"L'AMORE AI TEMPI DEL CAPITALISMO"
“L’AMORE
AI TEMPI DEL CAPITALISMO.”
di Manuel
Omar Triscari.
amare,
soffrire, lottare, vincere.
Chi
ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.>>
(Oriana
Fallaci).
0) EPITOME.
Il protagonista di questo inusuale
romanzo, Gino Garbero, quarantunenne separato in casa con una figlia e orfano
di un padre a cui era legatissimo, è un dipendente di banca anomalo, comunista
impenitente, in una azienda dai chiari tratti fascisti. In 13 anni di banca non
si è mai piegato alle pratiche sanzionatorie dell’ufficio personale ed alle
intimidazioni degli sgherri della revisione interna. Non è felice della sua
vita: tutto quello che poteva andare a rotoli ci era già finito. E come un orso
ferito non si fida di nessuno e dal destino non attende più nulla. Anzi, ne ha
quasi timore.
Presso l’ennesima, nuova agenzia dove
viene trasferito, incontra la sua collega e vicedirettrice, Irene (più giovane
di 7 anni, una figlia, e un matrimonio apparentemente felice), che vede il suo
arrivo con preoccupazione tanto da definirlo “un problema in più da gestire”. A
dispetto delle diffidenze reciproche i due cominciano ad annusarsi, scoprendo
molti aspetti complementari l’uno dell’altra, fino a far nascere, dopo oltre un
anno, un amore che sembra granitico. Gino, timoroso che finisca male, ci si
butta dapprima con prudenza, commettendo una serie di errori sesquipedali, ed
infine si abbandona a questo nuovo amore totalmente e senza reti di protezione.
I due vivranno una intensa relazione,
caratterizzata dall’ostracismo della famiglia di lei, fino a quando l'odiata
Banca trasferisce Irene ad altra agenzia. Da quel momento, inizia una lunga
discesa verso gl'inferi, con l’ingerenza sempre più determinante della famiglia
d'Irene che giungerà a rompere la relazione in modo traumatico. Garbero sarà
costretto a far uso di psicofarmaci, fino a quando, ormai sull'orlo del
precipizio, dopo aver seriamente rischiato il posto di lavoro, riesce a
ritrovarsi durante un viaggio a Rimini, il luogo di vacanza della sua infanzia.
Non vedrà mai più Irina, ma, senza perdere la speranza, riesce a spazzar via
dal suo cuore la rabbia per quel tradimento e per le vigliacche manovre messe
in atto contro di lui, da marito, sorella e cognato d'Irene. Si rende così
conto che grande parte di quel fallimento è opera sua e pur non dimenticando il
cinico abbandono d’Irene, si rimette in strada. Ammaccato e dolorante,
riprenderà a mettere un passo innanzi all’altro, senza mai abdicare dai suoi
sentimenti e dalla sua tensione morale. Proseguirà la sua personale lotta
contro il capitalista, padrone unico della Banca, scegliendo di combattere per
le sue idee ed accettando di buon grado quello che alla fine è il motore dei
destini umani: il libero arbitrio.
La vicenda esposta in questo libro, si
dipana in una cronistoria dal giugno 2015 al luglio 2019, intersecando più
volte aspetti annichilenti del lavoro bancario, ambiente nel quale nulla di ciò
che appare logico accade, rendendo la verità nascosta il cardine di un potere
padronale ottocentesco, in cui unico obiettivo è massimizzare il profitto,
senza alcun rispetto per il lavoro ed i lavoratori. Come Renzo ed i suoi polli
sceglierà d’invocare giustizia senza comprendere che in alcuni ambienti
ovattati è tutto prestabilito senza alcuna possibilità di cambiamento. Il suo
sogno personale, pur giunto ad un passo non si trasformerà in realtà. Irene
sceglierà di non viverlo, preferendo la comodità, artefatta, di una famiglia
normata su regole borghesi. Gino, seppur disilluso, dopo una profonda analisi,
s’imporrà di non smettere mai di attendere il suo amore, rispettando, tuttavia,
la via del silenzio liberamente scelta da Irene.
1.
Quando, l’8 di giugno 2015, Gino Garbero
giunse nella nuova agenzia di assegnazione, non era felice né per la propria
vita, né per il nuovo trasferimento.
Aveva quarantun anni da compiere e, sino
ad allora, la sua esistenza, nell’età adulta, era stata costellata da molte
delusioni. L’ultima di recente.
La donna, non bella, mai amata, non
esattamente un’aquila nell’utilizzo delle sinapsi, che sembrava
tuttavia fedele, seppur una scelta di ripiego, con cui, dopo anni di
rapporto, aveva generato una bimba, si era dimostrata tutt’altro che docile e
tranquilla.
Quantunque lei avesse un nome
proprio, lui, ormai esausto, considerato il valore così basso e scadente
della persona, la chiamava “Crosta” - nomignolo che rende perfettamente l’idea.
Una donna che sfruttava e sfrutta ogni
cavillo delle leggi catto-punitive, emanate per normare il diritto di famiglia
nel post-referendum divorzile, al solo fine di mettere in croce il padre della
figlia, di cui è madre solo nominalmente.
Nei fatti, non le faceva e non le fa da
madre e, da quel poco che vedeva Gino, sua figlia era destinata a diventarne la
copia conforme.
L’età fanciullesca e della giovinezza,
per Gino, erano passate con la serenità e le battaglie di chi sapeva
essere forte, onesto, leale e -quindi- spavaldo.
Gino era ed è comunista. Anche se la
definizione non è politicamente certificata, si definisce “comunista ortodosso”,
di incrollabile fede sovietica.
Lo era lui, come lo era suo padre,
scomparso per un male terribile quando Gino aveva 37 anni, come lo era suo
nonno, già partigiano delle brigate Garibaldi, di cui portava il nome.
Gino, fedele al proprio credo e all’educazione
ricevuta, aveva sempre affrontato il mondo da comunista: timore reverenziale
per il potente di turno; disonestà; vigliaccheria; rispetto per gli ultimi e
nessun rispetto per i primi; ricerca della giustizia individuale e
menefreghismo per l’ordine sociale.
Papà Romeo, genitore probo, onesto, gran
lavoratore, venuto a mancare troppo presto, per un male ingiusto, al quale era
legato da amore sincero e rispetto sacro, gli aveva sempre ripetuto:
”Non sentirti mai inferiore a
nessuno, ma nemmeno superiore”.
E così Gino affrontò la vita sin dall’adolescenza.
Impegnato attivamente nella vita di
partito, dedicò tutto sé stesso alla ricerca di un mondo migliore, senza
prevedere che quel fideismo incrollabile l’avrebbe portato a schiantarsi contro
tanti muri, i quali, poco alla volta, l’avrebbero ferito sempre più in
profondità - fino a renderne il cuore duro ed impaurito da quell’umanità
imperscrutabile.
Così, ferita dopo ferita, la più grave
delle quali restava la perdita di Papà Romeo nel 2012, Gino giunse nel nuovo
ufficio di Scurzolengo, nella profonda provincia piemontese, con animo
diffidente e ombroso.
Aveva quarant’anni e una vita sprecata.
Non credeva più nella fiducia, nell’amore e nell’umanità.
Il suo rapporto con il soprannaturale
era complesso: credeva e sperava che esistesse qualcuno che badava alle
marionette che aveva messo su questa terra; ma, contestualmente, non era così
convinto che fosse il bene assoluto.
Lo chiamava e lo chiama ancora oggi “il
Dio Burlone”, a cui piace fare gli scherzi alle creature che Lui stesso ha
impastato con le Proprie mani.
Il tutto con grande imbarazzo della
collega borghese di nome Maria, che gli faceva da capoufficio e frequentava in
tutto tre luoghi: casa, chiesa e banca.
Gli altri colleghi erano: Stevo,
cassiere come lui; Fiammetta, addetta titoli; Claretta, la direttrice e Irene,
la vicedirettrice, donna giovane di una bellezza paralizzante, dalla fama di
dura, con carattere esplosivo ed inavvicinabile. Sapeva essere bella,
bravissima sul lavoro ed anche focolare della famiglia, non facendo nulla per
celarlo.
Le sue ondate d’Ego, spesso,
sconquassavano l’intera agenzia.
Gino la teneva a distanza, perché non
sapeva come trattarla, e lei faceva egualmente, dal momento che anche la fama
di Gino lo precedeva. “Un problema in più da gestire”, aveva detto Irene,
quando aveva saputo dell’arrivo di Gino.
Palesemente, non si fidavano l’uno dell’altra;
ma si stavano scrutando.
Lei era sposata con un uomo che aveva
conosciuto a quindici anni, rimasto il primo e unico uomo della sua vita.
Oltre che bellissima e brava sul lavoro,
era una perfetta donna di casa. Non faceva mancare nulla né alla figlia, né al
marito: uomo, che in futuro, si sarebbe rivelato essere fatto di materia
più adatta alla coprofagia che all’amore tra esseri umani.
Era un uomo veramente fortunato e tale è
rimasto.
Doveva pensare solo a lavorare e a dare
aria ai denti per mangiare.
Era talmente scontata la sua fortuna
che, ormai, sua moglie era diventata un utensile, da utilizzare quando
occorreva.
Stevo era invece un collega molto
gentile e disponibile, con il quale Gino, insieme a Fiammetta, aveva già
condiviso l’assegnazione in un’altra agenzia e non esitava a definirlo amico.
I rapporti personali sussistevano solo
con lui e con Fiammetta, al momento dell’arrivo a Scurzolengo.
Gino odiava la banca per cui lavorava e
ne odiava profondamente la dirigenza, decisamente di basso calibro
neuronale.
Erano sette i dirigenti della Banca
Ditta Individuale spa, tutti assurti al ruolo solo grazie alla totale
asserzione al padrone della Banca: uomo certamente non stupido, ma con un’attitudine
ottocentesca nei confronti della forza lavoro.
Per le sue idee, per il suo
atteggiamento spavaldo, per la sua incapacità endogena di cucirsi la bocca
innanzi alle ingiustizie, Gino, in quella banca, ne aveva già vista una per
colore ed ora non c’era nemmeno più il suo amato papà a coprirgli le spalle.
Era passato in poco meno di un anno
dall’essere passeggero coccolato di prima classe a dover comandare il vascello,
tenendo il timone e remando contemporaneamente, in un mare in piena burrasca.
Alla fine, portò la barca in rada senza
danni; ma i danni erano ormai gravi nell’animo e nella testa di Gino, ormai
ridotto a uomo triste che conduceva una vita triste, senza sorriso,
impiegato in un’azienda senza anima, per mandare avanti una famiglia sui generis, perché, del significato
letterale, la stessa non aveva nulla.
L’ avventura che, nei successivi tre
anni, si sviluppò tra le mura dell’agenzia di Scurzolengo, partiva da queste
basi.
2.
I giorni a Scurzolengo passavano. Il
lavoro era, come sempre, noioso, odioso; tuttavia, anche solo per la
consuetudine di tredici anni d’esperienza, Gino, contrariamente alle leggende
che lo accompagnavano, dava ai colleghi la sensazione di
possederlo pienamente.
Certamente, non ne aveva alcuna voglia e
lo si capiva con evidenza; ma, intanto, era lì, faceva il suo e, quando
interpellato, faceva intuire di non essere esattamente l’imbelle incapace
che le cronache di “Radio Scarpa” avevano raccontato.
Inoltre, Irene cominciava ad aprirsi,
sempre con circospezione.
Durante la giornata lavorativa, a Gino
cominciava a capitare di parlare anche d’argomenti più alti
rispetto al lavoro, in particolar modo, proprio con Lei: la più bella, la più
enigmatica, ma anche la più vera.
Incuteva timore, ma non celava nulla di
sé.
Capì, in seguito, che Irene era
così: prendere o lasciare.
Del resto, Gino, per una vita intera,
aveva detto: “Io sono così, di me non nascondo nulla”.
In questo, non erano diversi: anzi,
il rifiuto del compromesso li avvicinava molto.
Gino scoprì che Irene non era la
classica carrierista, categoria della quale la Banca Ditta Individuale spa
vantava un’ampia antologia d’esemplari; anzi, tutto quello che aveva
conquistato lo aveva raggiunto con l’impegno e la fatica, vedendosi superare da
colleghe che non valevano un suo pollice.
La sua origine sociale era proletaria,
comunista come Gino e come Gino aveva avuto un nonno militante delle brigate
Garibaldi.
Con il tempo, scoprirono che,
probabilmente, i due nonni erano stati compagni d’armi nella medesima
brigata.
Era evidente, malgrado il ruolo
ricoperto, il senso della giustizia ed una, anche per Lei endogena, ricerca
dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
Tutto il contrario della direttrice
Claretta, fortunatamente troppo occupata ad ottenere una promozione per
governare l’agenzia, che, de facto,
era nelle mani d’Irene, ben prima che le fosse riconosciuto il giusto ruolo.
Dopo poco tempo, Gino comprese che la
collega, considerata il peggior pericolo, era, in verità, una persona di
specchiata lealtà.
E, forse, Irene stava cominciando a
capire chi fosse Gino, chi si nascondesse dietro la maschera diffidente,
indossata da troppo tempo.
Il lavoro procedeva secondo la solita
routine; ma, in filiale, si cominciava a ridere, scherzando di sé
stessi, in qualche modo a darsi reciproca fiducia.
Poco alla volta, Gino percepì che poteva
fidarsi dei suoi colleghi: in particolare, d’Irene, che, con empatia innata e
sorprendente, capiva i suoi stati d’animo con uno sguardo.
Spesso, Lei stessa, sempre molto riservata, raccontava
della propria vita privata: cosa preparava per cena, le attenzioni di cui
godeva suo marito, nascondendone i difetti, che, in seguito,
purtroppo, del medesimo Gino imparò a conoscere bene.
Garbero, ad ogni racconto, si chiedeva
ridendo, ma con un gran vuoto al cuore, perché esistessero uomini così
fortunati, mentre a lui era toccata una crosta.
Irene non lo faceva per vantarsi, per
farsi lodare o altro: semplicemente, per Lei, dedicarsi così al marito era
assolutamente normale.
Infine, quel marito perse il proprio
nome di battesimo, diventando per tutti “il Sultano”, soprannome coniato da Gino.
Era un uomo veramente fortunato.
Per la prima volta, Gino, dopo tanti
anni, non sentiva il peso dei tanti chilometri percorsi, per andare a svolgere
un lavoro che letteralmente odiava.
Anzi, poco alla volta, sentiva che
quelle ore al lavoro erano un piacevole intermezzo, nella tristezza della sua
quotidiana, miserabile, esistenza.
Senza rendersene conto nell’immediato,
il suo inconscio lo spingeva a fidarsi d’Irene.
Lei - occhi verdi, bionda, zigomi
pronunciati, fisico mozzafiato - era di una bellezza mai vista, non eguagliabile.
Oltre ad essere bella, aveva testa e rispetto per il prossimo; amava la lettura
come Gino, oltre a possedere un’ottima capacità oratoria.
Aveva sempre il controllo della
situazione, forse troppo.
Gino non capì nemmeno che se ne stava
innamorando, perché una come Lei… nemmeno poteva sognarsela.
Aveva ancora, tuttavia, la freddezza
necessaria per scegliere di mantenere, a ogni modo, una certa distanza, meno
profonda, certamente senza preconcetto, restando pronto a cogliere, come
piacevole conforto, ogni gesto rafforzante l’idea che si stava costruendo
d’Irene.
Ma la totale fiducia non potevano
ancora reciprocamente permettersela.
Quella banca era un covo di
vipere ed entrambi, a modo loro, ne sapevano qualcosa.
Qualora l’ipocrisia, come l’oro, l’argento
o i diamanti, fosse quotata in Borsa, il dottor Vittorio Venezia, in
qualità di padrone unico della BDI spa, ne sarebbe considerato il
maggior produttore mondiale.
Gino, inoltre, non aveva solo il
problema della Banca, perché di peggio soffriva fuori.
La sua famiglia era disastrata: il
padre patriarca, Romeo, che sapeva sempre come sistemare i problemi senza
parlarne troppo, non c’era più; la madre era una donnina di non gran coraggio e
cultura che, per tutta la vita, si era fatta guidare da Romeo ed ora
attendeva che il figlio facesse come lui.
Gino faceva come poteva, ma non era all’altezza
di papà Romeo.
Al padre, poco prima che lo lasciasse,
aveva fatto promesse, tra cui quelle di non lasciar cadere la sua piccola
officina in mani altrui e di portare la Mamma alla pensione.
Oggi, Gino può dire: “Missione compiuta,
Papà!” Ma, in quel tempo, l’impegno mentale e fisico era tale che spesso aveva
paura di non farcela.
Tutti questi problemi avevano reso Gino
un orso ferito, solitario, taciturno, che spesso attaccava per paura.
La Crosta, con i suoi ricatti, con l’uso
spregiudicato e terrorista che faceva della figlia, lo annichiliva giorno dopo
giorno. Capiva di essere usato e si sentiva le mani legate.
Vedeva che mamma Anna, per la
piccola nipotina Neda, faceva qualunque cosa, facendosi anche lei
umiliare dalla Crosta.
“Bisogna farlo per la Bambina” -
ripeteva a sé stessa e a Gino.
Spesso, lunedì mattina, arrivava in
banca più esausto di come l’aveva lasciata il venerdì.
Irene era l’unica che, guardandolo negli
occhi, capiva, non chiedendo e cercando di proteggerlo dalla sua stessa rabbia.
Quell’estate ed anche il primo autunno
2015, a Scurzolengo, intervallati da brevi periodi di ferie,
passarono così.
Gino trovò il coraggio di scriverLe il
primo messaggio il 25 novembre, giorno del suo trentaquattresimo compleanno: “Felicissimi
Auguri!”.
La risposta fu di una parola: “Grazie”.
3.
Alla fine di novembre, Gino era
appena uscito da una settimana di ferie, prese per festeggiare il
compleanno della Figlia, Neda.
Ovviamente, la settimana a casa, come
ormai da troppo tempo, era stata annichilente: minacce di denuncia per
violenza, avvocati pronti a chiederne l’obbligo di distanziamento, richieste d’alimenti.
Un vero e proprio inferno.
Quando Gino era a casa dal lavoro, la
Crosta dava il peggio di sé.
Ma l’aspetto più umiliante sussisteva
nel senso di paura, del tutto ingiustificata, che riusciva ad instillare in Gino.
L’uso di una bimba innocente come arma
di ricatto era viscido, ma, al tempo stesso, atterrente per Garbero, che lo
subiva.
Nella sostanza, rientrò al lavoro
di pessimo umore, triste, deluso, consumato di vergogna per come si era
fatto ingabbiare da una brutta, stupida e vigliacca donna.
Quel lunedì mattina, tutti capirono il
suo stato d’animo. Lui cercava di non darlo a vedere, ma gli occhi di Gino
hanno sempre parlato.
Si limitava a svolgere il suo lavoro,
parlando il meno possibile, riservando ai clienti, in transito allo sportello,
due semplici parole: “Prego”, per invitarli ad appropinquarsi, e “Saluti”, alla
fine delle operazioni di cassa. Infine, teneva premuto il pulsante d’uscita
della porta, affinché si allontanassero il più velocemente possibile.
Ormai, si sentiva talmente sconfitto ed
imbrigliato che dalla vita non si aspettava più nulla.
Non era un adone e la sua forma mentis era d’ardua comprensione
per molti.
Le sue ferite, così profonde, rendevano
la paura di farsi ulteriormente male tanto incancrenita nella sua personalità
che la stessa, in futuro, gli avrebbe fatto perdere la più grande occasione che
il destino stava per palesargli.
A metà mattinata, come sempre, uscì dall’agenzia
per andare a bere un caffè, prendere un po’ d’aria, fumarsi una sigaretta e
staccare dal lavoro che per lui, cresciuto professionalmente in officina,
all’aria aperta, con papà Romeo e poi, nella prima età adulta, sulle piste di
decollo svizzere, risultava una vera e propria costrizione.
Camminava lentamente, a testa bassa,
immerso nei suoi pensieri, con cui, da troppi anni, si divorava l’anima,
quando, come la mela per Newton, accadde qualcosa che non si aspettava,
che nemmeno si sognava, che improvvisamente rompeva il ghiaccio
abbrunente il suo cuore.
Sentì urlare il suo nome da
lontano.
Si girò, ma non vide nessuno; quindi, riprese
a camminare. Ma, ancora una volta: “Gino!!!!”
Si girò nuovamente e, aumentando l’attenzione,
riconobbe la persona che aveva urlato: era Lei, Irene!
Era uscita dall’agenzia, pochi secondi
dopo di lui, con l’indubbia intenzione di seguirlo, perché Irene, non andava
mai nel bar scelto da Gino.
Chiusa nella giacca a vento beige che
indossava, sembrava ancora più bella: la sua bellezza non aveva bisogno di
mostrarsi perché, da sola, al buio, avrebbe illuminato la notte.
A Gino cominciarono a tremare le gambe:
capì che non era un caso.
Cercò, tuttavia, di mantenersi neutrale:
né felice, né infastidito.
Ma, come sempre, i suoi occhi non
riuscivano a mentire. Era felice, ma si chiedeva: “E adesso, perché Irene cerca
me?”.
Da quando aveva perso il papà, non era
più abituato ai rapporti interpersonali.
Malgrado avesse una figlia e una mamma,
si sentiva solo al mondo e non si fidava di nessuno.
Ma questo Irene lo aveva già capito.
Quando Gino cercava di scherzare in
agenzia, Lei riconosceva nei suoi occhi la sofferenza.
Lui si mostrava forte; ma era debole,
segnato, e quel sole di donna lo notava.
“Posso prendere il caffè con te?” disse Irene,
con il suo stupendo sorriso.
”Certo… Anzi, scusami, se non ti
ho mai invitato” rispose Gino.
Effettivamente, Gino, in quel momento,
aveva troppo poca stima di sé, per poter anche solo immaginare che una Top
Model, capitata in banca per sbaglio, avrebbe mai potuto accettare un suo
invito o farsi vedere in sua compagnia.
La camminata fino al bar fu silenziosa,
ma Gino sentiva una tensione positiva. Non sapeva cosa dire, era palesemente
impacciato e continuava a chiedersi perché lo avesse inseguito.
Infine, Irene ruppe il ghiaccio davanti
al caffè.
“Come hai passato queste ferie, oltre
alla festa per Neda?”
“Ho pulito la casa; mi sono occupato
dell’officina di papà; ho lavorato con Matteo, il dipendente che papà aveva
assunto quando sapeva già di avere poco tempo, e null’ altro.”
“Basta? Non sei mai uscito?”
“Non tutti hanno la fortuna di Ciro, il
tuo Sultano, che deve fare solo tre cose: lavorare, mangiare e svegliare la
moglie di notte” disse Gino, sorridendo.
Irene sorrise e abbassò gli
occhi.
Per la prima volta, un’ombra s’intravedeva in
quel viso stupendo.
Forse, la vita a casa del Sultano non
era esattamente una favola per Irene, come lei stessa la raccontava.
Forse, anche Lei aveva qualcosa che le
stava puntando l’anima.
Gino decise di non indagare troppo.
Sapeva che Irene era riservata e legata al suo ruolo moglie. Ci teneva ad
essere inappuntabile e lui era “solo un problema da gestire”, per potersi
permettere la spudoratezza necessaria ad invadere la sua vita privata.
Al ritorno, parlarono del più e del
meno, fino a quando Irene, guardandolo dritto nelle pupille, con quei due
smeraldi che si ritrovavano al posto degli occhi, se ne uscì con un attacco
frontale: “Perché non sorridi mai? La vita può ancora cambiare, lo sai? Non
vorrai per caso diventare un vecchio cattivo?”
Gino rimase folgorato, senza capacità di
proferire verbo.
Li, in quell’esatto istante, l’aveva riconosciuta
e si disse <<è Lei!>>.
La persona che aspettava da tutta
la vita e che nemmeno sperava esistesse!
In quel momento, vide l’opera
del Botticelli prendere vita: la Venere prendere vita!
Da allora, non smise di
amarla per un solo istante, sognando per loro tutte le felicità che un
amore vero, sincero, non cercato, poteva donare!
Era accaduto, stava accadendo in
lui, quello che Lei aveva sostenuto un minuto prima. Ma valeva anche per Irene?
Forse, Gino avrebbe dovuto baciarla,
seduta stante, davanti alla porta dell’agenzia, per scoprirlo subito.
Ma non ebbe il coraggio, quel giorno e
per molti mesi a seguire.
Del resto, non conosceva bene Irene e
non sapeva neanche se Lei avesse chiaramente inteso chi fosse lui.
Gino balbettò qualcosa sulla sua voglia
di solitudine temperata: disse una frase del tipo: “Non da solo, ma nemmeno con
chiunque”.
Ovviamente, confermò che sperava proprio
di non diventare un vecchio cattivo e rientrarono al lavoro.
Gino aveva un po’ meno freddo al cuore e
una convinzione in più: la donna che aveva sempre cercato esisteva.
Ma, per Lei, lui chi era? Questo non
lo sapeva ancora.
Avrebbe approcciato un corteggiamento
prudente, quasi ottocentesco, che, al tempo stesso, sarebbe stato un esame
per Lei.
Pensò ad un libro che aveva letto tanto
tempo prima.
4.
Gino passò il pomeriggio in stato di
positiva suspicione.
Quanto accaduto era da interpretare
come semplice frutto della gentilezza innata d’Irene o era qualcosa di più?
Lui, di sicuro, era stato risvegliato
dal suo torpore… e da che donna!
Ma doveva capire, prima d’esporsi.
Giunto a casa, estrasse dalla libreria
il romanzo Gorky Park, un thriller
poliziesco di grande successo, ambientato nell’ URSS anni ‘80.
Un romanzo critico verso il sistema
sovietico, come gran parte della letteratura occidentale, ma che aveva il
pregio, tramite il protagonista Arkady, di spiegare ad Irene chi fosse Gino,
nel caso non lo avesse ancora capito.
Gino, non potendo permettersi altre
delusioni, voleva vedere se Lei lo avrebbe riconosciuto in Arkady.
Voleva capire cosa pensasse della
fedeltà al partito e a quel sistema sociale, che il protagonista del
romanzo non mette mai in dubbio.
Perché Gino, oltre che un impenitente
comunista di rito Sovietico, era anche molto simile ad Arkady.
Irene, se le intenzioni che aveva erano
quelle intuite, sapeva quanto sarebbe stato difficile amare un uomo complesso e
segnato come Gino?
Quel romanzo e la sua presa su Irene
avrebbero potuto dare qualche risposta.
La mattina dopo, quando Irene giunse al
lavoro, Gino attese la prima occasione utile per avvicinarsi: “So che ti piace
leggere. Questo l’ho appena finito. È molto bello. Te lo consiglio. Andiamo a
prendere il caffè?”
“Volentieri!” rispose Irene.
Appena usciti, Gino fu letteralmente
trascinato via dal mezzo della strada da Irene. Stava ormai camminando sulle
nuvole e non si era reso conto che un’auto aveva rischiato d’investirlo. Fu il
primo contatto fisico tra i due.
Subito dopo, davanti alla casa della
nipote di Maria, la capoufficio, c’era un rotolo di preservativi abbandonati a
terra, evidentemente caduto dalla portiera di un’auto. “Hai capito l’Isabella!”
disse Gino.
Entrambi risero di gusto e, per la prima
volta, lo facevano in merito a quell’argomento delicato che è il sesso.
Gino capì che anche Irene era, in
qualche modo, attratta da lui, ma non se ne capacitava ancora.
Era inverosimile che la Musa
senza macchia, lavoratrice indefessa, top model con vestiti comprati
al mercato, donna di casa impeccabile, avesse interesse per uno scarto
dell’umanità come lui.
Eppure, sembrava proprio così; ma voleva
ancora studiarla, comprendere se Lei avesse saputo sopportare e capire un animo
inquieto come il suo.
Quel romanzo serviva allo scopo; ma
questo Irene, dotata di sinapsi sopraffine, l’aveva già capito, come aveva
inteso che Gino non lo aveva letto da poco.
Accolse quel libro come una sorta d’esame
e, come sempre aveva fatto nella vita, accettò la sfida, divorando quel romanzo
in pochi giorni, intuendo perfettamente cosa Gino volesse evidenziare di sé
stesso.
A volte, sembrava che, nei loro
cervelli, passassero gli stessi pensieri.
Gino, dal suo canto, voleva dimostrarle
che per Lei era in grado di fare molto di più. Si mise d’impegno e, in poco più
di un mese, fece raggiungere all’agenzia l’obiettivo di vendita delle carte di
credito e dei conti correnti, avendo così la scusa per avvicinarsi ad Irene
più volte il giorno, per farle controllare la correttezza formale dei
contratti.
Non lo faceva per i premi: lo faceva per
Irene.
Stevo e Maria non si capacitavano dell’impegno
commerciale di Gino. Intuirono quale fosse il reale obiettivo, non
dandogli uno straccio di speranza. Gino poteva scordarselo.
Ma Gino ed Irene si stavano
continuamente lanciando la moneta della fiducia, senza che alcuno la facesse
cadere.
Cominciarono a scriversi la sera e nei
week-end: sempre con la massima prudenza, ma lo facevano.
Gino scoprì, più tardi, che il Sultano
cominciava ad innervosirsi. In quel tempo, tuttavia, per Ciro sarebbe
stato tardi per cercare di correre ai ripari.
Per fortuna del marito Sultano, Gino
non trovò mai il coraggio necessario e, quando lo ebbe, complici una serie
di manovre messe in atto dallo stesso Sultano, si rivelò essere in ritardo lui
stesso.
Il 2016 si avvicinava e qualcosa in
agenzia stava per cambiare in meglio. Molto meglio.
Un periodo magico, che durò solo due
anni, che diede a Gino prima un’immensa felicità, poi la paura dell’inadeguatezza
ed infine un dolore ancora più profondo.
5.
In dicembre, la BDI spa aveva iniziato
una complessa opera di riorganizzazione.
Le reti divennero tre: grandi clienti,
aziende di medie dimensioni, privati e ditte individuali.
All’ agenzia rimase la
gestione diretta dei privati e delle ditte individuali.
Claretta fu trasferita al settore medie
aziende, quindi serviva un nuovo direttore per l’Agenzia di Scurzolengo.
Quando, in pausa pranzo, arrivò la
telefonata di convocazione in sede per le intronazioni ufficiali, Gino stava
dormendo con i piedi sulla scrivania.
Si sentì tirare per le caviglie da Irene:
“Gino, Gino! Hanno convocato anche me, subito dopo Claretta! Cosa vorranno?!” Gino,
con il cuore che scoppiava di gioia, riuscì a mantenere un contegno: “Eh, ti
faranno direttrice, cosa vuoi che vogliano?”.
Fece finta di non essere interessato;
ma, in quel momento, era il dipendente più felice che il dottor Venezia potesse
vantare.
Era giusto per Irene, che tanto aveva
lavorato senza mai chiedere nulla; era stupendo per lui: avrebbe lavorato e si
sarebbe impegnato per una direttrice unica, di cui era segretamente
innamorato.
La BDI spa, per una volta, o
semplicemente per sbaglio, aveva scelto in modo logico e giusto.
Quel pomeriggio, iniziò il balletto
delle telefonate, con le ipotesi più surreali, esattamente come nella megaditta
di Fantozzi in occasione dei trapassi dei super mega-direttori naturali.
L’unico tranquillo, che non
partecipava al balletto di pettegolezzi che Paolo Villaggio aveva
così ben descritto nei suoi libri, era Gino.
Sentendo l’inizio del periodo di grazia,
Irene sarebbe diventata la sua direttrice e n’era certo.
Così, il giorno seguente, Claretta e Irene
partirono con la stessa auto. Maria era in sostituzione al Sestriere; in
filiale, restarono Gino e Stevo.
Questa volta, i sette dirigenti
avrebbero partorito la scelta giusta.
Fu la prima ed ultima decisione
pienamente condivisa da chiunque, che Gino vide in diciassette anni.
Alla fine della mattinata, quando
tornarono in agenzia, Claretta e Irene fecero loro uno scherzo: dissero che Irene
andava a fare la vicedirettrice in sede centrale e che, a Scurzolengo, sarebbe
giunto il direttore più idiota che la storia della BDI spa potesse vantare:
tale Massimo Crepapelle.
Calò il gelo.
Il sorriso d’Irene, tuttavia, tradiva la
verità: dall’11 gennaio 2016, la direttrice sarebbe stata Lei!
Gino e Stevo scoppiarono in una gran
risata liberatoria: mancavano ola e applausi.
Perdevano, tuttavia, la
capoufficio, Maria, che andava definitivamente al Sestriere e il nuovo
vicedirettore sarebbe stato un collega da ammaestrare, perché troppo arrivista:
Giancarlo Dematteis, noto anche per il suo attaccamento morboso al vile denaro,
oltre che segretamente innamorato d’Irene.
Gino, per ovvi motivi, di lui non era
entusiasta; ma sapeva che, con Stevo, avrebbe potuto contenerlo - e così avvenne.
Capoufficio sarebbe stata Susanna
Milanese, donna di una certa esperienza in ogni aspetto della vita.
Il gruppo si rimescolava un po’, ma
l’anima dell’agenzia rimaneva intonsa: Irene, Gino e Stevo si fidavano
ciecamente l’uno dell’altro.
La nuova direttrice aveva sempre l’ultima
parola, com’era giusto; ma, prima
inter pares, condivideva sempre ogni problematica con i suoi due ronzini,
come amava definire Stevo e Gino.
Stava per iniziare l’anno più proficuo
per l’Agenzia di Scurzolengo, l’anno della Grand’occasione per Gino.
Il 2016 era vicino e sarebbe stato
bellissimo.
Rammentandolo ora, nel 2019
avanzato, Gino prova un grande rammarico, condito da tristezza e
delusione.
Ripercorrendo gli eventi, comprende egli
stesso di avere sbagliato molto, ma anche di essere stato cinicamente
tradito, dopo essere stato immerso nel miele dell’amore.
Gino è ancora oggi certo, malgrado tutti
i fatti ancora da raccontare, che Irene sia sempre stata sincera, pur rimanendo
un mistero la capovolta con cui, alla fine, abbandonò colui che aveva definito “suo
Cherie” al destino delle maree.
Il dolore che, oggi, Gino sta
provando è lacerante, rendendo questo romanzo l’unico lenitivo che sia riuscito
a trovare per le sue ferite su carne viva, provocate da Irene, dai suoi congiunti
e dal Sultano.
6.
Ma chi era Ciro, il marito-Sultano d’Irene?
Gino, a suo scapito, lo scoprì, ad amore
reciprocamente svelato.
E poiché Ciro seppe prima, rispetto a Gino,
del sentimento che in Irene era cresciuto poco alla volta per l’orso ribelle
che aveva in agenzia, è giusto descrivere l’ominicchio, prima di proludere sull’amore
totalizzante che avvolse Gino e Irene nei successivi due anni.
Il Sultano, origine partenopea di ceppo
saraceno, era il classico marito-padrone. Considerava suo unico dovere
lavorare.
La moglie, cuoca, colf, lavandaia ed oggetto di piacere, secondo gli orari della
giornata, era roba sua, di proprietà. Come è giusto che sia.
Irene, immersa nel proprio ruolo,
giungeva al punto di mettergli l’accappatoio, sempre pulito e profumato, al
caldo, affinché, tornando dal lavoro, il nostro potesse uscire dalla
doccia sentendosi coccolato da una morbida spugna calda - oltre che
togliersi di dosso il profumo delle colleghe più giovani, mai disprezzate,
delle quali Irene, troppo buona ed ingenua, non sospettava o faceva finta di
disconoscere l’esistenza.
Un gran fortunato, si potrebbe dire, se
non fosse che, per il Sultano, era tutto scontato.
L’ aveva conosciuta quando Irene aveva
quattordici anni, con cinque anni di differenza tra loro, rimanendo, per
Lei, il primo ed unico uomo.
Sposati da dieci anni, con una figlia di
nome Lucia, quella famiglia stava in piedi e bene solo grazie ad Irene.
Il Sultano Ciro esibiva la
moglie alle feste comandate o quando, il sabato sera, le riempiva la casa
d’amici, zotici come lui, per farla spadellare in cucina.
Mai un cinema, mai una pizza con
Lei.
La portava in ferie una settimana all’anno.
Perché portarla fuori, quando il vero divertimento lo aveva in casa? Pensava
lui.
Culturalmente grezzo, nove anni di
frequenza in un istituto tecnico per prendere il diploma, Sultano Perito
Ciro, capo squadra e poi capoturno, presso una ditta metalmeccanica vicino
alla sua residenza, aveva fatto quel minimo di carriera non certo perché bravo,
ma perché ottimo cantastorie, precipuamente con i potenti.
Odiava le rappresentanze sindacali ed
era iscritto ad una specie di sindacato giallo, appositamente costituito dall’
azienda.
I sindacalisti veri, se non fosse stato
reato, gli avrebbero volentieri fatto lo scalpo.
Il suo ruolo al lavoro era prendere i
tempi delle esigenze fisiologiche occorse ai sottoposti.
Anche se il cottimo era ormai superato
da più lustri, in quell’azienda si praticava ancora, con Ciro orgoglioso
cronometrista.
Non aveva mai letto un
libro, limitando il suo sforzo d’accrescimento culturale al Corriere dello Sport, la domenica
mattina, al bar, accingendosi a compilare la schedina della Snai.
Come tutti i villani, odiava,
disprezzava chiunque nutrisse la passione per la lettura.
Sapeva che la supremazia culturale degli
eventuali astanti lo metteva in seria difficoltà sociale. Diventava un
perfetto signor nessuno e questo sua moglie lo aveva notato.
Dichiarava di votare a sinistra, perché
su questo Irene non transigeva; ma, nei fatti, forse anche nel segreto dell’urna,
non era altro che un fascistello di periferia, da ricacciare il più
velocemente possibile nelle fogne.
In gioventù, era stato il classico
scugnizzo di strada: risse, motorino truccato, bande organizzate di balordi con
le quali andava a sfasciare i locali dei paesi limitrofi ed altre
amenità.
Con l’italiano, aveva forti difficoltà e
continuava ad averne, in particolar modo con i congiuntivi.
La sua lingua madre era il partenopeo e
quello continuava a parlare con amici e famigli.
Si può tranquillamente affermare che, se
non avesse incontrato Irene, che un po’ lo aveva aggiustato, il Sultano Ciro
sarebbe finito, presto o tardi, a scaldare le brande delle patrie case
circondariali - fine che fecero molti suoi amici.
A dispetto di ciò, prima ancora di
sposarla, non si era mai negato diversivi extraconiugali.
Irene stessa l’aveva trovato in
atteggiamenti intimi, sotto gli alberi del viale, in più di un’occasione, con
qualcuna delle solite sguaiate ragazzine di periferia, durante i primi anni di
fidanzamento: periodo nel quale il nostro la accompagnava a casa dei Nonni alle
dieci di sera, per andare a fare serata con le shampiste, in discoteca, fino a
mattina.
Ma, evidentemente, Irene era troppo
innamorata per decidere di perderlo, quando, bella com’ era, dolce com’ era, le
sarebbe bastato schioccare le dita per avere la coda sotto casa.
Irene è o era donna di un’altra
epoca: concreta, senza grilli per la testa, sin dall’adolescenza molto più
matura dell’età che aveva.
Totalizzante nei sentimenti, quel
cinghiale aveva scelto, quel cinghiale si sposò, forse non ben conscia di chi
si metteva in casa.
Il Sultano si era sistemato per
sempre.
Sua moglie, completamente devota,
certamente non avrebbe mai dubitato di lui, provvedendo ad ogni impellenza di
casa, anche a quelle burocratiche.
Ciro, ‘o Sultano, ottenuta la preda,
atteggiandosi a maschio alfa, continuò la sua vita abituale: pasto caldo e
letto inamidato sempre pronti a casa, varie sgallettate di turno fuori
casa.
Questo era il Sultano, per come Irene
medesima lo avrebbe descritto a Gino, nei mesi successivi alla sua
nomina.
Al peggio, tuttavia, non si trova mai
fine ed il nostro Ciro sarebbe riuscito a superarsi.
7.
Il 2016 era arrivato e le vacanze di
Natale erano passate con la solita malinconia di chi non ha una vera famiglia
con cui festeggiare.
Gino aveva aspettato il due di gennaio
con forte ardore.
Voleva capire cosa avesse veramente in
mente e nel cuore Irene, ritenendo che i primi giorni di gennaio sarebbero
stati i più importanti.
Ora, Irene era anche la sua direttrice e
sbagliare ad interpretare la Sua gentilezza, per Gino, poteva essere molto
pericoloso.
Avrebbe continuato il corteggiamento
sempre con prudenza.
Arrivò al lavoro con forte anticipo e decise
di andare a fare colazione, prima di parcheggiare; ma, passando davanti all’agenzia,
scorse una piacevole sorpresa.
Irene era ferma in auto, sola, davanti
all’agenzia - anch’ella in notevole anticipo, dal momento che fruiva dell’orario
flessibile.
Gino proseguì fino al bar.
Parcheggiò e scrisse un Whatsapp: “O
vieni al bar a far colazione o entri, perché stare lì davanti da sola è troppo
pericoloso, per una fata come te”. La risposta arrivò in dieci secondi: “Arrivo”.
Vedendola arrivare a piedi, si accorse
che la nebbia, al suo passaggio, cadeva a terra. Era straordinariamente
bella.
Bionda, occhi verdi, caviglie sottili,
curve armoniche. Non un solo difetto. Profumava di borotalco
e, con la sua semplicità, metteva in ombra chiunque fosse nei suoi dintorni.
Una perla South Sea, rarissima!
Anzi, nel suo caso, Unica.
Irene non cercava la perfezione:
semplicemente, la rappresentava.
Fecero colazione insieme, mangiandosi
con gli occhi, anche se Irene, come una ragazza d’altri tempi, cercava in ogni
caso di rimanere a distanza. Era un corteggiamento anni cinquanta.
Per tornare in agenzia, Lei, quella che Gino
avrebbe chiamato La Musa, salì sull’Alfa del suo cassiere, felicissimo di
tornare ad avere sulla sua auto, anche solo per pochi minuti, una Donna, vera,
campione unico della sua ideale compagna di vita. Ad Irene, però, non l’aveva
ancora detto: era sposata, apparentemente in un matrimonio felice.
Gino aveva notato che, da un po’ di
tempo, Ciro era sparito dai suoi discorsi e la classica telefonata di
mezzogiorno non giungeva più.
La buona stella del Sultano
stava implodendo?
Nel futuro prossimo, avrebbe scoperto,
suo malgrado, che si trattava di una semplice eclissi.
Non aveva ancora realizzato come le
banche, oltre allo sterco del diavolo, siano in grado di non regalare nulla
anche in termini di felicità. Quello che, per sbaglio, ti
concedono, poi se lo riprendono con gli interessi. La BDI spa, in
particolar modo.
Oltre al giudizio, che alla fine di
questo racconto si formerà il lettore, Gino sconsiglia vivamente a chiunque di
accettare un lavoro in una banca.
Gli istituti di credito, oltre ad essere
il male assoluto, avvezzi a nuotare in acque torbide, sono in grado di rubare
anche l’anima più pura.
Creano Mostri.
Tuttavia, tornando ai fatti, appena dopo
l’apertura e smaltito il primo assalto di pensionati, Garbero decise di
caricare lo sportello bancomat, che durante le festività era rimasto a
secco.
Irene, Stevo e Maria stavano parlando,
esattamente dietro la stanza del Bancomat.
Claretta era ormai uccel di bosco: non l’avrebbero mai
più vista.
Gino, chiuso nello stanzino ATM, intento
a fare le chiusure contabili, sapeva con certezza che Irene era appoggiata alla
porta. Cominciò a fischiettare Un’avventura,
la poesia musicata da Mogol e cantata da Battisti.
Poco dopo, si aprì la porta ed entrò Irene,
con gli occhi lucidi: “Ma le parole le conosci?”. Seppur stonato come una
campana, Gino rispose: “Innamorato sempre di più”. Lei, la fata dagli occhi
verdi, arrossì, sorrise e tornò alla sua scrivania, senza più muoversi per
quasi tutta la mattina.
Un silenzio quasi surreale: Gino
cominciò a chiedersi se non avesse equivocato.
Nei mesi successivi, capì che non c’era
alcun equivoco, ma che, semplicemente, Irene, moglie devota e seria, era molto
combattuta.
Si amavano già reciprocamente, ma
entrambi non avevano il coraggio di dichiararsi, a causa dei mille problemi e
delle convenzioni morali da cui si facevano attanagliare.
Chi aveva più problemi, in quel momento,
era proprio Gino: la Crosta continuava ad imperversare con la sua urticante,
totale pigrizia, nel dare un senso compiuto ad una casa, che, ancora,
occupava solo perché era la madre di Neda. Non faceva altro che elencare i
propri diritti, senza pensare mai ai propri doveri.
Gino era stanco: voleva
liberarsene, ma non aveva i mezzi economici per farlo, stante le leggi italiane
sul diritto di famiglia ancora oggi in vigore.
Quella mattina, verso le ore undici,
ebbe come al solito un litigio telefonico, che tutti sentirono.
Quando chiuse la comunicazione, era
furibondo.
Irene, guardandolo con occhi dolci dalla
fotocopiatrice, proruppe nel silenzio: “Ma perché non ti cerchi una brava
ragazza?” “Lo farei volentieri: cosa fai stasera, Irene?”. Gino, questa volta,
era stato pronto. Irene sorrise compiaciuta e, infine, rispose: “Ma io sono
sposata”.
Maria, che aveva sentito tutto, esclamò:
“Irene, ma questa è una dichiarazione d’amore!”.
Passarono tutto il pomeriggio e la sera
su Whatsapp, parlandosi e confessandosi le proprie passioni e i propri
sogni.
Gino cercava anche di mantenere un
contegno, facendo finta di scherzare, quando, in realtà, le esprimeva
tutto il suo amore.
Ogni parola da ambo le parti era pesata,
pensata e ripesata.
Ad un certo punto, Maria dovette
scrivere a Gino: “Hai finito di scriverti con Irene? Me la distrai e dovremmo
parlare di cose da donne”. In futuro, avrebbe saputo cosa si erano dette: Maria
aveva capito che Gino era innamorato d’Irene, come ormai tutti in agenzia.
Il giorno dopo, le avrebbe portato un
nuovo libro: Il desiderio di essere come
tutti, un saggio politico intimista di Francesco Piccolo.
Questo l’aveva realmente letto da poco,
ma voleva sfidare Irene a capire con quali tesi Gino concordasse e con quali
no.
L’ amava, tanto, di un amore
incoercibile; tuttavia, doveva essere certo che Irene avesse ben chiaro da
quale uomo si stesse facendo affascinare.
Orso, com’era già soprannominato da Irene,
aveva troppe ferite per reggere ad un’altra delusione.
Voleva essere sicuro, senza tenere in
conto che, in amore, “sicuro” è morto.
8.
L’ undici gennaio 2016, Irene, era
ufficialmente la direttrice di Scurzolengo.
Tutto il suo impegno professionale era
stato finalmente riconosciuto da quelle sette teste di cocco marcio rimaste
sulla pianta.
Gino, che odiava con tutto sé
stesso la BDI spa, in tutti gli anni di servizio presso quel carcere retribuito
ne aveva subita una per colore.
Non trovarono un contegno neanche
innanzi alla malattia terminale di Papà Romeo.
Vittorio Venezia e i suoi lacchè avevano
in mente un solo obiettivo: aumentare anno dopo anno le proprie ricchezze.
Erano piante infestanti che, per il
vile denaro ed in nome di una cultura aziendale tipicamente fascista, non
si fermavano davanti a nulla.
Per tali ed altri motivi, mai, nei
quattordici anni di servizio, Gino aveva mosso un dito in più
di quanto non fosse contrattualmente previsto dal mansionario.
Considerava la BDI spa alla stregua
di una loggia massonica, nella quale lavoravano più raccomandati che in un
ministero.
A titolo d’esempio, si può citare
un ex tecnico di compressori per frigoriferi, spuntato dal nulla, con
ruolo improbabile per esperienza, retribuito con
emolumenti quadrupli rispetto ad un cassiere, solo perché coniuge di
una dei sette dirigenti, detta anche, la puzzona, vista la sua scarsa
confidenza con l’acqua.
Se non fosse stato punibile con l’ergastolo,
Gino li avrebbe volentieri passati per le armi, addebitando il costo della
pallottola ai consanguinei.
Non provava nemmeno vergogna a fare
questi pensieri, considerando Venezia ed i suoi sette dirigenti persone
inutili e dannose per l’intera specie umana.
Eppure, in quella dittatura del
capitale, era costretto a resistere, perché, come diceva Irene, non
erano nati ereditieri e lo stipendio serviva.
La personale lista nera di Gino era
lunga, con all’apice coloro che erano chiamate “le tre disgrazie”: Wally
Sarfatti, nata da famiglia latifondista, che aveva presto scalato gli altari
della Banca, diventandone la Responsabile del personale; Gianna Balabanof, d’umili
origini, che aveva talmente fame di gloria, nonostante la sua crassa ignoranza,
da essersi piegata ad ogni volontà del gran dittatore Venezia, pur
di raggiungere il ruolo di Direttore Centrale dell’area commerciale;
infine, Eva Petacci, responsabile dell’area retail, che, in un primo momento,
era sembrata una persona potabile, ma che Gino scoprì in seguito non essere in
grado nemmeno di mantenere la parola data.
Con loro, collocato in un’area speciale
dell’ufficio personale, collaborava Marco Farinacci, l’uomo dei lavori sporchi.
Tuttavia, da quel giorno, fare il peso
morto avrebbe creato problemi ad Irene, che, non avendo alcuna colpa,
era riuscita, semplicemente con il duro lavoro, in tempi ovviamente, più
lunghi rispetto ai mandarini di cui sopra, ad ottenere il giusto
riconoscimento.
La BDI spa probabilmente per errore, non
essendo questo nella politica aziendale, aveva creato a Scurzolengo un gruppo
che si muoveva a testuggine, in cui la fiducia tra colleghi era radicata e
profonda.
L’
unico che stonava era il Dematteis; ma Stevo e Gino, molto legati e complici,
seppero subito ridurlo a più miti consigli.
Rosanna, invece, s’integrò con
immediatezza, risultando veramente simpatica.
Quindi, Gino dovette scegliere:
lavorare contro la BDI spa o a favore di Irene?
Mai scelta fu più facile: di Lei era
innamorato e sapeva che mai l’avrebbe tradito al lavoro. Tre anni dopo,
avrebbe scoperto l’esatto contrario; ma, in quel momento, la scelta fu
facilissima.
Decise che, alla prima riunione di
territorio, Irene, doveva arrivare con numeri da far girare la testa alla
totalità dei direttori d’agenzia.
E, come sempre nella vita, presa la
decisione, scelta la parte con cui schierarsi, diede tutto sé stesso per quell’obiettivo.
Non c’era cliente che, entrato in
agenzia, non se ne uscisse con una carta di credito in più, un conto corrente
aggiuntivo o il servizio di Internet banking, ovviamente a pagamento.
Il tutto rispettando legge ed
etica, senza alcuna forzatura: Gino era figlio di un commerciante e,
quando voleva, sapeva vendere.
Inoltre, tutti i contratti erano
personalmente vagliati e ricontrollati da Irene: un motivo in più, quindi, per
ronzarle intorno.
Alla prima riunione territoriale, quando
cominciò a girare lo slide con la classifica dei prodotti venduti, Irene
si sentì tutti gli occhi addosso.
Era direttrice da meno di un mese e la sua
agenzia era in testa a tutte le classifiche.
Questo avrebbe dovuto muovere le tre
disgrazie ad un complimento, ma non lo fecero. Avevano capito di aver
sbagliato qualcosa, con Gino ed a Scurzolengo. Ammetterlo sarebbe stato
come prendersi la colpa.
Cominciarono quindi a preparare, con i
loro tempi, il rimedio.
Lavorare in armonia, per loro, non era
un plus, ma un problema, perché un gruppo unito e collaborativo rende meno
facile il controllo della truppa.
Quelli, però, erano numeri, non
sensazioni o giudizi.
Gino quasi s’illuse che, innanzi ai
numeri, anche loro avrebbero messo in discussione i propri pregiudizi. Non
accadde mai.
Ma era contento egualmente, perché la
sua amata, ai loro occhi, non solo aveva domato il reietto, ma lo stava facendo
anche lavorare.
E a Gino interessava unicamente che Irene
facesse bella figura, perché Lei ci teneva. Lui teneva a Lei, non certo alla
Banca: le uniche gratificazioni che cercava erano nell’opinione d’Irene.
Gino era certo che tutto stesse filando
per il meglio e che, prima o dopo, con Irene, avrebbe dato a quelle energumene,
il colpo di grazia.
Come nelle favole! Pur
consapevole che le favole esistono solo nelle favole.
E, alla fine, con gran dolore per Gino,
avrebbe vinto la realtà.
9.
I mesi passavano. Irene e Gino,
continuavano a girarsi intorno, ad annusarsi reciprocamente, a scambiarsi
gentilezze, vivendo in simbiosi in ufficio e usando il telefono, di sera, per
continuare a rimanere vicini.
Gino si sarebbe chiesto, nel
futuro che purtroppo sarebbe dovuto venire di lì a pochi anni, perché mai
non l’avesse invitata fuori, anche solo a prendere un aperitivo.
Avrebbe potuto rispondersi che, in
quel periodo, aveva una vita veramente stressante.
Tutto vero; ma anche tutte scuse, si
sarebbe detto, solo quando ormai sarebbe stato tardi.
Le schermaglie amorose avvenute
prima del dieci di maggio 2016 furono decine.
Momenti in cui mancava solo il bacio,
che non si concretizzava mai, forse per pudore o forse, più probabilmente,
perché Irene aveva già grossi problemi in casa con il Sultano, ormai sparito
dai radar e dai pensieri, almeno in agenzia.
Gino non credeva proprio di poter
conquistare cotanta beltà.
Continuava ad amoreggiare, giorno dopo
giorno; ma era convinto che, per Irene, fosse solo un bellissimo gioco
accettare volentieri il corteggiamento serrato che Gino le riservava
, senza, tuttavia, avere il minimo
dubbio nel non concedersi al famoso reietto della BDI spa.
In una di quelle schermaglie amorose, Irene,
direttrice seduta in cassa, iniziò un discorso su Parigi, su quanto le piacesse
e su quanto le mancasse: non visitava la capitale dell’amore da quando era
ragazzina e suo marito non si era mai sognato di portarcela.
Gino, con il fare scherzoso che
usava per nascondere le proprie paure, le disse: “Irene, saliamo sulla mia
Alfa: per cena, saremo nella città delle luci e della rivoluzione; mangeremo
sulla Tour Eiffel e, poi, andremo nel quartiere degli artisti, faremo una
passeggiata e ci cercheremo da dormire. I telefoni, però, li lasciamo qui”.
Avrebbe scoperto in seguito cosa pensò
allora Irene: “Adesso, ci vado e faccio l’amore tutta la notte con lui”.
Invece, sempre rispettosa del proprio
contegno, schermendosi: “Gino, io sulla tua macchina non salgo, perché mi vuoi
rapire e chiudere nel bagagliaio imbavagliata”. Non poteva però
aggiungere che sperava, ardendo in tutto il corpo, che accadesse. I
reciproci cuori erano l’uno nelle mani dell’altro.
Era necessario che entrambi esprimessero
liberamente il sentimento di cui erano ormai impregnati.
Arrivò il 9 maggio, festa della vittoria
Sovietica sui nazisti, di cui tanto Gino aveva parlato, che nel 2016 coincideva
con la festa patronale di Scurzolengo: quindi, si usciva prima dal lavoro,
lasciando il pomeriggio libero.
Gino, quella volta, andò alla
carica senza troppi giri di parole: “Irene, oggi è la festa della Vittoria; qui
è festa patronale e usciamo prima. Abbiamo tutto il pomeriggio per noi. Andiamo
da qualche parte? Solo io e te?” Irene, non rispose proprio.
Gino, malinconico, pensò che non volesse
cedere al suo corteggiamento, che Lei fosse troppo per lui, che forse si era
illuso.
Andò a casa, dove invece trovò la
Crosta, spiaggiata sul divano, senza alcuna intenzione di scollarsi da
lì.
Per fortuna, Irene, che il mattino aveva
rifiutato di passare il pomeriggio con lui, lo passò con lui su Whatsapp.
Gino ricorda perfettamente quel
pomeriggio: fu quasi un esame.
Infine, Irene, la sera, rimase in
silenzio. Gino non capiva.
Capì il giorno dopo: Irene, prima di
scoprire le carte con lui, voleva per onestà, essere lapalissiana con il
Sultano Ciro.
Forse, unico caso di marito a sapere
dell’esistenza di un altro uomo, prima che il medesimo sappia di essere
stato scelto.
Il Sultano sapeva che Irene amava Gino,
ma non lo sapeva Gino.
10.
Irene e Gino, precipuamente per merito
di Lei, iniziarono quella che, poco più di due anni dopo, la stessa Musa
avrebbe definito una non relazione, il 10 maggio 2016.
Nella realtà, lo fu a tutti gli
effetti: una sesquipedale catena d’errori di Gino prima e una cinica
giravolta d’Irene dopo la fecero finire male.
Ma la loro, ad ogni effetto, sarebbe
diventata una relazione, che nel cuore di Gino, ancora oggi, ed anche in quello
d’Irene, checché ne dica ora, avrebbe dovuto portare a ben altro.
Il primo grave errore, Gino lo commise
quello stesso giorno.
Venne convocato, come tutti i colleghi,
in ufficio dalla direttrice, con la motivazione dell’assegnazione dei target
personali per il 2016 e la consegna dei giudizi del 2015.
Sì, in banca si fanno i compiti e si
prendono i voti, come a scuola.
Il primo ad andare fu Stevo: 5 minuti.
Poi, Rosanna: 10 minuti. Dematteis: 10 minuti.
Gino: oltre un’ora.
La pagella ed i
nuovi obiettivi li firmò; ma, ancora oggi, non ha la minima idea di quali
fossero.
Il loro colloquio avrebbe avuto una
vertenza ben lontana dall’ambito professionale.
Irene, seduta dietro la scrivania, con
un ragionamento logico e preciso, fu diretta e chiara: “Gino, dobbiamo prendere
una decisione insieme: è inutile nascondersi. Cosa siamo io e te? Cosa vogliamo
fare? Tu mi piaci, mi sono innamorata di te, come tu di me. Ma non voglio
prendere in giro mio marito ed io non sono un’amante: sono una donna che
crede seriamente nell’amore, che, però, deve essere tale e, se così sarà, tu
sarai il secondo ed ultimo uomo della mia vita. Ora, parla tu”.
Gino era paonazzo: quello che aveva
sperato accadesse, senza crederci veramente, era servito e imbandito solo da
gustare, per tutta la vita.
La donna che, poco meno di un anno
prima, neanche credeva esistesse, non solo esisteva, ma gli stava offrendo una
famiglia vera, una vita vera, un amore vero, una mamma vera per la figlia Neda.
Lei, la fata, la musa, il sole, la Donna
dei suoi sogni, stava dicendo a Gino che lo amava e che voleva
lasciare il marito per lui!
Si tirò dei pizzicotti, per svegliarsi;
ma era sveglio eccome, era tutto vero.
Il suo cuore comunista, fino a pochi
mesi prima più freddo della calotta polare, batteva forte, fortissimo,
completamente capitolato all’amore d’Irene.
Il Gino spregiudicato, precedente alla
perdita di papà Romeo, senza alcuna paura, si sarebbe alzato, avrebbe
fatto il giro della scrivania e preso sulle sue braccia Irene, dopo averle
stampato un bacio da denuncia.
Portandola fuori dell’agenzia, per
accomodarla sull’Alfa, sempre pronta per la fuga d’amore, avrebbe
annunciato a tutti i colleghi: “Siamo in ferie da ora, perché io e Irene
ci amiamo! Ditelo voi alla Wally Sarfatti. Vi manderemo inviti e date,
non mancate e fatevi il passaporto! Saluti!”
Ma la serie di
frustrazioni, brandite dalla vita e dalle persone che fino ad allora aveva
frequentato, lo aveva reso molto più prudente.
Riuscì ad emettere un alito d’amore,
pronunciando un “Ti amo” carico di paura. Ma, quel giorno, non la baciò.
Mentre Irene aveva già parlato al
Sultano Ciro, dicendogli che il matrimonio si stava esaurendo, Gino aveva il
terrore della Crosta.
Quella schifosa, per liberarlo, voleva
soldi e tanti, mentre lui non ne aveva.
Irene ribadì che una soluzione si
sarebbe trovata; che, con il suo stipendio, il suo fondo pensione intonso e
quel poco che rimaneva dello stipendio di Gino, avrebbero costruito una nuova
vita felice.
Lo amava ed era pronta a tutto.
Lui, forse, la amava di più; ma non
voleva farsi mantenere.
Il compito di garantire una famiglia, in
sicurezza, spettava all’uomo e suo papà non avrebbe mai apprezzato un figlio
mantenuto.
Papà Romeo, Gino ne è convinto ancora
oggi, non era estraneo all’incontro tra i due.
Dal cielo, aveva scelto Irene per Gino,
per rimetterlo in strada, dare lui una vita felice e, forse, anche il figlio
maschio.
Gino spiegò a Irene tutte le sue paure;
ma, a sé stesso, impose di trovare una soluzione.
Purtroppo, sbagliò approccio alla
ricerca: riteneva che servissero i soldi, invece serviva il coraggio.
Oggi che dorme a casa di sua madre da
quasi un anno, ne ha contezza.
Tornato alla sua postazione, dopo aver
sussurrato un altro “Ti amo” ad Irene, era scosso: tanto che Stevo, vedendolo,
gli chiese se stesse bene.
Pensò tutto il giorno a quel momento
durato oltre un’ora, nel quale entrambi, ardendo di desiderio, si erano
guardati negli occhi ad amore dichiarato.
Doveva inventarsi qualcosa, doveva
trovare una soluzione; ma, con il suo metodo di ricerca, due anni dopo, si
sarebbe ritrovato al punto di partenza.
Irene voleva una famiglia vera e la
desiderava anche Gino, che, dopo la dipartita di papà, si era sentito solo al
mondo.
Quella sera, inviò ad Irene un Whatsapp
con la canzone di Battisti Io vorrei, non
vorrei, ma se vuoi.
“Irene mia, amor mio, uno scoglio non
può fermare il mare, te lo prometto”.
Ma la musa, quella sera, era delusa
dalle incertezze di Gino.
L’amore, tuttavia, era forte e quel
collante avrebbe, per molto tempo, tenuto insieme una coppia che
molti puntavano a dividere, finché, infine, ci sarebbero riusciti.
Gino, come promesso dallo stanzino del
Bancomat, non voleva un’avventura.
Voleva fortemente riprendere a vivere,
con Irene e per Irene.
L’amava, anche se, a volte, faceva il
duro con affermazioni nichiliste, dando dispiaceri a Irene, che, in
verità, desiderava più di quanto Lei potesse.
Ora, doveva darle il primo bacio,
dovevano sentirsi fisicamente, abbracciarsi e riempirsi di coccole.
Dovevano amarsi!
11.
“Te lo ricordi, il primo
bacio?
Io ricordo tutto: la tua
timidezza, la voglia di farti baciare, ma, al tempo stesso, il tuo pudico non
volere.
Non dimenticherò mai quel bacio:
tu eri seduta alla tua scrivania.
Vorrei abbracciarti e farei un
patto col diavolo, pur di poterlo fare.
Nel turbinio della mia
solitudine, continuerai a mancarmi, sempre. Tuo Orso.”
Queste le parole che “Orso”,
nomignolo amoroso scelto da Irene, Le dedicò tre anni dopo, quando ormai
tutto era coventrizzato, con gran gioia del Sultano, della Sorella Anastasia e
del Cognato Nicola, che aveva guadagnato un posto di lavoro, grazie al
sacrificio di Gino sull’altare delle convenzioni matrimoniali, a cui Irene
si era piegata.
Non ricevette alcuna risposta.
Irene, ormai, usava la tattica del silenzio,
che per Gino era una tortura.
Tuttavia, tornando al 2016, dopo tre
giorni di contorsioni notturne nel suo letto, dopo aver scambiato
centinaia di Whatsapp, Garbero non riusciva più a trattenersi: doveva
baciarla, a lungo e profondamente.
La amava e non voleva perderla, perché
la paura che finisse male esisteva già dai primi giorni.
Il 13 maggio, si alzò dalla sua
postazione, con un contratto di carta di credito da portare alla firma di
controllo; entrò nell’ ufficio di Lei, ma non attese innanzi alla
scrivania, bensì vi girò intorno.
Irene, seduta come una top model,
elargiva un sorriso radioso.
Nonostante le torture che stava
sopportando a casa, riusciva, in ogni caso, ad emanare serenità per chi era al
suo cospetto.
Gino, fresco di barba, con Irene, china
a controllare il contratto, si accostò alla sua guancia, l’abbracciò e
cominciò a baciarla, prima sulla guancia stessa, poi sul collo e - scostandole
i lisci capelli biondi - le sussurrò un “Ti amo!” nell’orecchio.
Lei aveva i brividi. Restò immobile,
sebbene la concentrazione fosse tutta su Gino e su cosa avrebbe fatto.
Voleva perdere il controllo, ma, per via
del suo ruolo, non poteva farlo.
Gino tornò verso la guancia,
appoggiandovi la sua; la abbracciò più forte.
Più lui si avvicinava alle
labbra, più Irene cercava, contro sé stessa, di girare il viso dall’altro
lato.
Ma l’amore e il desiderio di baciarlo
furono più forti e finì per capitolare: un bacio intenso, lunghissimo, che non
riuscivano a interrompere.
Senza lo scalpitio dei passi del
Dematteis, non si sarebbero più fermati: dovettero staccarsi.
La pausa pranzo, però, doveva arrivare e
nessuno dei due, quel venerdì, voleva uscire - Gino ne era certo.
Fu così: i colleghi uscirono; loro, con
differenti scuse, no.
Un’ora tutta per loro! Non era mai
accaduto prima…
Furono i sessanta minuti più brevi della
loro vita: usciti i colleghi, Gino ed Irene si aggrovigliarono in un’unica
anima, in un bacio senza soluzione di continuità, in mani che
andavano ovunque, per conoscere i corpi, in un amore che sembrava
inalienabile.
Erano fatti l’uno per l’altra. Sembrava
si conoscessero da sempre.
I loro sensi avevano preso il totale
controllo dei loro corpi, i cuori battevano all’unisono. Nessuno sapeva più
fermarsi.
A Gino scappò una lacrima, forse anche
più d’una, di felicità.
Stava nuovamente amando, dopo aver
smesso di crederci, dopo essere giunto alla convinzione che l’amore fosse come
la varicella, infettiva solo una volta.
Irene, la donna che aspettava da prima
di conoscerla, aveva spazzato via ogni difesa.
Quella pausa passò troppo velocemente. Gino,
nel pomeriggio, ebbe un solo pensiero: “Tra poco, iniziano le ferie… e io come
faccio, senza di Lei? Dobbiamo vederci fuori di qui e amarci fino a crollare!”
Lo pensò e lo scrisse ad Irene. Indefesso,
continuò a ripeterlo, nei successivi due anni.
Si amavano, non potevano stare lontani,
avevano necessità uno dell’altra, come le maree della Luna.
Gino sapeva che era Lei la donna
attesa!
Irene sarebbe stata la sua amata a vita,
se solo, due anni dopo, non fosse tornata al suo binario, risalendo
sul treno della sua vita senza più fare fermate, incurante delle
ferite che andava a riaprire in Gino.
Orso non era salito in tempo su quel
treno e, quando si decise a rincorrerlo, ormai Irene era sotto la tutela
interessata di Sultano e famigli, che non esitarono, con azioni
veramente indegne, a spazzare via Gino anche dai ricordi.
Si dice che l’amore sia come la guerra,
ma in guerra ci sono regole.
Il Sultano, violandole tutte, con l’aiuto
di Anastasia e Nicola, riuscì infine, a vaporizzare Gino nella mente d’Irene.
Ancora durante la stesura, gli
accadimenti che si susseguiranno dal luglio 2018, dopo più di due anni d’amore,
ricordano seriamente lo psicocrimine descritto da Orwell in 1984: le certezze che Irene si era
imposta su Gino sembravano frutto del bipensiero, mezzo con cui il
Ministero della Verità di Oceania cancellava e riscriveva il passato.
11.
Quello che avvenne nei mesi
successivi fu un moto armonico d’alti e bassi, in gran parte dovuto al morale
di Gino, con l’aggiunta del pressing che Irene subiva a casa.
Il Sultano si rivelò un vero ominicchio
con aspirazioni criminali, capace solo di un linguaggio triviale
ed intimidatorio.
Di lui si palesò la reale natura, che Irene
era riuscita a placare per anni.
La differenza, però, sussisteva nel
fatto che Lei non ne parlasse, mentre Gino, molto egoista sotto quest’aspetto,
investiva Irene anche dei propri problemi.
Lei lo consolava, lo amava, gli
stava vicino, anche se - in alcune situazioni - Gino risultava veramente
indisponente, sebbene l’amasse di un amore totalizzante.
Ogni suo pensiero, ogni sua azione era
sempre alla ricerca della soluzione. Cercava di liberarsi della Crosta, ma non
vi riusciva.
Contestualmente, descriveva ad Irene i
suoi progetti per Loro.
Il suo sogno era un piccolo faro. Lei e
Lui, Lui e Lei.
Nessun altro, nessun vestito, niente
orpelli, una piccola finca nella zona sud di Formentera, dove il turismo di
massa non era arrivato. I loro cuori uniti per sempre, un cane di nome
Fidel e la vita piena d’amore.
Voleva sposarla e voleva farlo a
Leningrado, che per Gino non aveva mai cambiato nome, nella cattedrale dei Ss.
Pietro e Paolo, con il banchetto nuziale a bordo dell’incrociatore Aurora,
accompagnati da pochi invitati, tra cui, però, non dovevano mancare i sette
dirigenti e il dottor Venezia. Non perché ci tenesse ad averli al loro
matrimonio, ma perché voleva farli sentire male.
Il reietto comunista, che, onestamente,
aveva cercato di tirare su una coscienza di classe in quella cloaca
capitalista, non era poi così imbelle e stupido, se stava sposando la più
bella e amata della Banca.
Quanto all’identità della sposa, l’avrebbero
conosciuta solo all’ingresso in chiesa, con sicuro, cocente sbigottimento.
Alla festa nuziale, Gino diede un nome
in codice, con estasiato divertimento d’Irene: “Sette ambulanze
per sette dirigenti”.
Può sembrare surreale, ma Gino, che
aveva sempre rifiutato il matrimonio, desiderava seriamente sposarla e voleva
farlo come lo descriveva ad Irene.
Il matrimonio avrebbe dovuto avere luogo
il 7 novembre 2017, centenario della Rivoluzione d’Ottobre.
Gino lo diceva scherzando anche ai
colleghi, che, ovviamente, pensavano ad un’iperbole onirica. Invece, era
la pura verità.
I colleghi seppero sempre quali fossero
le intenzioni d’Irene e Gino: solo che non sapevano se fossero vere, reali e
concordate.
Il viaggio di nozze sarebbe partito
dalla stessa Leningrado, per poi proseguire a Mosca ed infine terminare a
Parigi.
Non doveva essere la classica luna di
miele, ma un vero viaggio d’iniziazione politico-sentimentale.
Nessuno ama più di un comunista, che lo
fa a modo suo, senza risparmiare nulla del proprio cuore. L’amore comunista,
nella sua semplicità, è più profondo.
Irene sapeva amare ed essere una buona
socialista. I problemi, però, erano dietro l’angolo.
Ciro il Sultano rubò il numero di Gino
dalla rubrica d’Irene e, in seguito, trovò anche il modo di violare la sua
casella di posta elettronica.
Le comunicazioni, purtroppo, erano
difficili e Gino, a volte, per non mettere in difficoltà Irene ulteriormente,
se ne usciva con soluzioni emergenziali, come il non scriversi la sera, le
quali, in Irene, creavano il sospetto che lui volesse tenerla a distanza.
Non era così: anzi, soffriva più
di Lei. Ma cercava di proteggerla, perché non si fidava di quel finto
galantuomo che aveva in casa, ormai montante la guardia con pervicacia
ossessiva.
I due amanti erano costretti a vivere la
loro breve intimità, concessa dalle parti correlate di entrambi, con il
telefono vicino. Si era giunti al punto che, se arrivava un Whatsapp, Ciro
cronometrava quanto tempo Irene utilizzasse per visualizzare e
rispondere.
E, durante le pause pranzo, non passava
giorno che non scrivesse più volte.
Il rapporto con la Sorella Anastasia,
unica a sapere, per molto tempo fu buono: essa stessa spingeva Irene ad
ascoltare il cuore e non il dovere convenzionale.
Le successive manovre del Sultano Ciro
le fecero cambiare improvvisamente idea, rendendola decisiva nella finale
giravolta d’Irene.
13.
Arrivò l’estate 2016, che, in giugno,
iniziò con il matrimonio d’Anastasia e Nicola, presso il parco regionale “La
Bufala”.
Irene dovette abbandonare il banchetto
con anticipo, perché si sentiva male. Lei, a quel matrimonio, non voleva
andare con il Sultano.
Lo stress accumulato e i sentimenti che
era costretta a reprimere innanzi al pubblico la fecero crollare, sino a
passare due giorni in pronto soccorso, a causa di una fortissima
enterite.
Gino non poté andare in ospedale, perché
della sua esistenza erano edotti solo Ciro e la novella sposa.
I genitori, rimasti al suo fianco in
quei giorni, n’erano ignari.
Nel mentre, nelle due famiglie
originarie, era guerra totale di nervi.
Per Gino, da ormai molto tempo, era la
completa normalità; per Irene, no.
Il Sultano non perdeva occasione per
insultarlo al cospetto d’Irene.
Gino cominciò in seguito, quando scoprì
che Ciro non meritava alcun rispetto.
Malgrado scadesse nel paradosso, Orso,
nei primi tempi, aveva provato una certa empatia per quell’uomo, che stava
perdendo un amore di vent’anni, ed avrebbe voluto farlo soffrire il meno
possibile.
Sperava che si sarebbe separato
con civiltà e che avrebbe trovato presto una consolazione.
In merito a quell’individuo, sbagliò:
avrebbe dovuto cinicamente affondare il colpo, prendersi Irene immediatamente e
cominciare una nuova vita.
Il Sultano si sarebbe acconciato da
solo, come ora sta facendo Gino.
Dunque, l’uomo che Ciro, nella migliore
delle ipotesi, definiva
“l’intelligentone”, “il parolaio”, non
poté, per tre giorni consecutivi, sentire la voce d’Irene: il venerdì per
il convivio nuziale e il sabato e la domenica successiva perché
Lei era al nosocomio.
Le mancava, non poteva vederla e non
aveva sue notizie, perché, con Irene, erano astanti i genitori.
Con una scusa, riuscì a chiedere a
Maria, la ex-capoufficio, di chiamarla per avere qualche notizia.
Vedendola, finalmente, il lunedì al
lavoro, le volò addosso con un abbraccio di disperazione, senza
preoccuparsi troppo del giudizio dei colleghi, che neanche lontanamente si
sognavano quale reale rapporto esistesse tra loro.
Il peggio, purtroppo, doveva ancora
venire. Infatti, la settimana successiva, sarebbe partita per la Liguria;
tornata Lei, dopo altre due settimane, sarebbero arrivate le ferie estive di Gino,
pianificate ben prima del 10 maggio.
Gino, che, come detto, aveva già grossi
problemi a casa, oltre all’amministrazione dell’officina e all’impegno di
portare la Mamma alla pensione, era in condizioni psicofisiche estreme.
Suo unico desiderio era passare più
tempo possibile con Irene, per farsi accudire e coccolare.
Il bisogno era vitale, mentre, del tutto
in antitesi, nei successivi sessanta giorni, l’avrebbe vista per non più di
dieci giorni, al lavoro.
Con Irene controllata a vista, non
era nemmeno pensabile, almeno in quel momento, l’idea di uscire una sera.
Irene, infine, partì, mentre Gino era
sperduto nelle proprie angosce, in agenzia, a casa, ovunque. L’ amava e avrebbe
voluto essere lui a partire con Lei.
Si stava consumando di
gelosia.
Giugno era inoltre un mese
diventato terribile da anni, per i suoi ricordi.
L’anniversario della scomparsa di
papà, con, subito dopo, ad inizio luglio, il compleanno, ormai solo più
onorabile davanti al suo giaciglio.
Provò, tuttavia, a dissimulare le sue
sofferenze, facendosi bastare i pochi Whatsapp che potevano scambiarsi, quando
Lei riusciva a divincolarsi dal controllo ossessivo del marito-padrone.
Qualche volta, con la scusa del ruolo
ricoperto, usando il telefono aziendale, chiamava in agenzia, ma non potevano
dirsi molto.
Gino aveva i colleghi vicino e
non erano sicuri della privacy di quelle telefonate, intercorrenti su
linea mobile aziendale.
Avevano entrambi il desiderio di fare l’amore,
a lungo, in un luogo tranquillo, senza doversi guardare intorno.
Si erano promessi che l’avrebbero
fatto; ma, per un motivo o per l’altro, non accadde mai.
L’ ultimo giorno di vacanza d’Irene, Gino
ebbe una crisi di gelosia e rabbia, dal momento che Lei sembrava serena, quasi
stesse bene così, mentre Lui soffriva la sua mancanza.
Ebbe l’impressione, forse
sbagliata, che Irene non avesse ancora ben chiaro chi desiderasse al suo
fianco.
Gino si arrabbiò, capitolò allo stress.
Spense il cellulare per un giorno.
Stava troppo male, da troppo tempo,
conscio che un’ennesima delusione avrebbe potuto essere fatale. La paura
era troppa e si rifece guardingo.
Tuttavia, citando Borsellino, chi ha
paura muore tutti i giorni, chi non l’ha muore una volta sola.
Gino stava morendo tutti i giorni, cominciando
a costruire un lungo elenco d’errori, che, tre anni dopo, sarebbero stati per Irene
il perfetto dante causa alla sua spietata inversione d’intenti.
Il primo errore fu quell’allontanarsi da
Irene, per paura di farsi ancora male.
Giunse luglio, con un rapporto
volutamente raffreddato da Gino, che tuttavia, inoculava in lui gran
tristezza.
Lei gli mancava molto e, prima di
partire per Pantelleria, non poté fare a meno di baciarla e abbracciarla,
avvinghiandola a sé.
Dalle ferie, la chiamò tutti i giorni e
le scrisse continuamente.
Era in compagnia di Crosta e Neda, ma la
sua mente era a Scurzolengo. Desiderava che ci fosse Irene con Lui e, quando
entrava nel bagno turco, vedendo le altre coppie amarsi, mentre Lui aveva il
suo amore ad oltre mille chilometri di distanza, provava un grande senso di
vuoto.
Neda cresceva sempre più simile alla
madre, non potendo quindi lenire la solitudine del padre con l’amore di
figlia, del tutto assente.
Una notte di quella brutta vacanza, fece
un incubo angosciante, che il giorno dopo raccontò ad Irene.
Lui era ormai un clochard, sui cartoni nella stazione di Porta Nuova, e vedeva
passare Irene, perfettamente ancheggiante sui tacchi alti, con
gonna a fisarmonica e camicetta bianca, come sempre in grandissima
forma.
Era accompagnata dalla figlia
Lucia e dal Sultano, tutti in partenza per Parigi, sembrando felici.
Irene, a quel racconto, sorrise di
gusto, affermando: “Ma cucciolo, qualunque cosa accada, io potrei mai fare una
cosa simile?
Non accadrà mai! Sii certo che io amo te”.
Nella realtà futura prossima, se non
fosse stato per mamma Anna, che, tre anni dopo, avrebbe concesso a Gino il
lettino dei tempi del liceo, in quella che era stata la sua cameretta
adolescenziale, quel sogno non avrebbe potuto essere più rivelatore.
Tuttavia, il cuore di Gino volle fidarsi
e, tornato dall’isola, malgrado avesse ancora delle ferie, corse senza indugio
a Scurzolengo per vedere Irene.
Non era mai accaduto, in quasi quindici
anni di banca, che si recasse in agenzia malgrado fosse in ferie. L’amava
troppo e doveva vederla.
L’estate, tanto amata, non era ancora
finita e, ad agosto, Irene rimase a casa per altre due settimane, per fare
il trasloco nella nuova casa.
Mentre, in settembre, Gino aveva
preso una settimana, per accompagnare la Mamma e Neda in Liguria.
Il primo giorno di rientro al lavoro,
ebbero un pomeriggio in cui restarono soli in agenzia e fu, ovviamente, un
pomeriggio infuocato.
Per quanto la ragione li spingesse ad
evitare nuovi passi avanti nella loro relazione, la chimica dei loro sentimenti
li attirava come adolescenti.
Non potevano farne a meno: era amore
vero e da questa certezza nessuno farà mai recedere Gino.
14.
La sera, poche ore dopo quel
pomeriggio di fuoco e sensi liberati, sul telefono di Gino proruppe un Whatsapp
che gli fece gelare il sangue.
Era d’Irene: con un messaggio, chiudeva
la relazione, a causa di un richiamo all’ordine della mamma.
Si trattava di una lunga metafora, con
cui Irene stessa cassava il suo amore, nel nome di un binario che aveva
scelto molto tempo prima e che le convenzioni catto-borghesi imponevano
nella commedia della vita.
La mamma le ricordò il suo ruolo sul
palcoscenico e Lei obbedì.
Malgrado questa azione inopportuna, che
fu solo la prima di tante pressioni su Irene, Gino, nei suoi
pensieri e nelle sue parole, non proluse mai di una cattiva famiglia -
tutt’altro.
La forma
mentis della mancata suocera non contemplava una figlia separata; la
mamma di Lucia, moglie di Ciro, aveva scelto, molto tempo prima, un binario per
la sua vita e cercare di cambiarlo avrebbe provocato un deragliamento.
Irene sostenne che la mamma aveva
capito tutto da come Lei parlava di Gino; ma era molto più
probabile che qualcuno, tra Anastasia e il Sultano, avesse cantato.
Il Sultano Ciro era un gran lenza, che
faceva il padrone fedifrago solo a casa, mentre, al cospetto di suoceri e
cognata, recitava da marito perfetto: indubbiamente, più socievole di Gino, non
a caso soprannominato “Orso” da Irene.
L’orso, però, non attacca mai, se è lasciato
in pace; se lo fa, è per difendersi.
Inoltre, secondo le parole d’Irene
antergate l’anno precedente, “Ciro era bello, Ciro era simpatico, Ciro era
buono”.
Ma, se Ciro era l’esempio di marito
che ogni moglie e suocera vorrebbero, perché Irene aveva cercato Gino?
Perché l’aveva seguito al bar? Voleva solo essere d’aiuto ad una persona
in difficoltà, cadendo in seguito nella rete di corteggiamento che quel
diavolo di Gino aveva teso sin dall’inizio, solo per portarsi a letto
quello splendore di figlia?
Bella considerazione avevano in famiglia
per il loro capolavoro!
Assunto che realmente sia andata così,
forse oggi Gino sarebbe già passato oltre e Irene, perfetta, sicura e quadrata
in ogni aspetto della vita, avrebbe dimostrato un’immaturità sentimentale non
degna della sua fama.
No, le cose non andarono così: Irene non
era una stupida e sapeva bene cosa faceva; il Sultano non era poi così bello,
buono e gentile, come riusciva a vendersi da ormai venti anni, e ovviamente
Gino, che mai si sarebbe sognato di poter attendere in corte d’Irene,
non era il gatto a nove code di cui ella stessa sentiva la
descrizione in ogni discussione.
Ma, se senti la medesima teoria per
centinaia di volte, ad ogni occasione, da più fronti, con metodica
psicocriminale, può anche accadere che, prima o dopo, tu te ne convinca - o,
più facilmente, ti arrenda e ti obblighi a crederci.
Fu quello che accadde; ma, in quella
sera di luglio, le parole d’Irene, seguite da un silenzio che Gino avrebbe
imparato successivamente a riconoscere come sua cifra comportamentale, lo
fecero adirare.
La mattina successiva, giunta dopo una
notte insonne, Gino si presentò a Scurzolengo, furioso e determinato a
chiedere spiegazioni per quella distopica decisione.
La rabbia accumulata nella notte e la
paura di essere finito in un esperimento sociale lo portarono ad approcciarsi
ad Irene con un francesismo non esattamente da galantuomo: “Mi
spieghi, per favore? Andiamo avanti ad alti e bassi, ci promettiamo il paradiso
e la libertà di amarci, poi, due ore dopo aver quasi scopato in agenzia,
mi scrivi un messaggio per chiudere tutto?”
La risposta fu quasi peggio del
messaggio: “Quella di ieri era solo una prova. Volevo vedere a cosa
seriamente puntassi tu e vuoi solo portarmi a letto. Non mi ami e non fai sul
serio”.
Gino lasciò l’ufficio senza proferire
verbo, profondamente offeso, con l’ormai quasi certa convinzione che, con
lui, arrivato a Scurzolengo diffidente e disamorato della vita, senza più alcun
interesse, Irene, per rafforzare il proprio ego, avesse voluto mettere
alla prova la sua capacità di seduzione femminile.
Ancora oggi, Garbero, alla luce dei
numerosi episodi successivi, pur consapevole dei propri errori, non scarta del
tutto quest’ipotesi.
Oppure, iniziò così, per poi accorgersi
che la situazione le era scappata di mano, innamorandosi.
Orso non lo saprà mai, potendo solo fare
ipotesi e cercare risposte nell’analisi dei fatti, come in un processo
indiziario.
Garbero, impegnato su troppi fronti,
scelse di desistere nuovamente, per proteggere sé stesso ed anche Irene,
che cominciava a dare segni di confusione, chiamando Ciro con il nome di Gino e
viceversa.
Se Irene credeva in quanto aveva
sostenuto, non voleva certo essere lui il responsabile del deragliamento della
di Lei vita.
Riprese la sua normale, triste,
monotona, esistenza, corollata di furibonde battaglie casalinghe, nelle
quali la Crosta non faceva altro che chiedere soldi.
Rimase tuttavia leale sul lavoro e
continuò ad impegnarsi affinché la sua Direttrice, appena
nominata, potesse raggiungere i target prefissati e l’agognato
livello retributivo che le spettava.
L’amava egualmente e la ama ancora
adesso; ma la mancanza di rete di protezione, l’offesa al candore e alla
trasparenza con cui si era sempre approcciato alla relazione, ricevuta quella
mattina, rendevano paralizzante la paura d’intraprendere risolutamente la
strada, che Irene aveva chiesto il 10 maggio.
L’amata direttrice trascorse le due
settimane centrali d’agosto in ferie, a finire il trasloco.
Evidentemente, però, la stretta
vicinanza del Sultano, che la “guardava” traslocare, mentre lui passava le
giornate a bighellonare, la fece nuovamente vacillare.
Questa volta, fu Lei a riavvicinarsi,
passando più volte in agenzia, per staccare da quel trasloco, tutto sulle sue
spalle.
Gino l’amava e non seppe resistere.
15.
L’ estate volgeva al fine. Neda e la
Nonna furono accompagnate al mare da Gino, che, in settembre, avrebbe compiuto
quarantadue anni.
Irene gli regalò un album di
Adelmo Fornaciari e, la sera tra il 9 e il 10 settembre, attese
sveglia la mezzanotte, per poter essere la prima a fargli gli auguri.
Tuttavia, l’ormai invecchiato
bolscevico, evidentemente non degno dei suoi eroi, aspirava ad uscire con Irene
quella sera; ma la Musa a ciò non fece mai cenno.
Qualche giorno dopo, ne parlò lui. Irene
rispose: “Perché non me l’hai chiesto? Mi sarei fatta coprire da mia Sorella!”.
Chissà se era vero… Era Gino che avrebbe dovuto invitarla, o era Irene che
avrebbe dovuto fare la sorpresa?
De
facto, Gino
passò la sera del suo compleanno sul divano di una casa in cui non voleva stare
e da cui non riusciva ad andare via.
A volte, la Musa perdeva la pazienza,
sostenendo che tutti si dividevano e tutti si rifacevano una famiglia.
Vero! Dimenticava, però, che le stazioni
erano piene di padri separati, senza un tetto, perché le madri della loro
discendenza li avevano depauperati.
Orso temeva terribilmente questo
esito.
Oltre al fatto che, anche se avesse
trovato subito il coraggio per farlo, il Sultano non avrebbe sguarnito il
fortino, perseverando nel montare una guardia sempre più invasiva.
Un pomeriggio di fine settembre, Irene
era dal dottore in attesa, quando, con cogenza minacciosa, venne convocata a
casa dal marito, trovandolo in stato collerico. Stava gettando dagli armadi
tutti i vestiti d’Irene.
I romanzi Il treno per Tallinn ed Il
commesso viaggiatore, che quell’estate Gino aveva letto e passatole,
volarono da una parte all’altra della casa.
Aveva violato la casella postale,
leggendo le missive più intime che si erano scambiati, compresi i sogni erotici
che si raccontavano tramite quel canale.
A parte il reato commesso, Ciro spaventò
a tal punto sua moglie che Irene fu costretta a chiamare i genitori, chiedendo
nel mentre a Gino di entrare nella mail, per svuotarla di tutte le
comunicazioni.
Giunti d’urgenza, i genitori la
trovarono atterrita.
Il Sultano, agli stessi genitori,
sembrò pericoloso ed alterato, tanto che il padre voleva portarla via.
Irene, invece, invitò loro a cena e
si mise a spadellare per tutti.
Come sempre, seppur spaventata, il suo
senso del dovere stava superando la voglia di amare liberamente.
Per Gino, fu un’altra notte di paura e
confusione.
Era sola in casa, con un uomo pericoloso
che la stava minacciando.
Diceva di non amarlo più; ma, pur avendo
la legge dalla sua parte, contrariamente a Gino, non lo cacciava e non se ne
andava, come le aveva suggerito il papà.
Lei era la mamma! Qualora il padre, che,
aveva già trovato una sua compaesana come amante, si fosse incaponito in una
separazione giudiziale, avrebbe perso casa e figlia, esattamente come Gino.
Irene, però, non muoveva fante e
chiedeva a Gino di andare via da casa, come primo passo verso una nuova vita
con Lei.
L’unico posto, tuttavia, dove poteva
andare ed in effetti finì, quando era ormai troppo tardi, era il lettino di
camera sua, a casa della mamma.
Al di là di questi dubbi, che scelse di
non esplicitare, Gino, la mattina dopo, fu felice di vederla sana e
salva.
Decisero insieme di cambiare canale di
comunicazione, passando ai più sicuri sms, inaugurando un periodo
relativamente tranquillo.
Si amavano, stavano bene insieme e
ritagliavano ogni minuto possibile per amarsi, come potevano, litigando e
facendo pace nella stessa giornata.
Le pause pranzo divennero ogni giorno
più incandescenti: non esisteva centimetro dei rispettivi corpi non
esplorato.
Irene chiamava Gino “muflone”, per la
particolare respirazione che assumeva quando erano in intimità.
Il petting era la normalità in ufficio e
Lei iniziò a praticare la depilazione intima integrale, per sentire
meglio il tocco delle grandi mani di Gino.
Garbero, quando la sentiva vibrare di
piacere tra le sue mani, riscopriva il sapore del desiderio, pur
consapevole che si trattava di amore incompleto.
Irene stessa, perdendo le
inibizioni, chiedeva di essere penetrata; ma Gino, seppur “ammuflonato”, sapeva
che Lei, con piena ragione, in ufficio non voleva.
La prima volta, per loro, doveva
essere speciale, non una sveltina ricavata da una pausa pranzo.
Stava per arrivare il di Lei genetliaco
ed entrambi avevano ferie. Gino desiderava, sopra ogni cosa, essere Lui a farle
gli auguri, quel sabato mattina, abbracciandola al risveglio.
Voleva organizzare una fuga di tre
giorni, dal venerdì alla domenica, inventando una trasferta per la banca, ma Irene
non se la sentì: “Una trasferta che finisce di domenica sera non è credibile”.
Orso le donò il romanzo La casa Russia, con l’intento di leggere
per Lei; ma fu costretto a darglielo in agenzia, perché continuava a non
esserci modo di vedersi fuori.
Gino cominciava a provare odio
per Ciro: Lei diceva d’amare Gino, ma, nel letto, aveva Ciro.
Non ebbe mai il coraggio di chiedere
cosa accadesse di notte.
Sentiva però il suo sentimento aumentare
sempre più, travalicare la prudenza necessaria sul luogo di lavoro, che
cominciava ad essere stretto, per quell’amore profondo.
Iniziò l’assedio dei brutti pensieri,
come quello per cui sarebbe stato meglio non incontrarsi mai, se quell’amore
era destinato a rimanere tra le quattro mura di una banca, commettendo il nuovo
errore di dirlo ad Irene, aumentando in Lei la delusione repressa, che,
alla lunga, sarebbe esplosa tutta insieme.
Per la fine dell’anno, programmarono
molti giorni di ferie coincidenti, con il chiaro intento di stare insieme tutto
il giorno, amandosi completamente, senza tabù, per l’intera giornata.
Per un motivo o per l’altro, all’ultimo
momento, inverosimilmente, saltava sempre tutto.
Gino che se ne usciva con la
frase sbagliata, ferendo il cuore d’Irene; o
la stessa Irene, che, non trovandosi nel
ruolo d’amante, dava l’impressione di accettare solo per far contento Lui,
erano le più frequenti situazioni, scatenanti un litigio il giorno prima,
prontamente rientrante il giorno dopo, perché, in quell’autunno, risultava
loro impossibile stare lontani.
Nel mentre, il Sultano viveva la propria
vita clandestina alla luce del sole. Quello che Irene non riusciva e non voleva
fare in un hotel, lui lo faceva a casa della sua amante Annunziata.
Una tattica che, alla lunga, funzionò,
provocando gelosia mai ammessa ed ostruendo gli slanci d’incoscienza di
cui avrebbe avuto bisogno Irene.
Non si può negare che la strategia di
Ciro fu certamente più accurata e studiata di quella di Gino, che, però, aveva
scelto, come sempre, di essere un libro aperto, senza adottare alcuna strategia
o protezione.
O meglio, ingenuamente, credeva che,
dicendo sempre la verità, con atteggiamento trasparente, alla fine avrebbe
prevalso l’onestà.
Non fu così. Voltaire, questo
sconosciuto!
Con altrettanta ingenuità o egoismo,
come disse Irene in seguito, Gino non teneva Lei all’oscuro neanche di tutti i
problemi che aveva a casa, comprese le litigate con la Crosta, i problemi dell’officina
di Papà Romeo ed i capricci della mamma vedova.
Il tutto creava in lui momenti malmostosi,
che Irene cercava di alleviare, ma che, contestualmente, la consumavano.
Aveva sempre vissuto in serenità e, da
quando si era innamorata di Gino, viveva giorni in cui non riusciva a
sorridere, accudendo prima il Suo Orso al lavoro e difendendosi, poi, a casa,
da un marito che diceva di amarla, ma che, al contempo, se la spassava con
Nunzia.
Per Irene, non erano momenti facili; ma,
anche se ferita, non negava mai la sua dolce empatia - anche se può accadere
che un amore, al pari di un germoglio di rosa, nasca per caso, ma va
accudito, abbeverato e protetto dalla grandine; altrimenti, è destinato a
morire com’è nato.
Gino, annichilito dalla paura, dalle
troppe incombenze, dalle minacce economiche, che la Crosta continuava a
rappresentare, si era un po’ seduto su quella situazione, evidentemente senza
accorgersene.
Prendeva quello che poteva, in quel poco
tempo disponibile, senza più chiedersi come far sbocciare quella vita di coppia
che Irene continuava a chiedere e che lui stesso voleva più d’ogni altra cosa.
Aveva però quasi perso la speranza.
Un pomeriggio, mentre si stavano
baciando, Irene gli chiese se mai avrebbero potuto beneficiare di una vita
regolare, alla luce del sole.
Gino, con un candore che sembrò
disinteresse, rispose: “Lo spero tanto, ma non lo so. I problemi da affrontare
sono veramente grandi”.
Semplicemente, non capiva che, se non
avesse iniziato ad affrontarli uno per volta, trovando il coraggio di
combattere, non si sarebbero mai risolti da soli.
In aggiunta alle già molte complicazioni,
ad inizio dicembre, il Dematteis ottenne il posto da direttore, che aveva
sempre rincorso, presso l’agenzia di Via Bologna a Torino. Al suo posto, giunse
Alberta Crepaldi, stretta amica personale di Eva Petacci, la responsabile della
rete retail.
Nulla di quello che si sarebbe detto a
Scurzolengo sarebbe più rimasto a Scurzolengo.
I sette dirigenti stavano cominciando a
mettere sotto tutela l’agenzia: sul lavoro, filava tutto troppo liscio; i
target, imposti ad inizio anno, erano stati tutti raggiunti e sfondati, creando
in quelle menti bacate la sensazione di non poter più controllare quel
gruppo.
La banca, poco alla volta, stava
cominciando a farsi restituire quello che, per sbaglio, aveva concesso.
Perché le banche non regalano nulla,
nemmeno l’amore.
16.
Arrivarono le vacanze di Natale, che
peggio non avrebbero potuto andare.
Gino, la sera della vigilia, contrariato
dal non poterla vivere con Irene, ebbe un’esplosione iraconda contro la Crosta.
Quella donna gli aveva rovinato la vita,
tenendolo prigioniero con ricatti economici che si riproponevano anche quella
sera: Gino, ormai, non era altro che un bancomat; la Crosta solo un ostacolo
alla vita vera.
Le urla furono tanto forti che l’ormai
cetaceo ebbe la scusa per chiamare i Carabinieri, i quali, tuttavia,
non vennero.
Quella foca spiaggiata aspettava solo di
avere un motivo valido, giustificante il ricorso ad un avvocato, per portargli
via la casa.
Garbero, tuttavia, non seppe mai se ci
fosse andata realmente.
Forse, si rese conto che, anche
buttandolo fuori di casa e portandogli via metà dello stipendio, lei non
avrebbe mai potuto cavarsela da sola. Troppo indebitata per farcela.
Oppure, a lei lo fece capire l’avvocato:
per bravo che fosse, non avrebbe potuto spremere sangue da una rapa.
L’ unico sciocco che continuava a farsi
intimorire da quelle minacce era proprio Gino.
Già da quella sera, Irene, con la casa
piena di famigliari a cui avrebbe garantito pranzo e cena da sola per l’intera
settimana a venire, fu investita dalla bomba esplosa a casa del suo Orso.
Oltre a badare all’ordalia in casa sua,
doveva stare dietro alle crisi di Gino, che stava passando l’ennesimo Natale in
perfetta solitudine.
Irene fece quello che poteva; ma Gino
non percepì, nuovamente, che la stava caricando di tensione e pesi a Lei
non spettanti.
Infine, il primo gennaio 2017, dalle 18
sino a notte fonda, il Sultano riuscì a rappresentare il peggio di sé.
Gino, nel tardo pomeriggio, scrisse un
sms ad Irene, che non sentiva da qualche ora: “Amore, tutto bene con il
Sultano?”. Passò un secondo e arrivò la risposta: “Che cazzo vuoi dal Sultano?”.
Il cinghiale aveva nuovamente preso il
telefono d’Irene.
Perché? Che cosa era
successo? Stava succedendo qualcosa.
Gino chiamò immediatamente, ma il
telefono suonava a vuoto.
Irene non rispondeva.
Il Sultano prese ad insultarlo
pesantemente e a minacciarlo di morte, con il di Lei telefono.
Gino dovette fare ricorso a tutta la
propria calma per non rispondere come avrebbe voluto. Non sapeva come stesse Irene,
non riusciva a parlarle, non capiva perché quel delinquente avesse il suo
telefono in mano.
Chiese più volte, senza mai rispondere
alle folli, violente elucubrazioni che giungevano sul display, di parlare con Irene
o che, almeno, Le fosse concesso di scrivere un messaggio.
Avevano, in passato, concordato ed
imparato a memoria un codice. Era la Canzone
d’autunno di Verlaine, usata dagli Alleati per lo sbarco in
Normandia:
“I singhiozzi
lunghi dei violini d’autunno mi feriscono il cuore con
languore monotono.
Ansimante e smorto,
quando l’ora rintocca, io mi ricordo dei giorni antichi e
piango;
e me ne vado nel vento
ostile che mi trascina di qua e di là come la foglia morta”.
Qualora Irene ne avesse scritta solo una
parte, avrebbe significato “pericolo”; se l’avesse scritta per intero, avrebbe
significato che stava bene.
Non vi era tuttavia modo di far
riconsegnare il telefono ad Irene, che, nel mentre, stava piangendo in camera
da letto con sua sorella Anastasia.
Solo alla minaccia di far intervenire i
carabinieri per sospetta violenza domestica, quel maiale si dette un contegno
temporaneo e restituì il telefono ad Irene: o, meglio, lo lanciò sul
letto.
Irene,
troppo scossa, non lo toccò neanche, mentre il marito riprese la sequela d’insulti
con il telefono personale. Gino continuò a non rispondere a tono,
finché la canzone di Verlaine non giunse per intero.
Finalmente, Irene dava un segnale: stava
bene.
Le scrisse subito: “Amore, vengo a
prenderti e ti porto a casa mia, sei troppo in pericolo”. Rispose
probabilmente Anastasia: “No, questa notte dormo da mia sorella, con
Lucia. Domattina, ti spiegherò; ora, riposati e scusa per gli insulti di Ciro”.
Quella fu l’unica notte che Irene dormì
fuori casa, mentre Gino e Ciro, con Irene al sicuro, a quel punto si
sfidarono ad armi pareggiate.
Ciro, pur sapendo che Gino era orfano di
padre, non ebbe alcuna remora ad usare più volte la parola “bastardo” - o,
forse, era ed è troppo ignorante per avere la minima idea del reale
significato di quella parola.
Gino non scese tanto in basso. Quando Irene
confermò di essere al sicuro, a casa della sorella, Gino si limitò a scrivergli
poche parole: “Senti, galeotto mancato: hai detto di volermi
uccidere. Vieni: ti aspetto, non ho paura e sai dove trovarmi. Ti farò
vedere di cosa è capace un discendente della Resistenza”.
Con prevedibilità meschina, non si fece
vedere e Gino se ne andò nel suo letto singolo, dove dormiva da anni,
arrabbiato, sfiancato dallo sforzo diplomatico profuso per ore nel tenere
impegnato quel picciotto mancato, ma felice che Irene fosse al sicuro.
Giurò a sé stesso, che nessuno avrebbe
mai conosciuto il contenuto di quelle minacce e così fu.
Ancora oggi, Irene non sa cosa avesse
scritto quel surrogato di marito che aveva ed ha in casa.
Il 2017 iniziò veramente male; ma non
sapeva ancora che la BDI spa si stava attrezzando per farlo finire peggio.
La mattina dopo, il 2 gennaio, si
svegliò prestissimo, con terribili pensieri.
Immaginava che Irene fosse esasperata
per la situazione in cui l’aveva messa. Se Gino non avesse inviato quel
messaggio, Lei, la sua pasticcina, avrebbe passato una serata tranquilla.
Una cosa era certa: Gino non era l’unico
a vivere una brutta situazione. Irene, certamente, pur non dicendo nulla,
stava peggio, perché non era abituata alla guerra.
Arrivò in filiale presto, molto presto,
preparandosi a sentire un brutto discorso. Irene, evidentemente anche Lei
insonne, arrivò due minuti dopo.
Lo abbracciò immediatamente e gli
chiese scusa, senza avere alcuna colpa. Il colpevole, al massimo, era Gino -
dopo, ovviamente, il pericoloso omuncolo che aveva in casa.
Rimasero abbracciati per più di un’ora,
senza dire nulla. Sentivano solo i cuori battere forte.
Gino, stringendo forte, disse: “Amore,
scappiamo insieme e, al nostro ritorno, insieme affronteremo tutti”. Irene lo
bacio a lungo, lo strinse ancora più forte, ma non disse nulla. Sembrava triste
e rassegnata.
Gino era ancora convinto che, innanzi al
fatto compiuto, tutti coloro che osteggiavano quella scelta, compresa Anastasia,
che stava dando inizio a un riposizionamento, si sarebbero rassegnati e li
avrebbero lasciati liberi di vivere il loro amore. Neda e Lucia avrebbero
capito.
Irene, però, forse, ormai non vi credeva
più. Quel brutto inizio d’anno l’aveva riportata alla triste realtà: per
liberarsi di Ciro, avrebbe dovuto ingaggiare una guerra giudiziaria e di nervi.
L’ atteggiamento sempre positivo e
sicuro di sé non faceva d’Irene un Cyborg e Gino vide, più volte, durante quell’anno,
le Sue mani tremare.
Nel primo giorno di lavoro del 2017,
erano soli in agenzia e poterono, con tutta calma, stare insieme, anche tra un
cliente e l’altro. Erano entrambi tristi, ma si tenevano su
insieme.
Gino era ormai convinto che,
insieme a Irene e per Irene, avrebbe trovato la forza per affrontare ogni
sfida.
Non era ancora felice, ma aveva la
speranza di esserlo.
A metà mattinata, sul telefono d’Irene,
purtroppo, l’etere consegnò le scuse di Don Ciro, che si giustificava con
il troppo vino in circolo.
Irene non rispose, ma scelse di tornare
a casa, quella sera.
Gino tentò di dissuaderla, ma Lei
sembrava essersi arresa alla realtà.
Andò a casa e riprese la solita vita:
casa, figlia, lavoro, Gino, Ciro.
Forse, Irene non aveva nemmeno più
la speranza.
17.
Giunse febbraio, con la solita altalena
di sentimenti, litigi, pacificazione, aspettando la pubblicazione del conto economico
del 2017.
Avevano raggiunto tutti i target e la
filiale era in attivo.
Erano tutti certi che, con quel
risultato, sarebbero giunti i risibili premi della BDI spa, oltre che il quadro
direttivo per Irene, cui aveva diritto già da un anno.
Non tenevano però in conto gli artifici
contabili che i sette dirigenti nascondevano nei cassetti, nel caso, a loro
insindacabile giudizio o, meglio, sotto ordine del dottor Venezia, una filiale
non fosse meritoria di essere premiata, per il guadagno che aveva messo
nelle loro tasche.
Un mutuo ipotecario, stipulato nel 1983
e andato in sofferenza pochi anni dopo, fu spesato, come perdita, nel conto
economico 2017.
Il bilancio della filiale andò in
perdita e tutto il lavoro fatto in quell’anno divenne inutile ai fini del
Sistema Premiante.
Un caveat,
inserito ad arte nel regolamento non concordato con il sindacato, escludeva dai
premi tutte le filiali che avevano un costo del credito superiore all’utile di
gestione corrente.
Tutti sapevano che usavano questi metodi
e, vista anche l’esiguità dei premi scippati, non ci fecero caso - salvo
essere delusi, perché quel giochino aveva precluso la promozione d’Irene.
Ma, poiché non bastava, una bella
mattina Gino si trovò con molte funzionalità
operative disabilitate: non poteva più vedere e gestire gli
sconfinamenti di giornata, passare un anticipo fatture o una lavorazione di
portafoglio.
Gli ordini titoli, che aveva inserito
fino al giorno prima, non erano più accessibili.
La banca, senza avvertire
alcuno, aveva diviso il personale in caste: assistente alla clientela,
consulente Retail, addetto titoli, vicedirettore e direttore.
Gino, che proprio uno sprovveduto aveva dimostrato
di non essere, si ritrovò nella casta dei paria: non era neanche più un
semplice operatore allo sportello, ma assistente alla clientela, come le
venditrici di caffè al supermercato.
Ormai, poteva solo eseguire prelievi e versamenti.
I risultati personali del 2017 erano
stati eccellenti, probabilmente troppo. Se fosse andato avanti così anche
negli anni successivi, qualcuno avrebbe dovuto chiedergli scusa per l’ostracismo
subito nel decennio precedente. Era meglio togliergli i mezzi per lavorare.
Irene, indispettita forse più di Gino,
che le consigliava di non esporsi per lui, potendo diventare pericoloso per
Lei, presentò una vibrante protesta ad Eva Petacci, che seppur in quel ruolo da
poco tempo, aveva ben presto imparato l’arte della menzogna felpata e
sorridente.
“Non ne so nulla, ti faccio sapere” le
rispose e nessuno seppe più nulla.
Gino, che, in quel periodo, aveva
cominciato a leggere la ricostruzione storica dei novecento giorni di
Leningrado, intuì che stavano preparando qualcosa, che chiamò appunto “operazione
Barbarossa”.
Avvertì Irene, suggerendo un attacco
preventivo, come una rivendicazione salariale per Lei stessa, che, da contratto
nazionale, ne deteneva il diritto da oltre un anno.
Irene non volle credere a quell’intuizione
e, come Stalin, fece l’errore di rimanere ferma.
Pochi giorni dopo il loro primo
anniversario, passato con un po’ di tensione, poiché, come al solito, Irene
non se la sentiva di passarlo con Gino lontano dalla banca, prendendo insieme
un giorno di ferie, arrivò la risposta mafiosa della Banca
alla protesta presentata e reiterata alla Petacci da Irene.
Arrivarono gli ispettori della revisione
interna.
Costoro, che, sulla carta, avevano
completa autonomia, non erano altro che i bravi di Don Rodrigo. Andavano ad
intimidire laddove i sette dirigenti sentivano aria di rivolta.
Questi signori altro non facevano che
spiare pervicacemente i loro stessi colleghi, senza, peraltro, averne le
capacità.
In tanti anni di Banca, Gino non vide un
solo ladro essere individuato dall’ispettorato.
Anzi: tutti coloro che furono
individuati furono segnalati loro dalla magistratura, a frittata ormai fatta,
con l’arresto già avvenuto.
Era una metodologia intimidatoria che Gino,
purtroppo, aveva imparato a conoscere bene sulla propria pelle.
I colleghi, compresa Irene, non la
conoscevano ancora.
18.
Quando i due sgherri, inviati dalla
santa sede, com’è chiamata in gergo la direzione centrale, si presentarono a
Scurzolengo, Irene non era ancora arrivata.
L’ atteggiamento era quello solito:
cercavano l’errore a prescindere e dovevano trovarlo.
Il capo missione era Giovanni Rabbia,
detto “Cocciapelata”, un abituale frequentatore di prostitute, ormai vicino
alla pensione. Il suo accompagnatore era Fabrizio Adulenti, un ragazzino
che, lustrando le scarpe giuste, aveva presto fatto carriera, diventando
il maggiordomo del capo Funzione Revisione Interna, Claudio Evangelisti.
In una normale ispezione, il vice
direttore “assiste a vista” gli ispettori; ma Alberta, che era l’inviata
permanente della Petacci, non mosse foglio e, durante i due giorni di visita,
non fu mai controllata.
Si capì immediatamente non trattarsi di
una normale Ispezione, ma di un vero e proprio agguato ad Irene, per metterla
in cattiva luce.
Stevo e Gino, con uno sguardo,
si capirono: toccava a loro aiutare Irene e lo fecero.
Fu un’ispezione dura e profonda, nella
quale Irene, Gino e Stevo lottarono punto su punto, facendo squadra.
Ad ogni minima anomalia, l’Adulenti
telefonava ad Evangelisti per edurlo dei progressi della missione.
Erano ridicoli; ma, nonostante la forza
intimidatoria che continuavano a vagheggiare, Stevo e Gino si mossero a
testuggine, per proteggere Irene ed il suo lavoro.
Irene, al tempo stesso, dal suo
ufficio, strategicamente vicino a quello dove Gino aveva piazzato i due sbirri,
riusciva a capire in anticipo dove avrebbero messo le mani.
Chi subì il controllo più capillare fu,
ovviamente, Gino; ma, come sempre, non trovarono nulla, se non le
classiche irregolarità formali che si trovano in tutte le casse d’ogni
agenzia.
Il lavoro difensivo che Irene, Stevo e Gino
riuscivano ad organizzare soltanto guardandosi negli occhi, procurò forte
imbarazzo alle due macchiette della Gestapo, che, dopo due giorni d’assalto,
si ritirarono con perdite.
Avrebbero, in seguito, tentato altri
assalti, fino a scegliere di distruggere quella squadra.
I due giorni di perquisizione furono
duri, tanto che, alla fine, Stevo aveva anche la febbre per lo stress, mentre Irene
era molto tesa e rabbuiata, avendo compreso che era cominciato quello che Gino
aveva previsto.
L’ unico che si sentiva bene era Gino:
abituato alla guerra, aveva sprigionato tutta la propria adrenalina, difendendo
la sua tribù con rabbia, non celando il disprezzo per i due inviati e per Alberta,
la basista interna, che, certamente, era stata avvertita con anticipo.
Gino, del resto, era definito “orso” da Irene e,
se attaccato, l’orso si difende: la sua Irene doveva essere difesa ad ogni
costo e così avvenne.
Finalmente, in quell’occasione, Irene
capì il vero valore e ruolo della sua vicedirettrice; ma non importava,
perché il vero nucleo della filiale consisteva in Lei, Gino e Stevo.
Irene si sentì nuovamente sotto attacco
quando Evangelisti inviò il verbale d’ispezione: bisognava rispondere e dalla
risposta dipendeva l’esito positivo o negativo dell’ispezione.
Un bollino rosso avrebbe comportato la
dissoluzione del gruppo che aveva creato, vero target dell’ispezione.
Gino, lette quelle cinque ridicole
cartelle, scritte male, intrise di castronerie, piene d’inesattezze e trappole,
palesanti la totale incompetenza di questi viscidi lacchè del
potere, decise che doveva mettere fine a quelle intimidazioni e si offrì
di scrivere la difesa.
La sua cerbiatta dagli occhi verde
smeraldo andava difesa con fermezza.
Lavorò per quattro notti, editando un
documento di quindici cartelle, nelle quali smontò e ridicolizzò ogni singola
contestazione, con antitesi al limite del linguaggio notarile, non
esitando, tra le righe, a far traspirare il sentimento di disprezzo verso quei
colleghi che non avevano fatto altro se non
tentare d’incastrare una lavoratrice onesta, colpevole, per i loro
neuroni immobili, di aver difeso e valorizzato Gino innanzi ad una direzione
centrale che, cocciutamente, viveva di preconcetti.
Irene eliminò i passaggi più aspri,
tipici della scrittura di Gino, firmò ed inviò.
Innanzi alla controdeduzione, non
contestabile, la Funzione Revisione Interna non poté far altro che concedere il
bollino verde, provvedendo, però, ad inoltrare una protesta alla Petacci, che
si affrettò a rappresentare ad Irene tutta l’irritazione per quella risposta
troppo dura.
Il primo attacco ad Irene era stato
respinto.
La BDI spa, tuttavia, non si arrese nell’intento
di piegare Irene ad una mentalità aziendalista.
Pochi giorni dopo, questa volta per
bocca di Gianna Balabanof, la direttrice centrale delle reti, fu comunicato ad Irene
che, per i volumi di lavoro di Scurzolengo, cinque addetti erano troppi: a Lei
stava scegliere chi sacrificare, tra Gino, Stevo e Rosanna Milanese - anche se
era di facile intuibilità a chi dovesse rinunciare, per dimostrare di essere
una di loro.
Irene non arretrò. Al di là del rapporto
personale, sapeva che Gino, professionalmente, era utile e confermò il suo
convincimento rinunciando a Rosanna, che, dal primo giugno 2017, sarebbe stata
assegnata all’agenzia di Carmagnola.
Scurzolengo, solo con loro tre perché su
Alberta non si poteva contare, avrebbe continuato a macinare utili in
letizia.
Irene, bravissima nel suo lavoro, riuscì
anche a ridurre in modo sostanzioso il costo del credito.
Sul lavoro, pertanto, pur consci
che insistevano manovre in corso, per il momento, andava tutto bene.
Ma Gino stava per commettere uno dei
suoi errori fatali, che rimpiange ancora ora e che Irene mai gli perdonò.
19.
Arrivò giugno: mese difficile da
affrontare per Gino, con la ferita della malattia del papà ancora aperta.
Amava solo Irene e
concentrava tutte le sue speranze di riscatto su di Lei, senza
realizzare che, all’orizzonte, si stava preparando la tempesta. Pensava di
avere più tempo; ma, in realtà, era sempre meno: Gino stava ballando sul
Titanic senza vedere l’iceberg che, di lì a poco, l’avrebbe affogato.
Ma a fare il primo buco nella barca fu
proprio lui: per amore di Neda, ma lo fece incuneando in Irene un
sentimento d’amore tradito, che, a caldo, Lei soffocò, usandolo a freddo quando
dovette giustificare la sua abiura.
Gino aveva più volte detto alla Crosta
di andarsi a prenotare le vacanze, perché, dopo l’anno precedente, non aveva
alcuna intenzione di andarsi a mangiare il fegato in sua compagnia ed Irene ne
era informata.
Le ferie desiderava passarle con Lei, ma
la Musa non se la sentì di prenderle in luglio. Ciro, sempre
Ciro, poteva solo ad agosto.
Inoltre, il riposizionamento d’Anastasia,
malgrado quello che aveva visto fare al Sultano, si completò fino a diventare
vero e proprio ostracismo contro Gino, alimentato con pervicacia ormai dall’intera
famiglia, compreso quell’incapace del Cognato.
Più in là nel tempo, se ne sarebbe
capita la motivazione.
La mamma di Gino, ormai raggiunta la
pensione, non voleva più saperne di continuare a gestire l’officina lasciata da
suo marito e cominciava a fare i capricci per chiudere.
In effetti, era più che altro un ricordo
del papà, perché utili non ne faceva; ma lasciar vivere quell’officina, per Gino,
era come tenere in vita una parte di Romeo.
Nel chiuderla, come poi fu
costretto a fare in novembre, gli sembrò di perdere suo papà una seconda
volta.
Era un periodo in cui in molti lo
tiravano per la giacca e una persona tentava di calmarlo: Irene, che,
poveretta, assorbiva tutto come una spugna, intossicandosi di veleno non suo.
Tornando al primo buco nello scafo: la
Crosta, finalmente, un sabato mattina, accompagnata da Neda, andò a prenotarsi
le vacanze in un villaggio vacanze in Sicilia. Per Gino, andava bene così.
Avrebbe finalmente avuto dieci giorni
interi da dedicare ad Irene… ma non aveva fatto i conti con sua figlia.
Nel pomeriggio di quel sabato, Neda
scoprì che, in vacanza, sarebbero andate solo lei e la mamma e ne chiese conto.
“Tuo padre non vuole venire con noi” fu la risposta della balena spiaggiata sul
divano.
Neda, dieci anni da compiere, corse
da Gino in lacrime, chiedendo perché lui non volesse andare in vacanza con lei.
Il padre provò a replicare che non era
vero, che con lei sarebbe andato volentieri e che, in ogni caso, laddove
sarebbe andata con la mamma non vi era posto per un terzo letto.
La madre, con perfidia, intervenne
subito: “Lì il posto non c’è, ma a Formentera sì e costa anche di meno”.
Neda iniziò subito un pressing d’amore e
di furbizia verso il padre, che, innanzi alla sua piccola piangente,
seppur riluttante e sapendo cosa stesse facendo, non poté fare altro che
capitolare.
Lo disse immediatamente ad Irene,
vergognandosi di quanto aveva appena fatto; ma Irene, ancora una volta,
dimostrò grande contegno, facendolo sentire ancora più colpevole:
“Per il bene di Neda, hai fatto la cosa giusta”.
Chissà, però, cosa realmente passava nel
suo cuore? Gino, per la prima volta, si era rimangiato le sue stesse parole. Irene
si sentiva sicuramente tradita: non tanto per la scelta di andare, ma per il
luogo scelto.
Formentera era stato il sogno di una
vacanza per loro due e basta: ora, Gino ci andava con la figlia e la tanto
invisa Crosta, che realmente non sopportava più.
Lui, Garbero, non era stato tutto d’un
pezzo e questo cambio improvviso di programma fece sicuramente soffrire Irene,
oltre a far crescere il dubbio che Gino non fosse la persona che Lei riteneva
di conoscere.
La verità è che, purtroppo, Gino, in
quella situazione, precaria da molto tempo, aveva perso la capacità di gestire
emozioni ed eventi.
Era un eterno moto armonico tra
romanticissimi voli pindarici con Irene e profonda depressione per il fatto di
non riuscire a realizzarli, innanzi ad una realtà che, ogni giorno, presentava
un ostacolo in più.
Pianse molto per quella scelta: sapeva d’essere colpevole
di tradimento.
La vacanza fu terribile e, ovviamente,
pianse anche lì, perché non aveva al suo fianco la sua Musa, la sua Cerbiatta,
che, probabilmente, stava piangendo a casa.
Formentera, senza Irene, valeva quanto
Vado Ligure: qualunque luogo, anche il paradiso terrestre, diventa una
prigione, un inferno, se sei con la persona sbagliata.
Gino si pentì anche di aver accondisceso
ai capricci di Neda.
Appena arrivata in loco,
prese nuovamente ad ignorare il padre.
La figlia aveva pianto lacrime
finte. Voleva solo la sicurezza di avere il risolutore di problemi vicino, nel
caso fosse necessario. E, in genere, i problemi di Neda e Crosta si risolvevano
con il bancomat di Gino. Aveva imparato bene dalla mamma, nonostante la tenera
età.
Orso telefonò due volte il giorno ad Irene
per l’intera settimana e le scrisse continuamente. Non vedeva l’ora di
tornare da Lei; ma quei giorni sembravano non passare più.
Come gli abitanti di Leningrado,
che, durante i novecento giorni d’assedio, trovarono come unica fonte d’approvvigionamento
la “strada della vita” pista costruita sul ghiaccio invernale del Ladoga, Gino
aveva ormai solo una strada da imboccare, prima che tutta la sua vita
sprofondasse nuovamente nella palude stigia.
Quella strada era Irene, già
basculante nei suoi sentimenti.
Gino, suo malgrado, non era “l’intelligentone”,
come, con sprezzo, lo definiva il Sultano, che nonostante i metodi usati ed al
netto dei tradimenti perpetrati alle spalle della moglie, stava continuando a
lottare per Irene.
Gino, probabilmente esausto, si era
seduto, quasi dando per certa Irene.
Ma l’amore è come il
fuoco: difficile da accendere, in seguito va alimentato, sempre.
Gino, da vero ebete, pagò il conto della
propria stoltezza tutto insieme.
È impossibile negare che l’odiato Sultano
sia stato più furbo di lui, oltre che abile stratega.
Era un vero ignorante; ma, nell’arte
di rimanere in ogni modo a galla, come tutti i rifiuti organici d’origine
umana, fu un vero fuoriclasse.
Ed infine, Irene trovò più rassicuranti
le continue bugie di Ciro che le montagne russe sui cui viaggiava l’animo
trasparente di Gino.
20.
Tornato da quell’incubo, Gino, ormai
sfibrato dalle continue tensioni in ogni campo, non si accorse dell’ultima,
vera occasione offerta da Irene per cambiare le loro vite.
Cerbiatta prese a valorizzare sempre più
la propria bellezza, già fuori da ogni confronto, indossando tacchi che
valorizzavano le sue caviglie e approfittando del caldo per indossare vestiti
sempre più corti, esaltanti le sue paradisiache curve.
Era la Venere del Botticelli, sempre più
una Top Model mancata, oltre che dolce, empatica, mamma esemplare e
professionista eccellente.
Non sopportava più il marito e la
medesima Crosta, ormai ostacoli da eliminare, spazzare via.
Doveva assolutamente sradicare Gino da
quella giostra di follia in cui era caduto e fece veramente di tutto; ma,
contestualmente, decise che quella sarebbe stata l’ultima occasione per Gino,
il quale, in queste cose sempre un po’ tonto, suo malgrado, non capì.
Era troppo concentrato su sé stesso,
sull’officina, sulle continue ondate d’odio che la Crosta gli rovesciava
addosso, sull’odio che provava verso la banca. Sulla continua ricerca di un
nuovo lavoro.
In quell’agosto, effettivamente, la
proposta di lavoro che aveva sempre cercato e che sapeva sicuramente svolgere,
arrivò.
Non disse nulla ad Irene e, uscito dal
lavoro, una sera andò al colloquio, dove, in realtà, avevano già l’assunzione
pronta.
Era il lavoro che attendeva da anni; ma,
trovatosi con la penna in mano e il contratto solo da firmare, gli sovvenne il
suo amore, la sua cerbiatta, i suoi occhi verdi, il suo sorriso, la sua bontà. “Se
vado via, non la vedo più e la perdo” pensò.
Posò la penna, ringraziò per la fiducia
riposta in lui e, lasciando sgomento chi aveva scartato tutte le altre
candidature per far posto a Gino, si alzò e andò via.
Irene non conobbe mai questa versione,
se non dopo che Lei stessa, come il Vesuvio a Pompei, l’ebbe
spazzato via, lasciandolo pietrificato.
Gino amava Irene più di sé stesso e
credeva che, alla fine, in un modo o nell’altro, sarebbero passati in mezzo a
tutte le bufere.
Non capì che la sua cerbiatta era
esausta e che doveva correre da Lei, hic
et nunc, prima che si arrendesse.
Quei quindici giorni d’agosto in cui
rimasero soli in agenzia furono belli, entusiasmanti, pieni di amore.
Purtroppo, né la Crosta, né il Sultano
li lasciarono tranquilli: la Crosta con continue richieste di denaro; Ciro, il
maschio padrone, con continue scenate di gelosia.
Si passava da momenti d’amore
incandescenti ad altri di pensierosi silenzi; Gino era troppo sotto stress
e per assumere il coraggio necessario a svoltare nella vita.
Irene comprese quello stato d’animo e,
sostanzialmente, si arrese.
Di quei giorni, Gino ricorda due
momenti: una mattina, si presentò in filiale il Sole; indossava un vestito
corto giallo, con tacchi vertiginosi; il corridoio del salone clienti
sembrava la passerella di un défilé de mode parigino. Le volò addosso da
subito e ci furono momenti veramente caldi, rovinati, con tempismo perfetto, da
un messaggio del Sultano.
L’ altro momento fu la resa d’Irene.
Cedendo ai suoi principi, chiese a Gino di fare l’amore in ufficio; ma Orso,
che voleva rispettare i convincimenti d’Irene, se ne uscì con una delle sue
frasi senza tatto:
“Amore,
lo sai che farlo qui significa scopare, non fare l’amore?”
Irene si arrabbiò molto e, uscendo dalla
filiale per andare dall’estetista, gli disse: “Ricordati questi momenti, perché
te ne pentirai!”.
Purtroppo, aveva ragione.
Dal quel giorno, molto lentamente, Irene
prese ad allontanarsi.
Lo amava, ma era rassegnata.
Gino, prostrato dal dovere di chiudere l’officina
di papà, quasi nemmeno si accorse di quel cambio d’umore.
Era un uomo totalmente allo sbando, che
avrebbe dovuto rendersi conto di aver bisogno di cure specifiche. Ma non
lo fece e, quando lo fece, era fuori tempo massimo, caduto nell’oblio d’Irene.
In più, la Bdi spa stava per sferrare l’atto
finale e definitivo, per obbligare Irene ad omologarsi ai lori canoni.
Era l’ipotesi che Gino più temeva, ma
arrivò; e, nel vedere quegli abbietti mercanti togliere l’anima, con l’aiuto di
Sultano, Anastasia e Nicola, ad una persona così delicata come Irene fu per lui
il più grande dolore.
La Banca, se un giorno Gino ritroverà le
forze, pagherà anche questo.
21.
Arrivò agosto e le vacanze d’Irene a
Cattolica.
Settembre e ottobre, nonostante il
compleanno di Gino, passarono e finirono senza felicità né ardore,
quasi con rassegnazione alla sconfitta.
Il 9 novembre, Gino mise i sigilli all’officina
di Papà: era triste; tuttavia, ora, poteva pensare solo ad Irene.
Non fece in tempo.
Il 5 dicembre 2017, Irene fu convocata
all’ufficio personale per comunicazioni. Tirava già una brutta aria, ma l’avvento
fu peggiore d’ogni previsione.
Fu trasferita dal 2 gennaio 2018 presso
l’agenzia 19 di Via Filadelfia a Torino, senza aumento salariale, perché,
sentenziò Wally Sarfatti, in compagnia di Balabanof, Petacci e Farinacci, “doveva
ancora dimostrare di meritarlo”.
Andava a prendere il posto dell’odiata
Genovaffa Sappé, altro strisciante rampicante dello Zoo BDI spa, la quale
sarebbe andata a dirigere, lei sì, come quadro direttivo, l’agenzia
di Stupinigi; mentre a Scurzolengo sarebbe giunto Ernesto Novarino, direttore
vicino alla pensione, senza più alcun interesse, se non raggiungere in
tranquillità la quiescenza.
Gino capì immediatamente cosa dovesse
pagare Irene: il muro alzato a difesa dello stesso Gino.
Nella forma mentis dei membri, il dissacrato conclave, era inconcepibile
che una direttrice di recente nomina si permettesse di trascurare le loro
verità dogmatiche per farsi un’idea con la propria testa.
I sottoposti, in particolare, coloro cui
era stata affidata una responsabilità, doveva essere didascalici megafoni
del verbo aziendale.
Nel ruolo di quadro direttivo, una
divergente non era contemplata.
Purtroppo per Irene, l’idea
professionale che si era fatta di Gino era lontana anni luce dai
preconcetti ormai cristallizzati che Garbero si portava sulle spalle da
anni.
Irene non aveva voluto trasferirlo e la
Santa Sede, per mezzo del collegio cardinalizio, la punì.
Uscì da quell’incontro sconvolta,
bisognosa solo di essere abbracciata. Gino, spaventato all’idea di perderla,
cadde nell’ennesimo errore.
Irene stava così male che avrebbe potuto
tranquillamente andare a casa e piazzarsi in malattia per mesi; ma volle andare
da Gino.
Garbero voleva starle vicino e aiutarla
a combattere contro questa decisione; ma quello che non capì fu lo stato
psicologico d’Irene.
Dopo anni passati a combattere per lui,
a casa e al lavoro, Irene chiedeva solo abbracci e coccole; mentre Gino,
palesemente alterato, profondamente inferocito con la Banca, la voleva spingere
ad una guerra giudiziaria, per opporsi al trasferimento ed ottenere il
riconoscimento economico che le spettava.
Irene, tuttavia, non era fatta per
questo tipo di battaglie, men che meno in quel momento di totale sconforto. Gino
non la capì e, invece di abbracciarla, baciarla, starle vicino ogni secondo,
non faceva altro che invitarla a combattere. Ma Irene aveva già combattuto
troppo per lui, ritrovandosi esausta, sfinita, sfilacciata.
Gino, con il suo comportamento,
rifiutando anche di andare alla cena natalizia con i colleghi,
altro non fece che lasciare campo libero al Sultano, che non perse tempo
nel prenderselo.
Quella sera, Irene, in cerca di conforto
e consigli, invitò tutta la sua famiglia a cena e, dalla mattina seguente, fu
lapalissiano il cambio di comportamento. Senza fallo, durante quella cena,
non parlarono solo dell’indegno comportamento della Banca, ma anche delle
cause. Ed il primo colpevole era anche il bersaglio più facile: Gino, colui che
la amava incondizionatamente e che stava soffrendo per Lei, perfettamente
consapevole che, nel non vedersi più, il rischio di rottura fosse
altissimo. Irene si arrese anche alle pressioni dei congiunti.
Ora, Gino sa di avere sbagliato a
non andare a quella cena tra colleghi: avrebbe avuto la possibilità di stare
con Lei, per farle comprendere quanto l’amasse, invece di continuare a
bastonarla.
Garbero fu un vero idiota: in buona
fede, ma uno stolto che stava prendendo a picconate l’amore d’Irene, senza
nemmeno rendersene conto.
L’ amava follemente; era tormentato per
il prossimo distacco e la disperazione fa commettere sbagli insani, che poi si
pagano.
Se, a tutto questo, si aggiunge il
cinico tatticismo che il Sultano mise subito in campo, è facile
intuire come, per i progetti d’Irene e Gino, fossero giunti gli
ultimi giorni di Pompei.
Gli estremi venti giorni di lavoro
insieme furono duri.
Era Irene che, pur allontanandosi
impercettibilmente, poco alla volta, doveva tenere calmo Gino, in pieno furore
ideologico contro la Banca. Non esitò a dichiarare pubblicamente, a favore
delle orecchie d’Alberta, certo che le sue parole sarebbero arrivate a chi
voleva giungessero, che, dal 2018, il suo modus
operandi sarebbe nuovamente tornato in settaggio “peso morto”.
La Banca meritava solo questo: farsi
rubare lo stipendio.
Come previsto, in pochi giorni, la
Petacci si presentò in filiale, evidentemente preoccupata per il dissenso che
avevano fatto tornare a galla e che Irene, con il suo modo d’essere, aveva
sopito.
A Lei disse che non doveva
considerarla una punizione, ma, al contrario, un’occasione per dimostrare il
suo vero valore e seppur non volesse concedere udienza alla bassa manovalanza Gino
non esitò a rincorrerla, per manifestare tutta la sua rabbia: “Con questa
scellerata decisione, smontate una squadra che funziona e mi gioco una
mano che, grazie a questo errore, tra massimo un anno Scurzolengo la
chiudete!”.
Sbagliò di tre mesi, perché Scurzolengo
sarebbe stata chiusa un anno e tre mesi dopo il trasferimento d’Irene.
Gino, ormai depauperato della sua Amata
Musa, pensò che, per Irene, se proprio non potevano lavorare insieme, sarebbe
stato meglio cambiare aria, datore di lavoro che, nel caso del Dottor Venezia e
della sua corte di nani esecutori, sarebbe più calzante definire “datore di livore”.
Qualunque altra banca le avrebbe steso
il tappeto rosso davanti per averla, pagandola per quanto effettivamente
valeva.
Sovvenne alla mente di Garbero la
penna che Papà Romeo aveva donato lui tanti anni prima, con l’augurio di
utilizzarla per firmare le dimissioni da quella loggia massonica presso
cui stava scontando un ergastolo retribuito.
Orso, ormai, era troppo vecchio e troppo
demansionato per avere successo in quella missione; ma per Irene, se solo
avesse voluto, le porte sarebbero state aperte ovunque.
Decise che quella penna sarebbe stata d’Irene,
perché era stato papà a volere il loro incontro.
Fu l’ultimo regalo accettato da Irene,
seppur con riluttanza, perché, in quel Natale 2017, arrivò la prima di una
lunga serie di docce scozzesi.
Lo fece con le lacrime agli occhi,
ma pronunciò una frase dura da digerire per Gino: “Non sono sicura di
amarti ancora”.
Garbero giustificò quella frase con lo
sconforto e le pressioni che stava patendo.
In realtà, si stava preparando per
entrambi un 2018 terrifico, che avrebbe spazzato via ogni segno di Gino dalla
vita d’Irene.
Vide per l’ultima volta la sua musa in
veste d’Amata Direttrice il 28 dicembre - ed erano soli.
Piansero per l’intera giornata, quasi
fosse chiaro ad entrambi che fine avrebbe fatto il loro amore.
Gino rivide Irene in solo altre,
rare occasioni: l’ultima, l’8 agosto 2018.
Poco dopo, con ogni probabilità anche la
Montblanc di Papà Romeo finì in un “fuoco purificatore” acceso dal
Sultano, con tutti i libri che Gino aveva donato ad Irene.
22.
Il 2018 fu per Gino un bombardamento
ininterrotto di palle incatenate, come in una battaglia medievale.
Ne uscì distrutto e senza più nulla in
cui sperare.
Gino e Irene si videro subito, il 2
gennaio, dandosi appuntamento per la colazione alle 7 del
mattino. Dovevano farsi forza a vicenda.
Lei finiva in un’agenzia tosta, dove non
conosceva nessuno e non avrebbe potuto fidarsi di nessuno, mentre Orso
sarebbe tornato ad essere il reietto dello Zoo.
Quella mattina, si baciarono a lungo.
Non volevano andare al lavoro e già si mancavano; ma, di lì a pochi mesi, Irene avrebbe
dato il “acta est fabula”
senza applausi.
Nei primi giorni di gennaio, Gino
dovette essere il tuttofare di un’agenzia già allo sbando: era solo in
filiale con Ernesto, bravo uomo, ma del tutto incapace d’ogni
operatività.
Ogni scusa era buona per telefonarsi
reciprocamente. Peccato che il vice d’Irene facesse la medesima cosa con
Ernesto: entrambi avevano almeno una spia in agenzia.
La situazione operativa della filiale di
Via Filadelfia era a dir poco lasca.
Il primo giorno, Irene uscì alle 19,
dopo aver scoperto un’eccedenza di settemila euro, mai dichiarata nei mesi o
anni precedenti.
Il cassiere Gustavo era un vecchio
scapolo che non si era mai sposato, sicuramente poco operativo e molto incline
al pettegolezzo.
Irene era in crisi, comprendendo che
nessuno dei suoi sottoposti era affidabile, compreso il vicedirettore Claudio
Frate, che, considerata la scuola ricevuta, era anch’egli troppo distante
dal suo modo di lavorare.
Trattavasi di un lacchè della Genoveffa
Sappé, che non lasciava passare giorno senza presentarsi in filiale per
comunicare la traslazione a Stupinigi di questo o quel cliente.
Irene diventava ogni giorno più
insofferente, nervosa, in visibile difficoltà. Lei, tuttavia, non voleva fare
la guerra e decise di continuare ad impegnarsi per riportare la filiale dentro
i canoni di una corretta operatività.
Ma tutto questo nuovo carico di
responsabilità e difficoltà la stava piegando: era inevitabile che, prima
o dopo, avrebbe deciso di fare ordine all’interno dello “zaino delle pietre”
che ogni giorno si portava sulle spalle.
Purtroppo per Gino, considerò come primo
peso morto proprio lui stesso, probabilmente il più facile da eliminare.
Nel mentre, a Scurzolengo, Gino, preso
dall’impeto del Cupio Dissolvi, non faceva altro che chiudere conti.
Ne chiuse trenta nei primi dieci giorni
dell’anno; il suo obiettivo era sabotare la Banca e ci riusciva
benissimo.
Si rividero nuovamente sabato 13 gennaio
2018, dandosi appuntamento in una libreria.
Irene era però terrorizzata all’idea di
essere scoperta e quell’incontro durò poco meno di un’ora.
Aveva fretta di andare via, tanto che Gino
prese a dubitare che avesse acconsentito a vederlo solo per farlo
contento.
Nonostante le convinzioni d’Irene, Gino
stava seriamente lottando per Lei: già da un mese, stava chiedendo alla mamma
di tornare a casa.
Tuttavia, seppur i rapporti con mamma
Anna fossero buoni, non era mai esistito con lei il legame stretto che aveva
avuto con papà Romeo.
Come se non bastasse, un’altra tegola
stava per abbattersi sul loro amore. Papà Pietro, anch’egli il genitore più
caro ad Irene, dovette essere ricoverato per una delicata operazione allo
stomaco.
Fortunatamente, andò tutto bene; ma Irene
passò altre due settimane di tensione sempre più alta, nelle quali,
giustamente, non poteva vedere Gino che, però, rimase l’unico a restarle
vicino.
“Stai tranquilla, amore mio: quando
decidono di operare, è sempre una bella notizia” le ripeteva, pensandolo vero.
Oggigiorno, la medicina ospedaliera è
solo difensiva: se un chirurgo decide di operare, è perché ha la certezza di
risolvere il problema.
Gino lo sapeva bene: per il suo Papà,
non tentarono mai un intervento.
E cosa fece il Sultano,
che, secondo le parole d’Irene, tanto l’avrebbe “aiutata” nel
2018, in quella situazione? Assolutamente nulla.
Continuò, con la scusa del lavoro, a fare la
propria vita, a pretendere il desinare caldo per pranzo e cena, senza
lavare una posata e non si fece mai vedere in ospedale; continuò a frequentare
la sua amante partenopea.
Congruente col suo egoismo, si muoveva
solo quando gli conveniva.
Gino in ospedale, ovviamente, non poteva
andare; ma non lasciò sola Irene nemmeno un minuto.
Non appena il papà fu fuori pericolo,
ordinò, tramite EuroFlora, un bonsai da farle consegnare in filiale il 14
febbraio.
L’ amava e doveva essere sempre
presente, nell’attesa di trovare un buco dove andare a vivere.
Irene sapeva che Gino, nonostante le
scarse possibilità economiche, si era deciso a muoversi e, forse, proprio
questo la spaventò.
Un lunedì di fine gennaio, con papà
Pietro già dimesso ed in buona forma, Irene aveva un atto di mutuo fuori
sede.
Con la scusa che Scurzolengo era più
vicina allo studio notarile, passò da Gino per farsi emettere gli assegni
circolari.
Rubarono un’altra ora d’amore alla
cattiveria che li cingeva sempre più, mentre, in agguato, si celava un’altra
crisi.
Gino non si accontentava di poter veder Irene
per poco tempo, così poche volte: Lei gli mancava tanto.
La situazione a Scurzolengo era cambiata
in modo radicale: dalle continue risate, si era passati al silenzio assoluto.
Sia Gino che Stevo non si trovavano più
bene. Stevo, tuttavia, fuori di lì aveva una vita. Gino no. Era
maledettamente solo e, ogni sabato e domenica, pregava Irene, per poterla
vedere.
Irene sembrava dare priorità ad altro,
anche se provò a riavvicinare il suo Orso a sé.
Il suo cassiere proprio non funzionava e
Cerbiatta, alla visita mensile della Petacci, lo evidenziò. Eva, la finta
amica, le chiese se volesse Gino. Irene, rispose, con finta distanza: “Se me lo
rimandate, lo riprendo volentieri”.
Raccontò immediatamente tutto a Gino ed
effettivamente, pochi minuti dopo, Eva Petacci telefonò a Scurzolengo,
chiedendo di parlare con Ernesto.
Orso consumò due giorni in trepidante
attesa. Forse, la separazione non sarebbe durata così a lungo. Ma, una volta
ancora, giunse la doccia gelata: “Lo spostamento comporterebbe troppi movimenti
di personale e non hanno voluto farlo”. Questo il Whatsapp, notevolmente
freddo, con cui Irene comunicò il nulla di fatto.
Gino, ben consapevole che gli
incappucciati, quando volevano e se volevano, facevano tutto senza troppi scrupoli,
rimase interdetto.
Erano loro che non avevano voluto o Lei
che aveva cambiato idea?
Non ebbe mai il coraggio di fare quella
domanda, perché notò in Irene un nuovo sbalzo umorale: quasi avesse paura di
continuare a lottare e avesse ormai deciso di acconciarsi a quell’agenzia, così
come le era stata consegnata.
Domenica 11 febbraio, nella telefonata
del mattino, chiese a Gino di non inviarLe libri in agenzia perché, intorno a
sé, aveva troppe spie.
Gino, oltre a rimanere malmostoso per
quella richiesta, fu sopraffatto dal pensiero che, il 14 febbraio, sarebbe
dovuto arrivare il bonsai e lo confessò in anticipo, per darle modo di
prepararsi una reazione credibile innanzi ai colleghi.
Quella che non si aspettava era la
sua, di reazione.
Con argomenti abbacinanti, Irene
sostenne che quel gesto la metteva in difficoltà.
Gino capì che l’immagine
professionale, per Irene, era ben più importante di lui stesso.
Irene aveva una paura blu della
direzione ed aveva ormai deciso che, se ci fosse stato da
scegliere tra la carriera in quella cloaca e Gino, avrebbe scelto la
Banca.
Garbero ci rimase malissimo e, ferito
nell’orgoglio, si acconciò ad annullare l’ordine; ma la rabbia era esplosa e,
quando si è arrabbiati, in amore si fa solo danni.
Nella telefonata del pomeriggio, Irene
sembrava volersi scusare per quelle parole; ma Gino, ormai fuori controllo,
aveva già deciso di darle una lezione.
Incapace di accettare l’ipotassi al
fanatismo capitalista della Banca, non voleva più sentir verbo, espirando uno
sproloquio intriso di cattiveria.
Era offeso, arrabbiato e aveva scelto di
anticipare ciò che, a suo parere, stava per fare Lei. Non voleva più sentirla e
chiuse la telefonata con una frase glaciale: “Buona vita, Irene”.
Errore fatale. Liberò sempre più
il campo a Sultano e Anastasia.
Irene, dopo la telefonata, si accasciò a
terra piangente, si sentì male.
Ma, se amava così tanto Gino, perché si
stava comportando così? Perché lo faceva sentire un peso?
Perché non diceva a tutti quello che
provava? Gino era pronto da tempo; ma Lei faceva finta di non vedere, né
sentire.
Probabilmente, era annebbiata
per lo stordimento del colpo a freddo che le aveva riservato la Banca,
dalla reazione rabbiosa di Gino contro la banca, dalla continua pressione che
le riservava l’intera famiglia.
Orso non stava meglio: pochi minuti dopo
quella telefonata, sentiva già la mancanza del suo amore e avrebbe voluto
prendere subito il telefono per chiederle scusa; ma la finestra utile per la
telefonata del pomeriggio si era chiusa. In casa, avrebbe potuto esserci il
Sultano.
Ciro, effettivamente, arrivò subito
dopo e non perse occasione per farsi vedere più che premuroso verso la
moglie che aveva appena finito di tradire a casa della sua Nunzia.
Irene stava male, ma Gino stava
peggio.
Doveva liberarsi della Crosta: ormai,
era urgentissimo.
Le litigate andarono avanti, con sempre
maggiore intensità, fino al 4 marzo, giorno delle elezioni politiche nazionali,
quando Gino esplose, come una bomba, davanti a sua figlia Neda.
“Te ne devi andare da casa mia! Rivoglio
la mia vita!” urlò con forza inaudita, oltre ad una serie di contumelie.
A Gino mancava disperatamente Irene, che
non sentiva dall’11 febbraio. Voleva andare a prenderla per
rimanerle accanto tutta la vita.
Non si fece certo onore a pensarlo, ma,
in quel momento, non aveva alcun interesse nemmeno per sua Figlia, trasformata
in un ricatto a cui non poteva più piegarsi. Sapeva di essere un padre
alienato, un corollario con portafoglio e, se doveva essere così,
voleva indietro la sua vita.
Offrì alla Crosta 400 euro al mese,
oltre all’assistenza di Nonna Anna per Neda; ma la madre di sua
figlia avrebbe dovuto andarsene di casa.
Se, invece, avesse dovuto andarsene lui,
quei 400 euro gli sarebbero serviti per pagarsi un affitto. Alla Crosta sarebbe
rimasta la casa, in comodato gratuito fino alla maggiore età di Neda; ma le
spese correnti sarebbero state a carico suo. La Vigliacca non accettò né una
soluzione, né l’altra.
Si ritrovò in casa madre e fratello
scemo della medesima interdetta, argomentanti solo d’avvocati.
Offrì loro di acquistare la casa ad un
prezzo ribassato, fuori mercato, che, però, gli avrebbe consentito di
estinguere il mutuo e di avere a disposizione una piccola somma
per ricominciare.
La vecchia Suocera aveva i soldi, ma rifiutò.
Perché pagare una casa che avrebbero potuto avere gratis usando la bambina come
ostaggio? Li cacciò.
Decise di cercarsi una casa, quindi facessero
quello che volevano.
Era esausto: scrisse ad Irene l’accaduto
e le proprie decisioni, senza nemmeno sapere se gli avrebbe risposto. Poi
si mise in malattia, perché era sfinito.
Continuare a lavorare senza vedere Irene,
per far guadagnare altre ricchezze al famigerato Venezia, senza poter
vivere la vita, continuando a fare da bancomat ad una balena spiaggiata, non
era più sua intenzione.
Ed era seriamente intenzionato a non
recedere.
Fu Irene, ancora una volta, a mettersi
al suo fianco per farlo tornare al lavoro. Ci mise una settimana, ma ci
riuscì.
Gino, in quella settimana, scaricò
su Irene tutte le sue frustrazioni, senza rendersi conto che non le aveva
nemmeno presentato le scuse.
La sentiva almeno tre volte al giorno,
aggiornandola sugli sviluppi della ricerca di un buco dove trasferirsi, mentre
la Crosta continuava a rifiutare ogni offerta, rispondendo con un mantra: se la
vedranno gli avvocati.
Ma Gino aveva un solo obiettivo: andare
via di casa, per averne una tutta sua dove aspettare Irene. Con lei
vicino, si sentiva invincibile.
Le palle incatenate, però, non trovavano
soluzione di continuità.
Gino rientrò al lavoro il 12 marzo,
nervoso e preoccupato per la guerra che lo attendeva.
Al tempo stesso, era combattivo,
convinto che fosse arrivata la volta buona per svoltare.
Aveva già visto alcuni piccoli
monolocali, tra cui un bel loft soppalcato, completamente arredato ad un prezzo
equo. Non aveva il parcheggio, ma andava bene egualmente, perché, proprio
innanzi, ne insisteva uno pubblico e gratuito.
Era deciso: il sabato avrebbe
corrisposto la caparra e lo avrebbe detto ad Irene, per farle una sorpresa.
La Crosta avrebbe potuto dichiarare
tutte le guerre che voleva: Gino aveva trovato il coraggio per combattere
e, così facendo, del suo stipendio non restava più nulla. Per bravo che fosse
il suo avvocato e per idiota che potesse essere il giudice, più della casa,
interamente di proprietà di Gino, non avrebbe potuto ottenere.
“Sed qui gladio ferit,
gladio perit”.
Mercoledì 14 marzo, arrivò, come una
tempesta in mare aperto, un messaggio d’Irene: “Scusami, ho bisogno di stare
tranquilla per un po’, mi faccio sentire io in fin di settimana”.
Gino rimase basito e tramortito, per
quello che aveva appena letto.
Certo: lo aveva fatto anche lui, per
periodi ben più lunghi, e Lei chiedeva solo tre giorni; ma, almeno, Gino aveva
sempre spiegato il motivo.
Questo, Irene, come avrebbe dovuto
imparare a digerire da quel giorno fino alla crisi finale di luglio, non lo
faceva mai.
Gino cadde in un girone dantesco e non
fu più lui.
Cominciò prima a chiamarla, ma non
rispondeva; poi a scriverle, ma non rispondeva in ogni caso.
Quando, finalmente, Irene, dopo continue
chiamate, si decise a rispondere, manifestò che si sentiva sfibrata e che
voleva solo tranquillità, ma che, con l’atteggiamento di Gino, si stava
spaventando e, se fosse continuato, sarebbe stata costretta a chiedere aiuto al
marito. Stava tornando da quel delinquente!
Gino andò sotto shock e, questa volta,
da solo sentiva di non potercela fare. La depressione l’aveva già colpito in
passato e n’era sempre uscito da solo, con la forza di volontà.
In quella situazione, tuttavia, con
tutto il pregresso sulle spalle, il silenzio d’Irene era corrosivo.
Solo molto tempo dopo, accorpando i
pezzi del puzzle, avrebbe capito: il Sultano Ciro era partito in trasferta per
Linz, in Austria, ed Irene, mai rimasta lontana dal marito, tranne la famosa
notte del primo dell’anno, aveva accusato il colpo. Aveva avuto un moto di
gelosia e, probabilmente, pensava che il fedifrago impenitente si fosse portato
dietro l’amante Annunziata - e magari l’aveva fatto, anche.
Voleva capire se sentisse di più il
bisogno di Gino o del Sultano e certamente Garbero, se avesse saputo
quella verità, non l’avrebbe presa bene.
Irene, che aveva sempre accusato Gino di
non avere coraggio, in quel momento si stava testando, senza precludersi le due
strade.
Ma Gino tutto ciò non lo sapeva,
attribuendo quel comportamento ad una vendetta.
Per calmarsi, dormire un po’, non
marcire d’ansia e smettere di umiliarsi con telefonate inutili, per la
prima volta nella propria vita, accettò la chimica che la dottoressa gli
proponeva da anni: Alprazolam a rilascio prolungato per stare tranquillo nelle
ore diurne e gocce di Dolerazepam la sera per dormire.
Non n’era felice, ma da solo non poteva
più farcela.
Imbottito di chimica, per un breve
periodo riuscì a calmarsi, lasciandola in pace, anche se ora, con gli
occhi della sconfitta, Gino è convinto che Irene, in quell’occasione, non sia
stata leale, anche se, con tutto quello che aveva combinato Gino, era normale
che la sua Musa, non potesse essere confidente in lui.
Alla luce dell’accaduto, Gino rinunciò
al loft, sbagliando ancora una volta. Ormai, avrebbe fatto un errore dopo l’altro.
23.
I tre giorni richiesti da Irene
divennero cinque, o forse più; ma, come aveva promesso, la settimana successiva
si fece sentire.
Per Gino, purtroppo, non fu un bel
sentire. Parlava solo del Sultano e di cosa avrebbero fatto con Lucia.
Garbero, seppur chetato dalla chimica,
capiva che si stava umiliando, perché Lei, la sua pasticcina, la donna che solo
pochi mesi prima usciva dalla filiale per correre in farmacia a comprare un
Buscopan per il suo amore in preda ad una colica, verteva sempre più i loro
colloqui su argomenti evasivi.
Gli parlava per non farlo soffrire e
teneva aperta una porta, nel caso il riavvicinamento con Ciro, il fedifrago,
non avesse funzionato.
Gino si accontentava anche di questo, ma
stava scoppiando di gelosia.
Sapeva che Ciro era un furbastro e
sapeva che Irene, in quel momento critico, al lavoro e a casa, era una canna al
vento.
Avrebbe dovuto stare fermo e sperare che
la crisi passasse.
Gino, però, proprio non sapeva stare
fermo: continuava a far frullare il cervello alla ricerca di una soluzione,
senza comprendere che, a volte, una soluzione non c’è.
Il sabato successivo al 19 marzo, che Neda,
ben istruita dalla madre, aveva ignorato a piè pari, mentre il Sultano era
festeggiato da moglie e figlia con tanto di torta, Garbero si umiliò ancora una
volta, credendo nella bontà dell’animo umano, che in realtà è presente solo in
rarissimi esemplari.
Quel pomeriggio, mentre il Sultano e Irene
erano insieme al Palasport per il torneo di pallavolo di Lucia, Gino era solo,
come sempre, sul letto del suo papà.
Stava male, in preda all’ansia, con Irene
che scriveva qualche messaggio per tenerlo tranquillo.
Gli voleva ancora bene; ma era ormai più
che probabile che, nella sua agenda delle cose da fare, avesse inserito la
voce: “Cancellare Gino dalla mia vita”.
In quel vortice di pensieri solitari,
giunse Anastasia.
Gino sapeva di essere osteggiato da lei,
sebbene, per la descrizione che ne faceva Irene, fosse la ragazza più buona del
mondo, molto intelligente e di mentalità tollerante.
Orso, ormai sempre più risucchiato dalle
sabbie mobili della gelosia, ritenne che, per la descrizione che n’aveva, provare
a parlarle sarebbe stato utile.
Sapeva dove lavorava ed ebbe la
sciagurata idea di telefonare per chiederle udienza. Pensava che un animo così
sensibile, com’era stato descritto da Irene, se lo avesse conosciuto di
persona, avrebbe potuto cambiare idea e quindi smetterla di mettersi di
traverso, pressando la sorella con ingiustificabili ricatti morali.
Dopotutto, era una ragazza in buona
fede: avrebbe sicuramente cambiato idea, dopo aver visto con i suoi occhi.
Almeno, questa era la congettura che il cervello di Gino, ormai sconnesso dalla
realtà e dal buon senso, aveva partorito.
La telefonata durò forse un minuto ed
Anastasia si dimostrò del tutto priva d’empatia.
Quella donna bruttina, che,
probabilmente, provava invidia per la bellezza inarrivabile della Sorella, tutt’
altro che buona, sfoderò tutto il suo veleno per far cadere su Gino un diluvio
di guano.
Non solo lo trattò come un pericoloso
maniaco, neanche fosse il mostro di Firenze, ma spiattellò tutto a suo cognato
prima ancora di dirlo a sua sorella.
In quell’occasione, Gino comprese, come
già spiegato in precedenza, che Sultano e Cognati erano complici nel cercare di
annientarlo.
Se, poi, l’Orso d’Irene continuava a
farsi autogol, la missione diventava semplice.
Sentì Irene una volta sola ancora e le
sue ultime parole furono: “Non sei mai contento: ti avevo scritto tutto il
giorno e tu mi hai messo in difficoltà. Io non posso più aiutarti e ora
lasciami tranquilla, perché non voglio più sentirti”.
Gino, ormai crollato in uno stato
catatonico, non ebbe più la forza per fare nulla. Non controllava né sé stesso,
né chi s’ interfacciava con lui.
Non si fidava nemmeno più dei propri
pensieri; smise, in sostanza, di parlare, cominciando anche a somatizzare la
propria instabilità psicologica e non vi era mattina che non fosse colpito da
emesi.
Stevo e Fiammetta, appena rientrata
dalla maternità, ignari di tutto, erano seriamente preoccupati per la sua
salute.
Lo rispedirono a casa più volte e lo
invitarono anche a mettersi in malattia per fare degli accertamenti.
Stare a casa, però, dove ostava un altro
nemico, era peggio.
Cominciò a portarsi dietro le pastiglie
di Lorazepam, da sciogliere sotto la lingua non appena sentiva alzarsi la marea
dell’ansia, per fermare almeno gli imbarazzanti momenti di rivoluzione di
stomaco.
Riusciva così a rimanere al lavoro; ma,
ormai, era l’ombra di sé stesso. Aveva perso.
In casa, ormai, rispondeva solo “Sì” a
qualunque fesseria avanzasse la Crosta.
Fiutato anche da lei l’odore del sangue,
illudendosi che lo stato di Garbero fosse causato dall’idea di perdere lei, il
30 marzo gli fece prenotare l’ennesima vacanza estiva a Formentera: ovviamente,
a spese dello stesso Gino, che, in realtà, non sapeva neanche più chi fosse.
Diede l’assenso; ma quella vacanza, estorta in quel modo ad un’ameba, altro non
era che circonvenzione d’incapace.
Garbero avrebbe pagato cara questa
mancanza di discernimento.
24.
Passavano i giorni e la situazione non
cambiava. Irene, chiusa nel proprio silenzio, ormai fattasi concava e convessa
per cercare di recuperare il rapporto con Don Ciro, che continuava ovviamente a
ricattarla usando come ostaggio il cognato e la stabilità economica d’Anastasia,
non rispondeva mai ai pochi messaggi che Gino timidamente provava ad inviarle,
anche con un solo: “Come stai?”.
Pasqua fu la prima di una lunga serie di
feste comandate per le quali Irene non scrisse più nemmeno un messaggio d’auguri.
Orso era diventato assente dai suoi
pensieri.
Il Sultano imperava; ma, evidentemente
troppo stupido per gestire anche una vittoria, probabilmente esagerò, facendo
scattare in Irene un sussulto d’orgoglio.
Gino non chiese mai cosa accadde; ma, se
sabato 20 aprile Irene si fece risentire, qualcosa doveva essere
accaduto.
Trovò un messaggio sul telefonino: “Ciao,
posso chiamarti?”. Un po’ preoccupato, discernendo ogni sua eventuale colpa,
chiamò lui immediatamente.
“Ciao Irene, cosa ho fatto ora?” - “Nulla,
mi piacerebbe vederti, puoi oggi pomeriggio?”
Non se lo fece dire due volte e corse
sul luogo dell’appuntamento: il Parco della Colletta a Torino, strategicamente
abbastanza lontano da incontri critici.
Fu il pomeriggio più intenso della loro
relazione, l’apogeo prima della fine.
Appena si videro, dopo un lungo periodo
di rinunce, nessuno dei due riuscì a controllare l’istinto di correre per
abbracciarsi. Restarono in quella posizione per un buon quarto d’ora. Nessuno
voleva mollare la presa, nessuno poteva rinunciare a sentire il cuore dell’altro.
Gino continuava a ripetere: “Ti amo, ti
amo, ti amo…” e Irene gli faceva da eco.
Trovata la forza di sganciarsi, si
tennero per mano in una lunga passeggiata nel bellissimo parco riscaldato sole
primaverile.
Infine, trovarono una panchina isolata
all’ombra di una quercia.
Le loro mani erano ancora intrecciate;
cominciarono a baciarsi e non smisero più per oltre tre ore. Parlarono solo di
sé stessi, nessun altro era nei loro pensieri. Avevano entrambi una voglia non
coercibile di fare l’amore, ma non avevano dove andare e Gino non voleva
portarla in hotel.
Quel pomeriggio ebbe due soli
crucci.
Il primo era non aver affittato quel
loft poco più di un mese prima, perché in quel momento, invece che stare sulla
panchina, sarebbero stati a casa sua e, quasi certamente, Irene si sarebbe
fermata anche a dormire.
Al secondo, in quel momento, non voleva
pensare, perché quella vacanza a Formentera estorta dalla Crosta quando era in
piena catalessi aveva già deciso di annullarla.
Fu la prima ed ultima verità che
nascose al suo grande, unico, irripetibile amore.
Irene gli chiese: “Dimmi: cosa vorresti,
ora?”
“Vorrei che, finito questo stupendo
pomeriggio, tu andassi a casa, buttassi tuo marito fuori di casa, spiegassi a
Lucia la situazione e che mi scrivessi: ‘Vieni, Amore: la cena è pronta, La Casa Russia è pronta per la tua lettura
a voce alta, la mia lingeria è qui che aspetta di essere sfilata’.”
Ad Irene scesero le lacrime e lo baciò
fino a morderlo. “Dammi tempo e lo farò e tu sarai il mio ultimo uomo. Ma
niente più scherzi, Gino! Promesso?”
Gino promise, sentendosi un vigliacco,
perché Formentera non l’aveva confessata; ma era deciso ad annullare, qualunque
cruccio avesse creato Neda.
L’ accompagnò fino all’auto, la
abbracciò e baciò ancora. Gino era felice, deciso a tutto per Lei.
Si scrissero per tutto il week-end, come
fino a pochi mesi prima. Contestualmente, Gino comunicò prima a Neda e poi alla
Crosta che non era sua intenzione andare a Formentera. “Le condizioni non c’
erano neanche al momento della prenotazione; ma, in quel momento, non ero in me
e tu ne hai approfittato”.
Neda la prese malissimo; ma, questa
volta, Gino non arretrò. Prima o dopo, avrebbe capito anche la bimba e avrebbe
potuto beneficiare di una vera mamma. Magari, solo due giorni a settimana, ma
certamente avrebbe compreso la differenza.
Almeno, questo era quanto progettava Gino.
Il lunedì mattina, annullò
immediatamente la prenotazione, perdendo caparra e biglietti aerei, ma ora non
importava più. Irene doveva sapere quella verità il prima possibile, ma con la
soluzione già servita.
Nel frattempo, la sua Amata era
nuovamente nervosa: il Sultano non voleva schiodarsi, malgrado potesse trovare
asilo dalla sua amante. Inoltre, conoscendo benissimo Gino, il sabato
pomeriggio aveva letto nei suoi occhi un’ombra e ne chiese conto. Gino, sicuro
che non si sarebbe arrabbiata, le disse di Formentera, precisando che era già
tutto annullato.
Scoppiò Babilonia.
Irene considerò quella verità, seppur
già risolta, come un tradimento della sua fiducia. Gino provò a spiegare che,
in quel momento, era in totale débâcle
emotiva e non sapeva esattamente cosa stesse facendo; ma Lei non volle sentire
ragioni. Ebbe una crisi di nervi: per la prima volta, Gino sentì uscire dalla
bocca d’Irene parole come “stronzo” e “vaffanculo”.
Non si sarebbe mai più fidata di lui e
lo accusò di averne combinate troppe: che era vero per il passato, ma, in
questo caso, Gino si sentiva innocente. Era stata Lei a chiudere ogni rapporto
un mese prima e quella vacanza era stata a lui estorta in un momento di totale
insania, oltre che, appena ripresosi, annullata. Irene era molto confusa.
Gino continuava a ripetere: “Io voglio
fare le vacanze con te!”; ma lei non rispondeva, nuovamente irascibile e
diffidente.
Garbero le tentò tutte, malgrado egli
stesso fosse in grave difficoltà mentale. Neda, spinta dalla madre, continuava
a chiedere di andare a Formentera; Irene cambiava idea e umore ogni giorno. Il
Sultano la stava facendo girare come una trottola e le pressioni professionali
che imprimevano le “tre disgrazie” erano insostenibili.
Erano entrambi in difficoltà; ma Gino
continuava ad insistere con Irene affinché potessero vivere insieme. Era certo
che si trattasse dell’unica soluzione praticabile e che, fatta esplodere la
bomba, dal primo giorno sarebbero stati felici.
Il 10 maggio, il loro secondo
anniversario, si stava avvicinando e, questa volta, Gino decise di passare
sopra ogni prudenza: ordinò ad EuroFlora le rose per la sua insostituibile
Cerbiatta e le fece consegnare in filiale.
Il biglietto d’auguri recitava queste
parole: “È necessario essere duri, senza mai perdere la tenerezza. Questa è la
nostra carta del pane, Amore mio! Auguri!”
Non era firmato, ma Irene avrebbe
capito.
La prima frase era una citazione d’Ernesto
Guevara; la seconda era la promessa più profonda che potesse farle ed aveva
tutta l’intenzione di mantenerla.
La carta del pane, quella color avana,
era il manoscritto sul quale Irene e Gino volevano dichiarare il loro amore
eterno, per poi inquadrarlo e fissarlo al muro del loro nido.
Il dieci di maggio, verso le 10:30, a Gino
giunse un messaggio “Matto, appena esci a fumare, chiamami”.
I fiori erano giunti e il racconto che
ne fece Irene fu comico, ma era contenta.
Non appena il corriere con le rose in
mano era entrato in filiale, Irene aveva capito. Aveva strappato il vaso dalle
mani del corriere e aveva nascosto, con gran prontezza di riflessi, il
biglietto.
Alle invidiose e bacucche colleghe d’agenzia,
aveva detto che il biglietto non c’era. Una volta sistemate rose e vaso, si era
chiusa in ufficio e, sola, aveva letto il biglietto.
Al telefono, Gino sentiva la sua
profonda emozione. Era felice. Il suo cuore, in quel momento, batteva
nuovamente per Gino.
Le chiese: “Dammi un bacio!”
“E come faccio? Siamo al telefono!”
“Metti il naso nelle rose: sarà come
baciarsi. Io ti amo, Irene!”
Lo fece con slancio, ma non durò a
lungo.
25.
Per tutto quel che restava del maggio
2018, Gino provò con ogni forza emotiva rimastagli a convincere la sua Musa che
loro non erano due distinti individui, ma erano un unico NOI.
Irene, purtroppo, continuava ad
oscillare tra l’amore che la spingeva verso Gino e la ragione che la spingeva
verso il Sultano.
Neda cominciò a frequentare uno
psicologo infantile. Quello che aveva visto e che vedeva in casa l’aveva
destabilizzata.
Gino sapeva che, se fosse riuscito a
costruire velocemente una vita con Irene, tutto si sarebbe risolto.
Doveva andare via di casa e, se qualche
mese prima aveva trovato l’occasione giusta, quella del loft, ora l’unica
possibilità era accettare quello che Irene, con gran generosità, gli offrì all’inizio
della loro relazione e riconfermato sulla panchina del parco il 20 aprile.
Ma, ora, era Irene che non trovava il
coraggio o la volontà.
Se il Sultano non fosse saltato in quel
momento, alla fine sarebbe stato cancellato Gino - e così accadde.
Garbero continuava a spiegare ad Irene
che voleva vivere con Lei, che voleva intraprendere quella strada che tanto
aveva temuto nel passato.
Le chiedeva d’interrompere l’opera di
convincimento che avrebbe dato a Neda una vacanza anche con il padre. In quel
momento, l’unica vacanza possibile, per lui e Neda, era in compagnia d’Irene e
Lucia: anche a casa, se non era possibile far combaciare le ferie già
programmate.
Irene, tuttavia, pur affermando già in
giugno “Io amo te”, sembrava voler ad ogni costo spingere Gino a partire con la
Crosta e Neda, sebbene
Orso spiegasse, che finché la figlia non
avesse riconosciuto un padre sicuro di sé e felice, lui non avrebbe potuto far
nulla.
Irene, pur amandolo, voleva allontanarlo
definitivamente.
Aveva già scelto di ascoltare le ragioni
delle convenzioni borghesi a cui, da oltre un anno, era invitata da tutti i
congiunti ad allinearsi.
Sapeva che continuare a vederlo non l’avrebbe
aiutata in questo sforzo, crudele per Lei e per il suo amore che andava
sacrificato.
Gino aveva capito; ma era arrivato
giugno e, quell’anno, ogni giorno della settimana coincideva con quelli del
terribile 2012: l’anniversario di Papà lo faceva star male ancora di più.
Ricordava quei momenti ora per ora.
Era in confusione totale; ma Irene
continuava a dirgli: “Smettila di pensare al passato, pensa al futuro!”,
sebbene la sua idea di futuro fosse ben diversa da quella di Gino.
Pur soffrendo, aveva già deciso e
aspettava solo l’occasione giusta per dirglielo: il Sultano, Anastasia e Nicola
avevano già vinto, ma Gino non lo sapeva.
A fine giugno, ormai sfinito dalle
preghiere d’Irene e di Neda, si arrese alla solita vacanza in compagnia della
Crosta.
Prenotò in Toscana, come da indicazioni
della medesima. Lui volle due stanze comunicanti, in modo da poter dormire
solo.
Prima di farlo, chiese ancora una volta
ad Irene: “Lo faccio per Neda, perché me lo chiedi tu… Ma, quando tornerò, ti
troverò?” La sua risposta fu: “Certamente, Cherie!”.
La partenza fu il 9 luglio, il giorno
dopo il compleanno di Papà, ed Orso non n’aveva alcuna voglia: sapeva di fare
uno sbaglio.
Giunti a destinazione, infatti, l’appartamento
che era stato loro riservato e l’intero hotel si manifestarono tristi e vecchi.
Il luogo scelto non era altro che un
paese costruito in epoca fascista, tale rimasto, senza alcun
ammodernamento.
Al già depresso Gino, lo sconforto salì
ancora di più e disse: “Che posto schifoso!”.
La Crosta, che ormai aveva ottenuto ciò
che voleva, senza mezzi termini, sentenziò: “Se devi già cominciare così, puoi
anche prenderti la valigia e andartene”.
Gino, dentro di sé, disse basta: scoppiò
un alterco e non si tenne più nulla, compresa la relazione con Irene.
Raccontò come stavano le cose, anche
davanti a Neda, che ormai aveva l’età per capire - e, infatti, non fece una
piega.
Prese la sua valigia, scese al bureau,
pagò il conto per l’intera vacanza di Crosta e Figlia e se ne andò.
Aveva fatto il salto nel vuoto, senza
sapere se, sotto, avrebbe trovato la rete di protezione d’Irene.
Forse, avrebbe dovuto andarsene a Rimini
a ritrovarsi, come poi fece nel 2019; ma, spinto dall’amore per Irene, decise
di tornare a Torino.
La rete di protezione non la trovò e lo
schianto fu annichilente.
Si era giocato tutto sul rosso; ma la pallina
sulla ruota, ormai, la lanciava a suo piacimento Ciro, il padrone dell’intera
famiglia d’Irene.
La telefonata dall’auto ad Irene, Gino
la ricorda come se fosse scolpita sulla roccia.
“Amore, sto venendo da te: l’ho mollata
ed ora ci costruiremo la nostra vita!” - “No, Gino. Io amo mio marito e tu devi
lasciarmi stare. L’ultimo consiglio che ti do è di farti curare seriamente,
perché tu stai veramente male. Addio!”.
Garbero fu costretto a fermarsi in
autostrada. Provò a cercare aiuto in tutti gli amici che riteneva di avere.
Scoprì di non avere più nessuno.
Aveva preso un pugno allo stomaco, che
lo aveva mandato al tappeto.
Fece fatica anche a rientrare a
Torino.
Andò dalla sua dottoressa, che si
preoccupò seriamente e gli prescrisse il primo antidepressivo: la duloxetina.
Lo invitò, inoltre, a recarsi da una psicologa.
Informò Irene con un Whatsapp, ma non
giunse più alcuna risposta. Diede inizio alle sue sedute dalla psicologa due
volte a settimana, ma l’inizio dell’antidepressivo fu peggio della
depressione.
Quel tipo di farmaco inizia a fare
effetto lentamente, non prima di un mese, facendo anche peggio ad inizio
terapia
Gino passò le sue tre settimane di ferie
sdraiato su di un letto, prima a casa sua e poi a casa della madre, che, per
fortuna, lo accolse nella sua vecchia cameretta. Oggi, è ancora lì.
Come se non bastasse tutto questo, il
signor Sultano non perse l’occasione per sparare sulla Croce Rossa.
Gli telefonò e fu la situazione più
umiliante che avesse mai dovuto sopportare nella sua vita. Era inerme,
sconfitto, steso al tappeto e non ebbe nemmeno la forza di replicare ai pesanti
insulti che quel delinquente gli stava riservando.
Per non parlare delle minacce, di cui,
in verità, non aveva alcuna paura, perché, in quel momento e per tanto tempo, l’eventuale
trapasso, per Gino, sarebbe stato solo un sollievo.
Irene era passata in meno di un mese
dall’ “Io amo te” all’ “Io amo mio marito”.
Uno tsunami avrebbe fatto meno danni.
Ora era solo, maledettamente solo, nel
tentativo di governare una vita derivata, senza lo studio di funzione.
26.
Da allora, iniziò l’inferno. La
psicologa ed i farmaci che lentamente cominciarono a fare effetto permettevano
a Gino di non buttarsi da un ponte, ma nulla di più.
Stava sopravvivendo, come gli assediati
di Leningrado nell’inverno del 1942.
Ogni giorno era una tortura e non sapeva
se sarebbe arrivata la sera. Andava a dormire, imbottito di farmaci, nella
speranza di non svegliarsi più, riaprendo gli occhi deluso più che mai, proprio
perché si era svegliato. Pregava suo papà di portarlo via il prima possibile da
quella landa desolata che era diventata la vita.
Non aveva nessuno e nessuno poteva
aiutarlo. Nemmeno con mamma Anna, che pur lo aveva accolto in casa per
evitargli la famosa stazione del vecchio sogno premonitore, le cose andavano
bene.
Solo chi è stato affetto da depressione
può comprendere che, contrariamente a qualunque altra patologia, è l’unica in
cui il malato deve combattere contro sé stesso.
Era dimagrito notevolmente: il suo stomaco
si era chiuso. Si era velocemente incanutito. Capelli e barba bianca, che Papà
ebbe solo in parte negli ultimi mesi di vita, stavano rapidamente emergendo,
rendendo Gino più vecchio.
Cercava di non pensare, perché pensare,
in quei momenti, è pericoloso.
Non appena si sentì tornare un minimo di
forza fisica, riesumò la trentenne bicicletta, tentando di occupare il tempo
vuoto massacrandosi di fatica.
Non bastava. L’ unica persona che
avrebbe potuto aiutarlo era la sua Irene, ma la rabbia d’Irene diventava sempre
più feroce.
Doveva annientarlo, in primis nel proprio cuore, e le stava venendo bene, benché stesse
soffrendo molto anche Lei.
Ma, da lì a descrivere Gino come stalker
o molestatore, era necessaria una gran fantasia: in questo, fu di grande aiuto
la sorella Anastasia.
Ad ogni seduta dalla psicologa, le
scriveva, spiegandole cosa avesse detto lui, cosa avesse capito dei suoi
numerosi sbagli e cosa suggerisse la Dottoressa analizzando i suoi sfoghi.
Non avrebbe più ricevuto una sola
risposta e, con ogni probabilità, il Sultano aveva trovato il modo di leggerle
Whatsapp in tempo reale.
Tra i vari suggerimenti della
dottoressa, ci fu quello di tentare un ultimo approccio, tentare di vederla,
parlandosi con calma di tutto. La psicologa era convinta che un amore così
profondo come lo raccontava Gino non potesse essersi dissolto in quel modo da
un mese all’altro. Nemmeno un replicante di Blade
Runner sarebbe riuscito in un’impresa simile. Eppure, Irene sembrava
riuscirci.
Gino non sapeva più come approcciarsi a
Lei, che lo evitava come la peste: forse, per la paura che, rivedendolo, il suo
cuore prendesse le redini della ragione.
Una notte d’insonnia a fine luglio,
guardando le stelle, gli parve di vedere una Perseide. Ma, indubbiamente, era
troppo presto. Il 10 agosto era troppo lontano.
Gli sovvenne, però, un’idea per tentare
di smuoverla. Era balzana, ma era l’unica che avesse. Mandarle le rose per San
Lorenzo: la notte dei desideri. Testo del biglietto: “San Lorenzo 2018, sei l’unica
stella che cerco”.
Ormai Gino, preda dei propri sentimenti,
non discerneva più quale azione fosse utile e quale dannosa.
In quel momento, l’unica cosa da fare
sarebbe stata sparire, ma proprio non vi riusciva.
Continuava a lanciare dal buio pozzo del
dolore postulazioni d’aiuto a chi ve lo aveva lanciato dentro.
Un nonsenso che continuava ad irrigidire
Irene nella volontà di spazzarlo fuori della sua vita.
E il peggio doveva ancora arrivare:
perché, qualora Irene avesse dei dubbi, ci avrebbero pensato il Sultano, Anastasia
e Nicola a disintegrarli, con un vero complotto contro Gino.
27.
Gino quella sorpresa proprio non se l’aspettava.
Irene non gli rivolgeva una sola parola da un mese.
E, quelle poche volte che l’aveva
cercata lui, l’aveva preso a male parole.
Eppure, poco prima delle 9, la vide
apparire nella bussola d’ingresso a Scurzolengo. Era bellissima, come sempre.
Tubino grigio, sandalo a rete con tacco alto. Era sorridente.
Un turbine di parole represse,
improvvisamente, si alzò dal cuore di Gino, per sembrare il più possibile ben
intenzionato e deciso a chiederle di ricominciare da quello che si erano
promessi sulla panchina.
Dopo i rituali convenevoli con Alberta
ed Ernesto, uscirono per prendere un caffè, che si rivelò lungo un’ora.
Le prime parole d’Irene furono di
sofferenza: lo si leggeva negli occhi. “Perché continui a scrivermi?” domandò,
in un misto di tristezza e rassegnazione.
“Perché ti amo, cucciola mia; perché
sono pronto per la nostra vita insieme; perché le cure che faccio servono solo
ad andare avanti, ma la via della salvezza, la strada della vita sei tu, Irene!”.
La Musa notò piccole ferite sul braccio
di Gino e, preoccupata per l’effetto dei farmaci sul suo fegato, chiese subito
cosa fossero. Gino rispose che, andando in bicicletta, aveva strusciato contro
dei cespugli.
In realtà, non sapeva cosa fossero; ma,
poiché conosceva bene, suo malgrado, gli sfoghi epatici, sapeva che la sua
amata aveva visto giusto.
Non se ne preoccupava molto: aveva fatto
un’ecografia due mesi prima e non era uscito nulla di rilevante; anche se ci
fosse stato qualcosa, sapeva che, con il fegato, non si poteva fare nulla.
Pertanto, sarebbe stato inutile
preoccuparsi oltremodo, se la vita era quella che stava solcando.
Cercò d’essere il più propositivo possibile:
si abbracciarono a lungo, al riparo da occhi indiscreti.
Gino insisteva: “Irene, non sprecare
questo amore, perché non starò male solo io, ma anche tu. Il tuo vero nemico lo
hai in casa”.
Lei, certamente colpita da quella frase,
che sicuramente aveva toccato un nervo scoperto, con gli occhi lucidi rispose: “Gino,
fino ad ora, ci siamo riempiti di sogni e parole, ma non abbiamo mai condiviso
un’intimità superiore alle tre ore.”
“E allora facciamo i fatti ora, adesso, hic et nunc” - “Tu vuoi solo portarmi in
un motel!” - “No, Irene: io voglio vivere con te. Butta fuori di casa quel
pagliaccio e ti dimostrerò chi sono. Ti rispetterò come ho fatto in più di due
anni, sino a che non vivremo insieme alla luce del sole”.
Lei, con la testa bassa e triste: “Come
faccio a buttarlo fuori di casa? Non è facile”.
Gino, sempre più in pressing: “E allora,
vattene tu: cerchiamo una casa insieme, vicina a casa tua! Così, Lucia avrà
sempre entrambi i genitori al suo fianco”.
Malgrado una serie di cattiverie
gratuite del Sultano, Gino sapeva che era pur sempre il padre di Lucia e che
sarebbe stato disponibile anche ad averlo a cena la sera, purché fossero chiari
i ruoli. Lui era il padre sempre benvenuto di Lucia, ma l’uomo d’Irene era Gino.
Irene fece un sorriso; capì quanto
seriamente fosse amata: “Ci penserò… Ora rientriamo, ché, se ti licenziano, con
cosa lo paghiamo l’affitto?” Sì, disse: “Paghiamo” … e Gino era al settimo
cielo.
In agenzia, ci furono altri convenevoli
con Direttore e Vice ed arrivarono i saluti.
Baci a tutti e, per ultimo, un forte
abbraccio con Gino, che si terminò con la mano d’Irene che scivolava su tutto
il braccio del suo Orso, mentre i loro occhi si guardavano dentro
reciprocamente.
Uscì: Gino non sapeva che non l’avrebbe
mai più rivista.
Nel pomeriggio, uscito dal lavoro, la
chiamò con entusiasmo: voleva portarla a cercare alloggi da affittare. Ma il
tono d’Irene era nuovamente cambiato.
Non se la sentiva, non voleva, sapeva di
essere in trappola. Voleva pensare alla sua bambina e disse al suo Orso che
stava pensando di eliminarlo dai contatti Whatsapp.
Era chiaro che averlo rivisto le aveva
fatto tornare a galla tutto il suo sentimento; ma, invece di assecondarlo,
aveva scelto di soffocarlo, sacrificando il bene del loro “Noi” al vantaggio
interessato dei suoi congiunti.
Gino le chiese di non cancellarlo ed Irene
accettò; ma Orso sapeva che la sua presenza nella rubrica della sua pasticcina
avrebbe avuto i giorni contati.
Poco più di ventiquattr’ore e sarebbero
arrivati i fiori in agenzia - e sarebbe stato l’oblio.
Garbero tentò di fermare l’ordine; ma
ventiquattr’ore erano troppo poche per riuscirci.
Il 10 agosto 2018, vide sparire l’immagine
d’Irene da Whatsapp.
Aveva bloccato tutto. L’unico canale di
comunicazione sarebbe rimasta la posta elettronica, ma per poco. Irene,
pur soffrendo, lo aveva cancellato.
Gino
discendeva sempre più negli inferi della depressione: mai più riuscì a
rivederla.
28.
Gino, didascalicamente prostrato, non
poteva credere che quel cinico modo di chiudere fosse farina del sacco d’Irene.
La conosceva troppo bene.
Anche nelle sue fatiche ciclistiche,
pensava e ripensava: no, non poteva essere così.
Se Irene, di sua sponte, avesse capito
che quell’amore intenso si era spento, ci avrebbe messo la faccia, l’avrebbe
guardato negli occhi e avrebbe spiegato tutto. Invece, era scappata, rendendosi
irreperibile, perché guardarlo negli occhi provocava in Lei ben altre reazioni.
Stava eseguendo istruzioni precise,
imposte dai tre mistificatori che la controllavano a vista.
Ne era certo; ma Irene, orgogliosa e
testarda, non lo avrebbe mai ammesso.
Al lavoro, prese a comportarsi da
Direttrice, come volevano i massoni, facendo pesare il proprio ruolo senza più
alcuna condivisione dell’operatività.
Se, a Scurzolengo, era spesso seduta in
cassa, in Via Filadelfia si occupava delle proprie pratiche e, nel salone
clienti, non usciva mai.
Era chiaramente una violenza alla sua
personalità ed al suo approccio al lavoro; ma, ormai, si era arresa ai vertici
della Banca e alla sua famiglia, cercando orgogliosamente di far credere che
fosse una sua decisione.
In verità, si trattava di una totale
coercizione che Gino, benché vittima principale di queste giravolte, aveva
capito.
Tentò invano di combattere contro quest’insano
autolesionismo impostole, di cui Lei stessa, nei suoi discorsi, era
consapevole; ma non volle saperne di tornare sui suoi passi.
Dietro, sussisteva certamente un patto
malsano tra i quattro, a cui Irene era stata coartata all’adesione.
Gino non conobbe mai né i termini di
quel patto, né quando fu siglato.
Sapeva solo, dalle parole che aveva
usato in passato, che Irene lo considerava responsabile di quella sua resa e,
se ora stava soffrendo tanto, doveva soffrire anche lui.
Se, con Gino, ogni comunicazione era volutamente
interrotta, Irene intensificò le telefonate con la filiale. Sebbene non
chiamasse lei, riusciva a farsi chiamare da Stevo tramite richiesta
elettronica. Questi eseguiva e Lei raccontava tutto quello che faceva con il
Sultano, la Sorella, quello che accadeva in agenzia e le schermaglie che
continuava ad intrattenere con la Sappé, la direttrice di Stupinigi.
Ovviamente, Stevo, ignaro di tutto, poi raccontava e Gino si consumava sempre
più di rabbia e dolore.
Stremato dallo stillicidio quotidiano,
in cui ogni volta, pur umiliato, sperava che Irene chiedesse di lui, fu
costretto a scriverle un’e-mail in cui la pregava d’interrompere quella
punizione.
Non era credibile che, prima della
rottura, chiedesse sempre del suo fedele cassiere e, dopo la sua sciagurata
decisione, facesse finta che non esistesse.
L’albagia irrorata era già più che
annichilente e, se veramente era in buona fede, sentendo solo il desiderio di
colloquiare con Stevo, che Lei sapeva essere seduto a meno di un metro da Gino,
aveva il suo numero personale. Dopo il lavoro, o prima e nei weekend, avrebbe
potuto tranquillamente scaricare la propria scheda telefonica, anche se era più
che solare il suo intento: imporre un nuovo supplizio, oltre alla tortura del
silenzio.
Quell’e-mail non fu altro che una vox
clamans in deserto loco.
Non solo non ebbe risposta, ma continuò
comunicando la propria partenza per Cattolica, questa volta salutando tutti uno
ad uno, compreso Ernesto, tranne che Gino, inoculando non pochi dubbi nei
colleghi sul deterioramento dei rapporti tra loro, che a Scurzolengo erano
indivisibili.
Perché Irene faceva così? Secondo la
psicologa, non era solo un rimando punitivo, ma anche la prova che Lei stessa
nutriva ancora serie perplessità sulla propria scelta. Aveva bisogno di riconfermare
la propria rabbia.
Gino, intanto, stava scadendo sempre più
nell’autocommiserazione. Doveva reagire, ma non aveva la più vaga idea della
strada da intraprendere.
Per Garbero, l’unica strada era Irene;
ma era diventata impercorribile e, se tentava in ogni modo di affrontare le
frane, le buche, i passaggi a strapiombo, vi era sempre qualcuno pronto a
scaricargli addosso altre pietre e polvere.
Irene non era più Lei: trasformata,
violentando sé stessa, impedendo a Gino di essere almeno inferocito con la sua
cerbiatta.
Entrambi erano prigionieri; ma Irene,
benché alienata, aveva resilienza: aspetto della sua personalità che le
permetteva di andare avanti come uno schiacciasassi, pur sapendo che il sasso
era Gino.
Su consiglio della psicologa, Garbero
prese ad uscire la sera. Non era importante dove andasse e nemmeno se fosse
solo. A costo di rimanere in auto anche tutto il tempo, doveva stare fuori di
casa. Cominciarono così le serate alcoliche.
Non era certo l’idea migliore,
particolarmente per il suo organo epatico; ma a Gino non interessava più nulla
della propria salute.
Qualche sera, completamente disinibito
dall’alcool, tirava su la giovane peripatetica di turno dell’osteria, anch’ella
dilaniata da problemi suoi; ma queste distrazioni non facevano altro che acuire
il suo strazio. A fronte del precoce arrivo dei capelli bianchi, Gino risultava
ancora piacente e raccattare una donna per la serata non era un problema.
Il problema sovveniva dopo, perché il
suo cuore stava da un’altra parte.
Altre sere, invece, preso dall’angoscia,
rifiutava ogni approccio di queste sgallettate, buone per il Sultano, non certo
per Lui, e si metteva a scrivere e-mail deliranti ad Irene.
Era ormai un Bukowski di bassa
categoria, privo d’amor proprio, tormentato dai suoi incubi.
Le umiliazioni, tuttavia, non erano
ancora finite.
Irene, la donna onesta e senza macchia,
buona, empatica, dal cuore d’oro, che Gino aveva conosciuto, saltò a piè pari
il compleanno del suo Orso. “Il bastardo doveva capire”: queste le parole del
Sultano. Lei obbedì. Nemmeno un freddo augurio con un messaggio.
Non contenta, la nipote del partigiano
comunista, compagno d’armi del nonno di Gino, scelse di prendersi una settimana
di vacanza con sua cugina, negli Stati Uniti.
Una settimana di libertà, di
riflessione, lontana dai doveri di Famiglia?
No: tutto organizzato per darle la
sensazione di libertà, come nel Truman
Show.
La cugina Samantha era la migliore
amica, almeno così affermavano, del Sultano.
La destinazione scelta, gli USA, l’impero
del male, la nazione che non aveva liberato l’Italia, ma aveva messo il
cappello sulla vittoria di quei pochi eroi resistenti, il paese che truccò le
elezioni del 1948, fece saltare per aria Bologna, che tirò giù il DC9 dell’Itavia
sul cielo d’Ustica ed altre amenità simili, s’ incarnava in un popolo ed una
terra a cui Gino aveva imposto il proprio personalissimo embargo.
Aveva più volte spiegato le sue
motivazioni ad Irene, che si diceva pienamente d’accordo: eppure, ecco, con
labirintica incoerenza, il viaggio a Miami!
La vacanza era prevista per fine
novembre; eppure, con il solito metodo, Irene lo fece sapere a Gino già a fine
settembre.
Telefonata di un’ora con Stevo - ed
anche i particolari erano chiari.
Una crudeltà inutile, che non serviva a
nulla, se non ad irridere il vecchio Orso comunista.
Ma perché, se Irene, seriamente non
voleva più saperne di lui, reiterava queste afflizioni su Gino?
In pausa pranzo, partì una telefonata da
agenzia ad agenzia e Irene non poté esimersi dal rispondere.
Garbero era deluso molto, ma l’atteggiamento
d’Irene lo deluse ancora di più. Sembrava di parlare con un’altra persona: non
aveva alcun rimorso, alcun pentimento, nessun interesse per quello che stava
provocando. Letteralmente, lo derideva e non dava alcun’importanza all’antitesi
tra il sogno di Leningrado e la visita programmata al tempio del capitalismo. “È
solo un viaggio e non devo dare spiegazioni a te, che avevi solo da agire
quando ne avevi la possibilità… anche se, più passa il tempo, più capisco che
non avrebbe funzionato”.
Gino, incredulo, interruppe
volontariamente la telefonata. La donna che, fino ad un anno prima, avrebbe
fatto di tutto per Orso, ora stava addirittura creandosi delle consolazioni,
per autoconvincersi di aver fatto la scelta giusta - benché faticosa da
reggere.
Seguì una telefonata burrascosa con il
signor Sultano, che replicò minacce d’ogni tipo; ma, a quel punto, Gino lo
sfidava apertamente. “Dai, vienimi a prendere, zotico! In qualunque modo vada,
per me sarebbe una liberazione! Ora, hai rotto con le tue macchinazioni!”.
Non lo vide mai; ma la peggiore
alterazione della realtà, quella che avrebbe convinto Irene a mettersi
definitivamente dalla parte sbagliata, doveva ancora venire.
29.
Consumato da quell’estate, Gino stava ormai
perdendo sé stesso.
I suoi nervi erano sfibrati; le sinapsi
non più congruenti con la sua ragione.
Benché amasse la vicinanza al Sole, era
stata la peggiore stagione calda della sua vita. Anche di quella del 2012,
quando aveva perso il papà.
Quella del 2018 era stata una continua e
inarrestabile discesa verso gli inferi. Ogni volta che provava a rialzarsi,
arrivava l’ennesimo sgambetto.
Il suo apparato digerente, sempre molto
sensibile alle prime freddure autunnali, aveva alzato bandiera bianca. Erano
ricominciate le emesi.
Tutte le mattine, appena sveglio, c’era
la corsa in bagno per assecondare la rivoluzione dello stomaco.
Si preparava alla stagione fredda con lo
stato d’animo con cui, alla peggio, sarebbe dovuto uscirne.
Non poteva proseguire così, anche perché
i colleghi cominciavano a non poterne più.
Si mise in malattia per due settimane,
sperando che stare lontano da tutti potesse servire.
In quei giorni, cadeva il compleanno di
Lucia, a cui voleva molto bene, anche se non l’aveva mai vista.
Sebbene tradito e abbandonato, non
sarebbe mai diventato il Vecchio Cattivo a cui aveva sotteso Irene, dopo il
primo caffè insieme.
Gino aveva sempre affrontato amici e
nemici con lealtà, rifiutando i giochi sporchi e dicendo sempre ciò che sentiva
e pensava.
La verità è un esercizio pesante, che
costa caro, che si deve pagare per praticarlo, ma non ha mai voluto
rinunciarvi. Sentiva che fare gli auguri ad una bimba dolce e simpatica era la
cosa più giusta.
“Pur non avendola mai vista né
conosciuta, voglio bene a Lucia e le auguro un felice decimo compleanno. Se
puoi, dalle un bacio in più da parte mia”. Questo il testo dell’e-mail, senza
fare alcun accenno al suo stato di salute.
Irene rispose: “Grazie. Riferirò”.
Tornare al lavoro era l’ultima cosa che voleva;
ma, contestualmente, era l’unico luogo dove avesse un amico. Stevo era sempre
disponibile, pur non sapendo cosa stesse accadendo; se vedeva che Gino non
stava bene, era il primo che si alzava e lo sostituiva in cassa.
A metà ottobre, giunse in filiale Eva
Petacci, finalmente disponibile a concedere udienza ad ogni sottoposto.
Gino cercò di raccogliere tutta la
razionalità rimasta per fare un discorso sensato. Immediatamente, il colloquio
virò su Irene.
Garbero era una persona da non
provocare, con cui era meglio stare zitti se non si era pronti ad affrontare un
contraddittorio.
Non a caso, Farinacci, Balabanof e
Sarfatti ben si guardavano dall’affrontarlo in colloquio.
Preferivano scrivergli e, infatti, la
sua collezione d’articoli 7 ex legge 300 era quasi una biblioteca.
La Petacci chiese come mai l’impegno di Gino,
visto dalle loro statistiche, fosse crollato così drasticamente.
“State anche a chiedervelo? Ve lo avevo
detto un anno fa. Avete smontato un’agenzia che funzionava, che faceva reddito,
che non vi dava problemi e che non sentivate mai! Avete preso a pesci in faccia
il vostro miglior elemento, umiliandola con un trasferimento ingiustificato,
negandole anche l’aumento salariale che le spettava e che, se avesse fatto
causa, sareste stati costretti ad erogare con gli arretrati ed interessi!”
Eva, evidentemente in difficoltà, pur
sapendo già che Scurzolengo avrebbe chiuso, tentò di sostenere che l’agenzia
funzionava meglio senza Irene. Ma Gino non le concesse tale castroneria: “In
sedici anni di questo lavoro, Irene è stata l’unica direttrice che abbia creato
un clima di collaborazione. Per me, non chiedo nulla: non voglio soldi, non
voglio gradi; ma il rispetto della verità per le poche persone che in questa
banca hanno un valore lo esigo”.
Fu una conversazione tesa, fatta di
rivendicazioni e risposte acide.
Gino, sebbene lapidato dai gesti e dalle
parole d’Irene, la difese come un leone ed infine Eva, forse per togliersi dal cul de sac in cui si era infilata,
chiese: “In sostanza, tu vuoi tornare a lavorare con Irene? È questo che vuoi?
Consideralo fatto! Ci avevo già pensato”.
Gino, che aveva sempre dato un gran
valore alle parole, considerandole più stringenti di un contratto, a quel punto
ringraziò e tornò a lavorare, certo di aver ottenuto un punto importante; ma,
sempre per quel senso d’onestà, trovò opportuno avvertire Irene del colloquio.
La reazione fu raggelante. “Non ho
bisogno d’avvocati difensori e tu a lavorare con me non verrai, perché, se mi
obbligheranno ad averti in agenzia, io rinuncerò al ruolo”.
Orso chiuse nuovamente la conversazione,
sentendosi sempre più idiota. Avrebbe potuto chiedere un aumento di stipendio
come tutti; invece, per lealtà al suo Amore, lo reclamò per chi ormai lo
disprezzava anche professionalmente.
Nei giorni successivi a quella
conversazione, Irene, forse sentendosi un po’ in colpa, o forse perché a casa
la situazione stava nuovamente andando a rotoli, ricominciò a telefonare in
filiale, parlando con chi rispondeva, quindi anche con Gino.
Sembrava gentile e, conoscendola, era
chiaro che volesse almeno recuperare un rapporto civile - o forse altro. Gino
stava preparando per Lei un racconto fiabesco da donarle insieme a un libro che
aveva già scelto per il suo compleanno.
Ma il colpo finale, l’aberrante
complotto che trasformava, all’occhio d’Irene, Gino in un bugiardo era in
preparazione.
Orso non poté difendersi.
30.
4 novembre 2018.
Gino, per una volta di domenica
pomeriggio, era riuscito a prendere sonno. Dormire di giorno stava diventando
un meccanismo difensivo, un modo per non pensare.
Destatosi dopo le 17, trovò sul telefono
quattro chiamate d’Irene, senza risposta. Cosa era accaduto? Era in pericolo?
Di domenica pomeriggio, con il Sultano in casa?
Qualcosa di brutto stava accadendo. Ricompose
immediatamente il numero, che questa volta suonava: Orso era stato
sbloccato.
Al “pronto”, Gino capì che la situazione
era grave. Il tono di voce era chiaramente alterato. “Cucciola, sono io, cosa
succede?”
“Gino, dimmi chi è Cerbiatta2011?!” “Amore,
cerbiatta sei tu e 2011 è il tuo numero di matricola. Ma perché lo chiedi? Mi
senti che sono io!”. Quando non erano certi che il telefonino fosse nelle mani
legittime, si scrivevano domande la cui risposta era a conosciuta solo da loro
due. Ma, in quel caso, non era necessario: stavano parlando e si riconoscevano
con la voce. Irene aveva addirittura il fiato lungo, come se fosse
terrorizzata.
“E su Instagram sei tu?” “Ma di cosa
parli?! Lo sai che non uso Instagram ed i social network. Perché sei così
agitata?”
Gino proprio non capiva. La telefonata
fu lunga e ci volle un po’ per ricostruire l’accaduto, perché Irene era
veramente sconvolta ed impaurita.
Ancora una volta, tutto partiva dalla
sorella Anastasia, asserente di aver “scovato” su Instagram un profilo con quel
nome, “cerbiatta2011”, che era intriso di riferimenti a Gino ed Irene, ai loro
sogni, alla loro relazione. Dalla descrizione che ne faceva Irene, era così:
Leningrado, Mosca, Parigi, Formentera, la Normandia, nonché una nota pallavolista
cui Irene somigliava moltissimo.
La stessa Anastasia sosteneva di aver
avuto uno scambio di e-mail con il creatore di quel profilo, rivelatosi uno
sgrammaticato.
Sospettato e già condannato, doveva
essere Gino.
Con incredibile insipienza o troppa furbizia,
la sorella brutta non scelse di avvertire Irene, ma il Sultano Ciro, girando a
lui gli screenshots di queste pagine, perché, “casualmente”, il profilo di cui
sopra era stato cancellato.
Questi ne parlò ad Irene con supponenza,
descrivendo Gino come un malato, che meritava una lezione, deciso a recarsi
alla Polizia Postale per cercare l’autore e denunciarlo.
Il profilo era anche pieno di donnine
nude, disponibili ad erogare servizi in cambio di denaro.
C’ erano tuttavia due particolari che ad
Irene non furono mai fatti vedere e che Gino scoprì solo dopo aver capito di
essere finito in un complotto.
L’ ideatore di questo profilo non
disdegnava di esaltare le politiche destrorse dell’allora Ministro dell’Interno
Salvini, oltre che dichiararsi tifoso granata ed anzi: la prima foto di quel
profilo era esattamente la curva maratona, nucleo della tifoseria torinista più
calda.
L’ intera umanità conoscente Gino, anche
solo per sentito dire, aveva su di lui due certezze granitiche: era un
comunista ed era juventino.
Garbero, troppo legato alla lealtà,
troppo granitico nella convinzione che anche nella guerra più cruenta esistono
delle regole, non immaginava neanche lontanamente a quale archibugio fossero
giunti il Sultano e i due cognati.
Fu vibrante nella difesa, cercando di
riportare Irene alla razionalità.
A quale scopo Gino, conoscendo l’importanza
che Irene dava alla reputazione ed alla sua privacy, avrebbe dovuto fare una
fesseria simile? Né lui né Irene avevano mai usato Instagram, nessuno dei due
ne conosceva il meccanismo.
Perché Orso avrebbe dovuto peggiorare
ulteriormente la propria situazione? Quella sera, rifiutò di ammettere una
colpa di cui non sapeva nulla.
Parlando e parlando ancora, convinse
egli stesso Irene ad andare alla Polizia Postale.
In cuor suo, se avesse dovuto
scommettere, avrebbe puntato sulla Banca. Non sarebbe stata la prima volta che
i capitalisti massoni entravano nella vita privata dei dipendenti.
Il dossieraggio in stile Fiat anni
Ottanta, in banca, era pratica comune; ma, se Gino avesse saputo tutta la
verità, avrebbe considerato lo spionaggio aziendale il male minore.
La malvagità dei tre meschini strateghi
aveva superato ogni fantasia.
Il lunedì dopo, Gino provò a richiamare Irene
per sapere come stesse. La trovò atterrita e continuava a ripetere: “Ti prego,
dimmi che sei tu, tanto Ciro ci va in ogni caso, alla Polizia Postale”.
Orso rimase in silenzio. Stava pensando.
Infine, proruppe nel suo estremo gesto d’amore: “Sì, Irene: sono stato io!”.
Confessò tutto quello che voleva sentirsi dire, ripetendo esattamente quello
aveva sentito la sera prima.
Stava mentendo sapendo di mentire e si
stava accollando una colpa che non aveva; ma voleva che il suo amore si
tranquillizzasse, perché era troppo spaventata.
La Polizia Postale, a cui avrebbe sporto
denuncia il Sultano Ciro, avrebbe trovato facilmente il colpevole; ma, nell’attesa,
Irene sarebbe stata certa di non correre pericolo.
Irene, benché più serena, giurò a Gino
che non gli avrebbe mai più parlato, qualunque cosa accadesse. Ai suoi occhi,
Orso era diventato “la peggior persona da incontrare in un momento di
difficoltà”. Bugiardo, mestatore, insidioso menzognero, furono alcune delle
parole che gli riservò e, se fosse stato veramente lui il colpevole, avrebbe
avuto anche ragione.
Chiuse la telefonata senza neanche un
ciao e, pochi minuti dopo, il Sultano scrisse a Garbero: “Sei un uomo di merda”.
- “Prova a fare il marito una volta, vai alla polizia postale” fu la risposta.
Ciro, però non aveva alcun’intenzione di
andarci. Si sarebbe autodenunciato; ma questo Gino lo capì quando, stanco di
passare per colpevole, si rivolse ad un suo compagno di liceo che aveva fatto
carriera nell’Arma.
Diede a lui il suo indirizzo IP e
raccontò tutto l’accaduto.
La risposta arrivò in due giorni: l’indirizzo
IP di quel profilo non corrispondeva al telefono di Gino e questo già lo
sapeva; ma quello che non sapeva era il contenuto ed il sistema operativo del
vero colpevole: Gino scoprì di Salvini, della curva maratona e che il telefono
utilizzato era un Android, mentre il suo era uno Ios.
Dal momento che nessuno lo aveva fatto,
chiese di presentare denuncia; ma il compagno di liceo lo fece desistere:
chiunque avesse creato quel profilo conosceva bene Irene e l’aveva creato per
spaventarla, ma si era ben guardato dal fare un solo nome o inserire un’immagine
con un viso, facendo sì che non vi fosse reato. L’ unico scopo era far credere
a Irene che l’ideatore fosse Gino; ma lui non era e l’amico carabiniere
conosceva anche il nome e cognome del vero ideatore, ma, in assenza di reato,
non poteva confermarlo a Garbero.
Gino ripercorse tutta la vicenda, dalla
telefonata d’Anastasia al Sultano, alla propria assunzione di responsabilità,
fino al messaggio ricevuto, senza che nessuno di questi si presentasse alla
Polizia Postale.
Era fin troppo evidente il complotto e Gino
troppo ingenuo per sospettare che fossero potuti giungere a tanto: per amore d’Irene,
si era preso la colpa!
I tre strateghi del Ministero della
Verità, loro sì, esperti di social network, avevano fatto scacco matto!
Letteralmente, avevano vaporizzato Orso dai pensieri d’Irene.
Tramortito nell’animo e ferito nell’orgoglio,
Gino si sentì un mentecatto.
L’ Orso, ormai alterato dai colpi di
fucile, tentò vanamente di prendere contatto con Irene, ma Lei non voleva più
sapere nulla. Lo definì “un bugiardo psicotico che credeva alle sue stesse
bugie”. Buttò il regalo di compleanno nel cestino e si preparò a partire per
Miami.
Gino le tentò tutte, arrivando anche a
mortificarsi con il Sultano, pregandolo d’essere uomo e di ammettere la verità
con Irene. Gli scrisse messaggi e provò a telefonargli; ma da quel pusillo,
troppo codardo, non ricevette mai risposta.
Tormentato da quell’ingiusta condanna
all’oblio, Gino riprese a sentirsi male e crollò in una crisi nervosa. In un
mese, gli accessi al pronto soccorso furono due e la seconda volta dovette
firmare per non farsi ricoverare.
La povera mamma Anna, anche lei edotta
di tutto, prese a odiare Irene, che, tuttavia, agli occhi di Gino era solo colpevole
di aver creduto ai tre farabutti.
Irene rifiutò la cena di Natale e
rifiutò anche l’invito a cena che Gino aveva rivolto a Lei, Stevo e Maria. Era
arrivata la notizia, attesa, della chiusura definitiva della filiale di
Scurzolengo, prevista per il marzo 2019. Come già detto, Gino si era sbagliato
di tre mesi.
Il gran consiglio del Fascismo
Capitalista non solo aveva distrutto un gruppo che lavorava bene, fatto
implodere un grande amore, ma, con quell’assurda decisione del trasferimento d’Irene,
aveva creato un danno economico irreversibile per l’agenzia.
Il personale sarebbe stato diviso in
altre agenzie ed i clienti accorpati all’agenzia di Piobesi.
La promessa della Petacci sovvenne
subito alla mente di Gino, che prontamente le ricordò con un’e-mail, nella cui
risposta si legge testualmente: “Ho bene in mente cosa ti ho detto”.
Trattavasi dell’ultima estrema speranza
per poter riprendere un contatto visivo con Irene: Gino, ancora una volta,
stava dando credito ad una parola ricevuta.
Gli inganni sequenziali con cui era
stato lapidato non gli avevano ancora fatto perdere la fiducia nella parola di
un essere umano. Sbagliò ancora una volta.
L’ ingenuità era sempre stata il suo
tallone d’Achille: lui diceva sempre la verità, quello che pensava e se dava la
parola, questa era sacra.
Un accordo siglato anche solo a parole
andava rispettato sempre, qualunque fosse la controparte, dando per scontato
che l’intera umanità avesse il medesimo modus
operandi.
La sua forma mentis, tuttavia, non era molto diffusa, anzi, nella gran
parte dei casi osteggiata; ma, da buon comunista, continuava ad avere fiducia
nell’uomo. Solo che l’uomo nuovo teorizzato da Gramsci non era mai nato.
Stava per schiantarsi contro un altro
muro.
31.
Da fine dicembre, a Scurzolengo era
scattato il “si salvi chi può”.
Esclusi Stevo e Fiammetta, Gino non poté
contare su nessuno.
Ernesto e Alberta conoscevano già e da
molto tempo le proprie destinazioni, ma ben si guardavano dal dirlo. Piobesi
era ufficialmente quella di Fiammetta.
Per Gino ed il compagno Stevo, era tutto
un grande interrogativo.
Garbero, cominciando ad intuire che la
Petacci non avrebbe mantenuto la parola, era nervoso, oltre che del tutto
inconfidente in sé stesso.
Si era lasciato andare.
La conventio
ad exludendum di cui era oggetto e la manovra a tenaglia dei tre manigoldi
si erano fuse in un combinato disposto, rendendo l’aria di Gino mortifera.
Sapeva che stava arrivando un’altra
pugnalata alle spalle e poteva solo prepararsi a riceverla.
Irene, ormai sempre più immersa nelle
pratiche comuni ai suoi colleghi, cominciò a saccheggiare l’agenzia dei clienti
che lei conosceva come più redditizi.
Non si faceva mai sentire, se non
tramite comunicazioni elettroniche con Stevo.
Gino era l’addetto alla chiusura conti
dei clienti che cambiavano Istituto.
Ernesto e Alberta guardavano con
tranquillità quanto stava accadendo.
Gino quasi si vergognava di essersi
innamorato d’Irene, persona che ormai, non faceva passare giorno senza dare
altri sospetti d’essere uguale a tutti gli altri; ma l’amava e soffriva per
quello che stava facendo.
Si comportava come se non volesse più
imporre la propria vera personalità o, forse, Gino non era più in grado di
leggerne le azioni nella giusta luce.
Nella vita privata, ormai disperso il
suo orgoglio, occupò l’intero inverno nel periplo d’osterie e birrerie, in
cerca d’oblio e panacee sessuali, che rendevano la fatica di vivere meno
pesante per qualche ora a settimana.
Stava provando a non amarla più; ma,
ogni volta che prendeva l’anestesia, come lui chiamava il sesso una tantum dispensato dalle oche che si
potevano incontrare di notte nelle osterie, si sentiva più solo che mai.
La deriva lo aveva portato in alto mare,
in uno stato di totale anedonia emozionale.
Alcune di queste ragazze da sollazzo,
erano veramente belle, senza inibizioni ed abili tigri da materasso; ma Gino
aveva spazio nel cuore per una sola donna. Non era amore, ma sola distrazione.
Il numero di telefono, malgrado lo
chiedessero, non lo dava mai a nessuna. L’ unica telefonata che aspettava non
arrivò mai, ma Orso scelse di non barattare i propri sentimenti.
Era troppo instabile e vulnerabile per
rischiare di trovarsi tra i piedi un’altra crosta.
Aveva ormai solo una persona di cui
fidarsi: Stevo che, nel mentre, stava cercando di organizzare la cena del “Game
Over” e, pur non sapendo cosa stesse realmente accadendo, fece ogni sforzo per
dare la possibilità ad Irene e Gino di guardarsi negli occhi.
Quella che il compagno di sventura
professionale aveva letto come una vera amicizia non poteva sgretolarsi in quel
modo senza una spiegazione.
Non sapeva, però, che Irene rifuggiva
quella situazione come se fosse una piaga d’Egitto. Troppe incongruenze da
spiegare, per le quali non aveva una spiegazione.
Stevo, tuttavia, reiterava gli inviti
all’insaputa di Gino, che ormai, come lui, friggeva, perché la linea di non
ritorno si avvicinava ed Eva continuava a non farsi sentire.
Ad inizio marzo 2019, finalmente, nell’ultimo
giorno utile per non incorrere in sanzioni, la Petacci telefonò per comunicare
le destinazioni: Alberta vice d’Irene in Via Filadelfia, Stevo a Piobesi e Gino
a Stupinigi dalla Sappé, la vipera rampicante, personaggio che, quindici anni
prima, lo aveva costretto a sferrare un pugno ad una porta per non darlo a lei
stessa.
“Ma Eva! La tua promessa?!”. La Petacci
rispose che sussistevano delle “tecnicalità” che non consentivano l’assegnazione
di Gino in Via Filadelfia. Quali? Non lo seppe mai: nemmeno da Irene, che, in
seguito, a domanda precisa su cosa avesse detto, rispose testualmente: “Cazzi
miei”.
Nessuno si aspettava che la Banca
facesse contento proprio Gino; ma la parola “Stupinigi” lasciò tutti
ristucchi.
Lo sapevano anche i muri che Gino e la
Sappé si odiavano; eppure, i fascisti, massoni, dirigenti di quella banca amica
di ricchi ed evasori non si fecero scrupoli.
Ernesto e Alberta rimasero in un
silenzio dubbioso; Stevo era basito, mentre Gino era talmente rabbioso per l’ennesimo
patto infranto che non parlava.
Era in pieno furore bellico, momento nel
quale la sinapsi aumentava la velocità grazie all’ adrenalina.
Irene era stata la prima artefice di
quel tradimento, rendendo anche più facile la vita alla banca con il proprio
ostracismo. In poco più di dieci minuti, le scrisse una lunga e-mail puntuta, nella
quale, nonostante la bile, riuscì anche a rimanere razionale, senza scadere
nella volgarità.
Ormai disinteressato ad ogni tipo di
prudenza, senza più nulla da perdere, fece uso della posta elettronica
aziendale.
Gino ne conservò copia.
L’ oggetto, “C’era un problema da
gestire?”, era stato il primo pensiero d’Irene su Gino.
Il testo, quanto segue:
“Bene, Irene, mia amata, dolce
pasticcina, Cerbiatta, Irene, Jane, Kiki, mia Musa e Regina, ci sei riuscita!
Mi hai evitato!
Ho sperato e pregato fino
all’ultimo minuto perché non arrivassi anche a questo.
E invece, come un
treno senza freni non hai fatto fermate. Hai travolto tutto ciò che stava sul
tuo binario, senza alcuna remora. Hai continuato la tua marcia, feroce e
rabbiosa, senza risparmiarmi nulla.
Spero che tu sia ben conscia
dell’egocentrismo che hai messo in essere pur di tenere fede ai tuoi propositi,
perché, anche se io non valgo neanche la metà di te, resto in ogni caso un
essere umano e avrei meritato rispetto.
Sembra che tutto sia ritornato,
come in una nemesi storica, al tuo primo pensiero associato al mio nome.
Risolto con la tortura del silenzio.
Gino, quello che era il tuo
amore, quello che chiamavi “Cherie” è stato spedito a Stupinigi dalla Sappé, la
nostra nemica giurata! Grazie, Irene!
Con la forza della disperazione,
con l’anima lacerata da una vita il cui esito è già scritto, conscio di passare
per sciocco anche questa volta, tuttavia, preferisco pensare a te ricordando
quando, assaltandomi il cuore, con quei due smeraldi che ti ritrovi al posto
degli occhi, mi hai chiesto se veramente “volevo diventare un vecchio cattivo”.
In quell’esatto istante, ti ho
riconosciuta e mi sono detto: è Lei… la persona che aspettavo da tutta la vita
e che nemmeno pensavo esistesse!
Ho visto l’opera del Botticelli,
prendere vita: ho visto la VENERE PRENDERE VITA!
Da quel momento, non ho smesso
di AMARTI per un solo secondo, sognando per Noi tutte le felicità, che un amore
vero, sincero, non cercato, può donare!
Quella che tu ritieni fissazione,
una condanna, molestia, addirittura stalking è per te, ora, la tua più gran
fortuna!
* Quantunque tu abbia, con
cinismo esogeno, scelto di lasciarmi derivare in balia del mio destino.
* Malgrado gli argomenti usati
per evitare di avermi nella tua agenzia, facendomi passare per un mitomane,
perché certamente non hai potuto addurre motivazioni professionali,
derubricando il nostro rapporto a una “non-relazione”.
* Benché, con stile quasi
carbonaro, tu, pur di non sentire la mia voce, abbia tenuto i rapporti con l’agenzia
solo a mezzo e-mail e solo a mezzo Whatsapp, esclusivamente con Stevo.
* Sebbene tu abbia ridotto ad un
semplice orpello la mia professionalità, non considerando cosa sapevo fare, con
quale impegno lo facevo per te, e, sì, anche l’aiuto che sono sempre stato
felice di offrirti a prescindere dai nostri rapporti
* Nonostante io non possa vedere
neanche la tua foto, solo perché ho osato mandarti delle rose.
* Senza tenere in conto che hai
buttato nel cestino il libro accuratamente scelto per te, non leggendo neanche
una riga della favola che ti avevo scritto, rifiutando di ritirare il bonsai
che ti aveva inviato l’unico stupido che si era ricordato che eri direttrice da
tre anni.
* Anche se, da oltre dieci mesi,
mi vieti di vederti, consapevole di quale dolore tu stia creando.
* A dispetto della dicotomia tra
l’Irene di Scurzolengo e l’Irene d’oggi, tra il sogno di Leningrado e il
viaggio nell’impero del male.
* Per quanto tu abbia perso ogni
empatia, persino la pietà, nei confronti dell’uomo che chiamavi Amore, Cherie,
Orsone Ribelle, ora semplice fantasma senza nome da “dimenticare”.
IO CONTINUERO’ AD AMARTI E A
PROTEGGERTI SENZA CERCARE VENDETTA.
Difenderò le mie idee e i miei
sentimenti fino all’estremo sacrificio.
Nulla può farmi recedere dai
miei sentimenti, nulla mi farà scegliere di salvarmi dall’assedio, in cambio
dell’abiura al mio cuore.
Mi comporterò da uomo, con onore
ed onestà.
Non da uomo d’onore.
Lascio a te comprenderne la differenza. Sono certo che tu abbia tutti gli
elementi valutativi sotto gli occhi per farlo.
Lotterò fino all’ultimo alito di
fiato contro la Banca ed ogni mio nemico, ma mai contro di te.
Combatterò anche contro la mia
psicologa che continua a chiedermi di valutare con attenzione quale fosse la
vera Irene, benché Lei stessa, forse, avrebbe bisogno di una terapista.
Ti amo troppo per pensare
di farti del male o per retrocedere la tua persona, la tua empatia, la tua
bontà, il tuo sorriso, la tua anima calda e sincera all’egoismo materialista,
pur assodato che se sei passata dal NOI all’Ego.
TI HO SEMPRE AMATO, anche nei
momenti più oscuri.
Ho sempre pensato a NOI come ad un’unica anima
che si sarebbe ritrovata sotto lo stesso tetto a vivere un amore incrollabile,
insieme alle nostre bambine.
Ho sempre ritenuto, con
incrollabile fiducia, che finalmente Neda avrebbe avuto una mamma ed io una
compagna di vita, una moglie, bella, dolce, donna felice da rendere
felice.
Che avrei vissuto anch’io,
finalmente, le mie domeniche nel calore di una famiglia vera.
Ho sbagliato, sì, molte
volte le parole, i modi e le scelte da “duro” quale in realtà, con te, mi è
impossibile essere.
* Ho sbagliato a non andare via
di casa immediatamente, affrontando tutto come sto facendo ora, per prendermi
una piccola casina dove aspettarti.
* Ho detto frasi brutte che ti
hanno fanno soffrire. Come quella per cui “sarebbe stato meglio lavorare
separati”. Una frase da idiota.
* Ho sbagliato il 2 gennaio
2017. Quella mattina, sei venuta in filiale presto, per abbracciarmi e stare
con me. Mi hai chiesto anche scusa, ma tu non dovevi chiedere scusa di
nulla.
Non dimenticherò mai quei
minuti, perché avrei dovuto caricarti in macchina e portarti via, lontano da
quella follia e da quel folle. Sicura che il vero stalker sia Orso?
* Ho sbagliato quando sono
andato a Formentera invece di rimanere al tuo fianco, nell’estate del 2017.
* Ho sbagliato a dire che non
volevo regali per il compleanno, perché ora darei un rene per avere il tuo,
quello che mi avevi preparato.
* Ho sbagliato quando ti hanno
trasferito: invece di abbracciarti e proteggerti, mi sono arrabbiato perché non
mettevi in atto la guerra che volevo io, non comprendendo che ognuno di noi è
fatto a modo suo e tu, in quel momento, avevi bisogno di un sostegno, non di
uno che urlava.
* Ho sbagliato quando, a maggio,
tu hai detto “io amo te”. Avrei dovuto mollare cassa e colleghi, salire in
macchina e venire da te. All’ istante!
* Ho sbagliato quando, già
stordito dal dolore, ho detto sì ad una vacanza a Formentera, che in seguito ho
cancellato.
* Ho sbagliato l’11 febbraio
dell’anno scorso, quando, in preda ad una stupida rabbia per non averti potuto
vedere, ho fatto finta di essere un duro, simulando di poter fare a meno di te,
con parole orrende.
* Ho sbagliato a non portarti
fuori in braccio dall’ufficio il 10 maggio 2016, per correre a Parigi come ti
avevo promesso. Tu, però, hai recuperato: vero, Irene?
* Ho sbagliato a non baciarti
nel caveau, quando ti sei messa davanti a me.
* Ho sbagliato, quando, fischiettando
“Non sarà un’avventura” dentro lo stanzino del bancomat, alla tua domanda sul
testo di quella canzone non ho risposto baciandoti innanzi a tutti, dicendo ai
presenti: “Io amo Irene”.
Ho sbagliato per paura di sbagliare.
Tutti errori gravi, di cui mi
pento, che non rifarei mai più e per i quali chiedo venia in ginocchio ogni
giorno, ogni sera, ogni ora, ogni secondo della mia vita.
Ma mai la tua fiducia nei
miei confronti è stata mal riposta. Mai! Né sul piano personale, né ‘sul piano
professionale. Per te, mi sarei buttato nel fuoco allora e lo farei domani.
Ora, tu non mi credi più:
citando le tue parole, sono “un bugiardo che crede alle sue stesse bugie”.
Il conto che mi stai facendo
pagare è veramente alto e crudele.
Mi hai, in concreto,
scomunicato, condannato all’ostracismo.
Prima ancora, avevi cominciato a
pensare a quel “muro invalicabile” e, sentendoti troppo sola e tramortita, sei
tornata da tuo marito, accettando la sua condizione: la cancellazione
imperitura di Gino Garbero. E questo tradimento mi lacera il cuore. Al
contrario, io non lo avrei mai fatto.
Quel muro di fronte al quale ti
sei arresa non è, non era e non sarà mai invalicabile, se solo lo volessi,
perché io, ora, sono pronto e la terapia psicologica non fa altro che
confermarmelo, settimana dopo settimana. Ma continui a non voler sentire.
Purtroppo, dopo le mie
fesserie, hanno cominciato ad agire i “fattori esterni” ed è accaduto di tutto.
Ci hanno diviso
fisicamente e con giochi sporchi, anzi, luridi e vigliacchi: chi n’aveva
precipuo interesse personale ha strappato te dalla nostra unica anima,
facendoti credere di me le peggiori nefandezze.
Tu, mia insostituibile
Amata, gli errori li hai commessi dopo, per proteggerti certamente dalla troppa
tensione di cui sei stata caricata anche da me, ma non solo e non
principalmente.
Hai creduto a fandonie, sei
arrivata al punto di temere per la tua incolumità, mi hai cancellato fino a
ridurmi ad un fantasma senza nome.
Hai negato di avermi mai
promesso un piccolo Romeo, quando sai benissimo di averlo fatto con i gesti e
le parole. La tua memoria di ferro non può averlo rimosso.
Non hai più risposto ad un
solo messaggio, nemmeno all’e-mail di lavoro, fino ad arrivare alla scelta
sciagurata di porre il veto sulla mia persona per non farmi lavorare con te,
pur avendo bisogno di un cassiere appena passabile.
Hai ceduto alle difficoltà per
stanchezza, consegnandoti, nella speranza che finisse tutto il più velocemente
possibile, al giogo di tuo marito, del quale un giorno scoprirai la vera
natura. La vita restituisce tutto.
Io, Gino, Orso, Arkady,
continuerò, malgrado tutto, a credere nell’Irene che ho conosciuto, con la
quale bastava uno sguardo, un gesto per intendersi. Scelgo di credere all’Irene
che si fidava di me, che non credeva al Gino manipolatore, incantatore, che fa
uso delle parole per abbindolare le persone.
Perché non sono così. Perché,
sì, forse so formulare una perifrasi con un senso, ma questo non fa di me il “Rasputin”
che hai descritto.
Io non manipolo: semplicemente
uso le parole per dire ciò che penso, con sincerità e sentimento
vero.
Sono un uomo onesto che
onestamente se ne andrà. Da uomo.
Non certamente da “intelligentone”,
ovvero furbo, come spregiativamente sono stato appellato. I furbi fanno ben
altro e un furbo non sarebbe nelle condizioni in cui sono io oggi.
Voglio sperare, inoltre,
che, per non essere considerato tale, non sia necessario sbagliare qualche
congiuntivo!
Come già detto, pur
consapevole che non ti perdonerò mai per avermi impedito anche solo di vederti
al lavoro, dando così un po’ d’anestetico al mio dolore, pur sapendo che,
professionalmente, ti sarei stato solo d’aiuto come umile e fedele scudiero, la
tua fortuna è che ti Amo e non ti farò mai del male, costi quel che costi.
Mai sarai messa in cattiva luce da me. Mai.
Combatterò fino all’ultima mia
energia. Ricomincerà la guerriglia, sì!
Continuerò a resistere all’assedio
con onore, in difesa dei miei sentimenti onesti e veri!
Sarà dura, ma ora non ho paura
e non fa differenza se dovrò affrontare un plotone, un battaglione o truppe
corazzate. Chiunque c’è si faccia
avanti.
Verrebbe da citare il “Cyrano”
di Guccini, o Cocciante in “Quando finisce un amore”, per spiegare meglio il
mio stato d’animo.
Con medesima ovvietà mi
addolora, insieme ad una lancinante sofferenza, che L’AMORE della mia vita
abbia buttato tutto per paura.
Giunti, ormai, gli ultimi giorni
di Pompei, non posso fare altro che pregare mio papà e anche il tuo adorato
nonno, affinché intervengano dal tuo cuore, perché tra le tue braccia c’è il
tutto.
Dimostrerò con i fatti che tu
sarai sempre protetta da me, anche se non lo meriti e mi hai brutalmente
TRADITO.
Quando non avrò più forze,
quando la soverchiante potenza che vado a sfidare mi avrà schiacciato, mi
lascerò andare, ma non mi avranno.
La morte non mi fa paura. Mi fa
paura la vita, questa vita, in cui incontro solo tanti IO ed il nostro Noi è
stato distrutto da un plotone di carogne senza vergogna.
Io me n’andrò quando verrà
il momento, senza aver mai rinnegato le mie idee ed i miei sentimenti,
continuando a pensare al Noi, onorando il mio nome, il mio sangue e quello che
rappresentano.
Almeno, avrò dimostrato che non
sono un “quaquaraquà”, che certi valori non sono comodi e che ci vuole un gran
midollo per non rinnegarli mai.
Preferisco morire amandoti che
piangere per tutta la vita in un’insoluta desolazione, sapendoti al servizio
dell’uomo sbagliato.
Non è importante se, ancora una
volta con egoismo sprezzante, non risponderai anche a questa mia ultima
prolusione, per rabbia o per mancanza d’argomenti, per paura di una verità che
sai essere incontestabile, o perché, molto più comodamente, hai già scelto di
considerarla il delirio di un pazzo, oppure, molto meno prosaicamente, hai
ottenuto ciò che dovevi ottenere.
Io non sono pazzo: sono
arrabbiato, sì, sono deluso, si, ma sono ben presente a me stesso e so cosa
dico.
Resterai, in ogni caso, la
persona più importante della mia esistenza.
Grazie egualmente per avermi
fatto vivere due anni meravigliosi, pur dubbioso, visto che non vuoi
incontrarmi, forse per troppa paura che il tuo cuore ti risvegli da questa
razionale, costruita, indifferenza, che il tuo sentimento sia ancora vivo: un
terapista definirebbe il tuo comportamento una dimenticanza psicogena.
È il segnale di un trauma che,
prima o dopo, tornerà a galla e più tardi lo affronterai peggio sarà.
Vorrei chiederti di smettere di
nasconderti; ma sono certo, che non lo farai, perché mi reputi responsabile di
tutto, oltre che un bugiardo.
Avrei dovuto avere la
razionalità necessaria per evitare d’innamorarmi. Solo tu, tuttavia, riesci ad
imporre con pervicace ostinazione la ragione sul cuore. Io non ci riesco.
Sapendolo, tu potevi
evitare di cercarmi, invece di farmi illudere d’aver trovato la donna della mia
vita, per poi gettarmi nell’oblio come un ferrovecchio.
Puoi starne certa:
probabilmente, non diventerò mai vecchio, certamente non un vecchio cattivo.
Ora, hai la risposta alla tua domanda.
E tu rimpiangerai
per tutta la vita questa scelta, fatta di sola analitica ragione, chiudendo il
tuo cuore in una camera stagna.
Rimpiangerai di aver risposto al
richiamo all’ordine e al dovere che data ben prima dei miei errori: il
messaggio di giugno 2016, il binario da percorrere. Ricordi? Sì, certamente
ricordi.
Non ti basterà dirti: “Stavo
facendo solo il mio dovere”, perché anche l’SS sul ciglio della fossa comune se
lo diceva.
Semplicemente, uno scoglio non
può fermare il mare e non si può nemmeno fermare il vento con le mani. Si può
scappare come hai fatto tu, nascondendosi nel silenzio, ma dalle emozioni, in
verità, non si scappa e, prima o dopo, ci si fanno i conti, come sto facendo io
ora.
Hai sbagliato, Irene! Hai
imposto una tortura crudele, utile solo al vero manipolatore di questa vicenda,
che tra non molto riprenderà a cenare con i colleghi o a dedicarsi in
straordinari che poi non risulteranno in busta paga.
Il signor Sultano ti sta usando, Irene!
Il tuo Orso, per il quale
resterai sempre la VIA DELLA VITA, con immenso dolore, ti saluta.
Insieme, eravamo una
Camelot, eravamo il sole in un giorno di pioggia, eravamo l’eternità. Ci
credevo, con fideista dedizione!
Insieme, avremmo finalmente
scritto il terzo libro della Poetica d’Aristotele. Invece, ci siamo fermati
alla tragedia.
Avrei potuto leggere per te ogni
sera, cantandoti le lodi per la tua bellezza obnubilante, mettendoti in mano il
rasoio per farmi la barba anche al buio.
Mi avresti insegnato a cucinare,
avremmo potuto ridere e ballare mentre facevamo le pulizie di casa. Avremmo
potuto fare la spesa insieme, mano nella mano.
Avremmo potuto dormire
abbracciati come un unico corpo, un’unica anima.
Volentieri avrei cenato con tua
Sorella ed i tuoi famigliari, tutte le sere che lo avessero desiderato: voi non
mi credete, ma io volevo bene ad Anastasia, a tuo papà e la tua mamma e,
ovviamente, a Lucia.
Avremmo potuto vivere una FAVOLA
e avremmo potuto scriverla NOI.
Tu, purtroppo, non hai
voluto capirlo: hai solo giudicato, senza appello, i miei errori e mi hai
escluso da questo sogno, per farlo vivere a chi nemmeno riconosce la fortuna
che ha, ritenendola un diritto dal quale è legittimo prendersi anche alcune “licenze”.
Ora io, con il pugno di mosche
che mi hai lasciato tra le mani, posso solo incarnare la prova empirica del
paradosso di Zenone.
In questi giorni, avevo anche
trovato la casa dove trasferirmi, ma appare del tutto inutile dirtelo.
Semplicemente, non t’ importa e,
senza di te, non importa neanche a me.
Ora, mi rimane solo un progetto:
combattere con onore fino alla fine, mentre tu potrai annunciare a chi chiedeva
con cogenza la mia eliminazione il “missione compiuta”.
Possono cominciare i
festeggiamenti.
Queste sono le mie ultime
parole: ho usato tutte quelle che avevo per chiederti perdono e prometterti
amore a vita, ma tu non credi più al NOSTRO NOI, di cui, invece, io ho un
bisogno vitale, dopo che tu stessa me ne hai ricordato il valore.
Una vita così, senza di te, è
solo una via crucis che non voglio vivere.
Quindi, non continuerò questo
sterile ed umiliante soliloquio.
Ti amo, Irene. Tu sei tutto. Sei
la cura o la cicuta. Disperatamente tuo, Gino”
Passarono poco più di cinque minuti ed
il telefono della filiale cominciò a saltare come quello di Paolino Paperino,
quando chiamava Zio Paperone.
La collera, che sicuramente lo fece
esagerare nel passaggio delle SS, aveva colpito nel segno.
Rispose Stevo, il quale, sempre più con visus interrogativo, disse solo: “Certo,
te lo passo subito”. Gino, non certo calmo, ma pronto a litigare, chiese a Stevo
di sostituirlo in cassa, perché la telefonata voleva prenderla dall’ufficio di
Fiammetta, quel giorno assente.
Chiusa la porta ed alzata la cornetta,
iniziò una furente colluttazione. Irene, che per mesi aveva sostenuto “Tu qui
mai!”, ora, resasi conto dell’effetto di quell’embargo, cercava di lavarsi l’anima,
argomentando che non era lei a prendere le decisioni, ma l’ufficio personale. “Vero”
rispose Gino, “ma tu cos’ hai detto alla tua amica Eva, per tenermi lontano da
Via Filadelfia?”. La risposta fu e sarebbe sempre stata: “Cazzi miei”.
Era fin troppo chiaro che aveva
descritto Gino come un mitomane pericoloso, che aveva scambiato l’amicizia
professionale con l’amore.
In seguito a ciò, pensarono i massoni,
meglio metterlo dove erano sicuri vi fosse acrimonia ben sedimentata.
Inviperiti entrambi, non poterono far
altro che trasformare quella telefonata in una litigata piena di livore e
scambio d’accuse.
Troppo intensa per essere sorretta da
due persone indifferenti l’una all’altra.
Qualche giorno dopo, a fronte delle
insistenze di Stevo, arrivò la vendetta d’Irene: “Scusami, Pav, ma è meglio se
non vengo alla cena”, facendo chiaramente intendere che il problema era la
presenza di Gino.
Stevo, sempre più incredulo, chiese a Gino
cosa stesse accadendo. Gino, sempre più deluso da Irene, rispose con un’e-mail
circolare indirizzata a tutti gli invitati: “Buongiorno a tutti! Venuto a
conoscenza di non essere gradito da tutti i partecipanti, ritiro la mia partecipazione
alla cena del Game Over. Gino non sta seduto in paradiso a dispetto degli
angeli”.
Altra telefonata, altra furibonda
litigata, seguita dall’ennesima sequela d’insulti di Don Ciro.
Gino non rispose nemmeno.
Doveva preparare l’ultima resistenza
contro la banca.
32.
Come promesso a sé stesso, Gino avviò
immediatamente un fuoco di sbarramento. Andava come un treno, senza più alcuna
paura.
Scrisse e-mail a Farinacci, Sarfatti,
Petacci e Balabanof.
Mancava soltanto il capo della loggia,
Venezia; ma aveva già pronta la richiesta di colloquio.
Non fece in tempo.
Fu convocato in sede da Farinacci e
Petacci, fuori dall’orario di lavoro.
Il Farinacci, l’uomo utilizzato dalla
mafia in camicia per le intimidazioni, era un esecutore perfetto degli ordini.
Si presentava alle riunioni con gli
appunti.
Bastava leggere il suo quaderno,
caratterizzato da una calligrafia infantile, per sapere cosa stesse per dire.
Un idiota fatto e vestito, fedelissimo
al suo Duce e alla sua corte di nani e ballerine.
Quando si vedeva arrivare solo lui,
senza Sarfatti o Evangelisti, si poteva stare tranquilli.
La presenza della Petacci era un
orpello. Aprì bocca due volte e due volte fu zittita da Gino: aveva mancato la
parola data, riproposta in forma scritta, senza nemmeno una spiegazione. Non
meritava nemmeno il rispetto.
Quanto a Farinacci, fece pervenire il
messaggio mafioso: “Smettila d’infastidire o, come ben sai, abbiamo i mezzi per
farti desistere”.
Gino rispose a tono, com’era nel suo
animo: “Io continuerò a lottare. Siatene certi. Ero tranquillo, non mi
sentivate mai, eppure avete deciso di tradire persino la parola data. Voi
cercate esecutori. Io non lo sono e mai lo sarò”.
Gino sapeva di essere un nano a fronte
di quell’organizzazione criminale; sapeva che avrebbero continuato; ma, in quel
momento, non aveva più paura.
Mollò anche la psicologa, per passare ad
uno psichiatra: doveva ritrovarsi. Era chiaramente in difficoltà e quel
coraggio che mostrava non era altro che la forza ultima di chi non aveva nulla
da perdere. Non sapeva che quella forza, neanche due mesi dopo, l’avrebbe
salvato.
Quella vita, vissuta in quel modo, con
troppi tradimenti, arrivati a freddo, non faceva per lui.
Il nuovo medico, dopo due sedute,
aggiunse subito un farmaco: la sertralina, da prendere alla sera, togliendo le
gocce per dormire, ormai del tutto inutili.
Come tutti, lo avvisò che, per i primi
giorni e notti, la situazione sarebbe peggiorata; ma Gino già lo sapeva.
Per nulla intimorito, stanco, insonne,
si presentò a Stupinigi, ai confini dell’impero, agl’ordini di un fusto di
materiale radioattivo, un cofano venuto male ed invecchiato peggio, che,
tuttavia, si credeva bella e intelligente. In verità, Genoveffa era più bella
che intelligente.
I suoi meccanismi mentali, Gino aveva
imparato a conoscerli quindici anni prima: non esisteva un solo gesto o una
sola parola che suonasse come veritiera, come, del resto, nell’intero corpo
intermedio della Banca.
Era necessario tenerla a distanza e
utilizzare ogni accortezza per non darle modo di colpire.
Gino scelse di colloquiare solo in terza
persona. Nessuno poteva accusarlo d’insubordinazione; ma, al contempo, le
faceva sentire tutto il suo disprezzo: in banca, è uso comune approcciarsi con
il “tu”.
Ogni giorno era una guerra di nervi; l’agenzia
s’impallò, a causa di quella tensione.
Nel suo stile falso, la Sappé non esitò
a dire quello che le era stato ordinato di dire: “Gino tu qui sei il benvenuto”.
“Non lo è lei per me, signora direttrice” rispose Garbero, che, dall’ingresso in
quell’agenzia, era veramente solo.
Solo poteva capitolare, solo poteva
resistere, fino a sfondare l’assedio. Erano le situazioni in cui Gino, pur
piagato, dava il meglio di sé.
Non dava spazio a confidenze e,
certamente, non collaborava.
La banca lo aveva tradito: lui
riprendeva la guerriglia.
Irene, nel mentre, aveva cambiato anche
indirizzo e-mail.
Sparita per sempre, La sentì soltanto
una volta, a giugno.
Gino era ormai un fantasma
dimenticato.
Esistevano ancora momenti in cui sentiva
il bisogno compulsivo di parlarle.
Erano i momenti più duri, quelli pieni
di sconforto, nei quali la vita era immobile, noiosa, sempre uguale a sé stessa
nelle sue brutture, in cui Gino andava in cerca di un sorriso.
Si sottoponeva, quasi come un tossico in
astinenza, a sforzi ciclopici per cercare di controllarsi; a volte, ci
riusciva, altre no, perdendo, ad ogni tentativo di contatto, altra
dignità.
Prevedibilmente, rispettando il copione,
dopo poco più di un mese la Banca inviò la sua intimidazione tramite “i bravi”
della revisione interna. Solita regia, solo copione. Gino non si spaventò
affatto. Ci aveva fatto il callo ed era certo che non avrebbero trovato nulla,
come le ormai tante altre volte precedenti. Questa volta, tuttavia, avevano la
lettera di contestazione ex art 7 legge 300, già pronta prima ancora di
cominciare l’ispezione.
La visita ispettiva era solo il mezzo
per creare il casus belli, con cui
iniziare il procedimento sanzionatorio che avrebbe dovuto portare al colpaccio
di Wally Sarfatti.
Nei corridoi della Santa Sede, si diceva
che fosse “la mano sinistra di Venezia, perché la destra era occupata a
masturbarlo”.
Più il valore morale dei cortigiani del
Gran Maestro era basso, più stavano in alto nella scala gerarchica.
Quando si muoveva la Sarfatti, erano
guai e solo il coraggio del condannato a morte salvò Gino.
Poco dopo la fine dell’ispezione, che
era andata esattamente come le altre, forse meglio, fu convocato in Sede, a
colloquio con Farinacci ed Evangelisti. Presidentessa della Corte Marziale: la
Sarfatti.
Capì immediatamente: non contenti di
tutto quanto già fatto sino ad allora, anche con il favore del nuovo diritto
del lavoro lasciato in eredità dal governo Renzi, stavano tentando il colpo di
mano.
La situazione era tutto fuorché rosea per
Gino, che, sfrangiato dall’ultimo anno, si trovava a dover lottare ancora,
senza alcun aiuto e senza alcuna difesa.
Il sindacato, malgrado la fideista,
ultradecennale adesione di Garbero, era latitante: nessuno aveva il coraggio di
mettersi contro quei diavoli a sette code.
Lui il coraggio, dopo che gli avevano
già tolto tutto, dalla serenità all’amore, per non parlare della
professionalità, doveva trovarlo.
Certamente, non mancava la paura; ma. se
voleva tentare di uscirne vivo, doveva tenere la schiena dritta.
Al primo incontro, presentarono la
lettera di contestazione, consistente in irregolarità formali che si potevano
trovare in ogni cassa della banca. Non vi era nulla di sostanzioso.
Gino, mentre la Corte leggeva il capo d’accusa,
si mise a sorridere. “Tutto qui? Tutto quello che avete è questo? Ritenevo che
vi organizzaste un po’ meglio. Sapete che queste irregolarità le trovate in
qualunque cassa proprio grazie all’ organizzazione del lavoro che avete voluto
imporre?”
Non risposero. Farinacci si limitò a
ripetere i termini di legge, ben conosciuti da Gino: “Hai cinque giorni di
tempo per produrre le tue giustificazioni scritte”.
La Sarfatti era una sfinge, mentre
Evangelisti, sentitosi preso per il naso da quella reazione, aveva la vena che
pulsava; ma anch’ egli non proferì verbo.
Erano seriamente decisi a rispettare
ogni passaggio della legge 300, affinché il loro provvedimento fosse il meno
fragile possibile, in un tribunale dove, peraltro, con quelle ridicole basi,
sapevano di essere deboli.
Loro, in realtà, puntavano all’assenza
della reintegra, tra le opzioni del giudice del lavoro.
Il nuovo articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori prevedeva, infatti, l’istituto della reintegra solo in caso di
comprovate discriminazioni d’ordine politico, religioso o razziale. Venezia non
sarebbe stato certamente così inetto da permettere alla Sarfatti di firmare una
lettera di licenziamento che scadeva nel discrimine politico.
I tre della Corte Aziendale, su
indicazione del Sovrano, puntavano alla colpa grave e anche se il giudice non l’avesse
ritenuta tale, rischiavano solo di dover pagare un indennizzo a Garbero, perché
il magistrato non avrebbe potuto reintegrarlo.
Gino, compreso che era arrivato a fine
corsa, non diede grande importanza alle controdeduzioni. Scrisse una generica
difesa in cui rinnovava la certezza che le irregolarità a lui contestate si
potevano trovare in qualunque cassa, che tutte le operazioni erano autorizzate
dai clienti, come la stessa azienda ammetteva e che, ovviamente, i valori di
cassa quadravano al centesimo.
In pratica, disse loro: “Tra le mani,
avete aria fritta e non avete tenuto una condotta coerente con le visite
ispettive effettuate in altre agenzie”.
Il giorno successivo all’atto d’accusa,
l’azienda aveva già in mano la memoria difensiva.
Ora, Gino doveva attendere la camera di
consiglio e la lettura della sentenza, per la quale fu riconvocato con una
settimana di preavviso, per farlo ribollire a dovere. Nelle torture e nei
ricatti, erano maestri.
La settimana d’attesa fu difficile da
reggere. Gino, che dava per certo il colpo di mano, passava da momenti in cui
pensava alle contromisure ad altri di totale sconforto.
Nel suo DNA, era inoculato l’istinto di
lottare contro i potenti, gli arroganti, i forti che se la spassavano con i
deboli, questo era innegabile; ma era altrettanto vero che veniva da anni che
avrebbero abbattuto un elefante. In quei giorni, si decideva il suo destino -
o, forse, era già deciso.
Qualora avesse perso anche lo stipendio,
non avrebbe più avuto nulla.
Avrebbe perso la casa occupata da Crosta
e Figlia e, finiti gli ammortizzatori sociali, avrebbe dovuto attendere l’esito
della causa di lavoro, vivendo come un parassita sulle spalle dell’anziana
madre.
Da molto tempo, non andava più sulla
tomba del Papà, perché si vergognava della fine che aveva fatto e di come
stupidamente avesse buttato alle ortiche la grande occasione della sua vita,
per la quale era certo dell’intervento di una forza esterna ed intangibile: Gino
ed Irene non si erano incontrati per caso.
I giorni passavano; le dosi di Lorazepam
aumentavano, di pari passo con la solitudine intorno a lui. Per molti, era
già un morto deambulante.
Giunto il giorno dell’appuntamento,
tuttavia, Gino si sentiva più disteso: la paura era scomparsa, sostituita dall’orgoglio.
Non sarebbe certamente andato innanzi ai
suoi carnefici, coloro che gli rovinavano la vita da oltre sedici anni,
implorando pietà.
Se avesse dovuto capitolare, lo avrebbe
fatto con l’animo che il suo nome di partigiano imponeva.
Considerava quell’epilogo già scritto
quasi come una liberazione: finalmente, avrebbe potuto abbandonare ogni
prudenza per dare battaglia a tutto campo.
Ancora una volta nel momento peggiore, Gino
avrebbe sfoderato una forza ed una razionalità che nemmeno lui riusciva a
spiegare.
Alle ore 16:30 di un venerdì, iniziò lo
scontro finale. La giuria si presentò in ritardo, con atteggiamento strano. I
loro visi manifestavano dubbi: era chiaro che non ci fosse accordo tra loro e
lo stesso Venezia aveva delegato la decisione all’esito di quell’ultimo
colloquio.
Il dottor Venezia, pur conscio del suo
potere assoluto dentro le mura della sua banca, aveva l’ossessione per la
reputazione esterna e immaginava con quale grinta e mezzi Gino avrebbe
scatenato la controffensiva, dopo essere stato messo alla porta con quel
meschino archibugio.
Che fare? Non lo sapevano nemmeno loro.
La Sarfatti aveva, tra le sue cartacce, nascosto tre lettere, tutte con il
medesimo protocollo, ma con tre sentenze diverse.
Appoggiò l’IPhone sul tavolo e chiese a Gino
se acconsentisse a registrare il colloquio. Senza il suo permesso, non poteva
farlo.
“Nessun problema” rispose Gino, “a patto
che copia del file di registrazione mi sia immediatamente consegnata, alla fine
dell’incontro”.
Sarfatti non rispose; ma, con gesto ben
visibile, spense il telefono e chiese a tutti di fare altrettanto.
Gino capì che la loro prima
preoccupazione era non fare uscire una parola da quelle mura.
Notò tuttavia, al centro del tavolo, la
luce rossa dell’interfono accesa. Qualcuno stava ascoltando e sapeva anche chi
fosse: il padrone.
Venezia sapeva di essersi circondato di
mezze calze, ottimi e fedeli esecutori, ma del tutto inaffidabili se si
trattava di prendere decisioni che avrebbero potuto travalicare le mura ben protette
del perimetro aziendale.
Gino ricordò una parafrasi dell’articolo
1 della costituzione che, con Irene, aveva coniato per farlo aderire alla
realtà: “L’Italia è una repubblica plutocratica fondata sul lavoro altrui. La
sovranità appartiene alla borghesia illuminata, che tale rimarrà finché ci sarà
qualcuno a pagare la bolletta al loro posto”.
Ecco: il dottor Vittorio, nonostante la
completa assenza di democrazia all’interno del proprio feudo, all’esterno si
accreditava come borghese illuminato, anche se non voleva pagare la luce, ma
nemmeno rischiare che qualcuno fuori controllo gli tagliasse i fili.
Quello che doveva essere un colloquio Gino
lo trasformò in un soliloquio, folle per la situazione, pienamente razionale
per i fatti, radendo al suolo i tre astanti.
L’ incipit fu della Sarfatti,
visibilmente infastidita: “Ha riflettuto sui Suoi errori? Si dichiara sempre
innocente? Cosa si attende da questo incontro?” “Conoscendovi, purtroppo, nulla
di buono. Ho tuttavia la coscienza a posto. Ho lavorato come sempre e, come
sempre, mi avete controllato. Sono onesto, pulito e, a questo punto, senza
paura.” fu l’inizio della risposta di Gino. Proseguì rivendicando la sua
dirittura morale, la sua voglia di combattere, segnalando che era pronto e
quasi speranzoso che tutto si esaurisse con la fine di quel rapporto
professionale, perché, sinceramente, delle loro alchimie intimidatorie non ne
poteva più. E, in tutta franchezza, l’ultima cosa che aveva intenzione di fare
era piegarsi ai loro ricatti.
Proluse la sua arringa, rivendicando che
non aveva mai violato alcuna legge dello Stato e rilevando che la normativa
interna della banca era scritta solo ad uso e consumo della Banca d’Italia,
perché loro stessi, per primi, la sapevano essere inapplicabile, salvo diventare
rigidissimi con i clienti ed astenersi dal disporre qualunque operazione che
non avesse il correlato ordine debitamente compilato.
In quasi diciassette anni di banca,
aveva ormai perso il conto delle visite ispettive cui era stato sottoposto;
eppure, mai un solo valore di cassa aveva evidenziato differenze. Mai subita
una sola rapina e non era solo fortuna, perché serviva anche l’occhio, per non
aprire alla persona sbagliata.
Mai un ritardo sul lavoro, mai un’assenza
ingiustificata, quando c’erano quadri direttivi che facevano la spesa in orario
di lavoro, giustificandolo con la visita commerciale e segnando anche il
rimborso chilometrico.
“Non avete mai trovato un ladro” disse a
quella testa di cuoio sempre più paonazza di Evangelisti “e non perché non ci
fossero, ma perché non ne siete capaci. I ladri ve li ha sempre trovati la
Magistratura”.
Ed ora questi sgherri volevano fare la
festa a Gino, che non aveva mai rubato un centesimo?! “Nooo!” continuò Gino: “Per
me, siete liberi di fare quello che volete. Ma vi prometto che, questa volta,
andiamo fino in Cassazione e, se la vostra opera massonica è specializzata
nella segretezza, vi posso garantire che qualche giornalista disposto a
scrivere di voi alla fine lo trovo! Con tanti saluti al valore reputazionale
dell’azienda. Sono stanco delle vostre falsificazioni!”
Gino si tacque e, nella sala, calò il
silenzio.
Sarfatti aveva perso il colore delle
rosee gote tipico di chi aveva vissuto la giovinezza tra i campi; Evangelisti
respirava come un toro infilzato a cui si sventola il drappo rosso; Farinacci,
dalla rabbia, aveva spezzato la biro insozzandosi d’inchiostro la
cravatta.
La luce rossa dell’interfono si spense.
Wally Sarfatti immediatamente si alzò, dicendo che doveva fare una telefonata,
ed uscì. In realtà, andava al piano di sopra a prendere ordini dal Venezia, che
aveva tutti i difetti tranne quello d’essere stupido.
Nella stanza, rimasero in tre e Gino,
guardando gli altri due, intuì che, se avessero potuto, non solo lo avrebbero
licenziato, ma anche strangolato con le loro stesse mani.
Sarfatti tornò in pochi minuti, ancora
più cerulea di quando era uscita; riprese a mescolare le sue cartacce, scelse
un foglio, lo controfirmò e lo passò a Gino. “Provvedimento conservativo di
richiamo scritto”. Gino firmò per presa visione, si alzò e lasciò tutti senza
salutare alcuno.
La sua follia, il suo istinto
primordiale lo avevano salvato dal licenziamento, già deciso prima dell’Ispezione.
Sarfatti, Evangelisti e Farinacci
avevano sbagliato il colpo e Venezia se n’era reso conto.
La teoria costruita non stava in piedi e
l’eliminazione di Gino in quel modo avrebbe comportato un danno insanabile per
le ambizioni politiche del dottor Vittorio Venezia.
Certamente, i tre, nelle successive ore,
non avrebbero passato momenti piacevoli.
Gino, che da mesi era senza forze, aveva
vinto la battaglia di nervi e l’aveva vinta in solitudine, con Irene che, pur
consapevole di quanto stesse accadendo non aveva mosso un dito.
Era tuttavia, una battaglia e ne
sarebbero giunte altre: doveva aspettarselo, finché il suo luogo di lavoro
fosse rimasto Stupinigi e la sua diretta responsabile fosse rimasta quella
serpe della signora Sappé.
Gino, uscito dagli uffici della banca,
si sedette su di una panchina; si accese una sigaretta, il cui consumo, negli
ultimi diciotto mesi, era passato da cinque giornaliere ad un intero
pacchetto.
Per il momento, aveva salvato lo
stipendio: ma per quanto tempo? Non ne aveva la più pallida idea e viveva,
ormai, alla giornata.
Doveva, in ogni caso, rimanere sul chi
va là, continuare a resistere all’assedio che sembrava ben lontano dall’essere
spezzato e, seppur orgoglioso di come aveva sventato quel complotto, l’“orso
ribelle” era sfinito.
33.
L’ ultimo contatto con Irene avvenne a
metà giugno, quando Gino si era appena fatto sospendere la patente: per non far
ritardo al lavoro, aveva percorso cento metri di corsia d’emergenza per uscire
dalla tangenziale.
Trovò la guardia sbagliata e si ritrovò
appiedato per due mesi.
Aveva solo la possibilità di richiedere un
permesso orario per andare al lavoro, ma serviva del tempo per ottenerlo.
Gino era furibondo con sé stesso ed
anche con chi l’aveva messo tutti i giorni su quella maledetta
tangenziale.
Se Irene non avesse posto il veto sull’agenzia
di Via Filadelfia, avrebbe avuto ancora la sua patente, perché da quell’imbuto
non sarebbe passato.
Prese il telefono e la chiamò in
agenzia, per informarla della nuova conseguenza derivante dal suo
ostracismo.
Semplicemente, non le interessava
minimamente: non era colpa sua, Lei non c’entrava più nulla con la sua vita.
Fu una telefonata utile solo a far
capire a Gino che l’Irene conosciuta o non era mai esistita o era cambiata
radicalmente.
La Perseide apparsa improvvisamente nel
cielo di Gino era passata senza esaudire il suo desiderio.
Irene era ormai una di loro, completamente istituzionalizzata nella prigione
BDI spa.
Chiuse la telefonata deluso e bastonato,
come sempre, deciso a non cercarla mai più.
Tutta l’energia messa in campo era stata
utile solo a prestare il fianco ai nemici di sempre, con la consapevolezza, a
meno di una recita ben interpretata d’Irene, di averne una in più: con l’aggravante
che questa nemica conosceva i più reconditi aspetti dell’anima, del cuore e
della vita di Gino.
Ed era entrata nella cerchia di secondo
livello della governance aziendale: era un quadro direttivo.
Garbero era veramente all’ultimo miglio;
doveva staccare e cercare di ritrovarsi.
L’ ultima ridotta, che sino ad allora
aveva sempre scartato, perché sperava di condividere quello shock emotivo con Irene,
era Rimini: il luogo della sua infanzia, delle vacanze con Papà Romeo, dei
giorni più felici dell’anno.
Erano dodici anni che non ci metteva
piede: da quando era nata Neda, che, per il momento, aveva assaporato quella
città magica solo dalla pancia della mamma.
Negli ultimi sette anni, era quasi
diventata un tabù, per la troppa paura della reazione del cuore nel rivedere i
luoghi del viaggio di nozze dei genitori e gli amici di papà.
Gino, però, ora ne sentiva il bisogno.
Aveva necessità di sentirsi protetto, tra persone che gli volevano bene, amici
veri, che sempre lo avevano amato, con i quali aveva giocato per ore in
spiaggia da bambino e fatto le ore piccole in birreria nell’adolescenza, che,
dalla morte di Papà, non facevano altro che invitarlo.
Si decise: chiese un mese di ferie alla
banca, che non poté far altro che concederle, giacché Stupinigi, senza patente,
era impossibile da raggiungere. Chiamò Tony e Giorgio: albergatore e bagnino
coetanei e amici di Papà, da prima che Gino stesso nascesse. Avvertì
Mariangela, figlia di Giorgio, sua amica, coetanea e prima fidanzatina, ora
sposata, con un figlio dell’età di Neda.
Prenotò il Frecciarossa e partì con sua
figlia. La Crosta tentò invano di aggregarsi, perché non si fidava a lasciare
la figlia sola con il padre: ma Gino fu irremovibile. “Piuttosto, parto da
solo; ma non verrai ad avvelenare con la tua presenza l’ultimo rifugio che mi
sia rimasto”.
Appena sceso dal treno, Gino si sentì
rinascere; anche l’aria aveva un sapore diverso. Alla Stazione, inatteso, c’era
Giorgio, con il nipote Enrico. Era venuto a prenderli con l’Apecar cassonato
con cui trasportava i lettini. Il nipote Enrico fu di una gentilezza innata con
Neda, come tutta la gente di Romagna.
Crebbe tra loro un’immediata amicizia e,
durante quella vacanza, furono sempre in giro insieme. Sia Gino che la
Mariangela non vollero indagare troppo; del resto, erano stati dodicenni anche
loro e, in ogni caso, li sapevano al sicuro su una spiaggia sulla quale, seppur
enorme, c’erano occhi ovunque, in caso di necessità. Romeo non era stato
proprio uno sconosciuto da quelle parti e, in poche ore, tutti furono edotti
della presenza di nipotina e figlio.
Neda fu felicissima sin dal primo giorno
e Gino cominciò lentamente a ricaricare l’anima e le forze.
Il calore che rilasciavano quelle
persone in Piemonte, semplicemente, non esisteva. Non c’era sera che Gino
riuscisse a cenare in hotel, con un po’ di dispiacere di Tony. Doveva dividersi
tra tutti gli amici che stava rivedendo, che, tuttavia, leggendogli ancora il
dolore negli occhi, ben si guardavano dal trattare l’argomento Romeo.
Quelle tre settimane, piene di gioia e
sole, furono salvifiche per Gino ed indimenticabili per Neda, che vide il suo
papà tornare a ridere.
Un pomeriggio, caratterizzato dal caldo
africano, mentre Neda, Enrico e altri bambini della compagnia, erano in mare, Gino
sedeva sotto il gazebo dei giornali a scrivere il suo diario.
Si sedette vicino a lui la Mariangela: “Forza,
raccontami: chi è la protagonista?”. Garbero rimase un po’ interdetto; fece
finta di non capire. La riservatezza sabauda l’aveva contaminato. Mariangela,
sorridendo, proseguì: “Gino, sei qui da solo con tua figlia e, da quando sei
arrivato, non hai guardato una sola donna. Dai tuoi occhi, traspare chiaramente
che ti manca qualcuno e che non è solo tuo padre. Inoltre, io sono la
Mariangela, sono una donna, siamo coetanei, ci conosciamo da sempre. A me, non
la racconti farlocca. Chi è la fortunata?”
Gino, dubbioso che Irene si sarebbe
lasciata definire “fortunata”, dovette arrendersi e raccontò tutto. Le lasciò
anche il suo manoscritto da leggere.
La mattina successiva, Mariangela l’aveva
già letto tutto e, quando i bambini si furono allontanati, glielo restituì. Sorridendo,
esclamò: “Sei proprio una patacca! Se questa Irene vale anche solo la metà di
come l’hai descritta, non dovevi lasciarla andare via. Lo pubblicherai?”
“Non lo so e non so neanche se ci sarà
mai un editore interessato ai miei malesseri. Per il momento, lo sto scrivendo
per fare pace con questa storia e con la mia psiche”.
“Secondo me, dovresti” replicò
Mariangela. “Si sente che c’è amore vero in quello che scrivi e, magari, la tua
Irene si deciderà almeno a spiegare”.
L’ amica invitò quindi, per quella sera,
Gino e Neda ad un “piadina party” a casa sua: “Ci sono anche altri bambini e
del buon Sangiovese”.
Come sospettato, la Mariangela aveva sì
invitato altri bimbi; ma, tra gli adulti, c’era anche qualcun altro.
Si chiamava Anita, trentatré anni, laureata
in Lettere, separata. Notevolmente, una bella donna; ma Gino non era andato a
Rimini per fare la vita notturna dei vent’anni. Era lì per ricostruirsi.
Anita, tuttavia, non era la solita
sgallettata che si trovava nelle osterie notturne del triste Piemonte:
piacevole nell’eloquio, sorridente, ironica, non le mancava certo la cultura.
Come quasi tutti da quelle parti, non aveva problemi a dichiararsi comunista,
di sinistra, progressista, antifascista e credente a modo suo.
Era più incline alle tesi di Bakunin che
a quelle di Lenin e quella sera, nella cucina della Mariangela, si accese un
intenso dibattito culturale a cui parteciparono tutti.
Gino, a Torino, una serata così, fatta
di buon cibo e di una seria analisi politica culturale, avrebbe potuto scordarsela.
Era la Romagna: funzionava così e
proprio per quello stavano bene.
La serata andava ad esaurirsi, con i
vari amici che ritornavano rispettivamente nelle loro dimore o alberghi. Erano
rimasti solo Gino, Anita, Mariangela, il marito e - ovviamente - Neda ed
Enrico.
I bambini giocavano bene insieme e
Mariangela, con l’innato intuito di donna romagnola, propose a Neda di restare
a dormire da loro.
La bimba accettò con entusiasmo; Enrico
era contento; Gino rimase un po’ basito. Non n’era convintissimo, anche perché
aveva capito il piacevole favore che voleva fare a Gino ed Anita.
Loris, il marito, profittando di un
allontanamento d’Anita, disse: “So a cosa stai pensando: la Mariangela mi ha
raccontato. So che sei un uomo leale; ma non puoi trasformarti in un prete. Lei
non c’è, neanche ti sta pensando. Anita è una bella e brava ragazza, distraiti.
Riattiva l’adrenalina! E poi - sorridendo - vuoi tornare da Rimini senza
neanche timbrare una volta? Andate a far serata!”.
Gino sorrise anch’egli e, tornate le due
donne con i bambini già in pigiama, chiese a Neda se fosse sicura. La figlia,
festante, rispose di sì.
“Te la porto domattina io in spiaggia.
Stai tranquillo: passa una buona serata e divertitevi!”.
Gino uscì in strada con Anita: “Ti va
una birra?” - chiese lui- “Certo! Vieni, andiamo a ridere un po’ allo ‘Smutanda’!”
replicò la romagnola.
Gino conosceva quel pub: era un luogo
dove nessuno veniva a prendere le ordinazioni, finché non ci fosse stato un
paio di mutandine da donna sul tavolo. “Spero che tu abbia un paio di mutandine
in borsa” disse Gino, divertito. In effetti, a quella regola soggiacevano
letteralmente solo le straniere, mentre le italiane si premuravano sempre di
avere un perizoma in più in borsa.
Lo sapevano tutti, compreso i goliardici
inventori del luogo, tranne le straniere.
Giunti al pub, Anita prese dalla
borsetta il suo perizoma rosa; lo appoggiò sul tavolo e ordinarono il “metro”
di Birra Spaten: era un cilindro alto appunto un metro, contenente due litri di
birra.
Come tutti gli altri italiani, si
divertirono ad ammirare i supplizi ridicoli a cui si sottoponevamo le ragazze
straniere, anglosassoni e teutoniche in particolare.
Alterati anche dalla birra, risero
veramente molto, senza tuttavia evitare di parlare di librerie e romanzi. Il
preferito d’Anita era Post Office di
Bukowski e Gino, che aveva letto quel romanzo molto tempo prima, in quel
momento comprese di essere in una transizione molto simile a quella di Hank, il
postino ubriacone di Los Angeles.
Garbero rispose con un classico: Dumas, Il Conte di Montecristo.
“Ti auguro di ritrovare la tua Mercedes,
ma senza scadere nell’odio” disse Anita, con un gran sorriso.
Indubbiamente, non era la solita
shampista e lo dimostrò anche quando, finita la birra, riprese le sue mutandine
ed invitò Orso a casa sua. Gino, prima di accettare o rifiutare, si chiese se
fosse il caso.
Anita, più pragmatica di lui, con la
musicale cadenza romagnola, fece notare a Gino che erano adulti, maturi e
vaccinati entrambi.
Nessuno di loro era legato da vincoli di
lealtà verso altri: “Quell’amore lo senti ancora, lo so: la Mariangela me lo ha
detto e sono certa che resterà il fiume carsico del tuo cuore per sempre. Ma
non puoi nemmeno rinunciare a vivere. Tu mi piaci, sono libera e questa sera
sono il tuo taxi: fatti portare dove vuoi tu e scendi quando ti pare.”
La metafora poteva sembrare equivoca, ma
lo fece sorridere.
La serata finì come Mariangela l’aveva
ideata e che l’avesse studiata con quel finale n’ebbe la certezza in Piazza Tre
Martiri, giunto a casa d’Anita.
Mentre Gino preparava due Gin Tonic, lei
si sfilò il vestito, mostrando un bel corpo senza mutandine: il perizoma che
aveva tirato fuori della borsa al pub non era di scorta, ma quello indossato la
sera stessa. Lo aveva tolto a casa di Mariangela, avendo già in programma di
portarlo allo “Smutanda”.
Fu una notte intensa ed inebriante, di
completo relax, sicuramente positiva ed anche sorprendente per Gino, che non
giaceva una notte intera con una donna da anni.
Sapeva ancora andare in
bicicletta.
La mattina dopo, mentre facevano
colazione in silenzio, Anita chiese: “Ci sarò, nel tuo libro?” “Sì, nel mio
libro sì; nella mia vita, no” rispose Gino.
Il fiume carsico nel cuore d’Orso
esisteva eccome ed Irene, seppur ormai irraggiungibile, continuava ad emergere.
“Io sono qui e la tua vacanza è ancora
lunga”. Gli diede un bacio e andò a farsi la doccia.
Gino si rivestì e andò in spiaggia a
fare il padre. Neda era d’ottimo umore: si stava divertendo e lui si scelse un
angolino all’ombra del gazebo per scrivere. Dal bar, giunse una cameriera con
uno sbattuto di caffè e zabaione: “È offerto dal Giorgio: ha saputo che hai
avuto una notte movimentata”. Tutti risero, compreso Gino.
Giorgio, l’amico di papà, era il più
felice di tutti. “So quanto hai sofferto. Ma questa è la terra del sole: qui,
si può solo essere felici e gli amici servono a ricordarlo. Da Burdel!” e una
pacca sulla schiena.
La vacanza continuò nella più totale
rilassatezza, con persone che avevano un cuore enorme e che non smettevano di
coinvolgerlo nelle loro serate.
L’unico invito che respinse fu la pizza
di mezzanotte al Poker: il papà che mangiava la pizza o gli spaghetti nell’ultimo
tavolo di quella pizzeria sotto l’hotel di Tony era un ricordo troppo vivido da
affrontare.
Se mai avesse deciso di risedersi a quel
tavolo, avrebbe dovuto esserci Irene con lui. Rivide Anita altre due volte, ma
i patti erano chiari: solo divertimento; per le cose serie, non sarebbe mai più
stato pronto.
L’ ultimo giorno, quando, sul cassonato di
Giorgio, stava andando alla stazione, Gino pensava che non sarebbe mai dovuto
ripartire e che tornare a Torino era come riconsegnarsi ai suoi demoni ed ai
suoi carnefici.
La vacanza nel luogo della sua infanzia
lo aveva rigenerato, con la sua aria, la sua gente, la spontaneità nelle
relazioni.
“Non far passare altri dodici anni: qui,
troverai sempre una famiglia. Sei il figlio di Romeo, ricordalo sempre. Sii testardo, non abiurare le tue idee,
rispetta chi ti rispetta e lascia andare chi vuole andare, ma rispetta te
stesso e il tuo cuore. Non rinnegarti mai!”
Quelle parole, pronunciate da un vero
amico di papà Romeo, ora che stava per andare a costituirsi in una città che
non amava e dove ormai non aveva più nulla se non tanti nemici, dopo tre
settimane stupende per lui e Neda, gli fecero ricordare che esiste il libero
arbitrio, che deve essere rispettato, sempre, anche se si considera una scelta
altrui errata.
Il libero arbitrio di Gino non ostava l’amore
per Irene e, se la sua cerbiatta aveva, liberamente o coartata, scelto di non
amarlo più, non poteva far altro che rispettare il suo volere. Vivevano ancora
in un paese semilibero e, se Lei avesse veramente voluto ribellarsi all’imposizione,
avrebbe potuto farlo.
Gino aveva tentato l’impossibile per convincerla
a non abbandonare il campo, ma Lei l’aveva fatto ed oltre non poteva spingersi.
Probabilmente, aveva liberamente scelto
di farsi coercire. Il suo libero arbitrio aveva decretato che era meglio
così.
L’ amava, certamente, di là d’ogni
ragionevole dubbio.
Avrebbe dato un rene per uscire una sera
con Lei, per parlarle, rivedere i suoi smeraldi, abbracciarla ed ovviamente
farci l’amore. Ma non poteva obbligarla e, nel sentimento di cui era certo,
doveva trovare la forza di lasciarla andare.
Irene si era comportata male, ma l’Amore
era più forte della Rabbia.
Per Sultano, sorella, cognato e Banca,
il discorso era ben diverso; ma non sarebbe mai sceso al loro livello.
Irene, quando lo aveva amato, lo aveva
scelto perché diverso da loro, non uguale.
Orso avrebbe continuato ad amarla,
nessuno poteva impedirglielo; ma non l’avrebbe più cercata.
Cerbiatta, qualora avesse scelto
diversamente, avrebbe saputo benissimo come trovarlo.
Nella perfetta metafora d’Anita, sarebbe
stata il fiume carsico della sua vita, nella quale era destinato ad essere un
precario dell’amore.
Per lui il Destino, al netto degli
errori gravi commessi, aveva scelto così. Un “orsone ribelle” non poteva essere
destinato al focolare di un amore permanente.
Per rompere l’assedio in cui si era
trovato solo, doveva prima ritrovare la sua forza, lottando contro sé
stesso.
Nel viaggio di ritorno, in treno, mentre
il paesaggio scadeva nella tristezza salendo verso nord, Gino scrisse la sua
ultima lettera ad Irene, riconoscendole il suo diritto di scelta, compresa la
scelta di lasciarsi circuire da congiunti, del tutto inadatti a maneggiare un
diamante della sua caratura, elencandole tuttavia, le ingiuste cattiverie che
gli aveva inflitto, pur assumendo su di sé tutte le colpe.
Rimini e la scrittura gli avevano ridato
almeno la lucidità. Non era molto, rispetto al grande progetto dell’amore; ma
alla sua nascita, nel suo programma di viaggio, il Destino non inserì quel
privilegio, se non in forma precaria. La favola che Irene non volle mai leggere
sarebbe rimasta un sogno.
34.
Dopo mille peripezie dell’anima e del
cuore, finalmente avevamo coronato il nostro amore.
Irene, la musa del mio cuore, sonnecchia
ancora, nonostante il vociare della luce.
Mi è scivolata accanto per ricevere le
consuete coccole mattutine.
I dorati capelli arruffati mi
solleticano il naso e la fronte poggia sulla guancia.
Osservo il profilo sinuoso della sua
gamba flessa ed appoggiata sulle mie. Attento a non svegliarla, sfioro il
braccio che mi cinge il collo.
Le sue dita si muovono lente sul mio
braccio: sono le sue prime carezze.
Sospira, si muove un po’ e si accoccola
meglio, adagiando il viso sul mio petto.
Affondo la mano nei capelli, morbidi
come la seta, e sento un mugolio ancora assonnato.
L’accarezzo dolcemente, per non
destarla. Sfioro il profilo del volto soffermandomi sulla punta del naso, che,
solleticato, si ribella con una smorfietta.
Scivolo sul contorno delle sue labbra
morbide e piene. Il dito riceve un piccolo bacio; indugio ed un poco si schiudono:
un soffio caldo le attraversa.
Sono i sussurri del cuore, d’anime che
si parlano con i sensi. Tutti. Complicità amorose, confidenze assonnate.
Ascolto il suo corpo, i tremori sottili,
i guizzi impercettibili, il respiro caldo e profondo, il battito del cuore.
La gamba si distende e tutto il corpo l’asseconda,
volgendosi un poco, scalando al mio fianco.
La cingo con tenerezza; una mano è
dietro il suo capo, annodata ai capelli. Il suo respiro mi scalda il petto,
unendosi al mio.
Il piede dalle dita sottili e curate si
fa spazio tra le mie caviglie. Prima l’alluce, poi tutte le dita sfiorano la
mia gamba come foglie nel vento.
Il viso scivola sulla mia spalla, la sua
mano si posa sulla guancia. Il pollice la accarezza, mentre le altre dita
giocano con i miei capelli.
La bacio sulla fronte e sul naso.
Ruoto il mio viso verso di lei. Gli
occhi smeraldo sono ancora socchiusi. È un attimo e le nostre labbra s’incontrano
con una tenerezza senza fine, un amore senza fine, con la fusione dei nostri
corpi, nei nostri corpi.
“Buongiorno, mia cerbiatta! Buon
compleanno! Sarò al tuo fianco per tutta la vita e ti proteggerò da tutto e,
nel tuo sorridere, affogherò il mio quotidiano vivere.
Perché noi siamo tutto. Perché ti amo.
Perché, se vuoi, ti prendo e ti porto via. Perché sei una donna che rende la
vita leggera. Perché un uomo, senza di te, non è un uomo. Perché insieme,
ascoltando i nostri cuori, saremo felici. Perché ogni tuo gesto è magia.”
35.
Ciao, Irene, mia Cerbiatta, mio Amore, il
nostro rapporto è stato troppo profondo per terminarne il racconto in terza in
terza persona e, per l’ultimo passo, mi rivolgo a te direttamente.
Non pretendo la dichiarazione d’innocenza
e non voglio nemmeno atteggiarmi a vittima.
Il primo colpevole, quello che ha
maggiori colpe, resto io.
Ricordi quando volevamo scrivere il
romanzo biografico della nostra relazione?
Dovevamo farlo, se non altro perché
scriverlo insieme avrebbe significato un finale diverso.
Ma tu sei risalita sul treno blindato e,
dopo oltre un anno di sofferenza, ho scritto la mia versione, per spingere la
mia ragione a discernere cosa, di questa relazione arrivata per caso, non
cercata, da te abiurata, a me restasse?
Probabilmente nulla, se non l’amore non
corrisposto.
Forse, un pagliericcio bruciato, come
nelle intronazioni dei pontefici, e l’eco del “Sic transit gloria mundi”?
Il marchio del monatto? Il tuo odio o,
peggio, la totale indifferenza, coperta dalla crudeltà del silenzio?
Oppure, è rimasto soltanto il demoniaco
telefono, da guardare come un feticcio, nell’insana speranza di trovare un tuo
messaggio?
Mi avevi sempre chiesto di andare via di
casa ed io, seppur dopo una tua lunga attesa, l’ho fatto.
Dormo nel lettino del liceo a casa di
mia madre, nella mia cameretta.
Leggo e scrivo per lenire il
dolore.
Mi hai chiesto di andare da una
psicologa, poi da uno psichiatra; ed io, per amor tuo, l’ho fatto.
Anche se non ci credi, sostenendo ormai
che sono un bugiardo seriale, ho rifiutato il lavoro che cercavo da più di
sedici anni per rimanere vicino a te.
Tu, invece, cosa hai fatto? Ho dovuto
ricostruirlo con un discreto margine d’errore, perché, ricevendo da te solo
silenzi, potevo solo analizzare i fatti per come li ho vissuti.
Per salvarti dall’assedio di quella che,
in questo racconto, ho definito “operazione Barbarossa”, ti sei arresa,
lasciandomi solo ed accerchiato.
Hai rotto la relazione quando finalmente
avevo trovato la forza per dedicarmi a te per tutta la vita. “Io amo mio marito”
è stato un pugno allo stomaco: lo sai, vero?
Era il 9 luglio 2018 ed io stavo
venendo da te, essendo già da qualche tempo passato dalla paura al coraggio. E
tu n’eri stata testimone. L’avevi vissuto in diretta.
Eravamo ad un passo dai nostri sogni: ti
sarebbe stato sufficiente aprire le braccia ed ora saremmo una coppia saldata
dall’amore, quello vero.
Da allora, hai interrotto ogni rapporto.
Hai bloccato il mio numero per aver osato inviarti delle rose; mi hai vietato
di lavorare con te, pur consapevole che, esattamente un anno prima, l’avevi
chiesto tu stessa e, ad oggi, ne hai ancora un bisogno estremo, a fronte della
cariatide che hai come cassiere.
Non rispondi nemmeno più alle e-mail di
lavoro.
Mi hai lasciato solo, quando stavo
rischiando il posto di lavoro.
Ti chiedevo aiuto; ma tu nemmeno
rispondevi, anzi: per puntiglio o accanimento, cancellavi le e-mail.
Almeno, così hai sostenuto, salvo però
essere ben informata sui fatti.
Mi hai gettato nel pozzo alla
disperazione, impenitente e senza alcuna remora.
Tutto ciò all’uomo che chiamavi “Cherie”,
“il tuo Orsone Ribelle”, “Il tuo Muflone”.
Dimenticando le tue promesse, hai scelto
di lasciarmi nella terra di nessuno.
Ti sei piegata a tuo marito, senza
comprendere che ti sta controllando, non amando.
Hai garantito il posto di lavoro a tuo
cognato per la serenità di tua sorella.
Avevi promesso d’essere mamma di mia
figlia e di donare sia a lei che a tua figlia un fratellino dal nome che sai e
non puoi negarlo. Farlo ora sarebbe una viltà.
Ti sei abbeverata dei precetti che
dispensa la BDI spa per crescere i suoi quadri intermedi ad immagine e
somiglianza del padrone del vapore.
Tutto questo dolore per una gloria
materiale ed aleatoria?
Per la tranquillità, famigliare e
professionale?
Ora sei, finalmente, dopo quasi quattro
anni, un quadro direttivo; ma a quale prezzo?
La tua anima valeva questa giravolta? La
tua schiettezza morale, la tua onestà, il tuo libero pensiero, i tuoi
sentimenti veri valevano veramente una mancata vertenza di lavoro che ti
avrebbe dato quel grado ben prima e con gli arretrati?
Hai reso all’azienda, lasciandomi
esiliare nella provincia dell’impero, agl’ordini della tua nemica Genoveffa, l’immagine
di un mitomane.
Allorché la Petacci si è rimangiata le sue
parole, tradendo le proprie promesse, anche scritte, tu, felice di avermi
tenuto lontano, ben ti sei guardata dall’intervenire sulla tanto amica Eva per
evitarmi almeno la Sappé!
Lo sai, vero, che, quando sei in ferie,
viene ad occupare il tuo ufficio?
Ed io, da perfetto idiota, continuo a
cercare di proteggerti.
Tu stessa, per prima, sai che sono una
persona per bene, che non sono il pericolo che hai ricostruito nei tuoi
pensieri per convincerti di essere nel giusto, ma preferisci guardare da un’altra
parte. Se non vedi, non sei colpevole, vero?
Avremmo potuto guardare insieme le onde
del mare d’autunno dalle scogliere del Dover, ammirare Mosca sotto la neve,
passeggiare a Gorky Park, prendere il tè russo nella nostra stanza d’albergo
dopo aver fatto l’amore, guardando la Piazza Rossa o ammirare l’Hermitage dall’Arco
Trionfale, passeggiare sul lungo Neva leggendo un libro, trasalendo per il
riflesso della luna sul ghiaccio in pieno giorno.
Non sono voli pindarici: è ciò che ci
eravamo promessi, che avremmo fatto e potremmo fare.
Cercavamo, cuore a cuore, di costruire
una vita d’amore e felicità, fiduciosi che, seppur difficile, insieme ci
saremmo riusciti.
Avevamo sognato insieme il quartiere
degli artisti a Parigi.
Ma, alla fine, quasi di nascosto, a
Parigi sei andata con i miei carnefici: quelli che, con la scusa di
proteggerti, da quella maledetta sera del 5 dicembre 2017, non hanno fatto
altro che cingerti in un cordone sanitario sempre più stretto, che limitasse i
tuoi veri sentimenti, incuneando di falsità ai tuoi occhi la mia etica, che in
realtà ben conosci. Metodi da servizio segreto di un regime fascista, senza
diritto alla difesa!
Come gli squali, non appena sentito l’odore
del sangue, hanno attaccato, riuscendo nell’intento di sbranare la mia persona,
portando tutti a casa un guadagno speculato sulle ceneri del nostro
amore.
Tuo marito ha ritrovato le sue
abitudini, con una moglie, più volte tradita, nuovamente devota e prona ad ogni
sua volontà.
Sì, lui ha vinto: ma come ha
vinto?
Senza onore, con mezzi spregevoli e
senza rispetto, non facendosi alcuno scrupolo ad usare il gas nervino della
diffamazione.
Irene, ricordalo per il futuro: il tuo
Sultano non ha lottato per amore!
Semplicemente, il “maschio alfa” non
poteva ritrovarsi “cornuto”.
Ha usato ogni mezzo per salvare la sua
immagine pubblica e, a costo di cadere nella ridondanza, mi ripeto: continua ad
usarti!
Tua sorella ha ottenuto un lavoro per
Nicola, che, non contento di essere stato raccomandato una volta dal suocero,
ha reiterato l’italica abitudine con il cognato.
Ed ora il Sultano, quello che voleva
uccidermi e che sto ancora aspettando, può ricattare tutti, ma precipuamente
te, che, giustamente, vuoi bene a tua sorella.
Sei certa che valga il contrario? Pensi
seriamente che Anastasia abbia agito per il tuo bene e non per il suo personale
interesse?
Le mie saranno solo elucubrazioni; ma,
come diceva Belzebù, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca.
In nome di convenzioni borghesi e
benefici materiali, hai soffocato il tuo amore per diventare come Loro, i sette
dirigenti.
Un giorno, la tua coscienza ti chiederà
conto. Tu, Irene, cosa risponderai? “Mi sono acconciata alla ‘normalità’, per
vivere più serena”?
Ma rende sereni uccidere un amore?
Una canonica vita borghese rende
felici?
Sì, ora siete una famiglia di
benestanti, con un ruolo riconosciuto sul lavoro, emolumenti ben sopra la
media, una bella casa e magari, tra poco, l’avrete ancora più bella. Siete dei
veri borghesi.
Tutto questo vale la rinuncia ad un
amore?
E chi era il materialista? Io?
Gino, l’orso ferito che tu hai
incontrato al margine del bosco, a cui, nonostante le sue mille spigolature,
avevi promesso amore per tutta la vita, sta peggio di prima. Lo sai,
vero?
Sono certo che tu lo sappia; ma, per
essere sicura di sentirti innocente, ti proteggi con la tortura del silenzio,
con la quale non ti sei difesa, come sostieni, perché sapevi benissimo che Gino
non sarebbe mai stato un pericolo.
Volevi semplicemente sentirti innocente
e farti vedere forte, considerando un danno collaterale accettabile la mia
frantumazione psichica.
E non è mancata una certa dose di
sadismo: comunicare a Stevo che te ne andavi in vacanza nell’impero del male,
sapendo benissimo che il tuo ex-amore era a meno di un metro e sentiva tutto,
non è certo stata una delicata premura.
O scrivergli: “Mi spiace, Stevo, ma alla
cena del Game Over è meglio che io non venga” non è certo stato un segno di
rispetto verso chi ti amava ancora.
Era evidente a chiunque che quello di
troppo ero io.
Come buttare platealmente nel cestino l’ultimo
regalo di compleanno, scelto con cura, per te, senza nemmeno aprirlo o leggere
la Favola creata nelle mie notti insonni.
Si, è vero: ho perso la Trebisonda, non
riuscendo più a controllare il mio dolore. Ti ho scritto e telefonato troppo,
facendomi, con masochismo, prendere a colpi di machete. Ripeto, tu stessa,
prima di tutti, sapevi che non sarei mai stato un pericolo.
Il non gratuito aiuto che tu ritieni di
aver ricevuto da Don Ciro non era assolutamente necessario e, certamente, non
era disinteressato.
È servito solo ad umiliarmi e a far
consumare la vendetta al tuo Sultano.
Sei giunta al parossismo di delegare a
chi ti ha letto le e-mail, spiato il cellulare, buttato i vestiti dall’armadio,
messo in serio pericolo e, credimi, preso in giro con il falso intrigo su
Instagram, le minacce di denuncia contro di me, per l’infame reato di molestie
e stalking.
Io molestatore?! Lui cos’è, allora? O,
forse, perché è tuo marito ha tutto il diritto di farti quello che ha
fatto?
Sto ancora attendendo che tutte le sue
minacce siano messe in atto, perché ho veramente voglia di difendermi e far
uscire tutta la verità su questo piccolo uomo.
Quel piccolo uomo non stava e non sta
combattendo per te, come tu sostieni, ma per i suoi privilegi!
Ti ricordo una sua perla da te riferita:
“Ora, Lucia te la gestisci tutta tu, perché a me non interessa più”. Io ho
combattuto per te!
Ora, per usare una tua frase: “Cos’
altro devo aspettarmi?”
Magari, che andiate in Normandia, dove
dovresti spiegargli, come al mitico marito della nostra collega, che quelle
spiagge sono consacrate e non può prendere il bagno?
Oppure, a Leningrado, per confermare il
vostro matrimonio dentro San Pietro e Paolo?
Quale altra umiliazione dovrò subire?
Irene: l’hai fatto in buona fede,
erroneamente convinta di essere nel giusto, pressata da personaggi di dubbia
etica e morale. Ma sei stata veramente cinica.
Eppure, malgrado quanto sopra, io non
riesco a smettere di amarti, perché l’amore non si può soffocare a comando e
non so come abbia fatto tu - sempre che ci sia riuscita.
Gino non amerà mai più nessuno, tu lo
sai. Conoscendo già la tua replica, rispondo: “No, non capiterà più”.
Quella donna di oltre vent’anni fa non solo non esiste più, ma in questo
racconto non è nemmeno citata.
Come te nessuna mai. Semplicemente, non
esiste un’altra Irene. Tu sei Tutto e sei Unica.
Tu sei la strada della vita, quella che
la vita può salvarla.
Tu sei il sorriso giocherellone e non
riesco ad immaginarti incaponita come un mulo che non vuole alzare lo sguardo
oltre i paraocchi.
Cercando “distrazioni” con le shampiste
che si trovano in birreria o in un bar, nelle serate alcoliche del venerdì, il
dolore non fa altro che acuirsi.
Sono arrabbiato, sai? Lo sono molto,
perché hai gettato alle ortiche la Favola, quella di Vasco, che irradiavi in
filiale dedicandola al tuo Cherie.
Ma ripeto, ormai consapevole che le favole
esistono solo nelle favole: ancora oggi, al netto di tutto, non riesco a
dichiararmi innocente, perfettamente edotto di essere il primo artefice, con
una badiale serie d’errori, di questo fallimento.
Unica attenuante, la mia buona fede: ho
sbagliato, sì, ma per amore e fiducia nel prossimo, ingenuità.
A titolo d’esempio: una persona in
cattiva fede non avrebbe mai telefonato a tua sorella.
Io l’ho fatto perché dalle tue parole
sembrava un’altra persona ed io, quel giorno stavo marcendo di gelosia, mentre
tu e il Sultano eravate da tutto il pomeriggio insieme, per le finali di volley
di Lucia.
Pensavo potesse riconoscere un amore
vero e, magari, aiutarci a farlo vivere.
Avessi saputo che personaggio fosse
realmente Anastasia, mai avrei tentato una mossa simile.
Ripensaci: anche quella volta avvertì
Ciro, non te: con ogni probabilità, Nicola era già un suo schiavetto in
fabbrica.
Con rispetto al mio sentimento, che io
so essere vero, occuperò il resto della mia vita a combattere dentro quest’assedio,
del tutto indegno dell’eroe a cui ho preso il nome per questo
diario.
Con ogni probabilità, sarò sconfitto; ma
non abdicherò mai le mie idee ed i miei sentimenti, per sopravvivere in una
vita meschina.
Preferisco la solitudine tra i ghiacci.
La maledizione di Cassandra, che da
sempre mi accompagna, mi rende certo che proverai pentimento per questa scelta
indotta, quasi obbligata, non certamente solo tua.
Presto o tardi, impatterai contro una
realtà ben diversa da quella che oggi pensi di aver afferrato.
Posso solo sperare che, per una volta,
questa consapevolezza non arrivi troppo tardi, perché il nostro amore non ha
mai visto l’estate.
Ha vissuto solo primavera, autunno e
inverno: il meglio doveva ancora arrivare.
Quando capirai che il nemico l’avevi in
casa, ti prego: non esitare a chiedermi di provare l’estate del nostro amore,
perché sarò certamente lì ad aspettare.
Il mio amore vive per te, Irene, solo
per te, indelebile tatuaggio sul mio cuore.
Non vivere questo sentimento fino in
fondo, nel suo nocciolo più gustoso, fino alla fine dei nostri giorni, è stata
una scelleratezza, di cui entrambi sentiremo sempre il rimorso.
Riprendere il filo dei nostri progetti è
l’ultima speranza che mi sia rimasta nel gelo di quest’assedio dell’anima, al quale
ho il dovere morale di resistere, perché io e te siamo fatti per stare insieme.
Tutto il resto è contro natura. Ne sono
certo.
Dopo quest’ultima, tuttavia, ti amerò,
rispettando il tuo libero arbitrio, violentandomi quando sentirò il bisogno di
sentirti.
Se vorrai, saprai come e dove trovarmi.
Il tuo orso innamorato, Gino.
Anno 2015
© “Corpo 11” Edizioni
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