"ERCOLANO"


Manuel Omar Triscari

 

 

 

ERCOLANO:

cronaca di un mito archeologico.

 

 








 

 


 

A mio padre, Filippo,

con tutto l’amore,

per tutto l’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

INDICE

 

UNA MINIERA

 

IL MUSEO ERCOLANESE

 

PRIMI SCAVI ALL’APERTO

 

L’EPOPEA DEL MAIURI

 

GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA

 

LA “GRANDE STAGIONE” DI ERCOLANO

 

IL SOLDATO VA A WASHINGTON

 

LE SCOPERTE DEL 1983

 

LO STRANO EPILOGO

 

PROSPETTIVE

 

RINGRAZIAMENTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA MINIERA


*

 


 

GLI SCAVI DEL PRINCIPE D’ELBOEUF

 

Lo scavo di Ercolano è un fenomeno culturale anomalo. All’inizio si configura come un lavoro di miniera: pericoloso, e massacrante. Eseguito nel Settecento a grande profondità nelle tenebre di cunicoli scarsamente illuminati dalla luce di fiaccole e lanterne, fra i miasmi della mofèta, è un’impresa disordinata, spesso distruttiva. Esplode a livello europeo quando dal ventre della terra vengono fuori opere di straordinaria bellezza.

I primi ritrovamenti sembrano casuali, motivati gli scavi dalla cronica carenza d’acqua a Resìna, all’epoca poco più di un villaggio, che solo nel 1967 prenderà il nome della città antica: per raggiungere la falda si scavavano pozzi sempre più profondi. Si racconta che un bel giorno un contadino soprannominato Enzecchetta abbia visto affiorare dall’acqua pezzi di marmo e alabastro. Non sapendo che farsene li vende a un marmoraro. Nella bottega li nota un gentiluomo di origini francesi, Maurizio Emanuele di Lorena principe d’Elboeuf. Comandava la cavalleria dell’esercito austriaco che a Napoli, dopo aver sgominato al Garigliano le truppe avversarie nell’estate del 1707, aveva posto fine a due secoli di dominazione spagnola. Poiché stava per sposarsi con una fanciulla della nobiltà napoletana, cercava elementi di pregio per abbellire una residenza estiva che si stava facendo costruire al Granatello presso il mare di Portici. Avendo capito che provenivano da un edificio antico compra il campo di Enzecchetta. Nel 1709, raccolta un po’ di manovalanza, si mette a scavare cominciando dal profondo del pozzo e così rinviene, sia pure inconsapevolmente, il teatro di Ercolano. Raccontata così sembrerebbe una favoletta. E infatti la storia è un po’ più complessa.

Anzitutto pare che le esplorazioni compiute dal d’Elboeuf non siano state le prime. Si hanno testimonianze di cunicoli asfittici risalenti al Seicento. Poi forse il principe, almeno all’inizio, non cercava pezzi antichi da riutilizzare ma solo per farli ridurre in polvere allo scopo di ricavarne una specie di stucco che una volta induritosi si trasformava in belle superfici lucide.

Ma chi era questo principe, descritto da alcuni come munifico protettore di artisti, da altri come un filibustiere? Indubbiamente si trattava di una persona colta. Gli fu dedicata una commedia, La Carlotta, pubblicata a Venezia nel 1708 e più volte rappresentata. Il palazzo che abitò a Napoli al largo San Giovanni a Carbonara era un cenacolo di artisti, aperto anche al teatro. È curioso apprendere come l’aveva ottenuto. Dopo essere entrato in città con due generali – uno diventò subito viceré – e aver assistito a un solenne Te Deum in cattedrale che nella capitale del Sud non si è mai negato ai vincitori fu nominato dall’arciduca e futuro re Carlo d’Austria che risiedeva a Barcellona “Grande di Spagna di prima classe” oltre che generale. In tale qualità ottenne una facoltà definita ayuda de costa, cioè la possibilità di potersi risarcire. Non era davvero il tipo da fare complimenti. Fra i beni che furono sequestrati al principe di Santobuono si impossessò non solo del succitato palazzo assai vicino alla sede del comando delle truppe di cavalleria ma anche di una residenza a Portici dove trascorreva l’estate organizzando scorribande lungo le coste. L’ayuda, cioè, la interpretava a suo piacimento. Il posto gli piacque tanto che decise di costruirvi una villa o “casino”, che allora aveva per lo più l’aspetto di un palazzo con grande parco. Scelse un’area adiacente all’approdo del Granatello che era stata <<una macchiozza tutta di spine e siepi>> dove dei padri devoti a San Pietro d’Alcantara, francescani di stretta osservanza detti alcantarini, avevano costruito una chiesa e una piccola dimora. Fece buttar giù ciò che apparteneva ai padri, risarcendoli con una “limosina” di 50 ducati al mese perché si costruissero un nuovo convento di clausura più in là. E chiamò più di un progettista. Non solo il regio ingegnere e maggiore Cristofaro Schor ma anche il celebre architetto napoletano Ferdinando Sanfelice amante delle forme tardo-barocche, che gli progettò una bellissima scala di accesso alla facciata verso il mare.

È opportuno dire che il rudere a più piani che si vede oggi è lontano anni luce dal progetto originario. Ma ciò che più conta nel nostro discorso è che il principe per valorizzare il suo casino abbia cercato di realizzare grandi opere nel “tenimento” di Portici, fra cui un lungo acquedotto. Per cui è possibile che sforacchiando qua e là, cominciando da una grotta che si fece regalare dai padri, abbia ammassato nella sua residenza e disperso per l’Europa molte più testimonianze dell’antichità di quanto comunemente si creda. Oltre tutto il convento dei padri agostiniani scalzi spesso tirato in ballo perché ritenuto adiacente al fondo di Resina dove operava il contadino Enzecchetta pare che all’epoca non esistesse. Quindi sarebbe pressoché leggenda l’acquisto del campo e del relativo pozzo da parte del principe così come tradizionalmente riportato. Probabilmente si è confuso con un altro pozzo situato in un altro convento, quello già degli alcantarini dal quale d’Elboeuf attinse acqua per le sue fontane, quello dal quale ebbe inizio l’esplorazione della Villa dei papiri.

A complicare ancora le cose un visitatore straniero afferma di aver avuto nel 1783 l’accesso ai cunicoli stretti, bassi e sudici che portavano al Teatro attraverso <<la botola di una casa di Portici>>. C’è evidentemente confusione nel ricordo di alcuni testimoni, che potrebbero aver riportato anche notizie di seconda mano, poiché consta che un afflusso abbastanza regolare di visitatori al Teatro è avvenuto fin dal 1750, quando si sistemarono delle stanze da cui cominciava una rampa che portava direttamente giù. C’è poi perfino chi ritiene che Ercolano fosse il cosiddetto Museo Ercolanese che in quegli anni si stava allestendo nella Reggia di Portici. È certo che l’illustre viaggiatore francese Charles de Brosses nel 1739, quasi all’indomani dell’inizio delle esplorazioni a Ercolano per conto del re, per accedere al profondo di “un largo pozzo” si era servito di una fune e un verricello, una specie di rudimentale ascensore. Afferma che l’oggetto principale delle ricerche era <<un anfiteatro… o forse piuttosto un teatro>>. Per lui sarebbe stata una follia immaginare che lo scavo potesse restituire testi antichi, anche se era consapevole dell’illusione che si potessero trovare testi di Diodoro, Tito Livio, Sallustio e altri. Intanto progettava di scrivere personalmente i libri mancanti di Sallustio.

Comunque siano andate le cose i risultati non mancarono. Dallo scavo del principe vennero fuori una miriade di frammenti, poi colonne intere, statue di marmo più o meno danneggiate, una grande lastra con un’iscrizione. Mentre fra gli eruditi napoletani, informati per vie misteriose, si accendevano strampalate discussioni sui rinvenimenti, dal fango pietrificato dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. si estrassero tre statue femminili in marmo pressoché intatte. Rappresentavano una matrona e due ragazze, presumibilmente sue figlie, in seguito denominate Grande Ercolanese e Piccole Ercolanesi.

Il principe non le tiene per sé. Ambizioso com’è, pensa di ingraziarsi un lontano cugino, Eugenio di Savoia Soissons, presidente del consiglio imperiale a Vienna, che l’aveva fatto arruolare nel 1706 nella cavalleria imperiale. Entrambi fuorusciti, condannati in contumacia dal “Re Sole” Luigi XIV come nemici della Francia, se avessero tentato di rientrare in patria avrebbero rischiato la vita. Fa restaurare clandestinamente le statue nella Roma dei papi, poi di nascosto le fa imbarcare ad Ancona e via Trieste le fa pervenire in regalo al presunto benefattore nella sua residenza al castello del Belvedere. Restano qui fino alla morte di Eugenio. Quando gran parte dei suoi beni vanno all’asta le compra Augusto III elettore di Sassonia e futuro re di Polonia, che le fa sistemare in un padiglione del suo palazzo a Dresda. Da questa città nel 1738 parte per Napoli la figlia non ancora quindicenne dell’elettore Maria Amalia Cristina dopo aver sposato per procura, previa dispensa papale per la minore età, il re di Napoli Carlo di Borbone che aveva circa 22 anni, essendo nato nel 1716. Primogenito di Filippo V re di Spagna, era stato messo sul trono già da alcuni anni per volontà della madre Elisabetta Farnese di Parma, seconda moglie di Filippo, che aveva favorito questo matrimonio a discapito di una precedente ipotesi di fargli sposare una sorella di Maria Teresa d’Austria. In un complesso rapporto diplomatico con le maggiori potenze europee Elisabetta, d’intesa con Filippo, aveva prima fatto riconoscere Carlo signore di Parma e Piacenza, poi nel 1734 gli aveva fatto conquistare il reame di Napoli e Sicilia con l’impiego di un forte contingente di truppe spagnole. I patti erano che la corona di Spagna sarebbe rimasta per sempre separata da quella di Napoli. Ciò favorì la costituzione nel Sud di un regno indipendente aperto all’Europa, molto diverso dai precedenti assetti di viceregno.

Si crede che grazie a Carlo di Borbone si sia diffusa in Europa la conoscenza di Ercolano. In realtà, come si è accennato, il principe d’Elboeuf fece ampiamente la sua parte. Spregiudicato, imbarcava al Granatello tutto ciò che poteva vendere, soprattutto fuori d’Italia.

Le prime notizie in proposito le pubblica a Venezia nel 1711 il “Giornale de’ letterati d’Italia”: <<Nel casale di Resina con l’occasione di racconciare una cisterna s’incontrarono alcuni marmi, il che diede impulso al Sig. Principe d’Elboeuf di farvi cavare a sue spese; e si crede esservi stato un tempio della antica città detta Herculaneum, mentovata da Plinio, Cicerone e Strabone>>.

C’era dunque la consapevolezza che si trattasse di Ercolano. In quanto all’ipotesi di un tempio fu sostenuta a lungo, finché non fu smentita dall’antiquario cortonese Marcello Venuti, al soldo del re di Napoli, in uno scritto edito a Firenze nel 1748. Stranamente a Parigi notizie aggiornatissime sulla scoperta di una ville souterraine erano state pubblicate l’anno prima, ma pare che in Italia pochi se ne fossero accorti. A Venezia, però, proprio nel 1747 era stato pubblicato un libretto anonimo dal titolo Notizie curiose intorno allo scoprimento della città d’Ercolano vicino a Napoli. Tornando al principe, fece pervenire al suo luogo natio, Saint-Étienne di Elboeuf-sur-Seine in Alta Normandia, splendidi marmi ercolanesi perché decorassero l’altare maggiore della locale chiesa cinquecentesca. Nessuno sa se a pagamento o come munifico dono.

Carlo è considerato un sovrano illuminato. Ma c’è chi lo descrive, specialmente all’inizio del suo regno che durò venticinque anni, come una figura scialba, bigotta, dedito soprattutto alla caccia e alla pesca. Non aveva pietà per i bracconieri. Chi nell’ambito dei siti reali era trovato in possesso di penne di fagiano non se la passava liscia. Le strade che fece costruire sembravano adatte per raggiungere con maggiore facilità i luoghi di caccia: come quelle fino a Venafro e Persano. Ebbe la mania del grandioso, che l’indusse a commissionare opere imponenti. Come la Reggia di Caserta progettata da Luigi Vanvitelli, con le scenografiche cascate alimentate da acqua portata su maestosi ponti dal Taburno superando un percorso di quaranta chilometri. E il Palazzo di Capodimonte, di cui si iniziò la costruzione su progetto di Giovanni Antonio Medrano in una zona isolata mal collegata col centro cittadino, che sarebbe diventata più accessibile con la realizzazione del ponte della Sanità in epoca napoleonica. Il Reale Albergo dei poveri iniziato da Ferdinando Fuga, che nella forma attuale è solo la quinta parte di quanto progettato, avrebbe dovuto ospitare i poveracci privi di mezzi di sostentamento: un’utopia, se si considera che all’epoca dovevano essere una miriade. Protesse artisti, incisori, promosse la costruzione dello splendido teatro San Carlo, il risanamento di interi quartieri, l’istituzione a Capodimonte di una fabbrica di porcellane.

Tuttavia la fama maggiore, in Europa, gli venne dagli scavi di Ercolano e Pompei. Quelli di Ercolano cominciarono nell’anno in cui si sposò, quelli di Pompei dieci anni più tardi, nel 1748. È bene dire subito che si tratta di due imprese completamente diverse. Ercolano, quasi in verticale sotto al Vesuvio, era stata sepolta da un’enorme alluvione fangosa che collassando rovinosamente dal vulcano fece retrocedere la costa di mezzo chilometro ingoiando l’abitato. Sigillò persone e cose, ma preservò tutti i materiali deperibili fino al pane e al guscio d’uovo. Se ne perse presto la memoria. Pompei era stata invece coperta da strati alterni di cenere e lapilli, attraverso i quali penetravano gli agenti atmosferici col loro potenziale distruttivo. I miasmi soffocarono gli abitanti, ma della civita non si perse mai la memoria. Presto cominciarono le incursioni degli effossores, i cercatori di tesori. Le suggestive immagini delle vittime, persone e animali, nonché gli infissi delle abitazioni, parti di alberi o di piante sono calchi, eseguiti secondo un ingegnoso metodo inventato dall’archeologo Giuseppe Fiorelli. C’è anche da ricordare un fattore spesso sottovalutato. Tutta la Campania aveva subito nel 62 uno spaventoso terremoto. L’opera di ricostruzione, ove più ove meno, era in corso quando sopravvenne l’eruzione del Vesuvio.

Si ritiene che la regina, memore delle tre “Ercolanesi” viste a Dresda, abbia favorito gli scavi di Ercolano. Ciò appare verosimile, anche perché la residenza di d’Elboeuf ricca ancora di molte testimonianze archeologiche – si sa che finché fu del principe contenne statue e colonne e ben 177 busti, forse non tutti da Ercolano – dopo parecchi passaggi di mano era stata annessa ai siti reali. Il principe l’aveva venduta, stabilendosi definitivamente in Francia quando le mutate condizioni politiche glielo avevano consentito. Dal 1742 fece parte dei possedimenti adiacenti al Palazzo di Portici, al quale fecero subito corona molte fastose abitazioni della nobiltà e dell’establishment napoletano, come è testimoniato da una Istoria del Reame di Napoli pubblicata nel 1749. Nacque così il primo nucleo delle ville vesuviane del “Miglio d’oro”, estesosi poi verso Torre del Greco e i centri limitrofi. Occorre anche ricordare che Carlo era diventato erede di una grande collezione di antichità lasciatagli dalla madre, prima dispersa fra Parma e Roma, che comprendeva fra varie sculture opere colossali. Stupendo il gruppo del Toro farnese, che restò a lungo nella Villa Reale di Chiaia prima di passare nel 1826 al Museo di Napoli.

 


 

IL PRIMO SCAVO REALE

 

Gli scavi reali cominciarono dove si ritiene che nel 1716 si sia fermato d’Elboeuf, il quale avrebbe raggiunto la cavea e la scena del Teatro a quasi trenta metri di profondità senza rendersi conto della natura dell’edificio. I lavori erano diretti dal capitano spagnolo del genio ingegnere Rocco Gioacchino d’Alcubierre, che si occupava contemporaneamente della costruzione della Reggia. Dopo trent’uno anni si sarebbe vantato di essere stato proprio lui a segnalare al ministro Bernardo Tanucci che da alcuni pozzi si poteva accedere a una “antica città”. Avrebbe appreso la notizia quando stava eseguendo, a seguito di un ordine ricevuto il 3 agosto 1738, una pianta dettagliata di boschi, terreni e fabbricati che dovevano costituire l’area del Palazzo. Anche se la notizia della città potrebbe essere stata influenzata da vicende ulteriori è senz’altro credibile che abbia fatto calare con delle funi un operaio nella profondità di un pozzo, da cui era risalito mostrando un cofano con <<piccole pietre di vari diaspri, pezzetti di metallo e altro>>. Grazie all’interessamento del primo ministro marchese José Joaquín de Montealegre, che Elisabetta aveva messo alle costole del giovane sovrano, aveva avuto l’assenso a poter servirsi per le ricerche di quattro dei settecento operai impegnati a Portici. Invitato dopo pochi giorni a “levar mano” per l’irrisione di alcuni personaggi della corte l’Alcubierre sarebbe riuscito in seguito a convincere definitivamente il re. La manovalanza che adoperò era raccogliticcia. Comprendeva ergastolani e schiavi turchi. Ciò non deve meravigliare. Nella costruzione della Reggia di Caserta fu impiegata una legione di galeotti e schiavi musulmani che erano stati razziati lungo le coste africane.

Si procedette esclusivamente per cunicoli, creando pozzi di luce e di aerazione. Vennero fuori pezzi di colonne, di statue, marmi, frammenti di iscrizioni. Finalmente proprio da un’iscrizione ricostituita dal Venuti – che era stato chiamato da Cortona a Napoli per occuparsi originariamente della biblioteca e delle collezioni farnesiane – si ebbe la certezza che l’edificio in parte esplorato e sistematicamente spogliato era il Theatrum Herculanense, del quale un certo Lucio Annio Mammiano Rufo aveva finanziato la costruzione. È difficile immaginare cosa sarebbe potuto essere il Teatro di Ercolano, costruito per circa millecinquecento spettatori, se non fosse stato completamente spogliato come una cava di opere antiche: intatto, con tutte le sculture al loro posto o a breve distanza dalla collocazione originaria per l’impatto con la marea del fango. Da godere cominciando dal prospetto esterno con doppio ordine di arcate e poi dalla summa all’ima cavea con le gradinate, l’orchestra, il tavolato del palcoscenico, l’imponente frontescena (scaenae frons) alto due piani, rivestito di marmi policromi e spartito da colonne marmoree e nicchie per le statue, fra cui le tre “Ercolanesi”.

Avanzando alla cieca gli archeologi si accostarono inconsapevolmente al centro cittadino. Si cercavano tesori. Non solo statue ma suppellettili, mosaici, pitture. Poiché le pitture erano decorazione di pareti, quando staccate e accuratamente incassate non passavano per i cunicoli venivano fatte a pezzi. Più o meno lo stesso per i pavimenti a mosaico, sottratti alle abitazioni antiche anche in più pezzi per reimpiegarli come pavimenti della Reggia. In superficie era issato, con grande fatica, solo ciò che si riteneva avesse valore. Il resto era considerato rifiuto. A mano a mano che si procedeva, spappolando la massa tufacea a colpi di piccone e anche con qualche mina, i cunicoli che erano stati esplorati erano riempiti di nuovo e qualche volta riesplorati per sbaglio. Si trascuravano i frammenti. Grandi pezzi di statue bronzee che una volta recuperati non si riusciva a connettere venivano fusi. Diventavano candelabri, medaglioni con l’effige dei sovrani, immagini sacre. Di una grandiosa quadriga di bronzo con auriga che forse rappresentava Augusto divinizzato – secondo alcuni studiosi Vespasiano – si recuperò intatta solo la testa di un cavallo. Un altro cavallo, intero, fu ricomposto da più di cento pezzi eterogenei. Qualcuno si vantava che fossero stati anche più di duecento.

L’Alcubierre diresse gli scavi per circa un quarantennio. Nei primi tre anni tenne un minuzioso diario, nel quale elencava con precisione gli oggetti che giorno per giorno venivano in luce: <<diversos pedazos de marmol… una estatua de metal… un rayo de la rueda del Carro Triunphal>>. L’ultima data è il 31 maggio 1741, prima che abbandonasse provvisoriamente ogni attività a seguito di una malattia agli occhi. Riprese a lavorare dal 1745 redigendo altri diari, rimasti a lungo manoscritti. Da questi documenti apprendiamo quanto fosse severo il re nei confronti di chi commetteva furti di oggetti archeologici. Si parlava di sparizione di monete d’oro. Nel settembre 1740 tre uomini e due donne di Resina furono incolpati della sottrazione di alcuni recipienti di bronzo, tre lucerne di terracotta, due corniole y otras cosas menudas. Gli uomini subirono l’umiliazione della fustigazione e furono condannati da due a tre anni di carcere, alle donne fu inflitto il confino. In seguito un avviso ben visibile nel cantiere minacciava un minimo di sette anni di carcere per gli operai, la galera a vita a Malta per gli schiavi e gli ergastolani. Non si sa se c’è riferimento con quei galeotti napoletani che Napoleone nel 1798 liberò quando occupò l’isola per impiegarli come combattenti contro gli inglesi.

In questo primo scavo reale destarono ammirazione grandi pitture del ciclo di Teseo e di Eracle. Decoravano le nicchie absidate in fondo a un imponente edificio rettangolare con un’area scoperta e ampi porticati laterali, ritenuto a lungo Basilica, cioè luogo di discussione di vertenze civili e commerciali. Oggi si crede, più verosimilmente, che debba trattarsi di un Augusteum, cioè di un edificio destinato al culto imperiale, situato proprio di fronte a un Sacello degli Augustali scoperto negli anni Cinquanta e avente col decumano massimo funzione non di foro, come si è creduto fino a poco fa, ma di luogo pubblico adiacente a uno spazio più grande che doveva essere il foro vero e proprio. C’è un altro edificio chiamato Basilica noniana all’incrocio fra il cardo III e il decumano massimo, sul lato occidentale del cardo. Scavato solo in parte, è un complesso imponente, forse spartito in tre navate, con ingresso principale sul decumano. Da qui provengono la maggior parte delle sculture della famiglia dominante di Marco Nonio Balbo, proconsole per la provincia romana di Creta e Cirenaica, una sorta di “galleria di famiglia”. Oltre a un ritratto del proconsole posto probabilmente per errore, dopo il ritrovamento, su una statua di togato la “galleria” conteneva un’analoga statua di suo padre che si chiamava esattamente come lui e statue di sua madre Viciria, della moglie Volasennia e di due splendide ragazze che dovevano essere sue figlie. Non dovrebbero invece provenire da qui le due statue equestri di Marco Nonio Balbo che furono trovate nel porticus post scenam del Teatro – da collocare certamente in un’area centrale sulla quale gli studiosi non hanno finora trovato un accordo – né una terza statua equestre in bronzo dello stesso proconsole trovata pure nell’area del Teatro. Nell’area del foro c’erano certamente, fra gli edifici pubblici, un macellum (mercato coperto) e una mensa ponderaria, noti da iscrizioni.

Nello stesso periodo vennero in luce splendidi dipinti su marmo, veri e propri “quadri”, fra cui le famose Giocatrici di astràgali, da intendere come parte del mito di Niobe punita da Apollo e Diana con l’uccisione della prole per essersi vantata con Latona di essere più prolifica di lei. L’esplorazione raggiunse la Palestra verso il limite orientale della città e molte abitazioni fino all’estremo sud. Dal primo edificio furono staccate finissime pitture come L’attore re (1761) e la sovrabbondante decorazione prospettica detta Scenografia teatrale (1743), mentre dalla meridionale Casa dei cervi il bottino fu, pare, di oltre novanta pitture. Proprio qui fu scoperto un pezzo di pane con la “marca” dello schiavo Celer, come annotò scrupolosamente l’Alcubierre sotto la data del 5 ottobre 1748.

La scoperta più clamorosa avvenne però nei pressi del litorale verso Napoli. Nel 1750 fu individuata la grandiosa villa di cui si è accennato innanzi, coperta oltre che dal fango solidificato del 79 dalla lava dell’eruzione del 1631, proprio quella che creò il Granatello. Probabilmente era appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino suocero di Cesare e per questo detta “dei Pisoni”, anche se la discussione sul proprietario resta aperta. Più appropriata la denominazione di Villa dei papiri per la biblioteca di oltre mille scritti sulla delicata membrana del papiro lì trovati nel 1752, di prevalente contenuto filosofico in lingua greca. Si è scoperto in seguito che non mancavano opere latine di Lucrezio, di Ennio suo maestro, di Cicerone. L’autore più rappresentato era il filosofo epicureo Filodemo di Gàdara – città della Siria – amico di Lucio Calpurnio Pisone. Era uno dei tanti maestri di cultura greca venuti a Roma in un periodo nel quale la filosofia consolatoria dell’epicureismo era assai di moda. Poi doveva essersi trasferito come ospite a Ercolano proprio nella villa. Accuratamente arrotolati, i papiri furono scambiati all’inizio per pezzi di legno carbonizzati, perfino per stoffe e reti. Un patrizio colto dell’epoca di Augusto aveva creato nella sua fastosa dimora una specie di cenacolo letterario frequentato, pare, anche da Virgilio e altri della scuola napoletana di Sirone a Posillipo. La villa era piena di opere d’arte. Oltre alle pitture parietali e ai mosaici vi si rinvennero quasi mille sculture, fra cui grandi bronzi come il Fauno ebbro, le cosiddette Danzatrici, la coppia di Corridori, ora tutti al Museo archeologico di Napoli insieme con ritratti in bronzo e marmo di strateghi, dinasti, filosofi, poeti, oratori, infiniti bronzetti.

 


 

LA DIREZIONE DEI LAVORI FRA WEBER E LA VEGA

 

Della villa redasse un’accurata pianta l’ingegnere militare svizzero Karl Weber, subentrato all’Alcubierre nella direzione dei lavori dopo esserne stato collaboratore, mentre di tutto l’abitato esplorato per cunicoli ci resta una precisa pianta eseguita a seguito di accurati rilievi dell’ufficiale del genio spagnolo e architetto Francesco La Vega, che subentrò come direttore alla morte del Weber nel 1763. Col Weber si era avuto un grande salto di qualità nella documentazione degli scavi. Redasse anche un progetto per mettere completamente in luce il Teatro. Ma i costi, cinque milioni di ducati napoletani, sembrarono proibitivi e il progetto, ritenuto “una pazzia”, fu subito archiviato. Personaggio da non sottovalutare La Vega, per molti decenni anche direttore di Pompei, dove fu innovatore nel restauro degli edifici e protagonista di grandi scoperte fra cui il Tempio d’Iside.

Il rinvenimento dei papiri fu un grande avvenimento culturale di cui all’inizio non ci si rese conto, anche perché molti volumina oltre che essere carbonizzati erano stati schiacciati dalla pressione degli scaffali, anch’essi carbonizzati, precipitati uno sull’altro. Si trattava della prima grande biblioteca antica venuta in luce. Quando si capì che i rotoli contenevano degli scritti si tentò invano di aprirli. Al minimo contatto si riducevano in polvere.

Si cimentò inutilmente con un trattamento chimico l’alchimista Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Finalmente il padre scolopio Antonio Piaggio, un genovese che aveva lavorato alla Biblioteca Vaticana, mise a punto una macchina di sua invenzione che riusciva a srotolarli con estrema lentezza, dandovi consistenza con una sostanza collosa e strisce di pelle ricavate da vesciche di animali. Lavorò molti anni, stipendiato da Carlo di Borbone, con la collaborazione di un solo aiutante.

Oggi le tecniche di svolgimento sono molto diverse, fra cui quelle messe a punto dalla scuola di papirologia di Bergen in Norvegia diretta da Knut Kleve che hanno consentito, tra l’altro, la lettura di nuovi testi latini. I papiri e l’ingegnosa macchina di padre Piaggio, già nel Museo Ercolanese annesso alla Reggia di Portici e poi trasferiti nel Museo Borbonico di Napoli, si trovano ora in una apposita sezione della Biblioteca Nazionale detta “Officina dei papiri”.

Trattandosi di iniziativa reale, occorreva una speciale autorizzazione per accedere agli scavi e alla galleria d’arte annessa al Palazzo poi chiamata Museo Ercolanese, affidato dal 1751 alla responsabilità del pittore romano Camillo Paderni. Quelli che riuscivano a ottenerla non erano molti, fra cui i rampolli del “Grand Tour” che quasi tutti scalavano il Vesuvio. Le testimonianze in proposito sono per lo più sconfortanti. A parte l’angustia delle gallerie dove si rischiava di soffocare per il fumo delle torce secondo la testimonianza del de Brosses del 1739, si riteneva che gli scavi fossero eseguiti da persone ignoranti: people of no taste or erudition, con allusione agli spagnoli. La testimonianza è di Thomas Gray che nel 1740 visitò il cantiere con Horace Walpole, figlio del primo ministro britannico. Eppure il re pagava una legione di restauratori, incisori, autori di acquerelli, alcuni reclutati a Firenze e Roma. In ciò si avvalse dell’intelligente collaborazione del marchese Bernardo Tanucci, già docente universitario a Pisa, che diventerà reggente alla sua partenza da Napoli dando nuovo impulso alla ricerca archeologica. Anche lui non sarebbe stato tenero con quegli sterratori che fossero stati sorpresi a sottrarre oggetti dagli scavi: pure questi fustigati a sangue e spediti nelle galere. L’opera di Tanucci nel periodo di Carlo e ancor più in quello del figlio Ferdinando non va assolutamente sottovalutata. Autorevole e riformatrice, durò circa quarant’anni. Per niente apprezzata dalla regina Carolina d’Austria moglie di Ferdinando perché considerata pregiudizialmente filospagnola, fu improntata a grande austerità e alla buona amministrazione. Portò a una notevole limitazione degli abusi ecclesiastici, all’esproprio delle proprietà della Compagnia di Gesù e a un’organizzazione laica dell’istruzione, con la fondazione di collegi e scuole di arti e mestieri. Nel quarantennio in cui Tanucci a Napoli fece il bello e il cattivo tempo i rapporti culturali con la Toscana furono intensi e fecondi.

Dopo l’inizio degli scavi a Pompei – dove lavorando di badile si mettevano in luce con relativa facilità strade, edifici, sepolcri – a Resina si continuò a cercare. Il Satiro dormente e la quinta Danzatrice furono infatti trovati nel 1756, il Mercurio in riposo poco dopo, nel 1758. Le scoperte furono pubblicizzate – come si è accennato – da un volumetto di Marcello Venuti. E anche da un prolisso inventario del Museo di Portici redatto da Ottavio Antonio Bayardi, un monsignore nativo di Parma. Ben protetto a corte perché nipote del ministro marchese Giovanni Fogliani Sforza d’Aragona, fu l’istigatore della confisca di un precedente scritto del Venuti. Le cose andarono così: il Venuti, fattosi calare nel pozzo, grazie a uno scavo mirato dimostrò grande acume nel riconoscere sia l’edificio del Teatro che la sua appartenenza alla città di Ercolano, che molti ritenevano ubicata dov’è Torre del Greco. Ciò non piacque al Bayardi, che stava redigendo il suo straripante inventario: un progetto di sette volumi di Prodromi delle antichità d’Ercolano, di cui cinque con ampie digressioni sui miti di fondazione della città furono pubblicati dalla Regia Stamperia. Da qui la grande ostilità nei confronti del Venuti, avversato anche perché ritenuto responsabile dell’arbitraria diffusione dei risultati di un’iniziativa reale. Ottenne un tardivo riconoscimento quando fu nominato dal re Carlo marchese di Cuma prima che se ne tornasse a Cortona. Pare non per sua volontà. Continuarono a far notizia, negli anni seguenti, gli scempi negli scavi e nei restauri. A Firenze circolò perfino la voce che la pubblicità fatta intorno a Ercolano fosse <<una gigantesca bolla di sapone e una truffa alla napoletana>>.

Sembrò una svolta, nel 1755, la fondazione della Regia Accademia Ercolanese, fortemente voluta dal Tanucci, che doveva riunire quindici eruditi del tempo allo scopo di pubblicare in esclusiva le scoperte. La finalità dell’iniziativa era, soprattutto, la glorificazione della monarchia spagnola. Nel 1757 apparve, edito sempre dalla Regia Stamperia, il primo di una serie di grandi tomi ricchi di incisioni. Il piano editoriale era di quaranta volumi. Ne uscirono otto fino al 1792 sotto il titolo Le antichità di Ercolano esposte, ben oltre la partenza di Carlo da Napoli: cinque sulle pitture, due sui bronzi, uno sulle lucerne, lanterne e candelabri, tutti prolissi di erudizione. Non erano in vendita, ma costituivano un munifico dono del sovrano. La loro diffusione favorì notevolmente la moda del neoclassicismo. Prima in Europa, poi anche oltreoceano: Thomas Jefferson era orgoglioso di esibirne una copia nella sua biblioteca privata. Malgrado la decisa avversione della corte borbonica in molti paesi europei apparvero ben presto libri che descrivevano gli scavi di Ercolano, corredati anche di tavole. Particolarmente diffuso un volume pubblicato nel 1753 a Londra dall’architetto Charles Bellicard, che fu ripubblicato in seconda edizione nel 1756 e l’anno dopo ebbe un’edizione in francese. I disegni erano di Charles Nicolas Cochin, che nel 1751 aveva pubblicato per conto suo una Lettre sur les antiquités d’Herculanum, aujourd’hui Portici. Interessante la sua testimonianza su operai che, lavorando per la residenza di Portici del principe d’Elboeuf, erano giunti a <<une voûte sous laquelle ils trouvèrent des statues>>.

 





 

LA SVOLTA CON WINCKELMANN

 

Un colpo di grazia alla credibilità delle iniziative reali a Ercolano sembrò darlo l’abate tedesco Johann Johachim Winckelmann, considerato il fondatore dell’archeologia intesa come scienza dell’antichità. Figlio di un ciabattino, venne quattro volte a Napoli. La prima escursione la fece agli inizi del 1758 proveniente da Roma, dove era approdato con una borsa di studio ottenuta grazie anche all’interessamento del nunzio apostolico a Dresda Alberico Archinto. Munito di varie lettere di presentazione, pensava di essere ricevuto con riguardo a corte. Particolarmente dalla regina, sorella del principe ereditario di Sassonia Federico Cristiano, che l’anno prima aveva visitato lo scavo di Ercolano accompagnato da Marcello Venuti. Ma non fu così. Dovette aspettare a lungo, benché fosse diventato amico di padre Piaggio, del quale fu anche ospite. Quando finalmente poté accedere al Teatro e al Museo fu guardato a vista, con l’assoluto divieto di prendere appunti e fare disegni, come avveniva per qualsiasi visitatore. Se ne vendicò pubblicando presso un libraio di Dresda due lettere feroci, che ebbero vasta eco. Se la prese in particolare con l’Alcubierre che, disse, non avrebbe avuto a che fare con le antichità più della luna coi gamberi… In seguito i contrasti si appianarono. Grazie a Tanucci fu ricevuto a corte, ebbe in dono una copia delle Antichità e poté visitare anche gli scavi in corso a Pompei, su cui pubblicò un resoconto a Zurigo.

Da Napoli nel 1767 ebbe modo di osservare una violenta eruzione del Vesuvio, che fece affluire la gente nelle chiese per implorare l’intervento di San Gennaro contro la lava. Un suo biografo descrive la sua ascesa al Vesuvio, attingendo alle lettere dello stesso Winckelmann. Con due amici giunge al cratere dopo ore di cammino mentre masse di cenere offuscavano l’aria. Scendendo verso Resina dove avevano lasciato il calesse si dissetano con due fiaschi di Lacrima Christi. Tornato in Italia nel 1769, Winckelmann trovò tragica morte a Trieste.

Nell’ottobre del 1759 Carlo lasciò il trono di Napoli per quello di Spagna. La demenza del primogenito Filippo l’aveva costretto a trasferire la successione a Ferdinando, un bambino di appena otto anni. Un consiglio di reggenza presieduto dal ministro Tanucci ne avrebbe tutelato i diritti finché non avesse compiuto sedici anni. La partenza di Carlo fu napoletanamente festosa. La folla dal molo, dalla spiaggia di Chiaia, dalle terrazze delle case volle vedere la sua nave allontanarsi. Lasciava una capitale ricca di monumenti, ben diversa dalla città ereditata dai viceré austriaci e spagnoli. Tutto il patrimonio archeologico venuto fuori dagli scavi rimaneva qui, così come le ricche collezioni farnesiane ereditate dalla madre. Volle lasciare perfino un anello che portava al dito, proveniente dagli scavi di Pompei. Dalla Spagna avrebbe continuato a vigilare su Napoli fino alla morte, affidandosi prevalentemente al fido Tanucci.

Il 1765 è la data tradizionalmente riportata per la fine dello scavo di miniera a Ercolano, mentre faceva sempre più notizia Pompei, dove fra altre meraviglie era stato scoperto intatto l’Odeon, il teatro coperto.

Fu un peccato, perché da minuziose relazioni all’Alcubierre di Karl Weber e Francesco La Vega recentemente pubblicate si deduce che il 1764 era ancora un anno ricco di promesse per Ercolano. Sotto alla masseria del marchese De Bisogno – da cui, dopo una lunga stasi, lo scavo riprenderà all’aperto nel 1828 – e nelle immediate vicinanze venivano in luce oggetti d’indubbio interesse. Fra cui un Priapo di bronzo “in guisa di animale alato”, fornito di due campanelli.

 


 

LE LEGGENDE ARCHEOLOGICHE

 

A conclusione di quanto detto è opportuna qualche riflessione. Una è quella che fu fatta anche in occasione del Convegno internazionale del 1988 per celebrare i 250 anni dall’inizio ufficiale dell’impresa archeologica a Ercolano, ritenendosi abusiva ogni ricerca antecedente al 1738. Bisogna anzitutto sgombrare il campo dalle “leggende archeologiche”. Non esiste una corte entusiasta per lo studio delle antichità, un re instaurator artis che acquisisce una proprietà perché vicina agli scavi e fa dotte discussioni con Tanucci, definito da uno studioso suo “ministro archeologo”. Potrebbe anche essere leggenda, come si è accennato, l’interesse della giovane principessa che viene da Dresda sognando scoperte. Anche se è vero che più dei sovrani – quelli di casa Borbone tristemente bigotti – furono le regine venute da fuori a promuovere cultura nelle corti napoletane. Dopo Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta ghigliottinata a Parigi, assai entusiasta della ricerca archeologica fu Carolina Bonaparte, moglie dell’infelice Gioacchino Murat.

Il motivo ispiratore di molte iniziative dei sovrani borbonici fu indubbiamente politico. Ciò vale per Carlo e ancor più per il re “lazzarone” Ferdinando, che represse nel sangue ogni richiesta di modernità e nel 1803 inviò in regalo a Napoleone, per ingraziarselo, pezzi archeologici e rotoli di papiri. Mediante la cultura si voleva legittimare la monarchia con le sue folli spese in un mondo che stava rapidamente cambiando, mentre alla gente mancava il pane. Di ciò erano consapevoli gli intellettuali aperti all’illuminismo come Antonio Genovesi e Ferdinando Galiani, antesignani di quelli che numerosi finiranno sul patibolo dopo la tragica esperienza della Repubblica Partenopea. Anche se il giudizio sui re borbonici può essere inquinato dalla retorica risorgimentale – ad esempio, quel Ferdinando che all’inizio del regno affida al Tanucci un timbro con la sua firma per non avere il fastidio di autografare i documenti è anche il sovrano che fa immettere nel Real Museo Borbonico nuove collezioni, consentendo che l’istituto divenga “proprietà allodiale”, cioè estranea ai beni della corona – non si può non riconoscere la differenza di qualità quando alla corte di Napoli bazzicano regine provenienti da culture ben diverse rispetto a quella locale. Talvolta, come nel caso di Maria Carolina moglie di Ferdinando, sacrificate alla ragion di Stato. La madre Maria Teresa ne era tanto consapevole che convinse il figlio Giuseppe II d’Asburgo a recarsi nell’aprile del 1769 a Napoli per verificare come stavano effettivamente le cose. In tale occasione l’imperatore andò con vasto seguito prima a Portici poi a Pompei, dove – alla presenza di Ferdinando, Tanucci, La Vega – l’attendeva la fittizia scoperta di una casa con scheletro già precedentemente scavata.

Una riflessione va fatta anche per le pitture e i mosaici. Si è tanto sparlato di chi li ha staccati dal loro contesto originario per esporli come quadri o pavimenti prima nel Reale Museo Ercolanese e poi in quello che attualmente è il Museo archeologico di Napoli. Ma se quei distacchi non fossero avvenuti gran parte del patrimonio decorativo antico – e non solo delle città vesuviane – oggi sarebbe perduto. A causa degli agenti atmosferici e ancor più dell’incuria di chi, a ogni livello e in diversi momenti storici, ha avuto la responsabilità della gestione dei beni culturali nel nostro Paese.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MUSEO ERCOLANESE


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DALLA NASCITA ALLO SVILUPPO

 

Il Museo Ercolanese a Portici, decantato da Goethe e definito da un viaggiatore francese del Settecento <<il più curioso e il più ricco che si veda in Italia>>, è un contenitore di esclusiva proprietà del sovrano. Si sviluppò a seguito degli scavi eseguiti a Ercolano, Pompei, Stabia e altrove in un’epoca in cui c’era grande interesse per gli oggetti antichi – specialmente per opere che potessero essere esibite come ornamento di grandi residenze – ma non esisteva l’archeologia intesa come scienza dell’antichità. Era difficilissimo ottenere l’autorizzazione per visitarlo. Fu a lungo un vanto per il sovrano e la corte farlo vedere a ospiti illustri, in particolare di famiglie regnanti.

Faceva parte del Palazzo Reale, anche se con ingresso indipendente. La strada per le Calabrie era stata fatta passare attraverso una specie di cortile quadrangolare al centro di un complesso rivolto sia verso il Vesuvio che il mare, in realtà due distinti palazzi con annessi grandi parchi, uniti da corpi intermedi. Quello verso il monte, sede del Museo, incorporò il Palazzo Caramanico, acquistato nel 1746. Per costruire quello verso il mare fu necessario abbattere due preesistenti palazzi di proprietà Palena e Santobuono. Alcuni pezzi antichi particolarmente pregiati, in particolare statue, furono posti qua e là nella Reggia, anche per arricchire esteticamente le fontane. Le due statue equestri di marmo ritenute di Marco Nonio Balbo padre e figlio furono sistemate nei vestiboli sia del palazzo superiore che di quello inferiore, in modo da proteggerle e farle ammirare anche dall’esterno. A una, restaurata arbitrariamente, monsignor Bayardi aggiunse un’iscrizione che celebrava re Carlo come scientiarum et artium instaurator. Tutto il resto fu ammassato nel Palazzo Caramanico e nell’annesso cortile.

Si accedeva al Museo direttamente dalla strada. A sinistra del vestibolo c’era la stanza della guardia, fiera di un’uniforme blu con bottoni di metallo. Una scala a chiocciola fiancheggiata da statue portava al primo piano, mentre un secondo piano era adibito a deposito. Sia sull’ingresso al Museo che sull’accesso alla scala iscrizioni latine redatte dal canonico Alessio Simmaco Mazzocchi decantavano i meriti del sovrano. La prima si riferiva alla regia vis che aveva strappato le rovine di Ercolano Vesevi ex faucibus. Quando Winckelmann visitò quel contenitore non si fece sfuggire l’occasione di riferire la diceria che quell’ampolloso scritto fosse stato concepito in occasione di un’evacuazione faticosa.

Si raggiungeva un ampio cortile dalla stanza della guardia passando attraverso una porta a due battenti in ferro battuto abbellita da varie decorazioni, sulla quale si leggeva l’iscrizione in lettere dorate herculanense museum. Al centro dello spazio aperto troneggiava il cavallo in bronzo ricostruito non si sa da quante centinaia di frammenti della quadriga, posto su una base con un’iscrizione dell’instancabile Mazzocchi. Erano state sistemate lì numerose altre statue, fra cui quelle della famiglia dei Balbi. E inoltre urne, are funerarie, colonne, una ruota di bronzo con residui di legno, puteali, iscrizioni incastrate nei muri. Fino al 1785 davanti alla parete sinistra si poteva ammirare il sedile a semicerchio della tomba della sacerdotessa Mamia, in quell’anno riportato a Pompei nella sua collocazione originaria fuori Porta Ercolano.

All’inizio il Museo Ercolanese non aveva più di quattro stanze. Lo testimonia proprio il Winckelmann riferendosi a quanto appreso durante i primi soggiorni a Portici nel 1758, mentre lo descrive poi minuziosamente in una lettera al conte Enrico di Brühl del 1762 rievocando il viaggio che avevano fatto assieme durante il carnevale dello stesso anno. Parla di diciassette stanze, di cui solo nove allestite, compresa quella dove si svolgevano i papiri. Le pitture si trovavano in stanze separate che non avevano relazione col Museo propriamente detto. Dal 1751 il complesso ebbe un “custode” o conservatore nel pittore romano Camillo Paderni, accusato da padre Piaggio nelle sue Memorie di volerlo dilatare per far soldi, mentre il portinaio dava a intendere <<mille pastrocchie per avere la mancia a parte>>. Al di là di questi pettegolezzi è probabile che si volesse dare una prima sistemazione agli ambienti museali già prima che nel 1759 Carlo lasciasse Napoli. Lo stesso Winckelmann parla del progetto di una “galleria di statue”.

Non si sa se queste notizie si riferiscano a uno studio di totale ampliamento e riordinamento della Reggia in cui Ferdinando Fuga risulta impegnato fra il 1764 e il 1768, mai realizzato. Comunque due delle prime cinque stanze dell’assetto definitivo del Museo furono sistemate a teatro, una come palcoscenico l’altra come platea. Mettendo assieme le varie informazioni, fra cui due piante disegnate e incise da Francesco Piranesi probabilmente su schizzi eseguiti a memoria dal padre Giovan Battista nel 1770, apprendiamo che le pitture ebbero definiva sistemazione in quindici delle diciassette stanze del pianterreno – nelle altre due c’erano le grandi statue di bronzo – mentre precedentemente erano esposte altrove, appese alle pareti come quadri e protette da vetri. Le stanze sistemate prescindevano da ogni contesto culturale. Di solito al centro c’erano oggetti ritenuti importanti, come vasi, statue di bronzo o anche tavolini su cui erano in mostra oggetti di particolare rilievo, ad esempio tripodi. Alle pareti c’erano armadi contenenti le cose più disparate: dalle bilance ai gioielli, alle monete, ai priapi forniti di campanelli, ai ferri chirurgici, ai bronzetti fino agli elementi deperibili da Ercolano come commestibili, stoffe, colori. Una stanza era stata allestita a cucina, copiandone una di Pompei. In un’altra c’erano le impronte delle vittime di Pompei, fra cui quella del seno di una giovane donna dalla Villa di Diomede: prima dell’invenzione dei calchi si portavano al Museo blocchi di cenere compatta contenenti le cavità di ciò che era stato distrutto dagli agenti atmosferici. In un’altra ancora erano state esposte le armi gladiatorie e un ceppo di ferro da Pompei, che evocava il brutale trattamento degli schiavi. Alle pareti, oltre a pitture, c’erano mosaici di particolare pregio, come quelli firmati da Dioscuride di Samo provenienti dalla cosiddetta Villa di Cicerone fuori Porta Ercolano a Pompei. Si era trovato il modo di sistemare anche una “nicchia di mosaico” trovata nel 1740 a Ercolano. In due ambienti erano stati posti oggetti trovati in diverse parti del regno, fra cui le tavole di bronzo da Eraclea.

C’era infine una stanza riservata dove era tenuto sotto chiave tutto ciò che era ritenuto osceno. Il pezzo di principale richiamo era il gruppo marmoreo del dio Pan che si accoppia con una capra, trovato presso la natatio della Villa dei papiri di Ercolano nel 1752. In un primo momento era stato inviato a Caserta per sottrarlo a occhi indiscreti.

In molti pavimenti erano stati reimpiegati i marmi colorati del cosiddetto opus sectile o, più frequentemente, i mosaici che avevano decorato le case antiche, issati a pezzi dai balconi perché non passavano per le scale. Per tale lavoro erano stati adoperati gli schiavi, detti genericamente “mori”. Poiché trascinando le pesanti catene potevano far saltare le tessere dei mosaici Camillo Paderni chiese al ministro Tanucci di farli lavorare senza ceppi. L’esperimento fu interrotto quando il locale parroco riferì che avevano ingravidato donne del luogo.

Ciò che attirava maggiormente i visitatori erano i papiri, che padre Piaggio dal 1753 cercava di srotolare con la sua macchina rudimentale, aiutato all’inizio da un solo collaboratore, Vincenzo Merli. Fino al 1767 l’Officina si trovava in una stanza soggetta al traffico di tutti quelli che vi passavano: ospiti, operai, schiavi.

Il Museo era dotato di laboratori di restauro e per l’esecuzione di calchi. Dal 1739 fu ingaggiato a tempo pieno uno scultore romano, Giuseppe Canart, che fu coadiuvato nel proprio lavoro da quattro aiutanti. All’inizio lavoravano in un ambiente che non faceva parte del Museo. Restauravano un po’ di tutto con notevole disinvoltura. Staccavano anche le pitture dalle pareti. Poi si decideva quali o quali parti – quelle cioè che potevano costituire “quadri” – fossero degne di esser conservate. Il resto veniva distrutto. In ciò le disposizioni del Tanucci dal 1757 risultano tassative. In data 20 aprile 1761 Paderni lo rassicura per iscritto che in sua presenza saranno demolite <<quelle tonache antiche colorate inutili che si rinvengono nei Regi Scavi>>. I calchi di gesso erano eseguiti soprattutto per il re di Spagna. Nel 1765 proprio il Paderni ne accompagna sedici casse imbarcate su una nave, lasciando temporaneamente a dirigere il Museo il figlio Annibale. In seguito riuscirà a far lavorare nel Museo altri due figli, Alessandro e Pirro. Comincia forse così la storia delle assunzioni di parenti nei Beni culturali.

 

 


 

LO SROTOLAMENTO DEI PAPIRI

 

Winckelmann descrive ammirato la lenta e complicata operazione di svolgimento. Si sospendevano i rotoli, trovata l’estremità esteriore si inumidiva un piccolissimo spazio con un pennello morbido, quindi dalla parte non scritta del papiro si incollavano pezzi minuscoli di una vescica di porco o di pecora della grandezza dello spazio bagnato. In quattro o cinque ore di lavoro non si riusciva a staccare e consolidare più di un dito della larghezza del papiro, ricorrendo anche a fili di seta per separare la parte incollata da quella che era ancora da svolgere. Se si sbagliava si danneggiava irrimediabilmente non solo la parte che si tentava di incollare, ma anche quella sottostante non srotolata, creando lacune nei testi. Per srotolare completamente un papiro occorreva anche più di un anno.

Nel gennaio 1772 un mineralogista svedese, Johann Jacob Ferber, docente a Pietroburgo, dopo settimane passate “nella scuola dei vulcani” fra la Solfatara e il Vesuvio, scrive da Napoli che difficilmente padre Piaggio sarebbe riuscito a srotolare molti papiri, in considerazione <<della sua età, della natura del lavoro e dell’esigua ricompensa>>. Eppure lavorò moltissimo, fino alla morte nel 1796. Ma solo nel 1793, quarant’anni dopo la venuta del Piaggio a Portici, fu pubblicato presso la Stamperia Reale il primo papiro svolto, in un’aulica collana che doveva essere di molti grandi tomi a cura degli accademici ercolanesi, ricchi di pregevoli incisioni e belli da vedere ma di scarso valore scientifico. Continuarono l’opera di padre Piaggio soprattutto gli accademici Alessio Simmaco Mazzocchi docente all’Università e canonico della Cattedrale e il suo allievo Carlo Maria Rosini vescovo di Pozzuoli. È singolare che padre Piaggio non conoscesse il greco. Tanto meno, ovviamente, i suoi disegnatori, che trascrivevano il testo così come lo vedevano. Col Winckelmann il Piaggio ebbe un ottimo rapporto, pessimo invece col Paderni. Dotato di un carattere per niente facile, pareva che godesse delle rivalità altrui. Nelle Memorie scrive di un brutto tiro di Weber all’Alcubierre, quando lo fece accorrere da Napoli con la falsa notizia della scoperta di un grande cavallo di bronzo che era in realtà <<grande quanto un gatto>>. Lo spagnolo lo ricambiava trattando Weber da ubriacone e da pazzo, non diversamente da Paderni.

Nel 1754 il primo risultato di tanto lavoro sui papiri fu il quarto libro di un’opera sulla musica redatta dall’epicureo Filodemo di Gàdara, fino ad allora noto solo come autore di epigrammi. La notizia si diffuse con rapidità fra le persone colte, destando speranze di nuove conoscenze dei classici antichi sia greci che latini. Vi accennano con entusiasmo nomi prestigiosi della cultura europea. Lo stesso Winckelmann aveva sperato che si potessero trovare libri perduti di Diodoro, Eforo, Aristotele, nonché opere sconosciute di Sofocle, Euripide, Menandro. Ne scrive anche Leopardi nei Paralipomeni della Batracomiomachia, sia pure per criticare gli accademici ercolanesi che riteneva tardassero a divulgare il contenuto dei papiri, per cui da tempo era in ansia <<l’Europa tutta>>. Nel 1757 una giovane poetessa francese, Marie Anne du Bocage, delusa dalla visita dei cunicoli, si dichiara entusiasta dell’opera di padre Piaggio, esprimendo la speranza che possano venir fuori libri sconosciuti di Livio e Tacito. È singolare la notizia che qualche anno dopo Anne-Claude-Philippe conte di Caylus, membro dell’Académie Royale des Inscriptions et Belles Lettres, abbia progettato di far rubare un papiro corrompendo un sorvegliante: <<Ce serait un grand coup!>> scrive.

Nel 1775 il medico e scrittore scozzese John Moore, dopo essersi soffermato a Napoli dove <<il numero di preti, monaci, imbroglioni, avvocati, nobili, lacchè e lazzaroni supera ogni ragionevole limite>>, visita più volte il Museo. Resta ammirato dalle grandi statue di bronzo come il Fauno ebbro, dalle pitture e anche dalla varietà e bellezza di lampade, tripodi e vasi, dai numerosi utensili domestici, ma ritiene i papiri <<di non grandissimo valore>>. Auspica che il re di Napoli ne mandi almeno uno a ogni università d’Europa perché si trovi un metodo più efficiente di quello adottato dai locali copisti, costretti a lasciare molti spazi bianchi dove le lettere risultavano cancellate. Testimonia che molti papiri erano stati inviati a Madrid, cioè al re Carlo, benché ne rimanessero molti a Portici.

Quando nel dicembre 1798 Ferdinando, per scansare la rivoluzione a Napoli, fuggì a Palermo portò con sé ben sessanta casse dal Museo Ercolanese compresi i papiri, oltre ai maggiori tesori dei siti reali. Risolta tragicamente la Repubblica Partenopea, quasi tutto fu restituito ai luoghi di provenienza. In quegli anni si stava occupando dei papiri un ambiguo personaggio, l’inglese John Hayter, cappellano del principe di Galles e futuro re Giorgio IV. Il principe aveva stipulato un accordo con Ferdinando. Prevedeva l’installazione a spese degli inglesi di ben trenta macchine per lo svolgimento dei papiri: una volta trascritti sarebbero stati stampati come i precedenti, che contenevano tutti opere di Filodemo, dalla Stamperia Reale. Fu una sorpresa, nel 1802, la scoperta dello sconosciuto undicesimo libro dell’opera Della natura di Epicuro, di cui Hayter tentò di far incidere le colonne per inviarle subito a Londra. Quando nel febbraio 1802, a seguito dell’avvento dei francesi a Napoli, la corte borbonica riparò di nuovo a Palermo Hayter tentò di far riportare i papiri in Sicilia con tutta l’Officina. Ma il re fu irremovibile. A Palermo sarebbero andati solo i disegni, al fine di procedere con le incisioni e la pubblicazione. Hayter si dedicò allora a un altro tipo di trastulli. Tentò di rapire una fanciulla da un convento. Per il clamore dello scandalo dové tornare precipitosamente in patria, dove in seguito giunse anche tutta la documentazione sui papiri. Il principe di Galles la donò all’Università di Oxford, dove tuttora si trova.

 

 


 

L’INTERESSE INTERNAZIONALE

 

È singolare che mentre la corte borbonica ha un atteggiamento di chiusura nei confronti del pubblico e degli studiosi non irreggimentati nell’Accademia Ercolanese, all’estero c’è chi riesce a pubblicare opere del Museo schizzate frettolosamente a memoria dopo la visita. Capitò a Charles Nicolas Cochin, che prima di dedicarsi con l’architetto Charles Bellicard a un volume su Ercolano che ebbe grande successo – come si è accennato innanzi – nella Lettre sur les antiquités d’Herculanum del 1751 tradusse in incisioni le pitture più celebri provenienti dalla cosiddetta Basilica. Probabilmente fu un articolo del 1765 su Ercolano firmato da Louis de Jaucourt sull’Encyclopédie a far entrare le scoperte della cittadina vesuviana nella cultura europea. Una prima timida apertura l’aveva data Carlo quando, spinto dalla moglie Maria Amalia di Sassonia, aveva chiamato artisti da Dresda per fondare la manifattura di porcellane a Capodimonte e altri specialisti da vari luoghi per arredare le numerose residenze reali. Ben altra vivacità ebbe la cultura europea nell’area napoletana verso gli anni Ottanta del Settecento grazie all’attività di grandi pittori tedeschi come Johann Heinrich Wilhelm Tischbein e Philipp Hackert – quest’ultimo pittore ufficiale di Ferdinando di Borbone – nonché del poeta e scrittore Johann Wolfgang Goethe, che pochi sanno abbia prodotto anche migliaia di disegni e acquerelli. Per lui l’Italia era “un paese deturpato”. Descrive Napoli con fare canzonatorio: <<La città si preannuncia felice, libera e vivace, un numero infinito di persone si affrettano disordinatamente, il re è a caccia, la regina in stato interessante. E meglio di così non può andare>>. Si vedevano tutti nella lussuosa dimora di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli, nei pressi della Villa Reale. Non erano attratti dal panorama di Capri, Posillipo e della costa di Sorrento ma dalla giovane e lasciva Emma Lyon, che vestita di vivaci colori li intratteneva danzando nelle pose delle pitture pompeiane. Sotto la data del 27 maggio 1787 Goethe scrive: <<Hamilton ci ha condotto nelle stanze sotterranee della sua collezione segreta d’arte. Qui regna il caos: oggetti di tutte le epoche, busti, torsi, vasi, bronzi, ogni sorta di arredo. A terra, in una lunga cassa, ho visto due splendidi candelabri di bronzo. Con un cenno li ho fatti notare a Hackert e gli ho chiesto sottovoce se non li trovasse del tutto simili a quelli di Portici. Mi ha chiesto di tacere perché in effetti potevano aver perso la strada di Pompei ed essersi ritrovati qui>>.

Sir Hamilton era da più di un ventennio il più importante punto di riferimento culturale per chi veniva a Napoli dall’estero e anche per la comunità internazionale nella capitale borbonica. Quando nel 1769 c’era stata la visita dell’imperatore Giuseppe II, nella folta comitiva che l’accompagnò agli scavi di Pompei col re Ferdinando e la moglie Maria Carolina figlia di Maria Teresa d’Austria c’era anche lui oltre all’ambasciatore austriaco conte Ernesto di Kaunitz. Fu davvero un accanito collezionista. Faceva grande incetta di oggetti antichi, molti dei quali furono venduti al British Museum. Quando Winckelmann venne per la prima volta a Napoli ne divenne amico. L’eruzione del Vesuvio dell’ottobre 1767 volle vederla da vicino, salvo poi a scappare alla vista dei bagliori dei rivoli di lava che scendevano verso l’abitato, come avevano fatto anche il re e la regina abbandonando in fretta la Reggia di Portici: probabilmente proprio quest’avvenimento giustifica l’assenza di notizie per alcuni anni dal versante ercolanese del vulcano. Comunque tre anni dopo – esattamente il 16 ottobre 1770 – proprio Hamilton scrive dell’impronta della testa di una statua, poi riconosciuta corrispondente a quella del proconsole Marco Nonio Balbo, lasciata nella massa tufoide nei pressi della scena del Teatro. Quella statua doveva far parte della decorazione dell’edificio. Investita dall’alluvione fangosa era schizzata via e la testa era capitata lontano dal tronco, presumibilmente recuperata dai primi scavatori. Hamilton osserva acutamente che <<l’impronta dei tratti del viso nel tufo potrebbe servire da matrice a un calco>>. Tale impronta diventerà una grande attrattiva per Ercolano sotterranea. Nel 1811 sarà vista anche dal giovane Stendhal, ufficiale dei dragoni di Napoleone.

Nella seconda metà del Settecento furono molti i visitatori stranieri sia al Museo che al Teatro. Anche dal nord Europa, incoraggiati da una lettera pubblicata dallo svedese Jacob Jonas Björnstahls, docente all’Università di Uppsala, che era stato in Italia fra il 1770 e il 1773. Nel febbraio del 1770 Francesco La Vega, direttore degli scavi, fa da cicerone all’arciduca Ferdinando d’Asburgo con la consorte, nel dicembre 1782 al duca di Chartres e al suo seguito, nel settembre 1785 a Stanislao Poniatowski nipote del re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski, che resta ammirato dalle pitture, dai vasi e dalle armi del Museo. Sono molti i rappresentanti del cosiddetto “illuminismo polacco” che in quegli anni visitano il Vesuvio, Ercolano, Pompei lasciando vivide narrazioni delle loro escursioni. Lo statista e scrittore Stanislao Kostka Potocki descrive una discesa dal Vesuvio per circa sei ore in un fosco paesaggio. Ai piedi del monte attendevano gli asini e faceva da guida un contadino con in testa un paniere colmo di schegge di lava che vendeva ai turisti. Riflettendo sulla distruzione di Ercolano osserva quanto sia stupido o temerario l’uomo, che si ostina a costruire case sulle tombe dei suoi simili.

L’architetto Augusto Moszynski, curatore delle collezioni reali, in un Diario compilato per il sovrano tratta ampiamente di Ercolano e Pompei, scrivendo sulla conservazione delle pitture e sui papiri. Esprime indignazione per la sorte della quadriga e manifesta l’opinione che ogni oggetto dovrebbe essere lasciato al suo posto (ma poi in una lettera da Roma preannuncia al re l’invio a Varsavia di diversi oggetti archeologici, fra cui un capitello dal Teatro di Ercolano).

Un altro viaggiatore dello stesso periodo e famoso patriota, Francesco Bielinski, che possedeva una ricca biblioteca con molti libri sul Vesuvio e una copia del Voyage pittoresque dell’abate di Saint-Non in cinque volumi pagata la cifra notevole di 186 ducati napoletani, scrive di una sua avventurosa scorribanda in calesse da Napoli a Pompei passando per San Giorgio, Portici, Resina e Torre del Greco.

Infine il geologo e giurista Stanislao Staszic in un Diario che si riferisce a un periodo fra la fine del 1790 e i primi mesi del 1791 descrive con vivacità la vita delle strade di Napoli, col suo <<fracasso di gente, passar di carrozzelle, luci dai caffè>>. Era stato ospite a casa Hamilton, dove aveva visto una ricca collezione di <<vasi etruschi>> e ben dieci ritratti di Emma Lyon, la futura Lady Hamilton e amante dell’ammiraglio Nelson. Nella stessa casa era stato ospite e aveva visto gli oggetti antichi Stanislao Poniatowski, il nipote del re polacco.

Nel 1783 Francesco Piranesi aveva pubblicato a Roma – non si sa come, non essendo stato certo autorizzato dal re – un volume sul Teatro dotato di splendide tavole, planimetrie, sezioni e ricostruzioni, frutto dei frequenti viaggi che dal 1770 aveva compiuto nell’area vesuviana col padre Giovan Battista. Nel dicembre 1787 Francesco La Vega propone Don Giovanni Casanova, fratello minore del celebre Giacomo, come disegnatore di quelle pitture che non venivano staccate dalle pareti per non aggiungere <<all’Opera di Ercolano molt’altro di inutile>>, come testimoniano i preziosi Diari dei fratelli Francesco e Pietro La Vega pubblicati nel 1997.

 

 


 

IL TRASFERIMENTO DEL MUSEO A NAPOLI

 

Nello stesso anno 1787 Goethe, dopo aver espresso i soliti giudizi negativi, nel celebre Viaggio in Italia dà notizia del museo che si stava progettando di istituire a Napoli nel Palazzo degli Studi. Oltre a tutto ciò che si era ammassato a Portici vi si voleva concentrare il patrimonio artistico, antiquario e librario proveniente dai Farnese, fra cui enormi sculture in marmo: <<Il Borbone farà costruire adesso a Napoli un Museo dove si raccoglierà tutto quanto possiede in fatto d’arte: il Museo Ercolanese, gli affreschi pompeiani, i quadri di Capodimonte, tutta l’eredità farnese. Sarà una grande e bella impresa>>. Il trasferimento da Portici a Napoli comincerà però solo nel 1805 e sarà completato nel 1822, anche se esiste una festosa incisione di tale trasporto pubblicata molti anni prima da Jean Claude Richard, il già citato abate di Saint-Non. Nel suo monumentale Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile (1781-86) è proprio l’autore a definire tale incisione – che pare riprodotta da un acquerello di Jacob Philipp Hackert – frutto d’immaginazione: <<L’Artist, chargé de dessiner l’elévation perspective de ce Palais, a, par anticipation, imaginé d’orner cette Vue d’une espèce de Cérémonie ou Fête dans laquelle il a réuni les principaux morceaux d’Herculanum>>.

Una prima idea di trasferire il Museo Ercolanese risale al 1768. Il progettista del Palazzo Reale di Caserta Luigi Vanvitelli testimonia la “reale intenzione” del trasferimento proprio a Caserta. Il 2 maggio 1776 il direttore del Museo Camillo Paderni aveva chiesto con lettera al ministro Tanucci se il Museo dovesse rimanere a Portici, per regolarsi sui pavimenti antichi che si dovevano ancora applicare nelle sale. Evidentemente il vecchio contenitore non bastava più. E c’era anche l’esigenza di rendere libero il Palazzo Reale <<per uso tutto della Real Famiglia>>, come aveva scritto Ferdinando Fuga nel progetto mai realizzato di cui si è parlato innanzi. Da qui l’incarico proprio al Fuga nel 1788 di sistemare il Palazzo degli Studi <<per collocarvi il Real Museo di Portici e la gran libreria pubblica ed appresso la celebre Quadreria esistente nel Real Palazzo di Capodimonte>>. Poi gli eventi erano precipitati con la Repubblica Partenopea e le due precipitose fughe di Ferdinando a Palermo. Molti oggetti erano rimasti in Sicilia e probabilmente a Ferdinando ormai interessavano meno le cacce alle falde del Vesuvio. Quando sotto il governo di Giuseppe Bonaparte giunse l’ordine del trasferimento a Napoli gli oggetti di maggior valore non si trovavano più a Portici.

Il primo a dirigere il Museo Borbonico, dopo essersi occupato del trasferimento a Napoli di gran parte di ciò che era stato ammassato nel Museo Ercolanese, fu il salentino Michele Arditi, nominato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte e in seguito confermato sia da Gioacchino Murat che da Ferdinando dopo la Restaurazione. È uno dei rari esempi di rappresentanti dell’ancien régime che, superando con disinvoltura il periodo napoleonico e murattiano ricavandone vantaggi, tornano al servizio dei Borbone.

L’Arditi – che era stato avvocato, pubblico amministratore e membro dell’Accademia Ercolanese, grande collezionista di oggetti e documenti antichi, amico di Antonio Canova e Giovanni Paisiello – manterrà infatti per molti lustri la carica di direttore del Museo e sovrintendente “degli Scavi d’antichità di tutto il Regno”, come risulta dai periodici rapporti che gli erano indirizzati. Fu sua l’iniziativa di far pubblicare in edizione più snella le Antichità di Ercolano esposte, poste in vendita col titolo Real Museo Borbonico, di cui comparvero ben diciotto volumi. A Pompei si impegnò moltissimo. Fece preparare un piano di esproprio di tutta l’area archeologica che doveva avvenire a costo zero, indennizzando i proprietari dei terreni con suoli di equivalente valore dei soppressi monasteri di Scafati, Angri e Nocera. Nel 1814 il Museo si arricchì della collezione Borgia, nel 1816 della collezione privata che era stata della regina Carolina Murat. Nel 1819 l’Arditi fece costituire il “Gabinetto di oggetti riservati”, mettendovi quel complesso di pitture e sculture di soggetto erotico che erano rimaste a lungo sotto chiave nel Museo Ercolanese. La collezione sarà poi aperta al pubblico, con grande scandalo dei benpensanti, da Alessandro Dumas padre quando sarà nominato direttore da Garibaldi. È proprio grazie a Garibaldi che il Real Museo Borbonico diventò Museo Nazionale.

Col passaggio dai Borbone alla monarchia sabauda il Palazzo Reale di Portici rischiò di essere frazionato e venduto all’asta. Il direttore del Museo Nazionale e degli Scavi di antichità Giuseppe Fiorelli si premurò di chiederne una parte in uso gratuito per trasferirvi le collezioni pompeiane ed ercolanesi. Ma quando, qualche anno dopo, parve che l’evento si stesse realizzando, fu proprio il senatore del Regno Giuseppe Fiorelli a intervenire presso il demanio e il Ministero della Pubblica istruzione perché il trasferimento non fosse attuato.

 

 

 


 

IL PERIODO FRANCESE

 

Nel periodo francese l’interesse per gli scavi riguardò soprattutto Pompei, anche se non mancarono mai visitatori a ciò che era possibile vedere di Ercolano sotterranea. I figli di Murat Achille e Luciano sono raffigurati in un dipinto di Louis Nicolas Lemasle, ora al Museo di San Martino, mentre visitano il Teatro. Non cessò mai anche la moda di ispirarsi alle opere venute in luce dalla cittadina vesuviana. La moglie del re Carolina Bonaparte, che voleva assistere di persona alle scoperte più importanti di Pompei, una volta anche accompagnata da Canova, fece eseguire nella Reggia di Portici mobili e decorazioni parietali ispirati a modelli ercolanesi. Commissionò anche un grande tavolo circolare col ripiano ricavato da un mosaico di Ercolano che aveva al centro una testa di Medusa, in seguito trasferito alla Reggia di Capodimonte. Un esempio analogo l’aveva già dato nel 1782 Ferdinando, inviando in dono al padre Carlo in Spagna un lussuoso servizio da tavola decorato in gran parte con motivi iconografici tratti dalle pitture ercolanesi.

In quanto alla presenza nel Teatro dell’autore del Rosso e nero essa non deve meravigliare. Da molto prima della Repubblica Partenopea fino al tragico epilogo dell’avventura di Murat e ben oltre, mentre la Francia con l’illuminismo rimaneva riferimento fondamentale per la cultura napoletana, a Napoli e dintorni – soprattutto a Pompei, Ercolano, il Vesuvio, l’Averno – c’era un continuo afflusso di viaggiatori eccellenti. Oltre a Stendhal vennero Madame de Staël e Chateaubriand, in seguito anche Alphonse de Lamartine che a Napoli fu segretario d’ambasciata e tanti altri.

Pure sul piano delle arti figurative, a cominciare dalla scuola di Resina e da quella di Posillipo, la cultura francese rimase a lungo un modello di riferimento.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMI SCAVI ALL’APERTO

 






LA DIREZIONE DI MICHELE ARDITI

 

Lo scavo all’aperto di Ercolano comincia nel 1828, sotto il breve regno di Francesco I di Borbone  (1825-1830). A differenza del rozzo re Ferdinando suo figlio aveva ricevuto una buona educazione, prevalentemente scientifica. Da giovane, non ancora ventenne, aveva pubblicato due saggi di botanica. Gran parte del merito dell’iniziativa, comunque, pare sia stata del succitato Michele Arditi da Presicce, marchese di Castelvetere, che restò alla direzione del Museo e degli scavi per decenni con la qualifica di Sovrintendente.

Spirito laico, aveva esordito a vent’anni con scritti giuridici in latino. Seguirono una Supplica alla Maestà del re in nome del clero e della università di Presicce, suo luogo natio nel Salento, contro le “gravezze” del parroco e del vescovo della diocesi di Ugento, quindi lo scritto Degli abusi dei parrochi e dei vescovi. Si impegnò moltissimo nei numerosi incarichi che ebbe nel Regno e fu tanto benvoluto a corte da essere sepolto nella centralissima chiesa di San Ferdinando a Napoli in una grandiosa tomba eretta, pare, dal Canova non lontano da quella della duchessa di Floridia, moglie morganatica del re Ferdinando dopo la morte di Maria Carolina nel 1814.

Come detto innanzi, fu sua l’iniziativa di far pubblicare un’opera più snella delle monumentali Antichità di Ercolano intitolata Real Museo Borbonico, di cui furono pubblicati 18 volumi.

Un accenno di rinnovato interesse per Ercolano si era già avuto nel novembre del 1816 quando subito dopo la Restaurazione Ferdinando aveva fatto sistemare l’accesso al Teatro, dando precise disposizioni per la visita del monumento. Ce lo testimonia Michele Ruggiero nella sua Storia degli scavi di Ercolano ricomposta su’ documenti superstiti, pubblicata a Napoli nel 1885: <<Ha Sua Maestà ordinato e vuole che si proibisca al custode di adoperare torce di pece per accompagnare i curiosi, assegnando loro a tal uopo torce di cera ogni mese, che dopo essersi ripulito il locale già annerito dal fumo si facciano riattare gl’intonachi cadenti>>. Al Teatro si doveva anche assicurare <<una discesa bella e decente>>.

Come si spiega questa premura del monarca borbonico? Bisogna, credo, rifarsi al decennio francese, che stabilì una netta frattura col passato. In particolare al grande interesse per l’archeologia dimostrato da Carolina Bonaparte, regina di Napoli per sette anni dal settembre 1808. Si è già ricordata la visita al Teatro dei suoi figli, raffigurata nel citato quadro del Lemasle. Occorre aggiungere gli studi e i rilievi sull’edificio eseguiti nel primo decennio dell’Ottocento dall’architetto francese François Mazois, benché pubblicati postumi nel 1838. E anche la realizzazione di due plastici del Teatro in legno e sughero eseguiti da Domenico Padiglione nel 1808 su iniziativa dell’Arditi.

È chiaro, cioè, l’intento politico di Ferdinando di voler far dimenticare la repressione della Repubblica Napoletana nel sangue e nella forca nonché la finzione della monarchia costituzionale. Di fronte all’Europa intendeva apparire sulla scia delle benemerenze culturali dei sovrani dell’intervallo francese. Si spiega meglio, così, il suo impegno a incrementare le collezioni del Museo di Napoli mentre faceva realizzare nel grande spiazzo aperto da Murat davanti alla Reggia la monumentale chiesa di San Francesco di Paola, al centro di un porticato a emiciclo di ordine dorico. Comunque gli ambienti di accesso al Teatro furono poi tenuti in pessimo stato, tanto che dovette intervenire nel 1849 la Commissione per le riforme del Regio Museo e degli Scavi di antichità. Nel 1865 furono necessari altri interventi per interessamento di Giuseppe Fiorelli.

 

 

 


 

L’INDUSTRIA DEL FALSO

 

Forse è opportuno ricordare che negli anni fra il decennio francese e il ritorno di Ferdinando sul trono comincia a Napoli una massiccia industria del falso a opera soprattutto del restauratore Raffaele Gargiulo. Aveva iniziato la sua attività lavorando per la collezione di Carolina Murat: la regina possedeva fra l’altro grandi vasi da Canosa che, immessi sul mercato antiquario alla fine del periodo francese, si trovano ora in un Museo di Monaco di Baviera. La continuò in seguito per quasi mezzo secolo nel Real Museo Borbonico stando a capo dell’officina di restauro. Il Gargiulo gestiva contemporanea­mente, con un socio, un laboratorio <<per la manifattura de’ vasi e bronzi a imitazione degli antichi>> situato proprio di fronte all’edificio del Museo. Con i suoi aiutanti andava in cerca di “rottami di vasi” che poi erano restaurati alla meglio e finivano all’estero. L’Arditi nel 1821 scrive: <<Ha l’arte di contraffare così bene i vasi moderni, e di dare a quelli l’aria di antichità, che giungono talvolta a far quasi illusione anche alle persone più esperte>>.

Nel 1834 in un’“Esposizione delle manifatture del Regno di Napoli” gli fu conferita una medaglia d’oro per aver migliorato la tecnica della verniciatura a fuoco nella realizzazione di un vaso sul quale era rappresentata la battaglia d’Isso, sul modello del mosaico della Casa del Fauno di Pompei. Tale tema fu trattato ampiamente da tutte le industrie del falso napoletane, di cui il Gargiulo è da considerare il caposcuola. Anche il grande mosaico fu replicato più volte, con notevole fortuna.

 

 

 


 

L’IMPEGNO DI CARLO BONUCCI

 

Sono responsabili degli scavi dal 1815 Antonio Bonucci e dal 1828 suo nipote Carlo Bonucci, entrambi con la qualifica di “architetto direttore”. Il periodo di attività di Carlo fu particolarmente fecondo. Nel 1827 in collaborazione con altre due persone pubblicò una Guida pel Real Museo Borbonico. Redasse anche una guida degli scavi di Pompei dagli accorati toni romantici. L’intitolò Pompei descritta. Ebbe varie edizioni, anche in francese. Scrisse numerosi rapporti di scavo, pubblicati per lo più nel Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza archeologica di Roma. A Pompei – dove ebbe come stretto collaboratore il giovane Giuseppe Fiorelli, che proprio lui propose per l’assunzione al Sovrintendente Francesco Maria Avellino in carica dal 1839 – scavò, fra l’altro, la Casa del Fauno, denominata anche “Casa di Goethe” a ricordo della visita che Goethe da ottuagenario vi aveva compiuto nel 1787. Il famoso mosaico con la battaglia d’Isso fra Dario e Alessandro venne in luce il 24 ottobre 1831. Staccato e portato al Museo di Napoli, con decisione molto coraggiosa fu messo in seguito al muro, come un grande quadro, dal Sovrintendente Vittorio Spinazzola nel 1915.

Dopo che il re aveva stanziato la somma di 2000 ducati annui si cominciò con l’acquisto di un campo coltivato a orto e vigneto della Masseria De Bisogno, dove sbucava ancora un cunicolo settecentesco. I lavori di scavo furono affidati a Carlo Bonucci, che già nel 1835 fu in grado di pubblicare una sommaria guida dei risultati in un opuscolo che trattava anche degli scavi precedenti, con un elenco degli oggetti provenienti da Ercolano esistenti nel Real Museo Borbonico. Vale la pena di riportare ciò che scrive all’Arditi in un rapporto datato 9 gennaio 1828 da Resina: <<A’ due del corrente, giorno memorabile pel nostro paese, per l’archeologia e per le arti, ebbe principio la grande impresa che restituirà all’esistenza e al giorno la leggiadra Ercolano. Torrenti di pioggia avevano fin dall’alba impedito che i distinti personaggi stranieri e nazionali che vi erano accorsi potessero esser presenti, ma non perciò i nostri impiegati abbandonarono il loro posto o gli operai il loro lavoro. Due ponti furono ben presto eseguiti sul vico di Mare onde agevolare lo sgombramento de’ materiali… Degni la di lei bontà di supplicare l’Eccellentissimo Ministro della Real Casa di essere sempre più presso la magnificenza del nostro amabilissimo Sovrano il protettore di un’impresa che ha ottenuto, benché all’invano, i voti di tutti i secoli e di tutte le genti. E così Ercolano e Pompei riunendo i loro raggi di gloria con quelli de’ Gigli d’oro confonderanno presso i posteri i nomi immortali di Augusto, di Tito e di Mecenate con quelli di Francesco I e de’ Ruffo>>.

Il riferimento è al ministro di Casa reale Girolamo Ruffo nel consiglio presieduto da Luigi de’ Medici (1822-30). Il 10 marzo il re e la regina Isabella – sua seconda moglie dopo che era morta per tisi Maria Clementina, figlia dell’imperatore d’Austria Leopoldo II – sono di nuovo sullo scavo. Sempre il Bonucci all’Arditi: <<Essendo Ella indisposta ho adempiuto le di Lei veci e ho avuto l’alta fortuna di ricevere le prelodate Maestà colla loro Augusta compagnia e di accompagnarle in tutto il tempo che si son compiaciute trattenersi in questi antichi monumenti>>.

Seguivano molte osservazioni di Sua Maestà, che si era improvvisato archeologo.

Gli inizi sembrarono assai promettenti. Si portò in luce parte di una grandiosa abitazione che, splendente di particolari policromi, si sviluppava su due piani, con ambienti sotterranei, numerose stanze di diversa grandezza e funzione, aree verdi, un triclinio, due ampi porticati. Si affacciava sul III cardo con un avancorpo pensile aggettante sul marciapiede come una lunga balconata, detto meniano. L’ingresso principale era sull’arteria parallela: il II cardo, mai esplorato all’aperto. Fu chiamata Casa d’Argo da un quadretto con dipinta Io sorvegliata dal mitico mostro dai cento occhi. Dovevano esserci molte altre pitture. Quelle individuate raffiguravano Perseo e Medusa, Il supplizio di Dirce, paesaggi.

In ambienti del piano superiore si trovarono legumi, ulive, grano, fichi secchi, del pane, miele. I fichi, coperti di foglie forse di lauro al momento del rinvenimento, colpirono tanto il re da indurlo a compiere più di una visita. Il 5 maggio 1828 è in compagnia di numeroso seguito, fra cui il principe Federico di Sassonia. Il Bonucci fu incaricato di portare a corte sistemati in un cassettino <<una lucerna con l’emblema del gallo e le lenticchie, il miele, i fichi secchi, una noce e il farro>>, dono di Sua Maestà all’illustre ospite.

Questi ritrovamenti erano un primo eloquente esempio di ciò che poteva dare Ercolano: edifici con tutti gli elementi deperibili sia strutturali che della vita quotidiana perfettamente conservati, fatto impensabile a Pompei. Ma il Bonucci si trovò presto di fronte a problemi di difficile soluzione.

<<I lavori presentano ogni giorno delle circostanze così nuove e delicate che ci pongono spesso in qualche imbarazzo>> scrive. Sarebbe stato cioè necessario un accurato restauro che all’epoca, malgrado fosse stata istituita un’apposita commissione, risultava oltre che difficile abbastanza dispendioso. Le parti superiori crollavano rovinosamente. Ancora, patetico, il Bonucci: <<I legnami che per diciotto secoli han sostenuto i pavimenti e le mura di questi antichi edifizi sembrano finalmente stanchi di un tale officio e minacciano di ritornare alla loro polvere antica>>.

I lavori nella monca insula II furono sospesi e ripresi più volte, mettendo in luce alcune abitazioni vicine. L’imponente Casa di Aristide – chiamata stranamente così dopo la scoperta di una statua dell’oratore Eschine, ritenuta di Aristide, nella Villa dei papiri raggiungibile mediante i cunicoli – era un massiccio complesso che inglobava nelle sostruzioni un bastione della fortificazione. Aveva restituito nei cunicoli scheletri di persone e animali. Fu tanto maltrattata dagli scavatori che risultò poi difficile stabilire se alcuni ambienti appartenessero a quest’edificio o alla Casa d’Argo.

La Casa del Genio, detta così da una pittura poi perduta, si presentava come un’ampia domus patrizia con accesso principale dal cardo II. Scavata negli anni 1829-30 quando aveva tutte le coperture intatte e poi ancora nel biennio 1850-51, mise in luce parte di un grande porticato con una piscina al centro e altri ambienti prospicienti il cardo III, ma dei restauri chiesti dal Bonucci e autorizzati con un rescritto del re dopo alcuni anni non si vedeva più niente. Sotto la direzione del Bonucci si scavarono pure il fronte sul cardo III e alcuni ambienti sotterranei della Casa dell’Albergo, vasta abitazione ritenuta erroneamente un hospitium, che si sviluppava su gran parte dell’insula  III dal lato meridionale.

Michele Ruggiero, autore, come si è detto, di una Storia degli scavi di Ercolano ricomposta sui documenti superstiti pubblicata a Napoli nel 1885, ricorda un episodio un po’ sconfortante di cui fu protagonista il Bonucci. In previsione di una preannunciata visita dei granduchi di Russia trasforma un ambiente sotterraneo di quella casa in un tempietto, collocandovi due teste marmoree di un Fauno e di un Mercurio che aveva trovato sul mercato antiquario. Un violento temporale autunnale spazzò via, fortunatamente, quella creazione posticcia. Furono gli stessi custodi degli scavi a riferire al Ruggiero la fantasiosa invenzione del sacello, che forse aveva avuto complicità ben più in alto.

 

 

 


 

ULTIMI SPRAZZI NEL PERIODO BORBONICO

 

Nel febbraio del 1837 Michele Arditi in un rapporto al ministro dell’Interno marchese Nicola Santangelo, famoso collezionista, propone la sospensione degli scavi di Ercolano, che definisce <<assurda impresa, infelicissimi scavamenti>>. Ritiene che il denaro annualmente stanziato per questi scavi potrebbe essere impiegato più utilmente nei grandi monumenti di Pozzuoli, Baia, Cuma e Miseno. Un rescritto del 18 marzo 1837 dispone la sospensione dei lavori di scavo. Così <<il Sovrintendente generale agli scavi e musei del Regno, il sopravvissuto di due dinastie di rivoluzioni e restaurazioni fatte a colpi di capestro fu il primo riaffossatore di Ercolano>> scrive giustamente Amedeo Maiuri.

Un estremo guizzo nel 1850. L’intramontabile Carlo Bonucci è di nuovo in campo a sollecitare restauri <<trattandosi di salvare a’ contemporanei e ai posteri questo monumento unico che chiarisce come un faro nella notte de’ secoli la gran controversia artistica e archeologica sulla maniera colla quale gli artisti greci e romani terminarono i piani superiori dei loro edifizi privati>>.

Riprendendo il lavoro alla Casa d’Argo e alla Casa del Genio aveva scoperto nuove pitture, per cui sperava nell’intervento del re Ferdinando II. Ogni attività cessò nel 1855, esauritasi la modesta area che era stata acquistata. Inutilmente il Bonucci propose la permuta delle aree necessarie per proseguire gli scavi con altre di proprietà demaniale. Uno degli ultimi risultati ottenuti sotto il regno borbonico pare sia stata la scoperta della casa di un fullone, dove furono trovate due grandi conche di bronzo fornite di impianto di riscaldamento. In un sotterraneo furono recuperati recipienti di piombo con una grande quantità di coloranti rosso-cinabro, il colore per dipingere le pareti.

Forse sulla decisione di interrompere la ricerca influì anche una certa delusione, perché lo scavo non aveva dato quei risultati di opere d’arte che aveva caratterizzato l’esplorazione per cunicoli. Dopo tanta fatica rimanevano molti muretti smozzicati e parti di abitazioni in condizioni sempre più pietose.

Nemmeno la prima ferrovia a vapore della penisola, inaugurata solennemente da Ferdinando II sulla tratta Napoli-Portici nel 1839 con tutta la famiglia e banda musicale al seguito, aveva potuto ridare vigore a un’impresa ritenuta ormai senza futuro.

 

 


 

IL PERIODO SABAUDO E LA DIREZIONE DI FIORELLI

 

La ripresa avviene nel 1869. La motivazione anche in questo caso è politica. A pochi anni dall’Unità d’Italia si voleva dimostrare l’interesse della monarchia sabauda per un’iniziativa che tanto lustro aveva dato ai Borbone di Napoli anche al di fuori dell’Europa. Pochi anni prima, nel novembre 1861, Giuseppe Fiorelli aveva segnalato al Sovrintendente Francesco Maria Avellino alcuni ritrovamenti che erano avvenuti in occasione della sistemazione del terrapieno della scarpata, ma la segnalazione non aveva avuto seguito.

Si organizzò una solenne cerimonia alla quale col re Vittorio Emanuele II e il principe Umberto parteciparono numerose autorità: quattro ministri, il generale Cialdini, l’ammiraglio Provana “in mezzo a numeroso concorso di popolo”.

Fece gli onori di casa proprio Giuseppe Fiorelli, che era stato nominato Sovrintendente nel 1865. L’avvenimento – glorificato anche in un quadro di Eugenio Tatò del 1872 – è riportato nel Giornale degli scavi redatto dai soprastanti sotto la data dell’8 febbraio. Si specifica che la visita comincia di mattina poco dopo le 9: <<Sua Maestà dopo aver osservati col più vivo interesse gli avanzi sotterranei del gran Teatro si è recata a inaugurare i novelli scavi che dal Regio Governo s’intraprendono sopra un suolo che l’amministrazione ha recentemente acquistato dal sacerdote Pasquale Scognamiglio e che confina a occidente col vicolo di Mare e a mezzogiorno si riattacca agli scavi precedentemente fatti in questa antica città>>. Si accenna anche al discorso del ministro della Real Casa senatore Gualtiero, che informa di un decreto col quale – forse per non sfigurare al paragone con Francesco I – il re concedeva un contributo di trentamila lire sulla sua lista civile per incoraggiamento degli scavi di Ercolano da ripartire in più esercizi e un posto gratuito, cioè a spese del sovrano, nella Scuola archeologica di Pompei che era stata istituita fuori Porta Ercolano, su iniziativa di Sogliano, con Regio decreto del 13 giugno 1866.

I risultati anche questa volta furono modesti. Il precedente scavo borbonico che ormai era poco più di un ampio fosso lungo il cardo III venne dilatato e allungato, risalendo l’arteria. Ciò che riporta Michele Ruggiero è sconfortante: <<Gran parte delle mura caddero che si potevano mantenere in piedi, nessuna investigazione fu fatta delle antiche strutture di legno e quel che si supplì di fabbrica è una compassione a vederlo>>.

Cioè le parti alte degli edifici crollavano rovinosamente, esattamente come nel periodo borbonico. Anche sui precedenti scavi per cunicoli eseguiti dall’Alcubierre il giudizio riportato dal Ruggiero era stato severo: <<Per imperizia degli esecutori fu dato mano non a scavare ma a dare il guasto a Ercolano>>.

Pur avendo lo scavo superato l’incrocio fra il cardo III e il decumano inferiore individuando un complesso termale, l’area a disposizione era davvero esigua: non più di 22 are. Si scavarono in parte l’apodyterium, il tepidarium e il calidarium della sezione maschile delle Terme e il cortile della palestra, comune probabilmente anche alla sezione femminile, nonché alcune botteghe sul cardo III. Dall’altro lato della strada negli anni 1873-74 si scavò, in uno spicchio dell’insula VII, parte della Casa di Galba, detta così da un busto d’argento ricomposto da piccoli frammenti trovati fuori dell’abitazione e attribuito a quell’imperatore. Doveva trattarsi di un’antica dimora italica, per la presenza di un portico quadrato a doppio ordine di colonne in tufo: al centro una piscina cruciforme coperta di marmo. Nel 1875 l’impresa tanto strombazzata era già finita. Restava un’accurata pianta dell’ingegnere Giuseppe Tascone, con gli ambienti tutti numerati, pubblicata dal Ruggiero.

La nuova stasi degli scavi di Ercolano avveniva proprio nell’anno in cui Giuseppe Fiorelli – che era diventato senatore del Regno – era stato nominato al vertice della nuova Direzione centrale a Roma istituita dal ministro dell’Istruzione, il napoletano Ruggero Bonghi, una volta superate “le ripugnanze” di alcuni deputati, come è documentato dallo stesso Fiorelli nei suoi Appunti autobiografici. Anche la denominazione di Direzione centrale e non “generale” fu determinata, pare, per evitare gelosie degli altri rami del Ministero.

Amedeo Maiuri scrive: <<Nonostante il regio favore e la presenza del Fiorelli questa seconda ripresa non servì che a produrre una nuova e più grave delusione. Nell’area acquistata non c’erano che modeste case e botteghe. C’era è vero il primo edificio pubblico della città, le Terme del Foro, ma entro i limiti di quell’area non se ne poterono mettere in luce che le parti meno importanti, la palestra e la piccola porzione del bagno maschile. I giornali degli scavi non sono che una minuziosa, monotona elencazione di oggetti più o meno comuni della suppellettile domestica… senza neppure quella revisione dei testi epigrafici che da un epigrafista qual era Fiorelli poteva attendersi>>.

Queste notazioni sono del 1928, quando a Maiuri le decisioni del Duce per Ercolano dovevano apparirgli quasi miracolose.

Singolare figura Fiorelli! Uomo del Risorgimento di famiglia poverissima – il padre era venuto a piedi dalla nativa Lucera a Napoli quando aveva solo sedici anni per arruolarsi come soldato – era stato cospiratore liberale con Luigi Settembrini e Carlo Poerio. Nel 1848, a venticinque anni, aveva fatto parte della Commissione per il riordinamento e le riforme del Real Museo e degli Scavi di antichità istituita dal ministro Paolo Emilio Imbriani nell’ambito del governo costituzionale napoletano. Aveva conosciuto la confisca di suoi scritti e il carcere borbonico per più di un anno, la perdita del posto di ispettore addetto alla Sovrintendenza Generale degli Scavi di Antichità del Regno delle Due Sicilie a seguito della denuncia di suoi colleghi reazionari. Dovette ricominciare da zero lavorando come contabile per un asfaltista. E possiamo dire che gli andò bene, se consideriamo la fine che fecero molti patrioti quando Ferdinando II stroncò nel sangue le barricate nel centro cittadino. Fu direttore del Museo di Napoli, docente all’università. Fra i suoi grandi meriti vi fu la fondazione del Giornale degli Scavi di Pompei e poi delle Notizie degli Scavi che avrebbero coperto l’intero territorio nazionale.

 

 


 

IL GENEROSO PROGETTO DI CHARLES WALDSTEIN

 

Nel 1904 un archeologo inglese, Charles Waldstein, docente nel King’s College di Cambridge e già direttore della Scuola americana di Atene, si fa promotore di un’iniziativa a livello internazionale per scavare Ercolano. L’impresa fallisce ancor prima di concretizzarsi. Dopo aver girovagato per il mondo ottenendo l’assenso di varie nazioni, fra cui gli Stati Uniti, lo studioso è bloccato dalla burocrazia italiana. A Roma non si ha il coraggio di dirgli di no, ma secondo un collaudato costume italico si temporeggia. Per rimandare sine die la proposta si nomina una commissione. Autorevole, sotto l’egida prestigiosa dell’Accademia dei Lincei, che per anni elabora proposte, documenti, disegni, altre scartoffie. La relazione redatta nel 1909 dall’archeologo Giulio De Petra dopo quasi due anni di elucubrazioni è un capolavoro di ipocrisia. Vi si afferma che l’impresa promossa dall’inglese potrebbe pregiudicare il prosieguo di altri scavi in Italia, a parte il dubbio che possa effettivamente dare i frutti sperati. I fermenti nazionalistici precedenti la prima Guerra mondiale non avrebbero certo favorito un’impresa del genere, archiviata come generosa utopia. Documentata da un bel libro, Herculaneum. Past, present and future pubblicato nel 1908 e tradotto in italiano, a Torino, nel 1910.

Eppure a Waldstein avevano assicurato appoggio il re Vittorio Emanuele III che l’aveva ricevuto al Quirinale, il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il ministro dell’Istruzione Vittorio Emanuele Orlando che gli aveva scritto: <<All’ardito Suo progetto io fo plauso. E faccio voti che la grandezza e la difficoltà dell’impresa non ne impediscano l’attuazione>>. Fra gli archeologi italiani Paolo Orsi, Innocenzo Dall’Osso e altri si erano dichiarati favorevoli, solo Luigi Pigorini decisamente contrario. Sfuggente Giacomo Boni, benemerito scopritore del foro romano.

La stampa italiana e straniera scrisse ampiamente del progetto, specialmente dopo che l’autore l’aveva illustrato in un’affollata conferenza nella Royal Academy di Londra alla presenza del principe Eugenio Fürstenberg rappresentante dell’Austria, del conte Bernstorff per la Germania, dell’ambasciatore italiano Alberto Pansa e di tante altre autorità. Numerose le lettere pubblicate in proposito dal “Times”.

Ma in che consisteva questo progetto? In ogni Paese partecipante si sarebbero costituiti dei Comitati nazionali, che avrebbero collaborato con il Comitato internazionale presieduto dal re d’Italia. Il compito fondamentale dei Comitati nazionali era di raccogliere fondi: <<dal soldo dello scolaretto al milione del miliardario>>, come si disse. Poiché si era consapevoli che di fondi ne occorrevano davvero molti, una cifra certamente non sopportabile per un singolo Stato. Tutti i materiali venuti in luce sarebbero rimasti in Italia, gli operai sarebbero stati reclutati sul posto per un lavoro che si presumeva sarebbe durato molti anni. Waldstein aveva intuito che Ercolano era stata sepolta <<senza larghi scampi di fuga>>, quindi era certo che avrebbe riservato sorprese di rinvenimenti. Si sarebbe raggiunto lo strato archeologico mediante “pozzi d’assaggio”, cominciando da quell’arteria principale adiacente alla cosiddetta Basilica di cui si conosceva l’esistenza dalla pianta pubblicata da Francesco La Vega, per procedere poi a largo raggio. Si intendeva, tra l’altro, raggiungere la  Villa dei papiri e un’abitazione documentata da Michele Ruggiero in località Santa Maria di Pugliano, che aveva restituito oggetti e frammenti pittorici. Lo scavo sarebbe stato eseguito parte in luce parte in profonde gallerie, per evitare abbattimenti di abitazioni della soprastante Resìna. Una decauville avrebbe trasportato i materiali di risulta fino a un grande spiazzo esterno adiacente alla ferrovia: setacciati accuratamente in maglie di acciaio con fori di diversa grandezza per individuare oggetti o frammenti non visibili a occhio nudo, sarebbero stati poi trasferiti altrove, anche nel porto di Napoli per creazione di moli. Nello spiazzo si prevedevano vasti ambienti per la direzione dei lavori, laboratori di restauro e fotografici, officine, alloggi per i custodi. Era anche prevista la collaborazione col Reale Collegio di Agricoltura di Portici per l’esame dei cereali e di altri prodotti della terra.

Malgrado le rassicurazioni di Waldstein non mancò una spiacevole polemica sull’amministrazione dei fondi che si sarebbero raccolti, riflessa da un’interrogazione parlamentare al ministro Orlando e anche da servizi del “Giornale d’Italia” e del “Corriere della Sera”. Orlando nel rispondere all’interrogazione pare aver dimenticato il precedente lusinghiero incoraggiamento. Afferma che gli scavi <<non potranno essere fatti che secondo le leggi italiane, sotto la vigilanza delle autorità italiane e secondo un potere discrezionale e sovrano che non consente cessioni o limitazioni senza lesioni della nostra dignità nazionale>>. Waldstein, pur mantenendo un linguaggio british, capisce che l’ostacolo non sono i fondi. <<L’ostacolo è in Italia>> finalmente scrive.

Tornerà da queste parti, sbarcando a Napoli, solo nel 1926, molto malandato in salute. Non aveva voglia di andare in giro. Al caffè Gambrinus si incontrò con lo studioso che negli anni seguenti avrebbe realizzato almeno in parte il suo sogno: Amedeo Maiuri. Il quale ha lasciato un’ulteriore testimonianza della decisa opposizione di studiosi e politici a quel progetto, che avrebbe rappresentato <<una menomazione della dignità nazionale e l’esser messi al rango della Turchia e della Grecia d’allora proprio in un momento in cui si riprendevano gli scavi del Foro romano, di Ostia, dell’Etruria e Missioni archeologiche italiane competevano con missioni inglesi e francesi in Egitto e a Creta>>.

Non molto dopo la moglie scrisse perché fosse esaudito quello che era stato il suo ultimo desiderio: un’urna antica di vetro degli scavi di Ercolano per conservarne le ceneri.

Le fu concessa, anche se è giustificato il sospetto che non fosse di Ercolano.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’EPOPEA DEL MAIURI


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LA RETORICA DELLA ROMANITÀ

 

Le scoperte di Amedeo Maiuri dal 1927, che appaiono come un miracolo per la vastità dell’area messa in luce, sono favorite – come le precedenti, particolarmente dopo l’Unità d’Italia – da precise finalità politiche. Lo studioso era stato catapultato da Rodi a Napoli nel 1924 dal fascismo, che per espressa volontà di Mussolini aveva silurato il liberale Vittorio Spinazzola, legato al conterraneo e grande meridionalista Francesco Saverio Nitti.

Chi era Spinazzola? Figlio di un patriota, Nicola, entrato a Napoli al seguito di Garibaldi, era uno studioso schietto, sanguigno, senza pregiudizi. Diventato Sovrintendente nel 1911 dopo aver diretto il Museo di San Martino, aveva tenuto alcuni anni con sé Maiuri come giovane ispettore. Era approdato all’archeologia dalla storia dell’arte, ma una volta a contatto di Pompei aveva affinato le precedenti tecniche inaugurate da Giuseppe Fiorelli. Scavando a Via dell’Abbondanza aveva imposto l’attenta e rigorosa conservazione di qualsiasi dettaglio, salvaguardando ogni traccia di trasformazione delle case, che si presentavano così nel loro sviluppo storico dalle sopraelevazioni ai frazionamenti, alle aperture di vani di luce. Due suoi volumi ricchissimi di dati, di acute osservazioni, di planimetrie furono pubblicati postumi dopo la caduta del fascismo, nel 1953, dal genero Salvatore Aurigemma. Fu anche autore – come si è accennato – di un rivoluzionario riordinamento del Museo di Napoli. Sistemò al muro, come un grande quadro, il mosaico della battaglia d’Isso fra Alessandro e il “gran re” persiano Dario, proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Amico di Benedetto Croce, di Michelangelo Schipa e un po’ di tutta l’intellighenzia napoletana di quel periodo, ingoiò l’ingiustizia con apparente serenità.

Maiuri non era fascista, ma per sua natura ossequioso verso i potenti. Senza l’obbedienza alle gerarchie militari non avrebbe potuto creare dal nulla uno splendido museo a Rodi, riempiendolo delle sue scoperte in un decennio nel Dodecaneso e anche dei tanti oggetti che era riuscito a strappare al mercato nero. Fu proiettato a Napoli nel 1924 soprattutto perché ritenuto elemento duttile a una dittatura bramosa di colpire la fantasia degli italiani con la retorica della romanità. Ercolano e Capri sembrarono strumenti adatti per tale finalità, da gestire con procedure straordinarie tramite l’Alto Commissariato istituito per Napoli e provincia nel 1925, al cui vertice c’era il prefetto Michele Castelli.

 

 





 

UNA CITTÀ A MISURA D’UOMO

 

Si allestì per il 18 maggio, seguendo un copione ormai collaudato, il solito palco per le autorità, ma questa volta era molto più grandioso. Si trattava di una vasta tribuna in stile neoclassico con cupola torreggiante al centro fra pennoni e orifiamme, sistemata in alto sulla scarpata drasticamente spianata per l’accesso degli invitati dal vico Mare, con colonne allineate a quelle ancora in vista della Casa d’Argo. Si costruì pure una lunga scalinata che, coperta da un tappeto rosso, portava giù all’antico piano di calpestio. Il re Vittorio Emanuele III volle essere più raffinato dei suoi predecessori, dando il via ai lavori con una piccozza che era un’opera d’arte, sulla quale era stata incisa la frase Herculaneum effodiendum est. Pronunciò l’orazione ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti. Mussolini non partecipò alla cerimonia, ma in seguito visitò gli scavi. Ed è a lui che – tramite il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele – Maiuri fa riferimento quando teme che i lavori possano arrestarsi per carenza di finanziamenti. Ricorda che <<per bocca del Duce se ne era annunziata e promessa solennemente la continuità>>.

Il commissario Castelli non lesinò mezzi e supporto tecnico per gli espropri. La pianta di Ercolano ormai era nota. Quella di Francesco La Vega del 1797 – che pare non mostrasse tutta l’area esplorata nel Settecento – era stata messa in rapporto con l’abitato di Resina nel celebre volume Campanien del tedesco Julius Beloch, pubblicato in prima edizione a Berlino nel 1879 quando l’autore aveva solo 25 anni e subito diventato strumento fondamentale di studio.

Appariva chiaro che fra la “strada per le Calabrie” – oggi corso Resina – e la costa c’erano vaste aree ancora libere da fabbricati. Impensabile uno scavo verso l’allora ipotizzato decumano superiore, probabile attraversamento della strada costiera che da Neapolis conduceva a Nocera oppure alla penisola sorrentina. L’esplorazione verso il cardo I sarebbe stata pressoché impossibile, per la difficoltà di superare il vico Mare col sottostante collettore di fogna e la presenza, al di là di quella stretta arteria, di una cortina di abitazioni. Scartata l’ipotesi di procedere <<con due diverse escavazioni>> – cioè con un’esplorazione dai vecchi cunicoli borbonici affiancata da un’altra all’aperto – si cominciò dall’area oggetto dei precedenti scavi, con l’intento di avanzare prima verso est e nord, mettendo in luce l’insula III delimitata dal decumano inferiore e dai cardines III e IV nonché l’intero complesso delle Terme, per poi avanzare nel resto del tessuto cittadino. Non era un lavoro facile. Lo spesso banco tufaceo poteva essere rimosso per molti metri con mezzi meccanici e martelli pneumatici sia di fianco che dall’alto, ma una volta affrontato un edificio bisognava procedere con la massima cautela. I muri dovevano essere puntellati, le travi di legno sostituite lasciandone tracce a vista, le tegole salvaguardate per quanto possibile.

Vale la pena ascoltare il protagonista: <<Muri, colonne, statue, bronzi appaiono aggrumati, insozzati di scorie, spesso come illividiti e maculati di sangue o maciullati, pesti e frantumati… Occhi e mani sicure ci vogliono per distinguere nell’uniforme grigiore cinereo le mura dal terreno, per enucleare un oggetto – dalla scultura in marmo o in bronzo alla membrana di un tessuto – dal suo involucro di fango. Terra e edifici paiono d’uno stesso colore e tutto appare immerso e coagulato in un’immensa fiumana solidificata, spesso travolto e trascinato lontano>>.

Eppure si procede a tempi di record, grazie anche all’impianto di una decauville. Il materiale di risulta era trasportato all’inizio su carri tirati da cavalli. Il risultato desta grande meraviglia se si considera, anche, che la Sovrintendenza di allora era enorme. Andava dal basso Lazio a Velia, comprendendo oltre a tutto il territorio della Campania e del Molise la gestione di grandi parchi archeologici come Pompei, Paestum, quelli dei Campi Flegrei e delle isole.

Il lavoro comincia nell’aprile del 1927. Di tutta la fatica di generazioni di cava-monti, architetti, ingegneri, studiosi sembrava essere rimasto solo <<un gruppetto meschino di edifici a valle dell’abitato di Resina, affondati entro alte ripe di terra e di mura>>. Tra il 1927 e il 1929 si completa  lo scavo della Casa dello scheletro – dove lo scheletro era solo un ricordo dell’esplorazione borbonica eseguita fra il 1830 e il 1831 – e del grande complesso della Casa dell’albergo. Si mettono poi rapidamente in luce e si restaurano numerose altre abitazioni, fra cui alcune con arredamento di legno o di anomala struttura: Casa del tramezzo di legno, Casa a graticcio. La prima era una grande abitazione signorile col prospetto esterno sul cardo IV intatto fino al secondo piano, che originariamente doveva estendersi per tutta la profondità dell’insula, abbastanza svilita quando fu frazionata e sia lungo il decumano che sul retro, sul cardo III, si aprirono botteghe e povere dimore di artigiani. Si entrava in un grandioso atrio col tetto compluviato, fornito di gronde a testa di cane dalle quali l’acqua piovana scorreva in un impluvio rivestito di lastre di marmo che facevano intravedere una precedente fase con tessere bianche, con sottostante cisterna. Aveva la singolare caratteristica di un tramezzo di legno spartito in tre porte bivalvi, che una volta chiuse rendevano il tablino una riservata stanza di soggiorno.  La Casa a graticcio  presentava invece tutte le caratteristiche di un condominio popolare. Costruita con materiali poveri, con tramezzi di telai in legno riempiti di muratura oppure in opus craticium, cioè in graticciato di canne, aveva in comune fra i condomini la luce di un cortile e l’acqua di un pozzo. Pur con l’innovazione del cortile rispetto al tradizionale atrio – rivoluzionaria, che durerà nel Napoletano per quasi venti secoli – era in stridente contrasto rispetto ai notevoli valori estetici della non lontana Casa del bel cortile, il cui nucleo era un suggestivo cortiletto con un’adiacente scala in muratura che portava al piano superiore. Quest’abitazione rappresentava infatti la fase di passaggio dalla casa ad atrio a quella con cortile in un ambiente diverso: monofamiliare con adeguato reddito.

Nei tre anni seguenti si scava tutta l’insula IV con le splendide Casa dell’atrio a mosaico e Casa dei cervi che restituisce pregevoli sculture. Qui ci si imbatte in abitazioni che avevano stravolto la pianta originaria ovest-est o viceversa, con la consueta successione ingresso-atrio-tablino, per l’esigenza primaria di ottenere triclini e ambienti di soggiorno prospicienti ampi giardini nonché solaria e spazi di siesta di fronte al panorama del golfo. Al posto dei tradizionali peristili che erano porticati con colonne si erano costruiti ampi corridoi fenestrati che, affacciando sui giardini con imposte che si potevano chiudere, rappresentavano un passaggio protetto verso le parti della casa esposte alle intemperie. Si lavora anche nell’insula V mettendo in luce altre abitazioni, fra cui spicca la Casa sannitica, con l’atrio sormontato da un elegante loggiato. Antica nobile dimora con la rara testimonianza nella fauce d’ingresso di pitture di primo stile, una sorta di bugnato di finto marmo policromo, nel corso del tempo era stata completamente rimaneggiata. Delimitata in origine da due cardines e dal decumano inferiore, era stata frazionata, perdendo dietro al tablino un porticato e un vasto giardino e soffrendo la violenta intrusione di un’altra abitazione dalla parte del decumano. A sinistra del bel portale c’era lo sconcio edilizio di una ripida scala in legno che serviva da ingresso per un piano superiore, aggiunto e dilatatosi sul cardo IV con la violenta protuberanza di un meniano.

Fino al 1937 si lavora anche alle insulae orientali, scavando per tutta la profondità possibile la Casa della gemma e la sontuosa Casa del rilievo di Telefo, ricca di rilievi e oscilla in marmo, con figure di satiri e maschere teatrali sospese fra gli intercolumni di un porticato rosso lucido. Nel 1938 si completa lo scavo dell’insula V fino al decumano massimo individuando numerose altre abitazioni, fra cui la vasta Casa del Bicentenario col suo mistero della possibile presenza di un precoce culto della Croce. Famosa anche per il ritrovamento, sempre nel 1938, di un cospicuo archivio di tavolette cerate che riguardavano il processo a carico di Giusta, figlia di una schiava, per rivendicarne l’eredità ritenuta illegittima. All’area archeologica si accedeva ormai da un monumentale ingresso lungo la principale arteria di Resina denominata corso Ercolano, quella che in seguito sarà chiamata corso Resina quando la città prenderà il nome di Ercolano. Misteri degli amministratori…

Il lavoro compiuto fino alla seconda Guerra mondiale – che risparmiò Ercolano, a differenza di Pompei: solo un paio di bombe all’ingresso, con danni modesti – è davvero imponente. Era soprattutto l’edilizia privata, grazie all’eccezionale conservazione, a fare della città un unicum. Una sorta di capitolo irripetibile di storia dell’architettura antica, con soluzioni innovative come il cortile al posto dell’atrio, la dilatazione verso il panorama del golfo di case che a spese delle parva moenia avevano adottato ardite tecniche di opus caementicium, grandi complessi a più piani.

Le abitazioni riflettevano il dinamismo di nuove classi mercantili che avevano sconvolto abitudini secolari una volta impossessatesi di antiche domus patrizie sopraelevandole, sminuzzandole in quartierini da affittare, aprendo misere botteghe accanto ad accessi aristocratici. Al silenzio di dimore chiuse da grate si contrapponevano aperture piene di luce, di gente rumorosa che dialogava con la strada. Scrive il protagonista: <<Lo scavo d’anteguerra ha segnato il trionfo dello scavo della casa: case minime, racchiuse, serrate e assediate entro un angusto rettangolo invalicabile e che tuttavia riescono ad avere il loro giardinetto e sul giardino la stanza privilegiata di siesta e di frescura; case signorili costruite con una libertà e una spregiudicatezza d’impianto che non si ritrova nelle belle case pompeiane, più fedeli alle influenze ellenistiche degli ampi peristili e degli oeci colonnati; e infine tutta una serie di abitazioni del ceto medio, ognuna con la sua impronta di nitore, di benessere, di amorosa cura non senza una certa borghesuccia ostentazione del triclinio dipinto a nuovo, del larario messo scenograficamente dirimpetto alla porta di casa davanti agli occhi dei passanti, del giardinetto tirato su con secchiellini d’acqua nella penombra del cortile>>. Si pensava che dopo la razzia dei Borbone difficilmente Ercolano avrebbe restituito opere d’arte. E invece, a parte i bei mosaici a paste vitree nella Casa di Nettuno e Anfitrite, in un frontone di un portale nella Casa dei cervi e le numerose pitture un po’ dappertutto, ecco ancora nella inesauribile Casa dei cervi l’Ercole ebbro, il meraviglioso gruppo dei cervi assaliti dai cani e nella Casa del rilievo di Telefo, come si è accennato, splendidi rilievi di marmo e pinakes, oscilla. Per non parlare, nel suburbio meridionale, della testa in marmo del proconsole Marco Nonio Balbo, quando lo scavo superò i fornici che tappavano i cardines III e V e si dilatò nei due spazi contrapposti dell’Area sacra e delle Terme suburbane.

Ercolano appariva una città a misura d’uomo, appaiata a Pompei dalla data della distruzione ma con caratteristiche completamente diverse. Se davvero era nata come baluardo costiero come Partenope sul colle di Pizzofalcone, ora si presentava come un centro raccolto, di poche migliaia di abitanti fra i quali non erano percepibili grandi frizioni sociali. La mancanza di un retroterra aveva impedito il crearsi di notevoli fortune terriere. Molti ricchi di un tempo, abbandonando la città per le grandi ville suburbane, avevano lasciato spazio ad abitanti che vivevano per lo più di piccolo commercio, artigianato, pesca. La città non presentava vistosi solchi nelle strade, chiassosa pubblicità elettorale. Era dotata di un teatro, di una grande palestra, di due diversi complessi termali, di numerosi ambienti per il culto, di cui qualcuno aperto alle nuove religioni esoteriche. C’erano fontane pubbliche, cisterne e pozzi che attingevano alla falda, sistemi fognari per l’epoca all’avanguardia. Ed era ordinata, pulita. Un’ordinanza dell’edile Marco Alficio Paulo, dipinta ben visibile all’angolo fra il decumano massimo e il cardo IV – cioè in pieno centro – stabiliva severe sanzioni per chi defecava sulla pubblica via: pene pecuniarie per i liberi, frustate per i servi. A Pompei gli stercorari e i mingitores in muro erano solo ammoniti dai proprietari delle abitazioni mediante graffiti, con quale risultato possiamo immaginare: <<Discede, cacator, non est hic tutum culum aperire tibi>>. Al massimo si minacciava il malocchio e l’ira degli dei: <<Cacator, cave malum aut, si contempseris, habeas Iovem iratum>>.

 

 


 

L’INTERVENTO DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO

 

Dopo la  guerra si riprende il lavoro concentrandolo nell’area della Palestra, del decumano massimo, isola pedonale e supposto foro, delle Terme suburbane invase oltre che dal fango tufoide anche da una vorticosa falda esistente dall’antichità. Un’attività all’inizio abbastanza modesta, fondata su cantieri del Ministero del Lavoro che impiegavano disoccupati.

La svolta avviene nel 1957 con la Cassa per il Mezzogiorno, che costituisce un’occasione di cospicui finanziamenti, paragonabili a quelli del periodo fascista.

Maiuri desiderava concludere la sua operosa giornata concentrandosi soprattutto sugli edifici pubblici, poiché l’edilizia privata era ormai godibile dalle tradizionali domus ad atrio fino ai condomini, ai falansteri, alle tabernae con abitazioni. I risultati furono condizionati dalla fretta e da obiettive difficoltà, che oltre a indubbi successi particolarmente nell’area del decumano massimo – dove furono individuati un sacello degli Augustales, i sacerdoti addetti al culto di Augusto, un arco quadrifronte rivestito di marmi all’esterno e stucchi all’interno, varie botteghe, la grande Casa del colonnato tuscanico – gli imposero qualche errore, come quello di far infilare piloni di cemento armato nelle strutture della Palestra per esplorare quanto era possibile dell’imponente edificio salvaguardando il sovrastante viale d’accesso fiorito di oleandri. Proprio nella Palestra nel 1952 aveva avuto la fortuna di individuare una fontana monumentale in bronzo formata da un grosso serpente avvolto intorno al tronco di un albero, sprizzante acqua da cinque teste. Quasi certo riferimento a una delle mitiche fatiche di Ercole, ritenuto nella credenza popolare il fondatore di Ercolano, era originariamente al centro di una piscina a forma di croce. Era sfuggita ai ricercatori borbonici perché schizzata dal suo basamento a oltre due metri e mezzo di distanza per la violenza dell’alluvione fangosa. E dietro il criptoportico aveva trovato firme e date di visitatori del Settecento: inglesi e francesi, uno solo italiano. Una inaspettata sorpresa, poiché nessuno avrebbe immaginato la loro presenza in quei cunicoli, chissà grazie a quali complicità.

 

 


 

ALTRI COSPICUI SUCCESSI

 

Un apporto significativo arrecò agli scavi di Ercolano Giuseppe Maggi, giovane collaboratore di Maiuri dal 1951, a cui si deve, tra l’altro, l’intuizione di collegare il “ghetto” degli scavi borbonici e risorgimentali del cardo III col decumano massimo. L’anziano studioso era titubante. Per realizzare tale progetto occorreva abbattere un alveare di case fatiscenti densamente popolate della sovrastante Resina. Bisognava anche battersi preventivamente col Comune e con l’Istituto per le Case popolari della Provincia di Napoli per ottenere degli alloggi da destinare agli sfrattandi. Realizzato finalmente l’accordo, un primo tentativo fallì. Le abitazioni evacuate, una ventina, furono subito rioccupate da gente che aveva fame di case. Un sindaco che sapeva vedere oltre i suoi immediati interessi elettorali, Ciro Buonaiuto, riuscì a convincere il Consiglio comunale a destinare l’intero lotto successivo di 80 alloggi per tale finalità, ottenendo anche l’assenso del presidente dell’Istituto Case popolari Mario Origo. Per evitare che gli edifici abbandonati venissero rioccupati si creò una specie di cordone sanitario con stretta sorveglianza anche notturna di carabinieri e vigili urbani finché non furono sfondati tutti i solai. La mission impossible riuscì perfettamente. Il 27 settembre 1958 alla presenza di Enrico De Nicola e di un folto stuolo di autorità ripresero, dopo una lunga stasi, gli scavi nell’area del supposto foro. La sera ci fu un sontuoso ricevimento nella sede del Comune offerto dal sindaco Gaetano Russo, subentrato al Buonaiuto. La stampa dette grande risalto all’avvenimento, che fu riportato anche in un ampio servizio di uno special correspondent del “Times”.

Negli anni successivi si parlò molto di “passeggiata archeologica” previo l’abbattimento di tutti gli edifici fra il Teatro, visitabile ancora come all’epoca dei Borbone, e l’ingresso monumentale, ma non se ne fece niente. Ci furono anche convegni in cui si parlò di “itinerari alternativi” a Pompei. L’idea era di creare un tour all inclusive con fulcro Ercolano e il Vesuvio, ma allargato alle ville vesuviane e agli incipienti scavi di Oplonti. La stampa non solo napoletana sprecò vistosi titoli, preannunciando benefici economici per tutto il territorio. Il sindaco Antonio Buonaiuto, figlio di Ciro, fu per molti anni un entusiasta sostenitore del progetto. Tutto si bloccò quando cadde sotto il fuoco della camorra.

Nel 1958 ebbe anche inizio, a Ercolano, una simpatica iniziativa che sarebbe durata oltre venti anni: la collaborazione di studenti stranieri al restauro, soprattutto di mosaici. Un giorno si presentarono in Sovrintendenza due giovani, Augusto Maiello e Antonio Ingenito, proponendo un progetto di campi di lavoro archeologici. Gestivano a Napoli il “Centro Europa” per scambi di studenti con l’estero e avevano bisogno di offrire alle analoghe organizzazioni straniere un’attività in cambio di ciò che i ragazzi italiani facevano nei loro Paesi. Gli studenti furono ospitati in una scuola media a due passi dagli scavi, con le aule trasformate in stanze da letto o di studio, usufruendo di pasti preparati alla meglio. In seguito, grazie all’impegno di Enzo Fiore, presidente dell’Ente provinciale per il Turismo, fu acquisita per le attività l’ottocentesca Villa Ravone, circondata dal verde intenso di alberi e piante. Qui poi nel giugno 1962 fu istituito il “Centro internazionale di Studi archeologici Amedeo Maiuri”, vivo ancora il grande studioso, che tenne qualche lezione. Vi hanno insegnato a studenti provenienti da tutto il mondo archeologi, storici, papirologi, anche stranieri. Ogni attività finì col terremoto del novembre 1980. La villa fu danneggiata e pure saccheggiata. Dolorosa la perdita del patrimonio librario, fra cui una copia delle Antichità di Ercolano, che era stata reperita fortunosamente sul mercato antiquario in Olanda.

 

 


 

ERCOLANO CITTÀ-MUSEO

 

Da alcuni anni c’è il vezzo di denigrare l’opera di Maiuri e la sua concezione di Ercolano come “città-museo”. Qualche critica risulta fondata, ma è insopportabile la prosopopea di chi dimentica in quale contesto operò lo studioso ciociaro, quando la conservazione non era una scienza come oggi bensì un patrimonio di cognizioni pratiche che le maestranze tramandavano di padre in figlio: le pitture, ad esempio, erano trattate con un impasto di cera e benzina, poi spazzolate vigorosamente, e si mantenevano lucide e brillanti. Si esaminano minuziosamente le tessiture murarie, gli elementi lignei più o meno carbonizzati lasciati in vista per scoprire la sostituzione temeraria. C’è anche chi ha scritto di “travisamenti” ponendo il misterioso titolo Inventio Herculaneis. Cioè, pare si vorrebbe dire, una realtà urbanistica completamente inventata.

Fra i grandi meriti di Maiuri c’è il recupero dell’arredo domestico della casa romana, che sarebbe pressoché sconosciuto senza il suo contributo. Tutto ciò che era stato scoperto nei cunicoli, di cui c’è notizia nei giornali di scavo, era andato distrutto. Con la consulenza del chimico Selim Augusti si applicò il metodo di consolidare i mobili in legno con cera sciolta in benzina, lo stesso adoperato per i dipinti. Che piaccia o no, tale metodo ha consentito la conservazione di numerosi tavolini, armadi, casse, sgabelli, armadi, letti. Compresa la tenera culla di un bambino, con resti del materasso di foglie e del corpicino del piccolo.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI ANNI SESSANTA E SETTANTA


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ALFONSO DE FRANCISCIS SUBENTRA A MAIURI

 

Il passaggio dall’epopea di Maiuri all’attività del suo successore non fu senza traumi. Nel volume L’archeologia magica di Maiuri, Giuseppe Maggi ci ricorda come ci fu l’illusione, da parte dello studioso ciociaro, di poter rimanere, se non giuridicamente di fatto, alla guida della Sovrintendenza anche dopo aver compiuto 75 anni. Aveva raggiunto al vertice della Sovrintendenza questa veneranda età non consentita ad altri dipendenti dello Stato in quanto qui la sua funzione era considerata un incarico, mentre a tutti gli effetti era un docente universitario. Per il trattamento economico, tranne per alcune competenze accessorie, faceva capo all’Università, nei cui ruoli aveva avuto accesso nel 1936 per chiara fama. Benché stesse preparando in occasione del suo pensionamento un patetico Addio agli scavi era intimamente convinto che nessuno l’avrebbe strappato a un posto di lavoro cui era rimasto aggrappato per trentasette anni.

Grazie all’appoggio di Benedetto Croce e di Adolfo Omodeo aveva potuto superare nel dopoguerra l’impaccio della procedura di epurazione diventando, nel 1944, direttore generale delle Antichità e Belle arti nel governo di Salerno. Si stava quindi attivando per far giungere al vertice della Sovrintendenza una specie di “famulo” individuato in Attilio Stazio, un numismatico di buon carattere che aveva già diretto il Museo Archeologico Nazionale di Napoli passando poi al vertice della Sovrintendenza archeologica della Puglia. Fu invece nominato con decorrenza primo dicembre 1961 uno studioso competente e concreto, il napoletano Alfonso de Franciscis, Sovrintendente di Reggio Calabria, che gli tolse subito ogni illusione. Era consapevole che Maiuri sotto l’apparenza dimessa nascondeva un carattere forte e volitivo. Dargli spazio avrebbe significato non poter svolgere il suo compito in piena autonomia. Dopo diciotto mesi di sorda, reciproca tensione la solitaria fine di Maiuri in una clinica di Napoli all’alba della Domenica delle palme del 1963 risolse il problema.

 

 


 

NUOVE STRATEGIE TRA SCAVO E RECUPERO

 

Al nuovo Sovrintendente apparve subito chiaro che la grande operosità di Maiuri aveva avuto il difetto di esser stata concentrata, particolarmente negli ultimi anni, più sullo scavo e la scoperta che sul restauro. Anche l’intervento massiccio della Cassa per il Mezzogiorno aveva creato sia a Pompei che a Ercolano più problemi che benefici. Era cominciato da tempo il triste fenomeno della pioggia sulle pareti dipinte, dei rappezzi di cemento nei mosaici sconnessi per il calpestio, della vegetazione che spaccava i muri. Forse a Pompei la situazione era ancora più drammatica, considerata l’estensione dell’area archeologica. Qui nel 1952, in occasione del VII Congresso internazionale del Turismo mondiale tenutosi a Napoli, con fondi della Cassa era stato creato un moderno Auditorium in una vasta zona a verde creata da Maiuri fuori Porta di Stabia, dopo che con una grandiosa operazione gestita dall’appaltatore Matteo Sorrentino legato alla camorra di Castellammare di Stabia erano state liberate le mura meridionali degli enormi cumuli di ceneri, lapilli e detriti di due secoli di scavo.

Occorreva senza indugio un’attività certosina di interventi di ripristino, che comportava la rinuncia a ogni protagonismo. Purtroppo, i mezzi a disposizione erano davvero esigui, e le sovrintendenze erano ancora niente più che la costola povera del Ministero della Pubblica istruzione. L’intervento straordinario della Cassa era diventato più difficile e del resto raramente si concedevano fondi per il restauro. Quindi per tutti gli anni Sessanta si operò poco. A Ercolano gli scarsi interventi riguardarono soprattutto le aree del decumano massimo, della Palestra, delle Terme suburbane.

L’istituzione di un Ministero per i Beni culturali nel 1974 per merito di Giovanni Spadolini destò nuove speranze, che tardavano però ad avverarsi.

A Ercolano la massa di operai specializzati anche in compiti specifici come il restauro del legno si era ormai ridotta a meno di dieci unità, quasi tutti anziani, che dovevano provvedere a ogni necessità, compresi il diserbo e la rimozione dei rifiuti. Le idee certo non mancavano.

Col nuovo Sovrintendente si discuteva di ciò che, in attesa di tempi migliori, sarebbe stato opportuno progettare, a parte ogni possibile opera di conservazione da eseguire un po’ dappertutto. C’era la grande urgenza di disciplinare la falda, che rischiava di far marcire quanto messo in luce nelle Terme suburbane. L’edificio appariva davvero grandioso. Con gli ultimi fondi disponibili della Cassa per il Mezzogiorno si era dato maggior respiro al suo imponente fronte meridionale, incidendo quanto più possibile sull’enorme scarpata che incombeva dall’alto del viale.

Con le maestranze interne dai primi anni Settanta si svuotarono e restaurarono tutti gli ambienti, a cominciare dall’elegante vestibolo tetrastilo. Una sorpresa la riservò la grande piscina che occupava quasi tutto un vano quadrangolare di fronte al calidario. Dal suo svuotamento venne alla luce nel 1974 un originale sistema di riscaldamento: una specie di grande caldaia in bronzo proprio al centro della vasca alimentata da un prefurnio indipendente da quello del calidario, che rendeva calda per contatto tutta l’acqua della piscina.

L’opera di restauro coinvolse tutti gli edifici, a cominciare da quanto era venuto in luce lungo il decumano massimo: non solo il Sacello degli Augustali, le abitazioni e le botteghe lungo il lato meridionale dell’arteria, ma anche il prospetto di un edificio a quattro piani largo 40 metri con strutture pressoché intatte di cui si era potuto scavare un limitato spessore a causa dell’incombente abitato moderno. Negli anni seguenti si restaurarono a turno tutte le abitazioni, anche quelle dello scavo borbonico all’aperto, che più necessitavano di interventi. Cominciarono per la prima volta scavi stratigrafici eseguiti da studenti dell’Università Laval del Québec sotto la direzione dell’archeologo vietnamita V. Tran Tam Tinh.

Tutto veniva documentato nella rivista Cronache Pompeiane, che era formalmente organo periodico dell’Associazione internazionale “Amici di Pompei” con un suo prestigioso comitato direttivo, ma di fatto a disposizione del personale scientifico della Sovrintendenza per dare tempestive notizie di ogni singolo istituto. Alfonso de Franciscis aveva voluto fermamente tale pubblicazione, in continuazione ideale del Giornale degli Scavi di Pompei di Giuseppe Fiorelli edito dal 1850 e anche della Rivista Di Studi Pompeiani che dal 1934 aveva pubblicato Emilio Magaldi. È doveroso riconoscergli che anche nei Convegni di Taranto dava ampio spazio a tutti i suoi collaboratori. A chi glielo rimproverava rispondeva ironicamente de minimis non curat praetor.

Un attento controllo del territorio consentì l’individuazione, nel dicembre del 1975, di un piccolo nucleo abitativo di III-IV secolo a via Doglie, a est degli scavi di Ercolano, con povere tombe costituite da deposizioni in anfore, cosiddette a enchytrismòs. Tale nucleo era stato creato sul banco tufaceo del 79 d.C. Era una scoperta importante perché provava che, perdutasi la memoria della città antica in un tempo relativamente breve, alle falde del Vesuvio la gente si organizzava di nuovo, come risultava anche da ulteriori testimonianze che riguardavano però altre zone, non escluse quelle di Pompei e Oplonti.

Proprio all’inizio dell’attività di Maiuri erano state individuate in verticale sulla Casa dello scheletro tre tombe a tegole cosiddette “a cappuccina”, ma nessuno aveva dato la giusta importanza a tale rinvenimento. In seguito si è pensato che anche lo scheletro da cui ha preso nome la casa, trovato da Carlo Bonucci il 10 febbraio 1831, potrebbe essere appartenuto a una quarta tomba di una piccola necropoli che presupponeva l’esistenza di una minuscola comunità nell’area della colmata che cancellò Ercolano.

Sarebbe stato necessario riprendere al più presto lo scavo della Palestra, abolendo lo sconcio dei piloni del ponte moderno innestati con violenza nell’edificio, ma si trattava di un problema di vasto respiro per il quale sarebbero occorsi cospicui fondi che non era immaginabile ottenere. Ci si limitò quindi a restaurare la parte dell’edificio venuta in luce, in particolare il criptoportico, e a svuotare la grande vasca rettangolare di m 30x3, profonda oltre due metri e mezzo, che era la vera natatio dell’impianto sportivo, parallela al criptoportico, identificata da Maiuri ma mai scavata in precedenza. Si ipotizzò la creazione di un nuovo accesso all’istituto dalla litoranea Portici-Torre del Greco, espropriando un’area libera da edifici di circa 23.000 mq da attrezzare a verde per parcheggio e pubblico godimento: il Ministero, pur non stanziando fondi, aveva concesso la relativa autorizzazione. Proprio lì si sarebbe dovuto collocare un moderno Antiquarium, di cui Giulio De Luca stava completando il progetto. Ebbe invece una sistemazione molto più infelice – praticamente nell’area archeologica – per il timore espresso dal Sovrintendente di perdere i fondi già stanziati dalla Cassa. Pur deplorando tale scelta non avevo nessuna possibilità di contrastarla.

Un inatteso aiuto venne poi dal provveditore alle Opere pubbliche della Campania Paolo Martuscelli, che accettò di impiegare per Ercolano dei fondi del Provveditorato e anche qualcosa della legge speciale per Napoli. Il primo intervento fu abbastanza modesto, ma servì a collegare il viale col cardo III, abolendo l’assurdo accesso all’area archeologica che allora avveniva mediante una stretta passerella costituita dalla saldatura fra l’estensione extramurale della Casa dell’albergo e la compatta massa tufacea del fango del 79. I visitatori, penetrati come da una finestra, si trovavano spaesati all’interno di un’abitazione in mezzo a muretti e pilastri smozzicati dello scavo borbonico all’aperto e non sapevano come proseguire.

 

 


 

RIFLESSIONI SUL RAPPORTO TRA POMPEI ED ERCOLANO

 

Seguì una lunga stasi. Ormai era chiaro che Pompei ed Ercolano – appaiate allora in una fondazione greca ritenuta sempre meno credibile e poste d’istinto dai visitatori sullo stesso “piano storico” perché analoghe nella cristallizzazione nel tempo, a parte i diversi aspetti di conservazione – erano due realtà assai diverse per origine, funzione, vocazione.

Alla luce di recenti scoperte Pompei si configurava come un centro etrusco-italico risalente alla seconda metà del VII secolo a.C., che aveva progressivamente accentuato col porto fluviale quell’apertura culturale e commerciale al mondo mediterraneo che la valle del Sarno aveva esercitato fin dalla protostoria con villaggi dove i prodotti dell’Oriente erano giunti prima che i greci fondassero colonie sul litorale della Campania. In realtà la vita sul fiume risaliva a moltissimi secoli prima: recentemente si è scoperto nella località Longola di Poggiomarino che nuclei essenzialmente di pescatori abitavano in povere case di legno e graticci sul Sarno fin dalla preistoria, in isolotti circondati dall’acqua rafforzati da palificazioni. Nella pianta di Pompei si distingueva con chiarezza un nucleo antico o “centro storico”, con vicoli storti e altre anomalie rispetto ai quartieri che in seguito, entro le mura, si erano ordinatamente raccordati intorno.

Nulla di ciò a Ercolano. Avendo avuto a modello per la rigorosa geometria urbanistica la pianta di Neapolis, difficilmente poteva essersi sviluppata come città prima del IV secolo a.C., come del resto confermavano i dati dei primi saggi di scavo stratigrafico. Assai probabile, anche se non dimostrata, una primitiva situazione di baluardo costiero. Che si trattasse di un centro italico lo confermavano iscrizioni osche, influenzato comunque culturalmente dalla greca Napoli e sviluppatosi come statio lungo la strada costiera che – passando presumibilmente per il decumano superiore di Ercolano – dopo si biforcava per Pompei-Nocera e per Sorrento. Sorta in excelso loco, la città non poteva aver avuto un porto mercantile, dal quale l’ascesa per i gradini e le erte rampe che conducevano alle porte sarebbe stata assai faticosa e antieconomica. Si poteva ipotizzare un approdo peschereccio o poco più, con l’utilizzo della litoranea a fini commerciali. Del resto, che Ercolano non avesse avuto vocazione mercantile appariva chiaro da vari fattori cui si è già accennato: mancanza di profondi solchi nelle strade, assenza di un retroterra agricolo senza il quale non si potevano costruire fortune fondiarie da investire nei commerci, la quasi totale mancanza di pubblicità elettorale.

Doveva essere stata una città tranquilla, non turbata eccessivamente né dalla guerra sociale né dalla successiva romanizzazione: si ricordi che Silla nell’89 a.C. fece radere al suolo Stabiae e a Pompei fu imposta una colonia di veterani, tanto che si è parlato di “scarsa sensibilità politica” degli ercolanesi. Ciò si spiega col paternalismo di alcune importanti famiglie fra cui spiccavano i Balbi, originari di Nocera. Un grosso personaggio fu, come si è già accennato, Marco Nonio Balbo, proconsole della provincia di Creta e della Cirenaica. Anche se, seguendo un’interpretazione che fu di Theodor Mommsen, si propende oggi a considerarlo di età augustea e non flavia – tribuno della plebe e partigiano di Ottaviano – desta meraviglia con quanta generosità, benché ritenuto “patrono” dai cittadini, abbia fatto restaurare pecunia sua, come risulta da un’iscrizione, la Basilica, le porte e la fortificazione. È pressoché certo che il magnifico complesso delle Terme suburbane fu un suo dono alla città, alla quale pare non sia mancata anche in seguito l’attenzione di chi gestiva il potere. Dopo il terremoto del 62 a Pompei videro arrivare da Roma il tribuno Tito Suedio Clemente col compito di rivendicare beni pubblici di cui alcuni privati cittadini, profittando della confusione generata dal cataclisma, si erano impossessati. Mentre a Ercolano il tempio della Mater Deum fu restaurato grazie all’imperatore Vespasiano.

Piccola, raccolta, probabilmente con una popolazione di gran lunga inferiore ai quattromila abitanti tradizionalmente riportati nei manuali, Ercolano confermava di essere stata prima della catastrofe soprattutto un centro di commercianti arricchiti, bottegai, pescatori, specialmente dopo che la grande aristocrazia aveva abbandonato le abitazioni cittadine per costruire grandi ville fuori dei nuclei urbani. Una fase di transizione risultava con quelle case signorili meridionali che, abbattuta la barriera delle mura, stravolgendo la pianta primitiva si erano dilatate verso il panorama vincendo il dislivello con opere di sostegno, pilastri e ambienti sotterranei a volta. In questa gara verso la veduta del golfo i Balbi risultano complici di scempi edilizi. Per trasformare e ampliare le loro proprietà sullo scorcio del V cardo e collegarle con le Terme suburbane, che sono certamente legate al proconsole – altrimenti non avrebbe senso il suo monumento funerario nel cortile antistante l’edificio – , si demolì una collina.

Alla città pareva, allora, che mancasse un vero e proprio foro, al quale, secondo quanto sostenuto da Maiuri, sembrava supplisse il decumano massimo, isola pedonale e area di mercato. Restano un mistero le numerose armi gladiatorie d’argento trovate a Ercolano in epoca borbonica, fra cui quattro elmi, ora al Museo archeologico di Napoli. Altre sono al Louvre, donate nel 1802 dalla regina Maria Carolina moglie di Ferdinando a Giuseppina Beauharnais moglie di Napoleone. Teoricamente non si potrebbe escludere la presenza di un anfiteatro, tanto più che alcune raffigurazioni graffite o dipinte in più luoghi della città indicano interesse per i combattimenti dei gladiatori. Ma, a parte ogni difficoltà di ricerca nelle aree esterne non esplorate, l’entità topografica di Ercolano porterebbe a escludere tale possibilità. A meno che, come è stato ipotizzato su una testimonianza di Vitruvio, tali spettacoli non avvenissero in un porticato dietro la scena del Teatro, non diversamente dalla cosiddetta Caserma dei gladiatori dietro al Teatro grande di Pompei.

Le maggiori riflessioni riguardavano la distanza dell’antica spiaggia dalle mura e la fine degli abitanti. Il propter mare dello storico latino di età sillana Lucio Cornelio Sisenna faceva pensare che l’approdo a circa mezzo chilometro fosse in antico assai vicino alla città. I gradini nei quali confluivano le due rampe dopo una ripida discesa adiacente alle mura – unica pensabile via per il lido – scomparivano nell’acqua della falda freatica perennemente gorgogliante dalle fenditure del compatto banco tufaceo senza lasciar scorgere alcun utile indizio. Il paragone coi gradini di Positano, di altri centri costieri veniva immediato. E poi, erano davvero riusciti a fuggire gli abitanti col Vesuvio in apocalittica eruzione, come da sempre fino a Maiuri e anche dopo era stato sostenuto?

Innegabili sono comunque l’evidenze archeologiche di un cataclisma rapido e violento. Nell’area del decumano massimo sulle alte basi rivestite di marmo che avevano sostenuto statue equestri in bronzo erano rimasti solo gli zoccoli dei cavalli. Nel calidario delle Terme suburbane un massiccio vortice di melma penetrato con violenza dalla finestra a pannelli vitrei aveva sollevato il sottostante bacino marmoreo per le abluzioni di acqua fredda, pesante alcuni quintali, proiettandolo verso la porta di legno di accesso all’ambiente. Nell’area extramurale si “pescava” di tutto: grossi pezzi di muri provenienti dai piani superiori delle case, tegole, una miriade di frammenti di oggetti in bronzo, vetro, ceramica, tronchi grandi e piccoli certamente fluitati dalle pendici del vulcano. Con tale catastrofica spinta dal Vesuvio verso il mare gli abitanti avevano avuto davvero il tempo, il modo di salvarsi? O si trattava di una delle tante favolette dure da estirpare nel mondo degli archeologi?

 

 


 

CHE FINE HANNO FATTO GLI ERCOLANESI?

 

Il provveditore Martuscelli accettò di aggiungere al cantiere di sud-ovest un altro da sud-est, al fine di dare maggiore respiro all’imponente prospetto architettonico delle Terme suburbane. Era un lavoro assai impegnativo, perché oltre ad approfondire e dilatare lo scavo occorreva isolare l’edificio dalla falda freatica. Gli operai che avevano lavorato alle Terme avevano sguazzato nell’acqua fino alle ginocchia. Svuotando un corridoio che dall’atrio portava al praefurnium sottostante alla grande piscina riscaldata erano incappati, con un colpo di piccone, in una grossa fistula da cui l’acqua era sprizzata in alto per giorni e giorni. Prima di incanalare la falda in un cunicolo che portava al mare, avvalendosi di potenti pompe idrovore, occorreva frantumare e portar via migliaia di metri cubi di materiale durissimo, con tutti gli accorgimenti che un’area archeologica richiedeva.

Il risultato sarebbe stato però grandioso. Realizzando un nuovo ingresso da sud i turisti avrebbero avuto la sensazione di “scoprire” Ercolano come antichi visitatori venuti dal mare, ascendendo la gradinata e proseguendo su per le due rampe che a destra e a sinistra conducevano, attraverso le porte, in città. Quel cunicolo era stato realizzato da Maiuri per creare un valido sfogo quando alle acque della falda si sarebbero potute aggiungere quelle di possibili piogge torrenziali.

 L’impegno del provveditore nel concedere le perizie di spesa era stato preciso e drastico: rimozione della montagna di fango solidificato sì, scavo archeologico no. A detta degli addetti ai lavori, la sensazione era che la straordinaria conservazione di ogni dettaglio di Ercolano avesse determinato false convinzioni sulla fine della città. In particolare Maiuri, scrittore accattivante, si era soffermato sui particolari della vita quotidiana degli abitanti che sembravano stonare con l’idea della morte. Si entrava nelle case degli ercolanesi trovandole come gli abitanti le avevano lasciate: la chiave nella serratura, le forme per i dolci, le stoffe, i letti, gli sgabelli, il pane nel forno. Qual’era (è) la verità?

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA “GRANDE STAGIONE” DI ERCOLANO


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TUTTI MORTI NEL 79?

 

Abbandonati gli attrezzi, gli operai si distendono, con le teste pencolanti nel vuoto, sul bordo della lunga e profonda incisione che avevano creato parallelamente al muro meridionale della vasta area antistante le Terme suburbane. Il compatto banco tufaceo che da ogni parte soffocava l’edificio aveva ceduto di schianto per la violenta pressione di una vena d’acqua lasciando intravedere, nitidissimo, uno scheletro rannicchiato che, trascinato da un vorticoso mulinello, era subito scomparso in un profondo meandro.

Per Ercolano è una data storica: il 21 maggio 1980. Poteva trattarsi di un fatto casuale. Ma quando dopo alcune settimane fra spessi involucri di fango rappreso che celavano pezzi di intonaco dipinto, frammenti di marmo, legni bruciacchiati o in colore naturale, minuzie di ogni genere come chiodi e tessere di mosaico si riuscirono a recuperare due vittime pressoché intatte il dubbio che potesse trattarsi delle prime drammatiche testimonianze di una popolazione di morti prese maggiore consistenza. Precedentemente a Ercolano le vittime ritrovate erano state davvero poche. Quelle dello scavo Maiuri per lo più si erano attaccate ai soffitti, dopo aver galleggiato nella melma entrata da ogni apertura. Una volta staccate erano state sistemate in grandi vetrine rettangolari, come se si fosse trattato di arredo degli edifici.

La notizia fa presto il giro del mondo, specialmente dopo che, approfondendosi il saggio di alcuni metri, una mano fortunata riesce ad afferrare nell’acqua conchiglie marine. Era la spiaggia? Il “New York Times” manda un corrispondente, Henry Tunner, che il 6 luglio pubblica un ampio resoconto, subito ripreso da altre testate. Quando nella melma cominciano ad apparire prospetti di ambienti a volte si crea un’atmosfera di grande suspense. I giornalisti che accorrono numerosi desiderano avere notizie precise: se cioè quegli indizi siano da ricollegare effettivamente all’antica spiaggia e alla fine degli abitanti di Ercolano. Pur essendone intimamente convinto, il direttore degli scavi dell’epoca, l’archeologo Giuseppe Maggi, manifesta prudenza, perché il mestiere dell’archeologo è fondato sì su intuizioni ma a esse devono seguire dimostrazioni. A un articolo che lo stesso pubblicò in prima pagina nel numero di luglio-agosto di quell’anno del periodico “Magna Graecia” suggeriva di porre al titolo un interrogativo: Tutti morti gli ercolanesi nel 79? Sulla stampa quotidiana e periodica cominciano ad apparire numerosi servizi, anche di grandi firme: Pino Aprile, Adriaco Luise, Felice Piemontese, Rosario Mazzitelli e tanti altri. Su  “Il Mattino” di Napoli Franco Scandone scrive appassionate cronache. Per il popolo televisivo Luigi Necco fa ampie interviste sul TG1 e TG3. Intanto si pone il problema di come salvaguardare le vittime. Non esistendo un’esperienza specifica di conservazione di corpi in analoghe condizioni, si accetta la proposta di un anziano restauratore di trattarli col vecchio, collaudato metodo per preservare gli oggetti lignei, consolidandoli cioè in una soluzione di cera e benzina. Tale accorgimento, reversibile, avrebbe protetto provvisoriamente quei corpi dalla corruzione degli agenti atmosferici.

S’immaginò pure che, dopo il fuoco pirotecnico dei mass media, si sarebbero smossi ministeri, istituzioni culturali. Che l’entusiasmo degli operai e dei tecnici avrebbe contagiato gli amministratori locali, quelli provinciali e regionali, i deputati. Invece il caldo torrido dell’estate avviluppò uomini e cose, mentre la capacità di spesa del Provveditorato si assottigliava come un grosso gomitolo prossimo a svanire. Non c’era speranza di ottenere fondi per altra via. Il ritrovamento, il 15 ottobre, di una grata di ferro sembrò simboleggiare la chiusura di una grande impresa. Il sopravvenuto terremoto del 23 novembre non avrebbe certo agevolato le cose.










ALLA RICERCA DELLA SPIAGGIA ANTICA

 

La primavera del 1981 trascorre nello sconforto. Il cantiere del Provveditorato è asfittico, benché alimentato per vie misteriose dal provveditore Martuscelli. Il saggio di scavo parallelo al cortile delle Terme suburbane viene completato, con grande fatica per la durezza del materiale, fino al prospetto sud-occidentale dell’edificio alla profondità media di cinque metri. Affiorano grossi tronchi d’albero, i soliti frammenti ceramici, di marmo, vetro, scaglie di bronzo. Approfondendo qua e là il saggio si recuperano ancora, in stretti fori subito riempiti dall’acqua, parti di conchiglie e sabbia. Sono elementi decisivi che il lido antico è proprio lì e non ad almeno 150-200 metri di distanza, come ipotizzato da quasi tutti gli studiosi precedenti?

Si dilata il più possibile l’area all’esterno del prospetto meridionale delle Terme e si decide di risolvere contemporaneamente il giallo degli ambienti a volte. Si comincia a scavare con precauzione, dall’alto, all’esterno dell’ultimo ambiente adiacente all’edificio termale, sul lato destro guardando la gradinata che finiva nell’acqua. Per oltre tre metri nessun risultato. Si rimuove l’ultimo strato che ricopre il pavimento recuperando pesi da telaio, un’accetta in ferro, un pezzo di fistula in piombo, frammenti di marmo colorato, di pentole, brocche, lucerne, di intonaco dipinto. Col fiato sospeso si svuota in molti giorni di dura fatica tutto l’ambiente, ma ancora non si trova nulla. Sulla parete settentrionale c’è il triste sbocco di una fogna. Si passa quindi all’ambiente adiacente. Per svuotarlo si impiegano settimane. Nel fango durissimo si recuperano frammenti di vario materiale. Negli ultimi trenta centimetri qualcosa che desta nuova speranza: sabbia scura mista a elementi lignei.

Prevedendosi l’imminente chiusura del cantiere, verso la metà di giugno si decide di interrompere l’esplorazione degli ambienti a volte e di concentrare ogni sforzo nell’area antistante il prospetto meridionale delle Terme. Lo scopo è quello di creare il maggior spazio possibile fra l’edificio e la possente muraglia di fango consolidato incombente dall’alto del viale d’ingresso, giungendo fino al piano di calpestio a dispetto delle difficoltà della falda. Affiorano le solite cianfrusaglie, fra cui resti di legno carbonizzato in cui sono infilati chiodi di bronzo lunghi e sottili. Che si tratti dei resti di una barca? Non si ha il tempo di riflettere perché vengono in luce una ventina di frammenti di marmo con tracce di lettere incise: sono parti di un’iscrizione che, ricomposta, potrebbe rappresentare un prezioso documento. Il giorno dopo (siamo al primo luglio) si allarga ancora lo scavo inseguendo frammenti di marmo che scivolano come anguille. Appare un grosso pezzo di marmo tornito. Un operaio l’afferra e lo solleva: è la coscia di una statua. I compagni, a gara, tirano dalla melma, come tanti pesciolini, frammenti di un elaborato panneggio a grana tenera di marmo greco, con protomi leonine. Tra i vari frammenti si recupera una lastra marmorea rettangolare che benché mutila porta incisa, chiarissima, la scritta BALBO sul primo rigo e sul secondo PRO COS. Si tratta indubbiamente di un’iscrizione dedicatoria a Marco Nonio Balbo, il proconsole della provincia romana che comprendeva Creta e la Cirenaica del quale esistevano tante testimonianze a Ercolano. Fino al 7 agosto, data di chiusura del cantiere, si recuperano numerosi frammenti grandi e piccoli di una statua loricata, cioè con corazza, dello stesso proconsole: il torace fino alle spalle e parte delle cosce coperte dal panneggio sono trovati in un solo giorno, il 29 luglio. Vengono in luce altri frammenti dell’iscrizione dedicatoria della statua e scaglie della sua base nonché della cornice che nel cortile antistante le Terme riquadrava una grande ara rivestita di marmo, posta innanzi alla base della statua. Su di essa era riprodotto un decreto del municipio ercolanese che aveva stabilito particolari onori, dopo la morte, a chi aveva beneficato la collettività cum plurima liberalitate.

L’ara e la base della statua erano state individuate da Amedeo Maiuri fra il 1940 e il 1942, quando la stasi della guerra l’aveva indotto a una serie di ricerche nell’area suburbana. Si trovavano nel cortile antistante le Terme con chiaro riferimento alla costruzione dell’edificio. Quel cortile appariva cioè come un “recinto funebre” del personaggio. L’elenco degli onori tributatigli era preciso: una statua equestre nel luogo più frequentato della città, cioè nell’area del foro, un’ara sulla tomba con iscrizione di dedica, una pompa che doveva muovere dal luogo del sepolcro nella ricorrenza della morte, l’aggiunta di un giorno ai ludi ginnici ercolanesi, la conservazione del posto – la sella curulis – al Teatro per sentirlo perennemente vivo e presente nella coscienza del popolo.

Sulla base della statua erano rimasti saldamente piantati i piedi del personaggio. Maiuri aveva cercato invano l’iscrizione e il resto della statua. Ma aveva avuto la fortuna di trovarne la testa, capovolta nel terreno a oltre due metri dalla base, riconoscendo giustamente in essa un ritratto di Marco Nonio Balbo. In realtà l’unico ritratto che all’epoca fosse certo, perché le teste delle due statue equestri in marmo scoperte in epoca borbonica e ora al Museo nazionale di Napoli – dedicategli rispettivamente dai cittadini di Nocera, dove era nato, e dagli ercolanesi – avevano subito una strana sorte. Una, sfracellata da un colpo di cannone sparato dai rivoluzionari della Repubblica Partenopea contro il Palazzo di Portici, era stata ricostruita da Angelo Brunelli col volto idealizzato di un giovane efebo. L’altra non era stata mai trovata e fu modellata dallo scultore Giuseppe Canart ispirandosi a una statua togata ritenuta da alcuni studiosi di Marco Nonio padre. L’ipotesi formulata da Maiuri era molto precisa: <<Gli scavatori s’erano imbattuti lungo il taglio del cunicolo nella statua rovesciata sul terreno e l’avevano, issandola con canapi, tratta fuori a traverso l’apertura di uno dei vicini pozzi di discesa>>.

Ma c’è un particolare di cui sarebbe ingiusto defraudare il lettore. Quella testa lavorata a cuneo per l’inserzione nel tronco, rimasta per anni nei depositi di Ercolano, era stata chiesta tempo prima d’urgenza da Fausto Zevi, subentrato nel 1977 ad Alfonso de Franciscis al vertice della Sovrintendenza, perché una studiosa era giunta alla conclusione che appartenesse a una statua acefala conservata nel Museo di Napoli. Ebbene, tale testa calzava perfettamente sul busto recuperato nel fango.

 

 


 

LE VITTIME

 

Il provveditore Martuscelli rinsangua il cantiere fin dai primi giorni del 1982. Riesce anche a prosciugare l’area antistante le Terme mediante l’installazione di un sistema provvisorio di pompe idrovore di notevole potenza. Restano all’asciutto frammenti di intonaco dipinto in rosso, lastre di marmo di diverso colore e consistenza, pezzi di tegole, parti di travi di cui alcune con tracce di combustione: riflettendo su tali ritrovamenti, sarà difficile accettare le teorie di Haraldur Sigurdsson, di Tullio Pescatore e altri studiosi che Ercolano sia stata investita da ondate ardenti di temperatura anche superiore a 400 gradi: più verosimile, forse, pensare a pyroclastic flows nel senso di veloci ma isolati guizzi di lingue di fuoco che si spegnevano al contatto col mare. Se il fenomeno fosse stato generalizzato, come mi pare si voglia intendere, l’area suburbana non avrebbe restituito porte in colore naturale, di cui una gira ancora sui cardini originali.

L’11 gennaio si decide di iniziare lo scavo del quarto ambiente fra la gradinata e l’edificio termale, cioè il terzo dall’angolo con le Terme suburbane. Si rimuove materiale durissimo, per cui agli operai si raccomanda di procedere con la massima cautela. Quando, dopo qualche giorno, lo svuotamento supera i due metri e mezzo, si riscontra materiale più friabile. <<Affondandovi le mani si ha la sensazione di toccare ossame di un grande animale di epoche remote.>> dice a proposito Giuseppe Maggi. Con grande precauzione si isola dal fango che si assottiglia una rotondità che mette angoscia: un teschio con la bocca spalancata, i denti lucenti, e le occhiaie vuote. Si tratta di un gruppo di persone che si erano strette in un atto istintivo di conforto, come a proteggersi dalla morte. La data, scrupolosamente annotata, è il 16 gennaio. Gli archeologi si rendono presto conto che nel gruppo ci sono anche dei bambini. Un frammento di disco di lucerna fa pensare che quegli sventurati abbiano abbandonato le case di notte per cercare rifugio presso il lido, discendendo a precipizio la gradinata mentre il cielo era arrossato dalle eruttazioni del vulcano. Lo svuotamento dell’ambiente continua per due settimane. In uno spesso strato di sabbia si contano dodici vittime addossate alla parete occidentale. Lo stato di conservazione è eccezionale: tracce di abiti, i denti intatti.

Era la prima volta che una scena di così sconvolgente pathos emergeva dall’antichità, portando in luce veri protagonisti, non fantasmi di gesso come a Pompei. La gestualità rivelava i sentimenti, le credenze religiose. C’era chi era disteso col capo reclinato sulle braccia conserte, in atteggiamento di rassegnata accettazione della tragedia, e chi negli ultimi spasimi aveva scavato solchi nella sabbia con le dita rattrappite. I ragazzi erano quattro. Una giovane donna cercava di confortarne uno carezzandogli la testa, mentre con l’altra mano stringeva un bimbo piccolissimo nella guancia.

La notizia della scoperta, diffusasi rapidamente, desta enorme sensazione. Il giornalista Franco Scandone scrive di <<composizione veristica di duemila anni fa che ha la terrificante naturalezza di un bassorilievo funebre>>. Dall’inconscio degli archeologi emerge un sottile senso di colpa, che si acuisce quanto più riesce a penetrare nella psicologia dei personaggi, diventando sofferenza di fronte alla tenerezza per la sorte dei piccoli.

Accorrono a Ercolano giornalisti da tutto il mondo, perfino da Hong Kong e Pechino. Viene anche il ministro per i Beni culturali Vincenzo Scotti, che torna dopo qualche giorno con gli ambasciatori di Gran Bretagna e Grecia e cospicuo seguito di politici e addetti culturali di numerose ambasciate. Gli ospiti assistono allo scavo in corso del terzo ambiente a est della scalinata, cominciato il 3 febbraio. Rimuovendo il materiale durissimo che l’occludeva erano venute in luce una cesta di paglia intrecciata forse di un pescatore e molte vittime, di cui una con la testa coperta da un berretto in feltro. Era comparso anche un cavallo. A differenza dell’ambiente precedente questo si era rivelato colmo di un groviglio inestricabile di corpi a più strati, in tutto circa una cinquantina. Facevano immaginare una violenta spinta dall’esterno di un vortice di fango che li aveva accatastati oppure il folle terrore di gente che facendo forza per entrare aveva calpestato altri corpi. Il cavallo, imbizzarrito per la paura, aveva fatto da cuneo nella calca con la sua possente mole.

Era ormai chiaro che Ercolano nel 79 era stata investita da un cataclisma rapido e violento che difficilmente avrebbe consentito alla popolazione di trovare scampo se non, forse, prendendo il largo una volta che il mare si fosse calmato. La ricerca di un provvisorio rifugio presso il lido corrispondeva alla speranza di fuggire via mare, ammesso che vi fossero state imbarcazioni sufficienti per tutti. Da alcuni fori trovati nei muri degli ambienti scavati si desumeva che erano stati adoperati per ricovero di barche d’inverno issandole su tavole di legno, come ancora si usava fare a Sorrento, Vico Equense, in numerosi altri centri della costiera sorrentina e amalfitana. Non c’era più dubbio che il mare antico era stato proprio là, di fronte a una ripida rampa d’approdo parallela al prospetto meridionale delle Terme suburbane. Con l’onda lunga lambiva gli ultimi gradini della discesa alla spiaggia, sotto i quali si riconosceva lo zoccolo di lava preistorica su cui era stata impiantata la città. Il fondo marino risultava più basso quasi di cinque metri rispetto all’attuale, per un fenomeno di bradisismo nell’arco orientale del golfo precedentemente poco conosciuto.

Qualche giornalista paragona il violento cataclisma che si abbatté su Ercolano alla tragedia del Vajont. Su tutti prevale l’emozione della visione delle vittime: <<Ecco che questo intreccio di scheletri, nel suo impasto cromatico di fango e sabbia, ma anche di infinita pietà e disperazione nell’anelito dei gesti, assume la tonalità impensata di un’opera d’arte. Quel groviglio di emozioni si propaga fra i giornalisti accorsi da tutto il mondo, si riflette nel lampo incrociato dei flash, nel ronzio incessante delle cineprese, nelle esclamazioni incredule di alti diplomatici stranieri, che sono consapevoli ambasciatori di questo messaggio culturale ancora una volta evocato dalle antichità di Ercolano>>.

Il 27 febbraio “Il Mattino” dedica un’intera pagina alle nuove scoperte. Con due fotografie appaiate Franco Scandone paragona <<la violenza materializzata dalla Morte suscitata dalle forze implacabili della natura e quella ancora più atroce della barbarie della guerra in un delirio di furia dal cielo di Spagna sulle case inermi di Guernica>> riprodotta da Picasso nel celeberrimo omonimo quadro. Questo riferimento sembrava tanto legittimo da indurre il sempre cauteloso e sobrio Giuseppe Maggi a un raffronto: <<All’opera picassiana il gruppo di vittime si avvicina anche per certe tonalità cupe che in Guernica sono risultato di tormento e lutto nell’animo dell’artista, mentre qui la Natura stessa ha creato il supporto funebre di sabbia nera sul quale da un impasto cinereo prende forma il groviglio dei corpi: immoto nel tempo, continua a esprimere sensazioni di terrore, tenerezza, allucinata percezione della Morte imminente. Da qualsiasi punto lo si guardi questo viluppo di morti di Ercolano desta partecipazione profonda per l’infinita varietà di particolari non notati prima nell’espressione dei volti, nel rattrappirsi degli arti, nei teneri gesti di protezione di creature appena nate e subito ingoiate nel Nulla>>.

 

 

 


 

IL PROBLEMA DELLA CONSERVAZIONE

 

L’importanza della scoperta spinge la Sovrintendenza a sospendere lo scavo finché non siano definite le tecniche per la conservazione dei corpi. Si raschia intanto, sullo scorcio di febbraio, nell’ambiente col gruppo delle dodici vittime. In grembo a uno dei deceduti si recupera un grumo di monete cementate dal fango, il gruzzolo che il fuggiasco aveva portato con sé insieme con un anello con corniola incisa, forse in una borsa di cuoio attaccata alla cintura. Viene fuori anche un’olletta grezza, rimediata forse all’ultimo momento per una scorta d’acqua. In seguito sotto un’adiacente vittima si sarebbe recuperato un altro grumo di monete. Mentre un’altra avrebbe restituito solo una moneta in bronzo. Accanto al corpo due spicchi d’aglio e una cipollina, ai due lati della testa orecchini d’oro: una massaia non priva di civetteria.

Da marzo in poi si scava nell’area antistante il prospetto meridionale delle Terme alla ricerca di elementi utili per definire l’antica linea di costa e si amplia il cunicolo di fronte alla gradinata per sistemarvi definitivamente le potenti pompe idrovore che fino ad allora erano state spostate qua e là nel cantiere. Si recuperano miriadi di frammenti di terracotta, scaglie di marmo del più diverso colore, un’antefissa contornata di palmette, ossa di animali, pezzi di legno di varia consistenza e misura. Un giorno appare un frammento di timone. Indizio di una barca? Si ha comunque la certezza che l’antico fondo marino, a tratti scoglioso, sia stato raggiunto sia nel cunicolo che nella vasta area che si sta liberando. Il 28 giugno sull’antica spiaggia si recuperano tre scheletri. Rimuovendo la massa tufacea dalla zona sottostante l’Area sacra si ha la conferma della perfetta simmetria delle masse architettoniche spartite dalla gradinata. Anche sotto l’Area sacra come sotto il cortile antistante le Terme suburbane esistono ambienti a volta, presumibilmente con altre persone che vi avevano cercato rifugio. La prospettiva scenografica del digradare degli edifici dall’alto delle mura verso il mare cominciava a essere imponente. Ma anche qui si decide di non svuotare gli ambienti prima che sia stato individuato un valido sistema di conservazione dei corpi.

Sull’inizio dell’estate, in un afoso pomeriggio, vanno a visitare Ercolano due ospiti illustri: l’ambasciatore degli Stati Uniti Maxwell M. Rabb e il console generale di Napoli Walter John Silva, accompagnati dalle rispettive mogli. Qualche giorno dopo, giunse anche un’esperta di paleoantropologia dello Smithsonian Institution, Sara Bisel.


 

IL METODO BISEL

 

La Bisel si presentò alla fine di giugno con tre assistenti. Dichiarò senza mezzi termini che non esistevano alternative al completo smontaggio delle vittime. Le ossa dovevano essere immerse in una speciale soluzione al fine di consolidarle, per poi essere ricomposte usando speciali legamenti. Lo studio di quel grande ossario e di quello ancora più cospicuo da portare in luce avrebbe consentito di conseguire risultati scientifici di enorme importanza: di ciascuna vittima si sarebbero stabiliti con precisione sesso, età, condizioni di salute e di nutrizione, malformazioni acquisite o congenite, tare ereditarie, ricostruendo un quadro abbastanza verosimile dell’antico ecosistema. E bisognava anche agire in fretta, pena la rapida polverizzazione di tutto.

Col metodo Bisel dal 2 luglio si rimuove il gruppo delle dodici vittime che tanta emozione aveva destato al momento della scoperta. Il 17 luglio all’esterno del secondo ambiente a ovest della gradinata gli operai individuano due vittime, quattro due giorni dopo con accanto grumi di monete d’argento, di bronzo e un anello con gemma incisa. Il 19 luglio si scopre pure, sul limitare del terzo ambiente, una vittima femminile in straordinario stato di conservazione: dalla mano sinistra si recuperano due anelli d’oro con pietre incastonate. È un’eccezionale scoperta, che sarà completata solo il 5 aprile dell’anno seguente col ritrovamento di due orecchini d’oro e due splendidi bracciali pure d’oro a forma di serpente con occhi in diaspro. Tali gioielli testimoniavano nella vittima una “classe” diversa rispetto a ciò che si poteva giudicare dai corpi trovati precedentemente. Dal 22 luglio su quella che non c’era più dubbio fosse l’antica spiaggia si recuperano ancora tre grumi di monete in bronzo, anelli in bronzo, una roncola in ferro, una fibbia di cinturone in bronzo, un coperchio di orciolo in terracotta. Sempre nella stessa area il 29 si trovano due vittime, altre due il 2 agosto. Da un sommario esame eseguito dalla Bisel risulta che qualche corpo ha le ossa fracassate. Ciò provava che erano vittime “diverse”. Non persone in attesa di un improbabile imbarco, ma gente strappata dal contado, risucchiata dalle case giù per le ripide strade della città, trascinata nell’infernale fiume di fango e proiettata al di là delle mura in un’ampia cascata che si allargava a ventaglio nel mare.

 

 


 

IL RITROVAMENTO DELLA BARCA

 

Agosto comincia svogliatamente. Ormai il ritrovamento di corpi non fa più notizia, anche se ne avevano scritto giornali come il “Times”, “Le Monde”, “Die Zeit”. Il giorno 3 c. m. la squadra che da mesi stava procedendo all’ampliamento dello scavo nell’area antistante le Terme suburbane incappa in qualcosa che aveva fatto abbandonare gli attrezzi, inducendo gli operai a rimuovere con le mani e con morbide spazzole il fango incrostato su una sagoma lignea che si intuisce sia una barca. La parte venuta in luce si pensa sia la poppa capovolta, che si allargava in un costolato ligneo cadenzato da file parallele di chiodi a testa bronzea, disposti verticalmente rispetto alla chiglia. L’emozione è grande. Si trasforma in forte partecipazione emotiva quando nei pressi dell’imbarcazione si scopre una vittima con le gambe e le braccia allargate nella caratteristica posizione degli annegati. Un naufrago del tentativo di mettere in mare i natanti? Il nocchiero? La parte opposta della barca non si vedeva, prigioniera com’era della roccia, roccia anch’essa come per una maledizione analoga a quella che colpì la nave dei Feaci di ritorno da Itaca. Si rinvenne anche un minuscolo salvadanaio di legno strappato forse dalle mani di un bambino, col coperchio scorrevole e dentro una monetina d’argento e una di bronzo col volto paffuto di Vespasiano.

La verità è che si lavorava a casaccio. Un saggio largo poco più di un metro si era trasformato in breve tempo in una specie di voragine che pullulava di vittime. A parte i rifugiati sotto gli ambienti a volta i corpi sparsi all’aperto dappertutto, da recuperare in fretta prima che un violento temporale spazzasse via la fatica di un’estate. Si trattava solo di un brano della tragedia degli ercolanesi, che aveva fornito però dati storici di enorme importanza ed elementi di studio per generazioni.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SOLDATO VA A WASHINGTON


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UN SOLDATO GIGANTE

 

Mentre il lavoro di isolamento della barca procede con estrema cautela, si rimuovono le vittime venute in luce davanti agli ambienti sotto l’Area sacra. Il 7 agosto venne scoperto il corpo di un gigante: un uomo alto quasi un metro e ottanta. Chi aveva detto che in epoca romana si era più bassi di noi? Si riconosce in lui un soldato dal fodero in cuoio di una spada che conservava intatti i colori originali e, attaccata, l’elsa dell’arma. Il 3 settembre si recuperano parti del suo cinturone in bronzo, una martellina e due scalpelli in ferro che portava dietro alle spalle, conglomerati dal fango con due anelli in bronzo e un vago di collana in pasta vitrea. Gli attrezzi lo fanno apparire come un militare incaricato anche di compiti di protezione civile. Gli appartenevano forse sette monete d’argento e tre d’oro, trovate accanto al corpo. Nell’ultima decade di agosto si erano messe in luce altre sette vittime e, accanto, due roncole in ferro.

 Il 6 settembre comincia lo svuotamento del secondo ambiente a est guardando la gradinata, il solo non scavato da quel lato. La Bisel desiderava raggiungere al più presto la “campionatura” di almeno ottanta vittime per uno studio abbastanza verosimile di tipo paleoantropologico.

Quando, procedendo dall’alto, dopo alcuni giorni si raggiunge lo strato archeologico si contano diciassette vittime, ma si pensa che sotto al livello messo in luce ce ne siano molte altre. La scena è completamente diversa rispetto agli ambienti scavati precedentemente. Qui i corpi sembravano fluttuare in un mare di fango le cui onde, alte per un vento impetuoso, si erano improvvisamente pietrificate mentre spingevano le vittime verso nord-est. La sensazione è di una scena dell’Inferno dantesco, non immaginabile da chi non abbia partecipato a quell’evento. Ne scrivono, fra gli altri, Sabatino Moscati su “L’Espresso”, Pino Aprile su “Selezione”, Antonella Amendola sulla “Domenica del Corriere”, Mino Guerrini su “Epoca”, Luigi Necco su “L’Europeo”. Il 19 accorre il ministro Scotti, accompagnato da alcuni ministri dei Beni culturali della CEE.

 

 


 

IL NATIONAL GEOGRAPHIC

 

Dai primi di settembre il cantiere del Provveditorato era fermo per esaurimento di fondi. Erano andati via anche i collaboratori stranieri della Bisel: Stephen Koob, Alice Paterakis e Lynn Grant. Si stava quindi operando soltanto con le scarse forze dell’Istituto. Preoccupava molto l’area corrispondente all’antica spiaggia, dove una violenta pioggia d’autunno poteva distruggere il grande lavoro dell’estate rimasto incompiuto.

Ognuno dette il meglio di sé, rinunciando a ferie e turni di riposo. Incommensurabile in particolare l’impegno di Giuseppe Zolfo, Gennaro Manzillo, Ciro Porsenna, Giuseppe Borriello, Pasquale Esposito. Vennero in luce altre vittime, molte trascinate dall’alto nella cascata di fango, come verificava puntualmente la Bisel dallo stato delle ossa. E ancora monete e oggetti d’oro.

Per proteggere la barca si costruisce in tutta fretta un capannone in muratura e lamiera, mentre si esplora l’area adiacente liberandola dal fango. Si recuperano spezzoni di corda ma anche numerosi altri oggetti, fra cui – stranamente – cipolline, agli, due grandi pettini in bronzo, un cestino di vimini, fluitati da chi sa dove. Intanto, inviato dalla National Geographic Society, era giunto per esaminare la barca un esperto di archeologia navale: J. Richard Steffy dell’Institute of Nautical Archaeology del Texas. Veniva dalla cittadina universitaria di College Station presso Houston. Nel confermare l’importanza del reperto – che risultava di oltre nove metri, perfettamente conservato benché danneggiato verso il centro da un notevole schiacciamento – aveva raccomandato di procedere al più presto al suo restauro e consolidamento, poiché il legno, che risultava in gran parte carbonizzato, non avrebbe resistito a lungo all’azione nefasta degli agenti atmosferici. Aveva anche manifestato l’opinione che potesse trattarsi di una grossa barca da carico, probabilmente a vela, se un albero trovato fra i molti legni disseminati intorno apparteneva effettivamente al natante.

Il “National Geographic” pubblica nel numero di dicembre 1982 del suo periodico – diffuso in circa 30 milioni di copie – un ampio servizio su Ercolano firmato da Joseph Judge, con splendide foto a colori di Jonathan Blair. Il fascicolo è presentato in anteprima a Roma nella prima settimana di novembre nella sede dell’ambasciata americana: partecipano, con l’ambasciatore Rabb, il ministro Scotti, il presidente della Society Grosvenor, il console di Napoli Silva, il provveditore Martuscelli e vari esponenti del mondo culturale americano e italiano. Si decide in quella sede che sia il direttore degli scavi Giuseppe Maggi a presentare il 16 novembre a Washington, nella sede del Geographic, il numero del periodico alla stampa americana. Si auspica che alla cerimonia possa partecipare anche il ministro Scotti, che proprio in quei giorni avrebbe dovuto recarsi negli Stati Uniti e in Canada.

Poco prima della partenza viene chiesto da parte americana di poter esporre nella sede della Society un reperto ercolanese, come simbolo del lavoro compiuto fino a quel momento: esattamente lo scheletro del soldato. Di solito per le esportazioni si doveva otteneva il parere preventivo del Comitato di settore per i Beni archeologici del ministero, ma considerata l’urgenza il ministro taglia corto e concede l’autorizzazione. Dopo 24 ore un’altra difficoltà. Gli americani chiedono che con lo scheletro siano inviati anche gli oggetti che gli appartenevano, almeno lo splendido cinturone in bronzo che nel frattempo era stato restaurato. Non trovandosi il ministro a Roma, il suo capo di gabinetto, Filippo Capece Minutolo del Sasso, un arguto napoletano, interpreta l’autorizzazione già data come “scheletro con accessori” o meglio “col suo corredo”, per usare un’espressione consueta nel mondo degli archeologi scavatori di tombe. Così avvenne. Lo scheletro, ridotto dalla Bisel a un piccolo involucro, parte e giunge a Washington, salutato dalla stampa come <<il primo romano che sbarca negli Stati Uniti>>. Ma non tutti gradiscono. Un bello spirito, Lucio Manisco corrispondente del “Messaggero” da New York, parla di <<dissacrante episodio>>, specificando che <<il trafugamento dei cadaveri e l’oltraggio ai resti umani sono crimini perseguibili a termini di legge>>.

In Washington l’atmosfera era gioiosa, rallegrata dagli scrosci di una fontana e risonante delle voci dei bimbi di una scuola elementare che avevano avuto il privilegio di poter osservare “il romano” prima della cerimonia ufficiale di apertura al pubblico. La sera l’atmosfera del Geographic è solenne, con ampi spazi trasformati in una scintillante sala da pranzo. La partecipazione del mondo culturale, politico, finanziario è notevole.

Meno di mezz’ora dopo la conferenza stampa, i grandi network diffondevano già le vicende della fine degli ercolanesi. Nel pomeriggio e ancor più il giorno dopo grandi titoli sui giornali e ampi servizi con foto. Sul “New York Times” un articolo in prima pagina di Philip M. Boffey continuava in una pagina interna. Il titolo dell’articolo di Mike Kernan sul “Washington Post” centrava il lato umano della vicenda: “Agony on an ancient beach”. Si erano cercati soprattutto titoli originali. Sul “Baltimore Sun” un ampio servizio di Richard H. Gilluly era stato titolato “80 skeletons tell sad story of Vesuvius”.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE SCOPERTE DEL 1983


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UNA PESCA MIRACOLOSA

 

Intanto, il cantiere del Provveditorato rinforzato da pochi operai, dal restauratore Ciro Formicola, dagli assistenti Vittorio De Girolamo e Nicola Sicignano non si concede soste. Il 3 gennaio sono già tutti al lavoro. Si vuol rimuovere il banco tufaceo fra il punto in cui è stata trovata la barca e il cunicolo di fronte alla gradinata dove sono state sistemate le pompe, soprattutto allo scopo di tenere all’asciutto il natante facendo defluire l’acqua della falda, non ancora completamente disciplinata, verso il cunicolo che portava a mare. Ancora numerosi scheletri: addirittura cinque nella giornata del 5 gennaio. Mentre si rimuove attorno alle vittime il fango consolidato che appena frantumato l’acqua trascina via, un operaio intravede il luccichio dell’oro e recupera due bracciali di fine fattura. Nei giorni seguenti si recuperano grumi di monete di bronzo e frammenti di uno scrigno in legno con due monete.

Dopo qualche settimana si riprende lo scavo nell’area esterna agli ambienti a ovest guardando la gradinata. Appena rimossa la sottile crosta lasciata all’interruzione di dicembre le vittime appaiono a grappoli, insidiate dall’incessante flusso della falda. Si disegna e fotografa tutto. Ma in qualche caso risulta impossibile la documentazione dei corpi nell’esatta posizione originaria, perché il recupero avviene completamente nell’acqua. Numerosi ancora i grumi di monete e gli oggetti d’oro: anelli, orecchini con pietre e perle. Accanto a uno scheletro una lucerna in terracotta con disco decorato, inutile nella notte dell’apocalissica tragedia. In marzo e aprile il recupero di monete a grumi o isolate e di oggettini d’oro accanto ai corpi diventa routine, un momento di grande commozione allorchè il 26 aprile, in grembo a una donna con una massa di capelli ancora in testa, si riconosce un feto di 7-8 mesi, nella tipica posizione rannicchiata dei nascituri. Il 5 maggio, cercando con le mani in un altro groviglio di scheletri venuto in luce, si recuperano numerosi frammenti di ferro e legno di un forziere. Un operaio, immergendo il braccio in un piccolo vortice creato dalla falda, lo ritrae stringendo in pugno una massa multicolore di vaghi di collane, pendagli di cristallo, un pesciolino in ambra. Per salvare quella “pesca” miracolosa si creano piccoli argini con tutto il materiale che si trova sottomano, per evitare che gli oggetti fuorusciti dal forziere siano trascinati lontano dall’acqua. È un lavoro difficile che dura molti giorni ma il risultato è entusiasmante. Il forziere conteneva, oltre a un cospicuo gruzzolo di monete in bronzo e argento, collane, ciondoli e altri oggetti preziosi oppure di valore affettivo, come un sistro, pettini, spilloni in osso, un attingitoio d’argento. Altri frammenti in legno accanto a una serratura e due cerniere di piccole dimensioni rivelano la presenza di una cassettina per oggetti particolarmente preziosi, probabilmente contenuta nello stesso forziere.

Quando verso la fine del mese con la collaborazione di Adele Lagi e di altri volontari si cerca di redigere un elenco di ciò che è stato ritrovato: la massa eterogenea di oggetti interi o frammentati colma un grande tavolo. Passano di mano in mano sfere di cristallo, paste vitree, tondi in terracotta invetriata raffiguranti teste di Gorgoni con serpenti per capelli, uccellini, pesciolini, ochette, colombi, cagnolini, vari altri animaletti in ambra, osso, cristallo, avorio, bronzo. Si ricostituiscono quattro splendide collane, ma restano una miriade di perline, ciondoletti, scaglie di vetro. E numerosi oggetti di fine fattura, fra cui due pezzi d’ambra lavorati a castagna e a noce. Poi castoni di anelli, scarabei, un ciondolo in osso raffigurante due persone abbracciate, una manina e una doppia mano in gesto di scongiuro, un’aretta in ambra, minuscoli Arpocrati in bronzo, un minuscolo fallo d’ambra con gancio d’argento.

 







LOTTA CONTRO IL TEMPO

 

Le notizie delle scoperte rimbalzano sulla stampa nazionale e internazionale, determinando un nuovo accorrere di giornalisti e foto-reporter. Redigono ampi servizi Sharon Begley e Mary Hager di “Newsweek”, Klaus Bender della “Frankfurter Allgemeine”, Annick Miquel di “La Recherche”, Antonio Caballero di “Cambio 16”, Philippe Pons di “Le Monde”, Günter Haaf di “Die Zeit”.

Al di là del clamore suscitato dalle scoperte, che aveva fatto superare nei primi mesi dell’anno di oltre quarantamila unità il numero dei visitatori di Ercolano, qualcuno intuisce che esistono motivi di crisi. Infatti lo scavo era del tutto anomalo. Gestito su perizie del Provveditorato alle Opere pubbliche per la disciplina della falda incompatibili con la prudenza e lentezza che devono caratterizzare un’impresa archeologica.

La partecipazione americana era finalizzata a uno studio paleoantropologico sugli scheletri e al recupero della barca. C’era stato, sì, un afflusso di esperti disposti a dare la loro collaborazione a titolo gratuito – non essendo la Sovrintendenza in grado di spendere una lira – ma nessuno aveva saputo suggerire rimedi immediati. Erano state avanzate delle ipotesi come quella dell’ibernazione, ma per sperimentarle occorreva l’installazione in loco di complesse apparecchiature che non si potevano pretendere gratis.

Il problema viene colto ed egregiamente esposto da Luigi Vacchi su “Panorama” e ancora più efficacemente da Viviano Domenici inviato del “Corriere della Sera” in un ampio servizio pubblicato il 14 giugno: <<Il vero problema non è il recupero dei materiali. Ora abbiamo più di cento scheletri da studiare e altri ne verranno, verranno anche altri oggetti magari preziosi. Ma sarebbe un errore se pensassimo di scavare con il solo intento di recuperare oggetti e scheletri. Quello che dobbiamo fare è cercare di conservare, così come sono, i corpi chiusi in quegli ambienti. È una testimonianza di valore incalcolabile. L’emozione che danno non può essere riservata agli archeologi: dobbiamo conservare queste scene per il pubblico più vasto. Più i giorni passano più i danni aumentano. Il caldo dell’estate potrebbe ridurre tutto in polvere>>.

Qualche settimana prima nel numero di maggio di “Scienza Duemila”, che conteneva ampi articoli di Cesare De Seta, Rita Savoia, Paolo Gasparini, Sara Bisel, col confronto di opinioni diverse, Giuseppe Maggi dichiara: <<La tragedia, anche se intuita, ha colto l’archeologo impreparato. Testimonianze così drammatiche sono opere d’arte che si vorrebbe fermare nel tempo, prima che il degrado degli agenti atmosferici le dissolva come figure di sabbia. Ma la ricerca di soluzioni atte a preservarle nei gesti, negli atteggiamenti del momento della scoperta non ha dato finora risultati soddisfacenti. L’intervento di studiosi americani, che prevede lo smembramento dei gruppi venuti in luce, sta esorcizzando in parte la tragedia. Ma è appunto tale esorcizzazione il tormento dell’archeologo. Smembrando i corpi il pathos svanisce. L’impatto più autentico con la tragedia rischia di restare angoscioso privilegio dello scavatore>>.

Altro problema, la barca! A Washington nel novembre precedente – come ho accennato – era stato accolto l’appello per un rapido recupero del natante a spese della National Geographic Society. All’inizio dell’estate era tornato Richard Steffy per approfondire sul posto il risultato delle ricerche condotte nel suo istituto. Nel precedente sopraluogo era stato autorizzato a prelevare da una delle parti fratturate un campione di legno di circa trenta centimetri, che a dispetto di ogni precauzione si era dissolto in ventidue frammenti. L’esame di quei numerosi frammenti gli aveva comunque consentito di individuare un trattamento che riteneva idoneo per il consolidamento del legno dell’imbarcazione, che aveva perduto per due terzi la consistenza fibrosa e minacciava di sbriciolarsi alla minima sollecitazione. Mostrava ora, trionfante, il campione perfettamente ricomposto, che battuto con le nocche dava un suono elastico. Suggeriva di creare accanto alla barca un piccolo laboratorio, che sarebbe stato attrezzato con apparecchiature e materiali provenienti dagli Stati Uniti. Con l’intervento di tecnici americani si sarebbe dovuta verificare la diversa consistenza delle parti della barca. Quelle in condizioni di friabilità andavano consolidate con spennellature preventive, quindi immerse in grandi contenitori di zinco contenenti liquidi con sostanze chimiche che potevano variare secondo le condizioni del legno da trattare. Quindi la barca andava smontata. Analoghe operazioni eseguite in molti mari del mondo su natanti di ogni epoca garantivano il successo dell’operazione. Steffy assicurava, affidandosi anche ai colleghi George Bass e Michael Katzev, che se non fossero subentrate difficoltà al massimo in otto settimane il lavoro sarebbe stato compiuto.

 Le difficoltà invece ci sarebbero state, ma non da parte degli americani. Dopo che in alto loco si era ritenuto di ottenere il parere dell’Istituto centrale del restauro cominciarono le obiezioni e i cavilli. Il risultato fu che Steffy e i suoi collaboratori furono rifiutati. Sarebbero passati quasi trent’anni per offrire al pubblico ciò che restava della barca restaurata.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO STRANO EPILOGO


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1

 

Con la notizia delle ultime clamorose scoperte era giunta a Washington anche l’eco del malessere che da un po’ di tempo serpeggiava nella Sovrintendenza di Pompei dalla quale, con un nuovo assetto di competenze territoriali, dipendevano ora gli Scavi di Ercolano.

Verso la metà di maggio 1983 era quindi arrivato – col compito di dipanare eventuali malintesi con la Sovrintendente Giuseppina Cerulli Irelli e di concordare modifiche, se necessario, alla collaborazione in atto – un autorevole rappresentante della dirigenza della National Geographic Society, Elie S. Rogers, accompagnato da un noto architetto di New York, Constantine Raitzky. La presenza di questo architetto voleva garantire la già dichiarata disponibilità degli americani a venire incontro per quanto possibile alle richieste riguardanti la conservazione delle vittime. Si era pensato, una volta terminato il lavoro della Bisel, di ricollocare gli scheletri individuati negli ambienti a est della gradinata esattamente nelle posizioni in cui erano stati trovati. Occorreva isolare preventivamente quegli ambienti da ogni contatto con l’acqua, chiuderli con cristalli ad alta resistenza, garantendo un accesso di servizio dal retro per il controllo degli impianti di illuminazione e dei sistemi che dovevano garantire la costanza delle condizioni termiche e di umidità programmate.

L’incontro, non nella sede della Sovrintendenza ma in un ristorante sul lungomare di Napoli, fu disteso e cordiale. Elie Rogers confermò che la Society si sarebbe prodigata per cercare, a livello mondiale, soluzioni per preservare intatti i corpi negli ambienti ancora sigillati. C’erano stati contatti con studiosi tedeschi ma sarebbe stato opportuno interpellare anche la Nasa. Si parlò di ibernazione o “sotto vuoto”. Intanto occorreva accelerare il recupero delle vittime che erano venute a contatto con gli agenti atmosferici, dando la precedenza a quelle che si trovavano nell’area dell’antica spiaggia. Si parlò anche della barca. Si ipotizzò una forma di collaborazione fra Steffy e gli esperti dell’Istituto centrale del restauro, che avevano suggerito di completare la copiosa documentazione già eseguita dagli americani con un rilievo fotogrammetrico del natante e di tutta l’area adiacente. Si parlò anche della collocazione della barca una volta completato il restauro. Nessuno espresse dubbi sull’opportunità di esporla nell’atrio dell’Antiquarium nella posizione di galleggiamento oppure capovolta ricreando l’atmosfera del momento della scoperta, col supposto timoniere sbalzato fuori bordo dalla furia del mare. L’edificio, costruito da molti anni, era vuoto. Né la Sovrintendenza di Napoli né quella di Pompei avevano potuto mai disporre di fondi per procedere all’allestimento. Nel piano del diverso assetto da dare agli Scavi col nuovo ingresso da sud era stata prevista la funzione propedeutica dell’Antiquarium alla visita della città. Sarebbe diventato anche uno straordinario museo didattico, per la peculiarità di Ercolano di conservare i materiali deperibili: non solo il legno nei suoi vari impieghi, ma i cibi, le stoffe, le corde, le reti da pesca. Nessun altro museo avrebbe potuto, come questo, mostrare particolari completamente inediti della vita di ogni giorno in età romana. I molti aspetti dell’organizzazione del lavoro di liberi e schiavi nelle botteghe, l’attività prevalentemente casalinga delle donne. E gli strumenti per l’agricoltura, la pesca, i prodotti degli artigiani. Le lucerne, le pentole, i colini, le bilance, gli oggetti da toletta, i mobili, i gioielli, il grano, il pane, le noci, i ceci, compresi “squarci” sulla cultura della città, la vita pubblica, lo sport, e la religione. Un particolare settore avrebbe documentato lo scavo di miniera del Settecento mediante stampe, acquerelli, piante, fra cui quella famosa della Villa dei papiri disegnata dal Weber. Un altro avrebbe mostrato con progetti, grafici, fotografie i lavori in corso e quelli programmati, compresi i restauri.

Per la fase propedeutica all’allestimento non si era nemmeno riusciti a eseguire la documentazione fotografica del materiale esistente nei depositi. Forse la Society avrebbe potuto collaborare a risolvere anche questo problema? La risposta di Rogers fu affermativa: si sarebbe inviata subito una giovane fotografa, Cheryl Nuss. Avrebbe operato in appoggio a O. Louis Mazzatenta, che già da molti mesi stava documentando ampiamente lo scavo in corso.

 




 

2

 

Non passano molti giorni dalla visita di Rogers e giunge una proposta della National Geographic Society. Si voleva organizzare per l’autunno un meeting a Washington allo scopo di costituire un sodalizio da denominare “Friends of Herculaneum”. Avrebbe avuto lo scopo di raccogliere fondi da enti, industrie e privati da destinare alla continuazione degli interventi in atto a Ercolano. A parte arrivano due preventivi redatti da Raitzky. Il primo riguardava la sistemazione del primo ambiente scavato, nel quale sarebbero state ricollocate le dodici vittime. L’altro concerneva l’esposizione della barca nell’Antiquarium, nel quale si suggeriva di esibire – in grandi vetrine dotate di sistemi per la regolamentazione dell’umidità e della temperatura – anche i due scheletri “eccellenti” del soldato e della matrona con i gioielli, mostrando con le vittime gli oggetti di pertinenza.

Una seconda lettera della Society precisava meglio la proposta fatta. Si intendeva costituire un fondo internazionale per risolvere in maniera graduale e razionale i grossi problemi che l’impresa di Ercolano comportava, con una spesa di milioni di dollari non sostenibile solo a carico dell’ente. Il fondo sarebbe stato amministrato da eminenti personalità americane e italiane, fra cui l’ambasciatore d’Italia a Washington. All’iniziativa non sarebbe certo mancata la solidarietà degli italiani d’America. Già alla prima indiscrezione trapelata aveva dato pronta adesione la National Italian American Foundation.

Per organizzare in una cornice suggestiva la cerimonia della costituzione del sodalizio si chiedeva per pochi giorni il prestito di quella vittima “eccellente” che gli americani chiamavano “la Signora dei gioielli”, trovata l’estate precedente sul limitare di uno degli ambienti a ovest della gradinata: agli orecchini e anelli d’oro con pietre incastonate si erano aggiunte da pochi mesi, come si è detto, due armillae pure d’oro, lavorate ciascuna a forma di una coppia di serpenti che si affrontavano con le bocche spalancate a costituire la chiusura dei bracciali. Con finalità promozionale un’armilla sarebbe stata riprodotta in duecento esemplari da assegnare ai primi soci che avessero aderito al sodalizio: persone, enti o industrie. Il Sovrintendente pare convinto e inoltra tale richiesta al Ministero per i Beni culturali con parere favorevole. L’Ufficio centrale cui è smistata la proposta chiede il parere del Comitato di settore per i Beni archeologici, un organo consultivo composto di “saggi” anche estranei all’amministrazione.

Il comitato si dichiara contrario al prestito e il ministero si uniforma con la seguente motivazione: <<Il suddetto Consesso ha giustificato il proprio parere negativo con la necessità di giungere al più presto a una mostra in Italia che serva a mettere a punto e a diffondere corrette conclusioni a differenza di quelle apparse sulla stampa proprio in merito alle indagini compiute sugli scheletri rinvenuti a Ercolano. Pertanto solo dopo tale iniziativa potrà essere presa in considerazione la proposta di inviare all’estero alcuni specimina che illustrino le conclusioni raggiunte>>. Si alludeva a un’intervista della Bisel al “New York Times” nella quale, a proposito di percentuali di piombo trovate nelle ossa di alcune vittime ercolanesi, si era accennato all’obsoleta teoria del saturnismo come causa di decadenza dell’Impero romano. La Bisel non credeva in tale teoria, ma un’emittente radiofonica americana aveva diffuso scorrettamente il suo pensiero. C’era stata una pronta smentita dell’interessata, comunicata anche alla Sovrintendenza di Pompei, ma evidentemente al Consesso non era giunta oppure non ne aveva tenuto conto. Filippo Capece Minutolo, che aveva seguito in un altro dicastero il precedente titolare dei Beni culturali, così si esprime a riguardo: <<Quando mi informò della proposta di inviare uno scheletro di Ercolano negli USA mi informai presso il ministero conseguendo soltanto un po’ di ipocrisia. Non si disse no, ma fingendo che di scheletri ce ne fosse soltanto uno si autorizzò l’esportazione ma soltanto dopo che si fossero compiuti gli studi in Italia!>>. Nemmeno l’intervento di chi era stato al vertice del ministero valse a smuovere quest’atteggiamento di chiusura: illuminante la parte di una lunga nota che ritenne opportuno inviare al collega ministro dei Beni culturali sugli studi ipotizzati: <<Questi studi non sono mai iniziati e probabilmente non inizieranno mai. Comunque di scheletri ne sono stati ritrovati centinaia e l’esportazione, per breve periodo, di uno di essi non renderà insaziabile la fame di conoscenza dei nostri archeologi… Ciò servirebbe a non arrestare lo sviluppo dell’interesse estero in atto, a far costituire la fondazione voluta dagli americani e a dare il segno a chi lavora con passione e impegno che la sua opera non può essere immotivatamente frustrata>>.

Nessuno poteva immaginare quale tempesta burocratica si stesse addensando su Ercolano. Lentamente, inesorabilmente rispuntavano le stesse motivazioni che avevano fatto fallire ai primi del Novecento la generosa iniziativa di Charles Waldstein: un misto di provincialismo e di falso patriottismo. Questa volta, però, le reazioni della stampa furono diverse: “Anno 1984: Ercolano muore una seconda volta”, “Ercolano torna nel silenzio dei secoli: la collaborazione con l’America è finita”, “Ercolano: quale futuro?”, “Scoppia la polemica e non va in USA la Lady di Ercolano” sono solo alcuni dei vistosi titoli degli ampi servizi che rispettivamente Massimo Cappon su “Epoca”, Francesco Santini sulla “Stampa”, Mario Forgione su “Napoli Oggi”, Luigi Necco sul “Messaggero” dedicarono alla notizia che il programma internazionale a lungo vagheggiato stava naufragando fra le secche della burocrazia. Molto incisivo Franco Scandone sul “Mattino” del 19 maggio: <<Una serie di incomprensioni immotivate, dall’isolamento della Bisel al goffo ripensamento sulla relazione scientifica di Steffy per la struttura della barca abbandonata a se stessa, rischiano di compromettere un’intesa ritenuta a torto una colonizzazione culturale dai soliti revanscismi nazionalistici>>.

Il rifiuto delle proposte americane non fu nemmeno comunicato alla National Geographic Society, che l’apprese da rumors sussurrati al console generale di Napoli Walter John Silva. Pochi giorni prima era giunta a Pompei da Washington un’autorevole esponente del Geographic, Carolyn Bennett Patterson, per sottoporre le bozze di uno splendido servizio su Ercolano redatto da Richard Gore e illustrato da Louis Mazzatenta che sarebbe apparso sul numero di maggio della prestigiosa rivista della Society, da diffondere in tutto il mondo in milioni di copie.










3

 

Le scoperte fatte negli anni Ottanta, pur fra molte carenze, hanno cambiato radicalmente la storia degli scavi di Ercolano. A maggior ragione per questo risulta ancora più paradossale e assurdo quando non ridicolo il rifiuto di accogliere il contributo finanziario e tecnologico degli Stati Uniti.

Ma, evidentemente, una classe dirigente alla vigilia di “tangentopoli”, con i fondi FIO in arrivo che si potevano gestire con ampia discrezione e disinvoltura, non gradiva la concorrenza dei dollari, sui quali sarebbe stato assai difficile lucrare.

Inoltre, la Sovrintendenza ai Beni e alle Attività Culturali in Italia è un ambiente nel quale è pericoloso trasgredire consolidate liturgie e raramente è apprezzata l’indipendenza di pensiero, complici anche tesi preconcette e interessi non sempre confessabili.

Confidiamo che la Verità, anche se a distanza di anni o secoli, in fine viene sempre in luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROSPETTIVE


Nello sfacelo negli ultimi decenni di tutte le aree archeologiche, particolarmente del Mezzogiorno, Ercolano ha potuto avvantaggiarsi di alcuni fattori favorevoli. Anzitutto non ha subìto, come Pompei, la nefasta azione dei commissari che hanno privilegiato opere superflue se non proprio inutili o addirittura nocive a danno del restauro. Essendo il nucleo urbano abbastanza compatto anche se inglobato nella città moderna, l’attività delle maestranze interne, benché esigue, è stata abbastanza incisiva. L’inizio dell’esplorazione negli anni Ottanta del secolo scorso della favolosa Villa dei Papiri per merito di Antonio De Simone con l’appoggio del Sovrintendente Baldassare Conticello, continuata poi più incisivamente negli anni Novanta e oltre con l’impegno anche di altri protagonisti, ha dato nuovo prestigio internazionale a Ercolano dopo la parentesi felice della scoperta dell’approdo, delle vittime, della barca.

Una vera fortuna è stata per Ercolano l’intervento, ancora una volta, degli Stati Uniti d’America. Il californiano Packard Humanities Institute ha continuato quanto generosamente attuato in precedenza dalla National Geographic Society di Washington. Si cominciò nel 2001 con una convenzione fra l’istituzione californiana e la Sovrintendenza di Pompei per il restauro della Casa di Galba lungo il cardo III, in quella specie di ghetto dello scavo borbonico all’aperto voluto da Francesco I su insistenza, pare, di Michele Arditi e continuato non molto lusinghieramente dai Savoia. L’abitazione, così chiamata per il rinvenimento sulla strada di un busto d’argento dell’imperatore Galba ridotto in frammenti, era stata scavata solo in parte negli anni 1873-74, poco dopo la (una delle tante...) solenne inaugurazione della ripresa degli scavi nel 1869 con Vittorio Emanuele II e Giuseppe Fiorelli. Era davvero di grande suggestione. Una delle rare testimonianze di case patrizie di età sannitica o italica, quindi preromana, probabilmente danneggiata dal terremoto del 62 e più volte rimaneggiata, con l’ingresso principale sul sepolto cardo II. Benché mutila, presentava la preziosità di un peristilio in tufo che doveva essere stato originariamente a doppio ordine, con una fontana a forma di croce rivestita di marmi.

 Nel 2004 fu stipulato un ulteriore più ambizioso progetto – chiamato “Herculaneum Conservation Project” – fra l’umanista e mecenate David Woodley Packard, figlio di uno dei fondatori del colosso dell’informatica Hewlett-Packard, la British School di Roma rappresentata dal direttore Andrew Wallace-Hadrill e la Sovrintendenza di Pompei diretta da Pietro Giovanni Guzzo. Si cominciò dal decumano massimo, col restauro minuzioso di case e botteghe, del Sacello degli Augustali, dell’arco quadrifronte. Si continuò, impiegando molti milioni di dollari, con la disciplina delle acque meteoriche che infiltrandosi nelle fondazioni e risalendo lungo i muri danneggiavano mosaici e pareti decorate, nonché col ripristino di numerose altre abitazioni. Impegnativi interventi anche lungo l’incombente scarpata, con la creazione di una panoramica passerella d’acciaio.

Quali prospettive oggi per Ercolano? In un periodo di “spending review” che probabilmente porterà a un ulteriore accorpamento di sovrintendenze in Campania, mentre sarebbe opportuno rendere Pompei con i suoi enormi problemi di organizzazione e conservazione Sovrintendenza autonoma senza ulteriori appendici e possibilmente al riparo da appetiti politici, Ercolano potrebbe rappresentare un’isola felice. Il nuovo ingresso realizzato da sud-est con adiacente ampio parcheggio sarebbe di buon auspicio per il recupero almeno di tutta l’area della Palestra, se non delle insulae orientali nella loro interezza. Considero un’utopia lo scavo al di là del corso Resina, ma una stretta collaborazione col Comune e gli altri enti interessati potrebbe rimuovere in tempi ragionevoli gli ostacoli che finora hanno impedito di dilatare l’area archeologica fino al suo limite naturale verso ovest, includendo possibilmente il Teatro. Ercolano ha bisogno anzitutto di un grande museo adiacente alla zona archeologica. Ciò comporterebbe l’acquisizione delle aree libere meridionali secondo i progetti degli anni Settanta previo, probabilmente, l’abbattimento dell’edificio costruito a suo tempo come Antiquarium adibito sostanzialmente per uffici nonché del contiguo recente fabbricato per ospitare la barca.

Occorrerebbe riprendere in seria considerazione l’idea degli itinerari alternativi a Pompei, che potrebbero arrecare enorme vantaggio economico alla Campania. Ercolano con lo splendido MAV e il Vesuvio, grazie anche a nuove strutture alberghiere in funzione da tempo, potrebbe diventare il gioiello della regione. Ma lo stato di degrado in cui versano Pompei e Oplonti (per non nominare che due casi, purtroppo non isolati), non accende molte speranze. Un discorso a parte meriterebbe il “Centro Maiuri” ospitato nella bellissima Villa Ravone. Dopo i danni del terremoto del 1980 il fermo impegno degli ex sindaci Luisa Bossa e Nino Daniele ha portato al recupero dell’immobile acquisito dall’Ente provinciale per il turismo di Napoli – usufruendo del programma “Urban Herculaneum”, progetto del Fondo europeo di sviluppo regionale – al fine di costituirvi un centro internazionale di cultura per gli studiosi e i visitatori di Ercolano e per il recupero della memoria storica della città, nonché per dare un’appropriata sede all’Herculaneum Conservation Project. Finora i risultati sono tuttavia stati abbastanza modesti.

Per il problema specifico di ulteriori scavi temo l’apatia che oggi, più che mai, avviluppa persone e istituzioni. Spero che per Ercolano non divengano una sorte di epigrafe funeraria le conclusioni di Andrew Wallace-Hadrill al suo recente e splendido volume intitolato “Buried treasure lies secure for future generations”: <<For our own generation it is enough to appreciate the extraordinary value of the treasure that has already been dug up, to look after it as it merits, and to pass it on to future generations.>>.

 

 

 


 

RINGRAZIAMENTI

Essendo il libro una opera divulgativa destinata al grande pubblico, con la speranza che risultasse di godibile lettura non l’ho corredato di note né ho citato le tante persone da cui ho tratto linfa per il racconto. Sento tuttavia la doverosa esigenza di ringraziare lo stuolo di amici-colleghi dei cui contributi scientifici ho usufruito nella compilazione della presente opera: Stefania Adamo Muscettola, Agnes Allroggen-Bedel, Lorenzo Braccesi, Mario Capasso, Stefano De Caro, Antonio De Simone, Enrico Felici, Giuseppe Guzzetta, Pier Giovanni Guzzo, Francesca Longo Auricchio, Mario Pagano, Valerio Papaccio, Fabrizio Pesando, Lucia Amalia Scatozza Höricht e Fausto Zevi.  È facile, da parte degli esperti, riconoscere il mio debito nei loro confronti: se non avessi attinto ai loro scritti il discorso sarebbe apparso scialbo o lacunoso. Spero di non aver peccato di gravi omissioni.

  

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