"PELLE DI PANTERA"
“PELLE DI PANTERA.”
di Manuel Omar Triscari.
0) IL POETA E LA MUSA (PREAMBOLO DI ALESSANDRO RUSSO MAZZONI).
Ecco che sembra che il poeta abbia incontrato la musa e ad essa levi stavolta il suo canto. In “Pelle di pantera” Manuel Omar Triscari ci si offre con inusitati accenti lirici e si compiace di indugiare in quei meandri della lingua, sorprendendoci anche con inattese citazioni creative. Ma quella che conosciamo come la sua vena è intensa e presto affiora, e prorompe, tingendo dapprima di passione e di materia le dolci sensazioni dell'amore e travolgendo infine con focoso impeto ogni verso, ogni rigo, ogni passaggio: la commistione è fertile e il tutto che ne deriva è un'espressione ricca e matura delle cose della carne e del cuore. Il reciproco arricchimento delle due sfere, l'unità e la completezza dell'insieme che ne deriva, la soavità dei concetti e la plasticità del linguaggio assalgono il lettore di queste pagine e irresistibilmente lo seducono.
A Muna,
che ha la notte nella pelle
e negli occhi il giorno.
<<D’un’amorosa parte
mi vèn voler che sòle,
che invèr me più sòle
che non fa la pantera,
ched usa in una parte
che levantisce sole,
chè di più color sòle
suo viso che pantera.>>
(Guido Guinizelli: “Lo fin pregio avanzato” ).
0) TU SEI PER ME LA RABBIA (PROLOGO).
Cara Muna, finalmente siamo giunti alla
fine del viaggio. Eccoti, dunque, il regalo (per me) più bello che potessi
farti: questo libro. Che non avrei mai scritto senza di te. A te dunque il
grazie più grande, per avermi fatto vivere l’euforia della nostra piacevole
avventura, e avermi portato ogni mattina il caffè, il sogno e la poesia.
Sappi che questa è la cosa più difficile
che abbia mai scritto. Se leggi, vuol dire che ci sono riuscito. Ho avuto
coraggio, sono stato bravo. E, soprattutto, sono riuscito a superare (in parte)
i miei muri.
Non so da dove iniziare né che cosa dire
di preciso, quindi ti racconto una storia (che è quello che mi riesce meglio).
In questa storia c’è una parte bella e una brutta, come in tutte le storie che
si rispettino.
Tempo fa ho conosciuto una persona: è
stato un caso, lei ha sorriso e io ho sorriso, lei mi ha guardato e io l’ho
guardata, e subito ho capito che avrei voluto passare il resto della mia vita
in quello sguardo, perdermi nel silenzio dei suoi occhi, dissolvermi nel buio
della sua pelle. Quella persona sei tu, Muna. E questa è la parte bella del
racconto. Tu, sei la parte bella del racconto.
La parte brutta è che non so come pormi
con te, né che fare di noi. Perché, vedi, se tu non fai parte della mia vita
adesso, ho paura che finiremo col perderci, col non rivederci mai più. D’altronde,
non possiamo essere amici. E non riusciamo a stare insieme. Come diceva il
poeta, <<nec tecum nec sine te
vivere possum.>>: non posso vivere né con te né senza te. Ma quanto
profumi di buono... Sai di zucchero e cannella, odori di casa!
Spesso, succede che ci aggrappiamo alla
convinzione che la vita non sia una mera sequela di insignificanti fatti
casuali e coincidenze, ma una trama di eventi imperscrutabili eppure culminanti
in un piano squisito e sublime. Per credere in questo è necessaria una fede
incrollabile in quello che gli antichi chiamavano fato, equivalente
dell’odierno destino. Non ne sono sicuro, ma spero sinceramente che sia così:
sarebbe delizioso che esistesse un destino atto a guidarci nella direzione
migliore.
Tuttavia mi pare che a governare le nostre
esistenze non sia il destino né il fato, e nemmeno il caso, ma il caos: come
basta uno scambio di posto tra due lettere per modificare il senso di una
parola, così troppo spesso succede che un battito di ciglia basti a stravolgere
la vita di un uomo. Il mondo è davvero strano e imprevedibile, e spesso
perdiamo la nostra occasione, quell’occasione che avrebbe potuto cambiare per
sempre la nostra intera esistenza. Questo mi trattiene dal credere che ci sia
qualcosa che segni la nostra strada. Credo piuttosto che sia una battaglia tra
gli dei (la nostra parte costruttiva, fatta dei nostri sogni, speranze,
desideri, ambizioni) e i demoni (la nostra parte distruttiva e autolesionista,
fatta di traumi, paure, incubi, idiosincrasie). Sfortunatamente i miei demoni
non mi lasciano andare e, così, ho perso in un momento quell’occasione che
avrebbe potuto cambiare per sempre la mia vita. Spero di incontrarti in un
altro universo, e poter finalmente saltare nel buio con te.
Sappi, tuttavia, che ti ho amato al
massimo delle mie possibilità. E che ti avrei amata di più se i demoni me lo
avessero concesso. Ti avrei amata con ogni cellula, ogni fibra e ogni atomo.
Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. Fino al sangue e al
midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti avrei amata fino all’ultimo
respiro, anzi senza respiro.
Ma bada: amare alla follia non vuol dire
amare in modo folle. Per me sarebbe stato il massimo amarti mentre tu dormi e
io, seduto sul bordo del letto, insonne non dormo e ti guardo dormire. O, di
notte, essere svegliato dal tuo corpo che nel mare del letto si agita, come alga
dolcemente accarezzata dal vento. O, nel sonno, sentire che ti alzi per andare
in bagno a pisciare. O, al mattino, essere svegliato dall’odore del tuo corpo
che, come un fiore baciato dal sole, distende i propri petali ed esplode tutta
la propria fragranza. Sarebbe stato il massimo riuscire ad amarti mentre mi
odi, mentre mi ferisci. Sarebbe stato il massimo amarti mentre tu leggi un
libro e fuori piove, mentre ti vesti per andare a lavoro, mentre siamo in
macchina e tu guardi fuori dal finestrino.
Nelle dolcissime lettere dal carcere alla
moglie Munevver, il poeta Nazim Hikmet ebbe a dire che le emozioni più belle
sono quelle che non abbiamo provato, i giorni più belli quelli che non abbiamo
vissuto, le parole più belle quelle che non ci siamo scambiate. Dunque mi
consolo: per me, è stato strepitoso anche solo così. Conoscerti, abbracciarti,
sentire il tuo profumo, averti è stata l’esperienza più intensa della mia vita.
E questa è la fine della storia. Non mi
piacciono i commiati e non ho alcun messaggio finale. Sappi solo che per te
farei tutto: tu sei per me la rabbia, e non starò mai tranquillo finché
esisterà al mondo la possibilità che tu possa soffrire. Ricorda: tu sei per me
la rabbia.
La vita è un gioco sporco. C’è poco da
fare. E ancora meno da imparare. Tu, sii sempre ribelle, ma ribelle nel
profondo, cioè: segui solo il tuo cuore. Poiché sono vere solo le emozioni,
esistono solo le emozioni, contano solo le emozioni. E, se un giorno dovesse
capitarti di fermarti a riflettere, e ripensare alla tua vita, alle tue azioni,
ai tuoi gesti, ai tuoi pensieri, domandati solo, come facevano gli antichi Greci:
sono stata capace di passione?
Impossibilmente tuo, Manu.
<<Quando si dice che un uomo è
una tigre,
non s’intende che abbia artigli e
pelle di tigre.>>
(Shri
Ramakrishna).
1) ALLA MIA DONNA.
<<Se dell’eterne idee
l’una sei tu cui di sensibil forma
sdegni l’eterno senno esser vestita
e fra caduche spoglie
provar gli affanni di funerea vita;
o
s’altra terra ne’ superni giri
fra’ mondi innumerabili t’accoglie
e più vaga del Sol prossima stella
t’irraggia e più benigno etere spiri;
di qua dove son gli anni infausti e brevi
questo d’ignoto amante inno ricevi.>>
(Giacomo Leopardi: “Canti”: “Alla sua donna”).
ALLA MIA DONNA.
E così succede che il tempo passa:
passa il tempo, passa,
passa su terre e mari,
passa su odi e amori,
passa su pietre e fossi,
su questa mia mente sbandata che non pensa,
su questo mio cuore che affannato non ragiona,
su questo mio corpo che affamato non perdona,
su fanti, rami e foglie,
su nubi, scioperi e feste,
su tombe, guerre e terremoti,
su strade, monti e paesi,
su D’Annunzio e Palazzeschi
(ma non su Saffo e Catullo),
passa su cartelle esattoriali, multe e tasse,
passa sulla stampa e sul fatto
ma non passa su questo dolore maledetto,
passa su uomini, cieli e paludi,
sui pigmei satelliti della ragione,
su cipressi malati e teologi,
passa sulla Destra e pure sulla Sinistra,
sui cimiteri e sulla pubblica opinione,
passa su opinion leader aureolati e poeti laureati,
passa sulla tua mancanza e sulla mia testa,
sulle soglie delle foresta e sulle foglie
della minestra,
sulle arse salmastre tamerici e sugli irti
e scagliosi pini,
sui divini mirti e sulle fulgide ginestre dai
fiori rossi,
passa sugli olidi ginepri e sui rovi
selvatici,
sulle nostre mani e sui nostri vestimenti
leggeri,
e passa pure sui nostri pensieri,
quelli di oggi e quelli di ieri,
passa su piangenti cicale e cicaleggianti
professori,
su questo cielo di cenere-metallo,
sulla plumbea terra e sull’acciaio del mare,
sugli alberi secolari e sul mio volto incartapecorito,
su queste mie stolide mani e sul mio
stolido corpo disfatto,
sulla mia ombra e sui miei cigli,
sulla mia pelle e sulle mie palpebre,
sui miei occhi stanchi,
passa sul mio sesso distorto e perverso,
sulle acerbe mandorle amare e sugli amori
sbiaditi,
passa sulle segrete celle del mio cavo
cuore vacuo
senza fine e senza fondo
privo di vergogna e pudore,
passa sui cortili e sui nostri occhi miopi,
passa su questo cielo autunnale,
passa su arnie, luci e venti,
sulla prole delle foreste e sulla nostra
prole sterile,
sul siderale sperma australe e
sull’ancestrale acqua minerale,
su fratte, anfratti, antri, e spelonche,
sui teneri interstizi vaginali e sui cazzi
scroscianti dei ragazzi,
passa su questo sole
tremante vacillante fuggente,
il tempo passa sulla mia testa ormai
incanutita,
e passa e passa, e più passa e più io non
sento
donna dormire nuda al mio fianco
e così nel pensiero la fingo
(viso di rosa,
labbra di pesca,
profumo di porpora)
e mi sovviene il suo ambiguo sorriso
(ferita della notte,
collana di perle,
falce di luna crescente)
e sento perfino il suo odore immaginato
che immaginario effonde e sciama
suscitando oscuri viziosi pensieri
che invadono la mia notte
la mia notte che finge la sua pelle
la sua pelle che profuma
di frutta matura
e dolcissima.
BENVENUTA.
Estati e Inverni interi ti ho attesa,
e giorni e notti a non finire,
e ho visto le stagioni nascere e morire,
e i giorni accorciarsi preannunciando l’Autunno.
Perché hai tardato così tanto?
Ma ora finalmente arrivi
e mi preparo a riceverti:
la mia porta spalancata ti attende,
sul tavolo acqua e pane, e miele e noci,
e dentro casa io che ti aspetto.
Dentro casa io sempre ti aspetto,
sempre ti aspetto senza pretese,
pensando al tuo sguardo,
al tuo sguardo che non ha paese.
Benvenuta, fanciulla mia,
finalmente posi lo sguardo sulla mia vita
e le paure divengono uccelli,
nubi dorate gli incubi.
Finalmente posi il piede nella mia casa
e le mura divengono alberi
e prato il cemento del suolo.
Benvenuta, ragazza mia.
Tu non sai chi io sia né chi fui,
né quale sole in volto mi arse,
né quale amore bruciò le mie palpebre,
né quali donne spartirono con me il
giaciglio
nelle mie notti senza alba,
né quali mani mi scossero dal torpore
o quali baci mi addormentarono.
Tu non sai la morte
che il mio cuore ogni giorno vive
ma sappi questo:
che oggi sono qui
per te
certo che verrai
a cogliere margherite
e inseguire farfalle
con me.
Benvenuta, Muna mia.
Forse sarai stanca:
vorrei lavarti i piedi
ma non ho acqua di rosa.
Forse avrai sete:
mi trasformerei in acqua
per dissetarti.
Forse avrai sonno:
un arco di lino per cullarti
con le mie braccia farò.
Benvenuta, anima mia,
benvenuta bella come una libertà,
calda come una notte di Luglio,
dolce come un vento estivo,
vera più del sogno.
IO.
Io sono lo sbirro dalla faccia lunga e
scura che ti fissa sospettoso,
lo sconosciuto dalla faccia lunga e scura che
ti fissa e non parla,
il malandrino che ti abbraccia per rubarti
il portafoglio,
sono il cane bastardo che ti morde la mano
se la tendi per una carezza,
sono il nomade col cuore riarso dal sole,
lo sfortunato anemone marino in balia dei
flutti.
La sorte mi ha affidato all’egre cure
dell’accasciante necessità,
i neri affanni mi hanno incanutito,
le fatiche e i perigli hanno increspato il
mio volto.
Ho bisogno di aiuto:
sono un uomo grasso
roso dal sospetto
e da te,
i denti mi fanno male
e anche l’anima (a volte),
sempre più spesso non riesco a dormire
e mi sento imprigionato,
mi sento folle,
il mio corpo là giace inerme
pieno di nient’altro che di me
intrappolato
a metà strada
fra il suicidio e la vecchiaia,
mentre mi affanno per tenere il passo,
e brucia il mio sangue come benzina
ma non è facile:
le mie poesie sono solo scarabocchi
sulle pareti di una cella.
Io sono niente:
solo membra in frantumi
mente in frantumi
cuore in frantumi
tendini lacerati
giunture slogate
ossa frante
e rabbia latente
che sale d’abissi di disperazione
incombente.
Ma, come brace sotto la cenere,
brucio nel fango di questa umida città,
tra puttane corrose dalla sifilide e
tossici corrosi dal crac,
brucio in questa grigia città e
nell’atroce sua notte,
brucio senza soldi, senza luce, senza gas,
brucio mentre in fiamme esplodo
sogni a raggiera
e paure e incubi e desideri
e istinti e sospiri e gemiti
che uguali a lapilli colano
di vulcano incandescenti
e che raccolgo e tengo in serbo per te:
su, vieni a vedere
la notte
con
me.
QUANDO T’INCONTRAI.
Fu per caso
forse per scherzo
quasi per gioco
e ora sei distesa sul mio letto
come luna in mare
e come luna in mare
la tua pelle trema
con sapore d’amaranto
e con voce d’amarena
mi chiama la tua bocca
e io non voglio altro
che perdermi
nel buio della tua pelle,
dissolvermi nel silenzio
dei tuoi occhi...
VARIAZIONE SULLA PRECEDENTE.
Quando t’incontrai fu per caso
forse per gioco
quasi per scherzo
e ora sei distesa sul mio letto
come luna in mare e come luna in mare
la tua pelle trema con sapore d’amaranto
e con voce d’amarena mi chiama la tua
bocca
e io non voglio altro
che perdermi nel buio della tua pelle,
dissolvermi nel silenzio dei tuoi occhi.
POSSO AMARTI.
Io, uomo meridiano contemplante notturni
paralleli
e inferne geometrie, regalarti non posso
altro fuorché sorrisi e scherzi
e sogni gorgoglianti
dal profondo cuore.
Io posso amare
solo tra attorte onde avvolgenti
tra torrenti e selvatiche acque fiumali
con questo mio cuore affondato
con questo mio corpo scoppiato
con questa mia mente annebbiata
con questa mia vita distrutta
con questa coscienza putrida
con queste mani neghittose
con questi occhi stanchi
con questa anima inerte
e desolata.
Io posso amarti
solo con baci e poesie,
con una notturna voce
che dispiega grida disperate,
con soffocati singhiozzi
e stanca voluttà.
Ma, se ti basta,
allora corri bianco-vestita
alla mia anima con la tua anima
e tieni il mio cuore
tra le tue dita di rosa:
io posso amarti.
IN RIVA AL MARE.
Ormai non mi ammalia più l’ora della
partenza,
né mi seducono più le soavi voci proibite
di ambigui amori e piaceri torbidi,
né più attendo mirabili avventure.
Sulla riva del mare è bello stare muto
senza ambizioni e senza desideri
sentendo nel silenzio beltà e morte
lavorare su di me.
Solo, spero che presto tu
venga a tenermi compagnia
e far niente con me.
GIÀ SCENDE LA NOTTE.
Già scende la notte
e stende su di noi il suo manto di stelle,
ma tu, Muna, nuda negra luna,
caccia dagli occhi il sonno
e con me aspetta
che il giorno sopravanzi la notte
e stenda la propria luce albina.
Lascia da parte impegni e affari
e sul prato stenditi con me,
e giunta l’aurora non andare,
ma rimani ancora e ancora,
finché una nuova notte
stenderà il suo pesante drappo
su di noi.
Resta con me
ora
tra queste stelle che nulla significano
in questo prato che nulla significa
in questa notte bellissima che nulla
significa
e inutile come il vento
a nulla ci porta dal nulla avanzando.
MUNA-LUNA.
Muna,
nuda
negra
luna,
vieni,
vieni a me,
vieni anche triste,
vieni anche arrabbiata,
vieni anche imbronciata,
e amami,
e stringimi,
poiché breve è la vita
e fugge il tempo
(oh sì: fugge il tempo fugge).
Siedi accanto a me
ad aspettare la prima stella della sera
scherzando e ridendo dolcemente,
e poi resta ancora
quando il sole avrà sciolto il trucco
della notte
finché non vedremo la prima stella
mattutina
dall’ala bianca annunciare il sole,
e poi continuiamo
finché le nostre notti si confonderanno con
i nostri giorni
e giorno e notte non saranno altro che
parole.
2) CONSIGLI (IM)MORALI.
<<Lentamente muore chi non si
permette,
almeno una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati>>
(Martha Medeiros: “Una morte lenta”).
1.
Chi ama i piaceri deve amare anche i
dolori:
l’allegria non va d’accordo con
l’anestesia.
Non crogiolandoti nel dolore
sappi che senza dolore non v’è piacere,
che la stessa allegria di avere un corpo
diventerà un giorno anch’essa dolore.
2.
Come l’acqua nel fiume,
come il vento nella prateria,
passano i giorni della nostra vita:
non preoccupiamoci di quello che passato
non tornerà,
né di quello che deve ancora venire poiché
non esiste,
ma godiamoci questa notte, amore mio,
e questo silenzio che ci unisce
e questo buio che ci stringe
fermiamolo e intrappoliamolo
nella rete dei nostri baci,
e del domani non diamoci pensiero
poiché la vita è oggi
e il domani non esiste.
La vita è oggi,
il domani non esiste.
3.
Allegra poiché non sai da dove vieni,
stai allegra poiché non sai dove vai.
Perché tutto questo affannarsi per il
denaro
e tormentarsi per questo mondo?
Hai mai visto qualcuno che sia vissuto in
eterno?
Questi uno o due soffi di vita
che sono nel tuo corpo
sono un prestito:
ricevuta una cosa in prestito
quale prestito vivila.
4.
Oh cuore,
giacché il destino ci contrista
e un giorno la pura anima si dipartirà dal
corpo,
siedi sul prato e baciami,
prima che l’erba verde sbocci
dalla nostra polvere.
Cogliamo questo tempo d’un attimo
ché non siamo quell’erba fresca
che falciano ed ella torna a spuntare.
Cogliamo ogni fiore
poiché già il giorno muore
e la notte trascorre in fretta.
5.
Coloro che sono prigionieri del buonsenso
e della morale,
si struggono nell’affanno dell’essere e
del non-essere.
Costoro hanno mille occhi e mille mani per
additarci,
e mille orecchi per ascoltare i nostri
discorsi e i nostri gemiti,
e con mille dita contano i nostri baci per
schernirci con invidia.
Ma c’è un campo pieno di vita poco più in
là,
nascosto alla vista e al sicuro dagli
sguardi:
lì io ti aspetterò, amante e imprevisto,
per correre scapigliati a inseguire farfalle
e giocare divertiti a raccogliere ortiche.
6.
Desidera poco e vivi contenta
sciogliendo ogni vincolo col bene e col
male.
Prendi in mano questa sabbia
e le mie mani che ti amano
poiché presto questi giorni svaniranno.
Non lasciare che l’angoscia ti tenga in
pugno
e il cruccio di ciò che è assurdo sperare
occupi il tuo tempo,
ma siedi con me sul margine del fiume
o sulla riva del mare
e goditi questa calda Estate.
Sappi che in questo mondo vive un uomo
che pensa che la sua vita sia perfetta
se ci sei tu,
e vorrebbe solo
sedere innanzi al tuo volto di paradiso,
perdersi nel calore del tuo sguardo
e nell’interrogativo delle tue umide
labbra dischiuse,
e nell’ansito affannoso del tuo respiro
accarezzare la tua guancia di elabro.
Poiché in ultima istanza sei il nulla,
reputa il non-essere pari all’essere
e spensierata vivi e felice.
Solo accettando questa premessa
sarai libera di vivere la vita
alle tue condizioni.
7.
Il mio tempo infamatosi nelle strade
tra puttane alcolizzato-aggressive
e assassini drogato-ossessivi,
in ogni modo l’ho sperequato
dietro ogni avventura
a ogni angolo, a ogni trivio.
Ora il velo della del mio (buon) nome
si è talmente lacerato e squarciato
che non si può più rammendare,
ogni penitenza fatta è stata disattesa di
nuovo,
la porta della buona reputazione
me la sono richiusa addosso di nuovo,
e ho ripreso il costume della dissolutezza.
Corri, dunque, e godiamoci questo tramonto
ché nient’altro mi resta,
ché nient’altro conta,
ché nient’altro ho da offrirti.
8.
Mi domando fino a quando continueranno a
parlare
di esistenza, di dio, e di morale,
quanto ancora staranno a cianciare
di affanni e angosce, di affari e business.
Perché non si svegliano
e non trascorrono in letizia la propria
vita?
Loro non sanno
ma io so
che nulla può sostituire i tuoi baci:
teoria e pratica hanno trasceso ogni mia
capacità,
ogni arduo problema lo risolve la tua
bocca.
3) SENSO.
CON TE.
Con te potrei anche smettere di avere
fretta.
Non m’importerebbe tornare a casa stanco,
né contare quante camicie pulite mi son
rimaste
per capire se caricare una lavatrice a
quaranta gradi.
Con te potrei anche permettermi il lusso
di fare le cose senza starci a pensare,
tipo lasciarti trovare il letto disfatto
quando vieni a trovarmi.
Con te potrei anche lasciarmi convincere
che nelle cose che faccio sono bravo.
Potrei persino chiederti di aiutarmi
a piegare le lenzuola pulite
senza domandarmi se non sia troppa
intimità,
o lasciarti guardare mentre piango
e poi mi prendi la testa tra le mani.
LA CASA DELL’AMORE.
Nella casa dell’amore,
oltre la sala grande
ove ordinatamente si celebrano gli
ordinari amori,
sono oscure camere segrete
che si ha vergogna solo di nominare.
Su quei letti osceni io ti aspetterò,
disteso e supino,
il corpo trepidante di voluttà,
il sesso scandaloso a reclamare il proprio
piacere,
per festeggiare il nostro oscuro avaro amore
amaro.
MI CHIAMA LA TUA BOCCA.
Stesa sul mio letto come luna in mare
come luna in mare tremi
la tua pelle effondendo dappertutto
sapore di zucchero e cannella
e con voce d’amarena la tua bocca
inesorabilmente a te mi chiama
che stesa sul mio letto
come luna in mare
al mio fianco
tremi.
NOTTETEMPO.
Il candido lume del giorno brunisce
e lento si trasforma in sangue coagulato
mentre già una sera di lontano s’annera.
Finalmente le appartate membrane
della notte ci accolgono
sudario ai nostri madidi corpi e affannosi.
Non indugiare, dunque,
ma spogliati,
ché la carne reclama il proprio piacere
e la notte non dura che un soffio.
Sali,
cavalca
questa
notte,
e ingoia
i
ritegni.
FUOCO-COLORE-CALORE.
Finalmente a te sono giunto
dolce soave leggiadra creatura,
finalmente a te sono giunto
ansante affannato affamato.
Per te ho attraversato rupi di spine
e montagne d’insidie, per te
ho scavalcato alte mura.
Ora finalmente ti guardo negli occhi
e guardandoti negli occhi
finalmente mi sento riscaldare.
E anche tu mi guardi,
tu mi guardi senza parlare,
non parli ma i tuoi occhi parlano
e dicono che gli uomini seri hanno paura
del fuoco
e per questo inventano i pompieri
e vestono di grigio
cioè di nessun colore.
Ma tu sei fuoco e come il fuoco sei senza
parole,
come una fiamma solo colore e calore
e ti saltano dallo sguardo scintille
e faville a dieci a cento a mille.
Tu puoi con gli occhi bruciare
tutto il mondo tutto il mondo
e sembra che ti abbia creato il sole
ché solo a guardarti brucio.
Il tuo colore mi da calore
il tuo calore mi da valore
e sento correre un brivido per le vene
e mi ravvivo quando avido guardo la tua
fiamma
e sento salirmi una vampa alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
Oh, gli uomini che temono il fuoco:
poveri esseri di paglia!
ORGASMO.
Era sera,
una sera fredda e nera
di brughiera, dura di
ghiera,
e già la luna stendeva il
suo sottile strato d’argento
sulle fronde, sull’erbe e
sul fango,
e i crini e le cime si
agitavano ondeggiando,
e il nostro piacere si
mescolava fluttuando,
come un’enorme onda
tumultuosa, turgida e
minacciosa
pronta a gettarsi su di
noi per annegarci,
e la nostra stanza non
era più una stanza
ma era una muraglia verde
foltissima
esuberante e intricata di
tronchi rami e foglie
e frasche e tralci
immobili nella luce lunare,
e i nostri discorsi erano
discorsi di sordidi bravacci,
e il nostro letto una
barca
che ci conduceva verso le
profondità
di un deserto profondo e
vacuo,
e i nostri sussurri erano
bestemmie
bestemmie alla morte
sempre in agguato
che si allunga in tremuli
prolungati lamenti
di lugubre terrore e
sconfinata disperazione,
e i nostri corpi sudati
s’addentravano
in quella immensità
selvaggia
che si chiudeva dietro di
noi come il mare
si richiude sul tuffatore,
ed era come un viaggiare
indietro nel tempo
a trecentomila chilometri
orari
in un’aria calda pesante
e torbida
verso cupe lontananze
rocciose e limiti elusivi
che ci tagliavano fuori
dalla logica e dalla ragione
relegandoci in una terra
che non è più terrestre
dove fameliche iene
intaccavano i cadaveri
di un campo di battaglia
rosicchiando i resti delle armi
e delle spade luccicanti
e dei fucili e delle pistole
e defecando il bronzo
esausto dei proiettili
in una putrida oscurità
inerte dove io e te
scivolavamo come fantasmi
pieni di stupore
e segretamente sgomenti
di fronte a quel tumulto,
come assistere a uno
scoppio di frenesia
dentro un manicomio,
come procedere in una
torbida acqua fluviale
costipata da tronchi
sommersi e bassure traditrici,
una terra dove le parole
quanto il silenzio non hanno più senso
e le voci attentano ai
nostri più agghiaccianti pensieri
e l’essenziale è
invisibile agli occhi e sta oltre
la nostra portata e ogni
possibilità d’intervento,
e poi di colpo scese
definitivamente
la notte
e noi fummo ciechi
andando tentoni,
lungo una parete infinita
e liscia,
infinitamente digitata,
alla ricerca di un
indizio
un’apertura
una fessura
che ci illuminasse mondi
a noi familiari
e ci conducesse a un sole,
un sole che all’inizio
era una forma confusa di nebbia
e poi divenne accecante
ancor più accecante
dell’oscurità
mentre le mani si contraevano
e i nervi erano tutti
tesi
e le palpebre
dimenticavano di battere
e i sessi fluttuavano
nell’aria
e sembrava che stessero
per dilacerarsi
fino a spaccarsi ed esplodere
in una sorda esplosione
di onda franta contro gli scogli
o in un bagno d’iridescenti
scintille opalescenti,
e fu come essere
inghiottiti
come se il mare si
chiudesse sopra le nostre teste,
un mare infuocato
d’acciaio e amaranto che ci piombava
addosso con mille aghi
confitti nella pelle,
un mare che implacabile e
crudele ci annegava
nell’abisso di acque
bollenti e nel baratro di pensieri-stagno
nell’acqua degli zampilli
e nell’acqua degli specchi
nell’acqua dei laghi e
nei laghi degli occhi
nell’acqua dei bacini e
nell’acqua delle piogge torrenziali
nell’acqua delle chiuse,
delle dighe, delle dune
nelle acque torrenti e
nelle acque correnti
nelle acque correnti e
nelle acque contro-corrente
nell’acqua delle terre
ghiacciate e dei mari assolati
nell’acqua delle caldaie
e nell’acqua del vapore
nell’acqua ruvida e in
quella tumida-livida
nell’acqua fantasiosa
scabrosa vertiginosa
nell’acqua quieta e pure
in quella inquieta
nell’acqua sessuale dei
cazzi e nell’acqua dura degli acquazzi
nell’acqua degli
acquazzoni e nell’acqua degli uragani
nell’acqua degli
acquarelli e nell’acquaforte delle incisioni
nell’acqua dei flussi migratori
e dei reflussi esofagei
nell’acqua dei corsi
d’acqua e dei ricorsi storici
nell’acqua dei rubinetti
e dei diamanti
nell’acqua delle caraffe
e delle fontane
nell’ancestrale acqua
minerale e nell’acqua in bottiglia
nell’acquolina in bocca e
nell’acqua seminale
che rotola goccioloni in
un eterno pozzo senza fondo
nell’acqua della luna che
affoga nel pozzo
nell’acqua di un oasi del
deserto dove un cammello
si abbevera rimpinguando
l’acqua sommersa
della sua groppa allagata
che ci annega e ci trascina
in superficie per la
cruna di un ago attraverso cui
non passa nemmeno il
crine di una parrucca
e poi ci vomita in una
pozza di sangue coagulato
dove un pertentacolare
mostro perpendicolare
vorace ci divora e sputa
le nostre ossa sul greto del letto
riconsegnandoci a un
nuovo silenzio che
scacciato dal nostro
trapestio infoiato
rifluisce di nuovo dai
recessi di un buio
che ci risucchia nel
proprio imbuto
adagiandosi sulla nostra
pelle
come la caligosa bruma
notturna sulle foglie
con sopore di un antico sonno
che è un sogno
che vibra la pelle
con sapore d’amaranto
e illumina la pelle
come la luna illumina il
mare nero,
un sogno che scuote la
pelle come un’increspatura
alla superficie di un
enigma insondabile
un sogno-sonno a cui ci
abbandoniamo
senza resistenze io e te
stanchi e avvinti
in un fremito
esausto.
POSTAMPLESSO.
Pallida e scarmigliata,
il tuo aguzzo scorpione aculeato
a trafiggermi il petto,
il tuo sesso scabroso
ancor rigonfio e dischiuso
per il recente amplesso,
e nella tua bocca il mio freddo
inerte seme.
LACRIMA DI PIACERE.
Sigaretta postamplesso,
sonno postamplesso,
tu discinta e nuda,
sesso ancor dischiuso
e gonfio per il recente orgasmo
e ancora stillante la sua
lacrima di piacere,
e io alla ricerca di una vecchia maglia
logora
per andare al mare e finalmente annegare
la cospirazione del desiderio.
IL FIORE DELLE TUE CARNI.
Ricordo quando ti ebbi per la prima volta:
il vetro albume dei tuoi occhi affiorante
dall’atroce viso
come l’aurora scialba sbuca fuori al
termine della notte;
il segreto del tuo cuore rampollante dagli
occhi alburni
come un’altra te che, brillante e lucente,
si affacci da un pozzo nero;
i tuoi fianchi arroganti,
terminanti in una protuberanza voluttuosa
ed eccessiva,
il fiore delle tue carni, selvaggio e
violento,
penzolante come una goccia fresca di rosso
sangue
dal ventre rigonfio e accogliente;
e io che con le mani sfioravo
gli interminabili spazi del tuo corpo,
e con la bocca misuravo la distesa delle
tue gambe,
con la lingua le profondità interstiziali
della vulva,
olente di frutta matura e un po’ stantia;
e, come fiore di agave mortale, turgido il
clitoride
che si ergeva dalle ninfe carnose mentre
godevi
tremando come luna nell’acqua.
Ah misteriosa rossa carnosa bocca,
ninfea voluttuosa tra floride ninfe,
fiore delle tue carni,
carne del mio desiderio...
ODE AL TUO CLITORIDE.
Fiore di agave mortale,
il clitoride si erge turgido dalle ninfe
carnose
quando con le mani sfioro gli
interminabili spazi del tuo corpo,
quando con la bocca misuro la distesa
delle gambe,
con la lingua le profondità interstiziali
della vulva
olente di frutta matura e un po’ stantia,
e tu godi, tremante come luna nell’acqua.
Oh ninfea voluttuosa tra floride ninfe,
misteriosa rossa rorida carnosa bocca,
sboccata e spavalda nella poderosa
pienezza della carne,
voluttuoso fiore rampollante dai fianchi
arroganti,
penzolante come lingua di cane
o come goccia fresca di rosso sangue,
rosso sorgendo dal suo monte
come l’aurora scialba sorge all’orizzonte,
come una luna che, brillante e lucente,
si affacci da un nero pozzo.
IL TUO CLITORIDE.
Con la lingua esploro la tua bocca e il
tuo ventre,
con le labbra sfioro i tuoi capelli e la
tua pelle
(che odora di frutta matura e dolcissima)
misurando gli interminati spazi delle tue
gambe,
e con la lingua lecco l’acre umore del tuo
sesso selvaggio
carnoso e arrogante come la violenta
fioritura suicida dell’agave.
ALLE TUE GAMBE.
All’atroce bellezza delle tue gambe,
strazio ai miei sogni agitati.
All’inerte voluttà delle tue gambe,
strazio al mio amore malsano.
Alla pura forma-peso delle tue gambe,
strazio alla mia abietta lasciva libidine.
Alla dolce curva delle tue gambe
che ripete all’infinito l’assioma
del mio turpe desiderio.
I TUOI SENI.
I tuoi seni sono due calici
di vino forte:
li succhio e m’inebrio
del piacere
riservato
ai maestri del
piacere,
ai campioni del
piacere...
I TUOI CAPELLI.
Ninfa dal marmoreo corpo,
ti sogno in sfrenate corse
lungo albe sublunari
screziate da nimbate caligini lattiginose
mentre i tuoi capelli si sciolgono
alla brezza.
ANCORA I TUOI CAPELLI.
Come un Luglio caldo,
più caldi di un Luglio,
più caldi del vento di Luglio,
i tuoi capelli mi solleticano
quando leggeri il mio volto toccano,
petali di elleboro delicati.
MUNA SOLE E LUNA.
Muna,
tu sei il mio sole:
quando al mattino apri gli occhi e mi
guardi
e un nuova tua alba penetra in me,
allora per me s’inizia il giorno
effondendo la sua luce
azzurrina.
Muna,
tu sei la mia luna:
mentre passo tra i palazzi e le strade
cammino e tu con me cammini,
mi segui e segui ogni mio passo,
ti guardo e mi guardi,
mi fermo e ti fermi.
Muna,
il tuo volto è la mia luna
il tuo corpo è la mia notte
il tuo sorriso le mie stelle
e tu, tu sei il mio sole.
IL TUO SORRISO.
Come lampo incendia la tenebra
così l’oscura e atroce notte tu
sorridendo illumini.
Il tuo sorriso è una falce d’argento
che miete i miei sogni,
falcidia le mie imposture,
mette a nudo le mie paure,
e pure le perle rende insicure.
Collana di perle
E falce di luna crescente
il tuo sorriso esplode
incendiando la notte,
accendendo l’oscurità.
Il tuo corpo è una notte luminosa,
i tuoi occhi due splendide stelle
e il tuo sorriso una luna.
La falce del tuo sorriso
disegna una ferita sulla pelle
come la falce della luna
è una ferita nel volto della notte.
Il tuo sorriso è una ferita sulla tua
pelle
come la luna è una ferita
nel volto della notte.
Il tuo sorriso è una ferita aperta nella
pelle
come la luna in cielo
è una ferita aperta
nel volto della notte.
Il tuo sorriso illumina la tua pelle
Come la luna illumina la notte.
oh Muna,
quando sorridi
la tua pelle trema
come mare notturno
dappertutto effondendo
tagliente sapore di acciaio.
ANCORA IL TUO SORRISO.
Il tuo sorriso è una falce d’argento
che miete i miei sogni.
È il ferro perduto dal nero corsiero della
notte in fuga,
come se il nero destriero della notte
fuggendo
avesse perduto un ferro degli zoccoli.
I TUOI OCCHI.
Io
so
tutto,
io so
tutto,
io
so tutto,
io so tutto:
la vita e la morte,
le città e i mari,
i sogni e gli incubi,
le paure e i sorrisi,
la bellezza e il terrore,
ma non so i tuoi occhi:
i tuoi occhi rimangono per me un mistero,
un indecifrabile punto interrogativo,
un turgido enigma.
Davanti ai tuoi occhi la mia ragione
sbanda:
tu m’interroghi senza domande
e io non so rispondere,
tu mi chiedi
e i tuoi occhi sono solo
un’umida domanda
a cui non so
rispondere.
Tu domandi e io non rispondo,
perché mi sembra che niente so
e niente posso dire.
Mi chiedi
perché il giorno
perché la notte
perché la vita e le stelle
perché la morte e il dolore
perché i fiori e gli arbori
perché i poeti e gli assassini
perché le rose e le viole,
e le mie parole
svaniscono
poiché
nulla
so.
Perché
mi chiedi
e io non rispondo
perché d’improvviso
nulla so fuorché
quello che
non vivo.
Io so tutto
so la vita e la morte
la notte e i suoi arcipelaghi meridiani
la botanica e la farmacologia
il gineceo dei nostri peccati
il più e il meno della matematica
i pro e i contro della statistica
il guscio irreale ed eterno della noce
la bontà ignota forse ignorata del
coccodrillo
il lampo azzurro-freddo che precede la
morte,
so tutte queste cose e molte altre
ma ancora i tuoi occhi non so:
sul vertiginoso distacco
dei tuoi occhi la mia ragione slitta
e così solo la vertigine dei tuoi occhi so,
la gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi
occhi,
e mi sembra che le parole le abbia
stravolte,
mangiate, rose, il tuo sguardo,
e soltanto questo ormai so.
Viviamo solo se l’amore lacera le viscere,
mentre gli dei sonnacchiosi stanno a
guardare,
e i demoni malvagi in silenzio aspettano
calpitando furiosi.
ANCORA I TUOI OCCHI.
Occhi di solitudine e di abbandono,
occhi di tenebrosa e offesa bellezza,
i tuoi occhi sono un vago tumulto,
un vago fluttuare come di tra nebbia lampi,
un vago sogno nell’illusione della vita,
un vago guizzare di pesci nel piombo
dell’oceano di piombo.
Occhi di fossile compattezza e angolare
monomania,
occhi di vita, occhi di paura,
occhi senza riparo, occhi senza pretese,
occhi senza ritorno a cui tutto torna,
rattratto attorto sillogismo e polvere da
sparo,
gloria in
excelsis e concerto in busillis
infernale be-bop frondeggiante-proteiforme
involuto come il cielo dei fessi
grondante nel cielo dei fossi.
IL TUO SGUARDO.
Il tuo sguardo è una calma accesa
come una finestra illuminata
nel cuore della notte.
E la calma del tuo sguardo
un nimbo di pace
quando un’ora serena cerco.
Eppure, mi spaura il tuo sguardo
poiché quanto prima non esisteva
rende visibile ai miei occhi bui
e al mio cieco cuore.
E io, spaventato di perderti
e perdutamente felice di averti,
nei tuoi occhi silenziosi
chiedo solo di finire
e non finire mai più.
IO TI GUARDO.
Io ti guardo, e il tuo
sguardo
è un funambolo sul filo
del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo
dell’abisso
è un sistema finanziario
sul ciglio del baratro
è un ubriaco che biascica
parole inconsulte
è un pazzo con un tamburo
che urla sul tetto
è una puttana che finge
piacere per far piacere
è una treno che deraglia
e si accartoccia come una foglia
è un sole bruciato dal
troppo calore
è una rosa che ha roso il
mio cuore e s’è mangiata
è un pesce con l’ala
spezzata
è una rondine presa tra
le quattro mura del mio cervello
è una cavallo stramazzato
a terra che gorgoglia
è un cane che ulula alla
morte
è una volpe con una zampa
tra i denti
e il cuore nello stomaco.
TU MI GUARDI.
Tu mi guardi
e il tuo viso è come un
cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi,
lunatica,
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si
rincorrono
come il sole e l’ombra
su una rada battuta dal
vento.
IL TUO BACIO.
Baciarti è come addentare la polpa
di un dolce frutto estivo,
come respirare l’aria trafitta d’azzurro
dell’Estate,
come sprofondare nella fodera di seta
della notte incostante.
Baciarti è come addentare la polpa,
e mentre ti bacio entro in te,
ed entro nei tuoi occhi
come un viaggiatore in un luogo
sconosciuto,
ed entro nelle tue carni
come in un giardino pieno di sole e
ciliege,
ed entro nella tua anima
come in un bosco fresco e silente,
ed entro in te come in un sogno.
Baciarti
e baciare le tue labbra
e baciare il tuo seno
e baciare il tuo sesso
e baciare la tua pelle
e baciare i tuoi piedi
e baciare le tue mani
e baciare la tua fronte
e baciare la tua schiena
e baciare le tue gambe
e baciare il tuo collo
e baciare il tuo bacio
è come addentare la polpa,
la polpa della vita.
LA TUA SALIVA.
Vino mi è la tua saliva:
quando ti bacio e mi baci,
la mia anima ubriaca
vola leggera
ancorché ebbra.
LA TUA MANO.
E anche la tua mano,
brezza - latte - lanugine - levamen,
anche la tua mano sento posarsi,
ora che scende la sera,
dolce e tuttavia piena,
premendo
infinitamente forte,
infinitamente digitata
sulla mia fronte
infinitamente
madida.
Sento la tua mano
e il mio infinito morto sudore,
squillanti jazz saettano e dardeggiano
frondeggiando nella camera buia,
e tutto ciò a nulla giova,
e pure io a nulla giovo,
benché mi provi con tutto me stesso
nell’inficiarmi e nel punirmi
del trasgredirmi.
La tua mano mi abbraccia
mi affonda
mi assorbe
e annega
e io mi lascio andare
con paurosa trepidazione.
Nella camera buia vagola
brancola
si agita
senza posa
la tua mano che non si vede
e che si posa lieve
quando a notte mi adagio.
Enorme mano morbida e morbosa
che gira e rigira nella mia mente
fatalmente forzuta
fatalmente voluttuosa
incredibilmente affettuosa
ancorché fortissima,
mano che potrebbe stritolare
ora mi accarezza,
la mano che ieri poteva abbracciare
e invece preferiva stritolare.
La tua mano mi liscia i capelli,
mi solca la fronte e le tempie,
mi socchiude le palpebre
e mi rintuzza i pensieri,
mi tira indietro il collo,
mi palpa la nuca,
quasi a cercare
più forte più forte
m’afferra stretta
e mi tappa gli occhi,
e io non vedo più:
non ci vedo più
non sento più
e la mano mi trascina lontano
in una oscura oscura
oscura via.
(È buio fuori
e le strade sono bagnate
e languidi i lampioni.)
Ora la mano mi molla,
solo per un attimo,
poi ricomincia,
e mi affonda il muso nel fango,
mi sbatte la testa contro il muro,
ed ecco che ora si trasforma:
non è più la mano robusta che conoscevo,
quell’unico bruno fascio
di tendini e nervi che amavo,
ma è divenuta flaccida e pigra e floscia
ma sempre mi ronza in testa
la tua mano
la tua mano
la tua mano.
La tua mano mi volteggia sulla testa
e io sto a guardare
con compostezza,
poi d’improvviso s’innervosisce e mi getta
per le scale,
io non reagisco e sto a guardare,
la tua mano mi corre dietro
fin sull’orlo del precipizio,
poi sul ciglio del baratro mi riprende
e io non reagisco
e mi lascio trasportare,
mi pare di sentire il mare,
l’onda dell’ombra
e la terribile agonia del buio.
Poi la mano ritorna
e penetrano le unghie acutissime
dentro i miei occhi
e io la lascio fare
(non ho più la forza nemmeno di respirare)
e le unghie aprono fessure e varchi spazio-temporali
che mai potevo mai immaginare,
brandello dopo brandello
giungono all’estremo lembo
del cervello,
ed è un’esplosione,
lampi di luce giallo-viola-azzurro
mi balenano nei bulbi oculari,
e le tempie pulsano,
e un vuoto enorme davanti a me
spalanca la sua bocca e mostra
un vortice immenso e rosso
come il sole,
anzi più dinamico del sole,
un immenso vortice rosso
che mulinella davanti a me
impazzito
e mi attrae e mi risucchia
e mi è addosso e mi acceca
immenso e rosso,
accecante,
sfavillante.
LA TUA PELLE.
La tua pelle reca la notte
e negli occhi hai il giorno,
al tuo cospetto l’alba affosca
e pure l’ostro oscura e l’avorio perde.
Sembri una notte stellata
ornata con i monili del cielo
e il tuo sorriso è un drappo di stelle.
Come se gli astri
stupiti dalla tua bellezza
avessero deciso di abbandonare il cielo
e cadere nella tua bocca.
IL TUO ODORE.
Di che cosa odora la tua pelle?
Un frutto, una spezia?
Un aroma, un fiore?
Odora di rosa e di sambuco
di zucchero e garofano
di zagara e cannella
di porpora e amarena
di frutta matura e dolcissima
del mormorio del mare al mattino
la tua pelle.
Dai piedi fino ai capelli
dalle ginocchia fino alla nuca
dalla fodera della vulva alla bocca
emana sapore d’amaranto
la tua pelle.
In tutta la sua furiosa
feroce
selvaggia
erratica
estensione
è una coltellata di gelsomino
una pugnalata di zagara
una revolverata d’incenso
un’impetuosa zaffata di garofano
un’onda di seta purissima
la tua pelle.
È odore di sole sulla pelle,
odore di sale sulla pelle,
l’odore che sale dalla tua pelle.
IL TUO SUDORE.
Mi eccita durante
l’amplesso
leccare il sudore dal tuo
negro corpo selvaggio
cosparso le olide tracce
sull’ansimante petto,
rigato di sudore che cola
in mille madidi rivoli
che intridono di sesso e
tingono la pelle
già umida di molle
voluttà.
Mi piace leccare il tuo
sudore,
bere il tuo sudore.
Sesso liquido, sesso
odoroso:
a volte basta poco
per essere felici.
ANCORA IL TUO SUDORE.
Mi piace quando di notte nel sonno
ti stringi a me, nuda e madida,
premendo il viso contro il mio petto,
affondando i denti nel mio cuore.
Mi piace quando nella notte,
anch’essa nuda e rorida,
ti abbandoni alla stanchezza
e tranquilla e placida russi
e un rigagnolo di saliva
ti rivola giù dall’angolo della bocca
rigandoti il volto.
Mi piace quando tu dormi
svegliarmi prima di te e sorprendermi
nell’aroma della tua bocca,
che sa di di frutta matura
e un po’ stantia.
Mi piace svegliarmi con la mia bocca
preso nella rete dei tuoi capelli,
sorprendermi nel riflesso incerto della
tua pelle
tremante di sogno e aurora.
Ma, più di tutto, mi piacciono i letti
stretti
dove io e te giacciamo attaccati
senza respiro in un solo respiro,
così stretti che posso quasi sentirti i
pensieri
e sotto le palpebre chiuse i tuoi occhi brillare
come scaglie in mezzo al mare.
E così, mi piace quando dormi
stringerti forte, più forte
per sentirti dentro, più dentro:
fino al sangue e al midollo
anzi, oltre il sangue e il midollo
fino alle paure e agli incubi
e ai sogni più segreti, più segreti.
Mi piaci addormentata
perché sei il mio segreto
e il mio sogno: sveglia
sei reale e di tutti,
ma quando dormi
allora sei tutta mia
e sei il mio piacere vero e immaginato,
tangibile e inafferrabile,
fuggente e impalpabile,
per metà concreto e
per metà ipotetico,
errante ed erratico,
ma sempre ossessivamente
vagante e martellante
nella mia testa,
finché non ti desti
e quella muta selvaggia immensa
paura di perderti
scivola e scompare
nell’imbuto del tuo sorriso.
LA TUA VOCE.
La tua voce risuona fulgida
più di speranze e sogni,
e in questo nulla volere
e nulla avere
ti cerco,
ultimo appiglio.
LA TUA BELLEZZA.
Bellezza profonda nella fronda dei tuoi
capelli
come una notte fonda di ombre.
Bellezza d’isola lambita dall’onda dei
tuoi capelli
nella tua fronte.
Bellezza di ladro torbida nel tuo viso
e dura bellezza di pietra nelle tue mani,
candore sincero di ragazzo
e bruno passo di bambina.
LA TUA ANIMA.
In te ascondo i miei pensieri
che non posso rivelare
e le mie follie che non posso urlare,
in te le mie paure occulto
che non posso confessare,
in te i miei sogni celo
che più rivelano me stesso,
più di ogni poema
più del più bel verso
e della metafisica dei libri.
IL TUO CORPO.
Il tuo corpo è un eco muto che sale da
morte stagioni,
un colpo di pistola nel vacuo del nulla,
un deserto di nuvole trafitto da un tenue
raggio di sole,
una pura linea di acciaio fuso
che il tuo sorriso illumina
come il lampo che di notte
rivela contorni aguzzi
di roccia.
E sono petali morbidi di elleboro
le tue mani affusolate,
soavi di tepore.
ANCORA IL TUO CORPO.
Soave linea di baci fuggitivi,
il tuo corpo è una pura forma d’acciaio
che il tuo sorriso affila
come lampo che esplodendo nella notte
scura
rivela contorni taglienti di roccia
e cocci aguzzi di bottiglia come puri diamanti
in cima alla scalcinata muraglia.
Sulla furtiva linea del tuo corpo
corpo ideale del piacere
è scritto il canto dell’amore
vagulo come brivido
sulla pelle.
TU.
Oh Muna,
oscura notte è la tua pelle
e luna il tuo sorriso:
se sorridi
il tuo volto brilla
come notturno mare
dalla luna illuminato.
I tuoi occhi sono un vago tumulto:
quando mi guardi
la mia anima trema
come luna nel mare.
Il tuo volto è oscura notte
e luna il tuo sorriso:
quando sorridi
la tua pelle brilla
con sapore
d’amaranto.
I tuoi occhi sono
due splendide stelle,
e quando mi guardi
trema l’anima
come luna in mare.
Viluppo di sogni è il tuo crine:
quando sciogli i capelli
allora per me s’inizia
fulgida di lussuriose promesse
la notte.
Oh Muna,
il tuo sorriso è la mia luna
i tuoi occhi sono le mie stelle
la tua pelle la mia notte:
quando l’alba mi sorprende
nell’aroma della tua pelle,
con la mia bocca nella tua bocca,
preso nella rete dei tuoi capelli,
allora per me inizia il giorno
e la vita effonde la sua luce
cristallina.
Ragazza nera dalla chioma di scorpione,
pelle di pantera e occhi di serpente,
nella pelle rechi la notte
e negli occhi hai il giorno.
ODE.
A te
e al tuo viso
al tuo sorriso
al tuo sguardo
ai tuoi capelli
alle tue labbra
alle tue gambe
alla tua schiena
alla tua pelle
alla silente enfasi della tua vita
alla silente enfasi dei tuoi occhi
al tuo sapore che si riversa nelle mie
vene
al mio torpore risvegliato dal tuo
sussurro
al tuo desiderio clamante nel notturno silenzio
agli indecisi angoli della tua bocca
all’oscura linea del tuo corpo
alla solenne curva dei tuoi fianchi
alla setosa fodera della tua vagina
alla mia mano sul tuo seno
alla mia mano sul tuo sesso
alla mia mano sul tuo corpo
al tuo corpo sul mio corpo.
Soprattutto,
al tuo corpo sul mio corpo...
A TE.
A te e alla silente enfasi della vita,
alla silente enfasi della rosa
e al rumore del vento crosciante
contro le nere membra della notte,
alla callida curva della luna
e alla calda curva del tuo ventre,
al singolo afflato dell’ora e ancora a te,
Muna,
delle mie notti nuda negra luna,
parte visibile del nulla
che mi sovrasta.
4) AMORE.
NOTIZIARIO.
Ormai noto è il fatto,
di pubblico dominio la notizia:
le fronde degli alberi l’hanno diffusa
e il vento l’ha sparpagliata
agli angoli della città,
nei trivi e nei quadrivi.
Già sanno le soglie delle case e le foglie
delle pareti,
già sanno le sedie e il tavolo, e i
tappeti le tende,
e lo scrittoio e i quadri, e le porte e le
finestre,
già sanno i bicchieri e i lumi, gli
ombrelli e i lampioni,
i guanti e i cappotti, le strade e i palazzi,
gli specchi e le valigie, i moduli e i
certificati,
i permessi e i documenti, i cervelli e i
cuori,
gli occhiali da sole e i vetri delle
finestre,
e la terra, i fiori e i ruscelli,
ormai bisbigliano i prati e i campi,
e vociferano gli steli e le frutte,
con insistenza
con arroganza
con invidia
che io e te dormimmo nudi
la nostra notte senz’alba.
Già sa il sole in cielo,
già sa l’acqua nel mare,
già sa il sale nella ferita,
già sa la rugiada sull’asfalto
e il rosso delle mele,
già sanno anche le rondini
in ginocchio sulla riva
e i pesci fulgenti nelle loro scaglie,
questo nostro oscuro avaro amore amaro.
SERA.
Piove:
nel cuore della sera una piaga violacea
e l’acqua che cade a goccioloni stasera,
l’acqua che brontola e scroscia e sciaborda,
è cascame di aghi e raffica nucleare di
aculei,
spada scheggiata in mille stalattiti,
l’acqua che rimbomba il tuo nome
è stasera una voce sorda senza eco
nel ticchettio di mille telescriventi
impazzite che ripetono il tuo nome
nella tastiera del cielo più nero.
Piove:
la pioggia marcisce la sera,
e la sera è la veste di velluto che tu
indossi,
le stelle i denti di madreperla della tua
bocca,
e trema la mia fatua umida sera,
e tremula pure tu mi guardi e io sbando
nel tremendo zig-zag anatomico del tuo corpo,
mentre un’oscura luna appesa al soffitto
sprofondata tra le coltri del letto ci
fissa:
è una candida riga nell’oscuro del cielo
che manda aguzzi presagi
di presaghi voli
come persi
disvoli.
MI ATTARDO.
Mi attardo per spazi e gradini come pensili
giardini
pencolanti ai piedi dei venti che vanno
nel diffuso torpore delle nubi e dei venti
delle correnti e dei perenti
come foschie di sogni e foschi sonni,
ed è un fiume immaginato-trasecolato
in perenne transito, in perenne dialogo,
in perenne dialettica col greto amazonico
che anfitrionico sale
e a me viene leggero e caparbio
nell’ostinazione tremante della sua
superficie
nell’esitazione intrepida del suo dorso
nella distrazione tragica del suo ristoro
e mi rapisce l’orizzonte
e gioie d’Autunno si spargono sul mio capo
come effusioni di foglie in catartica
tregua
o tremore di ore disposte all’oblio.
Oh, anima di brina sei e anima di rena,
anima di arnia e anima di ernia,
grappolo di dolore che attorno al cuore
s’ingloba
e stordisce la mia gioia e sciupa il mio
vivere:
lasciarmi andare a decomposte onde
ineroiche
eroico io vorrei ma non posso.
Sei primo elemento di una proposizione
moritura
imprecisa e persa in oscuri uteri di luce,
sei lo stacco invischiato del volo
mattutino delle rondini,
sei soffio sugli occhi,
brace e rischio, piega e piaga che prega,
e nel suo suppurare mostra elitre di mosca
superstiti in fine,
sei torpido torbido scrigno di occhi-sguardi
confuso volitare di pensieri
che non sanno l’amore.
Ma in questa natura ambigua e alchemica
che seppi essere solo menzogna
rabbioso e protervo
io mi attardo.
(MICRO)ETERNITÀ.
Miriadi di parole
parole su parole
parole e ancora parole
non possono dire
la (micro)eternità
del tuo bacio
quando mi baci
chiudendo gli occhi
stringendo i pugni.
TI GUARDO.
Ti guardo ridere dolcemente,
armonica e amica,
e in petto muore il cuore,
di pietra si fa la lingua
e brucia la pelle,
gli occhi più non vedono
e suda la fronte,
in mente è il buio
e offuscato il cuore più non ragiona,
scalpita il sesso
e sbanda la ragione.
Ti guardo e
fumo un’altra sigaretta.
TU MI GUARDI.
Tu mi guardi, e il tuo
sguardo
è un funambolo sul filo
del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo
dell’abisso
un ubriaco che biascica
parole inconsulte
un pazzo con un tamburo
che urla sul tetto
una puttana che finge
piacere per far piacere
un treno che deraglia e
si accartoccia come una foglia
una rosa che ha roso il
mio cuore s’è mangiata
un pesce con l’ala
spezzata
una rondine ingabbiata
tra le mura del mio cervello
un cavallo stramazzato a
terra che gorgoglia
un cane che ulula alla
notte e ringhia alla morte
una volpe con la zampa
tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Tu mi guardi
e il tuo viso è un cielo
autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi,
lunatica,
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si
rincorrono
come il sole e l’ombra
s’una rada battuta dal
vento.
HO GUARDATO.
Ho guardato
con i miei occhi
e con le mie labbra
e con la mia testa
e con il mio cuore
con amore
e con terrore
nel pozzo infinito
infinitamente buio
dei tuoi segreti
e delle tue paure
e dei tuoi sogni
curvandomi
sullo specchio della tua anima
come un secchio vuoto
che la carrucola discende
nel cerchio del pozzo nero:
tremola un ricordo in superficie
e un volto incerto e pensoso
mi fissa che si deforma
e si fa vecchio:
è il tuo volto
che fissa il mio volto
come un eco che stride da lontano
e lancia il grido
delle nostre coscienze sporche.
Il mio volto, il tuo volto:
due volti che si uniscono nell’incontro,
mentre una distanza li divide
che impercettibile perdura
come una eco perduta,
che sale dal dentro
del profondo.
In quella distanza infinita
nelle onde dei tuoi segreti
nel buio dei tuoi silenzi
in quel pozzo
il mio cervello
come una zattera
affonda
spezzate le vele
divelte le vele
squarciate le vele...
IN QUESTO ISTANTE.
In questo istante
molti uomini stanno morendo
molte donne stanno partorendo
e molti bambini stanno nascendo,
e le ragazze si fanno belle per la sera
e le puttane scopano (e qualche volta
godono).
In questo istante
il freddo solitario e sincero è di un
celeste-cielo,
l’aria è una coppa di brina mattutina,
un calice di vetro inciso nel diamante,
e il mio orologio segna le 21,15:
tra 45 minuti arriverai
e il rivederti
semplicemente
il rivederti
come ogni sera
sarà il solito
colpo di .45 al cuore.
In questo istante
il sulfureo lampo suona il tuono-gong della tempesta,
i manichini dei grandi magazzini sono più
tristi,
e il giorno finisce per poi domani
ritornare.
In questo istante
i gatti del quartiere rantolano e il
macellaio affetta la carne,
i gelsi sono già ingialliti e i fichi sono
ancora verdi e acerbi,
i malati guardano attraverso i vetri degli
ospedali
e matti urlano e urlano e urlano nei
mattatoi,
gli sbirri passeggiano arroganti nella
loro schifosa divisa
e il mio viso arrossisce di collera e
vergogna,
una collera con le mani legate, i piedi
legati
e le viscere incatenate.
In questo istante
i giovani ragazzi stanno fottendo,
i bravi ragazzi si stanno drogando,
e i vecchi ragazzi si stanno amando,
nascosti dietro le nere membrane della
notte,
mia madre sta marcendo nel freddo della
tomba,
senza rivoltarsi,
senza dubbio senza un fremito e senza
incertezze,
perché è così la morte:
di colpo la luce si spegne
e poi più nulla solo la morte e il buio,
solo il nulla, il niente, il nihil
impazzito.
In questo istante
la passione del traditore
l’ansia dello studente
il ghigno selvaggio del sicario
e il sussurro incatenato degli amanti
che nulla chiede
solo di non essere dimenticato.
In questo istante è l’alba:
s’illumina il mondo
e pure le tue gote,
il cielo inalbera le sue impurità,
il giorno è trasparente e senza macchia
effonde odore di semi per le strade,
il vento cala e poi se ne va,
c’è un usignolo che canta
e ride la gazza nera sugli aranci.
In questo istante
guardo in ginocchio la terra
e l’insetto
e il fiore
e il cielo
e i rami degli alberi che volano
e le rondini che sfrecciano nel cielo
il fuoco che divampa nella notte
la luna che salta da una nuvola all’altra
da un palazzo all’altro
e il cuore che batte tremendo.
In questo istante
io ti guardo e tu mi guardi,
e come luna mi segui
da un palazzo all’altro
da una nuvola all’altra.
In questo istante
i legumi cuociono nella pentola,
le sardine sfrigolano nell’olio,
e le serrature si aprono-chiudono.
In questo istante
tu sei di fronte a me
nel chiarore indefinito dell’aurora
e le tue lacrime sono bionde gocce di
pioggia
lunghi filamenti d’argento i tuoi sorrisi.
In questo istante
Garcia Lorca viene fucilato
e pure Dostoevskij viene fucilato
Hikmet viene esiliato
Bukowski guida la sua bmw nera
Campana muore di fame
e Burroughs spara alla moglie
Prevert grida sui tetti di Parigi
ed Ernie spreme il suo cervello nel succo
d’arancia.
In questo istante
il sole che tramonta è un puro barattolo
di miele
mentre le tue parole riempiono il tramonto
di vane sequele,
le tue parole allegre
le tue parole amare
le tue parole euforiche
le tue parole malinconiche
le tue parole eterne come il mare e la
materia,
pesanti come un pugno ben centrato
vuote come la mia testa
dure come il mio cuore,
e la mia tristezza è solo un logora
camicia di tela
e tutto è un tumulto, uno strepitio e uno
sfolgorio.
In questo istante
tutto nasce e muore
nella profondità dei chilometri
nella dispersione dei chilometri
nella disperazione dei chilometri dei
chilometri
con cruore, con speranza e con un po’ di
amarezza
ma senza scoppio e senza rumore
senza rugghio di motore
tutto nasce e poi muore
uomo donna bambino
stella albero rancore
aria sole terra e mare
bugia inganno e tradimento
gabbiano rimorso e rimpianto
bellezza e morte
gioia e dolore
gloria e dolore
sospiro e dolore.
In questo istante
la foglia sul ramo
il pesce nell’acqua
e nel mio cuore tu,
che sei la mia schiavitù e la mia libertà
la mia ebbrezza e il mio oblio
la mia solitudine e il mio abbandono
la mia pena e la mia rabbia
di saperti vulnerabile.
In questo istante
dove sei?
Mi sogni?
Mi ami?
Oh sì, mi ami!
In questo istante tu mi ami
come non hai mai amato
nessun altro,
amore mio,
e in questo istante
anche io ti amo,
io che non ho mai
amato.
In questo momento
sei sdraiata al mio fianco
e il mondo non conta più nulla.
In questo attimo mi parli
e il mio cuore libero di menzogne
si libra ardito e sorridente
su questo prato verdicante.
In questo secondo,
i tuoi occhi sono due laghi di metallo
fuso,
un tramonto di fine Settembre,
uno sbadiglio di bambino infreddolito,
i tuoi occhi immensamente grandi e rotondi
sono d’Autunno le grandi foreste,
i tuoi occhi inaccessibili e duri
come le fredde terre del Nord.
IN QUESTA NOTTE.
In questa notte di Luglio
che il fiume scorre placido e inerte
sotto l’incandescente luna estiva,
e le stelle a mille a mille
sembrano una pioggia bionda e fine
di lapilli di vulcano roventi,
i lampioni illuminano le strade
e una puttana bianco-vestita
sorride docile e gentile.
In questa notte di tiglio
che i prati sono molli di rugiada,
e i muri si appoggiano stanchi
al chiarore della luna,
e l’oscuro fiume della notte
ci trasporta in assurdi spazi
claustrofobici,
e le finestre dormono ritte in piedi,
e tu ti stringi e ti afferri forte a me
serrandomi di gioia e stupore
e ripeti le due parole le più trite
le più ritrite le più stolide
le più stupide.
In questa notte di pietra
che il mio cuore giace inerme
sospeso al ramo del tuo amore inerte.
In questa notte di Luglio, in questa notte
di tiglio,
in questa notte di pietra, in questa notte
di seta,
in questa notte di porpora e sale
io ti amo,
e scoppio di felicità
che fischietterei pure
una stupida canzonetta
d’amore trita e ritrita
come quelle due parole
da noi mai dette
mai pronunciate
mai.
LE STAGIONI.
Anche d’Estate amami,
con la vastità delle tue gambe
con la misura del tuo vacillamento
con il fiume del tuo respiro
con il trepidante tesoro del tuo ventre
(arnia e alvo del mio desiderio)
con tutto l’oro che ti cresce in bocca
e ne trabocca.
Amami d’Autunno,
con il tuo vestito scuro
del colore dell’ostro e dell’amaranto,
con la secca precisione dei tuoi gesti
e la gelida tangente del tuo sguardo.
Amami d’Inverno,
con tutta la tempesta che serbi in petto,
con il sogno e con l’acqua
che tremano nel calice del tuo grembo,
con tutti i tuoi fantasmi
che sciamano di notte sul nostro letto,
con i tuoi stolidi pensieri che non sono
pensieri
e fanno il paio con i miei stupidi desideri,
con l’artiglio minerale della tua miseria,
con le accigliate angosce delle tue
cicatrici,
con gli scabrosi angoli perfetti delle tue
gambe
e del tuo cuore spigoloso,
con le invalicabili barriere della tua
anima.
Amami in Primavera,
nei suoi giorni d’oceano fatti di sale e
turchese,
con le tue palpebre che recano l’impronta
dei miei baci,
con la tua fronte che reca l’impronta dei
miei sogni,
con la tua bellezza dura di pietra,
con un fiore notturno
profumato del tuo aroma.
Amami anche senza amore,
senza la mia mano sul tuo seno
senza il tuo fiato sul mio corpo
senza la tregua della tua presenza
senza la gioia del tuo volto di rosa
senza il piacere delle tue labbra ideali
modellate per donare piacere
al corpo.
Amami sempre, in ogni stagione,
amami sempre, in ogni età:
amami anche quando meno me lo aspetto
perché è in quel momento che il cuore
sarà più pronto per riceverti,
amami quando ho voglia di fuggire e
scappare via
perché in quel momento avrò bisogno
di una buona compagnia e di tutta la sua
energia
che mi spinga oltre le onde dell’angoscia,
amami quando non parlo e sto muto
perché in quel momento io non taccio
ma in silenzio mi preparo a viverti,
amami anche con tutte le cicatrici che mi
sfigurano
perché è solo così che le mie ferite guariranno,
e amami soprattutto quando meno me lo
merito
perché è allora che ne avrò più bisogno.
IL CIELO.
Il cielo è grigio e sonnolento oggi,
quasi timoroso, o forse solo annoiato e
stanco,
nuvoloso pencola indeciso dai tetti
grondando umido dalle foglie degli alberi
come una forma liquida di aria vibrante,
e poi d’improvviso si spalanca
e illuminato di tutti i colori dell’iride
balenante
s’impiglia ai rami.
Tutto il cielo è nei rami di un albero
e di molti alberi
e scivola dalle foglie e permea la terra
effondendo dolce sopore di bosco:
è in un chicco d’uva,
in un granello di sabbia,
in una mica di pane,
nello specchio degli occhi
che stilla gocce di scintillante bellezza
di uno squisito azzurro-gioia,
nella tua anima peregrina,
nel tuo volto che muta colore
trascinandosi il suo dolore,
in tutto il dolore del tuo volto che muta
e pare un lago capovolto di acciaio fuso.
Io marinaio, tu acqua viva,
tu acqua viva, io acqua morta,
tu incudine, io martello,
tu clessidra, io sabbia,
tu diamante, io minatore,
tu piacere, io dolore,
ma, dei due, il solo vero amore,
per quanto demente e schizofrenico,
era il tuo.
SEMPRE MI TORNI IN
MENTE.
Sempre mi torni in mente,
pure quando non ci sei,
pure quando non ci sono,
e le tue membra in mente fingo
e il tuo passo alacre e svelto
e la dolcezza delle tue spalle
e le tue mani brancolanti
tra dubbi e domande
a cercare un equilibrio
un baricentro
un appiglio
nella tua anima confusa e fluida.
Sempre ai miei occhi torni,
pur se non vuoi, pur se non voglio,
con la curva solenne dei tuoi fianchi
e il tuo desiderio lì sospeso
che nulla chiede
solo di non finire.
FRA CENT’ANNI.
<<Vorrei incontrarti fra cent’anni>>
diceva una canzone
vecchia di cent’anni.
Ma non penserò al mondo fra cent’anni:
ripenserò solo ai tuoi occhi fieri
più bui e profondi dei miei pensieri,
e al tuo ventre e alla tua bocca,
alle tue mani e alla tua pelle,
al tuo dolce sorriso di ieri
e ai tuoi ricci neri neri
(chissà come saranno cambiati:
saranno ormai imbiancati...).
Ripenserò ai tuoi seni
come due pomi lunati,
e ai tuoi piedi inarcati
quando mi amavi
e a me ti donavi,
e a quello che mi dicevi
mentre scopavi.
Ripenserò a te fra cent’anni
e la mia solitudine sarà solo
la tua assenza.
FORSE CHE.
Ma dove va la notte quando se ne va?
E dove si nasconde quando è giorno?
Dove finisce la notte, quando finisce?
Forse che si rifugia nella tua pelle,
tutta coagulata nella matrice del tuo
corpo
come una metallica forma liquida
che rapprendendosi fa di te
un acino di uva bruna e dolcissima,
la notte che ti prende quando ti
addormenti
e con te si addormenta anche il sole?
Sì: finisce la notte dove cominci tu,
effondendo dalle tue nere membra
come se in te tutta dormisse,
come se in te tutta vivesse.
LA CASA.
Quando dormi, anche la casa dorme,
e le sedie dormono accanto al tavolo,
e il tavolo addossato alla parete
e le scarpe sdraiate sul pavimento,
lo specchio si rabbuia e non riflette più,
anche la balconata dorme e le piante
con i loro lunghi colli pencolanti nel
vuoto,
e anche i fiori più loquaci tacciono,
e i pomodori e i limoni sopiti
aspettano gioiosi il coltello
con cui domani li taglierai,
e i vestiti pure dormono in tua attesa
in piedi come manichini senza vita,
e anche i tetti dormono e i gatti
prendono una tregua dal loro miagolio,
e il fiume smette le vanitose paillettes del giorno
e indossa un vestito lungo e nero,
e le nubi dormono avvolgendo la luna
nelle loro spire di lieve bambagia.
Poi la luce del mattino si accende,
e riversa i propri raggi dorati sui tuoi
capelli
colando tra le mani, cingendoti i fianchi,
e scivola lenta dal collo fino ai piedi
candidi d’incenso,
e così ti desti,
e allora anche la casa si desta
e apre gli occhi luminosi delle proprie
finestre,
le sedie carponi zampettano allegre
e il tavolo bofonchia in attesa del pranzo,
le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi
che presto le riscalderanno
con il loro profumo di vaniglia
e il piombo dello specchio sprizza
la gioia sensuale del tuo incedere delicato
nella curva solenne dei bruni fianchi
d’amaranto,
e pure il ballatoio distende le gambe
e il fiume indossa la propria veste
d’argento,
le piante stiracchiando il loro collo
salutano il sole
e le più caciarone hanno già ripreso a chiacchierare,
le rondini cinguettano alacri il tuo
sorriso
e il mio cuore pure cinguetta
le sue solite scemenze:
chissà se mi avrà sognato stanotte,
chissà se mi avrà pensato stanotte,
chissà se le sarà mancato il mio abbraccio
stanotte...
Chissà...
SENZ’ALCUNA RAGIONE.
Senz’alcuna ragione
passano le stagioni e vengono gli Inverni,
e gli alberi del viale squamano le proprie
foglie
e madidi stillano la propria rugiada,
i rami bisbigliano frondosi
e il vento solo sa che cosa si dicano,
e le foglie stormiscono tutta la propria nostalgia,
soprattutto quando cadono al crepuscolo,
soprattutto quando cadono sferzate dalla
pioggia,
soprattutto quando cadono in tua assenza.
Senz’alcuna ragione
il sole mi batte in fronte e il cuore mi
batte in petto,
senz’alcuna ragione il cane abbaia
e il pesciolino rosso galleggia
nell’ampolla,
le stelle girano sulle nostre teste e
stride il mare,
il sole si spegne nell’imo precipitando,
le strade corrono veloci sotto le ruote
e il tempo scorre lento sulla strada,
il vento dondola l’altalena
e non c’è arcobaleno di notte né farfalla
sulla neve,
lo specchio riflette le mie rughe nel suo
lago di piombo
e le ore corrono di albero in albero
e di palo in frasca nel frutteto del tempo,
e verrà il tramonto e scenderà la sera,
e i tuoi occhi illumineranno
il mio sentiero al di là della notte
e oltre il confine.
Senz’alcuna ragione il mio cervello ti
pensa
senz’alcuna ragione la mia pelle ti cerca
senz’alcuna ragione il mio cuore ti
aspetta
e senz’alcuna ragione io ti amo,
ora, in questo luogo al di là del bene e
del male
dove ci attende il sapore di nuovi azzurri
mattini
e ulteriori altrovi di infiniti alti eldoradi.
Senz’alcuna ragione
qualcosa si rompe in me
e mi soffoca in gola i pensieri,
stasera nell’ora che lenta
volge al desio e cruda e fiera
annera e dispera.
OLTRE IL CONFINE.
Il lago riflette i raggi della luna,
lo specchio accoglie la tua bellezza,
il medaglione che hai al collo la serba
con cura nel cuore del proprio quarzo,
e gli occhi riflettono l’immagine del
mondo,
ma il riflesso più abbagliante
il barbaglio più reale
l’immagine più vera
è il tuo riflesso
sulla mia pelle.
UNA
TANTUM.
Ti sei svegliata presto stamattina
e di corsa sei uscita
per pagare la retta universitaria
500 euro una tantum, mi dicesti.
Beh,
nulla accade due volte,
nulla si ripete due volte
(nulla si ripete due volte).
Non giorno che ritorni uguale
non la stessa notte che si ripresenti
non due baci somiglianti
né due parole dette nello stesso modo
o due sguardi tali e quali.
Non lo stesso sole ci riscalderà domani
né lo stesso fiume ci bagnerà,
non la stessa aria ci arrufferà i capelli
né la stessa vita vivremo di oggi.
E come due gemelli omozigoti,
o come due gocce d’acqua,
anche noi identici
eppur diversi.
EPIGRAMMA.
Il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle
come sulla scabrosa scorza di un albero
domani ritroverai marchiato a fuoco
sul mio cuore.
EPIGRAMMA SECONDO.
Amore in palpebre languido
con azzurri occhi di mare mi guarda
e con oscure dolcezze mi spinge
nella reti inestricabile dei tuoi capelli
conducendomi nel profondo dei tuoi occhi
dove, come in un aurora,
il rosa e il viola si fondono in oro.
BISBIGLI.
È notte: non rumore, non passo, non
strepito,
tutto tace, tranquillo e placido,
e sui secchi rami tacciono ancora le brune
tortore.
Nel silenzio assoluto solo si odono
sottili raggi di luna
picchiare ai vetri delle finestre.
Tra rossastre foglie,
ferma e silente guatando la nostra
solitudine
e i nostri sussurri-gemiti ascoltando,
si nasconde la malvacea rorida luna,
ai nostri amori segreto sepolcro
alle nostre baccanali follie testo.
SCHERZO.
Soave, sei bella tra le belle
quale luna ridente tra le stelle:
la tua luce le altre caccia e impaura
come il sole che la luna oscura.
Alle altre donne la tua luce risplende
come il sole la luna sospende.
Quando ti desti sei la mia alba:
al tuo cospetto pure il sole scialba.
La tua bellezza come una scure
falcidia le mie imposture
e, piene di ansie, dubbi e paure,
pure le perle rende insicure.
OGNI NOTTE.
Sei così bella quando dormi
che non riesco a credere alla morte
benché la tema
e sappia che un giorno verrà
in cui non vedrò più i tuoi occhi
(e questo mi secca).
Così
ogni notte
quando tu dormi
io non dormo
e ti guardo
per serbare un ricordo
e ti accarezzo
e accarezzo il tuo viso di pesca
che
come una pesca
reca una tenue peluria in superficie
e accarezzo il tuo corpo nudo
sprofondato nella vasta notte
coperto solo di due sottili foglie
di palpebre come l’alba senza sogni
e accarezzo la tua pelle bruna
che si mischia alla notte
e in essa si perde.
Di notte
quando dormi
io non dormo ma ti osservo,
oppure capita che mi stringa a te
per far calore al mio corpo col tuo corpo,
e allora la mia stanza esplode di sogni
uguali a lapilli di vulcano incandescenti,
e il mio cuore urla e batte
con la stella più lontana e luminosa.
Poi finalmente mi addormento
ma anche quando dormo
sono certo che tu rimani bellissima:
bellissima come una stella che splende
magnifica anche se invisibile agli occhi.
OGNI MATTINA.
Ogni mattina l’alba riappare
e caccia dai tuoi occhi il trucco delle
tenebre
sorprendendomi con la bocca nella tua
bocca
olida di frutta matura e dolcissima,
con le mani intrappolato
nella rete dei tuoi capelli.
Allora un nuovo tuo giorno penetra in me
e i demoni scompaiono
e gli dei sorridono
e anche la signora morte
appare più bella.
QUANDO TI SVEGLI.
Quando ti svegli e i tuoi occhi profumati
sbocciano
come due fiori umidi di rugiada e amaranto,
e la curva solenne dei tuoi fianchi
riprende forma,
e un nuovo giorno penetra in me e mi
sorprende
nell’olido aroma di frutta matura della
tua bocca,
allora mi sembra che il sole sorga nel mio
letto,
il tempo si ferma e gli dei sorridono,
i demoni siedono all’angolo e aspettano,
e anche la Signora appare più bella,
anche se solo per un attimo.
QUANDO SCIOGLI I CAPELLI.
Quando a sera sciogli i capelli,
il sole scema e la notte lucida effonde
e ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla terra come un mare di tenebra.
Io sono lago e tu sole:
quando ti rispecchi nelle mie acque
acquisto fulgore e bellezza.
Quieta tu serbi tempesta in grembo
e vita riversi dai calici del tuo petto:
sei dolcezza e violenza
odio e amore
distanza non colmabile
come un mare di tenebra
di cui baci la sponda con il piede.
Il tuo sudore è vino forte
pieno di fermento invisibile,
la tua bocca un calice
da cui io bevo la vita,
la tua saliva un’acqua limpida e pura
che lenisce il mio bruciore.
Le tue palpebre sono scrigni
serbanti l’impronta dei miei baci.
La tua pelle è timida
come la luce delle tempestose terre del Nord.
Quando abbandono il mio capo al tuo ventre
sento il mio desiderio gravare il tuo
grembo,
quando appoggio il mio volto al tuo volto
e a occhi chiusi ti bacio
sento oltre le tue palpebre
i miei sogni palpitare.
La tua rosa è protetta da un temibile
scorpione,
tra le belle spicchi come luna tra le
stelle,
di fronte a te le altre oscurano e perdono
come astri al cospetto del sole,
e con dolce mormorio la tua voce a me sale
risillabando come il reboante murmure del
mare.
Muna,
sei così bella
che metti di malumore.
QUANDO DORMI.
Mi piace quando di notte
nel sonno ti stringi a me,
nuda e fresca come una pesca,
affondando il viso nel mio cuore.
Mi piace, quando tu dormi,
svegliarmi prima di te e sorprendermi
con la bocca nella tua bocca.
Mi piace svegliarmi con la bocca nella tua
bocca,
intrappolato le mani nella rete dei tuoi
capelli.
Mi piace, quando dormi,
ascoltare la tua pelle
tremante di luna e amarena.
Ma, più di tutto,
mi piacciono i letti stretti
dove io e te giacciamo abbracciati
fusi in un solo respiro,
così vicini che posso quasi sentirti
sognare
e sentire i tuoi occhi sotto le palpebre guizzare.
Mi piaci addormentata
perché sei il mio sogno e il mio segreto:
sveglia, sei reale e di tutti
ma quando dormi
sei il mio piacere vero e immaginato
tangibile e inafferrabile
fuggente e impalpabile
errante ed erratico
per metà ipotetico e per metà concreto
recalcitrante nel mio cervello.
ADDORMENTATA.
Addormentata,
sul tuo corpo non procedo come assetato nel
deserto:
acqua per sopravvivere sulle tue dune
le mie mani non cercano ma inganni,
una scure per falciare il freddo inganno
della ragione,
una pistola per freddare lo sporco ricatto
dell’abitudine,
una emozione che dissolva la fredda
equazione dell’esistenza.
Nei vasti spazi delle tue plaghe un tocco
di brezza
come dal finestrino aperto di una macchina
in corsa,
nella tua voce crepitio di fiamme,
nelle tue vene un grido profondo di vita,
nella tua bocca il canto vellutato della
notte,
nei tuoi occhi l’enfasi affannosa
dell’amplesso
come quando poco prima di un forte
temporale
cadono i venti e l’aria diviene una pura
lamina di metallo fuso,
nei tuoi capelli i riflessi della digitale
luna eburnea,
nell’acqua seminale del tuo sesso un
sapore d’amarena,
negli interstizi delle tue labbra la rossa
pena della vita,
nel tuo talento il mio talento di essere
senza talento, senza portento, senza
contento,
nel tuo sguardo un contrassegno del mio
dolore
come il contrassegno apposto dal doganiere
a una valigia distrattamente frugata.
Vedi? Sono come luna:
come luna so brillare solo di luce altrui.
Io so vivere solo di vita altrui.
Distrattamente mi muovo sul tuo corpo
attento a non svegliarti
pregando che non ti desti.
Addormentato,
giaccio nella tua ombra
che implacabile fissa il
mio destino
respirando il tuo
profumo.
Sveglio, mi perdo nella tua essenza
d’aurora
che un nuovo giorno accende in me
dolce di garofano e cannella.
INSONNIA.
Tu dormi, io insonne ti guardo dormire:
il tuo corpo disteso s’un fianco
è una pura forma di acciaio,
la tua pelle un tamburo forsennato
che si confonde con la notte,
e con la notte si confonde pure
il tuo negro crine corvino,
e fulgide stelle mostrano le dischiuse tue
labbra,
come se la notte nel tuo alvo discesa
abbia discinto il manto a coprire le tue
membra
dimenticando nella tua bocca i propri
monili.
Amore mio,
tu sogni, io non dormo,
e insonne ti guardo sognare.
Quali mondi sogni?
In quale universo ora sei?
Da quali pianeti è minacciata la tua luna?
Forse sei in compagnia di un altro uomo?
Amore mio,
tu sorridi, io impazzisco,
e a te sorridente il mio guardo
rivolgo tremulo e nebuloso
per il pianto che mi sorge sul ciglio:
a quale uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?
O mi ami anche dormendo?
Non lo so, poiché anche vicina mi sei
lontana,
ed è come se tu non ci fossi, e mi sfuggi
anche se sento battere il tuo cuore
sotto la mia mano,
ma non so se batte per me:
non lo so e questo mi fa soffrire
mentre tu sogni e io ti guardo dormire.
Questo solo so:
che se tu smettessi di amarmi
vorrei che il tuo cuore
smettesse di battere.
Oh sì, vorrei che il tuo cuore smettesse
di battere
se non batte per me.
Così, tutte le notti piango:
tu dormi, io piango,
tu sogni, io piango,
tu sorridi, io piango.
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
nel mare del tuo letto ora ti agiti
sognando,
nei tuoi occhi due onde per affogarmi.
PIACERI.
Il primo caffè del mattino,
le poesie di Saffo e Catullo,
le passeggiate in bicicletta,
una camminata nel torrido sole del
meriggio,
il mare e la pioggia battente,
le sigarette e le uova sode,
il tuo abbraccio nel cuore della notte,
tu che addormentandoti mi dici
<<Vorrei che questa notte non
finisse mai.>>,
tu che svegliandoti mi dici
<<Vorrei rimanere così per tutta la
vita.>>,
la tua tristezza e il tuo dolore,
il tuo sesso palpitante nel buio,
il tuo respiro quando dormi,
le tue labbra,
le tue gambe,
i tuoi piedi,
le tue mani,
il tuo sguardo,
il tuo sorriso,
le tue palpebre,
i tuoi capelli,
il tuo culo,
la tua pelle di pantera,
i tuoi occhi di serpente,
la tua chioma di scorpione,
la curva arrogante dei tuoi fianchi,
le tue linee aerodinamiche,
la tua pura forma d’acciaio,
le mie labbra sulle tue labbra,
la mia mano sul tuo seno,
la mia mano sul tuo sesso,
la mia mano sul tuo corpo.
Soprattutto, il tuo corpo sul mio corpo...
L’AMORE.
Campana che sventola contro l’azzurro-cielo,
fruttuo risveglio tutto fruttare-fratturare,
stritolamenti profondi
e baci in centrifuga fruttescenza,
fluido fiume furioso delle chiome in cui
mi strangolo
e m’immillo e m’immillanto
e mi ammollo e mi ammalo
e m’innamoro e m’indoro inodoro,
e orzo biondo-spento contro il lapillante
papavero rosso.
strapiombo da cui risalgo per ghiacci e
guani,
parestesia-anestesia diffusa di semi-presenze,
agnizioni in tralice e riapparizioni di
straforo,
male oscuro, male nervoso, male nevoso,
gioco di sbieco e intermittenza di paresi
di cloni e di eoni,
virginea tristezza quale erbetta da cena -
verzura,
pungenti venti settembrini e vini agretti,
cane testardo che rotea fiuta adocchia
e alza la zampa al cippo del mio memento,
testa di cane che abbia morta,
il momento d’oro e lo scilicet.
L’AMORE COME UN CANE INCIMURRITO.
Come un cane incimurrito
l’amore mi perseguita,
e in agguato dietro la siepe
mi attende per azzannarmi.
L’AMORE COME UN VECCHIO.
L’amore è un vecchio bastardo
che con sguardo furbesco
e sigaretta tra le labbra sogghignanti
mi guarda spavaldo:
certo un giorno lo ucciderò
e fumerò la sua
sigaretta.
L’AMORE COME UN BRIGANTE.
L’amore come un brigante si acquatta
dietro l’angolo,
pronto a farmi lo sgambetto e farmi cadere
quando passo per via.
AMORE.
Amore: non dico questa parola invano.
Amore, non dico il tuo nome invano:
solo a te cede il mio orgoglio,
solo a te cede il mio sesso,
solo a te cede il mio cuore.
Amore: non dico questa parola invano.
Amore, non dico il tuo nome invano:
ogni volta che assoggetto il mio piacere
al tuo volere,
ogni volta che piange l’anima i tuoi
inganni e tradimenti,
ogni volta che sopporta stillicidio il
cervello,
ogni volta che distogli da me lo sguardo,
il cuore urla la sua sentenza.
Amore: non dico questa parola invano.
Amore, non dico il tuo nome invano.
POESIA DEL COME.
Come l’alba scioglie il
trucco della notte
come la notte cancella
gli affanni del giorno
come il giorno cancella
le paure della notte:
così tu spazzi le mie
paure e i miei affanni,
dissolvi i miei trucchi e
le mie imposture.
Come la notte si perde
nel giorno
come il giorno scema nel
tramonto
come il tramonto si
consuma nella notte
come la notte dissolve
nel giorno
come il giorno scioglie i
nodi della notte:
così io mi annullo in te.
Come il tuffatore si
getta nel fiume
come il fiume si getta
nel mare
come il mare rigetta
trombe di schiume attorte
come le schiume del mare
si rigettano sulla terra
come la terra accoglie
l’occaso di rame
come l’occaso di rame si
scioglie nella sera d’amarena
come la sera si fonde col
mare d’amaranto
risucchiano nel suo
imbuto l’occaso di rame:
così io mi abbandono a
te.
COME UN INNESTO.
Amore,
come un innesto,
col tuo cuore dentro il mio cuore,
formeremo un piccolo giardino:
i tuoi baci il sole,
la mia bocca il fiore,
che al mattino la luce dischiude.
COME TI AMO.
Come l’acqua con le bollicine
come il pane spruzzato di sale
come l’acqua dopo una corsa
come una poesia leggera
come il tramonto estivo
come il latte
come il vino nella botte
come il tempo che batte e non aspetta
come il mio computer e le mie parole
come succhiare un grappolo d’uva
come essere svegliato da un raggio di sole
sul viso
come dormire in riva al mare di notte
come una cavalcata in macchina a 200/h
come fumare una sigaretta alle 2,30 della
notte
come una passeggiata in bicicletta
come la nuda terra che brucia nei giorni
d’Estate
come la nuda carne che brucia nelle notti
d’Estate
come la mia pelle.
Così ti amo.
COME PER MIRACOLO.
Come per miracolo il sole gira
come per miracolo uccelli volano
come per miracolo il mare ruggisce
come per miracolo la pioggia cade
come per miracolo la sigaretta brucia
come per miracolo il giorno splende
e come per miracolo splendi anche tu
e allora la mia vita si desta e corre.
Come per miracolo mi guardi
come per miracolo mi sorridi
come per miracolo mi abbracci
come per miracolo mi tocchi
come per miracolo mi baci
come per miracolo mi ami
come per miracolo
quando mi guardasti per la prima volta
comprasti la mia nuda proprietà
e come per miracolo
come in un sogno
ora vivo in un corpo che non è mio,
in compagnia di una mente che non ragiona
e ti pensa anche quando non voglio,
vivo con occhi che non dirigo
e ti guardano anche quando non voglio,
con un cuore che non comando
e ti ama anche quando non ti amo
e gli ordino di non amarti.
VIVO, NON VIVO.
Da eterni esili eternamente ritorno,
fatto duro, fatto oscuro,
e con i giorni e con le notti mi confondo,
divelto cuore tra erbe e prati affondato,
e a silenzi confidati come a lune d’Ottobre
mi volgo.
Vivo per te
vivo per te
vivo per te
e per te mi aggiro e mi raggiro,
fuori dal mondo e fuori luogo,
tra vivide distese d’Aprile
e vani prati d’amore febbrile.
Vivo per te,
ma più vivo per te, meno vivo per me,
più vivo per te, più non vivo per me,
e amo e sono infelice:
più ti amo più sono infelice
più non ti amo più sono infelice
più sono infelice più non vivo
più non vivo più ti amo
poiché come luna so vivere solo di luce
altrui.
Io so vivere solo di vita altrui,
e come luna io brillo solo dei tuoi sogni
e desideri
che esplodono nella notte informe-uniforme
uguali a fuochi d’artificio colorati.
Là nel cielo, là nel terrore,
mutati sono i contorni,
sfocati i confini del mondo,
ora che la tua luce si affievolisce
e s’offusca la parola
e la mente sfolla
e l’anima crolla.
Ossessione il tuo nome
come oscuro rio di sangue
nelle mie vene gorgoglia,
oscuro cemento rappreso
in povere sillabe tessute di enigmi,
grumo di tumori nel mio deluso
disilluso ottuso cerebro leso.
LA MIA POESIA.
Fanciulla dalle lunghe ciglia come le
ariste dell’orzo,
quando ti guardo divento pura forma
corporea
senza ambizione e senza desideri
senza rimorsi e senza rimpianti
senza stimoli e senza sogni:
una pura forma corporea,
un puro automa.
Ragazza, la mia poesia vive solo nello spazio
da me a te,
per il breve istante d’eternità apparente
d’un bacio,
come il fulmine vive solo nel breve lampo
di luce
che lo separa dall’albero.
Donna, tutti ti bramano e bramano la tua
carne,
ma tu sai che le tue labbra
sono bagnate dai soli baci degni
della tua bocca selvaggia.
VERRÀ IL GIORNO.
Verrà il giorno in cui sarò arso
nella frode che ogni cosa corrode
e più significato non avranno gl’impegni e
le coincidenze,
gli orari e gli appuntamenti,
gl’inganni e i tradimenti,
i ragionamenti e gli estremi colmamenti,
e allora potrò lasciarmi cogliere
dall’amore
e abbandonarmi senza freni ai piaceri.
Verrà il giorno, amore mio, in cui non più
varranno gli scorni
di chi crede che la realtà sia quella che
si vede,
e allora avrò l’invenzione e il movimento
e l’amore
e soprattutto avrò te.
Verrà poi il giorno che non conterà più
l’amore,
e allora ti guiderò nel sole di un Luglio
rovente
e lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del
mio nome.
Verrà il giorno che non conterà più
nemmeno il sole,
e allora conosceremo l’arte dell’esistere
in questo mondo
(non già quella di essere: mistero
imperscrutabile)
poiché avremo tutto conosciuto
maestramente.
Verrà, ancora, il giorno in cui non varrà
la conoscenza,
e allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo
di morte stagioni e infinitivi universi
negativi,
e sarà inutile pensare
e poi dirti che cosa
poiché tutto mi dirà di te.
Verrà, infine, il giorno in cui non più
saremo,
l’ora dei vuoti fuochi e delle vacue larve
e dei fatui fati,
ora di nigredo e di fimo plorante,
ora di mutacico liquame,
ma sempre per me sarai la bambina
dalla faccia piccola e rotonda
che dai suoi grandi occhi rotondi
sempre lancia l’urlo della sua solitudine,
delle sue cicatrici e della sua vita
importuna-inopportuna.
Ma giunto che sarà quel giorno
tu splenderai come sempre
bellissima come una pesca matura
lanciando bagliori d’Autunno:
alla tua estrema bellezza
la condanna crudele
per nulla lede.
FINCHÉ TU ESISTI.
Amore mio,
finché gireranno gli astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le notti,
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia sarai,
mia magnetica visione,
mio sesso e castità,
mia redenzione e condanna,
mia salvazione e pazzia,
mio impeto e mio chiodo fisso,
ogni volta che inizia la notte,
mio elabro in mutande...
Amore mio,
finché tu esisterai,
esisteranno paura e angoscia,
poiché non è altra pena
fuorché sapere che tu vivi e possa
soffrire.
E allora nessun tormento mi sarà estraneo
poiché su te dovrò vegliare
e ogni possibile male annientare.
Nessun inferno mi sarà alieno
poiché la sola paura di perderti
è già una condanna.
Nessuna allegria passerà inavvertita
poiché in qualche modo dovrò mostrartela
per rendere più leggera la tua giornata.
Amore mio,
finché il cielo girerà,
sarai la verità di me stesso,
la canzone e il veleno,
il pericolo e l’estasi,
la vigilia e il sonno,
il terrore e il miracolo,
la bellezza e il terrore.
Amore mio,
finché il mondo esisterà,
la mia ragione per l’insolito tu sarai,
l’incontro e la fuga,
la quiete e lo scandalo,
il candore e la colpa,
il suicidio e la vita.
Amore mio,
finché il cielo esisterà,
sarai il mio dolore più conosciuto,
la mia solitudine più tragica,
la mia più unanime perdizione,
il mio perpetuo silenzio,
la mia totale condizione.
Amore mio,
finché tu esisterai...
Ma esiste il futuro?
Ebbene: finché tu esisti.
Amore mio,
finché tu esisti,
sarai lo specchio e il tempo,
l’infinito e l’impeto,
la memoria e l’insolito,
la sconfitta e il verso,
il sogno e la poesia,
il mio nemico e la mia immagine più vera.
Ma, amore mio,
quando tu più non sarai,
allora per me sarà il buio,
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
Amore mio,
il tuo volto è la mia luna,
il tuo sorriso le mie stelle,
il tuo corpo la mia notte,
e tu, tu sei la mia rabbia:
finché vivi, e vivo,
non esiste pena più grande
fuorché sapere che tu esisti
e possa soffrire.
Tu sei la mia schiavitù di saperti viva,
sei la mia ossessione di saperti tangibile,
sei la mia nostalgia di saperti
inaccessibile,
nel momento stesso in cui ti afferro
ombra fuggitiva d’ideale
piacere.
Amore mio,
finché saremo a questo mondo,
tu sempre sarai per me la rabbia.
Scusa, ho sbagliato di nuovo:
tu sei
per me la rabbia.
Tu
sei per me
la rabbia.
REIETTI E RINNEGATI.
E infine saremo lì
lì tra i reietti e i rinnegati,
tra gli emarginati,
certamente non voluti, non graditi,
tra quelli che non sanno come comportarsi,
tra quelli che non sanno che cosa si debba
fare
e che cosa non si debba dire,
tra quelli che hanno troppo da dire per
poterlo dire,
saremo lì
certamente non voluti
certamente non desiderati
certamente disperati
soli
io
e
te
su questa
viziosa
oscena
sordida
drogata
scandalosa
vergognosa
strada suicida,
saremo insieme
su non battute strade
su non percorsi sentieri
senza soldi e senza mete
senza ideali e senza veri desideri
soli
io
e
te,
lontani da questo spietato mondo
allucinante
e da questa perfida gente
che ci fraintende
che ci aborre
e ci disprezza
ci maldice
ci esclude
e ci vuole rinnegati ed
espunti,
e noi
noi saremo lì
rinnegati
espunti e
cancellati,
soli
e felici
della nostra reciproca
presenza
della nostra pura essenza
della nostra sola assenza
ambendo solo a vivere
a nient’altro che a
vivere
malgrado tutto
nonostante tutto
contro tutto
e tutti
mentre la notte brucia
tra le fiamme
e il nostro amore corre
con il cuore nello
stomaco
e una zampa tra i denti.
ALCHIMIA.
Davanti a me stendi a fuoco la
meravigliosa vita
distraendo i maligni malvagi demoni,
e gemma arida e pura rendi la notte,
gemma arida e pura rendi la morte.
Sei la verità che si posa sulla mia fronte
e tocca e arde e insegue e fruga
ogni ruga, ogni ruga.
Gemma del deserto sei,
anzi fiore del deserto,
e come fiore effondi soave sapore di
libertà
quando i tuoi agili bruni fianchi muovi.
Mirifico occhio di mosca sei,
selva ondosa ondulata di verde-frescura,
labbra vibratili di moscerino,
radiante sole dentato-dentellato,
plurimo proliferare di steli-foglie nei
tuoi raggi,
arnia porosa di dolcissimo miele
e offuscato labirinto di rugiade,
cicaleggio di mille splendidi soli
e perpetuo promanare di sillabe-fame,
stupro dell’occhio incapace di guardarti
e abbacinante sguardo sei,
puro raggio di miraggio-destino
ed energia che si dissangua e mi dissangua,
egro barbaglio-spiraglio nel cielo
nuvoloso,
respiro spirante in sospiro e sospiro
spirante in sogno,
sogno anelante la realtà e fresca pienezza
di frutto maturo,
frutto di te stessa
nella ferale linfa del crepuscolo
icosaedrico
allorché il giorno guerreggia alle tenebre
e ombre di morte si spandono sulla terra
e pensieri volano come ali senza ombra
e risuona l’ultimo rimasuglio dell’Estate
affollata di brezza marese
e ogni azione diviene fioca paralisi
ogni volontà aberrante franosa rovina
ogni saluto una esiliata lontananza
arcaica prosaica demoniaca.
2,34 A. M.
Piove stanotte:
l’acqua buia trafigge i tetti
e inonda la nostra camera
bagnando il letto e le nostre fragili
esistenze
mentre il sangue continua a scorrere
nelle nostre vuote teste.
Pioverà forse tutta la notte,
e noi dormiremo trafitti
dall’acqua buia che rimbomba sulla nostra
pelle,
sulle nostre vecchie ferite e anche sulle nuove,
quest’acqua che non lenisce le nostre pene
ma come una macchina per scrivere
batte contro le finestre inesorabilmente
il suo ticchettio di telescrivente
e insistente ci ricorda
quello che non siamo
quello che non fummo
quello che non saremo.
Com’è triste
alle 2,34 della notte
pensare a quello che saremmo potuti essere
senza aver saputo mai che cosa essere.
QUELLO CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.
Dolcezza fummo
violenta
armonia di contrari, di opposti, di
antipodi,
come due tropici, come due emisferi,
austro e bora,
chimico incontro e labile psichismo,
mare d’Inverno e papavero raggiante,
tu la rabbia che l’amore esaspera
io il coltello che la rabbia affila
la lancia che la rabbia scocca
la pistola che la rabbia esplode.
Inerte amore senza corpo fummo e cuore inerme
senza fine,
forza senza sfogo
luce senza spiraglio
acqua-fiume senza sbocco
livellato compromesso
composito coacervo colloidale di occhiute
iridi gemmate.
Ma
più di tutto
tu fosti per me
febbricitante fabbro di orgasmi,
singultoso afflato di morte insufflato
in soffi di buio-freddo
agghiacciato da tarde nevi primaverili
su sabbie e su spiagge
di conchiglie e miraggi
tu fosti per me.
Ma non credere silenzio il mio silenzio
poiché quando taccio non sono in quiete
ma taciturno mi preparo a viverti.
E allora basterà un tuo sospiro
e come fiore al sole esploderò
dischiudendo i miei petali
al richiamo della tua voce.
Basterà un tuo sussurro
e sarà torma che turba e disorienta
e agguati di tentacolari piaceri,
sarà grido e strepito in eccesso di accesi
sessi,
cascame fronzuto di stelle
e sanguinario crepuscolo vorace,
sanguinoso coagulo di forme madide
e liquidi proteiformi palinsesti
dove ogni giorno ci rincontreremo rinascendo
e conoscendoci-scoprendoci nuovamente,
io rete da pesca
e tu mare che la rete taglia
ma non imbriglia.
Non credere silenzio il mio silenzio.
Poiché quando taccio non sono in quiete.
Ma taciturno mi preparo a viverti.
Non credere silenzio il mio silenzio:
quando taccio non sono in quiete:
taciturno mi preparo a viverti.
Non credere silenzio il mio silenzio.
Quando taccio non sono in quiete.
Taciturno mi preparo a viverti.
Taciturno io mi preparo a viverti.
5) ABBANDONO.
L’AMORE COME UN PAPPAGALLO.
L’amore come un pappagallo
ripete che io ti amo
e che tu mi ami,
che io ti amo e che tu mi ami,
che io ti amo
che tu mi ami,
che tu mi ami e che io ti amo,
che io ti amo ti amo ti amo
e che tu mi ami mi ami mi ami,
e lo ripete ancora e ancora
ed è sempre la stessa fastidiosa nenia
sempre la stessa importuna cantilena
sempre la stessa opprimente melodia
sempre la stessa tediosa musica
sempre la stessa uggiosa litania
sempre la stessa molesta solfa
sempre la stessa insopportabile tiritera
che svanisce tra le nebbie del tempo
lentamente scemante nelle sabbie del
ricordo.
L’uccello del perduto amore
domani lo strozzerò.
PIOVE.
Piove,
e uno stillicidio di gocce
come un immenso invisibile esercito marcia
sui tetti,
e improvviso il cielo chiude gli occhi e
ruggisce,
e dura una pioggia rovescia e offusca case
e pietre,
e la luce galoppante percuote notte e
cielo
con il suo sulfureo lampo-tuono-gong,
e candidi fulmini-folgori
come scintillanti sciabole squarciano il
volto alla notte,
e il vento rauco cupido guerriero
fischia urla e ulula sconvolgendo ombre e
arbori
con strepito furente e crepitando alle
porte
esplode i suoi secchi colpi di pistola
contro le membrane del cielo,
e il mare ribolle schiumando
in eburnee braci e plumbee onde di
metallici flutti
e digrigna i propri denti voraci
e mordendo le rive terribile si leva come
una torre
che croda e risorge in continuazione
senza sosta e senza pace
mostrando le mandibole
nello spasmo delle sue abissali volute,
e come brividi scivolano sul dorso del
mare
alghe e rottami
e l’oceano ringhia e romba
e croscia squassa palpita e sciaborda
mostrando tra deliranti diademi
le voraci fauci alle foci della notte:
così
piomba il tuo ricordo
e piomba nella mia testa
precipita nel mio cuore
pesante come lampo-tuono,
abbagliante-tagliente come coltello,
violento come la notte
quando la notte è violenta,
violento come il mare
quando il mare è violento,
violento come l’amore
quando l’amore è.
LE VOCI.
Come quando è tempesta
e il cielo si fa di un biancore osseo,
e il sole tramuta in rame,
e le stelle stridono
all’occaso precipitando in mare,
e poi un intervallo di profondo sordo
silenzio,
e infine il vento
che con tumulto dal nulla provenendo
al nulla avanza picchiando i suoi zoccoli
sul rugghiante mare e sul mio cupo cuore
senza voce
come un eco che sale da morte stagioni,
così dagli abissi della memoria
sale a me la tua voce
stasera.
In quest’ora
che la notte trascorre e scema,
e l’aurora di rosa scioglie i nodi della
tenebra,
e la luna tramonta lontana,
e nitido e impalpabile a me giunge
il suono del murmure marino,
così vorrei che la mia voce
a te giungesse che dormi tranquilla
più lontana della luna
e intangibile.
MENTRE IO BEVEVO ALLE TUE COPPE.
In precipiti lontananze capovolte
e specchi verberanti rubate immagini
io e tu unico affanno fummo,
unico oblio.
Dove il fiume diveniva mare,
e il mare giocava con il vento
facendo onde-spume e cavalloni,
e le schiume lambivano i tuoi piedi,
lì sulla sabbia vergine-lattice
con te giacevo
preso nella rete dei tuoi capelli
perso nel buio-silenzio dei tuoi occhi,
mentre l’aurea vampa-fosforo del sole
si adagiava stanca sulla riva.
Lì con te io
ERO
e pura energia divenivo,
statura-mole-anima-frizione
degna di misurarsi con gli dei;
lì nelle notti di resina e di latte
profumo bevevo alle tue coppe
e i tuoi occhi guardare adoravo
mentre scorreva il mare della notte
senza colpo ferire.
Mentre io bevevo alle tue coppe...
IO/TU.
Io non sono oggetto e non sono soggetto,
non sono obbietto e non sono subbietto,
non sono glottico furore, non sono sopore,
non sono quiete, non sono moto,
io sono, non sono, sono, non
sono.
Non sono e non suono:
sordo vacuo tamburo sono,
incapace persino di affondare
gli occhi nella cruna dell’ago,
incapace di negarsi abbastanza
io sono e non sono,
sono e non sono,
ma credo con forza e forma
in tutto il mio nulla.
Tu sei nodo alla gola
che mi lega e mi avvince
e mi eccita e sconvolge,
pattern
non decifrabile,
sei linfa senza fiele,
linpha
senza phiala,
linfa senza fine,
fine senza lieto-fine,
ma credi con tutta te stessa
nel tuo inesistente
tutto.
Più ti perdo più mi perdo,
più mi perdo più ti perdo,
più ti allontani
più mi sei vicina
e simile,
con la tua non-volenza
con la tua mozza armonia
con i tuoi grumi infantili d’odio
con i tuoi pensieri pronti all’anancasma
con il tuo fremito che corre
dal coccige all’occipite.
Superstite uguale a me, superstite uguale
a te,
possiamo solo indurci a fondali
eternizzati
di pellicole trasparenti,
a celesti altori d’infinito non-finito,
a ignei orizzonti sublimizzati
e aizzati oltre pulviscolari nubi
polverizzate
oltre il firmamento degli inverni
oltre in firmamento degl’inferni
oltre il firmamento degl’infermi.
Ma morire
per farci superstiti
non si può...
PAROLE.
Parole parole parole
mi chiedi che non conosco,
e anche una sillaba ti basterebbe,
ma già pietra è l’anima,
e solo il tuo inganno in mente rimbomba
in vena gorgogliando.
A VOLTE.
A volte, succede che io mi stanchi,
mi stanchi di essere uomo,
sperma e sudore,
di essere questa mente
e questo nome qui,
ma d’altronde che cosa è un nome?
Ciò che diciamo “rosa”
avrebbe lo stesso profumo
anche con un altro nome.
A volte, succede che io mi stanchi di essere
questa sporca coscienza
questa ambivalente coscienza
questa lurida coscienza
queste lunghe mani
queste lunghe gambe
questa faccia dilacerata
questa pelle macchiata
questo stolido pene
e questa stolida testa,
di essere solo e forte
libero e indipendente
da tutto e tutti,
di essere libero da te
di essermi liberato di te
di essere senza te
di essere libero
da te:
senza te quanto minacciosi sembrano le
nubi all’orizzonte,
senza te quanto tenebrosi i nomi dei mesi,
e lugubre e insopportabile la parola Inverno,
senza te quanto penosa la vita,
inutile il tempo,
insignificante
il sole.
A volte, succede che vorrei solo
intrecciare la mia lingua alla tua lingua
fondere la mia pelle alla tua pelle
unire i tuoi respiri ai miei ansiti
e così, con i miei sospiri e i tuoi
sospiri,
fare un viluppo di gemiti col cuore nel
cuore-in-gola
in continua progressiva geminazione-germinazione.
Angoscia è ripensare allo sfolgorio delle
tue gambe
distese e ferme come dure acque di ruscello,
angoscia è pensare al sole che brucia nei
tuoi occhi
e che troppo distante non mi riscalda,
angoscia è pensare al sangue che ti scorre
nelle vene
anche se non sei con me,
angoscia il tuo impercettibile respiro
quando dormi
e io posso quasi sentirti nelle lunghe
notti senz’alba,
angoscia immaginarti mentre versi nel buio
il tuo miele ostinato,
angoscia il tuo sesso che piange lente
lacrime sporche
appese come piccoli ragni a un filo
metallico.
A volte, vorrei solo che il mio silenzio
fosse il tuo stesso silenzio,
il mio sesso il tuo stesso sesso,
il mio piacere il tuo piacere,
la mia rabbia la tua rabbia,
le mie paure le mie paure,
i miei sogni i tuoi.
Anche se mi basterebbe
ad essere felice
infinitamente felice
indebitamente felice
che i tuoi sogni
semplicemente
fossero
poiché irragionevolmente
i tuoi sogni sono
i miei sogni.
ORA CHE NON CI SEI.
Nera,
eppure per me
eri l’alba,
eri l’aurora,
e i tuoi occhi erano due soli.
Quando ti destavi,
e un nuovo giorno penetrava in me,
l’anima tremava
come luna in mare.
Quando mi guardavi,
e un nuovo tuo giorno penetrava in me,
la pelle brillava
con sapore di amaranto.
Ora che non ci sei è il buio,
poiché non sono altri soli
di quelli che tu stessa irradi.
INSOPPORTABILE È LA NOTTE.
Ora che non sei più con me, insopportabile
è la notte,
e mi svilisco-avvilisco a capofitto nel vizio
abbietto,
e in un mare di errori mi ritrova l’alba,
e ormai svogliata accarezza l’aurora la
mia pelle pallida,
e suadenti profumi non possiede più il mio
giardino
ma erba secca e schiocchi di serpi.
Solo mi distrae, di tanto in tanto,
il tuo ricordo-profumo
che si adagia sulla mia pelle
come il buio sui prati quando è notte
e mi rimembra la tua erotica forma
e il tuo giovane amato corpo d’amaranto
goduto in mille folli notti di ebbrezza.
Ma so che in qualche luogo
esiste un’afrodite dai seni lunati come
pomi
che amò guardarmi e far nulla con me.
E so pure ch’esiste sentimento senza
compimento
come esiste amore senza amplesso
e amplesso senza corpo.
MASTURBARSI.
Quando sei con una donna che ti piace
e che ti ama e anche tu la ami,
il sesso è diverso, è bello,
c'è qualcosa che succede
dietro l’atto in se:
una specie di scambio di anime.
Masturbarsi è come ballare da solo:
all’inizio sei allegro e funziona
ma presto ti senti un imbecille
lì, nudo e solo,
mentre ti fai una sega
e intanto ti guardi allo specchio.
Masturbarsi dista un pelo dalla cosa vera:
eccoti lì
che ti stai masturbando,
e fantastichi sullo scoparti una donna
da cima a fondo,
e poi quell’orrendo coso viola
con le vene in rilievo
sborra,
e tutto finisce così come è iniziato,
e tu ti stendi e ti rilassi
e pensi
<<Beh, non è stato poi tanto male...>>
ma manca qualcosa:
è quello scambio di anime,
come rimanere nel letto abbracciati
e parlare ancora un po’,
come svegliarsi e fare colazione insieme
o fare una passeggiata al parco,
come guardare la televisione sdraiati s’un
divano
a parlare del più e del meno,
e, infine, stanchi ed esausti addormentarsi,
mano nella mano
bocca nella bocca
fiato nel fiato
pelle nella pelle.
Sono queste cose che ti mancano,
cose un po’ sdolcinate,
cose gentili,
affettuose,
cose così.
3,40 A. M.
3,40 del mattino:
ancora sveglio,
occhi sbarrati,
uccelli cinguettano nell’alba incombente,
i cani randagi che frugano nella
spazzatura,
sigaretta che mi morde le labbra
come un tempo faceva il tuo amore,
tutto il resto che placido tace,
tetti e case,
strade e macchine,
vetture e vettori,
veicoli e velivoli,
foglie e lampioni,
puttane e cinedi,
tutto uguale
tutto come sempre
e pure tu, come sempre
sempre presente, sempre assente,
che come lucertola fuggisti
lasciandomi la coda tra le dita.
Volli serbarti solo per me
troppo forte ti strinsi
soffocandoti
e anche ora che non sei più qui
non ci sei eppure non passi mai.
Ma non confondere questo con la felicità:
quando parlo non parlo io
ma è la tua voce che in me parla,
quando rido non io rido
ma in me ride il tuo sorriso,
quando piango non sono io a piangere,
e la mia solitudine
è solo la tua
assenza.
La tua assenza
mi spia ogni attimo,
la tua assenza m’insegue
ogni giorno
ogni ora
ogni
minuto.
Io scappo e corro via
ma lei mi raggiunge,
non posso sfuggirle
e quando ci provo
lei mi fa lo sgambetto
e mi piega in ginocchio.
La tua assenza dondola nell’aria come
un’ape,
è un ponte indistruttibile tra noi
che, più sottile di un capello
più affilato di un coltello
e più forte di un martello,
taglia il filo dei miei pensieri.
La tua assenza
come la luce del giorno ogni ora mi
perseguita,
ogni mattino mi piomba sulla testa e mi
sveglia,
si riversa sui miei capelli,
mi cola tra le mani,
fino a cingermi
la vita.
BASTEREBBE.
Amore mio,
ora che la sera lenta s’annera,
basterebbe che mi toccassi il cuore
perché la notte ardesse tra fiamme
e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
Amore mio,
basterebbe una tua carezza
affinché il mio sangue risillabasse ancora
desideri e sogni nelle vene da tempo
occluse,
e questo cervello di stagno risuonasse ancora
di cicale crocidanti e crepiti di sole,
e la mia anima ardita-inaridita
rigorgogliasse di nuovo
amore.
Amore mio,
basterebbe un soffio
perché questo mio cuore,
questo mio scordato cuore,
questo polveroso mio cuore,
questo mio avaro cuore amaro
si ridestasse
acerbo e intatto
e risuonasse.
E risuonerebbe, questo mio cuore,
con scroscio di pioggia e sciabordio di
acque,
con crepitio di fuoco e scoppio di
mortaretti,
risuonerebbe tra sogni reali e piaceri
inafferrabili,
tra rami spezzati e pioggia scalpicciante,
risuonerebbe questo polveroso mio cuore
bucando il tempo e la mia mente drogata,
risuonerebbe in questa sera
che lenta l’ora s’annera
e scialbando all’occaso
la chiaria dispera.
TI CERCO.
Ti cerco e non ti trovo,
ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,
ti cerco nel fuoco del fioco e nel
ghiaccio,
ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
Vieni, amore mio vero,
vieni, amica mia cara,
slanciata in raggi d’aurora:
ti bacerò sulle labbra e sui seni,
i tuoi dolci seni più dolci del vino,
e bacerò la tua pulviscolare fluida reticolare
natura vegetale.
Vieni nei prati e nei boschi della mia
anima debole-lurida
là - sotto - dentro - giù - nel profondo
a impaludare i miei sogni
nel pozzo senza fondo
fili - fiati - unghie - schegge - muschi
vischi scompaginati
sparsi sparpagliati
arpionati.
VIENI.
Amore mio,
se a me più bella e leggiadra domani
venissi
uguale a oggi io ti vorrei
e quella stessa bocca bacerei.
Ma tu non vieni né bella né brutta.
Perché dunque non vieni?
Perché? Perché non vieni?
Più di morire non si può,
ma tu non sei morta,
non è forse vero?
E allora perché non vieni,
né bella né brutta?
Vieni
vieni così come credi
vieni bella o brutta che sei
vieni né bella né brutta
vieni anche con occhi ciechi
pur pallida e negletta
vieni, bella come una libertà
vieni, calda come una notte di Luglio
dolce come un dolce vento estivo
vera più di un sogno
affinché io non creda che tu più non sei.
Sulla soglia io sempre ti aspetto,
sempre ti aspetto senza pretese,
pensando al tuo sguardo,
al tuo sguardo che non ha paese,
e sempre e mi preparo a riceverti:
la mia porta spalancata ti attende,
sul tavolo acqua e pane, e miele e noci,
nel catino acqua di rosa per lavarti i piedi,
e sul letto un arco di lino per cullare i
tuoi sogni.
Sulla soglia sempre ti aspetto,
io sempre ti aspetto senza pretese
pensando al tuo sguardo
al tuo sguardo che non ha paese.
Vieni, dunque, e non tardare, anima mia,
vieni, così come sei:
bella come una libertà,
calda come una notte di Luglio,
dolce come un vento estivo,
vera più del sogno.
SE TU VENISSI.
Amore mio,
se stasera tu a me venissi,
io sull’orlo del mio letto ti farei sedere,
e accosterei la mia coperta alle tue
spalle
e con la mia pelle di serpente
farei scudo alla tua pelle di pantera,
e col mio cuore all’addiaccio farei un giaciglio
per le tue membra stanche di freddo-ghiaccio,
e con le mani farei un cuscino per il tuo
viso,
e con le mie braccia un arco di lino per cullare
il tuo sonno,
e monili con le mie lacrime per il tuo docile
collo,
e poi rimarrei così, a guardarti e
guardarti ancora,
a guardarti, a guardarti per ore e ore,
mentre ti stringi a me
e l’erba cresce nei prati
e l’animo urla i suoi suicidi
e il sesso ridesta nuove erezioni
e il leone sbadiglia alle porte della
notte.
Vieni, e stringimi,
ché non so viverlo
questo mondo crudele e imperfetto,
e tienimi la mano quando questo cielo di
stelle
mi trafiggerà con mille cuspidi di lancia,
e amami
anche quando meno lo merito
perché è allora che ne avrò più bisogno.
Vieni, e come si affonda nell’acqua
immergiti nel sonno accanto a me
ma nel tuo sogno non dimenticarti
di me.
6) OSSESSIONE.
1.
Al limitare del giorno,
allorché la notte fa senza pudore
del mio corpo un fiore discosto,
in assurdi spazi claustrofobici trasvolo e
sudo
dove resto solo,
trafitto da nuove perversioni
che il mio mio sesso morboso esasperano
e spingono contro le calde spire della
notte isterica,
tra distese d’immondizia e siringhe.
Al limitare del sonno,
quando il sole affretta l’agonia della
notte
e l’orina preme nella vescica
e i suoi colori turgidi veste il giorno
che fa del tuo corpo un fiore discosto,
spaventoso e ossessionante,
mi viene incontro il sesso e ridesta
nuove erezioni.
2.
Di notte mi sveglio di soprassalto,
madido nell’alvo dei miei errori
e dei miei sogni confusi e patetici,
con in bocca un sapore di veleno che non
uccide,
smarrito nei tuoi grandi occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi guardano
non vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
ambigui
intrappolato nella rete dei miei sordidi
piaceri
soffocando nell’aria che non posso
respirare
di desideri insani.
Era un luogo in cui io e tu eravamo previsti:
di notte mi sveglio e provo a immaginare
che cosa di noi sarebbe stato
se tanta disperanza dentro
non m’avesse divorato.
3.
Sterile figlio della notte infeconda il
rimorso
vaga nei labirinti della mia insonnia
appeso ai filamenti di latte coagulato del
ricordo
come un ragno appeso alle aragne del
rimpianto
teso come una “spada di Damocle” sul mio
sonno.
È un albatro che canta le sue orribili
odiose nenie
tra le nere coltri della notte,
le sue grandi ali
non frangono al muro della droga e dell’alcol.
Spavaldo e protervo mi conduce a sperduti
liti
dove t’incontro di nuovo,
perduto amore,
e la tua stellata fronte rivedo
e i tuoi occhi scolorati bacio.
Lì mi chiama,
con la sua voce maledetta.
Amore.
4.
Cammino,
sempre cammino,
per strade povere e sterri,
disgraziato e folle,
fratello dei cani,
andando con i miei piedi
laddove desidero andare.
Sempre cammino
e cammino
ma a mete conclusive
mai arrivo.
Percorro
albe trame strade
su treni carri e scafi
ma luoghi dolci non trovo:
solo rimorsi e rimpianti,
amanti notturni come angeli,
e in testa una lesa cadenza
d’idiota.
Sempre cammino
con passo straniero e amico
nei deserti della notte puttana
senza nessun conforto
senza nessuna meta
senza nessun reale obbietto
senza nessun reale desiderio
senza nessun dovere
senza nessun limite
se non la notte e il giorno.
Sempre parto
e cammino
ma mai arrivo
e per eccitarmi ancora
in eterei e sucidi amori suicidi indugio
a disdicevoli torture amore sacrificando
all’inganno amare disperando
e solo mi rimane d’ignoti corpi
il dolce maledetto tormento.
5.
Non fu amore prima di te:
come calore e chiarore di fuoco
nascono insieme dalla stessa fiamma
così amore sorse in me al tuo apparire.
E ora che più non sei qui
la sera resto aspettando
la tua telefonata,
e la mattina m’illudo svegliandomi
di ridestarmi accanto ai tuoi occhi,
e non posso fare altro che ricordarti
e contemplarti
senza poterti vedere,
mia strana amante.
Eravamo un unico grido,
un unico fiume che attraversa una landa
desolata
circolare e infinita:
che cosa ci è successo?
Seni d’ambra,
denti di giglio e viso pure di giglio,
tu, mio giglio in mutande,
mia visione magnetica eri,
mia redenzione e condanna,
mia salvazione e pazzia,
canzone e veleno,
vigilia e sonno,
terrore e miracolo,
pericolo ed estasi.
Bruni fianchi incombenti come neri cirri,
profumo ridente di membra innocenti,
elettro-magnetico fulgore di capelli
e brucianti rivelazioni di splendidi
sorrisi,
i tuoi occhi d’aurora mi abbacinavano.
Tu eri la quiete e lo scandalo,
l’incontro e la fuga,
il candore e la colpa,
l’infinito e l’informe,
la memoria e lo specchio.
Eri sconfitta e risata,
impeto e vergogna,
divario e quotidiano,
ragione per l’insolito e cagione
dell’affanno,
quando la vita stanca si annoiava e sbandava.
Eri la più unanime perdizione e il più
perpetuo silenzio,
quando sotto il tuo crudo amore mi sentivo
morire,
e il tuo sguardo era per me fragranza di
remoto rossore,
ultima fiamma che si dissolve e scema,
lieve saluto di vagabondo,
sguardo fraterno di condannato,
calda complicità di maledizione,
fragile caparbietà di speranza,
patria infinita dell’apolide.
Dal tuo amore nasceva la mia angoscia,
nel tuo affetto la mia solitudine,
nella tua lontananza il mio attaccamento
e la mia paura di perderti.
Il tuo amore mi rendeva schiavo,
eri la mia schiavitù e la mia desolazione,
e ora che tu più non sei un antico e greve
gelo
preme alle pareti del mio cuore,
e io, solo e solingo, solitudine cerco e
solitudine trovo
nel casalingo silenzio dove la mia
angoscia nutro.
Quale terrore senza tempo adesso mi spinge
dopo tutto a evocarti in questa poesia
immobile al bivio d’infiniti spaventi?
Il passato è quello che ho perduto,
il presente solo quello che ho vinto,
il futuro l’ho già vissuto nei sogni e
nelle ambizioni:
questa è la sorte che io affronto
poiché vengo dall’inferno.
Anche il più sordido orrore possiede il
proprio incanti,
le grandi ambizioni sono delle grandi
scemenze-demenze,
la vita è rischio oppure astinenza,
esiste un solo luogo per Vivere: l’impossibile.
TRAMONTA.
Tramonta, e i miei incubi iniziano a
cinguettare scemenze,
ma tra poco arriverai e il mio cuore
rinascerà,
così poggio l’orecchio alla porta e aspetto
in attesa dei tuoi passi,
ma sento solo il rumore delle scale
battute dal mio cuore rotto
e i suoi passi corrosi
dalla speranza.
Annotta, e ancora non arrivi,
la tua voce assume il tono impalpabile
dell’eco,
e con stento sento la sua cadenza,
e ora che la luna ha scacciato il giorno
mi accorgo di quanto sei lontana:
più della luna intangibile
lontana adesso sei.
Con rumore di ala spezzata cade il giorno,
e la luna riporta quanto disperde
l’aurora:
riporta gli armenti dal pasco
riporta la barca in porto
riporta il contadino dai campi
ma a me non riporta
il tuo amore.
Oh, luna di acciaio, luna di Febbraio
luna di Luglio, luna di maglio
luna oscura come la sua pelle
luna silenziosa come i suoi occhi
luna imbronciata
nuda luna
incudine e martello
pozza di latte coagulato
occhio della notte
capezzolo del cielo
parte visibile del nulla
puro peso e pura forma,
riporta al cuore di chi non va
l’amore di chi non torna.
VERRÀ LA NOTTE.
Verrà la notte e avrà il tuo odore.
Il tuo odore che m’inebria.
Il tuo odore che mi perseguita
dalla mattina alla sera.
Il tuo odore che mi accompagna
dappertutto,
nascondendosi tra i miei vestiti,
tra i miei capelli,
ed entra ed esce dalla mia porta
come fosse lui il padrone.
Il tuo odore che si addensa alle mura e alle
ore,
e si attacca ai miei capelli, ai miei
tatuaggi.
Il tuo odore che si aggira furtivo tra i
mobili e gli specchi,
e come un brigante si acquatta dietro
l’angolo
e mi assale quando passo.
Il tuo odore zucchero e cannella che spunta
all’improvviso
come una macchia sulla camicia.
Il tuo odore che si incolla come una
mollica al palato,
e come brivido si muove sotto pelle.
Verrà la notte e avrà i tuoi occhi.
I tuoi umidi occhi.
Questi occhi che mi spiano anche quando
non ci sei,
e mi seguono dalla mattina alla sera
come l’ombra segue il sole.
Verrà la notte e sarà un momento (come la
morte),
giusto il tempo per finire questi versi e
dirti
che quando sciogli i capelli
allora per me esplode la notte
e dispiega il suo manto
di stelle.
Verrà la notte e avrà il tuo odore,
il tuo odore che m’inebria,
il tuo odore che mi segue e mi perseguita,
il tuo odore che mi accompagna
dappertutto,
e si nasconde tra i miei vestiti, tra i
miei capelli,
il tuo odore che spunta all’improvviso
come una macchia sulla camicia,
e s’incolla al palato come una mollica,
e come brivido si sposta lieve sulla
pelle.
VERRÀ LA MORTE.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio,
e allora non sarò più in alcun luogo,
e non potrò più camminare,
non potrò più partire né tornare,
non potrò più scriverti una poesia o una
lettera
non potrò più telefonarti o sentire
la tua dolce risata.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio,
e il tempo sarà come congelato
così rigido e immobile
che lo si potrà appendere a un chiodo
o tagliarlo con un coltello.
Quel giorno io porterò sotterra
soltanto il rimpianto
del nostro canto interrotto, spezzato.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio,
e mi coglierà di sorpresa,
questa morte che mi accompagna dalla
mattina alla sera,
e si nasconde tra i miei vestiti, tra i
miei capelli;
questa morte che spunta all’improvviso
come una macchia sulla camicia,
e s’incolla al palato come una mollica,
o come brivido si sposta lieve sulla
pelle;
questa morte che sempre mi aspetta,
sempre:
mentre m’infilo le scarpe o mentre dormo,
mentre svuoto il bidone della spazzatura,
mentre accarezzo il gatto o guardo fuori,
mentre mi lavo i denti o festeggio il
compleanno;
questa morte che mi scruta, sempre, mi
osserva,
questa morte che vede ma non ha occhi,
questa morte che sa, ma non ha mente,
questa morte che sempre intromette la sua
parola a sproposito;
questa morte che ha sempre una mossa in
più.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio,
e allora quello che rimarrà sarà solo
l’identità del giorno e della notte,
il vittimismo del tempo e dello spazio,
l’assassinio della luna come
un’esplosione
di mille splendidi soli.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio:
tu dormirai senza sospetto,
ma i tuoi seni saranno spaventati nel
buio,
si sentiranno i passi sui gradini,
il cigolìo della porta sul retro,
e guarderanno le ombre dalle finestre
per tutta la notte,
e io non avrò neppure finito
questi versi.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio,
e avrà i tuoi occhi
i tuoi occhi più dolci
del miele.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina o sera,
Estate o Inverno,
verrà la morte,
amore mio.
ALBA.
Finita è la nostra notte
e tu, come luna in cielo,
intangibile e lontana
adesso sei.
Eppure ancora ti sogno,
ninfa dal marmoreo corpo,
in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate da nimbate caligini lattiginose
mentre i tuoi capelli si sciolgono alla
brezza.
IL
PIACERE.
Gioia
ed essenza della vita
il
ricordo delle ore
che
trovai ed ebbi il piacere
come
lo volli.
Gioia
ed essenza della mia vita
il
rifuggire da ogni ordinario amore.
7) COMMIATO.
SENZA DUBBIO.
Mai più ci troveremo a parlare
sotto la pensilina di una stazione
in mezzo alla città vuota e desolata (per
noi),
dicendoci quanto è profondo il sereno del giorno
o quanto è intenso il profumo dei fiori,
mentre le ore e i giorni e i treni passano
e se ne vanno
per siepi e strade e campi e luoghi
astrusi e reconditi,
lasciando sul tuo volto enigmi insondabili
e segnali indecifrabili d’illeggibili
radici lontane.
Eppure, sarebbe senza dubbio splendido
passeggiare ancora una volta con te in un
luogo azzurro,
o fumare un’altra sigaretta insieme
seduti in terra
guardando il cielo correre e il tempo
trascorrere,
io pensando con egoismo al mio lavoro e al
tramonto che passa,
e tu che dalle pieghe del collo e dai
globi degli occhi
esali un’antica armonica ed emani una
soave nostalgia
che si aggruma nella ferita del tuo
sorriso,
inutile sigillo di frustrazione e
desiderio.
Sarebbe senza dubbio splendido,
svegliarmi al mattino e vedere il tuo sole
impregnare di stupore le mie dita,
stare ad ascoltare con te la notte che
scende
e ci risucchia nel suo imbuto
mentre i diamanti della tua bocca
imperlano la mia pelle,
e, infine, addormentarci insieme
mentre tu mi guardi
con il tuo sguardo che mi disintegra
e io aspetto in silenzio e invano
nella stanza del mio cuore
che tu riesca a scavalcare gli spessi muri
che lo circondano
e venga a riscaldarmi.
È freddo fuori e c’è la nebbia,
c’è la nebbia, e tutte le cose sono
offuscate
da uno enigma-stupore che non riesco a
decifrare:
nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti
confondi e ti perdi:
ti perdi e ti perdo, ti perdo e mi perdo.
La vita ci ha sospinti
sotto gocciolamenti di acqua-fredda e colpi
di fucile,
e noi non ce ne accorgemmo
presi in trappole diverse:
tu ferma nel tuo appassito io fermo ma in
fermento,
io dappertutto con la mia sterile passione
per tutto e niente.
Eppure io ti aspetto ancora,
nel quassù-quaggiù del mio alto inferno,
tra scintillanti alba pratalia e bianche distese di cielo
sempre più guasti
sentendo un nulla che tutto mi attraversa
impegnato ad attraversare un nulla pieno e
denso e viscoso
e anche ora che non ti amo in realtà io
sempre ti amo:
non è amore il nostro amore
ma un destino
come il sole
che sotto coltri pesanti di vischio e
oscuro muschio
aspetta sognando l’Estate
certo che l’Estate arriverà
e con esso il giorno in cui risorgerà.
AFONIA DI MUTISMI.
Oggi mi pare di non avere nulla da buttare
giù,
non una parola
non un verso
non un bicchiere:
in gola mille aghi di mutismo.
Mi pare di non avere coraggio, oggi,
nella bruciante strettoia che come zolfo
brucia e corrode,
ma ugualmente tenterò la traccia almeno di
un amore
fuori nel buio pesto dei boschi del
passato.
E so che non ti piace vedere piovere sul
bagnato,
così come a me non piace andare a Patrasso
o vedere che si portino civette ad Atene,
o legna al bosco e rovi al rogo,
ma ora diluvia
e per questo assai bizzarro e paradossale
mi pare
il tagliarti, il cesoiarti schegge di
legno da ardere al sole:
quanto migliore sarebbe un tacere-tonfo
sordo e profondo
di brace-oblio ascosa sotto grigia cenere.
Ma per spari di fucile e scoppi di mine in
cortile
e raganellare di mortaretti insufflati
come lampi di soffio
in una eterna danza di sangue
in vortici di vento fin dentro le nubi
furiose
o nel più raro vuoto delle campagne
delle strade vuote e dei mondi e degli
iperspazi,
davanti a me una sola strada
come nel mezzo di un banco di nebbie,
e non so se sono andato dritto o se ho
deviato (per errore?),
e solo intravvedo mille di scrollamenti-incanti
nel buio tuo luccicare
nel tuo chiuderti a riccio
nel tuo renderti sempre assente eppur
sempre presente
sempre il contrario di tutto e l’opposto
di niente,
e rami e radici salici e mangrovie tra
loro aggrovigliati
avviluppati nella selva accessibile-inaccessibile
sempre facile e sempre difficile
sempre uguale e sempre diversa.
<<Quando tu sarai vecchia e
grigia e sonnolenta,
col capo tentennante accanto al
fuoco,
prendi questo libro,
e lentamente leggilo, e sogna del
tenero sguardo
che gli occhi tuoi ebbero un tempo, e
delle loro ombre
profonde; quanti furono a amare i
tuoi attimi
di grazia felice, e quanti amarono,
con falso o vero amore,
la tua bellezza; ma uno solo amò
l’anima peregrina
che era in te, e il dolore del tuo
volto che muta.
Curva di fronte ai ceppi risplendenti
mormora,
con lieve tristezza, come Amore
fuggì, come percorse,
passando, i monti che ci stanno alti
sul capo,
e nascose il suo viso fra un nuvolo
di stelle.>>
(William Butler Yeats: “La rosa”: “Quando sarai
vecchia”).
Anno 2019
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