"CARNAMI"
“CARNAMI”
di
Manuel Omar Triscari.
0) DEL DISORDINE DEL POETA DEL DISORDINE (PREAMBOLO DI GINO PANARIELLO).
Manuel Omar Triscari scrive d’amore a modo suo: “disordinatamente” direbbe qualcuno, “a cazzo di cane perché sono cazzi miei” come invece direbbe lui. E il disordine è il filo conduttore della sua raccolta, in cui è però ben chiara una cosa: la passione per le donne e per il potere che esercitano su di noi poveri “cazzoni” (sempre immaginando un suo commento) con la loro sessualità. E il riconoscimento, la (voluta, volutissima) sottomissione a questa autorità (la gnagna, ragazzi, inutile girarci intorno, se non con la lingua) è descritta in questa sua raccolta. Manuel Omar scrive quel che pochi hanno la faccia tosta di dire.
A
Muna.
0) LA PROVA DEL POETA (PROLOGO DI JONATHAN RIZZO).
Manuel
Omar Triscari fa paura. È un poeta che non può che dare fastidio nel panorama
‘culturale’ nazionale. Non chiede permesso, non chiede scusa, e non è amico
degli amici degli amici... Non ha Santi in Paradiso né agganci politici. Si
presenta come volgare, sboccacciato ed irriverente per il gusto di esserlo e
per la verità nel viverlo.
Lui
ti sconsiglia di leggerlo con qualsiasi fibra del suo corpo, azione e parola,
ma è la copertina del libro o quella di Linus, perché se per fargli dispetto
apri le sue pagine, sfogli le sue righe trovi una grande anima poetica e
sensibile, capace di vivere veramente e commuoversi sinceramente per il bello e
la luce del mondo e per i mostri che abitano i nostri sogni così concreti.
Però
questo lui non te lo dice in principio né lo condivide con te fino a che tu non
divieni lettore, persona reale persa tra le sue parole. Farà di tutto per
impedirti di leggerlo. Partendo da decine di poesie in centinaia di pagine,
numeri dopo numero, pur di darti tutti gli elementi per evitarlo, pur di
spaventarti.
Triscari
è la prova del poeta. Tu, lettore assuefatto al politicamente corretto vuoto di
contenuto e struttura, se vuoi essere suo devi guadagnartelo, perché lui è capace
a vivere un’emozione ed a imbrigliarla nei versi così da liberarla e
liberarsene per sempre. Manuel Omar fa paura, forse in primis a se stesso. E a voi, dopo averlo letto, non la farà più.
<<non
hai proprio idea
di
quanto la galoppata sia stata
selvaggia
e piacevole.
è
stato il miracolo
dei
miracoli.>>
(Charles Bukowski: “Bicchiere della staffa”).
1)
IO.
IO.
Io
sono lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,
io
sono lo straniero dalla faccia lunga e scura
che
ti fissa e pensoso non parla,
il
siciliano mafioso e sporco, infido e diffidente,
sono
il malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,
il
cane bastardo che ti morde la mano se la tendi per una carezza,
io
sono il nomade col cuore riarso dal sole,
lo
sfortunato anemone marino in balia dei flutti.
La
sorte mi ha affidato all’egre cure dell’accasciante necessità,
i
neri affanni mi hanno incanutito,
le
fatiche e i perigli hanno increspato il mio volto:
non
solo altro che un vecchio barbone spaventato e solo
che
davanti a panorami imminenti di terrore e rabbia imminenti
e
paura e lebbra imminenti, e delitto e crimine imminenti,
e
malvagità e cattiveria e dolore e spavento imminenti,
lancia
l’urlo violento del vecchio barbone spaventato e solo;
non
sono altro che un barbone, sgradevole e sporco,
che
in ogni angolo vi molesta chiedendovi una moneta.
Io
sono quel barbone sgradevole e sporco
che
davanti a grandi lampioni illuminati
come
ai piedi di grandi puttane anch’esse illuminate
o
davanti alle bambine che sembrano levitare
proietta
nel vuoto l’insulto della propria lurida essenza.
Io
sono quel barbone sporco e affamato
che
avvolto in lamentose combinazioni
pone
una nota scura sulle vostre teste e vi intima:
se
ipocritamente vi abbasserete per lanciarmi una monetina
coglierò
l’occasione per rubarvi il portafoglio dalla tasca.
Io
sono questo barbone schifoso e sporco
che
vi lancia l’insulto furiosa della propria misera esistenza,
questo
barbone importuno e inopportuno
(senza
dubbio inopportuno)
che
corrompe il mediocre panorama culturale italiano
con
la propria vena poetica che impone ardue prove
e
sinistre rivoluzioni al panorama culturale nazionale
per
poi continuare a sopravvivere con la faccia nel sangue;
quel
vecchio barbone arruffato e scapigliato e scarmigliato
che
improvvisa un letto con vecchi cartoni e aspetta
sicuro
che tu verrai a tenergli un po’ di compagnia.
Io
sono niente:
solo
membra in frantumi, mente in frantumi, cuore in frantumi,
tendini
lacerati, giunture slogate, ossa frante,
e
rabbia latente, che sale d’abissi di disperazione incombente.
Ma
come bragia ascosa sotto grigia cinigia
brucio
nel fango di questa umida città
corroso
dalla sifilide e dall’odio,
brucio
in questa bigia città e nell’atroce sua notte,
brucio
senza soldi, senza luce e senza gas,
brucio
mentre in fiamme esplodo sogni a raggiera
e
paure e incubi e desideri e istinti e sospiri e gemiti
che
uguali a lapilli colano di vulcano incandescenti
e
che raccolgo e tengo in serbo per te,
se
vieni a vedere la notte con me.
TU
NON SAI.
Tu
non sai chi io sia né chi fui
né
quale sole in volto mi arse
né
quale amore bruciò le mie palpebre
né
quali donne spartirono con me il giaciglio
nelle
mie notti senza alba
né
quali mani mi scossero dal torpore
o
quali baci mi addormentarono.
Tu
non sai la morte
che
il mio cuore ogni giorno vive
ma
sappi questo:
che
oggi sono qui per te
certo
che verrai
a
raccogliere margherite
e
inseguire farfalle
con
me.
COME
VISSI.
Reso
leggero e duro dalla vita
trascorsa
in cento e cento gironi di sventura
approdo
ad altri liti incolume e invitto.
Vissi
come volli
in
barba all’inganno della ragione e dell’abitudine
e
ora la mia verità truccata disvelo
non
per un posto in paradiso
tra
vati e anfitrioni
ma
per il mio vizio inesausto
di
barare.
Sono
un solitario
in
bilico tra oblio e rovina,
terrore
e coraggio,
temendo
il nulla.
IL
MONDO ALLUCINANTE.
So
che presto il fato mi sbatterà lontano dal mio ramo
come
il vento la povera foglia frale.
E
il domani appressa,
e
nel breve giro di un giorno
sull’oscuro
legno salperò,
nell’oscuro
buio tremendo mare,
e
vagherò in altri liti
per
altre latitudini
tra
altra gente.
Ora
che dunque il domani appressa
e
l’odievole impresa mi aspetta
e
tutto sembra sbagliato errato falso
e
minaccia e paura ricompaiono
e
il rancore inalbera e gonfia
e
sembra che i demoni stiano scommettendo sulla mia vita
una
domanda come scalpro assilla
e
martella il mio cuore:
allorchè
tutto sarà compiuto
e
il rostro fenderà l’olida aurora di disconosciute spiagge
¿in
quale plaga sarò sbattuto domani,
in
quale luogo sarò morso e battuto da venti e flutti domani,
in
quale mare sarò azzannato alle calcagna
da
venti e flutti domani,
in
quale mare sarò roso da venti e flutti domani,
dovrò
considerarmi un naufrago o un fuggiasco,
sarò
un sopravvissuto, un rinnegato o un esiliato,
troverò
un altro amore che mi stringa la mano
quando
vivere è difficile e fredda è la notte?
¿Che
cosa sbagliai, dove errai, quando?
¿Perché
sono punito?
¿In
quale momento e in quale luogo peccai?
Oh
amore mio, solo questo vorrei:
che
ancora ti stringessi a me
poichè
non so viverlo questo mondo
sbagliato
e imperfetto.
Oh
amore mio, vorrei che ancora tu mi stringessi
quando
scenderà la sera e la tenebra
stenderà
il suo buio manto
sulla
mia pelle.
Oh
amore mio,
vorrei
che quella notte fossi ancora tu,
vorrei
che ancora mi tenessi la mano
quando
questo cielo di stelle
mi
trafiggerà come mille cuspidi di lancia
appuntite
e taglienti come i ricordi
o
i rimpianti.
Oh
amore mio,
tutto
sembra sbagliato adesso,
solo
tu non lo eri,
ma
tu non sei più e forse mai fosti:
forse
fosti solo un allucinazione
in
questo mondo allucinante.
Eppure
i gatti passeggiano sul mio tetto
e
il fiume scorre placido e tranquillo nel suo letto
addolcendo
questa notte
questa
notte dura come un muro
cattiva
come il mare (quando il mare è cattivo)
feroce
come il tempo (che è sempre feroce)
incerta
come un tuffo al cuore
indolente
e testarda come un mulo
questa
notte senza voce
e
senza colpe.
IL
PERDENTE.
Ieri
solo stracci e fianchi cinti da logora cintura,
rancido
cibo e ambigui amori,
zero
soldi e zero sogni.
Oggi
superbo e altero cammino
come
fra brenne calpitante cavallo
veloce
più di paure e incubi,
e
indosso pure la cravatta,
(io
che non la portavo mai),
e
in piazza scendo tutti fissando spavaldo
(ma
io non uscivo mai, rimanevo sempre in casa,
osservando
dalla finestra la gente e la vita trascorrere),
e
cambiata è pure la mia voce ed è sicura e ferma
(io
che non parlavo mai),
e
posso sollevare e strappare uomini come cenci
(io
perenne caga-sotto),
e
bevo vino e non mi ubriaco
(io
che non bevevo mai),
e
tiro ai dadi e rido, insolente e sfrontato
(ma
io non giocavo mai, non sorridevo mai),
e
temendo non parlano gli altri
e
mi guardano giocare e vincere
e
vinco e vinco e vinco
e
tutti mi guardano giocare e vincere e vincere e vincere...
Ma
io non vincevo mai: ero sempre il perdente).
SOLO.
Nel
cuore dell’oscura notte io
solingo
e trafitto da un raggio di luna
sento
solitudine pungere la mia pelle
come
se fredde mani con glaciali dita
percorressero
gl’interstizi del mio corpo.
Così
esco di casa e passeggio
insieme
alla signora solitudine
elegantissima
e altera.
Solo
guido
lungo
la strada arroventata
lungo
i viali alberati
lungo
questa città,
guido
in lungo e in largo
diretto
altrove e ovunque,
diretto
in nessun-posto,
in
un luogo tranquillo e isolato
oltre
le case e lontano dal mercato,
oltre
questo tramonto violaceo
oltre
l’olore lascivo di questa città
oltre
il ponte e l’autostrada,
e
vedo solo morte
e
morti circondarmi
anche
loro diretti in nessun-posto
o
a sud di nessun nord
con
le loro belle facce rilassate
e
le loro belle macchine fiammanti
e
le loro belle donne bionde
sciamanti
in stolidi ozî
sciupando
la vita in stupidi passatempi
nei
loro vestiti tirati a lustro
nelle
loro vite comode e sicure
nelle
loro scarpe appena lucidate.
Io
non lucido mai le scarpe.
E
neppure la mia vita.
ANGOSCIA.
Pelle
di pantera e chioma di scorpione,
seni
dolcissimi d’ambra e bocca d’ambrosia,
denti
di giglio e viso pure di elleboro,
bruni
fianchi incombenti come neri cirri
e
profumo ridente di membra innocenti,
elettro-magnetico
fulgore di capelli
crudeli
negazioni di sguardi e affanni di sospiri,
brucianti
illuminazioni di splendidi sorrisi,
i
tuoi occhi d’alba mi abbacinano e stupiscono.
Sotto
il tuo crudo amore mi sento morire,
dal
tuo amore nasce la mia pena,
nel
tuo sesso la mia solitudine
(ma
io non voglio essere solo
ho
insaziabile fame che riempio
con
corpi senza amore
e
senza anima).
Il
tuo amore è la mia schiavitù,
il
tuo amore è la mia desolazione,
il
tuo amore mi rende schiavo.
Quando
non ci sei,
resto
seduto da solo, al buio, in un angolo,
aspettando
la tua telefonata
e
la mattina, quando apro gli occhi,
m’illudo
di rivederti.
Quando
non ci sei
un
antico e greve gelo
preme
alle pareti del cuore,
mentre
solo e solingo
solitudine
cerco e solitudine trovo,
nel
casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro
e
le mie fragili meningi dai perigliosi pensieri proteggo,
una
voce o un segno modulando per assicurarmi
che
anche io non sia già morto
senza
saperlo.
L’amore
è una schiavitù.
E
sangue la bellezza.
I
DEMONI.
Mi
dicevi <<Non andare, deciso è già tutto,
combinata
la gara, e già morto tu sarai
allorchè
sul ring salirai:
sotto
la cintola colpito verrai
e
in terra croderai
come
uccello atterrato
dalla
misteriosa forza del fucile.>>.
È
vero: i demoni sembrano invincibili
mostri
con mille braccia
erompenti
da un capovolto prima-nulla eterno
e
capaci di sferrare mille pugni
mi
aspettano dietro l’angolo
per
atterrarmi quel giorno
in
cui mi troveranno troppo stanco;
ma
non sanno che anche io
all’angolo
aspetto
e
certo quel giorno
gli
taglierò la gola.
Suona
il gong sulfureo
che
annunzia la battaglia.
DRENAGGIO.
Serbatoio di drenaggio
Resérvoir d’aspiration
Reservorio de succion
Saugreservoir
Reservatorio de aspiraçâo
Emme rezervuari
Leggo
queste parole nella sacca di drenaggio
affittami
all’addome come un’altra anima di mortale putrore,
putida
putrilagine e fermentante putredine,
mentre
due anodini vermi mi artigliano la pelle
azzannandomi
la carne e le membra
con
minuscoli voracissimi denti che drenano il sangue
in
un putrido fetido marcido stagnante lago tascabile
e
penso che tutto ciò non sia altro che un anticipo di morte,
che
la vita non sia nient’altro che un lungo anticipo sulla morte.
DI
NOTTE.
Camminando
in mari notturni
mi
ritrovo in arcipelaghi insonni
a
me fraterni.
Trafitto
da un raggio di luna
tremo
come un mare di grano
percosso
dagli zoccoli del vento
calpitante.
CAMMINO.
Cammino
sempre
cammino
per
strade povere e sterri
disgraziato
e folle
figlio
delle stelle, fratello dei cani
andando
con i miei piedi
laddove
desidero andare.
Cammino
sempre
cammino
ma
a mete conclusive
mai
arrivo.
Percorro
albe
trame strade
su
treni carri e scafi
ma
luoghi dolci non trovo
solo
rimorsi rimpianti e regretti
amanti
notturni angeli
e
in cerebro una lesa cadenza
d’idiota.
Cammino
sempre
cammino
con
passo straniero e amico
nei
deserti della notte puttana
senza
nessun conforto
senza
nessuna meta
senza
nessun reale obbietto
senza
nessun reale desiderio
senza
nessun dovere
senza
nessun limite
se
non la notte e il giorno.
Cammino
sempre
cammino
ma
mai arrivo
e
per eccitarmi ancora
in
eterei e sucidi amori suicidi indugio
a
disdicevoli torture amore sacrificando
a
inganno amare disperando
e
solo mi rimane d’ignoti corpi
il
dolce maledetto tormento.
LA
POESIA.
Mi
sono isolato dalla gente e dai suoi affanni:
Scrivo,
scrivo qualcosa d’inutile,
e
come Seneca non affido alla scrittura
precetti
salutari come ricette terapeutiche
affinchè
le mie ferite
benchè
non perfettamente rimarginate
cessino
di estendersi e suppurare.
Credimi,
quelli che sembrano non combinare nulla
fanno
cose più importanti,
come
due amanti che si amano
dietro
le nere membrane della notte
bocca
nella bocca, sangue nel sangue, carne nella carne.
CONFESSO
CHE HO VISSUTO.
Breve,
troppo breve è vita per pensare:
non
possiamo fare altro che vivere.
E
vissi.
Vissi
con cuore intrepido
e
mente impavida,
vissi
con tutto me stesso,
vissi
rinascendo ad ogni respiro
ad
ogni attimo
ad
ogni passo,
vissi
con ogni nervo
e
ogni fibra.
Vita
pervase e colmò ogni mia piega,
penetrando
in me fino al sangue e al midollo
anzi
oltre il sangue e il midollo.
Vissi
con
la disperanza dei forti
con
la fortezza dei folli
con
la follia degli dei.
Vissi
vissi vissi
con
il cuore in gola nel cuore della notte
in
ogni luogo in ogni momento
giorno
e notte
nella
bonaccia come nella tempesta
nella
bufera come nel sole
nella
procella come nel sereno.
Tutto
ambii e tutto tentai,
ogni
gesto or rude or armonioso amai,
amai
ogni donna
e
ogni uomo
or
grandioso or deplorevole
mi
affascinò,
invidiando
l’uomo che ride sul cadavere del nemico
come
quello che erige templi alla pace.
Sempre
onnivoro di sentimenti
nel
mare della vita mi lancia
più
nudo di Adamo
più
innamorato di Leandro
più
terribile di Aguirre
più
temerario di Achille
più
impavido di Eracle
più
sprezzante di Bruto.
Mi
mangerei tutta la terra
mi
berrei tutto il mare
ma
la terra intera non mi sazierebbe
e
il mare intero non mi disseterebbe.
No,
il mondo non mi basta.
Il
mondo
non
mi
basta.
SENZA
NULLA DA DIRE.
Mentre
l’acqua fresca mormora tra i rami
effondendo
profonda quiete
e
serenità profondendo effusa,
e
il vento stormisce tra le foglie
spargendo
malvaceo odore,
e
la pioggia marcisce la sera,
e
in valli e vette non voce risuona,
e
ultimo si ode il flebile-flessibile fruscio
del
serpe che rintana,
e
da terre luce fugge fluendo
in
un cieco fiume senza fine,
e
i miei incubi cinguettano scemenze,
e
la violacea violenta luce del tramonto offusca il giorno,
e
il tramonto è screziato di ostro e avorio,
e
la mia ombra mi scivola accanto
in
una pozza d’inchiostro,
e
il tramonto è trafitto dal fulmine rosso-sole,
e
il vento tormenta mari e monti
e
ci ulula addosso
dal
nulla furioso al nulla avanzando,
e
le verdi chiome degli alberi
sono
battute dagli zoccoli del vento galoppante,
e
le acque gonfiano nubi e fiumi
e
i nembi incombono e impetuose tempeste rombano,
e
le bufere cupamente procellano
piovendo
su tetti e alvi fiumali,
e
il grido dell’uccello annunziante il verno
cupo
percuote il cuore e il bronzeo occaso
percorso
da lame taglienti
brandenti
il cielo che frastaglia
e
scaglia a scaglia lento si annera
nella
sera crepitando e vomitando
una
nera nera tromba attorta
di
schiume morte
quale
oscura ghiera.
Io,
fatto parole,
dissolto
in milioni di parole,
disciolto
in miriadi di parole,
prole
fuggitiva abortiva abortita,
senza
nulla da dire
scrivo
questa poesia
che
non ha nulla da dire
e
nulla dice.
ODE
ALLA SERA ESTIVA.
Sera
estiva,
scaglie
di vetro iridescenti,
occaso
striato da filamenti di luce coagulata,
agonizzante
sanguinoso crepuscolo,
vespro
cruente come cruda carne,
stelle
opaline come lampade nel cielo pecioso,
roco
lamento di fronde morte
pallenti
nella mota di prati morienti,
pluviosi
smeraldi stillanti
su
arborei scheletri opalescenti,
trilli
di grilli scoppiettanti,
rugghio
di noiose cicale,
schiocco
di serpi,
fruscio
di sterpi,
ronzio
di vespe
e
silenzio di bambagia che soffoca
la
violacea fiamma vespertina
in
un grigiore di brace.
ODE
MINIMA ALLA SERA D’INVERNO.
Già
la fiamma del vespro
scema
e cangia in nero
il
viola dell’occaso:
scompare
questo giorno
nell’imbuto
della sera
e
con esso ogni pensiero.
Esplode
all’occaso la sera
in
un tramonto viola di petardo
e
scivola ormai questo giorno
nell’imbuto
della sera.
All’ultimo
lume
sorride
il vespro
e
gli occhi china mesto:
soffoca
in gola
ogni
pensiero.
ODE
MINIMA ALLA PIOGGIA.
In
uno spastico vespro opalescenti
come
su arborei scheletri smeraldi
gocce
su gocce stilla la pioggia.
ODE
MINIMA ALLA LUNA.
Luna,
nuda luna,
nuda
silenziosa luna,
occhio
della notte
capezzolo
del cielo
parte
visibile del nulla.
ODE
SEMI-MINIMA ALL’ESTATE.
Tutto
arde la sete,
l’aere
fumica calura,
e
terra e ginocchi dissecca il calido lume,
arido
il sesso e arido il ventre,
solo
infiora il superbo cardo
e
il suo rosso grido vibra
tra
le spine.
Dai
fiumi deriva l’acqua alle gore,
e
l’ansito del vento apre dei meli il fiore,
e
tra oscure foglie e gelosi tralci germoglia il ramo,
e
come il nordico vento rosso-fulmine
tormenta
e agita giunchi e fronde
così
torbido e dispietato Amore
in
me rapido muove ed estenua
la
mia mente demente.
ODE
AL MARE.
La
strada è una esplosione,
una
deflagrazione di aranci rossi come carboni ardenti,
e
in fondo alla strada il mare verdeggiante e tremulo
che
crolla il suo manto
e
sciolto da ogni ritegno si scatena
e
sbriglia i propri cavalli sfrenati
e
risale e ribolle dagli intimi gorghi
sotto
lo zoccolo del vento fulmino-violento.
Oh
mare,
tu
mare,
con
le tue nitide linee
delimitate
da severi venti di piombo
tu,
mare,
puro
forma di metallo-peso,
bianca
purezza e pura essenza,
la
tua onda divampa e non consuma
la
tua fine diviene origine
la
tua sostanza è una pura forza
alente
se stessa.
Oh
mare,
oh
mare, che a scaglia a scaglia ti screzi alla luna,
oh
mare, sei un muro
e
come una spada tagli in due l’orizzonte:
si
sente schiantare l’alma alla tua visione,
e
il timore che incuti non abbandona.
Oh
mare,
compagno
di tante notti insonni
compagno
di desideri e sogni
compagno
di ansie e dubbi
mi
sei sempre stato accanto
nelle
notti in cui tutto bruciava
sempre
pronto a spegnere l’incendio
che
dentro me divampava.
Oh
mare, mare,
sei
stato il compagno silenzioso
delle
mie notti sole, il compagno ruggente
dei
miei giorni senza sole.
Oh
mare,
che
puoi sciogliere i nodi delle tenebre col tuo riverbero,
ora
che gli occhi sono diventati tremuli e nubilosi
per
il pianto che sorge sul ciglio,
se
ancora mi sei amico
prendimi
adesso che tutto affonda
e
portami giù con te
dove
non si sente il dolore:
annegami
affogami assiderami
nel
tuo abbraccio,
avvolgimi
stritolami stiacciami
e
così annienta nel gorgo tuo spaventoso
il gorgo del mio spavento.
Oh
mare,
tu
che solo sei stato testo ai miei turbamenti
ti
prego trascinami via
ingoia
le mie ossa
e
con esse le mie paure,
svegliami
da questo incubo
che
è un sogno che è un incubo
e
portami via da questo mondo
che
non riesco a vivere.
Così
solo
morto
sarò
libero.
2) DONNE.
YUMI.
L’amavo,
e amavo i foschi meandri dei suoi occhi atroci,
l’alburna linea di luna del suo sorriso eburneo,
l’opalescente riflesso della sua pelle di tenebra,
il negro arco del suo ventre di velluto,
la furente curva dei fianchi plumbei,
lo svelto passo di bambagia dei suoi piedi,
il rettilineo audace delle sue gambe,
il buio tunnel
della sua vagina di ostro,
il carnoso grido del suo sesso d’amaranto,
ma, poi, un bel giorno, l’incanto svanì
quando scoprii,
vittima dei miei abbagli e delle mie illusioni,
che anche lei era una di quelle
una di quelle che nella vita
che nella vita ha visto
più cazzi che tramonti.
MARTHA.
Conoscevo Martha da qualche mese. Era una mia vicina, mezza
schizzata per via di un forte esaurimento nervoso che l’attanagliava nelle sue
spire esiziali di cobra e non intendeva mollarla prima di averla soffocata.
Eppure, il suo incedere solenne, la curva bruna dei suoi
fianchi, e la sua bellezza perfetta e rotonda che si specchiava in modo sublime
nella pura forma di acciaio del suo corpo, tutto ciò la rendeva una femmina
superba, carne di prima qualità.
Ma aveva un difetto: parlava troppo, una glossolalia
insensata erompente da un profondo vuoto pneumatico come il vento che viene dal
nulla o la corrente marina, che nutre se stessa dal nulla provenendo al nulla
avanzando.
Un giorno decido di invitarla per un caffè. Non scopavo da
giorni e iniziavo ad avvertire un certo dolore spermatico: dovevo assolutamente
sfogarmi e versare il seme in eccesso o sarei stato male. Inoltre, la mia vena
creativa si effonde solo quando la carne e il corpo sono satolli: posso
scrivere tutta la notte ma dopo avere saturato i sensi o magari aver
passeggiato in riva al mare tutto il giorno insieme con un bel volto di
paradiso e scopato e goduto a dovere.
Ad ogni modo, come fu e come non fu, lei accetta e con il
pretesto del caldo si spoglia dei vestiti e della sua pelle di serpente,
trasformandosi in una creatura silente e furtiva. Poi va ai fornelli e mi
prepara un caffè. E devo confessare che vederla semi-nuda, con addosso solo un
microscopico tanga, mi eccitava molto. Quella negra mi piaceva davvero,
soprattutto quando taceva: quando parlava diceva troppe stronzate, ma per
fortuna eravamo attratti solo sessualmente e nient’altro e a me stava bene
poichè ormai non riuscivo più ad avere per una donna altro fuorchè un’erezione.
E poi gli amori fugaci sono deliziosi, poichè non hanno passato né futuro, e
non creano aspettative, e le aspettative sono sempre deleterie e rovinano
tutto. Ma forse mi sbagliavo sul suo conto: forse lei nutriva delle
aspettative, forse stava incastrando i pezzi di un puzzle, forse è così che si vive, piccoli capitoli brevi alla
Bukowski, forse si vive così, incastrando fra loro tutte le caselle finchè il
quadro non si completa, incastrando nel cuore ogni ora, ogni giorno, ogni
tappa, ogni persona incontrata nel tragitto e poi persa. Forse la vita si
costruisce così, come un puzzle. Ma
non lo avrei mai saputo: ho sempre vissuto tutto d’un fiato. Fino all’ultimo
respiro. Anzi, senza respiro.
TATIANNA.
Piove,
nulla
da fare,
sempre
la stessa monotonia,
un
giorno passa un altro
e
nulla cambia.
Nulla
cambia nulla,
la
pioggia batte contro i vetri
e
ogni goccia è un colpo di pistola alla mia indolenza.
Esco
di casa
cammino
senza
direzione
e
la incontro:
statuaria
selvaggia
e
superba
nella
poderosa smisuratezza
dei
suoi muscoli
e
delle sue carne.
Il
vetro-albume dei suoi occhi affiorante dall’atroce viso
come
l’aurora scialba sbuca fuori al termine della notte,
il
segreto del suo cuore rampollante dai suoi occhi alburni
come
un’altra lei brillante e lucente
che
si affacci da un pozzo nero,
i
suoi fianchi arroganti
terminanti
in una protuberanza eccessiva e voluttuosa:
il
fiore delle sue carni,
selvaggio
e irriducibile,
penzolante
come una goccia fresca di rosso sangue
dal
ventre rigonfio e accogliente.
Tutto
in un lampo: io che con le mani sfioro
gli
interminabili spazi del suo corpo,
e
con la bocca misuro la distesa delle sue gambe,
e
con la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’stantia,
e
come fiore di agave mortale
turgido
il clito che si erge dalle ninfe carnose
mentre
lei gode tremando come luna nell’acqua.
Ah
misteriosa rossa carnosa bocca,
ninfea
voluttuosa tra floride ninfe,
fiore
delle sue carni,
carne
del mio desiderio...
ENRICA.
Chiacchierammo
un paio d’ore
ridendo
e scherzando
lentamente
gradualmente
inesorabilmente
reciprocamente
attratti
l’una
dall’altro.
Poi
il silenzio
e
infine ci baciammo,
un
bacio repentino come la rabbia,
improvviso
come l’ira,
mentre
io già avvertivo una poderosa erezione
calcitrare
contro la patta dei pantaloni.
Così,
le infilai una mano sotto la gonna,
e
lei la strinse fra le sue cosce muscolose, odorose d’amarena,
mentre
i suoi gemiti mi ululavano dentro le meningi
come
latrati di un cane rabbioso che viene dall’inferno
nella
notte fulgida, luminosa di languide promesse.
Poi
ci alzammo, scantonammo,
e
ci trovammo in un vico angusto e sporco
sotto
una scalinata malferma e provvisoria.
Lei
veloce sollevò la gonna fin sopra le anche
e
io allora sciolsi la cerniera ed estrassi il cazzo
che
già viola-turgido comminava una furiosa pioggia spermatica
e
puntai dritto al culo
e
la mia cappella bagnata e palpitante
e
dura come il marmo entrò al primo colpo di reni
e
così, in un vico lurido infimo e infame, all’aperto,
goffamente
nascosti, rannicchiati e accovacciati,
sotto
una scala vacillante e incerta come noi due
quella
sera lei ebbe lo sfintere rotto da un solo colpo di reni
e
io le labbra rosso-porpora dell’ebbrezza
rosse
di una tale ebbrezza che anche ora che scrivo
ancora
m’inebrio
e
sento calido come il vino il suo fiato
ed
ebbra sento pur l’anima mia
volare
leggera ancorchè satolla.
In
fondo, la vita è dolce se glielo concedi.
MARIANGELA.
Le
5 del mattino,
e
la mano splendida dell’aurora dissolveva i nodi delle tenebre,
l’occaso
ancora trafitto da puntute cuspidi argentee
e
l’orto che già aveva l’oro in bocca,
il
sole, come mare in tempesta
ribollente
scalpicciante scalpitante sotto gli zoccoli del vento
avanzava
sferrando l’estremo attacco al buio,
e
le stelle, nel lembo ultimo della notte, che correvano
come
brillanti scudi in groppa a negri corsieri in fuga.
Lei
si era assopita da poco
e
ora giaceva sul letto disfatto
placida
e abbandonata
nel
suo drappo corvino di capelli.
Scopammo
tutta la notte,
una
bellissima cavalcata folle
e
senza fine,
violenta
e dispietata,
poi
l’amplesso
e
un orgasmo
disperato,
il
sesso che gridava la sua vittoria a labbra aperte,
dispiegate,
il
clito ancora rigonfio
che
si ergeva tronfio e pago
dalle
ninfe carnose e rosse,
e
la vulva esausta ma ancora pulsante
come
un animale stanco
e
ansimante.
<<Eh
sì, il sesso è dei forti.>> pensai
mentre
le scostavo la testa dal mio braccio
per
alzarmi e andare in bagno a pisciare.
Poi
andai in cucina
mi
versai caffè con latte
e
lo sorseggiai lentamente
mentre
la radio trasmetteva il suono mellifluo
della
chitarra dei Guns n’ Roses.
Poi
sfogliai un libro e lessi qualche pagina.
Infine
anche lei si alzò,
incedette
verso di me
con
passo deciso e leggiadro
nella
sua nuda bellezza di rosa,
il
suo piede sinistro aveva un neo
nella
parte interna della caviglia,
e
la sua schiena terminava in due fossette
pronunciate
e davvero eccitanti.
Ci
salutammo
e
io le carezzai il culo con una mano
infilandole
il dito medio tra le chiappe.
Ma
la zona era molto sudata e appiccicosa:
quando
tolsi la mano oliva di merda!
Dunque
il sesso è anche scambio di merda!
Non
bastano i soliti liquori
sperma
piscio
umore
saliva
sudore,
no!
Ci
voleva anche la merda! Era troppo!
<<Forse
non sono un forte...>> pensai.
IRINA.
Sigaretta
postamplesso,
torpore
postamplesso,
tu
discinta e nuda,
sesso
ancor dischiuso,
stillante
la sua
lacrima
di piacere,
e
io alla ricerca di una vecchia maglia logora
per
andare al mare e finalmente annegare
la
cospirazione del desiderio.
KATHERINA.
Pallida
e scarmigliata,
il
tuo aguzzo scorpione aculeato
che
mi trafigge il petto,
il
tuo scabroso sesso
ancora
rigonfio e tronfio per il recente amplesso,
e
nella tua bocca il mio
sidereo
inerte
freddo
seme.
BLESSING.
Pomeriggio,
cielo
di porpora,
sole
screziato
di
nubi e caligine,
esco,
nessuna
meta,
buona
carica sessuale
e
grande quiete interiore,
giorno
solitario
strada
solitaria
donna
solitaria
incedente
sull’asfalto di fuoco
come
fiamma agitata dal vento
statuaria
imminente
fatale
corpo
muscoloso
pura
forma di acciaio
tipica
negra-muscoli
tutta
nervi e sesso,
un
unico fascio di tenebrosa luce
fasciata
d’azzurra veste
trasportando
due
gravose
borse.
<<Vuoi
una mano?>> le chiedo,
<<Grazie.>>
dice.
Caldo,
tafani
e sudore,
quarto
piano senza ascensore,
dovunque
sudore e sozzore.
Ballatoio,
tuguri
di putte, ladri e drogati,
appartamento
in fondo al corridoio,
una
lurida minuscola camera,
letto
cucina e cesso in un unico fetido anfratto,
e
lei,
passo
svelto e fianchi solenni,
ossa
robuste
e
vitalità selvaggia,
come
il mare
calmo
eppur minaccioso.
Mi
prepara un caffè.
Bevo
il caffè
fa
schifo
poi
mano sulle gambe
mano
tra le cosce
dita
tra le ninfe
madore
figa
culo
sudore
ancora
culo
sborra
sigaretta.
<<Mi
chiamo Blessing.>>,
<<Piacere,
Manuel.>>.
Esco
(spero
senza malattie gravi)
fuori
la
strada
il
sole
olore
d’incenso nell’aria
di
nuovo solo
di
una furiosa solitudine rodente
morte
in agguato
follia
latente
disperanza
incombente
torno
in casa
le
8 della sera
sigaretta
vecchio
filme di Woody Allen
caligine
densa di buio
priva
di moto
priva
di vita
letto.
Che
giornata del cazzo!
SANDRA.
Il
giorno declinava assai ferinamente
in
un placido splendore,
il
cielo nitido era unica immensa pura forma
di
benigna luce,
solo
una leggera bruma screziava il sole,
e
l’occaso radioso sembrava un drappo
calante
da ignote alture
ad
ammantare case palazzi persone
nelle
sue diafane pieghe.
La
vita merdosa chiedeva il conto:
senza
una speranza
senza
uno sbocco
senza
nessuna prospettiva
e
senza un cazzo da fare
decido
di uscire:
cammino
nulla
da fare
torno
a casa
decido
di dormire.
Mi
sveglio
l’indomani
mattino
caco
piscio
esco
cammino
per strada
mi
fermo in un barra
ordino
un caffè,
in
attesa che inizi la mia vita
o
forse un modo per scappare dalla mia vita
o
entrambe le cose,
poi
lei
passo
svelto di felino
cammina
accentuando
la curva ostinata dei suoi fianchi
occhi
di cerbiatto e pelle di pantera
selvatica
ed erratica
disegnando
pure linee di acciaio
nell’aria.
Pago
lascio
il resto
e
pure la mancia
mi
sento fortunato
i
demoni sembrano concedermi una tregua
e
gli dei sono gentili (oggi).
La
seguo
scalpicciando
con insistenza dietro di lei
si
volta
e
l’acciaio del suo sguardo
(raggio
di sole al tramonto)
mi
trafigge.
<<Hey
bambola... bambola… bambola...>>,
<<Che
cazzo vuoi?>>,
<<Sempre
col cazzo in bocca voi negre eh…?>>,
<<E
se anche fosse?>>,
<<Dove vai?>>,
<<In
chiesa...>>,
<<La
tipica negra: chiesa al mattino e cazzi la sera.
Come ti chiami?>>,
<<Che
te ne frega?>>,
<<Perchè
voglio scoparti!>>,
<<Vaffanculo.>>,
e
quella parola le scivola clamorosa
da
una bocca piena e sensuale
rotolando
fino ai miei piedi
e
sferrandomi un colpo secco e deciso
al
mio orgoglio di amatore latino
e
navigato seduttore.
<<Sai
che hai un culo meraviglioso?>>,
non
risponde,
<<Almeno
dimmi come ti chiami.>>,
<<Sandra.>>
dice
con
uno sbuffo che repe veloce
sferrandomi
altro colpo
in
pieno ventre,
basso
ventre…
<<Sandra,
non sai che ti farei a quel culo…>>,
al
che lei si volta
e
volta il suo meraviglioso volto di paradiso
superba
e viziosa
timore
e pudore non sembravano per lei,
arresta
mi
guarda con protervia
si
avvicina e stizzita
<<Tesoro,
non sai che cosa potrei fare io a te,
con
questo culo…>> risponde,
e
il suo forte madido odore mi trafigge inebriandomi.
Appuntamento
per il pomeriggio
subito
dopo la messa
(¿¡Ma
quanto cazzo durano le messe in Africa!?).
Esco
di casa
ed
entro nell’aria calida
vengo
investito dalla luce gravida del Luglio
il
sole splende feroce
la
terra pare gocciare e luccicare di vapore
e
pure lei splende feroce nello splendore delle sue carne
in
tutto il fulgido turgore delle sue carne
di
giovane fiera indomita.
<<Vuoi
bere qualcosa?>> chiedo,
<<Che
cosa?>> risponde,
<<Non
so, ma so che cosa ti darei io, da bere...>>:
non
raccoglie la sfida e abbassa lo sguardo.
<<Ti
va un bicchiere di vino?>> propongo,
<<Ma
io non bevo.>> dice,
<<Nemmeno
quando ami!?>> replico salace,
lei
sorride leggermente, armonica e amica, gentile,
e
in quel momento il mondo smise di valere qualcosa
<<Allora
una bottiglietta d’acqua ah ah ah.>>,
<<Dai,
passeggiamo.>>,
e
passeggiamo...
La
strada è un mare di piombo
il
suoi occhi lanciano grandi strali umidi
che
verberano e subito evaporano contro l’asfalto
e
io mi sento turbato, molto turbato,
stranamente
turbato.
Perché,
vedi, io sono sempre andato per la mia strada
e
con le mie gambe
lì
dove m’è venuto il capriccio di andare
(la
forza che uno ha è solo un accidente
che
nasce dalla debolezza altrui,
la
paura è solo una pallida e flaccida pinguedine
in
abito blu),
ma
ora vorrei solo camminare per l’eternità
accanto
a quel corpo afro-paradisiaco
e
poichè in fine la vita è nulla
credo
che questo sarebbe la vera ricchezza:
passeggiare
accanto al tuo volto di paradiso
in
un angolo di paradiso.
Ma
basta seghe mentali e deliqui alla Joyce!
C’è
un culo che mi attende!
La
porto a casa mia,
apro
il portone d’ingresso e le faccio strada,
lei
indossa un vestitino leggero ed estivo
che
mi ricorda i tramonti della Sicilia
saliamo
per un cicchetto
lei
siede accavallando le gambe
meravigliose
gambe muscolose e sode
e
io le verso da bere
e
mi accomodo accanto a lei sul divano
ma
poi non resisto più
poggio
il bicchiere
la
sollevo
le
sollevo il vestito
anzi
glielo strappo
la
sbatto al muro
le
scosto la spalla del vestito
scopro
il suo corpo di velluto
e
con la lingua esploro il guanto di seta della sua vulva
poi
molto lentamente la lubrifico finchè inizia a gemere
a
questo punto la mia cappella
già
rossa
è
divenuta violacea
e
commina una grandiosa sborrata
come
l’infiorescenza suicida dell’agave che
nel
momento supremo
immediatamente
precedente lo sciparsi
esplode
in una verga gigantesca e fiorita
che
preannuncia la fine
e
beh,
di questo passo anche per me la fine è molto vicina,
così,
senza perdere tempo la metto a pecorina
e
inizio a masturbarla con la destra
mentre
con la sinistra le strizzo i capezzoli
lei
emette degli squittii e dei rantoli
da
vera cagna in calore
ansimi
e gemiti che adombrano
dietro
l’apparente dolore
un
vero godimento cagnesco
e
morde il vestito
e
mi morde le mani
e
mi prega di continuare
mentre
ancheggia e sporge il bacino
per
farselo mettere dentro
più
dentro
fino
in fondo
e
io eseguo con la dedizione di uno scolaretto
e
lei mi dice di metterglielo dentro fino in fondo,
io
lo metto dentro più che posso e intanto,
mentre
con una mano continuo a masturbarla
e
con l’altra le tiro indietro i capelli all’indietro
come
le redini di cavallo
costringendola
a inarcare le reni,
i
suoi gemiti divengono rantolii e ululati,
rantola
come un animale impazzito
ululando
come una cagna affamata
mentre
io le frusto la figa
fino
a rivoltargliela
e
gliela scopo fino a sfondargliela,
gliela
spacco proprio,
gliela
fotto
gliela
martello
gliela
riempio
e
le sue gambe vibrano e le sue ginocchia si piegano
di
fronte all’orgasmo
e
a quel punto lo tiro fuori dalla figa
e
miro al culo
un
colpo solo
forte
e deciso
lei
grida godendo
urla
come una puttana torturata
mentre
io verso il mio fiotto generoso e sincero
in
quel culo palpitante.
Fu
un orgasmo senza fine
s
e n z a
f
i n e.
Ci
abbandoniamo al rapimento dei sensi
restiamo
così alcuni secondi
godendo
del nostro reciproco piacere
poi
io esco
e
rimango ad ammirare per un po’ quel gran culo
che
ancora aperto urlava il proprio piacere
lacrimando
sperma e voluttà
e
infine mi stendo sul divano
accanto
a lei.
Chiesa
la mattina e cazzi la sera:
c.
v. d.!
NATASSA.
La
scorsi al banco informazioni:
io
le rivolsi un’occhiata decisa schiacciandole l’occhio
e
lei mi restituì un’occhiata al di sopra delle lenti
con
una rapidità e indifferente placidità che mi turbarono,
rapida
occhiata di diffidente saggezza,
pareva
sapesse già ogni cosa sul mio conto.
Quella
donna aveva un’aria misteriosa e fatale,
quasi
un mistero periglioso sulla soglia dell’ignoto
come
una luna che si affacci da un pozzo nero,
ma,
si sa, sempre la passione ci spinge verso l’ignoto!
Scopata
sborrata
e
addormentata
la
guardavo
tre
ore
dopo
in una stanza ammobiliata
per
studenti e lavoratori
a
pochi passi da Porta Nuova.
Il
mio ozio di passeggero indolente,
il
mio isolamento di marinaio
in
un mare oleoso e languido di nulla,
l’uniforme
cupezza di una costa in lontananza,
e
la mia ignavia inerte sembravano escludermi
dalla
verità delle cose lasciandomi languire
nell’angoscia
di una assurda allucinazione.
Ma
in quel momento c’era lei
che
dormiva supina
con
un braccio piegato sotto la guancia di pesca
e
uno che discendendo lungo il lombo sinistro
spariva
all’altezza del ventre
in
prossimità del pube
ed
era vera
vera
più della roccia
vera
più di una pietra che rotola
vera
più del mare
vera
come un pugno nello stomaco
vera
come
una corsa in macchina a 250 km all’ora
come
una mela matura
come
un tuffo nel mare di Dicembre
vera
e perfetta.
In
fondo la vita è dolce, se glielo consenti...
Poi,
nella sua impercettibile curva
il
sole si chinò a baciare la terra
e
il suo candido sfolgorio mutò in un rosso smorto
come
sangue rappreso
e
sembrava un negro accoltellato che perdesse sangue
o
una figa negra mestruata.
Infine,
il
cielo divenne del colore del fumo
e
il giorno finì in una serenità immobile
e
con lui anche io.
SIMONA.
Aggiorna,
e
nel duro silenzio mattutino
i
raggi del sole pungono l’aria e il cuore
e
l’alba mi sorprende eccitato.
Pure
alla luce del sole non ho ritegno
e
non aspetto le appartate tenebre.
Destati,
dunque,
che
la carne vuole peccare:
non
senti che il mio sesso preme
alle
porte del tuo culo
desideroso
di entrare e versare
il
suo fiotto generoso e sincero?
UNA
RAGAZZA SERIA.
Lei
è una ragazza seria,
capisci?
Una
ragazza seria,
capisci
che cosa intendo?
Una
ragazza s e r i a.
Non
capisci?
Beh,
ora ti spiego.
Andavo
per uffici
per
sbrigare certe carte
e
alle 12,30
di
un giorno di pece
ero
davanti all’agenzia per le entrate
o
tesoreria di stato (non ricordo bene).
Mi
fermo in portineria
mi
informo sull’ufficio stipendi
terzo
piano
salgo
e
aspetto.
Mi
accoglie una segretaria latina
sull’orlo
40 anni e di quella linea d’ombra
che
separa il pieno fulgore
dal
completo decadimento fisica
dal
totale sfacelo della carna,
cioè
nel momento in cui le donne
raggiungono
il culmine del fascino
e
della carica sessuale.
Occhiali
da segretaria porca e pelle d’ambra,
le
spiego il mio problema
lei
si alza ondeggiando
nella
sua gonna corta e stretta
e
ondeggiando prende una cartella
acquisisce
i miei documenti
apre
una pratica
la
protocolla
ondeggiando
si allontana per depositarla
e
sempre
ondeggiando
mi
restituisce un cartiglio
con
nome e numero di protocollo
e
mi dice di tornare fra tre o quattro giorni.
Io
vorrei invitarla a bere qualcosa ma penso
<<Mi
sembra proprio una brava ragazza.>>
(anche
se non era proprio una ragazza)
così
saluto
scendo
le scale
rimembrando
nella mente
quel
grosso culo sodo e rotondo
culo
di anguria
culo
di arancia
culo
di luna
ed
esco.
Mi
dirigo verso casa
e
davanti al mio portone
s’uno
scalino siede una negra
alta
poderosa e afroparadisiaca
come
solo le negre sanno essere
e
mi avvicino e mi pervade
una
zaffata di odore forte
odore
acre e penetrante
tipico
odore di negra
e
nei pantaloni sento
un’altrettale
poderosa
erezione
ma
la negra mi guarda con occhi smarriti
e
un po’stanchi e tristi
e
<<Deve essere proprio una brava ragazza.>> penso
e
così proseguo per la mia strada
ad
occhi bassi salendo le scale.
Nel
pomeriggio esco
un
cazzo da fare
passo
alla posta per una raccomandata
allo
stronzo del mio editore
faccio
presto
così
decido di tornare in casa
per
mettermi al computatore
e
scrivere almeno 5 poesie
ma
sulla
via
incontro
una ragazza bianca
italiana
e
meravigliosamente diafana
autentica
bellezza bianca candida e cristallina
bel
culo sodo e rotondo, degno di Simone de Beauvoir
e
<<Ciao.>> mi dice.
<<Vorrei
solo scoparti, brutta troia.>> penso,
ma
<<È una brava ragazza: non fare lo stronzo!>> mi dico
così
educatamente rispondo al saluto
ma
poi chi-se-ne-fotte
la
invito per qualcosa al baretto dietro l’angolo
lei
accetta
scantoniamo
sediamo
ordiniamo
lei
una corona condita
io
un bicchiere di vino rosso
poi
saliamo in casa
<<Ho
una mansarda carinissima
piccola
piccola
solo
16 m2
ma
c’è una vista stupenda
dovresti
proprio venire a vederla.>>
e
continuiamo la discussione
su
politica e consumismo
religione
e femminismo
io
annuisco con fermi e decisi
“uh”
di grugno
inframmezzati
da qualche
“sì”
“sono
d’accordo”
“chiaramente”
“hai
proprio ragione”
e
cenni di niffo
a
elucubrazioni di cui non so
proprio
un cazzo
e
infine
lei
mi mette una mano
sul
ginocchio
per
consolidare la nostra comunione
di
vedute e interessi,
le
accarezzo la mano
c’è
un attimo di silenzio
e
poi ci baciamo
ma
la
sua bocca sa di plastica bruciata
forse
anfetamine
o
troppo acido lisergico
ma
bacia bene
con
la giusta dose di lingua
e
la giusta dose di mugolii e gemiti
e
il giusto scambio di saliva
e
così ci prendo gusto
e
anche lei ci prende gusto
e
inizio a palpeggiarla
e
pure lei inizia a palparmi
voi-sapete-dove
e
sbottona pure i pantaloni
la
brava ragazza
e
mi prende il cazzo in mano
e
lo mena
e
lo mena e lo mena
finchè
non le spingo giù la testa
in
un impeto di passione
certamente
non giustificato
dai
dettami del femminismo
militante
(e non)
ma
lei non si scompone e
senza
dire una parola
inizia
a succhiare
e
succhiare e succhiare
e
succhia e succhia
la
troia
e
poi io vengo
nella
sua bocca
che
si empie del mio latte
e
lei me lo mostra aprendo la bocca
e
io godo alla vista di quella
brava
ragazza
che
gioca con il mio sperma
tenendolo
in bocca e usandolo
per
fare i gargarismi.
Poi
finiamo:
io
vado a pisciare
scarico
l’acqua
rimetto
lo stolido pene al suo posto
mi
lavo le stolide mani
mi
gratto pure il culo
e
la cosa strana è che
tutto
ciò avvenne in modo meccanico
asettico
senza
una parola
senza
uno sguardo
una
cosa morta
come
una carcassa d’animale
e
questo non mi piace
perchè
io sono un romantico in fondo
e
poi le va via
e
io rimango solo
e
penso:
<<Proprio
una ragazza seria:
di
quelle che quando succhiano
non
ridono.>>.
E
proprio un gran bel culo,
degno
di Simone De Beauvoir.
Adesso
inizi a capire?
SIMONE DE BEAUVOIR.
Tutti
conosciamo il
meraviglioso
magnifico
magniloquente
culo
di
Simone de Beauvoir
negli
scatti di Art Shay
e
la lettera d’amore di Sartre
in
cui il filosofo le rimprovera
quella
volta che lei
amò
un coltivatore semisconosciuto e incolto
spacciandolo
così
si capisce
per
gesto femminista.
Ma
grazie,
grazie
Simone,
nonostante
la tua troiaggine,
grazie
per la paradisiaca
visione
del tuo
gran
culo
da
sfondare!
SAGGEZZA SESSUALE.
Era Agosto
o forse Luglio
ed era tarda sera
e lei era una negra giovane e fiera
altera superba e nigeriana
e a me fa sempre piacere imbattermi in negre così
forti e orgogliose
non come quelle che ti guardano
con quel cazzo di atteggiamento remissivo
da schiava sottomessa e subito abbassano lo sguardo
e aveva occhi dal sapore di mandorle e miele
e culo turgido come dura pietra
e denti del colore del giglio e del gelsomino
e con uno sguardo mi vibrò sulla pelle
una frustata di acciaio fuso e amaranto
e guardarla fu come averle già messo la lingua in bocca
e il resto avvenne in un lampo.
Mi portò in casa sua
e la casa era piena di merda
tutto appestato dal puzzo della merda
dei polli che i negri usano allevare in cortile
o sulle terrazze o sui balconi
o direttamente in casa come in questo caso
e il bagno faceva schifo
come se nessuno lo pulisse mai
ma si sa che i negri sono così
e
senza dirle neppure una parola d’amore o di passione
la baciai
e lei corrispose con uno slancio che mai mi sarei aspettato
afferrandomi la patta dei pantaloni
e stringendo
forte
con la sua mano
ruvida da negra
e io le misi la lingua in bocca
e stavolta sul serio
non con gli occhi
e quando la toccai
era già bagnata e molle
e grondava
e io non mi trattenni
e mi abbandonai ai miei piaceri
che sono tanti e cambiano forma continuamente
mi abbandonai alle mie voluttà che non hanno
vergogna o pudore né repulsione
né ribrezzo o ripugnanza o disgusto
e così la sollevai tra le braccia e l’adagiai sul letto
per leccarle la figa benchè il suo odore selvatico
(i negri hanno sempre un odore acre)
di fetida strada marcita dalla pioggia
olente come un sucido cane bagnato
mi provocasse forti conati di vomito
ma poi mi dissi
<<Manuel Omar, il sesso è un affare rivoltante
ma tu hai affrontato umori di ogni sorta
e piscio
e sangue mestruale
e sudore
e anche merda
e hai sfidato malattie varie
in un corpo a corpo senza respiro
e senza preservativo
fino all’ultimo respiro
sempre sul filo del rasoio
e sull’orlo del baratro
dispietato e disperato
dunque coraggio e vai avanti:
tu sei un forte
e il sesso è dei forti!>>
e così feci cuore e mi chinai
con la testa tra le sue cosce
ma il suo sesso emanava insopportabile
un odore fortissimo di frutta stantia e vieta
e non potei protrarre a lungo quel cunnilingio
e così interruppi il suo piacere cunnilinguo
e le scopai quella fetente figa strafottente
che palpitava urlando il proprio desiderio
e reclamava il proprio piacere
e fui grande mentre la sbattevo
le mettevo il cazzo dappertutto
a rotazione come in un porno
dimenandomi come un ossesso
sculacciandola e martellandola a dovere
finchè a un certo punto lei si girò e
con dolcezza mi disse
<<Troppo forte, tu va piano.>>,
<<O si fa bene o non si fa.>>,
<<No gara, no comba’.>>,
<<Nemmeno una passeggiata.>>,
<<Dont’compete...
play!>>,
e quel saggio di sapienza sessuale
mi colpì in pieno e atterrò
come l’avere scoperto che Babbo Natale non esiste
o che anche tua madre è una puttana
come tutte le altre
e capii che la bamba ricercava un altro piacere
un piacere più mentale
e capii che quando si è giovani si spreca tutto
perchè si pensa che tutto duri per sempre
e si spreca soprattutto il tempo delle scopate
ma forse è giusto così
tanto alla fine della giostra
si rimane comunque a mani vuote
e si spreca il tempo
e si sciupano le erezioni
e le eiaculazioni
in stolide competizioni da campioni del sesso
e nel meccanico entra-ed-esci
e così quel giorno imparai una lezione essenziale
e accolsi e resi mio il suo piacere
e iniziai a scoparla con tranquillità
rimanendo sempre dentro
e giocando di contrazioni muscolari
piuttosto che del solito monotono batti-sbatti-e-ribatti
e piuttosto che del solito martellare
le sussurrai all’orecchio
parole indicibili e proibite
mentre lei dondolava i fianchi
leggermente
impercettibilmente
e godeva divertendosi a sputarmi addosso
grosse sorsate di vino forte
che poi leccava via con la lingua
e così venne sei volte
e poi venni pure io
e fu un bagno di sperma e sudore
tanto sudore
e tantissimo sperma
che le cosparse l’intero addome
dopo una cavalcata di un’ora.
Don’t compete,
play:
questo sì
che è vera sapienza,
vera saggezza,
saggezza sessuale.
GABRIELA.
Era una mulatta alta e snella,
bellissima e chiara come la cannella,
ma mezza matta,
perversa lussuriosa e sporca
come me.
Giovane sangue ardente
e corpo dominato da una illecita ebbrezza sessuale
che le sconvolgeva le membra e le arruffava i capelli.
Viveva in una sordida via dell’Aurora
all’interno di una laida latrina di 4 metri
angusta e sporca.
Una vera e propria latrina
poichè la notte si riempiva di atra acqua fetida
proveniente dalla fogna che tracimava nel cortile
e arrivava a lambire quell’abituro squallido
ristagnando per qualche ora sul pavimento
fino a quando la fogna non si sturava
riassorbendo tutta la merda e il puzzo insopportabile
di merda.
Tutto il giorno lo passava badando al proprio bimbo
tutta la notte cullandolo sul proprio grembo
finchè al mattino il bimbo andava all’asilo
lasciandole il tempo di cangiare pelle
e andare in strada a battere
per le strade del quartiere.
Faceva la fame
da quando il marito un anno addietro
era stato messo dentro per spaccio
lasciandole quella creatura d’accudire
e quell’affitto troppo alto da pagare
e in più poteva lavorare solo nelle ore mattutine
quando il bambino era a scuola
ma al mattino i clienti scarseggiano
e così non racimolava molto
perchè non aveva nessuno che le tenesse il figlio
e così faceva la fame.
Il marito era un nero di pece
stolido rozzo e bugiardo
scansa-fatiche dedito solo a vino, dadi e puttane
ma con un cazzo enorme
che l’aveva fatta innamorare
ed era questo a tenerla legata a lui
malgrado gli anni da scontare
e qualche scappatella innocua.
Fedele e fedifraga,
pura e puttana,
chiara come la cannella fuori ma nera come la pece dentro,
ambigua sinuosa e viscida come
la pelle di serpe che indossava,
pericolosa e temibile
come il veleno che mi aveva iniettato nelle vene
corrodendo la mia anima e le mie ossa
suggellò la mia carne alla propria
con riti inimmaginabili
di diabolica iniziazione.
La sua vita era completamente incoerente e insensata
ma da quando sono stato con lei
mi danno molto fastidio gli aggettivi
“sensato” e “ragionevole”
poichè sono parole false e pedanti
forgiate solo per dissimulare e mentire
dissimulare e mentire,
nulla è ragionevole e tutto è insensato
da sempre
in tutte le epoche
sempre tutto irragionevole e insensato
noi
la vita
il destino
la morte
ancorchè non vogliamo accettarlo
e preferiamo raccontarci una menzogna
mettere il morso e le briglie
ed essere ragionevoli e sensati.
Rimasi con quella donna per quattro mesi
non avendo un posto migliore
né uno peggiore dove stare
e furono mesi di indicibile orgia
con quella donna lussuriosa
perversa e sfrenata
come me.
Vivere con lei era come vivere in un filme porno
soli nella nostra stamberga
scopando e godendo
selvaggiamente
e sordidamente
io
un maschio siculo sfrenato e abbietto
con l’uccello dritto 24 ore su 24
e lei
sinuosa e perfida come la serpente che era
viscida come la pelle di serpente che indossava
micidiale come il veleno che ingoiava
un animale tropicale selvaggio e cruento
che con il suo morso esiziale
con sordida furia cieca
mi aveva azzannato le viscere
e mi era entrato nelle vene
fino alle ossa e al midollo
anzi oltre le ossa e il midollo
fino al sangue e al cervello
dentro il sangue e il cervello.
E voleva essere picchiata durante le nostre scopate,
io le mollavo due schiaffi e lei subito veniva
e godeva chiedendomi di picchiarla ancora.
Beh, credo che sia l’unico buon combattimento che c’è
e comunque
l’unica fine accettabile
almeno per me:
finire in un tugurio fetido di merda
con una giovane mulatta lussuriosa e perversa
mezza matta e sfrenata
come me.
VALLY.
Caro
lettore,
so
che ti sto annoiando
ma
lasciami raccontare
ancora
questa.
Vally
era una negra nigeriana di 44 anni
anche
lei lussuriosa e mezza matta come me,
dotata
di un corpo davvero afro-paradisiaco.
Aveva
lasciato Torino un anno prima
per
andare a vivere in Svizzera o in Puglia
(non
sono mai riuscito a capirlo)
insieme
a un vecchio rincoglionito che la manteneva
ma
la cosa naturalmente non aveva funzionato a lungo
(le
negre hanno bisogno del cazzo
almeno
due volta al giorno
e
gli italiani lavorano troppo)
così
ci rivedemmo
(Io?
Io sono un negro!).
Lungo
Dora Agrigento
Vally
David
piano
terra
sbarre
alle finestre
busso
entro
e
subito vengo investito da un africo afrore
afro-paradisiaco
che pervadeva tutto l’alloggio
e
da una valanga d’insulti, improperi, rimproveri
e
altre simili stronzate.
<<Io
ti ha mandato mesagio ma tu no rispondi mai, no t’importa niente, mi lo ha
dimostrato l’altra volta e anche ieri e anche ogi, tu vuoi solo sentire OK
solo, perchè oggi non hai chiamato né per sentire come sto io? oh my mentality... you are thus that ego
type... I remember you
stated under ur house midnight with a friend you blocked my number AND SO NOW U R FEELIN BEING FOOLED BY ME HOW. Ricordi
quando una notte sono stata soto la tua casa? tu no ti sei fatto più vivo, no puoi avere tutto quando ti pare,
come vedi I got better things to think of,
sono stata in giro tutto giorno ogi, fra asl
e appuntamenti per cambiare dottore e tu non trovi diesci minuti per venire qua
con la macchina e mi chiedi pure che albergo sto a dormire! Alora tisoro cosa
sono per te? una puttana? poi la mentality
che vuoi... Tipo <ciao ci sei? io ci sono: scopiamo?>. A me così no
piace, ma ti pare che trombare è la cosa che mi pasa in testa? OK, SAI CHE IO
MI SONO CREDUTO QUESTA STORIA, ti sei fatto capire che non ho la mentality che vuoi, quindi questo è il
risultato quando si vuole continuare, una relazione che non può funzionare, è
colpa mia, ma io no sono una delle tue zoccole, vedi che ti ammazzo, quindi no
poso corere qua là, scusa ma ho anche comprato il vestito bianco trasparente,
quello che volevi, per essere puttana perfetta per te, ya privat bitch, e tu non mi rispondi manco al tilefono, tu sei
bastardo e tua madre è puttana, come me, ma se vuoi una schiava l’ha trovata,
solo che devi avere pazienza che finisco studiare ok amore mio? ma dopo
mezz’ora tu cambi tutto e se anche io lecco a terra con la lingua a te non ti basta
mai, cambi faccia come la luna, non posso cambiare programma per uno che no mi
merita... Ma sei così bravo a scopare, e la mia figa vuole solo te, deve essere
aggiustata, tu mi ha fatto soffrire abbastanza, ma solo tu sai aggiustare mia
figa, ma non ti voglio più: trovati un’altra, io no vengo più la mia figa si
bagna appena ti vedo, ti mangerei tutto, ti bevo anche sudore se vuoi, io sono
tua schiava amore mio, tisoro, but u dont
believe me and think am some junkies or gipsy, ma io no sono zingara ecco,
vedi queste tette? Voglio che tu dormi sempre qua, ma solo qua, che lasci li
tuoi altri zoccole, my boo boo now is
changed gaga ah ah. Dove mi porti amore mio? Vuoi uscire? no tu vuoi solo
tromba-tromba. Posso mettere musica nel tuo telefono? Ma questa luce non ti da
fastidio ad occhi? mi piace tua musica, baciami, mi piasciono tue labbra da
africano, come basci bene, fortuna che no dobbiamo fare figli, altrimenti
vengono con due labbrona così ih ih ih. Senti qua: questo è burro di caritè,
perchè lo fascio io, perchè a farmacia no si trova, io spalmo tutto e tutto
buono buono, dai scopiamo.>>,
e
scopammo,
e
non so perchè ma durante l’abbraccio pensavo
e
pensavo che la vita e il tempo passa e passa
e
non ha senso sprecarlo a lavorare troppo
se
per essere felici bastano una donna
che
illumini le tue notti senz’aurora e senz’alba
e
ora ero lì e il mondo non contava un cazzo per me
e
in generale non è mai contato granchè,
lì,
con una una negra di pece, porca e folle come me,
e
non so perchè ma mi ricordai di una ragazza
con
cui giacqui tempo addietro
una
ragazza davvero graziosa e scaltra
la
conobbi in strada
si
chiamava Faith e andammo da me
e
ci amammo
e
in quel momento tutto l’universo mi pioveva addosso
vischioso
viscoso
ma
subito mi scivolava sulle spalle
uscendo
dalle scarpe
lasciandomi
bagnato fracido
ma
felice
come
dopo essermi tuffato
bambino
in
una pozzanghera
uscendone
sporco
sporco
e felice
sporco
ma felice
in
mondo che era un chewin-gum
e
anche lo spazio
e
il tempo
e
potevo masticarlo e sputarlo
come
un sassolino dalla scarpa
e
i demoni dell’inferno sembravano
spariti
e
poi al mattino
quando
mi svegliai
lei
era scappata
portandosi
via metà dei soldi che avevo nel portafoglio
e
lasciando
al
posto dei soldi
le
sue mutandine:
avrebbe
potuto prendere tutto
e
non lasciarmi nemmeno un saluto
invece
prese solo la metà
cioè
quanto le serviva
e
io pensai <<Questa è classe,
questo
sì che è stile,
vero
stile.>>.
E
invece questa scopata non valeva un cazzo
non
aveva nulla di magico o bello
non
c’era armonia
era
un anticipo di morte
una
cosa sciatta squallida e inutile
come
una luna in cielo
sempre
la stessa danza di scarafaggi
sempre
la stessa danza di sangue
danza
infera
mentre
la notte puzza di palude
e
morte
e
a te sembra di aver vissuto dieci secoli
e
un milione di vite
e
neppure una lira
in
tasca
ma
non c’è sensazione più bella che essere giovane
e
squattrinato
nulla
di meglio che essere giovane e morto di fame
atteggiandosi
a scrittore folle e maledetto
mentre
gli altri uomini lavorano
si
fanno una famiglia
fanno
bambini e soldi e
e
tu non hai due soldi per un pacco di sigari scadenti
ma
sai che presto o tardi i tuoi capolavori
verranno
letti
anche
solo all’inferno
e
sarà il pubblico migliore
migliore
migliore
e
tu arderai di gioia eiaculando veleno
poichè
o lo fai quando sei giovane
o
non lo farai più:
c’è
solo un occasione
solo
un momento
solo
un tempo
per
buttare via la tua giovinezza
e
rimanere giovane per sempre:
se
lo farai quando sarai ancora giovane abbastanza
rimarrai
sempre giovane.
Ma
a che cazzo vado pensando
mentre
una cavalla di 180 cm mi cavalca
e
mi stritola tra le spire potenti
delle
sue cosce arroganti
e
mi regala il suo sesso indolente!?
Che
notte imbecille!
ROSARIO.
Sulla soglia del bar sordido e squallido
sedeva fumando una sigaretta
e fissava il vuoto
in attesa del prossimo cliente
incapace di trovare un altro modo
per raggranellare qualche soldo
e sbarcare il lunario.
Rosario
era matta
anzi folle
folle allo stato puro
folle senza contaminazioni
arrestata varie volte
per prostituzione e spaccio
completamente esente dal calcolo
e del tutto priva di senso pratico
con un corpo osceno e volgare
martoriato dalla sifilide
e ricoperto dai tatuaggi.
Il mio preferito era quello tra le fossette di Venere:
una scritta sbiadita che diceva <<Entra e godi.>>
con una freccia che indicava il buco del culo
e invitava a entrare e godere,
mentre su una natica aveva scritto “love”
e sull’altra “hate”,
sull’omero destro un serpe avviluppato a una spada
o un pugnale
e aveva sempre condotto una vita sfrenata:
troppa droga
troppo alcole
e troppo sesso
l’avevano completamente disfatta
e sfigurata.
Era un porno ambulante
una schifosa lascivia galoppante,
aveva solo ventidue anni
e già la sua vita non valeva un soldo
e ormai pochi il suo corpo.
Eppure era lì
sulla soglia del bar
bravamente viva e vitale
indistruttibile
audacemente irriflessiva
non avvertendo altra necessità
che di esistere
correndo quanti più rischi
sopportando quante più privazioni
e un incanto la sospingeva
serbandola incolume:
l’incanto della gioventù
che avvolgeva i suoi stracci
la sua miseria
la solitudine
la disperante desolazione
della sua futile esistenza.
LOVET.
Senti questa!
Un giorno la mia donna mi propone un’uscita a 4
con un’altra coppia in un locale del centro.
io con A.
e Marcello (o forse Marco) con Clara (o forse Clelia).
Okkei, non avevo particolari programmi per quella serata
e poi sempre meglio una cena fuori
che una sega in solitudine sul divano e così
mi lavo mi profumo e alle 21,15 sono bello lindo
e pronto a uscire.
Andiamo
io sulla la mia Dedra del 1991
e l’altra coppia su una Mercedes del 2014.
Entriamo
ci sediamo
e ordiniamo
stappiamo una bella bottiglia di rosso forte
e iniziamo a conversare attendendo i piatti
poi la cameriera arriva con la prima portata
e io mi sporgo per ammirarle il culo
e, sai?, era un proprio bel culo:
marocchino, grosso, e rotondo!
Proprio un bel culo!
Lei coglie al volo il mio sguardo d’interesse
e ricambia con una occhiata lussuriosa d’intesa
mentre io la seguo con lo sguardo
finchè non scompare in cucina.
Poi s’inizia la cena
e i bocconi sono inframmezzati
dalla consueta noiosa conversazione:
si parla
ovviamente
del più e del meno
e fin qui tutto bene
perchè così posso starmene in disparte
semplicemente annuendo
o al massimo partecipando
con dei commenti sporadici e poco impegnativi
ma
a un certo punto
la donna dell’altra coppia,
la Clelia/Clara,
mi rivolge una domanda a bruciapelo:
<<E tu, Manuel Omar, conosci James Brown?>>,
e io, tutto contento, <<Sì certo, amo la sua
musica!>>,
al che lei mi guarda indignata
e con divertito stupore dice sprezzante
<<Ma non quello!>>
sogghignando e sfrigolando come una oca
a cui abbiano messo il pepe nel culo
<<Intendevo il pittore!>>.
Ora,
dico io,
la vita è già difficile e dura
il mondo è già bastardo e assurdo così come è
e allora perchè,
mi chiedo,
come se non bastasse
dio ha dovuto infilare due jamesbrown famosi
nello stesso pianeta e nello stesso universo
e per di più nella stessa epoca
e rovinarmi la serata?
Io di quel jamesbrown-pittore non avevo mai sentito
parlare!
Così le dico <<Senti, tesoro, mi spiace
ma purtroppo non conosco l’esistenza
di questo tuo jamesbrown-del-cazzo
ma se vuoi posso dirti i nomi
di tutte le puttane e di tutti gli spacciatori
del mio quartiere e anche del tuo:
che ne dici? ti va?>>
Silenzio imbarazzato
panico
confusione
poi un risolino sardonico nella mia bocca
e crasse risate nella bocca di tutti i commensali
<<Ah ah ah che spiritoso sei!>>,
<<Che mattatore!>>,
<<Proprio un fenomeno!>>,
mentre io sogghignavo e dicevo
<<Lo so... lo so...>>.
Nel deserto mistico di quelle menti bacate
non poteva balenare nemmeno l’ombra del dubbio
che stessi dicendo la pura verità
e così la serata è continuata tra battute brillanti
e sapide arguzie
fino al dolce
poi abbiamo pagato
e siamo usciti dal locale diretti alle macchine,
io la mia vecchia Dedra del 1991
loro la loro Mercedes del 2014.
Mentre ci avviamo al parcheggio
da lontano vediamo una sagoma nera che si avvicina
ondeggiando nella nostra direzione
una sguaiata negra cicciona con tutto fuori
che dimenava le mani al cielo.
<<Hey, hey nice boy ah ah
ah...>>,
<<Chi sei?>>,
<<Your privat bitch!>>,
<<Ciao, Lovet!>>.
Abbraccio quel corpo scandaloso
sudato e appiccicoso
(e probabilmente non solo per il sudore)
e apro la portiera alla mia donna.
Alla mia donna
non è mai più baluginata l’idea d’invitarmi
a cena fuori con amici!
NADIA.
Quel giorno avevo passato tutto il pomeriggio
a scopare
con una pseudo-artistoide
trans-femminista e completamente idiota
che si piccava di essere una artista impegnata,
e creava poesie visual-sperimentali
davvero cazzo-emorroidarie,
ed era convinta che l’arte debba essere socialmente utile e
possa esserlo solamente se volta al bello e al giusto, ma io credo che l’arte
possa essere utile solo se razzola nella merda (benchè questo non piaccia a
nessuno e soprattutto non piace ai poeti in cravatta e non piace ai poeti
laureati e in generale non piace ai poeti da passeggio e alle poetesse da
compagnia) non perchè razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella
merda c’è solo la merda) ma perchè le opere troppo belle e buone e ottimistiche
o semplicemente belle e buone e ottimistiche non scoprono anzi nascondono e
occultano la verità delle cose che è appunto una verità di merda. E per questo
non mi piacciono l’ornamento fine a se stesso né il bello e il decoro. L’arte è
utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non vogliamo o che
nascondiamo, e per mostrarla deve essere cruda cruenta volgare indecente
disperata tormentata irriverente e angosciosa. O non è arte, e si riduce a puro
divertissement onanistico. L’arte non
è dei puri di cuore che non conoscono che cosa sia la malvagità e la cattiveria
e non hanno idea di quanto possa essere crudele l’uomo e malvagio. L’arte è
merda: razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla, poi
cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla, e lanciarla in faccia al lettore.
E per questo credo che l’arte non possa essere dei borghesi né dei perfettini o
dei morigerati: uomini così prediletti dalla fortuna (o disprezzati dal fato)
da non scoprire quanto di assurdità e cattiveria e malvagità si celi nel mondo
e nella realtà.
Lasciai la cazzo-artistoide intorno alle sette della sera
deciso a tornarmene a casa
ma l’aria effondeva un irresistibile profumo
di zagara e sole,
l’irresistibile profumo dell’estate,
e così decisi di rimanere ancora in giro
bighellonando per le vie del centro,
mentre il sole che cala stendeva lunghe ombre
come vestimenti leggeri sugli antichi palazzi del centro
che la notte adorna poi con i suoi monili.
Fumai ancora qualche sigaretta sul lungo-fiume che
sotto il drappo di stelle della sera
offriva visioni mefitiche di
travestiti in cerca di clienti, sorche, e ratti,
mentre il sole mandava gli ultimi bagliori
e si apprestava a distendersi dietro i monti
in attesa che la sua amante puttana, la luna,
finisse il turno e tornasse a casa con un bel po’di grana.
Poi ripresi la bicicletta e andai verso casa.
Quasi arrivato la incontrai:
completamente andata,
visibilmente ubriaca,
e palesemente schizzata;
mezza matta,
ma ben messa, intorno ai 50.
Donne così sono belle a 50 anni come quando ne avevano 20.
Indossava un vestito bianco corto e fasciante,
che esaltava i seni rifatti
che si reggevano erti senza alcun bisogno di bra
mentre a quella età di solito le tette
si sono già trasformate in cani senza padrone
e non basta più un reggipetto ma serve un guinzaglio
per tenerle a bada ed evitare che scappino.
Calida sensuale e stupida
ambiava ancheggiando provocante
come solo certe donne equine sanno fare,
spostando la gran mole del culo
ora a destra e ora a sinistra.
Mi veniva il mal-di-mare a guardare
quel gran culo dondolante
ipnotico come un pendolo
ora a sinistra e ora a destra
sconvolgendo tutto il panorama attorno.
Poi tutto successe in così rapida successione
che devo passare al presente
per descrivere la sequenza dei fatti
e renderne la velocità dei passaggi.
La osservo, mi avvicino, impercettibilmente, q. b. per
attirare la sua attenzione, lei mi nota e si volta, io le propongo di fare due
passi, interessato solo alle sue tette rifatte e al suo culo da sfondare,
passeggiamo, andiamo a casa, ci mettiamo sul divano, le verso del vino con
ghiaccio, la conversazione cade, naufraga proprio, così decido di passare ai
fatti: la spoglio, le pianto una sberla in pieno viso, la tramortisco, in un
baleno il mio cazzo si ritrova nella sua bocca che, meccanicamente, inizia il
solito sali-e-scendi lungo la verga ripida del mio cazzo, sembra andare tutto
bene, ma poi alza la testa e mi bacia.
Intendiamoci, fin qui nulla di male o strano, ma la saliva
è un cataplasma appiccicoso e viscoso, e la bocca le puzza di carogna e
plastica bruciata, emana fetido odore di fegato marcido, credo proprio che
avesse il fegato marcido.
Provo a resistere
vado in apnea
ogni tanto mi discosto per riprendere fiato
ma nulla
sa di uova marce
non resisto
è umanamente impossibile
e così le mollo un altro schiaffone
la caccio da casa
e stufo rassegnato e deluso
esco in terrazzo
e mi siedo tranquillo a fumare una sigaretta.
Fuori,
l’aria era sempre più carica
del profumo inebriante dell’estate,
le strade argentee e calme di luna,
la notte scandalosa,
dietro le frasche una coppia di drogati che si bucano,
e poco più in la un camionista
che piscia contro i muri della notte,
mentre le macchine borbottano sottovoce
e un cane randagio si perde nella foschia.
Che notte idiota!
PRISCAH.
Ormai non spaccio più
e quando mi serve un po’ d’erba o fumo
mi servo da uno spacciatore camitico di nome Patrik.
Il mio spacciatore-di-fiducia si chiama Patrik
ed è un negro forte e muscoloso
che pare appena strappato alla foresta
anche se i muscoli non sono più sodi
e la pelle meno lustra d’un tempo.
Prima prendevo solo qualche grammo (di canapa),
giusto qualche grammo per allentare la tensione,
ma ultimamente ne prendo in sempre maggiore quantità
non perchè stia diventando un drogato
ma perchè è l’unico modo per incontrare Priscah, sua
sorella,
una negra alta, altera e superba,
tenebrosa e orgogliosa e appassionata,
magnifica nel suo passo misurato e bruno
nel grave e muto incanto del suo sguardo fiero e severo.
Priscah non esce mai da casa
(sono così le negre: troie o suore),
gli occhi scuri che scalpitano,
le labbra ideali modellate per donare il piacere al corpo,
le membra perfette di voluttà,
un fascino anomalo nel volto,
la carne pregna di bellezza,
la carne pregna di furiosa bellezza,
la giovinezza tutta tesa in uno spasmo erotico
violento e furioso
ferino
sfrenato
scatenato
travolgente
irreprimibile
incontenibile
non imbrigliabile
senza redini
senza morso
senza staffa
e senza brida.
Guardando a quel corpo di bronzo
sembra che tutte le ombre della notte
erompano all’unisono dalla tenebra.
Quando mi reco al mio spacciatore-di-fiducia
lui m’invita a fermarmi e bere un goccio
e io mi fermo volentieri a scambiare quattro chiacchiere
e ammirare il corpo meraviglioso
di quella negra portentosa
e devo dire che mi trovo bene in quelle case sordide
con quella gente ignorante e stupida
che non sa un cazzo di nulla
e risolve tutto a forza di grida belluine e botte.
Poi, immancabilmente,
come ogni sera scende la sera
a volte splendida e luminosa
altre volte buia e tetra,
ed è davvero strana e mette paura la sera,
il polo sbarrato da un banco di cirri procombenti
e il sole che corre atterrito a nascondersi nei più remoti
anditi della terra sotto un cielo livido cupo e furente
aggrondato d’immensità tenebrosa,
così butto giù l’ultimo sorso
prendo la roba
pago
saluto Spacciatore-di-fiducia con una pacca sulla spalla
Spacciatore-di-fiducia ricambia con altra pacca sul braccio
e poi rivolgo un cenno con la testa a Priscah
e mi fermo un momento a guardarla,
bella e statuaria come scolpita nel marmo
mentre lei sorniona sorride derisoria
e mi lancia un’occhiata divertita e sardonica senza
parlare.
Priscah, mi sei entrata nel cervello
e rimarrai per sempre intrappolata
nella carena della mia gabbia cerebrale
errando vagula nella mia cassa toracica
che ha sbarre solide e incrodabili
non serve a niente crollarle:
non puoi abbatterle,
è inutile scuoterle.
Questo vorrei dirle
ma la guardo e non dico nulla
e anche lei non parla
mi fissa solo
e anche io la fisso
ancora per un attimo
come un imbecille o un demente
con le mani in mano e l’aria imbambolata
e un espressione da cazzo afflitto sul viso
e poi me ne vado,
certo che con quella donna non combinerò mai nulla
e carico di 50 grammi di fumo
di cui non so che cazzo fare.
Forse ritorno a spacciare,
non è un progetto niente male!
AMANDA.
C’incontrammo sull’autobus numero 4, che è l’autobus più
affollato di Torino, alla seconda del pomeriggio, che è l’ora di punta e la più
affollata, e stretti stretti e senza respirare iniziammo col parlare.
Si chiamava Amanda, o così diceva, e per tutto il viaggio
fummo attaccati, lei dandomi le spalle a farmi annusare il suo odore, e io
intrappolato con la bocca nella rete dei suoi capelli, facendogli sentire il
cazzo contro il culo sodo e sporgente come solo le negre.
Era tosta e verace, occhi vispi come barbagli di luce nel
meriggio, e tutto l’occorrente al proprio posto, culo, tette, bocca, labbra,
davvero ben carrozzata, davvero niente male! Una pura forma di acciaio.
Scendiamo alla stessa fermata, parliamo qualche minuto,
poi, improvvisa e sorprendente, mi chiede: <<Vuoi scopare?>>.
<<Vuoi scopare?>> mi dice. E io <<No, grazie: non pago una
donna per scopare.>>. Sembrò rimanerci delusa e abbassò lo sguardo. Era
solo una bestia da monta, carne da macello, come i cavalli da corsa una volta
divenuti inservibili. Ma quella negra era davvero bellissima e superba, il il
suo viso era una notte trafitta da due stelle penetranti che illuminavano il
mare tenebroso della sua pelle. Fulgida risplendeva di selvaggio intenso
folgore. E, in più, traspirava sesso e piacere da tutti i pori: un’autentica
donna da letto!
Così accettai l’invito.
Il caldo era micidiale, asfissiava i corpi, ammattiva le
teste, e acuminava i sensi...
L’interno della casa era squallido, senza mobili fuorchè un
tavolo e una sedia, nulla tradiva la presenza di una donna in quel luogo, e
anzi, pensandoci bene, pareva disabitato, nemmeno una tenda, un fiore, o
qualcosa di grazioso e femminile, nulla. In più, in quella casa regnava un
caldo soffocante e le porte e le finestre erano ermeticamente chiuse.
Si sedette, e alla luce della lampa notai fra i rotondi
seni una miriade di gocce di sudore, piccole graziose e rotonde goccioline di
madore rigarle il petto e bagnare la camicia.
Non portava bra, ed era bellissima.
Io ero indeciso e smarrito di fronte a quella bellezza
inconsapevole, e non volevo forzarla (non cambierò mai, indeciso come un
pendolo, maledetta indecisione, ne sono stato sempre sopraffatto) ma poi lei mi
guardò e il suo sguardo mi penetrò, e accavallando le gambe mi sorrise e disse:
<<Vai tranquillo: puoi...>>. Così mi feci coraggio e la baciai, e
lei ricambiò con passione.
Allora mi alzai e avvicinai il basso ventre alla sua faccia
o meglio spinsi la sua testa sul mio cazzo. Lei non perse tempo: mi slacciò
subito la cintura abbassando la cerniera, scoprì il cazzo, lo leccò come una
caramella, e infine lo inghiottì.
Poi con dolcezza iniziò a lavorarlo, prima con la lingua,
poi con le labbra, e anche con i denti, con tutto, dolcemente, e poi continuò
succhiando, e succhiando con la sua bocca umida, dava ogni tanto morsetti sulla
punta, finchè non versai, e il mio fiotto di linfa vitale le riempì la bocca.
Lei bevve con languore e voluttà, ingoiando fino all’ultima goccia, del mio
sperma. Lasciai la mia anima nella sua gola, e lei la bevve in un solo sorso.
A volte la felicità non costa nulla. Ma non credo che potrò
pagare questo prezzo un’altra volta.
MORENA.
So che è imbarazzante ammetterlo
e confessarlo ad alta voce
ma indubbiamente al mondo esistono
quelli nati per comandare e quelli nati per obbedire
e i primi comandano e i secondi obbediscono:
triste ma funziona così.
E poi ci sono io
che non voglio comandare e non posso obbedire,
a nessuno, nemmeno a me stesso.
E questo mi costa caro,
l’ho sempre pagata cara:
non trovo un editore disposto a pubblicarmi,
faccio fatica a pagare le bollette,
non ci sono donne linde e pulite per me,
niente parole d’amore,
né carezze.
Morena invece aveva imparato prestissimo,
non a comandare bensì ad obbedire
e sopportare
qualunque cosa
anche le botte
del padre
che la bastonava
e la violentava
durante le sue sfuriate.
(è normale sfogarsi, tutti sanno come si fa: alcole, sesso
o droga non importa, e quando non puoi averle gratuitamente o comprartele,
queste cose, te le prendi, ma questa è un’altra storia e mi fa male che vada
così.)
Da me voleva solo essere amata,
ed esigeva continue rassicurazioni,
e voleva che glielo ripetessi
in continuazione, e a me stava bene:
era bello, di notte, distendermi nello squallido letto
accanto a lei che dormiva e non chiedeva nulla
solo che la stringessi di più
e facessi calore al suo corpo con il mio corpo.
Inoltre era nerissima,
e io adoro le negre molto scure,
e aveva un forte odore nelle ascelle e nel sesso,
e questo mi provocava una tale eccitazione
che sfociava puntualmente in poderose erezioni.
Ero ipnotizzato da quella donna
dal colore della sua pelle
dall’odore forte ch’emanavano le sue ascelle
e il suo sesso
dalla ruvida consistenza dei suoi capelli
dal sapore acre dei suoi seni.
Certe emozioni difficilmente si dimenticano
ma, più di tutto, io non ho mai dimenticato
il suo volto di bimba angosciosa
che temeva costantemente di essere abbandonata
da un momento all’altro,
il suo volto antipatico e sporco
che sotto enormi ciglia proiettava
il grido della sua vita disperata e orrenda
e lanciava la bestemmia della sua anima ruvida
e della sua faccia sporca e antipatica,
il suo guardo accigliato e solo
di terrore e rabbia e disperazione latente,
le sue membra volgenti a tramonti di solitudine,
il suo corpo vieto disfatto scipato
che urlava le sue cicatrici.
PANORAMI
SCHELETRICI.
Corpo
ambrato del piacere,
bocca
vorace e bramosa del piacere,
labbra
ideali del piacere,
scorpione
aculeato dei neri capelli ispidi,
occhi
sconvolti e tinti di desiderio,
sguardo
disfatto dalla molle morbosa voluttà,
mentre
la luce scompariva dentro gli specchi del cielo
all’infinito.
Fuori,
panorami scheletrici
e
panorami magnetici di città-strade,
bizzarre
pose legnose di asessuate figure immobili
(un’odalisca
di gomma e un’odalisca in gonna
che
ingromma respirando sommessa
e
strabuzzando gli occhi)
odore
acuto pungente piccante di sperma rappreso.
LA
MIA DONNA.
E
così succede che passa il tempo passa:
passa
su terre e mari
passa
su odi e amori
passa
su pietre e fossi
su
questa mia mente che non pensa
su
questo mio cuore che non sente
su
questo mio corpo che non risponde
e
passa il tempo passa
su
fanti rami e foglie
su
nubi scioperi e feste
su
tombe guerre e terremoti
su
strade monti e poesie
passa
su D’Annunzio e Platone
su
Palazzeschi e sorelle
ma
non passa su Kavafis e Pollock
passa
su cartelle esattoriali e fisco
passa
sulla Stampa e sulla Repubblica
passa
sul fatto quotidiano e su questo pane amaro
sui
pigmei satelliti della ragione
su
uomini cieli e paludi
su
cipressi malati su teologi e poeti laureati
passa
sulla destra e pure sulla sinistra
sui
cimiteri e sulla pubblica opinione
passa
su opinion leader aureolati
passa
sulla tua mancanza e sulla mia testa
sulle
soglie delle foresta
e
sulle foglie del bosco
su
parole dette e non pensate
su
arse salmastre tamerici e su irti e scagliosi pini
su
divini mirti su fulgide ginestre e rossi fiori
passa
su olidi ginepri e su rovi selvatici
sulle
nostre mani
sui
nostri vestimenti leggeri e sui nostri pensieri
su
piangenti cicale e su cicaleggianti professori
su
questo cinereo cielo
sulla
plumbea terra e sull’acciaio mare
su
secolari arbori e sul mio volto
incartapecorito
sulle
mie stolide mani
sul
mio stolido cranio rasato
e
sul mio stolido corpo disfatto
sulla
mia ombra su miei cigli neri
sulla
mia pelle macchiata e sulle mie palpebre
passa
sul mio sesso dischiuso
sulle
acerbe mandorle amare e sugli amori sbiaditi
passa
sulle segrete celle del mio cuore
privo
di vergogna e pudore
passa
sui cortili e sui nostri occhi miopi
e
passa sul cielo autunnale
sulla
prole dei boschi su arnie luci e venti
ma
non sulla nostra prole sterile e passa
sul
siderale sperma australe
su
fratte anfratti antri e spelonche di montagne
passa
su interstizi vaginali e cazzi croscianti
passa
su questo sole
tremante
vacillante fuggente
il
tempo passa sulla mia testa ormai incanutita
e
io non sento donna
dormire
nuda al mio fianco
e
così nel pensiero la fingo:
viso
di rosa
labbra
di pesca
sapore
d’amaranto e porpora;
e
mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso
ferita
della notte
collana
perlacea
luna
crescente;
e
il suo odore immaginato
e
immaginario effonde e sciama
suscitando
oscuri viziosi pensieri
che
invadono la mia notte
e
la notte mi rimembra la sua pelle
la
sua pelle che profuma
di
frutta matura
e
dolcissima;
e
salvezza mi è naufragare in questo mare.
3)
MUNA.
MUNA.
Ti
ebbi per caso,
quasi
per gioco,
e
ora sei distesa sul mio letto come luna in mare,
e
come luna in mare la tua pelle trema
con
sapore d’amaranto,
e
con voce d’amarena mi chiama la tua bocca,
e
io non voglio altro
che
perdermi nel buio della tua pelle,
dissolvermi
nel silenzio dei tuoi occhi.
PELLE
DI PANTERA.
Oh
Muna,
oscura
notte è la tua pelle
e
luna il tuo sorriso:
se
sorridi
il
tuo volto brilla
come
notturno mare
dalla
luna illuminato.
I
tuoi occhi sono un vago tumulto:
quando
mi guardi
la
mia anima trema
come
luna nel mare.
Il
tuo volto è oscura notte
e
luna il tuo sorriso:
quando
sorridi
la
tua pelle brilla
con
sapore
d’amaranto.
I
tuoi occhi sono
due
splendide stelle:
se
mi guardi
trema
l’anima
come
luna in mare.
Il
tuo crine è un viluppo di sogni:
quando
sciogli i capelli
allora
per me effonde la notte
con
un aroma di frutta matura,
dolcissima.
Oscura
notte è il tuo corpo,
i
tuoi occhi due stelle,
e
luna il tuo sorriso:
quando
sorridi la tua pelle trema
come
luna in mare.
Il
tuo sorriso è la mia luna
i
tuoi occhi sono le mie stelle
la
tua pelle la mia notte:
quando
l’alba mi sorprende
nell’aroma
della tua pelle
con
la mia bocca nella tua bocca
preso
nella rete dei tuoi capelli
allora
per me inizia il giorno
ed
effonde la sua luce,
cristallina.
L’AMORE
INFRANTO.
...campana
che sventola contro l’azzurro-cielo
risveglio
tutto fruttuare
tutto
fratturare stritolamenti profondi
fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo,
m’immillanto,
m’immolo
e mi ammollo
orzo
biondo-spento contro il lapillante papavero
strapiombo
per cui risalgo per ghiacci e guani
parestesia-anestesia
diffusa di semi-presenze/assenze
agnizioni
in tralice e riapparizioni di straforo
il
momento d’oro e il male oscuro
il
male nervoso
il
male nevoso
lo scilicet inabissato
il
gioco di sbieco
e
l’intermittenza di paresi
di
cloni
di
eoni
virginea
tristezza quale erbetta da cena
verzura
pungenti
venti settembrini e vini agretti
cane
testardo che rotea, fiuta, e adocchia
e
alza la zampa al cippo del mio memento
testa
di cane che abbia morta...
MENTRE
DORMI.
Addormentata,
sul tuo corpo non procedo
come
assetato in ermo deserto,
acqua
per sopravvivere sulle tue dune
le
mie mani non cercano ma inganni,
una
scure per falciare il freddo inganno della ragione
una
pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine
una
emozione che risolva la sterile equazione della vita.
Nei
vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza
come
da un finestrino aperto di una vettura in corsa,
nella
tua voce un crepitio di fiamme,
nelle
tue vene un grido profondo di vita,
nella
tua bocca il canto vellutato della notte,
nei
tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso
come
quando poco prima di un forte temporale
cadono
i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso,
nei
tuoi capelli i riflessi della luna ostro-purpurea,
nell’acqua
seminale del tuo sesso un sapore d’amarena,
negli
interstizi delle tue grandi labbra
la
rossa pena della vita,
nel
tuo talento il mio talento di essere
senza
talento senza portento senza contento,
nel
tuo sguardo un contrassegno del mio dolore
come
il contrassegno apposto dal doganiere
a
una valigia distrattamente frugata.
Vedi?
Sono come la luna,
e
come luna so brillare solo di luce altrui.
Io
so vivere solo di vita altrui:
così
mi muovo lentamente sul tuo corpo
attento
a non svegliarti
pregando
che non ti desti.
FRAMMENTI
AMOROSI
Bellezza
profonda nella tua fronte
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
d’isola nella tua fronte
lambita
dall’onda dei tuoi capelli,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso,
dura
bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
***
Ninfa
dal marmoreo corpo
ti
sogno in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
mentre
i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
***
Con
la lingua gusto la tua bocca,
con
la bocca esploro il tuo ventre,
con
le labbra carezzo il tuo collo e i tuoi capelli,
misurando
gli interminati spazi delle tue gambe,
baciando
l’odore selvatico della tua pelle
che
olisce di zucchero e cannella,
tentando
il sapore acre del tuo sudore
e
del tuo sesso
carnoso
e arrogante
come
la fioritura violenta dell’agave suicida.
***
In
te ascondo i miei pensieri che non posso rivelare
e
le mie follie che non posso urlare,
in
te le mie paure occulto che non posso confessare,
in
te i miei sogni celo che più rivelano me stesso
più
di ogni verso, più di ogni gesto.
ALLA
MIA DONNA.
E
così succede che il tempo passa.
E
passa il tempo passa,
passa
su terre e mari
passa
su odi e amori
passa
su pietre e fossi,
su
questa mia mente sbandata che non pensa
su
questo mio cuore che affannato non perdona
su
questo mio corpo che affamato non ragiona
e
passa e passa il tempo,
passa
su fanti rami e foglie
su
nubi scioperi e feste
su
tombe guerre e terremoti
su
strade monti e poesie
e
passa, passa su D’Annunzio Palazzeschi e sorelle
ma
non passa su Saffo Kavafis e Pollock
passa
su cartelle esattoriali multe e tasse
passa
sulla stampa e sul fatto
ma
non passa su questo dolore maledetto
passa
su uomini cieli e paludi
sui
pigmei satelliti della ragione
su
cipressi malati, teologi e poeti laureati,
passa
sulla Destra e pure sulla Sinistra
sui
cimiteri e sulla pubblica opinione
passa
su opinion-leader aureolati e
professori lanceolati
passa
sulla tua mancanza e e sulla tua presenza-assenza
sulla
mia testa e su quel che resta
passa
sulle soglie delle foresta
e
sulle foglie della minestra
su
parole dette e non pensate
su
arse salmastre tamerici
e
su irti e scagliosi pini
su
mirti divini e su fulgide ginestre
e
rossi fiori e melograni in fiore
passa
su olidi ginepri e su rovi selvatici
sulle
nostre mani e sui nostri vestimenti leggeri
sui
nostri pensieri
su
piangenti cicale e su cicaleggianti energumeni
su
questo cielo cinereo
sulla
plumbea terra e sull’acciaio-mare
su
secolari arbori e sul mio volto incartapecorito
sulle
mie stolide mani
sul
mio stolido pene
sul
mio stolido cranio rasato
e
sul mio stolido corpo disfatto
sulla
mia ombra e su i miei cigli neri
sulla
mia pelle macchiata e sulle mie palpebre
su
i miei occhi che tra le palpebre
sembrano
polle tra erbe
passa
sul mio sesso distorto e perverso
sulle
acerbe mandorle amare
e
sugli amori sbiaditi
passa
sulle segrete celle del cuore
privo
di vergogna e pudore
passa
sui cortili e sui nostri occhi miopi
e
passa sul cielo autunnale,
sulla
prole di foreste, su arnie e luci e venti
ma
non passa sulla nostra prole sterile,
passa
sul siderale sperma australe
su
fratte anfratti antri e spelonche di montagne
passa
sui teneri interstizi vaginali e sui cazzi croscianti
passa
su questo sole
tremante
vacillante fuggente,
il
tempo passa sulla mia testa ormai incanutita
e
passa e passa
e
più passa e più io non sento
donna
dormire nuda al mio fianco
e
così nel pensiero la fingo
viso di rosa
labbra di pesca
profumo di porpora
e
mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso
ferita della notte
collana di perle
falce di luna crescente
e
il suo odore immaginato
immaginario
effonde e sciama
suscitando
oscuri viziosi pensieri
che
invadono la mia notte
la
notte che rimembra la sua pelle
la
sua pelle che profuma
di
frutta matura e dolcissima.
BENVENUTA.
Estati
e Inverni interi ti ho attesa,
e
giorni e notti a non finire,
e
ho visto le stagioni nascere e morire
e
rinascere e i giorni accorciarsi
preannunciando
l’autunno:
perchè
hai tardato così tanto?
Ma
ora finalmente sei qui
e
mi preparo a riceverti:
la
mia porta spalancata ti aspetta,
sul
tavolo acqua e pane
e
miele e noci,
e
sulla soglia io che ti aspetto.
Sulla
soglia io come sempre
come
sempre ti aspetto
ti
aspetto senza pretese
pensando
al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha pretese.
Benvenuta,
dunque, ragazza mia,
finalmente
posi lo sguardo sulla mia vita
e
le paure divengono uccelli,
nubi
dorate gli incubi.
Benvenuta,
donna mia,
finalmente
posi il piede nella mia casa
e
le mura divengono alberi,
e
prato il cemento del suolo.
Benvenuta,
anima mia,
benvenuta,
Muna mia,
vieni,
bella come una libertà
calda
come una notte di Luglio
dolce
come un vento estivo.
QUANDO
T’INCONTRAI.
Fu
per caso
forse
per scherzo
quasi
per gioco
e
ora sei distesa sul mio letto
come
luna in mare
e
come luna in mare
la
tua pelle trema
con
sapore d’amaranto
e
con voce d’amarena
mi
chiama la tua bocca
e
io non voglio altro
che
perdermi
nel
buio della tua pelle
dissolvermi
nel silenzio
dei
tuoi occhi.
POSSO
AMARTI.
Io,
uomo
meridiano contemplante notturni paralleli
e
inferne geometrie, regalarti non posso
altro
fuorché sorrisi e scherzi
e
sogni gorgoglianti
dal
profondo cuore.
Io
posso
amare
solo
tra attorte onde avvolgenti
tra
torrenti e selvatiche acque fiumali
con
questo mio cuore affondato
con
questo mio corpo scoppiato
con
questa mia mente annebbiata
con
questa mia vita distrutta
con
questa coscienza putrida
con
queste mani neghittose
con
questi occhi stanchi
con
questa anima inerte.
Io
posso
amarti
solo
con baci e poesie,
con
una notturna voce
che
dispiega grida disperate,
con
soffocati singhiozzi
e
desolante voluttà.
Ma,
se
ti basta,
corri
bianco-vestita
alla
mia anima con la tua anima
e
tieni il mio cuore
tra
le tue dita
di
rosa.
IN
RIVA AL MARE.
Non
mi ammalia più l’ora della partenza
né
più mi seducono le soavi voci proibite
né
le sordide avventure degli ambigui piaceri:
sulla
riva del mare è bello stare muto
senza
ambizioni e senza desideri
sentendo
nel silenzio beltà e morte
lavorare
su di me.
GIÀ
SCENDE LA NOTTE.
Già
scende la notte
in
compagnia dell’amica luna
ma
tu, Muna,
nuda
negra luna,
caccia
dagli occhi il sonno
e
con me aspetta
che
il giorno sopravanzi la notte
e
su di noi stenda la propria luce alburna.
Lascia
da parte impegni e affari
e
sul prato stenditi con me
e
giunta l’ora,
giunta
l’aurora non andare
ma
rimani ancora
finchè
una nuova notte
stenderà
il suo drappo di stelle.
Resta
qui con me ora
tra
queste stelle che nulla significano,
in
questo prato che nulla significa,
in
questa notte magnifica
che
nulla significa e
inutile
come il vento
a
nulla ci porta
dal
nulla avanzando.
NUDA
NEGRA LUNA.
Muna,
nuda negra luna,
vieni,
vieni a me,
vieni
anche triste,
vieni
anche arrabbiata,
vieni
anche imbronciata,
e
amami e stringimi
poichè
breve è la vita
e
fugge il tempo
(oh
sì, fugge il tempo, fugge).
Siedi
accanto a me
ad
aspettare la prima stella della sera
scherzando
e ridendo dolcemente,
e
poi resta ancora quando il sole avrà sciolto
il
trucco della notte,
finchè
non vedremo la prima stella mattutina
dall’ala
bianca annunciare il sole,
e
poi continuiamo
finchè
le nostre notti si confonderanno
con
i nostri giorni
e
giorno e notte non saranno nient’altro
che
parole.
***
Chi
ama i piaceri deve amare anche i dolori:
l’allegria
non va d’accordo con l’anestesia.
Non
crogiolandoti nel dolore
sappi
che senza dolore non v’è piacere;
sappi
che la stessa allegria di avere un corpo
diventerà
anch’essa un giorno dolore.
***
Come
l’acqua nel fiume,
come
il vento nella pianura
passano
i giorni della nostra vita:
non
preoccupiamoci di quello che passato non tornerà
né
di quello venturo poiché non esiste,
ma
godiamo di questa notte,
amore
mio,
e
questo silenzio che ci unisce
e
questo buio che ci stringe
fermiamolo
e intrappoliamolo
nella
rete dei nostri baci
e
del domani non diamoci pensiero
poichè
la vita è oggi
e
il domani non esiste.
La
vita è oggi,
il
domani non esiste.
***
Allegra
poiché non sai da dove vieni
stai
allegra poiché non sai dove vai.
Perchè
tutto questo affannarsi per il denaro
e
tormentarsi per questo mondo?
Hai
mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?
Questi
uno o due soffi di vita
che
sono nel tuo corpo
sono
un prestito.
Ricevuta
una cosa in prestito
quale
prestito vivila.
***
Oh
cuore,
giacchè
il destino ci contrista
e
un giorno la pura anima
si
dipartirà dal corpo,
siedi
sul prato e baciami
prima
che l’erba verde sbocci
dalla
nostra polvere.
Cogliamo
questo tempo d’un attimo
giacchè
non siamo quell’erba fresca
che
falciata torna a spuntare.
Cogliamo
ogni fiore
poiché
già il giorno muore
e
la notte trascorre in fretta.
***
Desidera
poco e vivi contenta
sciogliendo
ogni vincolo col bene e col male,
prendi
in mano questa sabbia
e
le mie mani che ti amano
poiché
presto questi giorni svaniranno,
non
lasciare che l’angoscia ti tenga in pugno
e
il cruccio di ciò che è assurdo sperare
occupi
il tuo tempo,
siedi
sul margine del fiume
o
sulla ripa del mare
e
goditi questa calida estate
con
me,
sappi
che in questo mondo vive un uomo
che
pensa che la sua vita sia perfetta
se
ci sei tu, e vorrebbe solo
sedere
innanzi al tuo volto di paradiso
e
perdersi nel calore del tuo sguardo
nell’interrogativo
delle tue labbra dischiuse
nell’ansito
affannoso del tuo respiro
ad
accarezzare la tua guancia di tulipano.
Come
diceva Iben Andìs,
poiché
in ultima istanza sarai il nulla
reputa
il non essere pari all’essere
e
pensa di essere il nulla
e
così vivi libera
e
felice.
***
Il
nostro tempo infamatosi nelle strade
tra
puttane, matti, drogati, e alcolisti,
in
ogni modo l’abbiamo sperequato.
Ora
il velo della del nostro buon nome
si
è talmente lacerato e squarciato
che
non si può più rammendare.
Ogni
penitenza fatta è stata disattesa di nuovo,
la
porta della (buona) reputazione
ce
la siamo richiusa addosso di nuovo
e
abbiamo ripreso il costume della dissolutezza.
***
Fin
quando continueranno a parlare
di
esistenza, di dio e di morale?
Quanto
ancora staranno a cianciare
di
affanni e angosce, di affari e business?
Perchè
non si svegliano
e
non trascorrono in letizia la propria vita?
Per
me nulla può sostituire i tuoi baci:
teoria
e pratica hanno trasceso ogni mia capacità,
e
ogni arduo problema lo risolve la tua bocca.
AMANTI
E IMPREVISTI.
Coloro
che sono prigionieri della morale e del buonsenso
e
si struggono nell’affanno dell’essere e del non essere
costoro
hanno mille occhi e mille orecchi
e
contano i nostri baci per schernirci
invidiosi
e meschini.
Ma
c’è un luogo poco più in la,
nascosto
alla vista e al sicuro dagli sguardi,
un
campo pieno di vita e margherite:
lì
io ti aspetterò, nascosto,
per
essere insieme,
amanti
imprevisti,
per
correre scapigliati
a
inseguire farfalle.
LA
CASA DELL’AMORE.
Nella
casa dell’amore,
oltre
la sala grande
ove
ordinatamente si celebrano gli ordinari amori,
sono
oscure camere segrete che si ha vergogna solo di nominare.
Su
quei letti osceni io ti aspetterò disteso e supino,
il
corpo trepidante di molle morbida morbosa voluttà,
il
sesso scandaloso a reclamare il piacere,
per
festeggiare il nostro assurdo amore.
MI
CHIAMA LA TUA BOCCA.
Stesa
sul mio letto come luna in mare
come
luna in mare adesso tremi
e
la tua pelle effonde dappertutto
sapore
di zucchero e cannella.
A
te inesorabilmente mi chiama
con
voce d’amarena
la
tua bocca.
NOTTETEMPO.
Il
candido lume del giorno brunisce
trasformandosi
in sangue coagulato
mentre
lontana la sera lenta s’annera.
Finalmente
le appartate membrane
della
notte ci accolgono
sudario
ai nostri corpi madidi e affannosi.
Non
indugiare, dunque,
ma
spogliati,
ché
la carne reclama il proprio piacere
e
la notte dura un soffio.
Sali
in groppa,
cavalca
questa notte,
e
ingoia
i ritegni.
GLI
UOMINI DI PAGLIA.
Finalmente
a te sono giunto,
dolce
soave leggiadra creatura,
finalmente
a te sono giunto,
ansante
affannato affamato.
Per
te ho attraversato rupi di spine,
montagne
d’insidie,
per
te ho scavalcato alte mura.
Ora
finalmente ti guardo negli occhi
e
guardandoti negli occhi
finalmente
mi sento riscaldare.
Ora
tu mi guardi senza parlare,
tu
non parli ma i tuoi occhi parlano
e
dicono che gli uomini seri hanno paura del fuoco
e
per questo inventano i pompieri
e
vestono di grigio
che
è nessun colore.
Ma
tu sei senza parole come il fuoco
come
una fiamma solo colore e calore
e
ti saltano dallo sguardo scintille
e
faville a dieci a cento a mille.
Tu
puoi con gli occhi bruciare
tutto
il mondo, tutto il mondo
con
gli occhi puoi bruciare,
e
sembra che ti abbia creato il sole
ché
solo a guardarti mi sento tutto un ardore.
Il
tuo calore mi da calore
il
tuo colore mi da valore
e
mi sento correre un brivido per le vene
e
sotto-pelle godo e mi ravvivo
quando
avido guardo la tua fiamma
e
sento salirmi una vampa alla testa
come
se bruciasse il mio cervello.
Oh,
gli uomini che temono il fuoco:
poveri
esseri di paglia!
ORGASMO.
Era sera
e già la luna stendeva un sottile strato d’argento
sulle fronde sull’erbe e sul fango,
e i crini e le cime si agitavano ondeggiando e stormendo,
e il nostro piacere era come un’enorme onda
tumultuosa turgida minacciosa
pronta a gettarsi su di noi e mergerci nell’oblio,
e la nostra stanza non era più una stanza
ma una muraglia verde
esuberante e intricata di tronchi rami e foglie
di frasche tralci immobili nella luce lunare,
e i nostri discorsi erano discorsi di sordidi bravacci,
e il nostro letto una barca che ci conduceva in profondità,
e i nostri sussurri erano bestemmie
alla morte sempre in agguato
che si allunga in tremuli prolungati lamenti
di lugubre terrore e sconfinata disperazione
extraterrestre estravagante extra-errante,
e i nostri corpi sudati
s’addentravano in quella immensità selvaggia
che si chiudeva dietro di noi
come il mare si richiude sul tuffatore,
ed era come un viaggiare in avanti nel tempo
a trecento miglia di chilometri orari
in un’aria pesante e torbida
verso cupe lontananze rocciose e limiti elusivi
che ci tagliavano fuori dalla logica e dalla ragione
relegandoci in una terra che non è più terrestre
dove fameliche iene intaccano i cadaveri
di un campo di battaglia
rosicchiando i resti delle armi e delle spade luccicanti
e dei fucili e delle pistole
e defecando il bronzo esausto dei proiettili
in una putrida oscurità inerte
dove scivoliamo come fantasmi pieni di stupore
e segretamente sgomenti di fronte a quel tremido tumulto
come assistere a uno scoppio di frenesia
dentro un manicomio
come procedere in una torbida acqua fluviale-fiumale
costipata da tronchi sommersi e bassure traditrici
dove le parole quanto il silenzio non hanno più senso
e le voci attentano ai nostri più agghiaccianti pensieri
e l’essenziale è invisibile agli occhi
e sta oltre la nostra portata
e oltre ogni possibilità d’intervento
e poi di colpo scese definitivamente la notte
e noi fummo ciechi andando tentoni lungo una parete
infinitamente liscia e infinitamente digitata
alla ricerca di un indizio
un’apertura
una fessura che ci illuminasse mondi a noi familiari
e ci conducesse a un sole
un sole che all’inizio era una forma confusa
tra nebbia salsa foschia calida e fubbia appiccicosa
e poi divenne accecante
ancor più accecante dell’oscurità
mentre le mani si contraevano
e i nervi erano tutti tesi
e le palpebre dimenticavano di battere
e i sessi fluttuavano nell’aria
e sembrava che stessero per dilacerarsi
spaccarsi esplodere
in una sorda esplosione di onda franta contro gli scogli
in un bagno di scintille iridescenti
opalescenti
e fu come essere inghiottiti
come se il mare si chiudesse sopra le nostre teste
un mare infuocato d’acciaio e amaranto
che ci piombava addosso con mille aghi confitti nella pelle
implacabile poichè sfrenato
invincibile poichè crudele
inattaccabile poichè temerario
annegandoci nell’abisso di acque correnti-sprofondanti
nel baratro di pensieri-stagno
nell’acqua degli zampilli
nell’acqua degli specchi
nell’acqua dei laghi e nei laghi degli occhi
nell’acqua dei bacini e nell’acqua delle piogge torrenziali
nell’acqua delle chiuse delle dighe delle dune
nell’acqua delle terre ghiacciate e dei mari assolati
nell’acqua delle caldaie e nell’acqua del vapore
nell’acqua ruvida e in quella tumida
nell’acqua fantasiosa scabrosa vertiginosa
nell’acqua quieta e inquieta
nell’acqua degli acquazzi e degli acquazzoni
nell’acqua dei flussi e dei reflussi esofagei
nell’acqua dei corsi d’acqua e dei ricorsi storici
nell’acqua dei rubinetti e dei diamanti
nell’acqua delle caraffe e delle fontane e degli
abbeveratoi
nell’acquolina in bocca e nell’acqua seminale
che rotola goccioloni in un eterno pozzo senza fondo
nell’acqua della luna che affoga nel pozzo
nell’acqua di un oasi del deserto
dove un cammello si abbevera
rimpinguando l’acqua sommersa della sua groppa
che allagata ci annega e ci trascina in superficie
per la cruna di un ago attraverso cui non passa
nemmeno il crine di un dromedario
dalla groppa disseccata e asciutta
in una pozza di sangue coagulato
dove un pertentacolare mostro perpendicolare
vorace ci divora e sputa le nostre ossa sul greto del letto
riconsegnandoci a un nuovo silenzio che
scacciato dal nostro trapestio infoiato
rifluisce di nuovo dai recessi di un buio
che ci risucchia nel proprio imbuto
adagiandosi sulla nostra pelle
la mia pelle e la tua pelle di gelsomino
come la caligosa bruma notturna sulle foglie
consegnandoci a un quieto sonno
che è un sogno
che vibra la pelle
con sapore d’amaranto
e illumina la pelle
come la luna illumina il mare nero
un sogno che scuote la pelle
come un’increspatura alla superficie
di un enigma insondabile
un sogno-sonno a cui ci abbandoniamo senza resistenze
stanchi e sudati
in un fremito
esausto.
POSTAMPLESSO.
Pallida
e scarmigliata,
il
tuo aguzzo scorpione aculeato
a
trafiggermi il petto,
il
tuo sesso scabroso ancor rigonfio
dischiuso
per il recente amplesso,
e
nella tua bocca il mio freddo
inerte
seme.
AL
FIORE DELLE TUE CARNI.
Ricordo
quando ti ebbi per la prima volta:
il
vetro-albume dei tuoi occhi
affiorante
dall’atroce viso
come
l’aurora scialba
sbuca
fuori al termine della notte,
il
segreto del tuo cuore rampollante
dagli
occhi alburni come un’altra te
brillante
e lucente
che
si affacci da un pozzo nero,
i
tuoi fianchi arroganti
terminanti
in una protuberanza
eccessiva
e voluttuosa,
il
fiore delle tue carni
selvaggio
e violento
penzolante
dal ventre rigonfio e accogliente
come
una goccia fresca di rosso sangue,
e
io che con le mani sfioravo
gli
interminabili spazi del tuo corpo
e
con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe
e
con la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’stantia.
E
come fiore di agave mortale
turgido
il clitoride
che
si ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi
tremando
come luna nell’acqua.
Ah
misteriosa rossa carnosa bocca
ninfea
voluttuosa tra floride ninfe
fiore
delle tue carni
carne
del mio desiderio...
IL
TUO CLITORIDE.
Fiore
di agave mortale,
il
clito si erge turgido
dalle
ninfe carnose
quando
con le mani sfioro
gli
interminabili spazi del tuo corpo,
e
con la bocca misuro la distesa delle gambe
e
le loro profondità interstiziali
che
sanno di frutta matura e un po’stantia,
mentre
tu godi
tremante
come luna nell’acqua.
Oh
ninfea voluttuosa tra floride ninfe,
misteriosa
rossa carnosa bocca,
sboccata
e spavalda nella poderosa pienezza della carne,
voluttuoso
fiore rampollante da fianchi arroganti,
penzolante
come lingua di cane
o
come goccia fresca di rosso sangue,
rosso
sorgendo dal tuo monte
come
l’aurora scialba sorge all’occaso
come
una luna che brillante e lucente
si
affacci da un nero pozzo.
ANCORA
IL TUO CLITORIDE.
Con
la lingua esploro la tua bocca e il tuo ventre,
con
le labbre sfioro i tuoi capelli e la tua pelle,
che
odora di frutta matura e dolcissima
misurando
gli interminati spazi delle tue gambe,
con
la lingua lecco l’acre umore del tuo sesso selvaggio
carnoso
e arrogante come la violenta fioritura
suicida
dell’agave.
LE
TUE GAMBE.
L’atroce
bellezza delle tue gambe
è
strazio ai miei sogni agitati,
l’inerte
voluttà delle tue gambe
è
strazio al mio amore malsano,
la
pura forma-peso delle tue gambe
è
strazio alla mia abietta lasciva libidine,
la
dolce curva delle tue gambe
ripete
all’infinito l’assioma del mio turpe desiderio.
I
TUOI SENI.
I
tuoi seni sono due calici
di
vino forte:
li
succhio e m’inebrio
del piacere riservato
ai maestri del piacere,
ai campioni del piacere.
IL
TUO CULO.
Il
tuo culo sforza il mio turgido sesso
e
nell’alvo tuo languido affondo perplesso:
alma
e palle mi svuoto nell’eccesso
di
questo oscuro feroce amplesso.
I
TUOI CAPELLI.
Ninfa
dal marmoreo corpo,
ancora
ti sogno in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
mentre
i tuoi capelli si sciolgono alla brezza marina.
ANCORA
I TUOI CAPELLI.
Come
un Luglio caldo,
più
caldi di un Luglio,
più
caldi del vento di Luglio,
i
tuoi capelli mi solleticano
quando
leggeri il mio volto toccano,
dita
di margherita
delicate.
IL
TUO VOLTO.
Il
tuo volto è la mia luna,
il
tuo corpo è la mia notte,
il
tuo sorriso le mie stelle,
e
tu, tu sei la mia alba:
quando
al mattino apri gli occhi e mi guardi,
e
un nuovo tuo giorno penetra in me,
allora
per me s’inizia la vita
effondendo
la sua luce
azzurrina.
IL
TUO SORRISO.
Oh
Muna,
quando
sorridi
la
tua pelle trema
come
mare notturno
dappertutto
effondendo
dolce
sapore di ciliege
e
amaranto.
ANCORA
IL TUO SORRISO.
Il
tuo sorriso è una falce d’argento
che
miete i miei sogni,
è
il ferro perduto dal nero corsiero della notte in fuga,
come
se il nero destriero della notte fuggendo
avesse
perduto un ferro degli zoccoli.
I
TUOI OCCHI.
Io
so tutto,
so
tutto,
io
so
tutto,
io
so
tutto,
io
so
tutto:
so
la
vita
la
morte
le
città
i
mari
i
sogni
gli
incubi
le
paure
ma
non so
i
tuoi occhi:
i
tuoi occhi
rimangono
per me
un
mistero,
un
turgido enigma,
un
indecifrabile
punto
interrogativo,
un’umida
domanda,
davanti
alla quale
la
mia ragione sbanda.
Tu
m’interroghi
senza
domande
e
io
non
so
rispondere:
tu
domandi
e
d’improvviso mi sembra
che
niente so e niente
posso
dire.
Mi
chiedi
perché
il giorno
perché
la notte
perché
la vita e le stelle
la
morte e il dolore
perchè
i fiori e gli arbori
perché
i poeti e gli assassini
perché
le rose e le viole
e
le mie parole
svaniscono
e
non
so...
Perché
mi chiedi
e
io non rispondo
perché
d’improvviso
nulla
so fuorchè
quello
che
non
vivo.
Io
so tutto:
so
la vita e la morte
la
notte e i suoi arcipelaghi meridiani
la
botanica e la farmacologia
il
gineceo dei nostri peccati
il
più e il meno della matematica
i
pro e i contro della statistica
il
guscio irreale ed eterno della noce
la
bontà ignota forse ignorata del coccodrillo
il
lampo azzurro-cielo che precede la morte;
so
tutte queste cose e molte altre
ma
ancora i tuoi occhi non so.
Sul
vertiginoso distacco
dei
tuoi occhi la mia ragione slitta
e
così solo la vertigine dei tuoi occhi so
la
gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi occhi
e
mi sembra che le parole
le
abbia stravolte mangiate rose
il
tuo sguardo e i tuoi occhi
e
soltanto questo ormai so:
viviamo
solo se l’amore lacera le viscere,
mentre
gli dei sonnacchiosi stanno a guardare
e
i demoni malvagi in silenzio aspettano
calpitando
furiosi.
ANCORA
I TUOI OCCHI.
Occhi
di solitudine e di abbandono
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
un
vago fluttuare di lampi tra nebbia
vago
sogno nell’illusione della vita
vago
guizzare di pesci nel piombo dell’oceano di piombo
occhi
di fossile compattezza e angolare monomania,
occhi
di vita, occhi di poesia,
occhi
di paura, occhi senza riparo,
occhi
senza ritorno, occhi a cui tutto torna,
rattratto
attorto sillogismo e polvere da sparo,
gloria
in excelsis e concerto in busillis,
infernale
be-bop frondeggiante proteiforme
non-voluto
involuto devoluto come il cielo dei fessi
grondante
nel cielo dei fossi.
IL
TUO SGUARDO.
Il
tuo sguardo è calma accesa,
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
E
la calma del tuo sguardo
un
nimbo di pace
quando
un’ora serena cerco.
ANCORA
IL TUO SGUARDO.
Mi
spaura il tuo sguardo,
poiché
quanto prima non esisteva
rende
visibile ai miei occhi bui
e
al mio cieco cuore.
E
io, terribilmente spaventato di perderti
e
perdutamente felice di averti,
nei
tuoi occhi silenziosi
chiedo
solo di perdermi e non finire
mai
più.
ANCORA E ANCORA IL TUO SGUARDO.
Mi guardi
e il tuo sguardo è un funambolo sul filo del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un sistema finanziario sul ciglio del baratro
un ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente
una treno che deraglia e come una foglia si accartoccia
un sole bruciato dal troppo calore
una rosa che ha roso il mio cuore e s’è mangiato
un pesce con l’ala spezzata
una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello
una cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un cane che ulula alla morte
una volpe con una zampa tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Mi guardi
e il tuo viso è come un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Mi guardi, lunatica,
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si rincorrono
come il sole e l’ombra
su una rada battuta dal vento.
IL
TUO BACIO.
Baciarti
è come addentare la polpa
di
un dolce frutto estivo,
come
respirare l’aria trafitta di azzurro dell’Estate,
come
sprofondare nella fodera di seta della notte incostante.
Baciarti
è come addentare la polpa,
la
polpa della vita,
LA
TUA SALIVA.
Vino
mi è la tua saliva:
quando
ti bacio e mi baci
la
mia anima si ubriaca e vola,
ebbra
eppur leggera.
LA
TUA MANO.
E
anche la tua mano
(brezza,
latte, lanugine, levamen),
anche
la tua mano sento posarsi
ora
che scende la sera
dolce
e tuttavia piena
sulla
mia fronte
premendo
infinitamente
digitata
sulla
mia fronte
infinitamente
madida.
Sento
la tua mano
e
il mio morto sudore
mentre
squillanti jazz saettano dardeggianti
frondeggiando
nella camera buia
e
tutto ciò a nulla giova
e
pure io a nulla giovo
(lo
so)
benchè
mi provi con tutto me stesso
nell’inficiarmi-trasgredirmi
del
punirmi.
La
tua mano mi abbraccia
mi
affonda
mi
assorbe
e
annega
e
io mi lascio andare
con
paurosa trepidazione.
Nella
camera buia vagola
brancola
si
agita
senza
posa
la
tua mano che non si vede
e
che lieve si posa
quando
mi adagio a notte.
Enorme
mano morbida-morbosa
che
gira e rigira nella mia mente
fatalmente
forzuta
fatalmente
voluttuosa
incredibilmente
affettuosa
ancorchè
fortissima.
Mano
che potrebbe stritolare
ora
mi accarezza,
la
mano che ieri poteva abbracciare
e
invece preferiva stritolare.
La
tua mano mi liscia i capelli
mi
solca la fronte e le tempie
mi
socchiude le palpebre
e
mi rintuzza i pensieri,
mi
tira indietro il collo
mi
palpa la nuca
quasi
a cercare
più
forte, più forte
più
dentro, più dentro,
nel
dentro del più profondo
m’afferra
stretta al collo
e
io non vedo più
non
ci vedo più
non
sento più
e
la mano mi trascina, lontano,
in
una via oscura oscura
oscura,
via,
dove
è buio
le
strade sono bagnate
e
languidi i lampioni.
Ora
la mano mi molla
per
un attimo
ma
poi subito ricomincia
e
mi affonda il muso nel fango
mi
sbatte la testa contro il muro
ed
ecco che ora si trasforma
non
è più la mano robusta che conoscevo
quell’unico
bruno fascio
di
tendini e nervi che amavo
ma
è divenuta flaccida e pigra e floscia
ma
sempre mi ronza in testa
la
tua mano
la
tua mano
la
tua mano.
La
tua mano mi volteggia sulla testa
e
io sto a guardare
con
compostezza
ma
poi d’improvviso si innervosisce
e
mi getta per le scale
e
mi corre dietro
sull’orlo
del precipizio
e
sul ciglio del baratro mi riprende
e
io non reagisco
e
mi lascio trasportare
mi
pare di sentire il mare
l’onda
dell’ombra
e
la terribile agonia del buio.
Poi
la mano ritorna
e
penetrano le unghie acutissime
dentro
i miei occhi
e
io la lascio fare,
non
ho più la forza nemmeno di respirare,
e
le unghie penetrano
e
aprono fessure e varchi spazio-temporali
che
mai potevo mai immaginare,
brandello
dopo brandello
giungono
all’estremo lembo del cervello,
ed
è un’esplosione,
lampi
di luce giallo-viola-azzurro
mi
balenano nei bulbi oculari
e
le tempie pulsano
e
un vuoto enorme davanti a me
spalanca
la sua bocca e mostra
un
vortice immenso e rosso
come
il sole
anzi
più dinamico del sole:
un
immenso vortice rosso
che
mulinella davanti a me
e
mi attrae a se e mi risucchia
e
mi è addosso e mi acceca
immenso
e rosso
accecante
sfavillante.
LA
TUA PELLE.
La
tua pelle reca la notte
e
negli occhi hai il giorno,
al
tuo cospetto l’alba affosca
e
pure l’ostro oscura e l’avorio perde.
Sembri
una notte stellata
ornata
con i monili del cielo,
e
il tuo sorriso è un drappo di stelle,
come
se gli astri
stupiti
dalla tua bellezza
avessero
deciso di abbandonare il cielo
e
cadere nella tua bocca.
***
Oh
Muna,
il
tuo sorriso è la mia luna
i
tuoi occhi sono le mie stelle
la
tua pelle la mia notte:
quando
l’alba mi sorprende
nell’aroma
della tua pelle,
che
olisce di frutta matura e dolcissima,
con
la mia bocca nella tua bocca,
preso
nella rete dei tuoi capelli,
allora
per me inizia il giorno
e
la vita effonde la sua luce cristallina.
E
quando tornando dal lavoro
ti
abbandoni stanca al sonno
sciolti
i capelli sulle spalle
allora
per me inizia la notte
e
dispiega il suo manto di stelle.
Ragazza
nera,
pelle
di pantera e chioma di scorpione,
nella
pelle rechi la notte
e
negli occhi hai il giorno.
IL
TUO ODORE.
Di
che cosa odora la tua pelle?
un
frutto, una spezia, un aroma, un fiore?
Odora
di rosa e di sambuco
di
zucchero e garofano
di
zagara e cannella
di
porpora e amarena
di
frutta matura e dolcissima
del
mormorio del mare al mattino
la
tua pelle.
Dai
piedi fino ai capelli
dalle
ginocchia fino alla nuca
dalla
fodera della vulva alla bocca
emana
sapore d’amaranto
la
tua pelle.
In
tutta la sua furiosa
feroce
selvaggia
erratica
estensione
è
una coltellata di gelsomino
una
pugnalata di zagara
una
revolverata d’incenso
un’impetuosa
zaffata di garofano
un’onda
di seta purissima
la
tua pelle.
È
odore di sole sulla pelle,
odore
di sale sulla pelle,
l’odore
che sale dalla tua pelle.
IL TUO SUDORE.
Mi eccita durante l’amplesso
leccare il sudore dal tuo negro corpo selvaggio,
cosparso le olide tracce l’ansimante petto,
rigato di dolce acqua sessuale che cola in mille madidi
rivoli
che intridono di sesso e tingono la pelle
già umida di molle voluttà.
Mi piace, durante l’amplesso,
leccare il tuo sudore.
Sesso liquido, sesso odoroso:
a volte basta davvero poco
per essere felici.
ANCORA
IL TUO SUDORE.
Mi
piace quando di notte
nel
sonno ti stringi a me, nuda e madida,
premendo
il viso contro il mio cuore,
e
mi piace anche quando,
nella
notte nuda e rorida,
ti
abbandoni alla stanchezza
e
tranquilla e placida russi
e
un rigagnolo di saliva
ti
rivola dall’angolo della bocca
e
ti riga il volto.
Mi
piace, quando tu dormi,
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
nell’aroma
di frutta matura e un po’ stantia
della
tua bocca,
e
mi piace anche
svegliandomi
trovarmi
con la mia bocca
dolcemente
intrappolato
nella
rete dei tuoi capelli,
ascoltando
la tua pelle
tremante
di aurora e sogno.
Ma,
più di tutto, mi piacciono i letti stretti
dove
io e te giacciamo in un solo respiro,
così
stretti che quasi posso leggerti i sogni.
Mi
piace, quando dormi,
stringerti
forte, più forte,
per
sentirti dentro, più dentro,
fino
al sangue e al midollo,
anzi
oltre il sangue e il midollo
fino
alle paure e agli incubi.
Mi
piaci addormentata
perchè
sei il mio segreto e il mio sogno:
sveglia
sei reale e di tutti
ma,
quando dormi,
sei
il mio piacere vero e immaginato
tangibile
e inafferrabile
fuggente
e impalpabile
per
metà concreto e
per
metà ipotetico
errante
ed erratico
ma
sempre ossessivamente
vagante
e martellante
nella
mia testa
finchè
non ti desti
e
quella muta selvaggia immensa
paura
di perderti
scivola
e scompare
nell’imbuto
del tuo sorriso.
LA
TUA VOCE.
La
tua voce risuona fulgida
più
di speranze e sogni
e
in questo nulla volere
e
nulla avere
ti
cerco
ultimo
appiglio.
LA
TUA BELLEZZA.
Bellezza
profonda nella tua fronte
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
d’isola lambita dal mare
nell’onda
dei tuoi capelli fronduti,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso,
dura
bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
LA
TUA ANIMA.
In
te ascondo i miei pensieri
che
non posso rivelare
e
le mie follie che non posso urlare,
in
te le mie paure occulto
che
non posso confessare,
in
te i miei sogni celo
che
più rivelano me stesso,
più
di ogni poema
più
del più bel verso
più
della metafisica dei libri
e
dell’opera dei dotti.
IL
TUO CORPO.
I
tuoi seni sono due calici
di
vino forte:
li
suggo e m’inebrio
del piacere
riservato ai campioni
del piacere.
Vino
mi è la tua saliva:
baciandoti
mi ubriaco
e
la mia anima vola
ubriaca
eppur leggera.
I
tuoi occhi sono occhi di solitudine,
occhi
di abbandono e silenzio,
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza,
vago
scintillare di oasi nel deserto,
vago
guizzare di vita come tra nebbia lampi,
o
come pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
I
tuoi occhi sono un vago tumulto.
L’atroce
bellezza delle tue gambe
è
strazio ai miei giorni soli e ai miei sogni agitati,
la
sterile libidine delle tue gambe
è
strazio al mio malsano amore malato,
il
trepidante odore delle tue gambe
è
strazio alla mia inerte voluttà,
gli
interstiziali anfratti delle tue gambe
ripetono
all’infinito
l’assioma
del mio desiderio.
Come
il vento calido di Luglio
più
calidi del vento di Luglio
i
tuoi capelli mi solleticano
quando
leggeri il mio volto toccano
come
dita di rosa
delicate.
Il
tuo sguardo mi mette paura
poiché
quanto prima non esisteva
rivela
ai miei occhi bui
e
al mio cieco cuore,
e
io
spaventato
di perderti
e
perdutamente felice di averti
nei
tuoi occhi
chiedo
solo
di
smarrirmi.
La
tua fronte è un’isola
lambita
dall’onda dei tuoi capelli,
e
sono ellebori profumati
le
tue affusolate mani
dai
petali morbidi
soavi
di tepore.
Il
tuo corpo
è
un eco muto che sale da morte stagioni,
un
colpo di pistola nel vacuo nulla,
un
deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole,
una
pura linea di acciaio fuso
che
il tuo sorriso improvviso
illumina
come il lampo di notte
rivela
contorni aguzzi
di
roccia.
Soave
linea di baci fuggitivi
il
tuo corpo è una pura linea d’acciaio.
Sulla
furtiva linea del tuo corpo
corpo ideale del piacere
è
scritto il canto dell’amore
tremulo
come brivido sulla pelle.
ODE.
A
te
e
al tuo viso,
al
tuo sorriso
al
tuo sguardo
ai
tuoi capelli
alle
tue labbra
alle
tue gambe
alla
tua schiena
alla
tua pelle
alla
silente enfasi della tua vita
alla
silente enfasi dei tuoi occhi
al
tuo sapore che si riversa nelle mie vene
al
mio torpore risvegliato dal tuo sussurro
agli
indecisi angoli della tua bocca
all’oscura
linea del tuo corpo
alla
solenne curva dei tuoi fianchi
alla
setosa fodera della tua vagina
alla
mia mano sul tuo seno
alla
mia mano sul tuo sesso
alla
mia mano sul tuo corpo
al
tuo corpo sul mio corpo.
Soprattutto,
al
tuo corpo sul mio corpo.
NOTIZIARIO.
Ormai
è noto il fatto
di
pubblico dominio la notizia
le
fronde degli alberi l’hanno diffusa
e
il vento l’ha sparpagliata
agli
angoli della città
nei
trivi e nei quadrivi.
Già
sanno le foglie delle pareti
e
le sedie e il tavolo e i tappeti
e
le tende e lo scrittoio e i quadri
già
sanno i bicchieri e i lumi e le finestre
e
le porte, gli ombrelli, i guanti, e i cappotti
e
le strade e i palazzi e gli specchi e le valigie
e
i moduli, i certificati, i permessi, e i documenti
e
gli occhiali da sole i cervelli e i cuori di vetro
e
la terra e i fiori e i ruscelli colore del miele
e
ormai bisbigliano i prati e i campi
vociferano
gli steli e le frutte
con
insistenza
con
arroganza
con
invidia
che
io e te dormimmo
distesi
nudi e amanti
la
nostra notte senz’alba.
Già
sa il sole in cielo
già
sa l’acqua del mare
già
sa il sale nella ferita
già
sa la rugiada sull’asfalto
e
il rosso delle mele
già
sanno anche le rondini
in
ginocchio sulla riva
e
i pesci fulgenti nelle loro scaglie
già
sanno questo nostro oscuro
avaro
amore amaro.
SERA.
Piove,
e l’acqua che cade a goccioloni in questa sera,
l’acqua
che goccia e goccia-a-goccia stria il mio volto,
l’acqua
che brontola e croscia
è
tutta un cascame di aghi,
una
pioggia di crudeli aculei,
come
una spada scheggiata in mille stalattiti,
una
voce sorda senza eco
che
rimbomba il tuo nome
nel
ticchettio di mille telescriventi
impazzite
che ripetono il tuo nome,
il
tuo nome il tuo nome il tuo nome,
nella
tastiera del cielo del cielo nero.
Piove,
e la sera è la veste di velluto che tu indossi,
le
stelle sono i denti di madreperla della tua bocca,
nel
cuore della sera una piaga rosso-violacea
languida
languente.
Piove,
e trema la fatua umida sera,
e
tremula pure tu,
faccia
a faccia in un indefinito zig-zag
anatomico,
oscura
luna appesa al soffitto
profondata
tra le coltri del letto
candida
riga nell’azzurro-cielo
persi
voli
presaghi
disvoli.
MI
ATTARDO.
Per
spazi e gradini come pensili giardini
pencolanti
ai miei piedi che vanno
nel
diffuso torpore delle correnti e dei venti
come
foschie di sogni e foschi sonni
un
fiume immaginato-trasecolato
in
perenne transito - in perenne dialogo
in
perenne dialettica col greto amazonico
anfitrionico
sale
e
a me viene leggero e caparbio
nell’ostinazione
tremante della sua superficie
nell’esitazione
intrepida del suo dorso
nella
distrazione tragica del suo ristoro
e
mi rapisce l’orizzonte
e
gioie d’autunno si spargono sul mio capo
come
effusioni di catartiche foglie-tregua
o
come tremore di ore disposte all’oblio
all’oblio.
Oh
anima di brina, anima di rena, anima di arnia,
sei
un grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba
e
stordisce la mia gioia e scipa il mio vivere,
e
lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche
eroico
io vorrei ma non posso,
sei
primo elemento
di
una proposizione moritura e imprecisa
persa
in oscuri uteri di luce,
sei
lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,
sei
soffio sugli occhi,
sei
brace, rischio, piega, piaga che prega
e
nel suo suppurare mostra elitre di mosca
superstiti
in
fine
sei
torpido torbido sguardo di occhi-scrigno
confuso
volitare di pensieri
che
non sanno l’amore.
Eppure
in questa natura ambigua e alchemica
che
seppi essere solo menzogna
rabbioso
e protervo
io
mi attardo.
(MICRO-)ETERNITÀ.
Miriadi
di parole,
parole
su parole,
parole
e ancora parole,
non
possono dire
la
(micro-)eternità
del
tuo bacio
quando
mi baci
chiudendo
gli occhi,
stringendo
i pugni.
TI
GUARDO.
Ti guardo ridere
dolcemente armonica e amica
e
in petto muore il cuore
impietra
la lingua
brucia
la pelle
gli
occhi più non vedono
suda
la fronte
nel
cervello è buio
e
offuscato il cuore non ragiona,
scalpita
il sesso
e
sbanda la ragione.
Ti
guardo e
fumo
un’altra sigaretta.
TU MI GUARDI.
Tu mi guardi e il tuo sguardo
è un funambolo sul filo del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una puttana che finge piacere per far piacere
un treno che deraglia e si accartoccia come foglia
una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata
un pesce con l’ala spezzata
una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello
un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte
una volpe con la zampa tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Tu mi guardi
e il tuo viso è un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi
lunatica
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si rincorrono
come il sole e l’ombra
s’una rada battuta dal vento.
HO
GUARDATO.
Ho
guardato
con
i miei occhi dentro i tuoi occhi,
con
amore e con terrore
nel
pozzo infinito
infinitamente
buio
dei
tuoi segreti
delle
tue paure
dei
tuoi sogni
curvandomi
sullo
specchio della tua anima
come
un secchio vuoto
che
la carrucola discende
nel
cerchio del pozzo
nero.
Trema
un ricordo in superficie
un
volto incerto e pensoso
mi
fissa che si deforma
e
si fa vecchio.
È
il tuo volto
che
fissa il mio volto
come
un eco che stride da lontano
e
lancia il grido
delle
nostre coscienze sporche.
Il
mio volto e il tuo volto:
due
volti che si uniscono
mentre
una distanza li divide
che
impercettibile dura
come
una eco
più
dentro, più dentro
fin
nel profondo,
fino
al sangue e al midollo,
e
in questa distanza infinita
nelle
onde dei tuoi segreti
nel
buio dei tuoi silenzi
il
mio cervello
come
una zattera
affonda
spezzate
le vele
divelte
le vele
squarciate
le vele,
le
vele, le vele, le vele...
Ho
guardato,
con
i miei occhi nei tuoi occhi
e
con le mie labbra nelle tue labbra
con
il mio cuore nel tuo cuore
con
amore, con terrore
ho
guardato nel pozzo infinito
dei
tuoi segreti e delle tue paure
dei
tuoi sogni e dei tuoi incubi
nello
specchio della tua anima.
trema
un ricordo in superficie
un
volto incerto e pensoso
mi
fissa che si deforma
e
subito si fa vecchio.
È
il tuo volto
che
fissa il mio volto
come
un eco che stride da lontano
e
lancia il grido
delle
nostre coscienze sporche.
Il
mio volto - il tuo volto
due
volti che si uniscono
mentre
una distanza li divide
che
impercettibile perdura.
IN
QUESTO ISTANTE.
In
questo istante
molti
uomini muoiono
molte
donne partoriscono
e
molti bambini nascono,
le
ragazze si fanno belle per la sera
e
le puttane scopano
(e
qualche volta godono).
In
questo istante
il
freddo solitario e sincero è di un celeste-cielo
l’aria
è una coppa di brina mattutina
una
bria di vetro inciso nel diamante.
In
questo istante
il
mio orologio segna le 21,15
dunque
tra 45 minuti arriverai
e
vederti, semplicemente rivederti,
come
ogni sera sarà il solito colpo di .45 al cuore.
In
questo istante
il
lampo suona il gong sulfureo della
tempesta
i
manichini dei grandi magazzini sono più tristi
e
il giorno finisce per poi domani ritornare.
In
questo istante
i
gatti del quartiere rantolano
e
il macellaio affetta la carne,
i
gelsi sono già ingialliti e i fichi sono ancora acerbi,
i
malati guardano attraverso i vetri degli ospedali
e
i matti urlano e urlano e urlano nei mattatoi,
gli
sbirri passeggiano tronfi nella loro divisa
e
il mio viso arrossisce di collera e vergogna,
una
collera con le mani e i piedi legati
e
le viscere incatenate.
In
questo istante
solo
la morte e il buio, solo il nulla
il
niente confuso e il nihil impazzito.
In
questo istante
la
passione del traditore
l’ansia
dello studente
il
ghigno selvaggio del sicario
e
il sussurro incatenato degli amanti
che
nulla chiede
solo
di non essere dimenticato.
In
questo istante è l’alba
s’illumina
il mondo
e
pure le tue gote
e
il cielo inalbera le sue impurità
il
giorno è trasparente e senza macchia
ed
effonde odore di semi per le strade
il
vento cala e poi se ne va
c’è
un usignolo che canta
e
ride la gazza nera sugli aranci.
In
questo istante
guardo
in ginocchio la terra
e
l’insetto
e
il fiore
e
il cielo
e
i rami degli alberi che volano
e
le rondini che sfrecciano nel cielo
il
fuoco che divampa nella notte
la
luna che salta da una nuvola all’altra
da
un palazzo all’altro
e
il cuore che batte tremendo.
In
questo istante
io
ti guardo e tu mi guardi
io
guardo te e tu guardi me
e
come luna mi segui
da
un palazzo all’altro
da
una nuvola all’altra.
In
questo istante
i
legumi cuociono nella pentola,
le
sardine sfrigolano nell’olio
e
le serrature si aprono-chiudono.
In
questo istante
tu
sei di fronte a me
nel
chiarore indefinito del mattino d’aurora
le
tue lacrime sono bionde gocce di pioggia
i
tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento.
In
questo istante
Garcia-Lorca
viene fucilato
e
pure Dostoievski viene fucilato
Hikmet
viene esiliato
Bukowski
guida la sua bmw nera
Campana
muore di fame
e
Borroughs spara alla moglie
Prevert
grida sui tetti di Parigi
alle
nere membrane della notte
ed
Hemingway intinge il suo cervello
nel
succo d’arancia.
In
questo istante
il
sole è un barattolo di miele
e
i tuoi occhi sono pieni di sole
e
io non mi fermo a rimpiangere
il
passato.
In
questo istante
le
tue parole le tue parole
come
vele come vele come vele
riempiono
il tramonto di vane sequele,
le
tue parole allegre
le
tue parole amare
le
tue parole euforiche
le
tue parole malinconiche
le
tue parole eterne come il mare e la materia
pesanti
come un pugno ben centrato
vuote
come la mia testa
dure
come il mio cuore
e
la mia tristezza è solo un logora camicia di tela
e
tutto è un tumulto uno strepito uno sfolgorio.
In
questo momento
sei
sdraiata al mio fianco
e
il mondo non conta più nulla;
in
questo attimo mi parli
e
il mio cuore libero di menzogne
si
libra ardito e sorridente
su
questo prato verdicante;
in
questo secondo,
proprio
in questo secondo e mai più,
i
tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso
un
tramonto di fine Settembre
uno
sbadiglio di bambino infreddolito,
I
tuoi occhi immensamente grandi
e
rotondi sono d’autunno le grandi foreste,
i
tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come
le fredde terre del norde.
In
questo istante
io
non vorrei altro
che
trascorrere la mia intera vita nel tuo sguardo
perdermi
nel silenzio dei tuoi occhi
perdermi
nel buio dei tuoi silenzi
perdermi
nei tuoi occhi di tenebra
perdermi
nella tenebra dei tuoi occhi.
In
questo istante
la
foglia sul ramo
il
pesce nell’acqua
e
nel mio cuore tu
come
un innesto
col
tuo cuore nel mio cuore
in
questo istante
tutto
nasce e muore
nella
profondità dei chilometri
nella
dispersione dei chilometri
nella
disperazione dei chilometri dei chilometri
con
cruore con cruore con cruore
con
speranza e saggezza
con
un po’ di amarezza
ma
senza scoppio, senza rumore
senza
rugghio di motore
tutto
nasce e poi muore
uomo
donna bambino
stella
albero rancore
aria
sole terra e mare
bugia
inganno e tradimento
gabbiano
rimorso e rimpianto
bellezza
e morte
gioia
e dolore
gloria
e dolore
sospiro
e dolore
eccetera
eccetera eccetera.
Ma
tu dove sei
in
questo istante?
In
questo istante
forse
sei solo stanca e vorresti dormire:
ti
laverei i piedi e ti massaggerei il corpo,
ma
non ho acqua di rosa;
forse
hai solo sete:
mi
trasformerei in acqua
per
dissetarti;
forse
hai sonno e voglia di dimenticare:
un
arco di lino per cullarti
delle
mie braccia farei.
Ma
dimmi, in questo istante,
anche
solo in questo istante,
mi
ami? mi sogni? Mi pensi?
Oh
sì mi ami!
In
questo istante tu mi ami
come
non hai mai amato
nessun
altro
amore
mio.
E
in questo istante
anche
io ti amo,
amore
mio,
io
che non ho mai
amato.
In
questo istante e per sempre,
tu
sei la mia schiavitù e la mia libertà,
sei
la mia ebbrezza e il mio oblio,
la
mia solitudine e il mio abbandono,
la
mia pena e la mia rabbia.
In
questo istante e per sempre.
IN
QUESTA NOTTE.
In
questa notte di Luglio
che
il fiume scorre lento
sotto
la candida luna estiva,
e
le stelle a-mille-a-mille
sembrano
una pioggia bionda e fine
di
lapilli di vulcano infuocati,
e
i lampioni illuminano le strade;
in
questa notte di tiglio
che
i prati sono molli di umore,
e
i muri si appoggiano stanchi al chiarore lunare,
e
l’oscuro fiume della notte
ci
trasporta in assurdi spazi claustrofobici,
e
le finestre dormono ritte in piedi,
e
tu ti stringi a me e ti afferri
serrandoti
di gioia e stupore
e
ripeti le due parole le più trite e ritrite;
in
questa notte di pietra
il
mio cuore giace inerme inerte
dondolando
impiccato sospeso
al
ramo del tuo amore.
In
questa notte di Luglio
in
questa notte di tiglio
in
questa notte di pietra
in
questa notte di seta
in
questa notte di sale
in
questa notte di quiete sempre uguale
io
ti amo
e
scoppio di felicità
che
fischietterei pure
una
stupida canzonetta
d’amore
trita e ritrita
stupida
stupida
come
quelle due parole
da
noi mai dette
mai
pronunciate.
LE
STAGIONI.
Anche
d’Estate amami
con
la vastità delle tue gambe,
con
la misura del tuo vacillamento,
con
il fiume del tuo respiro,
con
il trepidante tesoro del tuo ventre
(arnia
e alvo del mio desiderio),
con
tutto l’oro che ti cresce in bocca
e
ne trabocca.
Amami
d’autunno
con
il tuo vestito scuro
del
colore dell’ostro e dell’amaranto,
con
la secca precisione dei tuoi gesti
e
la gelida tangente del tuo sguardo.
Amami
d’inverno
con
tutta la tempesta che serbi in petto,
con
il sogno e l’acqua
che
tremano nel calice del tuo grembo,
con
tutti i tuoi fantasmi
che
sciamano di notte sul tuo letto,
con
i tuoi stolidi pensieri che volteggiano sul tuo tetto
e
fanno il paio con i miei stupidi pensieri,
con
l’artiglio minerale della miseria,
con
le accigliate angosce delle tue cicatrici,
con
gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe,
con
tutti gli spigoli del tuo cuore ruvido
e
le invalicabili barriere della tua anima,
con
tutto l’oro che hai in bocca
e
ne trabocca.
Amami
in primavera
nei
suoi giorni d’oceano, fatti di nebbia e turchese,
con
le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci,
con
la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni,
con
i tuoi ricci neri neri
incalzati
dai venti, veloci come negri corsieri,
con
la tua bellezza dura di pietra,
con
un fiore notturno profumato del tuo aroma.
Amami,
amami anche senza amore,
anche
senza la mia mano sul tuo seno,
anche
senza la tregua della tua presenza,
anche
senza la gioia del tuo volto di rosa,
anche
senza il piacere delle tue labbra ideali
modellate
per donare il piacere al corpo.
IL CIELO.
Il
cielo è grigio oggi e sonnolento,
quasi
timoroso,
o
forse solo annoiato e stanco,
e
nuvoloso pencola indeciso dai rami dell’albero
grondando
umido dalle foglie
come
una forma di liquida aria vibrante,
e
poi d’improvviso si spalanca
e
illuminato di tutti i colori dell’iride balenante
s’impiglia
ai rami degli alberi,
e
così tutto il cielo è nei rami di un albero
e
di molti alberi
e
scivola dalle foglie e permea la terra
effondendo
dolce sopore di bosco:
è
in un chicco d’uva
in
un granello di sabbia
in
una mica di pane
nella
tua bellezza scintillante
stillando
azzurro-gioia nello specchio degli occhi
profondi
di ombre minacciose
nella
tua anima peregrina
nel
tuo volto che muta colore trascinandosi il suo dolore
in
tutto il dolore del tuo volto che muta colore
e
ora è buio e tempestoso
ora
un lago capovolto di acciaio fuso.
Io
marinaio, tu acqua viva,
tu
acqua viva, io acqua morta,
tu
incudine, io martello,
tu
sabbia, io clessidra,
tu
diamante, io minatore,
tu
piacere, io dolore,
ma,
dei due, il solo vero amore,
per
quanto demente e schizofrenico,
era
il mio.
SEMPRE MI TORNI IN MENTE.
Sempre
mi torni in mente:
anche
quando non ci sei
anche
quando non ci sono,
e
le tue membra in mente immagino
e
il tuo passo alacre e svelto,
e
la dolcezza delle tue spalle,
e
le tue mani brancolanti
tra
dubbi e domande
a
cercare un equilibrio
un
baricentro
un
appiglio
nella
tua anima confusa e fluida,
e
ancora a miei occhi torni
pur
se non vuoi
pur
se non voglio
con
la curva solenne dei tuoi fianchi
e
il tuo desiderio lì sospeso
che
nulla chiede
solo
di non finire
mai.
FRA
CENT’ANNI.
<<Vorrei incontrarti fra cent’anni...>>
diceva
una canzone vecchia di cent’anni,
ma
io non penserò al mondo fra cent’anni:
ripenserò
solo ai tuoi occhi fieri
più
bui e profondi dei miei neri pensieri,
e
al tuo ventre e alla tua bocca,
alle
tue mani e alla tua pelle,
al
tuo dolce sorriso di ieri
e
ai tuoi capelli neri neri
(chissà
come saranno cambiati
saranno
ormai imbiancati...).
Ripenserò
ai tuoi seni
come
due pomi lunati,
e
ai tuoi piedi inarcati
come
due lune elastiche
quando
mi amavi e a me ti donavi,
e
a quello che mi dicevi...
Ripenserò
a te fra cent’anni
e
la mia solitudine sarà solo
la
tua assenza.
Ma
in fondo che sono cent’anni? Non poi un granchè.
Solo
un soffio quando l’ala della notte ci avrà avvolti
in
un sogno eterno.
FORSE
CHE.
Ma
dove va la notte quando se ne va?
E
dove si nasconde quando è giorno?
Dove
finisce la notte quando finisce?
Forse
che per sfuggire al suo amante bramoso il giorno
si
rifugia nella tua pelle coagulandosi nella matrice del tuo corpo
come
una metallica forma liquida che rapprendendosi fa di te
un
acino di uva bruna e dolcissima la notte che,
quando
ti addormenti e con te si addormenta anche il sole,
odorosa
di velluto effonde dalla tua pelle
tremante
di sogno e aurora?
Oh,
sì: finisce la notte dove cominci tu
effondendo
dalle tue nere membra
come
se in te tutta
dormisse
tutta vivesse!
LA
CASA.
Quando
dormi
anche
la casa dorme
e
le sedie dormono accanto al tavolo
e
il tavolo addossato alla parete
e
le scarpe dormono sdraiate sul pavimento,
lo
specchio si rabbuia e non riflette più
e
anche la balconata dorme e le piante
con
i loro lunghi colli pencolanti nel vuoto,
e
anche i fiori più loquaci tacciono
e
i pomodori e i limoni assopiti
aspettano
gioiosi il domani e il coltello
con
cui domani li taglierai, e i vestiti pure dormono
in
piedi come manichini senza vita
in
tua attesa,
e
anche i tetti dormono e i gatti
prendono
una tregua dal loro miagolio,
il
fiume smette le vanitose paillettes
del giorno
e
indossa un lungo vestito lungo e nero,
le
lampare come stelle cadute in mare spengono
e
le nubi dormono avvolgendo la luna
nelle
loro spire di lieve bambagia.
Ma
poi la luce del mattino si accende
e
riversa i propri raggi dorati sui tuoi capelli
colando
tra le mani e cingendoti i fianchi
fino
ai piedi candidi d’incenso
e
così ti desti
e
allora anche la casa si desta
e
apre gli occhi luminosi delle proprie finestre
e
le sedie carponi zampettano allegre
e
il tavolo bofonchia in attesa del pranzo
e
le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi
che
presto le riscalderanno con il loro
profumo
di vaniglia
e
il piombo dello specchio sprizza
la
gioia sensuale del tuo incedere delicato
nella
curva sinuosa dei bruni fianchi d’amaranto
e
pure il ballatoio distende le gambe
e
il fiume indossa la propria veste d’argento
e
le piante stiracchiando il loro collo salutano il sole
e
le più caciarone hanno già ripreso a chiacchierare
e
le rondini cinguettano alacri il tuo sorriso
e
il mio cuore pure cinguetta le sue solite
stolide
scemenze.
Chissà
se mi avrà sognato stanotte,
chissà
se mi avrà pensato stanotte,
chissà
se le sarà mancato il mio abbraccio...
SENZ’ALCUNA
RAGIONE.
Senz’alcuna
ragione
passano
le stagioni e vengono gli Inverni,
e
gli alberi del viale (soprattutto gli ippocastani)
squamano
a foglia a foglia roridi stillando,
e
i rami bisbigliano frondosi
e
solo il vento sa che cosa si dicano,
e
le foglie stormiscono lontana nostalgia
soprattutto
quando cadono al crepuscolo
soprattutto
quando cadono sferzate dalla pioggia grigia
soprattutto
quando cadono in tua assenza
soprattutto
quando cadono sotto un cielo di piombo.
Senz’alcuna
ragione
il
sole mi batte in fronte e il cuore mi batte in petto,
senz’alcuna
ragione un cane abbaia
e
il pesciolino rosso galleggia nell’ampolla
e
le stelle girano sulle nostre teste e stride il mare
e
il sole si brunisce e spegne nell’imo cadendo
e
le strade corrono veloci sotto le ruote
e
il tempo scorre lento sulla strada
e
il vento dondola l’altalena
e
non c’è arcobaleno di notte né farfalla sulla neve
e
lo specchio riflette le mie rughe nel suo lago di piombo
e
le ore corrono di albero in albero
e
di palo in frasca nel frutteto del tempo
e
verrà il tramonto e scenderà la sera
e
i tuoi occhi illumineranno
il
mio sentiero al di là della notte
e
oltre il confine.
Senz’alcuna
ragione
il
mio cervello ti pensa
la
mia pelle ti cerca
il
mio cuore ti aspetta
e
io, io ti amo
in
questo luogo
al
di là del bene e del male
dove
ci aspetta il sapore
di
nuovi azzurri mari
e
altri infiniti
altrovi.
Senz’alcuna
ragione
qualcosa
si rompe in me
e
mi soffoca in gola i pensieri
stasera
nell’ora che lenta
volge
al desio e cruda e fiera
annera
e dispera
senz’altra
ragione.
RIFLESSI.
Il
lago riflette i raggi della luna
lo
specchio accoglie la tua bellezza
il
medaglione che hai al collo la serba
con
cura nel cuore del proprio quarzo
e
gli occhi riflettono l’immagine del mondo
ma
il riflesso più abbagliante
il
barbaglio più reale
l’immagine
più vera
è
il mio riflesso
nei
tuoi occhi.
UNA TANTUM.
Ti
sei svegliata presto stamattina
e
di corsa sei uscita
per
pagare la retta universitaria,
500
euro una tantum mi dicesti.
Beh,
nulla accade due volte
nulla
si ripete due volte
nulla
si ripete due volte.
Non
giorno che ritorni uguale
non
la stessa notte che si ripresenti
non
due baci somiglianti
né
due parole dette nello stesso modo
o
due sguardi tali e quali.
Non
lo stesso sole ci riscalderà domani
né
lo stesso fiume ci bagnerà
non
la stessa aria ci arrufferà i capelli
non
la stessa vita vivremo di oggi.
E
come due gemelli omozigoti
o
due gocce d’acqua,
anche
noi identici
eppur
diversi.
EPIGRAMMA.
Il
tuo nome inciso oggi sulla mia pelle con lettere minute
come
sulla scabrosa scorza di un albero
domani
ritroverai marchiato a fuoco
sul
mio cuore.
EPIGRAMMA
SECONDO.
Amore
in palpebre languido
con
azzurri occhi di mare mi guarda
e
con oscure dolcezze mi spinge
nella
reti inestricabile dei tuoi capelli
conducendomi
al mistero dei tuoi occhi
dove
come in un aurora
il
rosa e il viola del giorno
nascendo
si fondono nell’oro.
ODI?
Non
rumore, non passo, non strepito,
tutto
tace, tranquillo e placido:
dorme
ancora il martello del muratore,
dorme
ancora l’ansito dell’atleta,
sui
secchi rami tacciono ancora le brune tortore
e
nel silenzio assoluto
solo
si odono sottili i raggi della luna
picchiare
contro i vetri della notte,
ai
nostri amori segreto sepolcro
alle
nostre baccanali follie testo.
SCHERZO.
Soave
sei bella tra le belle
quale
luna ridente tra le stelle
e
la tua luce le altre caccia e impaura
come
sole la luna oscura.
Alle
altre donne la tua luce risplende
come
sole la luna sospende.
Quando
ti desti sei la mia alba,
e
al tuo cospetto pure il sole scialba.
La
tua bellezza come una scure
falcidia
le mie imposture
e
pure le perle rende insicure.
OGNI
NOTTE.
Sei
così bella quando dormi
che
non riesco a credere alla morte
benchè
la tema e sappia che un giorno verrà
in
cui non vedrò più i tuoi occhi
brillare
al mio fianco di notte
e
questo mi secca.
Così
ogni
notte,
quando
tu dormi,
io
non dormo
e
ti guardo
per
serbare un ricordo,
e
ti accarezzo
e
accarezzo il tuo viso di pesca
che,
come una pesca, reca una tenue peluria,
e
accarezzo il tuo corpo nudo
sprofondato
nella vasta notte
e
coperto solo di due sottili foglie
di
palpebre come l’alba senza sogni,
e
accarezzo la tua pelle bruna
che
si mischia alla notte
e
in essa si perde
e
confonde.
Di
notte,
quando
dormi,
io
ti osservo,
oppure
capita che mi stringa a te
per
far calore al mio corpo col tuo corpo
e
allora la mia stanza esplode di sogni
uguali
a lapilli di vulcano incandescenti
e
il mio cuore urla e batte
con
la stella più lontana
e
luminosa.
Poi
finalmente mi addormento
ma
anche quando dormo
sono
certo che tu rimani bellissima
bellissima
come una stella che splende
magnifica
e misteriosa
ancorchè
i ciechi non la vedano.
OGNI
MATTINA.
Ogni
mattina l’alba riappare
e
caccia dai tuoi occhi il trucco delle tenebre
sorprendendomi
con la bocca nella tua bocca
olida
di frutta matura e dolcissima
con
le mani intrappolato
nella
rete dei tuoi capelli.
Allora
un nuovo tuo giorno penetra in me,
i
demoni scompaiono e gli dei sorridono,
e
anche la Signora Morte sembra più bella,
anche
se solo per un momento.
QUANDO
TI SVEGLI.
Quando
ti svegli e i tuoi occhi profumati sbocciano
come
due fiori umidi di rugiada e amaranto,
e
la curva solenne dei tuoi fianchi riprende forma e vita,
e
un nuovo giorno penetra in me e mi sorprende
nell’olido
aroma di frutta matura della tua bocca,
allora
mi sembra che il sole sorga nel mio letto,
il
tempo si ferma e gli dei sorridono,
e
anche la Signora appare più bella
anche
se solo per un attimo.
QUANDO
SCIOGLI I CAPELLI.
Quando
a sera sciogli i capelli
il
sole scema e la notte lucida effonde
e
ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla
terra come un mare di tenebra.
Io
sono lago e tu sole:
quando
ti rispecchi nelle mie acque
acquisto
fulgore e bellezza.
Quieta
tu serbi tempesta in grembo
e
vita riversi dai calici del tuo petto,
sei
dolcezza e violenza
odio
e amore
distanza
non colmabile
come
un mare di tenebra
la
cui sponda baci con il piede.
Il
tuo sudore è vino forte
pieno
di fermento invisibile
la
tua bocca un calice
da
cui io bevo la vita
la
tua saliva un’acqua limpida e pura
che
lenisce il mio ardore.
Le
tue palpebre sono scrigni
serbanti
l’impronta dei miei baci,
la
tua pelle è timida
come
la luce delle tempestose terre dell’orto.
Quando
abbandono il mio capo al tuo ventre
sento
il mio desiderio gravare il tuo grembo,
quando
appoggio il mio volto al tuo
e
a occhi chiusi ti bacio,
sento
oltre le tue palpebre
i
miei sogni palpitare.
La
tua rosa è protetta da un temibile scorpione,
tra
le belle spicchi come luna tra le stelle
e
le altre oscurano e perdono
come
astri al cospetto del sole
e
con dolce mormorio la tua voce a me sale
risillabando
come il reboante murmure del mare.
Muna,
sei così bella che metti di malumore.
ADDORMENTATA.
Addormentata
sul tuo corpo non procedo
come
assetato nel deserto:
acqua
per sopravvivere sulle tue dune
le
mie mani non cercano ma inganni,
una
scure per falciare il freddo inganno della ragione,
una
pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine,
una
emozione che faccia svanire
la
fredda equazione dell’esistenza.
Nei
vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza
come
da un finestrino aperto di vettura in corsa,
nella
tua voce crepitio di fiamme,
nelle
tue vene un grido profondo di vita,
nella
tua bocca il canto vellutato della notte,
nei
tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso
come
quando poco prima di un forte temporale
cadono
i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso,
nei
tuoi capelli i riflessi della luna purpurea,
nell’acqua
seminale del tuo sesso un sapore d’amarena,
negli
interstizi delle tue grandi labbra
la
rossa pena della vita,
nel
tuo talento il mio talento di essere
senza
talento senza portento senza contento,
nel
tuo sguardo un contrassegno del mio dolore
come
il contrassegno apposto dal doganiere
a
una valigia distrattamente frugata.
Vedi?
Sono come luna,
e
come luna brillo solo di luce altrui
come
luna so vivere solo di vita altrui.
Così
mi muovo lentamente sul tuo corpo,
attento
a non svegliarti,
pregando
che non ti desti.
Addormentato giaccio nella tua ombra
che fissa il mio destino
respirando il tuo profumo di pioggia.
Sveglio,
mi desto nell’aroma di frutta secca della tua bocca
mentre
la tua essenza d’aurora
un
nuovo giorno accende in me,
dolce
di zucchero
e
cannella.
INSONNIA.
Tu
dormi, io insonne ti guardo dormire:
il
tuo corpo disteso s’un fianco è una pura forma di acciaio,
la
tua pelle è un tamburo forsennato che si confonde con la notte,
e
con la notte si confonde pure il tuo negro crine corvino,
e
fulgide stelle mostrano le dischiuse tue labbra,
come
se la notte,
stanca
d’inseguire il suo sposo passeggero il giorno,
nel
tuo alvo discesa abbia discinto il manto
a
coprire le tue membra
dimenticando
nella tua bocca i propri monili.
Amore
mio, tu sogni, io non dormo, e insonne ti guardo sognare.
E
chissà quali mondi sogni, in quale universo ora sei,
da
quali pianeti è minacciata la tua luna.
Forse
sei in compagnia di un altro uomo,
o
mi ami anche dormendo?
Amore
mio, tu sorridi, io impazzisco,
e
a te sorridente il mio guardo
rivolgo
tremulo e nebuloso
per
il pianto che mi sorge sul ciglio.
A
quale uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?
O
mi ami anche sognando?
Io
non lo so
poiché
anche vicina mi sei lontana,
ed
è come se tu non ci fossi
e
mi sfuggi anche se sento battere il tuo cuore sotto la mia mano
ma
non so se batte per me:
non
lo so e questo mi fa soffrire.
Mentre
tu sogni, io ti guardo dormire
e
questo mi fa impazzire.
Questo
solo so: che se tu smettessi di amarmi
vorrei
che il tuo cuore smettesse di battere.
Così,
tutte le notti piango,
tu
dormi e io piango
tu
sogni e io piango
tu
sorridi e io piango.
Come
alga dolcemente accarezzata dal vento
nel
mare del tuo letto ora ti agiti sognando,
nei
tuoi occhi due onde per affogarmi.
PIACERI.
Il
caffè mattutino e lo spuntino di mezzanotte,
le
poesie di Kavafis e i racconti di Bukowski,
le
passeggiate in bicicletta,
camminare
nel torrido sole del meriggio,
il
mare e la pioggia battente,
le
pannocchie e le uova sode,
il
miele e la meliga,
il
tuo abbraccio nel cuore della notte,
la
tua tristezza e il tuo dolore,
il
tuo sesso palpitante nel buio,
il
tuo respiro quando dormi,
la
tua pelle e le tue labbra,
le
tue gambe e i tuoi piedi,
le
tue mani e il tuo sguardo,
il
tuo sorriso e le tue palpebre,
la
curva arrogante dei tuoi fianchi,
le
tue linee aerodinamiche,
la
tua pura forma d’acciaio,
le
mie labbra sulle tue labbra,
la
mia mano sul tuo seno,
la
mia mano sul tuo sesso,
la
mia mano sul tuo corpo,
il
tuo corpo sul mio corpo.
Soprattutto,
il
tuo corpo sul mio corpo.
L’AMORE.
Campana
che sventola contro l’azzurro-cielo
fruttuo
risveglio tutto fruttare-fratturare
stritolamenti
profondi
e
bacî
in centrifuga fruttescenza
fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo
m’immillanto mi ammollo mi ammalo
m’innamoro
m’indoro
inodoro
e
orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso
strapiombo
da cui risalgo per ghiacci e guani
parestesia-anestesia
diffusa di presenze/assenze
agnizioni
in tralice e riapparizioni di straforo
(il
momento d’oro)
((...))
(
)
male
oscuro - male nervoso - male nevoso
scilicet
gioco
di sbieco e intermittenza di paresi di cloni
di
eoni in tralice
virginea
tristezza quale erbetta da cena - verzura
pungenti
venti settembrini e vini agretti
cane
testardo che rotea fiuta adocchia
e
alza la zampa al cippo del mio memento
testa
di cane che abbia morta.
L’AMORE
COME UN CANE INCIMURRITO.
L’amore
mi perseguita
come
un cane incimurrito
in
agguato dietro la siepe
mi
attende per azzannarmi.
L’AMORE
È UN VECCHIO BASTARDO.
L’amore
come
un vecchio bastardo
con
sguardo furbesco e sigaretta
tra
le labbra sogghignanti
mi
guarda spavaldo.
Certo
un giorno lo ucciderò
e
fumerò la sua sigaretta.
L’AMORE
COME UN PAPPAGALLO.
L’amore
come un pappagallo
ripete
che io ti amo
e
che tu mi ami
che
io ti amo e che tu mi ami
che
io ti amo
che
tu mi ami
che
tu mi ami e che io ti amo
che
mi ami mi ami mi ami
che
ti amo ti amo ti amo
e
lo ripete ancora e ancora
e
ancora sempre la stessa fastidiosa nenia
sempre
la stessa importuna cantilena
sempre
la stessa opprimente melodia
sempre
la stessa uggiosa litania
sempre
la stessa molesta solfa
sempre
la stessa fastidievole tiritera
lentamente
scemante nelle sabbie del ricordo
svanisce
tra le nebbie del tempo.
L’uccello
del perduto amore
domani
lo strozzerò.
AMORE.
Amore:
non dico questa parola invano.
amore,
non dico il tuo nome invano:
solo
a te cede il mio orgoglio
solo
a te cede il mio sesso
solo
a te cede il mio cuore.
Amore:
non dico questa parola invano.
amore,
non dico il tuo nome invano:
ogni
volta che assoggetto il mio orgoglio al tuo volere
ogni
volta che piange l’anima i tuoi inganni e tradimenti
ogni
volta che sopporta stillicidio il cervello
ogni
volta che distogli da me lo sguardo
il
cuore urla la sua sentenza.
Amore:
non dico questa parola invano.
amore,
non dico il tuo nome invano:
quando
sorge l’eburnea aurora
e
ti ritrova al mio fianco
e
in me penetra un tuo nuovo giorno
allora
la mia pelle vibra
con
sapore d’amaranto
e
allora s’inizia per me
una
vita nuova.
POESIA DEL COME.
Come l’alba scioglie il trucco della notte
come la notte cancella gli affanni del giorno
come il giorno cancella le paure della notte
così tu spazzi le mie paure i miei affanni
dissolvi i miei trucchi.
Come la notte si perde nel giorno
come il giorno scema nel tramonto
come il tramonto si consuma nella notte
come la notte dissolve nel giorno
come il giorno scioglie i nodi della notte
così io mi annullo in te.
Come il tuffatore si getta nel fiume
come il fiume si getta nel mare
come il mare rigetta trombe di schiume attorte
come le schiume del mare si rigettano sulla terra
come la terra accoglie l’occaso di rame
come l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena
come la sera si fonde col mare d’amaranto
risucchiano nel suo imbuto l’occaso di rame
così mi abbandono a te.
COME
UN INNESTO.
Amore,
come
un innesto
con
il tuo cuore dentro il mio cuore
formeremo
un piccolo giardino:
i
tuoi baci il sole
la
mia bocca il fiore
che
al mattino la luce dischiude.
COME
TI AMO.
Come
l’acqua con le bollicine
come
il pane spruzzato di olio e sale
come
una poesia
come
il tramonto estivo
come
il latte
come
il vino nella botte
come
succhiare un grappolo d’uva
come
essere svegliato da un raggio di sole sul viso
come
dormire in riva al mare di notte
come
una cavalcata in macchina a 200/h
come
fumare una sigaretta alle 3,30 della notte
come
una passeggiata in bicicletta
come
la nuda terra che brucia nei giorni d’estate
come
la nuda carne che brucia nelle notti d’estate
come
la mia pelle:
così
ti amo.
COME
PER MIRACOLO.
Come
per miracolo mi guardi
come
per miracolo mi sorridi
come
per miracolo mi abbracci
come
per miracolo mi tocchi
come
per miracolo mi baci
come
per miracolo mi ami
come
per miracolo il sole gira
come
per miracolo uccelli volano
come
per miracolo il mare ruggisce
come
per miracolo la pioggia cade
come
per miracolo la sigaretta brucia
come
per miracolo il giorno splende
e
come per miracolo splendi anche tu,
e
allora la mia vita si desta e corre.
Come
per miracolo
quando
mi guardasti per la prima volta
comprasti
la mia nuda proprietà
e
come per miracolo, come in un sogno
ora
vivo in un corpo che non è mio
in
compagnia di una mente che non ragiona
e
ti pensa anche quando non voglio
vivo
con occhi che non dirigo
e
ti guardano anche quando non voglio
con
un cuore che non comando
e
ti ama anche quando non ti amo
e
gli ordino di non amarti.
VIVO,
NON VIVO.
Da
eterni esili eternamente ritorno,
fatto
duro, fatto oscuro,
e
con i giorni e con le notti mi confondo
divelto
cuore affondato tra erbe e prati
a
silenzi confidati e ai tuoi occhi di stella
come
a mari lunari e diottrie di Ottobre
mi
volgo.
Vivo
per te
vivo
per te
vivo
per te,
e
per te mi aggiro e mi raggiro
fuori
dal mondo
fuori
luogo
tra
vivide distese d’Aprile
e
vani prati d’amore febbrile.
E
vivo per te ma non vivo
e
amo e sono infelice
più
ti amo più sono infelice
più
non ti amo più sono infelice
più
sono infelice più non vivo
più
non vivo più ti amo
poichè
come luna so vivere solo di luce altrui
e
come luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri
che
esplodono nella notte uniforme
uguali
a fuochi d’artificio colorati.
Là nel cielo
là
nel terrore
mutati
sono i contorni
i
confini del mondo
ora
che la tua luce si affievolisce
e
s’offusca la parola
e
la mente sfolla
e
l’anima crolla.
Ossessione
il tuo nome
come
oscuro rivo di sangue
nelle
mie vene gorgoglia
oscuro
cemento rappreso
in
povere sillabe tessute di enigmi
grumo
di tumori nel mio deluso
disilluso
ottuso cerebro leso.
LA
MIA POESIA.
Fanciulla
dalle lunghe ciglia come le ariste dell’orzo,
quando
ti guardo io divento pura forma corporea
senza
ambizione e senza desideri
senza
rimorsi e senza rimpianti
senz’altro
senza stimoli.
Ragazza,
la mia poesia vive solo nello spazio da me a te
per
il breve istante d’eternità apparente d’un bacio
come
il fulmine vive solo nel breve lampo di luce
che
lo separa dall’albero.
Donna,
tutti ti bramano ma tu sai che le tue labbra
sono
bagnate dai soli baci degni della tua bocca selvaggia.
FINCHÈ
TU ESISTI.
Amore
mio, finchè gireranno gli astri e le stelle
e
sorgeranno i giorni e le notti,
allora
anche tu esisterai,
e
la mia ragione e la mia rabbia sarai,
mia
magnetica visione,
mio
sesso e castità,
mio
impeto e mio chiodo fisso,
mio
elabro in mutande.
Amore
mio, finchè tu esisterai
esisteranno
paura e angoscia
poiché
non è altra pena
fuorchè
sapere che tu vivi e possa soffrire.
Amore
mio, finchè tu esisterai
nessun
tormento mi sarà estraneo
poichè
su te dovrò vegliare
e
ogni possibile male annientare.
Ma,
amore mio, quando tu più non sarai
allora
per me sarà il buio
poiché
non è altra luce
se
non quella che tu irradi
quando
mi guardi
e
dolcemente sorridi.
Il
tuo volto è la mia luna
il
tuo corpo è la mia notte
il
tuo sorriso le mie stelle
e
tu, tu sei la mia rabbia:
finchè
vivi e vivo
non
esiste pena più grande
fuorchè
sapere che tu esisti
e
possa soffrire.
Tu
sei la mia schiavitù di saperti viva
sei
la mia ossessione di saperti tangibile
sei
la mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel
momento stesso in cui ti afferro
ombra fuggitiva d’ideale piacere.
Tu
sei
per me
la
rabbia.
REIETTI
E RINNEGATI.
E
infine saremo lì,
lì
tra i reietti e i rinnegati,
tra
gli emarginati,
certamente
non voluti,
certamente
non graditi,
con
tutte le nostre ferite e i nostri graffi
certamente
non rimarginati,
tra
quelli che non sanno come comportarsi,
tra
quelli che non sanno che cosa si debba dire
e
che cosa non si debba dire,
tra
quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,
noi
saremo lì
certamente
non voluti
certamente
non graditi
certamente
non desiderati
certamente
disperati
soli
io
e
te
su
questa strada
viziosa
oscena
scandalosa
vergognosa
saremo
insieme
su
non battute strade
su
non percorsi sentieri
senza
soldi senza mete senza ideali
e
senza veri desideri
soli
e lontani
da questo spietato mondo allucinante
e da questa perfida gente
che ci fraintende
che ci aborre
ci disprezza
ci maledice
ci esclude
e ci vuole rinnegati ed espunti.
E noi
noi saremo lì
rinnegati
espunti e
cancellati
soli
e felici
della nostra assenza
della nostra reciproca presenza
della nostra sola essenza
ambendo solo a vivere
a vivere malgrado tutto
nonostante
tutto
mentre la notte brucia tra le fiamme
e il nostro amore corre come un cane
con il cuore in bocca
e un ghigno tra i denti.
ALCHIMIA.
Davanti
a me
stendi
a fuoco la meravigliosa vita
e
gemma arida e pura rendi la morte.
Sei
la verità che si posa sul mio fronte
e
tocca e arde e insegue e fruga
ogni
ruga, ogni ruga.
Gemma
del deserto sei
anzi
fiore del deserto
e
come fiore effondi soave sapore
di
mare-amarena-amaranto
quando
muovi i tuoi agili fianchi bruni
brunendo
il giorno e incendiando la notte.
Mirifico
occhio di mosca sei,
selva
ondosa ondulata di verde-frescura
labbra
vibratili di moscerino
radiante
sole dentato dentellato
plurimo
proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi
arnia
porosa di dolcissimo miele
offuscato
labirinto di rugiade
cicaleggio
di mille splendidi soli
e
perpetue sillabe-fame
stupro
dell’occhio incapace di guardarti
puro
raggio-miraggio-destino
energia
che si dissangua e mi dissangua
egro
barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso
respiro
spirante in sospiro
sospiro
spirante in sogno
fresca
pienezza di frutto maturo
frutto
di te stessa nella linfata sera
nel
meriggio icosaedrico
allorchè
il giorno muore
e
ombre di morte si stendono sulla pelle
e
pensieri volano come ali senza ombra
e
risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate
affollata
di brezza marese
e
ogni azione diviene fioca paralisi
ogni
volontà aberrante frana rovina
ogni
saluto una esiliata lontananza.
2,34
A. M.
Piove
stanotte,
e
l’acqua buia trafigge il tetto e inonda la nostra camera
bagnando
il letto e le nostre fragili esistenze
mentre
il sangue continua a scorrere
nelle
nostre vuote teste.
Pioverà
forse tutta la notte
e
noi dormiremo trafitti
dall’acqua
buia che rimbomba sulla nostra pelle
e
sulle nostre vecchie ferite e anche sulle nuove,
quest’acqua
che non lenisce le nostre pene
ma
come una macchina per scrivere
batte
contro le finestre inesorabilmente
il
suo ticchettio di telescrivente
e
insistente ci ricorda
quello
che non siamo
quello
che non fummo.
Come
è triste, alle 2,34 della notte,
pensare
a quello che saresti potuto essere
senza
avere saputo mai che cosa essere,
mentre
l’acqua gronda e lava le nostre sporche coscienze
e
ci ricorda che siamo qui, qui io e te,
in
questa stanza che odora della tua pelle di vaniglia
e
solo questo stanotte conta.
QUELLO
CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.
Dolcezza
fummo
violenta
armonia
di contrari - di opposti - di antipodi
come
due tropici - come due emisferi
austro
e bora
chimico
incontro e labile psichismo
fummo
mare d’inverno e papavero raggiante
tu
la rabbia che l’amore esaspera
io
il coltello che la rabbia affila
la
lancia che la rabbia scocca
la
pistola che la rabbia esplode.
Amore
senza fine inerte fummo
sangue
senza corpo
forza
senza sfogo
luce
senza spiraglio
acqua-fiume
senza sbocco
livellato
compromesso
composito
coacervo colloidale
di
occhiute iridi gemmate.
Ma
più di tutto
tu
fosti per me
febbricitante
fabbro di orgasmi
singultoso
afflato di morte
insufflato
in soffi di buio-freddo
agghiacciato
da tardive nevi primaverili
su
sabbie su spiagge
di
conchiglie e miraggi
tu
fosti per me.
Non
credere dunque silenzio il mio silenzio:
quando
mi sorprendi in silenzio non sono in quiete
ma
taciturno mi preparo a viverti,
e
allora basterà un tuo sospiro
e
come fiore al sole esploderò
dischiudendo
i miei petali
al
richiamo della tua voce.
Basterà
un tuo sussurro
e
sarà torma che turba e disorienta
e
agguati di tentacolari piaceri
sarà
grido e strepito ed eccesso di accesi sessi
e
cascame fronzuto di stelle
e
sanguinante crepuscolo vorace
sanguinante
coagulo di forme madide
liquidi
proteiformi palinsesti
dove
ogni giorno ci rincontreremo
rinascendo
ogni giorno,
conoscendoci-scoprendoci
ogni giorno nuovamente,
tu
rete da pesca, io mare che la rete taglia
ma
tra le sue maglie non imbriglia.
IO
E TE.
In
precipiti lontananze capovolte,
in
specchi verberanti rubati immagini
io
e te un unico affanno
un
unico oblio.
Dove
il fiume diveniva mare
e
il mare giocava con il vento
facendo
onde-spume e cavalloni
e
le schiume lambivano i tuoi piedi,
lì
sulla sabbia vergine-lattice
con
te giacevo
preso
nella rete dei tuoi capelli
perso
nel buio silenzio dei tuoi occhi
mentre
l’aurea vampa-fosforo del sole
si
adagiava stanca sulla riva.
Lì
con te io ERO
e
pura energia divenivo
statura
- mole - anima - frizione
degna
di misurarsi con gli dei,
lì,
nelle notti di resina e di latte
profumo
di zagara bevevo ai tuoi calici
e
i tuoi occhi adoravo
mentre
scorreva il mare-notte
e
io bevevo alle tue coppe.
IO
– TU.
Io
non sono oggetto e non sono soggetto,
non
sono obbietto e non sono subbietto,
non
sono glottico furore, non sono silore,
non
sono quiete, non sono moto,
io
sono e non sono,
io
suono ma non sono sòno,
sordo
vacuo tamburo sono,
incapace
di affondare gli occhi nella cruna dell’ago
non
sono cammello capace di negarsi abbastanza,
io
sono e non sono,
ma
credo con forza e forma
in
tutto il mio nulla.
Tu
sei nodo alla gola
che
mi lega e avvince
ed
eccita e sconvolge
ogni
mattino,
pattern indecifrabile
e
linfa senza fiele,
linpha senza phiala
linfa
senza fine
e
fine senza miele,
ma
credi con tutta te stessa
nel
tuo inesistente tutto.
Più
ti perdo più mi perdo
più
mi perdo più ti perdo
più
ti allontani
più
mi sei simile
con
la tua non-volenza
con
la tua mozza armonia
con
i tuoi grumi infantili d’odio
con
i tuoi pensieri pronti all’anancasmo
con
il tuo fremito che corre
dal
coccige all’occipite.
Superstite
uguale a me
superstite
uguale a te
a
fondali eternizzati in pellicole trasparenti
a
cielici altori d’infinito
a
ignei orizzonti sublimizzati,
aizzati
oltre nubi polverizzate pulviscolari
oltre
il firmamento degli inverni
oltre
in firmamento degl’inferni
oltre
il firmamento degl’infermi.
Ma
morire
per
farci superstiti
si
può?
A
VOLTE.
A
volte succede che io mi stanchi
di
essere uomo,
sperma
e sudore,
di
essere questa mente
e
questo nome qui,
e
questa sporca coscienza,
ambivalente
e ambigua,
e
queste mani
e
queste lunghe gambe
e
questa faccia sporca,
di
essere solo e forte,
di
tutto e tutti,
di
essere libero da te,
di
essermi liberato di te,
di
essere senza te,
di
essere libero
di
me.
Senza
te quanto minacciosi sembrano i cirri all’occaso,
senza
te quanto tenebrosi i nomi dei mesi
e
lugubre e insopportabile la parola “Inverno”,
senza
te quanto penosa la vita,
inutile
il tempo,
insignificante
il
sole.
Così,
succede che vorrei solo
intrecciare
la mia lingua alla tua lingua
e
fare un viluppo di filamenti di saliva
in
continua progressiva geminazione-germinazione.
Angoscia
è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe
distese
e ferme come dure acque di ruscello eppur vivide,
angoscia
è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi
e
che troppo distante non mi riscalda,
angoscia
è pensare al sangue che ti scorre nelle vene
anche
se non sei con me,
angoscia
il tuo impercettibile respiro quando dormi
e
io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba,
angoscia
immaginarti versare nel buio
il
tuo miele ostinato,
angoscia
il tuo sesso che piange lente lacrime sporche
appese
come piccoli ragni a un filo metallico
o
biancheria ad asciugare.
Vorrei
che il mio silenzio fosse il tuo stesso silenzio
il
mio sesso il tuo stesso sesso
il
mio piacere il tuo piacere
la
mia rabbia la tua rabbia
le
mie paure le mie paure
vorrei
che i miei sogni fossero
i
tuoi sogni.
Anche
se mi basterebbe
ad
essere felice
infinitamente
felice
indebitamente
felice
che
i tuoi sogni fossero
che
i tuoi sogni fossero e basta
poichè
irragionevolmente
i
tuoi sogni
i
tuoi sogni sono
sono
i miei sogni.
ORA
CHE NON CI SEI.
Nera,
eppure
per me
eri
l’alba,
eri
l’aurora,
e
i tuoi occhi erano due soli.
Quando
ti destavi
un
nuovo giorno penetrava in me
e
la mia anima tremava come luna nel mare.
Quando
mi guardavi
e
un nuovo tuo giorno penetrava in me
la
pelle brillava, con sapore di amaranto.
Ora
che non ci sei è il buio,
poichè
non è altra luce di quella che tu irradi,
e
la tua pelle non illumina più le mie notti,
i
tuoi fianchi bruni e il tuo grembo
non
cullano più i miei sogni.
FARSI
UNA SEGA.
Quando
sei con una donna che ti piace e che ti ama
e
anche tu la ami,
il
sesso è diverso, è bello,
c'è
qualcosa che succede
dietro
l’atto in sé:
una
specie di scambio di anime.
Farsi
una sega dista un pelo dalla cosa vera:
eccoti
lì, che ti stai masturbando,
e
fantastichi sullo scoparti una donna da cima a fondo,
e
poi quell’orrendo coso viola con le vene in rilievo
sborra,
e tutto finisce così come è iniziato
e
tu ti stendi e ti rilassi e pensi
<<beh
non è stato poi tanto male...>>,
ma
manca qualcosa:
è
quello scambio di anime
come
rimanere nel letto abbracciati e parlare ancora un po’,
o
addormentarsi mano nella mano,
pelle
nella pelle,
bocca
nella bocca,
fiato
nel fiato.
Sono
queste cose che ti mancano:
cose
un po’ sdolcinate,
cose
piccole, gentili,
affettuose,
cose
così.
LA
TUA ASSENZA.
Sempre
assente eppur sempre presente,
come
lucertola fuggisti
lasciandomi
la coda tra le dita:
volli
serbarti solo per me
troppo
forte ti strinsi
soffocandoti
e
non sei più qui.
Quando
parlo non sono io a parlare
ma
è la tua voce che in me parla,
quando
rido non sono io che rido
ma
in me ride il tuo sorriso,
quando
piango non sono io a piangere
ma
i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi,
e
la mia solitudine è solo la tua assenza.
La
tua assenza
mi
spia ogni attimo,
la
tua assenza m’insegue
ogni
giorno,
ogni
ora,
ogni
minuto,
io
scappo e corro via
ma
lei mi raggiunge
non
posso sfuggirle
e
quando provo a sfuggire
lei
mi piega le gambe
e
cado.
La
tua assenza dondola nell’aria come un’ape:
è
un ponte indistruttibile tra noi,
che
più sottile di un capello,
più
affilato di un coltello,
taglia
il filo dei miei pensieri
e
mi lascia stordito.
La
tua assenza come la luce del giorno
ogni
giorno ogni mattino ogni ora
mi
sveglia e si versa sui capelli
cola
tra le mie mani
mi
cinge la vita
e
rivola fino
ai
piedi.
BASTEREBBE.
Amore
mio, ora che la sera lenta s’annera
basterebbe
che mi toccassi il cuore
perché
la notte ardesse tra fiamme lambenti le stelle
e
il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
Amore
mio, basterebbe una tua carezza
perchè
il mio sangue risillabasse desideri e sogni
nelle
vene da tempo occluse
e
questo cervello di stagno risuonasse
di
cicale crocidanti e crepiti di sole di nuovo
e
la mia anima inaridita rigorgogliasse di nuovo amore.
Amore
mio, basterebbe solo un tuo soffio
perchè
questo mio polveroso cuore scordato-dimenticato
si
ridestasse acerbo e intatto
con
stridente strepitante clangore di feroce torrente
nell’echeggiante
foresta.
E
così risuonerebbe, risuonerebbe questo mio cuore scordato
con
scroscio di pioggia e sciabordio di acque e crepitio di fuoco
risuonerebbe
tra sogni reali e piaceri inafferrabili
erratici
intangibili e vaganti nel mio cerebro
leso
tra rami spezzati e pioggia scalpicciante
risuonerebbe
questo polveroso mio cuore
forando
il tempo e la mia mente drogata
risuonerebbe
in questa sera
che
lenta l’ora s’annera
e
scialbando all’occaso
la
chiaria dispera.
TI
CERCO.
Ti
cerco e non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,
ti
cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio,
ti
cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
Vieni,
amore mio amaro,
Vieni,
amica mia cara,
slanciata
mille sottili in raggi d’aurora,
vieni,
ti bacerò sulle labbra e sui seni
i
tuoi dolci seni più dolci del vino,
vieni,
bacerò la tua pulviscolare-fluida-reticolare
natura
vegetale,
vieni,
nei prati e nei boschi della mia anima debole-lurida
(là)
- (sotto) - (dentro) - (giù) - (nel profondo)
a
impaludare i miei sogni
nel
pozzo senza fondo
fili
- fiati - unghie - schegge - muschi
vischi
scompaginati
sparsi
sparpagliati arpionati.
VIENI.
Amore
mio,
se
a me più bella e leggiadra domani venissi,
uguale
a oggi io ti vorrei
e
quella stessa bocca bacerei.
Ma
tu non vieni,
né
bella né brutta.
Perché
dunque non vieni?
Perché,
perchè non vieni?
Più
di morire non si può
ma
tu non sei morta,
non
è forse vero?
E
allora perché non vieni
nè
bella nè brutta?
Vieni,
così come sei,
bella
o brutta che sei,
vieni,
né bella né brutta,
vieni
anche con occhi ciechi,
pur
pallida e disfatta,
vieni,
pur triste e negletta
ma
vieni, affinchè io non creda che tu più non sei.
SE
TU VENISSI.
Se
stasera tu venissi a me
sull’orlo
del mio letto ti farei sedere,
e
accosterei la mia coperta alle tue spalle,
e
con la mia pelle di serpente
farei
scudo alla tua chioma di scorpione,
e
col mio cuore di ghiaccio farei giaciglio
alle
tue membra di freddo-gelo,
con
le mani un cuscino per il tuo viso
e
con le mie braccia un arco per cullare il tuo sonno,
e
monili con le mie lacrime per il tuo collo,
e
poi rimarrei così a guardarti
mentre
l’animo urla i suoi suicidi.
Dunque
vieni a me,
e,
come si affonda nell’acqua,
immergiti
nel sonno accanto a me,
abbandona
il capo nell’arco delle mie braccia
ma
nel tuo sogno non dimenticarti di me.
DOMANI.
Oh
amore mio,
vorrei
che domani ancora ti stringessi a me
poichè
non so viverlo questo mondo
sbagliato
e imperfetto.
Oh
amore mio,
vorrei
che ancora mi stringessi
quando
scenderà la sera e la tenebra
stenderà
il suo buio manto.
Oh
amore mio,
vorrei
che quella notte fossi ancora tu
vorrei
che ancora mi tenessi la mano
quando
questo cielo di stelle
mi
trafiggerà come mille cuspidi di lancia
appuntiti
e taglienti come i ricordi
o i rimpianti.
OSSESSIONE.
Al
limitare del giorno,
allorchè
la notte fa senza pudore
del
mio corpo un fiore discosto,
in
assurdi spazi claustrofobici trasvolo e sudo,
e
in un fosco eremo deserto io mi ritrovo
dove
resto solo e trafitto da nuove perversioni,
e
il mio sesso si erge morboso
e
mi spinge contro le calde spire della notte isterica,
tra
distese d’immondizia e siringhe.
Al
limitare del sonno,
quando
il sole affretta l’agonia della notte
e
l’orina preme nella vescica
e
i suoi colori turgidi veste il giorno
che
fa del tuo corpo un fiore discosto,
spaventoso
e ossessionante
mi
viene incontro il sesso e ridesta
nuove
erezioni.
OSSESSIONE
DUANA.
Di
notte mi sveglio di soprassalto
madido
nell’alvo dei miei errori
con
in bocca un sapore di veleno che non uccide,
solo
confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri
che
mi fissano dal soffitto e mi guardano non-vivere
appeso
alla ragnatela dei miei pensieri ambigui
intrappolato
nella rete dei miei sordidi piaceri
soffocando
nell’aria che non posso respirare
di
desideri insani.
Era
un luogo in cui io e tu eravamo amanti previsti,
così
di notte mi sveglio e provo a immaginare
che
cosa di noi sarebbe stato
se
tanta disperanza dentro
non
m’avesse divorato.
OSSESSIONE
TERZANA.
Sterile
figlio della notte infeconda il rimorso
vaga
nei labirinti della mia insonnia
appeso
ai filamenti di latte coagulato del ricordo
come
un ragno appeso alle aragne del rimpianto
teso
come una “spada di Damocle” sul mio sonno.
È
un albatro che canta le sue orribili odiose nenie
tra
le nere coltri della notte
e
le sue grandi ali mi conducono a sperduti liti
dove
t’incontro di nuovo,
perduto
amore,
e
la tua stellata fronte rivedo
e
i tuoi occhi scolorati bacio.
NON
FU AMORE PRIMA DI TE.
Non
fu amore prima di te:
come
calore e chiarore di fuoco
nascono
insieme dalla stessa fiamma
così
amore sorse in me al tuo apparire.
E
ora che più non sei qui
la
sera resto aspettando la tua telefonata
e
la mattina m’illudo svegliandomi
di
ridestarmi accanto ai tuoi occhi
e
non posso fare altro che ricordarti
e
contemplarti senza poterti vedere,
strana
amante di cui solo in sogno posso toccare il viso,
poichè
tu ed io eravamo un unico fiume
che
attraversa una landa desolata
circolare
e infinita,
tu
e io, un unico grido sordo.
Seni
d’ambra
denti
di giglio e viso pure di giglio
tu,
mio dolce elabro in mutande,
mia
visione magnetica sei
mia
redenzione e condanna
salvazione
e pazzia
canzone
e veleno
vigilia
e sonno
terrore
e miracolo
pericolo
ed estasi
ogni
volta che s’inizia la notte.
Bruni
fianchi incombenti come neri cirri
profumo
ridente di membra innocenti
elettro-magnetico
fulgore di capelli
e
brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi
i
tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e stupiscono.
Sei
la quiete e lo scandalo
l’incontro
e la fuga
candore
e colpa
infinto
e informe
memoria
e specchio
sconfitta
e risata
impeto
e vergogna
divario
e quotidiano
sei
la ragione per l’insolito
quando
la vita stanca si annoia e sbanda
sei
la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio
quando
sotto il tuo crudo amore mi sento morire
e
il tuo sguardo è per me ultima fragranza
di
remoto rossore
ultima
fiamma che si dissolve e scema
lieve
saluto di vagabondo
sguardo
fraterno di condannato
calda
complicità di maledizione
fragile
caparbietà di speranza
patria
infinita dell’apolide.
Dal
tuo amore nasce la mia angoscia
nel
tuo affetto la mia solitudine
ma
io non voglio essere solo
ho
insaziabile fame d’amore
e
la sazio con corpi senza anima
e
senza voce.
Il
tuo amore mi rende schiavo
è
la mia schiavitù e la mia desolazione
e
ora che tu più non sei un antico e greve gelo
preme
alle pareti del mio cuore
e
io solo e solingo solitudine cerco e solitudine trovo
nel
casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro
quale
terrore o disperanza senza tempo adesso mi spinge
dopo
tutto a evocarti in questa poesia
immobile
al bivio d’infiniti spaventi.
Il
passato è quello che ho perduto,
il
presente solo quello che ho vinto,
il
futuro l’ho già vissuto nei sogni e nelle ambizioni:
questa
è la sorte che io affronto
poichè
vengo dall’inferno.
Anche
il più sordido orrore possiede il proprio incanto,
le
grandi ambizioni sono delle grandi scemenze-demenze,
la
vita è rischio oppure astinenza,
esiste
un solo luogo per vivere:
l’impossibile.
TRAMONTA,
Tramonta
e
i miei incubi
iniziano
a cinguettare scemenze,
ma
tra poco arriverai:
poggio
l’orecchio alla porta
in
attesa dei tuoi passi
ma
sento solo il rumore delle scale
battute
dal mio cuore rotto
e
i suoi passi corrosi
dalla
speranza.
Annotta
e ancora non arrivi
e
ora che la tua voce
ha
il tono impalpabile dell’eco e del rimorso
e
con stento sento la sua cadenza
ora
che la luna discaccia il giorno
mi
accorgo di quanto sei lontana:
Più
della luna intangibile sei lontana.
Con
rumore di ala spezzata cade il giorno all’occaso
e
la luna riporta quanto disperde l’aurora
riporta
gli armenti dal pasco
riporta
la barca in porto
riporta
il contadino dai campi
ma
a me non riporta
il
tuo amore.
Oh,
luna di acciaio
luna
di febbraio
luna
di Luglio
luna
di maglio
incudine
e martello
luna
di Settembre
pozza
di latte coagulato
occhio
della notte
capezzolo
del cielo
parte
visibile del nulla
puro
peso e pura forma
luna
oscura come la sua pelle di pantera
luna
silenziosa come i suoi occhi
luna
imbronciata,
riporta
al cuore di chi non va
l’amore
di chi non torna.
VERRÀ
L’ALBA.
Finita
è la nostra notte,
e
tu come luna in cielo
intangibile
e lontana
adesso
sei.
Eppure
ancora ti sogno
ancora
ti sogno, ninfa dal marmoreo corpo,
in
sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
mentre
i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
Io
qui sulla porta come sempre
come
sempre ti aspetto senza pretese
e
sempre ripenso al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
VERRÀ
LA MORTE.
Un
giorno, presto o tardi,
mattina
o sera, estate o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
allora non sarò più in alcun luogo,
non
potrò più partire né tornare
e
non potrò più scriverti una poesia o una lettera,
non
potrò più telefonarti o sentire
la
tua dolce risata né ridere alla tua voce,
e
non avrò più in me la tua solitudine
e
tu non avrai più in te la mia solitudine.
Un
giorno, presto o tardi,
mattina
o sera, estate o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
il tempo sarà come congelato
così
rigido e immobile
che
lo si potrà appendere a un chiodo
o
tagliarlo con un coltello.
Quel
giorno io porterò sotterra
soltanto
il rimpianto
del
nostro canto interrotto.
Un
giorno,
presto
o tardi,
mattina
o sera,
estate
o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
avrà i tuoi occhi
i
tuoi occhi più dolci
del
miele.
VERRÀ
IL GIORNO.
Verrà
il giorno in cui tutto sarà arso
nella
frode che ogni cosa corrode
e
più significato non avranno
gl’impegni
e le coincidenze,
gli
orari e gli appuntamenti,
gl’inganni
e i tradimenti,
i
mancati pagamenti,
e
allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore
e
abbandonarmi senza freni ai piaceri
per
metà reali e per metà erratici
vagolanti
nel mio cervello.
Verrà
il giorno in cui non più varranno gl’inganni
di
chi crede che la realtà sia quella che si vede
e
allora avrò l’invenzione e il movimento e l’amore
e
soprattutto avrò te.
Verrà
poi il giorno che non conterà più l’amore
e
allora ti guiderò nel sole di un Luglio rovente
e
lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del mio nome.
Verrà
il giorno che non conterà più nemmeno il sole
e
allora conosceremo l’arte dell’esistere in questo mondo,
non
già quella di essere (mistero imperscrutabile)
poichè
tutto avremo conosciuto maestramente.
Verrà
ancora il giorno in cui non varrà la conoscenza
e
allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo
di
morte stagioni e infinitivi universi negativi
e
sarà inutile dire e dirti e pensare
poichè
tutto mi dirà di te.
Verrà
infine il giorno in cui non più saremo
e
quella sarà l’ora dei vacui fuochi
e
delle vacue larve e dei fatui fati
ora
di nigredo e di fimo plorante
e
di mutacico liquame
ma
sempre per me sarai la bambina
dalla
faccia piccola e rotonda
che
dai suoi grandi occhi e rotondi
sempre
lancia l’urlo della sua solitudine
l’urlo
delle sue cicatrici
e
della sua vita importuna
inopportuna.
Ma
giunto che sarà quel giorno
tu
splenderai come sempre
bellissima
come una pesca matura
lanciando
bagliori d’oro e amaranto:
alla
tua estrema bellezza
la
condanna crudele
per
nulla lede.
VERRÀ
LA NOTTE.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore,
quest’odore
che m’inebria,
quest’odore
che mi perseguita,
da
mattina a sera,
nascondendosi
tra le coperte i vestiti e le ore,
impigliandosi
ai miei capelli,
alle
mie dita e ai miei tatuaggi,
quest’odore
zucchero e cannella
che
si incolla al palato come mica
e
come brivido si muove sotto pelle.
Verrà
la notte e avrà i tuoi occhi,
i
tuoi umidi occhi,
questi
occhi che mi spiano
anche
quando non ci sei e
mi
seguono da mane a sera,
come
l’ombra segue il sole.
Verrà
la notte e sarà un momento
(come
la morte),
giusto
il tempo per finire questi versi e dirti
che
quando sciogli i capelli
allora
per me effonde la notte
e
dispiega il suo manto di stelle.
SENZA
DUBBIO.
Eppure
sarebbe senza dubbio splendido
passeggiare
ancora con te in un luogo azzurro
o
fumare un’altra sigaretta insieme
seduti
in terra
guardando
il cielo correre e il tempo trascorrere
io
pensando con egoismo al mio lavoro
e
al tramonto che passa
e
tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi
esali
un’antica armonica ed emani una soave nostalgia
che
si aggruma nella ferita del tuo sorriso,
inutile
sigillo di frustrazione e desiderio.
Sarebbe
senza dubbio splendido
poter
fare insieme ancora una colazione lauta e confusa
o
al mattino svegliarci pelle nella pelle
bocca
nella bocca
fiato
nel fiato
mentre
tu apri gli occhi e mi sorridi
e
io ti guardo
preoccupato
per la mia anima
nel
momento in cui tu non sarai più con me
(già
sapevo che sarebbe arrivato quel momento).
Sarebbe
senza dubbio splendido
svegliarmi
al mattino e vedere il tuo sole
impregnare
di stupore le mie dita,
stare
ad ascoltare con te la notte che scende
e
ci risucchia nel suo imbuto
mentre
i diamanti della tua bocca imperlano la mia pelle,
e
poi addormentarci insieme
mentre
tu mi guardi con il tuo sguardo che mi disintegra
e
io aspetto in silenzio e invano
nella
stanza del mio cuore
che
tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano
e
venga a riscaldarmi.
È
freddo fuori e c’è la nebbia.
C’è
la nebbia e tutte le cose sono offuscate
da
uno enigma-stupore che non riesco a decifrare
e
nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi
e
ti perdi e ti perdo, mia impossibile Euridice,
e
più ti perdo e più mi perdo, impossibile tuo Orfeo.
<<Devi
avere fortuna con le donne,
perchè
si incontrano quasi accidentalmente.
Se
giri a destra a quell’angolo incontri questa,
se
giri a sinistra incontri quest’altra.
L’amore
è una specie di incidente.
La
gente si scontra e in questo modo si conosce.
Puoi
dire di amare una certa donna,
ma
c’è una donna che non incontrerai mai
che
avresti potuto amare da morire.
Ecco
perchè dico che bisogna essere fortunati.
Se
incontri qualcuna che si avvicina al top, sei fortunato.
Se
non la incontri, beh,
hai
girato a destra anzichè a sinistra,
o
non hai cercato abbastanza a lungo,
o
sei un tipo scialbo,
o
sei fottutamente sfortunato.>>
(Charles
Bukowski: “il sole bacia i belli”).
Anno 2019
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