"COME UN LUPO IN AMORE"
" COME UN LUPO IN AMORE."
di Manuel Omar Triscari.
Dormire su una panchina
al sole,
poi di notte traversare
la città
come un lupo in amore
scarpe strette e generose
falangi di deserto
occhi ruggiosi
cigli come coltelli.
Brucio i
miei giorni
come incenso serbato
a un morto amore.
Tace la brezza:
ogni cosa appare quale
è: infinita.
Un uccellino
gonfia le piume al freddo:
reggo il tuo cuore.
Boccio di rosa:
mai aperto alla brezza,
perse ogni petalo.
È primavera:
una fila di strida
nel cielo azzurro.
Il pesce rosso,
dalla boccia rotonda,
scruta ombre immani.
Fruscio, un tonfo:
è caduta una chiocciola
dal muro d’edera.
Dal cielo terso,
rintocchi di campane
a un funerale.
Nel pomeriggio,
si ripetono in tondo
ronzii di mosche.
Nelle pupille,
un subitaneo riflesso:
lamiere al sole.
Quanto
dolore
ci vuol per un riscatto
fatto di bellezza?
Alla finestra,
una pianta d’alloro:
ricami d’ombra.
Solo mi manca
d’intriderti all’estremo,
amen e osanna.
Vibrano i vetri:
si fanno cielo e terra
campana a un punto.
Caffè: in
un sorso,
s’avvolve
una salmastra
grotta di
lacrime.
Sentenzia
il Tempo:
Non ho mai
visto in faccia
i miei boia.
Nel
calamaio,
spilla il
sangue dei giorni
e degli
incontri.
Anima di
vetro, che sulle mie dita
lasci il
sapor dei rovi,
dimmi: fra
le tue spine,
ci son
segni di carezze sbiaditi,
more d’amore
acceso e gentile?
Ci son
fiocchi di lacrime leggeri,
o c’è solo
il filo troppo tagliente
del tuo
cuor spezzato al morir dei giorni?
Felice l’uomo
a cui
basta il mondo.
Non vi son
ponti.
È l’universo
ad essere
uno
soltanto.
I miei
pensieri sono faville appese
alla corda
del bucato,
bianche
come la luna
che si
specchia nella propria fortuna.
Un soffio
di vento sbatte una foglia bruciata
sul sogno
più chiaro:
tremano
tutti i pensieri, come il mare
quando
passano navi inginocchiate.
Non c’è
lama
che tagli
come la
seta
sputata
dal cuore.
Ci vedremo
sulle scale del giorno,
fra
tentacoli d’asfalto e uno straccio
di poesia
al sole.
Sgraneremo
i nostri passi
in corone
di sapori e parole,
pieni come
lune
ubriache d’incenso.
Affonda,
ti prego,
i denti
nel cuore.
Le mie
catene
son fatte
di rose.
Nel mio cuore
non c’è
pietra
che non
abbia un nome.
Apro
la mia
anima:
in un
fiore osceno
sopravvivo.
Apro
la mia
anima
in un
fiore osceno:
sopravvivo.
Bagliore
di pelle,
seta d’alabastro,
trapunta
di calde bellezze,
e chioma d’ispido
sole sul volto.
Non hai
apparenza di dolcezza
per
attirare i nostri sguardi,
come un
Cristo
innestato
su un satiro
e
puzzolente di concîli.
Questo è
il corpo
del mio
amore animale,
feroce
come una giovinezza
sull’orlo
del
tramonto.
Prenderti per
i capelli setosi di lussuria,
strapparti
a viva forza una parola cariata,
tutti per
ingannare il palato
con un
surrogato d’amore
(sapevi di
dolciastri succhi ricercati,
esotici e
leggeri come veleni da aperitivo):
altri modi
piuttosto
che guardare
la tua
schiena muta
con una
fissità
di pianto.
Appeso all’ansare
del tuo cuore,
ratto
contemplo
la vera
icona del mio desiderio:
fare di te
la mia tomba e il mio ventre,
essere il
gheriglio vivo
e tu la
noce.
Per questo
non c’è termine al mio grido,
mia anima
e mia morte.
Oh cuore
mio,
potrei
pure
dissolvermi,
se non
fosse
per
questo
atomo
di
pulsante
creazione.
Ancora una
volta cadi
a
capofitto nel mio cuore,
raggio
ferreo ancor caldo di stelle
dal sapore
lancinante,
e alla mia
carne di pietra
ricordi ch’è
ancora viva.
Dal sangue
del mio
cuore
nasceranno
rose.
Ci vuol
coraggio
a
indossare un sorriso
su un
cuore spezzato.
A grano a
grano
devo
bruciare il cuore,
come per
voto.
Il mio
cuore
è un uovo
di demone
che non ha
guscio.
Tu riempi
l’orizzonte da ogni lato
ed il tuo
corpo assente è la rocca
del mio
desiderio fermo e malato.
Ogni morso
alle tue
labbra
è un filo
di seta
che
stringe
il mio
cuore.
Taglia un
sorriso
il velo
della notte:
è luna
nuova.
Ciliegio
in fiore:
anche il
cielo ha placenta
e sangue
bianco.
L’autunno
ha una veste
leggera
di sposa.
Il pomeriggio
indossa
una vestaglia
d’ombra.
Contando i passi,
rimanendo fermi
a un respiro corto.
La numerologia
del riposo,
le questue
risibili.
Le sere d’estate
si salvano,
e almeno loro
trasvolano.
Amare di spalle
una curva
di carne.
Le ali della notte
sono civette o zanzare.
Amare rende lievi.
Dimmi, il tuo mare
assolato e amaro,
aspetta il mio ritorno
nel tuo nido avaro?
La delega al tuo patrimonio
è un furto risibile,
lambire l’onda lieve
dolente polipsonio.
Amore, che cosa è questo affanno
che mi toglie il sonno,
saldato inganno,
incurabile danno?
Agosto crudele
nel gioco del mercato.
Come saranno
i tuoi occhi d’inverno?
La tinta marina
nella dolenza mattutina.
Una tenera foglia,
il broncio infantile
sulla pagina bianca
dei tuoi diciannove anni.
Dove corri,
quale pensiero buffo
ti scompiglia
l’alato ciuffo?
La tua orografia
alla radice degli occhi.
Insetto morto nel miele.
Agitarsi di mani
che imbastiscono alfabeti,
esperimenti muti e svogliati.
Sospiro carnale
che si estende
alle stelle,
le infiamma.
I latrati dei cani
sono la colonna
sonora delle notti.
Scorre lieve
il pomeriggio
sulle sue scarpe
da ginnastica
da poco.
Le molte fasi
del silenzio
si offrono
per essere
studiate.
Un che di biondo
a falcare il pomeriggio
tra le erbe alte
polverose
del Giardino Inglese.
Falciami il cuore
volendo e potendo
penetra piano
curami e ammalami,
venticello
cauto di giugno.
Un sorso d’aria
al lungomare,
sentore d’estate
e fughe pianificate,
nella città vibrante.
La tivù accesa
per se stessa.
E’ come vivesse
una vita autonoma.
Ho chiuso il cuore.
Era predestinato.
Non è un reato.
E’ un escamotage.
M’attardo sul letto
per salvaguardia
dalle tagliole
del giorno.
Le fasi della sera
restituiscono pace
e un cielo giallo di pioggia.
Al balcone
spio
la vita
farsi
meraviglia.
Il dolce viso
delle ragazze,
promessa e castigo.
È l’ora delle cene.
Io ritorno a un nido
di sfere pacifiche.
La quiete ferita
delle sere di luglio.
La voce dei confini.
Imparo
il silenzio
dal silenzio.
Dall’amore
i suoi limiti,
i bei disastri.
Suona l’ora dei rientri.
I passi accorrono a un lume.
Imbastire bugie sottospirito
affinchè mantengano la flemma.
Lo scenario di un compromesso
è nella linea rossastra di un
tramonto che non sa mentire.
Il marciapiede è amico,
di sera specialmente, alla luce
calda e zigrinata dei fanali,
al taglio della pioggia urlante
il suo alfabeto misconosciuto.
I supermercati
sono luna-park,
lo sanno tutti.
C’era quel sorridere
dietro il sorriso,
quel dolore inattuale.
Intuivo gli abbracci
come s’allungavano
nella traiettoria
degl’inganni.
Teniamo i pensieri
nelle svolte
dei pantaloni.
Possibile che vi siano
destini orizzontali?
Le facciate dei palazzi
hanno occhi curiosi.
Un popolo di seduti,
selve di seggioline
davanti ai bar.
Chi passa avverte
gl’infimi disagi.
Una panchina in ferro,
semicircolare. I primi
baci rubati, pomeriggi
imbrattati da un
macello qualunque.
La sordità
della notte
è negligenza
e cura.
Amo le persone fragili
perché traversano la vita
senza paura d’infrangersi.
Il colore della sera,
le promesse di grano,
la seta sul corpo;
lei che bussa alla
parete, si appoggia
al mio braccio,
torna bambina.
Ora è tarda sera.
La notte è un gomito,
una sfera.
La luna una chimera.
È pur sempre
sangue versato,
parole sciorinate,
polline al vento.
Le nuvole lo sanno.
Quanti occhi
dormienti
ha la città.
Che cosa sapranno
le mani sopra il petto,
le carezze dietro i fogli?
La scure puntuale
che manipola la gente,
la trasforma in angiporti.
È paziente l’insonnia
ed anche un po’ bugiarda.
Proteggo i miei angoli
di casa, perché fioriscano
in un silenzio disossato.
Quanti occhi
sornioni
a spiare
le mosse dei viventi.
Odio e amo.
So come si può.
M’infrango di malinconia.
La corsa in vespa,
l’armatura della felpa.
Ti lamenti sempre
della gioventù
che t’ha messa nel sacco.
Il silenzio,
legittima cesura.
Ti reggo a filo
di fiducia,
antica estate.
Tornerà la quiete
delle lunghe sere
fondo-oro.
Studierò la pioggia,
i suoi geroglifici
sulle vetrate
serrate come cuori.
Il mio correlativo oggettivo
è nella risultanza quotidiana
che rimane fissa e spessa
come nebbia agl’irti colli.
La notte, se la misuro
scopro che ha il mio
stesso giro-vita.
Entro nella camera
tutto dorme sistemato
Haydn rimasto acceso
ha riempito gli spazi.
Le parole in vortice
hanno fatto del loro meglio
per essere all’altezza.
Sulle mie spalle
Agosto
è un imbuto di silenzi.
L’estate è l’occasione migliore
per sfoggiare insensatezza.
Chi ostenta felicità e gaiezza
è un outsider della
vita vera.
Era un tempo in cui
le notti brillavano,
l’estate aveva ancora
un gusto di rinascita.
E noi portavamo camicie
colme di fiori,
indossavamo i nostri
sorrisi migliori.
A vedervi tutti lì
compresi in un cerchio
di socialità cautelata,
mi fate quasi pena.
Luci e festine pendono
da terrazze barocche
d’una città ossidata.
Nel cuore asfittico
della notte
la panchina ospitava
la sua mestizia in canottiera.
Poi si levò,
imbarcò la bellezza
nel suo passo incerto.
Intorno ai discorsi
l’aria calda e ferma
s’imbambolava.
Bruciavano le pelli
sotto le armature
di cotonina.
Vivrò l’indomani nuvoloso
alla luce del pomeriggio
di una città addormentata
che attende ancora vita.
Al risveglio
vorrei solo
trovare un fiore
sul comodino.
La barca del cielo
fa a gara
con la tua scollatura.
La notte di giugno
si flette
come un giunco.
La solitudine è sentire.
Scegliere per governo
una doppia identità.
Cullare il pomeriggio.
Ha note così dolci.
I suoi silenzi reggono
la parte.
Dopo.
Il dopo.
Prima.
Il prima.
È un simulacro,
un talismano.
Guarda a destra,
più spesso a sinistra.
Ti risolvo
i respiri.
Gli concedo
un nome proprio.
È una fiaba
acerba,
contorta.
La via storta
ai fiati cardiaci.
Invecchio
sulle tue mani
che invece
ringiovaniscono
in misura
inversamente
proporzionale
al mio invecchiare.
Il vento caldo di luglio
gonfia le tende,
sembra una carezza.
La tivù a volume
medio,
culla
questa porta d’insonnia.
Ognuno dice la sua.
Ne sente il diritto.
Imparassero la virtù
fervida del silenzio.
(twitter)
Una volta
a cinguettare
erano
gli usignoli
dei poeti.
Il silenzio
del mattino
di giugno.
Gli uccellini
a contendersi
il cielo.
Da basso
lei
mi prepara il pranzo
come una volta.
L’amore è coerenza.
Aspetto un tempo
di virtù silenziosa,
la conferma del mio
teorema di giovinezza.
Il sonno è
una giostra
di memorie
prepotenti.
Il mondo è
palude,
ribalta,
discreta meraviglia.
Si è socchiuso il cielo,
ha ancora sonno.
La luna
stasera
ha i tuoi
occhi.
(Vorrei
fossero
eclissi.)
La noia domenicale
ti rimette in pace,
è una culla lieve.
Imbastire bugie sotto spirito,
perché mantengano l’aplomb.
Il marciapiede è un amico,
di sera specialmente, alla luce
calda e zigrinata dei fanali.
Al taglio della pioggia urlante
il suo alfabeto misconosciuto.
Ho scarpe strette e generose,
falangi di deserto, occhi
rugginosi, ciglia come coltelli.
Entrare in un bar è
amore.
O anche solo guardare
da fuori quelle vite superiori.
Sfrecciare di automobili
come stelle filanti.
Sono astronavi
omologate per quattro,
comode per cinque.
I supermercati sono luna-park,
lo sanno tutti.
La fila alla cassa
è un gioco per adulti.
Incrocio di strade,
virtù colossali.
Teniamo i pensieri
nelle svolte dei pantaloni.
Le facciate dei palazzi
hanno occhi curiosi.
Possibile che vi siano tanti
destini orizzontali?
Coppie strette, a taglio.
Viatici di sopravvivenze.
Fenicotteri fasciati nei cappotti,
virtù coi baveri alzati.
Un popolo di seduti,
selve di sedioline
davanti ai bar.
Chi passa avverte
gl’intimi disagi.
Nei parchi, la complicità
delle foglie a fissare
le passeggiate di ieri.
Il sedile è un trono.
E ti parla ancora.
Il terreno sconnesso
sta lì a imbastire
giorni battuti,
fedeltà nei respiri.
La pioggia
è il romanzo
del cielo.
La notte
scivola
sulle vetrate.
Le conta.
I silenzi
a grappoli
sulle vetrate
del pomeriggio.
Luglio è padrone
delle strade e della
polvere.
Ne va fiero.
Un viaggio
a settembre,
memoria
del sudore.
Anche le strade
sono campanelli
del ricordo.
Tuffarsi per un’ora
nel più dolce
dei pomeriggi
a passo veloce,
gara dei rintocchi.
Dormire su una panchina al sole.
Poi di notte attraversare il tuo cuore
come un lupo in amore.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com

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