Cleopatra in Delo offre un sicuro termine cronologico[295]. Il tipo, frequente
anche sulle steli funerarie di ambiente dell’Asia Minore, dove torna anche in
epoca molto più tarda, appare invece rapidamente abbandonato per statue
icononiche in Ercolano e Pompei a favore dei modelli più classici imposti dal
gusto augusteo[296]. Per quanto riguarda la
terza statua del gruppo resta il dato sconcertante dell’aspetto giovanile del
personaggio. I gruppi familiari ai quali siamo avvezzi da tante steli funerarie
manifestano sempre nelle fisionomie i rapporti di età dei vari membri del
gruppo.Un ritratto così giovanile del padre è inammissibile accanto
all’immagine di Viciria e del figlio. Osservando da vicino la testa, appare infatti
difficile affermare che essa sia real,mente pertinente al torso: lungo
l’attaccamento anteriore si distingue un grosso margine di stucco, che nell
veduta del profilo sinistro comprta un posticcio innalzamento del bordo
originario della toga che poi s’interrompe bruscamente sul lato posteriore.
Questi elementi e la evidente sproporzione tra il capo, che appare piccolo, e
le spalle massicce, fanno escludere la pertinenza della testa al corpo.
Nell’analizzare i dati di scavo abbiamo visto che questo gruppo di statue,
collocale una accanto all’altra, fu recuperato in frammenti, e nemmeno
interamente, a distanza di vari giorni: ciò rende possibile che al torso di M.
Nonio Balbo padre appartenesse la testa posticcia trovata per prima e ricordata
dal de Alcubierre, che è ormai impossibile identificare. Nonostante questa
errata ricomposizione, la testa è cronologicamente vicina al gruppo dei Balbi:
essa appartiene chiaramente a quel filone della ritrattistica privata augustea
che si ispira alle immagini della casa imperante. La disposizione dei capelli è
quella che conosciamo per i ritratti di Tiberio: un modellato analogo delle
masse carnose si ritrova in altri ritratti del tempo, tra cui si può ricordare
un bel ritratto di Monaco, che tuttavia è opera di diverso livello per il
rendimento formale assai più morbido che contrasta con l’atonicità del ritratto
ercolanese. La maniera in cui si dispone la toga nella statua, con l’ampio umbo
appiattito, è strettamente analoga a quella del’Augusto di Via Labicana, per il
quale la datazione in epoca tardo-augustea o proto-tiberiana appare invero la
più probabile. Anzi, la stessa statua di Ercolano, di cronologia più sicura, è
un elemento a favore della datazione alta dell’Augusto Pontefice. Certamente le
statue del padre e del figlio provengono dallo stesso atelier: non solo
identica e al tempo stesso abbastanza rara è la posizione del braccio destro,
ma soprattutto del tutto simile è la maniera in cui vi è resa con piatte bande
verticali la manica della tunica. Per quanto riguarda il rapporto tra queste
statue e l’edificio, l’Allroggen-Bedel, basandosi sul fatto che
contemporaneamente ad esse furono trovate anche le tavole con gli albi degli Augustales, ritiene che ad essi
appartenga anche questo edificio: l’erezione delle statue dei Balbi sarebbe
pertanto collegata al finanziamento e alla costruzione dell’edificio. Questa
ipotesi mi sembra invero poco verosimile considerando che le statue dei Balbi
furono erette decreto decurionum e
non dedicate dagli Augustales, come
ci aspetteremmo se l’edificio fosse stato degli Augustales stessi e questi avessero voluto dimostrare la propai
riconoscenza. A riguardo, il de Franciscis ritiene invece che l’edificio vada
identificato con la basilica e chiama a confrotno le analogie con quella di
Pompei. Ci troveremmo quindi di fronte a una basilica di tipo orientale, poichè
l’edificio ha ingresso sul lato breve settentrionale e uno sviluppo in
lunghezza, e finora l’unica basilica in Italia con simile disposizione è quella
di Pompei, per la quale le connessioni e le influenze sul bacino orientale del
Mediterraneo sono state già poste in rilievo, in uno studio congiunto, da J. B.
Ward-Perkins e A. Boethius[297]. Sebbene lo scavo
recente non abbia portato alla luce che il lato orientale e parte di quello
meridionale, dalle evidenze finora note e dall’esame delle piante
settecentesche si possono comunque tentare delle sia pur molto provvisorie e di
carattere assolutamente preliminare e propedeutico conclusioni circa
l’interpretazione del monumento, a favore dell’identificazione del quale con la
basilica depone naturalmente anche la presenza in esso del gruppo dei Balbi: la
presenza di una sorta di galleria di famiglia costituita dai ritratti dei Balbi
vale a collegare l’opera al personaggio che l’aveva finanziata. Esempi analoghi
si possono ricordare per la basilica di Velleia e probabilmente per quella di
Formia[298];
e si ricordi che in Pompei numerosi sono i casi in cui immagini di privati
esposte in edifici pubblici sono evidentemente collegate ai loro finanziamenti
alla costruzione e/o decorazione degli stessi[299]. Rimane tuttavia da
tener presente che non abbiamo elementi di datazione precisi per l’edificio. La
tecnica edilizia impiegata (reticolto con ammorsature in laterizio) non è in
Ercolano elemento pertinente per una datazione, poichè sopravvive nella città
anche dopo il terremoto; postaugustea è invece certamente la decorazione
parietale in 4° stile, che va quindi datata da Claudio in poi: il fatto che
essa non poggi s’uno strato d’intonaco precedente porterebbe a pensare a un
rifacimento totale dell’edificio dopo il 62 d. C.: dobbiamo quindi ritenere che
le statue dei Balbi siano state ricollocate nell’edificio (e a questo punto non
meraviglia più lo smembramento del gruppo) forse accanto a quelle dei nuovi
benefattori che ne finanziarono la ricostruzione: ancor più dispiace non poter
individuare la statua che si trovava accanto a quella di M. Nonio Balbo figlio,
di cui si recuperarono anche <<algunas palabras de la inscripcion que
tenia al pié>>[300].
STATUE BRONZEE
Infine, la cavea del
teatro romano di Ercolano era ornata e sovrastata, oltre che dalle statue in
bronzo a grandezza più che naturale sopra descritte (tra di esse, la statua
offerta dai cittadini e da altri residenti al ricco liberto L. Mammiano Massimo,
il già ricordato augustale di epoca claudia, parente del fondatore del teatro,
il duovir quinquennalis L. Annio
Mammiano Rufo, vissuto sotto Augusto, il cui nome ricorre in iscrizione sui
fornici d’ingresso del teatro, assieme a quello dell’architetto P. Numisio), da
almeno sei statue equestri in bronzo dorato, fuse per ricavarne medaglioni con
l’effigie di Carlo iii di Borbone.
CONCLUSIONI
VALORE
STORICO E DATAZIONE DELLE SCULTURE
Tutta la raccolta
statuaria ercolanese, pur esprimendo tendenze artistiche chiaramente e
facilmente riconoscibili, rientra nella tradizione classicistica augustea,
protrattasi oltre l’impero di Tiberio, rinnovatasi in senso ellenistico, dopo
qualche cenno realistico in età claudia (41-54), con Nerone per una particolare
mollezza nel ritmo come nel modellato (54-68) e sopravvissuta in concorrenza
con l’indirizzo espressionistico flavio.
La matronale bellezza
accademica della Prima Ercolanese e il prospetto a tre quarti della sinuosa
Sesta rivelano un gusto legato all’antico ma anche l’esigenza romana di
utilizzare la statua nel contesto architettonico.
Per i nudi eroici,
concezione tipicamente greca che tardò ad essere accolta nel mondo figurativo
romano, se scartiamo l’ipotesi di una importazione dai centri ellenistici ad
opera di Balbo, potremmo forse considerare la provenienza da botteghe
napoletane nelle quali, pur ispirandosi a modelli classici rinnovati nel ritmo,
si continuava in età neroniana ad osservare un modellato naturalistico più
morbido[301]
ma anche più asciutto e volutamente arcaistico[302], secondo un indirizzo
magnogreco diffuso a Roma dalla scuola di Pasitele fin dall’età di Pompeo e che
molta influenza esercitò sul classicismo augusteo.
Il togato anepigrafo non
appartiene alla corrente realistica tardo-repubblicana, nonostante la nota
icastica della calvizie[303] ma possono essere
considerati nel neoclassicismo seguito ancora in età flavia[304] quando tra la tendenza
calligrafica e il realismo popolare si sceglieva per la ricerca psicologica
che, scavando nel modellato morbidamente asciutto un gioco di luci e ombre,
utilizzava i dati fisionomici per esprimere i valori interiori del personaggio[305].
I dati cronologici
emergenti da queste osservazioni stilistiche trovano riscontro nei dati
obiettivi legati alla costruzione dell’edificio, per il quale le statue furono
commissionate. Difatti il problema cronologico delle otto statue, specie per le
cinque recuperate nell’area disastrata della scena, indipendentemente dalle
valutazioni stilistiche, è ancorato a 3 date: quella della costruzione del
teatro che, in base alle strutture (solo in parte) osservabili può datarsi nell’età
augustea; quella della decorazione marmorea in età claudio-neroniana coi
restauri apportati dopo il terremoto del 62; quella del cataclisma del 79, che
arrestò ogni manifestazione artistica e la stessa vita urbana ercolanese. Non
potendo in questa prima segnalazione prendere in esame analitico i pochi dati
offerti dalle singole statue, avendo presente che sei di esse sono afflitte da
restauri (antichi o settecenteschi che siano) e/o arbitrarie integrazioni
settecentesche, ci si deve limitare a considerare per gruppi queste sculture
nel contesto di una bipartizione rispondente alla diversa finalità per cui
vennero commissionate: rappresentazione allegorica della scena e onoranze
dovute a personaggi benemeriti, cioè statue aniconiche e statue-ritratti. Dei
vari gruppi di statue, due in particolare possono esserci utile nel processo di
datazione complessivo dell’apparato scultore proveniente dal teatro di
Ercolano: il gruppo delle statue aniconiche provenienti dalla scena, quello
delle statue-ritratto provenienti dall’estremità del proscenio.
1) Delle cinque statue
appartenute alla collezione del d’Elboeuf ornanti il prospetto architettonico
della scena, importate o più probabilmente eseguite nelle botteghe eclettiche
della vicina Neapolis a 9 chilometri di distanza, sono da considerarsi più
antiche quelle in marmo bianco, ovvero Clio e Urania (rispettivamente Prima e
Sesta Ercolanese) delle quali la prima potrebbe risalire anche al periodo
augusteo; mentre i nudi eroici di Perseo, Teseo, e Diomede in marmo giallo
antico e alquanto più piccoli delle muse, sembrano essere di età neroniana.
2) Del secondo gruppo, le
tre statue onorarie scoperte nell’arcata meridionale esterna del teatro, di cui
soltanto due da collocare sulle basi rinvenute con le sole epigrafi alle
estremità del proscenio presso le πάροδοι
esprimono
caratteri chiaramente riferibili a due epoche ben distanti tra loro: la Quarta
Ercolanese, un ritratto calligrafico in marmo giallino con poche rilevate
notazioni realistiche, forse eseguito a Neapolis per essere inserito sul troco
togato di rozza esecuzione locale, può risalire al periodo claudio; mentre le
altre due in marmo bianco greco sono da datarsi agli ultimi anni di vita
ercolanese, se non addirittura agli ultimi mesi di Ercolano. Indipendentemente
dal tentativo di ricostruzione iconologica e proposografica, i ritratti postumi
delle Ercolanese Settima e Ottava appartengono come si è già avuto modo di
sottolineare alle sopravvissuta tendenza neoclassica neroniana e a quella
espressionistica, coesistenti alla fine del primo decennio dell’età flavia. Ma
uno studio analitico che tenga conto di queste sommarie indicazioni, dovute al
carattere proprio di una segnalazione globale di otto statue, da riconsiderare
anche nel contesto di tutto il patrimonio artistico ercolanese in marmo,
tuttora privo di uno studio monografico d’insieme, potrebbe certamente conseguire
risultati più soddisfacenti.
VALORE
ARTISTICO DELLE SCULTURE
L’importanza
storico-artistica delle statue ercolanesi è dovuto innanzitutto alla loro
provenienza da un unico edificio. Ciascuno dei due gruppi, togati e statue
aniconiche, è accomunato nella finalità di onorare personaggi benemeriti della
cittadinanza o di rappresentare la duplice funzione culturale assunta in
Ercolano, come a Neapolis, dal teatro. In questa varia interessante raccolta
statuaria ercolanese abbiamo una significativa testimonianza dell’attività
artistica romano-campana del primo secolo d. C. con le opposte correnti del più
severo aulico classicismo, che a Roma costituì l’elegante alternativa ufficiale
al realismo tardo-repubblicano (timidamente riaffiorante in età claudia), e
quella ellenistico-naturalistica prediletta nell’età filellenica neroniana, che
andrà arricchendosi in età flavia della ricerca psicologica fino a maturare una
nuova tendenza, specie col ritratto pubblico di ricostruzione, in concorrenza
col ritratto idealizzante calligrafico e con quello privato fisionomico, in
genere postumo e legato alla fredda maschera funebre. Anche se non mancano
esemplari interessanti per lo studio iconografico del personaggio mitico come
nella Seconda Ercolanese o per la ricostruzione del prototipo come nella Quinta
Ercolanese, tranne che per una certa originalità nell’ottima fattura
dell’Ottava Ercolanese, le sculture esaminate non rivelano alcuna particolare
genialità creativa: ci si limita a riprodurre antichi modelli adattando, con
attributi caratterizzanti e qualche opportuna variante, una stessa figura per
le immagini commissionate, come si è già osservato per la Terza e la Quinta Ercolanesi.
Qualche interesse lo
suscitano le statue sotto il profilo del gusto estetico dell’epoca: si potrebbe
ritenere che l’asciuttezza anatomica della Terza Ercolanese sia dovuta ad
arcaismo legato al personaggio rappresentato (Teseo), più che al modello che
richiamerebbe la corrente pasitelica espressa nell’Atleta di Stefano, e così
anche la ripetizione accademica ed alquanto scolastica della Seconda Ercolanese
o quella mollemente elegante della Quinta, più che differenze cronologiche
potrebbero rivelarci diversità di gusti e di botteghe operanti in età
neroniana.
I modelli tipologici non
sono riprodotti nelle forme originali dell’età classica, come l’ottima copia
del Doriforo policleteo nella Palestra sannitica di Pompei, e per tutti i nudi
eroici risulta evidente il superamento della sintassi policletea in un ritmo
più naturale come innegabile è l’influsso degli insegnamenti di Lisippo,
Scopade, e Prassitele e, forse, anche dell’indirizzo naturalistico magno-greco
per l’attenuata muscolosità circonfusa di grazia giovanile.
Nelle due statue
muliebri, per quanto fedeli ai modelli classici, si avverte già l’influsso del
gusto romano per le forme opulenti (vd. la Prima Ercolanese) e la concezione
decorativa della scultura nel contesto architettonico (vd. la Sesta
Ercolanese).
L’interesse artistico
delle statue togate continua a essere riposto nel ritratto, eseguito a parte
perfino nel magnifico lavoro dell’Ottava Ercolanese: si tratta di
raffigurazioni idealizzate mai completamente fisionomiche, anche se quella
supposta di artista cretese merita di essere annoverata per la ricerca
psicologica tra i migliori ritratti di personaggi ercolanesi.
L’importanza di queste
sculture in marmo consiste, inoltre, nell’essere state prodotte in un arco
relativamente breve di tempo: se escludiamo la Prima Ercolanese, che potrebbe
risalire anche al periodo augusteo, e la Quarta Ercolanese, attribuibile
all’età claudia, le altre vanno comprese nell’ultimo ventennio di vita
ercolanese. Le sculture fin qui segnalate, oltre che sulla probabile attività
delle vicine botteghe neapolitane, proiettano un raggio di luce soprattutto sul
teatro romano di Ercolano, immerso nelle tenebre e nell’oblio a circa 28 metri
sotto il Corso di Resina. Nel prospetto architettonico della scena, alle tre
Ercolanesi trasferite a Dresda e a qualche altra statua muliebre del Museo
Archeologico di Napoli, ora possiamo aggiungere due muse (Clio e Urania) e tre
nudi eroici (Perseo, Teseo, e Diomede); molto probabilmente potremmo anche
collocare sulle vuote basi del proscenio le immagini in marmo del primo e
dell’ultimo personaggio benemerito di Ercolano, il console A. Claudio Pulcro e
il proconsole M. Nonio Balbo. Il magnifico prospetto architettonico della
scena, luccicante di marmi policromi come le chiese barocche di Napoli, doveva
presentarsi con una duplice fantasia di sculture mitologiche: giù in basso, ai
lati delle tre porte scenografiche, le nudità eroiche elleniche, che forse
l’audace filellenismo del giovanissimo Nerone (imperatore dai 17 anni per circa
3 lustri, dal 54 al 68) aveva consentito spezzano gli ostacoli della vieta
mentalità romana (soprattutto con la istituzione nel 60 d. C. dei giochi
quinquennali graeco more, ritenuti
negli ambienti conservatori romani <<strumenti di corruzione>>[306]); al piano soprastante,
al livello cioè della serie superiore di arcate e della summa cavea, perchè l’ispirazione viene sempre dall’alto, il coro
solenne e ben paludato delle muse.
VALORE
POLITICO DELLE SCULTURE
È noto come gli edifici
teatrali proprio in età augustea registrino un’improvvisa e capillare diffusione
anche nelle province occidentali non ellenizzate e in Italia, dove la maggior
parte dei teatri fu costruita negli 80 anni successivi al secondo triunvirato.
Prima di Augusto e fuori Roma si conoscono teatri stabili solo nelle città
greche, in area campana e campano-sannitica e in Sicilia, oltre agli esempi
laziali di Tivoli, Praeneste e Gabi strettamente connessi a santuari. È stato
più volte osservato come riflesso della nuova situazione sia la codificazione
di Vitruvio nella cui lista delle costruzioni civili in grado di caratterizzare
la vita urbana si hanno il foro e, subito dopo, il teatro. Il teatro diviene,
dunque, uno degli strumenti per eccellenza della politica augustea di
urbanizzazione e perciò viene investito di significati propagandistici e celebrativi
che si riflettono sul suo apparato architettonico e scultoreo.
In età augustea e primo
giulio-caudia vengono costruiti in Italia, in Gallia e in Hispania più di
trenta teatri, tutti dotati di due ordini di colonne, in alcuni casi di tre
(Arles, Orange, Verona), di arredi scultorei, come i cicli di ritratti della
famiglia imperiale di grandi dimensioni (il culto imperiale si avvia a divenire
anche nei teatri una componente importante delle funzioni ad essi affi date),
le statue-ritratto dei cittadini importanti, spesso donatori di parti
dell’edificio, e le statue ideali e i fregi scolpiti relative alle divinità
connesse agli spettacoli teatrali, ai culti delle città e di nuovo al culto
imperiale: si deve immaginare, quindi, uno sforzo organizzativo immane, che va dall’acquisizione
del terreno, all’approvvigionamento dei materiali e al reperimento delle maestranze
specializzate nell’esecuzione delle varie componenti. Se i materiali edilizi
per la costruzione delle strutture portanti, come la cavea e il nucleo dell’edifi
cio scenico, potevano essere reperiti in base alle risorse locali, tutto ciò
che riguardava il legname, le pietre e i marmi da utilizzare per la decorazione
architettonica e scultorea, molto più frequentemente doveva essere trasportato
da depositi distanti dai luoghi d’impiego. La distanza diveniva grande quando i
marmi utilizzati provenivano non da cave regionali o provinciali, bensì da cave
poste nell’Italia settentrionale e in Oriente: in questi casi le motivazioni di
tali scelte sono più spesse ideologiche e di prestigio, che non dovute alla
mancanza di risorse locali o comunque provinciali. Le strette relazioni tra i
programmi decorativi degli edifici pubblici, ed i messaggi politico-propagandistici
a cui essi erano destinati coinvolgono, dunque, anche le modalità di esecuzione
del progetto architettonico, i materiali, la qualità di esecuzione, origine e
formazione delle maestranze incaricate dei lavori. È solo attraverso la ricostruzione
di tali relazioni che diviene possibile risalire alle classi dirigenti che
delle realizzazioni dell’architettura pubblica si fecero promotrici e anche
alle risorse economiche delle città e delle loro élites: quindi, tutta una serie di dati precipuamente archeologici
derivanti dall’analisi delle strutture può essere utilizzata, insieme alle più
rare fonti storico-epigrafi che, per meglio definire la committenza delle
costruzioni pubbliche e le loro motivazioni. In questa sede c’interessa,
inoltre, il problema
di come valutare la
presenza di una massiccia quantità di marmi pregiati, quali il pavonazzetto, il
giallo antico, l’africano e il cipollino nei fusti di colonne in molti degli edifi
ci di spettacolo italiani e di differenti province, sia di committenza del
tutto pubblica, come di nuovo il teatro di Ostia, sia privata o mista. Vi sono
alcune regioni, come la Campania, nei cui teatri a questi marmi si aggiunge anche
l’uso di fusti di “granito del Foro”, normalmente riservati soltanto
all’architettura pubblica di Roma (poche sono le eccezioni) e fuori dalla distribuzione
di mercato. Abbiamo visto in altra sede come l’evidenza epigrafica negli edifi
ci della Campania abbia permesso di chiamare in causa l’evergetismo imperiale
per tutto o anche per solo una parte dell’edificio (v. per quest’ultima
eventualità l’anfiteatro di Capua) e in quest’ambito è risultato utile indagare
quali fossero le offi cine marmorarie che intervenivano nella scultura delle
trabeazioni e dei capitelli e valutare le differenze o meno emergenti dal
confronto con la decorazione architettonica di edifici, invece, sicuramente di committenza
locale (anfiteatro di Pozzuoli). Ma abbiamo detto come il caso della Campania sia
particolare per la sua posizione privilegiata, rispetto al resto dell’Italia,
proprio per quanto attiene ai diretti interventi imperiali nella costruzione e
nel restauro del patrimonio monumentale, anzi l’evergetismo imperiale si
esplica in particolar modo proprio nella costruzione o nel restauro di teatri
ed anfi teatri. Nella maggioranza degli altri teatri italiani e delle province
le informazioni epigrafi che e i contesti storici e sociali non permettono di ricostruire
un’attività evergetica imperiale rilevante, ma il rinvio è quasi sempre alle élites locali che seguono tuttavia
indirizzi comuni, pur nelle varianti delle soluzioni architettoniche scelte di
volta in volta a seconda delle varie condizioni storiche e topografi che. Uno di
questi indirizzi è appunto l’uso di marmi bianchi e colorati per l’edifi cio
scenico e in questo senso è importante ricercare i modelli su sui si basa quest’uso:
essi sono certamente da individuare a Roma nel Teatro di Pompeo e in quelli di
Marcello e di Balbo.
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Kopf einer Gottin inVatikan als Beispiel theodosianischer Bildhauerkunst”
in “BmonMusPont” (Roma, 2004): 24: p.
113-153.
C. Vorster: “Spatantike
Bildhauerwerkstdtten in Rom. Beobachtungen zur Jdealskulptur der
nachkonstantinischen Zeit” in “Jdl”
(Berlin, 2013): n°. 127-128: p. 393-497.
C. Vorster: “Spatantike
Gotterbilder” in a cura di K. Knoll, C. Vorster e M. Woelk: “Skulpturensammlung Staatliche Kunstsammlung
Dresden - Katalog der antiken
Bildwerke II, Idealskulptur der ramischen Kaiserzeit” (Mtinchen, 2011): p. 601-626.
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(Torino, 2006).
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(κατάλογος)” (Atene, 2001).
D. Kreikenbom: “Bildwerke nach Polyklet. Kopienkritische
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Shobridge: “Ercolano: Passato, Presente E
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J. J. Winckelmann: “Notizie Sulle Sculture In Bronzo D’ercolano”
in “Antologia Romana” (Roma, 1779).
SITOGRAFICHE
Associazione Amici di
Pompei:
https://www.amicidipompei.com/
Cispe (Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri
Ercolanesi):
http://www.cispe.org/cronache-ercolanesi-11971/
Museo Archeologico
Nazionale di Napoli:
https://www.museoarcheologiconapoli.it/
Museo Nazionale Romano:
https://museonazionaleromano.beniculturali.it/
Scavi Archeologici di
Ercolano:
RINGRAZIAMENTI
Ai vecchi e nuovi amici che mi sono stati accanto e a tutti i nuovi
amici che ho guadagnato, durante la stesura di questo libro. Grazie, dunque, Luca
Borla, Nicola Bramante, Simone Capitini, Ortensia Compans, Rosmary Diaz, Mimma
Gianelli, Giuseppe Grosso Ciponte, Thierno Ndiaye, Antonio Oggianu, Carlo
Panzarino, Tino Raffa, Gonzalo Rodriguez, Ignazio Scalas, Timoteo Sibona, Filippo
Triscari, Adriano Villari, Giacomo Vitale, Edith Jaomazava.
Grazie a tutti per aver condiviso con me una parte del vostro viaggio,
in questa misteriosa regione che chiamiamo vita: è stato proprio un bel trip! Un giorno le nostre strade si
separeranno, e ognuno andrà per la propria strada, ma ricordate: essere stati
amici una volta vuol dire esserlo stati per sempre. Essere amici una volta è
essere amici per sempre. Andate, là dove le vostre gambe vi spingono: nessuna
meta è mai troppo distante. Si deve sempre andare: il sentiero lo segna il
cammino. Vi auguro una buona vita, lunga e luminosa: il sole bacia i belli. Non
perdete il tempo nell’odio e nella paura, non sciupatelo nel triste commercio
degli inganni e delle menzogne. Lasciate che tutto vi accada, quanto non avete
mai voluto: nessun sentimento è immutabile, nessuna emozione eterna, nessun
dolore insopportabile. Niente dura per sempre. Vivete dunque ogni attimo all’ultimo
respiro: la vita è oggi, il domani non esiste.
[1] Aa. Vv.: “Roma Te Sequor” (Roma,
1975).
[2] Dionigi Di Alicarnasso, “Le
antichità romane”: I: 44.
[3] Riguardo le testimonianze dei
primi scavi si veda: Archivio di Stato di Napoli, Real Camera della Sommaria, “Notamenti”, fascio n. 718.
[4] C.I.L.
X 1425.
[5] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed
il Foro di Ercolano” (Firenze, 1982): p.1.
[6] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 55.
[7] M. Pagano: “La Scoperta di Ercolano” in “Rivista
di Studi Pompeiani” (vol. 9, Roma, 1998, p. 155-166): p. 155; M. Pagano: “Ufficio Scavi di Ercolano” in “Rivista di Studi Pompeiani” (vol. 11,
Roma, 2000, p. 270-276): p. 275-276; W. Johannowsky: “Appunti sui teatri di Pompei, Nuceria Alfaterna, Ercolano” in “Rivista di Studi Pompeiani” (vol. 11,
Roma, 2000, p. 17-32): p. 17; P. G. Guzzo: “La
Scoperta di Ercolano e Pompei e la diffusione della loro conoscenza” in
P.G. Guzzo, M.R. Esposito e N. Ossanna Cavadini (a cura di): “Ercolano e Pompei. Visioni di una scoperta.
Catalogo della mostra (Chiasso-Napoli, 2018)” (Milano, 2018, p.16-29): p.
16.
[8] M. Pagano: “Ricerche sulla Cinta Muraria di Cuma” (Roma, 1993): p. 123; A.
Allroggen-Bedel: “L’Antico e la politica
culturale dei Borbone. Herculanense Museum. Laboratorio sull’antico nella
Reggia di Portici” (Napoli, 2008): p. 24; Per la datazione si veda, invece,
M. Pagano e A.
Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano”
(Napoli, 2000): p. 12.
[9] C.I.L. x 1423.
[10] M. Pagano: “Ricerche sulla Cinta Muraria di Cuma” (Roma, 1993): p. 124.
[11] La pianta, rinvenuta da G. Minervini tra i documenti di
Andrea de Jorio, canonico e accademico ercolanese, fu da lui pubblicata in “Bollettino
archeologico Italiano” (t.
1°, Napoli, 1861, p. 33 e seg.) e ripubblicata da M. Ruggiero in “Storia
degli Scavi di Ercolano” (Napoli, 1885): p. xvii
e seg. e tavola 4a.
[12] V. Franciosi: “Il
Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” (Napoli, 2019): p. 8.
[13] M.
Pagano: “La Scoperta di Ercolano” in
“Rivista di Studi Pompeiani” (vol. 9,
Roma, 1998, p. 155-166): p. 156.
[14] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 62.
[15] Società Napoletana di Storia
Patria: 1764-1804, monografia, NAP0688851.
[16] M.
Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano
Ricomposta Sui Documenti Superstiti” (Napoli, 1885): p. 20-21.
[17]
L. A. Scatozza-Höricht: "I monili di
Ercolano" (Napoli, 65-1, 189): p. 163-173.
[18] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 79.
[19]
Vitruvio: “De Architectura”: V: 3-6.
[20] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 79.
[21] N. L. Todarello: “Le arti della scena. Lo spettacolo in
Occidente da Eschilo al trionfo dell’opera” (Roma, 2006): p. 112.
[22] M. Pagano e A.
Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano”
(Napoli, 2000): p. 47-48.
[23] M. Pagano e A.
Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano”
(Napoli, 2000): p. 47.
[24] R. J. de Alcubierre: “Notizia
sugli scavi a Pompei e ad Ercolano”
(1766 Feb. 25, s.d. Archivio di Stato di Napoli,1541, f. 84/V).
[25] C.I.L. X 1445.
[26] Iscrizione dedicata a Marco Nonio
Balbo: <<M(Arco) Nonio M(Arci)
F(Ilio) Balbo / Pr(Aetori) Proco(N)S(Uli) /D(Ecurionum) D(Ecreto)>>
(Museo Archeologico Nazionale di Napoli inv. 6873; C.I.L. X 1428).
[27] M. Pagano e
A. Balasco: “Il Teatro Antico Di
Ercolano” (Napoli, 2000): p. 79.
[28] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 57.
[29] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 59.
[30] G. Fiorelli: “Giornale degli scavi di Pompei” (Napoli, 1850):
fasc. 1°.
[31] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 80.
[32] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 79.
[33] V.
Catalano: “Otto Statue Inedite D’età
Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di Ercolano” (Roma, 1977): p. 31 (=
75).
[34] V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo”
(Napoli, 2019): p. 7.
[35] M. Pagano: “La Scoperta di Ercolano” in “Rivista
di Studi Pompeiani” (vol. 9, Roma, 1998, p. 155-166): p. 157.
[36] A. Allroggen-Bedel: “A proposito dei Balbi: note archivistiche
alla topografia d’Ercolano” (Napoli, 2010, 355-373): p. 355.
[37] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 11.
[38] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 15.
[39] R. Ciardiello (a. c. di): “La villa romana” (Napoli, 2007):
p. 94.
[40] R. Ciardiello (a. c. di): “La villa romana” (Napoli, 2007): p. 95.
[41] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 18.
[42] A. Allroggen-Bedel: “A proposito dei Balbi: note archivistiche
alla topografia d’Ercolano” (Napoli, 2010, 355-373): p. 361.
[43] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 20.
[44] R.
Ciardiello (a. c. di): “La villa romana”
(Napoli, 2007): p.
91.
[45] R.
Ciardiello (a. c. di): “La villa romana”
(Napoli, 2007):
p. 91.
[46]M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 22.
[47] G. Fiorelli: “Manoscritti inediti di Francesco La Vega rinvenuti nell’archivio del
Muso Nazìonale. Notizie appartenenti all’escavazioni d'Ercolano secondo le
relazioni avute da varie persone” (Napoli, 1861): p. 281.
[48]A. Allroggen-Bedel: “A proposito dei Balbi: note archivistiche
alla topografia d’Ercolano” (Napoli, 2010, 355-373): p. 360.
[49] Cfr. Ruggiero 1881, p. 207-208; M.
Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano
Ricomposta Sui Documenti Superstiti” (Napoli, 1885): p. 448.
[50] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 481.
[51] M. Pagano e A. Balasco: “Il
Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000): p. 26.
[52] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 481.
[53] M. Maggi: “Musei alla frontiera: continuità, divergenza, evoluzione nei territori
della cultura” (Milano, 2009): p. 9.
[54]R. Ciardiello (a. c. di): “La villa romana” (Napoli, 2007): p. 90-91.
[55] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 4.
[56] M. Pagano: “Ricerche sulla Cinta Muraria di Cuma” (Roma, 1993): p. 133.
[57] A. Allroggen-Bedel: “L’Antico e la politica culturale dei
Borbone. Herculanense Museum. Laboratorio sull’antico nella Reggia di Portici”
(Napoli, 2008): p. 25-26.
[58] U. Pappalardo: “Nuove testimonianze su Marco Nonio Balbo ad
Ercolano” in “Mitteilungen des
Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung (Bullettino
dell'Istituto Archeologico Germanico, Sezione Romano)” (1997, 104, p.
417-429): p. 420; A. Allroggen-Bedel: “L’Antico
e la politica culturale dei Borbone. Herculanense Museum. Laboratorio
sull’antico nella Reggia di Portici” (Napoli, 2008): p. 28; V. Franciosi: “Il Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo”
(Napoli, 2019): p. 10.
[59] Cfr. A. Allroggen-Bedel: “L’Antico e la politica culturale dei
Borbone. Herculanense Museum. Laboratorio sull’antico nella Reggia di Portici”
(Napoli, 2008): p. 29; V. Franciosi: “Il
Massimino Farnese: Un Tipo Policleteo” (Napoli, 2019): p. 5.
[60] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 5.
[61] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 12.
[62] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 54.
[63] In M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 103-104.
[64] In M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 105-106.
[65] In M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 107-108.
[66] M. Pagano: “Cronache Ercolanesi” (Napoli, 1993, t. 23): p. 145.
[67] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 54-55.
[68] C.I.L. x 1415.
[69] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli,
2000): p. 55-56.
[70] N. Nocerino: “La Real Villa Di Portici” (Napoli, 1787): p. 105.
[71] S. Palermo: “Notizie Del Bello, Dell’antico E Del Curioso Che Contengono Le Reali
Ville Di Portici, Resina, Lo Scavamento Pompejano, Ecc.” (Napoli 1793): p.
29 (della ristampa del 1969).
[72] A. de Jorio: “Notizie Sugli Scavi Di Ercolano” (Napoli, 1827): p. 20, 22, e 110.
[73] A. de Jorio: “Notizie Sugli Scavi Di Ercolano” (Napoli, 1827): p. 81.
[74] V. Catalano: “La Scoperta Di Ercolano” (Il Fuidoro, Napoli, 1955): t. 2°: n.
7-10: p. 11 e s.
[75] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 7.
[76] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 9-10 (= 53-54).
[77] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 206.
[78] Cfr. Erc. I.
[79] Cfr. Erc. I.
[80] Cfr. Erc. V.
[81] Cfr. Erc. V.
[82] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. Xxvii.
[83] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 488 e 490.
[84] Cfr. Erc. VI.
[85] O. A. Bayardi: “Catalogo Degli Antichi Monumenti
Dissotterrati Dalla Discoperta Città Di Ercolano” (Napoli, 1755): p. 146.
[86] Cfr. Erc. V.
[87] Archivio Storico Napoletano: “Casa Reale F. 931”.
[88] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 1.
[89] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 499.
[90] Ministero Pubbl. Istruz.: “Documenti Inediti Per Servire Alla Storia
Dei Musei D’italia” (Firenze, 1879): p. 234.
[91] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 499.
[92] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977).
[93] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. xxix e e
seg.
[94] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 13 (= 57): n. 17.
[95] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 13-14 (= 54-58).
[96] M. Pagano: “Ricerche sulla cinta muraria di Cuma” in “Mélanges de l'école française de Rome” (105.2, 1993, p. 847-871):
p. 853.
[97] A. Allroggen-Bedel: “L’Antico e la politica culturale dei
Borbone. Herculanense Museum. Laboratorio sull’antico nella Reggia di Portici”
(Napoli, 2008): p. 31.
[98] Dresda, Skulpturenslag. Inv. n. 326. Alt. m
1, 98.
[99] D.
Ridgway: “M. Castoldi: κοινά. Miscellanea di studi archeologici in onore
di Piero Orlandini” (Milano, 2001): p. 92.
[100] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 66.
[101] M. Bieber:
“Ancient Copies: contributions to the
history of Greek and Roman art” (New York, 1977): p. 148.
[102] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 76.
[103] J. Daehner: “Die Herkulanerinnen. Geschichte, Konstext
und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München, 2008): p. 111.
[104] Vd. C. Vorster: “Der Kopf einer Gottin
inVatikan als Beispiel theodosianischer Bildhauerkunst” in “BmonMusPont” (Roma, 2004): 24: p.
113-153; C. Vorster: “Spatantike
Gotterbilder” in a cura di K. Knoll, C. Vorster e M. Woelk: “Skulpturensammlung Staatliche Kunstsammlung
Dresden - Katalog der antiken
Bildwerke II, Idealskulptur der ramischen Kaiserzeit” (Mtinchen, 2011): p.
604-619 e 625-626; e, infine, C. Vorster: “Spdtantike
Bildhauerwerkstdtten in Rom. Beobachtungen zur Jdealskulptur der
nachkonstantinischen Zeit” in “Jdl”
(Berlin, 2013): n°. 127-128: p. 393-497.
[105] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 96-98.
[106] Paul
Arndt: “Brunn-Bruckmann's Denkmäler
Griechischer und Römischer Sculptur, fortgeführt und mit erläuternden Texten
versehen” (Monaco, 1906): tav. 558.
[107] S. Reinach: “Répertoire de la statuaire grecque et romaine” (Parigi, 1904): p.
174 e tav. 216 e 217.
[108] S. Aurigemma: “Ritratto femminile dell’età di Augusto e
statue muliebri iconiche scoperte in Formia” in “Bollettino di Archeologia” (24, 1930, p. 216-233): p. 216.
[109] M.
Collignon: “Histoire de La Sculpture
Grecque” (Parigi, 1892): p. 595: fig. 312.
[110] A. Hekler:
“Bildnisse berühmter Griechen”
(Berlino, 1940): p. 226.
[111] H. Hettner 1869: “Die Bildwerke der Königlichen
Antikensammlung zu Dresden, Zweite umgearbeitete Auflage” (Blochmann, 1869):
p. 62.
[112] E. B. Van
Deman: “The value of the vestal statues
as originals” in “American Journal of
Archaeology” (New York, 1908): p. 331.
[113] L. Von
Sybel: “Statuarische Typen”
(Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Institutes, Athenische Abteilung 8,
1883, p. 24-29): p. 24.
[114] Paul
Arndt: “Brunn-Bruckmann's Denkmäler
Griechischer und Römischer Sculptur, fortgeführt und mit erläuternden Texten
versehen” (Monaco, 1906): tav. 558.
[115] W.
Amelung: “Die Basis des Praxiteles aus
Mantinea: archaeologische Studien” (Verlagsanstalt für Kunst und
Wissenschaft, 1895): p. 25-28.
[116] A. Rumpf:
“Griechische Und Römische Kunst”
(Leipzig-Berlin, 1931): p. 153-157.
[117] S.
Reinach: “Répertoire de la statuaire
grecque et romaine” (Parigi, 1904): p. 174; Collignon
1892, p. 595.
[118] Paul Arndt: “Brunn-Bruckmann's
Denkmäler Griechischer und Römischer Sculptur, fortgeführt und mit erläuternden
Texten versehen” (Monaco, 1906): p. 151.
[119] Dresda,
Skulpturenslag. Inv. n. 327. Alt. m 1, 81.
[120] D.
Ridgway: “M. Castoldi: κοινά. Miscellanea di studi archeologici in onore
di Piero Orlandini” (Milano, 2001): p. 92.
[121] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 66.
[122] Cfr. C.
Rolley: “La sculpture grecque. La période
classique” (Parigi, 1999): p. 264-265, J. Daehner: “Die Herkulanerinnen. Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken
Statuen in Dresden” (München, 2008): p. 63-64, 66-67.
[123] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 67.
[124] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen.
Geschichte, Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München,
2008): p. 75
[125] Cfr. D.
Ridgway: “M. Castoldi: κοινά. Miscellanea di studi archeologici in onore
di Piero Orlandini” (Milano, 2001): p. 92; C. Rolley: “La sculpture grecque. La période classique” (Parigi, 1999): p. 254.
[126] Cfr. C. Rolley: “La sculpture grecque. La période classique” (Parigi, 1999): p. 255.
D. Ridgway: “M. Castoldi: κοινά.
Miscellanea di studi archeologici in onore di Piero Orlandini” (Milano,
2001): p. 253.
[127] Cfr. D.
Ridgway: “M. Castoldi: κοινά. Miscellanea
di studi archeologici in onore di Piero Orlandini” (Milano, 2001): p. 92.
C. Rolley: “La sculpture grecque. La
période classique” (Parigi, 1999): p. 265.
[128] Cfr. M.
Hoff: “Athens and Pompey: A Political
Relationship” (Nebraska, 2001): p. 178-179; N. Kaltsas: “Tα γλυπτά. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο
(κατάλογος)” (Atene, 2001): p. 242 e 268.
[129] J.
Daehner: “Die Herkulanerinnen. Geschichte,
Konstext und Wirkung der antiken Statuen in Dresden” (München, 2008): pag. 128.
[130] Vd. nota precedente.
[131] G. Canart: “Documenti
inediti” (Archivio Storico Napoletano, Casa Reale Antica, Primo Inventario,
1541/117): p. 231.
[132] G. Canart: “Documenti
inediti” (Archivio Storico Napoletano, Casa Reale Antica, Primo Inventario,
1541/117): p. 397.
[133] Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. n.
6102.
[134] W. Hamilton: “I Campi Flegrei”
(Napoli, 1776): p. 57 e seg., tav. 45,1.
[135] Per l’identificazione
dell’autore della relazione con Carlo Bonucci e non Antonio Bonucci, cfr. U.
Pappalardo: “Nuove
testimonianze su Marco Nonio Balbo ad Ercolano” in “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen
Instituts, Römische Abteilung” (CIV, 1997): p. 417 e seg., in part. p. 418,
n. 3. La lettera del Bonucci è riportata da M. Ruggiero: “Storia degli Scavi
di Ercolano ricomposta sui documenti superstiti” (Napoli, 1885): p. 559.
[136] U. Pappalardo: “Nuove testimonianze su Marco
Nonio Balbo ad Ercolano” in “Mitteilungen
des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung” (CIV, 1997):
p. 420 e seg.
[137] La prima notizia del
riconoscimento da parte di Stefania Adamo Muscettola è data da U. Pappalardo: “Nuove testimonianze su Marco
Nonio Balbo ad Ercolano” in “Mitteilungen
des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung” (CIV, 1997):
p. 420, n. 7; S. Adamo Muscettola: “Ritratto e società ad Ercolano” in “Gli
Antichi Ercolanesi. Antropologia, Società, Economia - cat. mostra, Ercolano, 2000” (a cura di M. Pagano, Napoli, 2000):
p. 97 e seg., in part. p. 100 e 104, fig. 6. Per i ritratti di Marco Nonio
Balbo, S. Adamo Muscettola: “Nuove letture borboniche: i Nonii Balbi ed il
Foro di Ercolano” in “Prospettiva” (XXVIII, 1982): p. 2 e seg. Per la
verità, la testa del Massimino, a parte le labbra sottili, presenta ben
poca somiglianza con i ritratti di Marco Nonio Balbo.
[138] U. Pappalardo: “Nuove testimonianze su Marco Nonio Balbo ad Ercolano”
in “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen
Instituts, Römische Abteilung” (CIV, 1997): p. 421 e seg.
[139] G. Finati: “Il Regal
Museo Borbonico, I” (Napoli, 1817): p. 110, n. 136.
[140] M. Arditi: “Inventario
del Museo - Vol. I. Sculture in marmo; in bronzo; oggetti osceni; oggetti
preziosi (con numerazione continua e per collezione), 1819-1820”
(<<136. Farnese. Statua nuda in piedi alta palmi otto, rappresentante
Massimino.>>).
[141] D. Spinelli: “Inventario
della collezione delle statue e bassorilievi in marmo (con appendice)” (Napoli, 1849-1851) (<<212.
Capua. Statua nuda in piedi, alta palmi otto, rappresentante Massimino.>>).
[142] G. Finati: “Il Regal Museo Borbonico,
I” (Napoli, 1817): p. 110, n. 136.
[143] G. Finati: “Il Regal Museo Borbonico,
I” (Napoli, 1817): p. 169 e seg.
[144] G. Finati: “Real Museo
Borbonico” (Napoli, 1843): p. 1 e seg., tav. L.
[145] G. Finati: “Real Museo
Borbonico” (Napoli, 1843): p. 1 e seg., tav. L.
[146] A. Ruesch: “Guida
illustrata del Museo Nazionale di Napoli” (Napoli, 1911 - compilata da D.
Bassi, E. Gabrici, L. Mariani, O. Marucchi, G. Patroni, G. De Petra, A.
Sogliano, II ed.): n. 1033 (inv. 6102), p. 249.
[147] Il passo è riportato da G. Minervini in “Bullettino Archeologico Italiano”, I,
V, 1861, p. 40.
[148] M. Ruggiero: “Storia degli Scavi di
Ercolano ricomposta sui documenti superstiti” (Napoli, 1885): p. 487 e
seg.
[149] M. Pagano e R.
Prisciandaro: “Studio sulle provenienze degli oggetti rinvenuti negli scavi
borbonici del Regno di Napoli. Una lettura integrata, coordinata e commentata
della documentazione” (Castellammare di Stabia, 2006): p. 223 e seg.
[150] M. Ruggiero: “Storia degli Scavi di
Ercolano ricomposta sui documenti superstiti” (Napoli, 1885): p. 490.
[151] M. Ruggiero: “Storia degli Scavi di
Ercolano ricomposta sui documenti superstiti” (Napoli, 1885): p. 490.
[152] G. Minervini, in “Bullettino Archeologico Italiano”, I, V, 1861: p. 40; M. Ruggiero:
“Storia degli Scavi di Ercolano ricomposta sui documenti superstiti”
(Napoli, 1885): p. 487 e seg.
[153] G. Minervini in “Bullettino Archeologico Italiano”, I, V, 1861: p. 40; M. Ruggiero:
“Storia degli Scavi di Ercolano ricomposta sui documenti superstiti”
(Napoli, 1885): p. 490; M. Pagano e R. Prisciandaro: “Studio sulle provenienze
degli oggetti rinvenuti negli scavi borbonici del Regno di Napoli. Una lettura
integrata, coordinata e commentata della documentazione” (Castellammare di
Stabia, 2006): p. 223 e seg.
[154] M. P. Guidobaldi: “Statua
in nudità eroica con testa-ritratto di M. Nonio Balbo” in “Ercolano: tre
secoli di scoperte” (Napoli, 2008): p. 261, n. 46; J. Fejfer: “Roman
Portraits in Context” (Berlin-New York, 2008): p. 223; M. Cadario: “Statua
in nudità eroica con testa-ritratto di M. Nonio Balbo” in “Ritratti. Le
tante facce del potere” (Roma, 2011): p. 223, n. 3,2. Sul teatro di
Ercolano A. Allroggen-Bedel: “Il teatro, in Ercolano: tre secoli di
scoperte” (Napoli, 2008): p. 24 e seg. Non è, comunque, possibile
dimostrare la pertinenza della base alla statua, dal momento che la faccia
superiore della base inscritta fu cementata nel corso dei restauri
settecenteschi. Poco felice il confronto proposto da Matteo Cadario (M.
Cadario: “Statua in nudità eroica con testa-ritratto di M. Nonio Balbo”
in “Ritratti. Le tante facce del potere” (Roma, 2011): p. 223, n. 3,2)
tra il Massimino e il Diomede tipo Cuma-Monaco, solitamente
attribuito a Cresila; vd. a riguardo A. Maiuri: “Il Diomede di Cuma”
(Roma, 1930); R. Paribeni: “Catalogo del Museo Nazionale Romano” (Roma,
1932): p. 493; L. Rocchetti: “Diomede” in “EAA” (Roma, 1960): p.
108 e seg.; F. Carinci: “Le statue nel cortile” in “Sculture di
Palazzo Mattei” (Roma, 1972): p. 31 e seg.; P. Moreno: “La bellezza
classica. Guida al piacere dell’antico” (Torino, 2001): p. 218 e seg.
[155] Le integrazioni furono
eseguite tra il 1768, anno di rinvenimento della statua, e il 1817, anno della
pubblicazione della stessa da parte di Giovambattista Finati: “Il Regal Museo
Borbonico” (Napoli, 1817), come testimoniano G. Finati: “Il Regal Museo
Borbonico i”
(Napoli, 1817): p. 110, n. 136, M.
Ruggiero: “Storia degli Scavi di Ercolano ricomposta sui documenti
superstiti” (Napoli, 1885): p. 490; e confermano M. Pagano e R.
Prisciandaro: “Studio sulle provenienze degli oggetti rinvenuti negli scavi
borbonici del Regno di Napoli. Una lettura integrata, coordinata e commentata
della documentazione” (Castellammare di Stabia, 2006): p. 223 e seg.
[156] G. Finati: “Real Museo Borbonico XIII” (Napoli, 1843): p. 4.
[157] V. Franciosi: “Il ‘Doriforo’ di Pompei”
in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo contesto” (Napoli, 2013): p. 9
e seg.
[158] La cronologia della statua, se confermata,
porterebbe, quindi, ad escludere la pertinenza ab origine della testa
di Balbo.
[159] G. Minervini in “Bullettino Archeologico Italiano” (I,
V, 1861): p. 40; M. Ruggiero: “Storia degli Scavi di Ercolano ricomposta sui
documenti superstiti” (Napoli, 1885): p. 490; M. Pagano e R. Prisciandaro:
“Studio sulle provenienze degli oggetti
rinvenuti negli scavi borbonici del Regno di Napoli. Una lettura integrata,
coordinata e commentata della documentazione” (Castellammare di Stabia,
2006): p. 223 e seg.
[160] Philostratus: “Vitae sophistarum”:
II: 550.
[161] P. Vidal-Naquet: “Il cacciatore nero.
Forme di pensiero e forme di articolazione sociale nel mondo greco antico”
(Roma, 1988): p. 105.
[162] P. Roussel: “Les Chlamides noires des
éphèbes athéniens” in “Revue des
études anciennes” (XLIII, 1941): p. 163 e seg., nn. 3-4.
[163] G. Thomson: “Eschilo e Atene”
(Torino, 1949): p. 164.
[164] C.G. Jung: “Psicologia
e alchimia” (Torino, 2006); M. Eliade: “Il mito dell’alchimia -
L’alchimia asiatica” (Torino, 2001); M. Eliade: “Arti del metallo e alchimia”
(Torino, 2004); M. Eliade: “Cosmologia e alchimia babilonesi” (Torino,
2017).
[165] Pausania: “Graeciae Descriptio”:
IV: 32: 1.
[166] P. G. Themelis: “The ‘Doryphoros’ of
Messene” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo contesto” (Napoli,
2013): p. 152 e seg.
[167] P. G. Themelis: “The
‘Doryphoros’ of Messene” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo
contesto” (Napoli, 2013): p. 153 e seg. Si tratta dei frammenti di una
statua del tipo Farnese-Pitti, attribuito a Lisippo (P. Moreno: “Il Farnese
ritrovato ed altri tipi di Eracle in riposo” in “Mélanges de l’École française de Rome” (XCIV, 1, 1982): p. 435 e
seg.
[168] P. G. Themelis: “The
‘Doryphoros’ of Messene” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo
contesto” (Napoli, 2013): p. 163 e seg. Significativa la compresenza di
Hermes, Eracle e Teseo/Doriforo sulle tre facce di un candelabro marmoreo di
età antonina conservato al Museum of Fine Arts di Boston: vd. P.C. Bol: “Zum
Heros des Weihreliefs in Venedig” in “Archäologischer
Anzeiger” (New York, 1971, Heft 1): p. 194 e seg..
[169] F. Hauser: “Gott, Heros und Pankratiast des Polyklet”
in “Jahreshefte des Österreichischen
Archäologischen Instituts in Wien” (XII, 1909): p. 100 e seg.: l’autore
identifica il Doriforo con Achille in base al passo pliniano relativo
alle statue dette ‘achillee’ (Plinio: “Naturalis Historia”: XXXIV: 18),
al rilievo di Argo con Doriforo e cavallo, al rilievo di Villa Albani, ad una
lucerna argiva con lo stesso soggetto; così pure G. Lippold: “Die
griechische Plastik” (Handbuch der Archäologie 3, München, 1950): p. 163 e
n. 13; S. Howard: “The Hero as Norm in the Fourth-Century Sculpture - Proceedings of the XII International Conference of Classical
Archaeology, Athens, 4-10 September 1983” (Athens, 1988): p. 116, nn. 5 e
p. 121; B. Wesenberg: “Für eine situative Deutung des polykletischen Doryphoros”
in “Jahrbuch des Deutschen
Archäologischen Instituts” (CXII, 1997): p. 59 e seg. Da ultimo F. Coarelli:
“Il Foro Triangolare: decorazione e funzione, in Pompei. Scienza e
Società. 250° Anniversario degli Scavi di Pompei, Convegno Internazionale, Napoli, 25-27 novembre 1998, a cura di P.G.
Guzzo” (Milano, 2001): p. 105. Non così W. Gauer: “Der argivische Heros mit dem Pferd. Neue Überlegungen zur
Deutung des polykletischen Doryphoros” in “Archaeologia Warsaw” (XLIII, 1992): p. 7 e seg. e W. Gauer: “Achill
oder Theseus oder Orest? Zweierlei Heroenverehrung. Herodot, die Geschichte von
Argos und die Deutung des polykletischen Doryphoros” in “Eirene, Studia Graeca et Latina” (Roma,
2000): p. 166 e seg., che lo identifica con Oreste. Sull’impossibilità di
un’identificazione: A.H. Borbein: “Polykleitos” in “Personal Styles in Greek Sculpture a cura di O. Palagia, J.J. Pollitt”
(Cambridge, 1996): p. 82 e n. 90. Suggestiva, nonché convincente, l’ipotesi di
Petros Themelis in P. G. Themelis: “The ‘Doryphoros’ of Messene” in “Pompei/Messene:
il Doriforo e il suo contesto” (Napoli, 2013): p. 163 e seg., che, sulla
scorta di Pausania: “Graeciae Descriptio”: IV: 32: 1, propone di
riconoscere nel Doriforo l’eroe ateniese Teseo. È assai verosimile che
la pólis di Atene abbia commissionato al grande bronzista peloponnesiaco,
ivi trasferitosi intorno al 445 a.C., come prima opera, proprio l’effigie
bronzea dell’eroe ‘nazionale’. In tal caso il Doriforo costituirebbe non
l’ultima opera policletea di ambiente peloponnesiaco, come solitamente
affermato, ma la prima di ambiente attico.
[170] V. Franciosi: “Il Doriforo di Pompei” in “Pompei/Messene:
il Doriforo e il suo contesto” (Napoli, 2013): p. 9 e seg.
[171] Vd. A. Van Gennep: “I riti di passaggio”
(Torino, 1981); M. Eliade: “La nascita mistica. Riti e simboli d’iniziazione”
(Brescia, 2002); M. Eliade: “Il sacro e il profano” (Torino, 2006): p.
116 e seg.
[172] Plinio: “Naturalis
Historia”: XXXIV: 55-56. Riguardo all’identificazione della Lisimachia
citata da Plinio con la Lisimachia etolica, piuttosto che quella del Chersoneso
tracico, vedi C. Anti: “Monumenti Policletei” in “Monumenti Antichi” (XXVI, 2, 1921): p. 576 e seg.; E. La Rocca: “Una
nuova replica della testa dell’Hermes attribuito a Policleto” in “Bullettino della Commissione Archeologica
Comunale di Roma” (CVII, 2006): p. 31 e seg.
[173] J. Sieveking: “Hermes
des Polyklet” in “Jahrbuch des
Deutschen Archäologischen Instituts” (XXIV, 1909): p. 1 e seg.
[174] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 159 (II 9), tavv. 84-85.
[175] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 161 (II 17), tavv. 96b, 97-100.
[176] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 159 (II 10), tavv. 86-87a.
[177] D. Kreikenbom: “Bildwerke
nach Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen
Typen nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros,
Herakles, Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 158 (II 7), tav. 81a.
[178] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 158 s. (II 8), tavv. 81b-83.
[179] C. Anti: “Monumenti Policletei” in
“Monumenti Antichi” (XXVI, 2, 1921):
p. 576 e seg..
[180] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 157 (II 1), tav. 72.
[181] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach Polyklet.
Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen nach
polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 157 (II 2), tavv. 73-74a.
[182] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 161 (II 18), tav. 101.
[183] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 157 (II 3), tavv. 74b-75.
[184] H. Lauter, Zur Chronologie römischer
Kopien nach Originalen des 5. Jh. V. Chr., Nurnberg 1968, p. 64 e seg.
[185] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 53 e seg.
[186] J. Floren: “Der Hermes
des Polyklet” in “Polykletforschungen” a cura di H. Beck, P. Bol
(Berlin, 1993): p. 57 e seg.
[187] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 158 (II 5), tavv. 78-79.
[188] E. La Rocca: “Una
nuova replica della testa dell’Hermes attribuito a Policleto” in “Bullettino della Commissione Archeologica
Comunale di Roma” (CVII, 2006): p. 31 e seg.
[189] J. Floren: “Der Hermes des Polyklet”
in “Polykletforschungen” a cura di H. Beck, P. Bol (Berlin, 1993): p. 57
e seg.
[190] D. Kreikenbom: “Bildwerke nach
Polyklet. Kopienkritische Untersuchungen zu den männlichen statuarischen Typen
nach polykletischen Vorbildern. Diskophoros, Hermes, Doryphoros, Herakles,
Diadumenos, (Berlin, 1990): p. 53 e seg.
[191] P.C. Bol: “Die
Geschichte der antiken Bildhauerkunst, III, Klassische Plastik”
(Mainz, 2004): p. 125 e seg., fig. 78 a-c; per la ricostruzione, fig. 37 (nel
testo). Sono innumerevoli nei nostri musei le statue ritratto marmoree di
bottega romana che si rifanno a modelli bronzei dell’età classica.
[192] P. G. Themelis: “The ‘Doryphoros’ of
Messene” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo contesto” (Napoli,
2013): p. 152 e seg..
[193] Plinio: “Naturalis
Historia”: XXXIV: 55-56 (è suo merito l’avere escogitato che le statue
poggiassero su una sola gamba; tuttavia Varrone dice che esse sono squadrate e
riconducibili quasi ad un unico modello). Per una discussione sul significato
da attribuire al termine quadratus vedi da ultimo V. Franciosi: “Il Doriforo di Pompei” in “Pompei/Messene: il Doriforo e il suo
contesto” (Napoli, 2013): p. 26 e seg.
[194] Erc. viii.
[195] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 22.
[196] M. Venuti: “Descrizione Delle Prime Scoperte Di Ercolano” (Roma, 1748): p. 55.
[197] O. A. Bayardi: “Catalogo Degli Antichi Monumenti
Dissotterrati Dalla Discoperta Città Di Ercolano” (Napoli, 1755): p. 146:
n. Xxxviii.
[198] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 7.
[199] C.I.L. x 1425-1434.
[200] V. Catalano: “Case, Abitanti E Culti Di Ercolano” in “Annali Del Pont. Ist. Sup. Di
Scienze E Lettere” (Roma, 1963): t. 13°, p. 217 e e seg. e 266 e e seg.
[201] Cassio Dione: “Istoria Romana”: L: 2: 3.
[202]
V. Catalano: “Antiquarium Herculanense” (Napoli,
1957): p. 24 e s.; A. Maiuri: “Ercolano”
(Roma, 1954): p. 24.
[203] Erc. ii.
[204] A. Maiuri: “Il Diomede Di Cuma” (Roma, 1940): p. 11 e s.
[205] V. Catalano: “Case, Abitanti E Culti Di Ercolano” in “Annali Del Pont. Ist. Sup. Di
Scienze E Lettere” (Roma, 1963): t. 13°, p. 217 e e seg. e 266 e e seg.
[206] A. Maiuri: “Il Diomede Di Cuma” (Roma, 1940): p. 13 e s.
[207] Erc. i.
[208] O. Marucchi e B. Nogara: “Guida Del Museo Vaticano Di Scultura”
(Roma, 1908): p. 30, nota 503.
[209] V. Catalano: “Antiquarium Herculanese” (Napoli, 1957): p. 25.
[210] Accademici Ercolanesi: “Le Pitture Antiche Di Ercolano E Contorni
Incise Con Qualche Spiegazione” (Napoli, 1760): vol. 2°: p. 13 (Clio) e 59
(Calliope).
[211] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 498 e s.
[212] Arch. St. Nap.: “Aff. Est.”: fascicoli 146 e 149.
[213] Erc. iii.
[214] “C.I.L.”: t. 10: n. 1447 e 1452.
[215]
R. J. de Alcubierre: “Resumen”
(manoscritto inedito): p. 210: n. 848; e W Ch. Waldstein e L. Shobridge: “Ercolano: Passato, Presente E Futuro” (Torino, 1910): p. Xx: t. Viii.
[216] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 21 (= 65).
[217] Erc.
iv.
[218] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 11 (= 55): n. 14.
[219] J. J. Winckelmann: “Le Scoperte Di Ercolano” (Napoli, 1981):
p. 142.
[220] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 22 (= 66): n. 28.
[221] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. Xxvii.
[222] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 7.
[223] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 9.
[224] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p.10.
[225] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 8.
[226] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 22-23 (= 66-67).
[227] Erc.
v.
[228] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. Xxvii.
[229] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 24 (= 68), 25 (= 69), e nota 37.
[230] A. Maiuri: “Il Diomede Di Cuma” (Roma, 1930): p. 11 e e seg.
[231]
G. B. Brusin: “Aquileia. Scavi in un
grande edificio pubblico” in “NSc”
(V. S. 19, 1923, p. 224-231):
p. 229.
[232] A. Furtwängler: “Meisterwerke der antiken Plastik.
Kunstgeschichtliche Untersuchungen” (Berlin-Leipzig, 1893): p. 319.
[233]
W. Fuchs: “Scultura greca” (Milano,
1982): p. 89-90.
[234] Th. Lorenz: “Polyklet” (Wiesbaden, 1972): p. 49.
[235]
V. H. Poulsen: “Myron. Ein stilkritischer
Versuch” in “ActaArch” (11, 1940,
p. 24-32): p. 27-28; G. Lippold: “Handbuch
der Archaologie, im Rahmen des Handbuchs der Altertumswissenschaft. Griechische
Plastik” (München, 1950): p. 184; M. Weber: “Die Amazonen von Ephesos” in “JdJ” (91, 1976, p. 91-103): p. 95-96;
J. Dörig: “Neues zum Merkur von Thalwil”
in “HelvA” (13, 1983, p. 25-35): p. 28-35; e J. Dörig: “Lykios, fils de Myrone” in “Akten
den XIII. internationalen Kongresses für klassische Archäologie” (Berlin,
1988, p. 300-311): p. 300-301.
[236] S. Mirone: “Mirone d’Eleutere” (Catania, 1921): p. 106.
[237]
P. Orlandini: “Cresilas” (Roma,
2002): p. 330 e seg.; M. Papini: “Palazzo
Braschi: la collezione di sculture antiche” (Roma, 2000): p. 140-141, nt.
35.
[238] Ch. Landwehr: “Brindisi dall’età messapica all’età romana:
osservazioni sulla tradizione letteraria” in M. Lombardo e C. Marangio: “Il territorio brundisino dall’età messapica
all’età romana, Atti del IV Convegno di Studi sulla Puglia romana (Mesagne,
19-20 gennaio 1996)” (Galatina-LE, 1998): p. 27-40.
[239]
P. Hartwig: “Die linke Hand des Diomedes”
in “JdI” (16, 1901): p. 56-61.
[240] D. Musti: “Il processo di formazione e diffusione delle tradizioni greche sui
Daunii e su Diomede” in A. Neppi Modona A.: “La civiltà dei Dauni nel quadro del mondo italico” (Manfredonia,
1980): p. 93-111; L. Aigner Foresti: “Etruschi
e Greci in Adriatico. Nuove considerazioni” in P. Braccesi e M. Luni: “I Greci in Adriatico” (1, Roma,
Hesperia, 15, 2002, p. 313-328): p. 323, nt. 56; G. Vanotti: “Aspetti della leggenda troiana in area apula”
in P. Braccesi e M. Luni: “I Greci in
Adriatico” (1, Roma, Hesperia, 15, 2002): p. 179-186.
[241] Plinio il Vecchio: “Istoria Naturale”: 34°: 74.
[242] Erc.
vi.
[243] M. Venuti: “Descrizione Delle Prime Scoperte Dell’antica Città D’ercolano
Ritrovata Vicino A Portici” (Venezia, 1749): p. 53.
[244] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 2.
[245] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 491.
[246] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 227.
[247] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 30 (= 74).
[248] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 31 (= 75).
[249] Erc.
vii.
[250] = 2,03 metri.
[251] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 7 e
s.
[252] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 8.
[253] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 33 (= 77).
[254]
O. A. Bayardi: “Catalogo Degli Antichi
Monumenti Dissotterrati Dalla Discoperta Città Di Ercolano” (Napoli, 1755):
p. 146.
[255] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 33 (= 77) e s..
[256] R. J. de Alcubierre: “Resumen” (manoscritto inedito): p. 8.
[257] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 33 (= 77).
[258] V. Catalano: “Otto Statue Inedite D’età Imperiale Provenienti Dal Teatro Romano Di
Ercolano” (Roma, 1977): p. 34 (= 78).
[259] J. J. Winckelmann: “Notizie Sulle Sculture In Bronzo D’ercolano”
in “Antologia Romana” (Roma, 1779):
n. IX, p. 65-67.
[260] Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. n. 5626, 5627, e 5591(-3740).
[261] Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. n. 5597-5730.
[262] Museo Archeologico Nazionale di
Napoli, inv. n. 5599-770.
[263] Museo Archeologico Nazionale di
Napoli, inv. n. 5609.
[264] Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. n. 5612-759-194.
[265] Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. n. 5615(-793).
[266]
Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. n. 73152(-1790) e 73153(-1792).
[267] Notizia in M. Pagano e A. Balasco:
“Il Teatro Antico Di Ercolano”
(Napoli, 2000): p. 54.
[268] Archivio di Stato di Napoli: Casa Reale Antica: fascio n. 1538: inc.
63.
[269] Esattamente 175,41 metri.
[270] F. La Vega: “Giornale Degli Scavi Di Pompei” (1861): p. 288 e e seg.
[271] C.I.L.
X: 1415.
[272] F. La Vega: “Giornale Degli Scavi Di Pompei” (1861): p. 307.
[273] M. Pagano e A. Balasco: “Il Teatro Antico Di Ercolano” (Napoli, 2000):
p. 54-55.
[274]
Ercolano, Deposito archeologico, inv. 2578/77875.
[275] Th. Mommsen: commento a C.I.L. x 1429.
[276] D. Pandermalis: “Statuenausstattung in der Villa dei Papiri”
in “mdai(a)” 86, 1971: p. 189 e
s., e tav. 82: 4 e 83: 1.
[277] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 397.
[278] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 397.
[279] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 403.
[280] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 418.
[281] A. Maiuri: “Ercolano” (Roma, 1954): p. 86.
[282] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 27.
[283] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 27.
[284] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 27.
[285] A. Maiuri: “Ercolano” (Roma, 1954): p. 276: nota 2.
[286] A. Ruesch: “Guida Illustrata del Museo Nazionale di Napoli” (Napoli, 1908): p.
12: nota 24.
[287] A. Maiuri: “Ercolano” (Roma, 1954): p. 101.
[288] T. Piroli: “Le Antichità di Ercolano Esposte” (Roma, 1790): nota 24.
[289] Th. Mommsen: commento a C.I.L. x 1428 e C.I.L. x 1439.
[290] M. Martelli: “Symbolae Antiquariae per Anton Francesco Gori” (Pisa-Roma, 2009):
dec. 1: vol. 1: n°. 45.
[291] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[292] N. Bonacasa: “Ritratti Greci e Romani della Sicilia” (Palermo, 1964): p. 138 s.,
e tavola lxxxii-2.
[293] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[294] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[295] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[296] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[297] A. Boethius e J. B. Ward-Perkins:
“L’architettura e l’Urbanistica” in “La Magna Grecia in Età Romana. Atti del 15°
Convegno” (Napoli, 1976): p. 254 s.
[298] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[299] S. A. Muscettola: “Nuove Letture Borboniche: I Nonii Balbii ed il Foro di Ercolano”
(Firenze, 1982).
[300] M. Ruggiero: “Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta Sui Documenti Superstiti”
(Napoli, 1885): p. 27.
[301] Cfr. Erc. V.
[302] Cfr. Erc. III.
[303] Cfr. Erc. IV.
[304] Cfr. Erc. VII.
[305] Cfr. Erc. VIII.
[306] Tacito: “Annali”: 14: 20.



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