"ERCOLANO"
Manuel Omar Triscari
ERCOLANO:
cronaca di un mito
archeologico.
A mio
padre, Filippo,
con tutto
l’amore,
per tutto
l’amore.
INDICE
UNA
MINIERA
IL
MUSEO ERCOLANESE
PRIMI
SCAVI ALL’APERTO
L’EPOPEA
DEL MAIURI
GLI
ANNI SESSANTA E SETTANTA
LA
“GRANDE STAGIONE” DI ERCOLANO
IL
SOLDATO VA A WASHINGTON
LE
SCOPERTE DEL 1983
LO
STRANO EPILOGO
PROSPETTIVE
RINGRAZIAMENTI
UNA MINIERA
*
GLI SCAVI DEL PRINCIPE D’ELBOEUF
Lo scavo di
Ercolano è un fenomeno culturale anomalo. All’inizio si configura come un
lavoro di miniera: pericoloso, e massacrante. Eseguito nel Settecento a grande
profondità nelle tenebre di cunicoli scarsamente illuminati dalla luce di
fiaccole e lanterne, fra i miasmi della mofèta,
è un’impresa disordinata, spesso distruttiva. Esplode a livello europeo quando
dal ventre della terra vengono fuori opere di straordinaria bellezza.
I primi
ritrovamenti sembrano casuali, motivati gli scavi dalla cronica carenza d’acqua
a Resìna, all’epoca poco più di un villaggio, che solo nel 1967 prenderà il
nome della città antica: per raggiungere la falda si scavavano pozzi sempre più
profondi. Si racconta che un bel giorno un contadino soprannominato Enzecchetta
abbia visto affiorare dall’acqua pezzi di marmo e alabastro. Non sapendo che
farsene li vende a un marmoraro. Nella
bottega li nota un gentiluomo di origini francesi, Maurizio Emanuele di Lorena
principe d’Elboeuf. Comandava la cavalleria dell’esercito austriaco che a
Napoli, dopo aver sgominato al Garigliano le truppe avversarie nell’estate del
1707, aveva posto fine a due secoli di dominazione spagnola. Poiché stava per
sposarsi con una fanciulla della nobiltà napoletana, cercava elementi di pregio
per abbellire una residenza estiva che si stava facendo costruire al Granatello
presso il mare di Portici. Avendo capito che provenivano da un edificio antico
compra il campo di Enzecchetta. Nel 1709, raccolta un po’ di manovalanza, si
mette a scavare cominciando dal profondo del pozzo e così rinviene, sia pure
inconsapevolmente, il teatro di Ercolano. Raccontata così sembrerebbe una
favoletta. E infatti la storia è un po’ più complessa.
Anzitutto pare
che le esplorazioni compiute dal d’Elboeuf non siano state le prime. Si hanno
testimonianze di cunicoli asfittici risalenti al Seicento. Poi forse il
principe, almeno all’inizio, non cercava pezzi antichi da riutilizzare ma solo
per farli ridurre in polvere allo scopo di ricavarne una specie di stucco che
una volta induritosi si trasformava in belle superfici lucide.
Ma chi era
questo principe, descritto da alcuni come munifico protettore di artisti, da
altri come un filibustiere? Indubbiamente si trattava di una persona colta. Gli
fu dedicata una commedia,
È opportuno
dire che il rudere a più piani che si vede oggi è lontano anni luce dal
progetto originario. Ma ciò che più conta nel nostro discorso è che il principe
per valorizzare il suo casino abbia cercato di realizzare grandi opere nel
“tenimento” di Portici, fra cui un lungo acquedotto. Per cui è possibile che
sforacchiando qua e là, cominciando da una grotta che si fece regalare dai
padri, abbia ammassato nella sua residenza e disperso per l’Europa molte più
testimonianze dell’antichità di quanto comunemente si creda. Oltre tutto il
convento dei padri agostiniani scalzi spesso tirato in ballo perché ritenuto
adiacente al fondo di Resina dove operava il contadino Enzecchetta pare che
all’epoca non esistesse. Quindi sarebbe pressoché leggenda l’acquisto del campo
e del relativo pozzo da parte del principe così come tradizionalmente
riportato. Probabilmente si è confuso con un altro pozzo situato in un altro
convento, quello già degli alcantarini dal quale d’Elboeuf attinse acqua per le
sue fontane, quello dal quale ebbe inizio l’esplorazione della Villa dei
papiri.
A complicare
ancora le cose un visitatore straniero afferma di aver avuto nel 1783 l’accesso
ai cunicoli stretti, bassi e sudici che portavano al Teatro attraverso <<la
botola di una casa di Portici>>. C’è evidentemente confusione nel ricordo
di alcuni testimoni, che potrebbero aver riportato anche notizie di seconda
mano, poiché consta che un afflusso abbastanza regolare di visitatori al Teatro
è avvenuto fin dal 1750, quando si sistemarono delle stanze da cui cominciava
una rampa che portava direttamente giù. C’è poi perfino chi ritiene che
Ercolano fosse il cosiddetto Museo Ercolanese che in quegli anni si stava
allestendo nella Reggia di Portici. È certo che l’illustre viaggiatore francese
Charles de Brosses nel 1739, quasi all’indomani dell’inizio delle esplorazioni
a Ercolano per conto del re, per accedere al profondo di “un largo pozzo” si
era servito di una fune e un verricello, una specie di rudimentale ascensore.
Afferma che l’oggetto principale delle ricerche era <<un anfiteatro… o
forse piuttosto un teatro>>. Per lui sarebbe stata una follia immaginare
che lo scavo potesse restituire testi antichi, anche se era consapevole
dell’illusione che si potessero trovare testi di Diodoro, Tito Livio, Sallustio
e altri. Intanto progettava di scrivere personalmente i libri mancanti di
Sallustio.
Comunque siano
andate le cose i risultati non mancarono. Dallo scavo del principe vennero
fuori una miriade di frammenti, poi colonne intere, statue di marmo più o meno
danneggiate, una grande lastra con un’iscrizione. Mentre fra gli eruditi
napoletani, informati per vie misteriose, si accendevano strampalate
discussioni sui rinvenimenti, dal fango pietrificato dell’eruzione vesuviana
del 79 d.C. si estrassero tre statue femminili in marmo pressoché intatte.
Rappresentavano una matrona e due ragazze, presumibilmente sue figlie, in
seguito denominate Grande Ercolanese e Piccole Ercolanesi.
Il principe non
le tiene per sé. Ambizioso com’è, pensa di ingraziarsi un lontano cugino,
Eugenio di Savoia Soissons, presidente del consiglio imperiale a Vienna, che
l’aveva fatto arruolare nel 1706 nella cavalleria imperiale. Entrambi
fuorusciti, condannati in contumacia dal “Re Sole” Luigi XIV come nemici della
Francia, se avessero tentato di rientrare in patria avrebbero rischiato la
vita. Fa restaurare clandestinamente le statue nella Roma dei papi, poi di
nascosto le fa imbarcare ad Ancona e via Trieste le fa pervenire in regalo al
presunto benefattore nella sua residenza al castello del Belvedere. Restano qui
fino alla morte di Eugenio. Quando gran parte dei suoi beni vanno all’asta le
compra Augusto III elettore di Sassonia e futuro re di Polonia, che le fa
sistemare in un padiglione del suo palazzo a Dresda. Da questa città nel 1738
parte per Napoli la figlia non ancora quindicenne dell’elettore Maria Amalia
Cristina dopo aver sposato per procura, previa dispensa papale per la minore
età, il re di Napoli Carlo di Borbone che aveva circa 22 anni, essendo nato nel
1716. Primogenito di Filippo V re di Spagna, era stato messo sul trono già da
alcuni anni per volontà della madre Elisabetta Farnese di Parma, seconda moglie
di Filippo, che aveva favorito questo matrimonio a discapito di una precedente
ipotesi di fargli sposare una sorella di Maria Teresa d’Austria. In un
complesso rapporto diplomatico con le maggiori potenze europee Elisabetta,
d’intesa con Filippo, aveva prima fatto riconoscere Carlo signore di Parma e
Piacenza, poi nel 1734 gli aveva fatto conquistare il reame di Napoli e Sicilia
con l’impiego di un forte contingente di truppe spagnole. I patti erano che la
corona di Spagna sarebbe rimasta per sempre separata da quella di Napoli. Ciò
favorì la costituzione nel Sud di un regno indipendente aperto all’Europa, molto
diverso dai precedenti assetti di viceregno.
Si crede che
grazie a Carlo di Borbone si sia diffusa in Europa la conoscenza di Ercolano.
In realtà, come si è accennato, il principe d’Elboeuf fece ampiamente la sua
parte. Spregiudicato, imbarcava al Granatello tutto ciò che poteva vendere,
soprattutto fuori d’Italia.
Le prime
notizie in proposito le pubblica a Venezia nel 1711 il “Giornale de’ letterati
d’Italia”: <<Nel casale di Resina con l’occasione di racconciare una
cisterna s’incontrarono alcuni marmi, il che diede impulso al Sig. Principe
d’Elboeuf di farvi cavare a sue spese; e si crede esservi stato un tempio della
antica città detta Herculaneum, mentovata da Plinio, Cicerone e Strabone>>.
C’era dunque la
consapevolezza che si trattasse di Ercolano. In quanto all’ipotesi di un tempio
fu sostenuta a lungo, finché non fu smentita dall’antiquario cortonese Marcello
Venuti, al soldo del re di Napoli, in uno scritto edito a Firenze nel 1748.
Stranamente a Parigi notizie aggiornatissime sulla scoperta di una ville souterraine erano state pubblicate
l’anno prima, ma pare che in Italia pochi se ne fossero accorti. A Venezia,
però, proprio nel 1747 era stato pubblicato un libretto anonimo dal titolo Notizie curiose intorno allo scoprimento
della città d’Ercolano vicino a Napoli. Tornando al principe, fece
pervenire al suo luogo natio, Saint-Étienne di Elboeuf-sur-Seine in Alta
Normandia, splendidi marmi ercolanesi perché decorassero l’altare maggiore
della locale chiesa cinquecentesca. Nessuno sa se a pagamento o come munifico
dono.
Carlo è
considerato un sovrano illuminato. Ma c’è chi lo descrive, specialmente
all’inizio del suo regno che durò venticinque anni, come una figura scialba,
bigotta, dedito soprattutto alla caccia e alla pesca. Non aveva pietà per i
bracconieri. Chi nell’ambito dei siti reali era trovato in possesso di penne di
fagiano non se la passava liscia. Le strade che fece costruire sembravano
adatte per raggiungere con maggiore facilità i luoghi di caccia: come quelle
fino a Venafro e Persano. Ebbe la mania del grandioso, che l’indusse a
commissionare opere imponenti. Come
Tuttavia la
fama maggiore, in Europa, gli venne dagli scavi di Ercolano e Pompei. Quelli di
Ercolano cominciarono nell’anno in cui si sposò, quelli di Pompei dieci anni
più tardi, nel 1748. È bene dire subito che si tratta di due imprese
completamente diverse. Ercolano, quasi in verticale sotto al Vesuvio, era stata
sepolta da un’enorme alluvione fangosa che collassando rovinosamente dal
vulcano fece retrocedere la costa di mezzo chilometro ingoiando l’abitato.
Sigillò persone e cose, ma preservò tutti i materiali deperibili fino al pane e
al guscio d’uovo. Se ne perse presto la memoria. Pompei era stata invece
coperta da strati alterni di cenere e lapilli, attraverso i quali penetravano
gli agenti atmosferici col loro potenziale distruttivo. I miasmi soffocarono
gli abitanti, ma della civita non si
perse mai la memoria. Presto cominciarono le incursioni degli effossores, i cercatori di tesori. Le
suggestive immagini delle vittime, persone e animali, nonché gli infissi delle
abitazioni, parti di alberi o di piante sono calchi, eseguiti secondo un
ingegnoso metodo inventato dall’archeologo Giuseppe Fiorelli. C’è anche da
ricordare un fattore spesso sottovalutato. Tutta
Si ritiene che
la regina, memore delle tre “Ercolanesi” viste a Dresda, abbia favorito gli
scavi di Ercolano. Ciò appare verosimile, anche perché la residenza di
d’Elboeuf ricca ancora di molte testimonianze archeologiche – si sa che finché
fu del principe contenne statue e colonne e ben 177 busti, forse non tutti da
Ercolano – dopo parecchi passaggi di mano era stata annessa ai siti reali. Il
principe l’aveva venduta, stabilendosi definitivamente in Francia quando le
mutate condizioni politiche glielo avevano consentito. Dal 1742 fece parte dei
possedimenti adiacenti al Palazzo di Portici, al quale fecero subito corona
molte fastose abitazioni della nobiltà e dell’establishment napoletano, come è testimoniato da una Istoria del Reame di Napoli pubblicata
nel 1749. Nacque così il primo nucleo delle ville vesuviane del “Miglio d’oro”,
estesosi poi verso Torre del Greco e i centri limitrofi. Occorre anche
ricordare che Carlo era diventato erede di una grande collezione di antichità
lasciatagli dalla madre, prima dispersa fra Parma e Roma, che comprendeva fra
varie sculture opere colossali. Stupendo il gruppo del Toro farnese, che restò a lungo nella Villa Reale di Chiaia prima
di passare nel 1826 al Museo di Napoli.
IL PRIMO SCAVO REALE
Gli scavi reali
cominciarono dove si ritiene che nel 1716 si sia fermato d’Elboeuf, il quale
avrebbe raggiunto la cavea e la scena del Teatro a quasi trenta metri di
profondità senza rendersi conto della natura dell’edificio. I lavori erano diretti
dal capitano spagnolo del genio ingegnere Rocco Gioacchino d’Alcubierre, che si
occupava contemporaneamente della costruzione della Reggia. Dopo trent’uno anni
si sarebbe vantato di essere stato proprio lui a segnalare al ministro Bernardo
Tanucci che da alcuni pozzi si poteva accedere a una “antica città”. Avrebbe
appreso la notizia quando stava eseguendo, a seguito di un ordine ricevuto il 3
agosto 1738, una pianta dettagliata di boschi, terreni e fabbricati che
dovevano costituire l’area del Palazzo. Anche se la notizia della città
potrebbe essere stata influenzata da vicende ulteriori è senz’altro credibile
che abbia fatto calare con delle funi un operaio nella profondità di un pozzo,
da cui era risalito mostrando un cofano con <<piccole pietre di vari
diaspri, pezzetti di metallo e altro>>. Grazie all’interessamento del
primo ministro marchese José Joaquín de Montealegre, che Elisabetta aveva messo
alle costole del giovane sovrano, aveva avuto l’assenso a poter servirsi per le
ricerche di quattro dei settecento operai impegnati a Portici. Invitato dopo
pochi giorni a “levar mano” per l’irrisione di alcuni personaggi della corte
l’Alcubierre sarebbe riuscito in seguito a convincere definitivamente il re. La
manovalanza che adoperò era raccogliticcia. Comprendeva ergastolani e schiavi
turchi. Ciò non deve meravigliare. Nella costruzione della Reggia di Caserta fu
impiegata una legione di galeotti e schiavi musulmani che erano stati razziati
lungo le coste africane.
Si procedette
esclusivamente per cunicoli, creando pozzi di luce e di aerazione. Vennero
fuori pezzi di colonne, di statue, marmi, frammenti di iscrizioni. Finalmente
proprio da un’iscrizione ricostituita dal Venuti – che era stato chiamato da
Cortona a Napoli per occuparsi originariamente della biblioteca e delle
collezioni farnesiane – si ebbe la certezza che l’edificio in parte esplorato e
sistematicamente spogliato era il Theatrum
Herculanense, del quale un certo
Lucio Annio Mammiano Rufo aveva finanziato la costruzione. È difficile immaginare
cosa sarebbe potuto essere il Teatro di Ercolano, costruito per circa
millecinquecento spettatori, se non fosse stato completamente spogliato come
una cava di opere antiche: intatto, con tutte le sculture al loro posto o a
breve distanza dalla collocazione originaria per l’impatto con la marea del
fango. Da godere cominciando dal prospetto esterno con doppio ordine di arcate
e poi dalla summa all’ima cavea con le gradinate, l’orchestra,
il tavolato del palcoscenico, l’imponente frontescena (scaenae frons) alto due piani, rivestito di marmi policromi e
spartito da colonne marmoree e nicchie per le statue, fra cui le tre
“Ercolanesi”.
Avanzando alla
cieca gli archeologi si accostarono inconsapevolmente al centro cittadino. Si
cercavano tesori. Non solo statue ma suppellettili, mosaici, pitture. Poiché le
pitture erano decorazione di pareti, quando staccate e accuratamente incassate
non passavano per i cunicoli venivano fatte a pezzi. Più o meno lo stesso per i
pavimenti a mosaico, sottratti alle abitazioni antiche anche in più pezzi per
reimpiegarli come pavimenti della Reggia. In superficie era issato, con grande
fatica, solo ciò che si riteneva avesse valore. Il resto era considerato
rifiuto. A mano a mano che si procedeva, spappolando la massa tufacea a colpi
di piccone e anche con qualche mina, i cunicoli che erano stati esplorati erano
riempiti di nuovo e qualche volta riesplorati per sbaglio. Si trascuravano i
frammenti. Grandi pezzi di statue bronzee che una volta recuperati non si
riusciva a connettere venivano fusi. Diventavano candelabri, medaglioni con
l’effige dei sovrani, immagini sacre. Di una grandiosa quadriga di bronzo con
auriga che forse rappresentava Augusto divinizzato – secondo alcuni studiosi
Vespasiano – si recuperò intatta solo la testa di un cavallo. Un altro cavallo,
intero, fu ricomposto da più di cento pezzi eterogenei. Qualcuno si vantava che
fossero stati anche più di duecento.
L’Alcubierre
diresse gli scavi per circa un quarantennio. Nei primi tre anni tenne un
minuzioso diario, nel quale elencava con precisione gli oggetti che giorno per
giorno venivano in luce: <<diversos
pedazos de marmol… una estatua de metal… un rayo de la rueda del Carro
Triunphal>>. L’ultima data è il 31 maggio 1741, prima che
abbandonasse provvisoriamente ogni attività a seguito di una malattia agli
occhi. Riprese a lavorare dal 1745 redigendo altri diari, rimasti a lungo
manoscritti. Da questi documenti apprendiamo quanto fosse severo il re nei
confronti di chi commetteva furti di oggetti archeologici. Si parlava di
sparizione di monete d’oro. Nel settembre 1740 tre uomini e due donne di Resina
furono incolpati della sottrazione di alcuni recipienti di bronzo, tre lucerne
di terracotta, due corniole y otras cosas
menudas. Gli uomini subirono l’umiliazione della fustigazione e furono
condannati da due a tre anni di carcere, alle donne fu inflitto il confino. In
seguito un avviso ben visibile nel cantiere minacciava un minimo di sette anni
di carcere per gli operai, la galera a vita a Malta per gli schiavi e gli
ergastolani. Non si sa se c’è riferimento con quei galeotti napoletani che
Napoleone nel 1798 liberò quando occupò l’isola per impiegarli come combattenti
contro gli inglesi.
In questo primo
scavo reale destarono ammirazione grandi pitture del ciclo di Teseo e di
Eracle. Decoravano le nicchie absidate in fondo a un imponente edificio
rettangolare con un’area scoperta e ampi porticati laterali, ritenuto a lungo
Basilica, cioè luogo di discussione di vertenze civili e commerciali. Oggi si
crede, più verosimilmente, che debba trattarsi di un Augusteum, cioè di un edificio destinato al culto imperiale,
situato proprio di fronte a un Sacello degli Augustali scoperto negli anni
Cinquanta e avente col decumano massimo funzione non di foro, come si è creduto
fino a poco fa, ma di luogo pubblico adiacente a uno spazio più grande che
doveva essere il foro vero e proprio. C’è un altro edificio chiamato Basilica
noniana all’incrocio fra il cardo III e il decumano massimo, sul lato
occidentale del cardo. Scavato solo in parte, è un complesso imponente, forse
spartito in tre navate, con ingresso principale sul decumano. Da qui provengono
la maggior parte delle sculture della famiglia dominante di Marco Nonio Balbo,
proconsole per la provincia romana di Creta e Cirenaica, una sorta di “galleria
di famiglia”. Oltre a un ritratto del proconsole posto probabilmente per
errore, dopo il ritrovamento, su una statua di togato la “galleria” conteneva
un’analoga statua di suo padre che si chiamava esattamente come lui e statue di
sua madre Viciria, della moglie Volasennia e di due splendide ragazze che
dovevano essere sue figlie. Non dovrebbero invece provenire da qui le due
statue equestri di Marco Nonio Balbo che furono trovate nel porticus post scenam del Teatro – da
collocare certamente in un’area centrale sulla quale gli studiosi non hanno
finora trovato un accordo – né una terza statua equestre in bronzo dello stesso
proconsole trovata pure nell’area del Teatro. Nell’area del foro c’erano
certamente, fra gli edifici pubblici, un macellum
(mercato coperto) e una mensa ponderaria,
noti da iscrizioni.
Nello stesso
periodo vennero in luce splendidi dipinti su marmo, veri e propri “quadri”, fra
cui le famose Giocatrici di astràgali,
da intendere come parte del mito di Niobe punita da Apollo e Diana con
l’uccisione della prole per essersi vantata con Latona di essere più prolifica
di lei. L’esplorazione raggiunse
La scoperta più
clamorosa avvenne però nei pressi del litorale verso Napoli. Nel 1750 fu
individuata la grandiosa villa di cui si è accennato innanzi, coperta oltre che
dal fango solidificato del 79 dalla lava dell’eruzione del 1631, proprio quella
che creò il Granatello. Probabilmente era appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone
Cesonino suocero di Cesare e per questo detta “dei Pisoni”, anche se la discussione
sul proprietario resta aperta. Più appropriata la denominazione di Villa dei
papiri per la biblioteca di oltre mille scritti sulla delicata membrana del
papiro lì trovati nel 1752, di prevalente contenuto filosofico in lingua greca.
Si è scoperto in seguito che non mancavano opere latine di Lucrezio, di Ennio
suo maestro, di Cicerone. L’autore più rappresentato era il filosofo epicureo
Filodemo di Gàdara – città della Siria – amico di Lucio Calpurnio Pisone. Era
uno dei tanti maestri di cultura greca venuti a Roma in un periodo nel quale la
filosofia consolatoria dell’epicureismo era assai di moda. Poi doveva essersi
trasferito come ospite a Ercolano proprio nella villa. Accuratamente
arrotolati, i papiri furono scambiati all’inizio per pezzi di legno
carbonizzati, perfino per stoffe e reti. Un patrizio colto dell’epoca di
Augusto aveva creato nella sua fastosa dimora una specie di cenacolo letterario
frequentato, pare, anche da Virgilio e altri della scuola napoletana di Sirone
a Posillipo. La villa era piena di opere d’arte. Oltre alle pitture parietali e
ai mosaici vi si rinvennero quasi mille sculture, fra cui grandi bronzi come il
Fauno ebbro, le cosiddette Danzatrici, la coppia di Corridori, ora tutti al Museo
archeologico di Napoli insieme con ritratti in bronzo e marmo di strateghi,
dinasti, filosofi, poeti, oratori, infiniti bronzetti.
LA DIREZIONE DEI LAVORI FRA WEBER E LA VEGA
Della villa
redasse un’accurata pianta l’ingegnere militare svizzero Karl Weber, subentrato
all’Alcubierre nella direzione dei lavori dopo esserne stato collaboratore,
mentre di tutto l’abitato esplorato per cunicoli ci resta una precisa pianta
eseguita a seguito di accurati rilievi dell’ufficiale del genio spagnolo e
architetto Francesco
Il rinvenimento
dei papiri fu un grande avvenimento culturale di cui all’inizio non ci si rese
conto, anche perché molti volumina oltre
che essere carbonizzati erano stati schiacciati dalla pressione degli scaffali,
anch’essi carbonizzati, precipitati uno sull’altro. Si trattava della prima
grande biblioteca antica venuta in luce. Quando si capì che i rotoli
contenevano degli scritti si tentò invano di aprirli. Al minimo contatto si
riducevano in polvere.
Si cimentò
inutilmente con un trattamento chimico l’alchimista Raimondo di Sangro,
principe di Sansevero. Finalmente il padre scolopio Antonio Piaggio, un
genovese che aveva lavorato alla Biblioteca Vaticana, mise a punto una macchina
di sua invenzione che riusciva a srotolarli con estrema lentezza, dandovi
consistenza con una sostanza collosa e strisce di pelle ricavate da vesciche di
animali. Lavorò molti anni, stipendiato da Carlo di Borbone, con la
collaborazione di un solo aiutante.
Oggi le
tecniche di svolgimento sono molto diverse, fra cui quelle messe a punto dalla
scuola di papirologia di Bergen in Norvegia diretta da Knut Kleve che hanno
consentito, tra l’altro, la lettura di nuovi testi latini. I papiri e
l’ingegnosa macchina di padre Piaggio, già nel Museo Ercolanese annesso alla Reggia
di Portici e poi trasferiti nel Museo Borbonico di Napoli, si trovano ora in
una apposita sezione della Biblioteca Nazionale detta “Officina dei papiri”.
Trattandosi di
iniziativa reale, occorreva una speciale autorizzazione per accedere agli scavi
e alla galleria d’arte annessa al Palazzo poi chiamata Museo Ercolanese,
affidato dal 1751 alla responsabilità del pittore romano Camillo Paderni.
Quelli che riuscivano a ottenerla non erano molti, fra cui i rampolli del
“Grand Tour” che quasi tutti scalavano il Vesuvio. Le testimonianze in
proposito sono per lo più sconfortanti. A parte l’angustia delle gallerie dove
si rischiava di soffocare per il fumo delle torce secondo la testimonianza del
de Brosses del 1739, si riteneva che gli scavi fossero eseguiti da persone
ignoranti: people of no taste or
erudition, con allusione agli spagnoli. La testimonianza è di Thomas Gray
che nel 1740 visitò il cantiere con Horace Walpole, figlio del primo ministro
britannico. Eppure il re pagava una legione di restauratori, incisori, autori
di acquerelli, alcuni reclutati a Firenze e Roma. In ciò si avvalse
dell’intelligente collaborazione del marchese Bernardo Tanucci, già docente
universitario a Pisa, che diventerà reggente alla sua partenza da Napoli dando
nuovo impulso alla ricerca archeologica. Anche lui non sarebbe stato tenero con
quegli sterratori che fossero stati sorpresi a sottrarre oggetti dagli scavi:
pure questi fustigati a sangue e spediti nelle galere. L’opera di Tanucci nel
periodo di Carlo e ancor più in quello del figlio Ferdinando non va
assolutamente sottovalutata. Autorevole e riformatrice, durò circa
quarant’anni. Per niente apprezzata dalla regina Carolina d’Austria moglie di
Ferdinando perché considerata pregiudizialmente filospagnola, fu improntata a
grande austerità e alla buona amministrazione. Portò a una notevole limitazione
degli abusi ecclesiastici, all’esproprio delle proprietà della Compagnia di
Gesù e a un’organizzazione laica dell’istruzione, con la fondazione di collegi
e scuole di arti e mestieri. Nel quarantennio in cui Tanucci a Napoli fece il
bello e il cattivo tempo i rapporti culturali con
Dopo l’inizio
degli scavi a Pompei – dove lavorando di badile si mettevano in luce con
relativa facilità strade, edifici, sepolcri – a Resina si continuò a cercare.
Il Satiro dormente e la quinta Danzatrice furono infatti trovati nel
1756, il Mercurio in riposo poco
dopo, nel 1758. Le scoperte furono pubblicizzate – come si è accennato – da un
volumetto di Marcello Venuti. E anche da un prolisso inventario del Museo di
Portici redatto da Ottavio Antonio Bayardi, un monsignore nativo di Parma. Ben
protetto a corte perché nipote del ministro marchese Giovanni Fogliani Sforza
d’Aragona, fu l’istigatore della confisca di un precedente scritto del Venuti.
Le cose andarono così: il Venuti, fattosi calare nel pozzo, grazie a uno scavo
mirato dimostrò grande acume nel riconoscere sia l’edificio del Teatro che la
sua appartenenza alla città di Ercolano, che molti ritenevano ubicata dov’è
Torre del Greco. Ciò non piacque al Bayardi, che stava redigendo il suo
straripante inventario: un progetto di sette volumi di Prodromi delle antichità d’Ercolano, di cui cinque con ampie
digressioni sui miti di fondazione della città furono pubblicati dalla Regia
Stamperia. Da qui la grande ostilità nei confronti del Venuti, avversato anche
perché ritenuto responsabile dell’arbitraria diffusione dei risultati di
un’iniziativa reale. Ottenne un tardivo riconoscimento quando fu nominato dal re
Carlo marchese di Cuma prima che se ne tornasse a Cortona. Pare non per sua
volontà. Continuarono a far notizia, negli anni seguenti, gli scempi negli
scavi e nei restauri. A Firenze circolò perfino la voce che la pubblicità fatta
intorno a Ercolano fosse <<una gigantesca bolla di sapone e una truffa
alla napoletana>>.
Sembrò una
svolta, nel 1755, la fondazione della Regia Accademia Ercolanese, fortemente
voluta dal Tanucci, che doveva riunire quindici eruditi del tempo allo scopo di
pubblicare in esclusiva le scoperte. La finalità dell’iniziativa era,
soprattutto, la glorificazione della monarchia spagnola. Nel 1757 apparve,
edito sempre dalla Regia Stamperia, il primo di una serie di grandi tomi ricchi
di incisioni. Il piano editoriale era di quaranta volumi. Ne uscirono otto fino
al 1792 sotto il titolo Le antichità di
Ercolano esposte, ben oltre la partenza di Carlo da Napoli: cinque sulle
pitture, due sui bronzi, uno sulle lucerne, lanterne e candelabri, tutti
prolissi di erudizione. Non erano in vendita, ma costituivano un munifico dono
del sovrano. La loro diffusione favorì notevolmente la moda del neoclassicismo.
Prima in Europa, poi anche oltreoceano: Thomas Jefferson era orgoglioso di
esibirne una copia nella sua biblioteca privata. Malgrado la decisa avversione
della corte borbonica in molti paesi europei apparvero ben presto libri che
descrivevano gli scavi di Ercolano, corredati anche di tavole. Particolarmente
diffuso un volume pubblicato nel
LA SVOLTA CON WINCKELMANN
Un colpo di
grazia alla credibilità delle iniziative reali a Ercolano sembrò darlo l’abate
tedesco Johann Johachim Winckelmann, considerato il fondatore dell’archeologia
intesa come scienza dell’antichità. Figlio di un ciabattino, venne quattro
volte a Napoli. La prima escursione la fece agli inizi del 1758 proveniente da
Roma, dove era approdato con una borsa di studio ottenuta grazie anche
all’interessamento del nunzio apostolico a Dresda Alberico Archinto. Munito di
varie lettere di presentazione, pensava di essere ricevuto con riguardo a
corte. Particolarmente dalla regina, sorella del principe ereditario di
Sassonia Federico Cristiano, che l’anno prima aveva visitato lo scavo di
Ercolano accompagnato da Marcello Venuti. Ma non fu così. Dovette aspettare a
lungo, benché fosse diventato amico di padre Piaggio, del quale fu anche
ospite. Quando finalmente poté accedere al Teatro e al Museo fu guardato a
vista, con l’assoluto divieto di prendere appunti e fare disegni, come avveniva
per qualsiasi visitatore. Se ne vendicò pubblicando presso un libraio di Dresda
due lettere feroci, che ebbero vasta eco. Se la prese in particolare con
l’Alcubierre che, disse, non avrebbe avuto a che fare con le antichità più
della luna coi gamberi… In seguito i contrasti si appianarono. Grazie a Tanucci
fu ricevuto a corte, ebbe in dono una copia delle Antichità e poté visitare anche gli scavi in corso a Pompei, su cui
pubblicò un resoconto a Zurigo.
Da Napoli nel
1767 ebbe modo di osservare una violenta eruzione del Vesuvio, che fece
affluire la gente nelle chiese per implorare l’intervento di San Gennaro contro
la lava. Un suo biografo descrive la sua ascesa al Vesuvio, attingendo alle
lettere dello stesso Winckelmann. Con due amici giunge al cratere dopo ore di
cammino mentre masse di cenere offuscavano l’aria. Scendendo verso Resina dove
avevano lasciato il calesse si dissetano con due fiaschi di Lacrima Christi. Tornato in Italia nel
1769, Winckelmann trovò tragica morte a Trieste.
Nell’ottobre
del 1759 Carlo lasciò il trono di Napoli per quello di Spagna. La demenza del
primogenito Filippo l’aveva costretto a trasferire la successione a Ferdinando,
un bambino di appena otto anni. Un consiglio di reggenza presieduto dal
ministro Tanucci ne avrebbe tutelato i diritti finché non avesse compiuto
sedici anni. La partenza di Carlo fu napoletanamente festosa. La folla dal
molo, dalla spiaggia di Chiaia, dalle terrazze delle case volle vedere la sua
nave allontanarsi. Lasciava una capitale ricca di monumenti, ben diversa dalla
città ereditata dai viceré austriaci e spagnoli. Tutto il patrimonio
archeologico venuto fuori dagli scavi rimaneva qui, così come le ricche
collezioni farnesiane ereditate dalla madre. Volle lasciare perfino un anello
che portava al dito, proveniente dagli scavi di Pompei. Dalla Spagna avrebbe
continuato a vigilare su Napoli fino alla morte, affidandosi prevalentemente al
fido Tanucci.
Il 1765 è la
data tradizionalmente riportata per la fine dello scavo di miniera a Ercolano,
mentre faceva sempre più notizia Pompei, dove fra altre meraviglie era stato
scoperto intatto l’Odeon, il teatro coperto.
Fu un peccato,
perché da minuziose relazioni all’Alcubierre di Karl Weber e Francesco
LE LEGGENDE ARCHEOLOGICHE
A conclusione
di quanto detto è opportuna qualche riflessione. Una è quella che fu fatta
anche in occasione del Convegno internazionale del 1988 per celebrare i 250
anni dall’inizio ufficiale dell’impresa archeologica a Ercolano, ritenendosi abusiva
ogni ricerca antecedente al 1738. Bisogna anzitutto sgombrare il campo dalle
“leggende archeologiche”. Non esiste una corte entusiasta per lo studio delle
antichità, un re instaurator artis
che acquisisce una proprietà perché vicina agli scavi e fa dotte discussioni
con Tanucci, definito da uno studioso suo “ministro archeologo”. Potrebbe anche
essere leggenda, come si è accennato, l’interesse della giovane principessa che
viene da Dresda sognando scoperte. Anche se è vero che più dei sovrani – quelli
di casa Borbone tristemente bigotti – furono le regine venute da fuori a
promuovere cultura nelle corti napoletane. Dopo Maria Carolina, sorella di
Maria Antonietta ghigliottinata a Parigi, assai entusiasta della ricerca
archeologica fu Carolina Bonaparte, moglie dell’infelice Gioacchino Murat.
Il motivo
ispiratore di molte iniziative dei sovrani borbonici fu indubbiamente politico.
Ciò vale per Carlo e ancor più per il re “lazzarone” Ferdinando, che represse
nel sangue ogni richiesta di modernità e nel 1803 inviò in regalo a Napoleone,
per ingraziarselo, pezzi archeologici e rotoli di papiri. Mediante la cultura
si voleva legittimare la monarchia con le sue folli spese in un mondo che stava
rapidamente cambiando, mentre alla gente mancava il pane. Di ciò erano
consapevoli gli intellettuali aperti all’illuminismo come Antonio Genovesi e
Ferdinando Galiani, antesignani di quelli che numerosi finiranno sul patibolo
dopo la tragica esperienza della Repubblica Partenopea. Anche se il giudizio
sui re borbonici può essere inquinato dalla retorica risorgimentale – ad
esempio, quel Ferdinando che all’inizio del regno affida al Tanucci un timbro
con la sua firma per non avere il fastidio di autografare i documenti è anche
il sovrano che fa immettere nel Real Museo Borbonico nuove collezioni,
consentendo che l’istituto divenga “proprietà allodiale”, cioè estranea ai beni
della corona – non si può non riconoscere la differenza di qualità quando alla
corte di Napoli bazzicano regine provenienti da culture ben diverse rispetto a
quella locale. Talvolta, come nel caso di Maria Carolina moglie di Ferdinando,
sacrificate alla ragion di Stato. La madre Maria Teresa ne era tanto
consapevole che convinse il figlio Giuseppe II d’Asburgo a recarsi nell’aprile
del
Una riflessione
va fatta anche per le pitture e i mosaici. Si è tanto sparlato di chi li ha
staccati dal loro contesto originario per esporli come quadri o pavimenti prima
nel Reale Museo Ercolanese e poi in quello che attualmente è il Museo
archeologico di Napoli. Ma se quei distacchi non fossero avvenuti gran parte
del patrimonio decorativo antico – e non solo delle città vesuviane – oggi
sarebbe perduto. A causa degli agenti atmosferici e ancor più dell’incuria di
chi, a ogni livello e in diversi momenti storici, ha avuto la responsabilità
della gestione dei beni culturali nel nostro Paese.
IL MUSEO ERCOLANESE
*
DALLA NASCITA ALLO SVILUPPO
Il Museo
Ercolanese a Portici, decantato da Goethe e definito da un viaggiatore francese
del Settecento <<il più curioso e il più ricco che si veda in Italia>>,
è un contenitore di esclusiva proprietà del sovrano. Si sviluppò a seguito
degli scavi eseguiti a Ercolano, Pompei, Stabia e altrove in un’epoca in cui
c’era grande interesse per gli oggetti antichi – specialmente per opere che
potessero essere esibite come ornamento di grandi residenze – ma non esisteva
l’archeologia intesa come scienza dell’antichità. Era difficilissimo ottenere
l’autorizzazione per visitarlo. Fu a lungo un vanto per il sovrano e la corte
farlo vedere a ospiti illustri, in particolare di famiglie regnanti.
Faceva parte
del Palazzo Reale, anche se con ingresso indipendente. La strada per le
Calabrie era stata fatta passare attraverso una specie di cortile quadrangolare
al centro di un complesso rivolto sia verso il Vesuvio che il mare, in realtà
due distinti palazzi con annessi grandi parchi, uniti da corpi intermedi.
Quello verso il monte, sede del Museo, incorporò il Palazzo Caramanico,
acquistato nel 1746. Per costruire quello verso il mare fu necessario abbattere
due preesistenti palazzi di proprietà Palena e Santobuono. Alcuni pezzi antichi
particolarmente pregiati, in particolare statue, furono posti qua e là nella
Reggia, anche per arricchire esteticamente le fontane. Le due statue equestri
di marmo ritenute di Marco Nonio Balbo padre e figlio furono sistemate nei
vestiboli sia del palazzo superiore che di quello inferiore, in modo da
proteggerle e farle ammirare anche dall’esterno. A una, restaurata
arbitrariamente, monsignor Bayardi aggiunse un’iscrizione che celebrava re
Carlo come scientiarum et artium
instaurator. Tutto il resto fu ammassato nel Palazzo Caramanico e nell’annesso
cortile.
Si accedeva al
Museo direttamente dalla strada. A sinistra del vestibolo c’era la stanza della
guardia, fiera di un’uniforme blu con bottoni di metallo. Una scala a
chiocciola fiancheggiata da statue portava al primo piano, mentre un secondo piano
era adibito a deposito. Sia sull’ingresso al Museo che sull’accesso alla scala
iscrizioni latine redatte dal canonico Alessio Simmaco Mazzocchi decantavano i
meriti del sovrano. La prima si riferiva alla regia vis che aveva strappato le rovine di Ercolano Vesevi ex faucibus. Quando Winckelmann
visitò quel contenitore non si fece sfuggire l’occasione di riferire la diceria
che quell’ampolloso scritto fosse stato concepito in occasione di
un’evacuazione faticosa.
Si raggiungeva
un ampio cortile dalla stanza della guardia passando attraverso una porta a due
battenti in ferro battuto abbellita da varie decorazioni, sulla quale si
leggeva l’iscrizione in lettere dorate herculanense
museum. Al centro dello spazio aperto troneggiava il cavallo in bronzo
ricostruito non si sa da quante centinaia di frammenti della quadriga, posto su
una base con un’iscrizione dell’instancabile Mazzocchi. Erano state sistemate
lì numerose altre statue, fra cui quelle della famiglia dei Balbi. E inoltre
urne, are funerarie, colonne, una ruota di bronzo con residui di legno,
puteali, iscrizioni incastrate nei muri. Fino al 1785 davanti alla parete
sinistra si poteva ammirare il sedile a semicerchio della tomba della
sacerdotessa Mamia, in quell’anno riportato a Pompei nella sua collocazione
originaria fuori Porta Ercolano.
All’inizio il
Museo Ercolanese non aveva più di quattro stanze. Lo testimonia proprio il
Winckelmann riferendosi a quanto appreso durante i primi soggiorni a Portici
nel 1758, mentre lo descrive poi minuziosamente in una lettera al conte Enrico
di Brühl del 1762 rievocando il viaggio che avevano fatto assieme durante il
carnevale dello stesso anno. Parla di diciassette stanze, di cui solo nove
allestite, compresa quella dove si svolgevano i papiri. Le pitture si trovavano
in stanze separate che non avevano relazione col Museo propriamente detto. Dal
1751 il complesso ebbe un “custode” o conservatore nel pittore romano Camillo
Paderni, accusato da padre Piaggio nelle sue Memorie di volerlo dilatare per far soldi, mentre il portinaio dava
a intendere <<mille pastrocchie per avere la mancia a parte>>. Al
di là di questi pettegolezzi è probabile che si volesse dare una prima
sistemazione agli ambienti museali già prima che nel 1759 Carlo lasciasse
Napoli. Lo stesso Winckelmann parla del progetto di una “galleria di statue”.
Non si sa se
queste notizie si riferiscano a uno studio di totale ampliamento e
riordinamento della Reggia in cui Ferdinando Fuga risulta impegnato fra il 1764
e il 1768, mai realizzato. Comunque due delle prime cinque stanze dell’assetto
definitivo del Museo furono sistemate a teatro, una come palcoscenico l’altra
come platea. Mettendo assieme le varie informazioni, fra cui due piante
disegnate e incise da Francesco Piranesi probabilmente su schizzi eseguiti a
memoria dal padre Giovan Battista nel 1770, apprendiamo che le pitture ebbero
definiva sistemazione in quindici delle diciassette stanze del pianterreno –
nelle altre due c’erano le grandi statue di bronzo – mentre precedentemente
erano esposte altrove, appese alle pareti come quadri e protette da vetri. Le
stanze sistemate prescindevano da ogni contesto culturale. Di solito al centro
c’erano oggetti ritenuti importanti, come vasi, statue di bronzo o anche
tavolini su cui erano in mostra oggetti di particolare rilievo, ad esempio
tripodi. Alle pareti c’erano armadi contenenti le cose più disparate: dalle
bilance ai gioielli, alle monete, ai priapi forniti di campanelli, ai ferri
chirurgici, ai bronzetti fino agli elementi deperibili da Ercolano come
commestibili, stoffe, colori. Una stanza era stata allestita a cucina,
copiandone una di Pompei. In un’altra c’erano le impronte delle vittime di
Pompei, fra cui quella del seno di una giovane donna dalla Villa di Diomede:
prima dell’invenzione dei calchi si portavano al Museo blocchi di cenere
compatta contenenti le cavità di ciò che era stato distrutto dagli agenti
atmosferici. In un’altra ancora erano state esposte le armi gladiatorie e un
ceppo di ferro da Pompei, che evocava il brutale trattamento degli schiavi.
Alle pareti, oltre a pitture, c’erano mosaici di particolare pregio, come
quelli firmati da Dioscuride di Samo provenienti dalla cosiddetta Villa di
Cicerone fuori Porta Ercolano a Pompei. Si era trovato il modo di sistemare
anche una “nicchia di mosaico” trovata nel
C’era infine
una stanza riservata dove era tenuto sotto chiave tutto ciò che era ritenuto
osceno. Il pezzo di principale richiamo era il gruppo marmoreo del dio Pan che
si accoppia con una capra, trovato presso la natatio della Villa dei papiri di Ercolano nel
In molti
pavimenti erano stati reimpiegati i marmi colorati del cosiddetto opus sectile o, più frequentemente, i
mosaici che avevano decorato le case antiche, issati a pezzi dai balconi perché
non passavano per le scale. Per tale lavoro erano stati adoperati gli schiavi,
detti genericamente “mori”. Poiché trascinando le pesanti catene potevano far
saltare le tessere dei mosaici Camillo Paderni chiese al ministro Tanucci di
farli lavorare senza ceppi. L’esperimento fu interrotto quando il locale
parroco riferì che avevano ingravidato donne del luogo.
Ciò che
attirava maggiormente i visitatori erano i papiri, che padre Piaggio dal 1753
cercava di srotolare con la sua macchina rudimentale, aiutato all’inizio da un
solo collaboratore, Vincenzo Merli. Fino al 1767 l’Officina si trovava in una
stanza soggetta al traffico di tutti quelli che vi passavano: ospiti, operai,
schiavi.
Il Museo era
dotato di laboratori di restauro e per l’esecuzione di calchi. Dal 1739 fu
ingaggiato a tempo pieno uno scultore romano, Giuseppe Canart, che fu
coadiuvato nel proprio lavoro da quattro aiutanti. All’inizio lavoravano in un
ambiente che non faceva parte del Museo. Restauravano un po’ di tutto con
notevole disinvoltura. Staccavano anche le pitture dalle pareti. Poi si
decideva quali o quali parti – quelle cioè che potevano costituire “quadri” –
fossero degne di esser conservate. Il resto veniva distrutto. In ciò le
disposizioni del Tanucci dal 1757 risultano tassative. In data 20 aprile 1761
Paderni lo rassicura per iscritto che in sua presenza saranno demolite <<quelle
tonache antiche colorate inutili che si rinvengono nei Regi Scavi>>. I
calchi di gesso erano eseguiti soprattutto per il re di Spagna. Nel 1765
proprio il Paderni ne accompagna sedici casse imbarcate su una nave, lasciando
temporaneamente a dirigere il Museo il figlio Annibale. In seguito riuscirà a
far lavorare nel Museo altri due figli, Alessandro e Pirro. Comincia forse così
la storia delle assunzioni di parenti nei Beni culturali.
LO SROTOLAMENTO DEI PAPIRI
Winckelmann
descrive ammirato la lenta e complicata operazione di svolgimento. Si
sospendevano i rotoli, trovata l’estremità esteriore si inumidiva un
piccolissimo spazio con un pennello morbido, quindi dalla parte non scritta del
papiro si incollavano pezzi minuscoli di una vescica di porco o di pecora della
grandezza dello spazio bagnato. In quattro o cinque ore di lavoro non si
riusciva a staccare e consolidare più di un dito della larghezza del papiro,
ricorrendo anche a fili di seta per separare la parte incollata da quella che
era ancora da svolgere. Se si sbagliava si danneggiava irrimediabilmente non
solo la parte che si tentava di incollare, ma anche quella sottostante non
srotolata, creando lacune nei testi. Per srotolare completamente un papiro
occorreva anche più di un anno.
Nel gennaio
1772 un mineralogista svedese, Johann Jacob Ferber, docente a Pietroburgo, dopo
settimane passate “nella scuola dei vulcani” fra
Nel 1754 il
primo risultato di tanto lavoro sui papiri fu il quarto libro di un’opera sulla
musica redatta dall’epicureo Filodemo di Gàdara, fino ad allora noto solo come
autore di epigrammi. La notizia si diffuse con rapidità fra le persone colte,
destando speranze di nuove conoscenze dei classici antichi sia greci che
latini. Vi accennano con entusiasmo nomi prestigiosi della cultura europea. Lo
stesso Winckelmann aveva sperato che si potessero trovare libri perduti di
Diodoro, Eforo, Aristotele, nonché opere sconosciute di Sofocle, Euripide,
Menandro. Ne scrive anche Leopardi nei Paralipomeni
della Batracomiomachia, sia pure per criticare gli accademici ercolanesi
che riteneva tardassero a divulgare il contenuto dei papiri, per cui da tempo era
in ansia <<l’Europa tutta>>. Nel 1757 una giovane poetessa
francese, Marie Anne du Bocage, delusa dalla visita dei cunicoli, si dichiara
entusiasta dell’opera di padre Piaggio, esprimendo la speranza che possano
venir fuori libri sconosciuti di Livio e Tacito. È singolare la notizia che
qualche anno dopo Anne-Claude-Philippe conte di Caylus, membro dell’Académie Royale des Inscriptions et Belles
Lettres, abbia progettato di far rubare un papiro corrompendo un
sorvegliante: <<Ce serait un grand coup!>> scrive.
Nel 1775 il
medico e scrittore scozzese John Moore, dopo essersi soffermato a Napoli dove <<il
numero di preti, monaci, imbroglioni, avvocati, nobili, lacchè e lazzaroni
supera ogni ragionevole limite>>, visita più volte il Museo. Resta
ammirato dalle grandi statue di bronzo come il Fauno ebbro, dalle pitture e anche dalla varietà e bellezza di
lampade, tripodi e vasi, dai numerosi utensili domestici, ma ritiene i papiri <<di
non grandissimo valore>>. Auspica che il re di Napoli ne mandi almeno uno
a ogni università d’Europa perché si trovi un metodo più efficiente di quello
adottato dai locali copisti, costretti a lasciare molti spazi bianchi dove le
lettere risultavano cancellate. Testimonia che molti papiri erano stati inviati
a Madrid, cioè al re Carlo, benché ne rimanessero molti a Portici.
Quando nel
dicembre 1798 Ferdinando, per scansare la rivoluzione a Napoli, fuggì a Palermo
portò con sé ben sessanta casse dal Museo Ercolanese compresi i papiri, oltre
ai maggiori tesori dei siti reali. Risolta tragicamente
L’INTERESSE INTERNAZIONALE
È singolare che
mentre la corte borbonica ha un atteggiamento di chiusura nei confronti del
pubblico e degli studiosi non irreggimentati nell’Accademia Ercolanese,
all’estero c’è chi riesce a pubblicare opere del Museo schizzate
frettolosamente a memoria dopo la visita. Capitò a Charles Nicolas Cochin, che
prima di dedicarsi con l’architetto Charles Bellicard a un volume su Ercolano
che ebbe grande successo – come si è accennato innanzi – nella Lettre sur les antiquités d’Herculanum del
1751 tradusse in incisioni le pitture
più celebri provenienti dalla cosiddetta Basilica. Probabilmente fu un articolo
del 1765 su Ercolano firmato da Louis de Jaucourt sull’Encyclopédie a far entrare le scoperte della cittadina vesuviana
nella cultura europea. Una prima timida apertura l’aveva data Carlo quando,
spinto dalla moglie Maria Amalia di Sassonia, aveva chiamato artisti da Dresda
per fondare la manifattura di porcellane a Capodimonte e altri specialisti da
vari luoghi per arredare le numerose residenze reali. Ben altra vivacità ebbe
la cultura europea nell’area napoletana verso gli anni Ottanta del Settecento
grazie all’attività di grandi pittori tedeschi come Johann Heinrich Wilhelm
Tischbein e Philipp Hackert – quest’ultimo pittore ufficiale di Ferdinando di
Borbone – nonché del poeta e scrittore Johann Wolfgang Goethe, che pochi sanno
abbia prodotto anche migliaia di disegni e acquerelli. Per lui l’Italia era “un
paese deturpato”. Descrive Napoli con fare canzonatorio: <<La città si
preannuncia felice, libera e vivace, un numero infinito di persone si
affrettano disordinatamente, il re è a caccia, la regina in stato interessante.
E meglio di così non può andare>>. Si vedevano tutti nella lussuosa
dimora di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli, nei pressi della
Villa Reale. Non erano attratti dal panorama di Capri, Posillipo e della costa
di Sorrento ma dalla giovane e lasciva Emma Lyon, che vestita di vivaci colori
li intratteneva danzando nelle pose delle pitture pompeiane. Sotto la data del
27 maggio 1787 Goethe scrive: <<Hamilton ci ha condotto nelle stanze
sotterranee della sua collezione segreta d’arte. Qui regna il caos: oggetti di
tutte le epoche, busti, torsi, vasi, bronzi, ogni sorta di arredo. A terra, in
una lunga cassa, ho visto due splendidi candelabri di bronzo. Con un cenno li
ho fatti notare a Hackert e gli ho chiesto sottovoce se non li trovasse del
tutto simili a quelli di Portici. Mi ha chiesto di tacere perché in effetti
potevano aver perso la strada di Pompei ed essersi ritrovati qui>>.
Sir Hamilton
era da più di un ventennio il più importante punto di riferimento culturale per
chi veniva a Napoli dall’estero e anche per la comunità internazionale nella
capitale borbonica. Quando nel 1769 c’era stata la visita dell’imperatore
Giuseppe II, nella folta comitiva che l’accompagnò agli scavi di Pompei col re
Ferdinando e la moglie Maria Carolina figlia di Maria Teresa d’Austria c’era
anche lui oltre all’ambasciatore austriaco conte Ernesto di Kaunitz. Fu davvero
un accanito collezionista. Faceva grande incetta di oggetti antichi, molti dei
quali furono venduti al British Museum.
Quando Winckelmann venne per la prima volta a Napoli ne divenne amico.
L’eruzione del Vesuvio dell’ottobre 1767 volle vederla da vicino, salvo poi a
scappare alla vista dei bagliori dei rivoli di lava che scendevano verso
l’abitato, come avevano fatto anche il re e la regina abbandonando in fretta
Nella seconda
metà del Settecento furono molti i visitatori stranieri sia al Museo che al
Teatro. Anche dal nord Europa, incoraggiati da una lettera pubblicata dallo
svedese Jacob Jonas Björnstahls, docente all’Università di Uppsala, che era
stato in Italia fra il 1770 e il 1773. Nel febbraio del 1770 Francesco
L’architetto
Augusto Moszynski, curatore delle collezioni reali, in un Diario compilato per il sovrano tratta ampiamente di Ercolano e
Pompei, scrivendo sulla conservazione delle pitture e sui papiri. Esprime indignazione
per la sorte della quadriga e manifesta l’opinione che ogni oggetto dovrebbe
essere lasciato al suo posto (ma poi in una lettera da Roma preannuncia al re
l’invio a Varsavia di diversi oggetti archeologici, fra cui un capitello dal
Teatro di Ercolano).
Un altro
viaggiatore dello stesso periodo e famoso patriota, Francesco Bielinski, che
possedeva una ricca biblioteca con molti libri sul Vesuvio e una copia del Voyage pittoresque dell’abate di
Saint-Non in cinque volumi pagata la cifra notevole di 186 ducati napoletani,
scrive di una sua avventurosa scorribanda in calesse da Napoli a Pompei
passando per San Giorgio, Portici, Resina e Torre del Greco.
Infine il
geologo e giurista Stanislao Staszic in un Diario
che si riferisce a un periodo fra la fine del 1790 e i primi mesi del 1791
descrive con vivacità la vita delle strade di Napoli, col suo <<fracasso
di gente, passar di carrozzelle, luci dai caffè>>. Era stato ospite a
casa Hamilton, dove aveva visto una ricca collezione di <<vasi
etruschi>> e ben dieci ritratti di Emma Lyon, la futura Lady Hamilton e
amante dell’ammiraglio Nelson. Nella stessa casa era stato ospite e aveva visto
gli oggetti antichi Stanislao Poniatowski, il nipote del re polacco.
Nel 1783
Francesco Piranesi aveva pubblicato a Roma – non si sa come, non essendo stato
certo autorizzato dal re – un volume sul Teatro dotato di splendide tavole,
planimetrie, sezioni e ricostruzioni, frutto dei frequenti viaggi che dal 1770
aveva compiuto nell’area vesuviana col padre Giovan Battista. Nel dicembre 1787
Francesco
IL TRASFERIMENTO DEL MUSEO A NAPOLI
Nello stesso
anno 1787 Goethe, dopo aver espresso i soliti giudizi negativi, nel celebre Viaggio in Italia dà notizia del museo
che si stava progettando di istituire a Napoli nel Palazzo degli Studi. Oltre a
tutto ciò che si era ammassato a Portici vi si voleva concentrare il patrimonio
artistico, antiquario e librario proveniente dai Farnese, fra cui enormi sculture
in marmo: <<Il Borbone farà costruire adesso a Napoli un Museo dove si
raccoglierà tutto quanto possiede in fatto d’arte: il Museo Ercolanese, gli
affreschi pompeiani, i quadri di Capodimonte, tutta l’eredità farnese. Sarà una
grande e bella impresa>>. Il trasferimento da Portici a Napoli comincerà
però solo nel 1805 e sarà completato nel 1822, anche se esiste una festosa
incisione di tale trasporto pubblicata molti anni prima da Jean Claude Richard,
il già citato abate di Saint-Non. Nel suo monumentale Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile (1781-86)
è proprio l’autore a definire tale incisione – che pare riprodotta da un
acquerello di Jacob Philipp Hackert – frutto d’immaginazione: <<L’Artist,
chargé de dessiner l’elévation perspective de ce Palais, a, par anticipation,
imaginé d’orner cette Vue d’une espèce de Cérémonie ou Fête dans laquelle il a
réuni les principaux morceaux d’Herculanum>>.
Una prima idea
di trasferire il Museo Ercolanese risale al 1768. Il progettista del Palazzo
Reale di Caserta Luigi Vanvitelli testimonia la “reale intenzione” del
trasferimento proprio a Caserta. Il 2 maggio 1776 il direttore del Museo
Camillo Paderni aveva chiesto con lettera al ministro Tanucci se il Museo
dovesse rimanere a Portici, per regolarsi sui pavimenti antichi che si dovevano
ancora applicare nelle sale. Evidentemente il vecchio contenitore non bastava
più. E c’era anche l’esigenza di rendere libero il Palazzo Reale <<per
uso tutto della Real Famiglia>>, come aveva scritto Ferdinando Fuga nel
progetto mai realizzato di cui si è parlato innanzi. Da qui l’incarico proprio
al Fuga nel 1788 di sistemare il Palazzo degli Studi <<per collocarvi il
Real Museo di Portici e la gran libreria pubblica ed appresso la celebre
Quadreria esistente nel Real Palazzo di Capodimonte>>. Poi gli eventi
erano precipitati con
Il primo a
dirigere il Museo Borbonico, dopo essersi occupato del trasferimento a Napoli
di gran parte di ciò che era stato ammassato nel Museo Ercolanese, fu il
salentino Michele Arditi, nominato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte e in seguito
confermato sia da Gioacchino Murat che da Ferdinando dopo
L’Arditi – che
era stato avvocato, pubblico amministratore e membro dell’Accademia Ercolanese,
grande collezionista di oggetti e documenti antichi, amico di Antonio Canova e
Giovanni Paisiello – manterrà infatti per molti lustri la carica di direttore
del Museo e sovrintendente “degli Scavi d’antichità di tutto il Regno”, come
risulta dai periodici rapporti che gli erano indirizzati. Fu sua l’iniziativa
di far pubblicare in edizione più snella le Antichità
di Ercolano esposte, poste in vendita col titolo Real Museo Borbonico, di cui comparvero ben diciotto volumi. A
Pompei si impegnò moltissimo. Fece preparare un piano di esproprio di tutta
l’area archeologica che doveva avvenire a costo zero, indennizzando i
proprietari dei terreni con suoli di equivalente valore dei soppressi monasteri
di Scafati, Angri e Nocera. Nel 1814 il Museo si arricchì della collezione
Borgia, nel 1816 della collezione privata che era stata della regina Carolina
Murat. Nel 1819 l’Arditi fece costituire il “Gabinetto di oggetti riservati”,
mettendovi quel complesso di pitture e sculture di soggetto erotico che erano rimaste
a lungo sotto chiave nel Museo Ercolanese. La collezione sarà poi aperta al
pubblico, con grande scandalo dei benpensanti, da Alessandro Dumas padre quando
sarà nominato direttore da Garibaldi. È proprio grazie a Garibaldi che il Real
Museo Borbonico diventò Museo Nazionale.
Col passaggio
dai Borbone alla monarchia sabauda il Palazzo Reale di Portici rischiò di
essere frazionato e venduto all’asta. Il direttore del Museo Nazionale e degli
Scavi di antichità Giuseppe Fiorelli si premurò di chiederne una parte in uso
gratuito per trasferirvi le collezioni pompeiane ed ercolanesi. Ma quando,
qualche anno dopo, parve che l’evento si stesse realizzando, fu proprio il
senatore del Regno Giuseppe Fiorelli a intervenire presso il demanio e il
Ministero della Pubblica istruzione perché il trasferimento non fosse attuato.
IL PERIODO FRANCESE
Nel periodo
francese l’interesse per gli scavi riguardò soprattutto Pompei, anche se non
mancarono mai visitatori a ciò che era possibile vedere di Ercolano sotterranea.
I figli di Murat Achille e Luciano sono raffigurati in un dipinto di Louis
Nicolas Lemasle, ora al Museo di San Martino, mentre visitano il Teatro. Non
cessò mai anche la moda di ispirarsi alle opere venute in luce dalla cittadina
vesuviana. La moglie del re Carolina Bonaparte, che voleva assistere di persona
alle scoperte più importanti di Pompei, una volta anche accompagnata da Canova,
fece eseguire nella Reggia di Portici mobili e decorazioni parietali ispirati a
modelli ercolanesi. Commissionò anche un grande tavolo circolare col ripiano
ricavato da un mosaico di Ercolano che aveva al centro una testa di Medusa, in
seguito trasferito alla Reggia di Capodimonte. Un esempio analogo l’aveva già
dato nel 1782 Ferdinando, inviando in dono al padre Carlo in Spagna un lussuoso
servizio da tavola decorato in gran parte con motivi iconografici tratti dalle
pitture ercolanesi.
In quanto alla
presenza nel Teatro dell’autore del Rosso
e nero essa non deve meravigliare. Da molto prima della Repubblica
Partenopea fino al tragico epilogo dell’avventura di Murat e ben oltre, mentre
Pure sul piano
delle arti figurative, a cominciare dalla scuola di Resina e da quella di
Posillipo, la cultura francese rimase a lungo un modello di riferimento.
PRIMI SCAVI ALL’APERTO
*
LA DIREZIONE DI MICHELE ARDITI
Lo scavo
all’aperto di Ercolano comincia nel 1828, sotto il breve regno di Francesco I
di Borbone (1825-1830). A differenza del
rozzo re Ferdinando suo figlio aveva ricevuto una buona educazione,
prevalentemente scientifica. Da giovane, non ancora ventenne, aveva pubblicato
due saggi di botanica. Gran parte del merito dell’iniziativa, comunque, pare
sia stata del succitato Michele Arditi da Presicce, marchese di Castelvetere,
che restò alla direzione del Museo e degli scavi per decenni con la qualifica di
Sovrintendente.
Spirito laico,
aveva esordito a vent’anni con scritti giuridici in latino. Seguirono una Supplica alla Maestà del re in nome del
clero e della università di Presicce,
suo luogo natio nel Salento, contro
le “gravezze” del parroco e del vescovo della diocesi di Ugento, quindi lo
scritto Degli abusi dei parrochi e dei
vescovi. Si impegnò moltissimo nei numerosi incarichi che ebbe nel Regno e
fu tanto benvoluto a corte da essere sepolto nella centralissima chiesa di San
Ferdinando a Napoli in una grandiosa tomba eretta, pare, dal Canova non lontano
da quella della duchessa di Floridia, moglie morganatica del re Ferdinando dopo
la morte di Maria Carolina nel 1814.
Come detto
innanzi, fu sua l’iniziativa di far pubblicare un’opera più snella delle
monumentali Antichità di Ercolano intitolata
Real Museo Borbonico, di cui furono
pubblicati 18 volumi.
Un accenno di
rinnovato interesse per Ercolano si era già avuto nel novembre del 1816 quando
subito dopo
Come si spiega
questa premura del monarca borbonico? Bisogna, credo, rifarsi al decennio
francese, che stabilì una netta frattura col passato. In particolare al grande
interesse per l’archeologia dimostrato da Carolina Bonaparte, regina di Napoli
per sette anni dal settembre 1808. Si è già ricordata la visita al Teatro dei
suoi figli, raffigurata nel citato quadro del Lemasle. Occorre aggiungere gli
studi e i rilievi sull’edificio eseguiti nel primo decennio dell’Ottocento
dall’architetto francese François Mazois, benché pubblicati postumi nel 1838. E
anche la realizzazione di due plastici del Teatro in legno e sughero eseguiti
da Domenico Padiglione nel 1808 su iniziativa dell’Arditi.
È chiaro, cioè,
l’intento politico di Ferdinando di voler far dimenticare la repressione della
Repubblica Napoletana nel sangue e nella forca nonché la finzione della
monarchia costituzionale. Di fronte all’Europa intendeva apparire sulla scia
delle benemerenze culturali dei sovrani dell’intervallo francese. Si spiega
meglio, così, il suo impegno a incrementare le collezioni del Museo di Napoli
mentre faceva realizzare nel grande spiazzo aperto da Murat davanti alla Reggia
la monumentale chiesa di San Francesco di Paola, al centro di un porticato a
emiciclo di ordine dorico. Comunque gli ambienti di accesso al Teatro furono
poi tenuti in pessimo stato, tanto che dovette intervenire nel 1849
L’INDUSTRIA DEL FALSO
Forse è
opportuno ricordare che negli anni fra il decennio francese e il ritorno di
Ferdinando sul trono comincia a Napoli una massiccia industria del falso a
opera soprattutto del restauratore Raffaele Gargiulo. Aveva iniziato la sua
attività lavorando per la collezione di Carolina Murat: la regina possedeva fra
l’altro grandi vasi da Canosa che, immessi sul mercato antiquario alla fine del
periodo francese, si trovano ora in un Museo di Monaco di Baviera. La continuò
in seguito per quasi mezzo secolo nel Real Museo Borbonico stando a capo
dell’officina di restauro. Il Gargiulo gestiva contemporaneamente, con un socio,
un laboratorio <<per la manifattura de’ vasi e bronzi a imitazione degli
antichi>> situato proprio di fronte all’edificio del Museo. Con i suoi
aiutanti andava in cerca di “rottami di vasi” che poi erano restaurati alla
meglio e finivano all’estero. L’Arditi nel 1821 scrive: <<Ha l’arte di
contraffare così bene i vasi moderni, e di dare a quelli l’aria di antichità,
che giungono talvolta a far quasi illusione anche alle persone più esperte>>.
Nel
L’IMPEGNO DI CARLO BONUCCI
Sono
responsabili degli scavi dal 1815 Antonio Bonucci e dal 1828 suo nipote Carlo
Bonucci, entrambi con la qualifica di “architetto direttore”. Il periodo di
attività di Carlo fu particolarmente fecondo. Nel
Dopo che il re
aveva stanziato la somma di 2000 ducati annui si cominciò con l’acquisto di un
campo coltivato a orto e vigneto della Masseria De Bisogno, dove sbucava ancora
un cunicolo settecentesco. I lavori di scavo furono affidati a Carlo Bonucci,
che già nel 1835 fu in grado di pubblicare una sommaria guida dei risultati in
un opuscolo che trattava anche degli scavi precedenti, con un elenco degli
oggetti provenienti da Ercolano esistenti nel Real Museo Borbonico. Vale la
pena di riportare ciò che scrive all’Arditi in un rapporto datato 9 gennaio
1828 da Resina: <<A’ due del corrente, giorno memorabile pel nostro
paese, per l’archeologia e per le arti, ebbe principio la grande impresa che
restituirà all’esistenza e al giorno la leggiadra Ercolano. Torrenti di pioggia
avevano fin dall’alba impedito che i distinti personaggi stranieri e nazionali
che vi erano accorsi potessero esser presenti, ma non perciò i nostri impiegati
abbandonarono il loro posto o gli operai il loro lavoro. Due ponti furono ben
presto eseguiti sul vico di Mare onde agevolare lo sgombramento de’ materiali…
Degni la di lei bontà di supplicare l’Eccellentissimo Ministro della Real Casa
di essere sempre più presso la magnificenza del nostro amabilissimo Sovrano il
protettore di un’impresa che ha ottenuto, benché all’invano, i voti di tutti i
secoli e di tutte le genti. E così Ercolano e Pompei riunendo i loro raggi di
gloria con quelli de’ Gigli d’oro confonderanno presso i posteri i nomi
immortali di Augusto, di Tito e di Mecenate con quelli di Francesco I e de’
Ruffo>>.
Il riferimento
è al ministro di Casa reale Girolamo Ruffo nel consiglio presieduto da Luigi
de’ Medici (1822-30). Il 10 marzo il re e la regina Isabella – sua seconda
moglie dopo che era morta per tisi Maria Clementina, figlia dell’imperatore
d’Austria Leopoldo II – sono di nuovo sullo scavo. Sempre il Bonucci
all’Arditi: <<Essendo Ella indisposta ho adempiuto le di Lei veci e ho
avuto l’alta fortuna di ricevere le prelodate Maestà colla loro Augusta
compagnia e di accompagnarle in tutto il tempo che si son compiaciute
trattenersi in questi antichi monumenti>>.
Seguivano molte
osservazioni di Sua Maestà, che si era improvvisato archeologo.
Gli inizi
sembrarono assai promettenti. Si portò in luce parte di una grandiosa
abitazione che, splendente di particolari policromi, si sviluppava su due
piani, con ambienti sotterranei, numerose stanze di diversa grandezza e
funzione, aree verdi, un triclinio, due ampi porticati. Si affacciava sul III
cardo con un avancorpo pensile aggettante sul marciapiede come una lunga
balconata, detto meniano. L’ingresso principale era sull’arteria parallela: il
II cardo, mai esplorato all’aperto. Fu chiamata Casa d’Argo da un quadretto con
dipinta Io sorvegliata dal mitico mostro dai cento occhi. Dovevano esserci
molte altre pitture. Quelle individuate raffiguravano Perseo e Medusa, Il supplizio
di Dirce, paesaggi.
In ambienti del
piano superiore si trovarono legumi, ulive, grano, fichi secchi, del pane,
miele. I fichi, coperti di foglie forse di lauro al momento del rinvenimento,
colpirono tanto il re da indurlo a compiere più di una visita. Il 5 maggio 1828
è in compagnia di numeroso seguito, fra cui il principe Federico di Sassonia.
Il Bonucci fu incaricato di portare a corte sistemati in un cassettino <<una
lucerna con l’emblema del gallo e le lenticchie, il miele, i fichi secchi, una
noce e il farro>>, dono di Sua Maestà all’illustre ospite.
Questi
ritrovamenti erano un primo eloquente esempio di ciò che poteva dare Ercolano:
edifici con tutti gli elementi deperibili sia strutturali che della vita
quotidiana perfettamente conservati, fatto impensabile a Pompei. Ma il Bonucci
si trovò presto di fronte a problemi di difficile soluzione.
<<I
lavori presentano ogni giorno delle circostanze così nuove e delicate che ci
pongono spesso in qualche imbarazzo>> scrive. Sarebbe stato cioè
necessario un accurato restauro che all’epoca, malgrado fosse stata istituita
un’apposita commissione, risultava oltre che difficile abbastanza dispendioso.
Le parti superiori crollavano rovinosamente. Ancora, patetico, il Bonucci: <<I
legnami che per diciotto secoli han sostenuto i pavimenti e le mura di questi
antichi edifizi sembrano finalmente stanchi di un tale officio e minacciano di
ritornare alla loro polvere antica>>.
I lavori nella
monca insula II furono sospesi e
ripresi più volte, mettendo in luce alcune abitazioni vicine. L’imponente Casa
di Aristide – chiamata stranamente così dopo la scoperta di una statua
dell’oratore Eschine, ritenuta di Aristide, nella Villa dei papiri
raggiungibile mediante i cunicoli – era un massiccio complesso che inglobava
nelle sostruzioni un bastione della fortificazione. Aveva restituito nei
cunicoli scheletri di persone e animali. Fu tanto maltrattata dagli scavatori
che risultò poi difficile stabilire se alcuni ambienti appartenessero a quest’edificio
o alla Casa d’Argo.
Michele
Ruggiero, autore, come si è detto, di una Storia
degli scavi di Ercolano ricomposta sui documenti superstiti pubblicata a
Napoli nel 1885, ricorda un episodio un po’ sconfortante di cui fu protagonista
il Bonucci. In previsione di una preannunciata visita dei granduchi di Russia
trasforma un ambiente sotterraneo di quella casa in un tempietto, collocandovi
due teste marmoree di un Fauno e di un Mercurio che aveva trovato sul mercato
antiquario. Un violento temporale autunnale spazzò via, fortunatamente, quella
creazione posticcia. Furono gli stessi custodi degli scavi a riferire al
Ruggiero la fantasiosa invenzione del sacello, che forse aveva avuto complicità
ben più in alto.
ULTIMI SPRAZZI NEL PERIODO BORBONICO
Nel febbraio
del 1837 Michele Arditi in un rapporto al ministro dell’Interno marchese Nicola
Santangelo, famoso collezionista, propone la sospensione degli scavi di
Ercolano, che definisce <<assurda impresa, infelicissimi scavamenti>>.
Ritiene che il denaro annualmente stanziato per questi scavi potrebbe essere
impiegato più utilmente nei grandi monumenti di Pozzuoli, Baia, Cuma e Miseno.
Un rescritto del 18 marzo 1837 dispone la sospensione dei lavori di scavo. Così
<<il Sovrintendente generale agli scavi e musei del Regno, il
sopravvissuto di due dinastie di rivoluzioni e restaurazioni fatte a colpi di
capestro fu il primo riaffossatore di Ercolano>> scrive giustamente
Amedeo Maiuri.
Un estremo
guizzo nel 1850. L’intramontabile Carlo Bonucci è di nuovo in campo a
sollecitare restauri <<trattandosi di salvare a’ contemporanei e ai
posteri questo monumento unico che chiarisce come un faro nella notte de’
secoli la gran controversia artistica e archeologica sulla maniera colla quale
gli artisti greci e romani terminarono i piani superiori dei loro edifizi
privati>>.
Riprendendo il
lavoro alla Casa d’Argo e alla Casa del Genio aveva scoperto nuove pitture, per
cui sperava nell’intervento del re Ferdinando II. Ogni attività cessò nel 1855,
esauritasi la modesta area che era stata acquistata. Inutilmente il Bonucci
propose la permuta delle aree necessarie per proseguire gli scavi con altre di
proprietà demaniale. Uno degli ultimi risultati ottenuti sotto il regno
borbonico pare sia stata la scoperta della casa di un fullone, dove furono
trovate due grandi conche di bronzo fornite di impianto di riscaldamento. In un
sotterraneo furono recuperati recipienti di piombo con una grande quantità di
coloranti rosso-cinabro, il colore per dipingere le pareti.
Forse sulla decisione
di interrompere la ricerca influì anche una certa delusione, perché lo scavo
non aveva dato quei risultati di opere d’arte che aveva caratterizzato
l’esplorazione per cunicoli. Dopo tanta fatica rimanevano molti muretti
smozzicati e parti di abitazioni in condizioni sempre più pietose.
Nemmeno la
prima ferrovia a vapore della penisola, inaugurata solennemente da Ferdinando
II sulla tratta Napoli-Portici nel 1839 con tutta la famiglia e banda musicale
al seguito, aveva potuto ridare vigore a un’impresa ritenuta ormai senza
futuro.
IL PERIODO SABAUDO E LA DIREZIONE DI FIORELLI
La ripresa
avviene nel 1869. La motivazione anche in questo caso è politica. A pochi anni
dall’Unità d’Italia si voleva dimostrare l’interesse della monarchia sabauda
per un’iniziativa che tanto lustro aveva dato ai Borbone di Napoli anche al di
fuori dell’Europa. Pochi anni prima, nel novembre 1861, Giuseppe Fiorelli aveva
segnalato al Sovrintendente Francesco Maria Avellino alcuni ritrovamenti che
erano avvenuti in occasione della sistemazione del terrapieno della scarpata,
ma la segnalazione non aveva avuto seguito.
Si organizzò
una solenne cerimonia alla quale col re Vittorio Emanuele II e il principe
Umberto parteciparono numerose autorità: quattro ministri, il generale
Cialdini, l’ammiraglio Provana “in mezzo a numeroso concorso di popolo”.
Fece gli onori
di casa proprio Giuseppe Fiorelli, che era stato nominato Sovrintendente nel
1865. L’avvenimento – glorificato anche in un quadro di Eugenio Tatò del 1872 –
è riportato nel Giornale degli scavi redatto dai soprastanti sotto la data
dell’8 febbraio. Si specifica che la visita comincia di mattina poco dopo le 9:
<<Sua Maestà dopo aver osservati col più vivo interesse gli avanzi
sotterranei del gran Teatro si è recata a inaugurare i novelli scavi che dal
Regio Governo s’intraprendono sopra un suolo che l’amministrazione ha
recentemente acquistato dal sacerdote Pasquale Scognamiglio e che confina a
occidente col vicolo di Mare e a mezzogiorno si riattacca agli scavi precedentemente
fatti in questa antica città>>. Si accenna anche al discorso del ministro
della Real Casa senatore Gualtiero, che informa di un decreto col quale – forse
per non sfigurare al paragone con Francesco I – il re concedeva un contributo
di trentamila lire sulla sua lista civile per incoraggiamento degli scavi di
Ercolano da ripartire in più esercizi e un posto gratuito, cioè a spese del
sovrano, nella Scuola archeologica di Pompei che era stata istituita fuori
Porta Ercolano, su iniziativa di Sogliano, con Regio decreto del 13 giugno
1866.
I risultati
anche questa volta furono modesti. Il precedente scavo borbonico che ormai era
poco più di un ampio fosso lungo il cardo III venne dilatato e allungato,
risalendo l’arteria. Ciò che riporta Michele Ruggiero è sconfortante: <<Gran
parte delle mura caddero che si potevano mantenere in piedi, nessuna
investigazione fu fatta delle antiche strutture di legno e quel che si supplì
di fabbrica è una compassione a vederlo>>.
Cioè le parti
alte degli edifici crollavano rovinosamente, esattamente come nel periodo
borbonico. Anche sui precedenti scavi per cunicoli eseguiti dall’Alcubierre il
giudizio riportato dal Ruggiero era stato severo: <<Per imperizia degli
esecutori fu dato mano non a scavare ma a dare il guasto a Ercolano>>.
Pur avendo lo
scavo superato l’incrocio fra il cardo III e il decumano inferiore individuando
un complesso termale, l’area a disposizione era davvero esigua: non più di 22
are. Si scavarono in parte l’apodyterium,
il tepidarium e il calidarium della sezione maschile delle
Terme e il cortile della palestra, comune probabilmente anche alla sezione
femminile, nonché alcune botteghe sul cardo III. Dall’altro lato della strada
negli anni 1873-74 si scavò, in uno spicchio dell’insula VII, parte della Casa di Galba, detta così da un busto
d’argento ricomposto da piccoli frammenti trovati fuori dell’abitazione e
attribuito a quell’imperatore. Doveva trattarsi di un’antica dimora italica,
per la presenza di un portico quadrato a doppio ordine di colonne in tufo: al
centro una piscina cruciforme coperta di marmo. Nel 1875 l’impresa tanto
strombazzata era già finita. Restava un’accurata pianta dell’ingegnere Giuseppe
Tascone, con gli ambienti tutti numerati, pubblicata dal Ruggiero.
La nuova stasi
degli scavi di Ercolano avveniva proprio nell’anno in cui Giuseppe Fiorelli –
che era diventato senatore del Regno – era stato nominato al vertice della
nuova Direzione centrale a Roma istituita dal ministro dell’Istruzione, il
napoletano Ruggero Bonghi, una volta superate “le ripugnanze” di alcuni
deputati, come è documentato dallo stesso Fiorelli nei suoi Appunti autobiografici. Anche la denominazione di Direzione centrale e non
“generale” fu determinata, pare, per evitare gelosie degli altri rami del Ministero.
Amedeo Maiuri
scrive: <<Nonostante il regio favore e la presenza del Fiorelli questa
seconda ripresa non servì che a produrre una nuova e più grave delusione.
Nell’area acquistata non c’erano che modeste case e botteghe. C’era è vero il
primo edificio pubblico della città, le Terme del Foro, ma entro i limiti di
quell’area non se ne poterono mettere in luce che le parti meno importanti, la
palestra e la piccola porzione del bagno maschile. I giornali degli scavi non
sono che una minuziosa, monotona elencazione di oggetti più o meno comuni della
suppellettile domestica… senza neppure quella revisione dei testi epigrafici
che da un epigrafista qual era Fiorelli poteva attendersi>>.
Queste
notazioni sono del 1928, quando a Maiuri le decisioni del Duce per Ercolano
dovevano apparirgli quasi miracolose.
Singolare
figura Fiorelli! Uomo del Risorgimento di famiglia poverissima – il padre era
venuto a piedi dalla nativa Lucera a Napoli quando aveva solo sedici anni per
arruolarsi come soldato – era stato cospiratore liberale con Luigi Settembrini
e Carlo Poerio. Nel
IL GENEROSO PROGETTO DI CHARLES WALDSTEIN
Nel 1904 un
archeologo inglese, Charles Waldstein, docente nel King’s College di Cambridge
e già direttore della Scuola americana di Atene, si fa promotore di
un’iniziativa a livello internazionale per scavare Ercolano. L’impresa fallisce
ancor prima di concretizzarsi. Dopo aver girovagato per il mondo ottenendo
l’assenso di varie nazioni, fra cui gli Stati Uniti, lo studioso è bloccato
dalla burocrazia italiana. A Roma non si ha il coraggio di dirgli di no, ma
secondo un collaudato costume italico si temporeggia. Per rimandare sine die la proposta si nomina una
commissione. Autorevole, sotto l’egida prestigiosa dell’Accademia dei Lincei,
che per anni elabora proposte, documenti, disegni, altre scartoffie. La
relazione redatta nel 1909 dall’archeologo Giulio De Petra dopo quasi due anni
di elucubrazioni è un capolavoro di ipocrisia. Vi si afferma che l’impresa
promossa dall’inglese potrebbe pregiudicare il prosieguo di altri scavi in
Italia, a parte il dubbio che possa effettivamente dare i frutti sperati. I
fermenti nazionalistici precedenti la prima Guerra mondiale non avrebbero certo
favorito un’impresa del genere, archiviata come generosa utopia. Documentata da
un bel libro, Herculaneum. Past, present
and future pubblicato nel 1908 e tradotto in italiano, a Torino, nel 1910.
Eppure a
Waldstein avevano assicurato appoggio il re Vittorio Emanuele III che l’aveva
ricevuto al Quirinale, il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il
ministro dell’Istruzione Vittorio Emanuele Orlando che gli aveva scritto: <<All’ardito
Suo progetto io fo plauso. E faccio voti che la grandezza e la difficoltà
dell’impresa non ne impediscano l’attuazione>>. Fra gli archeologi
italiani Paolo Orsi, Innocenzo Dall’Osso e altri si erano dichiarati
favorevoli, solo Luigi Pigorini decisamente contrario. Sfuggente Giacomo Boni,
benemerito scopritore del foro romano.
La stampa
italiana e straniera scrisse ampiamente del progetto, specialmente dopo che
l’autore l’aveva illustrato in un’affollata conferenza nella Royal Academy di Londra alla presenza
del principe Eugenio Fürstenberg rappresentante dell’Austria, del conte
Bernstorff per
Ma in che
consisteva questo progetto? In ogni Paese partecipante si sarebbero costituiti
dei Comitati nazionali, che avrebbero collaborato con il Comitato
internazionale presieduto dal re d’Italia. Il compito fondamentale dei Comitati
nazionali era di raccogliere fondi: <<dal soldo dello scolaretto al
milione del miliardario>>, come si disse. Poiché si era consapevoli che
di fondi ne occorrevano davvero molti, una cifra certamente non sopportabile
per un singolo Stato. Tutti i materiali venuti in luce sarebbero rimasti in
Italia, gli operai sarebbero stati reclutati sul posto per un lavoro che si
presumeva sarebbe durato molti anni. Waldstein aveva intuito che Ercolano era
stata sepolta <<senza larghi scampi di fuga>>, quindi era certo che
avrebbe riservato sorprese di rinvenimenti. Si sarebbe raggiunto lo strato
archeologico mediante “pozzi d’assaggio”, cominciando da quell’arteria
principale adiacente alla cosiddetta Basilica di cui si conosceva l’esistenza
dalla pianta pubblicata da Francesco
Malgrado le
rassicurazioni di Waldstein non mancò una spiacevole polemica
sull’amministrazione dei fondi che si sarebbero raccolti, riflessa da
un’interrogazione parlamentare al ministro Orlando e anche da servizi del
“Giornale d’Italia” e del “Corriere della Sera”. Orlando nel rispondere all’interrogazione pare aver dimenticato il
precedente lusinghiero incoraggiamento. Afferma che gli scavi <<non
potranno essere fatti che secondo le leggi italiane, sotto la vigilanza delle
autorità italiane e secondo un potere discrezionale e sovrano che non consente
cessioni o limitazioni senza lesioni della nostra dignità nazionale>>.
Waldstein, pur mantenendo un linguaggio british,
capisce che l’ostacolo non sono i fondi. <<L’ostacolo è in Italia>>
finalmente scrive.
Tornerà da
queste parti, sbarcando a Napoli, solo nel 1926, molto malandato in salute. Non
aveva voglia di andare in giro. Al caffè Gambrinus si incontrò con lo studioso
che negli anni seguenti avrebbe realizzato almeno in parte il suo sogno: Amedeo
Maiuri. Il quale ha lasciato un’ulteriore testimonianza della decisa
opposizione di studiosi e politici a quel progetto, che avrebbe rappresentato <<una
menomazione della dignità nazionale e l’esser messi al rango della Turchia e
della Grecia d’allora proprio in un momento in cui si riprendevano gli scavi
del Foro romano, di Ostia, dell’Etruria e Missioni archeologiche italiane
competevano con missioni inglesi e francesi in Egitto e a Creta>>.
Non molto dopo
la moglie scrisse perché fosse esaudito quello che era stato il suo ultimo
desiderio: un’urna antica di vetro degli scavi di Ercolano per conservarne le
ceneri.
Le fu concessa,
anche se è giustificato il sospetto che non fosse di Ercolano.
L’EPOPEA DEL MAIURI
*
LA RETORICA DELLA ROMANITÀ
Le scoperte di
Amedeo Maiuri dal 1927, che appaiono come un miracolo per la vastità dell’area
messa in luce, sono favorite – come le precedenti, particolarmente dopo l’Unità
d’Italia – da precise finalità politiche. Lo studioso era stato catapultato da
Rodi a Napoli nel 1924 dal fascismo, che per espressa volontà di Mussolini
aveva silurato il liberale Vittorio Spinazzola, legato al conterraneo e grande
meridionalista Francesco Saverio Nitti.
Chi era
Spinazzola? Figlio di un patriota, Nicola, entrato a Napoli al seguito di
Garibaldi, era uno studioso schietto, sanguigno, senza pregiudizi. Diventato Sovrintendente
nel 1911 dopo aver diretto il Museo di San Martino, aveva tenuto alcuni anni
con sé Maiuri come giovane ispettore. Era approdato all’archeologia dalla
storia dell’arte, ma una volta a contatto di Pompei aveva affinato le
precedenti tecniche inaugurate da Giuseppe Fiorelli. Scavando a Via
dell’Abbondanza aveva imposto l’attenta e rigorosa conservazione di qualsiasi
dettaglio, salvaguardando ogni traccia di trasformazione delle case, che si
presentavano così nel loro sviluppo storico dalle sopraelevazioni ai
frazionamenti, alle aperture di vani di luce. Due suoi volumi ricchissimi di
dati, di acute osservazioni, di planimetrie furono pubblicati postumi dopo la
caduta del fascismo, nel 1953, dal genero Salvatore Aurigemma. Fu anche autore
– come si è accennato – di un rivoluzionario riordinamento del Museo di Napoli.
Sistemò al muro, come un grande quadro, il mosaico della battaglia d’Isso fra
Alessandro e il “gran re” persiano Dario, proveniente dalla Casa del Fauno di
Pompei. Amico di Benedetto Croce, di Michelangelo Schipa e un po’ di tutta l’intellighenzia napoletana di quel
periodo, ingoiò l’ingiustizia con apparente serenità.
Maiuri non era
fascista, ma per sua natura ossequioso verso i potenti. Senza l’obbedienza alle
gerarchie militari non avrebbe potuto creare dal nulla uno splendido museo a
Rodi, riempiendolo delle sue scoperte in un decennio nel Dodecaneso e anche dei
tanti oggetti che era riuscito a strappare al mercato nero. Fu proiettato a
Napoli nel 1924 soprattutto perché ritenuto elemento duttile a una dittatura
bramosa di colpire la fantasia degli italiani con la retorica della romanità.
Ercolano e Capri sembrarono strumenti adatti per tale finalità, da gestire con
procedure straordinarie tramite l’Alto Commissariato istituito per Napoli e
provincia nel 1925, al cui vertice c’era il prefetto Michele Castelli.
UNA CITTÀ A MISURA D’UOMO
Si allestì per
il 18 maggio, seguendo un copione ormai collaudato, il solito palco per le
autorità, ma questa volta era molto più grandioso. Si trattava di una vasta
tribuna in stile neoclassico con cupola torreggiante al centro fra pennoni e
orifiamme, sistemata in alto sulla scarpata drasticamente spianata per
l’accesso degli invitati dal vico Mare, con colonne allineate a quelle ancora
in vista della Casa d’Argo. Si costruì pure una lunga scalinata che, coperta da
un tappeto rosso, portava giù all’antico piano di calpestio. Il re Vittorio
Emanuele III volle essere più raffinato dei suoi predecessori, dando il via ai
lavori con una piccozza che era un’opera d’arte, sulla quale era stata incisa
la frase Herculaneum effodiendum est.
Pronunciò l’orazione ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti.
Mussolini non partecipò alla cerimonia, ma in seguito visitò gli scavi. Ed è a
lui che – tramite il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele – Maiuri
fa riferimento quando teme che i lavori possano arrestarsi per carenza di
finanziamenti. Ricorda che <<per bocca del Duce se ne era annunziata e
promessa solennemente la continuità>>.
Il commissario
Castelli non lesinò mezzi e supporto tecnico per gli espropri. La pianta di
Ercolano ormai era nota. Quella di Francesco
Appariva chiaro
che fra la “strada per le Calabrie” – oggi corso Resina – e la costa c’erano
vaste aree ancora libere da fabbricati. Impensabile uno scavo verso l’allora
ipotizzato decumano superiore, probabile attraversamento della strada costiera
che da Neapolis conduceva a Nocera
oppure alla penisola sorrentina. L’esplorazione verso il cardo I sarebbe stata
pressoché impossibile, per la difficoltà di superare il vico Mare col
sottostante collettore di fogna e la presenza, al di là di quella stretta
arteria, di una cortina di abitazioni. Scartata l’ipotesi di procedere <<con
due diverse escavazioni>> – cioè con un’esplorazione dai vecchi cunicoli
borbonici affiancata da un’altra all’aperto – si cominciò dall’area oggetto dei
precedenti scavi, con l’intento di avanzare prima verso est e nord, mettendo in
luce l’insula III delimitata dal
decumano inferiore e dai cardines III
e IV nonché l’intero complesso delle Terme, per poi avanzare nel resto del
tessuto cittadino. Non era un lavoro facile. Lo spesso banco tufaceo poteva
essere rimosso per molti metri con mezzi meccanici e martelli pneumatici sia di
fianco che dall’alto, ma una volta affrontato un edificio bisognava procedere
con la massima cautela. I muri dovevano essere puntellati, le travi di legno
sostituite lasciandone tracce a vista, le tegole salvaguardate per quanto
possibile.
Vale la pena
ascoltare il protagonista: <<Muri, colonne, statue, bronzi appaiono
aggrumati, insozzati di scorie, spesso come illividiti e maculati di sangue o
maciullati, pesti e frantumati… Occhi e mani sicure ci vogliono per distinguere
nell’uniforme grigiore cinereo le mura dal terreno, per enucleare un oggetto –
dalla scultura in marmo o in bronzo alla membrana di un tessuto – dal suo
involucro di fango. Terra e edifici paiono d’uno stesso colore e tutto appare
immerso e coagulato in un’immensa fiumana solidificata, spesso travolto e
trascinato lontano>>.
Eppure si
procede a tempi di record, grazie anche all’impianto di una decauville. Il materiale di risulta era
trasportato all’inizio su carri tirati da cavalli. Il risultato desta grande
meraviglia se si considera, anche, che la Sovrintendenza di allora era enorme.
Andava dal basso Lazio a Velia, comprendendo oltre a tutto il territorio della
Campania e del Molise la gestione di grandi parchi archeologici come Pompei,
Paestum, quelli dei Campi Flegrei e delle isole.
Il lavoro
comincia nell’aprile del 1927. Di tutta la fatica di generazioni di cava-monti,
architetti, ingegneri, studiosi sembrava essere rimasto solo <<un
gruppetto meschino di edifici a valle dell’abitato di Resina, affondati entro
alte ripe di terra e di mura>>. Tra il 1927 e il 1929 si completa lo scavo della Casa dello scheletro – dove lo
scheletro era solo un ricordo dell’esplorazione borbonica eseguita fra il 1830
e il 1831 – e del grande complesso della Casa dell’albergo. Si mettono poi
rapidamente in luce e si restaurano numerose altre abitazioni, fra cui alcune
con arredamento di legno o di anomala struttura: Casa del tramezzo di legno,
Casa a graticcio. La prima era una grande abitazione signorile col prospetto
esterno sul cardo IV intatto fino al secondo piano, che originariamente doveva
estendersi per tutta la profondità dell’insula,
abbastanza svilita quando fu frazionata e sia lungo il decumano che sul retro,
sul cardo III, si aprirono botteghe e povere dimore di artigiani. Si entrava in
un grandioso atrio col tetto compluviato, fornito di gronde a testa di cane
dalle quali l’acqua piovana scorreva in un impluvio rivestito di lastre di
marmo che facevano intravedere una precedente fase con tessere bianche, con
sottostante cisterna. Aveva la singolare caratteristica di un tramezzo di legno
spartito in tre porte bivalvi, che una volta chiuse rendevano il tablino una
riservata stanza di soggiorno.
Nei tre anni
seguenti si scava tutta l’insula IV
con le splendide Casa dell’atrio a mosaico e Casa dei cervi che restituisce
pregevoli sculture. Qui ci si imbatte in abitazioni che avevano stravolto la
pianta originaria ovest-est o viceversa, con la consueta successione
ingresso-atrio-tablino, per l’esigenza primaria di ottenere triclini e ambienti
di soggiorno prospicienti ampi giardini nonché solaria e spazi di siesta di fronte al panorama del golfo. Al posto
dei tradizionali peristili che erano porticati con colonne si erano costruiti
ampi corridoi fenestrati che, affacciando sui giardini con imposte che si
potevano chiudere, rappresentavano un passaggio protetto verso le parti della
casa esposte alle intemperie. Si lavora anche nell’insula V mettendo in luce altre abitazioni, fra cui spicca
Fino al 1937 si
lavora anche alle insulae orientali,
scavando per tutta la profondità possibile
Il lavoro
compiuto fino alla seconda Guerra mondiale – che risparmiò Ercolano, a
differenza di Pompei: solo un paio di bombe all’ingresso, con danni modesti – è
davvero imponente. Era soprattutto l’edilizia privata, grazie all’eccezionale
conservazione, a fare della città un unicum.
Una sorta di capitolo irripetibile di storia dell’architettura antica, con
soluzioni innovative come il cortile al posto dell’atrio, la dilatazione verso
il panorama del golfo di case che a spese delle parva moenia avevano adottato ardite tecniche di opus caementicium, grandi complessi a
più piani.
Le abitazioni
riflettevano il dinamismo di nuove classi mercantili che avevano sconvolto
abitudini secolari una volta impossessatesi di antiche domus patrizie sopraelevandole, sminuzzandole in quartierini da
affittare, aprendo misere botteghe accanto ad accessi aristocratici. Al
silenzio di dimore chiuse da grate si contrapponevano aperture piene di luce,
di gente rumorosa che dialogava con la strada. Scrive il protagonista: <<Lo
scavo d’anteguerra ha segnato il trionfo dello scavo della casa: case minime,
racchiuse, serrate e assediate entro un angusto rettangolo invalicabile e che
tuttavia riescono ad avere il loro giardinetto e sul giardino la stanza
privilegiata di siesta e di frescura; case signorili costruite con una libertà
e una spregiudicatezza d’impianto che non si ritrova nelle belle case
pompeiane, più fedeli alle influenze ellenistiche degli ampi peristili e degli oeci colonnati; e infine tutta una serie
di abitazioni del ceto medio, ognuna con la sua impronta di nitore, di
benessere, di amorosa cura non senza una certa borghesuccia ostentazione del
triclinio dipinto a nuovo, del larario messo scenograficamente dirimpetto alla
porta di casa davanti agli occhi dei passanti, del giardinetto tirato su con
secchiellini d’acqua nella penombra del cortile>>. Si pensava che dopo la
razzia dei Borbone difficilmente Ercolano avrebbe restituito opere d’arte. E
invece, a parte i bei mosaici a paste vitree nella Casa di Nettuno e Anfitrite,
in un frontone di un portale nella Casa dei cervi e le numerose pitture un po’
dappertutto, ecco ancora nella inesauribile Casa dei cervi l’Ercole ebbro, il meraviglioso gruppo dei
cervi assaliti dai cani e nella Casa del rilievo di Telefo, come si è
accennato, splendidi rilievi di marmo e pinakes,
oscilla. Per non parlare, nel suburbio meridionale, della testa in marmo
del proconsole Marco Nonio Balbo, quando lo scavo superò i fornici che
tappavano i cardines III e V e si
dilatò nei due spazi contrapposti dell’Area sacra e delle Terme suburbane.
Ercolano
appariva una città a misura d’uomo, appaiata a Pompei dalla data della
distruzione ma con caratteristiche completamente diverse. Se davvero era nata
come baluardo costiero come Partenope sul
colle di Pizzofalcone, ora si presentava come un centro raccolto, di poche
migliaia di abitanti fra i quali non erano percepibili grandi frizioni sociali.
La mancanza di un retroterra aveva impedito il crearsi di notevoli fortune
terriere. Molti ricchi di un tempo, abbandonando la città per le grandi ville
suburbane, avevano lasciato spazio ad abitanti che vivevano per lo più di
piccolo commercio, artigianato, pesca. La città non presentava vistosi solchi
nelle strade, chiassosa pubblicità elettorale. Era dotata di un teatro, di una
grande palestra, di due diversi complessi termali, di numerosi ambienti per il
culto, di cui qualcuno aperto alle nuove religioni esoteriche. C’erano fontane
pubbliche, cisterne e pozzi che attingevano alla falda, sistemi fognari per
l’epoca all’avanguardia. Ed era ordinata, pulita. Un’ordinanza dell’edile Marco
Alficio Paulo, dipinta ben visibile all’angolo fra il decumano massimo e il
cardo IV – cioè in pieno centro – stabiliva severe sanzioni per chi defecava
sulla pubblica via: pene pecuniarie per i liberi, frustate per i servi. A
Pompei gli stercorari e i mingitores in muro erano solo ammoniti
dai proprietari delle abitazioni mediante graffiti, con quale risultato
possiamo immaginare: <<Discede, cacator, non est hic tutum culum aperire
tibi>>. Al massimo si minacciava il malocchio e l’ira degli dei: <<Cacator,
cave malum aut, si contempseris, habeas Iovem iratum>>.
L’INTERVENTO DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO
Dopo la guerra si riprende il lavoro concentrandolo
nell’area della Palestra, del decumano massimo, isola pedonale e supposto foro,
delle Terme suburbane invase oltre che dal fango tufoide anche da una vorticosa
falda esistente dall’antichità. Un’attività all’inizio abbastanza modesta,
fondata su cantieri del Ministero del Lavoro che impiegavano disoccupati.
La svolta
avviene nel 1957 con
Maiuri
desiderava concludere la sua operosa giornata concentrandosi soprattutto sugli
edifici pubblici, poiché l’edilizia privata era ormai godibile dalle
tradizionali domus ad atrio fino ai
condomini, ai falansteri, alle tabernae con
abitazioni. I risultati furono condizionati dalla fretta e da obiettive
difficoltà, che oltre a indubbi successi particolarmente nell’area del decumano
massimo – dove furono individuati un sacello degli Augustales, i sacerdoti addetti al culto di Augusto, un arco
quadrifronte rivestito di marmi all’esterno e stucchi all’interno, varie
botteghe, la grande Casa del colonnato tuscanico – gli imposero qualche errore,
come quello di far infilare piloni di cemento armato nelle strutture della
Palestra per esplorare quanto era possibile dell’imponente edificio
salvaguardando il sovrastante viale d’accesso fiorito di oleandri. Proprio
nella Palestra nel 1952 aveva avuto la fortuna di individuare una fontana
monumentale in bronzo formata da un grosso serpente avvolto intorno al tronco di
un albero, sprizzante acqua da cinque teste. Quasi certo riferimento a una
delle mitiche fatiche di Ercole, ritenuto nella credenza popolare il fondatore
di Ercolano, era originariamente al centro di una piscina a forma di croce. Era
sfuggita ai ricercatori borbonici perché schizzata dal suo basamento a oltre
due metri e mezzo di distanza per la violenza dell’alluvione fangosa. E dietro
il criptoportico aveva trovato firme e date di visitatori del Settecento:
inglesi e francesi, uno solo italiano. Una inaspettata sorpresa, poiché nessuno
avrebbe immaginato la loro presenza in quei cunicoli, chissà grazie a quali
complicità.
ALTRI COSPICUI SUCCESSI
Un apporto
significativo arrecò agli scavi di Ercolano Giuseppe Maggi, giovane
collaboratore di Maiuri dal 1951, a cui si deve, tra l’altro, l’intuizione di
collegare il “ghetto” degli scavi borbonici e risorgimentali del cardo III col
decumano massimo. L’anziano studioso era titubante. Per realizzare tale
progetto occorreva abbattere un alveare di case fatiscenti densamente popolate
della sovrastante Resina. Bisognava anche battersi preventivamente col Comune e
con l’Istituto per le Case popolari della Provincia di Napoli per ottenere
degli alloggi da destinare agli sfrattandi. Realizzato finalmente l’accordo, un
primo tentativo fallì. Le abitazioni evacuate, una ventina, furono subito
rioccupate da gente che aveva fame di case. Un sindaco che sapeva vedere oltre
i suoi immediati interessi elettorali, Ciro Buonaiuto, riuscì a convincere il
Consiglio comunale a destinare l’intero lotto successivo di 80 alloggi per tale
finalità, ottenendo anche l’assenso del presidente dell’Istituto Case popolari
Mario Origo. Per evitare che gli edifici abbandonati venissero rioccupati si
creò una specie di cordone sanitario con stretta sorveglianza anche notturna di
carabinieri e vigili urbani finché non furono sfondati tutti i solai. La mission impossible riuscì perfettamente.
Il 27 settembre 1958 alla presenza di Enrico De Nicola e di un folto stuolo di
autorità ripresero, dopo una lunga stasi, gli scavi nell’area del supposto
foro. La sera ci fu un sontuoso ricevimento nella sede del Comune offerto dal
sindaco Gaetano Russo, subentrato al Buonaiuto. La stampa dette grande risalto
all’avvenimento, che fu riportato anche in un ampio servizio di uno special correspondent del “Times”.
Negli anni
successivi si parlò molto di “passeggiata archeologica” previo l’abbattimento
di tutti gli edifici fra il Teatro, visitabile ancora come all’epoca dei
Borbone, e l’ingresso monumentale, ma non se ne fece niente. Ci furono anche
convegni in cui si parlò di “itinerari alternativi” a Pompei. L’idea era di
creare un tour all inclusive con
fulcro Ercolano e il Vesuvio, ma allargato alle ville vesuviane e agli
incipienti scavi di Oplonti. La stampa non solo napoletana sprecò vistosi
titoli, preannunciando benefici economici per tutto il territorio. Il sindaco
Antonio Buonaiuto, figlio di Ciro, fu per molti anni un entusiasta sostenitore
del progetto. Tutto si bloccò quando cadde sotto il fuoco della camorra.
Nel 1958 ebbe
anche inizio, a Ercolano, una simpatica iniziativa che sarebbe durata oltre
venti anni: la collaborazione di studenti stranieri al restauro, soprattutto di
mosaici. Un giorno si presentarono in Sovrintendenza due giovani, Augusto Maiello
e Antonio Ingenito, proponendo un progetto di campi di lavoro archeologici.
Gestivano a Napoli il “Centro Europa” per scambi di studenti con l’estero e
avevano bisogno di offrire alle analoghe organizzazioni straniere un’attività
in cambio di ciò che i ragazzi italiani facevano nei loro Paesi. Gli studenti
furono ospitati in una scuola media a due passi dagli scavi, con le aule
trasformate in stanze da letto o di studio, usufruendo di pasti preparati alla
meglio. In seguito, grazie all’impegno di Enzo Fiore, presidente dell’Ente
provinciale per il Turismo, fu acquisita per le attività l’ottocentesca Villa
Ravone, circondata dal verde intenso di alberi e piante. Qui poi nel giugno
1962 fu istituito il “Centro internazionale di Studi archeologici Amedeo Maiuri”,
vivo ancora il grande studioso, che tenne qualche lezione. Vi hanno insegnato a
studenti provenienti da tutto il mondo archeologi, storici, papirologi, anche
stranieri. Ogni attività finì col terremoto del novembre 1980. La villa fu
danneggiata e pure saccheggiata. Dolorosa la perdita del patrimonio librario,
fra cui una copia delle Antichità di
Ercolano, che era stata reperita fortunosamente sul mercato antiquario in
Olanda.
ERCOLANO CITTÀ-MUSEO
Da alcuni anni
c’è il vezzo di denigrare l’opera di Maiuri e la sua concezione di Ercolano
come “città-museo”. Qualche critica risulta fondata, ma è insopportabile la
prosopopea di chi dimentica in quale contesto operò lo studioso ciociaro,
quando la conservazione non era una scienza come oggi bensì un patrimonio di
cognizioni pratiche che le maestranze tramandavano di padre in figlio: le
pitture, ad esempio, erano trattate con un impasto di cera e benzina, poi
spazzolate vigorosamente, e si mantenevano lucide e brillanti. Si esaminano
minuziosamente le tessiture murarie, gli elementi lignei più o meno
carbonizzati lasciati in vista per scoprire la sostituzione temeraria. C’è
anche chi ha scritto di “travisamenti” ponendo il misterioso titolo Inventio Herculaneis. Cioè, pare si
vorrebbe dire, una realtà urbanistica completamente inventata.
Fra i grandi
meriti di Maiuri c’è il recupero dell’arredo domestico della casa romana, che
sarebbe pressoché sconosciuto senza il suo contributo. Tutto ciò che era stato
scoperto nei cunicoli, di cui c’è notizia nei giornali di scavo, era andato
distrutto. Con la consulenza del chimico Selim Augusti si applicò il metodo di
consolidare i mobili in legno con cera sciolta in benzina, lo stesso adoperato
per i dipinti. Che piaccia o no, tale metodo ha consentito la conservazione di
numerosi tavolini, armadi, casse, sgabelli, armadi, letti. Compresa la tenera
culla di un bambino, con resti del materasso di foglie e del corpicino del
piccolo.
GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA
*
ALFONSO DE FRANCISCIS SUBENTRA A MAIURI
Il passaggio
dall’epopea di Maiuri all’attività del suo successore non fu senza traumi. Nel
volume L’archeologia magica di Maiuri,
Giuseppe Maggi ci ricorda come ci fu l’illusione,
da parte dello studioso ciociaro, di poter rimanere, se non giuridicamente di
fatto, alla guida della Sovrintendenza anche dopo aver compiuto 75 anni. Aveva
raggiunto al vertice della Sovrintendenza questa veneranda età non consentita
ad altri dipendenti dello Stato in quanto qui la sua funzione era considerata
un incarico, mentre a tutti gli effetti era un docente universitario. Per il
trattamento economico, tranne per alcune competenze accessorie, faceva capo
all’Università, nei cui ruoli aveva avuto accesso nel 1936 per chiara fama.
Benché stesse preparando in occasione del suo pensionamento un patetico Addio agli scavi era intimamente
convinto che nessuno l’avrebbe strappato a un posto di lavoro cui era rimasto
aggrappato per trentasette anni.
Grazie
all’appoggio di Benedetto Croce e di Adolfo Omodeo aveva potuto superare nel
dopoguerra l’impaccio della procedura di epurazione diventando, nel 1944,
direttore generale delle Antichità e Belle arti nel governo di Salerno. Si
stava quindi attivando per far giungere al vertice della Sovrintendenza una
specie di “famulo” individuato in Attilio Stazio, un numismatico di buon
carattere che aveva già diretto il Museo Archeologico Nazionale di Napoli
passando poi al vertice della Sovrintendenza archeologica della Puglia. Fu
invece nominato con decorrenza primo dicembre 1961 uno studioso competente e
concreto, il napoletano Alfonso de Franciscis, Sovrintendente di Reggio
Calabria, che gli tolse subito ogni illusione. Era consapevole che Maiuri sotto
l’apparenza dimessa nascondeva un carattere forte e volitivo. Dargli spazio
avrebbe significato non poter svolgere il suo compito in piena autonomia. Dopo
diciotto mesi di sorda, reciproca tensione la solitaria fine di Maiuri in una
clinica di Napoli all’alba della Domenica delle palme del 1963 risolse il
problema.
NUOVE STRATEGIE TRA SCAVO E RECUPERO
Al nuovo Sovrintendente
apparve subito chiaro che la grande operosità di Maiuri aveva avuto il difetto
di esser stata concentrata, particolarmente negli ultimi anni, più sullo scavo
e la scoperta che sul restauro. Anche l’intervento massiccio della Cassa per il
Mezzogiorno aveva creato sia a Pompei che a Ercolano più problemi che benefici.
Era cominciato da tempo il triste fenomeno della pioggia sulle pareti dipinte,
dei rappezzi di cemento nei mosaici sconnessi per il calpestio, della
vegetazione che spaccava i muri. Forse a Pompei la situazione era ancora più
drammatica, considerata l’estensione dell’area archeologica. Qui nel
Occorreva senza
indugio un’attività certosina di interventi di ripristino, che comportava la
rinuncia a ogni protagonismo. Purtroppo, i mezzi a disposizione erano davvero
esigui, e le sovrintendenze erano ancora niente più che la costola povera del
Ministero della Pubblica istruzione. L’intervento straordinario della Cassa era
diventato più difficile e del resto raramente si concedevano fondi per il restauro.
Quindi per tutti gli anni Sessanta si operò poco. A Ercolano gli scarsi
interventi riguardarono soprattutto le aree del decumano massimo, della
Palestra, delle Terme suburbane.
L’istituzione
di un Ministero per i Beni culturali nel 1974 per merito di Giovanni Spadolini
destò nuove speranze, che tardavano però ad avverarsi.
A Ercolano la
massa di operai specializzati anche in compiti specifici come il restauro del
legno si era ormai ridotta a meno di dieci unità, quasi tutti anziani, che
dovevano provvedere a ogni necessità, compresi il diserbo e la rimozione dei
rifiuti. Le idee certo non mancavano.
Col nuovo Sovrintendente
si discuteva di ciò che, in attesa di tempi migliori, sarebbe stato opportuno
progettare, a parte ogni possibile opera di conservazione da eseguire un po’
dappertutto. C’era la grande urgenza di disciplinare la falda, che rischiava di
far marcire quanto messo in luce nelle Terme suburbane. L’edificio appariva
davvero grandioso. Con gli ultimi fondi disponibili della Cassa per il Mezzogiorno
si era dato maggior respiro al suo imponente fronte meridionale, incidendo
quanto più possibile sull’enorme scarpata che incombeva dall’alto del viale.
Con le
maestranze interne dai primi anni Settanta si svuotarono e restaurarono tutti
gli ambienti, a cominciare dall’elegante vestibolo tetrastilo. Una sorpresa la
riservò la grande piscina che occupava quasi tutto un vano quadrangolare di
fronte al calidario. Dal suo svuotamento venne alla luce nel 1974 un originale
sistema di riscaldamento: una specie di grande caldaia in bronzo proprio al
centro della vasca alimentata da un prefurnio indipendente da quello del
calidario, che rendeva calda per contatto tutta l’acqua della piscina.
L’opera di
restauro coinvolse tutti gli edifici, a cominciare da quanto era venuto in luce
lungo il decumano massimo: non solo il Sacello degli Augustali, le abitazioni e
le botteghe lungo il lato meridionale dell’arteria, ma anche il prospetto di un
edificio a quattro piani largo
Tutto veniva
documentato nella rivista Cronache Pompeiane,
che era formalmente organo periodico dell’Associazione internazionale “Amici di
Pompei” con un suo prestigioso comitato direttivo, ma di fatto a disposizione
del personale scientifico della Sovrintendenza per dare tempestive notizie di
ogni singolo istituto. Alfonso de Franciscis aveva voluto fermamente tale
pubblicazione, in continuazione ideale del Giornale
degli Scavi di Pompei di Giuseppe Fiorelli edito dal 1850 e anche della Rivista Di Studi Pompeiani che dal 1934
aveva pubblicato Emilio Magaldi. È doveroso riconoscergli che anche nei
Convegni di Taranto dava ampio spazio a tutti i suoi collaboratori. A chi
glielo rimproverava rispondeva ironicamente de
minimis non curat praetor.
Un attento
controllo del territorio consentì l’individuazione, nel dicembre del 1975, di
un piccolo nucleo abitativo di III-IV secolo a via Doglie, a est degli scavi di
Ercolano, con povere tombe costituite da deposizioni in anfore, cosiddette a enchytrismòs. Tale nucleo era stato
creato sul banco tufaceo del 79 d.C. Era una scoperta importante perché provava
che, perdutasi la memoria della città antica in un tempo relativamente breve,
alle falde del Vesuvio la gente si organizzava di nuovo, come risultava anche
da ulteriori testimonianze che riguardavano però altre zone, non escluse quelle
di Pompei e Oplonti.
Proprio
all’inizio dell’attività di Maiuri erano state individuate in verticale sulla
Casa dello scheletro tre tombe a tegole cosiddette “a cappuccina”, ma nessuno
aveva dato la giusta importanza a tale rinvenimento. In seguito si è pensato
che anche lo scheletro da cui ha preso nome la casa, trovato da Carlo Bonucci
il 10 febbraio 1831, potrebbe essere appartenuto a una quarta tomba di una
piccola necropoli che presupponeva l’esistenza di una minuscola comunità
nell’area della colmata che cancellò Ercolano.
Sarebbe stato
necessario riprendere al più presto lo scavo della Palestra, abolendo lo
sconcio dei piloni del ponte moderno innestati con violenza nell’edificio, ma
si trattava di un problema di vasto respiro per il quale sarebbero occorsi
cospicui fondi che non era immaginabile ottenere. Ci si limitò quindi a
restaurare la parte dell’edificio venuta in luce, in particolare il
criptoportico, e a svuotare la grande vasca rettangolare di m 30x3, profonda
oltre due metri e mezzo, che era la vera natatio
dell’impianto sportivo, parallela al criptoportico, identificata da Maiuri
ma mai scavata in precedenza. Si ipotizzò la creazione di un nuovo accesso
all’istituto dalla litoranea Portici-Torre del Greco, espropriando un’area
libera da edifici di circa 23.000 mq da attrezzare a verde per parcheggio e
pubblico godimento: il Ministero, pur non stanziando fondi, aveva concesso la
relativa autorizzazione. Proprio lì si sarebbe dovuto collocare un moderno Antiquarium, di cui Giulio De Luca stava
completando il progetto. Ebbe invece una sistemazione molto più infelice –
praticamente nell’area archeologica – per il timore espresso dal Sovrintendente
di perdere i fondi già stanziati dalla Cassa. Pur deplorando tale scelta non
avevo nessuna possibilità di contrastarla.
Un inatteso
aiuto venne poi dal provveditore alle Opere pubbliche della Campania Paolo
Martuscelli, che accettò di impiegare per Ercolano dei fondi del Provveditorato
e anche qualcosa della legge speciale per Napoli. Il primo intervento fu
abbastanza modesto, ma servì a collegare il viale col cardo III, abolendo
l’assurdo accesso all’area archeologica che allora avveniva mediante una
stretta passerella costituita dalla saldatura fra l’estensione extramurale
della Casa dell’albergo e la compatta massa tufacea del fango del 79. I
visitatori, penetrati come da una finestra, si trovavano spaesati all’interno
di un’abitazione in mezzo a muretti e pilastri smozzicati dello scavo borbonico
all’aperto e non sapevano come proseguire.
RIFLESSIONI SUL RAPPORTO TRA POMPEI ED ERCOLANO
Seguì una lunga
stasi. Ormai era chiaro che Pompei ed Ercolano – appaiate allora in una
fondazione greca ritenuta sempre meno credibile e poste d’istinto dai
visitatori sullo stesso “piano storico” perché analoghe nella cristallizzazione
nel tempo, a parte i diversi aspetti di conservazione – erano due realtà assai
diverse per origine, funzione, vocazione.
Alla luce di
recenti scoperte Pompei si configurava come un centro etrusco-italico risalente
alla seconda metà del VII secolo a.C., che aveva progressivamente accentuato
col porto fluviale quell’apertura culturale e commerciale al mondo mediterraneo
che la valle del Sarno aveva esercitato fin dalla protostoria con villaggi dove
i prodotti dell’Oriente erano giunti prima che i greci fondassero colonie sul
litorale della Campania. In realtà la vita sul fiume risaliva a moltissimi
secoli prima: recentemente si è scoperto nella località Longola di Poggiomarino
che nuclei essenzialmente di pescatori abitavano in povere case di legno e
graticci sul Sarno fin dalla preistoria, in isolotti circondati dall’acqua
rafforzati da palificazioni. Nella pianta di Pompei si distingueva con
chiarezza un nucleo antico o “centro storico”, con vicoli storti e altre
anomalie rispetto ai quartieri che in seguito, entro le mura, si erano
ordinatamente raccordati intorno.
Nulla di ciò a
Ercolano. Avendo avuto a modello per la rigorosa geometria urbanistica la
pianta di Neapolis, difficilmente
poteva essersi sviluppata come città prima del IV secolo a.C., come del resto
confermavano i dati dei primi saggi di scavo stratigrafico. Assai probabile,
anche se non dimostrata, una primitiva situazione di baluardo costiero. Che si
trattasse di un centro italico lo confermavano iscrizioni osche, influenzato
comunque culturalmente dalla greca Napoli e sviluppatosi come statio lungo la strada costiera che –
passando presumibilmente per il decumano superiore di Ercolano – dopo si
biforcava per Pompei-Nocera e per Sorrento. Sorta in excelso loco, la città non poteva aver avuto un porto
mercantile, dal quale l’ascesa per i gradini e le erte rampe che conducevano
alle porte sarebbe stata assai faticosa e antieconomica. Si poteva ipotizzare
un approdo peschereccio o poco più, con l’utilizzo della litoranea a fini
commerciali. Del resto, che Ercolano non avesse avuto vocazione mercantile
appariva chiaro da vari fattori cui si è già accennato: mancanza di profondi
solchi nelle strade, assenza di un retroterra agricolo senza il quale non si
potevano costruire fortune fondiarie da investire nei commerci, la quasi totale
mancanza di pubblicità elettorale.
Doveva essere
stata una città tranquilla, non turbata eccessivamente né dalla guerra sociale
né dalla successiva romanizzazione: si ricordi che Silla nell’89 a.C. fece
radere al suolo Stabiae e a Pompei fu
imposta una colonia di veterani, tanto che si è parlato di “scarsa sensibilità
politica” degli ercolanesi. Ciò si spiega col paternalismo di alcune importanti
famiglie fra cui spiccavano i Balbi, originari di Nocera. Un grosso personaggio
fu, come si è già accennato, Marco Nonio Balbo, proconsole della provincia di
Creta e della Cirenaica. Anche se, seguendo un’interpretazione che fu di
Theodor Mommsen, si propende oggi a considerarlo di età augustea e non flavia –
tribuno della plebe e partigiano di Ottaviano – desta meraviglia con quanta
generosità, benché ritenuto “patrono” dai cittadini, abbia fatto restaurare pecunia sua, come risulta da un’iscrizione,
Piccola,
raccolta, probabilmente con una popolazione di gran lunga inferiore ai
quattromila abitanti tradizionalmente riportati nei manuali, Ercolano
confermava di essere stata prima della catastrofe soprattutto un centro di
commercianti arricchiti, bottegai, pescatori, specialmente dopo che la grande
aristocrazia aveva abbandonato le abitazioni cittadine per costruire grandi
ville fuori dei nuclei urbani. Una fase di transizione risultava con quelle case
signorili meridionali che, abbattuta la barriera delle mura, stravolgendo la
pianta primitiva si erano dilatate verso il panorama vincendo il dislivello con
opere di sostegno, pilastri e ambienti sotterranei a volta. In questa gara
verso la veduta del golfo i Balbi risultano complici di scempi edilizi. Per
trasformare e ampliare le loro proprietà sullo scorcio del V cardo e collegarle
con le Terme suburbane, che sono certamente legate al proconsole – altrimenti
non avrebbe senso il suo monumento funerario nel cortile antistante l’edificio
– , si demolì una collina.
Alla città
pareva, allora, che mancasse un vero e proprio foro, al quale, secondo quanto
sostenuto da Maiuri, sembrava supplisse il decumano massimo, isola pedonale e
area di mercato. Restano un mistero le numerose armi gladiatorie d’argento
trovate a Ercolano in epoca borbonica, fra cui quattro elmi, ora al Museo
archeologico di Napoli. Altre sono al Louvre, donate nel 1802 dalla regina
Maria Carolina moglie di Ferdinando a Giuseppina Beauharnais moglie di
Napoleone. Teoricamente non si potrebbe escludere la presenza di un anfiteatro,
tanto più che alcune raffigurazioni graffite o dipinte in più luoghi della
città indicano interesse per i combattimenti dei gladiatori. Ma, a parte ogni
difficoltà di ricerca nelle aree esterne non esplorate, l’entità topografica di
Ercolano porterebbe a escludere tale possibilità. A meno che, come è stato
ipotizzato su una testimonianza di Vitruvio, tali spettacoli non avvenissero in
un porticato dietro la scena del Teatro, non diversamente dalla cosiddetta
Caserma dei gladiatori dietro al Teatro grande di Pompei.
Le maggiori
riflessioni riguardavano la distanza dell’antica spiaggia dalle mura e la fine
degli abitanti. Il propter mare dello
storico latino di età sillana Lucio Cornelio Sisenna faceva pensare che
l’approdo a circa mezzo chilometro fosse in antico assai vicino alla città. I
gradini nei quali confluivano le due rampe dopo una ripida discesa adiacente
alle mura – unica pensabile via per il lido – scomparivano nell’acqua della
falda freatica perennemente gorgogliante dalle fenditure del compatto banco
tufaceo senza lasciar scorgere alcun utile indizio. Il paragone coi gradini di
Positano, di altri centri costieri veniva immediato. E poi, erano davvero riusciti
a fuggire gli abitanti col Vesuvio in apocalittica eruzione, come da sempre
fino a Maiuri e anche dopo era stato sostenuto?
Innegabili sono
comunque l’evidenze archeologiche di un cataclisma rapido e violento. Nell’area
del decumano massimo sulle alte basi rivestite di marmo che avevano sostenuto
statue equestri in bronzo erano rimasti solo gli zoccoli dei cavalli. Nel
calidario delle Terme suburbane un massiccio vortice di melma penetrato con
violenza dalla finestra a pannelli vitrei aveva sollevato il sottostante bacino
marmoreo per le abluzioni di acqua fredda, pesante alcuni quintali,
proiettandolo verso la porta di legno di accesso all’ambiente. Nell’area
extramurale si “pescava” di tutto: grossi pezzi di muri provenienti dai piani
superiori delle case, tegole, una miriade di frammenti di oggetti in bronzo,
vetro, ceramica, tronchi grandi e piccoli certamente fluitati dalle pendici del
vulcano. Con tale catastrofica spinta dal Vesuvio verso il mare gli abitanti
avevano avuto davvero il tempo, il modo di salvarsi? O si trattava di una delle
tante favolette dure da estirpare nel mondo degli archeologi?
CHE FINE HANNO FATTO GLI ERCOLANESI?
Il provveditore
Martuscelli accettò di aggiungere al cantiere di sud-ovest un altro da sud-est,
al fine di dare maggiore respiro all’imponente prospetto architettonico delle
Terme suburbane. Era un lavoro assai impegnativo, perché oltre ad approfondire
e dilatare lo scavo occorreva isolare l’edificio dalla falda freatica. Gli
operai che avevano lavorato alle Terme avevano sguazzato nell’acqua fino alle
ginocchia. Svuotando un corridoio che dall’atrio portava al praefurnium sottostante alla grande
piscina riscaldata erano incappati, con un colpo di piccone, in una grossa fistula da cui l’acqua era sprizzata in
alto per giorni e giorni. Prima di incanalare la falda in un cunicolo che
portava al mare, avvalendosi di potenti pompe idrovore, occorreva frantumare e
portar via migliaia di metri cubi di materiale durissimo, con tutti gli
accorgimenti che un’area archeologica richiedeva.
Il risultato
sarebbe stato però grandioso. Realizzando un nuovo ingresso da sud i turisti
avrebbero avuto la sensazione di “scoprire” Ercolano come antichi visitatori
venuti dal mare, ascendendo la gradinata e proseguendo su per le due rampe che
a destra e a sinistra conducevano, attraverso le porte, in città. Quel cunicolo
era stato realizzato da Maiuri per creare un valido sfogo quando alle acque
della falda si sarebbero potute aggiungere quelle di possibili piogge
torrenziali.
L’impegno del provveditore nel concedere le
perizie di spesa era stato preciso e drastico: rimozione della montagna di
fango solidificato sì, scavo archeologico no. A detta degli addetti ai lavori,
la sensazione era che la straordinaria conservazione di ogni dettaglio di
Ercolano avesse determinato false convinzioni sulla fine della città. In
particolare Maiuri, scrittore accattivante, si era soffermato sui particolari
della vita quotidiana degli abitanti che sembravano stonare con l’idea della
morte. Si entrava nelle case degli ercolanesi trovandole come gli abitanti le
avevano lasciate: la chiave nella serratura, le forme per i dolci, le stoffe, i
letti, gli sgabelli, il pane nel forno. Qual’era (è) la verità?
LA “GRANDE STAGIONE” DI ERCOLANO
*
TUTTI MORTI NEL 79?
Abbandonati gli
attrezzi, gli operai si distendono, con le teste pencolanti nel vuoto, sul
bordo della lunga e profonda incisione che avevano creato parallelamente al
muro meridionale della vasta area antistante le Terme suburbane. Il compatto
banco tufaceo che da ogni parte soffocava l’edificio aveva ceduto di schianto
per la violenta pressione di una vena d’acqua lasciando intravedere,
nitidissimo, uno scheletro rannicchiato che, trascinato da un vorticoso
mulinello, era subito scomparso in un profondo meandro.
Per Ercolano è
una data storica: il 21 maggio 1980. Poteva trattarsi di un fatto casuale. Ma
quando dopo alcune settimane fra spessi involucri di fango rappreso che
celavano pezzi di intonaco dipinto, frammenti di marmo, legni bruciacchiati o
in colore naturale, minuzie di ogni genere come chiodi e tessere di mosaico si
riuscirono a recuperare due vittime pressoché intatte il dubbio che potesse
trattarsi delle prime drammatiche testimonianze di una popolazione di morti
prese maggiore consistenza. Precedentemente a Ercolano le vittime ritrovate
erano state davvero poche. Quelle dello scavo Maiuri per lo più si erano
attaccate ai soffitti, dopo aver galleggiato nella melma entrata da ogni
apertura. Una volta staccate erano state sistemate in grandi vetrine
rettangolari, come se si fosse trattato di arredo degli edifici.
La notizia fa
presto il giro del mondo, specialmente dopo che, approfondendosi il saggio di
alcuni metri, una mano fortunata riesce ad afferrare nell’acqua conchiglie
marine. Era la spiaggia? Il “New York Times” manda un corrispondente, Henry
Tunner, che il 6 luglio pubblica un ampio resoconto, subito ripreso da altre
testate. Quando nella melma cominciano ad apparire prospetti di ambienti a
volte si crea un’atmosfera di grande suspense.
I giornalisti che accorrono numerosi desiderano avere notizie precise: se cioè
quegli indizi siano da ricollegare effettivamente all’antica spiaggia e alla
fine degli abitanti di Ercolano. Pur essendone intimamente convinto, il
direttore degli scavi dell’epoca, l’archeologo Giuseppe Maggi, manifesta
prudenza, perché il mestiere dell’archeologo è fondato sì su intuizioni ma a
esse devono seguire dimostrazioni. A un articolo che lo stesso pubblicò in
prima pagina nel numero di luglio-agosto di quell’anno del periodico “Magna Graecia” suggeriva di porre al
titolo un interrogativo: Tutti morti gli
ercolanesi nel 79? Sulla stampa quotidiana e periodica cominciano ad
apparire numerosi servizi, anche di grandi firme: Pino Aprile, Adriaco Luise,
Felice Piemontese, Rosario Mazzitelli e tanti altri. Su “Il Mattino” di Napoli Franco Scandone scrive appassionate cronache. Per il
popolo televisivo Luigi Necco fa ampie interviste sul TG1 e TG3. Intanto si
pone il problema di come salvaguardare le vittime. Non esistendo un’esperienza
specifica di conservazione di corpi in analoghe condizioni, si accetta la
proposta di un anziano restauratore di trattarli col vecchio, collaudato metodo
per preservare gli oggetti lignei, consolidandoli cioè in una soluzione di cera
e benzina. Tale accorgimento, reversibile, avrebbe protetto provvisoriamente
quei corpi dalla corruzione degli agenti atmosferici.
S’immaginò pure
che, dopo il fuoco pirotecnico dei mass
media, si sarebbero smossi ministeri, istituzioni culturali. Che
l’entusiasmo degli operai e dei tecnici avrebbe contagiato gli amministratori
locali, quelli provinciali e regionali, i deputati. Invece il caldo torrido
dell’estate avviluppò uomini e cose, mentre la capacità di spesa del
Provveditorato si assottigliava come un grosso gomitolo prossimo a svanire. Non
c’era speranza di ottenere fondi per altra via. Il ritrovamento, il 15 ottobre,
di una grata di ferro sembrò simboleggiare la chiusura di una grande impresa.
Il sopravvenuto terremoto del 23 novembre non avrebbe certo agevolato le cose.
ALLA RICERCA DELLA SPIAGGIA ANTICA
La primavera
del 1981 trascorre nello sconforto. Il cantiere del Provveditorato è asfittico,
benché alimentato per vie misteriose dal provveditore Martuscelli. Il saggio di
scavo parallelo al cortile delle Terme suburbane viene completato, con grande
fatica per la durezza del materiale, fino al prospetto sud-occidentale
dell’edificio alla profondità media di cinque metri. Affiorano grossi tronchi
d’albero, i soliti frammenti ceramici, di marmo, vetro, scaglie di bronzo.
Approfondendo qua e là il saggio si recuperano ancora, in stretti fori subito
riempiti dall’acqua, parti di conchiglie e sabbia. Sono elementi decisivi che
il lido antico è proprio lì e non ad almeno 150-
Si dilata il
più possibile l’area all’esterno del prospetto meridionale delle Terme e si
decide di risolvere contemporaneamente il giallo degli ambienti a volte. Si
comincia a scavare con precauzione, dall’alto, all’esterno dell’ultimo ambiente
adiacente all’edificio termale, sul lato destro guardando la gradinata che
finiva nell’acqua. Per oltre tre metri nessun risultato. Si rimuove l’ultimo
strato che ricopre il pavimento recuperando pesi da telaio, un’accetta in
ferro, un pezzo di fistula in piombo,
frammenti di marmo colorato, di pentole, brocche, lucerne, di intonaco dipinto.
Col fiato sospeso si svuota in molti giorni di dura fatica tutto l’ambiente, ma
ancora non si trova nulla. Sulla parete settentrionale c’è il triste sbocco di
una fogna. Si passa quindi all’ambiente adiacente. Per svuotarlo si impiegano
settimane. Nel fango durissimo si recuperano frammenti di vario materiale.
Negli ultimi trenta centimetri qualcosa che desta nuova speranza: sabbia scura
mista a elementi lignei.
Prevedendosi
l’imminente chiusura del cantiere, verso la metà di giugno si decide di
interrompere l’esplorazione degli ambienti a volte e di concentrare ogni sforzo
nell’area antistante il prospetto meridionale delle Terme. Lo scopo è quello di
creare il maggior spazio possibile fra l’edificio e la possente muraglia di
fango consolidato incombente dall’alto del viale d’ingresso, giungendo fino al
piano di calpestio a dispetto delle difficoltà della falda. Affiorano le solite
cianfrusaglie, fra cui resti di legno carbonizzato in cui sono infilati chiodi
di bronzo lunghi e sottili. Che si tratti dei resti di una barca? Non si ha il
tempo di riflettere perché vengono in luce una ventina di frammenti di marmo
con tracce di lettere incise: sono parti di un’iscrizione che, ricomposta,
potrebbe rappresentare un prezioso documento. Il giorno dopo (siamo al primo
luglio) si allarga ancora lo scavo inseguendo frammenti di marmo che scivolano
come anguille. Appare un grosso pezzo di marmo tornito. Un operaio l’afferra e
lo solleva: è la coscia di una statua. I compagni, a gara, tirano dalla melma,
come tanti pesciolini, frammenti di un elaborato panneggio a grana tenera di marmo
greco, con protomi leonine. Tra i vari frammenti si recupera una lastra
marmorea rettangolare che benché mutila porta incisa, chiarissima, la scritta
BALBO sul primo rigo e sul secondo PRO COS. Si tratta indubbiamente di
un’iscrizione dedicatoria a Marco Nonio Balbo, il proconsole della provincia
romana che comprendeva Creta e
L’ara e la base
della statua erano state individuate da Amedeo Maiuri fra il 1940 e il 1942,
quando la stasi della guerra l’aveva indotto a una serie di ricerche nell’area
suburbana. Si trovavano nel cortile antistante le Terme con chiaro riferimento
alla costruzione dell’edificio. Quel cortile appariva cioè come un “recinto
funebre” del personaggio. L’elenco degli onori tributatigli era preciso: una
statua equestre nel luogo più frequentato della città, cioè nell’area del foro,
un’ara sulla tomba con iscrizione di dedica, una pompa che doveva muovere dal luogo del sepolcro nella ricorrenza
della morte, l’aggiunta di un giorno ai ludi ginnici ercolanesi, la
conservazione del posto – la sella
curulis – al Teatro per sentirlo perennemente vivo e presente nella
coscienza del popolo.
Sulla base
della statua erano rimasti saldamente piantati i piedi del personaggio. Maiuri
aveva cercato invano l’iscrizione e il resto della statua. Ma aveva avuto la
fortuna di trovarne la testa, capovolta nel terreno a oltre due metri dalla
base, riconoscendo giustamente in essa un ritratto di Marco Nonio Balbo. In
realtà l’unico ritratto che all’epoca fosse certo, perché le teste delle due
statue equestri in marmo scoperte in epoca borbonica e ora al Museo nazionale
di Napoli – dedicategli rispettivamente dai cittadini di Nocera, dove era nato,
e dagli ercolanesi – avevano subito una strana sorte. Una, sfracellata da un
colpo di cannone sparato dai rivoluzionari della Repubblica Partenopea contro
il Palazzo di Portici, era stata ricostruita da Angelo Brunelli col volto
idealizzato di un giovane efebo. L’altra non era stata mai trovata e fu
modellata dallo scultore Giuseppe Canart ispirandosi a una statua togata
ritenuta da alcuni studiosi di Marco Nonio padre. L’ipotesi formulata da Maiuri
era molto precisa: <<Gli scavatori s’erano imbattuti lungo il taglio del
cunicolo nella statua rovesciata sul terreno e l’avevano, issandola con canapi,
tratta fuori a traverso l’apertura di uno dei vicini pozzi di discesa>>.
Ma c’è un
particolare di cui sarebbe ingiusto defraudare il lettore. Quella testa
lavorata a cuneo per l’inserzione nel tronco, rimasta per anni nei depositi di
Ercolano, era stata chiesta tempo prima d’urgenza da Fausto Zevi, subentrato
nel 1977 ad Alfonso de Franciscis al vertice della Sovrintendenza, perché una
studiosa era giunta alla conclusione che appartenesse a una statua acefala
conservata nel Museo di Napoli. Ebbene, tale testa calzava perfettamente sul
busto recuperato nel fango.
LE VITTIME
Il provveditore
Martuscelli rinsangua il cantiere fin dai primi giorni del 1982. Riesce anche a
prosciugare l’area antistante le Terme mediante l’installazione di un sistema
provvisorio di pompe idrovore di notevole potenza. Restano all’asciutto
frammenti di intonaco dipinto in rosso, lastre di marmo di diverso colore e
consistenza, pezzi di tegole, parti di travi di cui alcune con tracce di
combustione: riflettendo su tali ritrovamenti, sarà difficile accettare le
teorie di Haraldur Sigurdsson, di Tullio Pescatore e altri studiosi che
Ercolano sia stata investita da ondate ardenti di temperatura anche superiore a
400 gradi: più verosimile, forse, pensare a pyroclastic
flows nel senso di veloci ma isolati guizzi di lingue di fuoco che si
spegnevano al contatto col mare. Se il fenomeno fosse stato generalizzato, come
mi pare si voglia intendere, l’area suburbana non avrebbe restituito porte in
colore naturale, di cui una gira ancora sui cardini originali.
L’11 gennaio si
decide di iniziare lo scavo del quarto ambiente fra la gradinata e l’edificio
termale, cioè il terzo dall’angolo con le Terme suburbane. Si rimuove materiale
durissimo, per cui agli operai si raccomanda di procedere con la massima
cautela. Quando, dopo qualche giorno, lo svuotamento supera i due metri e mezzo,
si riscontra materiale più friabile. <<Affondandovi le mani si ha la
sensazione di toccare ossame di un grande animale di epoche remote.>>
dice a proposito Giuseppe Maggi. Con grande precauzione si isola dal fango che
si assottiglia una rotondità che mette angoscia: un teschio con la bocca
spalancata, i denti lucenti, e le occhiaie vuote. Si tratta di un gruppo di
persone che si erano strette in un atto istintivo di conforto, come a proteggersi
dalla morte. La data, scrupolosamente annotata, è il 16 gennaio. Gli archeologi
si rendono presto conto che nel gruppo ci sono anche dei bambini. Un frammento
di disco di lucerna fa pensare che quegli sventurati abbiano abbandonato le
case di notte per cercare rifugio presso il lido, discendendo a precipizio la
gradinata mentre il cielo era arrossato dalle eruttazioni del vulcano. Lo
svuotamento dell’ambiente continua per due settimane. In uno spesso strato di
sabbia si contano dodici vittime addossate alla parete occidentale. Lo stato di
conservazione è eccezionale: tracce di abiti, i denti intatti.
Era la prima
volta che una scena di così sconvolgente pathos
emergeva dall’antichità, portando in luce veri protagonisti, non fantasmi
di gesso come a Pompei. La gestualità rivelava i sentimenti, le credenze
religiose. C’era chi era disteso col capo reclinato sulle braccia conserte, in
atteggiamento di rassegnata accettazione della tragedia, e chi negli ultimi
spasimi aveva scavato solchi nella sabbia con le dita rattrappite. I ragazzi
erano quattro. Una giovane donna cercava di confortarne uno carezzandogli la
testa, mentre con l’altra mano stringeva un bimbo piccolissimo nella guancia.
La notizia
della scoperta, diffusasi rapidamente, desta enorme sensazione. Il giornalista
Franco Scandone scrive di <<composizione veristica di duemila anni fa che
ha la terrificante naturalezza di un bassorilievo funebre>>.
Dall’inconscio degli archeologi emerge un sottile senso di colpa, che si
acuisce quanto più riesce a penetrare nella psicologia dei personaggi,
diventando sofferenza di fronte alla tenerezza per la sorte dei piccoli.
Accorrono a
Ercolano giornalisti da tutto il mondo, perfino da Hong Kong e Pechino. Viene
anche il ministro per i Beni culturali Vincenzo Scotti, che torna dopo qualche
giorno con gli ambasciatori di Gran Bretagna e Grecia e cospicuo seguito di
politici e addetti culturali di numerose ambasciate. Gli ospiti assistono allo
scavo in corso del terzo ambiente a est della scalinata, cominciato il 3
febbraio. Rimuovendo il materiale durissimo che l’occludeva erano venute in
luce una cesta di paglia intrecciata forse di un pescatore e molte vittime, di
cui una con la testa coperta da un berretto in feltro. Era comparso anche un
cavallo. A differenza dell’ambiente precedente questo si era rivelato colmo di
un groviglio inestricabile di corpi a più strati, in tutto circa una
cinquantina. Facevano immaginare una violenta spinta dall’esterno di un vortice
di fango che li aveva accatastati oppure il folle terrore di gente che facendo
forza per entrare aveva calpestato altri corpi. Il cavallo, imbizzarrito per la
paura, aveva fatto da cuneo nella calca con la sua possente mole.
Era ormai
chiaro che Ercolano nel 79 era stata investita da un cataclisma rapido e
violento che difficilmente avrebbe consentito alla popolazione di trovare
scampo se non, forse, prendendo il largo una volta che il mare si fosse
calmato. La ricerca di un provvisorio rifugio presso il lido corrispondeva alla
speranza di fuggire via mare, ammesso che vi fossero state imbarcazioni
sufficienti per tutti. Da alcuni fori trovati nei muri degli ambienti scavati
si desumeva che erano stati adoperati per ricovero di barche d’inverno
issandole su tavole di legno, come ancora si usava fare a Sorrento, Vico
Equense, in numerosi altri centri della costiera sorrentina e amalfitana. Non
c’era più dubbio che il mare antico era stato proprio là, di fronte a una
ripida rampa d’approdo parallela al prospetto meridionale delle Terme
suburbane. Con l’onda lunga lambiva gli ultimi gradini della discesa alla
spiaggia, sotto i quali si riconosceva lo zoccolo di lava preistorica su cui
era stata impiantata la città. Il fondo marino risultava più basso quasi di
cinque metri rispetto all’attuale, per un fenomeno di bradisismo nell’arco
orientale del golfo precedentemente poco conosciuto.
Qualche
giornalista paragona il violento cataclisma che si abbatté su Ercolano alla
tragedia del Vajont. Su tutti prevale l’emozione della visione delle vittime: <<Ecco
che questo intreccio di scheletri, nel suo impasto cromatico di fango e sabbia,
ma anche di infinita pietà e disperazione nell’anelito dei gesti, assume la
tonalità impensata di un’opera d’arte. Quel groviglio di emozioni si propaga
fra i giornalisti accorsi da tutto il mondo, si riflette nel lampo incrociato
dei flash, nel ronzio incessante
delle cineprese, nelle esclamazioni incredule di alti diplomatici stranieri,
che sono consapevoli ambasciatori di questo messaggio culturale ancora una
volta evocato dalle antichità di Ercolano>>.
Il 27 febbraio
“Il Mattino” dedica un’intera pagina
alle nuove scoperte. Con due fotografie appaiate Franco Scandone paragona <<la
violenza materializzata dalla Morte suscitata dalle forze implacabili della
natura e quella ancora più atroce della barbarie della guerra in un delirio di
furia dal cielo di Spagna sulle case inermi di Guernica>> riprodotta da
Picasso nel celeberrimo omonimo quadro. Questo riferimento sembrava tanto
legittimo da indurre il sempre cauteloso e sobrio Giuseppe Maggi a un
raffronto: <<All’opera picassiana il gruppo di vittime si avvicina anche
per certe tonalità cupe che in Guernica sono risultato di tormento e lutto
nell’animo dell’artista, mentre qui
IL PROBLEMA DELLA CONSERVAZIONE
L’importanza
della scoperta spinge la Sovrintendenza a sospendere lo scavo finché non siano
definite le tecniche per la conservazione dei corpi. Si raschia intanto, sullo
scorcio di febbraio, nell’ambiente col gruppo delle dodici vittime. In grembo a
uno dei deceduti si recupera un grumo di monete cementate dal fango, il
gruzzolo che il fuggiasco aveva portato con sé insieme con un anello con
corniola incisa, forse in una borsa di cuoio attaccata alla cintura. Viene
fuori anche un’olletta grezza, rimediata forse all’ultimo momento per una
scorta d’acqua. In seguito sotto un’adiacente vittima si sarebbe recuperato un
altro grumo di monete. Mentre un’altra avrebbe restituito solo una moneta in
bronzo. Accanto al corpo due spicchi d’aglio e una cipollina, ai due lati della
testa orecchini d’oro: una massaia non priva di civetteria.
Da marzo in poi
si scava nell’area antistante il prospetto meridionale delle Terme alla ricerca
di elementi utili per definire l’antica linea di costa e si amplia il cunicolo
di fronte alla gradinata per sistemarvi definitivamente le potenti pompe
idrovore che fino ad allora erano state spostate qua e là nel cantiere. Si
recuperano miriadi di frammenti di terracotta, scaglie di marmo del più diverso
colore, un’antefissa contornata di palmette, ossa di animali, pezzi di legno di
varia consistenza e misura. Un giorno appare un frammento di timone. Indizio di
una barca? Si ha comunque la certezza che l’antico fondo marino, a tratti
scoglioso, sia stato raggiunto sia nel cunicolo che nella vasta area che si sta
liberando. Il 28 giugno sull’antica spiaggia si recuperano tre scheletri.
Rimuovendo la massa tufacea dalla zona sottostante l’Area sacra si ha la conferma della perfetta
simmetria delle masse architettoniche spartite dalla gradinata. Anche sotto
l’Area sacra come sotto il cortile
antistante le Terme suburbane esistono ambienti a volta, presumibilmente con
altre persone che vi avevano cercato rifugio. La prospettiva scenografica del
digradare degli edifici dall’alto delle mura verso il mare cominciava a essere
imponente. Ma anche qui si decide di non svuotare gli ambienti prima che sia
stato individuato un valido sistema di conservazione dei corpi.
Sull’inizio
dell’estate, in un afoso pomeriggio, vanno a visitare Ercolano due ospiti
illustri: l’ambasciatore degli Stati Uniti Maxwell M. Rabb e il console
generale di Napoli Walter John Silva, accompagnati dalle rispettive mogli.
Qualche giorno dopo, giunse anche un’esperta di paleoantropologia dello Smithsonian
Institution, Sara Bisel.
IL METODO BISEL
Col metodo
Bisel dal 2 luglio si rimuove il gruppo delle dodici vittime che tanta emozione
aveva destato al momento della scoperta. Il 17 luglio all’esterno del secondo
ambiente a ovest della gradinata gli operai individuano due vittime, quattro
due giorni dopo con accanto grumi di monete d’argento, di bronzo e un anello
con gemma incisa. Il 19 luglio si scopre pure, sul limitare del terzo ambiente,
una vittima femminile in straordinario stato di conservazione: dalla mano
sinistra si recuperano due anelli d’oro con pietre incastonate. È
un’eccezionale scoperta, che sarà completata solo il 5 aprile dell’anno
seguente col ritrovamento di due orecchini d’oro e due splendidi bracciali pure
d’oro a forma di serpente con occhi in diaspro. Tali gioielli testimoniavano
nella vittima una “classe” diversa rispetto a ciò che si poteva giudicare dai
corpi trovati precedentemente. Dal 22 luglio su quella che non c’era più dubbio
fosse l’antica spiaggia si recuperano ancora tre grumi di monete in bronzo,
anelli in bronzo, una roncola in ferro, una fibbia di cinturone in bronzo, un
coperchio di orciolo in terracotta. Sempre nella stessa area il 29 si trovano
due vittime, altre due il 2 agosto. Da un sommario esame eseguito dalla Bisel
risulta che qualche corpo ha le ossa fracassate. Ciò provava che erano vittime
“diverse”. Non persone in attesa di un improbabile imbarco, ma gente strappata
dal contado, risucchiata dalle case giù per le ripide strade della città,
trascinata nell’infernale fiume di fango e proiettata al di là delle mura in
un’ampia cascata che si allargava a ventaglio nel mare.
IL RITROVAMENTO DELLA BARCA
Agosto comincia
svogliatamente. Ormai il ritrovamento di corpi non fa più notizia, anche se ne
avevano scritto giornali come il “Times”, “Le Monde”, “Die Zeit”. Il giorno 3 c. m. la squadra che da
mesi stava procedendo all’ampliamento dello scavo nell’area antistante le Terme
suburbane incappa in qualcosa che aveva fatto abbandonare gli attrezzi,
inducendo gli operai a rimuovere con le mani e con morbide spazzole il fango
incrostato su una sagoma lignea che si intuisce sia una barca. La parte venuta
in luce si pensa sia la poppa capovolta, che si allargava in un costolato
ligneo cadenzato da file parallele di chiodi a testa bronzea, disposti
verticalmente rispetto alla chiglia. L’emozione è grande. Si trasforma in forte
partecipazione emotiva quando nei pressi dell’imbarcazione si scopre una
vittima con le gambe e le braccia allargate nella caratteristica posizione
degli annegati. Un naufrago del tentativo di mettere in mare i natanti? Il
nocchiero? La parte opposta della barca non si vedeva, prigioniera com’era
della roccia, roccia anch’essa come per una maledizione analoga a quella che
colpì la nave dei Feaci di ritorno da Itaca. Si rinvenne anche un minuscolo
salvadanaio di legno strappato forse dalle mani di un bambino, col coperchio
scorrevole e dentro una monetina d’argento e una di bronzo col volto paffuto di
Vespasiano.
La verità è che
si lavorava a casaccio. Un saggio largo poco più di un metro si era trasformato
in breve tempo in una specie di voragine che pullulava di vittime. A parte i
rifugiati sotto gli ambienti a volta i corpi sparsi all’aperto dappertutto, da
recuperare in fretta prima che un violento temporale spazzasse via la fatica di
un’estate. Si trattava solo di un brano della tragedia degli ercolanesi, che
aveva fornito però dati storici di enorme importanza ed elementi di studio per
generazioni.
IL SOLDATO VA A WASHINGTON
*
UN SOLDATO GIGANTE
Mentre il
lavoro di isolamento della barca procede con estrema cautela, si rimuovono le
vittime venute in luce davanti agli ambienti sotto l’Area sacra. Il 7 agosto venne
scoperto il corpo di un gigante: un uomo alto quasi un metro e ottanta. Chi
aveva detto che in epoca romana si era più bassi di noi? Si riconosce in lui un
soldato dal fodero in cuoio di una spada che conservava intatti i colori
originali e, attaccata, l’elsa dell’arma. Il 3 settembre si recuperano parti
del suo cinturone in bronzo, una martellina e due scalpelli in ferro che
portava dietro alle spalle, conglomerati dal fango con due anelli in bronzo e
un vago di collana in pasta vitrea. Gli attrezzi lo fanno apparire come un
militare incaricato anche di compiti di protezione civile. Gli appartenevano
forse sette monete d’argento e tre d’oro, trovate accanto al corpo. Nell’ultima
decade di agosto si erano messe in luce altre sette vittime e, accanto, due
roncole in ferro.
Il 6 settembre comincia lo svuotamento del
secondo ambiente a est guardando la gradinata, il solo non scavato da quel
lato.
Quando,
procedendo dall’alto, dopo alcuni giorni si raggiunge lo strato archeologico si
contano diciassette vittime, ma si pensa che sotto al livello messo in luce ce
ne siano molte altre. La scena è completamente diversa rispetto agli ambienti
scavati precedentemente. Qui i corpi sembravano fluttuare in un mare di fango
le cui onde, alte per un vento impetuoso, si erano improvvisamente pietrificate
mentre spingevano le vittime verso nord-est. La sensazione è di una scena
dell’Inferno dantesco, non immaginabile da chi non abbia partecipato a
quell’evento. Ne scrivono, fra gli altri, Sabatino Moscati su “L’Espresso”,
Pino Aprile su “Selezione”, Antonella Amendola sulla “Domenica del Corriere”,
Mino Guerrini su “Epoca”, Luigi Necco su “L’Europeo”. Il 19 accorre il ministro Scotti, accompagnato da alcuni ministri
dei Beni culturali della CEE.
IL NATIONAL GEOGRAPHIC
Dai primi di
settembre il cantiere del Provveditorato era fermo per esaurimento di fondi.
Erano andati via anche i collaboratori stranieri della Bisel: Stephen Koob,
Alice Paterakis e Lynn Grant. Si stava quindi operando soltanto con le scarse
forze dell’Istituto. Preoccupava molto l’area corrispondente all’antica
spiaggia, dove una violenta pioggia d’autunno poteva distruggere il grande
lavoro dell’estate rimasto incompiuto.
Ognuno dette il
meglio di sé, rinunciando a ferie e turni di riposo. Incommensurabile in
particolare l’impegno di Giuseppe Zolfo, Gennaro Manzillo, Ciro Porsenna,
Giuseppe Borriello, Pasquale Esposito. Vennero in luce altre vittime, molte
trascinate dall’alto nella cascata di fango, come verificava puntualmente
Per proteggere
la barca si costruisce in tutta fretta un capannone in muratura e lamiera,
mentre si esplora l’area adiacente liberandola dal fango. Si recuperano
spezzoni di corda ma anche numerosi altri oggetti, fra cui – stranamente –
cipolline, agli, due grandi pettini in bronzo, un cestino di vimini, fluitati
da chi sa dove. Intanto, inviato dalla National Geographic Society, era giunto
per esaminare la barca un esperto di archeologia navale: J. Richard Steffy
dell’Institute of Nautical Archaeology del Texas. Veniva dalla cittadina
universitaria di College Station presso Houston. Nel confermare l’importanza
del reperto – che risultava di oltre nove metri, perfettamente conservato
benché danneggiato verso il centro da un notevole schiacciamento – aveva
raccomandato di procedere al più presto al suo restauro e consolidamento,
poiché il legno, che risultava in gran parte carbonizzato, non avrebbe
resistito a lungo all’azione nefasta degli agenti atmosferici. Aveva anche
manifestato l’opinione che potesse trattarsi di una grossa barca da carico,
probabilmente a vela, se un albero trovato fra i molti legni disseminati
intorno apparteneva effettivamente al natante.
Il “National
Geographic” pubblica nel numero di dicembre 1982 del suo periodico – diffuso in
circa 30 milioni di copie – un ampio servizio su Ercolano firmato da Joseph
Judge, con splendide foto a colori di Jonathan Blair. Il fascicolo è presentato
in anteprima a Roma nella prima settimana di novembre nella sede
dell’ambasciata americana: partecipano, con l’ambasciatore Rabb, il ministro
Scotti, il presidente della Society Grosvenor, il console di Napoli Silva, il
provveditore Martuscelli e vari esponenti del mondo culturale americano e
italiano. Si decide in quella sede che sia il direttore degli scavi Giuseppe
Maggi a presentare il 16 novembre a Washington, nella sede del Geographic, il
numero del periodico alla stampa americana. Si auspica che alla cerimonia possa
partecipare anche il ministro Scotti, che proprio in quei giorni avrebbe dovuto
recarsi negli Stati Uniti e in Canada.
Poco prima
della partenza viene chiesto da parte americana di poter esporre nella sede
della Society un reperto ercolanese, come simbolo del lavoro compiuto fino a
quel momento: esattamente lo scheletro del soldato. Di solito per le
esportazioni si doveva otteneva il parere preventivo del Comitato di settore
per i Beni archeologici del ministero, ma considerata l’urgenza il ministro
taglia corto e concede l’autorizzazione. Dopo 24 ore un’altra difficoltà. Gli
americani chiedono che con lo scheletro siano inviati anche gli oggetti che gli
appartenevano, almeno lo splendido cinturone in bronzo che nel frattempo era
stato restaurato. Non trovandosi il ministro a Roma, il suo capo di gabinetto,
Filippo Capece Minutolo del Sasso, un arguto napoletano, interpreta
l’autorizzazione già data come “scheletro con accessori” o meglio “col suo
corredo”, per usare un’espressione consueta nel mondo degli archeologi
scavatori di tombe. Così avvenne. Lo scheletro, ridotto dalla Bisel a un
piccolo involucro, parte e giunge a Washington, salutato dalla stampa come <<il
primo romano che sbarca negli Stati Uniti>>. Ma non tutti gradiscono. Un
bello spirito, Lucio Manisco corrispondente del “Messaggero” da New York, parla
di <<dissacrante episodio>>, specificando che <<il
trafugamento dei cadaveri e l’oltraggio ai resti umani sono crimini
perseguibili a termini di legge>>.
In Washington l’atmosfera
era gioiosa, rallegrata dagli scrosci di una fontana e risonante delle voci dei
bimbi di una scuola elementare che avevano avuto il privilegio di poter
osservare “il romano” prima della cerimonia ufficiale di apertura al pubblico. La
sera l’atmosfera del Geographic è solenne, con ampi spazi trasformati in una
scintillante sala da pranzo. La partecipazione del mondo culturale, politico,
finanziario è notevole.
Meno di
mezz’ora dopo la conferenza stampa, i grandi network diffondevano già le vicende della fine degli ercolanesi.
Nel pomeriggio e ancor più il giorno dopo grandi titoli sui giornali e ampi
servizi con foto. Sul “New York Times” un articolo in prima pagina di Philip M.
Boffey continuava in una pagina interna. Il titolo dell’articolo di Mike Kernan
sul “Washington Post” centrava il lato umano della vicenda: “Agony on an
ancient beach”. Si erano cercati soprattutto titoli originali. Sul “Baltimore
Sun” un ampio servizio di Richard H.
Gilluly era stato titolato “80 skeletons tell sad story of Vesuvius”.
LE SCOPERTE DEL 1983
*
UNA PESCA MIRACOLOSA
Intanto, il
cantiere del Provveditorato rinforzato da pochi operai, dal restauratore Ciro
Formicola, dagli assistenti Vittorio De Girolamo e Nicola Sicignano non si
concede soste. Il 3 gennaio sono già tutti al lavoro. Si vuol rimuovere il
banco tufaceo fra il punto in cui è stata trovata la barca e il cunicolo di
fronte alla gradinata dove sono state sistemate le pompe, soprattutto allo
scopo di tenere all’asciutto il natante facendo defluire l’acqua della falda,
non ancora completamente disciplinata, verso il cunicolo che portava a mare.
Ancora numerosi scheletri: addirittura cinque nella giornata del 5 gennaio.
Mentre si rimuove attorno alle vittime il fango consolidato che appena
frantumato l’acqua trascina via, un operaio intravede il luccichio dell’oro e
recupera due bracciali di fine fattura. Nei giorni seguenti si recuperano grumi
di monete di bronzo e frammenti di uno scrigno in legno con due monete.
Dopo qualche
settimana si riprende lo scavo nell’area esterna agli ambienti a ovest
guardando la gradinata. Appena rimossa la sottile crosta lasciata
all’interruzione di dicembre le vittime appaiono a grappoli, insidiate
dall’incessante flusso della falda. Si disegna e fotografa tutto. Ma in qualche
caso risulta impossibile la documentazione dei corpi nell’esatta posizione
originaria, perché il recupero avviene completamente nell’acqua. Numerosi
ancora i grumi di monete e gli oggetti d’oro: anelli, orecchini con pietre e
perle. Accanto a uno scheletro una lucerna in terracotta con disco decorato,
inutile nella notte dell’apocalissica tragedia. In marzo e aprile il recupero
di monete a grumi o isolate e di oggettini d’oro accanto ai corpi diventa routine, un momento di grande commozione
allorchè il 26 aprile, in grembo a una donna con una massa di capelli ancora in
testa, si riconosce un feto di 7-8 mesi, nella tipica posizione rannicchiata
dei nascituri. Il 5 maggio, cercando con le mani in un altro groviglio di
scheletri venuto in luce, si recuperano numerosi frammenti di ferro e legno di
un forziere. Un operaio, immergendo il braccio in un piccolo vortice creato
dalla falda, lo ritrae stringendo in pugno una massa multicolore di vaghi di
collane, pendagli di cristallo, un pesciolino in ambra. Per salvare quella
“pesca” miracolosa si creano piccoli argini con tutto il materiale che si trova
sottomano, per evitare che gli oggetti fuorusciti dal forziere siano trascinati
lontano dall’acqua. È un lavoro difficile che dura molti giorni ma il risultato
è entusiasmante. Il forziere conteneva, oltre a un cospicuo gruzzolo di monete
in bronzo e argento, collane, ciondoli e altri oggetti preziosi oppure di
valore affettivo, come un sistro, pettini, spilloni in osso, un attingitoio
d’argento. Altri frammenti in legno accanto a una serratura e due cerniere di
piccole dimensioni rivelano la presenza di una cassettina per oggetti
particolarmente preziosi, probabilmente contenuta nello stesso forziere.
Quando verso la
fine del mese con la collaborazione di Adele Lagi e di altri volontari si cerca
di redigere un elenco di ciò che è stato ritrovato: la massa eterogenea di
oggetti interi o frammentati colma un grande tavolo. Passano di mano in mano
sfere di cristallo, paste vitree, tondi in terracotta invetriata raffiguranti
teste di Gorgoni con serpenti per capelli, uccellini, pesciolini, ochette,
colombi, cagnolini, vari altri animaletti in ambra, osso, cristallo, avorio,
bronzo. Si ricostituiscono quattro splendide collane, ma restano una miriade di
perline, ciondoletti, scaglie di vetro. E numerosi oggetti di fine fattura, fra
cui due pezzi d’ambra lavorati a castagna e a noce. Poi castoni di anelli,
scarabei, un ciondolo in osso raffigurante due persone abbracciate, una manina
e una doppia mano in gesto di scongiuro, un’aretta in ambra, minuscoli
Arpocrati in bronzo, un minuscolo fallo d’ambra con gancio d’argento.
LOTTA CONTRO IL TEMPO
Le notizie
delle scoperte rimbalzano sulla stampa nazionale e internazionale, determinando
un nuovo accorrere di giornalisti e foto-reporter. Redigono ampi servizi Sharon
Begley e Mary Hager di “Newsweek”, Klaus Bender della “Frankfurter Allgemeine”,
Annick Miquel di “
Al di là del
clamore suscitato dalle scoperte, che aveva fatto superare nei primi mesi
dell’anno di oltre quarantamila unità il numero dei visitatori di Ercolano,
qualcuno intuisce che esistono motivi di crisi. Infatti lo scavo era del tutto
anomalo. Gestito su perizie del Provveditorato alle Opere pubbliche per la
disciplina della falda incompatibili con la prudenza e lentezza che devono
caratterizzare un’impresa archeologica.
La
partecipazione americana era finalizzata a uno studio paleoantropologico sugli
scheletri e al recupero della barca. C’era stato, sì, un afflusso di esperti
disposti a dare la loro collaborazione a titolo gratuito – non essendo la Sovrintendenza
in grado di spendere una lira – ma nessuno aveva saputo suggerire rimedi
immediati. Erano state avanzate delle ipotesi come quella dell’ibernazione, ma
per sperimentarle occorreva l’installazione in
loco di complesse apparecchiature che non si potevano pretendere gratis.
Il problema viene
colto ed egregiamente esposto da Luigi Vacchi su “Panorama” e ancora più
efficacemente da Viviano Domenici inviato del “Corriere della Sera” in un ampio
servizio pubblicato il 14 giugno: <<Il vero problema non è il recupero
dei materiali. Ora abbiamo più di cento scheletri da studiare e altri ne
verranno, verranno anche altri oggetti magari preziosi. Ma sarebbe un errore se
pensassimo di scavare con il solo intento di recuperare oggetti e scheletri.
Quello che dobbiamo fare è cercare di conservare, così come sono, i corpi chiusi
in quegli ambienti. È una testimonianza di valore incalcolabile. L’emozione che
danno non può essere riservata agli archeologi: dobbiamo conservare queste
scene per il pubblico più vasto. Più i giorni passano più i danni aumentano. Il
caldo dell’estate potrebbe ridurre tutto in polvere>>.
Qualche
settimana prima nel numero di maggio di “Scienza Duemila”, che conteneva ampi
articoli di Cesare De Seta, Rita Savoia, Paolo Gasparini, Sara Bisel, col
confronto di opinioni diverse, Giuseppe Maggi dichiara: <<La tragedia,
anche se intuita, ha colto l’archeologo impreparato. Testimonianze così
drammatiche sono opere d’arte che si vorrebbe fermare nel tempo, prima che il
degrado degli agenti atmosferici le dissolva come figure di sabbia. Ma la
ricerca di soluzioni atte a preservarle nei gesti, negli atteggiamenti del
momento della scoperta non ha dato finora risultati soddisfacenti. L’intervento
di studiosi americani, che prevede lo smembramento dei gruppi venuti in luce,
sta esorcizzando in parte la tragedia. Ma è appunto tale esorcizzazione il
tormento dell’archeologo. Smembrando i corpi il pathos svanisce. L’impatto più autentico con la tragedia rischia di
restare angoscioso privilegio dello scavatore>>.
Altro problema,
la barca! A Washington nel novembre precedente – come ho accennato – era stato
accolto l’appello per un rapido recupero del natante a spese della National
Geographic Society. All’inizio dell’estate era tornato Richard Steffy per
approfondire sul posto il risultato delle ricerche condotte nel suo istituto.
Nel precedente sopraluogo era stato autorizzato a prelevare da una delle parti
fratturate un campione di legno di circa trenta centimetri, che a dispetto di
ogni precauzione si era dissolto in ventidue frammenti. L’esame di quei
numerosi frammenti gli aveva comunque consentito di individuare un trattamento
che riteneva idoneo per il consolidamento del legno dell’imbarcazione, che
aveva perduto per due terzi la consistenza fibrosa e minacciava di sbriciolarsi
alla minima sollecitazione. Mostrava ora, trionfante, il campione perfettamente
ricomposto, che battuto con le nocche dava un suono elastico. Suggeriva di
creare accanto alla barca un piccolo laboratorio, che sarebbe stato attrezzato
con apparecchiature e materiali provenienti dagli Stati Uniti. Con l’intervento
di tecnici americani si sarebbe dovuta verificare la diversa consistenza delle
parti della barca. Quelle in condizioni di friabilità andavano consolidate con
spennellature preventive, quindi immerse in grandi contenitori di zinco contenenti
liquidi con sostanze chimiche che potevano variare secondo le condizioni del
legno da trattare. Quindi la barca andava smontata. Analoghe operazioni
eseguite in molti mari del mondo su natanti di ogni epoca garantivano il
successo dell’operazione. Steffy assicurava, affidandosi anche ai colleghi
George Bass e Michael Katzev, che se non fossero subentrate difficoltà al
massimo in otto settimane il lavoro sarebbe stato compiuto.
Le difficoltà invece ci sarebbero state, ma
non da parte degli americani. Dopo che in
alto loco si era ritenuto di ottenere il parere dell’Istituto centrale del
restauro cominciarono le obiezioni e i cavilli. Il risultato fu che Steffy e i
suoi collaboratori furono rifiutati. Sarebbero passati quasi trent’anni per
offrire al pubblico ciò che restava della barca restaurata.
LO STRANO EPILOGO
*
1
Con la notizia
delle ultime clamorose scoperte era giunta a Washington anche l’eco del
malessere che da un po’ di tempo serpeggiava nella Sovrintendenza di Pompei
dalla quale, con un nuovo assetto di competenze territoriali, dipendevano ora
gli Scavi di Ercolano.
Verso la metà
di maggio 1983 era quindi arrivato – col compito di dipanare eventuali
malintesi con la Sovrintendente Giuseppina Cerulli Irelli e di concordare
modifiche, se necessario, alla collaborazione in atto – un autorevole
rappresentante della dirigenza della National Geographic Society, Elie S.
Rogers, accompagnato da un noto architetto di New York, Constantine Raitzky. La
presenza di questo architetto voleva garantire la già dichiarata disponibilità
degli americani a venire incontro per quanto possibile alle richieste
riguardanti la conservazione delle vittime. Si era pensato, una volta terminato
il lavoro della Bisel, di ricollocare gli scheletri individuati negli ambienti
a est della gradinata esattamente nelle posizioni in cui erano stati trovati.
Occorreva isolare preventivamente quegli ambienti da ogni contatto con l’acqua,
chiuderli con cristalli ad alta resistenza, garantendo un accesso di servizio
dal retro per il controllo degli impianti di illuminazione e dei sistemi che
dovevano garantire la costanza delle condizioni termiche e di umidità
programmate.
L’incontro, non
nella sede della Sovrintendenza ma in un ristorante sul lungomare di Napoli, fu
disteso e cordiale. Elie Rogers confermò che
Per la fase
propedeutica all’allestimento non si era nemmeno riusciti a eseguire la
documentazione fotografica del materiale esistente nei depositi. Forse
2
Non passano
molti giorni dalla visita di Rogers e giunge una proposta della National
Geographic Society. Si voleva organizzare per l’autunno un meeting a Washington
allo scopo di costituire un sodalizio da denominare “Friends of Herculaneum”.
Avrebbe avuto lo scopo di raccogliere fondi da enti, industrie e privati da
destinare alla continuazione degli interventi in atto a Ercolano. A parte
arrivano due preventivi redatti da Raitzky. Il primo riguardava la sistemazione
del primo ambiente scavato, nel quale sarebbero state ricollocate le dodici vittime.
L’altro concerneva l’esposizione della barca nell’Antiquarium, nel quale si suggeriva di esibire – in grandi vetrine
dotate di sistemi per la regolamentazione dell’umidità e della temperatura –
anche i due scheletri “eccellenti” del soldato e della matrona con i gioielli,
mostrando con le vittime gli oggetti di pertinenza.
Una seconda
lettera della Society precisava meglio la proposta fatta. Si intendeva
costituire un fondo internazionale per risolvere in maniera graduale e
razionale i grossi problemi che l’impresa di Ercolano comportava, con una spesa
di milioni di dollari non sostenibile solo a carico dell’ente. Il fondo sarebbe
stato amministrato da eminenti personalità americane e italiane, fra cui
l’ambasciatore d’Italia a Washington. All’iniziativa non sarebbe certo mancata
la solidarietà degli italiani d’America. Già alla prima indiscrezione trapelata
aveva dato pronta adesione
Per organizzare
in una cornice suggestiva la cerimonia della costituzione del sodalizio si
chiedeva per pochi giorni il prestito di quella vittima “eccellente” che gli
americani chiamavano “
Il comitato si
dichiara contrario al prestito e il ministero si uniforma con la seguente
motivazione: <<Il suddetto Consesso ha giustificato il proprio parere
negativo con la necessità di giungere al più presto a una mostra in Italia che
serva a mettere a punto e a diffondere corrette conclusioni a differenza di
quelle apparse sulla stampa proprio in merito alle indagini compiute sugli
scheletri rinvenuti a Ercolano. Pertanto solo dopo tale iniziativa potrà essere
presa in considerazione la proposta di inviare all’estero alcuni specimina che illustrino le conclusioni
raggiunte>>. Si alludeva a un’intervista della Bisel al “New York Times”
nella quale, a proposito di percentuali di piombo trovate nelle ossa di alcune
vittime ercolanesi, si era accennato all’obsoleta teoria del saturnismo come
causa di decadenza dell’Impero romano.
Nessuno poteva
immaginare quale tempesta burocratica si stesse addensando su Ercolano.
Lentamente, inesorabilmente rispuntavano le stesse motivazioni che avevano
fatto fallire ai primi del Novecento la generosa iniziativa di Charles
Waldstein: un misto di provincialismo e di falso patriottismo. Questa volta,
però, le reazioni della stampa furono diverse: “Anno 1984: Ercolano muore una seconda volta”, “Ercolano torna nel silenzio dei secoli: la collaborazione con l’America
è finita”, “Ercolano: quale futuro?”,
“Scoppia la polemica e non va in USA
Il rifiuto
delle proposte americane non fu nemmeno comunicato alla National Geographic
Society, che l’apprese da rumors
sussurrati al console generale di Napoli Walter John Silva. Pochi giorni prima
era giunta a Pompei da Washington un’autorevole esponente del Geographic,
Carolyn Bennett Patterson, per sottoporre le bozze di uno splendido servizio su
Ercolano redatto da Richard Gore e illustrato da Louis Mazzatenta che sarebbe
apparso sul numero di maggio della prestigiosa rivista della Society, da
diffondere in tutto il mondo in milioni di copie.
3
Le scoperte
fatte negli anni Ottanta, pur fra molte carenze, hanno cambiato radicalmente la
storia degli scavi di Ercolano. A maggior ragione per questo risulta ancora più
paradossale e assurdo quando non ridicolo il rifiuto di accogliere il
contributo finanziario e tecnologico degli Stati Uniti.
Ma,
evidentemente, una classe dirigente alla vigilia di “tangentopoli”, con i fondi
FIO in arrivo che si potevano gestire con ampia discrezione e disinvoltura, non
gradiva la concorrenza dei dollari, sui quali sarebbe stato assai difficile
lucrare.
Inoltre, la Sovrintendenza
ai Beni e alle Attività Culturali in Italia è un ambiente nel quale è
pericoloso trasgredire consolidate liturgie e raramente è apprezzata
l’indipendenza di pensiero, complici anche tesi preconcette e interessi non
sempre confessabili.
Confidiamo che la
Verità, anche se a distanza di anni o secoli, in fine viene sempre in luce.
PROSPETTIVE
Nello sfacelo
negli ultimi decenni di tutte le aree archeologiche, particolarmente del
Mezzogiorno, Ercolano ha potuto avvantaggiarsi di alcuni fattori favorevoli.
Anzitutto non ha subìto, come Pompei, la nefasta azione dei commissari che
hanno privilegiato opere superflue se non proprio inutili o addirittura nocive
a danno del restauro. Essendo il nucleo urbano abbastanza compatto anche se
inglobato nella città moderna, l’attività delle maestranze interne, benché
esigue, è stata abbastanza incisiva. L’inizio dell’esplorazione negli anni
Ottanta del secolo scorso della favolosa Villa dei Papiri per merito di Antonio
De Simone con l’appoggio del Sovrintendente Baldassare Conticello, continuata
poi più incisivamente negli anni Novanta e oltre con l’impegno anche di altri
protagonisti, ha dato nuovo prestigio internazionale a Ercolano dopo la
parentesi felice della scoperta dell’approdo, delle vittime, della barca.
Una vera
fortuna è stata per Ercolano l’intervento, ancora una volta, degli Stati Uniti
d’America. Il californiano Packard Humanities Institute ha continuato quanto
generosamente attuato in precedenza dalla National Geographic Society di
Washington. Si cominciò nel 2001 con una convenzione fra l’istituzione
californiana e la Sovrintendenza di Pompei per il restauro della Casa di Galba
lungo il cardo III, in quella specie di ghetto dello scavo borbonico all’aperto
voluto da Francesco I su insistenza, pare, di Michele Arditi e continuato non
molto lusinghieramente dai Savoia. L’abitazione, così chiamata per il
rinvenimento sulla strada di un busto d’argento dell’imperatore Galba ridotto
in frammenti, era stata scavata solo in parte negli anni 1873-74, poco dopo la
(una delle tante...) solenne inaugurazione della ripresa degli scavi nel 1869
con Vittorio Emanuele II e Giuseppe Fiorelli. Era davvero di grande
suggestione. Una delle rare testimonianze di case patrizie di età sannitica o
italica, quindi preromana, probabilmente danneggiata dal terremoto del 62 e più
volte rimaneggiata, con l’ingresso principale sul sepolto cardo II. Benché
mutila, presentava la preziosità di un peristilio in tufo che doveva essere
stato originariamente a doppio ordine, con una fontana a forma di croce
rivestita di marmi.
Nel 2004 fu stipulato un ulteriore più
ambizioso progetto – chiamato “Herculaneum Conservation Project” – fra
l’umanista e mecenate David Woodley Packard, figlio di uno dei fondatori del
colosso dell’informatica Hewlett-Packard,
Quali
prospettive oggi per Ercolano? In un periodo di “spending review” che probabilmente porterà a un ulteriore
accorpamento di sovrintendenze in Campania, mentre sarebbe opportuno rendere
Pompei con i suoi enormi problemi di organizzazione e conservazione Sovrintendenza
autonoma senza ulteriori appendici e possibilmente al riparo da appetiti
politici, Ercolano potrebbe rappresentare un’isola felice. Il nuovo ingresso
realizzato da sud-est con adiacente ampio parcheggio sarebbe di buon auspicio
per il recupero almeno di tutta l’area della Palestra, se non delle insulae orientali nella loro interezza.
Considero un’utopia lo scavo al di là del corso Resina, ma una stretta
collaborazione col Comune e gli altri enti interessati potrebbe rimuovere in
tempi ragionevoli gli ostacoli che finora hanno impedito di dilatare l’area
archeologica fino al suo limite naturale verso ovest, includendo possibilmente
il Teatro. Ercolano ha bisogno anzitutto di un grande museo adiacente alla zona
archeologica. Ciò comporterebbe l’acquisizione delle aree libere meridionali
secondo i progetti degli anni Settanta previo, probabilmente, l’abbattimento
dell’edificio costruito a suo tempo come Antiquarium
adibito sostanzialmente per uffici nonché del contiguo recente fabbricato per
ospitare la barca.
Occorrerebbe
riprendere in seria considerazione l’idea degli itinerari alternativi a Pompei,
che potrebbero arrecare enorme vantaggio economico alla Campania. Ercolano con
lo splendido MAV e il Vesuvio, grazie anche a nuove strutture alberghiere in
funzione da tempo, potrebbe diventare il gioiello della regione. Ma lo stato di
degrado in cui versano Pompei e Oplonti (per non nominare che due casi,
purtroppo non isolati), non accende molte speranze. Un discorso a parte
meriterebbe il “Centro Maiuri” ospitato nella bellissima Villa Ravone. Dopo i
danni del terremoto del 1980 il fermo impegno degli ex sindaci Luisa Bossa e
Nino Daniele ha portato al recupero dell’immobile acquisito dall’Ente
provinciale per il turismo di Napoli – usufruendo del programma “Urban
Herculaneum”, progetto del Fondo europeo di sviluppo regionale – al fine di
costituirvi un centro internazionale di cultura per gli studiosi e i visitatori
di Ercolano e per il recupero della memoria storica della città, nonché per
dare un’appropriata sede all’Herculaneum Conservation Project. Finora i
risultati sono tuttavia stati abbastanza modesti.
Per il problema
specifico di ulteriori scavi temo l’apatia che oggi, più che mai, avviluppa
persone e istituzioni. Spero che per Ercolano non divengano una sorte di
epigrafe funeraria le conclusioni di Andrew Wallace-Hadrill al suo recente e
splendido volume intitolato “Buried
treasure lies secure for future generations”: <<For our own generation it is enough to
appreciate the extraordinary value of the treasure that has already been dug
up, to look after it as it merits, and to pass it on to future generations.>>.
RINGRAZIAMENTI
Essendo il libro una opera divulgativa destinata al
grande pubblico, con la speranza che risultasse di godibile lettura non l’ho
corredato di note né ho citato le tante persone da cui ho tratto linfa per il
racconto. Sento tuttavia la doverosa esigenza di ringraziare lo stuolo di amici-colleghi
dei cui contributi scientifici ho usufruito nella compilazione della presente
opera: Stefania Adamo Muscettola, Agnes Allroggen-Bedel, Lorenzo Braccesi, Mario
Capasso, Stefano De Caro, Antonio De Simone, Enrico Felici, Giuseppe Guzzetta, Pier
Giovanni Guzzo, Francesca Longo Auricchio, Mario Pagano, Valerio Papaccio,
Fabrizio Pesando, Lucia Amalia Scatozza Höricht e Fausto Zevi. È facile, da parte degli esperti, riconoscere
il mio debito nei loro confronti: se non avessi attinto ai loro scritti il
discorso sarebbe apparso scialbo o lacunoso. Spero di non aver peccato di gravi
omissioni.

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