"L'AMORE AI TEMPI DEL CAPITALISMO"

 

“L’AMORE AI TEMPI DEL CAPITALISMO.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 <<La vita ha quattro coniugazioni:

amare, soffrire, lottare, vincere.

Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.>>

 

(Oriana Fallaci).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0) EPITOME.

 

Il protagonista di questo inusuale romanzo, Gino Garbero, quarantunenne separato in casa con una figlia e orfano di un padre a cui era legatissimo, è un dipendente di banca anomalo, comunista impenitente, in una azienda dai chiari tratti fascisti. In 13 anni di banca non si è mai piegato alle pratiche sanzionatorie dell’ufficio personale ed alle intimidazioni degli sgherri della revisione interna. Non è felice della sua vita: tutto quello che poteva andare a rotoli ci era già finito. E come un orso ferito non si fida di nessuno e dal destino non attende più nulla. Anzi, ne ha quasi timore.

Presso l’ennesima, nuova agenzia dove viene trasferito, incontra la sua collega e vicedirettrice, Irene (più giovane di 7 anni, una figlia, e un matrimonio apparentemente felice), che vede il suo arrivo con preoccupazione tanto da definirlo “un problema in più da gestire”. A dispetto delle diffidenze reciproche i due cominciano ad annusarsi, scoprendo molti aspetti complementari l’uno dell’altra, fino a far nascere, dopo oltre un anno, un amore che sembra granitico. Gino, timoroso che finisca male, ci si butta dapprima con prudenza, commettendo una serie di errori sesquipedali, ed infine si abbandona a questo nuovo amore totalmente e senza reti di protezione.

I due vivranno una intensa relazione, caratterizzata dall’ostracismo della famiglia di lei, fino a quando l'odiata Banca trasferisce Irene ad altra agenzia. Da quel momento, inizia una lunga discesa verso gl'inferi, con l’ingerenza sempre più determinante della famiglia d'Irene che giungerà a rompere la relazione in modo traumatico. Garbero sarà costretto a far uso di psicofarmaci, fino a quando, ormai sull'orlo del precipizio, dopo aver seriamente rischiato il posto di lavoro, riesce a ritrovarsi durante un viaggio a Rimini, il luogo di vacanza della sua infanzia. Non vedrà mai più Irina, ma, senza perdere la speranza, riesce a spazzar via dal suo cuore la rabbia per quel tradimento e per le vigliacche manovre messe in atto contro di lui, da marito, sorella e cognato d'Irene. Si rende così conto che grande parte di quel fallimento è opera sua e pur non dimenticando il cinico abbandono d’Irene, si rimette in strada. Ammaccato e dolorante, riprenderà a mettere un passo innanzi all’altro, senza mai abdicare dai suoi sentimenti e dalla sua tensione morale. Proseguirà la sua personale lotta contro il capitalista, padrone unico della Banca, scegliendo di combattere per le sue idee ed accettando di buon grado quello che alla fine è il motore dei destini umani: il libero arbitrio.

La vicenda esposta in questo libro, si dipana in una cronistoria dal giugno 2015 al luglio 2019, intersecando più volte aspetti annichilenti del lavoro bancario, ambiente nel quale nulla di ciò che appare logico accade, rendendo la verità nascosta il cardine di un potere padronale ottocentesco, in cui unico obiettivo è massimizzare il profitto, senza alcun rispetto per il lavoro ed i lavoratori. Come Renzo ed i suoi polli sceglierà d’invocare giustizia senza comprendere che in alcuni ambienti ovattati è tutto prestabilito senza alcuna possibilità di cambiamento. Il suo sogno personale, pur giunto ad un passo non si trasformerà in realtà. Irene sceglierà di non viverlo, preferendo la comodità, artefatta, di una famiglia normata su regole borghesi. Gino, seppur disilluso, dopo una profonda analisi, s’imporrà di non smettere mai di attendere il suo amore, rispettando, tuttavia, la via del silenzio liberamente scelta da Irene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.

 

Quando, l’8 di giugno 2015, Gino Garbero giunse nella nuova agenzia di assegnazione, non era felice né per la propria vita, né per il nuovo trasferimento.

Aveva quarantun anni da compiere e, sino ad allora, la sua esistenza, nell’età adulta, era stata costellata da molte delusioni. L’ultima di recente.

La donna, non bella, mai amata, non esattamente un’aquila nell’utilizzo delle sinapsi, che sembrava tuttavia fedele, seppur una scelta di ripiego, con cui, dopo anni di rapporto, aveva generato una bimba, si era dimostrata tutt’altro che docile e tranquilla.

Quantunque lei avesse un nome proprio, lui, ormai esausto, considerato il valore così basso e scadente della persona, la chiamava “Crosta” - nomignolo che rende perfettamente l’idea.

Una donna che sfruttava e sfrutta ogni cavillo delle leggi catto-punitive, emanate per normare il diritto di famiglia nel post-referendum divorzile, al solo fine di mettere in croce il padre della figlia, di cui è madre solo nominalmente.

Nei fatti, non le faceva e non le fa da madre e, da quel poco che vedeva Gino, sua figlia era destinata a diventarne la copia conforme.

L’età fanciullesca e della giovinezza, per Gino, erano passate con la serenità e le battaglie di chi sapeva essere forte, onesto, leale e -quindi- spavaldo.

Gino era ed è comunista. Anche se la definizione non è politicamente certificata, si definisce “comunista ortodosso”, di incrollabile fede sovietica.

Lo era lui, come lo era suo padre, scomparso per un male terribile quando Gino aveva 37 anni, come lo era suo nonno, già partigiano delle brigate Garibaldi, di cui portava il nome.

Gino, fedele al proprio credo e all’educazione ricevuta, aveva sempre affrontato il mondo da comunista: timore reverenziale per il potente di turno; disonestà; vigliaccheria; rispetto per gli ultimi e nessun rispetto per i primi; ricerca della giustizia individuale e menefreghismo per l’ordine sociale.

Papà Romeo, genitore probo, onesto, gran lavoratore, venuto a mancare troppo presto, per un male ingiusto, al quale era legato da amore sincero e rispetto sacro, gli aveva sempre ripetuto:

 ”Non sentirti mai inferiore a nessuno, ma nemmeno superiore”.

E così Gino affrontò la vita sin dall’adolescenza.

Impegnato attivamente nella vita di partito, dedicò tutto sé stesso alla ricerca di un mondo migliore, senza prevedere che quel fideismo incrollabile l’avrebbe portato a schiantarsi contro tanti muri, i quali, poco alla volta, l’avrebbero ferito sempre più in profondità - fino a renderne il cuore duro ed impaurito da quell’umanità imperscrutabile.

Così, ferita dopo ferita, la più grave delle quali restava la perdita di Papà Romeo nel 2012, Gino giunse nel nuovo ufficio di Scurzolengo, nella profonda provincia piemontese, con animo diffidente e ombroso.

Aveva quarant’anni e una vita sprecata. Non credeva più nella fiducia, nell’amore e nell’umanità. 

Il suo rapporto con il soprannaturale era complesso: credeva e sperava che esistesse qualcuno che badava alle marionette che aveva messo su questa terra; ma, contestualmente, non era così convinto che fosse il bene assoluto.

Lo chiamava e lo chiama ancora oggi “il Dio Burlone”, a cui piace fare gli scherzi alle creature che Lui stesso ha impastato con le Proprie mani.

Il tutto con grande imbarazzo della collega borghese di nome Maria, che gli faceva da capoufficio e frequentava in tutto tre luoghi: casa, chiesa e banca.

Gli altri colleghi erano: Stevo, cassiere come lui; Fiammetta, addetta titoli; Claretta, la direttrice e Irene, la vicedirettrice, donna giovane di una bellezza paralizzante, dalla fama di dura, con carattere esplosivo ed inavvicinabile. Sapeva essere bella, bravissima sul lavoro ed anche focolare della famiglia, non facendo nulla per celarlo.

Le sue ondate d’Ego, spesso, sconquassavano l’intera agenzia.

Gino la teneva a distanza, perché non sapeva come trattarla, e lei faceva egualmente, dal momento che anche la fama di Gino lo precedeva. “Un problema in più da gestire”, aveva detto Irene, quando aveva saputo dell’arrivo di Gino.

Palesemente, non si fidavano l’uno dell’altra; ma si stavano scrutando.

Lei era sposata con un uomo che aveva conosciuto a quindici anni, rimasto il primo e unico uomo della sua vita.

Oltre che bellissima e brava sul lavoro, era una perfetta donna di casa. Non faceva mancare nulla né alla figlia, né al marito: uomo, che in futuro, si sarebbe rivelato essere fatto di materia più adatta alla coprofagia che all’amore tra esseri umani.

Era un uomo veramente fortunato e tale è rimasto. 

Doveva pensare solo a lavorare e a dare aria ai denti per mangiare.

Era talmente scontata la sua fortuna che, ormai, sua moglie era diventata un utensile, da utilizzare quando occorreva.

Stevo era invece un collega molto gentile e disponibile, con il quale Gino, insieme a Fiammetta, aveva già condiviso l’assegnazione in un’altra agenzia e non esitava a definirlo amico.

I rapporti personali sussistevano solo con lui e con Fiammetta, al momento dell’arrivo a Scurzolengo.

Gino odiava la banca per cui lavorava e ne odiava profondamente la dirigenza, decisamente di basso calibro neuronale. 

Erano sette i dirigenti della Banca Ditta Individuale spa, tutti assurti al ruolo solo grazie alla totale asserzione al padrone della Banca: uomo certamente non stupido, ma con un’attitudine ottocentesca nei confronti della forza lavoro.

Per le sue idee, per il suo atteggiamento spavaldo, per la sua incapacità endogena di cucirsi la bocca innanzi alle ingiustizie, Gino, in quella banca, ne aveva già vista una per colore ed ora non c’era nemmeno più il suo amato papà a coprirgli le spalle.

Era passato in poco meno di un anno dall’essere passeggero coccolato di prima classe a dover comandare il vascello, tenendo il timone e remando contemporaneamente, in un mare in piena burrasca.

Alla fine, portò la barca in rada senza danni; ma i danni erano ormai gravi nell’animo e nella testa di Gino, ormai ridotto a uomo triste che conduceva una vita triste, senza sorriso, impiegato in un’azienda senza anima, per mandare avanti una famiglia sui generis, perché, del significato letterale, la stessa non aveva nulla.

L’ avventura che, nei successivi tre anni, si sviluppò tra le mura dell’agenzia di Scurzolengo, partiva da queste basi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.

 

I giorni a Scurzolengo passavano. Il lavoro era, come sempre, noioso, odioso; tuttavia, anche solo per la consuetudine di tredici anni d’esperienza, Gino, contrariamente alle leggende che lo accompagnavano, dava ai colleghi la sensazione di possederlo pienamente. 

Certamente, non ne aveva alcuna voglia e lo si capiva con evidenza; ma, intanto, era lì, faceva il suo e, quando interpellato, faceva intuire di non essere esattamente l’imbelle incapace che le cronache di “Radio Scarpa” avevano raccontato. 

Inoltre, Irene cominciava ad aprirsi, sempre con circospezione. 

Durante la giornata lavorativa, a Gino cominciava a capitare di parlare anche d’argomenti più alti rispetto al lavoro, in particolar modo, proprio con Lei: la più bella, la più enigmatica, ma anche la più vera. 

Incuteva timore, ma non celava nulla di sé.

Capì, in seguito, che Irene era così: prendere o lasciare.  

Del resto, Gino, per una vita intera, aveva detto: “Io sono così, di me non nascondo nulla”.

In questo, non erano diversi: anzi, il rifiuto del compromesso li avvicinava molto. 

Gino scoprì che Irene non era la classica carrierista, categoria della quale la Banca Ditta Individuale spa vantava un’ampia antologia d’esemplari; anzi, tutto quello che aveva conquistato lo aveva raggiunto con l’impegno e la fatica, vedendosi superare da colleghe che non valevano un suo pollice. 

La sua origine sociale era proletaria, comunista come Gino e come Gino aveva avuto un nonno militante delle brigate Garibaldi. 

Con il tempo, scoprirono che, probabilmente, i due nonni erano stati compagni d’armi nella medesima brigata. 

Era evidente, malgrado il ruolo ricoperto, il senso della giustizia ed una, anche per Lei endogena, ricerca dell’uguaglianza e della giustizia sociale.

Tutto il contrario della direttrice Claretta, fortunatamente troppo occupata ad ottenere una promozione per governare l’agenzia, che, de facto, era nelle mani d’Irene, ben prima che le fosse riconosciuto il giusto ruolo.

Dopo poco tempo, Gino comprese che la collega, considerata il peggior pericolo, era, in verità, una persona di specchiata lealtà.

E, forse, Irene stava cominciando a capire chi fosse Gino, chi si nascondesse dietro la maschera diffidente, indossata da troppo tempo. 

Il lavoro procedeva secondo la solita routine; ma, in filiale, si cominciava a ridere, scherzando di sé stessi, in qualche modo a darsi reciproca fiducia.

Poco alla volta, Gino percepì che poteva fidarsi dei suoi colleghi: in particolare, d’Irene, che, con empatia innata e sorprendente, capiva i suoi stati d’animo con uno sguardo. 

Spesso, Lei stessa, sempre molto riservata, raccontava della propria vita privata: cosa preparava per cena, le attenzioni di cui godeva suo marito, nascondendone i difetti, che, in seguito, purtroppo, del medesimo Gino imparò a conoscere bene. 

Garbero, ad ogni racconto, si chiedeva ridendo, ma con un gran vuoto al cuore, perché esistessero uomini così fortunati, mentre a lui era toccata una crosta. 

Irene non lo faceva per vantarsi, per farsi lodare o altro: semplicemente, per Lei, dedicarsi così al marito era assolutamente normale. 

Infine, quel marito perse il proprio nome di battesimo, diventando per tutti “il Sultano”, soprannome coniato da Gino.

Era un uomo veramente fortunato.

Per la prima volta, Gino, dopo tanti anni, non sentiva il peso dei tanti chilometri percorsi, per andare a svolgere un lavoro che letteralmente odiava.

Anzi, poco alla volta, sentiva che quelle ore al lavoro erano un piacevole intermezzo, nella tristezza della sua quotidiana, miserabile, esistenza.

Senza rendersene conto nell’immediato, il suo inconscio lo spingeva a fidarsi d’Irene. 

Lei - occhi verdi, bionda, zigomi pronunciati, fisico mozzafiato - era di una bellezza mai vista, non eguagliabile. Oltre ad essere bella, aveva testa e rispetto per il prossimo; amava la lettura come Gino, oltre a possedere un’ottima capacità oratoria.

Aveva sempre il controllo della situazione, forse troppo.

Gino non capì nemmeno che se ne stava innamorando, perché una come Lei… nemmeno poteva sognarsela.

Aveva ancora, tuttavia, la freddezza necessaria per scegliere di mantenere, a ogni modo, una certa distanza, meno profonda, certamente senza preconcetto, restando pronto a cogliere, come piacevole conforto, ogni gesto rafforzante l’idea che si stava costruendo d’Irene.

Ma la totale fiducia non potevano ancora reciprocamente permettersela.

Quella banca era un covo di vipere ed entrambi, a modo loro, ne sapevano qualcosa.

Qualora l’ipocrisia, come l’oro, l’argento o i diamanti, fosse quotata in Borsa, il dottor Vittorio Venezia, in qualità di padrone unico della BDI spa, ne sarebbe considerato il maggior produttore mondiale.

Gino, inoltre, non aveva solo il problema della Banca, perché di peggio soffriva fuori. 

La sua famiglia era disastrata: il padre patriarca, Romeo, che sapeva sempre come sistemare i problemi senza parlarne troppo, non c’era più; la madre era una donnina di non gran coraggio e cultura che, per tutta la vita, si era fatta guidare da Romeo ed ora attendeva che il figlio facesse come lui.

Gino faceva come poteva, ma non era all’altezza di papà Romeo. 

Al padre, poco prima che lo lasciasse, aveva fatto promesse, tra cui quelle di non lasciar cadere la sua piccola officina in mani altrui e di portare la Mamma alla pensione. 

Oggi, Gino può dire: “Missione compiuta, Papà!” Ma, in quel tempo, l’impegno mentale e fisico era tale che spesso aveva paura di non farcela.

Tutti questi problemi avevano reso Gino un orso ferito, solitario, taciturno, che spesso attaccava per paura. 

La Crosta, con i suoi ricatti, con l’uso spregiudicato e terrorista che faceva della figlia, lo annichiliva giorno dopo giorno. Capiva di essere usato e si sentiva le mani legate.

Vedeva che mamma Anna, per la piccola nipotina Neda, faceva qualunque cosa, facendosi anche lei umiliare dalla Crosta.

“Bisogna farlo per la Bambina” - ripeteva a sé stessa e a Gino.

Spesso, lunedì mattina, arrivava in banca più esausto di come l’aveva lasciata il venerdì. 

Irene era l’unica che, guardandolo negli occhi, capiva, non chiedendo e cercando di proteggerlo dalla sua stessa rabbia.

Quell’estate ed anche il primo autunno 2015, a Scurzolengo, intervallati da brevi periodi di ferie, passarono così.

Gino trovò il coraggio di scriverLe il primo messaggio il 25 novembre, giorno del suo trentaquattresimo compleanno: “Felicissimi Auguri!”.

La risposta fu di una parola: “Grazie”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.

 

Alla fine di novembre, Gino era appena uscito da una settimana di ferie, prese per festeggiare il compleanno della Figlia, Neda. 

Ovviamente, la settimana a casa, come ormai da troppo tempo, era stata annichilente: minacce di denuncia per violenza, avvocati pronti a chiederne l’obbligo di distanziamento, richieste d’alimenti. 

Un vero e proprio inferno.

Quando Gino era a casa dal lavoro, la Crosta dava il peggio di sé. 

Ma l’aspetto più umiliante sussisteva nel senso di paura, del tutto ingiustificata, che riusciva ad instillare in Gino.

L’uso di una bimba innocente come arma di ricatto era viscido, ma, al tempo stesso, atterrente per Garbero, che lo subiva.

Nella sostanza, rientrò al lavoro di pessimo umore, triste, deluso, consumato di vergogna per come si era fatto ingabbiare da una brutta, stupida e vigliacca donna.

Quel lunedì mattina, tutti capirono il suo stato d’animo. Lui cercava di non darlo a vedere, ma gli occhi di Gino hanno sempre parlato. 

Si limitava a svolgere il suo lavoro, parlando il meno possibile, riservando ai clienti, in transito allo sportello, due semplici parole: “Prego”, per invitarli ad appropinquarsi, e “Saluti”, alla fine delle operazioni di cassa. Infine, teneva premuto il pulsante d’uscita della porta, affinché si allontanassero il più velocemente possibile. 

Ormai, si sentiva talmente sconfitto ed imbrigliato che dalla vita non si aspettava più nulla.

Non era un adone e la sua forma mentis era d’ardua comprensione per molti.

Le sue ferite, così profonde, rendevano la paura di farsi ulteriormente male tanto incancrenita nella sua personalità che la stessa, in futuro, gli avrebbe fatto perdere la più grande occasione che il destino stava per palesargli.

A metà mattinata, come sempre, uscì dall’agenzia per andare a bere un caffè, prendere un po’ d’aria, fumarsi una sigaretta e staccare dal lavoro che per lui, cresciuto professionalmente in officina, all’aria aperta, con papà Romeo e poi, nella prima età adulta, sulle piste di decollo svizzere, risultava una vera e propria costrizione.

Camminava lentamente, a testa bassa, immerso nei suoi pensieri, con cui, da troppi anni, si divorava l’anima, quando, come la mela per Newton, accadde qualcosa che non si aspettava, che nemmeno si sognava, che improvvisamente rompeva il ghiaccio abbrunente il suo cuore.

Sentì urlare il suo nome da lontano.

 Si girò, ma non vide nessuno; quindi, riprese a camminare. Ma, ancora una volta: “Gino!!!!”

Si girò nuovamente e, aumentando l’attenzione, riconobbe la persona che aveva urlato: era Lei, Irene!

Era uscita dall’agenzia, pochi secondi dopo di lui, con l’indubbia intenzione di seguirlo, perché Irene, non andava mai nel bar scelto da Gino.  

Chiusa nella giacca a vento beige che indossava, sembrava ancora più bella: la sua bellezza non aveva bisogno di mostrarsi perché, da sola, al buio, avrebbe illuminato la notte.

A Gino cominciarono a tremare le gambe: capì che non era un caso. 

Cercò, tuttavia, di mantenersi neutrale: né felice, né infastidito.

Ma, come sempre, i suoi occhi non riuscivano a mentire. Era felice, ma si chiedeva: “E adesso, perché Irene cerca me?”.

Da quando aveva perso il papà, non era più abituato ai rapporti interpersonali.

Malgrado avesse una figlia e una mamma, si sentiva solo al mondo e non si fidava di nessuno. 

Ma questo Irene lo aveva già capito.

Quando Gino cercava di scherzare in agenzia, Lei riconosceva nei suoi occhi la sofferenza. 

Lui si mostrava forte; ma era debole, segnato, e quel sole di donna lo notava.

“Posso prendere il caffè con te?” disse Irene, con il suo stupendo sorriso.

 ”Certo… Anzi, scusami, se non ti ho mai invitato” rispose Gino.

Effettivamente, Gino, in quel momento, aveva troppo poca stima di sé, per poter anche solo immaginare che una Top Model, capitata in banca per sbaglio, avrebbe mai potuto accettare un suo invito o farsi vedere in sua compagnia.

La camminata fino al bar fu silenziosa, ma Gino sentiva una tensione positiva. Non sapeva cosa dire, era palesemente impacciato e continuava a chiedersi perché lo avesse inseguito. 

Infine, Irene ruppe il ghiaccio davanti al caffè. 

“Come hai passato queste ferie, oltre alla festa per Neda?”

“Ho pulito la casa; mi sono occupato dell’officina di papà; ho lavorato con Matteo, il dipendente che papà aveva assunto quando sapeva già di avere poco tempo, e null’ altro.”

“Basta? Non sei mai uscito?”

“Non tutti hanno la fortuna di Ciro, il tuo Sultano, che deve fare solo tre cose: lavorare, mangiare e svegliare la moglie di notte” disse Gino, sorridendo.

Irene sorrise e abbassò gli occhi. 

Per la prima volta, un’ombra s’intravedeva in quel viso stupendo. 

Forse, la vita a casa del Sultano non era esattamente una favola per Irene, come lei stessa la raccontava.

Forse, anche Lei aveva qualcosa che le stava puntando l’anima.

Gino decise di non indagare troppo. Sapeva che Irene era riservata e legata al suo ruolo moglie. Ci teneva ad essere inappuntabile e lui era “solo un problema da gestire”, per potersi permettere la spudoratezza necessaria ad invadere la sua vita privata. 

Al ritorno, parlarono del più e del meno, fino a quando Irene, guardandolo dritto nelle pupille, con quei due smeraldi che si ritrovavano al posto degli occhi, se ne uscì con un attacco frontale: “Perché non sorridi mai? La vita può ancora cambiare, lo sai? Non vorrai per caso diventare un vecchio cattivo?”

Gino rimase folgorato, senza capacità di proferire verbo.

Li, in quell’esatto istante, l’aveva riconosciuta e si disse <<è Lei!>>.

La persona che aspettava da tutta la vita e che nemmeno sperava esistesse!

In quel momento, vide l’opera del Botticelli prendere vita: la Venere prendere vita!

Da allora, non smise di amarla per un solo istante, sognando per loro tutte le felicità che un amore vero, sincero, non cercato, poteva donare!

Era accaduto, stava accadendo in lui, quello che Lei aveva sostenuto un minuto prima. Ma valeva anche per Irene?

Forse, Gino avrebbe dovuto baciarla, seduta stante, davanti alla porta dell’agenzia, per scoprirlo subito.

Ma non ebbe il coraggio, quel giorno e per molti mesi a seguire.

Del resto, non conosceva bene Irene e non sapeva neanche se Lei avesse chiaramente inteso chi fosse lui.

Gino balbettò qualcosa sulla sua voglia di solitudine temperata: disse una frase del tipo: “Non da solo, ma nemmeno con chiunque”. 

Ovviamente, confermò che sperava proprio di non diventare un vecchio cattivo e rientrarono al lavoro. 

Gino aveva un po’ meno freddo al cuore e una convinzione in più: la donna che aveva sempre cercato esisteva.

Ma, per Lei, lui chi era? Questo non lo sapeva ancora.

Avrebbe approcciato un corteggiamento prudente, quasi ottocentesco, che, al tempo stesso, sarebbe stato un esame per Lei.

Pensò ad un libro che aveva letto tanto tempo prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.

 

Gino passò il pomeriggio in stato di positiva suspicione.  

Quanto accaduto era da interpretare come semplice frutto della gentilezza innata d’Irene o era qualcosa di più?

Lui, di sicuro, era stato risvegliato dal suo torpore… e da che donna!

Ma doveva capire, prima d’esporsi. 

Giunto a casa, estrasse dalla libreria il romanzo Gorky Park, un thriller poliziesco di grande successo, ambientato nell’ URSS anni ‘80.

Un romanzo critico verso il sistema sovietico, come gran parte della letteratura occidentale, ma che aveva il pregio, tramite il protagonista Arkady, di spiegare ad Irene chi fosse Gino, nel caso non lo avesse ancora capito. 

Gino, non potendo permettersi altre delusioni, voleva vedere se Lei lo avrebbe riconosciuto in Arkady. 

Voleva capire cosa pensasse della fedeltà al partito e a quel sistema sociale, che il protagonista del romanzo non mette mai in dubbio.

Perché Gino, oltre che un impenitente comunista di rito Sovietico, era anche molto simile ad Arkady.

Irene, se le intenzioni che aveva erano quelle intuite, sapeva quanto sarebbe stato difficile amare un uomo complesso e segnato come Gino?  

Quel romanzo e la sua presa su Irene avrebbero potuto dare qualche risposta. 

La mattina dopo, quando Irene giunse al lavoro, Gino attese la prima occasione utile per avvicinarsi: “So che ti piace leggere. Questo l’ho appena finito. È molto bello. Te lo consiglio. Andiamo a prendere il caffè?”

“Volentieri!” rispose Irene.

Appena usciti, Gino fu letteralmente trascinato via dal mezzo della strada da Irene. Stava ormai camminando sulle nuvole e non si era reso conto che un’auto aveva rischiato d’investirlo. Fu il primo contatto fisico tra i due. 

Subito dopo, davanti alla casa della nipote di Maria, la capoufficio, c’era un rotolo di preservativi abbandonati a terra, evidentemente caduto dalla portiera di un’auto. “Hai capito l’Isabella!” disse Gino. 

Entrambi risero di gusto e, per la prima volta, lo facevano in merito a quell’argomento delicato che è il sesso. 

Gino capì che anche Irene era, in qualche modo, attratta da lui, ma non se ne capacitava ancora.

 Era inverosimile che la Musa senza macchia, lavoratrice indefessa, top model con vestiti comprati al mercato, donna di casa impeccabile, avesse interesse per uno scarto dell’umanità come lui.

Eppure, sembrava proprio così; ma voleva ancora studiarla, comprendere se Lei avesse saputo sopportare e capire un animo inquieto come il suo.

Quel romanzo serviva allo scopo; ma questo Irene, dotata di sinapsi sopraffine, l’aveva già capito, come aveva inteso che Gino non lo aveva letto da poco. 

Accolse quel libro come una sorta d’esame e, come sempre aveva fatto nella vita, accettò la sfida, divorando quel romanzo in pochi giorni, intuendo perfettamente cosa Gino volesse evidenziare di sé stesso. 

A volte, sembrava che, nei loro cervelli, passassero gli stessi pensieri. 

Gino, dal suo canto, voleva dimostrarle che per Lei era in grado di fare molto di più. Si mise d’impegno e, in poco più di un mese, fece raggiungere all’agenzia l’obiettivo di vendita delle carte di credito e dei conti correnti, avendo così la scusa per avvicinarsi ad Irene più volte il giorno, per farle controllare la correttezza formale dei contratti. 

Non lo faceva per i premi: lo faceva per Irene. 

Stevo e Maria non si capacitavano dell’impegno commerciale di Gino.  Intuirono quale fosse il reale obiettivo, non dandogli uno straccio di speranza.  Gino poteva scordarselo.

Ma Gino ed Irene si stavano continuamente lanciando la moneta della fiducia, senza che alcuno la facesse cadere.

Cominciarono a scriversi la sera e nei week-end: sempre con la massima prudenza, ma lo facevano. 

Gino scoprì, più tardi, che il Sultano cominciava ad innervosirsi. In quel tempo, tuttavia, per Ciro sarebbe stato tardi per cercare di correre ai ripari.  

Per fortuna del marito Sultano, Gino non trovò mai il coraggio necessario e, quando lo ebbe, complici una serie di manovre messe in atto dallo stesso Sultano, si rivelò essere in ritardo lui stesso.

Il 2016 si avvicinava e qualcosa in agenzia stava per cambiare in meglio. Molto meglio. 

Un periodo magico, che durò solo due anni, che diede a Gino prima un’immensa felicità, poi la paura dell’inadeguatezza ed infine un dolore ancora più profondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5.

 

In dicembre, la BDI spa aveva iniziato una complessa opera di riorganizzazione.

Le reti divennero tre: grandi clienti, aziende di medie dimensioni, privati e ditte individuali. 

All’ agenzia rimase la gestione diretta dei privati e delle ditte individuali.

Claretta fu trasferita al settore medie aziende, quindi serviva un nuovo direttore per l’Agenzia di Scurzolengo.

Quando, in pausa pranzo, arrivò la telefonata di convocazione in sede per le intronazioni ufficiali, Gino stava dormendo con i piedi sulla scrivania.

Si sentì tirare per le caviglie da Irene: “Gino, Gino! Hanno convocato anche me, subito dopo Claretta! Cosa vorranno?!” Gino, con il cuore che scoppiava di gioia, riuscì a mantenere un contegno: “Eh, ti faranno direttrice, cosa vuoi che vogliano?”.

Fece finta di non essere interessato; ma, in quel momento, era il dipendente più felice che il dottor Venezia potesse vantare. 

Era giusto per Irene, che tanto aveva lavorato senza mai chiedere nulla; era stupendo per lui: avrebbe lavorato e si sarebbe impegnato per una direttrice unica, di cui era segretamente innamorato. 

La BDI spa, per una volta, o semplicemente per sbaglio, aveva scelto in modo logico e giusto. 

Quel pomeriggio, iniziò il balletto delle telefonate, con le ipotesi più surreali, esattamente come nella megaditta di Fantozzi in occasione dei trapassi dei super mega-direttori naturali. 

 L’unico tranquillo, che non partecipava al balletto di pettegolezzi che Paolo Villaggio aveva così ben descritto nei suoi libri, era Gino.

Sentendo l’inizio del periodo di grazia, Irene sarebbe diventata la sua direttrice e n’era certo.

Così, il giorno seguente, Claretta e Irene partirono con la stessa auto. Maria era in sostituzione al Sestriere; in filiale, restarono Gino e Stevo. 

Questa volta, i sette dirigenti avrebbero partorito la scelta giusta.

Fu la prima ed ultima decisione pienamente condivisa da chiunque, che Gino vide in diciassette anni. 

Alla fine della mattinata, quando tornarono in agenzia, Claretta e Irene fecero loro uno scherzo: dissero che Irene andava a fare la vicedirettrice in sede centrale e che, a Scurzolengo, sarebbe giunto il direttore più idiota che la storia della BDI spa potesse vantare: tale Massimo Crepapelle.

Calò il gelo. 

Il sorriso d’Irene, tuttavia, tradiva la verità: dall’11 gennaio 2016, la direttrice sarebbe stata Lei!

Gino e Stevo scoppiarono in una gran risata liberatoria: mancavano ola e applausi.

Perdevano, tuttavia, la capoufficio, Maria, che andava definitivamente al Sestriere e il nuovo vicedirettore sarebbe stato un collega da ammaestrare, perché troppo arrivista: Giancarlo Dematteis, noto anche per il suo attaccamento morboso al vile denaro, oltre che segretamente innamorato d’Irene.

Gino, per ovvi motivi, di lui non era entusiasta; ma sapeva che, con Stevo, avrebbe potuto contenerlo - e così avvenne.

Capoufficio sarebbe stata Susanna Milanese, donna di una certa esperienza in ogni aspetto della vita. 

Il gruppo si rimescolava un po’, ma l’anima dell’agenzia rimaneva intonsa: Irene, Gino e Stevo si fidavano ciecamente l’uno dell’altro. 

La nuova direttrice aveva sempre l’ultima parola, com’era giusto; ma, prima inter pares, condivideva sempre ogni problematica con i suoi due ronzini, come amava definire Stevo e Gino.

Stava per iniziare l’anno più proficuo per l’Agenzia di Scurzolengo, l’anno della Grand’occasione per Gino.

Il 2016 era vicino e sarebbe stato bellissimo. 

Rammentandolo ora, nel 2019 avanzato, Gino prova un grande rammarico, condito da tristezza e delusione.

Ripercorrendo gli eventi, comprende egli stesso di avere sbagliato molto, ma anche di essere stato cinicamente tradito, dopo essere stato immerso nel miele dell’amore. 

Gino è ancora oggi certo, malgrado tutti i fatti ancora da raccontare, che Irene sia sempre stata sincera, pur rimanendo un mistero la capovolta con cui, alla fine, abbandonò colui che aveva definito “suo Cherie” al destino delle maree. 

Il dolore che, oggi, Gino sta provando è lacerante, rendendo questo romanzo l’unico lenitivo che sia riuscito a trovare per le sue ferite su carne viva, provocate da Irene, dai suoi congiunti e dal Sultano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6.

 

Ma chi era Ciro, il marito-Sultano d’Irene?

Gino, a suo scapito, lo scoprì, ad amore reciprocamente svelato.

E poiché Ciro seppe prima, rispetto a Gino, del sentimento che in Irene era cresciuto poco alla volta per l’orso ribelle che aveva in agenzia, è giusto descrivere l’ominicchio, prima di proludere sull’amore totalizzante che avvolse Gino e Irene nei successivi due anni.

Il Sultano, origine partenopea di ceppo saraceno, era il classico marito-padrone. Considerava suo unico dovere lavorare.  

La moglie, cuoca, colf, lavandaia ed oggetto di piacere, secondo gli orari della giornata, era roba sua, di proprietà. Come è giusto che sia.

Irene, immersa nel proprio ruolo, giungeva al punto di mettergli l’accappatoio, sempre pulito e profumato, al caldo, affinché, tornando dal lavoro, il nostro potesse uscire dalla doccia sentendosi coccolato da una morbida spugna calda - oltre che togliersi di dosso il profumo delle colleghe più giovani, mai disprezzate, delle quali Irene, troppo buona ed ingenua, non sospettava o faceva finta di disconoscere l’esistenza.

Un gran fortunato, si potrebbe dire, se non fosse che, per il Sultano, era tutto scontato.

L’ aveva conosciuta quando Irene aveva quattordici anni, con cinque anni di differenza tra loro, rimanendo, per Lei, il primo ed unico uomo. 

Sposati da dieci anni, con una figlia di nome Lucia, quella famiglia stava in piedi e bene solo grazie ad Irene.

 Il Sultano Ciro esibiva la moglie alle feste comandate o quando, il sabato sera, le riempiva la casa d’amici, zotici come lui, per farla spadellare in cucina. 

Mai un cinema, mai una pizza con Lei. 

La portava in ferie una settimana all’anno. Perché portarla fuori, quando il vero divertimento lo aveva in casa? Pensava lui.

Culturalmente grezzo, nove anni di frequenza in un istituto tecnico per prendere il diploma, Sultano Perito Ciro, capo squadra e poi capoturno, presso una ditta metalmeccanica vicino alla sua residenza, aveva fatto quel minimo di carriera non certo perché bravo, ma perché ottimo cantastorie, precipuamente con i potenti. 

Odiava le rappresentanze sindacali ed era iscritto ad una specie di sindacato giallo, appositamente costituito dall’ azienda. 

I sindacalisti veri, se non fosse stato reato, gli avrebbero volentieri fatto lo scalpo.

Il suo ruolo al lavoro era prendere i tempi delle esigenze fisiologiche occorse ai sottoposti.

Anche se il cottimo era ormai superato da più lustri, in quell’azienda si praticava ancora, con Ciro orgoglioso cronometrista.

Non aveva mai letto un libro, limitando il suo sforzo d’accrescimento culturale al Corriere dello Sport, la domenica mattina, al bar, accingendosi a compilare la schedina della Snai.

Come tutti i villani, odiava, disprezzava chiunque nutrisse la passione per la lettura. 

Sapeva che la supremazia culturale degli eventuali astanti lo metteva in seria difficoltà sociale. Diventava un perfetto signor nessuno e questo sua moglie lo aveva notato. 

Dichiarava di votare a sinistra, perché su questo Irene non transigeva; ma, nei fatti, forse anche nel segreto dell’urna, non era altro che un fascistello di periferia, da ricacciare il più velocemente possibile nelle fogne.

In gioventù, era stato il classico scugnizzo di strada: risse, motorino truccato, bande organizzate di balordi con le quali andava a sfasciare i locali dei paesi limitrofi ed altre amenità.  

Con l’italiano, aveva forti difficoltà e continuava ad averne, in particolar modo con i congiuntivi. 

La sua lingua madre era il partenopeo e quello continuava a parlare con amici e famigli.

Si può tranquillamente affermare che, se non avesse incontrato Irene, che un po’ lo aveva aggiustato, il Sultano Ciro sarebbe finito, presto o tardi, a scaldare le brande delle patrie case circondariali - fine che fecero molti suoi amici.

A dispetto di ciò, prima ancora di sposarla, non si era mai negato diversivi extraconiugali.

Irene stessa l’aveva trovato in atteggiamenti intimi, sotto gli alberi del viale, in più di un’occasione, con qualcuna delle solite sguaiate ragazzine di periferia, durante i primi anni di fidanzamento: periodo nel quale il nostro la accompagnava a casa dei Nonni alle dieci di sera, per andare a fare serata con le shampiste, in discoteca, fino a mattina.

Ma, evidentemente, Irene era troppo innamorata per decidere di perderlo, quando, bella com’ era, dolce com’ era, le sarebbe bastato schioccare le dita per avere la coda sotto casa. 

Irene è o era donna di un’altra epoca: concreta, senza grilli per la testa, sin dall’adolescenza molto più matura dell’età che aveva. 

Totalizzante nei sentimenti, quel cinghiale aveva scelto, quel cinghiale si sposò, forse non ben conscia di chi si metteva in casa.  

Il Sultano si era sistemato per sempre.  

Sua moglie, completamente devota, certamente non avrebbe mai dubitato di lui, provvedendo ad ogni impellenza di casa, anche a quelle burocratiche.  

Ciro, ‘o Sultano, ottenuta la preda, atteggiandosi a maschio alfa, continuò la sua vita abituale: pasto caldo e letto inamidato sempre pronti a casa, varie sgallettate di turno fuori casa. 

Questo era il Sultano, per come Irene medesima lo avrebbe descritto a Gino, nei mesi successivi alla sua nomina.  

Al peggio, tuttavia, non si trova mai fine ed il nostro Ciro sarebbe riuscito a superarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7.

 

Il 2016 era arrivato e le vacanze di Natale erano passate con la solita malinconia di chi non ha una vera famiglia con cui festeggiare.

Gino aveva aspettato il due di gennaio con forte ardore.

Voleva capire cosa avesse veramente in mente e nel cuore Irene, ritenendo che i primi giorni di gennaio sarebbero stati i più importanti.

Ora, Irene era anche la sua direttrice e sbagliare ad interpretare la Sua gentilezza, per Gino, poteva essere molto pericoloso.

Avrebbe continuato il corteggiamento sempre con prudenza. 

Arrivò al lavoro con forte anticipo e decise di andare a fare colazione, prima di parcheggiare; ma, passando davanti all’agenzia, scorse una piacevole sorpresa.

Irene era ferma in auto, sola, davanti all’agenzia - anch’ella in notevole anticipo, dal momento che fruiva dell’orario flessibile. 

Gino proseguì fino al bar.

Parcheggiò e scrisse un Whatsapp: “O vieni al bar a far colazione o entri, perché stare lì davanti da sola è troppo pericoloso, per una fata come te”. La risposta arrivò in dieci secondi: “Arrivo”.

Vedendola arrivare a piedi, si accorse che la nebbia, al suo passaggio, cadeva a terra. Era straordinariamente bella. 

Bionda, occhi verdi, caviglie sottili, curve armoniche.  Non un solo difetto.  Profumava di borotalco e, con la sua semplicità, metteva in ombra chiunque fosse nei suoi dintorni.

Una perla South Sea, rarissima! Anzi, nel suo caso, Unica. 

Irene non cercava la perfezione: semplicemente, la rappresentava. 

Fecero colazione insieme, mangiandosi con gli occhi, anche se Irene, come una ragazza d’altri tempi, cercava in ogni caso di rimanere a distanza. Era un corteggiamento anni cinquanta. 

Per tornare in agenzia, Lei, quella che Gino avrebbe chiamato La Musa, salì sull’Alfa del suo cassiere, felicissimo di tornare ad avere sulla sua auto, anche solo per pochi minuti, una Donna, vera, campione unico della sua ideale compagna di vita. Ad Irene, però, non l’aveva ancora detto: era sposata, apparentemente in un matrimonio felice.

Gino aveva notato che, da un po’ di tempo, Ciro era sparito dai suoi discorsi e la classica telefonata di mezzogiorno non giungeva più.

 La buona stella del Sultano stava implodendo?

Nel futuro prossimo, avrebbe scoperto, suo malgrado, che si trattava di una semplice eclissi. 

Non aveva ancora realizzato come le banche, oltre allo sterco del diavolo, siano in grado di non regalare nulla anche in termini di felicità.  Quello che, per sbaglio, ti concedono, poi se lo riprendono con gli interessi. La BDI spa, in particolar modo.

Oltre al giudizio, che alla fine di questo racconto si formerà il lettore, Gino sconsiglia vivamente a chiunque di accettare un lavoro in una banca. 

Gli istituti di credito, oltre ad essere il male assoluto, avvezzi a nuotare in acque torbide, sono in grado di rubare anche l’anima più pura.

Creano Mostri. 

Tuttavia, tornando ai fatti, appena dopo l’apertura e smaltito il primo assalto di pensionati, Garbero decise di caricare lo sportello bancomat, che durante le festività era rimasto a secco.

Irene, Stevo e Maria stavano parlando, esattamente dietro la stanza del Bancomat.

Claretta era ormai uccel di bosco: non l’avrebbero mai più vista.

Gino, chiuso nello stanzino ATM, intento a fare le chiusure contabili, sapeva con certezza che Irene era appoggiata alla porta. Cominciò a fischiettare Un’avventura, la poesia musicata da Mogol e cantata da Battisti.

Poco dopo, si aprì la porta ed entrò Irene, con gli occhi lucidi: “Ma le parole le conosci?”. Seppur stonato come una campana, Gino rispose: “Innamorato sempre di più”. Lei, la fata dagli occhi verdi, arrossì, sorrise e tornò alla sua scrivania, senza più muoversi per quasi tutta la mattina. 

Un silenzio quasi surreale: Gino cominciò a chiedersi se non avesse equivocato.

Nei mesi successivi, capì che non c’era alcun equivoco, ma che, semplicemente, Irene, moglie devota e seria, era molto combattuta.

Si amavano già reciprocamente, ma entrambi non avevano il coraggio di dichiararsi, a causa dei mille problemi e delle convenzioni morali da cui si facevano attanagliare.

Chi aveva più problemi, in quel momento, era proprio Gino: la Crosta continuava ad imperversare con la sua urticante, totale pigrizia, nel dare un senso compiuto ad una casa, che, ancora, occupava solo perché era la madre di Neda. Non faceva altro che elencare i propri diritti, senza pensare mai ai propri doveri. 

 Gino era stanco: voleva liberarsene, ma non aveva i mezzi economici per farlo, stante le leggi italiane sul diritto di famiglia ancora oggi in vigore. 

Quella mattina, verso le ore undici, ebbe come al solito un litigio telefonico, che tutti sentirono.

Quando chiuse la comunicazione, era furibondo.

Irene, guardandolo con occhi dolci dalla fotocopiatrice, proruppe nel silenzio: “Ma perché non ti cerchi una brava ragazza?” “Lo farei volentieri: cosa fai stasera, Irene?”. Gino, questa volta, era stato pronto. Irene sorrise compiaciuta e, infine, rispose: “Ma io sono sposata”.

Maria, che aveva sentito tutto, esclamò: “Irene, ma questa è una dichiarazione d’amore!”. 

Passarono tutto il pomeriggio e la sera su Whatsapp, parlandosi e confessandosi le proprie passioni e i propri sogni.  

Gino cercava anche di mantenere un contegno, facendo finta di scherzare, quando, in realtà, le esprimeva tutto il suo amore.

Ogni parola da ambo le parti era pesata, pensata e ripesata.

Ad un certo punto, Maria dovette scrivere a Gino: “Hai finito di scriverti con Irene? Me la distrai e dovremmo parlare di cose da donne”. In futuro, avrebbe saputo cosa si erano dette: Maria aveva capito che Gino era innamorato d’Irene, come ormai tutti in agenzia.

Il giorno dopo, le avrebbe portato un nuovo libro: Il desiderio di essere come tutti, un saggio politico intimista di Francesco Piccolo.

Questo l’aveva realmente letto da poco, ma voleva sfidare Irene a capire con quali tesi Gino concordasse e con quali no.

L’ amava, tanto, di un amore incoercibile; tuttavia, doveva essere certo che Irene avesse ben chiaro da quale uomo si stesse facendo affascinare.

Orso, com’era già soprannominato da Irene, aveva troppe ferite per reggere ad un’altra delusione. 

Voleva essere sicuro, senza tenere in conto che, in amore, “sicuro” è morto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8.

 

L’ undici gennaio 2016, Irene, era ufficialmente la direttrice di Scurzolengo.

Tutto il suo impegno professionale era stato finalmente riconosciuto da quelle sette teste di cocco marcio rimaste sulla pianta.

Gino, che odiava con tutto sé stesso la BDI spa, in tutti gli anni di servizio presso quel carcere retribuito ne aveva subita una per colore.

Non trovarono un contegno neanche innanzi alla malattia terminale di Papà Romeo.

Vittorio Venezia e i suoi lacchè avevano in mente un solo obiettivo: aumentare anno dopo anno le proprie ricchezze.

Erano piante infestanti che, per il vile denaro ed in nome di una cultura aziendale tipicamente fascista, non si fermavano davanti a nulla.

Per tali ed altri motivi, mai, nei quattordici anni di servizio, Gino aveva mosso un dito in più di quanto non fosse contrattualmente previsto dal mansionario.

Considerava la BDI spa alla stregua di una loggia massonica, nella quale lavoravano più raccomandati che in un ministero.

A titolo d’esempio, si può citare un ex tecnico di compressori per frigoriferi, spuntato dal nulla, con ruolo improbabile per esperienza, retribuito con emolumenti quadrupli rispetto ad un cassiere, solo perché coniuge di una dei sette dirigenti, detta anche, la puzzona, vista la sua scarsa confidenza con l’acqua. 

Se non fosse stato punibile con l’ergastolo, Gino li avrebbe volentieri passati per le armi, addebitando il costo della pallottola ai consanguinei.

Non provava nemmeno vergogna a fare questi pensieri, considerando Venezia ed i suoi sette dirigenti persone inutili e dannose per l’intera specie umana.

Eppure, in quella dittatura del capitale, era costretto a resistere, perché, come diceva Irene, non erano nati ereditieri e lo stipendio serviva. 

La personale lista nera di Gino era lunga, con all’apice coloro che erano chiamate “le tre disgrazie”: Wally Sarfatti, nata da famiglia latifondista, che aveva presto scalato gli altari della Banca, diventandone la Responsabile del personale; Gianna Balabanof, d’umili origini, che aveva talmente fame di gloria, nonostante la sua crassa ignoranza, da essersi piegata ad ogni volontà del gran dittatore Venezia, pur di raggiungere il ruolo di Direttore Centrale dell’area commerciale; infine, Eva Petacci, responsabile dell’area retail, che, in un primo momento, era sembrata una persona potabile, ma che Gino scoprì in seguito non essere in grado nemmeno di mantenere la parola data.

Con loro, collocato in un’area speciale dell’ufficio personale, collaborava Marco Farinacci, l’uomo dei lavori sporchi.

Tuttavia, da quel giorno, fare il peso morto avrebbe creato problemi ad Irene, che, non avendo alcuna colpa, era riuscita, semplicemente con il duro lavoro, in tempi ovviamente, più lunghi rispetto ai mandarini di cui sopra, ad ottenere il giusto riconoscimento. 

La BDI spa probabilmente per errore, non essendo questo nella politica aziendale, aveva creato a Scurzolengo un gruppo che si muoveva a testuggine, in cui la fiducia tra colleghi era radicata e profonda. 

 L’ unico che stonava era il Dematteis; ma Stevo e Gino, molto legati e complici, seppero subito ridurlo a più miti consigli.

Rosanna, invece, s’integrò con immediatezza, risultando veramente simpatica.

Quindi, Gino dovette scegliere: lavorare contro la BDI spa o a favore di Irene?

Mai scelta fu più facile: di Lei era innamorato e sapeva che mai l’avrebbe tradito al lavoro. Tre anni dopo, avrebbe scoperto l’esatto contrario; ma, in quel momento, la scelta fu facilissima. 

Decise che, alla prima riunione di territorio, Irene, doveva arrivare con numeri da far girare la testa alla totalità dei direttori d’agenzia. 

E, come sempre nella vita, presa la decisione, scelta la parte con cui schierarsi, diede tutto sé stesso per quell’obiettivo. 

Non c’era cliente che, entrato in agenzia, non se ne uscisse con una carta di credito in più, un conto corrente aggiuntivo o il servizio di Internet banking, ovviamente a pagamento.

Il tutto rispettando legge ed etica, senza alcuna forzatura: Gino era figlio di un commerciante e, quando voleva, sapeva vendere.

Inoltre, tutti i contratti erano personalmente vagliati e ricontrollati da Irene: un motivo in più, quindi, per ronzarle intorno.

Alla prima riunione territoriale, quando cominciò a girare lo slide con la classifica dei prodotti venduti, Irene si sentì tutti gli occhi addosso. 

 Era direttrice da meno di un mese e la sua agenzia era in testa a tutte le classifiche. 

Questo avrebbe dovuto muovere le tre disgrazie ad un complimento, ma non lo fecero. Avevano capito di aver sbagliato qualcosa, con Gino ed a Scurzolengo. Ammetterlo sarebbe stato come prendersi la colpa.

Cominciarono quindi a preparare, con i loro tempi, il rimedio.

Lavorare in armonia, per loro, non era un plus, ma un problema, perché un gruppo unito e collaborativo rende meno facile il controllo della truppa.

Quelli, però, erano numeri, non sensazioni o giudizi.  

Gino quasi s’illuse che, innanzi ai numeri, anche loro avrebbero messo in discussione i propri pregiudizi. Non accadde mai.

Ma era contento egualmente, perché la sua amata, ai loro occhi, non solo aveva domato il reietto, ma lo stava facendo anche lavorare.

E a Gino interessava unicamente che Irene facesse bella figura, perché Lei ci teneva. Lui teneva a Lei, non certo alla Banca: le uniche gratificazioni che cercava erano nell’opinione d’Irene.

Gino era certo che tutto stesse filando per il meglio e che, prima o dopo, con Irene, avrebbe dato a quelle energumene, il colpo di grazia. 

Come nelle favole! Pur consapevole che le favole esistono solo nelle favole.

E, alla fine, con gran dolore per Gino, avrebbe vinto la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9.

 

I mesi passavano. Irene e Gino, continuavano a girarsi intorno, ad annusarsi reciprocamente, a scambiarsi gentilezze, vivendo in simbiosi in ufficio e usando il telefono, di sera, per continuare a rimanere vicini.

 Gino si sarebbe chiesto, nel futuro che purtroppo sarebbe dovuto venire di lì a pochi anni, perché mai non l’avesse invitata fuori, anche solo a prendere un aperitivo.

Avrebbe potuto rispondersi che, in quel periodo, aveva una vita veramente stressante. 

Tutto vero; ma anche tutte scuse, si sarebbe detto, solo quando ormai sarebbe stato tardi.

Le schermaglie amorose avvenute prima del dieci di maggio 2016 furono decine.

Momenti in cui mancava solo il bacio, che non si concretizzava mai, forse per pudore o forse, più probabilmente, perché Irene aveva già grossi problemi in casa con il Sultano, ormai sparito dai radar e dai pensieri, almeno in agenzia.

Gino non credeva proprio di poter conquistare cotanta beltà. 

Continuava ad amoreggiare, giorno dopo giorno; ma era convinto che, per Irene, fosse solo un bellissimo gioco accettare volentieri il corteggiamento serrato che Gino le riservava

, senza, tuttavia, avere il minimo dubbio nel non concedersi al famoso reietto della BDI spa.

In una di quelle schermaglie amorose, Irene, direttrice seduta in cassa, iniziò un discorso su Parigi, su quanto le piacesse e su quanto le mancasse: non visitava la capitale dell’amore da quando era ragazzina e suo marito non si era mai sognato di portarcela. 

Gino, con il fare scherzoso che usava per nascondere le proprie paure, le disse: “Irene, saliamo sulla mia Alfa: per cena, saremo nella città delle luci e della rivoluzione; mangeremo sulla Tour Eiffel e, poi, andremo nel quartiere degli artisti, faremo una passeggiata e ci cercheremo da dormire. I telefoni, però, li lasciamo qui”. 

Avrebbe scoperto in seguito cosa pensò allora Irene: “Adesso, ci vado e faccio l’amore tutta la notte con lui”.

Invece, sempre rispettosa del proprio contegno, schermendosi: “Gino, io sulla tua macchina non salgo, perché mi vuoi rapire e chiudere nel bagagliaio imbavagliata”. Non poteva però aggiungere che sperava, ardendo in tutto il corpo, che accadesse. I reciproci cuori erano l’uno nelle mani dell’altro.

Era necessario che entrambi esprimessero liberamente il sentimento di cui erano ormai impregnati.

Arrivò il 9 maggio, festa della vittoria Sovietica sui nazisti, di cui tanto Gino aveva parlato, che nel 2016 coincideva con la festa patronale di Scurzolengo: quindi, si usciva prima dal lavoro, lasciando il pomeriggio libero. 

 Gino, quella volta, andò alla carica senza troppi giri di parole: “Irene, oggi è la festa della Vittoria; qui è festa patronale e usciamo prima. Abbiamo tutto il pomeriggio per noi. Andiamo da qualche parte? Solo io e te?” Irene, non rispose proprio.

Gino, malinconico, pensò che non volesse cedere al suo corteggiamento, che Lei fosse troppo per lui, che forse si era illuso.

Andò a casa, dove invece trovò la Crosta, spiaggiata sul divano, senza alcuna intenzione di scollarsi da lì. 

Per fortuna, Irene, che il mattino aveva rifiutato di passare il pomeriggio con lui, lo passò con lui su Whatsapp.

Gino ricorda perfettamente quel pomeriggio: fu quasi un esame.

Infine, Irene, la sera, rimase in silenzio. Gino non capiva.

Capì il giorno dopo: Irene, prima di scoprire le carte con lui, voleva per onestà, essere lapalissiana con il Sultano Ciro.

Forse, unico caso di marito a sapere dell’esistenza di un altro uomo, prima che il medesimo sappia di essere stato scelto.

Il Sultano sapeva che Irene amava Gino, ma non lo sapeva Gino. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10.

 

Irene e Gino, precipuamente per merito di Lei, iniziarono quella che, poco più di due anni dopo, la stessa Musa avrebbe definito una non relazione, il 10 maggio 2016.

Nella realtà, lo fu a tutti gli effetti: una sesquipedale catena d’errori di Gino prima e una cinica giravolta d’Irene dopo la fecero finire male.

Ma la loro, ad ogni effetto, sarebbe diventata una relazione, che nel cuore di Gino, ancora oggi, ed anche in quello d’Irene, checché ne dica ora, avrebbe dovuto portare a ben altro.

Il primo grave errore, Gino lo commise quello stesso giorno. 

Venne convocato, come tutti i colleghi, in ufficio dalla direttrice, con la motivazione dell’assegnazione dei target personali per il 2016 e la consegna dei giudizi del 2015.

Sì, in banca si fanno i compiti e si prendono i voti, come a scuola.

Il primo ad andare fu Stevo: 5 minuti. Poi, Rosanna: 10 minuti. Dematteis: 10 minuti.

Gino: oltre un’ora.

La pagella ed i nuovi obiettivi li firmò; ma, ancora oggi, non ha la minima idea di quali fossero.

Il loro colloquio avrebbe avuto una vertenza ben lontana dall’ambito professionale.

Irene, seduta dietro la scrivania, con un ragionamento logico e preciso, fu diretta e chiara: “Gino, dobbiamo prendere una decisione insieme: è inutile nascondersi. Cosa siamo io e te? Cosa vogliamo fare? Tu mi piaci, mi sono innamorata di te, come tu di me. Ma non voglio prendere in giro mio marito ed io non sono un’amante: sono una donna che crede seriamente nell’amore, che, però, deve essere tale e, se così sarà, tu sarai il secondo ed ultimo uomo della mia vita. Ora, parla tu”.

Gino era paonazzo: quello che aveva sperato accadesse, senza crederci veramente, era servito e imbandito solo da gustare, per tutta la vita. 

La donna che, poco meno di un anno prima, neanche credeva esistesse, non solo esisteva, ma gli stava offrendo una famiglia vera, una vita vera, un amore vero, una mamma vera per la figlia Neda.

Lei, la fata, la musa, il sole, la Donna dei suoi sogni, stava dicendo a Gino che lo amava e che voleva lasciare il marito per lui!

Si tirò dei pizzicotti, per svegliarsi; ma era sveglio eccome, era tutto vero.

Il suo cuore comunista, fino a pochi mesi prima più freddo della calotta polare, batteva forte, fortissimo, completamente capitolato all’amore d’Irene. 

Il Gino spregiudicato, precedente alla perdita di papà Romeo, senza alcuna paura, si sarebbe alzato, avrebbe fatto il giro della scrivania e preso sulle sue braccia Irene, dopo averle stampato un bacio da denuncia. 

Portandola fuori dell’agenzia, per accomodarla sull’Alfa, sempre pronta per la fuga d’amore, avrebbe annunciato a tutti i colleghi: “Siamo in ferie da ora, perché io e Irene ci amiamo! Ditelo voi alla Wally Sarfatti. Vi manderemo inviti e date, non mancate e fatevi il passaporto! Saluti!”

Ma la serie di frustrazioni, brandite dalla vita e dalle persone che fino ad allora aveva frequentato, lo aveva reso molto più prudente.

Riuscì ad emettere un alito d’amore, pronunciando un “Ti amo” carico di paura. Ma, quel giorno, non la baciò.

Mentre Irene aveva già parlato al Sultano Ciro, dicendogli che il matrimonio si stava esaurendo, Gino aveva il terrore della Crosta.

Quella schifosa, per liberarlo, voleva soldi e tanti, mentre lui non ne aveva.

Irene ribadì che una soluzione si sarebbe trovata; che, con il suo stipendio, il suo fondo pensione intonso e quel poco che rimaneva dello stipendio di Gino, avrebbero costruito una nuova vita felice.

Lo amava ed era pronta a tutto. 

Lui, forse, la amava di più; ma non voleva farsi mantenere.

Il compito di garantire una famiglia, in sicurezza, spettava all’uomo e suo papà non avrebbe mai apprezzato un figlio mantenuto.

Papà Romeo, Gino ne è convinto ancora oggi, non era estraneo all’incontro tra i due. 

Dal cielo, aveva scelto Irene per Gino, per rimetterlo in strada, dare lui una vita felice e, forse, anche il figlio maschio.

Gino spiegò a Irene tutte le sue paure; ma, a sé stesso, impose di trovare una soluzione. 

Purtroppo, sbagliò approccio alla ricerca: riteneva che servissero i soldi, invece serviva il coraggio. 

Oggi che dorme a casa di sua madre da quasi un anno, ne ha contezza.

Tornato alla sua postazione, dopo aver sussurrato un altro “Ti amo” ad Irene, era scosso: tanto che Stevo, vedendolo, gli chiese se stesse bene.

Pensò tutto il giorno a quel momento durato oltre un’ora, nel quale entrambi, ardendo di desiderio, si erano guardati negli occhi ad amore dichiarato. 

Doveva inventarsi qualcosa, doveva trovare una soluzione; ma, con il suo metodo di ricerca, due anni dopo, si sarebbe ritrovato al punto di partenza.

Irene voleva una famiglia vera e la desiderava anche Gino, che, dopo la dipartita di papà, si era sentito solo al mondo.

Quella sera, inviò ad Irene un Whatsapp con la canzone di Battisti Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

“Irene mia, amor mio, uno scoglio non può fermare il mare, te lo prometto”.

Ma la musa, quella sera, era delusa dalle incertezze di Gino.

L’amore, tuttavia, era forte e quel collante avrebbe, per molto tempo, tenuto insieme una coppia che molti puntavano a dividere, finché, infine, ci sarebbero riusciti. 

Gino, come promesso dallo stanzino del Bancomat, non voleva un’avventura.  

Voleva fortemente riprendere a vivere, con Irene e per Irene.

L’amava, anche se, a volte, faceva il duro con affermazioni nichiliste, dando dispiaceri a Irene, che, in verità, desiderava più di quanto Lei potesse.

Ora, doveva darle il primo bacio, dovevano sentirsi fisicamente, abbracciarsi e riempirsi di coccole.

Dovevano amarsi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11.

 

Te lo ricordi, il primo bacio? 

 Io ricordo tutto: la tua timidezza, la voglia di farti baciare, ma, al tempo stesso, il tuo pudico non volere. 

Non dimenticherò mai quel bacio: tu eri seduta alla tua scrivania. 

Vorrei abbracciarti e farei un patto col diavolo, pur di poterlo fare.

Nel turbinio della mia solitudine, continuerai a mancarmi, sempre. Tuo Orso.”

Queste le parole che “Orso”, nomignolo amoroso scelto da Irene, Le dedicò tre anni dopo, quando ormai tutto era coventrizzato, con gran gioia del Sultano, della Sorella Anastasia e del Cognato Nicola, che aveva guadagnato un posto di lavoro, grazie al sacrificio di Gino sull’altare delle convenzioni matrimoniali, a cui Irene si era piegata.

Non ricevette alcuna risposta. 

Irene, ormai, usava la tattica del silenzio, che per Gino era una tortura. 

Tuttavia, tornando al 2016, dopo tre giorni di contorsioni notturne nel suo letto, dopo aver scambiato centinaia di Whatsapp, Garbero non riusciva più a trattenersi: doveva baciarla, a lungo e profondamente. 

La amava e non voleva perderla, perché la paura che finisse male esisteva già dai primi giorni.

Il 13 maggio, si alzò dalla sua postazione, con un contratto di carta di credito da portare alla firma di controllo; entrò nell’ ufficio di Lei, ma non attese innanzi alla scrivania, bensì vi girò intorno. 

Irene, seduta come una top model, elargiva un sorriso radioso.

Nonostante le torture che stava sopportando a casa, riusciva, in ogni caso, ad emanare serenità per chi era al suo cospetto. 

Gino, fresco di barba, con Irene, china a controllare il contratto, si accostò alla sua guancia, l’abbracciò e cominciò a baciarla, prima sulla guancia stessa, poi sul collo e - scostandole i lisci capelli biondi - le sussurrò un “Ti amo!” nell’orecchio. 

Lei aveva i brividi. Restò immobile, sebbene la concentrazione fosse tutta su Gino e su cosa avrebbe fatto.

Voleva perdere il controllo, ma, per via del suo ruolo, non poteva farlo.

Gino tornò verso la guancia, appoggiandovi la sua; la abbracciò più forte.

Più lui si avvicinava alle labbra, più Irene cercava, contro sé stessa, di girare il viso dall’altro lato. 

Ma l’amore e il desiderio di baciarlo furono più forti e finì per capitolare: un bacio intenso, lunghissimo, che non riuscivano a interrompere.

Senza lo scalpitio dei passi del Dematteis, non si sarebbero più fermati: dovettero staccarsi.

La pausa pranzo, però, doveva arrivare e nessuno dei due, quel venerdì, voleva uscire - Gino ne era certo.

Fu così: i colleghi uscirono; loro, con differenti scuse, no.

Un’ora tutta per loro! Non era mai accaduto prima…

Furono i sessanta minuti più brevi della loro vita: usciti i colleghi, Gino ed Irene si aggrovigliarono in un’unica anima, in un bacio senza soluzione di continuità, in mani che andavano ovunque, per conoscere i corpi, in un amore che sembrava inalienabile. 

Erano fatti l’uno per l’altra. Sembrava si conoscessero da sempre.

I loro sensi avevano preso il totale controllo dei loro corpi, i cuori battevano all’unisono. Nessuno sapeva più fermarsi. 

A Gino scappò una lacrima, forse anche più d’una, di felicità.

Stava nuovamente amando, dopo aver smesso di crederci, dopo essere giunto alla convinzione che l’amore fosse come la varicella, infettiva solo una volta.

Irene, la donna che aspettava da prima di conoscerla, aveva spazzato via ogni difesa.

Quella pausa passò troppo velocemente. Gino, nel pomeriggio, ebbe un solo pensiero: “Tra poco, iniziano le ferie… e io come faccio, senza di Lei? Dobbiamo vederci fuori di qui e amarci fino a crollare!”

Lo pensò e lo scrisse ad Irene. Indefesso, continuò a ripeterlo, nei successivi due anni. 

Si amavano, non potevano stare lontani, avevano necessità uno dell’altra, come le maree della Luna.

Gino sapeva che era Lei la donna attesa!

Irene sarebbe stata la sua amata a vita, se solo, due anni dopo, non fosse tornata al suo binario, risalendo sul treno della sua vita senza più fare fermate, incurante delle ferite che andava a riaprire in Gino.

Orso non era salito in tempo su quel treno e, quando si decise a rincorrerlo, ormai Irene era sotto la tutela interessata di Sultano e famigli, che non esitarono, con azioni veramente indegne, a spazzare via Gino anche dai ricordi. 

Si dice che l’amore sia come la guerra, ma in guerra ci sono regole.

Il Sultano, violandole tutte, con l’aiuto di Anastasia e Nicola, riuscì infine, a vaporizzare Gino nella mente d’Irene. 

Ancora durante la stesura, gli accadimenti che si susseguiranno dal luglio 2018, dopo più di due anni d’amore, ricordano seriamente lo psicocrimine descritto da Orwell in 1984: le certezze che Irene si era imposta su Gino sembravano frutto del bipensiero, mezzo con cui il Ministero della Verità di Oceania cancellava e riscriveva il passato. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11.

 

Quello che avvenne nei mesi successivi fu un moto armonico d’alti e bassi, in gran parte dovuto al morale di Gino, con l’aggiunta del pressing che Irene subiva a casa.

Il Sultano si rivelò un vero ominicchio con aspirazioni criminali, capace solo di un linguaggio triviale ed intimidatorio.

Di lui si palesò la reale natura, che Irene era riuscita a placare per anni.

La differenza, però, sussisteva nel fatto che Lei non ne parlasse, mentre Gino, molto egoista sotto quest’aspetto, investiva Irene anche dei propri problemi.

Lei lo consolava, lo amava, gli stava vicino, anche se - in alcune situazioni - Gino risultava veramente indisponente, sebbene l’amasse di un amore totalizzante.

Ogni suo pensiero, ogni sua azione era sempre alla ricerca della soluzione. Cercava di liberarsi della Crosta, ma non vi riusciva.

Contestualmente, descriveva ad Irene i suoi progetti per Loro.

Il suo sogno era un piccolo faro. Lei e Lui, Lui e Lei.

Nessun altro, nessun vestito, niente orpelli, una piccola finca nella zona sud di Formentera, dove il turismo di massa non era arrivato.  I loro cuori uniti per sempre, un cane di nome Fidel e la vita piena d’amore.

Voleva sposarla e voleva farlo a Leningrado, che per Gino non aveva mai cambiato nome, nella cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo, con il banchetto nuziale a bordo dell’incrociatore Aurora, accompagnati da pochi invitati, tra cui, però, non dovevano mancare i sette dirigenti e il dottor Venezia.  Non perché ci tenesse ad averli al loro matrimonio, ma perché voleva farli sentire male.  

Il reietto comunista, che, onestamente, aveva cercato di tirare su una coscienza di classe in quella cloaca capitalista, non era poi così imbelle e stupido, se stava sposando la più bella e amata della Banca. 

Quanto all’identità della sposa, l’avrebbero conosciuta solo all’ingresso in chiesa, con sicuro, cocente sbigottimento.

Alla festa nuziale, Gino diede un nome in codice, con estasiato divertimento d’Irene: “Sette ambulanze per sette dirigenti”.

Può sembrare surreale, ma Gino, che aveva sempre rifiutato il matrimonio, desiderava seriamente sposarla e voleva farlo come lo descriveva ad Irene.

Il matrimonio avrebbe dovuto avere luogo il 7 novembre 2017, centenario della Rivoluzione d’Ottobre. 

Gino lo diceva scherzando anche ai colleghi, che, ovviamente, pensavano ad un’iperbole onirica. Invece, era la pura verità.  

I colleghi seppero sempre quali fossero le intenzioni d’Irene e Gino: solo che non sapevano se fossero vere, reali e concordate. 

Il viaggio di nozze sarebbe partito dalla stessa Leningrado, per poi proseguire a Mosca ed infine terminare a Parigi.

Non doveva essere la classica luna di miele, ma un vero viaggio d’iniziazione politico-sentimentale. 

Nessuno ama più di un comunista, che lo fa a modo suo, senza risparmiare nulla del proprio cuore. L’amore comunista, nella sua semplicità, è più profondo.

Irene sapeva amare ed essere una buona socialista. I problemi, però, erano dietro l’angolo. 

Ciro il Sultano rubò il numero di Gino dalla rubrica d’Irene e, in seguito, trovò anche il modo di violare la sua casella di posta elettronica. 

Le comunicazioni, purtroppo, erano difficili e Gino, a volte, per non mettere in difficoltà Irene ulteriormente, se ne usciva con soluzioni emergenziali, come il non scriversi la sera, le quali, in Irene, creavano il sospetto che lui volesse tenerla a distanza.

 Non era così: anzi, soffriva più di Lei. Ma cercava di proteggerla, perché non si fidava di quel finto galantuomo che aveva in casa, ormai montante la guardia con pervicacia ossessiva.

I due amanti erano costretti a vivere la loro breve intimità, concessa dalle parti correlate di entrambi, con il telefono vicino. Si era giunti al punto che, se arrivava un Whatsapp, Ciro cronometrava quanto tempo Irene utilizzasse per visualizzare e rispondere. 

E, durante le pause pranzo, non passava giorno che non scrivesse più volte. 

Il rapporto con la Sorella Anastasia, unica a sapere, per molto tempo fu buono: essa stessa spingeva Irene ad ascoltare il cuore e non il dovere convenzionale. 

Le successive manovre del Sultano Ciro le fecero cambiare improvvisamente idea, rendendola decisiva nella finale giravolta d’Irene. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13.

 

Arrivò l’estate 2016, che, in giugno, iniziò con il matrimonio d’Anastasia e Nicola, presso il parco regionale “La Bufala”.

Irene dovette abbandonare il banchetto con anticipo, perché si sentiva male. Lei, a quel matrimonio, non voleva andare con il Sultano.

Lo stress accumulato e i sentimenti che era costretta a reprimere innanzi al pubblico la fecero crollare, sino a passare due giorni in pronto soccorso, a causa di una fortissima enterite. 

Gino non poté andare in ospedale, perché della sua esistenza erano edotti solo Ciro e la novella sposa.

I genitori, rimasti al suo fianco in quei giorni, n’erano ignari.

Nel mentre, nelle due famiglie originarie, era guerra totale di nervi.

Per Gino, da ormai molto tempo, era la completa normalità; per Irene, no.

Il Sultano non perdeva occasione per insultarlo al cospetto d’Irene. 

Gino cominciò in seguito, quando scoprì che Ciro non meritava alcun rispetto. 

Malgrado scadesse nel paradosso, Orso, nei primi tempi, aveva provato una certa empatia per quell’uomo, che stava perdendo un amore di vent’anni, ed avrebbe voluto farlo soffrire il meno possibile. 

Sperava che si sarebbe separato con civiltà e che avrebbe trovato presto una consolazione.

In merito a quell’individuo, sbagliò: avrebbe dovuto cinicamente affondare il colpo, prendersi Irene immediatamente e cominciare una nuova vita. 

Il Sultano si sarebbe acconciato da solo, come ora sta facendo Gino.

Dunque, l’uomo che Ciro, nella migliore delle ipotesi, definiva

“l’intelligentone”, “il parolaio”, non poté, per tre giorni consecutivi, sentire la voce d’Irene: il venerdì per il convivio nuziale e il sabato e la domenica successiva perché Lei era al nosocomio. 

Le mancava, non poteva vederla e non aveva sue notizie, perché, con Irene, erano astanti i genitori. 

Con una scusa, riuscì a chiedere a Maria, la ex-capoufficio, di chiamarla per avere qualche notizia. 

Vedendola, finalmente, il lunedì al lavoro, le volò addosso con un abbraccio di disperazione, senza preoccuparsi troppo del giudizio dei colleghi, che neanche lontanamente si sognavano quale reale rapporto esistesse tra loro.

Il peggio, purtroppo, doveva ancora venire. Infatti, la settimana successiva, sarebbe partita per la Liguria; tornata Lei, dopo altre due settimane, sarebbero arrivate le ferie estive di Gino, pianificate ben prima del 10 maggio. 

Gino, che, come detto, aveva già grossi problemi a casa, oltre all’amministrazione dell’officina e all’impegno di portare la Mamma alla pensione, era in condizioni psicofisiche estreme.

Suo unico desiderio era passare più tempo possibile con Irene, per farsi accudire e coccolare. 

Il bisogno era vitale, mentre, del tutto in antitesi, nei successivi sessanta giorni, l’avrebbe vista per non più di dieci giorni, al lavoro.  

Con Irene controllata a vista, non era nemmeno pensabile, almeno in quel momento, l’idea di uscire una sera.

Irene, infine, partì, mentre Gino era sperduto nelle proprie angosce, in agenzia, a casa, ovunque. L’ amava e avrebbe voluto essere lui a partire con Lei.

Si stava consumando di gelosia. 

Giugno era inoltre un mese diventato terribile da anni, per i suoi ricordi.

 L’anniversario della scomparsa di papà, con, subito dopo, ad inizio luglio, il compleanno, ormai solo più onorabile davanti al suo giaciglio. 

Provò, tuttavia, a dissimulare le sue sofferenze, facendosi bastare i pochi Whatsapp che potevano scambiarsi, quando Lei riusciva a divincolarsi dal controllo ossessivo del marito-padrone. 

Qualche volta, con la scusa del ruolo ricoperto, usando il telefono aziendale, chiamava in agenzia, ma non potevano dirsi molto.

Gino aveva i colleghi vicino e non erano sicuri della privacy di quelle telefonate, intercorrenti su linea mobile aziendale.

Avevano entrambi il desiderio di fare l’amore, a lungo, in un luogo tranquillo, senza doversi guardare intorno. 

Si erano promessi che l’avrebbero fatto; ma, per un motivo o per l’altro, non accadde mai.

L’ ultimo giorno di vacanza d’Irene, Gino ebbe una crisi di gelosia e rabbia, dal momento che Lei sembrava serena, quasi stesse bene così, mentre Lui soffriva la sua mancanza.

Ebbe l’impressione, forse sbagliata, che Irene non avesse ancora ben chiaro chi desiderasse al suo fianco. 

Gino si arrabbiò, capitolò allo stress. Spense il cellulare per un giorno. 

Stava troppo male, da troppo tempo, conscio che un’ennesima delusione avrebbe potuto essere fatale. La paura era troppa e si rifece guardingo.

Tuttavia, citando Borsellino, chi ha paura muore tutti i giorni, chi non l’ha muore una volta sola.

Gino stava morendo tutti i giorni, cominciando a costruire un lungo elenco d’errori, che, tre anni dopo, sarebbero stati per Irene il perfetto dante causa alla sua spietata inversione d’intenti.

Il primo errore fu quell’allontanarsi da Irene, per paura di farsi ancora male. 

Giunse luglio, con un rapporto volutamente raffreddato da Gino, che tuttavia, inoculava in lui gran tristezza.

Lei gli mancava molto e, prima di partire per Pantelleria, non poté fare a meno di baciarla e abbracciarla, avvinghiandola a sé.

Dalle ferie, la chiamò tutti i giorni e le scrisse continuamente.

Era in compagnia di Crosta e Neda, ma la sua mente era a Scurzolengo. Desiderava che ci fosse Irene con Lui e, quando entrava nel bagno turco, vedendo le altre coppie amarsi, mentre Lui aveva il suo amore ad oltre mille chilometri di distanza, provava un grande senso di vuoto.

Neda cresceva sempre più simile alla madre, non potendo quindi lenire la solitudine del padre con l’amore di figlia, del tutto assente.

Una notte di quella brutta vacanza, fece un incubo angosciante, che il giorno dopo raccontò ad Irene.

Lui era ormai un clochard, sui cartoni nella stazione di Porta Nuova, e vedeva passare Irene, perfettamente ancheggiante sui tacchi alti, con gonna a fisarmonica e camicetta bianca, come sempre in grandissima forma.

Era accompagnata dalla figlia Lucia e dal Sultano, tutti in partenza per Parigi, sembrando felici.

Irene, a quel racconto, sorrise di gusto, affermando: “Ma cucciolo, qualunque cosa accada, io potrei mai fare una cosa simile?

Non accadrà mai! Sii certo che io amo te”.

Nella realtà futura prossima, se non fosse stato per mamma Anna, che, tre anni dopo, avrebbe concesso a Gino il lettino dei tempi del liceo, in quella che era stata la sua cameretta adolescenziale, quel sogno non avrebbe potuto essere più rivelatore.

Tuttavia, il cuore di Gino volle fidarsi e, tornato dall’isola, malgrado avesse ancora delle ferie, corse senza indugio a Scurzolengo per vedere Irene. 

Non era mai accaduto, in quasi quindici anni di banca, che si recasse in agenzia malgrado fosse in ferie. L’amava troppo e doveva vederla.

L’estate, tanto amata, non era ancora finita e, ad agosto, Irene rimase a casa per altre due settimane, per fare il trasloco nella nuova casa. 

Mentre, in settembre, Gino aveva preso una settimana, per accompagnare la Mamma e Neda in Liguria. 

Il primo giorno di rientro al lavoro, ebbero un pomeriggio in cui restarono soli in agenzia e fu, ovviamente, un pomeriggio infuocato. 

Per quanto la ragione li spingesse ad evitare nuovi passi avanti nella loro relazione, la chimica dei loro sentimenti li attirava come adolescenti.

Non potevano farne a meno: era amore vero e da questa certezza nessuno farà mai recedere Gino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14.

 

La sera, poche ore dopo quel pomeriggio di fuoco e sensi liberati, sul telefono di Gino proruppe un Whatsapp che gli fece gelare il sangue. 

Era d’Irene: con un messaggio, chiudeva la relazione, a causa di un richiamo all’ordine della mamma.

Si trattava di una lunga metafora, con cui Irene stessa cassava il suo amore, nel nome di un binario che aveva scelto molto tempo prima e che le convenzioni catto-borghesi imponevano nella commedia della vita.

La mamma le ricordò il suo ruolo sul palcoscenico e Lei obbedì.

Malgrado questa azione inopportuna, che fu solo la prima di tante pressioni su Irene, Gino, nei suoi pensieri e nelle sue parole, non proluse mai di una cattiva famiglia - tutt’altro. 

La forma mentis della mancata suocera non contemplava una figlia separata; la mamma di Lucia, moglie di Ciro, aveva scelto, molto tempo prima, un binario per la sua vita e cercare di cambiarlo avrebbe provocato un deragliamento. 

Irene sostenne che la mamma aveva capito tutto da come Lei parlava di Gino; ma era molto più probabile che qualcuno, tra Anastasia e il Sultano, avesse cantato. 

Il Sultano Ciro era un gran lenza, che faceva il padrone fedifrago solo a casa, mentre, al cospetto di suoceri e cognata, recitava da marito perfetto: indubbiamente, più socievole di Gino, non a caso soprannominato “Orso” da Irene. 

L’orso, però, non attacca mai, se è lasciato in pace; se lo fa, è per difendersi. 

Inoltre, secondo le parole d’Irene antergate l’anno precedente, “Ciro era bello, Ciro era simpatico, Ciro era buono”. 

Ma, se Ciro era l’esempio di marito che ogni moglie e suocera vorrebbero, perché Irene aveva cercato Gino? Perché l’aveva seguito al bar? Voleva solo essere d’aiuto ad una persona in difficoltà, cadendo in seguito nella rete di corteggiamento che quel diavolo di Gino aveva teso sin dall’inizio, solo per portarsi a letto quello splendore di figlia?

Bella considerazione avevano in famiglia per il loro capolavoro!

Assunto che realmente sia andata così, forse oggi Gino sarebbe già passato oltre e Irene, perfetta, sicura e quadrata in ogni aspetto della vita, avrebbe dimostrato un’immaturità sentimentale non degna della sua fama.

No, le cose non andarono così: Irene non era una stupida e sapeva bene cosa faceva; il Sultano non era poi così bello, buono e gentile, come riusciva a vendersi da ormai venti anni, e ovviamente Gino, che mai si sarebbe sognato di poter attendere in corte d’Irene, non era il gatto a nove code di cui ella stessa sentiva la descrizione in ogni discussione.  

Ma, se senti la medesima teoria per centinaia di volte, ad ogni occasione, da più fronti, con metodica psicocriminale, può anche accadere che, prima o dopo, tu te ne convinca - o, più facilmente, ti arrenda e ti obblighi a crederci. 

Fu quello che accadde; ma, in quella sera di luglio, le parole d’Irene, seguite da un silenzio che Gino avrebbe imparato successivamente a riconoscere come sua cifra comportamentale, lo fecero adirare. 

La mattina successiva, giunta dopo una notte insonne, Gino si presentò a Scurzolengo, furioso e determinato a chiedere spiegazioni per quella distopica decisione. 

La rabbia accumulata nella notte e la paura di essere finito in un esperimento sociale lo portarono ad approcciarsi ad Irene con un francesismo non esattamente da galantuomo: “Mi spieghi, per favore? Andiamo avanti ad alti e bassi, ci promettiamo il paradiso e la libertà di amarci, poi, due ore dopo aver quasi scopato in agenzia, mi scrivi un messaggio per chiudere tutto?”

La risposta fu quasi peggio del messaggio: “Quella di ieri era solo una prova. Volevo vedere a cosa seriamente puntassi tu e vuoi solo portarmi a letto. Non mi ami e non fai sul serio”.

Gino lasciò l’ufficio senza proferire verbo, profondamente offeso, con l’ormai quasi certa convinzione che, con lui, arrivato a Scurzolengo diffidente e disamorato della vita, senza più alcun interesse, Irene, per rafforzare il proprio ego, avesse voluto mettere alla prova la sua capacità di seduzione femminile.

Ancora oggi, Garbero, alla luce dei numerosi episodi successivi, pur consapevole dei propri errori, non scarta del tutto quest’ipotesi.

Oppure, iniziò così, per poi accorgersi che la situazione le era scappata di mano, innamorandosi.

Orso non lo saprà mai, potendo solo fare ipotesi e cercare risposte nell’analisi dei fatti, come in un processo indiziario. 

Garbero, impegnato su troppi fronti, scelse di desistere nuovamente, per proteggere sé stesso ed anche Irene, che cominciava a dare segni di confusione, chiamando Ciro con il nome di Gino e viceversa. 

Se Irene credeva in quanto aveva sostenuto, non voleva certo essere lui il responsabile del deragliamento della di Lei vita.

Riprese la sua normale, triste, monotona, esistenza, corollata di furibonde battaglie casalinghe, nelle quali la Crosta non faceva altro che chiedere soldi.

Rimase tuttavia leale sul lavoro e continuò ad impegnarsi affinché la sua Direttrice, appena nominata, potesse raggiungere i target prefissati e l’agognato livello retributivo che le spettava.

L’amava egualmente e la ama ancora adesso; ma la mancanza di rete di protezione, l’offesa al candore e alla trasparenza con cui si era sempre approcciato alla relazione, ricevuta quella mattina, rendevano paralizzante la paura d’intraprendere risolutamente la strada, che Irene aveva chiesto il 10 maggio.

L’amata direttrice trascorse le due settimane centrali d’agosto in ferie, a finire il trasloco.

Evidentemente, però, la stretta vicinanza del Sultano, che la “guardava” traslocare, mentre lui passava le giornate a bighellonare, la fece nuovamente vacillare. 

Questa volta, fu Lei a riavvicinarsi, passando più volte in agenzia, per staccare da quel trasloco, tutto sulle sue spalle. 

Gino l’amava e non seppe resistere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15.

 

L’ estate volgeva al fine. Neda e la Nonna furono accompagnate al mare da Gino, che, in settembre, avrebbe compiuto quarantadue anni.

Irene gli regalò un album di Adelmo Fornaciari e, la sera tra il 9 e il 10 settembre, attese sveglia la mezzanotte, per poter essere la prima a fargli gli auguri. 

Tuttavia, l’ormai invecchiato bolscevico, evidentemente non degno dei suoi eroi, aspirava ad uscire con Irene quella sera; ma la Musa a ciò non fece mai cenno.

Qualche giorno dopo, ne parlò lui. Irene rispose: “Perché non me l’hai chiesto? Mi sarei fatta coprire da mia Sorella!”. Chissà se era vero… Era Gino che avrebbe dovuto invitarla, o era Irene che avrebbe dovuto fare la sorpresa?

De facto, Gino passò la sera del suo compleanno sul divano di una casa in cui non voleva stare e da cui non riusciva ad andare via.

A volte, la Musa perdeva la pazienza, sostenendo che tutti si dividevano e tutti si rifacevano una famiglia.

Vero! Dimenticava, però, che le stazioni erano piene di padri separati, senza un tetto, perché le madri della loro discendenza li avevano depauperati. 

Orso temeva terribilmente questo esito. 

Oltre al fatto che, anche se avesse trovato subito il coraggio per farlo, il Sultano non avrebbe sguarnito il fortino, perseverando nel montare una guardia sempre più invasiva. 

Un pomeriggio di fine settembre, Irene era dal dottore in attesa, quando, con cogenza minacciosa, venne convocata a casa dal marito, trovandolo in stato collerico. Stava gettando dagli armadi tutti i vestiti d’Irene.

I romanzi Il treno per Tallinn ed Il commesso viaggiatore, che quell’estate Gino aveva letto e passatole, volarono da una parte all’altra della casa.

Aveva violato la casella postale, leggendo le missive più intime che si erano scambiati, compresi i sogni erotici che si raccontavano tramite quel canale. 

A parte il reato commesso, Ciro spaventò a tal punto sua moglie che Irene fu costretta a chiamare i genitori, chiedendo nel mentre a Gino di entrare nella mail, per svuotarla di tutte le comunicazioni.

Giunti d’urgenza, i genitori la trovarono atterrita.

Il Sultano, agli stessi genitori, sembrò pericoloso ed alterato, tanto che il padre voleva portarla via. 

Irene, invece, invitò loro a cena e si mise a spadellare per tutti.

Come sempre, seppur spaventata, il suo senso del dovere stava superando la voglia di amare liberamente.

Per Gino, fu un’altra notte di paura e confusione. 

Era sola in casa, con un uomo pericoloso che la stava minacciando.

Diceva di non amarlo più; ma, pur avendo la legge dalla sua parte, contrariamente a Gino, non lo cacciava e non se ne andava, come le aveva suggerito il papà. 

Lei era la mamma! Qualora il padre, che, aveva già trovato una sua compaesana come amante, si fosse incaponito in una separazione giudiziale, avrebbe perso casa e figlia, esattamente come Gino.

Irene, però, non muoveva fante e chiedeva a Gino di andare via da casa, come primo passo verso una nuova vita con Lei.

L’unico posto, tuttavia, dove poteva andare ed in effetti finì, quando era ormai troppo tardi, era il lettino di camera sua, a casa della mamma. 

Al di là di questi dubbi, che scelse di non esplicitare, Gino, la mattina dopo, fu felice di vederla sana e salva. 

Decisero insieme di cambiare canale di comunica­zione, passando ai più sicuri sms, inaugurando un periodo relativamente tranquillo. 

Si amavano, stavano bene insieme e ritagliavano ogni minuto possibile per amarsi, come potevano, litigando e facendo pace nella stessa giornata. 

Le pause pranzo divennero ogni giorno più incandescenti: non esisteva centimetro dei rispettivi corpi non esplorato. 

Irene chiamava Gino muflone”, per la particolare respirazione che assumeva quando erano in intimità. 

Il petting era la normalità in ufficio e Lei iniziò a praticare la depilazione intima integrale, per sentire meglio il tocco delle grandi mani di Gino.

Garbero, quando la sentiva vibrare di piacere tra le sue mani, riscopriva il sapore del desiderio, pur consapevole che si trattava di amore incompleto.

Irene stessa, perdendo le inibizioni, chiedeva di essere penetrata; ma Gino, seppur “ammuflonato”, sapeva che Lei, con piena ragione, in ufficio non voleva. 

La prima volta, per loro, doveva essere speciale, non una sveltina ricavata da una pausa pranzo.

Stava per arrivare il di Lei genetliaco ed entrambi avevano ferie. Gino desiderava, sopra ogni cosa, essere Lui a farle gli auguri, quel sabato mattina, abbracciandola al risveglio.

Voleva organizzare una fuga di tre giorni, dal venerdì alla domenica, inventando una trasferta per la banca, ma Irene non se la sentì: “Una trasferta che finisce di domenica sera non è credibile”.

Orso le donò il romanzo La casa Russia, con l’intento di leggere per Lei; ma fu costretto a darglielo in agenzia, perché continuava a non esserci modo di vedersi fuori. 

Gino cominciava a provare odio per Ciro: Lei diceva d’amare Gino, ma, nel letto, aveva Ciro.

Non ebbe mai il coraggio di chiedere cosa accadesse di notte.

Sentiva però il suo sentimento aumentare sempre più, travalicare la prudenza necessaria sul luogo di lavoro, che cominciava ad essere stretto, per quell’amore profondo.

Iniziò l’assedio dei brutti pensieri, come quello per cui sarebbe stato meglio non incontrarsi mai, se quell’amore era destinato a rimanere tra le quattro mura di una banca, commettendo il nuovo errore di dirlo ad Irene, aumentando in Lei la delusione repressa, che, alla lunga, sarebbe esplosa tutta insieme.

Per la fine dell’anno, programmarono molti giorni di ferie coincidenti, con il chiaro intento di stare insieme tutto il giorno, amandosi completamente, senza tabù, per l’intera giornata. 

Per un motivo o per l’altro, all’ultimo momento, inverosimilmente, saltava sempre tutto.

Gino che se ne usciva con la frase sbagliata, ferendo il cuore d’Irene; o 

la stessa Irene, che, non trovandosi nel ruolo d’amante, dava l’impressione di accettare solo per far contento Lui, erano le più frequenti situazioni, scatenanti un litigio il giorno prima, prontamente rientrante il giorno dopo, perché, in quell’autunno, risultava loro impossibile stare lontani. 

Nel mentre, il Sultano viveva la propria vita clandestina alla luce del sole. Quello che Irene non riusciva e non voleva fare in un hotel, lui lo faceva a casa della sua amante Annunziata.

Una tattica che, alla lunga, funzionò, provocando gelosia mai ammessa ed ostruendo gli slanci d’incoscienza di cui avrebbe avuto bisogno Irene.

Non si può negare che la strategia di Ciro fu certamente più accurata e studiata di quella di Gino, che, però, aveva scelto, come sempre, di essere un libro aperto, senza adottare alcuna strategia o protezione. 

O meglio, ingenuamente, credeva che, dicendo sempre la verità, con atteggiamento trasparente, alla fine avrebbe prevalso l’onestà.

Non fu così. Voltaire, questo sconosciuto!

Con altrettanta ingenuità o egoismo, come disse Irene in seguito, Gino non teneva Lei all’oscuro neanche di tutti i problemi che aveva a casa, comprese le litigate con la Crosta, i problemi dell’officina di Papà Romeo ed i capricci della mamma vedova.

Il tutto creava in lui momenti malmostosi, che Irene cercava di alleviare, ma che, contestualmente, la consumavano.

Aveva sempre vissuto in serenità e, da quando si era innamorata di Gino, viveva giorni in cui non riusciva a sorridere, accudendo prima il Suo Orso al lavoro e difendendosi, poi, a casa, da un marito che diceva di amarla, ma che, al contempo, se la spassava con Nunzia.

Per Irene, non erano momenti facili; ma, anche se ferita, non negava mai la sua dolce empatia - anche se può accadere che un amore, al pari di un germoglio di rosa, nasca per caso, ma va accudito, abbeverato e protetto dalla grandine; altrimenti, è destinato a morire com’è nato. 

Gino, annichilito dalla paura, dalle troppe incombenze, dalle minacce economiche, che la Crosta continuava a rappresentare, si era un po’ seduto su quella situazione, evidentemente senza accorgersene. 

Prendeva quello che poteva, in quel poco tempo disponibile, senza più chiedersi come far sbocciare quella vita di coppia che Irene continuava a chiedere e che lui stesso voleva più d’ogni altra cosa.

Aveva però quasi perso la speranza.

Un pomeriggio, mentre si stavano baciando, Irene gli chiese se mai avrebbero potuto beneficiare di una vita regolare, alla luce del sole.

Gino, con un candore che sembrò disinteresse, rispose: “Lo spero tanto, ma non lo so. I problemi da affrontare sono veramente grandi”.

Semplicemente, non capiva che, se non avesse iniziato ad affrontarli uno per volta, trovando il coraggio di combattere, non si sarebbero mai risolti da soli.

In aggiunta alle già molte complicazioni, ad inizio dicembre, il Dematteis ottenne il posto da direttore, che aveva sempre rincorso, presso l’agenzia di Via Bologna a Torino. Al suo posto, giunse Alberta Crepaldi, stretta amica personale di Eva Petacci, la responsabile della rete retail.

Nulla di quello che si sarebbe detto a Scurzolengo sarebbe più rimasto a Scurzolengo.

I sette dirigenti stavano cominciando a mettere sotto tutela l’agenzia: sul lavoro, filava tutto troppo liscio; i target, imposti ad inizio anno, erano stati tutti raggiunti e sfondati, creando in quelle menti bacate la sensazione di non poter più controllare quel gruppo. 

La banca, poco alla volta, stava cominciando a farsi restituire quello che, per sbaglio, aveva concesso. 

Perché le banche non regalano nulla, nemmeno l’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16.

 

Arrivarono le vacanze di Natale, che peggio non avrebbero potuto andare.

Gino, la sera della vigilia, contrariato dal non poterla vivere con Irene, ebbe un’esplosione iraconda contro la Crosta.

Quella donna gli aveva rovinato la vita, tenendolo prigioniero con ricatti economici che si riproponevano anche quella sera: Gino, ormai, non era altro che un bancomat; la Crosta solo un ostacolo alla vita vera.

Le urla furono tanto forti che l’ormai cetaceo ebbe la scusa per chiamare i Carabinieri, i quali, tuttavia, non vennero. 

Quella foca spiaggiata aspettava solo di avere un motivo valido, giustificante il ricorso ad un avvocato, per portargli via la casa. 

Garbero, tuttavia, non seppe mai se ci fosse andata realmente. 

Forse, si rese conto che, anche buttandolo fuori di casa e portandogli via metà dello stipendio, lei non avrebbe mai potuto cavarsela da sola. Troppo indebitata per farcela. 

Oppure, a lei lo fece capire l’avvocato: per bravo che fosse, non avrebbe potuto spremere sangue da una rapa.

L’ unico sciocco che continuava a farsi intimorire da quelle minacce era proprio Gino. 

Già da quella sera, Irene, con la casa piena di famigliari a cui avrebbe garantito pranzo e cena da sola per l’intera settimana a venire, fu investita dalla bomba esplosa a casa del suo Orso. 

Oltre a badare all’ordalia in casa sua, doveva stare dietro alle crisi di Gino, che stava passando l’ennesimo Natale in perfetta solitudine.

Irene fece quello che poteva; ma Gino non percepì, nuovamente, che la stava caricando di tensione e pesi a Lei non spettanti. 

Infine, il primo gennaio 2017, dalle 18 sino a notte fonda, il Sultano riuscì a rappresentare il peggio di sé.

Gino, nel tardo pomeriggio, scrisse un sms ad Irene, che non sentiva da qualche ora: “Amore, tutto bene con il Sultano?”. Passò un secondo e arrivò la risposta: “Che cazzo vuoi dal Sultano?”.

Il cinghiale aveva nuovamente preso il telefono d’Irene.

Perché?  Che cosa era successo?  Stava succedendo qualcosa.  

Gino chiamò immediatamente, ma il telefono suonava a vuoto.

Irene non rispondeva.

Il Sultano prese ad insultarlo pesantemente e a minacciarlo di morte, con il di Lei telefono. 

Gino dovette fare ricorso a tutta la propria calma per non rispondere come avrebbe voluto. Non sapeva come stesse Irene, non riusciva a parlarle, non capiva perché quel delinquente avesse il suo telefono in mano.

Chiese più volte, senza mai rispondere alle folli, violente elucubrazioni che giungevano sul display, di parlare con Irene o che, almeno, Le fosse concesso di scrivere un messaggio. 

Avevano, in passato, concordato ed imparato a memoria un codice. Era la Canzone d’autunno di Verlaine, usata dagli Alleati per lo sbarco in Normandia: 

“I singhiozzi lunghi dei violini d’autunno mi feriscono il cuore con languore monotono.

Ansimante e smorto, quando l’ora rintocca, io mi ricordo dei giorni antichi e piango;

e me ne vado nel vento ostile che mi trascina di qua e di là come la foglia morta”.

Qualora Irene ne avesse scritta solo una parte, avrebbe significato “pericolo”; se l’avesse scritta per intero, avrebbe significato che stava bene.

Non vi era tuttavia modo di far riconsegnare il telefono ad Irene, che, nel mentre, stava piangendo in camera da letto con sua sorella Anastasia. 

Solo alla minaccia di far intervenire i carabinieri per sospetta violenza domestica, quel maiale si dette un contegno temporaneo e restituì il telefono ad Irene: o, meglio, lo lanciò sul letto. 

 Irene, troppo scossa, non lo toccò neanche, mentre il marito riprese la sequela d’insulti con il telefono personale.  Gino continuò a non rispondere a tono, finché la canzone di Verlaine non giunse per intero. 

Finalmente, Irene dava un segnale: stava bene.

Le scrisse subito: “Amore, vengo a prenderti e ti porto a casa mia, sei troppo in pericolo”. Rispose probabilmente Anastasia: “No, questa notte dormo da mia sorella, con Lucia. Domattina, ti spiegherò; ora, riposati e scusa per gli insulti di Ciro”.

Quella fu l’unica notte che Irene dormì fuori casa, mentre Gino e Ciro, con Irene al sicuro, a quel punto si sfidarono ad armi pareggiate. 

Ciro, pur sapendo che Gino era orfano di padre, non ebbe alcuna remora ad usare più volte la parola “bastardo” - o, forse, era ed è troppo ignorante per avere la minima idea del reale significato di quella parola.

Gino non scese tanto in basso. Quando Irene confermò di essere al sicuro, a casa della sorella, Gino si limitò a scrivergli poche parole: “Senti, galeotto mancato: hai detto di volermi uccidere. Vieni: ti aspetto, non ho paura e sai dove trovarmi. Ti farò vedere di cosa è capace un discendente della Resistenza”.  

Con prevedibilità meschina, non si fece vedere e Gino se ne andò nel suo letto singolo, dove dormiva da anni, arrabbiato, sfiancato dallo sforzo diplomatico profuso per ore nel tenere impegnato quel picciotto mancato, ma felice che Irene fosse al sicuro.

Giurò a sé stesso, che nessuno avrebbe mai conosciuto il contenuto di quelle minacce e così fu. 

Ancora oggi, Irene non sa cosa avesse scritto quel surrogato di marito che aveva ed ha in casa.

Il 2017 iniziò veramente male; ma non sapeva ancora che la BDI spa si stava attrezzando per farlo finire peggio.

La mattina dopo, il 2 gennaio, si svegliò prestissimo, con terribili pensieri.

Immaginava che Irene fosse esasperata per la situazione in cui l’aveva messa. Se Gino non avesse inviato quel messaggio, Lei, la sua pasticcina, avrebbe passato una serata tranquilla.

Una cosa era certa: Gino non era l’unico a vivere una brutta situazione. Irene, certamente, pur non dicendo nulla, stava peggio, perché non era abituata alla guerra. 

Arrivò in filiale presto, molto presto, preparandosi a sentire un brutto discorso.  Irene, evidentemente anche Lei insonne, arrivò due minuti dopo.

Lo abbracciò immediatamente e gli chiese scusa, senza avere alcuna colpa. Il colpevole, al massimo, era Gino - dopo, ovviamente, il pericoloso omuncolo che aveva in casa.

Rimasero abbracciati per più di un’ora, senza dire nulla. Sentivano solo i cuori battere forte. 

Gino, stringendo forte, disse: “Amore, scappiamo insieme e, al nostro ritorno, insieme affronteremo tutti”. Irene lo bacio a lungo, lo strinse ancora più forte, ma non disse nulla. Sembrava triste e rassegnata. 

Gino era ancora convinto che, innanzi al fatto compiuto, tutti coloro che osteggiavano quella scelta, compresa Anastasia, che stava dando inizio a un riposizionamento, si sarebbero rassegnati e li avrebbero lasciati liberi di vivere il loro amore. Neda e Lucia avrebbero capito. 

Irene, però, forse, ormai non vi credeva più. Quel brutto inizio d’anno l’aveva riportata alla triste realtà: per liberarsi di Ciro, avrebbe dovuto ingaggiare una guerra giudiziaria e di nervi.

L’ atteggiamento sempre positivo e sicuro di sé non faceva d’Irene un Cyborg e Gino vide, più volte, durante quell’anno, le Sue mani tremare.

Nel primo giorno di lavoro del 2017, erano soli in agenzia e poterono, con tutta calma, stare insieme, anche tra un cliente e l’altro. Erano entrambi tristi, ma si tenevano su insieme.  

Gino era ormai convinto che, insieme a Irene e per Irene, avrebbe trovato la forza per affrontare ogni sfida. 

Non era ancora felice, ma aveva la speranza di esserlo.

A metà mattinata, sul telefono d’Irene, purtroppo, l’etere consegnò le scuse di Don Ciro, che si giustificava con il troppo vino in circolo.

Irene non rispose, ma scelse di tornare a casa, quella sera.

Gino tentò di dissuaderla, ma Lei sembrava essersi arresa alla realtà. 

Andò a casa e riprese la solita vita: casa, figlia, lavoro, Gino, Ciro.

Forse, Irene non aveva nemmeno più la speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17.

 

Giunse febbraio, con la solita altalena di sentimenti, litigi, pacificazione, aspettando la pubblicazione del conto economico del 2017.

Avevano raggiunto tutti i target e la filiale era in attivo.

Erano tutti certi che, con quel risultato, sarebbero giunti i risibili premi della BDI spa, oltre che il quadro direttivo per Irene, cui aveva diritto già da un anno. 

Non tenevano però in conto gli artifici contabili che i sette dirigenti nascondevano nei cassetti, nel caso, a loro insindacabile giudizio o, meglio, sotto ordine del dottor Venezia, una filiale non fosse meritoria di essere premiata, per il guadagno che aveva messo nelle loro tasche. 

Un mutuo ipotecario, stipulato nel 1983 e andato in sofferenza pochi anni dopo, fu spesato, come perdita, nel conto economico 2017. 

Il bilancio della filiale andò in perdita e tutto il lavoro fatto in quell’anno divenne inutile ai fini del Sistema Premiante. 

Un caveat, inserito ad arte nel regolamento non concordato con il sindacato, escludeva dai premi tutte le filiali che avevano un costo del credito superiore all’utile di gestione corrente.

Tutti sapevano che usavano questi metodi e, vista anche l’esiguità dei premi scippati, non ci fecero caso - salvo essere delusi, perché quel giochino aveva precluso la promozione d’Irene.

Ma, poiché non bastava, una bella mattina Gino si trovò con molte funzionalità operative disabilitate: non poteva più vedere e gestire gli sconfinamenti di giornata, passare un anticipo fatture o una lavorazione di portafoglio.

Gli ordini titoli, che aveva inserito fino al giorno prima, non erano più accessibili. 

La banca, senza avvertire alcuno, aveva diviso il personale in caste: assistente alla clientela, consulente Retail, addetto titoli, vicedirettore e direttore. 

Gino, che proprio uno sprovveduto aveva dimostrato di non essere, si ritrovò nella casta dei paria: non era neanche più un semplice operatore allo sportello, ma assistente alla clientela, come le venditrici di caffè al supermercato.  Ormai, poteva solo eseguire prelievi e versamenti.

I risultati personali del 2017 erano stati eccellenti, probabilmente troppo.  Se fosse andato avanti così anche negli anni successivi, qualcuno avrebbe dovuto chiedergli scusa per l’ostracismo subito nel decennio precedente. Era meglio togliergli i mezzi per lavorare.

Irene, indispettita forse più di Gino, che le consigliava di non esporsi per lui, potendo diventare pericoloso per Lei, presentò una vibrante protesta ad Eva Petacci, che seppur in quel ruolo da poco tempo, aveva ben presto imparato l’arte della menzogna felpata e sorridente. 

“Non ne so nulla, ti faccio sapere” le rispose e nessuno seppe più nulla. 

Gino, che, in quel periodo, aveva cominciato a leggere la ricostruzione storica dei novecento giorni di Leningrado, intuì che stavano preparando qualcosa, che chiamò appunto “operazione Barbarossa”

Avvertì Irene, suggerendo un attacco preventivo, come una rivendicazione salariale per Lei stessa, che, da contratto nazionale, ne deteneva il diritto da oltre un anno.

Irene non volle credere a quell’intuizione e, come Stalin, fece l’errore di rimanere ferma.

Pochi giorni dopo il loro primo anniversario, passato con un po’ di tensione, poiché, come al solito, Irene non se la sentiva di passarlo con Gino lontano dalla banca, prendendo insieme un giorno di ferie, arrivò la risposta mafiosa della Banca alla protesta presentata e reiterata alla Petacci da Irene.

Arrivarono gli ispettori della revisione interna.

Costoro, che, sulla carta, avevano completa autonomia, non erano altro che i bravi di Don Rodrigo. Andavano ad intimidire laddove i sette dirigenti sentivano aria di rivolta.

Questi signori altro non facevano che spiare pervicacemente i loro stessi colleghi, senza, peraltro, averne le capacità. 

In tanti anni di Banca, Gino non vide un solo ladro essere individuato dall’ispettorato. 

Anzi: tutti coloro che furono individuati furono segnalati loro dalla magistratura, a frittata ormai fatta, con l’arresto già avvenuto. 

Era una metodologia intimidatoria che Gino, purtroppo, aveva imparato a conoscere bene sulla propria pelle.

I colleghi, compresa Irene, non la conoscevano ancora. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18.

 

Quando i due sgherri, inviati dalla santa sede, com’è chiamata in gergo la direzione centrale, si presentarono a Scurzolengo, Irene non era ancora arrivata.

L’ atteggiamento era quello solito: cercavano l’errore a prescindere e dovevano trovarlo.

Il capo missione era Giovanni Rabbia, detto “Cocciapelata”, un abituale frequentatore di prostitute, ormai vicino alla pensione. Il suo accompagnatore era Fabrizio Adulenti, un ragazzino che, lustrando le scarpe giuste, aveva presto fatto carriera, diventando il maggiordomo del capo Funzione Revisione Interna, Claudio Evangelisti. 

In una normale ispezione, il vice direttore “assiste a vista” gli ispettori; ma Alberta, che era l’inviata permanente della Petacci, non mosse foglio e, durante i due giorni di visita, non fu mai controllata.

Si capì immediatamente non trattarsi di una normale Ispezione, ma di un vero e proprio agguato ad Irene, per metterla in cattiva luce. 

Stevo e Gino, con uno sguardo, si capirono: toccava a loro aiutare Irene e lo fecero. 

Fu un’ispezione dura e profonda, nella quale Irene, Gino e Stevo lottarono punto su punto, facendo squadra.

Ad ogni minima anomalia, l’Adulenti telefonava ad Evangelisti per edurlo dei progressi della missione. 

Erano ridicoli; ma, nonostante la forza intimidatoria che continuavano a vagheggiare, Stevo e Gino si mossero a testuggine, per proteggere Irene ed il suo lavoro. 

Irene, al tempo stesso, dal suo ufficio, strategicamente vicino a quello dove Gino aveva piazzato i due sbirri, riusciva a capire in anticipo dove avrebbero messo le mani. 

Chi subì il controllo più capillare fu, ovviamente, Gino; ma, come sempre, non trovarono nulla, se non le classiche irregolarità formali che si trovano in tutte le casse d’ogni agenzia. 

Il lavoro difensivo che Irene, Stevo e Gino riuscivano ad organizzare soltanto guardandosi negli occhi, procurò forte imbarazzo alle due macchiette della Gestapo, che, dopo due giorni d’assalto, si ritirarono con perdite. 

Avrebbero, in seguito, tentato altri assalti, fino a scegliere di distruggere quella squadra. 

I due giorni di perquisizione furono duri, tanto che, alla fine, Stevo aveva anche la febbre per lo stress, mentre Irene era molto tesa e rabbuiata, avendo compreso che era cominciato quello che Gino aveva previsto.

L’ unico che si sentiva bene era Gino: abituato alla guerra, aveva sprigionato tutta la propria adrenalina, difendendo la sua tribù con rabbia, non celando il disprezzo per i due inviati e per Alberta, la basista interna, che, certamente, era stata avvertita con anticipo. 

Gino, del resto, era definito “orso” da Irene e, se attaccato, l’orso si difende: la sua Irene doveva essere difesa ad ogni costo e così avvenne. 

Finalmente, in quell’occasione, Irene capì il vero valore e ruolo della sua vicedirettrice; ma non importava, perché il vero nucleo della filiale consisteva in Lei, Gino e Stevo. 

Irene si sentì nuovamente sotto attacco quando Evangelisti inviò il verbale d’ispezione: bisognava rispondere e dalla risposta dipendeva l’esito positivo o negativo dell’ispezione.

Un bollino rosso avrebbe comportato la dissoluzione del gruppo che aveva creato, vero target dell’ispezione. 

Gino, lette quelle cinque ridicole cartelle, scritte male, intrise di castronerie, piene d’inesattezze e trappole, palesanti la totale incompetenza di questi viscidi lacchè del potere, decise che doveva mettere fine a quelle intimidazioni e si offrì di scrivere la difesa.

La sua cerbiatta dagli occhi verde smeraldo andava difesa con fermezza. 

Lavorò per quattro notti, editando un documento di quindici cartelle, nelle quali smontò e ridicolizzò ogni singola contestazione, con antitesi al limite del linguaggio notarile, non esitando, tra le righe, a far traspirare il sentimento di disprezzo verso quei colleghi che non avevano fatto altro se non  tentare d’incastrare una lavoratrice onesta, colpevole, per i loro neuroni immobili, di aver difeso e valorizzato Gino innanzi ad una direzione centrale che, cocciutamente, viveva di preconcetti.

Irene eliminò i passaggi più aspri, tipici della scrittura di Gino, firmò ed inviò.

Innanzi alla controdeduzione, non contestabile, la Funzione Revisione Interna non poté far altro che concedere il bollino verde, provvedendo, però, ad inoltrare una protesta alla Petacci, che si affrettò a rappresentare ad Irene tutta l’irritazione per quella risposta troppo dura.

Il primo attacco ad Irene era stato respinto. 

La BDI spa, tuttavia, non si arrese nell’intento di piegare Irene ad una mentalità aziendalista.

Pochi giorni dopo, questa volta per bocca di Gianna Balabanof, la direttrice centrale delle reti, fu comunicato ad Irene che, per i volumi di lavoro di Scurzolengo, cinque addetti erano troppi: a Lei stava scegliere chi sacrificare, tra Gino, Stevo e Rosanna Milanese - anche se era di facile intuibilità a chi dovesse rinunciare, per dimostrare di essere una di loro.

Irene non arretrò. Al di là del rapporto personale, sapeva che Gino, professionalmente, era utile e confermò il suo convincimento rinunciando a Rosanna, che, dal primo giugno 2017, sarebbe stata assegnata all’agenzia di Carmagnola.

Scurzolengo, solo con loro tre perché su Alberta non si poteva contare, avrebbe continuato a macinare utili in letizia. 

Irene, bravissima nel suo lavoro, riuscì anche a ridurre in modo sostanzioso il costo del credito.

Sul lavoro, pertanto, pur consci che insistevano manovre in corso, per il momento, andava tutto bene.

Ma Gino stava per commettere uno dei suoi errori fatali, che rimpiange ancora ora e che Irene mai gli perdonò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19.

 

Arrivò giugno: mese difficile da affrontare per Gino, con la ferita della malattia del papà ancora aperta. 

Amava solo Irene e concentrava tutte le sue speranze di riscatto su di Lei, senza realizzare che, all’orizzonte, si stava preparando la tempesta. Pensava di avere più tempo; ma, in realtà, era sempre meno: Gino stava ballando sul Titanic senza vedere l’iceberg che, di lì a poco, l’avrebbe affogato. 

Ma a fare il primo buco nella barca fu proprio lui: per amore di Neda, ma lo fece incuneando in Irene un sentimento d’amore tradito, che, a caldo, Lei soffocò, usandolo a freddo quando dovette giustificare la sua abiura.

Gino aveva più volte detto alla Crosta di andarsi a prenotare le vacanze, perché, dopo l’anno precedente, non aveva alcuna intenzione di andarsi a mangiare il fegato in sua compagnia ed Irene ne era informata.

Le ferie desiderava passarle con Lei, ma la Musa non se la sentì di prenderle in luglio. Ciro, sempre Ciro, poteva solo ad agosto. 

Inoltre, il riposizionamento d’Anastasia, malgrado quello che aveva visto fare al Sultano, si completò fino a diventare vero e proprio ostracismo contro Gino, alimentato con pervicacia ormai dall’intera famiglia, compreso quell’incapace del Cognato. 

Più in là nel tempo, se ne sarebbe capita la motivazione. 

La mamma di Gino, ormai raggiunta la pensione, non voleva più saperne di continuare a gestire l’officina lasciata da suo marito e cominciava a fare i capricci per chiudere. 

In effetti, era più che altro un ricordo del papà, perché utili non ne faceva; ma lasciar vivere quell’officina, per Gino, era come tenere in vita una parte di Romeo.

Nel chiuderla, come poi fu costretto a fare in novembre, gli sembrò di perdere suo papà una seconda volta. 

Era un periodo in cui in molti lo tiravano per la giacca e una persona tentava di calmarlo: Irene, che, poveretta, assorbiva tutto come una spugna, intossicandosi di veleno non suo.

Tornando al primo buco nello scafo: la Crosta, finalmente, un sabato mattina, accompagnata da Neda, andò a prenotarsi le vacanze in un villaggio vacanze in Sicilia. Per Gino, andava bene così.

Avrebbe finalmente avuto dieci giorni interi da dedicare ad Irene… ma non aveva fatto i conti con sua figlia.

Nel pomeriggio di quel sabato, Neda scoprì che, in vacanza, sarebbero andate solo lei e la mamma e ne chiese conto. “Tuo padre non vuole venire con noi” fu la risposta della balena spiaggiata sul divano.

Neda, dieci anni da compiere, corse da Gino in lacrime, chiedendo perché lui non volesse andare in vacanza con lei.

Il padre provò a replicare che non era vero, che con lei sarebbe andato volentieri e che, in ogni caso, laddove sarebbe andata con la mamma non vi era posto per un terzo letto. 

La madre, con perfidia, intervenne subito: “Lì il posto non c’è, ma a Formentera sì e costa anche di meno”.

Neda iniziò subito un pressing d’amore e di furbizia verso il padre, che, innanzi alla sua piccola piangente, seppur riluttante e sapendo cosa stesse facendo, non poté fare altro che capitolare.

Lo disse immediatamente ad Irene, vergognandosi di quanto aveva appena fatto; ma Irene, ancora una volta, dimostrò grande contegno, facendolo sentire ancora più colpevole:
“Per il bene di Neda, hai fatto la cosa giusta”.

Chissà, però, cosa realmente passava nel suo cuore? Gino, per la prima volta, si era rimangiato le sue stesse parole. Irene si sentiva sicuramente tradita: non tanto per la scelta di andare, ma per il luogo scelto. 

Formentera era stato il sogno di una vacanza per loro due e basta: ora, Gino ci andava con la figlia e la tanto invisa Crosta, che realmente non sopportava più. 

Lui, Garbero, non era stato tutto d’un pezzo e questo cambio improvviso di programma fece sicuramente soffrire Irene, oltre a far crescere il dubbio che Gino non fosse la persona che Lei riteneva di conoscere. 

La verità è che, purtroppo, Gino, in quella situazione, precaria da molto tempo, aveva perso la capacità di gestire emozioni ed eventi. 

Era un eterno moto armonico tra romanticissimi voli pindarici con Irene e profonda depressione per il fatto di non riuscire a realizzarli, innanzi ad una realtà che, ogni giorno, presentava un ostacolo in più. 

Pianse molto per quella scelta: sapeva d’essere colpevole di tradimento. 

La vacanza fu terribile e, ovviamente, pianse anche lì, perché non aveva al suo fianco la sua Musa, la sua Cerbiatta, che, probabilmente, stava piangendo a casa. 

Formentera, senza Irene, valeva quanto Vado Ligure: qualunque luogo, anche il paradiso terrestre, diventa una prigione, un inferno, se sei con la persona sbagliata.  

Gino si pentì anche di aver accondisceso ai capricci di Neda. 

Appena arrivata in loco, prese nuovamente ad ignorare il padre.

La figlia aveva pianto lacrime finte. Voleva solo la sicurezza di avere il risolutore di problemi vicino, nel caso fosse necessario. E, in genere, i problemi di Neda e Crosta si risolvevano con il bancomat di Gino. Aveva imparato bene dalla mamma, nonostante la tenera età. 

Orso telefonò due volte il giorno ad Irene per l’intera settimana e le scrisse continuamente.  Non vedeva l’ora di tornare da Lei; ma quei giorni sembravano non passare più. 

Come gli abitanti di Leningrado, che, durante i novecento giorni d’assedio, trovarono come unica fonte d’approvvigionamento la “strada della vita” pista costruita sul ghiaccio invernale del Ladoga, Gino aveva ormai solo una strada da imboccare, prima che tutta la sua vita sprofondasse nuovamente nella palude stigia.

Quella strada era Irene, già basculante nei suoi sentimenti. 

Gino, suo malgrado, non era “l’intelligentone”, come, con sprezzo, lo definiva il Sultano, che nonostante i metodi usati ed al netto dei tradimenti perpetrati alle spalle della moglie, stava continuando a lottare per Irene. 

Gino, probabilmente esausto, si era seduto, quasi dando per certa Irene. 

Ma l’amore è come il fuoco: difficile da accendere, in seguito va alimentato, sempre.

Gino, da vero ebete, pagò il conto della propria stoltezza tutto insieme.

È impossibile negare che l’odiato Sultano sia stato più furbo di lui, oltre che abile stratega. 

Era un vero ignorante; ma, nell’arte di rimanere in ogni modo a galla, come tutti i rifiuti organici d’origine umana, fu un vero fuoriclasse.

Ed infine, Irene trovò più rassicuranti le continue bugie di Ciro che le montagne russe sui cui viaggiava l’animo trasparente di Gino. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20.

 

Tornato da quell’incubo, Gino, ormai sfibrato dalle continue tensioni in ogni campo, non si accorse dell’ultima, vera occasione offerta da Irene per cambiare le loro vite.

Cerbiatta prese a valorizzare sempre più la propria bellezza, già fuori da ogni confronto, indossando tacchi che valorizzavano le sue caviglie e approfittando del caldo per indossare vestiti sempre più corti, esaltanti le sue paradisiache curve.

Era la Venere del Botticelli, sempre più una Top Model mancata, oltre che dolce, empatica, mamma esemplare e professionista eccellente. 

Non sopportava più il marito e la medesima Crosta, ormai ostacoli da eliminare, spazzare via.

Doveva assolutamente sradicare Gino da quella giostra di follia in cui era caduto e fece veramente di tutto; ma, contestualmente, decise che quella sarebbe stata l’ultima occasione per Gino, il quale, in queste cose sempre un po’ tonto, suo malgrado, non capì.

Era troppo concentrato su sé stesso, sull’officina, sulle continue ondate d’odio che la Crosta gli rovesciava addosso, sull’odio che provava verso la banca. Sulla continua ricerca di un nuovo lavoro.

In quell’agosto, effettivamente, la proposta di lavoro che aveva sempre cercato e che sapeva sicuramente svolgere, arrivò.

Non disse nulla ad Irene e, uscito dal lavoro, una sera andò al colloquio, dove, in realtà, avevano già l’assunzione pronta. 

Era il lavoro che attendeva da anni; ma, trovatosi con la penna in mano e il contratto solo da firmare, gli sovvenne il suo amore, la sua cerbiatta, i suoi occhi verdi, il suo sorriso, la sua bontà. “Se vado via, non la vedo più e la perdo” pensò.

Posò la penna, ringraziò per la fiducia riposta in lui e, lasciando sgomento chi aveva scartato tutte le altre candidature per far posto a Gino, si alzò e andò via.

Irene non conobbe mai questa versione, se non dopo che Lei stessa, come il Vesuvio a Pompei, l’ebbe spazzato via, lasciandolo pietrificato.

Gino amava Irene più di sé stesso e credeva che, alla fine, in un modo o nell’altro, sarebbero passati in mezzo a tutte le bufere. 

Non capì che la sua cerbiatta era esausta e che doveva correre da Lei, hic et nunc, prima che si arrendesse.

Quei quindici giorni d’agosto in cui rimasero soli in agenzia furono belli, entusiasmanti, pieni di amore.

Purtroppo, né la Crosta, né il Sultano li lasciarono tranquilli: la Crosta con continue richieste di denaro; Ciro, il maschio padrone, con continue scenate di gelosia. 

Si passava da momenti d’amore incandescenti ad altri di pensierosi silenzi; Gino era troppo sotto stress e per assumere il coraggio necessario a svoltare nella vita.

Irene comprese quello stato d’animo e, sostanzialmente, si arrese.

Di quei giorni, Gino ricorda due momenti: una mattina, si presentò in filiale il Sole; indossava un vestito corto giallo, con tacchi vertiginosi; il corridoio del salone clienti sembrava la passerella di un défilé de mode parigino. Le volò addosso da subito e ci furono momenti veramente caldi, rovinati, con tempismo perfetto, da un messaggio del Sultano.

L’ altro momento fu la resa d’Irene. Cedendo ai suoi principi, chiese a Gino di fare l’amore in ufficio; ma Orso, che voleva rispettare i convincimenti d’Irene, se ne uscì con una delle sue frasi senza tatto:

 “Amore, lo sai che farlo qui significa scopare, non fare l’amore?”

Irene si arrabbiò molto e, uscendo dalla filiale per andare dall’estetista, gli disse: “Ricordati questi momenti, perché te ne pentirai!”.

Purtroppo, aveva ragione. 

Dal quel giorno, molto lentamente, Irene prese ad allontanarsi. 

Lo amava, ma era rassegnata.

Gino, prostrato dal dovere di chiudere l’officina di papà, quasi nemmeno si accorse di quel cambio d’umore.

Era un uomo totalmente allo sbando, che avrebbe dovuto rendersi conto di aver bisogno di cure specifiche.  Ma non lo fece e, quando lo fece, era fuori tempo massimo, caduto nell’oblio d’Irene. 

In più, la Bdi spa stava per sferrare l’atto finale e definitivo, per obbligare Irene ad omologarsi ai lori canoni.

Era l’ipotesi che Gino più temeva, ma arrivò; e, nel vedere quegli abbietti mercanti togliere l’anima, con l’aiuto di Sultano, Anastasia e Nicola, ad una persona così delicata come Irene fu per lui il più grande dolore. 

La Banca, se un giorno Gino ritroverà le forze, pagherà anche questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21.

 

Arrivò agosto e le vacanze d’Irene a Cattolica. 

Settembre e ottobre, nonostante il compleanno di Gino, passarono e finirono senza felicità né ardore, quasi con rassegnazione alla sconfitta.

Il 9 novembre, Gino mise i sigilli all’officina di Papà: era triste; tuttavia, ora, poteva pensare solo ad Irene. 

Non fece in tempo.

Il 5 dicembre 2017, Irene fu convocata all’ufficio personale per comunicazioni. Tirava già una brutta aria, ma l’avvento fu peggiore d’ogni previsione. 

Fu trasferita dal 2 gennaio 2018 presso l’agenzia 19 di Via Filadelfia a Torino, senza aumento salariale, perché, sentenziò Wally Sarfatti, in compagnia di Balabanof, Petacci e Farinacci, “doveva ancora dimostrare di meritarlo”.

Andava a prendere il posto dell’odiata Genovaffa Sappé, altro strisciante rampicante dello Zoo BDI spa, la quale sarebbe andata a dirigere, lei sì, come quadro direttivo, l’agenzia di Stupinigi; mentre a Scurzolengo sarebbe giunto Ernesto Novarino, direttore vicino alla pensione, senza più alcun interesse, se non raggiungere in tranquillità la quiescenza.

Gino capì immediatamente cosa dovesse pagare Irene: il muro alzato a difesa dello stesso Gino. 

Nella forma mentis dei membri, il dissacrato conclave, era inconcepibile che una direttrice di recente nomina si permettesse di trascurare le loro verità dogmatiche per farsi un’idea con la propria testa. 

I sottoposti, in particolare, coloro cui era stata affidata una responsabilità, doveva essere didascalici megafoni del verbo aziendale. 

Nel ruolo di quadro direttivo, una divergente non era contemplata.

Purtroppo per Irene, l’idea professionale che si era fatta di Gino era lontana anni luce dai preconcetti ormai cristallizzati che Garbero si portava sulle spalle da anni. 

Irene non aveva voluto trasferirlo e la Santa Sede, per mezzo del collegio cardinalizio, la punì.

Uscì da quell’incontro sconvolta, bisognosa solo di essere abbracciata. Gino, spaventato all’idea di perderla, cadde nell’ennesimo errore. 

Irene stava così male che avrebbe potuto tranquillamente andare a casa e piazzarsi in malattia per mesi; ma volle andare da Gino.

Garbero voleva starle vicino e aiutarla a combattere contro questa decisione; ma quello che non capì fu lo stato psicologico d’Irene. 

Dopo anni passati a combattere per lui, a casa e al lavoro, Irene chiedeva solo abbracci e coccole; mentre Gino, palesemente alterato, profondamente inferocito con la Banca, la voleva spingere ad una guerra giudiziaria, per opporsi al trasferimento ed ottenere il riconoscimento economico che le spettava.

Irene, tuttavia, non era fatta per questo tipo di battaglie, men che meno in quel momento di totale sconforto. Gino non la capì e, invece di abbracciarla, baciarla, starle vicino ogni secondo, non faceva altro che invitarla a combattere. Ma Irene aveva già combattuto troppo per lui, ritrovandosi esausta, sfinita, sfilacciata.

Gino, con il suo comportamento, rifiutando anche di andare alla cena natalizia con i colleghi, altro non fece che lasciare campo libero al Sultano, che non perse tempo nel prenderselo.

Quella sera, Irene, in cerca di conforto e consigli, invitò tutta la sua famiglia a cena e, dalla mattina seguente, fu lapalissiano il cambio di comportamento. Senza fallo, durante quella cena, non parlarono solo dell’indegno comportamento della Banca, ma anche delle cause. Ed il primo colpevole era anche il bersaglio più facile: Gino, colui che la amava incondizionatamente e che stava soffrendo per Lei, perfettamente consapevole che, nel non vedersi più, il rischio di rottura fosse altissimo. Irene si arrese anche alle pressioni dei congiunti.

Ora, Gino sa di avere sbagliato a non andare a quella cena tra colleghi: avrebbe avuto la possibilità di stare con Lei, per farle comprendere quanto l’amasse, invece di continuare a bastonarla.

Garbero fu un vero idiota: in buona fede, ma uno stolto che stava prendendo a picconate l’amore d’Irene, senza nemmeno rendersene conto.

L’ amava follemente; era tormentato per il prossimo distacco e la disperazione fa commettere sbagli insani, che poi si pagano.

Se, a tutto questo, si aggiunge il cinico tatticismo che il Sultano mise subito in campo, è facile intuire come, per i progetti d’Irene e Gino, fossero giunti gli ultimi giorni di Pompei. 

Gli estremi venti giorni di lavoro insieme furono duri.

Era Irene che, pur allontanandosi impercettibilmente, poco alla volta, doveva tenere calmo Gino, in pieno furore ideologico contro la Banca. Non esitò a dichiarare pubblicamente, a favore delle orecchie d’Alberta, certo che le sue parole sarebbero arrivate a chi voleva giungessero, che, dal 2018, il suo modus operandi sarebbe nuovamente tornato in settaggio “peso morto”.

La Banca meritava solo questo: farsi rubare lo stipendio. 

Come previsto, in pochi giorni, la Petacci si presentò in filiale, evidentemente preoccupata per il dissenso che avevano fatto tornare a galla e che Irene, con il suo modo d’essere, aveva sopito.

A Lei disse che non doveva considerarla una punizione, ma, al contrario, un’occasione per dimostrare il suo vero valore e seppur non volesse concedere udienza alla bassa manovalanza Gino non esitò a rincorrerla, per manifestare tutta la sua rabbia: “Con questa scellerata decisione, smontate una squadra che funziona e mi gioco una mano che, grazie a questo errore, tra massimo un anno Scurzolengo la chiudete!”.

Sbagliò di tre mesi, perché Scurzolengo sarebbe stata chiusa un anno e tre mesi dopo il trasferimento d’Irene. 

Gino, ormai depauperato della sua Amata Musa, pensò che, per Irene, se proprio non potevano lavorare insieme, sarebbe stato meglio cambiare aria, datore di lavoro che, nel caso del Dottor Venezia e della sua corte di nani esecutori, sarebbe più calzante definire “datore di livore”.

Qualunque altra banca le avrebbe steso il tappeto rosso davanti per averla, pagandola per quanto effettivamente valeva.

Sovvenne alla mente di Garbero la penna che Papà Romeo aveva donato lui tanti anni prima, con l’augurio di utilizzarla per firmare le dimissioni da quella loggia massonica presso cui stava scontando un ergastolo retribuito. 

Orso, ormai, era troppo vecchio e troppo demansionato per avere successo in quella missione; ma per Irene, se solo avesse voluto, le porte sarebbero state aperte ovunque.

Decise che quella penna sarebbe stata d’Irene, perché era stato papà a volere il loro incontro. 

Fu l’ultimo regalo accettato da Irene, seppur con riluttanza, perché, in quel Natale 2017, arrivò la prima di una lunga serie di docce scozzesi. 

Lo fece con le lacrime agli occhi, ma pronunciò una frase dura da digerire per Gino: “Non sono sicura di amarti ancora”.

Garbero giustificò quella frase con lo sconforto e le pressioni che stava patendo.

In realtà, si stava preparando per entrambi un 2018 terrifico, che avrebbe spazzato via ogni segno di Gino dalla vita d’Irene. 

Vide per l’ultima volta la sua musa in veste d’Amata Direttrice il 28 dicembre - ed erano soli.

Piansero per l’intera giornata, quasi fosse chiaro ad entrambi che fine avrebbe fatto il loro amore.

Gino rivide Irene in solo altre, rare occasioni: l’ultima, l’8 agosto 2018. 

Poco dopo, con ogni probabilità anche la Montblanc di Papà Romeo finì in un “fuoco purificatore” acceso dal Sultano, con tutti i libri che Gino aveva donato ad Irene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22.

 

Il 2018 fu per Gino un bombardamento ininterrotto di palle incatenate, come in una battaglia medievale. 

Ne uscì distrutto e senza più nulla in cui sperare.

Gino e Irene si videro subito, il 2 gennaio, dandosi appuntamento per la colazione alle 7 del mattino. Dovevano farsi forza a vicenda.

Lei finiva in un’agenzia tosta, dove non conosceva nessuno e non avrebbe potuto fidarsi di nessuno, mentre Orso sarebbe tornato ad essere il reietto dello Zoo.

Quella mattina, si baciarono a lungo. Non volevano andare al lavoro e già si mancavano; ma, di lì a pochi mesi, Irene avrebbe dato il “acta est fabula senza applausi.

Nei primi giorni di gennaio, Gino dovette essere il tuttofare di un’agenzia già allo sbando: era solo in filiale con Ernesto, bravo uomo, ma del tutto incapace d’ogni operatività. 

Ogni scusa era buona per telefonarsi reciprocamente. Peccato che il vice d’Irene facesse la medesima cosa con Ernesto: entrambi avevano almeno una spia in agenzia. 

La situazione operativa della filiale di Via Filadelfia era a dir poco lasca. 

Il primo giorno, Irene uscì alle 19, dopo aver scoperto un’eccedenza di settemila euro, mai dichiarata nei mesi o anni precedenti.

Il cassiere Gustavo era un vecchio scapolo che non si era mai sposato, sicuramente poco operativo e molto incline al pettegolezzo. 

Irene era in crisi, comprendendo che nessuno dei suoi sottoposti era affidabile, compreso il vicedirettore Claudio Frate, che, considerata la scuola ricevuta, era anch’egli troppo distante dal suo modo di lavorare. 

Trattavasi di un lacchè della Genoveffa Sappé, che non lasciava passare giorno senza presentarsi in filiale per comunicare la traslazione a Stupinigi di questo o quel cliente. 

Irene diventava ogni giorno più insofferente, nervosa, in visibile difficoltà. Lei, tuttavia, non voleva fare la guerra e decise di continuare ad impegnarsi per riportare la filiale dentro i canoni di una corretta operatività.

Ma tutto questo nuovo carico di responsabilità e difficoltà la stava piegando: era inevitabile che, prima o dopo, avrebbe deciso di fare ordine all’interno dello “zaino delle pietre” che ogni giorno si portava sulle spalle. 

Purtroppo per Gino, considerò come primo peso morto proprio lui stesso, probabilmente il più facile da eliminare.

Nel mentre, a Scurzolengo, Gino, preso dall’impeto del Cupio Dissolvi, non faceva altro che chiudere conti.

Ne chiuse trenta nei primi dieci giorni dell’anno; il suo obiettivo era sabotare la Banca e ci riusciva benissimo. 

Si rividero nuovamente sabato 13 gennaio 2018, dandosi appuntamento in una libreria.

Irene era però terrorizzata all’idea di essere scoperta e quell’incontro durò poco meno di un’ora.

Aveva fretta di andare via, tanto che Gino prese a dubitare che avesse acconsentito a vederlo solo per farlo contento. 

Nonostante le convinzioni d’Irene, Gino stava seriamente lottando per Lei: già da un mese, stava chiedendo alla mamma di tornare a casa.

Tuttavia, seppur i rapporti con mamma Anna fossero buoni, non era mai esistito con lei il legame stretto che aveva avuto con papà Romeo.

Come se non bastasse, un’altra tegola stava per abbattersi sul loro amore. Papà Pietro, anch’egli il genitore più caro ad Irene, dovette essere ricoverato per una delicata operazione allo stomaco.

Fortunatamente, andò tutto bene; ma Irene passò altre due settimane di tensione sempre più alta, nelle quali, giustamente, non poteva vedere Gino che, però, rimase l’unico a restarle vicino.

“Stai tranquilla, amore mio: quando decidono di operare, è sempre una bella notizia” le ripeteva, pensandolo vero.

Oggigiorno, la medicina ospedaliera è solo difensiva: se un chirurgo decide di operare, è perché ha la certezza di risolvere il problema.

Gino lo sapeva bene: per il suo Papà, non tentarono mai un intervento.

E cosa fece il Sultano, che, secondo le parole d’Irene, tanto l’avrebbe “aiutata” nel 2018, in quella situazione? Assolutamente nulla.

 Continuò, con la scusa del lavoro, a fare la propria vita, a pretendere il desinare caldo per pranzo e cena, senza lavare una posata e non si fece mai vedere in ospedale; continuò a frequentare la sua amante partenopea.

Congruente col suo egoismo, si muoveva solo quando gli conveniva.

Gino in ospedale, ovviamente, non poteva andare; ma non lasciò sola Irene nemmeno un minuto.

Non appena il papà fu fuori pericolo, ordinò, tramite EuroFlora, un bonsai da farle consegnare in filiale il 14 febbraio.

L’ amava e doveva essere sempre presente, nell’attesa di trovare un buco dove andare a vivere. 

Irene sapeva che Gino, nonostante le scarse possibilità economiche, si era deciso a muoversi e, forse, proprio questo la spaventò.

Un lunedì di fine gennaio, con papà Pietro già dimesso ed in buona forma, Irene aveva un atto di mutuo fuori sede.

Con la scusa che Scurzolengo era più vicina allo studio notarile, passò da Gino per farsi emettere gli assegni circolari.

Rubarono un’altra ora d’amore alla cattiveria che li cingeva sempre più, mentre, in agguato, si celava un’altra crisi. 

Gino non si accontentava di poter veder Irene per poco tempo, così poche volte: Lei gli mancava tanto.

La situazione a Scurzolengo era cambiata in modo radicale: dalle continue risate, si era passati al silenzio assoluto.

Sia Gino che Stevo non si trovavano più bene. Stevo, tuttavia, fuori di lì aveva una vita. Gino no. Era maledettamente solo e, ogni sabato e domenica, pregava Irene, per poterla vedere.

Irene sembrava dare priorità ad altro, anche se provò a riavvicinare il suo Orso a sé.

Il suo cassiere proprio non funzionava e Cerbiatta, alla visita mensile della Petacci, lo evidenziò. Eva, la finta amica, le chiese se volesse Gino. Irene, rispose, con finta distanza: “Se me lo rimandate, lo riprendo volentieri”. 

Raccontò immediatamente tutto a Gino ed effettivamente, pochi minuti dopo, Eva Petacci telefonò a Scurzolengo, chiedendo di parlare con Ernesto.

Orso consumò due giorni in trepidante attesa. Forse, la separazione non sarebbe durata così a lungo. Ma, una volta ancora, giunse la doccia gelata: “Lo spostamento comporterebbe troppi movimenti di personale e non hanno voluto farlo”. Questo il Whatsapp, notevolmente freddo, con cui Irene comunicò il nulla di fatto.

Gino, ben consapevole che gli incappucciati, quando volevano e se volevano, facevano tutto senza troppi scrupoli, rimase interdetto.

Erano loro che non avevano voluto o Lei che aveva cambiato idea?

Non ebbe mai il coraggio di fare quella domanda, perché notò in Irene un nuovo sbalzo umorale: quasi avesse paura di continuare a lottare e avesse ormai deciso di acconciarsi a quell’agenzia, così come le era stata consegnata.

Domenica 11 febbraio, nella telefonata del mattino, chiese a Gino di non inviarLe libri in agenzia perché, intorno a sé, aveva troppe spie.

Gino, oltre a rimanere malmostoso per quella richiesta, fu sopraffatto dal pensiero che, il 14 febbraio, sarebbe dovuto arrivare il bonsai e lo confessò in anticipo, per darle modo di prepararsi una reazione credibile innanzi ai colleghi. 

Quella che non si aspettava era la sua, di reazione.

Con argomenti abbacinanti, Irene sostenne che quel gesto la metteva in difficoltà.

Gino capì che l’immagine professionale, per Irene, era ben più importante di lui stesso.

Irene aveva una paura blu della direzione ed aveva ormai deciso che, se ci fosse stato da scegliere tra la carriera in quella cloaca e Gino, avrebbe scelto la Banca. 

Garbero ci rimase malissimo e, ferito nell’orgoglio, si acconciò ad annullare l’ordine; ma la rabbia era esplosa e, quando si è arrabbiati, in amore si fa solo danni.

Nella telefonata del pomeriggio, Irene sembrava volersi scusare per quelle parole; ma Gino, ormai fuori controllo, aveva già deciso di darle una lezione. 

Incapace di accettare l’ipotassi al fanatismo capitalista della Banca, non voleva più sentir verbo, espirando uno sproloquio intriso di cattiveria.

Era offeso, arrabbiato e aveva scelto di anticipare ciò che, a suo parere, stava per fare Lei. Non voleva più sentirla e chiuse la telefonata con una frase glaciale: “Buona vita, Irene”.

Errore fatale.  Liberò sempre più il campo a Sultano e Anastasia.

Irene, dopo la telefonata, si accasciò a terra piangente, si sentì male.

Ma, se amava così tanto Gino, perché si stava comportando così? Perché lo faceva sentire un peso?

Perché non diceva a tutti quello che provava? Gino era pronto da tempo; ma Lei faceva finta di non vedere, né sentire.

Probabilmente, era annebbiata per lo stordimento del colpo a freddo che le aveva riservato la Banca, dalla reazione rabbiosa di Gino contro la banca, dalla continua pressione che le riservava l’intera famiglia. 

Orso non stava meglio: pochi minuti dopo quella telefonata, sentiva già la mancanza del suo amore e avrebbe voluto prendere subito il telefono per chiederle scusa; ma la finestra utile per la telefonata del pomeriggio si era chiusa. In casa, avrebbe potuto esserci il Sultano.

Ciro, effettivamente, arrivò subito dopo e non perse occasione per farsi vedere più che premuroso verso la moglie che aveva appena finito di tradire a casa della sua Nunzia.

Irene stava male, ma Gino stava peggio. 

Doveva liberarsi della Crosta: ormai, era urgentissimo. 

Le litigate andarono avanti, con sempre maggiore intensità, fino al 4 marzo, giorno delle elezioni politiche nazionali, quando Gino esplose, come una bomba, davanti a sua figlia Neda. 

“Te ne devi andare da casa mia! Rivoglio la mia vita!” urlò con forza inaudita, oltre ad una serie di contumelie.

A Gino mancava disperatamente Irene, che non sentiva dall’11 febbraio. Voleva andare a prenderla per rimanerle accanto tutta la vita. 

Non si fece certo onore a pensarlo, ma, in quel momento, non aveva alcun interesse nemmeno per sua Figlia, trasformata in un ricatto a cui non poteva più piegarsi. Sapeva di essere un padre alienato, un corollario con portafoglio e, se doveva essere così, voleva indietro la sua vita.

Offrì alla Crosta 400 euro al mese, oltre all’assistenza di Nonna Anna per Neda; ma la madre di sua figlia avrebbe dovuto andarsene di casa.

Se, invece, avesse dovuto andarsene lui, quei 400 euro gli sarebbero serviti per pagarsi un affitto. Alla Crosta sarebbe rimasta la casa, in comodato gratuito fino alla maggiore età di Neda; ma le spese correnti sarebbero state a carico suo. La Vigliacca non accettò né una soluzione, né l’altra. 

Si ritrovò in casa madre e fratello scemo della medesima interdetta, argomentanti solo d’avvocati. 

Offrì loro di acquistare la casa ad un prezzo ribassato, fuori mercato, che, però, gli avrebbe consentito di estinguere il mutuo e di avere a disposizione una piccola somma per ricominciare.

La vecchia Suocera aveva i soldi, ma rifiutò. Perché pagare una casa che avrebbero potuto avere gratis usando la bambina come ostaggio?  Li cacciò.

 Decise di cercarsi una casa, quindi facessero quello che volevano.

Era esausto: scrisse ad Irene l’accaduto e le proprie decisioni, senza nemmeno sapere se gli avrebbe risposto.  Poi si mise in malattia, perché era sfinito.

Continuare a lavorare senza vedere Irene, per far guadagnare altre ricchezze al famigerato Venezia, senza poter vivere la vita, continuando a fare da bancomat ad una balena spiaggiata, non era più sua intenzione.

Ed era seriamente intenzionato a non recedere.

Fu Irene, ancora una volta, a mettersi al suo fianco per farlo tornare al lavoro.  Ci mise una settimana, ma ci riuscì.

Gino, in quella settimana, scaricò su Irene tutte le sue frustrazioni, senza rendersi conto che non le aveva nemmeno presentato le scuse.

La sentiva almeno tre volte al giorno, aggiornandola sugli sviluppi della ricerca di un buco dove trasferirsi, mentre la Crosta continuava a rifiutare ogni offerta, rispondendo con un mantra: se la vedranno gli avvocati.

Ma Gino aveva un solo obiettivo: andare via di casa, per averne una tutta sua dove aspettare Irene. Con lei vicino, si sentiva invincibile.

Le palle incatenate, però, non trovavano soluzione di continuità. 

Gino rientrò al lavoro il 12 marzo, nervoso e preoccupato per la guerra che lo attendeva.

Al tempo stesso, era combattivo, convinto che fosse arrivata la volta buona per svoltare.

Aveva già visto alcuni piccoli monolocali, tra cui un bel loft soppalcato, completamente arredato ad un prezzo equo. Non aveva il parcheggio, ma andava bene egualmente, perché, proprio innanzi, ne insisteva uno pubblico e gratuito. 

Era deciso: il sabato avrebbe corrisposto la caparra e lo avrebbe detto ad Irene, per farle una sorpresa. 

La Crosta avrebbe potuto dichiarare tutte le guerre che voleva: Gino aveva trovato il coraggio per combattere e, così facendo, del suo stipendio non restava più nulla. Per bravo che fosse il suo avvocato e per idiota che potesse essere il giudice, più della casa, interamente di proprietà di Gino, non avrebbe potuto ottenere. 

“Sed qui gladio ferit, gladio perit”.

Mercoledì 14 marzo, arrivò, come una tempesta in mare aperto, un messaggio d’Irene: “Scusami, ho bisogno di stare tranquilla per un po’, mi faccio sentire io in fin di settimana”.

Gino rimase basito e tramortito, per quello che aveva appena letto. 

Certo: lo aveva fatto anche lui, per periodi ben più lunghi, e Lei chiedeva solo tre giorni; ma, almeno, Gino aveva sempre spiegato il motivo.

Questo, Irene, come avrebbe dovuto imparare a digerire da quel giorno fino alla crisi finale di luglio, non lo faceva mai.

Gino cadde in un girone dantesco e non fu più lui.

Cominciò prima a chiamarla, ma non rispondeva; poi a scriverle, ma non rispondeva in ogni caso.

Quando, finalmente, Irene, dopo continue chiamate, si decise a rispondere, manifestò che si sentiva sfibrata e che voleva solo tranquillità, ma che, con l’atteggiamento di Gino, si stava spaventando e, se fosse continuato, sarebbe stata costretta a chiedere aiuto al marito. Stava tornando da quel delinquente!

Gino andò sotto shock e, questa volta, da solo sentiva di non potercela fare. La depressione l’aveva già colpito in passato e n’era sempre uscito da solo, con la forza di volontà. 

In quella situazione, tuttavia, con tutto il pregresso sulle spalle, il silenzio d’Irene era corrosivo.

Solo molto tempo dopo, accorpando i pezzi del puzzle, avrebbe capito: il Sultano Ciro era partito in trasferta per Linz, in Austria, ed Irene, mai rimasta lontana dal marito, tranne la famosa notte del primo dell’anno, aveva accusato il colpo. Aveva avuto un moto di gelosia e, probabilmente, pensava che il fedifrago impenitente si fosse portato dietro l’amante Annunziata - e magari l’aveva fatto, anche.

Voleva capire se sentisse di più il bisogno di Gino o del Sultano e certamente Garbero, se avesse saputo quella verità, non l’avrebbe presa bene.

Irene, che aveva sempre accusato Gino di non avere coraggio, in quel momento si stava testando, senza precludersi le due strade.

Ma Gino tutto ciò non lo sapeva, attribuendo quel comportamento ad una vendetta.

Per calmarsi, dormire un po’, non marcire d’ansia e smettere di umiliarsi con telefonate inutili, per la prima volta nella propria vita, accettò la chimica che la dottoressa gli proponeva da anni: Alprazolam a rilascio prolungato per stare tranquillo nelle ore diurne e gocce di Dolerazepam la sera per dormire.

Non n’era felice, ma da solo non poteva più farcela.

Imbottito di chimica, per un breve periodo riuscì a calmarsi, lasciandola in pace, anche se ora, con gli occhi della sconfitta, Gino è convinto che Irene, in quell’occasione, non sia stata leale, anche se, con tutto quello che aveva combinato Gino, era normale che la sua Musa, non potesse essere confidente in lui.

Alla luce dell’accaduto, Gino rinunciò al loft, sbagliando ancora una volta. Ormai, avrebbe fatto un errore dopo l’altro. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

23.

 

I tre giorni richiesti da Irene divennero cinque, o forse più; ma, come aveva promesso, la settimana successiva si fece sentire.

Per Gino, purtroppo, non fu un bel sentire. Parlava solo del Sultano e di cosa avrebbero fatto con Lucia.

Garbero, seppur chetato dalla chimica, capiva che si stava umiliando, perché Lei, la sua pasticcina, la donna che solo pochi mesi prima usciva dalla filiale per correre in farmacia a comprare un Buscopan per il suo amore in preda ad una colica, verteva sempre più i loro colloqui su argomenti evasivi. 

Gli parlava per non farlo soffrire e teneva aperta una porta, nel caso il riavvicinamento con Ciro, il fedifrago, non avesse funzionato.

Gino si accontentava anche di questo, ma stava scoppiando di gelosia.

Sapeva che Ciro era un furbastro e sapeva che Irene, in quel momento critico, al lavoro e a casa, era una canna al vento.

Avrebbe dovuto stare fermo e sperare che la crisi passasse. 

Gino, però, proprio non sapeva stare fermo: continuava a far frullare il cervello alla ricerca di una soluzione, senza comprendere che, a volte, una soluzione non c’è. 

Il sabato successivo al 19 marzo, che Neda, ben istruita dalla madre, aveva ignorato a piè pari, mentre il Sultano era festeggiato da moglie e figlia con tanto di torta, Garbero si umiliò ancora una volta, credendo nella bontà dell’animo umano, che in realtà è presente solo in rarissimi esemplari.

Quel pomeriggio, mentre il Sultano e Irene erano insieme al Palasport per il torneo di pallavolo di Lucia, Gino era solo, come sempre, sul letto del suo papà. 

Stava male, in preda all’ansia, con Irene che scriveva qualche messaggio per tenerlo tranquillo. 

Gli voleva ancora bene; ma era ormai più che probabile che, nella sua agenda delle cose da fare, avesse inserito la voce: “Cancellare Gino dalla mia vita”. 

In quel vortice di pensieri solitari, giunse Anastasia.

Gino sapeva di essere osteggiato da lei, sebbene, per la descrizione che ne faceva Irene, fosse la ragazza più buona del mondo, molto intelligente e di mentalità tollerante.

Orso, ormai sempre più risucchiato dalle sabbie mobili della gelosia, ritenne che, per la descrizione che n’aveva, provare a parlarle sarebbe stato utile. 

Sapeva dove lavorava ed ebbe la sciagurata idea di telefonare per chiederle udienza. Pensava che un animo così sensibile, com’era stato descritto da Irene, se lo avesse conosciuto di persona, avrebbe potuto cambiare idea e quindi smetterla di mettersi di traverso, pressando la sorella con ingiustificabili ricatti morali.

Dopotutto, era una ragazza in buona fede: avrebbe sicuramente cambiato idea, dopo aver visto con i suoi occhi. Almeno, questa era la congettura che il cervello di Gino, ormai sconnesso dalla realtà e dal buon senso, aveva partorito.

La telefonata durò forse un minuto ed Anastasia si dimostrò del tutto priva d’empatia.

Quella donna bruttina, che, probabilmente, provava invidia per la bellezza inarrivabile della Sorella, tutt’ altro che buona, sfoderò tutto il suo veleno per far cadere su Gino un diluvio di guano.

Non solo lo trattò come un pericoloso maniaco, neanche fosse il mostro di Firenze, ma spiattellò tutto a suo cognato prima ancora di dirlo a sua sorella.

In quell’occasione, Gino comprese, come già spiegato in precedenza, che Sultano e Cognati erano complici nel cercare di annientarlo.

Se, poi, l’Orso d’Irene continuava a farsi autogol, la missione diventava semplice.

Sentì Irene una volta sola ancora e le sue ultime parole furono: “Non sei mai contento: ti avevo scritto tutto il giorno e tu mi hai messo in difficoltà. Io non posso più aiutarti e ora lasciami tranquilla, perché non voglio più sentirti”.

Gino, ormai crollato in uno stato catatonico, non ebbe più la forza per fare nulla. Non controllava né sé stesso, né chi s’ interfacciava con lui. 

Non si fidava nemmeno più dei propri pensieri; smise, in sostanza, di parlare, cominciando anche a somatizzare la propria instabilità psicologica e non vi era mattina che non fosse colpito da emesi. 

Stevo e Fiammetta, appena rientrata dalla maternità, ignari di tutto, erano seriamente preoccupati per la sua salute.

Lo rispedirono a casa più volte e lo invitarono anche a mettersi in malattia per fare degli accertamenti.

Stare a casa, però, dove ostava un altro nemico, era peggio.

Cominciò a portarsi dietro le pastiglie di Lorazepam, da sciogliere sotto la lingua non appena sentiva alzarsi la marea dell’ansia, per fermare almeno gli imbarazzanti momenti di rivoluzione di stomaco.

Riusciva così a rimanere al lavoro; ma, ormai, era l’ombra di sé stesso. Aveva perso.

In casa, ormai, rispondeva solo “Sì” a qualunque fesseria avanzasse la Crosta.

Fiutato anche da lei l’odore del sangue, illudendosi che lo stato di Garbero fosse causato dall’idea di perdere lei, il 30 marzo gli fece prenotare l’ennesima vacanza estiva a Formentera: ovviamente, a spese dello stesso Gino, che, in realtà, non sapeva neanche più chi fosse. Diede l’assenso; ma quella vacanza, estorta in quel modo ad un’ameba, altro non era che circonvenzione d’incapace. 

Garbero avrebbe pagato cara questa mancanza di discernimento. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

24.

 

Passavano i giorni e la situazione non cambiava. Irene, chiusa nel proprio silenzio, ormai fattasi concava e convessa per cercare di recuperare il rapporto con Don Ciro, che continuava ovviamente a ricattarla usando come ostaggio il cognato e la stabilità economica d’Anastasia, non rispondeva mai ai pochi messaggi che Gino timidamente provava ad inviarle, anche con un solo: “Come stai?”.

Pasqua fu la prima di una lunga serie di feste comandate per le quali Irene non scrisse più nemmeno un messaggio d’auguri.

Orso era diventato assente dai suoi pensieri.

Il Sultano imperava; ma, evidentemente troppo stupido per gestire anche una vittoria, probabilmente esagerò, facendo scattare in Irene un sussulto d’orgoglio. 

Gino non chiese mai cosa accadde; ma, se sabato 20 aprile Irene si fece risentire, qualcosa doveva essere accaduto. 

Trovò un messaggio sul telefonino: “Ciao, posso chiamarti?”. Un po’ preoccupato, discernendo ogni sua eventuale colpa, chiamò lui immediatamente. 

“Ciao Irene, cosa ho fatto ora?” - “Nulla, mi piacerebbe vederti, puoi oggi pomeriggio?”

Non se lo fece dire due volte e corse sul luogo dell’appuntamento: il Parco della Colletta a Torino, strategicamente abbastanza lontano da incontri critici. 

Fu il pomeriggio più intenso della loro relazione, l’apogeo prima della fine.

Appena si videro, dopo un lungo periodo di rinunce, nessuno dei due riuscì a controllare l’istinto di correre per abbracciarsi. Restarono in quella posizione per un buon quarto d’ora. Nessuno voleva mollare la presa, nessuno poteva rinunciare a sentire il cuore dell’altro.

Gino continuava a ripetere: “Ti amo, ti amo, ti amo…” e Irene gli faceva da eco.

Trovata la forza di sganciarsi, si tennero per mano in una lunga passeggiata nel bellissimo parco riscaldato sole primaverile.

Infine, trovarono una panchina isolata all’ombra di una quercia.

Le loro mani erano ancora intrecciate; cominciarono a baciarsi e non smisero più per oltre tre ore. Parlarono solo di sé stessi, nessun altro era nei loro pensieri. Avevano entrambi una voglia non coercibile di fare l’amore, ma non avevano dove andare e Gino non voleva portarla in hotel.  

Quel pomeriggio ebbe due soli crucci. 

Il primo era non aver affittato quel loft poco più di un mese prima, perché in quel momento, invece che stare sulla panchina, sarebbero stati a casa sua e, quasi certamente, Irene si sarebbe fermata anche a dormire. 

Al secondo, in quel momento, non voleva pensare, perché quella vacanza a Formentera estorta dalla Crosta quando era in piena catalessi aveva già deciso di annullarla.

 Fu la prima ed ultima verità che nascose al suo grande, unico, irripetibile amore.

Irene gli chiese: “Dimmi: cosa vorresti, ora?”

“Vorrei che, finito questo stupendo pomeriggio, tu andassi a casa, buttassi tuo marito fuori di casa, spiegassi a Lucia la situazione e che mi scrivessi: ‘Vieni, Amore: la cena è pronta, La Casa Russia è pronta per la tua lettura a voce alta, la mia lingeria è qui che aspetta di essere sfilata’.”

Ad Irene scesero le lacrime e lo baciò fino a morderlo. “Dammi tempo e lo farò e tu sarai il mio ultimo uomo. Ma niente più scherzi, Gino! Promesso?”

Gino promise, sentendosi un vigliacco, perché Formentera non l’aveva confessata; ma era deciso ad annullare, qualunque cruccio avesse creato Neda.

L’ accompagnò fino all’auto, la abbracciò e baciò ancora. Gino era felice, deciso a tutto per Lei.

Si scrissero per tutto il week-end, come fino a pochi mesi prima. Contestualmente, Gino comunicò prima a Neda e poi alla Crosta che non era sua intenzione andare a Formentera. “Le condizioni non c’ erano neanche al momento della prenotazione; ma, in quel momento, non ero in me e tu ne hai approfittato”.

Neda la prese malissimo; ma, questa volta, Gino non arretrò. Prima o dopo, avrebbe capito anche la bimba e avrebbe potuto beneficiare di una vera mamma. Magari, solo due giorni a settimana, ma certamente avrebbe compreso la differenza.  

Almeno, questo era quanto progettava Gino. 

Il lunedì mattina, annullò immediatamente la prenotazione, perdendo caparra e biglietti aerei, ma ora non importava più. Irene doveva sapere quella verità il prima possibile, ma con la soluzione già servita.

Nel frattempo, la sua Amata era nuovamente nervosa: il Sultano non voleva schiodarsi, malgrado potesse trovare asilo dalla sua amante. Inoltre, conoscendo benissimo Gino, il sabato pomeriggio aveva letto nei suoi occhi un’ombra e ne chiese conto. Gino, sicuro che non si sarebbe arrabbiata, le disse di Formentera, precisando che era già tutto annullato. 

Scoppiò Babilonia.

Irene considerò quella verità, seppur già risolta, come un tradimento della sua fiducia. Gino provò a spiegare che, in quel momento, era in totale débâcle emotiva e non sapeva esattamente cosa stesse facendo; ma Lei non volle sentire ragioni. Ebbe una crisi di nervi: per la prima volta, Gino sentì uscire dalla bocca d’Irene parole come “stronzo” e “vaffanculo”.

Non si sarebbe mai più fidata di lui e lo accusò di averne combinate troppe: che era vero per il passato, ma, in questo caso, Gino si sentiva innocente. Era stata Lei a chiudere ogni rapporto un mese prima e quella vacanza era stata a lui estorta in un momento di totale insania, oltre che, appena ripresosi, annullata. Irene era molto confusa.

Gino continuava a ripetere: “Io voglio fare le vacanze con te!”; ma lei non rispondeva, nuovamente irascibile e diffidente.

Garbero le tentò tutte, malgrado egli stesso fosse in grave difficoltà mentale. Neda, spinta dalla madre, continuava a chiedere di andare a Formentera; Irene cambiava idea e umore ogni giorno. Il Sultano la stava facendo girare come una trottola e le pressioni professionali che imprimevano le “tre disgrazie” erano insostenibili. 

Erano entrambi in difficoltà; ma Gino continuava ad insistere con Irene affinché potessero vivere insieme. Era certo che si trattasse dell’unica soluzione praticabile e che, fatta esplodere la bomba, dal primo giorno sarebbero stati felici.

Il 10 maggio, il loro secondo anniversario, si stava avvicinando e, questa volta, Gino decise di passare sopra ogni prudenza: ordinò ad EuroFlora le rose per la sua insostituibile Cerbiatta e le fece consegnare in filiale.

Il biglietto d’auguri recitava queste parole: “È necessario essere duri, senza mai perdere la tenerezza. Questa è la nostra carta del pane, Amore mio! Auguri!”

Non era firmato, ma Irene avrebbe capito. 

La prima frase era una citazione d’Ernesto Guevara; la seconda era la promessa più profonda che potesse farle ed aveva tutta l’intenzione di mantenerla.

La carta del pane, quella color avana, era il manoscritto sul quale Irene e Gino volevano dichiarare il loro amore eterno, per poi inquadrarlo e fissarlo al muro del loro nido.

Il dieci di maggio, verso le 10:30, a Gino giunse un messaggio “Matto, appena esci a fumare, chiamami”.

I fiori erano giunti e il racconto che ne fece Irene fu comico, ma era contenta.

Non appena il corriere con le rose in mano era entrato in filiale, Irene aveva capito. Aveva strappato il vaso dalle mani del corriere e aveva nascosto, con gran prontezza di riflessi, il biglietto.

Alle invidiose e bacucche colleghe d’agenzia, aveva detto che il biglietto non c’era. Una volta sistemate rose e vaso, si era chiusa in ufficio e, sola, aveva letto il biglietto. 

Al telefono, Gino sentiva la sua profonda emozione. Era felice. Il suo cuore, in quel momento, batteva nuovamente per Gino. 

Le chiese: “Dammi un bacio!”

“E come faccio? Siamo al telefono!”

“Metti il naso nelle rose: sarà come baciarsi. Io ti amo, Irene!”

Lo fece con slancio, ma non durò a lungo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25.

 

Per tutto quel che restava del maggio 2018, Gino provò con ogni forza emotiva rimastagli a convincere la sua Musa che loro non erano due distinti individui, ma erano un unico NOI.

Irene, purtroppo, continuava ad oscillare tra l’amore che la spingeva verso Gino e la ragione che la spingeva verso il Sultano.

Neda cominciò a frequentare uno psicologo infantile. Quello che aveva visto e che vedeva in casa l’aveva destabilizzata.

Gino sapeva che, se fosse riuscito a costruire velocemente una vita con Irene, tutto si sarebbe risolto.

Doveva andare via di casa e, se qualche mese prima aveva trovato l’occasione giusta, quella del loft, ora l’unica possibilità era accettare quello che Irene, con gran generosità, gli offrì all’inizio della loro relazione e riconfermato sulla panchina del parco il 20 aprile.

Ma, ora, era Irene che non trovava il coraggio o la volontà.

Se il Sultano non fosse saltato in quel momento, alla fine sarebbe stato cancellato Gino - e così accadde.

Garbero continuava a spiegare ad Irene che voleva vivere con Lei, che voleva intraprendere quella strada che tanto aveva temuto nel passato.

Le chiedeva d’interrompere l’opera di convincimento che avrebbe dato a Neda una vacanza anche con il padre. In quel momento, l’unica vacanza possibile, per lui e Neda, era in compagnia d’Irene e Lucia: anche a casa, se non era possibile far combaciare le ferie già programmate.

Irene, tuttavia, pur affermando già in giugno “Io amo te”, sembrava voler ad ogni costo spingere Gino a partire con la Crosta e Neda, sebbene

Orso spiegasse, che finché la figlia non avesse riconosciuto un padre sicuro di sé e felice, lui non avrebbe potuto far nulla.

Irene, pur amandolo, voleva allontanarlo definitivamente.

Aveva già scelto di ascoltare le ragioni delle convenzioni borghesi a cui, da oltre un anno, era invitata da tutti i congiunti ad allinearsi.

Sapeva che continuare a vederlo non l’avrebbe aiutata in questo sforzo, crudele per Lei e per il suo amore che andava sacrificato.

Gino aveva capito; ma era arrivato giugno e, quell’anno, ogni giorno della settimana coincideva con quelli del terribile 2012: l’anniversario di Papà lo faceva star male ancora di più. Ricordava quei momenti ora per ora.

Era in confusione totale; ma Irene continuava a dirgli: “Smettila di pensare al passato, pensa al futuro!”, sebbene la sua idea di futuro fosse ben diversa da quella di Gino. 

Pur soffrendo, aveva già deciso e aspettava solo l’occasione giusta per dirglielo: il Sultano, Anastasia e Nicola avevano già vinto, ma Gino non lo sapeva. 

A fine giugno, ormai sfinito dalle preghiere d’Irene e di Neda, si arrese alla solita vacanza in compagnia della Crosta.

Prenotò in Toscana, come da indicazioni della medesima. Lui volle due stanze comunicanti, in modo da poter dormire solo.

Prima di farlo, chiese ancora una volta ad Irene: “Lo faccio per Neda, perché me lo chiedi tu… Ma, quando tornerò, ti troverò?” La sua risposta fu: “Certamente, Cherie!”.

La partenza fu il 9 luglio, il giorno dopo il compleanno di Papà, ed Orso non n’aveva alcuna voglia: sapeva di fare uno sbaglio. 

Giunti a destinazione, infatti, l’appartamento che era stato loro riservato e l’intero hotel si manifestarono tristi e vecchi.

Il luogo scelto non era altro che un paese costruito in epoca fascista, tale rimasto, senza alcun ammodernamento. 

Al già depresso Gino, lo sconforto salì ancora di più e disse: “Che posto schifoso!”.

La Crosta, che ormai aveva ottenuto ciò che voleva, senza mezzi termini, sentenziò: “Se devi già cominciare così, puoi anche prenderti la valigia e andartene”.

Gino, dentro di sé, disse basta: scoppiò un alterco e non si tenne più nulla, compresa la relazione con Irene.

Raccontò come stavano le cose, anche davanti a Neda, che ormai aveva l’età per capire - e, infatti, non fece una piega. 

Prese la sua valigia, scese al bureau, pagò il conto per l’intera vacanza di Crosta e Figlia e se ne andò. 

Aveva fatto il salto nel vuoto, senza sapere se, sotto, avrebbe trovato la rete di protezione d’Irene. 

Forse, avrebbe dovuto andarsene a Rimini a ritrovarsi, come poi fece nel 2019; ma, spinto dall’amore per Irene, decise di tornare a Torino.

La rete di protezione non la trovò e lo schianto fu annichilente.

Si era giocato tutto sul rosso; ma la pallina sulla ruota, ormai, la lanciava a suo piacimento Ciro, il padrone dell’intera famiglia d’Irene. 

La telefonata dall’auto ad Irene, Gino la ricorda come se fosse scolpita sulla roccia.

“Amore, sto venendo da te: l’ho mollata ed ora ci costruiremo la nostra vita!” - “No, Gino. Io amo mio marito e tu devi lasciarmi stare. L’ultimo consiglio che ti do è di farti curare seriamente, perché tu stai veramente male. Addio!”.

Garbero fu costretto a fermarsi in autostrada. Provò a cercare aiuto in tutti gli amici che riteneva di avere. Scoprì di non avere più nessuno. 

Aveva preso un pugno allo stomaco, che lo aveva mandato al tappeto. 

Fece fatica anche a rientrare a Torino. 

Andò dalla sua dottoressa, che si preoccupò seriamente e gli prescrisse il primo antidepressivo: la duloxetina. Lo invitò, inoltre, a recarsi da una psicologa.

Informò Irene con un Whatsapp, ma non giunse più alcuna risposta. Diede inizio alle sue sedute dalla psicologa due volte a settimana, ma l’inizio dell’antidepressivo fu peggio della depressione.  

Quel tipo di farmaco inizia a fare effetto lentamente, non prima di un mese, facendo anche peggio ad inizio terapia

Gino passò le sue tre settimane di ferie sdraiato su di un letto, prima a casa sua e poi a casa della madre, che, per fortuna, lo accolse nella sua vecchia cameretta. Oggi, è ancora lì.

Come se non bastasse tutto questo, il signor Sultano non perse l’occasione per sparare sulla Croce Rossa. 

Gli telefonò e fu la situazione più umiliante che avesse mai dovuto sopportare nella sua vita. Era inerme, sconfitto, steso al tappeto e non ebbe nemmeno la forza di replicare ai pesanti insulti che quel delinquente gli stava riservando. 

Per non parlare delle minacce, di cui, in verità, non aveva alcuna paura, perché, in quel momento e per tanto tempo, l’eventuale trapasso, per Gino, sarebbe stato solo un sollievo. 

Irene era passata in meno di un mese dall’ “Io amo te” all’ “Io amo mio marito”.

Uno tsunami avrebbe fatto meno danni.

Ora era solo, maledettamente solo, nel tentativo di governare una vita derivata, senza lo studio di funzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26.

 

Da allora, iniziò l’inferno. La psicologa ed i farmaci che lentamente cominciarono a fare effetto permettevano a Gino di non buttarsi da un ponte, ma nulla di più.

Stava sopravvivendo, come gli assediati di Leningrado nell’inverno del 1942. 

Ogni giorno era una tortura e non sapeva se sarebbe arrivata la sera. Andava a dormire, imbottito di farmaci, nella speranza di non svegliarsi più, riaprendo gli occhi deluso più che mai, proprio perché si era svegliato. Pregava suo papà di portarlo via il prima possibile da quella landa desolata che era diventata la vita.

Non aveva nessuno e nessuno poteva aiutarlo. Nemmeno con mamma Anna, che pur lo aveva accolto in casa per evitargli la famosa stazione del vecchio sogno premonitore, le cose andavano bene. 

Solo chi è stato affetto da depressione può comprendere che, contrariamente a qualunque altra patologia, è l’unica in cui il malato deve combattere contro sé stesso.

Era dimagrito notevolmente: il suo stomaco si era chiuso. Si era velocemente incanutito. Capelli e barba bianca, che Papà ebbe solo in parte negli ultimi mesi di vita, stavano rapidamente emergendo, rendendo Gino più vecchio.

Cercava di non pensare, perché pensare, in quei momenti, è pericoloso. 

Non appena si sentì tornare un minimo di forza fisica, riesumò la trentenne bicicletta, tentando di occupare il tempo vuoto massacrandosi di fatica. 

Non bastava. L’ unica persona che avrebbe potuto aiutarlo era la sua Irene, ma la rabbia d’Irene diventava sempre più feroce.

Doveva annientarlo, in primis nel proprio cuore, e le stava venendo bene, benché stesse soffrendo molto anche Lei.

Ma, da lì a descrivere Gino come stalker o molestatore, era necessaria una gran fantasia: in questo, fu di grande aiuto la sorella Anastasia. 

Ad ogni seduta dalla psicologa, le scriveva, spiegandole cosa avesse detto lui, cosa avesse capito dei suoi numerosi sbagli e cosa suggerisse la Dottoressa analizzando i suoi sfoghi.

Non avrebbe più ricevuto una sola risposta e, con ogni probabilità, il Sultano aveva trovato il modo di leggerle Whatsapp in tempo reale.

Tra i vari suggerimenti della dottoressa, ci fu quello di tentare un ultimo approccio, tentare di vederla, parlandosi con calma di tutto. La psicologa era convinta che un amore così profondo come lo raccontava Gino non potesse essersi dissolto in quel modo da un mese all’altro. Nemmeno un replicante di Blade Runner sarebbe riuscito in un’impresa simile. Eppure, Irene sembrava riuscirci. 

Gino non sapeva più come approcciarsi a Lei, che lo evitava come la peste: forse, per la paura che, rivedendolo, il suo cuore prendesse le redini della ragione.

Una notte d’insonnia a fine luglio, guardando le stelle, gli parve di vedere una Perseide. Ma, indubbiamente, era troppo presto. Il 10 agosto era troppo lontano. 

Gli sovvenne, però, un’idea per tentare di smuoverla. Era balzana, ma era l’unica che avesse. Mandarle le rose per San Lorenzo: la notte dei desideri. Testo del biglietto: “San Lorenzo 2018, sei l’unica stella che cerco”.

Ormai Gino, preda dei propri sentimenti, non discerneva più quale azione fosse utile e quale dannosa.

In quel momento, l’unica cosa da fare sarebbe stata sparire, ma proprio non vi riusciva.

Continuava a lanciare dal buio pozzo del dolore postulazioni d’aiuto a chi ve lo aveva lanciato dentro.

Un nonsenso che continuava ad irrigidire Irene nella volontà di spazzarlo fuori della sua vita.

E il peggio doveva ancora arrivare: perché, qualora Irene avesse dei dubbi, ci avrebbero pensato il Sultano, Anastasia e Nicola a disintegrarli, con un vero complotto contro Gino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27.

 

Gino quella sorpresa proprio non se l’aspettava. Irene non gli rivolgeva una sola parola da un mese.

E, quelle poche volte che l’aveva cercata lui, l’aveva preso a male parole.

Eppure, poco prima delle 9, la vide apparire nella bussola d’ingresso a Scurzolengo. Era bellissima, come sempre. Tubino grigio, sandalo a rete con tacco alto. Era sorridente. 

Un turbine di parole represse, improvvisamente, si alzò dal cuore di Gino, per sembrare il più possibile ben intenzionato e deciso a chiederle di ricominciare da quello che si erano promessi sulla panchina.

Dopo i rituali convenevoli con Alberta ed Ernesto, uscirono per prendere un caffè, che si rivelò lungo un’ora.

Le prime parole d’Irene furono di sofferenza: lo si leggeva negli occhi. “Perché continui a scrivermi?” domandò, in un misto di tristezza e rassegnazione. 

“Perché ti amo, cucciola mia; perché sono pronto per la nostra vita insieme; perché le cure che faccio servono solo ad andare avanti, ma la via della salvezza, la strada della vita sei tu, Irene!”.

La Musa notò piccole ferite sul braccio di Gino e, preoccupata per l’effetto dei farmaci sul suo fegato, chiese subito cosa fossero. Gino rispose che, andando in bicicletta, aveva strusciato contro dei cespugli. 

In realtà, non sapeva cosa fossero; ma, poiché conosceva bene, suo malgrado, gli sfoghi epatici, sapeva che la sua amata aveva visto giusto.

Non se ne preoccupava molto: aveva fatto un’ecografia due mesi prima e non era uscito nulla di rilevante; anche se ci fosse stato qualcosa, sapeva che, con il fegato, non si poteva fare nulla.

Pertanto, sarebbe stato inutile preoccuparsi oltremodo, se la vita era quella che stava solcando.

Cercò d’essere il più propositivo possibile: si abbracciarono a lungo, al riparo da occhi indiscreti. 

Gino insisteva: “Irene, non sprecare questo amore, perché non starò male solo io, ma anche tu. Il tuo vero nemico lo hai in casa”.

Lei, certamente colpita da quella frase, che sicuramente aveva toccato un nervo scoperto, con gli occhi lucidi rispose: “Gino, fino ad ora, ci siamo riempiti di sogni e parole, ma non abbiamo mai condiviso un’intimità superiore alle tre ore.”

“E allora facciamo i fatti ora, adesso, hic et nunc” - “Tu vuoi solo portarmi in un motel!” - “No, Irene: io voglio vivere con te. Butta fuori di casa quel pagliaccio e ti dimostrerò chi sono. Ti rispetterò come ho fatto in più di due anni, sino a che non vivremo insieme alla luce del sole”.

Lei, con la testa bassa e triste: “Come faccio a buttarlo fuori di casa? Non è facile”. 

Gino, sempre più in pressing: “E allora, vattene tu: cerchiamo una casa insieme, vicina a casa tua! Così, Lucia avrà sempre entrambi i genitori al suo fianco”. 

Malgrado una serie di cattiverie gratuite del Sultano, Gino sapeva che era pur sempre il padre di Lucia e che sarebbe stato disponibile anche ad averlo a cena la sera, purché fossero chiari i ruoli. Lui era il padre sempre benvenuto di Lucia, ma l’uomo d’Irene era Gino. 

Irene fece un sorriso; capì quanto seriamente fosse amata: “Ci penserò… Ora rientriamo, ché, se ti licenziano, con cosa lo paghiamo l’affitto?” Sì, disse: “Paghiamo” … e Gino era al settimo cielo.

In agenzia, ci furono altri convenevoli con Direttore e Vice ed arrivarono i saluti.

Baci a tutti e, per ultimo, un forte abbraccio con Gino, che si terminò con la mano d’Irene che scivolava su tutto il braccio del suo Orso, mentre i loro occhi si guardavano dentro reciprocamente. 

Uscì: Gino non sapeva che non l’avrebbe mai più rivista.

Nel pomeriggio, uscito dal lavoro, la chiamò con entusiasmo: voleva portarla a cercare alloggi da affittare. Ma il tono d’Irene era nuovamente cambiato. 

Non se la sentiva, non voleva, sapeva di essere in trappola. Voleva pensare alla sua bambina e disse al suo Orso che stava pensando di eliminarlo dai contatti Whatsapp.

Era chiaro che averlo rivisto le aveva fatto tornare a galla tutto il suo sentimento; ma, invece di assecondarlo, aveva scelto di soffocarlo, sacrificando il bene del loro “Noi” al vantaggio interessato dei suoi congiunti.

Gino le chiese di non cancellarlo ed Irene accettò; ma Orso sapeva che la sua presenza nella rubrica della sua pasticcina avrebbe avuto i giorni contati.

Poco più di ventiquattr’ore e sarebbero arrivati i fiori in agenzia - e sarebbe stato l’oblio.

Garbero tentò di fermare l’ordine; ma ventiquattr’ore erano troppo poche per riuscirci.

Il 10 agosto 2018, vide sparire l’immagine d’Irene da Whatsapp.

Aveva bloccato tutto. L’unico canale di comunicazione sarebbe rimasta la posta elettronica, ma per poco. Irene, pur soffrendo, lo aveva cancellato.

 Gino discendeva sempre più negli inferi della depressione: mai più riuscì a rivederla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28.

 

Gino, didascalicamente prostrato, non poteva credere che quel cinico modo di chiudere fosse farina del sacco d’Irene. La conosceva troppo bene. 

Anche nelle sue fatiche ciclistiche, pensava e ripensava: no, non poteva essere così. 

Se Irene, di sua sponte, avesse capito che quell’amore intenso si era spento, ci avrebbe messo la faccia, l’avrebbe guardato negli occhi e avrebbe spiegato tutto. Invece, era scappata, rendendosi irreperibile, perché guardarlo negli occhi provocava in Lei ben altre reazioni.

Stava eseguendo istruzioni precise, imposte dai tre mistificatori che la controllavano a vista.

Ne era certo; ma Irene, orgogliosa e testarda, non lo avrebbe mai ammesso.

Al lavoro, prese a comportarsi da Direttrice, come volevano i massoni, facendo pesare il proprio ruolo senza più alcuna condivisione dell’operatività.

Se, a Scurzolengo, era spesso seduta in cassa, in Via Filadelfia si occupava delle proprie pratiche e, nel salone clienti, non usciva mai.

Era chiaramente una violenza alla sua personalità ed al suo approccio al lavoro; ma, ormai, si era arresa ai vertici della Banca e alla sua famiglia, cercando orgogliosamente di far credere che fosse una sua decisione.

In verità, si trattava di una totale coercizione che Gino, benché vittima principale di queste giravolte, aveva capito.

Tentò invano di combattere contro quest’insano autolesionismo impostole, di cui Lei stessa, nei suoi discorsi, era consapevole; ma non volle saperne di tornare sui suoi passi.

Dietro, sussisteva certamente un patto malsano tra i quattro, a cui Irene era stata coartata all’adesione.

Gino non conobbe mai né i termini di quel patto, né quando fu siglato. 

Sapeva solo, dalle parole che aveva usato in passato, che Irene lo considerava responsabile di quella sua resa e, se ora stava soffrendo tanto, doveva soffrire anche lui.

Se, con Gino, ogni comunicazione era volutamente interrotta, Irene intensificò le telefonate con la filiale. Sebbene non chiamasse lei, riusciva a farsi chiamare da Stevo tramite richiesta elettronica. Questi eseguiva e Lei raccontava tutto quello che faceva con il Sultano, la Sorella, quello che accadeva in agenzia e le schermaglie che continuava ad intrattenere con la Sappé, la direttrice di Stupinigi. Ovviamente, Stevo, ignaro di tutto, poi raccontava e Gino si consumava sempre più di rabbia e dolore.

Stremato dallo stillicidio quotidiano, in cui ogni volta, pur umiliato, sperava che Irene chiedesse di lui, fu costretto a scriverle un’e-mail in cui la pregava d’interrompere quella punizione.

Non era credibile che, prima della rottura, chiedesse sempre del suo fedele cassiere e, dopo la sua sciagurata decisione, facesse finta che non esistesse.

L’albagia irrorata era già più che annichilente e, se veramente era in buona fede, sentendo solo il desiderio di colloquiare con Stevo, che Lei sapeva essere seduto a meno di un metro da Gino, aveva il suo numero personale. Dopo il lavoro, o prima e nei weekend, avrebbe potuto tranquillamente scaricare la propria scheda telefonica, anche se era più che solare il suo intento: imporre un nuovo supplizio, oltre alla tortura del silenzio.

Quell’e-mail non fu altro che una vox clamans in deserto loco.

Non solo non ebbe risposta, ma continuò comunicando la propria partenza per Cattolica, questa volta salutando tutti uno ad uno, compreso Ernesto, tranne che Gino, inoculando non pochi dubbi nei colleghi sul deterioramento dei rapporti tra loro, che a Scurzolengo erano indivisibili.

Perché Irene faceva così? Secondo la psicologa, non era solo un rimando punitivo, ma anche la prova che Lei stessa nutriva ancora serie perplessità sulla propria scelta. Aveva bisogno di riconfermare la propria rabbia.

Gino, intanto, stava scadendo sempre più nell’autocommiserazione. Doveva reagire, ma non aveva la più vaga idea della strada da intraprendere.

Per Garbero, l’unica strada era Irene; ma era diventata impercorribile e, se tentava in ogni modo di affrontare le frane, le buche, i passaggi a strapiombo, vi era sempre qualcuno pronto a scaricargli addosso altre pietre e polvere.

Irene non era più Lei: trasformata, violentando sé stessa, impedendo a Gino di essere almeno inferocito con la sua cerbiatta. 

Entrambi erano prigionieri; ma Irene, benché alienata, aveva resilienza: aspetto della sua personalità che le permetteva di andare avanti come uno schiacciasassi, pur sapendo che il sasso era Gino.

Su consiglio della psicologa, Garbero prese ad uscire la sera. Non era importante dove andasse e nemmeno se fosse solo. A costo di rimanere in auto anche tutto il tempo, doveva stare fuori di casa. Cominciarono così le serate alcoliche.

Non era certo l’idea migliore, particolarmente per il suo organo epatico; ma a Gino non interessava più nulla della propria salute. 

Qualche sera, completamente disinibito dall’alcool, tirava su la giovane peripatetica di turno dell’osteria, anch’ella dilaniata da problemi suoi; ma queste distrazioni non facevano altro che acuire il suo strazio. A fronte del precoce arrivo dei capelli bianchi, Gino risultava ancora piacente e raccattare una donna per la serata non era un problema. 

Il problema sovveniva dopo, perché il suo cuore stava da un’altra parte.

Altre sere, invece, preso dall’angoscia, rifiutava ogni approccio di queste sgallettate, buone per il Sultano, non certo per Lui, e si metteva a scrivere e-mail deliranti ad Irene.

Era ormai un Bukowski di bassa categoria, privo d’amor proprio, tormentato dai suoi incubi.

Le umiliazioni, tuttavia, non erano ancora finite. 

Irene, la donna onesta e senza macchia, buona, empatica, dal cuore d’oro, che Gino aveva conosciuto, saltò a piè pari il compleanno del suo Orso. “Il bastardo doveva capire”: queste le parole del Sultano. Lei obbedì. Nemmeno un freddo augurio con un messaggio.

Non contenta, la nipote del partigiano comunista, compagno d’armi del nonno di Gino, scelse di prendersi una settimana di vacanza con sua cugina, negli Stati Uniti.

Una settimana di libertà, di riflessione, lontana dai doveri di Famiglia?

No: tutto organizzato per darle la sensazione di libertà, come nel Truman Show.

La cugina Samantha era la migliore amica, almeno così affermavano, del Sultano.

La destinazione scelta, gli USA, l’impero del male, la nazione che non aveva liberato l’Italia, ma aveva messo il cappello sulla vittoria di quei pochi eroi resistenti, il paese che truccò le elezioni del 1948, fece saltare per aria Bologna, che tirò giù il DC9 dell’Itavia sul cielo d’Ustica ed altre amenità simili, s’ incarnava in un popolo ed una terra a cui Gino aveva imposto il proprio personalissimo embargo.

Aveva più volte spiegato le sue motivazioni ad Irene, che si diceva pienamente d’accordo: eppure, ecco, con labirintica incoerenza, il viaggio a Miami!

La vacanza era prevista per fine novembre; eppure, con il solito metodo, Irene lo fece sapere a Gino già a fine settembre. 

Telefonata di un’ora con Stevo - ed anche i particolari erano chiari.

Una crudeltà inutile, che non serviva a nulla, se non ad irridere il vecchio Orso comunista.

Ma perché, se Irene, seriamente non voleva più saperne di lui, reiterava queste afflizioni su Gino? 

In pausa pranzo, partì una telefonata da agenzia ad agenzia e Irene non poté esimersi dal rispondere.

Garbero era deluso molto, ma l’atteggiamento d’Irene lo deluse ancora di più. Sembrava di parlare con un’altra persona: non aveva alcun rimorso, alcun pentimento, nessun interesse per quello che stava provocando. Letteralmente, lo derideva e non dava alcun’importanza all’antitesi tra il sogno di Leningrado e la visita programmata al tempio del capitalismo. “È solo un viaggio e non devo dare spiegazioni a te, che avevi solo da agire quando ne avevi la possibilità… anche se, più passa il tempo, più capisco che non avrebbe funzionato”.

Gino, incredulo, interruppe volontariamente la telefonata. La donna che, fino ad un anno prima, avrebbe fatto di tutto per Orso, ora stava addirittura creandosi delle consolazioni, per autoconvincersi di aver fatto la scelta giusta - benché faticosa da reggere.

Seguì una telefonata burrascosa con il signor Sultano, che replicò minacce d’ogni tipo; ma, a quel punto, Gino lo sfidava apertamente. “Dai, vienimi a prendere, zotico! In qualunque modo vada, per me sarebbe una liberazione! Ora, hai rotto con le tue macchinazioni!”.

Non lo vide mai; ma la peggiore alterazione della realtà, quella che avrebbe convinto Irene a mettersi definitivamente dalla parte sbagliata, doveva ancora venire. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

29.

 

Consumato da quell’estate, Gino stava ormai perdendo sé stesso.

I suoi nervi erano sfibrati; le sinapsi non più congruenti con la sua ragione.

Benché amasse la vicinanza al Sole, era stata la peggiore stagione calda della sua vita. Anche di quella del 2012, quando aveva perso il papà.

Quella del 2018 era stata una continua e inarrestabile discesa verso gli inferi. Ogni volta che provava a rialzarsi, arrivava l’ennesimo sgambetto.

Il suo apparato digerente, sempre molto sensibile alle prime freddure autunnali, aveva alzato bandiera bianca. Erano ricominciate le emesi.

Tutte le mattine, appena sveglio, c’era la corsa in bagno per assecondare la rivoluzione dello stomaco.

Si preparava alla stagione fredda con lo stato d’animo con cui, alla peggio, sarebbe dovuto uscirne.

Non poteva proseguire così, anche perché i colleghi cominciavano a non poterne più.

Si mise in malattia per due settimane, sperando che stare lontano da tutti potesse servire. 

In quei giorni, cadeva il compleanno di Lucia, a cui voleva molto bene, anche se non l’aveva mai vista. 

Sebbene tradito e abbandonato, non sarebbe mai diventato il Vecchio Cattivo a cui aveva sotteso Irene, dopo il primo caffè insieme. 

Gino aveva sempre affrontato amici e nemici con lealtà, rifiutando i giochi sporchi e dicendo sempre ciò che sentiva e pensava. 

La verità è un esercizio pesante, che costa caro, che si deve pagare per praticarlo, ma non ha mai voluto rinunciarvi. Sentiva che fare gli auguri ad una bimba dolce e simpatica era la cosa più giusta.

“Pur non avendola mai vista né conosciuta, voglio bene a Lucia e le auguro un felice decimo compleanno. Se puoi, dalle un bacio in più da parte mia”. Questo il testo dell’e-mail, senza fare alcun accenno al suo stato di salute.  

Irene rispose: “Grazie. Riferirò”.

Tornare al lavoro era l’ultima cosa che voleva; ma, contestualmente, era l’unico luogo dove avesse un amico. Stevo era sempre disponibile, pur non sapendo cosa stesse accadendo; se vedeva che Gino non stava bene, era il primo che si alzava e lo sostituiva in cassa.

A metà ottobre, giunse in filiale Eva Petacci, finalmente disponibile a concedere udienza ad ogni sottoposto. 

Gino cercò di raccogliere tutta la razionalità rimasta per fare un discorso sensato. Immediatamente, il colloquio virò su Irene.

Garbero era una persona da non provocare, con cui era meglio stare zitti se non si era pronti ad affrontare un contraddittorio. 

Non a caso, Farinacci, Balabanof e Sarfatti ben si guardavano dall’affrontarlo in colloquio. 

Preferivano scrivergli e, infatti, la sua collezione d’articoli 7 ex legge 300 era quasi una biblioteca.

La Petacci chiese come mai l’impegno di Gino, visto dalle loro statistiche, fosse crollato così drasticamente.

“State anche a chiedervelo? Ve lo avevo detto un anno fa. Avete smontato un’agenzia che funzionava, che faceva reddito, che non vi dava problemi e che non sentivate mai! Avete preso a pesci in faccia il vostro miglior elemento, umiliandola con un trasferimento ingiustificato, negandole anche l’aumento salariale che le spettava e che, se avesse fatto causa, sareste stati costretti ad erogare con gli arretrati ed interessi!”

Eva, evidentemente in difficoltà, pur sapendo già che Scurzolengo avrebbe chiuso, tentò di sostenere che l’agenzia funzionava meglio senza Irene. Ma Gino non le concesse tale castroneria: “In sedici anni di questo lavoro, Irene è stata l’unica direttrice che abbia creato un clima di collaborazione. Per me, non chiedo nulla: non voglio soldi, non voglio gradi; ma il rispetto della verità per le poche persone che in questa banca hanno un valore lo esigo”.

Fu una conversazione tesa, fatta di rivendicazioni e risposte acide. 

Gino, sebbene lapidato dai gesti e dalle parole d’Irene, la difese come un leone ed infine Eva, forse per togliersi dal cul de sac in cui si era infilata, chiese: “In sostanza, tu vuoi tornare a lavorare con Irene? È questo che vuoi? Consideralo fatto! Ci avevo già pensato”. 

Gino, che aveva sempre dato un gran valore alle parole, considerandole più stringenti di un contratto, a quel punto ringraziò e tornò a lavorare, certo di aver ottenuto un punto importante; ma, sempre per quel senso d’onestà, trovò opportuno avvertire Irene del colloquio.

La reazione fu raggelante. “Non ho bisogno d’avvocati difensori e tu a lavorare con me non verrai, perché, se mi obbligheranno ad averti in agenzia, io rinuncerò al ruolo”.

Orso chiuse nuovamente la conversazione, sentendosi sempre più idiota. Avrebbe potuto chiedere un aumento di stipendio come tutti; invece, per lealtà al suo Amore, lo reclamò per chi ormai lo disprezzava anche professionalmente. 

Nei giorni successivi a quella conversazione, Irene, forse sentendosi un po’ in colpa, o forse perché a casa la situazione stava nuovamente andando a rotoli, ricominciò a telefonare in filiale, parlando con chi rispondeva, quindi anche con Gino.  

Sembrava gentile e, conoscendola, era chiaro che volesse almeno recuperare un rapporto civile - o forse altro. Gino stava preparando per Lei un racconto fiabesco da donarle insieme a un libro che aveva già scelto per il suo compleanno. 

Ma il colpo finale, l’aberrante complotto che trasformava, all’occhio d’Irene, Gino in un bugiardo era in preparazione. 

Orso non poté difendersi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30.

 

4 novembre 2018. 

Gino, per una volta di domenica pomeriggio, era riuscito a prendere sonno. Dormire di giorno stava diventando un meccanismo difensivo, un modo per non pensare.

Destatosi dopo le 17, trovò sul telefono quattro chiamate d’Irene, senza risposta. Cosa era accaduto? Era in pericolo? Di domenica pomeriggio, con il Sultano in casa?

Qualcosa di brutto stava accadendo. Ricompose immediatamente il numero, che questa volta suonava: Orso era stato sbloccato. 

Al “pronto”, Gino capì che la situazione era grave. Il tono di voce era chiaramente alterato. “Cucciola, sono io, cosa succede?”

“Gino, dimmi chi è Cerbiatta2011?!” “Amore, cerbiatta sei tu e 2011 è il tuo numero di matricola. Ma perché lo chiedi? Mi senti che sono io!”. Quando non erano certi che il telefonino fosse nelle mani legittime, si scrivevano domande la cui risposta era a conosciuta solo da loro due. Ma, in quel caso, non era necessario: stavano parlando e si riconoscevano con la voce. Irene aveva addirittura il fiato lungo, come se fosse terrorizzata. 

“E su Instagram sei tu?” “Ma di cosa parli?! Lo sai che non uso Instagram ed i social network. Perché sei così agitata?”

Gino proprio non capiva. La telefonata fu lunga e ci volle un po’ per ricostruire l’accaduto, perché Irene era veramente sconvolta ed impaurita. 

Ancora una volta, tutto partiva dalla sorella Anastasia, asserente di aver “scovato” su Instagram un profilo con quel nome, “cerbiatta2011”, che era intriso di riferimenti a Gino ed Irene, ai loro sogni, alla loro relazione. Dalla descrizione che ne faceva Irene, era così: Leningrado, Mosca, Parigi, Formentera, la Normandia, nonché una nota pallavolista cui Irene somigliava moltissimo. 

La stessa Anastasia sosteneva di aver avuto uno scambio di e-mail con il creatore di quel profilo, rivelatosi uno sgrammaticato. 

Sospettato e già condannato, doveva essere Gino. 

Con incredibile insipienza o troppa furbizia, la sorella brutta non scelse di avvertire Irene, ma il Sultano Ciro, girando a lui gli screenshots di queste pagine, perché, “casualmente”, il profilo di cui sopra era stato cancellato.

Questi ne parlò ad Irene con supponenza, descrivendo Gino come un malato, che meritava una lezione, deciso a recarsi alla Polizia Postale per cercare l’autore e denunciarlo. 

Il profilo era anche pieno di donnine nude, disponibili ad erogare servizi in cambio di denaro. 

C’ erano tuttavia due particolari che ad Irene non furono mai fatti vedere e che Gino scoprì solo dopo aver capito di essere finito in un complotto.

L’ ideatore di questo profilo non disdegnava di esaltare le politiche destrorse dell’allora Ministro dell’Interno Salvini, oltre che dichiararsi tifoso granata ed anzi: la prima foto di quel profilo era esattamente la curva maratona, nucleo della tifoseria torinista più calda. 

L’ intera umanità conoscente Gino, anche solo per sentito dire, aveva su di lui due certezze granitiche: era un comunista ed era juventino.

Garbero, troppo legato alla lealtà, troppo granitico nella convinzione che anche nella guerra più cruenta esistono delle regole, non immaginava neanche lontanamente a quale archibugio fossero giunti il Sultano e i due cognati.

Fu vibrante nella difesa, cercando di riportare Irene alla razionalità. 

A quale scopo Gino, conoscendo l’importanza che Irene dava alla reputazione ed alla sua privacy, avrebbe dovuto fare una fesseria simile? Né lui né Irene avevano mai usato Instagram, nessuno dei due ne conosceva il meccanismo.

Perché Orso avrebbe dovuto peggiorare ulteriormente la propria situazione? Quella sera, rifiutò di ammettere una colpa di cui non sapeva nulla.

Parlando e parlando ancora, convinse egli stesso Irene ad andare alla Polizia Postale. 

In cuor suo, se avesse dovuto scommettere, avrebbe puntato sulla Banca. Non sarebbe stata la prima volta che i capitalisti massoni entravano nella vita privata dei dipendenti.

Il dossieraggio in stile Fiat anni Ottanta, in banca, era pratica comune; ma, se Gino avesse saputo tutta la verità, avrebbe considerato lo spionaggio aziendale il male minore. 

La malvagità dei tre meschini strateghi aveva superato ogni fantasia.

Il lunedì dopo, Gino provò a richiamare Irene per sapere come stesse. La trovò atterrita e continuava a ripetere: “Ti prego, dimmi che sei tu, tanto Ciro ci va in ogni caso, alla Polizia Postale”. 

Orso rimase in silenzio. Stava pensando. Infine, proruppe nel suo estremo gesto d’amore: “Sì, Irene: sono stato io!”. Confessò tutto quello che voleva sentirsi dire, ripetendo esattamente quello aveva sentito la sera prima. 

Stava mentendo sapendo di mentire e si stava accollando una colpa che non aveva; ma voleva che il suo amore si tranquillizzasse, perché era troppo spaventata.

La Polizia Postale, a cui avrebbe sporto denuncia il Sultano Ciro, avrebbe trovato facilmente il colpevole; ma, nell’attesa, Irene sarebbe stata certa di non correre pericolo. 

Irene, benché più serena, giurò a Gino che non gli avrebbe mai più parlato, qualunque cosa accadesse. Ai suoi occhi, Orso era diventato “la peggior persona da incontrare in un momento di difficoltà”. Bugiardo, mestatore, insidioso menzognero, furono alcune delle parole che gli riservò e, se fosse stato veramente lui il colpevole, avrebbe avuto anche ragione. 

Chiuse la telefonata senza neanche un ciao e, pochi minuti dopo, il Sultano scrisse a Garbero: “Sei un uomo di merda”. - “Prova a fare il marito una volta, vai alla polizia postale” fu la risposta.

Ciro, però non aveva alcun’intenzione di andarci. Si sarebbe autodenunciato; ma questo Gino lo capì quando, stanco di passare per colpevole, si rivolse ad un suo compagno di liceo che aveva fatto carriera nell’Arma.

Diede a lui il suo indirizzo IP e raccontò tutto l’accaduto.

La risposta arrivò in due giorni: l’indirizzo IP di quel profilo non corrispondeva al telefono di Gino e questo già lo sapeva; ma quello che non sapeva era il contenuto ed il sistema operativo del vero colpevole: Gino scoprì di Salvini, della curva maratona e che il telefono utilizzato era un Android, mentre il suo era uno Ios.

Dal momento che nessuno lo aveva fatto, chiese di presentare denuncia; ma il compagno di liceo lo fece desistere: chiunque avesse creato quel profilo conosceva bene Irene e l’aveva creato per spaventarla, ma si era ben guardato dal fare un solo nome o inserire un’immagine con un viso, facendo sì che non vi fosse reato. L’ unico scopo era far credere a Irene che l’ideatore fosse Gino; ma lui non era e l’amico carabiniere conosceva anche il nome e cognome del vero ideatore, ma, in assenza di reato, non poteva confermarlo a Garbero.

Gino ripercorse tutta la vicenda, dalla telefonata d’Anastasia al Sultano, alla propria assunzione di responsabilità, fino al messaggio ricevuto, senza che nessuno di questi si presentasse alla Polizia Postale. 

Era fin troppo evidente il complotto e Gino troppo ingenuo per sospettare che fossero potuti giungere a tanto: per amore d’Irene, si era preso la colpa!

I tre strateghi del Ministero della Verità, loro sì, esperti di social network, avevano fatto scacco matto! Letteralmente, avevano vaporizzato Orso dai pensieri d’Irene. 

Tramortito nell’animo e ferito nell’orgoglio, Gino si sentì un mentecatto.

L’ Orso, ormai alterato dai colpi di fucile, tentò vanamente di prendere contatto con Irene, ma Lei non voleva più sapere nulla. Lo definì “un bugiardo psicotico che credeva alle sue stesse bugie”. Buttò il regalo di compleanno nel cestino e si preparò a partire per Miami. 

Gino le tentò tutte, arrivando anche a mortificarsi con il Sultano, pregandolo d’essere uomo e di ammettere la verità con Irene. Gli scrisse messaggi e provò a telefonargli; ma da quel pusillo, troppo codardo, non ricevette mai risposta. 

Tormentato da quell’ingiusta condanna all’oblio, Gino riprese a sentirsi male e crollò in una crisi nervosa. In un mese, gli accessi al pronto soccorso furono due e la seconda volta dovette firmare per non farsi ricoverare. 

La povera mamma Anna, anche lei edotta di tutto, prese a odiare Irene, che, tuttavia, agli occhi di Gino era solo colpevole di aver creduto ai tre farabutti.       

Irene rifiutò la cena di Natale e rifiutò anche l’invito a cena che Gino aveva rivolto a Lei, Stevo e Maria. Era arrivata la notizia, attesa, della chiusura definitiva della filiale di Scurzolengo, prevista per il marzo 2019. Come già detto, Gino si era sbagliato di tre mesi. 

Il gran consiglio del Fascismo Capitalista non solo aveva distrutto un gruppo che lavorava bene, fatto implodere un grande amore, ma, con quell’assurda decisione del trasferimento d’Irene, aveva creato un danno economico irreversibile per l’agenzia.

Il personale sarebbe stato diviso in altre agenzie ed i clienti accorpati all’agenzia di Piobesi.

La promessa della Petacci sovvenne subito alla mente di Gino, che prontamente le ricordò con un’e-mail, nella cui risposta si legge testualmente: “Ho bene in mente cosa ti ho detto”.

Trattavasi dell’ultima estrema speranza per poter riprendere un contatto visivo con Irene: Gino, ancora una volta, stava dando credito ad una parola ricevuta.

Gli inganni sequenziali con cui era stato lapidato non gli avevano ancora fatto perdere la fiducia nella parola di un essere umano. Sbagliò ancora una volta.

L’ ingenuità era sempre stata il suo tallone d’Achille: lui diceva sempre la verità, quello che pensava e se dava la parola, questa era sacra. 

Un accordo siglato anche solo a parole andava rispettato sempre, qualunque fosse la controparte, dando per scontato che l’intera umanità avesse il medesimo modus operandi

La sua forma mentis, tuttavia, non era molto diffusa, anzi, nella gran parte dei casi osteggiata; ma, da buon comunista, continuava ad avere fiducia nell’uomo. Solo che l’uomo nuovo teorizzato da Gramsci non era mai nato.

Stava per schiantarsi contro un altro muro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

31.

 

Da fine dicembre, a Scurzolengo era scattato il “si salvi chi può”. 

Esclusi Stevo e Fiammetta, Gino non poté contare su nessuno. 

Ernesto e Alberta conoscevano già e da molto tempo le proprie destinazioni, ma ben si guardavano dal dirlo. Piobesi era ufficialmente quella di Fiammetta. 

Per Gino ed il compagno Stevo, era tutto un grande interrogativo. 

Garbero, cominciando ad intuire che la Petacci non avrebbe mantenuto la parola, era nervoso, oltre che del tutto inconfidente in sé stesso. 

Si era lasciato andare.

La conventio ad exludendum di cui era oggetto e la manovra a tenaglia dei tre manigoldi si erano fuse in un combinato disposto, rendendo l’aria di Gino mortifera.

Sapeva che stava arrivando un’altra pugnalata alle spalle e poteva solo prepararsi a riceverla.

Irene, ormai sempre più immersa nelle pratiche comuni ai suoi colleghi, cominciò a saccheggiare l’agenzia dei clienti che lei conosceva come più redditizi.

Non si faceva mai sentire, se non tramite comunicazioni elettroniche con Stevo.

Gino era l’addetto alla chiusura conti dei clienti che cambiavano Istituto.

Ernesto e Alberta guardavano con tranquillità quanto stava accadendo.

Gino quasi si vergognava di essersi innamorato d’Irene, persona che ormai, non faceva passare giorno senza dare altri sospetti d’essere uguale a tutti gli altri; ma l’amava e soffriva per quello che stava facendo.

Si comportava come se non volesse più imporre la propria vera personalità o, forse, Gino non era più in grado di leggerne le azioni nella giusta luce.

Nella vita privata, ormai disperso il suo orgoglio, occupò l’intero inverno nel periplo d’osterie e birrerie, in cerca d’oblio e panacee sessuali, che rendevano la fatica di vivere meno pesante per qualche ora a settimana.

Stava provando a non amarla più; ma, ogni volta che prendeva l’anestesia, come lui chiamava il sesso una tantum dispensato dalle oche che si potevano incontrare di notte nelle osterie, si sentiva più solo che mai.

La deriva lo aveva portato in alto mare, in uno stato di totale anedonia emozionale. 

Alcune di queste ragazze da sollazzo, erano veramente belle, senza inibizioni ed abili tigri da materasso; ma Gino aveva spazio nel cuore per una sola donna. Non era amore, ma sola distrazione.

Il numero di telefono, malgrado lo chiedessero, non lo dava mai a nessuna. L’ unica telefonata che aspettava non arrivò mai, ma Orso scelse di non barattare i propri sentimenti.

Era troppo instabile e vulnerabile per rischiare di trovarsi tra i piedi un’altra crosta.

Aveva ormai solo una persona di cui fidarsi: Stevo che, nel mentre, stava cercando di organizzare la cena del “Game Over” e, pur non sapendo cosa stesse realmente accadendo, fece ogni sforzo per dare la possibilità ad Irene e Gino di guardarsi negli occhi.

Quella che il compagno di sventura professionale aveva letto come una vera amicizia non poteva sgretolarsi in quel modo senza una spiegazione.

Non sapeva, però, che Irene rifuggiva quella situazione come se fosse una piaga d’Egitto. Troppe incongruenze da spiegare, per le quali non aveva una spiegazione.

Stevo, tuttavia, reiterava gli inviti all’insaputa di Gino, che ormai, come lui, friggeva, perché la linea di non ritorno si avvicinava ed Eva continuava a non farsi sentire.  

Ad inizio marzo 2019, finalmente, nell’ultimo giorno utile per non incorrere in sanzioni, la Petacci telefonò per comunicare le destinazioni: Alberta vice d’Irene in Via Filadelfia, Stevo a Piobesi e Gino a Stupinigi dalla Sappé, la vipera rampicante, personaggio che, quindici anni prima, lo aveva costretto a sferrare un pugno ad una porta per non darlo a lei stessa.

“Ma Eva! La tua promessa?!”. La Petacci rispose che sussistevano delle “tecnicalità” che non consentivano l’assegnazione di Gino in Via Filadelfia. Quali? Non lo seppe mai: nemmeno da Irene, che, in seguito, a domanda precisa su cosa avesse detto, rispose testualmente: “Cazzi miei”.

Nessuno si aspettava che la Banca facesse contento proprio Gino; ma la parola “Stupinigi” lasciò tutti ristucchi. 

Lo sapevano anche i muri che Gino e la Sappé si odiavano; eppure, i fascisti, massoni, dirigenti di quella banca amica di ricchi ed evasori non si fecero scrupoli.

Ernesto e Alberta rimasero in un silenzio dubbioso; Stevo era basito, mentre Gino era talmente rabbioso per l’ennesimo patto infranto che non parlava.

Era in pieno furore bellico, momento nel quale la sinapsi aumentava la velocità grazie all’ adrenalina. 

Irene era stata la prima artefice di quel tradimento, rendendo anche più facile la vita alla banca con il proprio ostracismo. In poco più di dieci minuti, le scrisse una lunga e-mail puntuta, nella quale, nonostante la bile, riuscì anche a rimanere razionale, senza scadere nella volgarità.

Ormai disinteressato ad ogni tipo di prudenza, senza più nulla da perdere, fece uso della posta elettronica aziendale.

Gino ne conservò copia.

L’ oggetto, “C’era un problema da gestire?”, era stato il primo pensiero d’Irene su Gino. 

Il testo, quanto segue:

“Bene, Irene, mia amata, dolce pasticcina, Cerbiatta, Irene, Jane, Kiki, mia Musa e Regina, ci sei riuscita! Mi hai evitato!  

  Ho sperato e pregato fino all’ultimo minuto perché non arrivassi anche a questo. 

    E invece, come un treno senza freni non hai fatto fermate. Hai travolto tutto ciò che stava sul tuo binario, senza alcuna remora. Hai continuato la tua marcia, feroce e rabbiosa, senza risparmiarmi nulla. 

Spero che tu sia ben conscia dell’egocentrismo che hai messo in essere pur di tenere fede ai tuoi propositi, perché, anche se io non valgo neanche la metà di te, resto in ogni caso un essere umano e avrei meritato rispetto.

Sembra che tutto sia ritornato, come in una nemesi storica, al tuo primo pensiero associato al mio nome. Risolto con la tortura del silenzio. 

Gino, quello che era il tuo amore, quello che chiamavi “Cherie” è stato spedito a Stupinigi dalla Sappé, la nostra nemica giurata! Grazie, Irene!

Con la forza della disperazione, con l’anima lacerata da una vita il cui esito è già scritto, conscio di passare per sciocco anche questa volta, tuttavia, preferisco pensare a te ricordando quando, assaltandomi il cuore, con quei due smeraldi che ti ritrovi al posto degli occhi, mi hai chiesto se veramente “volevo diventare un vecchio cattivo”.  

In quell’esatto istante, ti ho riconosciuta e mi sono detto: è Lei… la persona che aspettavo da tutta la vita e che nemmeno pensavo esistesse!

Ho visto l’opera del Botticelli, prendere vita: ho visto la VENERE PRENDERE VITA!  

Da quel momento, non ho smesso di AMARTI per un solo secondo, sognando per Noi tutte le felicità, che un amore vero, sincero, non cercato, può donare!  

Quella che tu ritieni fissazione, una condanna, molestia, addirittura stalking è per te, ora, la tua più gran fortuna!  

* Quantunque tu abbia, con cinismo esogeno, scelto di lasciarmi derivare in balia del mio destino.

* Malgrado gli argomenti usati per evitare di avermi nella tua agenzia, facendomi passare per un mitomane, perché certamente non hai potuto addurre motivazioni professionali, derubricando il nostro rapporto a una “non-relazione”.

* Benché, con stile quasi carbonaro, tu, pur di non sentire la mia voce, abbia tenuto i rapporti con l’agenzia solo a mezzo e-mail e solo a mezzo Whatsapp, esclusivamente con Stevo.

* Sebbene tu abbia ridotto ad un semplice orpello la mia professionalità, non considerando cosa sapevo fare, con quale impegno lo facevo per te, e, sì, anche l’aiuto che sono sempre stato felice di offrirti a prescindere dai nostri rapporti

* Nonostante io non possa vedere neanche la tua foto, solo perché ho osato mandarti delle rose. 

* Senza tenere in conto che hai buttato nel cestino il libro accuratamente scelto per te, non leggendo neanche una riga della favola che ti avevo scritto, rifiutando di ritirare il bonsai che ti aveva inviato l’unico stupido che si era ricordato che eri direttrice da tre anni.

* Anche se, da oltre dieci mesi, mi vieti di vederti, consapevole di quale dolore tu stia creando.

* A dispetto della dicotomia tra l’Irene di Scurzolengo e l’Irene d’oggi, tra il sogno di Leningrado e il viaggio nell’impero del male.

* Per quanto tu abbia perso ogni empatia, persino la pietà, nei confronti dell’uomo che chiamavi Amore, Cherie, Orsone Ribelle, ora semplice fantasma senza nome da “dimenticare”.

IO CONTINUERO’ AD AMARTI E A PROTEGGERTI SENZA CERCARE VENDETTA.

Difenderò le mie idee e i miei sentimenti fino all’estremo sacrificio.   

Nulla può farmi recedere dai miei sentimenti, nulla mi farà scegliere di salvarmi dall’assedio, in cambio dell’abiura al mio cuore.  

Mi comporterò da uomo, con onore ed onestà.   

 Non da uomo d’onore. Lascio a te comprenderne la differenza. Sono certo che tu abbia tutti gli elementi valutativi sotto gli occhi per farlo.

Lotterò fino all’ultimo alito di fiato contro la Banca ed ogni mio nemico, ma mai contro di te.   

Combatterò anche contro la mia psicologa che continua a chiedermi di valutare con attenzione quale fosse la vera Irene, benché Lei stessa, forse, avrebbe bisogno di una terapista.

 Ti amo troppo per pensare di farti del male o per retrocedere la tua persona, la tua empatia, la tua bontà, il tuo sorriso, la tua anima calda e sincera all’egoismo materialista, pur assodato che se sei passata dal NOI all’Ego.  

TI HO SEMPRE AMATO, anche nei momenti più oscuri.  

 Ho sempre pensato a NOI come ad un’unica anima che si sarebbe ritrovata sotto lo stesso tetto a vivere un amore incrollabile, insieme alle nostre bambine.  

 Ho sempre ritenuto, con incrollabile fiducia, che finalmente Neda avrebbe avuto una mamma ed io una compagna di vita, una moglie, bella, dolce, donna felice da rendere felice.   

Che avrei vissuto anch’io, finalmente, le mie domeniche nel calore di una famiglia vera.

 Ho sbagliato, sì, molte volte le parole, i modi e le scelte da “duro” quale in realtà, con te, mi è impossibile essere.   

* Ho sbagliato a non andare via di casa immediatamente, affrontando tutto come sto facendo ora, per prendermi una piccola casina dove aspettarti.

* Ho detto frasi brutte che ti hanno fanno soffrire. Come quella per cui “sarebbe stato meglio lavorare separati”. Una frase da idiota.

* Ho sbagliato il 2 gennaio 2017. Quella mattina, sei venuta in filiale presto, per abbracciarmi e stare con me. Mi hai chiesto anche scusa, ma tu non dovevi chiedere scusa di nulla.     

Non dimenticherò mai quei minuti, perché avrei dovuto caricarti in macchina e portarti via, lontano da quella follia e da quel folle. Sicura che il vero stalker sia Orso?    

* Ho sbagliato quando sono andato a Formentera invece di rimanere al tuo fianco, nell’estate del 2017.

* Ho sbagliato a dire che non volevo regali per il compleanno, perché ora darei un rene per avere il tuo, quello che mi avevi preparato. 

* Ho sbagliato quando ti hanno trasferito: invece di abbracciarti e proteggerti, mi sono arrabbiato perché non mettevi in atto la guerra che volevo io, non comprendendo che ognuno di noi è fatto a modo suo e tu, in quel momento, avevi bisogno di un sostegno, non di uno che urlava.

* Ho sbagliato quando, a maggio, tu hai detto “io amo te”. Avrei dovuto mollare cassa e colleghi, salire in macchina e venire da te. All’ istante!

* Ho sbagliato quando, già stordito dal dolore, ho detto sì ad una vacanza a Formentera, che in seguito ho cancellato. 

* Ho sbagliato l’11 febbraio dell’anno scorso, quando, in preda ad una stupida rabbia per non averti potuto vedere, ho fatto finta di essere un duro, simulando di poter fare a meno di te, con parole orrende.

* Ho sbagliato a non portarti fuori in braccio dall’ufficio il 10 maggio 2016, per correre a Parigi come ti avevo promesso. Tu, però, hai recuperato: vero, Irene?

* Ho sbagliato a non baciarti nel caveau, quando ti sei messa davanti a me.

* Ho sbagliato, quando, fischiettando “Non sarà un’avventura” dentro lo stanzino del bancomat, alla tua domanda sul testo di quella canzone non ho risposto baciandoti innanzi a tutti, dicendo ai presenti: “Io amo Irene”.

 Ho sbagliato per paura di sbagliare. 

Tutti errori gravi, di cui mi pento, che non rifarei mai più e per i quali chiedo venia in ginocchio ogni giorno, ogni sera, ogni ora, ogni secondo della mia vita.  

 Ma mai la tua fiducia nei miei confronti è stata mal riposta. Mai! Né sul piano personale, né ‘sul piano professionale. Per te, mi sarei buttato nel fuoco allora e lo farei domani.

Ora, tu non mi credi più: citando le tue parole, sono “un bugiardo che crede alle sue stesse bugie”.  

Il conto che mi stai facendo pagare è veramente alto e crudele.

Mi hai, in concreto, scomunicato, condannato all’ostracismo.  

Prima ancora, avevi cominciato a pensare a quel “muro invalicabile” e, sentendoti troppo sola e tramortita, sei tornata da tuo marito, accettando la sua condizione: la cancellazione imperitura di Gino Garbero. E questo tradimento mi lacera il cuore. Al contrario, io non lo avrei mai fatto.   

Quel muro di fronte al quale ti sei arresa non è, non era e non sarà mai invalicabile, se solo lo volessi, perché io, ora, sono pronto e la terapia psicologica non fa altro che confermarmelo, settimana dopo settimana. Ma continui a non voler sentire.   

 Purtroppo, dopo le mie fesserie, hanno cominciato ad agire i “fattori esterni” ed è accaduto di tutto.

 Ci hanno diviso fisicamente e con giochi sporchi, anzi, luridi e vigliacchi: chi n’aveva precipuo interesse personale ha strappato te dalla nostra unica anima, facendoti credere di me le peggiori nefandezze.  

 Tu, mia insostituibile Amata, gli errori li hai commessi dopo, per proteggerti certamente dalla troppa tensione di cui sei stata caricata anche da me, ma non solo e non principalmente.    

Hai creduto a fandonie, sei arrivata al punto di temere per la tua incolumità, mi hai cancellato fino a ridurmi ad un fantasma senza nome.

Hai negato di avermi mai promesso un piccolo Romeo, quando sai benissimo di averlo fatto con i gesti e le parole. La tua memoria di ferro non può averlo rimosso.  

 Non hai più risposto ad un solo messaggio, nemmeno all’e-mail di lavoro, fino ad arrivare alla scelta sciagurata di porre il veto sulla mia persona per non farmi lavorare con te, pur avendo bisogno di un cassiere appena passabile.

Hai ceduto alle difficoltà per stanchezza, consegnandoti, nella speranza che finisse tutto il più velocemente possibile, al giogo di tuo marito, del quale un giorno scoprirai la vera natura. La vita restituisce tutto.  

 Io, Gino, Orso, Arkady, continuerò, malgrado tutto, a credere nell’Irene che ho conosciuto, con la quale bastava uno sguardo, un gesto per intendersi. Scelgo di credere all’Irene che si fidava di me, che non credeva al Gino manipolatore, incantatore, che fa uso delle parole per abbindolare le persone.   

Perché non sono così. Perché, sì, forse so formulare una perifrasi con un senso, ma questo non fa di me il “Rasputin” che hai descritto.  

Io non manipolo: semplicemente uso le parole per dire ciò che penso, con sincerità e sentimento vero.  

 Sono un uomo onesto che onestamente se ne andrà. Da uomo.   

 Non certamente da “intelligentone”, ovvero furbo, come spregiativamente sono stato appellato. I furbi fanno ben altro e un furbo non sarebbe nelle condizioni in cui sono io oggi.

 Voglio sperare, inoltre, che, per non essere considerato tale, non sia necessario sbagliare qualche congiuntivo!  

 Come già detto, pur consapevole che non ti perdonerò mai per avermi impedito anche solo di vederti al lavoro, dando così un po’ d’anestetico al mio dolore, pur sapendo che, professionalmente, ti sarei stato solo d’aiuto come umile e fedele scudiero, la tua fortuna è che ti Amo e non ti farò mai del male, costi quel che costi.

 Mai sarai messa in cattiva luce da me. Mai.

Combatterò fino all’ultima mia energia. Ricomincerà la guerriglia, sì!   

Continuerò a resistere all’assedio con onore, in difesa dei miei sentimenti onesti e veri!  

 Sarà dura, ma ora non ho paura e non fa differenza se dovrò affrontare un plotone, un battaglione o truppe corazzate.  Chiunque c’è si faccia avanti.   

Verrebbe da citare il “Cyrano” di Guccini, o Cocciante in “Quando finisce un amore”, per spiegare meglio il mio stato d’animo.  

Con medesima ovvietà mi addolora, insieme ad una lancinante sofferenza, che L’AMORE della mia vita abbia buttato tutto per paura.  

Giunti, ormai, gli ultimi giorni di Pompei, non posso fare altro che pregare mio papà e anche il tuo adorato nonno, affinché intervengano dal tuo cuore, perché tra le tue braccia c’è il tutto. 

Dimostrerò con i fatti che tu sarai sempre protetta da me, anche se non lo meriti e mi hai brutalmente TRADITO.  

Quando non avrò più forze, quando la soverchiante potenza che vado a sfidare mi avrà schiacciato, mi lascerò andare, ma non mi avranno. 

La morte non mi fa paura. Mi fa paura la vita, questa vita, in cui incontro solo tanti IO ed il nostro Noi è stato distrutto da un plotone di carogne senza vergogna.   

 Io me n’andrò quando verrà il momento, senza aver mai rinnegato le mie idee ed i miei sentimenti, continuando a pensare al Noi, onorando il mio nome, il mio sangue e quello che rappresentano.   

Almeno, avrò dimostrato che non sono un “quaquaraquà”, che certi valori non sono comodi e che ci vuole un gran midollo per non rinnegarli mai.  

Preferisco morire amandoti che piangere per tutta la vita in un’insoluta desolazione, sapendoti al servizio dell’uomo sbagliato.  

Non è importante se, ancora una volta con egoismo sprezzante, non risponderai anche a questa mia ultima prolusione, per rabbia o per mancanza d’argomenti, per paura di una verità che sai essere incontestabile, o perché, molto più comodamente, hai già scelto di considerarla il delirio di un pazzo, oppure, molto meno prosaicamente, hai ottenuto ciò che dovevi ottenere.

 Io non sono pazzo: sono arrabbiato, sì, sono deluso, si, ma sono ben presente a me stesso e so cosa dico.  

Resterai, in ogni caso, la persona più importante della mia esistenza.   

Grazie egualmente per avermi fatto vivere due anni meravigliosi, pur dubbioso, visto che non vuoi incontrarmi, forse per troppa paura che il tuo cuore ti risvegli da questa razionale, costruita, indifferenza, che il tuo sentimento sia ancora vivo: un terapista definirebbe il tuo comportamento una dimenticanza psicogena.

È il segnale di un trauma che, prima o dopo, tornerà a galla e più tardi lo affronterai peggio sarà. 

Vorrei chiederti di smettere di nasconderti; ma sono certo, che non lo farai, perché mi reputi responsabile di tutto, oltre che un bugiardo.  

Avrei dovuto avere la razionalità necessaria per evitare d’innamorarmi. Solo tu, tuttavia, riesci ad imporre con pervicace ostinazione la ragione sul cuore. Io non ci riesco. 

 Sapendolo, tu potevi evitare di cercarmi, invece di farmi illudere d’aver trovato la donna della mia vita, per poi gettarmi nell’oblio come un ferrovecchio.  

 Puoi starne certa: probabilmente, non diventerò mai vecchio, certamente non un vecchio cattivo. Ora, hai la risposta alla tua domanda.  

   E tu rimpiangerai per tutta la vita questa scelta, fatta di sola analitica ragione, chiudendo il tuo cuore in una camera stagna.   

Rimpiangerai di aver risposto al richiamo all’ordine e al dovere che data ben prima dei miei errori: il messaggio di giugno 2016, il binario da percorrere. Ricordi? Sì, certamente ricordi.   

Non ti basterà dirti: “Stavo facendo solo il mio dovere”, perché anche l’SS sul ciglio della fossa comune se lo diceva.   

Semplicemente, uno scoglio non può fermare il mare e non si può nemmeno fermare il vento con le mani. Si può scappare come hai fatto tu, nascondendosi nel silenzio, ma dalle emozioni, in verità, non si scappa e, prima o dopo, ci si fanno i conti, come sto facendo io ora.

Hai sbagliato, Irene! Hai imposto una tortura crudele, utile solo al vero manipolatore di questa vicenda, che tra non molto riprenderà a cenare con i colleghi o a dedicarsi in straordinari che poi non risulteranno in busta paga.

 Il signor Sultano ti sta usando, Irene!  

Il tuo Orso, per il quale resterai sempre la VIA DELLA VITA, con immenso dolore, ti saluta.

 Insieme, eravamo una Camelot, eravamo il sole in un giorno di pioggia, eravamo l’eternità. Ci credevo, con fideista dedizione!  

Insieme, avremmo finalmente scritto il terzo libro della Poetica d’Aristotele. Invece, ci siamo fermati alla tragedia.   

Avrei potuto leggere per te ogni sera, cantandoti le lodi per la tua bellezza obnubilante, mettendoti in mano il rasoio per farmi la barba anche al buio.

Mi avresti insegnato a cucinare, avremmo potuto ridere e ballare mentre facevamo le pulizie di casa. Avremmo potuto fare la spesa insieme, mano nella mano.  

Avremmo potuto dormire abbracciati come un unico corpo, un’unica anima.  

Volentieri avrei cenato con tua Sorella ed i tuoi famigliari, tutte le sere che lo avessero desiderato: voi non mi credete, ma io volevo bene ad Anastasia, a tuo papà e la tua mamma e, ovviamente, a Lucia. 

Avremmo potuto vivere una FAVOLA e avremmo potuto scriverla NOI. 

 Tu, purtroppo, non hai voluto capirlo: hai solo giudicato, senza appello, i miei errori e mi hai escluso da questo sogno, per farlo vivere a chi nemmeno riconosce la fortuna che ha, ritenendola un diritto dal quale è legittimo prendersi anche alcune “licenze”.

Ora io, con il pugno di mosche che mi hai lasciato tra le mani, posso solo incarnare la prova empirica del paradosso di Zenone.  

In questi giorni, avevo anche trovato la casa dove trasferirmi, ma appare del tutto inutile dirtelo. 

Semplicemente, non t’ importa e, senza di te, non importa neanche a me.

Ora, mi rimane solo un progetto: combattere con onore fino alla fine, mentre tu potrai annunciare a chi chiedeva con cogenza la mia eliminazione il “missione compiuta”.

Possono cominciare i festeggiamenti.  

Queste sono le mie ultime parole: ho usato tutte quelle che avevo per chiederti perdono e prometterti amore a vita, ma tu non credi più al NOSTRO NOI, di cui, invece, io ho un bisogno vitale, dopo che tu stessa me ne hai ricordato il valore.  

Una vita così, senza di te, è solo una via crucis che non voglio vivere.  

Quindi, non continuerò questo sterile ed umiliante soliloquio.  

Ti amo, Irene. Tu sei tutto. Sei la cura o la cicuta. Disperatamente tuo, Gino”

Passarono poco più di cinque minuti ed il telefono della filiale cominciò a saltare come quello di Paolino Paperino, quando chiamava Zio Paperone.  

La collera, che sicuramente lo fece esagerare nel passaggio delle SS, aveva colpito nel segno.

Rispose Stevo, il quale, sempre più con visus interrogativo, disse solo: “Certo, te lo passo subito”. Gino, non certo calmo, ma pronto a litigare, chiese a Stevo di sostituirlo in cassa, perché la telefonata voleva prenderla dall’ufficio di Fiammetta, quel giorno assente.

Chiusa la porta ed alzata la cornetta, iniziò una furente colluttazione. Irene, che per mesi aveva sostenuto “Tu qui mai!”, ora, resasi conto dell’effetto di quell’embargo, cercava di lavarsi l’anima, argomentando che non era lei a prendere le decisioni, ma l’ufficio personale. “Vero” rispose Gino, “ma tu cos’ hai detto alla tua amica Eva, per tenermi lontano da Via Filadelfia?”. La risposta fu e sarebbe sempre stata: “Cazzi miei”. 

Era fin troppo chiaro che aveva descritto Gino come un mitomane pericoloso, che aveva scambiato l’amicizia professionale con l’amore. 

In seguito a ciò, pensarono i massoni, meglio metterlo dove erano sicuri vi fosse acrimonia ben sedimentata.

Inviperiti entrambi, non poterono far altro che trasformare quella telefonata in una litigata piena di livore e scambio d’accuse.

Troppo intensa per essere sorretta da due persone indifferenti l’una all’altra.

Qualche giorno dopo, a fronte delle insistenze di Stevo, arrivò la vendetta d’Irene: “Scusami, Pav, ma è meglio se non vengo alla cena”, facendo chiaramente intendere che il problema era la presenza di Gino. 

Stevo, sempre più incredulo, chiese a Gino cosa stesse accadendo. Gino, sempre più deluso da Irene, rispose con un’e-mail circolare indirizzata a tutti gli invitati: “Buongiorno a tutti! Venuto a conoscenza di non essere gradito da tutti i partecipanti, ritiro la mia partecipazione alla cena del Game Over. Gino non sta seduto in paradiso a dispetto degli angeli”.

Altra telefonata, altra furibonda litigata, seguita dall’ennesima sequela d’insulti di Don Ciro.

Gino non rispose nemmeno. 

Doveva preparare l’ultima resistenza contro la banca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

32.

 

Come promesso a sé stesso, Gino avviò immediatamente un fuoco di sbarramento. Andava come un treno, senza più alcuna paura. 

Scrisse e-mail a Farinacci, Sarfatti, Petacci e Balabanof.

Mancava soltanto il capo della loggia, Venezia; ma aveva già pronta la richiesta di colloquio. 

Non fece in tempo. 

Fu convocato in sede da Farinacci e Petacci, fuori dall’orario di lavoro.

Il Farinacci, l’uomo utilizzato dalla mafia in camicia per le intimidazioni, era un esecutore perfetto degli ordini.

Si presentava alle riunioni con gli appunti.

Bastava leggere il suo quaderno, caratterizzato da una calligrafia infantile, per sapere cosa stesse per dire.

Un idiota fatto e vestito, fedelissimo al suo Duce e alla sua corte di nani e ballerine.

Quando si vedeva arrivare solo lui, senza Sarfatti o Evangelisti, si poteva stare tranquilli.

La presenza della Petacci era un orpello. Aprì bocca due volte e due volte fu zittita da Gino: aveva mancato la parola data, riproposta in forma scritta, senza nemmeno una spiegazione. Non meritava nemmeno il rispetto. 

Quanto a Farinacci, fece pervenire il messaggio mafioso: “Smettila d’infastidire o, come ben sai, abbiamo i mezzi per farti desistere”.

Gino rispose a tono, com’era nel suo animo: “Io continuerò a lottare. Siatene certi. Ero tranquillo, non mi sentivate mai, eppure avete deciso di tradire persino la parola data. Voi cercate esecutori. Io non lo sono e mai lo sarò”.

Gino sapeva di essere un nano a fronte di quell’organizzazione criminale; sapeva che avrebbero continuato; ma, in quel momento, non aveva più paura.

Mollò anche la psicologa, per passare ad uno psichiatra: doveva ritrovarsi. Era chiaramente in difficoltà e quel coraggio che mostrava non era altro che la forza ultima di chi non aveva nulla da perdere. Non sapeva che quella forza, neanche due mesi dopo, l’avrebbe salvato.

Quella vita, vissuta in quel modo, con troppi tradimenti, arrivati a freddo, non faceva per lui.

Il nuovo medico, dopo due sedute, aggiunse subito un farmaco: la sertralina, da prendere alla sera, togliendo le gocce per dormire, ormai del tutto inutili. 

Come tutti, lo avvisò che, per i primi giorni e notti, la situazione sarebbe peggiorata; ma Gino già lo sapeva.

Per nulla intimorito, stanco, insonne, si presentò a Stupinigi, ai confini dell’impero, agl’ordini di un fusto di materiale radioattivo, un cofano venuto male ed invecchiato peggio, che, tuttavia, si credeva bella e intelligente. In verità, Genoveffa era più bella che intelligente.

I suoi meccanismi mentali, Gino aveva imparato a conoscerli quindici anni prima: non esisteva un solo gesto o una sola parola che suonasse come veritiera, come, del resto, nell’intero corpo intermedio della Banca.

Era necessario tenerla a distanza e utilizzare ogni accortezza per non darle modo di colpire. 

Gino scelse di colloquiare solo in terza persona. Nessuno poteva accusarlo d’insubordinazione; ma, al contempo, le faceva sentire tutto il suo disprezzo: in banca, è uso comune approcciarsi con il “tu”.

Ogni giorno era una guerra di nervi; l’agenzia s’impallò, a causa di quella tensione. 

Nel suo stile falso, la Sappé non esitò a dire quello che le era stato ordinato di dire: “Gino tu qui sei il benvenuto”. “Non lo è lei per me, signora direttrice” rispose Garbero, che, dall’ingresso in quell’agenzia, era veramente solo.

Solo poteva capitolare, solo poteva resistere, fino a sfondare l’assedio. Erano le situazioni in cui Gino, pur piagato, dava il meglio di sé.

Non dava spazio a confidenze e, certamente, non collaborava.

La banca lo aveva tradito: lui riprendeva la guerriglia.

Irene, nel mentre, aveva cambiato anche indirizzo e-mail.

Sparita per sempre, La sentì soltanto una volta, a giugno.

Gino era ormai un fantasma dimenticato. 

Esistevano ancora momenti in cui sentiva il bisogno compulsivo di parlarle.

Erano i momenti più duri, quelli pieni di sconforto, nei quali la vita era immobile, noiosa, sempre uguale a sé stessa nelle sue brutture, in cui Gino andava in cerca di un sorriso.

Si sottoponeva, quasi come un tossico in astinenza, a sforzi ciclopici per cercare di controllarsi; a volte, ci riusciva, altre no, perdendo, ad ogni tentativo di contatto, altra dignità. 

Prevedibilmente, rispettando il copione, dopo poco più di un mese la Banca inviò la sua intimidazione tramite “i bravi” della revisione interna. Solita regia, solo copione. Gino non si spaventò affatto. Ci aveva fatto il callo ed era certo che non avrebbero trovato nulla, come le ormai tante altre volte precedenti. Questa volta, tuttavia, avevano la lettera di contestazione ex art 7 legge 300, già pronta prima ancora di cominciare l’ispezione.

La visita ispettiva era solo il mezzo per creare il casus belli, con cui iniziare il procedimento sanzionatorio che avrebbe dovuto portare al colpaccio di Wally Sarfatti.

Nei corridoi della Santa Sede, si diceva che fosse “la mano sinistra di Venezia, perché la destra era occupata a masturbarlo”.

Più il valore morale dei cortigiani del Gran Maestro era basso, più stavano in alto nella scala gerarchica.

Quando si muoveva la Sarfatti, erano guai e solo il coraggio del condannato a morte salvò Gino. 

Poco dopo la fine dell’ispezione, che era andata esattamente come le altre, forse meglio, fu convocato in Sede, a colloquio con Farinacci ed Evangelisti. Presidentessa della Corte Marziale: la Sarfatti.

Capì immediatamente: non contenti di tutto quanto già fatto sino ad allora, anche con il favore del nuovo diritto del lavoro lasciato in eredità dal governo Renzi, stavano tentando il colpo di mano.

La situazione era tutto fuorché rosea per Gino, che, sfrangiato dall’ultimo anno, si trovava a dover lottare ancora, senza alcun aiuto e senza alcuna difesa.

Il sindacato, malgrado la fideista, ultradecennale adesione di Garbero, era latitante: nessuno aveva il coraggio di mettersi contro quei diavoli a sette code. 

Lui il coraggio, dopo che gli avevano già tolto tutto, dalla serenità all’amore, per non parlare della professionalità, doveva trovarlo.

Certamente, non mancava la paura; ma. se voleva tentare di uscirne vivo, doveva tenere la schiena dritta. 

Al primo incontro, presentarono la lettera di contestazione, consistente in irregolarità formali che si potevano trovare in ogni cassa della banca. Non vi era nulla di sostanzioso.

Gino, mentre la Corte leggeva il capo d’accusa, si mise a sorridere. “Tutto qui? Tutto quello che avete è questo? Ritenevo che vi organizzaste un po’ meglio. Sapete che queste irregolarità le trovate in qualunque cassa proprio grazie all’ organizzazione del lavoro che avete voluto imporre?”

Non risposero. Farinacci si limitò a ripetere i termini di legge, ben conosciuti da Gino: “Hai cinque giorni di tempo per produrre le tue giustificazioni scritte”.

La Sarfatti era una sfinge, mentre Evangelisti, sentitosi preso per il naso da quella reazione, aveva la vena che pulsava; ma anch’ egli non proferì verbo.

Erano seriamente decisi a rispettare ogni passaggio della legge 300, affinché il loro provvedimento fosse il meno fragile possibile, in un tribunale dove, peraltro, con quelle ridicole basi, sapevano di essere deboli.

Loro, in realtà, puntavano all’assenza della reintegra, tra le opzioni del giudice del lavoro. 

Il nuovo articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prevedeva, infatti, l’istituto della reintegra solo in caso di comprovate discriminazioni d’ordine politico, religioso o razziale. Venezia non sarebbe stato certamente così inetto da permettere alla Sarfatti di firmare una lettera di licenziamento che scadeva nel discrimine politico.

I tre della Corte Aziendale, su indicazione del Sovrano, puntavano alla colpa grave e anche se il giudice non l’avesse ritenuta tale, rischiavano solo di dover pagare un indennizzo a Garbero, perché il magistrato non avrebbe potuto reintegrarlo.

Gino, compreso che era arrivato a fine corsa, non diede grande importanza alle controdeduzioni. Scrisse una generica difesa in cui rinnovava la certezza che le irregolarità a lui contestate si potevano trovare in qualunque cassa, che tutte le operazioni erano autorizzate dai clienti, come la stessa azienda ammetteva e che, ovviamente, i valori di cassa quadravano al centesimo.

In pratica, disse loro: “Tra le mani, avete aria fritta e non avete tenuto una condotta coerente con le visite ispettive effettuate in altre agenzie”.

Il giorno successivo all’atto d’accusa, l’azienda aveva già in mano la memoria difensiva.

Ora, Gino doveva attendere la camera di consiglio e la lettura della sentenza, per la quale fu riconvocato con una settimana di preavviso, per farlo ribollire a dovere. Nelle torture e nei ricatti, erano maestri.

La settimana d’attesa fu difficile da reggere. Gino, che dava per certo il colpo di mano, passava da momenti in cui pensava alle contromisure ad altri di totale sconforto.

Nel suo DNA, era inoculato l’istinto di lottare contro i potenti, gli arroganti, i forti che se la spassavano con i deboli, questo era innegabile; ma era altrettanto vero che veniva da anni che avrebbero abbattuto un elefante. In quei giorni, si decideva il suo destino - o, forse, era già deciso.

Qualora avesse perso anche lo stipendio, non avrebbe più avuto nulla.

Avrebbe perso la casa occupata da Crosta e Figlia e, finiti gli ammortizzatori sociali, avrebbe dovuto attendere l’esito della causa di lavoro, vivendo come un parassita sulle spalle dell’anziana madre.

Da molto tempo, non andava più sulla tomba del Papà, perché si vergognava della fine che aveva fatto e di come stupidamente avesse buttato alle ortiche la grande occasione della sua vita, per la quale era certo dell’intervento di una forza esterna ed intangibile: Gino ed Irene non si erano incontrati per caso.

I giorni passavano; le dosi di Lorazepam aumentavano, di pari passo con la solitudine intorno a lui. Per molti, era già un morto deambulante.

Giunto il giorno dell’appuntamento, tuttavia, Gino si sentiva più disteso: la paura era scomparsa, sostituita dall’orgoglio. 

Non sarebbe certamente andato innanzi ai suoi carnefici, coloro che gli rovinavano la vita da oltre sedici anni, implorando pietà.

Se avesse dovuto capitolare, lo avrebbe fatto con l’animo che il suo nome di partigiano imponeva.

Considerava quell’epilogo già scritto quasi come una liberazione: finalmente, avrebbe potuto abbandonare ogni prudenza per dare battaglia a tutto campo.

Ancora una volta nel momento peggiore, Gino avrebbe sfoderato una forza ed una razionalità che nemmeno lui riusciva a spiegare. 

Alle ore 16:30 di un venerdì, iniziò lo scontro finale. La giuria si presentò in ritardo, con atteggiamento strano. I loro visi manifestavano dubbi: era chiaro che non ci fosse accordo tra loro e lo stesso Venezia aveva delegato la decisione all’esito di quell’ultimo colloquio.  

Il dottor Venezia, pur conscio del suo potere assoluto dentro le mura della sua banca, aveva l’ossessione per la reputazione esterna e immaginava con quale grinta e mezzi Gino avrebbe scatenato la controffensiva, dopo essere stato messo alla porta con quel meschino archibugio.

Che fare? Non lo sapevano nemmeno loro. La Sarfatti aveva, tra le sue cartacce, nascosto tre lettere, tutte con il medesimo protocollo, ma con tre sentenze diverse.

Appoggiò l’IPhone sul tavolo e chiese a Gino se acconsentisse a registrare il colloquio. Senza il suo permesso, non poteva farlo.

“Nessun problema” rispose Gino, “a patto che copia del file di registrazione mi sia immediatamente consegnata, alla fine dell’incontro”.

Sarfatti non rispose; ma, con gesto ben visibile, spense il telefono e chiese a tutti di fare altrettanto. 

Gino capì che la loro prima preoccupazione era non fare uscire una parola da quelle mura.

Notò tuttavia, al centro del tavolo, la luce rossa dell’interfono accesa. Qualcuno stava ascoltando e sapeva anche chi fosse: il padrone.

Venezia sapeva di essersi circondato di mezze calze, ottimi e fedeli esecutori, ma del tutto inaffidabili se si trattava di prendere decisioni che avrebbero potuto travalicare le mura ben protette del perimetro aziendale. 

Gino ricordò una parafrasi dell’articolo 1 della costituzione che, con Irene, aveva coniato per farlo aderire alla realtà: “L’Italia è una repubblica plutocratica fondata sul lavoro altrui. La sovranità appartiene alla borghesia illuminata, che tale rimarrà finché ci sarà qualcuno a pagare la bolletta al loro posto”.

Ecco: il dottor Vittorio, nonostante la completa assenza di democrazia all’interno del proprio feudo, all’esterno si accreditava come borghese illuminato, anche se non voleva pagare la luce, ma nemmeno rischiare che qualcuno fuori controllo gli tagliasse i fili.

Quello che doveva essere un colloquio Gino lo trasformò in un soliloquio, folle per la situazione, pienamente razionale per i fatti, radendo al suolo i tre astanti.

L’ incipit fu della Sarfatti, visibilmente infastidita: “Ha riflettuto sui Suoi errori? Si dichiara sempre innocente? Cosa si attende da questo incontro?” “Conoscendovi, purtroppo, nulla di buono. Ho tuttavia la coscienza a posto. Ho lavorato come sempre e, come sempre, mi avete controllato. Sono onesto, pulito e, a questo punto, senza paura.” fu l’inizio della risposta di Gino. Proseguì rivendicando la sua dirittura morale, la sua voglia di combattere, segnalando che era pronto e quasi speranzoso che tutto si esaurisse con la fine di quel rapporto professionale, perché, sinceramente, delle loro alchimie intimidatorie non ne poteva più. E, in tutta franchezza, l’ultima cosa che aveva intenzione di fare era piegarsi ai loro ricatti.

Proluse la sua arringa, rivendicando che non aveva mai violato alcuna legge dello Stato e rilevando che la normativa interna della banca era scritta solo ad uso e consumo della Banca d’Italia, perché loro stessi, per primi, la sapevano essere inapplicabile, salvo diventare rigidissimi con i clienti ed astenersi dal disporre qualunque operazione che non avesse il correlato ordine debitamente compilato. 

In quasi diciassette anni di banca, aveva ormai perso il conto delle visite ispettive cui era stato sottoposto; eppure, mai un solo valore di cassa aveva evidenziato differenze. Mai subita una sola rapina e non era solo fortuna, perché serviva anche l’occhio, per non aprire alla persona sbagliata. 

Mai un ritardo sul lavoro, mai un’assenza ingiustificata, quando c’erano quadri direttivi che facevano la spesa in orario di lavoro, giustificandolo con la visita commerciale e segnando anche il rimborso chilometrico.

“Non avete mai trovato un ladro” disse a quella testa di cuoio sempre più paonazza di Evangelisti “e non perché non ci fossero, ma perché non ne siete capaci. I ladri ve li ha sempre trovati la Magistratura”.

Ed ora questi sgherri volevano fare la festa a Gino, che non aveva mai rubato un centesimo?! “Nooo!” continuò Gino: “Per me, siete liberi di fare quello che volete. Ma vi prometto che, questa volta, andiamo fino in Cassazione e, se la vostra opera massonica è specializzata nella segretezza, vi posso garantire che qualche giornalista disposto a scrivere di voi alla fine lo trovo! Con tanti saluti al valore reputazionale dell’azienda. Sono stanco delle vostre falsificazioni!”

Gino si tacque e, nella sala, calò il silenzio.

Sarfatti aveva perso il colore delle rosee gote tipico di chi aveva vissuto la giovinezza tra i campi; Evangelisti respirava come un toro infilzato a cui si sventola il drappo rosso; Farinacci, dalla rabbia, aveva spezzato la biro insozzandosi d’inchiostro la cravatta. 

La luce rossa dell’interfono si spense. Wally Sarfatti immediatamente si alzò, dicendo che doveva fare una telefonata, ed uscì. In realtà, andava al piano di sopra a prendere ordini dal Venezia, che aveva tutti i difetti tranne quello d’essere stupido.

Nella stanza, rimasero in tre e Gino, guardando gli altri due, intuì che, se avessero potuto, non solo lo avrebbero licenziato, ma anche strangolato con le loro stesse mani.

Sarfatti tornò in pochi minuti, ancora più cerulea di quando era uscita; riprese a mescolare le sue cartacce, scelse un foglio, lo controfirmò e lo passò a Gino. “Provvedimento conservativo di richiamo scritto”. Gino firmò per presa visione, si alzò e lasciò tutti senza salutare alcuno. 

La sua follia, il suo istinto primordiale lo avevano salvato dal licenziamento, già deciso prima dell’Ispezione. 

Sarfatti, Evangelisti e Farinacci avevano sbagliato il colpo e Venezia se n’era reso conto.

La teoria costruita non stava in piedi e l’eliminazione di Gino in quel modo avrebbe comportato un danno insanabile per le ambizioni politiche del dottor Vittorio Venezia.

Certamente, i tre, nelle successive ore, non avrebbero passato momenti piacevoli. 

Gino, che da mesi era senza forze, aveva vinto la battaglia di nervi e l’aveva vinta in solitudine, con Irene che, pur consapevole di quanto stesse accadendo non aveva mosso un dito.

Era tuttavia, una battaglia e ne sarebbero giunte altre: doveva aspettarselo, finché il suo luogo di lavoro fosse rimasto Stupinigi e la sua diretta responsabile fosse rimasta quella serpe della signora Sappé.

Gino, uscito dagli uffici della banca, si sedette su di una panchina; si accese una sigaretta, il cui consumo, negli ultimi diciotto mesi, era passato da cinque giornaliere ad un intero pacchetto. 

Per il momento, aveva salvato lo stipendio: ma per quanto tempo? Non ne aveva la più pallida idea e viveva, ormai, alla giornata.  

Doveva, in ogni caso, rimanere sul chi va là, continuare a resistere all’assedio che sembrava ben lontano dall’essere spezzato e, seppur orgoglioso di come aveva sventato quel complotto, l’“orso ribelle” era sfinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

33.

 

L’ ultimo contatto con Irene avvenne a metà giugno, quando Gino si era appena fatto sospendere la patente: per non far ritardo al lavoro, aveva percorso cento metri di corsia d’emergenza per uscire dalla tangenziale.

Trovò la guardia sbagliata e si ritrovò appiedato per due mesi.

 Aveva solo la possibilità di richiedere un permesso orario per andare al lavoro, ma serviva del tempo per ottenerlo.

Gino era furibondo con sé stesso ed anche con chi l’aveva messo tutti i giorni su quella maledetta tangenziale. 

Se Irene non avesse posto il veto sull’agenzia di Via Filadelfia, avrebbe avuto ancora la sua patente, perché da quell’imbuto non sarebbe passato.

Prese il telefono e la chiamò in agenzia, per informarla della nuova conseguenza derivante dal suo ostracismo. 

Semplicemente, non le interessava minimamente: non era colpa sua, Lei non c’entrava più nulla con la sua vita.

Fu una telefonata utile solo a far capire a Gino che l’Irene conosciuta o non era mai esistita o era cambiata radicalmente. 

La Perseide apparsa improvvisamente nel cielo di Gino era passata senza esaudire il suo desiderio. 

Irene era ormai una di loro, completamente istituzionalizzata nella prigione BDI spa.

Chiuse la telefonata deluso e bastonato, come sempre, deciso a non cercarla mai più.

Tutta l’energia messa in campo era stata utile solo a prestare il fianco ai nemici di sempre, con la consapevolezza, a meno di una recita ben interpretata d’Irene, di averne una in più: con l’aggravante che questa nemica conosceva i più reconditi aspetti dell’anima, del cuore e della vita di Gino.

Ed era entrata nella cerchia di secondo livello della governance aziendale: era un quadro direttivo.

Garbero era veramente all’ultimo miglio; doveva staccare e cercare di ritrovarsi. 

L’ ultima ridotta, che sino ad allora aveva sempre scartato, perché sperava di condividere quello shock emotivo con Irene, era Rimini: il luogo della sua infanzia, delle vacanze con Papà Romeo, dei giorni più felici dell’anno. 

Erano dodici anni che non ci metteva piede: da quando era nata Neda, che, per il momento, aveva assaporato quella città magica solo dalla pancia della mamma. 

Negli ultimi sette anni, era quasi diventata un tabù, per la troppa paura della reazione del cuore nel rivedere i luoghi del viaggio di nozze dei genitori e gli amici di papà. 

Gino, però, ora ne sentiva il bisogno. Aveva necessità di sentirsi protetto, tra persone che gli volevano bene, amici veri, che sempre lo avevano amato, con i quali aveva giocato per ore in spiaggia da bambino e fatto le ore piccole in birreria nell’adolescenza, che, dalla morte di Papà, non facevano altro che invitarlo.

Si decise: chiese un mese di ferie alla banca, che non poté far altro che concederle, giacché Stupinigi, senza patente, era impossibile da raggiungere. Chiamò Tony e Giorgio: albergatore e bagnino coetanei e amici di Papà, da prima che Gino stesso nascesse. Avvertì Mariangela, figlia di Giorgio, sua amica, coetanea e prima fidanzatina, ora sposata, con un figlio dell’età di Neda. 

Prenotò il Frecciarossa e partì con sua figlia. La Crosta tentò invano di aggregarsi, perché non si fidava a lasciare la figlia sola con il padre: ma Gino fu irremovibile. “Piuttosto, parto da solo; ma non verrai ad avvelenare con la tua presenza l’ultimo rifugio che mi sia rimasto”.

Appena sceso dal treno, Gino si sentì rinascere; anche l’aria aveva un sapore diverso. Alla Stazione, inatteso, c’era Giorgio, con il nipote Enrico. Era venuto a prenderli con l’Apecar cassonato con cui trasportava i lettini. Il nipote Enrico fu di una gentilezza innata con Neda, come tutta la gente di Romagna.

Crebbe tra loro un’immediata amicizia e, durante quella vacanza, furono sempre in giro insieme. Sia Gino che la Mariangela non vollero indagare troppo; del resto, erano stati dodicenni anche loro e, in ogni caso, li sapevano al sicuro su una spiaggia sulla quale, seppur enorme, c’erano occhi ovunque, in caso di necessità. Romeo non era stato proprio uno sconosciuto da quelle parti e, in poche ore, tutti furono edotti della presenza di nipotina e figlio.

Neda fu felicissima sin dal primo giorno e Gino cominciò lentamente a ricaricare l’anima e le forze. 

Il calore che rilasciavano quelle persone in Piemonte, semplicemente, non esisteva. Non c’era sera che Gino riuscisse a cenare in hotel, con un po’ di dispiacere di Tony. Doveva dividersi tra tutti gli amici che stava rivedendo, che, tuttavia, leggendogli ancora il dolore negli occhi, ben si guardavano dal trattare l’argomento Romeo. 

Quelle tre settimane, piene di gioia e sole, furono salvifiche per Gino ed indimenticabili per Neda, che vide il suo papà tornare a ridere.

Un pomeriggio, caratterizzato dal caldo africano, mentre Neda, Enrico e altri bambini della compagnia, erano in mare, Gino sedeva sotto il gazebo dei giornali a scrivere il suo diario. 

Si sedette vicino a lui la Mariangela: “Forza, raccontami: chi è la protagonista?”. Garbero rimase un po’ interdetto; fece finta di non capire. La riservatezza sabauda l’aveva contaminato. Mariangela, sorridendo, proseguì: “Gino, sei qui da solo con tua figlia e, da quando sei arrivato, non hai guardato una sola donna. Dai tuoi occhi, traspare chiaramente che ti manca qualcuno e che non è solo tuo padre. Inoltre, io sono la Mariangela, sono una donna, siamo coetanei, ci conosciamo da sempre. A me, non la racconti farlocca. Chi è la fortunata?”

Gino, dubbioso che Irene si sarebbe lasciata definire “fortunata”, dovette arrendersi e raccontò tutto. Le lasciò anche il suo manoscritto da leggere.

La mattina successiva, Mariangela l’aveva già letto tutto e, quando i bambini si furono allontanati, glielo restituì. Sorridendo, esclamò: “Sei proprio una patacca! Se questa Irene vale anche solo la metà di come l’hai descritta, non dovevi lasciarla andare via. Lo pubblicherai?” 

“Non lo so e non so neanche se ci sarà mai un editore interessato ai miei malesseri. Per il momento, lo sto scrivendo per fare pace con questa storia e con la mia psiche”.

“Secondo me, dovresti” replicò Mariangela. “Si sente che c’è amore vero in quello che scrivi e, magari, la tua Irene si deciderà almeno a spiegare”.

L’ amica invitò quindi, per quella sera, Gino e Neda ad un “piadina party” a casa sua: “Ci sono anche altri bambini e del buon Sangiovese”.

Come sospettato, la Mariangela aveva sì invitato altri bimbi; ma, tra gli adulti, c’era anche qualcun altro.

Si chiamava Anita, trentatré anni, laureata in Lettere, separata. Notevolmente, una bella donna; ma Gino non era andato a Rimini per fare la vita notturna dei vent’anni. Era lì per ricostruirsi. 

Anita, tuttavia, non era la solita sgallettata che si trovava nelle osterie notturne del triste Piemonte: piacevole nell’eloquio, sorridente, ironica, non le mancava certo la cultura. Come quasi tutti da quelle parti, non aveva problemi a dichiararsi comunista, di sinistra, progressista, antifascista e credente a modo suo.

Era più incline alle tesi di Bakunin che a quelle di Lenin e quella sera, nella cucina della Mariangela, si accese un intenso dibattito culturale a cui parteciparono tutti. 

Gino, a Torino, una serata così, fatta di buon cibo e di una seria analisi politica culturale, avrebbe potuto scordarsela.

Era la Romagna: funzionava così e proprio per quello stavano bene.

La serata andava ad esaurirsi, con i vari amici che ritornavano rispettivamente nelle loro dimore o alberghi. Erano rimasti solo Gino, Anita, Mariangela, il marito e - ovviamente - Neda ed Enrico.

I bambini giocavano bene insieme e Mariangela, con l’innato intuito di donna romagnola, propose a Neda di restare a dormire da loro. 

La bimba accettò con entusiasmo; Enrico era contento; Gino rimase un po’ basito. Non n’era convintissimo, anche perché aveva capito il piacevole favore che voleva fare a Gino ed Anita.

Loris, il marito, profittando di un allontanamento d’Anita, disse: “So a cosa stai pensando: la Mariangela mi ha raccontato. So che sei un uomo leale; ma non puoi trasformarti in un prete. Lei non c’è, neanche ti sta pensando. Anita è una bella e brava ragazza, distraiti. Riattiva l’adrenalina! E poi - sorridendo - vuoi tornare da Rimini senza neanche timbrare una volta? Andate a far serata!”.

Gino sorrise anch’egli e, tornate le due donne con i bambini già in pigiama, chiese a Neda se fosse sicura. La figlia, festante, rispose di sì.

“Te la porto domattina io in spiaggia. Stai tranquillo: passa una buona serata e divertitevi!”. 

Gino uscì in strada con Anita: “Ti va una birra?” - chiese lui- “Certo! Vieni, andiamo a ridere un po’ allo ‘Smutanda’!” replicò la romagnola.

Gino conosceva quel pub: era un luogo dove nessuno veniva a prendere le ordinazioni, finché non ci fosse stato un paio di mutandine da donna sul tavolo. “Spero che tu abbia un paio di mutandine in borsa” disse Gino, divertito. In effetti, a quella regola soggiacevano letteralmente solo le straniere, mentre le italiane si premuravano sempre di avere un perizoma in più in borsa.

Lo sapevano tutti, compreso i goliardici inventori del luogo, tranne le straniere.

Giunti al pub, Anita prese dalla borsetta il suo perizoma rosa; lo appoggiò sul tavolo e ordinarono il “metro” di Birra Spaten: era un cilindro alto appunto un metro, contenente due litri di birra.

Come tutti gli altri italiani, si divertirono ad ammirare i supplizi ridicoli a cui si sottoponevamo le ragazze straniere, anglosassoni e teutoniche in particolare.

Alterati anche dalla birra, risero veramente molto, senza tuttavia evitare di parlare di librerie e romanzi. Il preferito d’Anita era Post Office di Bukowski e Gino, che aveva letto quel romanzo molto tempo prima, in quel momento comprese di essere in una transizione molto simile a quella di Hank, il postino ubriacone di Los Angeles. 

Garbero rispose con un classico: Dumas, Il Conte di Montecristo

“Ti auguro di ritrovare la tua Mercedes, ma senza scadere nell’odio” disse Anita, con un gran sorriso.

Indubbiamente, non era la solita shampista e lo dimostrò anche quando, finita la birra, riprese le sue mutandine ed invitò Orso a casa sua. Gino, prima di accettare o rifiutare, si chiese se fosse il caso.

Anita, più pragmatica di lui, con la musicale cadenza romagnola, fece notare a Gino che erano adulti, maturi e vaccinati entrambi.

Nessuno di loro era legato da vincoli di lealtà verso altri: “Quell’amore lo senti ancora, lo so: la Mariangela me lo ha detto e sono certa che resterà il fiume carsico del tuo cuore per sempre. Ma non puoi nemmeno rinunciare a vivere. Tu mi piaci, sono libera e questa sera sono il tuo taxi: fatti portare dove vuoi tu e scendi quando ti pare.”

La metafora poteva sembrare equivoca, ma lo fece sorridere. 

La serata finì come Mariangela l’aveva ideata e che l’avesse studiata con quel finale n’ebbe la certezza in Piazza Tre Martiri, giunto a casa d’Anita.

Mentre Gino preparava due Gin Tonic, lei si sfilò il vestito, mostrando un bel corpo senza mutandine: il perizoma che aveva tirato fuori della borsa al pub non era di scorta, ma quello indossato la sera stessa. Lo aveva tolto a casa di Mariangela, avendo già in programma di portarlo allo “Smutanda”.

Fu una notte intensa ed inebriante, di completo relax, sicuramente positiva ed anche sorprendente per Gino, che non giaceva una notte intera con una donna da anni.

Sapeva ancora andare in bicicletta. 

La mattina dopo, mentre facevano colazione in silenzio, Anita chiese: “Ci sarò, nel tuo libro?” “Sì, nel mio libro sì; nella mia vita, no” rispose Gino.

Il fiume carsico nel cuore d’Orso esisteva eccome ed Irene, seppur ormai irraggiungibile, continuava ad emergere.

“Io sono qui e la tua vacanza è ancora lunga”. Gli diede un bacio e andò a farsi la doccia. 

Gino si rivestì e andò in spiaggia a fare il padre. Neda era d’ottimo umore: si stava divertendo e lui si scelse un angolino all’ombra del gazebo per scrivere. Dal bar, giunse una cameriera con uno sbattuto di caffè e zabaione: “È offerto dal Giorgio: ha saputo che hai avuto una notte movimentata”. Tutti risero, compreso Gino.

Giorgio, l’amico di papà, era il più felice di tutti. “So quanto hai sofferto. Ma questa è la terra del sole: qui, si può solo essere felici e gli amici servono a ricordarlo. Da Burdel!” e una pacca sulla schiena. 

La vacanza continuò nella più totale rilassatezza, con persone che avevano un cuore enorme e che non smettevano di coinvolgerlo nelle loro serate.

L’unico invito che respinse fu la pizza di mezzanotte al Poker: il papà che mangiava la pizza o gli spaghetti nell’ultimo tavolo di quella pizzeria sotto l’hotel di Tony era un ricordo troppo vivido da affrontare.

Se mai avesse deciso di risedersi a quel tavolo, avrebbe dovuto esserci Irene con lui. Rivide Anita altre due volte, ma i patti erano chiari: solo divertimento; per le cose serie, non sarebbe mai più stato pronto.

L’ ultimo giorno, quando, sul cassonato di Giorgio, stava andando alla stazione, Gino pensava che non sarebbe mai dovuto ripartire e che tornare a Torino era come riconsegnarsi ai suoi demoni ed ai suoi carnefici.

La vacanza nel luogo della sua infanzia lo aveva rigenerato, con la sua aria, la sua gente, la spontaneità nelle relazioni. 

“Non far passare altri dodici anni: qui, troverai sempre una famiglia. Sei il figlio di Romeo, ricordalo sempre.  Sii testardo, non abiurare le tue idee, rispetta chi ti rispetta e lascia andare chi vuole andare, ma rispetta te stesso e il tuo cuore. Non rinnegarti mai!”

Quelle parole, pronunciate da un vero amico di papà Romeo, ora che stava per andare a costituirsi in una città che non amava e dove ormai non aveva più nulla se non tanti nemici, dopo tre settimane stupende per lui e Neda, gli fecero ricordare che esiste il libero arbitrio, che deve essere rispettato, sempre, anche se si considera una scelta altrui errata.

Il libero arbitrio di Gino non ostava l’amore per Irene e, se la sua cerbiatta aveva, liberamente o coartata, scelto di non amarlo più, non poteva far altro che rispettare il suo volere. Vivevano ancora in un paese semilibero e, se Lei avesse veramente voluto ribellarsi all’imposizione, avrebbe potuto farlo.

Gino aveva tentato l’impossibile per convincerla a non abbandonare il campo, ma Lei l’aveva fatto ed oltre non poteva spingersi.

Probabilmente, aveva liberamente scelto di farsi coercire. Il suo libero arbitrio aveva decretato che era meglio così. 

L’ amava, certamente, di là d’ogni ragionevole dubbio.

Avrebbe dato un rene per uscire una sera con Lei, per parlarle, rivedere i suoi smeraldi, abbracciarla ed ovviamente farci l’amore. Ma non poteva obbligarla e, nel sentimento di cui era certo, doveva trovare la forza di lasciarla andare. 

Irene si era comportata male, ma l’Amore era più forte della Rabbia.

Per Sultano, sorella, cognato e Banca, il discorso era ben diverso; ma non sarebbe mai sceso al loro livello.

Irene, quando lo aveva amato, lo aveva scelto perché diverso da loro, non uguale. 

Orso avrebbe continuato ad amarla, nessuno poteva impedirglielo; ma non l’avrebbe più cercata. 

Cerbiatta, qualora avesse scelto diversamente, avrebbe saputo benissimo come trovarlo.

Nella perfetta metafora d’Anita, sarebbe stata il fiume carsico della sua vita, nella quale era destinato ad essere un precario dell’amore. 

Per lui il Destino, al netto degli errori gravi commessi, aveva scelto così. Un “orsone ribelle” non poteva essere destinato al focolare di un amore permanente. 

Per rompere l’assedio in cui si era trovato solo, doveva prima ritrovare la sua forza, lottando contro sé stesso. 

Nel viaggio di ritorno, in treno, mentre il paesaggio scadeva nella tristezza salendo verso nord, Gino scrisse la sua ultima lettera ad Irene, riconoscendole il suo diritto di scelta, compresa la scelta di lasciarsi circuire da congiunti, del tutto inadatti a maneggiare un diamante della sua caratura, elencandole tuttavia, le ingiuste cattiverie che gli aveva inflitto, pur assumendo su di sé tutte le colpe. 

Rimini e la scrittura gli avevano ridato almeno la lucidità. Non era molto, rispetto al grande progetto dell’amore; ma alla sua nascita, nel suo programma di viaggio, il Destino non inserì quel privilegio, se non in forma precaria. La favola che Irene non volle mai leggere sarebbe rimasta un sogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

34.

 

Dopo mille peripezie dell’anima e del cuore, finalmente avevamo coronato il nostro amore.

Irene, la musa del mio cuore, sonnecchia ancora, nonostante il vociare della luce. 

Mi è scivolata accanto per ricevere le consuete coccole mattutine.

I dorati capelli arruffati mi solleticano il naso e la fronte poggia sulla guancia.

Osservo il profilo sinuoso della sua gamba flessa ed appoggiata sulle mie. Attento a non svegliarla, sfioro il braccio che mi cinge il collo.

Le sue dita si muovono lente sul mio braccio: sono le sue prime carezze.

Sospira, si muove un po’ e si accoccola meglio, adagiando il viso sul mio petto.

Affondo la mano nei capelli, morbidi come la seta, e sento un mugolio ancora assonnato.

L’accarezzo dolcemente, per non destarla. Sfioro il profilo del volto soffermandomi sulla punta del naso, che, solleticato, si ribella con una smorfietta.

Scivolo sul contorno delle sue labbra morbide e piene. Il dito riceve un piccolo bacio; indugio ed un poco si schiudono: un soffio caldo le attraversa.

Sono i sussurri del cuore, d’anime che si parlano con i sensi. Tutti. Complicità amorose, confidenze assonnate.

Ascolto il suo corpo, i tremori sottili, i guizzi impercettibili, il respiro caldo e profondo, il battito del cuore.

La gamba si distende e tutto il corpo l’asseconda, volgendosi un poco, scalando al mio fianco.

La cingo con tenerezza; una mano è dietro il suo capo, annodata ai capelli. Il suo respiro mi scalda il petto, unendosi al mio.

Il piede dalle dita sottili e curate si fa spazio tra le mie caviglie. Prima l’alluce, poi tutte le dita sfiorano la mia gamba come foglie nel vento.

Il viso scivola sulla mia spalla, la sua mano si posa sulla guancia. Il pollice la accarezza, mentre le altre dita giocano con i miei capelli.

La bacio sulla fronte e sul naso. 

Ruoto il mio viso verso di lei. Gli occhi smeraldo sono ancora socchiusi. È un attimo e le nostre labbra s’incontrano con una tenerezza senza fine, un amore senza fine, con la fusione dei nostri corpi, nei nostri corpi.

“Buongiorno, mia cerbiatta! Buon compleanno! Sarò al tuo fianco per tutta la vita e ti proteggerò da tutto e, nel tuo sorridere, affogherò il mio quotidiano vivere.

Perché noi siamo tutto. Perché ti amo. Perché, se vuoi, ti prendo e ti porto via. Perché sei una donna che rende la vita leggera. Perché un uomo, senza di te, non è un uomo. Perché insieme, ascoltando i nostri cuori, saremo felici. Perché ogni tuo gesto è magia.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

35.

 

Ciao, Irene, mia Cerbiatta, mio Amore, il nostro rapporto è stato troppo profondo per terminarne il racconto in terza in terza persona e, per l’ultimo passo, mi rivolgo a te direttamente.

Non pretendo la dichiarazione d’innocenza e non voglio nemmeno atteggiarmi a vittima. 

Il primo colpevole, quello che ha maggiori colpe, resto io. 

Ricordi quando volevamo scrivere il romanzo biografico della nostra relazione?  

Dovevamo farlo, se non altro perché scriverlo insieme avrebbe significato un finale diverso.

Ma tu sei risalita sul treno blindato e, dopo oltre un anno di sofferenza, ho scritto la mia versione, per spingere la mia ragione a discernere cosa, di questa relazione arrivata per caso, non cercata, da te abiurata, a me restasse? 

Probabilmente nulla, se non l’amore non corrisposto.

Forse, un pagliericcio bruciato, come nelle intronazioni dei pontefici, e l’eco del “Sic transit gloria mundi”?  

Il marchio del monatto? Il tuo odio o, peggio, la totale indifferenza, coperta dalla crudeltà del silenzio?

Oppure, è rimasto soltanto il demoniaco telefono, da guardare come un feticcio, nell’insana speranza di trovare un tuo messaggio?       

Mi avevi sempre chiesto di andare via di casa ed io, seppur dopo una tua lunga attesa, l’ho fatto.    

Dormo nel lettino del liceo a casa di mia madre, nella mia cameretta.   

Leggo e scrivo per lenire il dolore.   

Mi hai chiesto di andare da una psicologa, poi da uno psichiatra; ed io, per amor tuo, l’ho fatto.   

Anche se non ci credi, sostenendo ormai che sono un bugiardo seriale, ho rifiutato il lavoro che cercavo da più di sedici anni per rimanere vicino a te.

Tu, invece, cosa hai fatto? Ho dovuto ricostruirlo con un discreto margine d’errore, perché, ricevendo da te solo silenzi, potevo solo analizzare i fatti per come li ho vissuti.

Per salvarti dall’assedio di quella che, in questo racconto, ho definito “operazione Barbarossa”, ti sei arresa, lasciandomi solo ed accerchiato.   

Hai rotto la relazione quando finalmente avevo trovato la forza per dedicarmi a te per tutta la vita. “Io amo mio marito” è stato un pugno allo stomaco: lo sai, vero?   

 Era il 9 luglio 2018 ed io stavo venendo da te, essendo già da qualche tempo passato dalla paura al coraggio. E tu n’eri stata testimone. L’avevi vissuto in diretta.   

Eravamo ad un passo dai nostri sogni: ti sarebbe stato sufficiente aprire le braccia ed ora saremmo una coppia saldata dall’amore, quello vero.   

Da allora, hai interrotto ogni rapporto. Hai bloccato il mio numero per aver osato inviarti delle rose; mi hai vietato di lavorare con te, pur consapevole che, esattamente un anno prima, l’avevi chiesto tu stessa e, ad oggi, ne hai ancora un bisogno estremo, a fronte della cariatide che hai come cassiere.   

Non rispondi nemmeno più alle e-mail di lavoro. 

Mi hai lasciato solo, quando stavo rischiando il posto di lavoro.  

Ti chiedevo aiuto; ma tu nemmeno rispondevi, anzi: per puntiglio o accanimento, cancellavi le e-mail.   

Almeno, così hai sostenuto, salvo però essere ben informata sui fatti.    

Mi hai gettato nel pozzo alla disperazione, impenitente e senza alcuna remora.   

Tutto ciò all’uomo che chiamavi “Cherie”, “il tuo Orsone Ribelle”, “Il tuo Muflone”.  

Dimenticando le tue promesse, hai scelto di lasciarmi nella terra di nessuno.  

Ti sei piegata a tuo marito, senza comprendere che ti sta controllando, non amando.    

Hai garantito il posto di lavoro a tuo cognato per la serenità di tua sorella.    

Avevi promesso d’essere mamma di mia figlia e di donare sia a lei che a tua figlia un fratellino dal nome che sai e non puoi negarlo. Farlo ora sarebbe una viltà.

Ti sei abbeverata dei precetti che dispensa la BDI spa per crescere i suoi quadri intermedi ad immagine e somiglianza del padrone del vapore.   

Tutto questo dolore per una gloria materiale ed aleatoria?   

Per la tranquillità, famigliare e professionale?

Ora sei, finalmente, dopo quasi quattro anni, un quadro direttivo; ma a quale prezzo?    

La tua anima valeva questa giravolta? La tua schiettezza morale, la tua onestà, il tuo libero pensiero, i tuoi sentimenti veri valevano veramente una mancata vertenza di lavoro che ti avrebbe dato quel grado ben prima e con gli arretrati?   

Hai reso all’azienda, lasciandomi esiliare nella provincia dell’impero, agl’ordini della tua nemica Genoveffa, l’immagine di un mitomane.   

Allorché la Petacci si è rimangiata le sue parole, tradendo le proprie promesse, anche scritte, tu, felice di avermi tenuto lontano, ben ti sei guardata dall’intervenire sulla tanto amica Eva per evitarmi almeno la Sappé!    

Lo sai, vero, che, quando sei in ferie, viene ad occupare il tuo ufficio?

Ed io, da perfetto idiota, continuo a cercare di proteggerti.   

Tu stessa, per prima, sai che sono una persona per bene, che non sono il pericolo che hai ricostruito nei tuoi pensieri per convincerti di essere nel giusto, ma preferisci guardare da un’altra parte. Se non vedi, non sei colpevole, vero?   

Avremmo potuto guardare insieme le onde del mare d’autunno dalle scogliere del Dover, ammirare Mosca sotto la neve, passeggiare a Gorky Park, prendere il tè russo nella nostra stanza d’albergo dopo aver fatto l’amore, guardando la Piazza Rossa o ammirare l’Hermitage dall’Arco Trionfale, passeggiare sul lungo Neva leggendo un libro, trasalendo per il riflesso della luna sul ghiaccio in pieno giorno.    

Non sono voli pindarici: è ciò che ci eravamo promessi, che avremmo fatto e potremmo fare.      

Cercavamo, cuore a cuore, di costruire una vita d’amore e felicità, fiduciosi che, seppur difficile, insieme ci saremmo riusciti.

Avevamo sognato insieme il quartiere degli artisti a Parigi.  

Ma, alla fine, quasi di nascosto, a Parigi sei andata con i miei carnefici: quelli che, con la scusa di proteggerti, da quella maledetta sera del 5 dicembre 2017, non hanno fatto altro che cingerti in un cordone sanitario sempre più stretto, che limitasse i tuoi veri sentimenti, incuneando di falsità ai tuoi occhi la mia etica, che in realtà ben conosci. Metodi da servizio segreto di un regime fascista, senza diritto alla difesa!   

Come gli squali, non appena sentito l’odore del sangue, hanno attaccato, riuscendo nell’intento di sbranare la mia persona, portando tutti a casa un guadagno speculato sulle ceneri del nostro amore.    

Tuo marito ha ritrovato le sue abitudini, con una moglie, più volte tradita, nuovamente devota e prona ad ogni sua volontà.    

Sì, lui ha vinto: ma come ha vinto?     

Senza onore, con mezzi spregevoli e senza rispetto, non facendosi alcuno scrupolo ad usare il gas nervino della diffamazione.    

Irene, ricordalo per il futuro: il tuo Sultano non ha lottato per amore!    

Semplicemente, il “maschio alfa” non poteva ritrovarsi “cornuto”.     

Ha usato ogni mezzo per salvare la sua immagine pubblica e, a costo di cadere nella ridondanza, mi ripeto: continua ad usarti!     

Tua sorella ha ottenuto un lavoro per Nicola, che, non contento di essere stato raccomandato una volta dal suocero, ha reiterato l’italica abitudine con il cognato.   

Ed ora il Sultano, quello che voleva uccidermi e che sto ancora aspettando, può ricattare tutti, ma precipuamente te, che, giustamente, vuoi bene a tua sorella.    

Sei certa che valga il contrario? Pensi seriamente che Anastasia abbia agito per il tuo bene e non per il suo personale interesse?   

Le mie saranno solo elucubrazioni; ma, come diceva Belzebù, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca.   

In nome di convenzioni borghesi e benefici materiali, hai soffocato il tuo amore per diventare come Loro, i sette dirigenti.    

Un giorno, la tua coscienza ti chiederà conto. Tu, Irene, cosa risponderai? “Mi sono acconciata alla ‘normalità’, per vivere più serena”?   

Ma rende sereni uccidere un amore?   

Una canonica vita borghese rende felici?  

Sì, ora siete una famiglia di benestanti, con un ruolo riconosciuto sul lavoro, emolumenti ben sopra la media, una bella casa e magari, tra poco, l’avrete ancora più bella. Siete dei veri borghesi.  

Tutto questo vale la rinuncia ad un amore?   

E chi era il materialista? Io?   

Gino, l’orso ferito che tu hai incontrato al margine del bosco, a cui, nonostante le sue mille spigolature, avevi promesso amore per tutta la vita, sta peggio di prima. Lo sai, vero?  

Sono certo che tu lo sappia; ma, per essere sicura di sentirti innocente, ti proteggi con la tortura del silenzio, con la quale non ti sei difesa, come sostieni, perché sapevi benissimo che Gino non sarebbe mai stato un pericolo.

Volevi semplicemente sentirti innocente e farti vedere forte, considerando un danno collaterale accettabile la mia frantumazione psichica.  

E non è mancata una certa dose di sadismo: comunicare a Stevo che te ne andavi in vacanza nell’impero del male, sapendo benissimo che il tuo ex-amore era a meno di un metro e sentiva tutto, non è certo stata una delicata premura.

O scrivergli: “Mi spiace, Stevo, ma alla cena del Game Over è meglio che io non venga” non è certo stato un segno di rispetto verso chi ti amava ancora.

Era evidente a chiunque che quello di troppo ero io.  

Come buttare platealmente nel cestino l’ultimo regalo di compleanno, scelto con cura, per te, senza nemmeno aprirlo o leggere la Favola creata nelle mie notti insonni.  

Si, è vero: ho perso la Trebisonda, non riuscendo più a controllare il mio dolore. Ti ho scritto e telefonato troppo, facendomi, con masochismo, prendere a colpi di machete. Ripeto, tu stessa, prima di tutti, sapevi che non sarei mai stato un pericolo.   

Il non gratuito aiuto che tu ritieni di aver ricevuto da Don Ciro non era assolutamente necessario e, certamente, non era disinteressato.   

È servito solo ad umiliarmi e a far consumare la vendetta al tuo Sultano.  

Sei giunta al parossismo di delegare a chi ti ha letto le e-mail, spiato il cellulare, buttato i vestiti dall’armadio, messo in serio pericolo e, credimi, preso in giro con il falso intrigo su Instagram, le minacce di denuncia contro di me, per l’infame reato di molestie e stalking.

Io molestatore?! Lui cos’è, allora? O, forse, perché è tuo marito ha tutto il diritto di farti quello che ha fatto?  

Sto ancora attendendo che tutte le sue minacce siano messe in atto, perché ho veramente voglia di difendermi e far uscire tutta la verità su questo piccolo uomo.

Quel piccolo uomo non stava e non sta combattendo per te, come tu sostieni, ma per i suoi privilegi!  

Ti ricordo una sua perla da te riferita: “Ora, Lucia te la gestisci tutta tu, perché a me non interessa più”. Io ho combattuto per te!  

Ora, per usare una tua frase: “Cos’ altro devo aspettarmi?”  

Magari, che andiate in Normandia, dove dovresti spiegargli, come al mitico marito della nostra collega, che quelle spiagge sono consacrate e non può prendere il bagno?  

Oppure, a Leningrado, per confermare il vostro matrimonio dentro San Pietro e Paolo?

Quale altra umiliazione dovrò subire?

Irene: l’hai fatto in buona fede, erroneamente convinta di essere nel giusto, pressata da personaggi di dubbia etica e morale. Ma sei stata veramente cinica.  

Eppure, malgrado quanto sopra, io non riesco a smettere di amarti, perché l’amore non si può soffocare a comando e non so come abbia fatto tu - sempre che ci sia riuscita.  

Gino non amerà mai più nessuno, tu lo sai. Conoscendo già la tua replica, rispondo: “No, non capiterà più”. Quella donna di oltre vent’anni fa non solo non esiste più, ma in questo racconto non è nemmeno citata.    

Come te nessuna mai. Semplicemente, non esiste un’altra Irene. Tu sei Tutto e sei Unica.

Tu sei la strada della vita, quella che la vita può salvarla.   

Tu sei il sorriso giocherellone e non riesco ad immaginarti incaponita come un mulo che non vuole alzare lo sguardo oltre i paraocchi.   

Cercando “distrazioni” con le shampiste che si trovano in birreria o in un bar, nelle serate alcoliche del venerdì, il dolore non fa altro che acuirsi.   

Sono arrabbiato, sai? Lo sono molto, perché hai gettato alle ortiche la Favola, quella di Vasco, che irradiavi in filiale dedicandola al tuo Cherie.   

Ma ripeto, ormai consapevole che le favole esistono solo nelle favole: ancora oggi, al netto di tutto, non riesco a dichiararmi innocente, perfettamente edotto di essere il primo artefice, con una badiale serie d’errori, di questo fallimento.  

Unica attenuante, la mia buona fede: ho sbagliato, sì, ma per amore e fiducia nel prossimo, ingenuità. 

A titolo d’esempio: una persona in cattiva fede non avrebbe mai telefonato a tua sorella.

Io l’ho fatto perché dalle tue parole sembrava un’altra persona ed io, quel giorno stavo marcendo di gelosia, mentre tu e il Sultano eravate da tutto il pomeriggio insieme, per le finali di volley di Lucia.

Pensavo potesse riconoscere un amore vero e, magari, aiutarci a farlo vivere.  

Avessi saputo che personaggio fosse realmente Anastasia, mai avrei tentato una mossa simile.  

Ripensaci: anche quella volta avvertì Ciro, non te: con ogni probabilità, Nicola era già un suo schiavetto in fabbrica.   

Con rispetto al mio sentimento, che io so essere vero, occuperò il resto della mia vita a combattere dentro quest’assedio, del tutto indegno dell’eroe a cui ho preso il nome per questo diario.  

Con ogni probabilità, sarò sconfitto; ma non abdicherò mai le mie idee ed i miei sentimenti, per sopravvivere in una vita meschina.  

Preferisco la solitudine tra i ghiacci.

La maledizione di Cassandra, che da sempre mi accompagna, mi rende certo che proverai pentimento per questa scelta indotta, quasi obbligata, non certamente solo tua.

Presto o tardi, impatterai contro una realtà ben diversa da quella che oggi pensi di aver afferrato.  

Posso solo sperare che, per una volta, questa consapevolezza non arrivi troppo tardi, perché il nostro amore non ha mai visto l’estate.  

Ha vissuto solo primavera, autunno e inverno: il meglio doveva ancora arrivare.

Quando capirai che il nemico l’avevi in casa, ti prego: non esitare a chiedermi di provare l’estate del nostro amore, perché sarò certamente lì ad aspettare.

Il mio amore vive per te, Irene, solo per te, indelebile tatuaggio sul mio cuore.

Non vivere questo sentimento fino in fondo, nel suo nocciolo più gustoso, fino alla fine dei nostri giorni, è stata una scelleratezza, di cui entrambi sentiremo sempre il rimorso.

Riprendere il filo dei nostri progetti è l’ultima speranza che mi sia rimasta nel gelo di quest’assedio dell’anima, al quale ho il dovere morale di resistere, perché io e te siamo fatti per stare insieme.

Tutto il resto è contro natura. Ne sono certo.

Dopo quest’ultima, tuttavia, ti amerò, rispettando il tuo libero arbitrio, violentandomi quando sentirò il bisogno di sentirti.

Se vorrai, saprai come e dove trovarmi.

 Il tuo orso innamorato, Gino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno 2015

© “Corpo 11” Edizioni

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