"L'UMANA COMEDIA"


“ L’UMANA COMEDIA. ”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

  


 

 

 

  

<< Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ah quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’io vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’io v’ho scorte. >>

 

Dante Alighieri: “La divina commedia.”: “Inferno.”: 1: 1-9.

 



 

 

0) PREAMBOLO: IL POETA E IL DISERTORE.

Da secoli la letteratura viene accusata di frode, di corruzione, di empietà: o è inutile o è velenosa. Dissacrante, perversa, affascina e sgomenta. Numinosa e mutevole, non esita ad usare gli dei per adombrare le sue favole. Irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. Splendidamente deforme, impone la coerenza sadica della sintassi. La sua coerenza nasce dall’assenza di sincerità.

Taluno (tra i quali non rari grandi scrittori) meditò di togliere di mezzo affatto la letteratura: deliziosa lite con le proprie entragne. Altri, liberale e umanista, volle e vuole rieducarla. Oppure, con avvocatesco fervore e astuzia da casista, scoprono che dopo tutto la letteratura già collabora alle migliori sorti dell’uomo, illuminante e servizievole. Ma essa, cortigiana di vocazione, rifiuta di farsi moglie virtuosa, onesta e schietta compagna. Vanamente la insidiano a farsi educatrice di figli sani ed eterosessuali, consorte indaffarata ed elegante. Da cortigiana si farà prostituta dei porti, puttana da camionisti. È uno scandalo inesauribile. Per questo è tanto difficile essere totalmente suoi sectatores. Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto, da ogni obbedienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento.

Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile. Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga secondo le strutture coattive del suo tempo. Detesta l’ordine e la buona coscienza, e la complicità dell’uno e dell’altra gli è fatale. Dove trionfa quel risibile middle aged, l’uomo, egli deve schermirsi, eludere, fuggire. Quotidianamente, con gesto tragico ed esatto, deve mondarsi dei miti euforici della disonesta buona coscienza: saggezza collettiva, progresso e giustizia. Con lo sguardo irrequieto, codardo, in tralice, cerca instancabile gli indizi della violenza, geroglifici minerali su mano parzialmente umano, il muschio che cresce sulla nostra bocca, le geometriche piaghe della decomposizione; sta dalla parte della morte, abbagliante ingiustizia, difficilmente perfettibile, paradosso squisito, ironico luogo cui si perviene quando si cessa di camminare. Elegge a propria dimora cunicoli non intonacati e preferisce percorrere sentieri non asfaltati. Abbisogna di una specifica libertà, diversa per ogni scrittore: comunque una libertà non liberale (se mi si passa la tautologia), e che infatti il liberale non tollera: una libertà eversiva e blasfema. Lo soffoca la libertà affettuosa, che ha sapore di onesta e perfezionista collaborazione. Può sopravvivere in qualunque atmosfera, purché infetta. Dove regnano le tenebre dell’ottimismo egli è un clandestino, che reca con sé, con sacerdotale cautela, il tabernacolo dei veleni. Naturalmente anarchico, è sempre in contatto con quei corridoi degli inferi, fitti di tende e subitanei gomiti, quei labirinti in cui lo sguardo virtuoso dell’uomo umanista non osa avventurarsi. Anarchica, la letteratura è dunque un’utopia. E come tale ininterrottamente si dissolve e si coagula. Come è proprio delle utopie, essa è infantile, irritante, sgomentevole.

Scrivere letteratura non è un gesto sociale. Può trovare un pubblico; tuttavia, nella misura in cui è letteratura, esso non ne è che il provvisorio destinatario. Viene creata per lettori imprecisi, nascituri, e destinati a non nascere, o già nati e morti; anche, lettori impossibili. Non di rado, come il discorso dei dementi, presuppone l’assenza dei lettori. Di conseguenza, lo scrittore fatica a tenere il passo con gli eventi; come nelle vecchie comiche, ride e piange a sproposito. I suoi gesti sono goffi e clandestinamente esatti. Assai imperfetto è il suo colloquio con i contemporanei. È un fulmine tardivo, i suoi discorsi sono inintelligibili a molti, forse persino a lui stesso. Allude ad eventi accaduti tra due secoli, che accadranno tre generazioni fa.

Lavorare alla letteratura è un atto di perversa umiltà. Colui che maneggia oggetti letterari è coinvolto in una situazione di provocazione linguistica. Irretito, irrigato, immerso in una trama di orbite verbali, sollecitato da segnali, formule, invocazioni, puri suoni ansiosi di una collocazione, abbagliato e ustionato da fulminei, erratici percorsi di parole, voyeur e cerimoniere, egli è chiamato a dar testimonianza sul linguaggio che gli compete. Avvolto nelle spire della lingua, non solo lo scrittore non è contemporaneo agli eventi che sono riusciti a procurarsi una cronologia non incompatibile con la sua biografia; ma nemmeno è contemporaneo a quegli altri scrittori con i quali convive, se non quando anch’essi siano in qualche modo coinvolti nel medesimo linguaggio: condizione, questa, metafisica, e non storica. Dunque, non gli eventi storici, non il salvacondotto delle storie letterarie ci danno accesso alla letteratura ma la definizione del linguaggio che in essa si struttura. Non lavora secondo estro o fantasia, ma secondo ubbidienza; cerca di capire che cosa vuole da lui il linguaggio, dio barbarico e precipitosamente oracolare. La sua devozione è fanatica e inadeguata. L’oggetto che nasce è un ordigno, fabbricato secondo le regole, uniche e inderogabili, con cui si fabbricano gli ordigni: ma egli ignora affatto in quali e quanti attentati, da quali mani, verrà lanciato questo esplosivo inesauribile; e solo lo assiste la clandestina, odiosa speranza che, col tempo, esso finirà con l’offendere tutti. Dunque, l’autore ha l’oscura sensazione che quell’ambiguo essere che egli ha dato alla luce con la calliditas corporale e l’eroica nescienza delle madri, venga stuprato da ogni volontà di capire quel che vuol dire. E sebbene sappia di averlo destinato allo stupro fin dall’inizio, il pensiero che si voglia spiegare il senso, il significato e il che-vuol-dire lo riempie di istintivo orrore. L’oggetto letterario è oscuro, denso, direi pingue, opaco, fitto di pieghe casuali, muta costantemente linee di frattura, è una taciturna trama di sonore parole. Totalmente ambiguo, percorribile in tutte le direzioni, è inesauribile e insensato. La parola letteraria è infinitamente plausibile: la sua ambiguità la rende inconsumabile. Proietta attorno a sé un alone di significati, vuol dire tutto e dunque niente. Da questo selvatico e lucido non-sapere si deduce che lo scrittore non rientra nel misto sindacato degli intellettuali. Mai lo scrittore venne più insolentito di quando lo si volle includere in questo risibile quinto stato. Meglio chiamarlo buffone. Ovviamente, la figura abbastanza repulsiva dell’intellettuale è una invenzione umanistica. Nel corpo della proposizione, le parole si dispongono con disordinato rigore, e con rigorosa e severa baccanale confusione come astratti danzatori cerimoniali di una danza bacchico-orgiastica. Obiettivo costante delle invenzioni retoriche è sempre il conseguimento di una irriducibile ambiguità. Il destino dello scrittore è lavorare con sempre maggior coscienza s’un testo sempre più estraneo al senso. Frigidi esorcismi scatenano la dinamica furorale dell’invenzione linguistica. Le immagini, le parole, le varie strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il rigore e l'arbitrarietà della cerimonia; tutto è esatto, e tutto è mentito. E qui si raccoglie e salda la provocazione fantastica della letteratura, la sua eroica, mitologica malafede. Con le sue proposizioni ‘prive di senso’ e le sue affermazioni non verificabili, inventa universi, fingendo inesauribili cerimonie e riti d’inenarrabile blasfemia. Essa possiede e governa il nulla, ordinandolo secondo il catalogo dei disegni, dei segni, degli schemi. Ci provoca e sfida, offrendoci un illusionistico, araldico pelame di belva, un ordigno, un dado, una reliquia, la distratta ironia di uno stemma.

Così, queste schegge di follia rivelano segni, numeri, ideogrammi e lettere, che non si possono interpretare: assistiamo infatti, qui, a una esplosione alfabetica e all’occupazione nominalistica dello spazio. E allora che sarà quella muraglia grafica se non l’esile e saldo confine della grammatica? Pare confermare questa descrizione l’ordine e mimesi della sintassi in cui si dispongono numeri e lettere e ideogrammi. Ma si veda come si riveli menzognera codesta disciplina: giacché i segni si dispongono sì in bell’ordine ma non diverso da quello morto e letale del dizionario e il frigido elenco alfabetico e la scostante serie de i numeri; e dunque la collaborazione sintattica non è che una frode, come la compagnevole vicinanza dei sepolcri e o la compaginata fraternità de gli eserciti. In tal modo esso aspira come a proprio ideale alla concisa emblematicità di un orario ferroviario: pagine in cui poche cifre, patetici o arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni di neghittosi o precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni e disperazioni striscianti e tutt’i dati di un labirinto che nessuna consolazione di tappa o tregua può mondare del suo carattere rigorosamente mortale.

 

 

 

1) IL TUFFO.

 

Ho passato i miei giorni a racimolare

lancette e spaghi e cabale deliziose e ninnoli paurosi

per annoverarli nel mio grande cassetto sidereo

(la chiave, come sempre, è sotto lo zerbino).

Poi, in uno scatto

saggio

e li ho gettati tutti

tranne

un paio d’occhi

verde cangiante

che ho sempre amato

indossare

per qualche tuffo

nell’abisso.

 

 

2) LUCY WESTENRA.[1]

 

You die, you sleep:

Perchance you dream.

There are dreadful charms

In your fancies;

You fall into Death’s arms

Like onto a bed of roses.

In your core there are fires

And ignes fatui;

You’re a pit of flames,

An alcove of spirits.

Descends, descends, lamentable victime,

Descends le chemin de l’enfer éternel!

The sun won’t lighten

Your dancing chasms

And your fall will rise

From the rose of your senses.

Run through the night

Like wolves and spasms

And escape the Infinity

You carry inside yourself!

 

 

 

3) L’ANGELO.

 

Lo fermai sul ciglio del suo cammino

e gli chiesi: <<Quanti sono i capelli

della tua chioma, quanto è vicino

al mio guanciale il cielo dei tuoi fratelli?>>

 

e l’Angelo si voltò, non supino

nel suo sguardo. Una volta di ribelli

silenzi aprì sul mio capo chino,

ora freddo d’attoniti cervelli.

 

Poi, mi prese per mano, e la sua stretta

bruciava come il cuore della terra,

come un astro o una parola non detta.

 

Mi accompagnò al cancello che serra

il bivio dei sogni; la maledetta

Gorgone fissai quale bellezza che afferra.

 

 

 

4) VITA NUOVA.

 

Brucio i miei giorni

come incenso serbato

a un morto amore.

 

 

 

5) INCUBO RICORRENTE.

 

Spesso m’abbacina un sogno sardonico

di luci tintinnanti in una fiera

o, meglio, un party, nel galateo tonico

che infioretta una qualunque sera.

 

Io scivolo sola nel gorgo cronico

di figure parate a primavera,

gale, orecchini, e un che di malinconico

imbeve tavole e vesti quale cera.

 

Un’ombra palpita oltre quel mare,

col canto nitido e muto d’un faro:

amore o nulla, così è, se pare.

 

Da quel richiamo abbagliante ed avaro

è diretto il risucchio del mio andare:

quest’è sostanza del mio cuore amaro.

 

 

 

6) CATABASIS.

 

Le pietre della chiesa mi guardano,

ho disturbato qualche rosario di polvere;

io ascolto i miei passi nella luce lattea

che gocciola sotto volte e colonne.

Mi ha portato qui una certa voglia di lacrime,

di fiori pallidi e di preghiere sognate,

una crosta di bellezza in un mondo crudo.

Cerco qualcuno. Trovo due vecchietti, fantasmi

che la Devozione pone qui a guardia

dei suoi ninnoli d’oro e colore, e li chiamo:

<<Scusate: quando c’è un prete a confessare?>>.

Uno di loro mi guarda coi suoi occhi

sbiaditi e bollenti, mi dice nome e ora;

ringrazio e mi volto. Tutto intorno,

allora, sento mani e voci d’aria

che mi aprono gli occhi per un attimo:

basta una goccia di sole, una goccia

di sangue per aprir la tomba a Dio.

 

 

 

7) IL LIOCORNO.

 

Poi, piano, posi la tua testa ruvida

sulla mia spalla. Un umore straniero

mi si rapprende sul cuore; fra le dita,

l’intreccio vigile della tua mano.

È strana in te la tenerezza, come

una rosa in un’orrida abetaia.

Le tue parole sono canti che guidano

sulla cornice d’un azzurro abisso,

da cui s’ammirano favole belle

filate dai filtri di Galeotto.

Mi volto e fisso i tuoi occhi di rame:

<<Tu spegni il senso della realtà>>.

Allora, sboccia sul tuo viso un lume,

un sorriso di mago riverito;

anneghi in un sorriso la paura,

liocorno che riposi

sul mio vergine cuore.

 

 

 

8) IL GIOCO.

 

Strappo frasche alle nuvole per farne

una campana sopra il tuo sorriso.

Solo qui, in questa bolla

di chimere bambine,

possiamo parlare la stessa lingua,

reinventando cabale breviari

sillabe e digammi.

Qui, nella terra di mezzo,

ove il lupo si pasce con l’agnello.

 

 

 

9) CARONTE.

 

Il mio cuore

è un guscio

in bilico sopra

l’orlo del mondo,

attanagliato tra due

oceani di nebbia.

 

Occhi di bragia

quale stella polare,

e il tuo abbraccio

psicopompo sfuggente.

 

C’è una riva,

dopotutto.

 

 

 

10) RAGAZZA DI PAESE.

 

<<You leave in the morning

with everything you own in a little black case>>

 

La propria casa

non è sempre sotto la culla:

l’uomo è un albero

che deve andare a cercare le proprie radici.

 

<<Mother will never understand>>

ma può darsi anche di sì:

le madri hanno un cuore nervoso e fine

come quello dei gatti,

che sentono arrivare

i passi d’aria

del Destino.

 

<<For the love that you need

Will never be found at home>>,

ma Dio si diverte

a seminare aquile

fra le galline.

Perché anche Lui

è nato fra i suoi

e tutti sanno com’è andata a finire.

 

Così devi andartene

anche tu, ragazza di paese,

bello o brutto che sia,

anche se nessuno ti caccia via.

(Nessuno ti caccia via,

se non il tuo cuore.)

 

 

 

11) MELUSINA.[2]

 

Don’t lift the veil of my numbness

(Indifference is divine, you know)

I’m a Sais with a gloomy goddess,

You’d receive no grace

From your pilgrimage.

I’m so fair under your innocent eyes,

There’s no beauty like mist.

Let me be a mantle of snow

For this raw earth;

Don’t push yourself through

My sad penetralium,

Where you would see

The too naked Truth of Man.

 

 

 

12) METEO.

 

Al mattino, un brandello della notte

era rimasto impigliato sul letto,

ormai rappreso in un nodo di nube.

La Madre disse: <<Ti sei tanto chiusa

che il tuo umor tetro ha impregnato la stanza!>>.

Prontamente, il lenzuolo fu scrollato,

la finestra spalancata di netto.

Disse l’Amico Intelligente: <<Se tu

di molte genti le città e la mente

vedessi, non così nera la nube

ti parrebbe.>>. Un atlante schioccò aperto

sopra il mio ingombro tavolo da studio.

Ed ecco: la Nube era nel lenzuolo,

nella finestra e nell’atlante, ferma

come uno scoppio perenne di risa.

 

 

 

13.

 

Tace la brezza,

ogni cosa appare qual’è:

infinita.

 

 

 

14.

 

Un uccellino

gonfia le piume al freddo:

reggo il tuo cuore.

 

 

 

15) LA FELICITÀ DEL BOIA.

 

Te ne stai solo sul cuore della terra,

senza neppure quel raggio di sole

che ti trafigga, intanto che rinserra

la sera i cieli in un’urna di viole:

 

con le spalle innocenti della guerra

che strazia l’alma di chi intende e vuole,

quando Giustizia la pietà sotterra

in nome di ciò che la ‘norma’ suole.

 

La tua mano la più monda, la tua scure

limpida come la luna d’estate,

apri un sorriso che taglia le stelle:

 

ti compra il ferro indulgenze sicure,

sicut in caelo et in terra, temprate

da un sacrificio fuor dalla tua pelle.

 

 

 

16.

 

Un pollo lascia

cadere con disprezzo

un grano d’oro.

 

 

 

17.

 

Boccio di rosa

mai aperto alla brezza

perse ogni petalo.

 

 

 

18.

 

È primavera:

una fila di strida

nel cielo azzurro.

 

 

 

19.

 

Il pesce rosso,

dalla boccia rotonda,

scruta ombre immani

come divi.

 

 

 

20.

 

Fruscìo, un tonfo:

è caduta una chiocciola

dal muro d’edera.

 

 

 

21.

 

Dal cielo terso,

rintocchi di campane

a funerale.

 

 

 

22.

 

Nel pomeriggio,

si ripetono in tondo

ronzìi di mosche.

 

 

 

23.

 

Nelle pupille,

un sùbito riflesso:

lamiere al sole.

 

 

 

24.

 

Il mio corpo è un avanzo sulla tavola

consumata al banchetto della Notte,

fra croste e briciole di brocche rotte

negli informi bagordi d’una favola;

 

dai calici, che un umore vuoto intavola,

si spilla la mia anima e la inghiotte

lo straccio sempre più color di fravola

posto a sudario delle vene cotte.

 

Trasudano le stelle spilli d’argento

e l’erba è una schiera d’orride spine

fra cui strisciano cani mendicanti:

 

cercano latrando le briciole erranti

cadute dal convito senza fine

dei Lemuri attorno al mio cuore intento.

 

 

 

25) I RAGAZZI DANNATI.

 

I ragazzi dannati

si baciano fra le tombe,

stretti contro le mura del meriggio,

sulle lor fronti incombe

un sudore di sole,

una promessa d’urla.

Nessun cielo li vuole

come valletti alati;

discendono all’Ombra simili a un inno

e fiorisce ogni inferno

delle loro bocche rosse,

già sature d’eterno.

 

 

 

26) BROKEN SAND-GLASS.

 

I lie on a clock-bed,

cherished by hour-hands;

I hide my fault:

time’s skeleton

is in my wardrobe.

 

Don’t you smell it,

this awesome corpse

like God’s one

in a philosopher’s hat-box?

it still counts

every drop of life

and it’s voice sounds:

twinkle, twinkle, little star...

 

I still collect

the scattered sparks

of the sand-glass

from my dull floor

and for ever:

twinkle, twinkle, little star...

 

 

 

27) LA FANTASIMA.

 

Tu sei l’occhio remoto

in un muro di pietre,

sei un pianto di cetre

            dal corpo vuoto;

 

tu sei l’urlo sepolto

sotto gli ori ed i marmi,

perché nessuno risparmi

            gogna allo stolto.

 

Nell’urna d’un’avita

paura di memorie,

si querelano le storie

            d’ogni altra vita.

 

 

 

28) LA RAGAZZA CHE AMÒ BOCCA DI ROSA.

 

L’una la chiamavano Bocca di Rosa,

dell’altra non è rimasto il nome,

ma che presto fosse andata in sposa

è noto senza “perché”, né “come”.

 

Non ebbe tempo nella stazione

del paesino di Sant’Ilario,

ma avvertì una nuova stagione

muovere per l’aire del suo lunario.

 

Ignorava l’amore per noia,

tanto più quello per professione;

l’era pur toccata qualche gioia,

se non proprio la vera passione:

 

quella passione che conduce spesso

a soddisfare le proprie voglie,

senza sapere che non è lo stesso

concupire marito oppure moglie.

 

A lei diedero buoni consigli,

perché non desse cattivo esempio;

capì alla fine ch’erano famigli

d’un dio pagato per star nel tempio.

 

Così imparò ad abbandonare

quelle comari senza iniziativa,

che scaldavano le anime amare

al fuoco fatuo dell’invettiva.

 

Quando a lei pure Bocca di Rosa

rubò lo sposo in un soffio d’alba,

lei ripercorse, discreta e ascosa,

le orme di lui sulla via scialba.

 

A quel rumore d’insolito passo,

Bocca di Rosa sgranò le ciglia;

l’altra vi colse un sussulto lasso

di timore e grata meraviglia.

 

Con loro se ne andò la primavera,

in quella notte dal cielo strano,

per salutare la scoperta intera

d’Amore sacro ed Amore profano.

 

 

 

29) MANDRAGORA SCREAM.

 

Let me suck the moonlight beams

out of their proper sphere;

to the air I cannot keep

too exposed my hellbound heart.

I’ll never have myself back,

once torn out of sanguine earth;

let an abyss have Mandrake

and conceive too high a brood;

it’ll feed the unwholesome Heaven

on a crop of sad souls:

for most angels are not born

to keep their heavenly place

and Mandragora, in love with earth,

will expose her bleeding roots

to the sneer of the sky!

 

 

 

30) MASK SHOP.

 

This is a glass-like heart.

You can look through it all;

These blank spots are its eyes,

They tell you everything.

 

On a window I have written:

<<This Mask Shop does not glitter.>>

 

Here’s a heavy, feathered helmet,

like the one in Walpole’s Castle[3];

there’s a sheet as white as death

on a gentle damsel’s hand.

 

In the street I have shouted:

<<This Mask Shop is not crowded.>>

 

All those who come inside

find their own broken mind

and its fashion does please them

beyond every graceful gem.

 

So I beg you, pleasant lass,

come and buy your own sadness!

 

 

                       

31) TOUT EST PARDONNE.[4]

 

Quanto dolore

serve per un riscatto

fatto di bellezza?

 

 

 

32.

 

Alla finestra,

una pianta d’alloro:

ricami d’ombra.

 

 

 

33) CUPIO INFUNDI.

 

Solo mi manca

d’intriderti all’estremo,

amen e osanna.

 

 

 

34.

 

Vibrano i vetri:

si fanno cielo e terra

campana a un punto.

 

 

 

35.

 

Caffè: in un sorso,

si avvolve una salmastra

grotta di lacrime.

 

 

 

36.

 

Sentenzia il Tempo:

<< Non ho mai visto in faccia

i miei boia. >>.

 

 

 

37) IL FANTE DI COPPE.

 

Venite più avanti, tarocchi imbellettati,

indovini sfranti di giorni trapassati:

io, come Cirano, affilo questo foglio,

perché, su di esso, uccido quando voglio.

So che sono solo un’infima figura,

nel mazzo di destini di dubbia fattura;

ma proprio non sopporto chi cincischia con le carte

e quelli che della vanità hanno fatto arte.

Io sono fante di coppe[5] e tu un re di quattro semi,

ma, sopra questo panno, tutti e due fermiamo i remi:

qui, ognuno è la propria nuda faccia,

nella cabala del caso che i destini allaccia.

Voi, profeti da fiera, che vendete a tutti un’altra vita,

guardatevi nel cuore: l’avete già tradita.

E voi che, a chi contesta, date del “decostruzionista”:

masturbatevi le idee, e lasciatemi la vista.

A quelli come me, che hanno duplice cuore,

forse è proibito il sogno di un amore;

non so chi ho più amato fra quelli che ho avuto;

per colpa o per destino, la metà intera ho perduto.

Ma ogni Rossana è bella, e belli i Cirano ‘diversi’:

non importa, a lor parliamo coi versi

e, ogni volta che c’incontra l’arcano degli Amanti,

non s’è riempita invano la coppa di noi fanti.

 

 

 

38) LE BEAU SIEUR SANS MERCI.

 

Ho di te un ricordo ambrato,

come certe essenze pallide,

respiri di bioccoli in scrigni,

tolette squallide;

 

ancor passi nella camera

di delizie e di torture

ch’è il mio cuore; nella polvere,

lasci orme dure.

 

E, andando in ombra che abbaglia,

ti fai triste meraviglia,

ti fai vita e il suo travaglio,

rotta conchiglia;

 

i muri trasudano volti

di Lacrime gigliate, ch’orano.

Le Beau Sieur Sans Merci

spense l’estate.

 

 

 

39) ULTIMA LETTERA DI SAFFO A FAONE.

 

Il mondo è profondo, da questa guglia

che morde il cielo come fosse un imene:

spezzino le rocce la fervida duglia

che i miei visceri tiene.

 

Leucade è bianca quale dente d’Averno,

corno di luna in un cielo sepolto;

vi sarà scritto, in etereo scherno,

il mio nome disciolto.

 

Ben venga oblio dei fiori e del canto,

della tenera figlia, della scuola

ove insegnavo a mescolare col pianto

il bacio che consola;

 

schizzi il mio fiele sull’ara imbecille

su cui Cipride reclamava in pasto

cenere di cuore, fegato e pupille,

sotto l’incenso casto.

 

Come bestemmia lascio la mia voce,

sia Saffo per la terra un’anatema,

perché sei tu la mia preghiera atroce,

la mia dimora estrema.

 

 

 

40) LA SALAMANDRA.

 

Si bagna intatta

nella follia ardente;

risale e scrive.

 

 

 

41) IL VAMPIRO.

 

Nel calamaio,

spilla il sangue dei giorni

e degli incontri.

 

 

 

42) SOGNO.

 

Una notte di lacrime asciugate

trascorsa a cullare un ascoso pensamento:

scherzi di streghe sonnolente, mani che rilucono

della promessa di un vivere pieno, cotto.

 

Sei arrivata sulla Mezzanotte,

la nave che passa sul filo del buco scavato nel mio cuore,

ormai troppo abituato a ciò che resta d’ogni scompiglio.

Allora grondante del tuo respiro

sono divenuta una rosa dorata

come il barlume venuto dai tuoi occhi:

 

ancor più bella ti ha fatto la mia paura

dei fantasmi di ieri e di domani che spingono

sulla porta dei miei sentimenti oscuri.

 

 

 

43) ANIMA DI VETRO.

 

Anima di vetro, che sulle mie dita

lasci il sapore dei rovi,

dimmi: fra le tue spine,

ci sono segni di carezze sbiaditi,

more d’irrisolto amore insolvente?

Ci sono fiocchi di lacrime leggeri,

o c’è solo il filo troppo tagliente

del tuo cuore spezzato al morire dei giorni?

 

 

 

44) BEATITUDINE.

 

Felice l’uomo

a cui basta il mondo.

 

 

 

45) VEILLE DE PAQUES.

 

Le vent dans la rue chante ses hymnes bohémiens

Sur le sang que jadis fut l’âme des agneaux

Et maintenant rit au morne nez d’un bourreau

Venu à épargner ceux qui montrent sono lien.

 

Le ciel est noir comme la prunelle du Rien,

Comme le vin dans la coupe qu’est le drapeau

D’un voyage à travers les déserts et l’eau

De l’ancien Espoir et du Désir soudain.

 

Israël, tu as bien vu ton Dieu ! Les siècles chantent

La fable éternelle du Peuple qui se réveille

À un rêve puissant de lait et d’or des abeilles ;

 

Cette nuit est la mère de les résonnantes veilles

Que sont des aînés et des anges les pleurants

Dîners où on goûte les cœurs vides et vivants !

 

 

 

46.

 

Non vi sono ponti.

È l’universo ad essere

uno soltanto.

 

 

 

47) PHÀRMAKA.

 

Non è la spada a uccidere

ma il rosario ebete

dei deodoranti ciclostilati

sui tram,

in nembi di (regolari) facce stipate

nel casellario dei viventi

da cui salgono

un cuore solo e un’anima sola:

Amen, ave, alleluia

al Rastrello dell’Usanza,

alla pioggia che consuma,

più feroce d’un rogo.

 

 

 

48) I MIEI PENSIERI.

 

I miei pensieri sono faville appese

alla corda del bucato,

bianche come la luna

che si specchia nella propria fortuna.

Un soffio di vento sbatte una foglia bruciata

sul sogno più chiaro:

tremano tutti i pensieri, come il mare

quando passano navi inginocchiate.

 

 

 

49) SAINT SCHOLASTICA’S LAST NIGHT.[6]

 

You keep out of yourself,

of your soul made of stones,

each one is a unicum,

to stay next to my bed

where I release

every drop of my life.

I pray you to stay

till this night will be over,

you would drown in the storm

summoned by my cry.

You’ll be safe in the room

of my dying heart;

the dawn of the new day

will be as red as our love.

 

 

 

50) SILENT NIGHT.

 

Silent night, evil night,

spent in lulling my phantoms

all embracing my dead core

with their fingers as light as the moon:

everyone sings a ballad

about a dark, foolish doom.

 

Silent night, endless night,

that lets a dream poison my flesh:

oh, if only I could let it run

through my veins to lift them to the sun…

I want to be a whole with nightmares,

feed on their same raw moonbeams.

 

 

 

51.

 

Dalle mie vene offese

nasceranno

fiumi d’inchiostro

per te.

 

 

 

52.

 

Pare azzoppata

la cetonia ai miei piedi;

d’un tratto, il volo.

 

 

 

53.

 

La mia essenza

è una clessidra

orizzontale,

una spenta perpendicolare senza vita

la mia esistenza,

come uno zero

al quoto di un bel niente,

come un binario morto

che porta a un porto sepolto.

 

 

 

54) CUORE AFFRANTO.

 

Mi hai lasciato

a tessere un canto

intramato

di salsedine lucente.

 

Ogni tela

è un arabesco

sacro al dolore.

 

Non c’è lama

che tagli

come la seta

sputata

dal cuore.

 

 

 

55) TODO PASA.

 

Ci vedremo sulle scale del giorno,

fra tentacoli d’asfalto e uno straccio di poesia al sole,

sgraneremo i nostri passi in corone di sapori e parole,

pieni come lune ubriache d’incenso.

 

<<Todo pasa>> sussurra

dietro l’angolo la coda di un’ombra,

favola bella del Tempo che cura

con pozioni che strozzano pur la morte.

Todo pasa: di tutto si può ridere,

dell’amore come dei suoi scagnozzi.

I semafori cantano un vangelo:

<<Chiunque non si faccia uguale a sé

non entrerà nel regno dei cieli.>>.

Sui nostri passi, il Caso è profeta.

Si mischiano le foglie della Sibilla,

rifacendoci i giorni;

e ridiamo dei ritorni di sbuffi di puerizia,

con un suono che fa sgorgare il cielo.

 

 

 

56) PEZZE DI PORPORA.

 

Apro il rubinetto e tutti i demonî

n’escono sciamando nel getto gelato.

Vi bagno un pannicello

fiorito di silenzi

e l’accosto alle bocche

riarse del mio collo asfissïato.

Pezze di porpora salgono dai troni

segreti delle vene,

oh mie gemme oscene,

piaghe preziose in un corpo d’agnello!

E intanto che quel rito

mi consegna alla notte,

sbozzolata dai sudori del giorno,

crepita tutto all’intorno

una favola antica:

non quello ch’entra nell’uomo,

ma ciò che n’esce lo rende immondo.

Sorrido impuro in tondo,

coricandomi del mio segreto nel fondo.

 

 

 

57) MINUETTO.

 

Un capriccio rococò

venato di nero e viola,

le parrucche incipriate sono belle

solo su abiti d’erotico lutto.

Cinquanta sfumature di Sade

gorgheggiano effluvi

dalla mia toilette.

Affonda, ti prego,

i denti

nel cuore.

Le mie catene

sono fatte

di rose.

 

 

 

58) PRINCIPESSA .

 

China sull’onfalo della Notte

i tuoi capelli d’oro e di carezze;

stilla dagli occhi l’ultima

goccia di luce azzurra.

Ascolta le mie mani raccontarti

di strane e fiabesche plaghe d’amore,

dove le tue labbra sono liocorni

ed il tuo ventre

un pozzo delle fate.

Così lascerai la presa sul giorno:

riposando in un bacio

e sotto un lenzuolo ben rimboccato

a cullar la fontana del tuo collo.

Tutto questo ti dico

in una parola banale e antica,

segreto innocente di balia e amica:

Buonanotte!

 

 

 

59) QUELLO CHE È RIMASTO.[7]

 

Qualche maschera cucita col refe

e un pennello grosso coi colori del cuore

per raccontare un luogo di sogno che muore,

che è madre, è padre, è amore che si beve;

un metro di vetrina che può salvarti

dall’estero su quel vallone,

una primavera e una ragazza che incanta

anche meglio di un bicchiere:

è quello che è rimasto nel tuo baule leggero,

fatto su misura della poesia,

proprio la tua, che canta e che morde.

 

 

 

60) INVOCAZIONE.

 

Non risparmiarmi neppure un coltello

dalla corona della solitudine,

non sette dolori,

ma settanta volte sette.

Fa’ che siano le mie spine

invisibili come l’aria

e come lei intatte,

perchè io rida

nei miei spasmi

in faccia

ai consolatori di professione.

Farò rabbia e disprezzo e invidia e riso,

come i ragazzi che si amano

infilzando in diademi

i lor occhi avvelenati

nascosti dietro le nere membrane della notte.

 

 

 

61) INCUBO.

 

Mi fai camminare

a piedi nudi su schegge di luna,

in valli dove i denti di Lilith

stridono in burle di ghiaccio.

(Non voltarti, o ti prenderà

il cuore per farne ritorte collane.)

Il tuo nome ricerca il vizio

umido fra pieghe di pelle;

urla il silenzio nel mio diaframma,

oh mostro delle mie notti insozzate,

larva bionda come l’inferno!

 

 

 

62) CAMPO SANTO.

 

Nel mio cuore

non c’è pietra

che non abbia un nome.

 

 

 

63.

 

Apro

la mia anima

in un fiore osceno:

sopravvivo.

 

Apro

la mia anima:

in un fiore osceno

sopravvivo.

 

 

 

64) FIORI D’AUTUNNO.[8]

 

Perché, dopotutto, sarebbe stato meglio

assorbirti nel mio ventre

come un pasto strano e rituale,

come un feto incompiuto,

diresti come dice la bestia del pozzo.

Ma dobbiamo aprire la mano

come bambini che hanno rubato un fiore,

fiore d’autunno.

Il fuoco più bello

non è che una foglia

gracile nella sua crosta di lacca.

Così crepita

il nostro

magnifico sogno

sulla soglia

dell’inverno.

 

 

 

65) ECCE MONSTRUM.

 

Bagliore di pelle,

seta d’alabastro,

trapunta di calde bellezze,

e chioma d’ispido sole sul volto.

Non hai apparenza di dolcezza

per attirare i nostri sguardi,

come un Cristo

innestato su un satiro

puzzolente di concîli.

Questo è il corpo

del mio amore animale,

feroce come una giovinezza

sull’orlo

del tramonto.

 

 

 

66) IL BUONISTA DI SINISTRA.

 

Cammina a dispetto universale 

sull’orlo di una lista: appunti

di preghiere senza voce,

di tombe senza croce,

di acque senza foce,

sa che la sua vista

può farlo somigliare al Complottista,

ma il Buonista di Sinistra

ha meno senso del destino

o, meglio, della causa-conseguenza:

nei suoi gialli, non ci sono maggiordomi

ma una folla di assassini

per cui l’historia magistra vitae

è un corso di morte necessaria,

come un treno di cassonetti

in cui si scaricano i cervelli.

Il Buonista di Sinistra

rimescola quella spazzatura mista,

per salvare un neurone

che garantisca la giornata

e gli permetta di portare a casa la pagnotta.

Non si fida della libertà

di essere tutti uguali

e nemmeno delle parole in ista

ad eccezione di “comunista”:

puzzano troppo di dita puntate

per nascondersi il volto.

Il Buonista di Sinistra

sputa sulla droga pessimista,

ma non lo si può dire ottimista:

egli è un progressista.

È un cavaliere dalla trista

parola e dal cuore buono,

alla ricerca di un Cervantes

che riduca in carta

i suoi mulini a vento.

 

 

 

67) SIPARIO.

 

<<I kiss’d thee ere I killed thee; no way but this,

Killing myself to die upon a kiss>>

e, volendo, altri modi ci sarebbero stati:

prenderti per i capelli setosi di lussuria,

strapparti a viva forza una parola cariata,

tutto per ingannare il palato

con un surrogato d’amore

(sapevi di dolciastri succhi ricercati,

esotici e leggeri come veleni da aperitivo).

 

Altri modi

piuttosto che guardare

la tua schiena muta

con una fissità

di pianto.

 

 

 

68) ΨΥΧΗ ΚΑΙ ΘΑΝΑΤΟΣ.

 

Appeso all’ansare del tuo cuore,

ratto contemplo

la vera icona del mio desiderio:

fare di te la mia tomba e il mio ventre,

essere il gheriglio vivo e tu la noce.

Per questo non c’è termine al mio grido,

mia anima e mia morte.

 

 

 

69) LA FORMICA.

 

Un pensiero,

nato

dalla polvere

dei fogli

indolenti

sul ripiano

di un corpo

seducente e leggero

come il nulla,

l’ho preso.

 

Urlavano le sue zampe

un’agonia schiacciata,

sulla mia mano

fattasi distesa di deserto.

Allora dissi:

<<Se va fatto,

sia al più presto.>>

 e con un dito

celeste

troncai il dolore

e il poema d’un verso.

Mentre lo posavo

nella terra d’un vaso,

forma domestica

della Madre che inghiotte,

pensavo che capita a tutti

d’essere Fato,

talvolta.

 

 

 

70) CASSANDRA INCATENATA.

 

La sua finestra

è sottile

come un sarcasmo

(filia boni consilii,

ora pro nobis).

 

Vergine sposa

del suo pozzo di luce,

sono suoi figli

i fantasmi del giorno.

 

Lei si è fermata

sull’orlo del sole,

per non esser bevuta

dal suo cuore di buio,

ma nessun crede

a chi non si è bruciato.

 

Non ha bisogno dei vostri consigli,

è nata con il peso degli anni;

nell’atomo della sua pupilla

sono racchiuse le sfere dei mondi.

 

La sua preghiera, nuda e inumana:

che io possa chiudere gli occhi,

nel conflagrar delle vostre cecità.

 

 

 

71) CUORE.

 

E

potrei

pure

dissolvermi,

se non fosse

per

questo

atomo

di pulsante

creazione.

 

 

 

72) ESTASIA.

 

Ancora una volta

cadi

a capofitto

nel mio cuore,

raggio

ferreo

ancora caldo

di stelle

dal sapore

lancinante:

alla mia carne di pietra

ricordi

ch’è

ancora

viva.

 

 

 

73.

 

Dal sangue

del mio cuore

nasceranno rose.

 

 

 

74) DANZA MACABRA.

 

Costruirò

piroette di fuoco

su questo

perno di lacrime

che mi corrode

la bocca dello stomaco,

pianterò

lance nell’alba

che metteranno radici

e daranno fiori rossi.

 

Così crescerò

sul mio amore malato

cullato

come un aborto.

 

 

 

75) PRIMA DEL CONCERTO.

 

S’un piatto di mezzaluna,

sotto il cielo per metà azzurro

e per metà bianco,

stelle d’aria

pungono la pelle

per provare

se gli strumenti

sappiano parlare.

E in un secondo

scoppia dal boccio

un fiore

coi colori dell’ottone, delle corde, del fiato

e dell’estate

che s’appiccica al cuore.

 

 

 

76) UNA NOTTE IN SICILIA.

 

Una finestra cieca

pende sul mare,

la stanza è un nido di bambola,

un letto raccolto

in drappi di profondo rosso,

un cuscino avvolto

come una spira.

Tu mi parli attraverso

una cortina di braccia

e il mio sussulto

spiegato

si adagia

nella terra

del tuo petto.

 

 

 

77) CREPUSCOLO.

 

Ma sentilo un po’ Gozzano

coi suoi languori

da “Corriere dei Piccoli”,

e Corazzini

con le mani in croce

come un Nosferatu

all’acqua di Colonia,

e Antonia

che tragica come un fiore

si spense in una corolla di neve.

 

Fino a vent’anni

si scrivono poesie,

a trent’anni

si è pieni di epopee

da vergare col piscio

e si sa che la Morte

è fotografa

e ha una collezione

di ninnenanne.

 

¿Davanti a questo specchio

che mi mostra nudo e vivo,

come posso non odiarti

se a causa tua

tutta la vita che ho dentro

vuole uscire d’un colpo?

 

 

 

78) LES CHATS.

 

Parfois tombe, dans mes plus cachés souvenirs,

ton image parmi des caressantes prunelles :

les chats d’un café, les indolents esprits

qui sanctifient le plus étrange des autels.

 

Il y ont ceux pleins de grâce, beautés étourdies

à qui donne plus de majesté le sommeil ;

et des autres qui ont oublié les souris

pour se nourrir de piété et de merveille.

 

Et toi parmi eux, ma sombre beauté, tu n’est

pas d’une autre espèce ; tes mains que vont cherchant

les dieux barbares de l’hôtel.

 

Reconnaissent seulement ceux qui sont tes pareils :

obscurs et doux, cœurs étrangers et aimants,

de la Nuit parfaits excès !

 

 

 

79) COLLOQUIO SUL LIMITE DELL’ESTATE.

 

Immersa

negli sbadigli della terra

che chiamano il sudore

alle finestre della pelle,

muoio alle voci del ronzante aperitivo,

mentre la cantante

è sempre meno corpo

e sempre più carne

seduta sul mio cervello.

Ritaglio

pezzi di malinconia,

su questa panca

traballante come un ramo

continuo a cantare

ma non so

se ho le ali.

¿Quanti graffi di sole

hai catturato sul mare,

quanti spiriti di sale

hanno accarezzato

i tuoi vuoti?

I tuoi occhi bruni come il piombo

abitano le mie notti

dentro un profilo

che le mie ombre affilano.

Vorrei rivederti,

in un domani senza nome

e senza fine.

Ogni secondo

dell’attesa

cala sul mio cuore

come una goccia,

sapiente carnefice è il tempo.

Quando ti riabbraccerò,

non so se sarai carne

o sabbia,

sull’orlo sanguinoso

di un’Estate.

 

 

 

80) LA STANZA DI MEDEA.

 

C’è

nel mio petto

una stanza

che s’apre

solo

con una

chiave

di sangue:

è il pozzo

dei miei

poveri

parti

di donna:

pezzi

d’anima

gemmati

e

subito

spenti;

palpiti

strangolati

per timore

dei loro

denti

(a loro

non bastava

il latte)

che dormono

in attesa

di una

falla

nella maglia

dell’universo,

di uno squillo

che porti

alle loro

bocche

disseccate

una goccia

di

luna.

 

 

 

81.

 

Ci vuol coraggio

a indossare un sorriso

su un cuore spezzato.

 

 

 

82) CORAGGIO.

 

Entrare con piedi leggeri in un crocchio,

facendo levare corolle di sguardi;

lanciare un sorriso dal cuore dell’occhio,

incorniciato da veli in azzardi;

e premere il cuore su vetri infranti,

vedendo arrivare il volto sereno

di chi si mangiò la tua anima e i pianti

pulendosi il labbro in un riso osceno:

senza parlare sorridere all’oltraggio

del vivere, anche questo è coraggio.

 

 

 

83) CANTICO.

 

Si spezza l’anima

in infinite schegge.

Ognuna dice: osanna.

 

 

 

84) DISSEZIONE POETICA.

 

Ho scavato

con la lancetta

della penna

fin oltre il duodeno,

quello con cui scrivo

è ormai

il nero di merda.

Sono il fuoco fatuo

ch’erompe dai visceri,

il mio costato è un palazzo

ardente.

Scoppiate, oh mie vertebre,

come tante stelle!

Tanto, non si consuma

la carne dell’anima.

Ammicca Prometeo

dal trono

del suo supplizio;

guardando

al cielo,

non vedo aquile,

e neppure Eracle.

Questo gioco

è tutto

per noi.

 

 

 

85) COLLOQUIO CON SCILLA.

 

Non ho

conosciuto

altra luce

che quella

sprizzata

dai bocconi d’Amore

strappati coi denti.

Oh dio dei folli e degli audaci,

che danzi sul mio cuore

come un fuoco ardente,

abbi pietà

della mia vita

interminabile.

 

 

 

86) SOLITARIO.

 

Ripasso

a dita

le linee

umide

di una calda fantasmagoria.

 

Solo qui,

sull’orlo

dei sogni,

è benigno

il mio Eroto.

 

¿Quanto,

prima che

io mi sfondi

l’illusione?

 

Conosco i segni dell’antica fiamma:

¿leggerò mai senza compitarli?

 

Mio ultimo amore,

la tua urna

è mio tutto e mia metà.

Non è stato cremato

il tuo aroma.

Il mio ventre

è pieno

delle tue ceneri

di cadavere vivo

fuori dalla mia vita.

Inghiottirò

carboni di fortuna

per vomitarti,

mio ultimo amore,

morto ed eterno.

 

Intanto,

ogni notte,

sposo

il mio vuoto.

 

 

 

87) LA LINEA D’OMBRA.

 

Sospesa

su

un filo

di poesia

ascolto

il canto delle Sirene:

esso è solo

per chi

s’immerge

nella carezza

di un labbro d’acciaio

tanto sottile

da aprire

la pelle.

Alla fine

della linea d’ombra,

sono

ancora

qui.

 

 

 

88) À CELLE QUI EST TROP GAIE.

 

<<Magnifico, magnifico!>>

e mi stringi la mano

affilata, tagliata

da anelli strani.

Croci e gufi le cifre

del mio cuore deforme.

Se solo sapessi,

oh piena di grazia

e di sorrisi perlati,

che quei versi

così lodevoli

sono stati intessuti nel muco

alla bocca del mio stomaco,

che sono secrezioni infette,

lacrime seccate,

sangue cristallizzato,

la tua bocca non sarebbe così rossa

nel cantarli.

 

 

 

89.

 

A grano a grano

devo bruciare il cuore,

come per voto.

 

 

 

90) CARNEVALE.

 

C’è nel mio borgo un’allegria

e maniere sì leggere

che quasi non credo

che possano esser vere.

Ci sono mille divertimenti,

bacetti e tenerezze,

i Doriani sono così contenti

che il paese pare di Venere.

Non ci sono più, come una volta,

così tanti cafoni,

oggigiorno ognuno t’ascolta,

tutti sono fin troppo buoni.

Non c’è più quel gran pudore

 delle donne maritate,

che oggi vanno senza impegno

notte e giorno, per le strade.

Vanno insieme all’amoroso

e non le sorveglia

quella nullità dello sposo,

come si faceva tempo addietro.

Dunque viva questo borgo

che è piccolo delizioso paese,

ed è il centro dei piaceri:

chi ci vive è assai contento

e pure i forestieri.

 

 

 

91) PETIZIONE.

 

Chiedo giustizia

per gli uomini sbagliati,

per noi gioiosi

sprechi di pelle

della Madre dell’Universo,

per noi invendibili,

gabbati dalla raccomandazione

di vivere bene con noi stessi,

uscita dalle stesse bocche

che ci sputano addosso.

La chiedo a Nessuno,

perché Nessuno solo ha diritto

a essere pregato

e a concedere.

La nostra esistenza

ha motivo in sé stessa

e questo

è il segreto del Tutto.

E così pure ha ragione in sé stessa

la nostra morte,

rimproverata

dai nostri assassini,

troppo vigliacchi per armarsi d’altro

che di fortuna.

Siamo il sale della terra,

d’accordo, ¿ma darà vita

il nostro seme che muore?

<<Il mondo sarà salvato dai ragazzini>>,

<<da bastardi, storpi e cose rotte>>,

o da Nessuno.

Fatevene una ragione,

legionari dalla splendida Elsa luccicante,

e anche voi, signore Lannister.

 

 

 

92) HÁVAMÁL.

 

Prego che non mi sia tolta

questa lancia che m’inchioda

al tronco dell’universo.

Beve il mio onfalo

dalla sua placenta

di rune

e il mondo è perfetto,

visto capovolto.

È la gestazione di Dio.

 

 

 

93) NATURAL MONSTER.

 

You make me feel like

A natural woman...

 

Ribolle la mia gola

di suoni sanguigni,

distesa

in parabole

di luce.

 

(Si è spezzata credo

una corda

del cuore

ma non vi farò un nodo.)

 

La mia voce

è una colonna

di fuoco

carnosa come un cuore.

 

È un arco

teso

verso il tuo petto marcio

(la freccia ha un nome

che non è

in lingua umana).

 

È giusto,

è normale,

perché hai fatto di me

un mostro naturale.

 

 

 

94.

 

Strana felicità

che sgorga

da un occhio di poesia

nel ciclone

che ci ha fatti per i propri denti,

la brutta immensità

del Tutto,

questo è il riscatto

delle anime morte.

 

 

 

95.

 

Il mio cuore

è un uovo di demone

che non ha guscio.

 

 

 

96.

 

L’orrore è il gemello ferito del sublime.

 

 

 

97) ΟΡΓΙΟΝ.

 

Strano festino,

quello che

ogni notte

mi ronza nel cranio:

uno stridore

di coltelli secchi,

risate di vetro

e un pianto

deforme,

gettato in un canto fallico.

 

È l’ora delle fate,

nel mio povero cuore

diroccato.

 

 

 

98) PASQUA.

 

C’è oblio

in ogni resurrezione,

come questo glicine

è il mio pianto

che non si

sente:

 

pende l’anima

in grappoli

di piccole dita

 

che non stringono

il profumo,

 

che si aprono ancora

per non

morire.

 

 

 

99) DE PROFUNDIS CLAMAVI.

 

Ho chiesto alla morte

di riempire i miei vuoti.

Mi ha risposto

una brezza

di nubi

pulsanti

sul fondo

del mio cielo:

scava, se vuoi riuscire

a riveder le stelle.

 

 

 

100) DIETA.

 

L’ha detto anche un mio amico:

i poeti non lo ammetteranno mai,

ma perdere l’amore fa dimagrire.

Così addento un altro pezzo di rabbia,

scolandomi un succo di strazio

e brucia lo stomaco,

ma vuoi mettere

quanto è ipocalorico.

Sazia bene

il pane di lacrime

e non ingrassa.

Stanotte,

contro il lenzuolo,

sentivo le ossa

dei miei fianchi

e sorridevo.

 

 

 

101) GIORNALISTA.

 

Guardo la vita

dall’orlo

e solo per me

essa non brucia

(forse).

 

 

 

102) ANNA CHIARA.

 

Stanotte,

l’afa è come un vino.

 

Sei fatta

della medesima sostanza

di cui è fatta l’ombra:

nel cerchio

delle stelle

si ritaglia

un’ala di tempo andato,

dove tu

hai un corsetto

fiorente

e una gonna

lunga come un segreto.

 

Di questo

scampolo di sogno

solo mi resta

il morso furtivo

di un rossetto scuro.

 

 

 

103) LA VENDETTA DEGLI DEI.

 

Lungo il sentiero che porta

alla vendetta degli dei,

ho seminato fiori.

 

L’ultimo

era il mio cuore.

 

L’hai spaccato

con una lacrima

sola.

 

Ora, sulla vendetta degli dei

volano le api.

 

 

 

104) ODE ALLO ZAMMÙ.

 

Vada per acqua e zammù,

così, oltre a stordire,

farà sognare.

lo zammù scioglie la vita

rimasta sul fondo dello stomaco;

è un accidenti mandato

alle tue manfrine:

<<Scusa, ma ti fai così bene

pubblicità,

ci ho ripensato,

ti ho sopravvalutato,

mi sa...>>.

(Hai ordinato sogni alcolici

al bar delle chimere,

e ora vorrei proprio sapere

chi ne pagherà il conto.)

Ha più senso

questo fuoco ingollato

davanti a un invasato

che urla e farfuglia.

Dalla scatola buona

che s’affaccia sul bancone

la cameriera è gentile

ed è bella;

di certo, sorella,

il suo sorriso formoso

ha più senso

di te.

 

 

 

105) UNA COSA SEMPLICE.

 

Mi piacerebbe poter dire

che ho picchiato i pugni

e gridato al cielo,

(e c’ho anche provato,

così, tanto per fare,)

ma, stavolta, il dolore è verde

come quel bosco

dove abbiamo raccolto ghiande

 (amare, ma lasciano un gusto dolce)

per un bimbo mai nato.

L’amore è una cosa semplice,

è una pessima canzone

gracchiata da un’autoradio.

E l’unica morsa sul cuore

è quella di un abbraccio

che deve e non sa

finire.

 

 

 

106.

 

Oggi, la luna è al calore bianco,

mi guarda come una valva spezzata

con quel suo cuore d’agonia bagnata

dentro un umore di mare mai stanco:

 

il mare che morde e lambisce il fianco

alla terra stesa nella dorata

sua solitudine, sposa velata

dalla salsedine e dal cielo franco.

 

Così, tu sei sale sulla mia bocca

ferita da un bacio non ancora dato,

spettro che corrode ciò che non tocca:

 

tu riempi l’orizzonte da ogni lato

ed il tuo corpo assente è la rocca

del mio desiderio fermo e malato.

 

 

 

107.

 

Il tuo pensiero:

una candela accesa

nelle mie ossa.

 

 

 

108.

 

Ogni morso

alle tue labbra

è un filo di seta

che stringe

il mio cuore.

 

 

 

109) LAOCONTE.

 

L’amore è il veleno nei denti

del lugubre diagnostico desiderio;

i nostri amplessi sono giochi dementi

a prenderlo per il collo del suo imperio.

 

Far San Giorgio col drago è un gioco serio,

sia pure col più molle dei serpenti:

incantalo tu con qualche salterio,

tu che danzi fra i suoi respiri ardenti.

 

Ti chiuderà la bocca la mia rabbia

di vita, quando salterò nei soffi

delle tue narici, ebbro di zolfo,

 

dolce come il sangue, a rendere goffi

il cinismo e le parole, nel golfo

in cui affonda un amore di sabbia.

 

 

 

110.

 

Di fronte a te sono un albero strano,

con una corteccia tenera e bianca,

e i rami avvolti in cavo di mano

intorno al frutto nella parte manca:

 

il cuore umido e rosso dentro il vano

dove pulsando lo nutre la stanca

linfa che vive cantando pïano

nelle mie vene e senza tempo arranca.

 

Non è troppo sottile una parola

per dividere l’intrico del costato

fino alla polpa del frutto vitale:

 

così vorrei che tu fossi satolla

del succo del mio cuore fra labbra e gola,

in silenzio, per dar pace al mio male.

 

 

 

111) ULTIMA CORNICE.

 

La tua pelle, come un sole, mi fesse

gli occhi. <<Devi attraversarla>> mi disse

Virgilio strano, dalle labbra fesse.

 

Ed io, prima che il mio senso finisse

nel buio, come troppe volte prima,

entrai nel cielo delle tue membra fisse.

 

Ed ogni tua forma fu fuoco, lima

che mi sfibrò le carni una per una,

sì ch’è crudo il piacere di dirlo in rima.

 

Ricordo il tuo volto come una luna

che riposava in un’aura di rame;

ognuno degli occhi era come una cruna

 

in cui passavo, bevendo le lame

che mi facevano più alto e sottile,

per giungere dove aveva fine la fame:

 

là dove non c’è più niente di vile.

 

 

 

112) PROSERPINA.

 

Proserpina lieve

mi guarda dalle cime

di alberi d’oro.

 

 

 

113) TRONCO.

 

Ed è da allora

che Lilith si lamenta.

 

 

 

114.

 

La stanza è vuota:

si scioglie un coro d’angoli,

parla ogni cosa.

 

 

 

115) NATALE.

 

Il dito di un albero scuro

piantato nel cuore della terra

guarda verso il cuore di un cielo

di seta nera e dura.

L’albero taglia il buio

con le mille scintille appese ai rami:

da quel raggio, come dal fondo d’un bosco,

nasce il sole, con la sua prima, eterna fame.

 

 

 

116) LETTERA BRUCIATA.

 

Il mio cuore di carta

vola in un bacio

tra farfalle di cenere.

 

Cullalo tra pietra e metallo

e il fuoco sarà buono.

 

Così vive sono

queste lingue di carta

incendiate

che nessuna poesia è

più bella d’una fiamma.

 

Andate, ceneri ricolme

come una coppa:

l’amore non riposa

se non fra terra e cielo,

passato per il fuoco,

in una notte umida.

 

Mi sarà sempre sacro

questo brandello di cortile

dove ho disperso le ceneri

di parole d’amore,

per un testamento non detto:

qui, dove un muro

velato d’edera

sorveglia il confine

d’un Elisio volgare.

 

 

 

117) AMEN.

 

Non morirò, ma come

profumo di rose in un’ampolla rotta

mi limerà

a poco a

poco

la lingua

procace

dell’aria,

fino alla

pienezza del vuoto.

 

(Così pure sarà

del mio amore abortito,

pezzo informe

di cuore

che guardo galleggiare

in questa boccia:

¿li vedi,

quei miei occhi vizzi

che stavano per

somigliare

ai tuoi?)

 

 

 

118) IL BACIO DELLA MORTA.

 

Non per lei, ma per questo

limite,

per questa pelle, che ora taglia

i mondi,

è il mio bacio,

che non si

vede.

 

Perché tu sia,

per un

attimo,

il mio volto affacciato

sulla volta del cerchio,

sugli antipodi

e sulle stelle dell’abisso,

o fredda, fredda

porta della vita.

 

 

 

119.

 

Alla finestra:

si nasconde la coda

di un fagiano.

 

 

 

120.

 

Le tue unghie mi pongono una domanda:

la risposta è tutta nel mio ventre.

 

 

 

121) QUALE QUERCIA AL VENTO.

 

E poi penso che

non è lecito urlare contro di te

poichè non hai alcun potere

che non sia stato io stesso a darti.

Il dolore è nella pelle

non nello schiaffo

che sopra vi cade

come una foglia.

La tua mano è la foglia,

ma io, io

sono la pianta.

 

 

 

122.

 

Taglia un sorriso

il velo della notte:

è luna nuova.

 

 

 

123) PERSEFONE SENZA RATTO.

 

Così, la vecchia favola

resterà senza culmine:

pazienza.

 

È anche strano

andarsene così

nell’aria dorata,

fischiettando

un’allegria di fiori.

 

A Kóre non spiacerà

restare zitella:

c’era troppo buio,

in quella casa maritale.

 

E tu,

Ade da quattro soldi,

non puoi avere

tutte le persefoni che vuoi.

 

 

 

124) ÓBOLO PER CARONTE.

 

Va bene:

non mi piaci.

A dirla tutta,

mi fai schifo.

Quando te ne vai per i fatti tuoi,

festeggio sbracatamente;

e, nella crapula d’ogni santo giorno,

levo il fiasco alla tua salute.

 

Ma, quando ci sei,

tutto è una porta

sulla saggezza degli Inferi.

Tu sola

hai sussurri

che l’Ombra capisca

e il tuo sorriso

basta per moneta

al vecchio battelliere

arcigno.

 

(Purché gli basti sempre

anche per il mio ritorno.)

 

 

 

125.

 

Ciliegi in fiore:

il cielo ha placenta

e sangue bianco.

 

 

 

126.

 

Alla carezza

la magnolia sfiorente

si piega schiva.

 

 

 

127) ICONOGRAFIA.

 

Un angelo

(meglio se caduto)

si riconosce

dalla curva del collo:

un caldo candore

trapunto di sospiri,

che porta una voce

di viole screziate.

Il suo cuore si può tenere in mano,

come una rara curiosità

ceduta dal suo docile petto,

per l’avido sguardo

d’un minuto.

Non sarebbe strano vederlo

con l’edera, il tirso e la pelle maculata:

non tutti gli angeli

si vestono da imbecilli.

O, semplicemente,

dorme in un sorriso

cosparso di chiome,

come te ora

sulla mia spalla.

 

 

 

128.

 

Ho amato solo

quel cadavere d’angelo

dentro di te.

 

 

 

129) DESINAS INEPTIRE.

 

Comunque sia, prosegui.

Getta il tuo ennesimo cuore nel mucchio,

come una maglietta sporca,

sai che non lo laverai mai,

ma pazienza.

La risposta di prammatica è:

<<non fa niente.

Sono cose che succedono,

ci possiamo accordare.

Una buona stretta di mano

ed è tutto a posto.>>.

(Il che significa

che andrai a portare i tuoi visceri sanguinanti

nella raccolta differenziata).

Ricordati, in ogni caso,

che l’abisso nello stomaco

è un’inezia, come le farfalle.

Il pane, le bollette e i piatti da lavare

sono le priorità.

Non puoi permetterti vittimismo,

con tutte queste vittime

che reclamano un po’ di decoro nel tuo soffrire:

<<di’ al sangue delle tue viscere

di non puzzare così,

nel bidone dell’immondizia!>>.

Comunque vada, hai ricevuto tanto dalla vita.

È una verità che tutti sanno.

Bisogna bene, diamine,

che anche tu la riconosca.

Si può vivere

anche senza cuore e interiora.

 

 

 

130) CORAGGIO.

 

C’è

un coraggio

che non si

vede,

che sta

sotto le ossa

a puntellare i reni,

piegato all’infinito,

come un infinito

foglio di giornale.

 

Talor qualcuno

lo ritrova,

pesto e sporco,

e lo butta.

È il segno sicuro

d’un sensato

imbecille.

 

 

 

131) ALLO SPECCHIO.

 

Guardare il proprio volto

da lontano,

appallottolato

come una maschera di carta;

sentire un canto di cetacei

nell’onfalo

e seguirlo

scoprendo

sgomenti

di avere le pinne.

 

Trovare

tutto quell’oceano

nei tuoi occhi:

questo è

essere nudi.

 

 

 

132) LA SPIAGGIA DEL PARADISO.

 

È valsa la pena

di masticarmi l’anima

fino a sfibrarne il sapore,

di giocarmi il cuore

a ogni taverna

contro il diavolo

e ogni volta rivincerlo

assurdamente,

di sgranare una Via Crucis

fatta di ceffi e satiri:

tutto pur di ritrovarmi qui,

accanto al tuo sorriso

posato

sulla spuma del sonno.

 

 

 

133) LA SIGNORA DIMENTICATA.

 

L’ha detto Galileo: eppur mi muovo,

quello che metti sotto i piedi

è vivo, è tutto un boccio.

E invece di cercare tutto il giorno col naso all’aria,

guarda bene: quello che cerchi

è nelle radici e nel lunario.

 

Mandriani e agricoltori

sono sacerdoti e non lo sanno:

l’altare è il trattore

e tutto il mondo la famiglia.

Tutti quelli che mangiano il pane

dovrebbero ringraziare.

Pane e vino vengono dal cielo,

che fecondano il suolo:

poni mente alla Terra,

la Signora dimenticata.

Dice: <<senza me, non nasce nulla,

nel tempo o nell’eterno etterna duro:

lasciate ogni speranza,

oh voi che guardate troppo lontano.>>.

 

 

 

134) L’ALTRA METÀ DEL DOLORE.

 

Ma sì: mi farò un thé

con i resti di lacrime

che tengo nella credenza.

Non bisogna conservarle

a lungo:

diventerebbero troppo amare.

Sul dolore,

andrebbe scritto:

<<Da consumarsi preferibilmente entro il X>>.

È un peccato

che sia confezionato

con così poca cura:

è un alimento delicato.

Va disciolto dai suoi veli di carta

in un sapiente momento:

quello in cui lascia

sulla lingua

un retrogusto

di rose

(perché l’altra metà del dolore

è il cibo degli dèi:

ma, forse, sarà meglio

se non lo direte

a nessuno).

 

 

 

135) ZAZEN.

 

Ogni tuo respiro

fa entrare il mondo intero

in questa stanza.

 

 

 

136) PAURA NOTTURNA.

 

Abbracciandoti in questo buio amniotico,

mi fa paura non soffrire per te,

angelo mio,

che hai punte d’oro

anziché penne

per le ali.

Mi fa paura la mia calma

crudezza,

mentre m’implori

con liquidi occhi

di cucciolo scaltro,

no, niente baci,

finché sei d’un altro.

Mi guarda dall’alto

la mia Forza,

come quella Pallada

che reggeva il corvo.

Anche lei canta il suo “mai più!”

mentre io ripenso a quell’altro “chiù”,

a quell’alba di perla senza luna,

che mi disegna questa fortuna:

di saper tenere,

con una stretta forte,

finanche le redini

della mia morte.

 

 

 

137) IL GRIDO DELLE ONDE.

 

Fa’ pur ballare gli orsi

coi tuoi epigrammi di latta,

in cui blateri di ricerca e meriti:

povere ripicche

di seducente impostora.

Io ti merito come nessuno,

perché ti strappo da te stessa

con un “sì” o con un “no”;

perché, davanti alle mie ciglia,

sei un castello di carte.

Ho contato i tuoi capelli

in un attimo come in mille anni;

la tua anima è rimasta

impiccata alle mie dita

(non ho ancora deciso se stringerò il nodo).

Intanto, sono io

ad essermi salvato,

nella danza centrifuga

in cui m’hai attirato,

e mi ravvio i capelli

come un naufrago

indispettito,

e ti lascio

chissà dove,

sul guscio marcio

con cui sfidi

l’oceano del tuo cuore.

Per questo naufragio

con spettatore,

per la mia crudeltà

che ti corrisponde,

ti merito come nessuno,

come ti merita

il grido delle onde.

 

 

 

138.

 

Felicità:

saltare da un sasso all’altro

su un fiume in piena.

 

 

 

139) FELICE.

 

Mi farò una ragione

della Felicità:

di questo salto

da un sasso all’altro

su un fiume in piena

pieno di vuoti

grandi come un urlo

dentro il cuore

e solo li attraversa un filo

d’inesprimibile dolore.

 

 

 

140) LE TENTAZIONI NEL DESERTO.

 

Dicono che ti ho vinto:

non sanno

che tu sei la mia ombra,

nella mia ineguagliata

solitudine,

che mi rimanda uno specchio

vasto come

il volto del cosmo.

 

Guardarsi

intero

è l’eterna fatica

di Dio.

 

 

 

141) BEATRICE, I’ VORREI CHE TU E LAURA ED IO.

 

Beatrice, i’ vorrei che tu e Laura ed io...

ma mancano pesi al mio incantamento;

è il nostro vasel fatto d’un vento

spirato dal costato vostro e mio.

 

Vorrei che sorte od altro tempo rio

non ci potessero dare impedimento;

che vivessimo sempre in quel talento

modulato da un bizzarro desio.

 

Non monna Vanna o monna Lagia poi,

né tantomeno sto sul numero trenta,

ma io sono in ogni cosa per voi:

 

così ragionerò sempre d’amore,

finché la vostra fama sarà contenta,

sì com’io credo che saremo noi.

 

 

 

142.

 

È la mia vita

un anello di fiori

di melograno.

 

 

 

143) QUESTO AMORE.

 

Questo amore,

più che altro,

è diventato un’intermittente,

una rabbiosa

poesia,

che suona come

un singhiozzare

di pugni

su una cassa

riecheggiante.

 

Il mio petto

è una radio

che conosce solo

canzoni metalliche

(quando non sa rinunciare

a sintonizzarsi

su di te).

 

 

 

144) NELLA MIA BOTTIGLIA.

 

Nella mia bottiglia,

metto un trifoglio e un’ape,

un trifoglio e un’ape,

e un refolo

di Pablo Neruda:

tanto basta

a fabbricare un maleficio,

amore mio

sputato

come zucchero all’arsenico.

 

Ma basta un’ape

per ventilare una voglia

di miele.

 

 

 

145) PERSEFONE.

 

Par che l’abbia imparata, quest’arte

di scendere un’umida scala

per far l’amore

solo nel pozzo

ove si riversa Estate.

 

Non t’avrei voluta, strana sposa

che m’incanti con quegli occhi

di fuoco fatuo.

 

Ma chi vuol cogliere un fiore

si tracanni pure la terra

ove muore il seme.

 

Per il mio piede leggero

e sicuro

non mi manca mai

la via verso il sole.

 

Ma, nel tuo ventre di melograno

il seme che ho piantato

ti fa mia

più d’un possesso.

 

 

 

146) PICCOLO CENTONE FILOSOFICO.

 

È della vita il fin la maraviglia:

questo è il problema.

 

Polline dal gambo lungo che a gambe aperte

canta il mondo, il bel tempo. 

 

 

 

147) EPIFANIA.

 

Aspetti sempre che si spalanchi

la trasparenza

come un urlo

di luce muta,

rattratta e attorta

nell’immobile istante

del meriggio.

 

 

 

148.

 

Gatto in riposo:

¡com’è bello il respiro

sotto il manto!

 

 

 

149) GATTO.

 

Nella liquida posa

dei suoi fianchi ondulati,

ha raccolto la musica dei mondi,

con la rapida virgola

della sua coda.

 

 

 

150) BENEDIZIONE.

 

Poco conta

che il nostro giorno,

come un diamante di follia,

sia affondato nel buio

della tua mente d’acqua.

¿E dov’è il filo

del tuo cuore,

che era così forte

da battere nel mio petto?

I sogni danno,

i sogni riprendono.

Amen.

Così risponde

la mia strana devozione.

<<Il resto è silenzio>>.

 

(Ma resta

questo abbraccio,

come una benedizione

scolpita

da un dio distratto.)

 

 

 

151) TESTAMENTO.

 

Della cosa

chiamata Erica

resti

ciò ch’è giusto.

 

Io sono

altrove,

un albero di vene

teso

fra una punta e l’altra

delle stelle,

coi piedi affondati

nel cuore

del vecchio dio

Saturno.

 

Io sono

questa cosa

che non ha nome,

che ride

di un mucchietto di polvere

che qualcuno ha riposto

come in un granaio.

 

 

 

152) IL FATTO È CHE…

 

Il fatto è che vivo

per queste parole inesplose

che premono contro le mie ossa

e sono sorde

alla mancanza di spazio.

 

Si fecondano come conigli ma

non riescono a partorire idee.

 

Ma non capite?

Basta,

non

ce

n’è

più,

per nessuna

di

voi:

non posso

scrivere così

forte.

 

¿Che ne sarebbe

di voi, oh parole,

se morissi

prima di esplodere?

 

 

 

153) ATARASSIA.

 

Mi sussurra

una strana

serenità

che non sa

di nuvole rosa

ma della luna taciturna

e monotona

dietro il suo apparente

variare.

 

(Si raccoglie ciò che si semina -

la frutta non cade lontano dall’albero -

se sono rose, fioriranno -

sotto la neve, pane:

parlano per proverbi,

la luna e la serenità,

né posso dire

se m’insegnino più

la speranza

o la paura.)

 

 

 

154) IL SEGRETO DEL GATTO.

 

Nelle fessure

che mi fissano

dal loro

castone

leggero

è scritto

 

 

È facile lasciare

due righe in bianco.

Tutt’altro

è vedere

il segreto

del nudo nulla

che toglie senso

alla disperazione.

 

 

 

155) LE TOMBE.

 

È sbagliata

questa

compita distesa

di candidi sassi,

in fila come

su uno scaffale.

 

Le tombe dovrebbero essere

un orgasmo

di fiori.

 

Non derubate i morti

della loro vita.

 

Questo penso, mentre,

come un cipresso,

affondo nel tuo cuore,

per portarti

una tazza di sole.

 

 

 

156) IL DONO DEI MORTI.

 

Con la fronte baciata

dal fresco

d’una grata,

ho scritto

col cuore pieno

di sospiri trapassati,

gonfio

di tutta la sua fiamma

che ho conosciuto

solo

accostando le labbra

all’osso.

 

 

 

157.

 

Basta poco per uccidere una stella:

basta soffiarle sopra

credendola polvere

sul bavero.

Oppure

scambiarla

con una scatoletta

in offerta.

E così, carne in scatola

anche oggi.

Il dado è tratto,

ma non fa brodo.

Non si possono mangiare le stelle.

Ma le scatolette nella credenza

non fanno luce

dentro la pancia

della notte.

 

 

 

158) APOCALISSE.

 

I sette sigilli, i quattro cavalieri,

le sette trombe, le sette coppe.

Sono già qui. Mi spiace.

Del resto, sette non è poi un numero così grande

e gli angeli erano bell’e stufi

di trattenere i quattro venti.

È una buona novella

per chi sa volare.

Non troppo, ahimè,

per chi si è attardato

a raccattar le sue maschere gelose.

Voleranno anche quelle,

più leggere

di voi, anime prave,

che non vi staccherete più di dosso

il dantesco piombo.

È questa cappa

il vostro eterno premio penelopeo,

che avete sudato a cucire

per una vita:

tutti i vostri

<<si fa, ma non si dice.>>,

sono solo il segno

inespresso

di una pudica felicità

che fatica a trovare la via.

 

¿Vi sembra stupido, ora?

Peccato, già,

in tutti i sensi.

Con un solo minuto

di nudità sotto le stelle

vi sareste risparmiati

l’eternità degli ipocriti.

Ma ora

un angelo scorbutico

sta già spazzando la piazza,

dopo la grande fiera

dell’Apocalisse:

ognuno si tenga

il premio che ha pescato

e arrivederci a mai più.

Questo dicono

le ali dei pazzi

che ascendono al cielo,

salutandovi

con un bagliore

che sa di risa.

Chissà se, per voi,

ci sarà almeno

la dignità

dell’Inferno.

 

 

 

159) EXEMPLUM.

 

Come il serpente

farò che cambia pelle

quando müore.

 

 

 

160) SOGNO DI UN POMERIGGIO DI MEZZA ESTATE.

 

Siam sempre soli

seduti sul cuore della terra,

per questo ci abbraccia

un silenzio di foglie

e respiri.

Crocchia il fresco sole

come i gusci

vuoti

di noci e nocciole,

ossa di voci

che hanno forse cantato,

e il tuo amplesso

profuma di zolle.

 

Teniamoci stretti,

protetti

contro

le maledizioni

che salgono dal nostro cuore.

 

Perché l’amore tra due streghe

non è senza paura,

non è senza la dura

follia di mezza estate.

 

 

 

161) IL POETA.

 

Non cercare il tuo posto a tavola,

il tuo brandello di cuore

schedato e numerato.

Tu sei fatto per l’impossibile.

Sei il cigno nero sul lago indolente,

l’ago nel pagliaio,

lo spruzzo di

fuoco

nella bocca legnosa della stufa.

Soprattutto, non

piangere

la tua prepotente,

rassegnata

diversità.

Mentre gli altri

si scodellano la zuppa,

tu sei che forgia il cucchiaio;

nelle sere in cui siede

la famiglia intorno al fuoco,

tu sei la favilla

che si tuffa

nell’universo.

 

 

 

162) TOURNIQUET.

 

<<Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l’amore,

tenace come gli inferi è la passione>>.

 

Mi sigilli con un bacio il respiro

e tutto collasso

e implodo sul mio stesso cuore.

È strana la mia densità,

farmi

pugno

assoluto

nell’aria

avendo più peso della Terra.

 

Stringi pure il tuo abbraccio feroce,

amore

i cui denti sono rose.

 

Perché morde come la morte l’amore,

vorace come gli inferi è la passione.

 

Finché berrai

il mio midollo sottile,

non dovrò temere

di morire come le stelle.

 

 

 

163) BALLATA DELL’OSCURO.

 

Salviamo il nome, se sottende ancora

insuete pudicizie e privilegi

che il dotto e il sibarita

hanno trascritto fin da età primeva

a scapito del servo; vanagloria

così li avvince, al vagheggiare folle

adulazione – incauti! –, al farne lauro.

 

Solo un infame nacque casto in corpo,

ma il desiderio lo schernì prostrandolo:

ometteresti il falso

non tardi sconfessato in ateismo?

Per me, ritorco il tronco nell’avallo

che fende la bassura senza luce

del tardo autunno e dell’inerme stallo.

 

Salviamo il nome, se mi credi ancora,

e sopprimiamo il Verbo nell’arsura.

 

 

 

164) LAMIA.

 

Amori triti da ventraie incinte

impiastrano falangi nell’invidia,

la spira punteggiata d’oro e sangue

 

striata in verde-azzurro, forma pingue

che al crepitio tra le buie felci

non ha versato ingiurie ma eloquenza.

 

Così ci ipnotizzavano i Superni,

con motti auto-alienanti di mestizia,

con doli e diplopie, scrignuti verbi

 

prostrati come le ossa dei tuoi padri,

oh fonte disseccata ed infeconda!

Indossi l’ofioglossa e il pretenzioso

 

convegno di triviali s’è placato

innanzi al tuo feticcio desquamando

la bianca pelle da lebbrosa succube

 

che anche stamane con stupore avvolgi,

novella vita-in-morte dal ventaglio

di agglutinata cresta, pavonesco.

 

Ma siamo ciechi ormai da tempo, tutti.

 

 

 

165) ET IN ARCADIA EGO.

 

Un’iride: la scorgo alla ricerca

dell’alchimia anodina

nelle fangose rade dei crepuscoli.

 

Calendimaggio estatici, babeli

di capri gualdrappati

che arrancano a rincorrere la lepre:

 

li scorgo mentre bacio il loto acquatico,

attesa del sollievo

dal torrido bollore metamorfico.

 

 

 

166) CABIRIA.

 

Traccia il tuo solco, sollecita cerva,

tra l’erba seccata dal sole;

 

è brezza la voce cabiria,

carme su nudi sovrani squartati

 

lungo crinali blanditi d’opale.

 

 

 

167) EPISTOLA DI SANTI.

 

L’esilio deve consumarsi adesso,

nel dolio vaporante d’acque nere

che ammiccano tra i ronchi semichiusi

dagli apuli confini, dai pantani

che in fondo sono porte lungo clivi

chiazzati di serotino adamante.

Prosciolti da ogni vincolo, li vedo

quegli incubi pennati nero notte,

crogiolano nell’aere di qui sopra

nel nome di un grazioso emendamento

sì breve, ma se penso alla gran gloria

del Figlio che scostò la pietra morta,

nessuna concessione mi sia avulsa.

È tutto questo, dunque? Ravviarsi

il manto e poi cadere ancora in torme

di zolfo, quando gracchia dalla concava

caverna quell’araldo corvo, il tramite

tra il medio e il sottomondo che rinserra

il tribolo già grave dei dannati?

È questo che ci attende, peccatori?

 

 

 

168) VITA.

 

Poi, quando è spento

l’ultimo alito

d’incanto,

mi risveglio

a un tavolo

e scrivo una poesia.

 

 

 

169) SCHERZO.

 

Non esiste.

Quanto vissi di miei giorni,

sempre fu segreto che non dissi.

Medicine furono oppio per me,

seppur sano fossi

e dacché stolto vissi

un bersaglio sulla schiena m’appioppò qualcuno,

e le genti quan’ più orbe 

m’ingiuriaron “Catalessi”.

 

Da solo me ne andavo in giro, giù nell’urbe

un oppido siculiano

tre stelle in Cielo

quattro strade

un campanaro,

io atteggiato come un galletto americano.

 

Se fu per quello, avendo dunque il modo giusto

ma un volto che allo scògnito ingiusto

parèa parlasse come

di detersivo in un fusto

destinato a contenere 

eroina per i tossici a “monnezza”,

qualcun risolse i suoi guai 

trattando quanto avvenne

a sua pia discolpa

lasciando me, morente, sopra scale

d’una ingiusta colpa.

 

Ancor non brilla chiaro il caso 

di quella turpe mozza

in giorni che potean esser belli

(e per tutti o quasi furo)

ma che finirono per placare un padre Laio,

il cui figlio venne dato in pasto,

e qui io ve lo giuro, 

come a Satana d’Inferno,

questi un bieco macellaio.

 

 

 

170) SCHERZO DUANO.

 

Tal fu strazio

per chi ora giacque e poi fu arso,

in vita e dopo morto.

Par mestizia

ma a quel Porto ancora attraccano le navi,

panfili e barchette

e me lo voglio immaginare

pure lui, andato via

…per le scale, pei fusti 

d’ingiusti

verso il Walhalla sacro 

come un padre a modo,

un dio vituperato.

 

“Poi, a Dio!” tutto sarà fatto.

E risolto poi l’ingiusto.

Poi per quelli a cui mai potuto abbia

sputare nella faccia

resi doni

tentando di trarne Solide Torri di Rabbia.

 

Che poi quelli, scaltri, cercaron di tarlare

ma la nebbia poi fu tale

dacché ancor d’altro oppio

ottenni d’ingoiare…

 

Poi fu pace. Almen per poco 

o chi sa per quanto ancora.

Ma taccio qui sul Resto 

perché il Resto mi addolora.

 

 

171) SCHERZO TERZERO.

 

I giorni della Merla son da presso,

veggo, cantando

un po’ più spesso.

 

Nessuno più mi parla di tristi giorni andati

la storia e quel che è la scrivo

leggendo quanto vedo:

i carcerati, ai quali fu concessa un’unica via

i volti mesti del rione “Bellezza”,

ricordo di un uomo, un anziano, gentilezza,

giovani sciamanti alla fine delle scuole,

dei due giorni ante al viaggio

di commiato lor parole.

 

A volte sembra che a partire abbia fatto a tutti sgarbo,

non so cosa voglia dire né perché poi io abbia pianto.

 

La Saggezza a volte cade dopo che qualcuno se n’è andato

meglio a volte dire “Grazie!” se qualcuno vi ha aiutato.

 

Poi, del resto, ognun lo viva

se par giusta questa riva 

meglio in ver che sia giuliva,

sebben poi sia stata torta,

ma che al fin, poi, il giusto arrida

or che trascorsa è l’ora morta.

 

 

 

172.

 

Ciascuno la propria tristezza

se la compra come vuole,

come può, dove vuole,

anche qui.

 

 

 

 

 

<< I will play the swan,

And die in music. >>

 

William Shakespeare: “Othello.: 2: 247-248.

 

 

 

 

 

 




[1] Prima vittima di Dracula nell’omonimo romanzo di Bram Stoker (1897).

[2] Protagonista dell’omonimo romanzo di Thüring von Ringoltingen del 1474. Melusina è una fata metà donna e metà serpente. Per nascondere la propria natura, domanda al marito di potersi ritirare nelle proprie stanze ogni sabato, senza essere spiata o contattata in alcun modo. Una volta, spinto dai pettegolezzi, il marito viola la volontà di Melusina. Da lì la perdita d’ogni gioia per lui.

[3] Riferimento all’elmo gigantesco che reca sventura nel romanzo di Horace Walpole “The Castle of Otranto.” (1764).

[4] Ispirato alla copertina del primo numero di Charlie Hebdo dopo l’attentato terroristico di cui è stata oggetto la redazione del celeberrimo giornale satirico a opera di due fondamentalisti islamici ad inizio del Gennaio del 2015. La copertina ritrae il profeta Maometto, che regge un cartello recitante <<Je suis Charlie>>, motto di solidarietà divenuto, dopo la strage, simbolo della lotta illuministica contro l’islamizzazione dell’Europa e della resistenza antifondamentalista; la didascalia della copertina reca, invece, la seguente dichiarazione: <<Tout est pardonné>> (= <<Tutto è perdonato>>). Per molti di noi non è così. Nulla è perdonato. Vendetta per Charlie Hebdo!

[5] Figura dei tarocchi che rappresenta la giovinezza, l’arte, l’idealismo e l’amicizia.

[6] La poesia si ispira liberamente a una leggenda su S. Benedetto e la sorella S. Scolastica. Essi, entrambi monaci, s’incontravano di rado. Durante uno dei loro colloqui, quando già Scolastica era vicina alla morte, giunse l’ora stabilita dalla Regola per il rientro. Ma la sorella supplicò Benedetto di fermarsi ancora. Quando lui si mostrò intransigente, Scolastica pregò accoratamente. Scoppiò un temporale che costrinse Benedetto a restare al fianco di lei. Fu il loro ultimo incontro.

[7] Dedicato a Franco Battiato.

[8] Dedicato a mia madre Olimpia.

 

 

 

 

 

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Anno 2019