"INTERNAMENTO"
“INTERNAMENTO:
mi chiamo Camille
Claudel.”
di Manuel Omar Triscari.
Alla memoria di Camille Claudel.
0) PREAMBOLO.
In questa opera viene
descritto il tormento di una donna costretta in un corpo che non riconosce, e
che sente come estraneo alla propria sessualità e alieno alla propria persona;
tormento metaforizzato nella condizione del degente psichiatrico e nella stato
di coercizione fisica e psicologica a cui, in tempi non sospetti, furono
sottoposte moltissime donne all’interno degli istituti di salute mentale per il
solo fatto di essere donne. E tra queste anche Camille Claudel, la cui triste
vicenda tutti conosciamo.
Ebbene, questa
tragedia ci tocca tutti, donne e uomini. Questo libro è un crudo atto di accusa
nei confronti del patriarcato, che per secoli ha schiavizzato e soggiogato la
donna, vedendo in essa solo un’oggetto alle esclusive dipendenze dell’uomo
(padre, marito), in un’ottica di repressione e condanna dei suoi istinti più
vitali, femminili. Per porre fine all’oppressione a cui sono ancora oggi
costrette le donne, è necessario combattere il potere alla fonte, censurando gli
uomini che mostrano comportamenti violenti come il potere che glielo consente.
L’obbiettivo è
quello di rendere il mondo un luogo in cui la sessualità femminile non venga
più repressa o punita, dove la donna non sia più ridotta a un mero costrutto
sociale, in cui temere costantemente la disapprovazione e l’esclusione, lo
stigma e l’emarginazione.
1.
È
impossibile che io vi dica chi sono.
Non
è importante.
Lo
spazio è un uomo
tagliato
in due da una finestra.
Ho
contato le ore, i battiti
e
ho perso il conto.
Qui
non sappiamo mai che ora sia.
Mi
sembra inutile raccontare,
le
parole si sono fatte mute.
Ho
visto il Ciclope dare colpi contro la porta
e
la porta restare chiusa.
Loro
sono vivi ma non abbastanza
da
poterli inquadrare.
Aleggiano.
Ovunque.
2.
La
stanza ha l’odore dell’acquavite
anche
se nessuno sta bevendo.
Compaiono
mentre provo a metterli a fuoco.
Ho
provato a dormire ma il sonno
è
una forma di abbandono.
Nessuna
fiamma è visibile nelle lenzuola.
Nessuna
possibilità di andare (dove?).
Il
ferro è freddo, rimanda a mani
che
non sanno raccogliere.
Fumano
tutti per potersi mantenere
in
prossimità del fuoco.
3.
Infinita
è la stanza e infinite
sono
le sue diramazioni.
Nel
vetro ti ho visto,
sovrapposizione
di volti,
nessuno
era me,
una
cosa, soltanto una cosa,
una
vita (quale vita?).
Infinito
è il risvolto della stanza,
ho
scovato i simultanei,
la
pecca, la grandissima colpa.
Nessuno
può proseguire
se
guarda attraverso.
Non
l’hanno concesso.
Hanno
sbarrato la porta.
4.
La
morte è un giglio,
ogni
suono è un giaciglio.
Mi
piacevano i fiori
prima
che iniziassi a strappare i petali.
Sfronda
qui, sfronda lì, rimane solo lo stelo,
il
ricordo di aver vissuto.
La
finestra è piena di gocce che tremano
ma
devo illudermi di non averle mosse.
“Io”
non è una parola con un senso.
“Io”
è già morto: tu l’hai ucciso,
tu
uomo, tu maschio, tu odiatore.
5.
L’eternità
è il vetro che va in pezzi.
Raccogliamo
i cocci,
ci
scriviamo numeri sulle braccia.
Dio
è una questione numerica.
Se
non scindi l’atomo
l’universo
è mera supposizione.
6.
La
follia è invertire il senso,
averlo
perso nel cammino verso
una
forma che non si è raggiunta.
Vengo
fraintesa, le parole quando escono
non
sono mie, non è mia la guardia,
è
sfilacciata nel ladro e nella gazza.
7.
L’identità
è scegliere un piano o sommare più piani,
ma
senza sovrapporli come l’immagine
nel
vetro con le gocce che tremano.
Sono
andata mille volte in pezzi,
la
sovrapposizione non dava risultato.
Avrei
bisogno di razionalizzare la visione
ma
non trovo una parola per descrivere i miei occhi
quando
smettono di essere miei.
Non
voglio sentirvi. È solo ronzio.
Smettete.
Smettete di...
8.
L’amore
è una miccia che non vuole spegnersi,
se
esplode muore, restiamo cavi.
Lo
spazio è la stanza nel vetro,
il
tempo è il numero delle ripetizioni.
Cercheranno
di ricomporci
ma
non troveranno la testa.
9.
Lascia
che vedano una porzione.
Devi
anche tu diventare porzione
altrimenti
arriva il martirio.
Scegli
una maschera e non toglierla mai.
Se
la togli torni indietro.
Scegli
una maschera,
un
piano, una sola risposta,
una
parvenza d’identità.
Basta
per oggi, oggi puoi uscire.
10.
Lei
ha solo tredici anni
e
ha deciso di non saperlo.
Il
fiume è un palazzo
di
tredici piani.
Deragliare
è percorrere
il
campo di papaveri fino alla notte,
dov’era
il binario passa
solo
un treno, lei l’ha perso.
Prosegue
nel campo
e
i papaveri si fanno viola, poi neri.
Alla
fine del campo non sa più
se
ci siano mai stati fiori.
11.
L’infinito
è un bambino con un secchiello
in
cui vuole mettere tutto il mare
ma
il secchiello è bucato.
È
la storia di un santo.
Mio
padre metteva del vino nell’acqua
e
io non ho mai smesso di bere.
Hanno
trasformato l’acqua in vino,
le
vie di fuga in corridoi.
I
pensieri vanno per i corridoi
e
continuano a non finire,
nessuno
riesce a fermarli.
12.
Forse
avevo paura, è la parola adatta, paura.
L’ho
vista sul tergicristallo.
Mia
madre se bevo non viene a trovarmi.
Vestono
di bianco nel castello,
a
volte confondono i colori con la notte.
13.
La
merda è l’unica libertà.
Cosa
sono gli altri?
Per
lo più zavorra.
Liberarmi
di loro è una chiave
che
non entra in nessuna toppa.
Passami
un fazzoletto,
voglio
scriverti una cosa.
14.
Io
so che lui mi amava, solo,
non
capisco perché questo amore
era
diventato così simile a un rumore,
un
acufene che non voleva finire,
lama
sulle braccia, sirene.
Erano
i suoi capelli neri in bocca.
Sono
forse tua madre?
Quando
mi hanno portata via
non
potevo più chiamarlo,
non
ho più potuto telefonare.
15.
Il
tempo è una mela piena di buchi.
Questo
volevi?
Mangiala,
sa di me.
Non
ti ho detto
che
sono anch’io nel vetro.
Hai
finto di non vedermi.
Hai
visto cos’ha fatto?
Ha
strappato l’elastico.
Toccalo
se credi di poterlo
aggiustare,
prova a cucirlo.
Io
non ho retto la sua rabbia,
se
avessi retto saremmo ancora.
16.
L’ansia
è una madre.
quando
il bambino aveva sei mesi
non
volle più sentirlo piangere.
Dopo
sei mesi non ha sentito il tempo,
le
è passato addosso, le è sfuggito.
17.
Dalla
fotografia veniva una luce.
Mi
piace la tua frangia,
quando
muovi le mani,
non
ho paura.
Voglio
che tu esca e reagisca,
vorrei
farlo anch’io.
Non
dimentico.
Vivere
assomiglia a mangiare come dei mostri.
L’euforia
è dimenticare,
non
si può ridurre tutto alla lotta.
Non
so se l’arte sia fare qualcosa di giusto.
A
me piace il tuo affetto,
c’è
un mistero e devi andare proprio lì,
non
fermarti alla sbarra.
Metti
un filo di ferro nell’ago e non è dritto.
Il
dono è un’erranza.
18.
Perché
ti fotografi continuamente?
Pensi
che serva a fermare l’immagine?
Ma
è già passata.
Domani
non mangerai tutto il giorno.
Non
mangerai neanche dopodomani.
Senza
riempirti sarai un po’ diversa.
Metti
un’altra fotografia.
Non
coincidi più. Sparisci
in
un limbo di stoffa.
Un
limbo di stoffa
è
la barriera tra sopra e sotto.
19.
L’amore
è una corda,
l’ho
stretta troppo.
Amare
è scegliere
di
non proseguire,
allentare
il cappio.
20.
La
morte è una lussazione.
Coraggio
è solo un salto,
una
sutura smagliata nella febbre.
Le
sbarre sono venti piani.
Divelta
l’ultima c’è il frastuono.
Un’apertura.
Gestazione.
Dove
sbocceranno questi semi?
21.
Mi
hai detto che sono debole,
invidiosa,
rabbiosa.
Così
tu puoi essere perfetto.
Ho
strappato l’abito da sposa,
ora
mi consegno alle sue mani.
Morderle.
Ingoiarle.
Sono
le facce nascoste della luna,
parole
cancellate da luoghi che tornano.
L’auto
nel cortile è rigata.
L’ha
rigata lei quando era me.
Come
finisce presto una promessa.
Se
svegli la furia non devi temere la madre.
22.
Non
ti vogliamo, hanno detto,
come
a un cane bastardo.
Mi
hanno sbattuto fuori.
Volevo
solo essere donna.
Solo
che non ho saputo dirlo.
La
strada è il capoluogo dei non detti.
Ci
si lascia debordare sui binari del treno
non
convinti se salire o scendere.
Volevo
farmi suora ma non avevo i documenti.
Mi
hanno inseguito, mi sono corsi dietro
per
darmele e nessuno ha sentito Dio.
Dio
è il segnale tra la notte e l’alba,
che
tu lo voglia o no, lui sorge comunque.
23.
Abbiamo
avuto un volpino nero,
è
impazzito anche lui.
La
casa era piena di non detti.
Si
lanciavano sguardi che nessuno raccoglieva.
Ho
camminato per le navate di Sant’Ambrogio,
ho
sentito.
La
presenza era intorno,
e
fuori il deserto.
Con
i polsi aperti sono andato via.
Un
uomo ha raccolto il mio sguardo.
24.
Ero
legato al letto,
ho
gridato fortissimo ma non c’era nessuno.
Ho
visto la stanza deformarsi,
perdere
solidità dagli angoli,
farsi
acqua. Il lenzuolo fradicio
è
rimasto incollato per due giorni.
Ora
la stanza è un bosco,
la
mente è diventata un albero.
25.
Se
io fossi stata Gesù Cristo
non
sarei salita sulla croce.
26.
Dio
è il tempo.
Come
fai a entrare in una chiesa?
La
relatività è solo una delle voci.
Mi
fa specie che Einstein non sia impazzito.
Quando
accedi poi devi scontare.
Pensavo
di ingoiare cinquanta compresse
di
Zyprexa, ne vuoi anche tu?
Non
lo farò, non voglio più.
Ho
risolto il problema del suicidio
già
da molto tempo, la morte prima
o
poi arriva comunque, è sufficiente aspettare.
27.
L’Infinito
è una sonata di Bach.
È
rimasta la musica,
messaggera
universale,
le
fontane parlavano di noi,
contrabbassi
d’acqua.
Non
stavo bene neanche da piccola,
ero
il gatto sotto il divano,
mi
hanno accarezzata
ma
mi hanno strappato la coda.
Resta
la voce, una scala di piano,
glissandi
nel buio.
Cos’ha
il mio braccio?
Non
è poi diverso da un cuore.
L’hanno
mangiato.
E
tu ti copri gli occhi
per
non vedere il moncherino.
28.
Il
dolore sono le bare che si ripetono,
avevo
quindici anni, rovesciavo l’otto.
Non
lotto, non so difendermi.
Ho
cercato il carnefice
e
gli ho consegnato l’ascia.
Le
sue mille facce mi cercano nel letto.
Mio
padre nel buio.
Non
dovresti esserci.
È
sempre presente.
Faccio
smorfie allo specchio
e
ci sei anche tu nella mia bocca.
Il
mio nome al contrario è profezia.
29.
Dio
è la somma delle preghiere,
sono
le persone che chiedono di lui.
Sono
anch’io una di loro?
Se
m’inginocchio vestita di nero
mi
strappa i merletti.
Voglio
scalare una montagna
e
parlargli, evaporare in vetta.
30.
L’anima
rimane ma il corpo non è più.
L’anima
fluttua, non è materia.
Una
volta ho fatto una seduta spiritica
con
un medium, era un ragazzo
che
veniva a scuola con me,
aveva
questa dote, faceva le sedute spiritiche,
lui
non aveva paura, volevo evocare l’assente.
La
notte mi si muoveva il letto.
Non
l’ho più fatto e se n’è andata da sola.
31.
La
famiglia è un incidente,
mia
madre è sparita.
Adesso
ho una figlia,
è
venuta a citofonare
e
ha detto: sono tua figlia.
Ho
sentito i Santi, lo Spirito,
devi
stare attenta ai loro occhi.
Aveva
venticinque anni,
siamo
andati verso il mare
e
non abbiamo smesso.
32.
Lo
scheletro è una struttura fragile,
nel
mezzo ci sono gli scarti,
le
nostre dita che si separano,
anche
lei si guardava sfigurata.
Nello
specchio stavamo vivendo
infinite
volte.
33.
Le
persone non le vedevo,
luci
e colori fortissimi,
ero
dentro una stanza,
e
il colore mi rincorreva,
mi
soffocava.
Le
persone non vedevano,
non
erano pronte a reagire,
non
sapevano chi fossi,
non
riuscivano a vedermi
in
tutto quel colore.
34.
Esistono
mondi di sopra e mondi di sotto.
Quelli
di sopra li conosciamo tutti,
quelli
di sotto solo i più ferrati.
La
vita è stare in equilibrio tra i due piani e,
se
si scivola, non fidarsi delle sensazioni.
Nel
mondo di sotto ci sono molte stanze,
una
è la mia: ha una porta rossa e un materasso a terra,
una
scrivania piena di disegni che abbozzo e poi cancello.
Disegno
gli abitanti del corridoio,
in
ogni porta un internato.
La
donna dietro la porta blu non ha i denti,
il
cibo deve farselo frullare.
Nei
mondi di sopra preparano il cibo
e
noi lo frulliamo.
35.
Guarire
significa mentire molto bene.
Tutti
hanno un occhio sulla schiena,
per
guarire devi tenerlo chiuso.
36.
I
pensieri sono corridoi pieni d’acqua,
non
sempre si sopravvive alla piena.
Io
pulisco i resti, mi pagano per farlo,
a
volte trovo un calzino, un diario fradicio,
un
foglio strappato, una collana
di
teste di chi non ha nuotato.
37.
Il
pozzo è il deposito delle voci,
sono
tutte sul fondo, sciabordano
e
dicono: Anch’io, anch’io
sono
stato parte del mondo
prima
che precipitasse.
Siamo
tutti qui, condensati sul fondo,
se
rovesci il fondo siamo nuvole e cielo.
38.
Mi
ha detto di voler fare come me.
Perdere?
Ho detto.
Perdere
è allineare vittorie
contro
un muro e poi sparare.
La
morte è una madre molto grande,
ingoia
i resti.
Accoglie
chiunque.
39.
Amare
è pulire il sangue dai mattoni.
Chiuditi
con me.
Murati
vivi, abbiamo camminato dentro,
tu
mi parlavi di loro ma io non volevo sentire.
Ci
siamo divisi all’entrata.
Hai
voluto fermarti prima di cementificare.
Nel
mio corpo crescono radici con il tuo nome.
40.
L’ansia
è un grido che non esce,
si
rivolta contro cuore, stomaco e intestino.
Se
espelle il cervello diventa un pilota
e
il corpo, abbandonato, decolla.
I
sistemi solari sono attraversati dall’ansia,
se
capiti da quelle parti puoi sentirli urlare.
41.
L’abbandono
è fluido,
sgorga
da una sorgente
e
si sporca a valle.
Molti
sono passati di lì,
hanno
raccolto l’acqua dal fondo
e
si sono ammalati.
Quando
ci passo sto attenta,
non
cedo alla sete.
Bevo
solo alla sorgente
e
più bevo più scompaio.
42.
Quando
mi faranno uscire
aprirò
un negozio e lo chiamerò Cenere.
Venderò
tutto ciò che non si usa più.
A
Cenere porterò una lanterna,
per
fare luce sui chi entra.
A
ciascuno domanderò se ha visto l’Uomo.
43.
Quando
esco in corridoio vedo altri me,
sono
tutti un po’ diversi, uno grasso,
uno
magro, uno con la flebo
nel
braccio e la gamba fasciata.
Una
volta ne ho fermato un altro
e
gli ho chiesto: Perché sei qui?
Ho
sparato, ha detto.
A
chi?, gli ho chiesto.
Indovina!,
mi ha detto.
44.
Il
dottore dice i quattro punti cardinali:
Paura,
Rabbia, Tristezza e Disgusto.
Rabbia
è il mio preferito,
ci
si mangia il fegato e il sole è come il fuoco.
A
Tristezza c’è il mare, una lunga spiaggia
in
cui il sole continua a tramontare.
Paura
è una corda tesa tra terra e cielo.
A
Disgusto non ci sono mai stato.
45.
Avevamo
una casa, è andata in pezzi,
io
ho scelto la camera da letto,
sono
invischiata alle lenzuola,
mia
madre ha preso la cucina
e
mio padre vive in bagno.
Una
casa è un assemblaggio,
non
significa nulla in sé.
Anche
questo letto non significa molto:
è
il corpo di un’altra, dal basso
la
guardo invecchiare.
46.
È
il tempo che quando non trova spazio
fa
la strada a ritroso: l’infinito.
47.
Dovremmo
risolvere il problema della vecchiaia,
se
servisse a qualcosa potremmo dimenticarla.
48.
In
ogni stanza c’è uno spazio buio e uno illuminato.
Quando
vado nel buio ho paura di tirar fuori
un
bambino, spesso accade e alla luce muore.
49.
Lo
spazio è una piscina di profondità infinita,
ogni
piano più in basso c’è il ricordo di una vita.
Oggi
ho trovato una tastiera e uno spartito,
se
sapessi suonare ascoltereste il tempo.
So
che l’ha composto un androgino,
è
uscito quando io sono entrata.
All’ingresso
mi ha detto di non portare nulla:
la
piscina ha la memoria del cosmo.
50.
Mi
ha chiesto se avessi una matita.
Lui
ne consuma molte.
Dice
che ha creato un sentiero,
un
lungo sentiero che va dalla sua stanza
a
quella della madre.
Né
lui né lei l’hanno mai percorso.
51.
Credo
che sia stato un universo prima del big
bang,
prima
che tutto si concentrasse in un unico punto
c’era
un altro universo che è imploso in quel punto.
L’universo
è sempre esistito, un organismo unicellulare
che
si contrae e si espande. Il mondo non è mai
cominciato
e non finirà mai: è il concetto indiano
della
trimurti Brahma, Vishnu e Shiva,
eterna
trasformazione unica costante.
52.
Devi
uccidere il gendarme,
sei
nelle sue sette prigioni,
trova
la chiave e esci dall’ottava.
53.
L’Angelo
del Tempo ha creato gli orologi
ma
se ci fai caso ognuno fa un’ora a sé.
Qui
non ne abbiamo bisogno,
siamo
troppo vicini all’eternità.
54.
Io
sono qui da venticinque anni,
non
mangio mai quello che preparano,
mastico
i pensieri di tutti, ne mastico la voce
e
finisco per parlare con la loro.
55.
È
una signora molto anziana,
ha
la gobba, puoi vederla sui gradini.
Pulisce
da mattina a sera.
Questa
stanza conserva
ciò
che ha spazzato via.
56.
Siamo
esploratori dei confini.
L’infinito
è riflesso nel vetro,
ci
siamo tutti noi nella tua faccia,
ci
hai trovati? Se ti muovi appena
oscillando
compaio anch’io,
sono
la trentatreesima faccia
sovrapposta
alla tua. Quando
uscirai
dovrai sapere:
là
fuori non ci sono stanze
con
vetri così spessi.
57.
La
morte è una bambina vestita di bianco,
l’ho
interrogata mentre mi portavano qui,
le
ho chiesto: Cosa c’è dopo?
La
bambina ha fatto una piroetta
e
ha indicato la pancia, si è sollevata il vestito,
aveva
l’ombelico cucito con un filo bianco,
ha
scucito la sutura e ho guardato nel suo addome.
Le
ho promesso di non dire cosa ho visto.
58.
L’amore
è un filo bianco che cuce una ferita.
L’ho
visto nella pancia della morte,
se
la ferita è aperta non si torna indietro
ma
il più delle volte ha l’accortezza di ricucire.
Mi
segue ogni notte in questa stanza, vedi?
Tira
fuori un gomitolo bianco e lo lega alla maniglia della porta,
lo
tende fino ai piedi del letto e fa due nodi,
mi
protegge dalle voci.
59.
Edvard
Munch sedeva sempre su questa panchina,
mi
ha lasciato una cartella rossa con degli schizzi,
gli
ho chiesto: Perché non li completi?
Non
puoi completare l’eternità, ha detto.
È
andato via promettendo che ci saremmo
incontrati
ancora sulla stessa panchina,
da
allora non l’ho più visto.
Ho
provato a completare i disegni.
Apre
la cartellina, è vuota.
Dove
sono i disegni?
Siete
tutti voi.
60.
Esistono
due categorie di donne al mondo:
quelle
destinate a essere amate
anche
se non hanno fatto nulla per meritarlo,
e
quelle che vengono violentate ogni volta
sempre
più ferocemente.
Ogni
volta, sempre di più. Senza scampo.
La
vita è così.
61.
Non
ho niente da dire a voi
che
onorate l’assenza per
rigettare
la presenza. Non
più
un amore, neppure un
filo
di nebbia. Nessuna via,
la
notte, spettrale sapienza
del
buio. Vivo nell’ombra;
assassina
senza aver mai
ucciso.
Nulla da dare a voi,
neppure
l’incanto della mia
pelle,
nessuna pelle più ora
mi
appartiene. Sono l’esilio
e
il deserto, straccio vivo
e
manto del suono, folgore
senza
parola. Le violette
sono
appassite, così gli
asfodeli.
Cammino tra i
muri.
Dentro le cose vive
sento
le cose morte, la
coperta
smangiata, una
voce
in dormiveglia. Volti
disfatti.
Aspettiamo fino
a
sera, arriverà la neve.
62.
Puoi
tornare quando credi
a
piangere tra le mie braccia
e
ogni pugnalata che io
t’infliggerò,
figlia, sarà per te
fresca
aria d’Oriente, e ogni
giudizio,
e ogni non detto,
e
ogni parola che scardina
il
detto, sarà per te acqua
di
sorgente. Puoi tornare in
ogni
istante, qui, da noi, ti
aiuteremo
a non crescere.
63.
Esserci
in
perpendicolare o in tralice,
sulle
soglie dei voli e dei disvoli,
dei
ritorni scintillanti
di
poesie e addii mai
perenni
perché se ti canto
non
sei mai distante
dal
centro del cielo,
dal
vertice
perpendicolare
dell’infinito,
in
bilico sullo scalpitante
attimo
verticale.
64.
Il
dolore degli altri
quando
è eccessivo
non
ci tocca più,
filtra
come un vago e incerto pericolo
in
un corpo anestetizzato.
Forse
è questo il capolavoro dell’orrore:
perdere
la compassione
perché
provarla farebbe troppo male.
Vedo
solo schegge impazzite.
Macerie.
Ci
si abitua a tutto,
alla
violenza,
al
sopruso,
alla
guerra,
all’illusione
di un mondo fatto di individui
ciascuno
con il suo destino.
Ci
si abitua a tutto,
senza
sentire più.
65.
Cosa
siamo ora?
Non
voglio risposte
non
voglio promesse.
Mitreo,
San Clemente
angeli
trasfigurati
in
poemi gnostici.
Ci
hanno detto di
andare,
indossare,
svestire.
Ci hanno
detto
di dire che a
nulla
vale sapere.
La
magia imita
il
mondo e il mondo
scompare.
Iside
cieca
sul fondo
di
cieco volere.
66.
Ho
paura del ricatto
misero
occhio cavo,
nessuno
è solo e tutti
siamo
sviati a morire.
Non
guardarmi, non
lasciarmi.
Resta qui,
proteggi
le ossa.
67.
Al
mattino l’ossario
social
ricorda l’ora.
È
sbagliata. Persa.
Non
puoi sfuggire
all’abiura.
Ratifica
i
suoni in sincrono,
campane
ripetute
in
gola. Sabato
stolida
gioia grigia,
nelle
grida della
sera,
non andare.
68.
Non
andare nella gravina
ci
hanno gettato i resti
mangiati
dai corvi. Non
andare
a raccogliere il
seme
del lieto disamore.
Non
andare in fondo
al
canale di scarico
sui
frammenti. Potresti
trovare
l’ombra di me.
69.
Rattrappito
cielo invetriato,
Torino
alle cinque del
mattino,
prime voci bianche
da
operetta smascherate
sulla
via della neve. Luce.
70.
Ogni
fantasia di potere
è
una fantasia di stupro.
Vince
sempre il sadico,
non
saziare il carnefice!
71.
Io
posso sottostare solo al cosmo.
Non
riconosco padri o madri, nessun
dio
da nessun podio discetta inane.
Nessuna
colata lavica, nessuna gerarchia.
Io
riconosco soltanto chi fugge e l’eco
smarrita
di tutto, di traverso orizzontale.
72.
Se
ho sacrificato è stato per rivolta
lì
si moltiplicano croci. Ma in fondo
al
calvario è una mano inumana.
Nessuno
perdona nel tempio. Fuori
non
siamo che strali colmi d’invisibile.
73.
L’odore
di brace del mio giardino,
di
questa luce infernale l’avvento
senza
corpi ci inchiodiamo nel vento.
74.
Risali
al fondo della vita,
è
un buco molto stretto
un
foro dai mille risvolti.
Noi
ci abbandonammo al
sapere
cupido e insano
dei
corpi, alle bramosie
furiose
e fummo respinti
dal
tempio. Noi fummo
ancora
una volta croci.
A
nulla vale sapere
se
non si attraversa
il
lago, il fondo infinito.
Camille Claudel siamo tutti noi.
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.



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