"CARNAMI"

 

“CARNAMI”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 




 

0) DEL DISORDINE DEL POETA DEL DISORDINE (PREAMBOLO DI GINO PANARIELLO).

Manuel Omar Triscari scrive d’amore a modo suo: “disordinatamente” direbbe qualcuno, “a cazzo di cane perché sono cazzi miei” come invece direbbe lui. E il disordine è il filo conduttore della sua raccolta, in cui è però ben chiara una cosa: la passione per le donne e per il potere che esercitano su di noi poveri “cazzoni” (sempre immaginando un suo commento) con la loro sessualità. E il riconoscimento, la (voluta, volutissima) sottomissione a questa autorità (la gnagna, ragazzi, inutile girarci intorno, se non con la lingua) è descritta in questa sua raccolta. Manuel Omar scrive quel che pochi hanno la faccia tosta di dire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Muna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0) LA PROVA DEL POETA (PROLOGO DI JONATHAN RIZZO).
Manuel Omar Triscari fa paura. È un poeta che non può che dare fastidio nel panorama ‘culturale’ nazionale. Non chiede permesso, non chiede scusa, e non è amico degli amici degli amici... Non ha Santi in Paradiso né agganci politici. Si presenta come volgare, sboccacciato ed irriverente per il gusto di esserlo e per la verità nel viverlo.
Lui ti sconsiglia di leggerlo con qualsiasi fibra del suo corpo, azione e parola, ma è la copertina del libro o quella di Linus, perché se per fargli dispetto apri le sue pagine, sfogli le sue righe trovi una grande anima poetica e sensibile, capace di vivere veramente e commuoversi sinceramente per il bello e la luce del mondo e per i mostri che abitano i nostri sogni così concreti.
Però questo lui non te lo dice in principio né lo condivide con te fino a che tu non divieni lettore, persona reale persa tra le sue parole. Farà di tutto per impedirti di leggerlo. Partendo da decine di poesie in centinaia di pagine, numeri dopo numero, pur di darti tutti gli elementi per evitarlo, pur di spaventarti.
Triscari è la prova del poeta. Tu, lettore assuefatto al politicamente corretto vuoto di contenuto e struttura, se vuoi essere suo devi guadagnartelo, perché lui è capace a vivere un’emozione ed a imbrigliarla nei versi così da liberarla e liberarsene per sempre. Manuel Omar fa paura, forse in primis a se stesso. E a voi, dopo averlo letto, non la farà più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<non hai proprio idea

di quanto la galoppata sia stata

selvaggia e piacevole.

è stato il miracolo

dei miracoli.>>

(Charles Bukowski: “Bicchiere della staffa”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1) IO.

 

 

 

 

 

 

 

IO.

 

Io sono lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,

io sono lo straniero dalla faccia lunga e scura

che ti fissa e pensoso non parla,

il siciliano mafioso e sporco, infido e diffidente,

sono il malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,

il cane bastardo che ti morde la mano se la tendi per una carezza,

io sono il nomade col cuore riarso dal sole,

lo sfortunato anemone marino in balia dei flutti.

 

La sorte mi ha affidato all’egre cure dell’accasciante necessità,

i neri affanni mi hanno incanutito,

le fatiche e i perigli hanno increspato il mio volto:

non solo altro che un vecchio barbone spaventato e solo

che davanti a panorami imminenti di terrore e rabbia imminenti

e paura e lebbra imminenti, e delitto e crimine imminenti,

e malvagità e cattiveria e dolore e spavento imminenti,

lancia l’urlo violento del vecchio barbone spaventato e solo;

non sono altro che un barbone, sgradevole e sporco,

che in ogni angolo vi molesta chiedendovi una moneta.

 

Io sono quel barbone sgradevole e sporco

che davanti a grandi lampioni illuminati

come ai piedi di grandi puttane anch’esse illuminate

o davanti alle bambine che sembrano levitare

proietta nel vuoto l’insulto della propria lurida essenza.

Io sono quel barbone sporco e affamato

che avvolto in lamentose combinazioni

pone una nota scura sulle vostre teste e vi intima:

se ipocritamente vi abbasserete per lanciarmi una monetina

coglierò l’occasione per rubarvi il portafoglio dalla tasca.

Io sono questo barbone schifoso e sporco

che vi lancia l’insulto furiosa della propria misera esistenza,

questo barbone importuno e inopportuno

(senza dubbio inopportuno)

che corrompe il mediocre panorama culturale italiano

con la propria vena poetica che impone ardue prove

e sinistre rivoluzioni al panorama culturale nazionale

per poi continuare a sopravvivere con la faccia nel sangue;

quel vecchio barbone arruffato e scapigliato e scarmigliato

che improvvisa un letto con vecchi cartoni e aspetta

sicuro che tu verrai a tenergli un po’ di compagnia.

 

Io sono niente:

solo membra in frantumi, mente in frantumi, cuore in frantumi,

tendini lacerati, giunture slogate, ossa frante,

e rabbia latente, che sale d’abissi di disperazione incombente.

 

Ma come bragia ascosa sotto grigia cinigia

brucio nel fango di questa umida città

corroso dalla sifilide e dall’odio,

brucio in questa bigia città e nell’atroce sua notte,

brucio senza soldi, senza luce e senza gas,

brucio mentre in fiamme esplodo sogni a raggiera

e paure e incubi e desideri e istinti e sospiri e gemiti

che uguali a lapilli colano di vulcano incandescenti

e che raccolgo e tengo in serbo per te,

se vieni a vedere la notte con me.

 

 

 

 

 

TU NON SAI.

 

Tu non sai chi io sia né chi fui

né quale sole in volto mi arse

né quale amore bruciò le mie palpebre

né quali donne spartirono con me il giaciglio

nelle mie notti senza alba

né quali mani mi scossero dal torpore

o quali baci mi addormentarono.

 

Tu non sai la morte

che il mio cuore ogni giorno vive

ma sappi questo:

che oggi sono qui per te

certo che verrai

a raccogliere margherite

e inseguire farfalle

con me.

 

 

 

 

 

COME VISSI.

 

Reso leggero e duro dalla vita

trascorsa in cento e cento gironi di sventura

approdo ad altri liti incolume e invitto.

 

Vissi come volli

in barba all’inganno della ragione e dell’abitudine

e ora la mia verità truccata disvelo

non per un posto in paradiso

tra vati e anfitrioni

ma per il mio vizio inesausto

di barare.

 

Sono un solitario

in bilico tra oblio e rovina,

terrore e coraggio,

temendo il nulla.

 

 

 

 

 

IL MONDO ALLUCINANTE.

 

So che presto il fato mi sbatterà lontano dal mio ramo

come il vento la povera foglia frale.

E il domani appressa,

e nel breve giro di un giorno

sull’oscuro legno salperò,       

nell’oscuro buio tremendo mare,

e vagherò in altri liti

per altre latitudini

tra altra gente.

 

Ora che dunque il domani appressa

e l’odievole impresa mi aspetta

e tutto sembra sbagliato errato falso

e minaccia e paura ricompaiono

e il rancore inalbera e gonfia

e sembra che i demoni stiano scommettendo sulla mia vita

una domanda come scalpro assilla

e martella il mio cuore:

allorchè tutto sarà compiuto

e il rostro fenderà l’olida aurora di disconosciute spiagge

¿in quale plaga sarò sbattuto domani,

in quale luogo sarò morso e battuto da venti e flutti domani,

in quale mare sarò azzannato alle calcagna

da venti e flutti domani,

in quale mare sarò roso da venti e flutti domani,

dovrò considerarmi un naufrago o un fuggiasco,

sarò un sopravvissuto, un rinnegato o un esiliato,

troverò un altro amore che mi stringa la mano

quando vivere è difficile e fredda è la notte?

 

¿Che cosa sbagliai, dove errai, quando?

¿Perché sono punito?

¿In quale momento e in quale luogo peccai?

 

Oh amore mio, solo questo vorrei:

che ancora ti stringessi a me

poichè non so viverlo questo mondo

sbagliato e imperfetto.

 

Oh amore mio, vorrei che ancora tu mi stringessi

quando scenderà la sera e la tenebra

stenderà il suo buio manto

sulla mia pelle.

 

Oh amore mio,

vorrei che quella notte fossi ancora tu,

vorrei che ancora mi tenessi la mano

quando questo cielo di stelle

mi trafiggerà come mille cuspidi di lancia

appuntite e taglienti come i ricordi

o i rimpianti.

 

Oh amore mio,

tutto sembra sbagliato adesso,

solo tu non lo eri,

ma tu non sei più e forse mai fosti:

forse fosti solo un allucinazione

in questo mondo allucinante.

 

Eppure i gatti passeggiano sul mio tetto

e il fiume scorre placido e tranquillo nel suo letto

addolcendo questa notte

questa notte dura come un muro

cattiva come il mare (quando il mare è cattivo)

feroce come il tempo (che è sempre feroce)

incerta come un tuffo al cuore

indolente e testarda come un mulo

questa notte senza voce

e senza colpe.

 

 

 

 

 

IL PERDENTE.

 

Ieri solo stracci e fianchi cinti da logora cintura,

rancido cibo e ambigui amori,

zero soldi e zero sogni.

Oggi superbo e altero cammino

come fra brenne calpitante cavallo

veloce più di paure e incubi,

e indosso pure la cravatta,

(io che non la portavo mai),

e in piazza scendo tutti fissando spavaldo

(ma io non uscivo mai, rimanevo sempre in casa,

osservando dalla finestra la gente e la vita trascorrere),

e cambiata è pure la mia voce ed è sicura e ferma

(io che non parlavo mai),

e posso sollevare e strappare uomini come cenci

(io perenne caga-sotto),

e bevo vino e non mi ubriaco

(io che non bevevo mai),

e tiro ai dadi e rido, insolente e sfrontato

(ma io non giocavo mai, non sorridevo mai),

e temendo non parlano gli altri

e mi guardano giocare e vincere

e vinco e vinco e vinco

e tutti mi guardano giocare e vincere e vincere e vincere...

Ma io non vincevo mai: ero sempre il perdente).

 

 

 

 

 

SOLO.

 

Nel cuore dell’oscura notte io

solingo e trafitto da un raggio di luna

sento solitudine pungere la mia pelle

come se fredde mani con glaciali dita

percorressero gl’interstizi del mio corpo.

 

Così esco di casa e passeggio

insieme alla signora solitudine

elegantissima e altera.

 

Solo

guido

lungo la strada arroventata

lungo i viali alberati

lungo questa città,

guido in lungo e in largo

diretto altrove e ovunque,

diretto in nessun-posto,

in un luogo tranquillo e isolato

oltre le case e lontano dal mercato,

oltre questo tramonto violaceo

oltre l’olore lascivo di questa città

oltre il ponte e l’autostrada,

e vedo solo morte

e morti circondarmi

anche loro diretti in nessun-posto

o a sud di nessun nord

con le loro belle facce rilassate

e le loro belle macchine fiammanti

e le loro belle donne bionde

sciamanti in stolidi ozî

sciupando la vita in stupidi passatempi

nei loro vestiti tirati a lustro

nelle loro vite comode e sicure

nelle loro scarpe appena lucidate.

 

Io non lucido mai le scarpe.

 

E neppure la mia vita.

 

 

 

 

 

ANGOSCIA.

 

Pelle di pantera e chioma di scorpione,

seni dolcissimi d’ambra e bocca d’ambrosia,

denti di giglio e viso pure di elleboro,

bruni fianchi incombenti come neri cirri

e profumo ridente di membra innocenti,

elettro-magnetico fulgore di capelli

crudeli negazioni di sguardi e affanni di sospiri,

brucianti illuminazioni di splendidi sorrisi,

i tuoi occhi d’alba mi abbacinano e stupiscono.

 

Sotto il tuo crudo amore mi sento morire,

dal tuo amore nasce la mia pena,

nel tuo sesso la mia solitudine

(ma io non voglio essere solo

ho insaziabile fame che riempio

con corpi senza amore

e senza anima).

 

Il tuo amore è la mia schiavitù,

il tuo amore è la mia desolazione,

il tuo amore mi rende schiavo.

 

Quando non ci sei,

resto seduto da solo, al buio, in un angolo,

aspettando la tua telefonata

e la mattina, quando apro gli occhi,

m’illudo di rivederti.

 

Quando non ci sei

un antico e greve gelo

preme alle pareti del cuore,

mentre solo e solingo

solitudine cerco e solitudine trovo,

nel casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro

e le mie fragili meningi dai perigliosi pensieri proteggo,

una voce o un segno modulando per assicurarmi

che anche io non sia già morto

senza saperlo.

 

L’amore è una schiavitù.

E sangue la bellezza.

 

 

 

 

 

I DEMONI.

 

Mi dicevi <<Non andare, deciso è già tutto,

combinata la gara, e già morto tu sarai

allorchè sul ring salirai:

sotto la cintola colpito verrai

e in terra croderai

come uccello atterrato

dalla misteriosa forza del fucile.>>.

 

È vero: i demoni sembrano invincibili

mostri con mille braccia

erompenti da un capovolto prima-nulla eterno

e capaci di sferrare mille pugni

mi aspettano dietro l’angolo

per atterrarmi quel giorno

in cui mi troveranno troppo stanco;

ma non sanno che anche io

all’angolo aspetto

e certo quel giorno

gli taglierò la gola.

 

Suona il gong sulfureo

che annunzia la battaglia.

 

 

 

 

 

DRENAGGIO.

 

Serbatoio di drenaggio

Resérvoir d’aspiration

Reservorio de succion

Saugreservoir

Reservatorio de aspiraçâo

Emme rezervuari

 

Leggo queste parole nella sacca di drenaggio

affittami all’addome come un’altra anima di mortale putrore,

putida putrilagine e fermentante putredine,

mentre due anodini vermi mi artigliano la pelle

azzannandomi la carne e le membra

con minuscoli voracissimi denti che drenano il sangue

in un putrido fetido marcido stagnante lago tascabile

e penso che tutto ciò non sia altro che un anticipo di morte,

che la vita non sia nient’altro che un lungo anticipo sulla morte.

 

 

 

 

 

DI NOTTE.

 

Camminando in mari notturni

mi ritrovo in arcipelaghi insonni

a me fraterni.

 

Trafitto da un raggio di luna

tremo come un mare di grano

percosso dagli zoccoli del vento

calpitante.

 

 

 

 

 

CAMMINO.

 

Cammino

sempre cammino

per strade povere e sterri

disgraziato e folle

figlio delle stelle, fratello dei cani

andando con i miei piedi

laddove desidero andare.

 

Cammino

sempre cammino

ma a mete conclusive

mai arrivo.

 

Percorro

albe trame strade

su treni carri e scafi

ma luoghi dolci non trovo

solo rimorsi rimpianti e regretti

amanti notturni angeli

e in cerebro una lesa cadenza

d’idiota.

 

Cammino

sempre cammino

con passo straniero e amico

nei deserti della notte puttana

senza nessun conforto

senza nessuna meta

senza nessun reale obbietto

senza nessun reale desiderio

senza nessun dovere

senza nessun limite

se non la notte e il giorno.

 

Cammino

sempre cammino

ma mai arrivo

e per eccitarmi ancora

in eterei e sucidi amori suicidi indugio

a disdicevoli torture amore sacrificando

a inganno amare disperando

e solo mi rimane d’ignoti corpi

il dolce maledetto tormento.

 

 

 

 

 

LA POESIA.

 

Mi sono isolato dalla gente e dai suoi affanni:

Scrivo, scrivo qualcosa d’inutile,

e come Seneca non affido alla scrittura

precetti salutari come ricette terapeutiche

affinchè le mie ferite

benchè non perfettamente rimarginate

cessino di estendersi e suppurare.

 

Credimi, quelli che sembrano non combinare nulla

fanno cose più importanti,

come due amanti che si amano

dietro le nere membrane della notte

bocca nella bocca, sangue nel sangue, carne nella carne.

 

 

 

 

 

CONFESSO CHE HO VISSUTO.

 

Breve, troppo breve è vita per pensare:

non possiamo fare altro che vivere.

 

E vissi.

 

Vissi con cuore intrepido

e mente impavida,

vissi con tutto me stesso,

vissi rinascendo ad ogni respiro

ad ogni attimo

ad ogni passo,

vissi con ogni nervo

e ogni fibra.

 

Vita pervase e colmò ogni mia piega,

penetrando in me fino al sangue e al midollo

anzi oltre il sangue e il midollo.

 

Vissi

con la disperanza dei forti

con la fortezza dei folli

con la follia degli dei.

 

Vissi vissi vissi

con il cuore in gola nel cuore della notte

in ogni luogo in ogni momento

giorno e notte

nella bonaccia come nella tempesta

nella bufera come nel sole

nella procella come nel sereno.

 

Tutto ambii e tutto tentai,

ogni gesto or rude or armonioso amai,

amai ogni donna

e ogni uomo

or grandioso or deplorevole

mi affascinò,

invidiando l’uomo che ride sul cadavere del nemico

come quello che erige templi alla pace.

 

Sempre onnivoro di sentimenti

nel mare della vita mi lancia

più nudo di Adamo

più innamorato di Leandro

più terribile di Aguirre

più temerario di Achille

più impavido di Eracle

più sprezzante di Bruto.

 

Mi mangerei tutta la terra

mi berrei tutto il mare

ma la terra intera non mi sazierebbe

e il mare intero non mi disseterebbe.

 

No, il mondo non mi basta.

 

Il mondo

 

non

 

mi

 

basta.

 

 

 

 

 

SENZA NULLA DA DIRE.

 

Mentre l’acqua fresca mormora tra i rami

effondendo profonda quiete

e serenità profondendo effusa,

e il vento stormisce tra le foglie

spargendo malvaceo odore,

e la pioggia marcisce la sera,

e in valli e vette non voce risuona,

e ultimo si ode il flebile-flessibile fruscio

del serpe che rintana,

e da terre luce fugge fluendo

in un cieco fiume senza fine,

e i miei incubi cinguettano scemenze,

e la violacea violenta luce del tramonto offusca il giorno,

e il tramonto è screziato di ostro e avorio,

e la mia ombra mi scivola accanto

in una pozza d’inchiostro,

e il tramonto è trafitto dal fulmine rosso-sole,

e il vento tormenta mari e monti

e ci ulula addosso

dal nulla furioso al nulla avanzando,

e le verdi chiome degli alberi

sono battute dagli zoccoli del vento galoppante,

e le acque gonfiano nubi e fiumi

e i nembi incombono e impetuose tempeste rombano,

e le bufere cupamente procellano

piovendo su tetti e alvi fiumali,

e il grido dell’uccello annunziante il verno

cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso

percorso da lame taglienti

brandenti il cielo che frastaglia

e scaglia a scaglia lento si annera

nella sera crepitando e vomitando

una nera nera tromba attorta

di schiume morte

quale oscura ghiera.

 

Io, fatto parole,

dissolto in milioni di parole,

disciolto in miriadi di parole,

prole fuggitiva abortiva abortita,

senza nulla da dire

scrivo questa poesia

che non ha nulla da dire

e nulla dice.

 

 

 

 

 

ODE ALLA SERA ESTIVA.

 

Sera estiva,

scaglie di vetro iridescenti,

occaso striato da filamenti di luce coagulata,

agonizzante sanguinoso crepuscolo,

vespro cruente come cruda carne,

stelle opaline come lampade nel cielo pecioso,

roco lamento di fronde morte

pallenti nella mota di prati morienti,

pluviosi smeraldi stillanti

su arborei scheletri opalescenti,

trilli di grilli scoppiettanti,

rugghio di noiose cicale,

schiocco di serpi,

fruscio di sterpi,

ronzio di vespe

e silenzio di bambagia che soffoca

la violacea fiamma vespertina

in un grigiore di brace.

 

 

 

 

 

ODE MINIMA ALLA SERA D’INVERNO.

 

Già la fiamma del vespro

scema e cangia in nero

il viola dell’occaso:

scompare questo giorno

nell’imbuto della sera

e con esso ogni pensiero.

 

Esplode all’occaso la sera

in un tramonto viola di petardo

e scivola ormai questo giorno

nell’imbuto della sera.

 

All’ultimo lume

sorride il vespro

e gli occhi china mesto:

soffoca in gola            

ogni pensiero.

 

 

 

 

 

ODE MINIMA ALLA PIOGGIA.

 

In uno spastico vespro opalescenti

come su arborei scheletri smeraldi

gocce su gocce stilla la pioggia.

 

 

 

 

 

ODE MINIMA ALLA LUNA.

 

Luna, nuda luna,

nuda silenziosa luna,

occhio della notte

capezzolo del cielo

parte visibile del nulla.

 

 

 

 

 

ODE SEMI-MINIMA ALL’ESTATE.

 

Tutto arde la sete,

l’aere fumica calura,

e terra e ginocchi dissecca il calido lume,

arido il sesso e arido il ventre,

solo infiora il superbo cardo

e il suo rosso grido vibra

tra le spine.

 

Dai fiumi deriva l’acqua alle gore,

e l’ansito del vento apre dei meli il fiore,

e tra oscure foglie e gelosi tralci germoglia il ramo,

e come il nordico vento rosso-fulmine

tormenta e agita giunchi e fronde

così torbido e dispietato Amore

in me rapido muove ed estenua

la mia mente demente.

 

 

 

 

 

ODE AL MARE.

 

La strada è una esplosione,

una deflagrazione di aranci rossi come carboni ardenti,

e in fondo alla strada il mare verdeggiante e tremulo

che crolla il suo manto

e sciolto da ogni ritegno si scatena

e sbriglia i propri cavalli sfrenati

e risale e ribolle dagli intimi gorghi

sotto lo zoccolo del vento fulmino-violento.

 

Oh mare,

tu mare,

con le tue nitide linee

delimitate da severi venti di piombo

tu, mare,

puro forma di metallo-peso,

bianca purezza e pura essenza,

la tua onda divampa e non consuma

la tua fine diviene origine

la tua sostanza è una pura forza

alente se stessa.

 

Oh mare,

oh mare, che a scaglia a scaglia ti screzi alla luna,

oh mare, sei un muro

e come una spada tagli in due l’orizzonte:

si sente schiantare l’alma alla tua visione,

e il timore che incuti non abbandona.

 

Oh mare,

compagno di tante notti insonni

compagno di desideri e sogni

compagno di ansie e dubbi

mi sei sempre stato accanto

nelle notti in cui tutto bruciava

sempre pronto a spegnere l’incendio

che dentro me divampava.

 

Oh mare, mare,

sei stato il compagno silenzioso

delle mie notti sole, il compagno ruggente

dei miei giorni senza sole.

 

Oh mare,

che puoi sciogliere i nodi delle tenebre col tuo riverbero,

ora che gli occhi sono diventati tremuli e nubilosi

per il pianto che sorge sul ciglio,

se ancora mi sei amico

prendimi adesso che tutto affonda

e portami giù con te

dove non si sente il dolore:

annegami affogami assiderami

nel tuo abbraccio,

avvolgimi stritolami stiacciami

e così annienta nel gorgo tuo spaventoso

 il gorgo del mio spavento.

 

Oh mare,

tu che solo sei stato testo ai miei turbamenti

ti prego trascinami via

ingoia le mie ossa

e con esse le mie paure,

svegliami da questo incubo

che è un sogno che è un incubo

e portami via da questo mondo

che non riesco a vivere.

 

Così solo

morto

sarò libero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) DONNE.

 

 

 

 

 

 

 

YUMI.

 

L’amavo,

e amavo i foschi meandri dei suoi occhi atroci,

l’alburna linea di luna del suo sorriso eburneo,

l’opalescente riflesso della sua pelle di tenebra,

il negro arco del suo ventre di velluto,

la furente curva dei fianchi plumbei,

lo svelto passo di bambagia dei suoi piedi,

il rettilineo audace delle sue gambe,

il buio tunnel della sua vagina di ostro,

il carnoso grido del suo sesso d’amaranto,

ma, poi, un bel giorno, l’incanto svanì

quando scoprii,

vittima dei miei abbagli e delle mie illusioni,

che anche lei era una di quelle

una di quelle che nella vita

che nella vita ha visto

più cazzi che tramonti.

 

 

 

 

 

MARTHA.

 

Conoscevo Martha da qualche mese. Era una mia vicina, mezza schizzata per via di un forte esaurimento nervoso che l’attanagliava nelle sue spire esiziali di cobra e non intendeva mollarla prima di averla soffocata.

Eppure, il suo incedere solenne, la curva bruna dei suoi fianchi, e la sua bellezza perfetta e rotonda che si specchiava in modo sublime nella pura forma di acciaio del suo corpo, tutto ciò la rendeva una femmina superba, carne di prima qualità.

Ma aveva un difetto: parlava troppo, una glossolalia insensata erompente da un profondo vuoto pneumatico come il vento che viene dal nulla o la corrente marina, che nutre se stessa dal nulla provenendo al nulla avanzando.

Un giorno decido di invitarla per un caffè. Non scopavo da giorni e iniziavo ad avvertire un certo dolore spermatico: dovevo assolutamente sfogarmi e versare il seme in eccesso o sarei stato male. Inoltre, la mia vena creativa si effonde solo quando la carne e il corpo sono satolli: posso scrivere tutta la notte ma dopo avere saturato i sensi o magari aver passeggiato in riva al mare tutto il giorno insieme con un bel volto di paradiso e scopato e goduto a dovere.

Ad ogni modo, come fu e come non fu, lei accetta e con il pretesto del caldo si spoglia dei vestiti e della sua pelle di serpente, trasformandosi in una creatura silente e furtiva. Poi va ai fornelli e mi prepara un caffè. E devo confessare che vederla semi-nuda, con addosso solo un microscopico tanga, mi eccitava molto. Quella negra mi piaceva davvero, soprattutto quando taceva: quando parlava diceva troppe stronzate, ma per fortuna eravamo attratti solo sessualmente e nient’altro e a me stava bene poichè ormai non riuscivo più ad avere per una donna altro fuorchè un’erezione. E poi gli amori fugaci sono deliziosi, poichè non hanno passato né futuro, e non creano aspettative, e le aspettative sono sempre deleterie e rovinano tutto. Ma forse mi sbagliavo sul suo conto: forse lei nutriva delle aspettative, forse stava incastrando i pezzi di un puzzle, forse è così che si vive, piccoli capitoli brevi alla Bukowski, forse si vive così, incastrando fra loro tutte le caselle finchè il quadro non si completa, incastrando nel cuore ogni ora, ogni giorno, ogni tappa, ogni persona incontrata nel tragitto e poi persa. Forse la vita si costruisce così, come un puzzle. Ma non lo avrei mai saputo: ho sempre vissuto tutto d’un fiato. Fino all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro.

 

 

 

 

 

TATIANNA.

 

Piove,

nulla da fare,

sempre la stessa monotonia,

un giorno passa un altro

e nulla cambia.

Nulla cambia nulla,

la pioggia batte contro i vetri

e ogni goccia è un colpo di pistola alla mia indolenza.

Esco di casa

cammino

senza direzione

e la incontro:

statuaria

selvaggia

e superba

nella poderosa smisuratezza

dei suoi muscoli

e delle sue carne.

 

Il vetro-albume dei suoi occhi affiorante dall’atroce viso

come l’aurora scialba sbuca fuori al termine della notte,

il segreto del suo cuore rampollante dai suoi occhi alburni

come un’altra lei brillante e lucente

che si affacci da un pozzo nero,

i suoi fianchi arroganti

terminanti in una protuberanza eccessiva e voluttuosa:

il fiore delle sue carni,

selvaggio e irriducibile,

penzolante come una goccia fresca di rosso sangue

dal ventre rigonfio e accogliente.

 

Tutto in un lampo: io che con le mani sfioro

gli interminabili spazi del suo corpo,

e con la bocca misuro la distesa delle sue gambe,

e con la lingua le profondità interstiziali della vulva

olente di frutta matura e un po’stantia,

e come fiore di agave mortale

turgido il clito che si erge dalle ninfe carnose

mentre lei gode tremando come luna nell’acqua.

 

Ah misteriosa rossa carnosa bocca,

ninfea voluttuosa tra floride ninfe,

fiore delle sue carni,

carne del mio desiderio...

 

 

 

 

 

ENRICA.

 

Chiacchierammo un paio d’ore

ridendo e scherzando

lentamente

gradualmente

inesorabilmente

reciprocamente attratti

l’una dall’altro.

Poi il silenzio

e infine ci baciammo,

un bacio repentino come la rabbia,

improvviso come l’ira,

mentre io già avvertivo una poderosa erezione

calcitrare contro la patta dei pantaloni.

Così, le infilai una mano sotto la gonna,

e lei la strinse fra le sue cosce muscolose, odorose d’amarena,

mentre i suoi gemiti mi ululavano dentro le meningi

come latrati di un cane rabbioso che viene dall’inferno

nella notte fulgida, luminosa di languide promesse.

 

Poi ci alzammo, scantonammo,

e ci trovammo in un vico angusto e sporco

sotto una scalinata malferma e provvisoria.

Lei veloce sollevò la gonna fin sopra le anche

e io allora sciolsi la cerniera ed estrassi il cazzo

che già viola-turgido comminava una furiosa pioggia spermatica

e puntai dritto al culo

e la mia cappella bagnata e palpitante

e dura come il marmo entrò al primo colpo di reni

e così, in un vico lurido infimo e infame, all’aperto,

goffamente nascosti, rannicchiati e accovacciati,

sotto una scala vacillante e incerta come noi due

quella sera lei ebbe lo sfintere rotto da un solo colpo di reni

e io le labbra rosso-porpora dell’ebbrezza

rosse di una tale ebbrezza che anche ora che scrivo

ancora m’inebrio

e sento calido come il vino il suo fiato

ed ebbra sento pur l’anima mia

volare leggera ancorchè satolla.

 

In fondo, la vita è dolce se glielo concedi.

 

 

 

 

 

MARIANGELA.

 

Le 5 del mattino,

e la mano splendida dell’aurora dissolveva i nodi delle tenebre,

l’occaso ancora trafitto da puntute cuspidi argentee

e l’orto che già aveva l’oro in bocca,

il sole, come mare in tempesta

ribollente scalpicciante scalpitante sotto gli zoccoli del vento

avanzava sferrando l’estremo attacco al buio,

e le stelle, nel lembo ultimo della notte, che correvano

come brillanti scudi in groppa a negri corsieri in fuga.

 

Lei si era assopita da poco

e ora giaceva sul letto disfatto

placida e abbandonata

nel suo drappo corvino di capelli.

 

Scopammo tutta la notte,

una bellissima cavalcata folle

e senza fine,

violenta e dispietata,

poi l’amplesso

e un orgasmo

disperato,

il sesso che gridava la sua vittoria a labbra aperte,

dispiegate,

il clito ancora rigonfio

che si ergeva tronfio e pago

dalle ninfe carnose e rosse,

e la vulva esausta ma ancora pulsante

come un animale stanco

e ansimante.

 

<<Eh sì, il sesso è dei forti.>> pensai

mentre le scostavo la testa dal mio braccio

per alzarmi e andare in bagno a pisciare.

Poi andai in cucina

mi versai caffè con latte

e lo sorseggiai lentamente

mentre la radio trasmetteva il suono mellifluo

della chitarra dei Guns n’ Roses.

Poi sfogliai un libro e lessi qualche pagina.

Infine anche lei si alzò,

incedette verso di me

con passo deciso e leggiadro

nella sua nuda bellezza di rosa,

il suo piede sinistro aveva un neo

nella parte interna della caviglia,

e la sua schiena terminava in due fossette

pronunciate e davvero eccitanti.

Ci salutammo

e io le carezzai il culo con una mano

infilandole il dito medio tra le chiappe.

Ma la zona era molto sudata e appiccicosa:

quando tolsi la mano oliva di merda!

 

Dunque il sesso è anche scambio di merda!

Non bastano i soliti liquori

sperma

piscio

umore

saliva

sudore,

no!

Ci voleva anche la merda! Era troppo!

<<Forse non sono un forte...>> pensai.

 

 

 

 

 

IRINA.

 

Sigaretta postamplesso,

torpore postamplesso,

tu discinta e nuda,

sesso ancor dischiuso,

stillante la sua

lacrima di piacere,

e io alla ricerca di una vecchia maglia logora

per andare al mare e finalmente annegare

la cospirazione del desiderio.

 

 

 

 

 

KATHERINA.

 

Pallida e scarmigliata,

il tuo aguzzo scorpione aculeato

che mi trafigge il petto,

il tuo scabroso sesso

ancora rigonfio e tronfio per il recente amplesso,

e nella tua bocca il mio

sidereo inerte

freddo

seme.

 

 

 

 

 

BLESSING.

 

Pomeriggio,

cielo di porpora,

sole screziato

di nubi e caligine,

esco,

nessuna meta,

buona carica sessuale

e grande quiete interiore,

giorno solitario

strada solitaria

donna solitaria

incedente sull’asfalto di fuoco

come fiamma agitata dal vento

statuaria

imminente

fatale

corpo muscoloso

pura forma di acciaio

tipica negra-muscoli

tutta nervi e sesso,

un unico fascio di tenebrosa luce

fasciata d’azzurra veste

trasportando due

gravose borse.

 

<<Vuoi una mano?>> le chiedo,

<<Grazie.>> dice.

 

Caldo,

tafani e sudore,

quarto piano senza ascensore,

dovunque sudore e sozzore.

Ballatoio,

tuguri di putte, ladri e drogati,

appartamento in fondo al corridoio,

una lurida minuscola camera,

letto cucina e cesso in un unico fetido anfratto,

e lei,

passo svelto e fianchi solenni,

ossa robuste

e vitalità selvaggia,

come il mare

calmo eppur minaccioso.

 

Mi prepara un caffè.

 

Bevo il caffè

fa schifo

poi mano sulle gambe

mano tra le cosce

dita tra le ninfe

madore

figa

culo

sudore

ancora culo

sborra

sigaretta.

<<Mi chiamo Blessing.>>,

<<Piacere, Manuel.>>.

Esco

(spero senza malattie gravi)

fuori

la strada

il sole

olore d’incenso nell’aria

di nuovo solo

di una furiosa solitudine rodente

morte in agguato

follia latente

disperanza incombente

torno in casa

le 8 della sera

sigaretta

vecchio filme di Woody Allen

caligine densa di buio

priva di moto

priva di vita

letto.

 

Che giornata del cazzo!

 

 

 

 

 

SANDRA.

 

Il giorno declinava assai ferinamente

in un placido splendore,

il cielo nitido era unica immensa pura forma

di benigna luce,

solo una leggera bruma screziava il sole,

e l’occaso radioso sembrava un drappo

calante da ignote alture

ad ammantare case palazzi persone

nelle sue diafane pieghe.

 

La vita merdosa chiedeva il conto:

senza una speranza

senza uno sbocco

senza nessuna prospettiva

e senza un cazzo da fare

decido di uscire:

cammino

nulla da fare

torno a casa

decido di dormire.

 

Mi sveglio

l’indomani

mattino

caco

piscio

esco

cammino per strada

mi fermo in un barra

ordino un caffè,

in attesa che inizi la mia vita

o forse un modo per scappare dalla mia vita

o entrambe le cose,

poi lei

passo svelto di felino

cammina

accentuando la curva ostinata dei suoi fianchi

occhi di cerbiatto e pelle di pantera

selvatica ed erratica

disegnando pure linee di acciaio

nell’aria.

 

Pago

lascio il resto

e pure la mancia

mi sento fortunato

i demoni sembrano concedermi una tregua

e gli dei sono gentili (oggi).

 

La seguo

scalpicciando con insistenza dietro di lei

si volta

e l’acciaio del suo sguardo

(raggio di sole al tramonto)

mi trafigge.

 

<<Hey bambola... bambola… bambola...>>,

<<Che cazzo vuoi?>>,

<<Sempre col cazzo in bocca voi negre eh…?>>,

<<E se anche fosse?>>,

 <<Dove vai?>>,

<<In chiesa...>>,

<<La tipica negra: chiesa al mattino e cazzi la sera.

     Come ti chiami?>>,

<<Che te ne frega?>>,

<<Perchè voglio scoparti!>>,

<<Vaffanculo.>>,

e quella parola le scivola clamorosa

da una bocca piena e sensuale

rotolando fino ai miei piedi

e sferrandomi un colpo secco e deciso

al mio orgoglio di amatore latino

e navigato seduttore.

 

<<Sai che hai un culo meraviglioso?>>,

non risponde,

<<Almeno dimmi come ti chiami.>>,

<<Sandra.>> dice

con uno sbuffo che repe veloce

sferrandomi altro colpo

in pieno ventre,

basso ventre…

 

<<Sandra, non sai che ti farei a quel culo…>>,

al che lei si volta

e volta il suo meraviglioso volto di paradiso

superba e viziosa

timore e pudore non sembravano per lei,

arresta

mi guarda con protervia

si avvicina e stizzita

<<Tesoro, non sai che cosa potrei fare io a te,

con questo culo…>> risponde,

e il suo forte madido odore mi trafigge inebriandomi.

 

Appuntamento per il pomeriggio

subito dopo la messa

(¿¡Ma quanto cazzo durano le messe in Africa!?).

 

Esco di casa

ed entro nell’aria calida

vengo investito dalla luce gravida del Luglio

il sole splende feroce

la terra pare gocciare e luccicare di vapore

e pure lei splende feroce nello splendore delle sue carne

in tutto il fulgido turgore delle sue carne

di giovane fiera indomita.

 

<<Vuoi bere qualcosa?>> chiedo,

<<Che cosa?>> risponde,

<<Non so, ma so che cosa ti darei io, da bere...>>:

non raccoglie la sfida e abbassa lo sguardo.

<<Ti va un bicchiere di vino?>> propongo,

<<Ma io non bevo.>> dice,

<<Nemmeno quando ami!?>> replico salace,

lei sorride leggermente, armonica e amica, gentile,

e in quel momento il mondo smise di valere qualcosa

<<Allora una bottiglietta d’acqua ah ah ah.>>,

<<Dai, passeggiamo.>>,

e passeggiamo...

 

La strada è un mare di piombo

il suoi occhi lanciano grandi strali umidi

che verberano e subito evaporano contro l’asfalto

e io mi sento turbato, molto turbato,

stranamente turbato.

 

Perché, vedi, io sono sempre andato per la mia strada

e con le mie gambe

lì dove m’è venuto il capriccio di andare

(la forza che uno ha è solo un accidente

che nasce dalla debolezza altrui,

la paura è solo una pallida e flaccida pinguedine

in abito blu),

ma ora vorrei solo camminare per l’eternità

accanto a quel corpo afro-paradisiaco

e poichè in fine la vita è nulla

credo che questo sarebbe la vera ricchezza:

passeggiare accanto al tuo volto di paradiso

in un angolo di paradiso.

Ma basta seghe mentali e deliqui alla Joyce!

C’è un culo che mi attende!

 

La porto a casa mia,

apro il portone d’ingresso e le faccio strada,

lei indossa un vestitino leggero ed estivo

che mi ricorda i tramonti della Sicilia

saliamo per un cicchetto

lei siede accavallando le gambe

meravigliose gambe muscolose e sode

e io le verso da bere

e mi accomodo accanto a lei sul divano

ma poi non resisto più

poggio il bicchiere

la sollevo

le sollevo il vestito

anzi glielo strappo

la sbatto al muro

le scosto la spalla del vestito

scopro il suo corpo di velluto

e con la lingua esploro il guanto di seta della sua vulva

poi molto lentamente la lubrifico finchè inizia a gemere

a questo punto la mia cappella

già rossa

è divenuta violacea

e commina una grandiosa sborrata

come l’infiorescenza suicida dell’agave che

nel momento supremo

immediatamente precedente lo sciparsi

esplode in una verga gigantesca e fiorita

che preannuncia la fine

e

beh, di questo passo anche per me la fine è molto vicina,

così, senza perdere tempo la metto a pecorina

e inizio a masturbarla con la destra

mentre con la sinistra le strizzo i capezzoli

lei emette degli squittii e dei rantoli

da vera cagna in calore

ansimi e gemiti che adombrano

dietro l’apparente dolore

un vero godimento cagnesco

e morde il vestito

e mi morde le mani

e mi prega di continuare

mentre ancheggia e sporge il bacino

per farselo mettere dentro

più dentro

fino in fondo

e io eseguo con la dedizione di uno scolaretto

e lei mi dice di metterglielo dentro fino in fondo,

io lo metto dentro più che posso e intanto,

mentre con una mano continuo a masturbarla

e con l’altra le tiro indietro i capelli all’indietro

come le redini di cavallo

costringendola a inarcare le reni,

i suoi gemiti divengono rantolii e ululati,

rantola come un animale impazzito

ululando come una cagna affamata

mentre io le frusto la figa

fino a rivoltargliela

e gliela scopo fino a sfondargliela,

gliela spacco proprio,

gliela fotto

gliela martello

gliela riempio

e le sue gambe vibrano e le sue ginocchia si piegano

di fronte all’orgasmo

e a quel punto lo tiro fuori dalla figa

e miro al culo

un colpo solo

forte e deciso

lei grida godendo

urla come una puttana torturata

mentre io verso il mio fiotto generoso e sincero

in quel culo palpitante.

 

Fu un orgasmo senza fine

s e n z a

f i n e.

 

Ci abbandoniamo al rapimento dei sensi

restiamo così alcuni secondi

godendo del nostro reciproco piacere

poi io esco

e rimango ad ammirare per un po’ quel gran culo

che ancora aperto urlava il proprio piacere

lacrimando sperma e voluttà

e infine mi stendo sul divano

accanto a lei.

 

Chiesa la mattina e cazzi la sera:

c. v. d.!

 

 

 

 

 

NATASSA.

 

La scorsi al banco informazioni:

io le rivolsi un’occhiata decisa schiacciandole l’occhio

e lei mi restituì un’occhiata al di sopra delle lenti

con una rapidità e indifferente placidità che mi turbarono,

rapida occhiata di diffidente saggezza,

pareva sapesse già ogni cosa sul mio conto.

Quella donna aveva un’aria misteriosa e fatale,

quasi un mistero periglioso sulla soglia dell’ignoto

come una luna che si affacci da un pozzo nero,

ma, si sa, sempre la passione ci spinge verso l’ignoto!

 

Scopata

sborrata e

addormentata

la guardavo

tre ore

dopo in una stanza ammobiliata

per studenti e lavoratori

a pochi passi da Porta Nuova.

 

Il mio ozio di passeggero indolente,

il mio isolamento di marinaio

in un mare oleoso e languido di nulla,

l’uniforme cupezza di una costa in lontananza,

e la mia ignavia inerte sembravano escludermi

dalla verità delle cose lasciandomi languire

nell’angoscia di una assurda allucinazione.

Ma in quel momento c’era lei

che dormiva supina

con un braccio piegato sotto la guancia di pesca

e uno che discendendo lungo il lombo sinistro

spariva all’altezza del ventre

in prossimità del pube

ed era vera

vera più della roccia

vera più di una pietra che rotola

vera più del mare

vera come un pugno nello stomaco

vera

come una corsa in macchina a 250 km all’ora

come una mela matura

come un tuffo nel mare di Dicembre

vera e perfetta.

 

In fondo la vita è dolce, se glielo consenti...

 

Poi, nella sua impercettibile curva

il sole si chinò a baciare la terra

e il suo candido sfolgorio mutò in un rosso smorto

come sangue rappreso

e sembrava un negro accoltellato che perdesse sangue

o una figa negra mestruata.

 

Infine,

il cielo divenne del colore del fumo

e il giorno finì in una serenità immobile

e con lui anche io.

 

 

 

 

 

SIMONA.

 

Aggiorna,

e nel duro silenzio mattutino

i raggi del sole pungono l’aria e il cuore

e l’alba mi sorprende eccitato.

 

Pure alla luce del sole non ho ritegno

e non aspetto le appartate tenebre.

 

Destati, dunque,

che la carne vuole peccare:

non senti che il mio sesso preme

alle porte del tuo culo

desideroso di entrare e versare

il suo fiotto generoso e sincero?

 

 

 

 

 

UNA RAGAZZA SERIA.

 

Lei è una ragazza seria,

capisci?

Una ragazza seria,

capisci che cosa intendo?

Una ragazza s e r i a.

Non capisci?

Beh, ora ti spiego.

 

Andavo per uffici

per sbrigare certe carte

e alle 12,30

di un giorno di pece

ero davanti all’agenzia per le entrate

o tesoreria di stato (non ricordo bene).

Mi fermo in portineria

mi informo sull’ufficio stipendi

terzo piano

salgo

e aspetto.

 

Mi accoglie una segretaria latina

sull’orlo 40 anni e di quella linea d’ombra

che separa il pieno fulgore

dal completo decadimento fisica

dal totale sfacelo della carna,

cioè nel momento in cui le donne

raggiungono il culmine del fascino

e della carica sessuale.

Occhiali da segretaria porca e pelle d’ambra,

le spiego il mio problema

lei si alza ondeggiando

nella sua gonna corta e stretta

e ondeggiando prende una cartella

acquisisce i miei documenti

apre una pratica

la protocolla

ondeggiando si allontana per depositarla

e

sempre ondeggiando

mi restituisce un cartiglio

con nome e numero di protocollo

e mi dice di tornare fra tre o quattro giorni.

Io vorrei invitarla a bere qualcosa ma penso

<<Mi sembra proprio una brava ragazza.>>

(anche se non era proprio una ragazza)

così saluto

scendo le scale

rimembrando nella mente

quel grosso culo sodo e rotondo

culo di anguria

culo di arancia

culo di luna

ed esco.

Mi dirigo verso casa

e davanti al mio portone

s’uno scalino siede una negra

alta poderosa e afroparadisiaca

come solo le negre sanno essere

e mi avvicino e mi pervade

una zaffata di odore forte

odore acre e penetrante

tipico odore di negra

e nei pantaloni sento

un’altrettale poderosa

erezione

ma la negra mi guarda con occhi smarriti

e un po’stanchi e tristi

e <<Deve essere proprio una brava ragazza.>> penso

e così proseguo per la mia strada

ad occhi bassi salendo le scale.

 

Nel pomeriggio esco

un cazzo da fare

passo alla posta per una raccomandata

allo stronzo del mio editore

faccio presto

così decido di tornare in casa

per mettermi al computatore

e scrivere almeno 5 poesie

ma

sulla via

incontro una ragazza bianca

italiana

e meravigliosamente diafana

autentica bellezza bianca candida e cristallina

bel culo sodo e rotondo, degno di Simone de Beauvoir

e <<Ciao.>> mi dice.

<<Vorrei solo scoparti, brutta troia.>> penso,

ma <<È una brava ragazza: non fare lo stronzo!>> mi dico

così educatamente rispondo al saluto

ma poi chi-se-ne-fotte

la invito per qualcosa al baretto dietro l’angolo

lei accetta

scantoniamo

sediamo

ordiniamo

lei una corona condita

io un bicchiere di vino rosso

poi saliamo in casa

<<Ho una mansarda carinissima

piccola piccola

solo 16 m2

ma c’è una vista stupenda

dovresti proprio venire a vederla.>>

e continuiamo la discussione

su politica e consumismo

religione e femminismo

io annuisco con fermi e decisi

“uh” di grugno

inframmezzati da qualche

“sì”

“sono d’accordo”

“chiaramente”

“hai proprio ragione”

e cenni di niffo

a elucubrazioni di cui non so

proprio un cazzo

e infine

lei mi mette una mano

sul ginocchio

per consolidare la nostra comunione

di vedute e interessi,

le accarezzo la mano

c’è un attimo di silenzio

e poi ci baciamo

ma

la sua bocca sa di plastica bruciata

forse anfetamine

o troppo acido lisergico

ma bacia bene

con la giusta dose di lingua

e la giusta dose di mugolii e gemiti

e il giusto scambio di saliva

e così ci prendo gusto

e anche lei ci prende gusto

e inizio a palpeggiarla

e pure lei inizia a palparmi

voi-sapete-dove

e sbottona pure i pantaloni

la brava ragazza

e mi prende il cazzo in mano

e lo mena

e lo mena e lo mena

finchè non le spingo giù la testa

in un impeto di passione

certamente non giustificato

dai dettami del femminismo

militante (e non)

ma lei non si scompone e

senza dire una parola

inizia a succhiare

e succhiare e succhiare

e succhia e succhia

la troia

e poi io vengo

nella sua bocca

che si empie del mio latte

e lei me lo mostra aprendo la bocca

e io godo alla vista di quella

brava ragazza

che gioca con il mio sperma

tenendolo in bocca e usandolo

per fare i gargarismi.

 

Poi finiamo:

io vado a pisciare

scarico l’acqua

rimetto lo stolido pene al suo posto

mi lavo le stolide mani

mi gratto pure il culo

e la cosa strana è che

tutto ciò avvenne in modo meccanico

asettico

senza una parola

senza uno sguardo

una cosa morta

come una carcassa d’animale

e questo non mi piace

perchè io sono un romantico in fondo

e poi le va via

e io rimango solo

e penso:

<<Proprio una ragazza seria:

di quelle che quando succhiano

non ridono.>>.

 

E proprio un gran bel culo,

degno di Simone De Beauvoir.

 

Adesso inizi a capire?

 

 

 

 

 

SIMONE DE BEAUVOIR.

 

Tutti conosciamo il

meraviglioso

magnifico

magniloquente

culo

di Simone de Beauvoir

negli scatti di Art Shay

e la lettera d’amore di Sartre

in cui il filosofo le rimprovera

quella volta che lei

amò un coltivatore semisconosciuto e incolto

spacciandolo

così si capisce

per gesto femminista.

 

Ma grazie,

grazie Simone,

nonostante la tua troiaggine,

grazie per la paradisiaca

visione del tuo

gran

culo

da

sfondare!

 

 

 

 

 

SAGGEZZA SESSUALE.

 

Era Agosto

o forse Luglio

ed era tarda sera

e lei era una negra giovane e fiera

altera superba e nigeriana

e a me fa sempre piacere imbattermi in negre così

forti e orgogliose

non come quelle che ti guardano

con quel cazzo di atteggiamento remissivo

da schiava sottomessa e subito abbassano lo sguardo

e aveva occhi dal sapore di mandorle e miele

e culo turgido come dura pietra

e denti del colore del giglio e del gelsomino

e con uno sguardo mi vibrò sulla pelle

una frustata di acciaio fuso e amaranto

e guardarla fu come averle già messo la lingua in bocca

e il resto avvenne in un lampo.

 

Mi portò in casa sua

e la casa era piena di merda

tutto appestato dal puzzo della merda

dei polli che i negri usano allevare in cortile

o sulle terrazze o sui balconi

o direttamente in casa come in questo caso

e il bagno faceva schifo

come se nessuno lo pulisse mai

ma si sa che i negri sono così

e

senza dirle neppure una parola d’amore o di passione

la baciai

e lei corrispose con uno slancio che mai mi sarei aspettato

afferrandomi la patta dei pantaloni

e stringendo

forte

con la sua mano

ruvida da negra

e io le misi la lingua in bocca

e stavolta sul serio

non con gli occhi

e quando la toccai

era già bagnata e molle

e grondava

e io non mi trattenni

e mi abbandonai ai miei piaceri

che sono tanti e cambiano forma continuamente

mi abbandonai alle mie voluttà che non hanno

vergogna o pudore né repulsione

né ribrezzo o ripugnanza o disgusto

e così la sollevai tra le braccia e l’adagiai sul letto

per leccarle la figa benchè il suo odore selvatico

(i negri hanno sempre un odore acre)

di fetida strada marcita dalla pioggia

olente come un sucido cane bagnato

mi provocasse forti conati di vomito

ma poi mi dissi

<<Manuel Omar, il sesso è un affare rivoltante

ma tu hai affrontato umori di ogni sorta

e piscio

e sangue mestruale

e sudore

e anche merda

e hai sfidato malattie varie

in un corpo a corpo senza respiro

e senza preservativo

fino all’ultimo respiro

sempre sul filo del rasoio

e sull’orlo del baratro

dispietato e disperato

dunque coraggio e vai avanti:

tu sei un forte

e il sesso è dei forti!>>

e così feci cuore e mi chinai

con la testa tra le sue cosce

ma il suo sesso emanava insopportabile

un odore fortissimo di frutta stantia e vieta

e non potei protrarre a lungo quel cunnilingio

e così interruppi il suo piacere cunnilinguo

e le scopai quella fetente figa strafottente

che palpitava urlando il proprio desiderio

e reclamava il proprio piacere

e fui grande mentre la sbattevo

le mettevo il cazzo dappertutto

a rotazione come in un porno

dimenandomi come un ossesso

sculacciandola e martellandola a dovere

finchè a un certo punto lei si girò e

con dolcezza mi disse

<<Troppo forte, tu va piano.>>,

<<O si fa bene o non si fa.>>,

<<No gara, no comba’.>>,

<<Nemmeno una passeggiata.>>,

<<Dont’compete... play!>>,

e quel saggio di sapienza sessuale

mi colpì in pieno e atterrò

come l’avere scoperto che Babbo Natale non esiste

o che anche tua madre è una puttana

come tutte le altre

e capii che la bamba ricercava un altro piacere

un piacere più mentale

e capii che quando si è giovani si spreca tutto

perchè si pensa che tutto duri per sempre

e si spreca soprattutto il tempo delle scopate

ma forse è giusto così

tanto alla fine della giostra

si rimane comunque a mani vuote

e si spreca il tempo

e si sciupano le erezioni

e le eiaculazioni

in stolide competizioni da campioni del sesso

e nel meccanico entra-ed-esci

e così quel giorno imparai una lezione essenziale

e accolsi e resi mio il suo piacere

e iniziai a scoparla con tranquillità

rimanendo sempre dentro

e giocando di contrazioni muscolari

piuttosto che del solito monotono batti-sbatti-e-ribatti

e piuttosto che del solito martellare

le sussurrai all’orecchio

parole indicibili e proibite

mentre lei dondolava i fianchi

leggermente

impercettibilmente

e godeva divertendosi a sputarmi addosso

grosse sorsate di vino forte

che poi leccava via con la lingua

e così venne sei volte

e poi venni pure io

e fu un bagno di sperma e sudore

tanto sudore

e tantissimo sperma

che le cosparse l’intero addome

dopo una cavalcata di un’ora.

 

Don’t compete, play:

questo sì

che è vera sapienza,

vera saggezza,

saggezza sessuale.

 

 

 

 

 

GABRIELA.

 

Era una mulatta alta e snella,

bellissima e chiara come la cannella,

ma mezza matta,

perversa lussuriosa e sporca

come me.

 

Giovane sangue ardente

e corpo dominato da una illecita ebbrezza sessuale

che le sconvolgeva le membra e le arruffava i capelli.

 

Viveva in una sordida via dell’Aurora

all’interno di una laida latrina di 4 metri

angusta e sporca.

Una vera e propria latrina

poichè la notte si riempiva di atra acqua fetida

proveniente dalla fogna che tracimava nel cortile

e arrivava a lambire quell’abituro squallido

ristagnando per qualche ora sul pavimento

fino a quando la fogna non si sturava

riassorbendo tutta la merda e il puzzo insopportabile

di merda.

 

Tutto il giorno lo passava badando al proprio bimbo

tutta la notte cullandolo sul proprio grembo

finchè al mattino il bimbo andava all’asilo

lasciandole il tempo di cangiare pelle

e andare in strada a battere

per le strade del quartiere.

 

Faceva la fame

da quando il marito un anno addietro

era stato messo dentro per spaccio

lasciandole quella creatura d’accudire

e quell’affitto troppo alto da pagare

e in più poteva lavorare solo nelle ore mattutine

quando il bambino era a scuola

ma al mattino i clienti scarseggiano

e così non racimolava molto

perchè non aveva nessuno che le tenesse il figlio

e così faceva la fame.

 

Il marito era un nero di pece

stolido rozzo e bugiardo

scansa-fatiche dedito solo a vino, dadi e puttane

ma con un cazzo enorme

che l’aveva fatta innamorare

ed era questo a tenerla legata a lui

malgrado gli anni da scontare

e qualche scappatella innocua.

 

Fedele e fedifraga,

pura e puttana,

chiara come la cannella fuori ma nera come la pece dentro,

ambigua sinuosa e viscida come

la pelle di serpe che indossava,

pericolosa e temibile

come il veleno che mi aveva iniettato nelle vene

corrodendo la mia anima e le mie ossa

suggellò la mia carne alla propria

con riti inimmaginabili

di diabolica iniziazione.

 

La sua vita era completamente incoerente e insensata

ma da quando sono stato con lei

mi danno molto fastidio gli aggettivi

“sensato” e “ragionevole”

poichè sono parole false e pedanti

forgiate solo per dissimulare e mentire

dissimulare e mentire,

nulla è ragionevole e tutto è insensato

da sempre

in tutte le epoche

sempre tutto irragionevole e insensato

noi

la vita

il destino

la morte

ancorchè non vogliamo accettarlo

e preferiamo raccontarci una menzogna

mettere il morso e le briglie

ed essere ragionevoli e sensati.

 

Rimasi con quella donna per quattro mesi

non avendo un posto migliore

né uno peggiore dove stare

e furono mesi di indicibile orgia

con quella donna lussuriosa

perversa e sfrenata

come me.

 

Vivere con lei era come vivere in un filme porno

soli nella nostra stamberga

scopando e godendo

selvaggiamente

e sordidamente

io

un maschio siculo sfrenato e abbietto

con l’uccello dritto 24 ore su 24

e lei

sinuosa e perfida come la serpente che era

viscida come la pelle di serpente che indossava

micidiale come il veleno che ingoiava

un animale tropicale selvaggio e cruento

che con il suo morso esiziale

con sordida furia cieca

mi aveva azzannato le viscere

e mi era entrato nelle vene

fino alle ossa e al midollo

anzi oltre le ossa e il midollo

fino al sangue e al cervello

dentro il sangue e il cervello.

 

E voleva essere picchiata durante le nostre scopate,

io le mollavo due schiaffi e lei subito veniva

e godeva chiedendomi di picchiarla ancora.

 

Beh, credo che sia l’unico buon combattimento che c’è

e comunque

l’unica fine accettabile

almeno per me:

finire in un tugurio fetido di merda

con una giovane mulatta lussuriosa e perversa

mezza matta e sfrenata

come me.

 

 

 

 

 

VALLY.

 

Caro lettore,

so che ti sto annoiando

ma lasciami raccontare

ancora questa.

 

Vally era una negra nigeriana di 44 anni

anche lei lussuriosa e mezza matta come me,

dotata di un corpo davvero afro-paradisiaco.

 

Aveva lasciato Torino un anno prima

per andare a vivere in Svizzera o in Puglia

(non sono mai riuscito a capirlo)

insieme a un vecchio rincoglionito che la manteneva

ma la cosa naturalmente non aveva funzionato a lungo

(le negre hanno bisogno del cazzo

almeno due volta al giorno

e gli italiani lavorano troppo)

così ci rivedemmo

(Io? Io sono un negro!).

 

Lungo Dora Agrigento

Vally David

piano terra

sbarre alle finestre

busso

entro

e subito vengo investito da un africo afrore

afro-paradisiaco che pervadeva tutto l’alloggio

e da una valanga d’insulti, improperi, rimproveri

e altre simili stronzate.

 

<<Io ti ha mandato mesagio ma tu no rispondi mai, no t’importa niente, mi lo ha dimostrato l’altra volta e anche ieri e anche ogi, tu vuoi solo sentire OK solo, perchè oggi non hai chiamato né per sentire come sto io? oh my mentality... you are thus that ego type... I remember you stated under ur house midnight with a friend you blocked my number AND SO NOW U R FEELIN BEING FOOLED BY ME HOW. Ricordi quando una notte sono stata soto la tua casa? tu no ti sei fatto più vivo, no puoi avere tutto quando ti pare, come vedi I got better things to think of, sono stata in giro tutto giorno ogi, fra asl e appuntamenti per cambiare dottore e tu non trovi diesci minuti per venire qua con la macchina e mi chiedi pure che albergo sto a dormire! Alora tisoro cosa sono per te? una puttana? poi la mentality che vuoi... Tipo <ciao ci sei? io ci sono: scopiamo?>. A me così no piace, ma ti pare che trombare è la cosa che mi pasa in testa? OK, SAI CHE IO MI SONO CREDUTO QUESTA STORIA, ti sei fatto capire che non ho la mentality che vuoi, quindi questo è il risultato quando si vuole continuare, una relazione che non può funzionare, è colpa mia, ma io no sono una delle tue zoccole, vedi che ti ammazzo, quindi no poso corere qua là, scusa ma ho anche comprato il vestito bianco trasparente, quello che volevi, per essere puttana perfetta per te, ya privat bitch, e tu non mi rispondi manco al tilefono, tu sei bastardo e tua madre è puttana, come me, ma se vuoi una schiava l’ha trovata, solo che devi avere pazienza che finisco studiare ok amore mio? ma dopo mezz’ora tu cambi tutto e se anche io lecco a terra con la lingua a te non ti basta mai, cambi faccia come la luna, non posso cambiare programma per uno che no mi merita... Ma sei così bravo a scopare, e la mia figa vuole solo te, deve essere aggiustata, tu mi ha fatto soffrire abbastanza, ma solo tu sai aggiustare mia figa, ma non ti voglio più: trovati un’altra, io no vengo più la mia figa si bagna appena ti vedo, ti mangerei tutto, ti bevo anche sudore se vuoi, io sono tua schiava amore mio, tisoro, but u dont believe me and think am some junkies or gipsy, ma io no sono zingara ecco, vedi queste tette? Voglio che tu dormi sempre qua, ma solo qua, che lasci li tuoi altri zoccole, my boo boo now is changed gaga ah ah. Dove mi porti amore mio? Vuoi uscire? no tu vuoi solo tromba-tromba. Posso mettere musica nel tuo telefono? Ma questa luce non ti da fastidio ad occhi? mi piace tua musica, baciami, mi piasciono tue labbra da africano, come basci bene, fortuna che no dobbiamo fare figli, altrimenti vengono con due labbrona così ih ih ih. Senti qua: questo è burro di caritè, perchè lo fascio io, perchè a farmacia no si trova, io spalmo tutto e tutto buono buono, dai scopiamo.>>,

e scopammo,

e non so perchè ma durante l’abbraccio pensavo

e pensavo che la vita e il tempo passa e passa

e non ha senso sprecarlo a lavorare troppo

se per essere felici bastano una donna

che illumini le tue notti senz’aurora e senz’alba

e ora ero lì e il mondo non contava un cazzo per me

e in generale non è mai contato granchè,

lì, con una una negra di pece, porca e folle come me,

e non so perchè ma mi ricordai di una ragazza

con cui giacqui tempo addietro

una ragazza davvero graziosa e scaltra

la conobbi in strada

si chiamava Faith e andammo da me

e ci amammo

e in quel momento tutto l’universo mi pioveva addosso

vischioso viscoso

ma subito mi scivolava sulle spalle

uscendo dalle scarpe

lasciandomi bagnato fracido

ma felice

come dopo essermi tuffato

bambino

in una pozzanghera

uscendone sporco

sporco e felice

sporco ma felice

in mondo che era un chewin-gum

e anche lo spazio

e il tempo

e potevo masticarlo e sputarlo

come un sassolino dalla scarpa

e i demoni dell’inferno sembravano

spariti

e poi al mattino

quando mi svegliai

lei era scappata

portandosi via metà dei soldi che avevo nel portafoglio

e lasciando

al posto dei soldi

le sue mutandine:

avrebbe potuto prendere tutto

e non lasciarmi nemmeno un saluto

invece prese solo la metà

cioè quanto le serviva

e io pensai <<Questa è classe,

questo sì che è stile,

vero stile.>>.

 

E invece questa scopata non valeva un cazzo

non aveva nulla di magico o bello

non c’era armonia

era un anticipo di morte

una cosa sciatta squallida e inutile

come una luna in cielo

sempre la stessa danza di scarafaggi

sempre la stessa danza di sangue

danza infera

mentre la notte puzza di palude

e morte

e a te sembra di aver vissuto dieci secoli

e un milione di vite

e neppure una lira

in tasca

ma non c’è sensazione più bella che essere giovane

e squattrinato

nulla di meglio che essere giovane e morto di fame

atteggiandosi a scrittore folle e maledetto

mentre gli altri uomini lavorano

si fanno una famiglia

fanno bambini e soldi e

e tu non hai due soldi per un pacco di sigari scadenti

ma sai che presto o tardi i tuoi capolavori

verranno letti

anche solo all’inferno

e sarà il pubblico migliore

migliore

migliore

e tu arderai di gioia eiaculando veleno

poichè o lo fai quando sei giovane

o non lo farai più:

c’è solo un occasione

solo un momento

solo un tempo

per buttare via la tua giovinezza

e rimanere giovane per sempre:

se lo farai quando sarai ancora giovane abbastanza

rimarrai sempre giovane.

 

Ma a che cazzo vado pensando

mentre una cavalla di 180 cm mi cavalca

e mi stritola tra le spire potenti

delle sue cosce arroganti

e mi regala il suo sesso indolente!?

 

Che notte imbecille!

 

 

 

 

 

ROSARIO.

 

Sulla soglia del bar sordido e squallido

sedeva fumando una sigaretta

e fissava il vuoto

in attesa del prossimo cliente

incapace di trovare un altro modo

per raggranellare qualche soldo

e sbarcare il lunario.

 

Rosario

era matta

anzi folle

folle allo stato puro

folle senza contaminazioni

arrestata varie volte

per prostituzione e spaccio

completamente esente dal calcolo

e del tutto priva di senso pratico

con un corpo osceno e volgare

martoriato dalla sifilide

e ricoperto dai tatuaggi.

Il mio preferito era quello tra le fossette di Venere: 

una scritta sbiadita che diceva <<Entra e godi.>> 

con una freccia che indicava il buco del culo

e invitava a entrare e godere,

mentre su una natica aveva scritto “love”

e sull’altra “hate”,

sull’omero destro un serpe avviluppato a una spada

o un pugnale

e aveva sempre condotto una vita sfrenata:

troppa droga

troppo alcole

e troppo sesso

l’avevano completamente disfatta

e sfigurata.

 

Era un porno ambulante

una schifosa lascivia galoppante,

aveva solo ventidue anni

e già la sua vita non valeva un soldo

e ormai pochi il suo corpo.

Eppure era lì

sulla soglia del bar

bravamente viva e vitale

indistruttibile

audacemente irriflessiva

non avvertendo altra necessità

che di esistere

correndo quanti più rischi

sopportando quante più privazioni

e un incanto la sospingeva

serbandola incolume:

l’incanto della gioventù

che avvolgeva i suoi stracci

la sua miseria

la solitudine

la disperante desolazione

della sua futile esistenza.

 

 

 

 

 

LOVET.

 

Senti questa!

Un giorno la mia donna mi propone un’uscita a 4

con un’altra coppia in un locale del centro.

 

io con A.

e Marcello (o forse Marco) con Clara (o forse Clelia).

 

Okkei, non avevo particolari programmi per quella serata

e poi sempre meglio una cena fuori

che una sega in solitudine sul divano e così

mi lavo mi profumo e alle 21,15 sono bello lindo

e pronto a uscire.

Andiamo

io sulla la mia Dedra del 1991

e l’altra coppia su una Mercedes del 2014.

 

Entriamo

ci sediamo

e ordiniamo

stappiamo una bella bottiglia di rosso forte

e iniziamo a conversare attendendo i piatti

poi la cameriera arriva con la prima portata

e io mi sporgo per ammirarle il culo

e, sai?, era un proprio bel culo:

marocchino, grosso, e rotondo!

Proprio un bel culo!

Lei coglie al volo il mio sguardo d’interesse

e ricambia con una occhiata lussuriosa d’intesa

mentre io la seguo con lo sguardo

finchè non scompare in cucina.

Poi s’inizia la cena

e i bocconi sono inframmezzati

dalla consueta noiosa conversazione:

si parla

ovviamente

del più e del meno

e fin qui tutto bene

perchè così posso starmene in disparte

semplicemente annuendo

o al massimo partecipando

con dei commenti sporadici e poco impegnativi

ma

a un certo punto

la donna dell’altra coppia,

la Clelia/Clara,

mi rivolge una domanda a bruciapelo:

<<E tu, Manuel Omar, conosci James Brown?>>,

e io, tutto contento, <<Sì certo, amo la sua musica!>>,

al che lei mi guarda indignata

e con divertito stupore dice sprezzante

<<Ma non quello!>>

sogghignando e sfrigolando come una oca

a cui abbiano messo il pepe nel culo

<<Intendevo il pittore!>>.

 

Ora,

dico io,

la vita è già difficile e dura

il mondo è già bastardo e assurdo così come è

e allora perchè,

mi chiedo,

come se non bastasse

dio ha dovuto infilare due jamesbrown famosi

nello stesso pianeta e nello stesso universo

e per di più nella stessa epoca

e rovinarmi la serata?

Io di quel jamesbrown-pittore non avevo mai sentito parlare!

Così le dico <<Senti, tesoro, mi spiace

ma purtroppo non conosco l’esistenza

di questo tuo jamesbrown-del-cazzo

ma se vuoi posso dirti i nomi

di tutte le puttane e di tutti gli spacciatori

del mio quartiere e anche del tuo:

che ne dici? ti va?>>

 

Silenzio imbarazzato

panico

confusione

poi un risolino sardonico nella mia bocca

e crasse risate nella bocca di tutti i commensali

<<Ah ah ah che spiritoso sei!>>,

<<Che mattatore!>>,

<<Proprio un fenomeno!>>,

mentre io sogghignavo e dicevo

<<Lo so... lo so...>>.

 

Nel deserto mistico di quelle menti bacate

non poteva balenare nemmeno l’ombra del dubbio

che stessi dicendo la pura verità

e così la serata è continuata tra battute brillanti

e sapide arguzie

fino al dolce

poi abbiamo pagato

e siamo usciti dal locale diretti alle macchine,

io la mia vecchia Dedra del 1991

loro la loro Mercedes del 2014.

 

Mentre ci avviamo al parcheggio

da lontano vediamo una sagoma nera che si avvicina

ondeggiando nella nostra direzione

una sguaiata negra cicciona con tutto fuori

che dimenava le mani al cielo.

 

<<Hey, hey nice boy ah ah ah...>>,

<<Chi sei?>>,

<<Your privat bitch!>>,

<<Ciao, Lovet!>>.

 

Abbraccio quel corpo scandaloso

sudato e appiccicoso

(e probabilmente non solo per il sudore)

e apro la portiera alla mia donna.

 

Alla mia donna

non è mai più baluginata l’idea d’invitarmi

a cena fuori con amici!

 

 

 

 

 

NADIA.

 

Quel giorno avevo passato tutto il pomeriggio

a scopare

con una pseudo-artistoide

trans-femminista e completa­mente idiota

che si piccava di essere una artista impegnata,

e creava poesie visual-sperimentali

davvero cazzo-emorroidarie,

ed era convinta che l’arte debba essere socialmente utile e possa esserlo solamente se volta al bello e al giusto, ma io credo che l’arte possa essere utile solo se razzola nella merda (benchè questo non piaccia a nessuno e soprattutto non piace ai poeti in cravatta e non piace ai poeti laureati e in generale non piace ai poeti da passeggio e alle poetesse da compagnia) non perchè razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella merda c’è solo la merda) ma perchè le opere troppo belle e buone e ottimistiche o semplicemente belle e buone e ottimistiche non scoprono anzi nascondono e occultano la verità delle cose che è appunto una verità di merda. E per questo non mi piacciono l’ornamento fine a se stesso né il bello e il decoro. L’arte è utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non vogliamo o che nascondiamo, e per mostrarla deve essere cruda cruenta volgare indecente disperata tormentata irriverente e angosciosa. O non è arte, e si riduce a puro divertissement onanistico. L’arte non è dei puri di cuore che non conoscono che cosa sia la malvagità e la cattiveria e non hanno idea di quanto possa essere crudele l’uomo e malvagio. L’arte è merda: razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla, poi cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla, e lanciarla in faccia al lettore. E per questo credo che l’arte non possa essere dei borghesi né dei perfettini o dei morigerati: uomini così prediletti dalla fortuna (o disprezzati dal fato) da non scoprire quanto di assurdità e cattiveria e malvagità si celi nel mondo e nella realtà.

Lasciai la cazzo-artistoide intorno alle sette della sera

deciso a tornarmene a casa

ma l’aria effondeva un irresistibile profumo

di zagara e sole,

l’irresistibile profumo dell’estate,

e così decisi di rimanere ancora in giro

bighellonando per le vie del centro,

mentre il sole che cala stendeva lunghe ombre

come vestimenti leggeri sugli antichi palazzi del centro

che la notte adorna poi con i suoi monili.

Fumai ancora qualche sigaretta sul lungo-fiume che

sotto il drappo di stelle della sera

offriva visioni mefitiche di

travestiti in cerca di clienti, sorche, e ratti,

mentre il sole mandava gli ultimi bagliori

e si apprestava a distendersi dietro i monti

in attesa che la sua amante puttana, la luna,

finisse il turno e tornasse a casa con un bel po’di grana.

Poi ripresi la bicicletta e andai verso casa.

Quasi arrivato la incontrai:

completamente andata,

visibilmente ubriaca,

e palesemente schizzata;

mezza matta,

ma ben messa, intorno ai 50.

 

Donne così sono belle a 50 anni come quando ne avevano 20.

Indossava un vestito bianco corto e fasciante,

che esaltava i seni rifatti

che si reggevano erti senza alcun bisogno di bra

mentre a quella età di solito le tette

si sono già trasformate in cani senza padrone

e non basta più un reggipetto ma serve un guinzaglio

per tenerle a bada ed evitare che scappino.

 

Calida sensuale e stupida

ambiava ancheggiando provocante

come solo certe donne equine sanno fare,

spostando la gran mole del culo

ora a destra e ora a sinistra.

Mi veniva il mal-di-mare a guardare

quel gran culo dondolante

ipnotico come un pendolo

ora a sinistra e ora a destra

sconvolgendo tutto il panorama attorno.

 

Poi tutto successe in così rapida successione

che devo passare al presente

per descrivere la sequenza dei fatti

e renderne la velocità dei passaggi.

 

La osservo, mi avvicino, impercettibilmente, q. b. per attirare la sua attenzione, lei mi nota e si volta, io le propongo di fare due passi, interessato solo alle sue tette rifatte e al suo culo da sfondare, passeggiamo, andiamo a casa, ci mettiamo sul divano, le verso del vino con ghiaccio, la conversazione cade, naufraga proprio, così decido di passare ai fatti: la spoglio, le pianto una sberla in pieno viso, la tramortisco, in un baleno il mio cazzo si ritrova nella sua bocca che, meccanicamente, inizia il solito sali-e-scendi lungo la verga ripida del mio cazzo, sembra andare tutto bene, ma poi alza la testa e mi bacia.

Intendiamoci, fin qui nulla di male o strano, ma la saliva è un cataplasma appiccicoso e viscoso, e la bocca le puzza di carogna e plastica bruciata, emana fetido odore di fegato marcido, credo proprio che avesse il fegato marcido.

Provo a resistere

vado in apnea

ogni tanto mi discosto per riprendere fiato

ma nulla

sa di uova marce

non resisto

è umanamente impossibile

e così le mollo un altro schiaffone

la caccio da casa

e stufo rassegnato e deluso

esco in terrazzo

e mi siedo tranquillo a fumare una sigaretta.

 

Fuori,

l’aria era sempre più carica

del profumo inebriante dell’estate,

le strade argentee e calme di luna,

la notte scandalosa,

dietro le frasche una coppia di drogati che si bucano,

e poco più in la un camionista

che piscia contro i muri della notte,

mentre le macchine borbottano sottovoce

e un cane randagio si perde nella foschia.

 

Che notte idiota!

 

 

 

 

 

PRISCAH.

 

Ormai non spaccio più

e quando mi serve un po’ d’erba o fumo

mi servo da uno spacciatore camitico di nome Patrik.

Il mio spacciatore-di-fiducia si chiama Patrik

ed è un negro forte e muscoloso

che pare appena strappato alla foresta

anche se i muscoli non sono più sodi

e la pelle meno lustra d’un tempo.

Prima prendevo solo qualche grammo (di canapa),

giusto qualche grammo per allentare la tensione,

ma ultimamente ne prendo in sempre maggiore quantità

non perchè stia diventando un drogato

ma perchè è l’unico modo per incontrare Priscah, sua sorella, 

una negra alta, altera e superba,

tenebrosa e orgogliosa e appassionata,

magnifica nel suo passo misurato e bruno

nel grave e muto incanto del suo sguardo fiero e severo.

 

Priscah non esce mai da casa

(sono così le negre: troie o suore),

gli occhi scuri che scalpitano,

le labbra ideali modellate per donare il piacere al corpo,

le membra perfette di voluttà,

un fascino anomalo nel volto,

la carne pregna di bellezza,

la carne pregna di furiosa bellezza,

la giovinezza tutta tesa in uno spasmo erotico

violento e furioso

ferino

sfrenato

scatenato

travolgente

irreprimibile

incontenibile

non imbrigliabile

senza redini

senza morso

senza staffa

e senza brida.

Guardando a quel corpo di bronzo

sembra che tutte le ombre della notte

erompano all’unisono dalla tenebra.

 

Quando mi reco al mio spacciatore-di-fiducia

lui m’invita a fermarmi e bere un goccio

e io mi fermo volentieri a scambiare quattro chiacchiere

e ammirare il corpo meraviglioso

di quella negra portentosa

e devo dire che mi trovo bene in quelle case sordide

con quella gente ignorante e stupida

che non sa un cazzo di nulla

e risolve tutto a forza di grida belluine e botte.

Poi, immancabilmente,

come ogni sera scende la sera

a volte splendida e luminosa

altre volte buia e tetra,

ed è davvero strana e mette paura la sera,

il polo sbarrato da un banco di cirri procombenti

e il sole che corre atterrito a nascondersi nei più remoti

anditi della terra sotto un cielo livido cupo e furente

aggrondato d’immensità tenebrosa,

così butto giù l’ultimo sorso

prendo la roba

pago

saluto Spacciatore-di-fiducia con una pacca sulla spalla

Spacciatore-di-fiducia ricambia con altra pacca sul braccio

e poi rivolgo un cenno con la testa a Priscah

e mi fermo un momento a guardarla,

bella e statuaria come scolpita nel marmo

mentre lei sorniona sorride derisoria

e mi lancia un’occhiata divertita e sardonica senza parlare.

 

Priscah, mi sei entrata nel cervello

e rimarrai per sempre intrappolata

nella carena della mia gabbia cerebrale

errando vagula nella mia cassa toracica

che ha sbarre solide e incrodabili

non serve a niente crollarle:

non puoi abbatterle,

è inutile scuoterle.

 

Questo vorrei dirle

ma la guardo e non dico nulla

e anche lei non parla

mi fissa solo

e anche io la fisso

ancora per un attimo

come un imbecille o un demente

con le mani in mano e l’aria imbambolata

e un espressione da cazzo afflitto sul viso

e poi me ne vado,

certo che con quella donna non combinerò mai nulla

e carico di 50 grammi di fumo

di cui non so che cazzo fare.

Forse ritorno a spacciare,

non è un progetto niente male!

 

 

 

 

 

AMANDA.

 

C’incontrammo sull’autobus numero 4, che è l’autobus più affollato di Torino, alla seconda del pomeriggio, che è l’ora di punta e la più affollata, e stretti stretti e senza respirare iniziammo col parlare.

Si chiamava Amanda, o così diceva, e per tutto il viaggio fummo attaccati, lei dandomi le spalle a farmi annusare il suo odore, e io intrappolato con la bocca nella rete dei suoi capelli, facendogli sentire il cazzo contro il culo sodo e sporgente come solo le negre.

Era tosta e verace, occhi vispi come barbagli di luce nel meriggio, e tutto l’occorrente al proprio posto, culo, tette, bocca, labbra, davvero ben carrozzata, davvero niente male! Una pura forma di acciaio.

Scendiamo alla stessa fermata, parliamo qualche minuto, poi, improvvisa e sorprendente, mi chiede: <<Vuoi scopare?>>. <<Vuoi scopare?>> mi dice. E io <<No, grazie: non pago una donna per scopare.>>. Sembrò rimanerci delusa e abbassò lo sguardo. Era solo una bestia da monta, carne da macello, come i cavalli da corsa una volta divenuti inservibili. Ma quella negra era davvero bellissima e superba, il il suo viso era una notte trafitta da due stelle penetranti che illuminavano il mare tenebroso della sua pelle. Fulgida risplendeva di selvaggio intenso folgore. E, in più, traspirava sesso e piacere da tutti i pori: un’autentica donna da letto!

Così accettai l’invito.

Il caldo era micidiale, asfissiava i corpi, ammattiva le teste, e acuminava i sensi...

L’interno della casa era squallido, senza mobili fuorchè un tavolo e una sedia, nulla tradiva la presenza di una donna in quel luogo, e anzi, pensandoci bene, pareva disabitato, nemmeno una tenda, un fiore, o qualcosa di grazioso e femminile, nulla. In più, in quella casa regnava un caldo soffocante e le porte e le finestre erano ermeticamente chiuse.

Si sedette, e alla luce della lampa notai fra i rotondi seni una miriade di gocce di sudore, piccole graziose e rotonde goccioline di madore rigarle il petto e bagnare la camicia.

Non portava bra, ed era bellissima.

Io ero indeciso e smarrito di fronte a quella bellezza inconsapevole, e non volevo forzarla (non cambierò mai, indeciso come un pendolo, maledetta indecisione, ne sono stato sempre sopraffatto) ma poi lei mi guardò e il suo sguardo mi penetrò, e accavallando le gambe mi sorrise e disse: <<Vai tranquillo: puoi...>>. Così mi feci coraggio e la baciai, e lei ricambiò con passione.

Allora mi alzai e avvicinai il basso ventre alla sua faccia o meglio spinsi la sua testa sul mio cazzo. Lei non perse tempo: mi slacciò subito la cintura abbassando la cerniera, scoprì il cazzo, lo leccò come una caramella, e infine lo inghiottì.

Poi con dolcezza iniziò a lavorarlo, prima con la lingua, poi con le labbra, e anche con i denti, con tutto, dolcemente, e poi continuò succhiando, e succhiando con la sua bocca umida, dava ogni tanto morsetti sulla punta, finchè non versai, e il mio fiotto di linfa vitale le riempì la bocca. Lei bevve con languore e voluttà, ingoiando fino all’ultima goccia, del mio sperma. Lasciai la mia anima nella sua gola, e lei la bevve in un solo sorso.

A volte la felicità non costa nulla. Ma non credo che potrò pagare questo prezzo un’altra volta.

 

 

 

 

 

MORENA.

 

So che è imbarazzante ammetterlo

e confessarlo ad alta voce

ma indubbiamente al mondo esistono

quelli nati per comandare e quelli nati per obbedire

e i primi comandano e i secondi obbediscono:

triste ma funziona così.

 

E poi ci sono io

che non voglio comandare e non posso obbedire,

a nessuno, nemmeno a me stesso.

 

E questo mi costa caro,

l’ho sempre pagata cara:

non trovo un editore disposto a pubblicarmi,

faccio fatica a pagare le bollette,

non ci sono donne linde e pulite per me,

niente parole d’amore,

né carezze.

 

Morena invece aveva imparato prestissimo,

non a comandare bensì ad obbedire

e sopportare

qualunque cosa

anche le botte

del padre

che la bastonava

e la violentava

durante le sue sfuriate.

(è normale sfogarsi, tutti sanno come si fa: alcole, sesso o droga non importa, e quando non puoi averle gratuitamente o comprartele, queste cose, te le prendi, ma questa è un’altra storia e mi fa male che vada così.)

Da me voleva solo essere amata,

ed esigeva continue rassicurazioni,

e voleva che glielo ripetessi

in continuazione, e a me stava bene:

era bello, di notte, distendermi nello squallido letto

accanto a lei che dormiva e non chiedeva nulla

solo che la stringessi di più

e facessi calore al suo corpo con il mio corpo.

Inoltre era nerissima,

e io adoro le negre molto scure,

e aveva un forte odore nelle ascelle e nel sesso,

e questo mi provocava una tale eccitazione

che sfociava puntualmente in poderose erezioni.

Ero ipnotizzato da quella donna

dal colore della sua pelle

dall’odore forte ch’emanavano le sue ascelle

e il suo sesso

dalla ruvida consistenza dei suoi capelli

dal sapore acre dei suoi seni.

 

Certe emozioni difficilmente si dimenticano

ma, più di tutto, io non ho mai dimenticato

il suo volto di bimba angosciosa

che temeva costantemente di essere abbandonata

da un momento all’altro,

il suo volto antipatico e sporco

che sotto enormi ciglia proiettava

il grido della sua vita disperata e orrenda

e lanciava la bestemmia della sua anima ruvida

e della sua faccia sporca e antipatica,

il suo guardo accigliato e solo

di terrore e rabbia e disperazione latente,

le sue membra volgenti a tramonti di solitudine,

il suo corpo vieto disfatto scipato

che urlava le sue cicatrici.

 

 

 

 

 

PANORAMI SCHELETRICI.

 

Corpo ambrato del piacere,

bocca vorace e bramosa del piacere,

labbra ideali del piacere,

scorpione aculeato dei neri capelli ispidi,

occhi sconvolti e tinti di desiderio,

sguardo disfatto dalla molle morbosa voluttà,

mentre la luce scompariva dentro gli specchi del cielo

all’infinito.

 

Fuori, panorami scheletrici

e panorami magnetici di città-strade,

bizzarre pose legnose di asessuate figure immobili

(un’odalisca di gomma e un’odalisca in gonna

che ingromma respirando sommessa

e strabuzzando gli occhi)

odore acuto pungente piccante di sperma rappreso.

 

 

 

 

 

LA MIA DONNA.

 

E così succede che passa il tempo passa:

passa su terre e mari

passa su odi e amori

passa su pietre e fossi

su questa mia mente che non pensa

su questo mio cuore che non sente

su questo mio corpo che non risponde

e passa il tempo passa

su fanti rami e foglie

su nubi scioperi e feste

su tombe guerre e terremoti

su strade monti e poesie

passa su D’Annunzio e Platone

su Palazzeschi e sorelle

ma non passa su Kavafis e Pollock

passa su cartelle esattoriali e fisco

passa sulla Stampa e sulla Repubblica

passa sul fatto quotidiano e su questo pane amaro

sui pigmei satelliti della ragione

su uomini cieli e paludi

su cipressi malati su teologi e poeti laureati

passa sulla destra e pure sulla sinistra

sui cimiteri e sulla pubblica opinione

passa su opinion leader aureolati

passa sulla tua mancanza e sulla mia testa

sulle soglie delle foresta

e sulle foglie del bosco

su parole dette e non pensate

su arse salmastre tamerici e su irti e scagliosi pini

su divini mirti su fulgide ginestre e rossi fiori

passa su olidi ginepri e su rovi selvatici

sulle nostre mani

sui nostri vestimenti leggeri e sui nostri pensieri

su piangenti cicale e su cicaleggianti professori

su questo cinereo cielo

sulla plumbea terra e sull’acciaio mare

su secolari arbori e sul mio volto

incartapecorito

sulle mie stolide mani

sul mio stolido cranio rasato

e sul mio stolido corpo disfatto

sulla mia ombra su miei cigli neri

sulla mia pelle macchiata e sulle mie palpebre

passa sul mio sesso dischiuso

sulle acerbe mandorle amare e sugli amori sbiaditi

passa sulle segrete celle del mio cuore

privo di vergogna e pudore

passa sui cortili e sui nostri occhi miopi

e passa sul cielo autunnale

sulla prole dei boschi su arnie luci e venti

ma non sulla nostra prole sterile e passa

sul siderale sperma australe

su fratte anfratti antri e spelonche di montagne

passa su interstizi vaginali e cazzi croscianti

passa su questo sole

tremante vacillante fuggente

il tempo passa sulla mia testa ormai incanutita

e io non sento donna

dormire nuda al mio fianco

e così nel pensiero la fingo:

viso di rosa

labbra di pesca

sapore d’amaranto e porpora;

e mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso

ferita della notte

collana perlacea

luna crescente;

e il suo odore immaginato

e immaginario effonde e sciama

suscitando oscuri viziosi pensieri

che invadono la mia notte

e la notte mi rimembra la sua pelle

la sua pelle che profuma

di frutta matura

e dolcissima;

e salvezza mi è naufragare in questo mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) MUNA.

 

 

 

 

 

 

 

MUNA.

 

Ti ebbi per caso,

quasi per gioco,

e ora sei distesa sul mio letto come luna in mare,

e come luna in mare la tua pelle trema

con sapore d’amaranto,

e con voce d’amarena mi chiama la tua bocca,

e io non voglio altro

che perdermi nel buio della tua pelle,

dissolvermi nel silenzio dei tuoi occhi.

 

 

 

 

 

PELLE DI PANTERA.

 

Oh Muna,

oscura notte è la tua pelle

e luna il tuo sorriso:

se sorridi

il tuo volto brilla

come notturno mare

dalla luna illuminato.

 

I tuoi occhi sono un vago tumulto:

quando mi guardi

la mia anima trema

come luna nel mare.

 

Il tuo volto è oscura notte

e luna il tuo sorriso:

quando sorridi

la tua pelle brilla

con sapore

d’amaranto.

 

I tuoi occhi sono

due splendide stelle:

se mi guardi

trema l’anima

come luna in mare.

 

Il tuo crine è un viluppo di sogni:

quando sciogli i capelli

allora per me effonde la notte

con un aroma di frutta matura,

dolcissima.

 

Oscura notte è il tuo corpo,

i tuoi occhi due stelle,

e luna il tuo sorriso:

quando sorridi la tua pelle trema

come luna in mare.

 

Il tuo sorriso è la mia luna

i tuoi occhi sono le mie stelle

la tua pelle la mia notte:

quando l’alba mi sorprende

nell’aroma della tua pelle

con la mia bocca nella tua bocca

preso nella rete dei tuoi capelli

allora per me inizia il giorno

ed effonde la sua luce,

cristallina.

 

 

 

 

 

L’AMORE INFRANTO.

 

...campana che sventola contro l’azzurro-cielo

risveglio tutto fruttuare

tutto fratturare stritolamenti profondi

 

fluido fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo

m’immillo, m’immillanto,

m’immolo e mi ammollo

 

orzo biondo-spento contro il lapillante papavero

 

strapiombo per cui risalgo per ghiacci e guani

 

parestesia-anestesia diffusa di semi-presenze/assenze

 

agnizioni in tralice e riapparizioni di straforo

 

il momento d’oro e il male oscuro

il male nervoso

il male nevoso

lo scilicet inabissato

il gioco di sbieco

e l’intermittenza di paresi

di cloni

di eoni

 

virginea tristezza quale erbetta da cena

verzura

 

pungenti venti settembrini e vini agretti

 

cane testardo che rotea, fiuta, e adocchia

e alza la zampa al cippo del mio memento

 

testa di cane che abbia morta...

 

 

 

 

 

MENTRE DORMI.

 

Addormentata, sul tuo corpo non procedo

come assetato in ermo deserto,

acqua per sopravvivere sulle tue dune

le mie mani non cercano ma inganni,

una scure per falciare il freddo inganno della ragione

una pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine

una emozione che risolva la sterile equazione della vita.

 

Nei vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza

come da un finestrino aperto di una vettura in corsa,

nella tua voce un crepitio di fiamme,

nelle tue vene un grido profondo di vita,

nella tua bocca il canto vellutato della notte,

nei tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso

come quando poco prima di un forte temporale

cadono i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso,

nei tuoi capelli i riflessi della luna ostro-purpurea,

nell’acqua seminale del tuo sesso un sapore d’amarena,

negli interstizi delle tue grandi labbra

la rossa pena della vita,

nel tuo talento il mio talento di essere

senza talento senza portento senza contento,

nel tuo sguardo un contrassegno del mio dolore

come il contrassegno apposto dal doganiere

a una valigia distrattamente frugata.

 

Vedi? Sono come la luna,

e come luna so brillare solo di luce altrui.

 

Io so vivere solo di vita altrui:

così mi muovo lentamente sul tuo corpo

attento a non svegliarti

pregando che non ti desti.

 

 

 

 

 

FRAMMENTI AMOROSI

 

 

 

Bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre,

bellezza d’isola nella tua fronte

lambita dall’onda dei tuoi capelli,

bellezza di ladro torbida nel tuo viso,

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

candore sincero di ragazzo

e bruno passo di bambina.

 

***

 

Ninfa dal marmoreo corpo

ti sogno in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da nimbate caligini lattiginose

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

***

 

Con la lingua gusto la tua bocca,

con la bocca esploro il tuo ventre,

con le labbra carezzo il tuo collo e i tuoi capelli,

misurando gli interminati spazi delle tue gambe,

baciando l’odore selvatico della tua pelle

che olisce di zucchero e cannella,

tentando il sapore acre del tuo sudore

e del tuo sesso

carnoso e arrogante

come la fioritura violenta dell’agave suicida.

 

***

 

In te ascondo i miei pensieri che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare,

in te le mie paure occulto che non posso confessare,

in te i miei sogni celo che più rivelano me stesso

più di ogni verso, più di ogni gesto.

 

 

 

 

 

ALLA MIA DONNA.

 

E così succede che il tempo passa.

E passa il tempo passa,

passa su terre e mari

passa su odi e amori

passa su pietre e fossi,

su questa mia mente sbandata che non pensa

su questo mio cuore che affannato non perdona

su questo mio corpo che affamato non ragiona

e passa e passa il tempo,

passa su fanti rami e foglie

su nubi scioperi e feste

su tombe guerre e terremoti

su strade monti e poesie

e passa, passa su D’Annunzio Palazzeschi e sorelle

ma non passa su Saffo Kavafis e Pollock

passa su cartelle esattoriali multe e tasse

passa sulla stampa e sul fatto

ma non passa su questo dolore maledetto

passa su uomini cieli e paludi

sui pigmei satelliti della ragione

su cipressi malati, teologi e poeti laureati,

passa sulla Destra e pure sulla Sinistra

sui cimiteri e sulla pubblica opinione

passa su opinion-leader aureolati e professori lanceolati

passa sulla tua mancanza e e sulla tua presenza-assenza

sulla mia testa e su quel che resta

passa sulle soglie delle foresta

e sulle foglie della minestra

su parole dette e non pensate

su arse salmastre tamerici

e su irti e scagliosi pini

su mirti divini e su fulgide ginestre

e rossi fiori e melograni in fiore

passa su olidi ginepri e su rovi selvatici

sulle nostre mani e sui nostri vestimenti leggeri

sui nostri pensieri

su piangenti cicale e su cicaleggianti energumeni

su questo cielo cinereo

sulla plumbea terra e sull’acciaio-mare

su secolari arbori e sul mio volto incartapecorito

sulle mie stolide mani

sul mio stolido pene

sul mio stolido cranio rasato

e sul mio stolido corpo disfatto

sulla mia ombra e su i miei cigli neri

sulla mia pelle macchiata e sulle mie palpebre

su i miei occhi che tra le palpebre

sembrano polle tra erbe

passa sul mio sesso distorto e perverso

sulle acerbe mandorle amare

e sugli amori sbiaditi

passa sulle segrete celle del cuore

privo di vergogna e pudore

passa sui cortili e sui nostri occhi miopi

e passa sul cielo autunnale,

sulla prole di foreste, su arnie e luci e venti

ma non passa sulla nostra prole sterile,

passa sul siderale sperma australe

su fratte anfratti antri e spelonche di montagne

passa sui teneri interstizi vaginali e sui cazzi croscianti

passa su questo sole

tremante vacillante fuggente,

il tempo passa sulla mia testa ormai incanutita

e passa e passa

e più passa e più io non sento

donna dormire nuda al mio fianco

e così nel pensiero la fingo

viso di rosa

labbra di pesca

profumo di porpora

e mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso

ferita della notte

collana di perle

falce di luna crescente

e il suo odore immaginato

immaginario effonde e sciama

suscitando oscuri viziosi pensieri

che invadono la mia notte

la notte che rimembra la sua pelle

la sua pelle che profuma

di frutta matura e dolcissima.

 

 

 

 

 

BENVENUTA.

 

Estati e Inverni interi ti ho attesa,

e giorni e notti a non finire,

e ho visto le stagioni nascere e morire

e rinascere e i giorni accorciarsi

preannunciando l’autunno:

perchè hai tardato così tanto?

 

Ma ora finalmente sei qui

e mi preparo a riceverti:

la mia porta spalancata ti aspetta,

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci,

e sulla soglia io che ti aspetto.

 

Sulla soglia io come sempre

come sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha pretese.

 

Benvenuta, dunque, ragazza mia,

finalmente posi lo sguardo sulla mia vita

e le paure divengono uccelli,

nubi dorate gli incubi.

 

Benvenuta, donna mia,

finalmente posi il piede nella mia casa

e le mura divengono alberi,

e prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, anima mia,

benvenuta, Muna mia,

vieni, bella come una libertà

calda come una notte di Luglio

dolce come un vento estivo.

 

 

 

 

 

QUANDO T’INCONTRAI.

 

Fu per caso

forse per scherzo

quasi per gioco

e ora sei distesa sul mio letto

come luna in mare

e come luna in mare

la tua pelle trema

con sapore d’amaranto

e con voce d’amarena

mi chiama la tua bocca

e io non voglio altro

che perdermi

nel buio della tua pelle

dissolvermi nel silenzio

dei tuoi occhi.

 

 

 

 

 

POSSO AMARTI.

 

Io,

uomo meridiano contemplante notturni paralleli

e inferne geometrie, regalarti non posso

altro fuorché sorrisi e scherzi

e sogni gorgoglianti

dal profondo cuore.

 

Io

posso amare

solo tra attorte onde avvolgenti

tra torrenti e selvatiche acque fiumali

con questo mio cuore affondato

con questo mio corpo scoppiato

con questa mia mente annebbiata

con questa mia vita distrutta

con questa coscienza putrida

con queste mani neghittose

con questi occhi stanchi

con questa anima inerte.

 

Io

posso amarti

solo con baci e poesie,

con una notturna voce

che dispiega grida disperate,

con soffocati singhiozzi

e desolante voluttà.

 

Ma,

se ti basta,

corri

bianco-vestita

alla mia anima con la tua anima

e tieni il mio cuore

tra le tue dita

di rosa.

 

 

 

 

 

IN RIVA AL MARE.

 

Non mi ammalia più l’ora della partenza

né più mi seducono le soavi voci proibite

né le sordide avventure degli ambigui piaceri:

sulla riva del mare è bello stare muto

senza ambizioni e senza desideri

sentendo nel silenzio beltà e morte

lavorare su di me.

 

 

 

 

 

GIÀ SCENDE LA NOTTE.

 

Già scende la notte

in compagnia dell’amica luna

ma tu, Muna,

nuda negra luna,

caccia dagli occhi il sonno

e con me aspetta

che il giorno sopravanzi la notte

e su di noi stenda la propria luce alburna.

 

Lascia da parte impegni e affari

e sul prato stenditi con me

e giunta l’ora,

giunta l’aurora non andare

ma rimani ancora

finchè una nuova notte

stenderà il suo drappo di stelle.

                                                                                                                                           

Resta qui con me ora

tra queste stelle che nulla significano,

in questo prato che nulla significa,

in questa notte magnifica

che nulla significa e

inutile come il vento

a nulla ci porta

dal nulla avanzando.

 

 

 

 

 

NUDA NEGRA LUNA.

 

Muna, nuda negra luna,

vieni, vieni a me,

vieni anche triste,

vieni anche arrabbiata,

vieni anche imbronciata,

e amami e stringimi

poichè breve è la vita

e fugge il tempo

(oh sì, fugge il tempo, fugge).

 

Siedi accanto a me

ad aspettare la prima stella della sera

scherzando e ridendo dolcemente,

e poi resta ancora quando il sole avrà sciolto

il trucco della notte,

finchè non vedremo la prima stella mattutina

dall’ala bianca annunciare il sole,

e poi continuiamo

finchè le nostre notti si confonderanno

con i nostri giorni

e giorno e notte non saranno nient’altro

che parole.

 

 

 

 

 

***

 

Chi ama i piaceri deve amare anche i dolori:

l’allegria non va d’accordo con l’anestesia.

 

Non crogiolandoti nel dolore

sappi che senza dolore non v’è piacere;

 

sappi che la stessa allegria di avere un corpo

diventerà anch’essa un giorno dolore.

 

 

 

 

 

***

 

Come l’acqua nel fiume,

come il vento nella pianura

passano i giorni della nostra vita:

non preoccupiamoci di quello che passato non tornerà

né di quello venturo poiché non esiste,

ma godiamo di questa notte,

amore mio,

e questo silenzio che ci unisce

e questo buio che ci stringe

fermiamolo e intrappoliamolo

nella rete dei nostri baci

e del domani non diamoci pensiero

poichè la vita è oggi

e il domani non esiste.

 

La vita è oggi,

il domani non esiste.

 

 

 

 

 

***

 

Allegra poiché non sai da dove vieni

stai allegra poiché non sai dove vai.

Perchè tutto questo affannarsi per il denaro

e tormentarsi per questo mondo?

Hai mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?

Questi uno o due soffi di vita

che sono nel tuo corpo

sono un prestito.

Ricevuta una cosa in prestito

quale prestito vivila.

 

 

 

 

 

***

 

Oh cuore,

giacchè il destino ci contrista

e un giorno la pura anima

si dipartirà dal corpo,

siedi sul prato e baciami

prima che l’erba verde sbocci

dalla nostra polvere.

 

Cogliamo questo tempo d’un attimo

giacchè non siamo quell’erba fresca

che falciata torna a spuntare.

 

Cogliamo ogni fiore

poiché già il giorno muore

e la notte trascorre in fretta.

 

 

 

 

 

***

 

Desidera poco e vivi contenta

sciogliendo ogni vincolo col bene e col male,

 

prendi in mano questa sabbia

e le mie mani che ti amano

poiché presto questi giorni svaniranno,

 

non lasciare che l’angoscia ti tenga in pugno

e il cruccio di ciò che è assurdo sperare

occupi il tuo tempo,

 

siedi sul margine del fiume

o sulla ripa del mare

e goditi questa calida estate

con me,

 

sappi che in questo mondo vive un uomo

che pensa che la sua vita sia perfetta

se ci sei tu, e vorrebbe solo

sedere innanzi al tuo volto di paradiso

e perdersi nel calore del tuo sguardo

nell’interrogativo delle tue labbra dischiuse

nell’ansito affannoso del tuo respiro

ad accarezzare la tua guancia di tulipano.

 

Come diceva Iben Andìs,

poiché in ultima istanza sarai il nulla

reputa il non essere pari all’essere

e pensa di essere il nulla

e così vivi libera

e felice.

 

 

 

 

 

***

 

Il nostro tempo infamatosi nelle strade

tra puttane, matti, drogati, e alcolisti,

in ogni modo l’abbiamo sperequato.

 

Ora il velo della del nostro buon nome

si è talmente lacerato e squarciato

che non si può più rammendare.

 

Ogni penitenza fatta è stata disattesa di nuovo,

la porta della (buona) reputazione

ce la siamo richiusa addosso di nuovo

e abbiamo ripreso il costume della dissolutezza.

 

 

 

 

 

***

 

Fin quando continueranno a parlare

di esistenza, di dio e di morale?

 

Quanto ancora staranno a cianciare

di affanni e angosce, di affari e business?

 

Perchè non si svegliano

e non trascorrono in letizia la propria vita?

 

Per me nulla può sostituire i tuoi baci:

teoria e pratica hanno trasceso ogni mia capacità,

e ogni arduo problema lo risolve la tua bocca.

 

 

 

 

 

AMANTI E IMPREVISTI.

 

Coloro che sono prigionieri della morale e del buonsenso

e si struggono nell’affanno dell’essere e del non essere

costoro hanno mille occhi e mille orecchi

e contano i nostri baci per schernirci

invidiosi e meschini.

 

Ma c’è un luogo poco più in la, 

nascosto alla vista e al sicuro dagli sguardi,

un campo pieno di vita e margherite:

lì io ti aspetterò, nascosto,

per essere insieme,

amanti imprevisti,

per correre scapigliati

a inseguire farfalle.

 

 

 

 

 

LA CASA DELL’AMORE.

 

Nella casa dell’amore,

oltre la sala grande

ove ordinatamente si celebrano gli ordinari amori,

sono oscure camere segrete che si ha vergogna solo di nominare.

 

Su quei letti osceni io ti aspetterò disteso e supino,

il corpo trepidante di molle morbida morbosa voluttà,

il sesso scandaloso a reclamare il piacere,

per festeggiare il nostro assurdo amore.

 

 

 

 

 

MI CHIAMA LA TUA BOCCA.

 

Stesa sul mio letto come luna in mare

come luna in mare adesso tremi

e la tua pelle effonde dappertutto

sapore di zucchero e cannella.

 

A te inesorabilmente mi chiama

con voce d’amarena

la tua bocca.

 

 

 

 

 

NOTTETEMPO.

 

Il candido lume del giorno brunisce

trasformandosi in sangue coagulato

mentre lontana la sera lenta s’annera.

 

Finalmente le appartate membrane

della notte ci accolgono

sudario ai nostri corpi madidi e affannosi.

 

Non indugiare, dunque,

ma spogliati,

ché la carne reclama il proprio piacere

e la notte dura un soffio.

 

Sali

            in groppa,

cavalca

            questa notte,

e ingoia

            i ritegni.

 

 

 

 

 

GLI UOMINI DI PAGLIA.

 

Finalmente a te sono giunto,

dolce soave leggiadra creatura,

finalmente a te sono giunto,

ansante affannato affamato.

 

Per te ho attraversato rupi di spine,

montagne d’insidie,

per te ho scavalcato alte mura.

 

Ora finalmente ti guardo negli occhi

e guardandoti negli occhi

finalmente mi sento riscaldare.

 

Ora tu mi guardi senza parlare,

tu non parli ma i tuoi occhi parlano

e dicono che gli uomini seri hanno paura del fuoco

e per questo inventano i pompieri

e vestono di grigio

che è nessun colore.

Ma tu sei senza parole come il fuoco

come una fiamma solo colore e calore

e ti saltano dallo sguardo scintille

e faville a dieci a cento a mille.

 

Tu puoi con gli occhi bruciare

tutto il mondo, tutto il mondo

con gli occhi puoi bruciare,

e sembra che ti abbia creato il sole

ché solo a guardarti mi sento tutto un ardore.

 

Il tuo calore mi da calore

il tuo colore mi da valore

e mi sento correre un brivido per le vene

e sotto-pelle godo e mi ravvivo

quando avido guardo la tua fiamma

e sento salirmi una vampa alla testa

come se bruciasse il mio cervello.

 

Oh, gli uomini che temono il fuoco:

poveri esseri di paglia!

 

 

 

 

 

ORGASMO.

 

Era sera

e già la luna stendeva un sottile strato d’argento

sulle fronde sull’erbe e sul fango,

e i crini e le cime si agitavano ondeggiando e stormendo,

e il nostro piacere era come un’enorme onda

tumultuosa turgida minacciosa

pronta a gettarsi su di noi e mergerci nell’oblio,

e la nostra stanza non era più una stanza

ma una muraglia verde

esuberante e intricata di tronchi rami e foglie

di frasche tralci immobili nella luce lunare,

e i nostri discorsi erano discorsi di sordidi bravacci,

e il nostro letto una barca che ci conduceva in profondità,

e i nostri sussurri erano bestemmie

alla morte sempre in agguato

che si allunga in tremuli prolungati lamenti

di lugubre terrore e sconfinata disperazione

extraterrestre estravagante extra-errante,

e i nostri corpi sudati

s’addentravano in quella immensità selvaggia

che si chiudeva dietro di noi

come il mare si richiude sul tuffatore,

ed era come un viaggiare in avanti nel tempo

a trecento miglia di chilometri orari

in un’aria pesante e torbida

verso cupe lontananze rocciose e limiti elusivi

che ci tagliavano fuori dalla logica e dalla ragione

relegandoci in una terra che non è più terrestre

dove fameliche iene intaccano i cadaveri

di un campo di battaglia

rosicchiando i resti delle armi e delle spade luccicanti

e dei fucili e delle pistole

e defecando il bronzo esausto dei proiettili

in una putrida oscurità inerte

dove scivoliamo come fantasmi pieni di stupore

e segretamente sgomenti di fronte a quel tremido tumulto

come assistere a uno scoppio di frenesia

dentro un manicomio

come procedere in una torbida acqua fluviale-fiumale

costipata da tronchi sommersi e bassure traditrici

dove le parole quanto il silenzio non hanno più senso

e le voci attentano ai nostri più agghiaccianti pensieri

e l’essenziale è invisibile agli occhi

e sta oltre la nostra portata

e oltre ogni possibilità d’intervento

e poi di colpo scese definitivamente la notte

e noi fummo ciechi andando tentoni lungo una parete

infinitamente liscia e infinitamente digitata

alla ricerca di un indizio

un’apertura

una fessura che ci illuminasse mondi a noi familiari

e ci conducesse a un sole

un sole che all’inizio era una forma confusa

tra nebbia salsa foschia calida e fubbia appiccicosa

e poi divenne accecante

ancor più accecante dell’oscurità

mentre le mani si contraevano

e i nervi erano tutti tesi

e le palpebre dimenticavano di battere

e i sessi fluttuavano nell’aria

e sembrava che stessero per dilacerarsi

spaccarsi esplodere

in una sorda esplosione di onda franta contro gli scogli

in un bagno di scintille iridescenti

opalescenti

e fu come essere inghiottiti

come se il mare si chiudesse sopra le nostre teste

un mare infuocato d’acciaio e amaranto

che ci piombava addosso con mille aghi confitti nella pelle

implacabile poichè sfrenato

invincibile poichè crudele

inattaccabile poichè temerario

annegandoci nell’abisso di acque correnti-sprofondanti

nel baratro di pensieri-stagno

nell’acqua degli zampilli

nell’acqua degli specchi

nell’acqua dei laghi e nei laghi degli occhi

nell’acqua dei bacini e nell’acqua delle piogge torrenziali

nell’acqua delle chiuse delle dighe delle dune

nell’acqua delle terre ghiacciate e dei mari assolati

nell’acqua delle caldaie e nell’acqua del vapore

nell’acqua ruvida e in quella tumida

nell’acqua fantasiosa scabrosa vertiginosa

nell’acqua quieta e inquieta

nell’acqua degli acquazzi e degli acquazzoni

nell’acqua dei flussi e dei reflussi esofagei

nell’acqua dei corsi d’acqua e dei ricorsi storici

nell’acqua dei rubinetti e dei diamanti

nell’acqua delle caraffe e delle fontane e degli abbeveratoi

nell’acquolina in bocca e nell’acqua seminale

che rotola goccioloni in un eterno pozzo senza fondo

nell’acqua della luna che affoga nel pozzo

nell’acqua di un oasi del deserto

dove un cammello si abbevera

rimpinguando l’acqua sommersa della sua groppa

che allagata ci annega e ci trascina in superficie

per la cruna di un ago attraverso cui non passa

nemmeno il crine di un dromedario

dalla groppa disseccata e asciutta

in una pozza di sangue coagulato

dove un pertentacolare mostro perpendicolare

vorace ci divora e sputa le nostre ossa sul greto del letto

riconsegnandoci a un nuovo silenzio che

scacciato dal nostro trapestio infoiato

rifluisce di nuovo dai recessi di un buio

che ci risucchia nel proprio imbuto

adagiandosi sulla nostra pelle

la mia pelle e la tua pelle di gelsomino

come la caligosa bruma notturna sulle foglie

consegnandoci a un quieto sonno

che è un sogno

che vibra la pelle

con sapore d’amaranto

e illumina la pelle

come la luna illumina il mare nero

un sogno che scuote la pelle

come un’increspatura alla superficie

di un enigma insondabile

un sogno-sonno a cui ci abbandoniamo senza resistenze

stanchi e sudati

in un fremito

esausto.

 

 

 

 

 

POSTAMPLESSO.

 

Pallida e scarmigliata,

il tuo aguzzo scorpione aculeato

a trafiggermi il petto,

il tuo sesso scabroso ancor rigonfio

dischiuso per il recente amplesso,

e nella tua bocca il mio freddo

inerte seme.

 

 

 

 

 

AL FIORE DELLE TUE CARNI.

 

Ricordo quando ti ebbi per la prima volta:

il vetro-albume dei tuoi occhi

affiorante dall’atroce viso

come l’aurora scialba

sbuca fuori al termine della notte,

il segreto del tuo cuore rampollante

dagli occhi alburni come un’altra te

brillante e lucente

che si affacci da un pozzo nero,

i tuoi fianchi arroganti

terminanti in una protuberanza

eccessiva e voluttuosa,

il fiore delle tue carni

selvaggio e violento

penzolante dal ventre rigonfio e accogliente

come una goccia fresca di rosso sangue,

e io che con le mani sfioravo

gli interminabili spazi del tuo corpo

e con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe

e con la lingua le profondità interstiziali della vulva

olente di frutta matura e un po’stantia.

E come fiore di agave mortale

turgido il clitoride

che si ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi

tremando come luna nell’acqua.

 

Ah misteriosa rossa carnosa bocca

ninfea voluttuosa tra floride ninfe

fiore delle tue carni

carne del mio desiderio...

 

 

 

 

 

IL TUO CLITORIDE.

 

Fiore di agave mortale,

il clito si erge turgido

dalle ninfe carnose

quando con le mani sfioro

gli interminabili spazi del tuo corpo,

e con la bocca misuro la distesa delle gambe

e le loro profondità interstiziali

che sanno di frutta matura e un po’stantia,

mentre tu godi

tremante come luna nell’acqua.

 

Oh ninfea voluttuosa tra floride ninfe,

misteriosa rossa carnosa bocca,

sboccata e spavalda nella poderosa pienezza della carne,

voluttuoso fiore rampollante da fianchi arroganti,

penzolante come lingua di cane

o come goccia fresca di rosso sangue,

rosso sorgendo dal tuo monte

come l’aurora scialba sorge all’occaso

come una luna che brillante e lucente

si affacci da un nero pozzo.

 

 

 

 

 

ANCORA IL TUO CLITORIDE.

 

Con la lingua esploro la tua bocca e il tuo ventre,

con le labbre sfioro i tuoi capelli e la tua pelle,

che odora di frutta matura e dolcissima

misurando gli interminati spazi delle tue gambe,

con la lingua lecco l’acre umore del tuo sesso selvaggio

carnoso e arrogante come la violenta fioritura

suicida dell’agave.

 

 

 

 

 

LE TUE GAMBE.

 

L’atroce bellezza delle tue gambe

è strazio ai miei sogni agitati,

l’inerte voluttà delle tue gambe

è strazio al mio amore malsano,

la pura forma-peso delle tue gambe

è strazio alla mia abietta lasciva libidine,

la dolce curva delle tue gambe

ripete all’infinito l’assioma del mio turpe desiderio.

 

 

 

 

 

I TUOI SENI.

 

I tuoi seni sono due calici

di vino forte:

li succhio e m’inebrio

del piacere riservato

ai maestri del piacere,

ai campioni del piacere.

 

 

 

 

 

IL TUO CULO.

 

Il tuo culo sforza il mio turgido sesso

e nell’alvo tuo languido affondo perplesso:

 

alma e palle mi svuoto nell’eccesso

di questo oscuro feroce amplesso.

 

 

 

 

 

I TUOI CAPELLI.

 

Ninfa dal marmoreo corpo,

ancora ti sogno in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da nimbate caligini lattiginose

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza marina.

 

 

 

 

 

ANCORA I TUOI CAPELLI.

 

Come un Luglio caldo,

più caldi di un Luglio,

più caldi del vento di Luglio,

i tuoi capelli mi solleticano

quando leggeri il mio volto toccano,

dita di margherita

delicate.

 

 

 

 

 

IL TUO VOLTO.

 

Il tuo volto è la mia luna,

il tuo corpo è la mia notte,

il tuo sorriso le mie stelle,

e tu, tu sei la mia alba:

quando al mattino apri gli occhi e mi guardi,

e un nuovo tuo giorno penetra in me,

allora per me s’inizia la vita

effondendo la sua luce

azzurrina.

 

 

 

 

 

IL TUO SORRISO.

 

Oh Muna,

quando sorridi

la tua pelle trema

come mare notturno

dappertutto effondendo

dolce sapore di ciliege

e amaranto.

 

 

 

 

 

ANCORA IL TUO SORRISO.

 

Il tuo sorriso è una falce d’argento

che miete i miei sogni,

è il ferro perduto dal nero corsiero della notte in fuga,

come se il nero destriero della notte fuggendo

avesse perduto un ferro degli zoccoli.

 

 

 

 

 

I TUOI OCCHI.

 

Io so tutto,

so tutto,

io so

tutto,

io

so

tutto,

io

so tutto:

 

so

la vita

la morte

le città

i mari

i sogni

gli incubi

le paure

ma non so

i tuoi occhi:

 

i tuoi occhi

rimangono per me

un mistero,

un turgido enigma,

un indecifrabile

punto interrogativo,

un’umida domanda,

davanti alla quale

la mia ragione sbanda.

 

Tu

m’interroghi

senza domande

e io

non so

rispondere:

tu domandi

e d’improvviso mi sembra

che niente so e niente

posso dire.

 

Mi chiedi

perché il giorno

perché la notte

perché la vita e le stelle

la morte e il dolore

perchè i fiori e gli arbori

perché i poeti e gli assassini

perché le rose e le viole

e le mie parole

svaniscono

e non

so...

 

Perché mi chiedi

e io non rispondo

perché d’improvviso

nulla so fuorchè

quello che

non vivo.

 

Io so tutto:

so la vita e la morte

la notte e i suoi arcipelaghi meridiani

la botanica e la farmacologia

il gineceo dei nostri peccati

il più e il meno della matematica

i pro e i contro della statistica

il guscio irreale ed eterno della noce

la bontà ignota forse ignorata del coccodrillo

il lampo azzurro-cielo che precede la morte;

so tutte queste cose e molte altre

ma ancora i tuoi occhi non so.

 

Sul vertiginoso distacco

dei tuoi occhi la mia ragione slitta

e così solo la vertigine dei tuoi occhi so

la gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi occhi

e mi sembra che le parole

le abbia stravolte mangiate rose

il tuo sguardo e i tuoi occhi

e soltanto questo ormai so:

viviamo solo se l’amore lacera le viscere,

mentre gli dei sonnacchiosi stanno a guardare

e i demoni malvagi in silenzio aspettano

calpitando furiosi.

 

 

 

 

 

ANCORA I TUOI OCCHI.

 

Occhi di solitudine e di abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago fluttuare di lampi tra nebbia

vago sogno nell’illusione della vita

vago guizzare di pesci nel piombo dell’oceano di piombo

occhi di fossile compattezza e angolare monomania,

occhi di vita, occhi di poesia,

occhi di paura, occhi senza riparo,

occhi senza ritorno, occhi a cui tutto torna,

rattratto attorto sillogismo e polvere da sparo,

gloria in excelsis e concerto in busillis,

infernale be-bop frondeggiante proteiforme

non-voluto involuto devoluto come il cielo dei fessi

grondante nel cielo dei fossi.

 

 

 

 

 

IL TUO SGUARDO.

 

Il tuo sguardo è calma accesa,

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

E la calma del tuo sguardo

un nimbo di pace

quando un’ora serena cerco.

 

 

 

 

 

ANCORA IL TUO SGUARDO.

 

Mi spaura il tuo sguardo,

poiché quanto prima non esisteva

rende visibile ai miei occhi bui

e al mio cieco cuore.

 

E io, terribilmente spaventato di perderti

e perdutamente felice di averti,

nei tuoi occhi silenziosi

chiedo solo di perdermi e non finire

mai più.

 

 

 

 

 

ANCORA E ANCORA IL TUO SGUARDO.

 

Mi guardi

e il tuo sguardo è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un sistema finanziario sul ciglio del baratro

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente

una treno che deraglia e come una foglia si accartoccia

un sole bruciato dal troppo calore

una rosa che ha roso il mio cuore e s’è mangiato

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello

una cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla morte

una volpe con una zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Mi guardi

e il tuo viso è come un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Mi guardi, lunatica,

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

su una rada battuta dal vento.

 

 

 

 

 

IL TUO BACIO.

 

Baciarti è come addentare la polpa

di un dolce frutto estivo,

come respirare l’aria trafitta di azzurro dell’Estate,

come sprofondare nella fodera di seta della notte incostante.

 

Baciarti è come addentare la polpa,

la polpa della vita,

 

 

 

 

 

LA TUA SALIVA.

 

Vino mi è la tua saliva:

quando ti bacio e mi baci

la mia anima si ubriaca e vola,

ebbra eppur leggera.

 

 

 

 

 

LA TUA MANO.

 

E anche la tua mano

(brezza, latte, lanugine, levamen),

anche la tua mano sento posarsi

ora che scende la sera

dolce e tuttavia piena

sulla mia fronte

premendo

infinitamente digitata

sulla mia fronte

infinitamente

madida.

 

Sento la tua mano

e il mio morto sudore

mentre squillanti jazz saettano dardeggianti

frondeggiando nella camera buia

e tutto ciò a nulla giova

e pure io a nulla giovo

(lo so)

benchè mi provi con tutto me stesso

nell’inficiarmi-trasgredirmi

del punirmi.

 

La tua mano mi abbraccia

mi affonda

mi assorbe

e annega

e io mi lascio andare

con paurosa trepidazione.

 

Nella camera buia vagola

brancola

si agita

senza posa

la tua mano che non si vede

e che lieve si posa

quando mi adagio a notte.

 

Enorme mano morbida-morbosa

che gira e rigira nella mia mente

fatalmente forzuta

fatalmente voluttuosa

incredibilmente affettuosa

ancorchè fortissima.

 

Mano che potrebbe stritolare

ora mi accarezza,

la mano che ieri poteva abbracciare

e invece preferiva stritolare.

 

La tua mano mi liscia i capelli

mi solca la fronte e le tempie

mi socchiude le palpebre

e mi rintuzza i pensieri,

mi tira indietro il collo

mi palpa la nuca

quasi a cercare

più forte, più forte

più dentro, più dentro,

nel dentro del più profondo

m’afferra stretta al collo

e io non vedo più

non ci vedo più

non sento più

e la mano mi trascina, lontano,

in una via oscura oscura

oscura, via,

dove è buio

le strade sono bagnate

e languidi i lampioni.

 

Ora la mano mi molla

per un attimo

ma poi subito ricomincia

e mi affonda il muso nel fango

mi sbatte la testa contro il muro

ed ecco che ora si trasforma

non è più la mano robusta che conoscevo

quell’unico bruno fascio

di tendini e nervi che amavo

ma è divenuta flaccida e pigra e floscia

ma sempre mi ronza in testa

la tua mano

la tua mano

la tua mano.

 

La tua mano mi volteggia sulla testa

e io sto a guardare

con compostezza

ma poi d’improvviso si innervosisce

e mi getta per le scale

e mi corre dietro

sull’orlo del precipizio

e sul ciglio del baratro mi riprende

e io non reagisco

e mi lascio trasportare

mi pare di sentire il mare

l’onda dell’ombra

e la terribile agonia del buio.

 

Poi la mano ritorna

e penetrano le unghie acutissime

dentro i miei occhi

e io la lascio fare,

non ho più la forza nemmeno di respirare,

e le unghie penetrano

e aprono fessure e varchi spazio-temporali

che mai potevo mai immaginare,

brandello dopo brandello

giungono all’estremo lembo del cervello,

ed è un’esplosione,

lampi di luce giallo-viola-azzurro

mi balenano nei bulbi oculari

e le tempie pulsano

e un vuoto enorme davanti a me

spalanca la sua bocca e mostra

un vortice immenso e rosso

come il sole

anzi più dinamico del sole:

un immenso vortice rosso

che mulinella davanti a me

e mi attrae a se e mi risucchia

e mi è addosso e mi acceca

immenso e rosso

accecante

sfavillante.

 

 

 

 

 

LA TUA PELLE.

 

La tua pelle reca la notte

e negli occhi hai il giorno,

al tuo cospetto l’alba affosca

e pure l’ostro oscura e l’avorio perde.

 

Sembri una notte stellata

ornata con i monili del cielo,

e il tuo sorriso è un drappo di stelle,

come se gli astri

stupiti dalla tua bellezza

avessero deciso di abbandonare il cielo

e cadere nella tua bocca.

 

 

 

 

 

***

 

Oh Muna,

il tuo sorriso è la mia luna

i tuoi occhi sono le mie stelle

la tua pelle la mia notte:

quando l’alba mi sorprende

nell’aroma della tua pelle,

che olisce di frutta matura e dolcissima,

con la mia bocca nella tua bocca,

preso nella rete dei tuoi capelli,

allora per me inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce cristallina.

 

E quando tornando dal lavoro

ti abbandoni stanca al sonno

sciolti i capelli sulle spalle

allora per me inizia la notte

e dispiega il suo manto di stelle.

 

Ragazza nera,

pelle di pantera e chioma di scorpione,

nella pelle rechi la notte

e negli occhi hai il giorno.

 

 

 

 

 

IL TUO ODORE.

 

Di che cosa odora la tua pelle?

un frutto, una spezia, un aroma, un fiore?

Odora di rosa e di sambuco

di zucchero e garofano

di zagara e cannella

di porpora e amarena

di frutta matura e dolcissima

del mormorio del mare al mattino

la tua pelle.

 

Dai piedi fino ai capelli

dalle ginocchia fino alla nuca

dalla fodera della vulva alla bocca

emana sapore d’amaranto

la tua pelle.

 

In tutta la sua furiosa

feroce

selvaggia

erratica

estensione

è una coltellata di gelsomino

una pugnalata di zagara

una revolverata d’incenso

un’impetuosa zaffata di garofano

un’onda di seta purissima

la tua pelle.

 

È odore di sole sulla pelle,

odore di sale sulla pelle,

l’odore che sale dalla tua pelle.

 

 

 

 

 

IL TUO SUDORE.

 

Mi eccita durante l’amplesso

leccare il sudore dal tuo negro corpo selvaggio,

cosparso le olide tracce l’ansimante petto,

rigato di dolce acqua sessuale che cola in mille madidi rivoli

che intridono di sesso e tingono la pelle

già umida di molle voluttà.

 

Mi piace, durante l’amplesso,

leccare il tuo sudore.

 

Sesso liquido, sesso odoroso:

a volte basta davvero poco

per essere felici.

 

 

 

 

 

ANCORA IL TUO SUDORE.

 

Mi piace quando di notte

nel sonno ti stringi a me, nuda e madida,

premendo il viso contro il mio cuore,

e mi piace anche quando,

nella notte nuda e rorida,

ti abbandoni alla stanchezza

e tranquilla e placida russi

e un rigagnolo di saliva

ti rivola dall’angolo della bocca

e ti riga il volto.

 

Mi piace, quando tu dormi,

svegliarmi prima di te e sorprendermi

nell’aroma di frutta matura e un po’ stantia

della tua bocca,

e mi piace anche

svegliandomi

trovarmi con la mia bocca

dolcemente intrappolato

nella rete dei tuoi capelli,

ascoltando la tua pelle

tremante di aurora e sogno.

 

Ma, più di tutto, mi piacciono i letti stretti

dove io e te giacciamo in un solo respiro,

così stretti che quasi posso leggerti i sogni.

 

Mi piace, quando dormi,

stringerti forte, più forte,

per sentirti dentro, più dentro,

fino al sangue e al midollo,

anzi oltre il sangue e il midollo

fino alle paure e agli incubi.

 

Mi piaci addormentata

perchè sei il mio segreto e il mio sogno:

sveglia sei reale e di tutti

ma, quando dormi,

sei il mio piacere vero e immaginato

tangibile e inafferrabile

fuggente e impalpabile

per metà concreto e

per metà ipotetico

errante ed erratico

ma sempre ossessivamente

vagante e martellante

nella mia testa

finchè non ti desti

e quella muta selvaggia immensa

paura di perderti

scivola e scompare

nell’imbuto del tuo sorriso.

 

 

 

 

 

LA TUA VOCE.

 

La tua voce risuona fulgida

più di speranze e sogni

e in questo nulla volere

e nulla avere

ti cerco

ultimo appiglio.

 

 

 

 

 

LA TUA BELLEZZA.

 

Bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre,

 

bellezza d’isola lambita dal mare

nell’onda dei tuoi capelli fronduti,

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso,

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

 

candore sincero di ragazzo

e bruno passo di bambina.

 

 

 

 

 

LA TUA ANIMA.

 

In te ascondo i miei pensieri

che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare,

in te le mie paure occulto

che non posso confessare,

in te i miei sogni celo

che più rivelano me stesso,

più di ogni poema

più del più bel verso

più della metafisica dei libri

e dell’opera dei dotti.

 

 

 

 

 

IL TUO CORPO.

 

I tuoi seni sono due calici

di vino forte:

li suggo e m’inebrio

del piacere

riservato ai campioni

del piacere.

 

Vino mi è la tua saliva:

baciandoti mi ubriaco

e la mia anima vola

ubriaca eppur leggera.

 

I tuoi occhi sono occhi di solitudine,

occhi di abbandono e silenzio,

occhi di tenebrosa e offesa bellezza,

vago scintillare di oasi nel deserto,

vago guizzare di vita come tra nebbia lampi,

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

I tuoi occhi sono un vago tumulto.

 

L’atroce bellezza delle tue gambe

è strazio ai miei giorni soli e ai miei sogni agitati,

la sterile libidine delle tue gambe

è strazio al mio malsano amore malato,

il trepidante odore delle tue gambe

è strazio alla mia inerte voluttà,

gli interstiziali anfratti delle tue gambe

ripetono all’infinito

l’assioma del mio desiderio.

 

Come il vento calido di Luglio

più calidi del vento di Luglio

i tuoi capelli mi solleticano

quando leggeri il mio volto toccano

come dita di rosa

delicate.

 

Il tuo sguardo mi mette paura

poiché quanto prima non esisteva

rivela ai miei occhi bui

e al mio cieco cuore,

e io

spaventato di perderti

e perdutamente felice di averti

nei tuoi occhi

chiedo solo

di smarrirmi.

 

La tua fronte è un’isola

lambita dall’onda dei tuoi capelli,

e sono ellebori profumati

le tue affusolate mani

dai petali morbidi

soavi di tepore.

 

Il tuo corpo

è un eco muto che sale da morte stagioni,

un colpo di pistola nel vacuo nulla,

un deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole,

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso improvviso

illumina come il lampo di notte

rivela contorni aguzzi

di roccia.

 

Soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea d’acciaio.

 

Sulla furtiva linea del tuo corpo

corpo ideale del piacere

è scritto il canto dell’amore

tremulo come brivido sulla pelle.

 

 

 

 

 

 

ODE.

 

A te

e al tuo viso,

al tuo sorriso

al tuo sguardo

ai tuoi capelli

alle tue labbra

alle tue gambe

alla tua schiena

alla tua pelle

alla silente enfasi della tua vita

alla silente enfasi dei tuoi occhi

al tuo sapore che si riversa nelle mie vene

al mio torpore risvegliato dal tuo sussurro

agli indecisi angoli della tua bocca

all’oscura linea del tuo corpo

alla solenne curva dei tuoi fianchi

alla setosa fodera della tua vagina

alla mia mano sul tuo seno

alla mia mano sul tuo sesso

alla mia mano sul tuo corpo

al tuo corpo sul mio corpo.

 

Soprattutto,

al tuo corpo sul mio corpo.

 

 

 

 

 

NOTIZIARIO.

 

Ormai è noto il fatto

di pubblico dominio la notizia

le fronde degli alberi l’hanno diffusa

e il vento l’ha sparpagliata

agli angoli della città

nei trivi e nei quadrivi.

 

Già sanno le foglie delle pareti

e le sedie e il tavolo e i tappeti

e le tende e lo scrittoio e i quadri

già sanno i bicchieri e i lumi e le finestre

e le porte, gli ombrelli, i guanti, e i cappotti

e le strade e i palazzi e gli specchi e le valigie

e i moduli, i certificati, i permessi, e i documenti

e gli occhiali da sole i cervelli e i cuori di vetro

e la terra e i fiori e i ruscelli colore del miele

e ormai bisbigliano i prati e i campi

vociferano gli steli e le frutte

con insistenza

con arroganza

con invidia

che io e te dormimmo

distesi nudi e amanti

la nostra notte senz’alba.

 

Già sa il sole in cielo

già sa l’acqua del mare

già sa il sale nella ferita

già sa la rugiada sull’asfalto

e il rosso delle mele

già sanno anche le rondini

in ginocchio sulla riva

e i pesci fulgenti nelle loro scaglie

già sanno questo nostro oscuro

avaro amore amaro.

 

 

 

 

 

SERA.

 

Piove, e l’acqua che cade a goccioloni in questa sera,

l’acqua che goccia e goccia-a-goccia stria il mio volto,

l’acqua che brontola e croscia

è tutta un cascame di aghi,

una pioggia di crudeli aculei,

come una spada scheggiata in mille stalattiti,

una voce sorda senza eco

che rimbomba il tuo nome

nel ticchettio di mille telescriventi

impazzite che ripetono il tuo nome,

il tuo nome il tuo nome il tuo nome,

nella tastiera del cielo del cielo nero.

 

Piove, e la sera è la veste di velluto che tu indossi,

le stelle sono i denti di madreperla della tua bocca,

nel cuore della sera una piaga rosso-violacea

languida languente.

 

Piove, e trema la fatua umida sera,

e tremula pure tu,

faccia a faccia in un indefinito zig-zag anatomico,

oscura luna appesa al soffitto

profondata tra le coltri del letto

candida riga nell’azzurro-cielo

persi voli

presaghi disvoli.

 

 

 

 

 

MI ATTARDO.

 

Per spazi e gradini come pensili giardini

pencolanti ai miei piedi che vanno

nel diffuso torpore delle correnti e dei venti

come foschie di sogni e foschi sonni

un fiume immaginato-trasecolato

in perenne transito - in perenne dialogo

in perenne dialettica col greto amazonico

anfitrionico sale

e a me viene leggero e caparbio

nell’ostinazione tremante della sua superficie

nell’esitazione intrepida del suo dorso

nella distrazione tragica del suo ristoro

e mi rapisce l’orizzonte

e gioie d’autunno si spargono sul mio capo

come effusioni di catartiche foglie-tregua

o come tremore di ore disposte all’oblio

all’oblio.

 

Oh anima di brina, anima di rena, anima di arnia,

sei un grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba

e stordisce la mia gioia e scipa il mio vivere,

e lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche

eroico io vorrei ma non posso,

sei primo elemento

di una proposizione moritura e imprecisa

persa in oscuri uteri di luce,

sei lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,

sei soffio sugli occhi,

sei brace, rischio, piega, piaga che prega

e nel suo suppurare mostra elitre di mosca

superstiti

in fine

sei torpido torbido sguardo di occhi-scrigno

confuso volitare di pensieri

che non sanno l’amore.

 

Eppure in questa natura ambigua e alchemica

che seppi essere solo menzogna

rabbioso e protervo

io mi attardo.

 

 

 

 

 

 (MICRO-)ETERNITÀ.

 

Miriadi di parole,

parole su parole,

parole e ancora parole,

non possono dire

la (micro-)eternità

del tuo bacio

quando mi baci

chiudendo gli occhi,

stringendo i pugni.

TI GUARDO.

 

Ti guardo ridere

dolcemente armonica e amica

e in petto muore il cuore

impietra la lingua

brucia la pelle

gli occhi più non vedono

suda la fronte

nel cervello è buio

e offuscato il cuore non ragiona,

scalpita il sesso

e sbanda la ragione.

 

Ti guardo e

fumo un’altra sigaretta.

 

 

 

 

 

TU MI GUARDI.

 

Tu mi guardi e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

una puttana che finge piacere per far piacere

un treno che deraglia e si accartoccia come foglia

una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello

un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte

una volpe con la zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi

lunatica

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.

 

 

 

 

 

HO GUARDATO.

 

Ho guardato

con i miei occhi dentro i tuoi occhi,

con amore e con terrore

nel pozzo infinito

infinitamente buio

dei tuoi segreti

delle tue paure

dei tuoi sogni

curvandomi

sullo specchio della tua anima

come un secchio vuoto

che la carrucola discende

nel cerchio del pozzo

nero.

 

Trema un ricordo in superficie

un volto incerto e pensoso

mi fissa che si deforma

e si fa vecchio.

 

È il tuo volto

che fissa il mio volto

come un eco che stride da lontano

e lancia il grido

delle nostre coscienze sporche.

 

Il mio volto e il tuo volto:

due volti che si uniscono

mentre una distanza li divide

che impercettibile dura

come una eco

più dentro, più dentro

fin nel profondo,

fino al sangue e al midollo,

e in questa distanza infinita

nelle onde dei tuoi segreti

nel buio dei tuoi silenzi

il mio cervello

come una zattera

affonda

spezzate le vele

divelte le vele

squarciate le vele,

le vele, le vele, le vele...

 

Ho guardato,

con i miei occhi nei tuoi occhi

e con le mie labbra nelle tue labbra

con il mio cuore nel tuo cuore

con amore, con terrore

ho guardato nel pozzo infinito

dei tuoi segreti e delle tue paure

dei tuoi sogni e dei tuoi incubi

nello specchio della tua anima.

 

trema un ricordo in superficie

un volto incerto e pensoso

mi fissa che si deforma

e subito si fa vecchio.

 

È il tuo volto

che fissa il mio volto

come un eco che stride da lontano

e lancia il grido

delle nostre coscienze sporche.

 

Il mio volto - il tuo volto

due volti che si uniscono

mentre una distanza li divide

che impercettibile perdura.

 

 

 

 

 

IN QUESTO ISTANTE.

 

In questo istante

molti uomini muoiono

molte donne partoriscono

e molti bambini nascono,

le ragazze si fanno belle per la sera

e le puttane scopano

(e qualche volta godono).

 

In questo istante

il freddo solitario e sincero è di un celeste-cielo

l’aria è una coppa di brina mattutina

una bria di vetro inciso nel diamante.

 

In questo istante

il mio orologio segna le 21,15

dunque tra 45 minuti arriverai

e vederti, semplicemente rivederti,

come ogni sera sarà il solito colpo di .45 al cuore.

 

In questo istante

il lampo suona il gong sulfureo della tempesta

i manichini dei grandi magazzini sono più tristi

e il giorno finisce per poi domani ritornare.

 

In questo istante

i gatti del quartiere rantolano

e il macellaio affetta la carne,

i gelsi sono già ingialliti e i fichi sono ancora acerbi,

i malati guardano attraverso i vetri degli ospedali

e i matti urlano e urlano e urlano nei mattatoi,

gli sbirri passeggiano tronfi nella loro divisa

e il mio viso arrossisce di collera e vergogna,

una collera con le mani e i piedi legati

e le viscere incatenate.

 

In questo istante

solo la morte e il buio, solo il nulla

il niente confuso e il nihil impazzito.

 

In questo istante

la passione del traditore

l’ansia dello studente

il ghigno selvaggio del sicario

e il sussurro incatenato degli amanti

che nulla chiede

solo di non essere dimenticato.

 

In questo istante è l’alba

s’illumina il mondo

e pure le tue gote

e il cielo inalbera le sue impurità

il giorno è trasparente e senza macchia

ed effonde odore di semi per le strade

il vento cala e poi se ne va

c’è un usignolo che canta

e ride la gazza nera sugli aranci.

 

In questo istante

guardo in ginocchio la terra

e l’insetto

e il fiore

e il cielo

e i rami degli alberi che volano

e le rondini che sfrecciano nel cielo

il fuoco che divampa nella notte

la luna che salta da una nuvola all’altra

da un palazzo all’altro

e il cuore che batte tremendo.

 

In questo istante

io ti guardo e tu mi guardi

io guardo te e tu guardi me

e come luna mi segui

da un palazzo all’altro

da una nuvola all’altra.

 

In questo istante

i legumi cuociono nella pentola,

le sardine sfrigolano nell’olio

e le serrature si aprono-chiudono.

 

In questo istante

tu sei di fronte a me

nel chiarore indefinito del mattino d’aurora

le tue lacrime sono bionde gocce di pioggia

i tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento.

 

In questo istante

Garcia-Lorca viene fucilato

e pure Dostoievski viene fucilato

Hikmet viene esiliato

Bukowski guida la sua bmw nera

Campana muore di fame

e Borroughs spara alla moglie

Prevert grida sui tetti di Parigi

alle nere membrane della notte

ed Hemingway intinge il suo cervello

nel succo d’arancia.

 

In questo istante

il sole è un barattolo di miele

e i tuoi occhi sono pieni di sole

e io non mi fermo a rimpiangere

il passato.

 

In questo istante

le tue parole le tue parole

come vele come vele come vele

riempiono il tramonto di vane sequele,

le tue parole allegre

le tue parole amare

le tue parole euforiche

le tue parole malinconiche

le tue parole eterne come il mare e la materia

pesanti come un pugno ben centrato

vuote come la mia testa

dure come il mio cuore

e la mia tristezza è solo un logora camicia di tela

e tutto è un tumulto uno strepito uno sfolgorio.

 

In questo momento

sei sdraiata al mio fianco

e il mondo non conta più nulla;

in questo attimo mi parli

e il mio cuore libero di menzogne

si libra ardito e sorridente

su questo prato verdicante;

in questo secondo,

proprio in questo secondo e mai più,

i tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso

un tramonto di fine Settembre

uno sbadiglio di bambino infreddolito,

I tuoi occhi immensamente grandi

e rotondi sono d’autunno le grandi foreste,

i tuoi occhi sono inaccessibili e duri

come le fredde terre del norde.

 

In questo istante

io non vorrei altro

che trascorrere la mia intera vita nel tuo sguardo

perdermi nel silenzio dei tuoi occhi

perdermi nel buio dei tuoi silenzi

perdermi nei tuoi occhi di tenebra

perdermi nella tenebra dei tuoi occhi.

 

In questo istante

la foglia sul ramo

il pesce nell’acqua

e nel mio cuore tu

come un innesto

col tuo cuore nel mio cuore

in questo istante

tutto nasce e muore

nella profondità dei chilometri

nella dispersione dei chilometri

nella disperazione dei chilometri dei chilometri

con cruore con cruore con cruore

con speranza e saggezza

con un po’ di amarezza

ma senza scoppio, senza rumore

senza rugghio di motore

tutto nasce e poi muore

uomo donna bambino

stella albero rancore

aria sole terra e mare

bugia inganno e tradimento

gabbiano rimorso e rimpianto

bellezza e morte

gioia e dolore

gloria e dolore

sospiro e dolore

eccetera eccetera eccetera.

 

Ma tu dove sei

in questo istante?

In questo istante

forse sei solo stanca e vorresti dormire:

ti laverei i piedi e ti massaggerei il corpo,

ma non ho acqua di rosa;

forse hai solo sete:

mi trasformerei in acqua

per dissetarti;

forse hai sonno e voglia di dimenticare:

un arco di lino per cullarti

delle mie braccia farei.

Ma dimmi, in questo istante,

anche solo in questo istante,

mi ami? mi sogni? Mi pensi?

Oh sì mi ami!

In questo istante tu mi ami

come non hai mai amato

nessun altro

amore mio.

 

E in questo istante

anche io ti amo,

amore mio,

io che non ho mai

amato.

 

In questo istante e per sempre,

tu sei la mia schiavitù e la mia libertà,

sei la mia ebbrezza e il mio oblio,

la mia solitudine e il mio abbandono,

la mia pena e la mia rabbia.

In questo istante e per sempre.

 

 

 

 

 

IN QUESTA NOTTE.

 

In questa notte di Luglio

che il fiume scorre lento

sotto la candida luna estiva,

e le stelle a-mille-a-mille

sembrano una pioggia bionda e fine

di lapilli di vulcano infuocati,

e i lampioni illuminano le strade;

in questa notte di tiglio

che i prati sono molli di umore,

e i muri si appoggiano stanchi al chiarore lunare,

e l’oscuro fiume della notte

ci trasporta in assurdi spazi claustrofobici,

e le finestre dormono ritte in piedi,

e tu ti stringi a me e ti afferri

serrandoti di gioia e stupore

e ripeti le due parole le più trite e ritrite;

in questa notte di pietra

il mio cuore giace inerme inerte

dondolando impiccato sospeso

al ramo del tuo amore.

 

In questa notte di Luglio

in questa notte di tiglio

in questa notte di pietra

in questa notte di seta

in questa notte di sale

in questa notte di quiete sempre uguale

io ti amo

e scoppio di felicità

che fischietterei pure

una stupida canzonetta

d’amore trita e ritrita

stupida stupida

come quelle due parole

da noi mai dette

mai pronunciate.

 

 

 

 

 

LE STAGIONI.

 

Anche d’Estate amami

con la vastità delle tue gambe,

con la misura del tuo vacillamento,

con il fiume del tuo respiro,

con il trepidante tesoro del tuo ventre

(arnia e alvo del mio desiderio),

con tutto l’oro che ti cresce in bocca

e ne trabocca.

 

Amami d’autunno

con il tuo vestito scuro

del colore dell’ostro e dell’amaranto,

con la secca precisione dei tuoi gesti

e la gelida tangente del tuo sguardo.

 

Amami d’inverno

con tutta la tempesta che serbi in petto,

con il sogno e l’acqua

che tremano nel calice del tuo grembo,

con tutti i tuoi fantasmi

che sciamano di notte sul tuo letto,

con i tuoi stolidi pensieri che volteggiano sul tuo tetto

e fanno il paio con i miei stupidi pensieri,

con l’artiglio minerale della miseria,

con le accigliate angosce delle tue cicatrici,

con gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe,

con tutti gli spigoli del tuo cuore ruvido

e le invalicabili barriere della tua anima,

con tutto l’oro che hai in bocca

e ne trabocca.

 

Amami in primavera

nei suoi giorni d’oceano, fatti di nebbia e turchese,

con le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci,

con la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni,

con i tuoi ricci neri neri

incalzati dai venti, veloci come negri corsieri,

con la tua bellezza dura di pietra,

con un fiore notturno profumato del tuo aroma.

 

Amami, amami anche senza amore,

anche senza la mia mano sul tuo seno,

anche senza la tregua della tua presenza,

anche senza la gioia del tuo volto di rosa,

anche senza il piacere delle tue labbra ideali

modellate per donare il piacere al corpo.

 

 

 

 

 

IL CIELO.

 

Il cielo è grigio oggi e sonnolento,

quasi timoroso,

o forse solo annoiato e stanco,

e nuvoloso pencola indeciso dai rami dell’albero

grondando umido dalle foglie

come una forma di liquida aria vibrante,

e poi d’improvviso si spalanca

e illuminato di tutti i colori dell’iride balenante

s’impiglia ai rami degli alberi,

e così tutto il cielo è nei rami di un albero

e di molti alberi

e scivola dalle foglie e permea la terra

effondendo dolce sopore di bosco:

è in un chicco d’uva

in un granello di sabbia

in una mica di pane

nella tua bellezza scintillante

stillando azzurro-gioia nello specchio degli occhi

profondi di ombre minacciose

nella tua anima peregrina

nel tuo volto che muta colore trascinandosi il suo dolore

in tutto il dolore del tuo volto che muta colore

e ora è buio e tempestoso

ora un lago capovolto di acciaio fuso.

 

Io marinaio, tu acqua viva,

tu acqua viva, io acqua morta,

tu incudine, io martello,

tu sabbia, io clessidra,

tu diamante, io minatore,

tu piacere, io dolore,

ma, dei due, il solo vero amore,

per quanto demente e schizofrenico,

era il mio.

 

 

 

 

 

SEMPRE MI TORNI IN MENTE.

 

Sempre mi torni in mente:

anche quando non ci sei

anche quando non ci sono,

e le tue membra in mente immagino

e il tuo passo alacre e svelto,

e la dolcezza delle tue spalle,

e le tue mani brancolanti

tra dubbi e domande

a cercare un equilibrio

un baricentro

un appiglio

nella tua anima confusa e fluida,

e ancora a miei occhi torni

pur se non vuoi

pur se non voglio

con la curva solenne dei tuoi fianchi

e il tuo desiderio lì sospeso

che nulla chiede

solo di non finire

mai.

 

 

 

 

 

FRA CENT’ANNI.

 

<<Vorrei incontrarti fra cent’anni...>>

diceva una canzone vecchia di cent’anni,

ma io non penserò al mondo fra cent’anni:

ripenserò solo ai tuoi occhi fieri

più bui e profondi dei miei neri pensieri,

e al tuo ventre e alla tua bocca,

alle tue mani e alla tua pelle,

al tuo dolce sorriso di ieri

e ai tuoi capelli neri neri

(chissà come saranno cambiati

saranno ormai imbiancati...).

 

Ripenserò ai tuoi seni

come due pomi lunati,

e ai tuoi piedi inarcati

come due lune elastiche

quando mi amavi e a me ti donavi,

e a quello che mi dicevi...

 

Ripenserò a te fra cent’anni

e la mia solitudine sarà solo

la tua assenza.

 

Ma in fondo che sono cent’anni? Non poi un granchè.

Solo un soffio quando l’ala della notte ci avrà avvolti

in un sogno eterno.

 

 

 

 

 

FORSE CHE.

 

Ma dove va la notte quando se ne va?

E dove si nasconde quando è giorno?

Dove finisce la notte quando finisce?

 

Forse che per sfuggire al suo amante bramoso il giorno

si rifugia nella tua pelle coagulandosi nella matrice del tuo corpo

come una metallica forma liquida che rapprendendosi fa di te

un acino di uva bruna e dolcissima la notte che,

quando ti addormenti e con te si addormenta anche il sole,

odorosa di velluto effonde dalla tua pelle

tremante di sogno e aurora?

 

Oh, sì: finisce la notte dove cominci tu

effondendo dalle tue nere membra

come se in te tutta

dormisse tutta vivesse!

 

 

 

 

 

LA CASA.

 

Quando dormi

anche la casa dorme

e le sedie dormono accanto al tavolo

e il tavolo addossato alla parete

e le scarpe dormono sdraiate sul pavimento,

lo specchio si rabbuia e non riflette più

e anche la balconata dorme e le piante

con i loro lunghi colli pencolanti nel vuoto,

e anche i fiori più loquaci tacciono

e i pomodori e i limoni assopiti

aspettano gioiosi il domani e il coltello

con cui domani li taglierai, e i vestiti pure dormono

in piedi come manichini senza vita

in tua attesa,

e anche i tetti dormono e i gatti

prendono una tregua dal loro miagolio,

il fiume smette le vanitose paillettes del giorno

e indossa un lungo vestito lungo e nero,

le lampare come stelle cadute in mare spengono

e le nubi dormono avvolgendo la luna

nelle loro spire di lieve bambagia.

 

Ma poi la luce del mattino si accende

e riversa i propri raggi dorati sui tuoi capelli

colando tra le mani e cingendoti i fianchi

fino ai piedi candidi d’incenso

e così ti desti

e allora anche la casa si desta

e apre gli occhi luminosi delle proprie finestre

e le sedie carponi zampettano allegre

e il tavolo bofonchia in attesa del pranzo

e le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi

che presto le riscalderanno con il loro

profumo di vaniglia

e il piombo dello specchio sprizza

la gioia sensuale del tuo incedere delicato

nella curva sinuosa dei bruni fianchi d’amaranto

e pure il ballatoio distende le gambe

e il fiume indossa la propria veste d’argento

e le piante stiracchiando il loro collo salutano il sole

e le più caciarone hanno già ripreso a chiacchierare

e le rondini cinguettano alacri il tuo sorriso

e il mio cuore pure cinguetta le sue solite

stolide scemenze.

 

Chissà se mi avrà sognato stanotte,

chissà se mi avrà pensato stanotte,

chissà se le sarà mancato il mio abbraccio...

 

 

 

 

 

SENZ’ALCUNA RAGIONE.

 

Senz’alcuna ragione

passano le stagioni e vengono gli Inverni,

e gli alberi del viale (soprattutto gli ippocastani)

squamano a foglia a foglia roridi stillando,

e i rami bisbigliano frondosi

e solo il vento sa che cosa si dicano,

e le foglie stormiscono lontana nostalgia

soprattutto quando cadono al crepuscolo

soprattutto quando cadono sferzate dalla pioggia grigia

soprattutto quando cadono in tua assenza

soprattutto quando cadono sotto un cielo di piombo.

 

Senz’alcuna ragione

il sole mi batte in fronte e il cuore mi batte in petto,

senz’alcuna ragione un cane abbaia

e il pesciolino rosso galleggia nell’ampolla

e le stelle girano sulle nostre teste e stride il mare

e il sole si brunisce e spegne nell’imo cadendo

e le strade corrono veloci sotto le ruote

e il tempo scorre lento sulla strada

e il vento dondola l’altalena

e non c’è arcobaleno di notte né farfalla sulla neve

e lo specchio riflette le mie rughe nel suo lago di piombo

e le ore corrono di albero in albero

e di palo in frasca nel frutteto del tempo

e verrà il tramonto e scenderà la sera

e i tuoi occhi illumineranno

il mio sentiero al di là della notte

e oltre il confine.

 

Senz’alcuna ragione

il mio cervello ti pensa

la mia pelle ti cerca

il mio cuore ti aspetta

e io, io ti amo

in questo luogo

al di là del bene e del male

dove ci aspetta il sapore

di nuovi azzurri mari

e altri infiniti

altrovi.

 

Senz’alcuna ragione

qualcosa si rompe in me

e mi soffoca in gola i pensieri

stasera nell’ora che lenta

volge al desio e cruda e fiera

annera e dispera

senz’altra ragione.

 

 

 

 

 

RIFLESSI.

 

Il lago riflette i raggi della luna

lo specchio accoglie la tua bellezza

il medaglione che hai al collo la serba

con cura nel cuore del proprio quarzo

e gli occhi riflettono l’immagine del mondo

ma il riflesso più abbagliante

il barbaglio più reale

l’immagine più vera

è il mio riflesso

nei tuoi occhi.

 

 

 

 

 

UNA TANTUM.

 

Ti sei svegliata presto stamattina

e di corsa sei uscita

per pagare la retta universitaria,

500 euro una tantum mi dicesti.

 

Beh, nulla accade due volte

nulla si ripete due volte

nulla si ripete due volte.

 

Non giorno che ritorni uguale

non la stessa notte che si ripresenti

non due baci somiglianti

né due parole dette nello stesso modo

o due sguardi tali e quali.

 

Non lo stesso sole ci riscalderà domani

né lo stesso fiume ci bagnerà

non la stessa aria ci arrufferà i capelli

non la stessa vita vivremo di oggi.

 

E come due gemelli omozigoti

o due gocce d’acqua,

anche noi identici

eppur diversi.

 

 

 

 

 

EPIGRAMMA.

 

Il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle con lettere minute

come sulla scabrosa scorza di un albero

domani ritroverai marchiato a fuoco

sul mio cuore.

 

 

 

 

 

EPIGRAMMA SECONDO.

 

Amore in palpebre languido

con azzurri occhi di mare mi guarda

e con oscure dolcezze mi spinge

nella reti inestricabile dei tuoi capelli

conducendomi al mistero dei tuoi occhi

dove come in un aurora

il rosa e il viola del giorno

nascendo si fondono nell’oro.

 

 

 

 

 

ODI?

 

Non rumore, non passo, non strepito,

tutto tace, tranquillo e placido:

dorme ancora il martello del muratore,

dorme ancora l’ansito dell’atleta,

sui secchi rami tacciono ancora le brune tortore

e nel silenzio assoluto

solo si odono sottili i raggi della luna

picchiare contro i vetri della notte,

ai nostri amori segreto sepolcro

alle nostre baccanali follie testo.

 

 

 

 

 

SCHERZO.

 

Soave sei bella tra le belle

quale luna ridente tra le stelle

e la tua luce le altre caccia e impaura

come sole la luna oscura.

 

Alle altre donne la tua luce risplende

come sole la luna sospende.

Quando ti desti sei la mia alba,

e al tuo cospetto pure il sole scialba.

 

La tua bellezza come una scure

falcidia le mie imposture

e pure le perle rende insicure.

 

 

 

 

 

OGNI NOTTE.

 

Sei così bella quando dormi

che non riesco a credere alla morte

benchè la tema e sappia che un giorno verrà

in cui non vedrò più i tuoi occhi

brillare al mio fianco di notte

e questo mi secca.

 

Così

ogni notte,

quando tu dormi,

io non dormo

e ti guardo

per serbare un ricordo,

e ti accarezzo

e accarezzo il tuo viso di pesca

che, come una pesca, reca una tenue peluria,

e accarezzo il tuo corpo nudo

sprofondato nella vasta notte

e coperto solo di due sottili foglie

di palpebre come l’alba senza sogni,

e accarezzo la tua pelle bruna

che si mischia alla notte

e in essa si perde

e confonde.

 

Di notte,

quando dormi,

io ti osservo,

oppure capita che mi stringa a te

per far calore al mio corpo col tuo corpo

e allora la mia stanza esplode di sogni

uguali a lapilli di vulcano incandescenti

e il mio cuore urla e batte

con la stella più lontana

e luminosa.

 

Poi finalmente mi addormento

ma anche quando dormo

sono certo che tu rimani bellissima

bellissima come una stella che splende

magnifica e misteriosa

ancorchè i ciechi non la vedano.

 

 

 

 

 

OGNI MATTINA.

 

Ogni mattina l’alba riappare

e caccia dai tuoi occhi il trucco delle tenebre

sorprendendomi con la bocca nella tua bocca

olida di frutta matura e dolcissima

con le mani intrappolato

nella rete dei tuoi capelli.

 

Allora un nuovo tuo giorno penetra in me,

i demoni scompaiono e gli dei sorridono,

e anche la Signora Morte sembra più bella,

anche se solo per un momento.

 

 

 

 

 

QUANDO TI SVEGLI.

 

Quando ti svegli e i tuoi occhi profumati sbocciano

come due fiori umidi di rugiada e amaranto,

e la curva solenne dei tuoi fianchi riprende forma e vita,

e un nuovo giorno penetra in me e mi sorprende

nell’olido aroma di frutta matura della tua bocca,

allora mi sembra che il sole sorga nel mio letto,

il tempo si ferma e gli dei sorridono,

e anche la Signora appare più bella

anche se solo per un attimo.

 

 

 

 

 

QUANDO SCIOGLI I CAPELLI.

 

Quando a sera sciogli i capelli

il sole scema e la notte lucida effonde

e ammaliante trascorre dai tuoi occhi

alla terra come un mare di tenebra.

 

Io sono lago e tu sole:

quando ti rispecchi nelle mie acque

acquisto fulgore e bellezza.

 

Quieta tu serbi tempesta in grembo

e vita riversi dai calici del tuo petto,

sei dolcezza e violenza

odio e amore

distanza non colmabile

come un mare di tenebra

la cui sponda baci con il piede.

 

Il tuo sudore è vino forte

pieno di fermento invisibile

la tua bocca un calice

da cui io bevo la vita

la tua saliva un’acqua limpida e pura

che lenisce il mio ardore.

 

Le tue palpebre sono scrigni

serbanti l’impronta dei miei baci,

la tua pelle è timida

come la luce delle tempestose terre dell’orto.

 

Quando abbandono il mio capo al tuo ventre

sento il mio desiderio gravare il tuo grembo,

quando appoggio il mio volto al tuo

e a occhi chiusi ti bacio,

sento oltre le tue palpebre

i miei sogni palpitare.

 

La tua rosa è protetta da un temibile scorpione,

tra le belle spicchi come luna tra le stelle

e le altre oscurano e perdono

come astri al cospetto del sole

e con dolce mormorio la tua voce a me sale

risillabando come il reboante murmure del mare.

 

Muna, sei così bella che metti di malumore.

 

 

 

 

 

ADDORMENTATA.

 

Addormentata sul tuo corpo non procedo

come assetato nel deserto:

acqua per sopravvivere sulle tue dune

le mie mani non cercano ma inganni,

una scure per falciare il freddo inganno della ragione,

una pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine,

una emozione che faccia svanire

la fredda equazione dell’esistenza.

 

Nei vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza

come da un finestrino aperto di vettura in corsa,

nella tua voce crepitio di fiamme,

nelle tue vene un grido profondo di vita,

nella tua bocca il canto vellutato della notte,

nei tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso

come quando poco prima di un forte temporale

cadono i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso,

nei tuoi capelli i riflessi della luna purpurea,

nell’acqua seminale del tuo sesso un sapore d’amarena,

negli interstizi delle tue grandi labbra

la rossa pena della vita,

nel tuo talento il mio talento di essere

senza talento senza portento senza contento,

nel tuo sguardo un contrassegno del mio dolore

come il contrassegno apposto dal doganiere

a una valigia distrattamente frugata.

 

Vedi? Sono come luna,

e come luna brillo solo di luce altrui

come luna so vivere solo di vita altrui.

 

Così mi muovo lentamente sul tuo corpo,

attento a non svegliarti,

pregando che non ti desti.

 

Addormentato giaccio nella tua ombra

che fissa il mio destino

respirando il tuo profumo di pioggia.

                                                                          

Sveglio,

mi desto nell’aroma di frutta secca della tua bocca

mentre la tua essenza d’aurora

un nuovo giorno accende in me,

dolce di zucchero

e cannella.

 

 

 

 

 

INSONNIA.

 

Tu dormi, io insonne ti guardo dormire:

il tuo corpo disteso s’un fianco è una pura forma di acciaio,

la tua pelle è un tamburo forsennato che si confonde con la notte,

e con la notte si confonde pure il tuo negro crine corvino,

e fulgide stelle mostrano le dischiuse tue labbra,

come se la notte,

stanca d’inseguire il suo sposo passeggero il giorno, 

nel tuo alvo discesa abbia discinto il manto

a coprire le tue membra

dimenticando nella tua bocca i propri monili.

 

Amore mio, tu sogni, io non dormo, e insonne ti guardo sognare.

E chissà quali mondi sogni, in quale universo ora sei,

da quali pianeti è minacciata la tua luna.

Forse sei in compagnia di un altro uomo,

o mi ami anche dormendo?

Amore mio, tu sorridi, io impazzisco,

e a te sorridente il mio guardo

rivolgo tremulo e nebuloso

per il pianto che mi sorge sul ciglio.

A quale uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?

O mi ami anche sognando?

 

Io non lo so

poiché anche vicina mi sei lontana,

ed è come se tu non ci fossi

e mi sfuggi anche se sento battere il tuo cuore sotto la mia mano

ma non so se batte per me:

non lo so e questo mi fa soffrire.

Mentre tu sogni, io ti guardo dormire

e questo mi fa impazzire.

 

Questo solo so: che se tu smettessi di amarmi

vorrei che il tuo cuore smettesse di battere.

 

Così, tutte le notti piango,

tu dormi e io piango

tu sogni e io piango

tu sorridi e io piango.

 

Come alga dolcemente accarezzata dal vento

nel mare del tuo letto ora ti agiti sognando,

nei tuoi occhi due onde per affogarmi.

 

 

 

 

 

PIACERI.

 

Il caffè mattutino e lo spuntino di mezzanotte,

le poesie di Kavafis e i racconti di Bukowski,

le passeggiate in bicicletta,

camminare nel torrido sole del meriggio,

il mare e la pioggia battente,

le pannocchie e le uova sode,

il miele e la meliga,

il tuo abbraccio nel cuore della notte,

la tua tristezza e il tuo dolore,

il tuo sesso palpitante nel buio,

il tuo respiro quando dormi,

la tua pelle e le tue labbra,

le tue gambe e i tuoi piedi,

le tue mani e il tuo sguardo,

il tuo sorriso e le tue palpebre,

la curva arrogante dei tuoi fianchi,

le tue linee aerodinamiche,

la tua pura forma d’acciaio,

le mie labbra sulle tue labbra,

la mia mano sul tuo seno,

la mia mano sul tuo sesso,

la mia mano sul tuo corpo,

il tuo corpo sul mio corpo.

 

Soprattutto,

il tuo corpo sul mio corpo.

 

 

 

 

 

L’AMORE.

 

Campana che sventola contro l’azzurro-cielo

 

fruttuo risveglio tutto fruttare-fratturare

stritolamenti profondi

e bacî in centrifuga fruttescenza

 

fluido fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo

m’immillo m’immillanto mi ammollo mi ammalo

m’innamoro m’indoro

inodoro

e orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso

 

strapiombo da cui risalgo per ghiacci e guani

 

parestesia-anestesia diffusa di presenze/assenze

 

agnizioni in tralice e riapparizioni di straforo

 

(il momento d’oro)

 

((...))

 

( )

 

male oscuro - male nervoso - male nevoso

 

scilicet

 

gioco di sbieco e intermittenza di paresi di cloni

di eoni in tralice

 

virginea tristezza quale erbetta da cena - verzura

 

pungenti venti settembrini e vini agretti

 

cane testardo che rotea fiuta adocchia

e alza la zampa al cippo del mio memento

 

testa di cane che abbia morta.

 

 

 

 

 

L’AMORE COME UN CANE INCIMURRITO.

 

L’amore mi perseguita

come un cane incimurrito

in agguato dietro la siepe

mi attende per azzannarmi.

 

 

 

 

 

L’AMORE È UN VECCHIO BASTARDO.

 

L’amore

come un vecchio bastardo

con sguardo furbesco e sigaretta

tra le labbra sogghignanti

mi guarda spavaldo.

 

Certo un giorno lo ucciderò

e fumerò la sua sigaretta.

 

 

 

 

 

L’AMORE COME UN PAPPAGALLO.

 

L’amore come un pappagallo

ripete che io ti amo

e che tu mi ami

che io ti amo e che tu mi ami

che io ti amo

che tu mi ami

che tu mi ami e che io ti amo

che mi ami mi ami mi ami

che ti amo ti amo ti amo

e lo ripete ancora e ancora

e ancora sempre la stessa fastidiosa nenia

sempre la stessa importuna cantilena

sempre la stessa opprimente melodia

sempre la stessa uggiosa litania

sempre la stessa molesta solfa

sempre la stessa fastidievole tiritera

lentamente scemante nelle sabbie del ricordo

svanisce tra le nebbie del tempo.

 

L’uccello del perduto amore

domani lo strozzerò.

 

 

 

 

 

AMORE.

 

Amore: non dico questa parola invano.

amore, non dico il tuo nome invano:

solo a te cede il mio orgoglio

solo a te cede il mio sesso

solo a te cede il mio cuore.

 

Amore: non dico questa parola invano.

amore, non dico il tuo nome invano:

ogni volta che assoggetto il mio orgoglio al tuo volere

ogni volta che piange l’anima i tuoi inganni e tradimenti

ogni volta che sopporta stillicidio il cervello

ogni volta che distogli da me lo sguardo

il cuore urla la sua sentenza.

 

Amore: non dico questa parola invano.

amore, non dico il tuo nome invano:

quando sorge l’eburnea aurora

e ti ritrova al mio fianco

e in me penetra un tuo nuovo giorno

allora la mia pelle vibra

con sapore d’amaranto

e allora s’inizia per me

una vita nuova.

 

 

 

 

 

POESIA DEL COME.

 

Come l’alba scioglie il trucco della notte

come la notte cancella gli affanni del giorno

come il giorno cancella le paure della notte

così tu spazzi le mie paure i miei affanni

dissolvi i miei trucchi.

 

Come la notte si perde nel giorno

come il giorno scema nel tramonto

come il tramonto si consuma nella notte

come la notte dissolve nel giorno

come il giorno scioglie i nodi della notte

così io mi annullo in te.

 

Come il tuffatore si getta nel fiume

come il fiume si getta nel mare

come il mare rigetta trombe di schiume attorte

come le schiume del mare si rigettano sulla terra

come la terra accoglie l’occaso di rame

come l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena

come la sera si fonde col mare d’amaranto

risucchiano nel suo imbuto l’occaso di rame

così mi abbandono a te.

 

 

 

 

 

COME UN INNESTO.

 

Amore,

come un innesto

con il tuo cuore dentro il mio cuore

formeremo un piccolo giardino:

i tuoi baci il sole

la mia bocca il fiore

che al mattino la luce dischiude.

 

 

 

 

 

COME TI AMO.

 

Come l’acqua con le bollicine

come il pane spruzzato di olio e sale

come una poesia

come il tramonto estivo

come il latte

come il vino nella botte

come succhiare un grappolo d’uva

come essere svegliato da un raggio di sole sul viso

come dormire in riva al mare di notte

come una cavalcata in macchina a 200/h

come fumare una sigaretta alle 3,30 della notte

come una passeggiata in bicicletta

come la nuda terra che brucia nei giorni d’estate

come la nuda carne che brucia nelle notti d’estate

come la mia pelle:

 

così ti amo.

 

 

 

 

 

COME PER MIRACOLO.

 

Come per miracolo mi guardi

come per miracolo mi sorridi

come per miracolo mi abbracci

come per miracolo mi tocchi

come per miracolo mi baci

come per miracolo mi ami

come per miracolo il sole gira

come per miracolo uccelli volano

come per miracolo il mare ruggisce

come per miracolo la pioggia cade

come per miracolo la sigaretta brucia

come per miracolo il giorno splende

e come per miracolo splendi anche tu,

e allora la mia vita si desta e corre.

 

Come per miracolo

quando mi guardasti per la prima volta

comprasti la mia nuda proprietà

e come per miracolo, come in un sogno

ora vivo in un corpo che non è mio

in compagnia di una mente che non ragiona

e ti pensa anche quando non voglio

vivo con occhi che non dirigo

e ti guardano anche quando non voglio

con un cuore che non comando

e ti ama anche quando non ti amo

e gli ordino di non amarti.

 

 

 

 

 

VIVO, NON VIVO.

 

Da eterni esili eternamente ritorno,

fatto duro, fatto oscuro,

e con i giorni e con le notti mi confondo

divelto cuore affondato tra erbe e prati

a silenzi confidati e ai tuoi occhi di stella

come a mari lunari e diottrie di Ottobre

mi volgo.

 

Vivo per te

vivo per te

vivo per te,

e per te mi aggiro e mi raggiro

fuori dal mondo

fuori luogo

tra vivide distese d’Aprile

e vani prati d’amore febbrile.

 

E vivo per te ma non vivo

e amo e sono infelice

più ti amo più sono infelice

più non ti amo più sono infelice

più sono infelice più non vivo

più non vivo più ti amo

poichè come luna so vivere solo di luce altrui

e come luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri

che esplodono nella notte uniforme

uguali a fuochi d’artificio colorati.


Là nel cielo

là nel terrore

mutati sono i contorni

i confini del mondo

ora che la tua luce si affievolisce

e s’offusca la parola

e la mente sfolla

e l’anima crolla.

 

Ossessione il tuo nome

come oscuro rivo di sangue

nelle mie vene gorgoglia

oscuro cemento rappreso

in povere sillabe tessute di enigmi

grumo di tumori nel mio deluso

disilluso ottuso cerebro leso.

 

 

 

 

 

LA MIA POESIA.

 

Fanciulla dalle lunghe ciglia come le ariste dell’orzo,

quando ti guardo io divento pura forma corporea

senza ambizione e senza desideri

senza rimorsi e senza rimpianti

senz’altro senza stimoli.

                                                                       

Ragazza, la mia poesia vive solo nello spazio da me a te

per il breve istante d’eternità apparente d’un bacio

come il fulmine vive solo nel breve lampo di luce

che lo separa dall’albero.

 

Donna, tutti ti bramano ma tu sai che le tue labbra

sono bagnate dai soli baci degni della tua bocca selvaggia.

 

 

 

 

 

FINCHÈ TU ESISTI.

 

Amore mio, finchè gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti,

allora anche tu esisterai,

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione,

mio sesso e castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio elabro in mutande.

 

Amore mio, finchè tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non è altra pena

fuorchè sapere che tu vivi e possa soffrire.

 

Amore mio, finchè tu esisterai

nessun tormento mi sarà estraneo

poichè su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio, quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

finchè vivi e vivo

non esiste pena più grande

fuorchè sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro

ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Tu

sei per me

la rabbia.

 

 

 

 

 

REIETTI E RINNEGATI.

 

E infine saremo lì,

lì tra i reietti e i rinnegati,

tra gli emarginati,

certamente non voluti,

certamente non graditi,

con tutte le nostre ferite e i nostri graffi

certamente non rimarginati,

tra quelli che non sanno come comportarsi,

tra quelli che non sanno che cosa si debba dire

e che cosa non si debba dire,

tra quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,

noi saremo lì

certamente non voluti

certamente non graditi

certamente non desiderati

certamente disperati

soli

io

e

te

su questa strada

viziosa

oscena

scandalosa

vergognosa

saremo insieme

su non battute strade

su non percorsi sentieri

senza soldi senza mete senza ideali

e senza veri desideri

soli e lontani

da questo spietato mondo allucinante

e da questa perfida gente

che ci fraintende

che ci aborre

ci disprezza

ci maledice

ci esclude

e ci vuole rinnegati ed espunti.

 

E noi

noi saremo lì

rinnegati

espunti e

cancellati

soli

e felici

della nostra assenza

della nostra reciproca presenza

della nostra sola essenza

ambendo solo a vivere    

a vivere malgrado tutto

nonostante tutto

mentre la notte brucia tra le fiamme

e il nostro amore corre come un cane

con il cuore in bocca

e un ghigno tra i denti.

 

 

 

 

 

ALCHIMIA.

 

Davanti a me

stendi a fuoco la meravigliosa vita

e gemma arida e pura rendi la morte.

 

Sei la verità che si posa sul mio fronte

e tocca e arde e insegue e fruga

ogni ruga, ogni ruga.

 

Gemma del deserto sei

anzi fiore del deserto

e come fiore effondi soave sapore

di mare-amarena-amaranto

quando muovi i tuoi agili fianchi bruni

brunendo il giorno e incendiando la notte.

 

Mirifico occhio di mosca sei,

selva ondosa ondulata di verde-frescura

labbra vibratili di moscerino

radiante sole dentato dentellato

plurimo proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi

arnia porosa di dolcissimo miele

offuscato labirinto di rugiade

cicaleggio di mille splendidi soli

e perpetue sillabe-fame

stupro dell’occhio incapace di guardarti

puro raggio-miraggio-destino

energia che si dissangua e mi dissangua

egro barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso

respiro spirante in sospiro

sospiro spirante in sogno

fresca pienezza di frutto maturo

frutto di te stessa nella linfata sera

nel meriggio icosaedrico

allorchè il giorno muore

e ombre di morte si stendono sulla pelle

e pensieri volano come ali senza ombra

e risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate

affollata di brezza marese

e ogni azione diviene fioca paralisi

ogni volontà aberrante frana rovina

ogni saluto una esiliata lontananza.

 

 

 

 

 

2,34 A. M.

 

Piove stanotte,

e l’acqua buia trafigge il tetto e inonda la nostra camera

bagnando il letto e le nostre fragili esistenze

mentre il sangue continua a scorrere

nelle nostre vuote teste.

 

Pioverà forse tutta la notte

e noi dormiremo trafitti

dall’acqua buia che rimbomba sulla nostra pelle

e sulle nostre vecchie ferite e anche sulle nuove,

quest’acqua che non lenisce le nostre pene

ma come una macchina per scrivere

batte contro le finestre inesorabilmente

il suo ticchettio di telescrivente

e insistente ci ricorda

quello che non siamo

quello che non fummo.

 

Come è triste, alle 2,34 della notte,

pensare a quello che saresti potuto essere

senza avere saputo mai che cosa essere,

mentre l’acqua gronda e lava le nostre sporche coscienze

e ci ricorda che siamo qui, qui io e te,

in questa stanza che odora della tua pelle di vaniglia

e solo questo stanotte conta.

 

 

 

 

 

QUELLO CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.

 

Dolcezza fummo

violenta

armonia di contrari - di opposti - di antipodi

come due tropici - come due emisferi

austro e bora

chimico incontro e labile psichismo

fummo mare d’inverno e papavero raggiante

tu la rabbia che l’amore esaspera

io il coltello che la rabbia affila

la lancia che la rabbia scocca

la pistola che la rabbia esplode.

 

Amore senza fine inerte fummo

sangue senza corpo

forza senza sfogo

luce senza spiraglio

acqua-fiume senza sbocco

livellato compromesso

composito coacervo colloidale

di occhiute iridi gemmate.

 

Ma più di tutto

tu fosti per me

febbricitante fabbro di orgasmi

singultoso afflato di morte

insufflato in soffi di buio-freddo

agghiacciato da tardive nevi primaverili

su sabbie su spiagge

di conchiglie e miraggi

tu fosti per me.

 

Non credere dunque silenzio il mio silenzio:

quando mi sorprendi in silenzio non sono in quiete

ma taciturno mi preparo a viverti,

e allora basterà un tuo sospiro

e come fiore al sole esploderò

dischiudendo i miei petali

al richiamo della tua voce.

Basterà un tuo sussurro

e sarà torma che turba e disorienta

e agguati di tentacolari piaceri

sarà grido e strepito ed eccesso di accesi sessi

e cascame fronzuto di stelle

e sanguinante crepuscolo vorace

sanguinante coagulo di forme madide

liquidi proteiformi palinsesti

dove ogni giorno ci rincontreremo

rinascendo ogni giorno,

conoscendoci-scoprendoci ogni giorno nuovamente,

tu rete da pesca, io mare che la rete taglia

ma tra le sue maglie non imbriglia.

 

 

 

 

 

IO E TE.

 

In precipiti lontananze capovolte,

in specchi verberanti rubati immagini

io e te un unico affanno

un unico oblio.

 

Dove il fiume diveniva mare

e il mare giocava con il vento

facendo onde-spume e cavalloni

e le schiume lambivano i tuoi piedi,

lì sulla sabbia vergine-lattice

con te giacevo

preso nella rete dei tuoi capelli

perso nel buio silenzio dei tuoi occhi

mentre l’aurea vampa-fosforo del sole

si adagiava stanca sulla riva.

 

Lì con te io ERO

e pura energia divenivo

statura - mole - anima - frizione

degna di misurarsi con gli dei,

lì, nelle notti di resina e di latte

profumo di zagara bevevo ai tuoi calici

e i tuoi occhi adoravo

mentre scorreva il mare-notte

e io bevevo alle tue coppe.

 

 

 

 

 

IO – TU.

 

Io non sono oggetto e non sono soggetto,

non sono obbietto e non sono subbietto,

non sono glottico furore, non sono silore,

non sono quiete, non sono moto,

io sono e non sono,

io suono ma non sono sòno,

sordo vacuo tamburo sono,

incapace di affondare gli occhi nella cruna dell’ago

non sono cammello capace di negarsi abbastanza,

io sono e non sono,

ma credo con forza e forma

in tutto il mio nulla.

 

Tu sei nodo alla gola

che mi lega e avvince

ed eccita e sconvolge

ogni mattino,

pattern indecifrabile

e linfa senza fiele,

linpha senza phiala

linfa senza fine

e fine senza miele,

ma credi con tutta te stessa

nel tuo inesistente tutto.

 

Più ti perdo più mi perdo

più mi perdo più ti perdo

più ti allontani

più mi sei simile

con la tua non-volenza

con la tua mozza armonia

con i tuoi grumi infantili d’odio

con i tuoi pensieri pronti all’anancasmo

con il tuo fremito che corre

dal coccige all’occipite.

 

Superstite uguale a me

superstite uguale a te

a fondali eternizzati in pellicole trasparenti

a cielici altori d’infinito

a ignei orizzonti sublimizzati,

aizzati oltre nubi polverizzate pulviscolari

oltre il firmamento degli inverni

oltre in firmamento degl’inferni

oltre il firmamento degl’infermi.

 

Ma morire

per farci superstiti

si può?

 

 

 

 

 

A VOLTE.

 

A volte succede che io mi stanchi

di essere uomo,

sperma e sudore,

di essere questa mente

e questo nome qui,

e questa sporca coscienza,

ambivalente e ambigua,

e queste mani

e queste lunghe gambe

e questa faccia sporca,

di essere solo e forte,

di tutto e tutti,

di essere libero da te,

di essermi liberato di te,

di essere senza te,

di essere libero

di me.

 

Senza te quanto minacciosi sembrano i cirri all’occaso,

senza te quanto tenebrosi i nomi dei mesi

e lugubre e insopportabile la parola “Inverno”,

senza te quanto penosa la vita,

inutile il tempo,

insignificante

il sole.

 

Così, succede che vorrei solo

intrecciare la mia lingua alla tua lingua

e fare un viluppo di filamenti di saliva

in continua progressiva geminazione-germinazione.

 

Angoscia è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe

distese e ferme come dure acque di ruscello eppur vivide,

angoscia è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi

e che troppo distante non mi riscalda,

angoscia è pensare al sangue che ti scorre nelle vene

anche se non sei con me,

angoscia il tuo impercettibile respiro quando dormi

e io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba,

angoscia immaginarti versare nel buio

il tuo miele ostinato,

angoscia il tuo sesso che piange lente lacrime sporche

appese come piccoli ragni a un filo metallico

o biancheria ad asciugare.

 

Vorrei che il mio silenzio fosse il tuo stesso silenzio

il mio sesso il tuo stesso sesso

il mio piacere il tuo piacere

la mia rabbia la tua rabbia

le mie paure le mie paure

vorrei che i miei sogni fossero

i tuoi sogni.

 

Anche se mi basterebbe

ad essere felice

infinitamente felice

indebitamente felice

che i tuoi sogni fossero

che i tuoi sogni fossero e basta

poichè irragionevolmente

i tuoi sogni

i tuoi sogni sono

sono i miei sogni.

 

 

 

 

 

ORA CHE NON CI SEI.

 

Nera,

eppure per me

eri l’alba,

eri l’aurora,

e i tuoi occhi erano due soli.

 

Quando ti destavi

un nuovo giorno penetrava in me

e la mia anima tremava come luna nel mare.

 

Quando mi guardavi

e un nuovo tuo giorno penetrava in me

la pelle brillava, con sapore di amaranto.

 

Ora che non ci sei è il buio,

poichè non è altra luce di quella che tu irradi,

e la tua pelle non illumina più le mie notti,

i tuoi fianchi bruni e il tuo grembo

non cullano più i miei sogni.

 

 

 

 

 

FARSI UNA SEGA.

 

Quando sei con una donna che ti piace e che ti ama

e anche tu la ami,

il sesso è diverso, è bello,

c'è qualcosa che succede

dietro l’atto in sé:

una specie di scambio di anime.

 

Farsi una sega dista un pelo dalla cosa vera:

eccoti lì, che ti stai masturbando,

e fantastichi sullo scoparti una donna da cima a fondo,

e poi quell’orrendo coso viola con le vene in rilievo

sborra, e tutto finisce così come è iniziato

e tu ti stendi e ti rilassi e pensi

<<beh non è stato poi tanto male...>>,

ma manca qualcosa:

è quello scambio di anime

come rimanere nel letto abbracciati e parlare ancora un po’,

o addormentarsi mano nella mano,

pelle nella pelle,

bocca nella bocca,

fiato nel fiato.

 

Sono queste cose che ti mancano:

cose un po’ sdolcinate,

cose piccole, gentili,

affettuose,

cose così.

 

 

 

 

 

LA TUA ASSENZA.

 

Sempre assente eppur sempre presente,

come lucertola fuggisti

lasciandomi la coda tra le dita:

volli serbarti solo per me

troppo forte ti strinsi

soffocandoti

e non sei più qui.

 

Quando parlo non sono io a parlare

ma è la tua voce che in me parla,

quando rido non sono io che rido

ma in me ride il tuo sorriso,

quando piango non sono io a piangere

ma i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi,

e la mia solitudine è solo la tua assenza.

 

La tua assenza

mi spia ogni attimo,

la tua assenza m’insegue

ogni giorno,

ogni ora,

ogni

minuto,

io scappo e corro via

ma lei mi raggiunge

non posso sfuggirle

e quando provo a sfuggire

lei mi piega le gambe

e cado.

 

La tua assenza dondola nell’aria come un’ape:

è un ponte indistruttibile tra noi,

che più sottile di un capello,

più affilato di un coltello,

taglia il filo dei miei pensieri

e mi lascia stordito.

 

La tua assenza come la luce del giorno

ogni giorno ogni mattino ogni ora

mi sveglia e si versa sui capelli

cola tra le mie mani

mi cinge la vita

e rivola fino

ai piedi.

 

 

 

 

 

BASTEREBBE.

 

Amore mio, ora che la sera lenta s’annera

basterebbe che mi toccassi il cuore

perché la notte ardesse tra fiamme lambenti le stelle

e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.

 

Amore mio, basterebbe una tua carezza

perchè il mio sangue risillabasse desideri e sogni

nelle vene da tempo occluse

e questo cervello di stagno risuonasse

di cicale crocidanti e crepiti di sole di nuovo

e la mia anima inaridita rigorgogliasse di nuovo amore.

 

Amore mio, basterebbe solo un tuo soffio

perchè questo mio polveroso cuore scordato-dimenticato 

si ridestasse acerbo e intatto

con stridente strepitante clangore di feroce torrente

nell’echeggiante foresta.

 

E così risuonerebbe, risuonerebbe questo mio cuore scordato

con scroscio di pioggia e sciabordio di acque e crepitio di fuoco

risuonerebbe tra sogni reali e piaceri inafferrabili

erratici intangibili e vaganti nel mio cerebro

leso tra rami spezzati e pioggia scalpicciante

risuonerebbe questo polveroso mio cuore

forando il tempo e la mia mente drogata

risuonerebbe in questa sera

che lenta l’ora s’annera

e scialbando all’occaso

la chiaria dispera.

 

 

 

 

 

TI CERCO.

 

Ti cerco e non ti trovo,

ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,

ti cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio,

ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.

 

Vieni, amore mio amaro,

Vieni, amica mia cara,

slanciata mille sottili in raggi d’aurora,

vieni, ti bacerò sulle labbra e sui seni

i tuoi dolci seni più dolci del vino,

vieni, bacerò la tua pulviscolare-fluida-reticolare

natura vegetale,

vieni, nei prati e nei boschi della mia anima debole-lurida

(là) - (sotto) - (dentro) - (giù) - (nel profondo)

a impaludare i miei sogni

nel pozzo senza fondo

fili - fiati - unghie - schegge - muschi

vischi scompaginati

sparsi sparpagliati arpionati.

 

 

 

 

 

VIENI.

 

Amore mio,

se a me più bella e leggiadra domani venissi,

uguale a oggi io ti vorrei

e quella stessa bocca bacerei.

 

Ma tu non vieni,

né bella né brutta.

Perché dunque non vieni?

Perché, perchè non vieni?

Più di morire non si può

ma tu non sei morta,

non è forse vero?

E allora perché non vieni

nè bella nè brutta?

 

Vieni, così come sei,

bella o brutta che sei,

vieni, né bella né brutta,

vieni anche con occhi ciechi,

pur pallida e disfatta,

vieni, pur triste e negletta

ma vieni, affinchè io non creda che tu più non sei.

 

 

 

 

 

SE TU VENISSI.

 

Se stasera tu venissi a me

sull’orlo del mio letto ti farei sedere,

e accosterei la mia coperta alle tue spalle,

e con la mia pelle di serpente

farei scudo alla tua chioma di scorpione,

e col mio cuore di ghiaccio farei giaciglio

alle tue membra di freddo-gelo,

con le mani un cuscino per il tuo viso

e con le mie braccia un arco per cullare il tuo sonno,

e monili con le mie lacrime per il tuo collo,

e poi rimarrei così a guardarti

mentre l’animo urla i suoi suicidi.

 

Dunque vieni a me,

e, come si affonda nell’acqua,

immergiti nel sonno accanto a me,

abbandona il capo nell’arco delle mie braccia

ma nel tuo sogno non dimenticarti di me.

 

 

 

 

 

DOMANI.

 

Oh amore mio,

vorrei che domani ancora ti stringessi a me

poichè non so viverlo questo mondo

sbagliato e imperfetto.

 

Oh amore mio,

vorrei che ancora mi stringessi

quando scenderà la sera e la tenebra

stenderà il suo buio manto.

 

Oh amore mio,

vorrei che quella notte fossi ancora tu

vorrei che ancora mi tenessi la mano

quando questo cielo di stelle

mi trafiggerà come mille cuspidi di lancia

appuntiti e taglienti come i ricordi

o i rimpianti.

 

 

 

 

 

OSSESSIONE.

 

Al limitare del giorno,

allorchè la notte fa senza pudore

del mio corpo un fiore discosto,

in assurdi spazi claustrofobici trasvolo e sudo,

e in un fosco eremo deserto io mi ritrovo

dove resto solo e trafitto da nuove perversioni,

e il mio sesso si erge morboso

e mi spinge contro le calde spire della notte isterica,

tra distese d’immondizia e siringhe.

 

Al limitare del sonno,

quando il sole affretta l’agonia della notte

e l’orina preme nella vescica

e i suoi colori turgidi veste il giorno

che fa del tuo corpo un fiore discosto,

spaventoso e ossessionante

mi viene incontro il sesso e ridesta

nuove erezioni.

 

 

 

 

 

OSSESSIONE DUANA.

 

Di notte mi sveglio di soprassalto

madido nell’alvo dei miei errori

con in bocca un sapore di veleno che non uccide,

solo confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non-vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri ambigui

intrappolato nella rete dei miei sordidi piaceri

soffocando nell’aria che non posso respirare

di desideri insani.

 

Era un luogo in cui io e tu eravamo amanti previsti,

così di notte mi sveglio e provo a immaginare

che cosa di noi sarebbe stato

se tanta disperanza dentro

non m’avesse divorato.

 

 

 

 

 

OSSESSIONE TERZANA.

 

Sterile figlio della notte infeconda il rimorso

vaga nei labirinti della mia insonnia

appeso ai filamenti di latte coagulato del ricordo

come un ragno appeso alle aragne del rimpianto

teso come una “spada di Damocle” sul mio sonno.

 

È un albatro che canta le sue orribili odiose nenie

tra le nere coltri della notte

e le sue grandi ali mi conducono a sperduti liti

dove t’incontro di nuovo,

perduto amore,

e la tua stellata fronte rivedo

e i tuoi occhi scolorati bacio.

 

 

 

 

 

NON FU AMORE PRIMA DI TE.

 

Non fu amore prima di te:

come calore e chiarore di fuoco

nascono insieme dalla stessa fiamma

così amore sorse in me al tuo apparire.

 

E ora che più non sei qui

la sera resto aspettando la tua telefonata

e la mattina m’illudo svegliandomi

di ridestarmi accanto ai tuoi occhi

e non posso fare altro che ricordarti

e contemplarti senza poterti vedere,

strana amante di cui solo in sogno posso toccare il viso,

poichè tu ed io eravamo un unico fiume

che attraversa una landa desolata

circolare e infinita,

tu e io, un unico grido sordo.

 

Seni d’ambra

denti di giglio e viso pure di giglio

tu, mio dolce elabro in mutande,

mia visione magnetica sei

mia redenzione e condanna

salvazione e pazzia

canzone e veleno

vigilia e sonno

terrore e miracolo

pericolo ed estasi

ogni volta che s’inizia la notte.

 

Bruni fianchi incombenti come neri cirri

profumo ridente di membra innocenti

elettro-magnetico fulgore di capelli

e brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi

i tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e stupiscono.

 

Sei la quiete e lo scandalo

l’incontro e la fuga

candore e colpa

infinto e informe

memoria e specchio

sconfitta e risata

impeto e vergogna

divario e quotidiano

sei la ragione per l’insolito

quando la vita stanca si annoia e sbanda

sei la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio

quando sotto il tuo crudo amore mi sento morire

e il tuo sguardo è per me ultima fragranza

di remoto rossore

ultima fiamma che si dissolve e scema

lieve saluto di vagabondo

sguardo fraterno di condannato

calda complicità di maledizione

fragile caparbietà di speranza

patria infinita dell’apolide.

 

Dal tuo amore nasce la mia angoscia

nel tuo affetto la mia solitudine

ma io non voglio essere solo

ho insaziabile fame d’amore

e la sazio con corpi senza anima

e senza voce.

 

Il tuo amore mi rende schiavo

è la mia schiavitù e la mia desolazione

e ora che tu più non sei un antico e greve gelo

preme alle pareti del mio cuore

e io solo e solingo solitudine cerco e solitudine trovo

nel casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro

quale terrore o disperanza senza tempo adesso mi spinge

dopo tutto a evocarti in questa poesia

immobile al bivio d’infiniti spaventi.

 

Il passato è quello che ho perduto,

il presente solo quello che ho vinto,

il futuro l’ho già vissuto nei sogni e nelle ambizioni:

questa è la sorte che io affronto

poichè vengo dall’inferno.

 

Anche il più sordido orrore possiede il proprio incanto,

le grandi ambizioni sono delle grandi scemenze-demenze,

la vita è rischio oppure astinenza,

esiste un solo luogo per vivere:

l’impossibile.

 

 

 

 

 

TRAMONTA,

 

Tramonta

e i miei incubi

iniziano a cinguettare scemenze,

ma tra poco arriverai:

poggio l’orecchio alla porta

in attesa dei tuoi passi

ma sento solo il rumore delle scale

battute dal mio cuore rotto

e i suoi passi corrosi

dalla speranza.

 

Annotta e ancora non arrivi

e ora che la tua voce

ha il tono impalpabile dell’eco e del rimorso

e con stento sento la sua cadenza

ora che la luna discaccia il giorno

mi accorgo di quanto sei lontana:

Più della luna intangibile sei lontana.

 

Con rumore di ala spezzata cade il giorno all’occaso

e la luna riporta quanto disperde l’aurora

riporta gli armenti dal pasco

riporta la barca in porto

riporta il contadino dai campi

ma a me non riporta

il tuo amore.

 

Oh, luna di acciaio

luna di febbraio

luna di Luglio

luna di maglio

incudine e martello

luna di Settembre

pozza di latte coagulato

occhio della notte

capezzolo del cielo

parte visibile del nulla

puro peso e pura forma

luna oscura come la sua pelle di pantera

luna silenziosa come i suoi occhi

luna imbronciata,

riporta al cuore di chi non va

l’amore di chi non torna.

 

 

 

 

 

VERRÀ L’ALBA.

 

Finita è la nostra notte,

e tu come luna in cielo

intangibile e lontana

adesso sei.

 

Eppure ancora ti sogno

ancora ti sogno, ninfa dal marmoreo corpo,

in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da nimbate caligini lattiginose

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

Io qui sulla porta come sempre

come sempre ti aspetto senza pretese

e sempre ripenso al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

 

 

 

 

VERRÀ LA MORTE.

 

Un giorno, presto o tardi,

mattina o sera, estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e allora non sarò più in alcun luogo,

non potrò più partire né tornare

e non potrò più scriverti una poesia o una lettera,

non potrò più telefonarti o sentire

la tua dolce risata né ridere alla tua voce,

e non avrò più in me la tua solitudine

e tu non avrai più in te la mia solitudine.

 

Un giorno, presto o tardi,

mattina o sera, estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e il tempo sarà come congelato

così rigido e immobile

che lo si potrà appendere a un chiodo

o tagliarlo con un coltello.

 

Quel giorno io porterò sotterra

soltanto il rimpianto

del nostro canto interrotto.

 

Un giorno,

presto o tardi,

mattina o sera,

estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e avrà i tuoi occhi

i tuoi occhi più dolci

del miele.

 

 

 

 

 

VERRÀ IL GIORNO.

 

Verrà il giorno in cui tutto sarà arso

nella frode che ogni cosa corrode

e più significato non avranno

gl’impegni e le coincidenze,

gli orari e gli appuntamenti,

gl’inganni e i tradimenti,

i mancati pagamenti,

e allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore

e abbandonarmi senza freni ai piaceri

per metà reali e per metà erratici

vagolanti nel mio cervello.

 

Verrà il giorno in cui non più varranno gl’inganni

di chi crede che la realtà sia quella che si vede

e allora avrò l’invenzione e il movimento e l’amore

e soprattutto avrò te.

 

Verrà poi il giorno che non conterà più l’amore

e allora ti guiderò nel sole di un Luglio rovente

e lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del mio nome.

 

Verrà il giorno che non conterà più nemmeno il sole

e allora conosceremo l’arte dell’esistere in questo mondo,

non già quella di essere (mistero imperscrutabile)

poichè tutto avremo conosciuto maestramente.

 

Verrà ancora il giorno in cui non varrà la conoscenza

e allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo

di morte stagioni e infinitivi universi negativi

e sarà inutile dire e dirti e pensare

poichè tutto mi dirà di te.

 

Verrà infine il giorno in cui non più saremo

e quella sarà l’ora dei vacui fuochi

e delle vacue larve e dei fatui fati

ora di nigredo e di fimo plorante

e di mutacico liquame

ma sempre per me sarai la bambina

dalla faccia piccola e rotonda

che dai suoi grandi occhi e rotondi

sempre lancia l’urlo della sua solitudine

l’urlo delle sue cicatrici

e della sua vita importuna

inopportuna.

 

Ma giunto che sarà quel giorno

tu splenderai come sempre

bellissima come una pesca matura

lanciando bagliori d’oro e amaranto:

alla tua estrema bellezza

la condanna crudele

per nulla lede.

 

 

 

 

 

VERRÀ LA NOTTE.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che m’inebria,

quest’odore che mi perseguita,

da mattina a sera,

nascondendosi tra le coperte i vestiti e le ore,

impigliandosi ai miei capelli,

alle mie dita e ai miei tatuaggi,

quest’odore zucchero e cannella

che si incolla al palato come mica

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,

i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei e

mi seguono da mane a sera,

come l’ombra segue il sole.

 

Verrà la notte e sarà un momento

(come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti

che quando sciogli i capelli

allora per me effonde la notte

e dispiega il suo manto di stelle.

 

 

 

 

 

SENZA DUBBIO.

 

Eppure sarebbe senza dubbio splendido

passeggiare ancora con te in un luogo azzurro

o fumare un’altra sigaretta insieme

seduti in terra

guardando il cielo correre e il tempo trascorrere

io pensando con egoismo al mio lavoro

e al tramonto che passa

e tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi

esali un’antica armonica ed emani una soave nostalgia

che si aggruma nella ferita del tuo sorriso,

inutile sigillo di frustrazione e desiderio.

 

Sarebbe senza dubbio splendido

poter fare insieme ancora una colazione lauta e confusa

o al mattino svegliarci pelle nella pelle

bocca nella bocca

fiato nel fiato

mentre tu apri gli occhi e mi sorridi

e io ti guardo

preoccupato per la mia anima

nel momento in cui tu non sarai più con me

(già sapevo che sarebbe arrivato quel momento).

 

Sarebbe senza dubbio splendido

svegliarmi al mattino e vedere il tuo sole

impregnare di stupore le mie dita,

stare ad ascoltare con te la notte che scende

e ci risucchia nel suo imbuto

mentre i diamanti della tua bocca imperlano la mia pelle,

e poi addormentarci insieme

mentre tu mi guardi con il tuo sguardo che mi disintegra

e io aspetto in silenzio e invano

nella stanza del mio cuore

che tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano

e venga a riscaldarmi.

 

È freddo fuori e c’è la nebbia.

C’è la nebbia e tutte le cose sono offuscate

da uno enigma-stupore che non riesco a decifrare

e nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi

e ti perdi e ti perdo, mia impossibile Euridice,

e più ti perdo e più mi perdo, impossibile tuo Orfeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Devi avere fortuna con le donne,

perchè si incontrano quasi accidentalmente.

Se giri a destra a quell’angolo incontri questa,

se giri a sinistra incontri quest’altra.

L’amore è una specie di incidente.

La gente si scontra e in questo modo si conosce.

Puoi dire di amare una certa donna,

ma c’è una donna che non incontrerai mai

che avresti potuto amare da morire.

Ecco perchè dico che bisogna essere fortunati.

Se incontri qualcuna che si avvicina al top, sei fortunato.

Se non la incontri, beh,

hai girato a destra anzichè a sinistra,

o non hai cercato abbastanza a lungo,

o sei un tipo scialbo,

o sei fottutamente sfortunato.>>

(Charles Bukowski: “il sole bacia i belli”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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