"A ME STESSO"


Manuel Omar Triscari




A ME STESSO.



 

Ti senti vecchio. Sei invecchiato. E non hai ancora imparato a vivere. Hai sempre preferito leggere un libro o vedere un film che vivere. E hai ragione: nella vita non c’è trama. Nei libri e nei film è diverso: lì puoi manipolare le trame, i personaggi, e le storie. Lì crei il tuo universo. Ed è bello, è migliore, del mondo che abbiamo. Non funzioni nel mondo che abbiamo. Tu sei un fallimento in questa vita. Accidenti, sembra tutto così banale e semplice, ma tu proprio non riesci a viverlo questo mondo imperfetto. Vuoi solo essere felice, ma non ci riesci. È una vita che pesi su di te, con tutte le tue storture, le tue nevrosi, le tue paranoie, e le tue imposture. Ah, a volte ti sembra di esistere solo in un sogno. A volte, ti pare proprio che la vita vera, la vita autentica, sia nel sogno. La realtà spesso ti delude. Beh, sappi che la realtà è sempre deludente. Ma è l’unica opzione che abbiamo. L’altra sono i sogni, che sfortunata­mente non sono reali. O la morte, e io ci sono vicino, dunque fidati di me: essere vivi è essere felici. Siamo tutti felici se solo lo sapessimo.

<<Avrei voluto essere diverso nella vita.>> dici. Ah, maledetta fretta! Hai sempre voluto arrivare oltre, oltre il confine, oltre tutto, essere di più. Ogni volta hai lanciato il cuore oltre l’ostacolo e poi ho dovuto andare a recuperarlo. E ora? Ora ti senti vecchio, senti che è troppo tardi, che hai sprecato la parte migliore dei miei anni. Qualunque risultato tu abbia raggiunto, non è mai stato abbastanza per me. È sempre una delusione. Ogni orizzonte al quale arrivi ti mostra sempre un altro orizzonte che desideri. Ah, se solo sapessi gustarti il percorso. Essere qui e ora, passeggiare nel sentiero, sentire gli odori e fermarti a prendere una fogliolina viva fra le dita. Come quando da piccolo coglievi una foglia di alloro e la spezzavi per annusarla. Compiere passi lenti, ascoltare le cicale, certe volte fermarti, voltare le spalle al sole e fare qualche passo indietro per annusare un fiore che ti eri perduto, per abbracciare la corteccia di un albero e sentirla ruvida sotto le dita, per vedere se riesci ad adocchiare qualche ranocchia prima che si tuffi nel lago o una lucertola prima che scompaia piena di paura tra l’erba. La vita che qui dissipiamo, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le terre, in tutti i mari noi l’abbiamo già persa. Forse, la verità è che nella vita non bisogna dare troppo peso a niente, né al bene né al male che uno riceve. Ricercare una vita a media andatura: sembra poca cosa, ma pochi ne sono capaci. Non c’è altro per cui valga la pena impegnarsi. Devi fare pace con i miei demoni, e forse tutto ti apparirà più bello. La vita è oggi, il domani non esiste.

Aspetta, e fai piano. Deponi gli orpelli e i giochi insensati del giorno, lascia scolare nelle fogne la miseria, concentra la tua mente: sii uomo per un attimo. Muovi il tuo piede, qui, su questa terra, entra, accogli la dimora, fissa la scena: in questo spazio invasato dalla notte troverai i passaggi, le fughe; esci, esci se puoi dalla maledizione della colpa. Senti: il rantolo tremendo si snoda dal corpo in prospettiva. L’uomo scagliato dalla finestra cade precipite su cuspidi di cristallo. Sfiora il tuo ventre, dallo sterno alle gambe: senti la stimma del tuo cuore. E qui, dove le fughe? In squilibri e dissonanze e distorsioni negati alla carcassa. Sei la razza degli angeli. Sospinto dal tuo intendere, va’ fino al limite del tuo anelare. Dietro alle cose come incendio, fatti grande, sicché le loro ombre, diffuse, ci coprano completamente. Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano, nessuna meta. Vicina è la terra che Vita è chiamata.  La riconoscerai dalla sua solennità.

E se non puoi la vita come la vuoi, cerca questo almeno, per quanto sta in te: non sciuparla sperequandola nel quotidiano commercio con la gente e i suoi umori, non sprecarla nel flusso schizofrenico di troppe parole e nel flusso insensato e frenetico degli eventi, non consumarla portandola in giro in balìa del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea.

 

(Torino 12-07-2021.)

 

 

 

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