" MORTE AL SOLE"


“MORTE AL SOLE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 

  


 

 

 

 

<<Guai a te

che mostri tanta superbia

e non sai che stai sognando!>>

 

Pedro Calderon de la Barca: “la vita è sogno”.

 

 

 

 

 

PREAMBOLO: CHE COSA È LA POESIA?

 

Questa domanda ha tuonato attraverso i secoli per piombarci dritta in testa e, uscendoci dalle orecchie, ci cola sul viso e rivola in terra inzuppandoci le scarpe. La poesia, con tutto quello che le compete e più le si aggrega, è (anche) un problema. Un problema freddo, duro, mutevole, perenne e coriaceo; in altre parole, eterno. Un problema che permette di snocciolare parole su parole: della poesia si ha un bel dire. Eppure, quando si discorre di poesia, letteratura, e arte c’è sempre qualcuno che si trova presente ma non presta veramente ascolto, o, più precisamente, qualcuno che ode e tende l’orecchio e guarda ma poi non sa di che cosa si sia parlato.
Partirò da una parola: atemwende, parola tedesca titolo di una silloge poetica di Celan del 1967 e cruccio per i traduttori, costretti a macchinose perifrasi (mi vengono in mente le più ispirate e suggestive: “svolta del respiro”, “détour du souffle”, e “cambio del aliento”). Che cosa è, dunque, l’atemwende? È il momento intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra due respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa impercettibile in cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a quella di espirazione, e viceversa. La poesia parte da questa svolta del respiro e in questo istante micro-eterno trova la sua ragion d’essere (che è una ragione sufficiente).
Per me, la poesia è un’erma bifronte: da un lato croce, dall’altro delizia. Dall’un lato la poesia è ricerca e rifondazione di una base vitale praticabile. Poesia è lotta per una realtà, lotta per conquistarsi una realtà: ogni immagine una spanna di terra conquistata, ogni poesia un acro di terra guadagnata, ogni libro un paese strappato al nemico silenzio. Dall’altro la poesia è un essere grottesco e giambo-pentapodale, dotato di cento bocche e mille braccia. La poesia è l’oggetto di una conversazione sorda, la sostanza di un dialogo muto, una vita priva di vita ma che non è morte, come un desiderio prima di essere desiderato, come il vuoto della mente dopo il sesso, prima del sonno e del sogno. La poesia è il momento di tensione prima dello sparo del sicario, l’attimo prima del lampo-tuono-gong che annuncia la tempesta, è l’istante di obnubi­lamento psichico e annientamento razionale della mente che, tutta concentrata e addensata nell’in-sé di se stessa, non pensa nulla nell’impercettibile secondo di annebbiamento dell’orgasmo, la micro-eternità della svolta del respiro, l’atemwerde. Essa potrebbe essere continuata all’infinito se qualcosa non accadesse. Ma qualcosa accade: il lampo di luce al tramonto e l’assassinio del sole; lo sbadiglio del vulcano e il gemito della luna; la danza della morte e la danza dei topi, il gong sulfureo della tempesta e il tuono reboante degli dei¸ l’impeto della gazzella, il riso della gazza nera sugli aranci, e il ghigno dell’ignoto marinaio.
La poesia è dunque una svolta del respiro, il momento intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra due respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa impercettibile in cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a quella di espirazione, e viceversa. Nessuno può dire quanto a lungo la pausa-svolta del respiro persista, orientandosi secondo l’angolo d’incidenza della sua stessa essenza. Il poema si afferma al margine di se stesso, incessantemente auto-evocandosi e riconducen­dosi dal suo ormai-non-più al suo pur-sempre al fine di poter sussistere ancora. Tuttavia questo pur-sempre non può non essere un parlare e quindi non è un verbo in assoluto e verosimilmente neppure corrispettivo verbale bensì linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma contemporanea­mente e perennemente consapevole dei limiti che la lingua impone e delle possibili opzioni che la lingua dischiude. Questo pur-sempre del poema è chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non dimentica che sta parlando sotto l’angolo d’incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione creaturale. E allora il poema sarebbe ancora più chiaramente linguag­gio di un singolo individuo divenuto figura nella sua più intima sostan­za, presenza e imminenza.
Come detto, la poesia sa anche essere un essere mostruoso, marionettesco e giambo-pentapo­dale, che forma l’oggetto di una conversazione che ha luogo, non nella conciergerie, ma in una camera. Una conversazione la quale potrebbe essere continuata all’infinito, se qualcosa non accadesse. Ma qualche cosa accade. E questa qualche cosa, intervenuta mentre dura la conversazione, s’impone brutalmente: è l’anti-parola che muove da una distanza che essa stessa ha inteso programmare in vista di un incontro impossibile, la contro-parola che strappa il tessuto della trama, la non-parola che spazza il filo del discorso, la primigenia parola che non s’inchina più dinanzi alle cariatidi e ai destrieri e ai cavalli da parata della storia, la preparola che è un atto di libertà. La poesia è un passo, è una parola a cui si possono apporre accenti differenti: quello acuto del presente, il grave della storia, o il circonflesso dell’eterno. Certo, il poema oggi rivela una forte inclinazione ad ammutolire (e ciò è innegabile) anche in conseguenza or dell’attuale disgregazione del linguaggio e or delle difficoltà non sotto-valutabili delle opzioni lessicali dovute all’accelerato declino della sintassi e alla veloce-vivace-vorace propensione all’ellisse.
La poesia è solitudine. Il poema è solitario. Solitario e in perpetuo cammino: chi lo scrive gli rimane semprunque (sempre e comunque) inerente-latente. E per questo si colloca dentro il mistero dell’incontro, anzi all’incrocio di più incontri. Il poema tende ad altro, ne ha bisogno, necessita un interlocutore, lo ricerca e vi si dedica trovato. Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso l’altro, è figura di questo altro. L’attenzione che il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei palpiti e delle allusioni, tutto questo è un concentrarsi del poema sull’altro e sull’altro del poema. Il poema diventa l’opera di qualcuno che tuttavia continua a usare i sensi, rivolto tutto a quanto appare integrandolo, apostrofandolo. Diventa colloquio (e spesso un colloquio disperato). È solo entro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l’entità interlocutoria, la quale si aduna attorno all’ “io” che l’appella e la nomina. Ma, in questa sua presenza, l’entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un “tu”, introduce il suo essere altro. Ancora nell’hic et nunc del poema (il quale di per sé possiede sempre soltanto tale unico, irripetibile e puntuale presente), ancora in questa immediatezza e contiguità il poema consente che abbia voce quanto all’altro è più proprio: ossia il suo tempo.  Quando noi parliamo con le cose a questo modo, sempre c’imbattiamo anche nel problema della loro origine e della loro destinazione: con un simile problema, che rimane aperto non sfociando ad alcuna conclusione e non additando uno spazio aperto e vuoto, noi siamo ampiamente e apertamente fuori. Ma ben esiste, con ogni poema reale, anche con il più modesto fra i poemi, questo ineludibile problema e questa inaudita pretesa. In tal modo il poema è il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono essere condotti ad absurdum. Il cammino della poesia è un percorso circolare: la poesia conduce il poeta entro limiti e confini, costringendolo e coartandolo dove egli è più ristretto in se stesso e dove solo può realizzare la sua libertà.
Perchè anche questo è la poesia: la poesia è libertà. La poesia è libera: da ogni ragione morale e didascalica, fuori da ogni determinato contenuto morale, filosofico e scientifico, al di là di ogni realismo, sensualismo, naturalismo, al di là anche del sentimento, anzi al di là di ogni contenuto concreto e definito, al di là di ogni dispersiva tendenza al racconto e al discorso la poesia trova in sé stessa la propria ragion d’essere, la propria dignità: poesia è brivido cosmico, sensazione d’universo consegnata alla parola, richiamo al tutto per mezzo del potere evocativo della parola stessa, che, attraverso l’espressione e insieme attraverso la suggestione e la musica, si fa centro di un progressivo allargarsi di allusioni concentriche, vago anticipo della verità. È da qui che vengono intuiti due momenti di vita della lingua secondo una tipica irrequietezza della parola: c’è un piano commerciale, di comodo, d’uso comune, in cui prevalgono le componenti logiche del discorso, e c’è un piano, invece, profondo, segreto, in cui la parola riacquista una vita originaria e freschissima, si libera dalle patine dell’abitudine, e ritrova la sua iniziale potenza. Nella poesia la parola fruisce una franca condizione di canto in cui il senso logico giunge quasi al limite dell’annullamento: essa dà non so che prevalenza al libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici, alla capacità di creare sensazioni di atmosfera, in cui anche i silenzi, le pause, gli spazi bianchi entrano come necessarie urgenze espressive nella spirituale sintassi di periodi lirici che, tutti, all’interno, nelle loro parti, e tra di loro, con gli altri, si richiamano e si sostengono secondo ragioni di tono e di durata. In questo ordine definito di ricerche, in questo irrequieto destino della parola hanno il loro luogo naturale i modi espressivi più densi e più attivi: qui hanno un loro opportuno ed esatto senso gli studi sui valori fonici e sui difficili rapporti tra senso e suono, l’uso continuo ed energico dell’analogia, come modo rapido e quasi veemente di porre rapporti, di aprire orizzonti e anche certe osservazioni leopardiane circa il diletto aperto ed infinito delle idee concomitanti; qui ha il suo senso più vero l’intuizione di una poesia come distanza, di cui ebbe più volte a parlare Ungaretti, secondo il quale la poesia si propone di mettere in contatto ciò che è più distante: maggiore è la distanza, maggiore è la poesia; quando tali contatti danno luce, è toccata poesia. Sono le piccole parti che fanno la poesia, secondo libere e veloci intuizioni del sentimento, secondo un libero linguaggio di viventi acutezze.
La poesia è una direzione. Io ho tentato di scrivere poesie per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovassi e dove stessi andando, per darmi una prospettiva di realtà e verità. La poesia è vicissitudine, movimento, e cammino: chiedersi quale sia il senso di tale cammino sarebbe come chiedersi quale senso ha il moto delle lancette dell’orologio. La poesia, essendo manifestazione linguistica e quindi dialogica per natura e costituzione, veicola un messaggio che l’autore consegna all’etere e alla carta nella ferma e sicura convinzione che esso possa un qualche giorno e da qualche parte approdare. In questo senso le poesie sono un moto: esse hanno sempre una meta. Quale poi sia la meta è difficile a dirsi: qualcosa di accessibile, di acquisibile, forse un “tu”, o una realtà, comunque aperta al dialogo. Sono queste (io credo) le realtà che interessano la poesia. Realtà che si accostano alla lingua adottata con la propria esistenza e secondo l’angolo visuale della propria stessa essenza, prive di verità e di verità in perpetua, perenne e inesausta ricerca (che è solo un’altra forma di movimento); ferite già da verità e da verità pur sempre attratte.
Già: perchè la poesia è anche, e soprattutto, lingua e linguaggio. E la lingua, tra quante siano realtà raggiungibili dalla poesia, rimane il suo più precipuo e peculiare possesso perenne: la lingua, nonostante tutto, rimane una realtà perennemente acquisita. Dopo un travaglioso percorso che l’ha portata a passare attraverso il mare degli eventi e l’impetuosa procella dei fatti correnti e ricorrenti, attraverso tutte le proprie risposte mancate di un orrendo mutismo e le mille e mille tenebre di un discorso gravido di nihil. Ma poi, che lingua? Ebbene, io credo in primis che la poesia debba trovare il proprio linguaggio forgiandolo sulla base della maggiore aderenza al proprio oggetto d’interesse, e in secundis che tale linguaggio non sia dato una volta per tutte e non fenomenologicamente né ontologicamente acquisito ma vada istoricamente ricercato e adattato alle proprie esigenze espressive. E mi sento di affermare ciò senza tema di smentita per una serie di motivi: 1) poichè (se mi è consentito usare un’espressione mutuata dall’am­bito delle arti visive), tenendo d’occhio la policromia di quanto è apparentemente attuale, non si può non registrare con fastidio un certo grigiore cromatico nel linguaggio della poesia attuale; 2) poichè la poesia rivendica comunque infinitezza e cerca di aprirsi un varco attraverso il tempo (e si badi bene: attraverso non sopra il tempo) che l’attuale linguaggio poetico non può offrire; 3) poichè la poesia è (anche) il luogo in cui ciò che può essere percepito e raggiunto mediante la lingua si raccoglie attorno or al centro da cui ricava forma e verità e or a quella individuale esistenza che pone interrogativi all’ora presente, sia la propria che quella del mondo, al battito del cuore e al secolo; e nonostante da un lato sappia che il poema non sia qualcosa di atemporale, e dall’altra contestualmente io noti e comprenda che il linguaggio poetico attuale in primis si sia fatto più sobrio diffidando dal bello per tentare di essere più vero e reale e per risultare più attento e aderente ai fatti, in secundis ricerchi la propria musicalità in un luogo in cui essa non ha più nulla da spartire con la melodiosità dell’antica poesia ritmica, in tertiis abbia più a cuore l’accuratezza e la precisione che la poeticità del messaggio con la conseguenza che esso non trasfigura e non poetizza più ma solo nomina e instaura legami tra oggetti della realtà cercando di delimitare il campo del possibile e del dato. La lingua, come la realtà, non è, né è data una volta per tutte: la lingua, come la realtà, va cercata. Conquistata.
Tuttavia, dopo una così lunga e tediosa discettazione, sento di non aver ancora risposto all’iniziale quesito che ha dato l’aire a queste pagine. Ebbene, io devo arrendermi e confessare che non so proprio, proprio non so che cosa sia la poesia. Posso solo tentare un abbozzamento ponendo un’ulteriore doman­da: è ancora un mattino per la poesia? È ancora possibile una poesia oggi? Sì, poichè la poesia offre e garantisce una prospettiva e una direzione all’individuo (scrittore e lettore). Come? La poesia oggi non può ch’esistere entro i confini della responsabilità assiologica: rifiutando il disimpegno irresponsabile manifestantesi nell’intercam­biabilità del mezzo linguistico; evitando le bellurie, gli orpelli e gli ornamenti fini a se stessi di una musicalità o concinnitas tradizionale; e infine respingendo la falsa sobrietà della manualità artigiana o la superstizione del potere autonomo del cosiddetto materiale linguistico. La poesia oggi può esistere solo condizione che prenda forza dall’essere connessa con un destino, dall’essere traccia di una biografia, dall’essere prova tangibile di un’avvenuta esistenza, e nello stesso tempo si levi al di sopra della biografia e fondi sull’evento vissuto un valore paradigmatico. A condizione che sappia rivelarsi e vivere ed esistere sotto l’angolo d’incidenza della sua stessa essenza. La poesia s’incontra nell’infinito di un punto matematico utopico, nel paradosso di un sorriso mentre si piange, nel cuore della bestia, nella svolta del respiro di un urlo soffocato, all’incrocio di un paradosso dionisiaco, nell’intersezione di un chiasmo esistenziale: tra lo sforzo che l’arte sopporta nell’attività di produzione di un senso mai riducibile a categoria intellettuale e il tentativo filosofico di svelare l’indicibile, di andare oltre la dimensione ordinaria del discorso, di indicare ciò che può essere davvero portato a parola e ciò che invece non può essere detto, ma magari solo mostrato o indicato, la sfida che la ragione concettuale intrattiene con la realtà. Quando ciò accade, allora la poesia si mostra come significato, come concetto in forma d’immagine, come pensiero di ciò che non può essere semplicemente interpretato nella forma del discorso. L’armonia perfetta, il nodo indissolubile che non si può dispiegare ma solo carpire, la promessa di una conoscenza così penetrante da non doversi dare in forma discorsiva bastando che si presenti solo nella sua forma più intuitiva ed evanescente: è il luogo della congiunzione carnale dei concetti e delle immagini, della concezione bacchica delle visioni, e della loro congiunzione illegittima delle loro condotte improprie. Più di ogni altra cosa, dunque, la poesia è inesprimibile, inspiegabile, non razionalizzabile, e non argomentabile.
Più di ogni altra cosa la poesia è fatta di enigmatiche parole cifrate, cifrari nascosti e codici sotterranei, quasi sottesi, quasi nascosti, quasi subdoli, quasi ambigui. La poesia è il disegno cancellato di un vuoto, l’eco urlato di un silenzio, l’ombra abolita d’uno splendore. L’atteggia­mento del lettore nei suoi confronti deve gioco-forza essere duplice: egli deve or guardarsi dal tentare di risolvere, o essere perderanno tutto il loro segreto, ma dovrà anche guardarsi dal non risolvere lasciandole fluire liberamente nell’aria e scorrere nell’orecchio senza una ragione, pena l’incomprensione, la perdita del carattere liberamente eppure pressante polisemico del messaggio, e il monadico solipsismo tautologico. La poesia reca un peso, un gravame, un coraggio, una tristezza; autocontrollo, urgenza e foga. Può darsi benissimo che questa o quella poesia, così come tento di spiegarmela, ascoltarla e leggerla, io la intenda in modo errato; può darsi che la intenda in modo abbastanza difforme da come è stata concepita; e anche ad altri accadrà la stessa cosa. Ma questo non cale, non è così rilevante rispetto al dato di fatto che queste poesie mi stanno addosso, m’incalzano, mi costringono in un modo o nell’altro a immaginare qualcosa. Lo scrittore non può sapere quali immagini egli evochi nell’animo altrui; ma qualche immagine, non importa di che genere, qualche immagine egli deve necessariamente suscitarla. Come saranno queste immagini, e il fatto che saranno sempre altre e ulteriori rispetto a quelle da se stesso postulate, può solo presumerlo: di decidere su questo punto lo scrittore non ha facoltà: egli deve lasciare questo compito a quanto ha scritto (e da qui il carattere oscuro, ermetico, enigmatico, spesso indecifrabile della poesia, e sua cifra caratteristica): la poesia è oscurità. A tal proposito, devo dire che immaginazione e esperienza, esperienza e immaginazione, mi fanno pensare, in considerazione dell’oscurità della poesia oggi, a un’oscurità della poesia come pensiero della poesia, quindi a un’oscurità costitutiva, congeniale. In altre parole, la poesia viene al mondo oscura; viene al mondo come evento di individuazione radicale, come un pezzo di linguaggio, e quindi, nella misura in cui il linguaggio può essere mondo, carica di mondo. Esiste, al di qua e al di là dell’esoterica, dell’ermetismo e di altri fenomeni analoghi, un’oscurità della poesia. Anche ciò che è essoterico, anche la poesia più aperta (e io credo che oggi, soprattutto in Germania, vengano scritte anche poesie così, in certi punti addirittura spiccatamente porose in cui filtra la luce) abbia il suo buio, ce l’ha in quanto poesia – viene al mondo, poiché è poesia, buia. Una oscurità dunque congeniale, costitutiva, che la poesia oggi ha. E anche la poesia più essoterica, la più aperta, è oscura. Abbiamo più di un motivo per mettere tra virgolette ciò che intorno a noi ha imposto il proprio nome, ciò che è arrivato a ottenere rilevanza e riconoscimento; la poesia è il luogo in cui tutte quelle parole, senza cercare una giustificazione in una qualunque pretesa originalità, ma piuttosto cariche di quel fardello, sperano di trovare ancora posto in quanto parole una casa. Viviamo in un’epoca in cui tutti si legittimano a ogni pie’ sospinto verso l’esterno, per non doversi giustificare di fronte a sé stessi. In questo senso la poesia conserva, nel suo modo odierno, l’oscurità dell’illegittimo: si presenta senza referenze, senza indicazioni, e senza virgolette. Non sto parlando della poesia moderna, parlo della poesia di oggi. E tra gli aspetti essenziali di questo oggi c’è l’assenza di futuro: non posso tacervi il fatto che non so rispondere alla domanda: verso quale mattino si sta muovendo la poesia? Se la poesia rasenta quel mattino, allora possiede una sua oscurità. L’ora in cui nasce la poesia, si trova al buio. Molti dicono di sapere che si tratta del buio dell’alba; io non condivido questa consapevolezza. Lo ritengo congeniale o, per meglio dire, costitutivo. La poesia, in quanto poesia, è oscura. Per quale ragione le poesie di epoche precedenti ci appaiono più comprensibili di quelle a noi contemporanee? Forse anche perché esse in quanto poesie, e quindi con il loro buio, si sono già volatilizzate. Il buio congeniale alla letteratura, lo sconcertante [buio della poesia viene di qui: dalla direzione in cui si muove il testo verso l’ignoto di ciò che più gli è estraneo. Questo è il buio, se non congenito certo connato, della poesia. Che non ha niente a che vedere con l’agire nell’ombra. Questo perchè vi sono, nel pensiero, non solo percorsi logicamente determinati: vi sono anche visioni. Tra queste visioni può essere annoverato ad esempio: il fatto che quando una poesia giunge a determinate formazioni sintattiche o fonetiche, viene costretta dentro binari che portano fuori dal suo ambito e quindi anche dall’attualità che ne determina la necessità. Vi è, in altre parole, una censura linguistica che è proprio solo della poesia e che non vale soltanto per il suo vocabolario, ma anche per categorie come la sintassi, il ritmo o la pronuncia: a partire dal non detto, alcune cose diventano comprensibili; la poesia conosce l’argumentum a silentio. C’è dunque un’ellissi che non va fraintesa e interpretata come tropo o addirittura come raffinatezza stilistica. Il dio della poesia è incontestabilmente un deus absconditus. L’argumentum a silentio in questo senso è lecito.
In ultima istanza (per dirla con Celan) la poesia è la patente d’infinito data a quanto è pura mortalità mondanità e vanità.

 

 

 

POEMA BIANCO.

 

L’autunno ha una veste leggera di sposa,

il pomeriggio indossa una vestaglia d’ombra,

contando i passi si rimane fermi a un respiro corto,

la numerologia del riposo è poco più delle questue

irrisorie e risibili,

le sere d’estate si salvano e almeno loro trasvolano.

 

Amare di spalle una curva di carne

ma si sa: amare di spalle non è amare di petto.

 

Le ali della notte sono nere civette o zanzare impazzite.

 

Amare rende lievi, ma tu dimmi:

¿il tuo mare assolato e amaro aspetta il mio ritorno

nel suo nido avaro?

 

La delega al tuo patrimonio è un furto amaro

come lambire l’onda lieve dolente del polipsonio.

 

Oh amore,

¿come saranno i tuoi occhi d’inverno,

e la tinta marina nella dolenza mattutina?

¡oh Agosto crudele nel gioco del mercato!

¿che cosa è questo affanno che mi toglie il sonno,

questo saldato inganno e incurabile danno?

Una tenera foglia il broncio infantile

sulla pagina bianca dei tuoi diciannove anni.

 

¿Dove corri, quale pensiero buffo

ti scompiglia l’alato ciuffo?

 

La tua orografia

alla radice degli occhi

è un insetto morto nel miele.

 

Agitarsi di mani

che imbastiscono alfabeti

(esperimenti muti e svogliati)

sospiro carnale che si estende alle stelle e le infiamma,

i latrati dei cani sono la colonna sonora delle notti.

 

Scorre lieve il pomeriggio sulle tue scarpe da ginnastica da poco,

le molte fasi del silenzio si offrono per essere studiate,

un che di biondo giunge a falciare il pomeriggio

tra le erbe alte e polverose del mio sogno coreano.

 

Falciami il cuore

(volendo e potendo)

penetra piano,

curami e ammalami,

entrami sotto i vestiti

e rinfrescami le carne

come una brezza cauta di Giugno.

 

Un sorso d’aria al lungomare

sentore d'estate

e fughe pianificate nella città vibrante.

 

Ho chiuso il cuore:

era predestinato

ma non è un reato

è un espediente.

 

Il televisore acceso invano piange se medesimo

mentre che io indugio e attardo sul letto

per difendermi dalle tagliole del giorno.

 

Le fasi della sera restituiscono una pace

con un cielo giallo di pioggia,

al balcone spio la vita farsi meraviglia.

 

È l’ora delle cene

è l’ora delle pene

e io ritorno a un nido di sfere scalene.

 

La quiete ferita delle sere di Luglio

la voce dei confini:

dal silenzio imparo il silenzio.

 

Suona l’ora dei rientri

i passi accorrono ai lumi

imbastire bugie sotto alcol

perché mantengano lo spirito.

 

Lo scenario di un compromesso

è nella linea rossastra di un

tramonto che non sa mentire.

 

Il marciapiede è amico:

alla luce calda e zigrinata dei fanali

e al taglio della pioggia urlante

il suo alfabeto misconosciuto.

 

Un sorriso dietro il quel sorridere

un dolore inattuale.

 

Intuivo gli abbracci

come si allungavano

nella traiettoria degl’inganni

ma poi teniamo i pensieri

nelle svolte dei pantaloni.

 

¿Possibile che vi siano destini orizzontali

per noi stupide parallele perpendicolari senza vita?

 

Le facciate dei palazzi

hanno occhi curiosi:

un popolo di seduti,

selve di seggioline davanti ai bar

e chi passa avverte gl’infimi disagi.

 

Una panchina in ferro

i primi baci rubati

pomeriggi imbrattati da un macello

qualunque bordello.

 

La sordità della notte è negligenza e cura:

il colore della sera

le promesse di grano

la seta sul corpo

lei che bussa alla parete

si appoggia al mio braccio

e torna bambina.

 

Ora è tarda sera

la notte è calda e avvolgente come un gomitolo di lana

anzi è un gomito

una sfera

e la luna una chimera:

benchè sia pur sempre sangue versato

parole sciorinate e polline al vento

questo le nuvole non lo sanno.

 

¡ Quanti occhi dormienti ha la città !

E io mi domando se sapranno mai

le mani sopra al mio petto

le carezze dietro i fogli.

 

La scure puntuale che manipola la gente

la trasforma in angiporti assestanti

a-sé stanti

a sestanti

su stanchi assi stanti

e assidenti giovani assistenti.

 

È paziente l’insonnia

e anche un po’ bugiarda

ma io proteggo i miei angoli di casa

affinchè fioriscano in un silenzio disossato-dissodato.

 

Quanti occhi sornioni

a spiare le mosse dei viventi

nella mora degli eventi

nel mare dei venti.

 

Odio e amo:

so come si può.

 

M’infrango di malinconia

la corsa in vespa

l’armatura della felpa.

Ti lamenti sempre della gioventù

che t’ha messa nel sacco

ma infine il silenzio è legittima cesura:

ti reggo a filo di fiducia

come un’antica estate.

 

Tornerà un giorno la quiete

delle lunghe sere fondo-oro:

in quei giorni studierò la pioggia

i suoi geroglifici sulle vetrate

serrate come cuori

serrate serrate serrate.

 

Il mio correlativo oggettivo

(lo sappiamo tutti)

è nella risultanza quotidiana

che rimane fissa e spessa

come nebbia agl’irti colli;

la notte, se la misuro,

scopro che ha il mio stesso giro-vita.

 

Entro nella camera

dove tutto dorme sistemato

e Sun Ra rimasto acceso

ha riempito gli spazi.

 

Le parole in vortice

hanno fatto del loro meglio

per essere all’altezza

della mia bellezza.

 

Sulle mie spalle

Agosto

è un imbuto di silenzi.

 

L’estate è l’occasione migliore

per sfoggiare insensatezza

ma chi ostenta felicità e gaiezza

è un outsider della vita vera.

 

Era un tempo in cui le notti brillavano

e l’estate aveva ancora un gusto di rinascita:

in quel tempo noi indossavamo la vita

con i nostri sorrisi migliori.

A vedervi tutti lì, adesso,

compresi in un cerchio di vane sequele

mi fate quasi pena

avvolti in sudari di stupide cautele.

 

Luci e festine pendono da terrazze edulcorate

d’una città ossidata.

 

Nel cuore asfittico della notte

la panchina ospitava

la sua mestizia in canottiera.

 

Poi si levò

e imbracciò la bellezza

nel suo passo incerto

di bambina.

 

Intorno ai discorsi l’aria calida e ferma

s’imbambolava.

 

Bruciavano le membra sotto le armature

di cotonina.

 

Vivrò il domani nuvoloso

alla luce del pomeriggio

di una città addormentata

che attende ancora.

 

Al risveglio vorrei solo trovare un fiore sul comodino:

la barca del cielo fa a gara

con la tua scollatura.

Nel mentre

la notte di Giugno si flette come un giunco.

 

La solitudine è sentire,

scegliere per governo una doppia identità

cullare il pomeriggio nel grembo del pomario.

 

Ascolta:

ha note così dolci

i suoi silenzi reggono la parte  

è un simulacro

un talismano

sguardante a destra

più spesso a sinistra.

Tu mi risolvi i respiri

io ti concedo un nome proprio

comprensibile all’europea favella,

e così, mia amata, da Cho Hye Nim

da Shiho divenisti Flora Katherina.

 

È una fiaba

acerba

contorta

come la via storta

che ricompone ai fiati cardiaci.

 

Invecchio sulle tue mani

che invece ringiovaniscono

in diretta proporzione.

 

Il vento caldo di Luglio gonfia le tende

come una carezza:

ognuno dice la sua

ne sente il diritto.

¡Imparassero la virtù fervida del silenzio!

Una volta a cinguettare

erano gli usignoli dei poeti

non i twitter degli insulsi fanfaroni.

 

¿Odi

il silenzio del mattino di Giugno,

gli uccellini a contendersi il cielo?

 

Da basso lei mi prepara il pranzo

come si faceva una volta:

l’amore è coerenza

l’amore è costanza

l’amore è perseveranza.

Il sonno è una giostra

di perdenti memorie pencolanti:

il mondo è una palude

(discreta meraviglia).

 

Socchiude il cielo

ha ancora sonno

ma la luna ha i tuoi occhi

(vorrei fossero eclissi).

 

La noia ti rimette in pace,

è una culla lieve,

dormire su una panchina al sole

poi di notte traversare la città

come un lupo in amore.

Ho scarpe strette e generose

falangi di deserto

occhi ruggiosi

cigli come coltelli,

ma fuori è tutto uno sfrecciare

di veicoli come stelle filanti:

sono astronavi

omologate per quattro,

comode per cinque.

 

I supermercati sono immensi luna-park

ma la fila alla cassa è un gioco per adulti.

 

Incrocio di strade: virtù colossali

le facciate dei palazzi hanno occhi curiosi:

¿possibile che vi siano tanti destini orizzontali?

 

Coppie strette a taglio

viatici di sopravvivenze

fenicotteri fasciati nei cappotti

virtù coi baveri alzati.

 

Nei parchi la complicità

delle foglie a fissare

le passeggiate di ieri

il sedile è un trono

e ti parla ancora.

 

Il terreno sconnesso

sta lì a imbastire

giorni battuti

fedeltà nei respiri.

 

La pioggia è il romanzo rosa del cielo

la notte scivola sulle vetrate

come una spogliarellista su pattini a rotelle

i silenzi a grappoli

Luglio è padrone delle strade e della polvere

(e ne va fiero).

T(r)uffarsi per un’ora nel più dolce

dei pomeriggi a passo veloce

gara dei rintocchi.

 

 

 

ORA DEL GOLGOTA.

 

Meriggio,

aria vibrante,

candescente lucore,

l’aria frusta il giorno con candescente lucore:

è l’ora in cui niente è ancor accaduto e niente perduto ancora,

mentre per lentosi e graduali processi noi discendiamo

in spazi inusuali e inconsueti,

l’ora del crimine, del discrimine e dello scrimine,

l’ora in cui dimentichiamo l’ora,

la consistenza,

la figura degli altri,

dimentichiamo noi

(siamo figli del crudele, pazienza)

l’ora in cui al confine beviamo il nostro veleno,

il nostro lete

il nostro Ade

una luce nuova appresta

la parvenza rovina sullo sfondo infinitivo dell’abisso

in rinnovati mondi o vetusti

in luoghi disconosciuti

o misconosciuti

moriamo

abitiamo

viviamo

ignote forme

vagolanti presenze-assenze

febbrili

noi aneliamo a perdute dimore

il fonte abbeverante la bestia e l’antico evo dissolto

come un porto sepolto

non memorabile poichè dismemorato

in questa ora dubitosa e vagula

in questa ombrosa zona sfumata

nel suo sommesso oro luccicante

non è più possibile la mensura la misura la freddura

l’ordito del racconto e il tessuto della trama

il bandolo della matassa e il filo del discorso

dei bui e dei lucori

delle forme oscillanti all’asse assise

delle debili apparenze staglianti in lontananza

palpitanti

vacue-svanienti

e noi tentiamo allor un sogno, un desiderio, un sorriso

con frasi mozzate e parole difettive

accenni e lubriche afonie di altrove

enigmi e misteri

portenti assorti e fermi arresti

da sfondi placidi e chetose distanze

squarci rosa-brunite

strato su strato e onda su onda

azzurro tenero e viola antico.

 

Viene poi la sera e il crepuscolo

una sera azzurrigna e rubrica

giallognola

con un reticolo ombroso di caligose inerzie e turbinose brace

la sera-scoramento

inerte sera-inezia

sera-smarrimento

sera malinconica

perfettamente geometrica

inesorabilmente composta

siamo un ribollio di paure e desideri

noi siamo un rattenuto pianto

e con la sera e nella sera noi tentiamo vanamente esili

passi

sugli abissi

i vuoti

il niente annichilente

il cielo imbrunente sulle nostre teste di rapa

discendiamo al buio rattratto lepido

in luoghi frigidi e algidi

lievemente dissepolti

affioranti frammenti e schegge impazzite quali mine

vaganti

discioglienti tra le dita

e muore l’afflato nel vuoto e perde nell’etere mutacico

il mondo ritorna dal fondo del profondo

da cisterne inabissate e ipogei e gallerie

e vibrano il viola e il rosso e il nero serali

serafici

e la uva e la spiga accennano ad altro

traspaiono

bisbigliano frasi pudiche

caduche

che al primo luce del giorno piegano il volto.

 

E con la sera viene pure la luna

sorella dei marmi e dei mormorii notturni

delle atonie e delle oblie

dei sonni e dei sogni

delle alme smarrite e vagolanti nel dubbio

la luna sorella nell’affanno del cuore

canto del pendolo bloccato e condanna che in ogni ora

incombe e mai avvera

sorella di ansime malinconie malincolie e melancolie nelle vene

sorella di tristezze tristizie e mestizie nell’almo

la luna sorella

assenza di segno e virgola del cielo

ed è il turbamento angustioso

la tristizia - la mestizia - la tristezza

l’abbandonato e non-operoso progredire della scienza

che incrina la fiducia e l’efemero

l’apatico afasico e lentoso procedere della fidanza

che inclina i clivi e sospinge alle scivolose discese

ai favolosi declivi

è l’astro e il tempore

l’efemerali effige e le caduche scadenze

che ai morti negano il ritorno

gli spenti mutacici catoi melanconici

è il sentimento non espresso

l’assoluto ermetico

il libro mai scritto e il verso mai detto

è il sibillino sussurro e il murmure del vento

frammento

oscuro logo

profezia dei recessi

è la ritrazione

l’afasia

il silore

l’afasia come il respiro sordido e beffardo del cielo

e il silore mortuo-mortifero - non-eludibile e torpido della luna

l’impetramento e l’imbestiamento

l’uomo da niente

l’estremo imo sconfinante

il colmo traboccante

il culmine tramutante

il terrore angoscioso

l’estremo imo infinitivo che involge e sconfina

il colmo che trabocca da un dolore crudele

il culmine che tramuta in decrescenza e sprofonda

nel terrore annegando nell’angoscia dell’agonia

è la soglia del tormento

il confine del firmamento

il moto del dolore

il dolore del vuoto immoto

immobile

l’angoscia che rode e non dissolve

la poesia più veritiera

o l’urlo disumano.

 

È la vita

la poesia più reale e sincera,

non la parola.

 

L’arte serve solamente a conferire ai fatti

agli eventi

agli accadimenti

l’inganno dell’assoluto.

 

Se è in serbo per noi un ulteriore ultimo approdo

se aleggiando incede l’alma

se veleggia la nostalgia a un diverso lito

è certamente in quest’apparenza notturna e scolorata

che va

in questa squallida scena

in questo livido limbo

in quest’anemica esistenza

è nel fuoco

nel guizzo

nella fiamma

la natura della vita

e delle cose.

 

Tu

io

noi

chi siamo

mi domando

figure emergenti d’alteri vanescenti palpiti di relitti

affondati

graffi non decifrabili e continuo dub martellante

parola - sussurro - accenno

a spasso nello spazio

un passo nel silenzio

un passo alla volta.

 

 

 

ISTERIA COSMICA.

 

Ascolta: non rumore, non palpito, non strepito,

tutto tace, tranquillo e sereno,

e sui rami secchi riposano ancora le brune tòrtore.

Nel silenzio assoluto solo si odono picchiare

contro i vetri delle finestre sottili raggi di luna.

 

Luna, nuda luna,

nuda luminosa luna,

capezzolo del cielo,

parte visibile del nulla.

 

Nasce dal bisogno la bellezza,

prorompe dal caos l’armonia,

la forma da ciò che non ha forme.

 

Oh luna, nuda luna,

nuda luminosa luna,

capezzolo del cielo,

parte visibile del nulla.

 

Ancora io ti sogno, ninfa dal marmoreo corpo,

in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da lattiginose caligini

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

Finita è la nostra notte,

anima fuggitiva d’ideale piacere,

oscuro cuore senza fine,

e come luna in cielo

intangibile e lontana adesso sei,

abbandonata landa e plaga solitaria,

foglia battuta dal vento e spoglia di libellula,

banda e vessillo,

benda e prebenda,

carta di riso e velo di Maia,

mentre io mi dissolvo

in mari di desolati sepolcri

nere orbite di un mondo cinereo,

senza andata il ritorno

siamo tutti figli del crudele (pazienza),

l’uccellino in gabbia è solamente

l’aquila imprigionata di un sogno,

e io come vapore di dolore

mi arresto come motore nell’eclisse,

e non ho altro che misere ragioni,

e so che niente mi giustifica:

finchè vivo sono d’ostacolo a me stesso,

mentre mangio gherigli nel guscio

della mia isteria cosmica

e disegno cerchi veloci nel grano

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna meraviglia

in attesa di nuovi messaggeri.

 

 

 

ISTERIA COSMICA 2.

 

Silenzio, silenzio assoluto,

nere orbite di un mondo cinereo,

sfrenate corse lungo albe sublunari,

algidi raggi selenici alle finestre.

 

Nasce dal bisogno la bellezza

sorge e prorompe dal caos l’armonia

scaturisce la forma dal buio.

 

Io ancora ti sogno

in mari di sepolcri desolati dissolvendo

di solinghi avelli in oceani

perso tra assolate teorie equoree

nei solinghi pelagici porti sepolto del ponto

e il crine scioglie alla marese brezza

siderali bagliori.

 

Ma finita è la nostra notte

e longinqua adesso tu sei quale la luna

alma fuggitiva d’ideale godimento

sconfinato cuore oscuro, abbandonata solitaria piaggia

e plaga desolata e ascon­dita, e landa buiosa

foglia battuta dal vento.

 

Mentre mangio gherigli nel guscio della mia isteria

mi arresto come motore nell’eclissi

in attesa di nuovi messaggeri.

 

 

 

ISTERIA COSMICA 3.

 

Silenzio, silenzio assoluto,

nere orbite di un mondo di cenere,

sfrenate corse lungo albe sublunari,

sottili raggi di luna ai vetri delle finestre.

 

luna

nuda luna

 

Nasce dal bisogno la bellezza

prorompe dal caos l’armonia

la forma da ciò che non ha forme.

 

luna

nuda luna

 

Ancora ti sogno

mentre mi dissolvo

in mari di desolati sepolcri

e i tuoi capelli

si sciolgono alla brezza.

 

luna

nuda luna

 

Finita è la nostra notte

intangibile e lontana adesso sei

anima fuggitiva

oscuro cuore senza fine

abbandonata landa

plaga solitaria

foglia battuta dal vento.

 

luna

nuda luna

 

Mentre mangio gherigli

nel guscio della mia isteria

disegni cerchi veloci nell’aria

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna fretta.

 

E come motore nell’eclisse

mi arresto in mezzo all’apocalisse,

in attesa di nuovi messaggeri.

 

luna                                               lune

nuda luna                                       lune nue

nuda luminosa luna                          lune nue brillante

capezzolo del cielo                            mamelon du ciel

parte visibile del nulla.                     partie visible de rien.

 

 

 

NOI CREDEVAMO.

 

Solingo nella sala sgangherata

sgangherato nell’alcova rovinata

rovinato nel talamo diroccato

raggomitolato sul letto

e s’un sogno

guardando i muri

fissando la finestra

rotta

mirando il pavimento

consunto e consumato

guatando la finestra sulla strada

scrutando una donna sulla strada

donna di belluina bellezza di guerra

esibisce con calma la massa magnifica

e compiaciuta tranquillità e rilassatezza

del maestoso e formidabile suo anodino corpo

incutente paura poi sua semplice presenza

e allora la vita viene a me

scevera e madida è disarmata e nudata

e oziosa e abulica lavora fantasia su me

e lentamente il cielo disintegra e disgrega e si sfalda

in un manto-pioggia

eliache scaglie-vetro e iridi ridenti

e il sole offusca e cangia

da porpora tinto e screziato d’amaranto

e il vento screziato d’aghi umidi aculi spermatici

e filamenti di latte coagulato percuote gli arbi e scuote le foglie

e uccelli rovistano l’aria brumosa

e la brezza aurata il crine scioglie

sono scene amorali, cose lineali, mortivi casi

stramazzati quali cavalli in terra crodati

ritagli cartacei, bracci erbosi e teste petrose

bracci erbacei e teste pietose

il volo del crabro - il canto del topo vilesco

il motto del gatto lupesco e il divin bestiarium dantesco,

il detto e il non-detto, il fatto e il misfatto,

il torto e il maltolto.

 

Attiro il suo guardo e i suoi occhi ammicco a me

e lei mi sguarda con aria alienata e persa

prospicace a quel fiore female;

io avverto il profumo dell’infinito

avverto il profumo dell’oblio

e le parlo e le confesso sogni e brame

lei brame smodate e cervello minuscolo

non fa nulla per nascondere la sua totale idiozia

sicchè la saluto e accomiato

strisce tramontane striano il cielo all’occaso

il giorno mesto china il capo e si addormenta

e ben poco rimane valevole a essere detto.

 

Penso che l’orrore per l’errore di atti non compiuti

e parole non dette e abbracci e baci non dati

piucchè il rimorso pungente-piccante brucino

per gli atti commessi e falliti

e le dette parole sbagliate

e gli abbracci spezzati e i baci recusati

e niente quale l’orrore per nessuna notizia credo odievole

e sì odioso l’orrore per nessuna notizia...

 

Vedi, i brutti giorni e le brutte notti e le brutte ore

capitano con maggiore frequenza

e il vecchio sogno che abbia alcuno giorno sereno sfalda

come il mio cervello e la mia alma in disfacimento totale

come i sogni

è un peccato,

un peccato.

 

È vero: furono istanti attimi momenti

barlumi gioiosi e vividi e sereni

felici

ma svanirono in fretta e furia

e se la fortuna arrideva e la vita vibrava

nelle carne

noi sapevamo che sarebbe durato poco.

 

Volevamo più di quanto potessimo avere e desiderare

donne formose e innamorate

risate e notti pazzesche a cavallo della tigre

un briciolo di significato e una parvenza di fortuna

una scusa plausibile per esistere

una vita per vivere e non sprecare e sperequare

un tempo per ricordare e non per passare

e giorni avvincenti per vincere la morte.

 

Credevamo che la vita sarebbe stata una cosa meravigliosa

ma esiste un ritmo preciso nelle cose e nell’essenza

e questo dobbiamo curare e colere

un uomo deve percorrere l’intero cerchio

per tornare nuovamente al punto iniziale-incipitale

fatto savio e mature dalle molteplici esperienze.

 

Ma

tutto sommato

tutto va nel verso migliore

in questo momento:

in cielo nuvole mediocri

tutto è banale

banale ma

in fine dei conti

accettabile.

 

E questo è,

più o meno,

tutto.

 

 

 

ADDIO, VULCANO.

 

Addio, vulcano,

frecce volatili in migrante cielo procelloso

viridescenti chiocciole segnanti strie argentee su pietra

alte-altere flessuose palme da le spate esplodenti vulve

con candide inflore­scenze

sole raggiante su l’occaso

l’orto e la linia,

la linia e il cerchio.

 

Era questa landa aurato ricamo e disegno sublime

in lingie sinuose e cerchi e ghirigori crea rena giallognoli laghi

e acque contengono ognuno fra azzurri e tutti fra verdi

e nuotano opimi pesci e pigrosi aironi volano

e volitano lentosi gabbiani

luce-madreperla di conchiglie e bianchi di asterie calcinose

piccole barche quali relitti maresi stagnano

su acque e dune stagnanti

addensato etere e umido con scirocco sub nuvole sottili

e sfilacciate grava su piagge e plaghe mortue-mortifere.

 

E in fuori è vuoto vorticare di giorni e soli e flutti e gurgiti

mentrecchè venti in raffiche spiranti

e muri tufigni sfaldanti

e dune spiananti e pietre scivolanti su dorsi montali

io consumo il me medesimo

e lì sbocciano agavi e torcono

offrendo in extremis suicidiali fiori

e cardi emergono e torcono tremanti fiori diafani

(occhio vacuo di onagro)

e luce mordace-vorace bruciante-rodente lati

spigoli e contorni

temprante e discromatizzare

(disegno cromico e manto cromatico)

impasta cespi e imbianca ramaglie

fra pianori mobili e scaglie

tramonti e sorgenti

crepuscoli vanifica

acque salsate rimescola e frescore di venature fluviatili

ombrose, ombratili.

 

Addio, vulcano,

il cielo è solamente un foglio azzurrigno e curvato

pittato da una mano bambina

che segni e simboli svela con tratti aurati il sole

mentre gorghi equorei e marei gurgiti ne seppelliscono

in argentee tombe sognate.

 

 

 

VITA E MORTE.

 

Clotaldo - Che farai?

Rosàura - Ucciderò il duca.

Clotaldo - Una donna può avere tanto coraggio?

Rosàura - Sì pare.

Clotaldo - Che ti spinge?

Rosàura - Il mio nome. Tutto travolge il mio onore.

Clotaldo - È una follia.

Rosàura - Lo ammetto.

Clotaldo - Frénala.

Rosàura - Non posso proprio.

Clotaldo - Ma perderai...

Rosàura - Capisco.

Clotaldo - Vita e onore...

Rosàura - Ne son certa.

Clotaldo - Che cosa insegui?

Rosàura - La morte.

Clotaldo - Questa è disperazione.

Rosàura - È onore.

Clotaldo - È frenesia.

Rosàura - È coraggio.

Clotaldo - È delirio.

Rosàura - È solo ira.

Clotaldo - Ma non esiste freno a sì cieca passione?

Rosàura - No.

Clotaldo - Chi può aiutarti?

Rosàura - Solo io.

Clotaldo - Non c'è rimedio?

Rosàura - Proprio no.

Clotaldo - Esistono altre strade.

Rosàura - Solo per perdermi in altro modo.

 

 

 

LA POESIA.

 

Mi sono isolato dalla gente

e dai suoi affanni

e pure dai miei: scrivo.

Scrivo qualcosa di inutile

e come Seneca non affido alla scrittura

precetti salutari come ricette terapeutiche

affinché le mie ferite

benché non perfettamente rimarginate

cessino di estendersi e suppurare.

 

Credimi: quelli che sembrano non combinare nulla

fanno cose più importanti

come due amanti che si amano

dietro le nere membrane della notte

bocca nella bocca

sangue nel sangue

carne nella carne

carne contro carne

ossa contro le ossa.

 

 

 

ABISSI E DISPERANZA.

 

Io sono lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,

io sono lo straniero dalla faccia lunga e scura che ti fissa

e pensoso non parla,

io sono il siciliano mafioso e sporco

infido e diffidente,

sono il malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,

sono il cane bastardo che ti morde la mano se la tendi per una carezza,

sono il nomade col cuore riarso dal sole,

lo sfortunato anemone marino in balia dei flutti:

la sorte mi ha affidato all’egre cure dell’accasciante necessità,

i neri affanni mi hanno incanutito,

le fatiche e i perigli hanno increspato il mio volto.

 

Io sono niente,

solo membra in frantumi, mente in frantumi e cuore in frantumi

tendini lacerati, giunture slogate e ossa frante

e rabbia latente, che sale d’abissi e disperanza incombente.

 

Ma come bragia ascosa sotto grigia cinigia

brucio nel fango di questa umida città

tra puttane corrose dalla sifilide

marocchini negri e tossici corrosi dal crac,

brucio in questa bigia città e nell’atroce sua notte,

brucio senza soldi senza luce senza gas,

brucio mentre in fiamme esplodo sogni a raggiera

e paure e incubi e desideri e istinti e sospiri e gemiti

che uguali a lapilli colano di vulcano incandescenti

e che raccolgo e tengo in serbo per te

se vieni a vedere la notte con me.

 

 

 

DESERTO.

 

Piove liquame

sole liquefatto liquido calido

in estese-infinitive lande-plaghe cieliche ondulato-catro

Cérere - cénere - cinìgia - ramàglia - canìglia e canìcola

polvisco-sordo crepitio - ticchettio - risucchio e osseo tremitio

e afrore rancido di uomini e bestie e uomini e topi

e teli e vetro e spate e spade e spazio

mai vena acquea e mai filamento equoreo

mai rigagnolo e mai fiume

sol urla e urli e grida e gridi e stridi e strida

in silore di crepuscolo

ferro a le tempie bussante battente martellante colpi

con rìtmica cadenza

serra - serra - serra / con mazze - con mazze - con mazze

sfrigolio e candescenze - respiri grevosi e gravidi

poi fatica e ira

e sfarfallio di rosso-baglî in sfarzosa sfavillante

sfardellante sera-scintilla.

 

Sole oscura e vento inceppa

pietre ergono in piramidi e da i fiori emergono monumenti.

 

Alteri anelli neve-vetrosi e vetrose cupole

dai raggi eliaci investite

e da luna aperte in spire

circoli diamantici

stelle quali sfere-cristalli ornanti e illuminanti spazi

astrali

sono tuoi denti.

 

Fiori - corone - corolle a me dischiude tua urna sacrata

tuo alvo sacrato quale sole-lucore

allorchè aggiorna e il cielo candisce

conteso tra luna e sole da luna e sole

in formidabile lotta portentosa

non lotta tra forze ma pura forza allucinata da luminescenze

lampo sottratto da luce e arcobaleno in b/n

lampo sin luce e arcobaleno sin cromati (non cromatico)

fiore piumato ed efflorescenti ale.

 

Candido fiore appoggiato a la grata di una finestra

quale putta in aspettanza o gatto in riposo

poggiato a la grata di una finestra.

 

La certezza è riposo

e questo può essere spiacevole-sgradevole

m’arresta lo sforzo e il sacrificio della ricerca

e allenta tentennamenti e titubanze

perplettenti-avviluppanti

allorchè giunge la certezza che noi addiveniamo a verità

e verità diventa nostrale.

 

 

 

INADATTO.

 

Limitato, troppo limitato,

limitato e primitivo,

primitivo e bleso,

sono inadatto, troppo inadatto:

troppo brusco per i poeti,

troppo lirico per gli scrittori,

troppo vecchio per i bar,

troppo volgare per i salotti,

troppo stanco per la strada,

troppo leale per il commercio,

troppo vigliacco per pensarci,

io sono inadatto:

all’infinito preferisco il ritmo impazzito

di un be-bop frondeggiante,

all’armonia delle sfere celesti

la dissonanza di una nota capovolta,

e mi trovo benissimo nelle fessure tra teoria e prassi

tra causa ed effetto.

 

Umano, troppo umano,

sono mal preparato all’onere di vivere

e reggo a fatica il ritmo imposto dall’azione

inciampo a ogni passo nella mia ignoranza

il mio modo di fare è troppo provinciale

i miei istinti e le mie pulsioni sono da dilettante

e sento come crudeli le attenuanti.

 

Inadatto, troppo inadatto,

qualunque cosa io faccia

si muta sempre in ciò che non ho fatto:

io sono l’esito insoluto di un fulmine

che schianta in mare

ma va bene

così.

 

 

 

STERCO.

 

Folla mortale in aere sparsa

tombe e catacombe sorte a insulto di soli meridiani

lune - piogge – rugiade.

 

Vulture carnivoro appodia su corpi di morti putrefatti

affondando rostro e artigli

in carne scavando e carne strappando

con frullio impazzito.

 

In schiere opalescenti cherubini e angeli

orde sferraglianti

nottui squilli e lame

ellissi involute e onde ritorte in isteriche lune

corpi e fibre lacerati da sciabole - curve – parabole.

 

Io amo la guerra e la diatriba

e dalla lotta non mi ritraggo mai

sia essa fisica o intellettuale

e qualora tu ti senta disposto a essere conciliante

io ti domando questo

se renda sì indulgente la cattiva memoria

l’interesse o la codardia.

 

Ma tu aspetta docile

deponi mutrie - orpelli - insensati giochi giornali

lascia che la miseria scoli in fogne

concentra la tua mente: sii uomo

anche sol nel tempo di un attimo

muovi il tuo piede qui

su questa terra

entra e fissa e scruta e osserva e guata

questa scena

in questo spazio invaso

da un buiore invasato

tu trova passaggi e fughe

in equilibri e disequilibri e squilibri

e dissonanze e distorcimenti

e inganni

esci

esci se riesci

esci da colpe ed errori

senti

il rantolo eterno

tremendo

tremante

snodante da corpi prospettici.

 

Cade su pungiglioni cristallini l’uomo precipitato

da finestre e alture

muri e labirinti

porfidi e damaschi

e chiocciola di terrore

la schizofrenia cela flussi evenemenziali e coartati stati coatti.

 

Ora il tuo ventre sfiora

da sterno a onfalo e ambone

con mani sicuri

e senti la stimma del tuo gastro segato.

 

Benchè ti recusino anche sol crusca e acqua

io il mio sterco ti dono

a te

della razza angelica.

 

Or già venti calidi e untuosi scirocchi ululano

quali bestie disperate

ma tu

negati alla carcassa.

 

Sei la razza degli angeli.

 

 

 

BUKOWSKIANA.

 

Impazzivo, in nude stanze spoglie impazzivo,

la notte mi piombava tra capo e collo come una frusta

pugnalate al mio povero cuore bastardo

la morte che mi pendeva sulla testa

come una spada di Damocle

la morte come una spada di Damocle

la morte come il cuore in gola.

 

¿E io?

 

Con il cuore in gola impazzivo

in oscure camere di nudità

preso tra molecole di nessuna fretta

il corvo e le onde, il corvo e le onde

gli stanchi tramonti e la gente stanca

ma poi la conobbi

ammiccante, ammaliante

un fatale sacramento di carne

e scoparla era il paradiso

era viaggiare sul carro eliaco di Apollo

era andare in paradiso sul carro di Apollo

era passeggiare di notte sulla neve

era la magia dell’universo

concentrata in un solo punto.

 

Ma ora lei non c’è e io sto qui

seduto davanti al cielo immenso e rosso

con il sole che mi tramonta negli occhi

e mi piace, mi piace di brutto

a volte mi sbatto sul letto

guardo il soffitto

con le crepe delle pareti

immagino un angelo e una capra

un drago e un leone

altre volte decido di dormire

magari più tardi le cose sembreranno migliori.

 

Si può impiegare una vita a morire

o meno di un attimo.

 

 

 

IL FIGLIO DELL’AURORA BOREALE.

 

¿Quanti sono coloro che sanno essere infinito il numero dei cieli?

¿E che di questi il creatore e di tutti i mondi è l’uomo?

¿È già permesso iniziare la loro conta?

Certo esistono quelli che sanno come si possa donare un fiore a un uomo

ma ¿quanti sanno pure che si può donare un uomo a una rosa?

Più d’uno resterà incredulo

quando gli si narrerà del figlio dell’aurora boreale.

 

Incredulo ancora oggi

sebbene la chioma di Berenice già faccia pendaglio tra le stelle

da così lungo tempo.

 

Ma l’aurora boreale adesso ha un figlio:

laddove l’uomo intirizzisce incatenato nelle foreste nevose

della sua disperazione

il figlio dell’aurora boreale passa via gigantesco e maestoso.

 

E gli alberi non sono un ostacolo per lui

egli vi passa sopra, ingloba anch’essi nel suo vasto manto,

li fa suoi compagni di strada,

con lui anch’essi perverranno alle porte della città

dove si attende il Grande Fratello.

 

 

 

GIURAMENTO NEL SONNO.

 

Spesso noi fummo guardie giurate:

nella rovente ombra di stendarti impazienti,

nel contro-luce della morte estranea ed estrema-postrema,

all’ara della nostra santificata ragione;

e a prezzo della nostra vita segreta abbiamo anche tenuto fede

ai nostri giuramenti.

 

Ma ¿quando ritornammo là

dove li avevamo prestati

che ci accadde di vedere che ci toccò?

il colore dello stendardo era ancora lo stesso,

l’ombra ch’esso gettava era perfino più grande di prima,

e di nuovo levammo la mano al giuramento.

 

¿Ma a che giurammo ora fedeltà?

A quell’altro

allo stesso al quale avevamo giurato prima odio.

 

¿E la morte estranea?

Essa aveva ragione

di fare come se dei nostri giuramenti

non vi fosse stato alcun bisogno.

 

Lasciateci dunque oggi fare il tentativo di giurare nel sonno.

 

Noi siamo una torre dalla cui sommità sporge il nostro volto

il volto serrato e pietrigno

siamo la razza degli angeli

siamo più alti che noi stessi,

noi siamo un’altra torre al di sopra della più alta fra le torri,

e possiamo vedere noi stessi dall’alto.

 

Scaliamo noi stessi mille volte.

 

¡Quale occasione il raccoglierne lassù radunarne

ragunarne in schiere per il giuramento,

mille volti di noi stessi

mille volte di noi stessi

la grande perpotenza e strapossanza!

 

Ma so che ancora non siamo giunti fin in cima

dove il nostro volto è ormai il pugno serrato-serrato

un pugno di occhi che giura giuramento

ma siamo in grado di riconoscere la strada che vi porta.

 

È ripida, questa strada, ma chi è disposto al giuramento

valido anche per il domani

simili strade le percorre

(e d’altronde si sa che sono lunghe tutte le strade

che portano a quello che in cuore brama).

 

¡Però in cima quale plaga per prestare giuramento!

¡Quale ascesa in quella sottostante!

¡Quale stacco sonoro

nei mari profondi di un’alma

per il giuramento che noi ancora non conosciamo

che non conosciamo!

 

 

 

CAMINANTE, NO HAY CAMINO: SE HACE EL CAMINO AL ANDAR...

 

...e all’aprico andare il vitreo cammino sorge

procedendo fra paciosi monti e celati gurgiti

e il cielo asconde vagabondi e viaggiatori

sospinti viandanti

e notti rubate al sonno

mentre ululano cani e luci guerreggiano al buio

e stridono colori e ombre

e sentinelle al nulla stanno le stelle

e guardano e guatano e scrutano e occhiano

monumenti di aria e castelli di verde

svettanti oltre le nubi e il volo degli uccelli

e soffiano venti e soffiano polvere di ultimi eldoradi.

 

Caminante no hay camino: se hace el camino al andar.

 

E il mio cammino sei tu

e alla cieca prora procede tuttora

dacchè la tua mano lasciai vorrei dirti

disciogli le trecce

e libera i piedi

e chiudi gli scuri

che già appaiono stelle

appannando vetri e finestre

e invitandoci a scopare.

 

 

 

COME ARCHEOLOGO.

 

Se solo lo vorrai,

come archeologo guarderò in gola al tuo silenzio,

dei tuoi silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,

leggerò nei tuoi occhi

quali furono i tuoi panorami,

quali nelle tua paure e fobie i tuoi traumi,

carpirò in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita

(e dalla morte).

Mostrami il tuo non-so-che

e ti dirò chi eri e come sei arrivata fin qui.

Svelami i tuoi frammenti e drammi,

qualche caduco capello sparso in terra.

Può bastare anche meno,

ancor meno: le tracce di sangue

restano per sempre

indelebili;

quando la menzogna riluce,

dubbi e intenzioni si palesano.

Mostrami il tuo nulla che ti sei lasciata dentro,

e ne farò un bosco e un orto,

una selva e un’autostrada,

un aeroporto e una tana,

una bassezza e un’altezza,

una bellezza e un terrore.

Donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro,

e domani ne farò bellezza e terrore.

Dimmi quello che non hai avuto il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

Lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

SE TU VENISSI.

 

Se in questa futile sera tu venissi a me

e a me recassi il tuo candore di bimba accigliata

e la tua fulgida bellezza di ragazzo,

il tuo rassegnato candore di capra,

allora la mia chioma, il mio crine, i miei capelli

di gioia sussulterebbero

ritrovando in casa il tuo odore che scivola sulle pareti

e s’impiglia ai pomelli e come la rugiada si spande

su prati ed erbe

e così se in questa futile sera tu venissi a me

tutto ti racconterei di me

quanto è e quanto non è

e tu sgraneresti stupita occhi e palpebre

e mutando pensieri infine mi baceresti

e se in questa futile sera tu venissi a me

non tra frastuono di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi 

ma tra gli angoli acuti e le cuspidi e gli spigoli

del mio cervello e del mio animo proteiforme ti condurrei

e le spire attorte e involte dell’anima ti mostrerei

e tra verdescenti viridescenti viti intristite ti porterei con me

perchè non esiste altra gioia

fuorchè sapere che tu esisti,

mia dolce venere lunata

che come venere sei,

prima stella e ultima del mio cielo.

 

E altro non conosce il mio cuore

fuorchè il suo rosso-cruore

che giace sepolto

naufragato.

 

 

 

TU.

 

Animula vagula blandula,

tu dai fluidi capelli setosi,

tu dai fluenti capelli di seta,

tu seduta scosciata in fondo alla notte,

tu con usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,

tu con occhi come monetine da cinquanta,

tu sempre sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio,

tu unica vita fra i già-morti

mentre uomini-morti con luride boccacce di fogna,

occhi di carta igienica e cuore di cartone mi atterriscono

tu in questo letto di lussuria

flessuosa reclami abbracci

e sussurri bugie amiche

e parole di passione.

 

Le tue unghie sprofondando nel mio cervello

e mi rodono il cuore divorandomi l’amore

mi ridono l’amore sbranandomi il cuore

tu sguardo bruciante - tu ruggente - tu fremente

tu che ruggisci alle nere membrane della notte

tu ansimante di fieni e aspri profumi

e scalcinati riposi meridiani

tu nell’acqua di una bria

caduta in agguati di luce 

tu che vaghi innocua in vacui meandri di bosco

tu ansiosa e perduta in povertà mal-placate

tu soffocata in ambigui canti

tu piovuta-affogata

spenta nell’imo stridente all’occaso

tu in perenne aspettanza del nulla

dal nulla sopraffatta

mentre spade di luce affettano i giorni e le notti

tu zampa in bocca e cuore in gola

come una volpe in fuga

mentre fonti zampillano e galassie sciano

e ruote girano e cuori scoppiano

e i crepuscoli aspettano a valve aperte

e le ore setose suggono rugiade-fragole

e i cupidi boschi aspettano

e aspetta pure la morte

che a piccoli passi si avvicina.

 

Tu sei il coltello puntato a la gola,

e i tuoi capelli un viluppo di scorpioni aculeati

i tuoi occhi ricci di mare pungenti

tu l’affilato coltello del macellaio puntato a la gola tu per me sei

e aleggi e volteggi nel vento frizzante

e il tuo fiato è quel vento

e io sempre a te ritorno

bambina offesa e sofferente

maleducata a chi doni non porta

e tu ritorni

e pur il tuo sguardo ritorna

e con te rechi il tuo sguardo

il tuo sguardo senza pretese

il tuo sguardo che non ha paese

e il tuo pianto di nuvole e verdi

ribolle-rampolla in questo Luglio-arsura

come corre un azzurro pugnace

nel freddo-ghiaccio dell’inverno.

 

Tu acqua di ruscello spettinata

tu qualità soffocata

al tuo cielo e ai tuoi capelli

l’estate si aggrappa e non molla

e il tuo profumo tutto inebria e made

in corone d’amene foglie raccolto

in papaveri e lucciole crogiolato ed eterne more

all’infinita luna-loop s’immedesimano

prati e desideri e sogni di gloria.

 

Alle tue dita s’impigliano i miei sogni

al tuo petto frangendosi,

alla tua divina indifferenza

la vita si rompe

e muore.

 

 

 

TU 2.

 

Fonti zampillano,

galassie sciamano,

ruote girano,

e cuori scoppiano,

mentre i crepuscoli aspettano a valve aperte

e le ore setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi

e aspetta anche la morte

avvicinandosi con piccoli passi ai tuoi calcagni,

tu coltello alla gola per me sei

e i tuoi capelli sono un viluppo di scorpioni aculeati

e i tuoi occhi due ricci di mare pungenti

e aleggi e volteggi nel vento frizzante

e il tuo fiato è quel vento

e io sempre a te ritorno

bambina offesa e sofferente

maleducata a chi doni non porta

e anche tu sempre a me ritorni

con il tuo sguardo senza pretese,

con il tuo sguardo che non ha paese,

con il tuo sguardo duro come pietra

che quando mi guardi mi fai male,

con il tuo sguardo tagliente come vetro-acciaio

che quando ti abbraccio mi trafiggi.

 

E con il tuo sguardo rechi anche il tuo pianto di nuvole e verdi

che ribolle-rampolla in questo Luglio-arsura

come corre un azzurro pugnace nel freddo-ghiaccio dell’inverno.

 

Tu acqua di ruscello spettinata e qualità soffocata sei

al tuo cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla

e il tuo profumo tutto inebria e made

in corone d’amene foglie raccolto

in papaveri e lucciole crogiolato ad eterne more

e all’infinita luna-loop s’immedesimano prati e desideri

e sogni di gloria

alle tue dita s’impigliano i miei sogni

al tuo petto frangendosi

e alla tua divina indifferenza

la vita si rompe

e muore.

 

 

 

AI TUOI OCCHI.

 

Stelle vagabonde

come vagabonde uve,

lampi-neon-giglio

o lampi di giallo-neon,

nidi di acqua sterile

astenici miraggi amaranto di fonti

polle di non saziabili lacrime

immensi sogni freddissimi

non raggiungibili lumi.

 

Il mio cerebro

ai tuoi occhi sbanda

e i tuoi occhi seguire non può

se non a morirne.

 

Intramano cieli

e uccelli

cardi

ragni

 

perlati atolli

vertici

 

chiari

 

sbocciano

 

suoni.

 

 

 

L’AMORE.

 

E’ ghiaccio ardente ed è gelido fuoco,

è ferita che duole e non si sente,

è un sognato bene, un mal presente,

è un breve riposo molto stanco.

E’ una leggerezza che dà pena,

un codardo con nome di valente,

un andar solitario tra la gente,

un amar solamente essere amato.

E’ una libertà incarcerata,

che conduce all’estremo parossismo,

infermità che cresce, se curata.

Questo è il fanciullo Amor, questo l’abisso:

¿quale amicizia potrà aver con nulla

chi in tutto è contrario di se stesso?

 

Campana che sventola contro l’azzurro-cielo

 

fruttuo risveglio tutto frattale-fratturare

stritolamenti profondi

e baci in centrifuga fruttescenza

 

fluido fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo

m’immillo m’immillanto mi ammollo mi ammalo

m’innamoro m’indoro

inodoro

e orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso

 

strapiombo da cui risalgo per ghiacci e guani

 

parestesia-anestesia diffusa di semipresenze-semiassenze

 

agnizioni in tralice e riapparizioni di straforo

 

il momento d’oro

 

male oscuro - male nervoso - male nevoso

 

scilicet

 

gioco di sbieco e intermittenza e paresi di cloni e di eoni

 

virginea tristezza quale erbetta da cena-verzura

 

pungenti venti settembrini e vini agretti

 

cane testardo che rotea fiuta adocchia

e alza la zampa al cippo di cemento del mio memento

 

testa di cane che abbia morta

come un cane incimurrito l’amore mi perseguita

e in agguato dietro la siepe mi attende per azzannarmi:

è un vecchio bastardo

con sguardo furbesco e sigaretta

tra le labbre sogghignanti

che mi guarda spavaldo

ma certo un giorno lo ucciderò

e fumerò la sua

sigaretta.

 

L’amore spiega tutto ma non sa spiegare se stesso

l’amore sempre ignora la sua profondità fino al momento

della separazione

l’amore non dona altro fuorchè se stesso

e nulla prende e riceve se non se stesso

 

l’amore è la vela che sospinge la nostra vita

che come una nave è orientata e governata dal timone della

ragione.

 

 

 

ALL’OMBRA DEL ROSAIO.

 

Lo sappiamo: ogni penitenza fatta è stata disattesa,

di nuovo l’abbiamo rotta,

e la porta dell’onore ce la siamo chiusa addosso

definitivamente,

riprendendo il costume della dissolutezza

e la via della depravazione

il nostro buon nome è ormai infamato

(non possiamo più emendarlo)

e il velo della nostra virtù è talmente lacerato

(non si può più rammendarlo).

 

¿Ma a che serve essere virtuosi e casti e pretti e studiosi

a che serve, a che giova imparare le lettere e praticare le scienze

a che pro esercitare le arti e le discipline

se noi siamo il nulla e nulla il mondo

nulla la gioia e nulla la morte,

se alla conoscenza dei segreti non possiamo pervenire

e i misteri della vita e dell’al-di-là sono per noi impenetrabili

e imperscrutabile l’intima essenza della realtà

non conosciamo

quella parola profonda che non sappiamo proferire?

¿A che pro dunque agitarsi e turbati aggirarsi tra patimenti

e pentimenti in attesa del domani?

¿Non è sensato a causa del nulla soffrire patendo angustiati

sai infatti forse dirmi qual’è l’ordito della trama della vita?

 

Accantonati dunque i discorsi sulle ansie e le angosce

messi da parte gli affanni e le cure del mondo e della sorte

sciolto ogni vincolo con il bene e il male

affidato il tuo corpo al fato

smesso il vizioso e morboso desiderio della fortuna

d’accordo con il tempo

viviamo in accordo con le stagioni

non crucciandoci oltre per la morte

ma considerandola oggettivamente

poichè non è la morte che otteniamo nascendo

ma la vita che viene strappata al non-essere e al nulla,

e desideriamo poco fatti savi dell’intimo senso

di ogni altezza e bassura

e consci del loro intimo legame viviamo contenti e allegri

ricercando non la felicità ma la gioia

e vivendo gioiosamente ogni accidente che ne capiti

liberi dal bene e dal male

anzi liberi al di là del bene e del male

al di là di tutto

ugualmente ridendo dei capricci e degli inganni della vita

poichè gioia e dolore sono tutt’uno

non badando al domani e non rincorrendo lo ieri

poichè questo è passato e irrimediabile e quello non esiste

poichè in ultima istanza questo mondo è il nulla.

 

Non occorre molto per vivere bene e in letizia:

a me

solo lo stretto necessario

vino e cibo a bastanza

libri e caffè e poesie e sogni

e poi

io e te seduti all’ombra di un roseto

in un luogo appartato al di là del bene e del male

e di ciò che è buono e cattivo

con il cuore libero e sciolto da ogni legame

mi basta questo

la compagnia del tuo dolce e ridente volto di paradiso

tenendo fra le mani la tua bella chioma

baciando la tua guancia di tulipano

stringendo i tuoi fianchi rotondi

e affondando nel tuo seno accogliente

e così trascorrere in letizia il tempo che mi è concesso

e sorridere della mia condizione attuale e di ogni stato

senza stare ad avvilirmi e nelle inutili occupazioni

e nelle vane preoccupazioni del mondo perdere tempo

poichè questo mondo non è che un istante

e in breve saremo il nulla

e i giorni non sono altro che brevi fulmini nella tenebra

notturna

e la vera essenza del mondo sta nella parvenza illusoria

e l’essere è pari al nulla e il pieno al vuoto.

 

La vita è sogno

e come sogno viverla dobbiamo: pazzi di gioia

cioè pazzi e pertanto gioiosi.

 

Misero chi non è (mai stato) pazzo d’amore per qualcuno

poichè è perduto ogni giorno che si è vissuto senza amore.

 

È un giorno perduto un giorno senza amore.

 

 

 

SE NON RISPONDO.

 

Se rispondo al citofono puoi entrare,

mi piace la tua compagnia,

soprattutto quando indossi quella maglietta

che lascia intravedere i tuoi seni turgidi,

quella blu con le tette che sbucano fuori libere e sode,

e mi piacciono anche i tuoi capezzoli così duri

che bucano il tessuto e il mio cervello;

e puoi anche fermarti a dormire qui con me stanotte

se prometti di abbracciarmi come facevi un tempo

e puoi certamente parlarmi di te (questo è del tutto naturale);

ma se non rispondo non andartene:

forse sto solo dormendo o facendo la doccia,

forse sono solo disteso sul letto a riposare

pensando alle rose e alle viole,

a Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,

forse sono solo seduto in mutande sul divano,

intestino pigro e pene depresso,

ma forse potrei anche essere arrabbiato e abbattuto,

triste e solo e disperato,

o forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,

forse potrei essere intento ad appendere il cappio,

o a preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,

quindi non andartene

non te ne andare,

anche se le luci sono spente,

anche se non senti rumori di voci o passi,

anche se non rispondo non te ne andare:

perchè forse potrei aver bisogno di te,

forse ho bisogno di te,

ho bisogno di te,

e dei tuoi occhi atroci,

prima che il mondo si dischiuda e si riveli,

o si fermi svanendo per sempre.

 

 

 

LETTI.

 

Esistono letti d’infinite forme diverse e colori

rossi grossi e rotondi o quadrati o stretti e lunghi

ma in fin de’ conti tutti servono alla stessa cosa

e la gente li usa solo per due cose:

per scopare o per morire.

 

Usano gli stessi letti prima per scopare poi per morire

ma i più muoiono meglio di come scopino su quei letti

e su quei letti muoiono più di quanto scopino.

 

Ma più di tutto io amo i letti stretti

che a stento bastano a un solo corpo,

amo i letti stretti dove io e te dormiamo distesi

abbracciati, abbarbicati in un solo respiro

così stretti che posso vederti sotto le palpebre i pensieri

e quasi posso sentire i tuoi sogni palpitare,

amo i letti stretti io e te dove giacciamo all’addiaccio

e io ti abbraccio

anche se so che non è un vero amore il nostre amore:

è più che altro un fato, un feto, un bambino, un destino

è un sogno che cresce tutta la notte e poi muore al mattino

è un sogno ripetuto mille e mille notti e ancora una

finchè la notte scialba e la sera non perde e imbruna

e il sogno svanisce e non è più nemmeno un sogno

ma un milione di occhi ciechi che mi guardano biechi

bui-bui più bui dei miei pensieri, quelli di oggi

e quelli di ieri.

 

E dentro quegli occhi io t’invento e tu m’inventi

dentro quegli occhi ecco perchè non tiriamo avanti

e in questa vita arranchiamo come la risacca sul mare

 

la realtà non esiste se non la puoi inventare,

la verità non esiste se non la puoi raccontare,

la beltà non esiste se non la puoi immaginare.

 

 

 

COSE.

 

Ho visto un binario morto che aspettava di essere sepolto,

ho visto un vicolo cieco che brancolava nel buio,

ho visto una volpe col cuore in gola e una zampa in bocca,

ho visto uomini ricchi e potenti firmare assegni circolari col compasso,

ho visto un contadino soffiarsi il naso col suo fazzoletto di terra,

ho visto diabetici morire in luna di miele,

ho visto un uomo riportare una leggera ferita

al suo legittimo proprietario,

ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica,

ho visto politici conservare in frigo il terziario avanzato,

ho visto gondole cambiare canale con il telecomando,

ho visto un libro con l’indice rivolto in segno di accusa,

ho visto lenti da-sole in cerca di compagnia,

ho visto una moschea piena di zanzare,

ho visto un uomo con un occhio pesto al pistacchio,

ho visto una porta chiudersi in un ostinato mutismo selettivo,

ho visto un grande regista girare l’angolo e svanire,

ho visto un verme solitario sposarsi,

ho visto canguri averne le tasche piene dei loro figli,

ho visto giardinieri innaffiare le piantine della città,

ho visto calciatori giocare con un pallone gonfiato,

ho visto matematici di servizio apparecchiare una tavola numerica,

ho visto dentisti estrarre la radice quadrata di un dente,

ho visto un nulla meno di zero al quoto di un bel niente,

ho visto tossici sguainare e brandire la spada al nemico,

ho visto un vecchio lupo di mare ululare agli abissi,

ho visto una puttana di strada senza patente,

ho visto poliziotti che non erano politi per niente,

ho visto tutto questo e molto altro,

ho visto cose e cose che però non eri tu,

e ancora adesso non riesco a capire

dova va la musica quando finisce,

dove si nasconde la notte quando svanisce,

dove si adombra il cielo quando viene sera,

dove si cela il sole quando imbruna,

dove si rifugia il cuore quando spaura.

 

 

 

LA PIÙ GRANDE INVENZIONE DOPO IL SISTEMA FOGNARIO.

 

Eri la più grande invenzione del mondo

finchè non mi hai scaricato.

Eri la trovata più geniale della storia

dopo il sistema fognario.

Eri il più grande spettacolo del mondo,

altro che jovanotti e il big-bang!

Eri musica viva potente e ardente

come il jazz più figo di una big-band,

altro che il sesso anale e il fisico bestiale!

Eri la più grande invenzione del mondo

dopo il sistema fognario (questo è ovvio).

Finchè non mi hai scaricato per un altro,

cazzo!

Se il tuo clitoride fosse un citofono

sarei stato il tuo testimone di Geova!

Ma adesso tocca a te aspettare

che schiaccino il pulsante,

e qualcuno lo farà per te, puttana,

e se non lo farà qualcun’altro, sarai tu

a premere il pulsante giallo-verde-blu.

¿Ma che ti aspettavi che fosse?

¿E che ti aspettavi che ti dicessi?

È come la prima volta o l’ultima

come la volta precedente,

come la volta successiva:

ecco un cazzo ed ecco una figa,

ecco una figa ed ecco i cazzi,

i cazzi veri e i cazzi come guai seri,

ma ogni volta pensi che sarà l’ultima

<<Beh ho imparato.>> ti dici,

<<Non m’interessa più.>> ti dici,

<<Mi basta un amore minimo,

e una custodia per il cazzo.>>

solo un po’ di comodità

e un briciolo di fortuna.

Ma in realtà ancora m’illudo

e ascolto le tue promesse nel vento

e più le ascolto e meno le sento,

in fondo volevo solo farmi una sborrata,

in fondo eri solo una sborrata,

ma avevi un culo bollente come l’inferno,

più caldo dell’equatore, e la tua figa

era la più grande invenzione

dopo il sistema fognario,

bella al di là di ogni invenzione

bella al di là di ogni immaginazione

bella al di là di tutto,

ma poi mi hai scaricato,

mentre il sole si alza e la borsa cala

e sul tetto un gatto sornione caga e se ne va

in assoluta delizia e in profonda mestizia,

e puoi anche chiamarlo amore

ma è che non avevo altro da fare

e la televisione mi faceva annoiare,

ma tu chiamalo “amore” se vuoi,

sì, chiamalo “amore” e infilatelo nel culo,

dritto nella luce debole del mattino,

mentre la brace si spegne nel camino

che più non brucia feroce,

mentre l’identico sole cade s’un fiore

e l’ultima luce cade sul nostro amore.

 

 

 

TACCHI A SPILLO.

 

Sono contento il più delle volte

sono contento quando arrivano

sono contento quando levano le tende

se ne vanno e si tolgono dal cazzo,

le belle ragazze pulite in abiti azzurri,

sono contento quando sento i loro tacchi

avvicinarsi alla mia porta e sono contento

quando il ticchettio di telescrivente

di quei tacchi finisce,

e sono contento di fottere

e sono contento che mi piaccia

e sono contento quando è finita

e posso tornare al mio computatore

e sono contento il più delle volte

poichè continua a cominciare e a finire

e il sole e la luna e i gatti fanno su e giù

e la terra ruota intorno alla luna

e Alice guarda i cazzi e i cazzi muoiono nel sole

e il telefono squilla e io siedo e aspetto di nuovo

aspetto di nuovo quei tacchi a spillo.

 

 

 

CHIASMO.                               

 

Tu pelle di ebano e palpebre di velluto,

tu con i capelli ricci e la chioma di scorpione,

tu con le dolci mani affusolate e il petto in tempesta,

tu con gli occhi avvolti da un vago tumulto annebbiati, pallidi e assorti,

agitati e tormentati come le uggiose terre del Settentrione,

tu con il cuore in perenne subbuglio

e l’anima in fremente trambusto:

tu eri per me il coltello puntato alla gola,

smorfia di monello e canto di usignolo,

tu eri per me la pistola alla tempia e il cuore in gola,

tu eri per me il sibilo del vulcano e il ghigno del topo,

il rugghio del leone alle 6,30 del mattino

e il sorriso del sole nell’ora del meriggio,

lo sbadiglio della notte all’alba

e l’affannoso anelante ansito del giorno al crepuscolo,

la tempesta nel bicchiere e il lampo di luce nella bottiglia,

la notte seguita dal giorno e il giorno seguito dalla notte;

ti ho sempre conosciuta e sempre sei stata mia,

eri sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto,

tu eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto,

un incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte,

un uccello senz’ali in attesa del vento,

lo specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente,

tu eri per me la nuda carne tremula e assetata

che brucia come le calide notti d’estate,

tu eri per me il sale sulla ferita,

le ultime pagine del libro e le melodie del suono,

il freddo di un panchina solitaria nel parco,

l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a sera

il canto disperato del folle e la danza del sangue,

il sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento,

tu eri per me magnetica visione e chiodo fisso,

giglio in catene ed elabro in mutande;

ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni,

nel dondolio del pendolo e nell’inclinazione del pendio,

nello squarcio del lattiginoso fendente della luna,

nel manto della nera notte,

in questa vita stanca e annoiata che proprio non va,

nella miriade dei miei mille polverosi sogni,

in questa assurda massacrante nullità,

in questa massacrante devastante sfigurante assurdità;

eri con me nei paradisi negati e nei campi elisi

mentre la mia esistenza dissanguava

e la vita sanguinava macchiando i fiori e l’asfalto,

mentre le fontane piangevano e la forza languiva,

ed eri con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria,

mentre sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba,

e donne senza amore affondavano le proprie unghie

nella mia schiena e nel mio cuore sornione

conficcandomi i talloni nei fianchi e nella pelle

trafiggendo il mio languore che mai muore.

 

Ti ho vista, sai, nei volti dei mille sconosciuti che mi fissavano

impassibili fissi e spietati, ipocriti e vigliacchi,

mentre un urlo di rabbia screziava di sangue il sole

il cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva

e una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola

saltando nei campi con una zampa tra i denti.

 

Ti sentivo anche nel vento frizzante

e nella brezza marina io ti respiravo,

nella morte che il mio cuore ogni giorno vive

e nella solitudine dell’abbandono

che il mio cuore attanaglia

e perpetra il suo quotidiano inganno di speranza

lungo la strada del disinganno.

 

Ma insieme siamo un chiasmo:

io triviale scurrile e volgare,

grossolano, rozzo e dozzinale,

indecente, indecoroso e spregevole,

becero, sfacciato e sfrontato,

sboccato e maleducato in apparenza

ma solo grezzo come un diamante,

duro e scabroso fuori, troppo sensibile dentro

e una carezza basta a procurarmi uno squarcio,

un mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;

tu gentile elegante e delicata fuori

ma incolta e banale dentro

e incapace di comprendere il mio dolore.

 

Sembro rozzo e scontroso, è vero,

ma è stata la gente e il mondo a rendermi così

e questo tu non lo hai capito mai:

succede ai sentimentali,

di vedersi traditi e traditi molte volte

e finire per erigersi una corazza

a scudo nei confronti del mondo

contro il mondo.

 

Ma in fondo io volevo solo una persona con cui stare

in silenzio e sentire che fosse la migliore conversazione,

volevo una persona con cui stare insieme

e sentirsi come due gocce d’acqua

identiche ma diverse e mai uguali,

volevo solo una persona con cui condividere piccole cose

affettuose come stare mano nella mano

a fumare una sigaretta in balcone

o fare una passeggiata al parco senza parlare

o vedere un film in ciabatte e mutande

senza per questo sentirsi a disagio,

una persona con cui non dovere dimostrare nulla

nemmeno di amarla

perchè già lo sa.

 

 

 

GLI ANNI.

 

E gli anni scivolano via strisciando come vermi

e come vermi anche noi strisciamo lenti nel tempo e nello spazio

mentre i secoli ci scorrono sulla testa

e le nostre vite marciscono e si decompongono

si coagulano e rapprendono in ansie e rimpianti

e intanto noi non facciamo che far scorrere il tempo

sprecare il tempo, ammazzare il tempo,

ingannare il tempo che c’inganna,

mentre topi di mediocre mestizia

e serpi di altrettanta sollecitudine,

altre forme di vita (se così si può dire),

strisciano sulla soglia del peggior dimenticatoio

di una ennesima vorace conveniente servitù

proprio come pavidi e pallidi mestieranti d’accatto

mentre la vita scorre tra le cosce e i languori

in un liquore di fumosi trastulli le sedute si sciolgono

nel modo più prevedibile

anche se le carni si offrono

in una promessa che non viene mai soddisfatta

e restano le più inattese sospensioni

e le nostre donne non ci amano più

solo la sigaretta a morderci le labbra

come un tempo faceva l’amore

ma anche noi abbiamo smesso di amarle

forse non le abbiamo mai amate

troppo occupati ad aspettare la sconosciuta alta e bruna

che non abbiamo mai incontrato

in attesa di un miracolo,

in attesa del miracolo dei miracoli

guidando seduti nelle nostre macchine sgualcite

contro il sole di uno stanco tramonto

tanto più bello delle nostre vite.

 

So che sono cose trite e ritrite

ma che dire

che non sia già stato raccontato?

 

 

 

ANIMA CAFFETTIERA.

 

Quella sera ero al bar Portobello

e stavo fumando una sigaretta,

ti sei avvicinata e mi hai detto

<<Quando fumi sei molto bello.>>

e il tuo corpo quasi perfetto

camminava lungo le strade

lungo le strade del tuo vestito

del tuo vestito aderente da scoppiare

e arrapante da stuprare

che mostrava cosce da sballo

alla fine di due gambe da miracolo

e io col mio sguardo pieno di pretese

risalivo su per il tuo culo

per il tuo culo che non ha paese

caldo come l’equatore

e bollente come l’inferno.

 

Bella da morire e vestita da uccidere

i tuoi lunghi capelli splendenti

confondevi me e gli altri,

tutto il mondo confondevano

i tuoi lunghi capelli lucenti

come appuntiti aculei pungenti

come lunghi affilati fendenti,

mentre l’eterno sole cadeva a picco

colando sui fiori e le case

e io seduto guardavo senza pretese

su per il tuo culo che non ha paese.

 

E poi facemmo l’amore

anzi no, non facemmo l’amore: noi scopammo

e scopammo alla grande

scopammo come luridi conigli

nascosti dietro i nostri cipigli

in un oceano fluente di bisbigli

le nostre gambe come nascondigli

esplodendo miriadi di lapilli

scopammo come farebbero due fratelli

e io conobbi i tuoi occhi

ed erano occhi di schifoso roditore

occhi di subdolo impostore

occhi come due vuoti anelli

più nudi e crudi alfine dei coltelli

occhi come arrabbiati diamanti

occhi come interminati frangenti

occhi come fragili graffette

occhi come dure manette

occhi vacui di squalo

e vidi anche la tua anima

ed era anima di freddo ghiaccio

buia disperata anima all’addiaccio

anima in triste ricatto

anima in scacco matto

anima di miniera

anima caffettiera.

 

Infine ci abbandonammo al sonno

e l’indomani non ti ritrovai

e sedetti alla finestra in vana attesa

contemplando la mia vita cerebrolesa

sedetti alla finestra e guardai fuori

ma non ti vidi mai più tornare

forse eri la solita puttana da scopare

e subito dopo abbandonare

o forse non eri in grado di amare

così presi la macchina e guidai

lungo le strade

a un soffio dal piangere

sigaretta che mordeva le labbra

come un tempo faceva l’amore

confuso nella pioggia

invecchiato come il bullo di un vecchio film

e chiedendomi dove fosse finita la buona sorte

camminai perduto e camminando mi perdevo,

mi perdevo oltre le montagne viola e azzurre.

 

Sarà un’altra caldissima notte insonne questa notte

mentre la mia nuda carne brucerà nella nuda notte

come la fredda carne che brucia in padella

come la fresca carne che brucia nelle notti d’estate

e il telefono suonerà la sua solita nota stonata

e una voce dubitosa dirà qualcosa di incerto

mentre un amore mortale urlerà una bomba a mano

e la vittoria porterà in spalla un secchio di sangue

le lenzuola appese fuori dal balcone

come vecchi piccioni sui fili della biancheria

allineati come soldati in lunghe linee di rabbia

perfette come lunghissimi rettilinei di sabbia

lunghissimi e sottili come le tue labbra

che disegnavano un sorriso sul tuo viso

lunghissimi come le strade che portano al macello

come la lama di un affilatissimo coltello

come la strada che porta a ciò che il cuore brama

come il silenzio di chi più non ti ama.

 

Sarà un’altra caldissima notte insonne questa notte

mentre io sto qui seduto in mutande

e ti aspetto ormai senza più pretese

ripensando al tuo culo

al tuo culo che non ha paese.

 

 

 

L’ANIMA IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.

 

Non so nemmeno quante bottiglie di birra ho bevuto

aspettando che le cose semplicemente migliorassero

aspettando che la luna mi riportasse l’antico amore

come riporta le greggi alle stalle e le barche al porto,

non so quanta birra e vino e rhum e sigarette mi sono bevuto

dopo aver rotto con le donne che un tempo sono state mie,

aspettando lo squillo del telefono che non suona mai,

aspettando il rumore dei passi che non si sente mai,

e se il telefono suona è solo molto più tardi

e se i passi finalmente arrivano è ormai troppo tardi,

birra e birra a fiumi e fiumi di alcool

la radio che canta le vecchie canzoni d’amore

mentre i muri stanno ritti-immobili a destra e a sinistra

mentre il telefono tace e la vita in pausa giace.

 

Sono stato amato a volte, sono stato amaro

ma scivola ora l’anima in fondo alla bottiglia

mentre residui di tappo galleggiano in superficie.

 

 

 

IN SOGNO.

 

In sogno io dipingo come Picasso,

e parlo correttamente il greco,

quello dei vivi e anche dei morti,

e ho talento e fascino da vendere,

scrivo grandiosi poemi immortali

e sareste sbalorditi dalla mia bravura nel gioco del calcio

e dal mio virtuosismo al pianoforte,

e volo come si deve ossia da solo,

e cadendo dall’alto di un tetto

so atterrare dolcemente sul verde,

posso respirare sott’acqua

e mi rallegro di sapermi sempre svegliare

appena prima di morire,

e qualche anno fa ho visto due soli

volteggiare in cielo nello stesso momento

e l’altro ieri sera ero un pinguino

con la massima chiarezza possibile.

 

Ma nella realtà è tutt’un’altra cosa

e mi accorgo che tu più non ci sei

è proprio finito tutto adesso ormai

incredibile non ci sentiamo più

è accaduto di tutto

la gioia e il dolore

la rabbia e il rancore

i sogni i progetti e l’amore

mi è piaciuto tutto

non avercela con me

sono solo un uomo debole

e misero e codardo

è che io volevo tutto o niente

non mi sono mai accontentato:

io voglio tutto o niente,

tienilo bene a mente;

ora non ci sentiamo più

ma lascia che tutto ti accada,

vivi con allegria la bellezza e il terrore,

qualunque cosa contenga l’energia

e la forza originaria della gioia,

non c’è cammino,

il cammino si traccia all’andare,

sono lunghe tutte le strade

che portano a ciò che il cuore brama,

ma si deve sempre andare,

si deve pur sempre andare,

nessun sentire è mai troppo lontano,

la meta è sempre fittizia

solo il viaggio è reale.

 

 

 

VIRUS.

 

Passano i giorni e come tronchi marci cedono i concetti,

la carne e la mente si disfano come aringhe avariate,

la gioia vola dritto verso il sole su ali di cera,

e l’angoscia danza su ali di seta

librando il suo canto di disperazione finale,

le parole volano come foglie impazzite nella tempesta

e si perdono nella notte scura come il vino

densa del fumo delle mie sigarette

ma la meta finale a malapena di distingue tra la nebbia

e il corso delle cose si spezza

e si frange al ricorso della storia,

ogni schematismo e ogni ideologia vanno a farsi fottere

fottuti dalla prova della realtà,

il destino inesorabile viene verso di me,

la vita è solo la radice quadrata di uno zero al quoto di un bel niente,

i ricordi come pugnali volanti affondano nel cuore

e come denti affilati lacerano le viscere con mille sottili lame taglienti,

come il vento che con vane sequele lacera le vele

i rimpianti bruciano dentro di me come sale sulle ferite

e il coltello rigira nel mio petto come un frullo impazzito

nel fiammeggiante meriggio luttuoso,

mani ruvide e ustionate dai morsi del freddo-ghiaccio,

cuore all’addiaccio nelle notti senza luna,

ossa arrugginite dal vento di brina.

Solo il virus tiene duro.

 

 

 

MIRACOLO.

 

Come per miracolo il sole gira

come per miracolo gli uccelli volano

come per miracolo il mare ruggisce

come per miracolo la pioggia cade

come per miracolo la sigaretta brucia

come per miracolo il giorno splende

e splendi anche tu

e mi guardi e mi sorridi

e mi abbracci e mi baci

e mi baci e mi ami

e allora, come per miracolo,

la mia vita si ridesta e corre.

 

Come l’alba scioglie il trucco della notte

come la notte cancella gli affanni del giorno

così tu spazzi le mie paure,

dissolvi le mie imposture.

 

 

 

TU MI GUARDI.

 

Tu mi guardi e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

un treno che deraglia e si accartoccia come una foglia

una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le quattro mura

del mio cervello

un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte

una volpe con la zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi

lunatica amica

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.

 

Tu mi guardi e i tuoi occhi

sono occhi di solitudine e disperazione

occhi di silenzio e abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago scintillare di oasi nel deserto

un vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 

 

 

INSONNIA.

 

Al limitare del giorno

allorché la notte fa senza pudore

del tuo corpo un fiore discosto

io in assurdi spazi cosmici trasvolo

e sudo dove resto solo.

 

Solo confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri

intrappolato nella rete dei miei piaceri

soffocando nell’aria che non posso respirare.

 

Sterile figlio della notte infeconda il rimorso

vaga nei labirinti della mia insonnia

appeso ai filamenti di latte coagulato del ricordo

teso come una spada-di-Damocle sul mio sonno.

 

È un albatro che canta le sue orribili nenie

contro le calde spire della notte isterica

le sue grandi ali mi conducono a sperduti liti

dove t’incontro di nuovo, perduto amore,

e la tua stellata fronte rivedo

e i tuoi occhi scolorati bacio.

 

 

 

PIOVE...

 

...e l’acqua fresca mormora tra i rami effondendo profonda quiete

e il vento stormisce tra le foglie spargendo malvaceo odore

e la pioggia marcisce la sera

e in valli e vette non voce risuona

e ultimo si ode il flessibile fruscio

della serpe che rintana

e da terre luce fugge fluendo

in un cieco fiume senza fine

e i miei incubi cinguettano scemenze

e la violenta luce di un tramonto viola

offusca il giorno

e la mia ombra mi scivola accanto

in una pozza d’inchiostro

e il tramonto è trafitto dal fulmine-rosso-sole

e il vento tormenta mari e monti

e ci ulula addosso dal nulla provenendo

e furioso al nulla avanzando

e le acque gonfiano nubi e fiumi

e i nembi incombono

e impetuose tempeste rombano

e il grido dell’uccello che annuncia l’inverno

cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso

percorso da lame taglienti

e il cielo a scaglia a scaglia lento si annera

nella sera crepitando e vomitando

una nera nera tromba attorta

di schiume morte un’oscura ghiera

e io fatto parole

dissolto in milioni di parole

disciolto in miriadi di sillabe

resto senza nulla da dire.

 

 

 

OSSESSIONE.

 

Nel cuore dell’oscura notte

io

solingo e trafitto da un raggio di luna

sento solitudine come un brivido sotto pelle

come se fredde mani

con glaciali dita percorressero

gli interstiziali spazi del mio corpo.

 

Camminando in mari notturni

mi ritrovo in arcipelaghi insonni

a me fraterni

e trafitto da un raggio di luna

tremo come un mare di grano

percosso dagli zoccoli del vento calpitante.

 

Cammino di notte

per strade povere e sterri

disgraziato e folle

fratello dei cani

sempre cammino

ma a mete conclusive mai arrivo

e percorro albe trame strade

su treni carri e scafi

ma luoghi dolci non trovo

sempre cammino

con passo straniero e amico

nei deserti della notte puttana

senza nessun conforto

senza nessuna meta

senza nessun reale obbietto

senza nessun reale desiderio

senza nessun dovere

senza nessun limite

se non la notte e il giorno

sempre parto

e cammino

e mai arrivo

e per eccitarmi ancora

in eterei e sucidi amori suicidi indugio

a disdicevoli torture amore sacrificando.

 

 

 

OSSESSIONE 2.

 

Quando all’ultimo lume del giorno sorride il vespro

e gli occhi china mesto

e in gola soffoca ogni pensiero

io in te ascondo i miei pensieri che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare

in te le mie paure occulto che non posso confessare

in te i miei sogni celo che più rivelano me stesso,

più di ogni verso, più di ogni gesto.

 

 

 

LA SERA.

 

Viene la sera e il crepuscolo

è una sera rossa e azzurra,

un reticolo di ombre ci avvolge

d’insulse inerzie e turbinose braci

perfettamente geometrico,

inesorabilmente composto,

siamo un ribollio di paure e desideri,

noi siamo un rattenuto pianto,

e con la sera e nella sera noi tentiamo

vanamente esili passi sugli abissi

i vuoti e il niente annichilente

muore l’afflato nel vuoto

si perde nell’etere muto

il mondo ritorna dal fondo del profondo

da cisterne inabissate e ipogei e gallerie

e vibrano il viola e il rosso e il nero

e l’uva e la spiga accennano

traspaiono-bisbigliano pudiche frasi caduche

che al primo luce del giorno piegano il volto.

 

 

 

LUNA.

 

Sorella dei marmi e dei mormorii,

sorella delle atonie e degli oblii,

sorella dei sonni e dei sogni,

delle anime smarrite nel dubbio,

luna sorella nell’affanno del cuore,

canto del pendolo bloccato,

condanna che in ogni ora incombe

ma mai invera,

sorella di malinconie nelle vene,

assenza di segno e virgola del cielo,

sei l’astro del tempo,

l’effimera effigia delle caduche scadenze

che ai morti negano il ritorno,

sei il sentimento non espresso

l’assoluto ermetico

il verso mai scritto e il pensiero mai detto,

sei il sibillino sussurro e il murmure del vento

frammento e oscuro logo

profezia dei recessi

ritrazione e afasia

respiro sordido e beffardo del cielo,

sei l’estremo imo sconfinante

il colmo traboccante

il culmine tramutante

il terrore angoscioso

l’estremo imo infinitivo che involge e sconfina

il colmo che trabocca da un dolore crudele

il culmine che tramuta in decrescenza e sprofonda

nel terrore annegando nell’angoscia dell’agonia,

sei la soglia del tormento

il confine del firmamento

il moto del dolore

il dolore del vuoto immoto

immobile

l’angoscia che rode e non dissolve

la poesia più veritiera

o l’urlo disumano,

senza parole come la vita

sei tu la poesia più reale e sincera.

 

 

 

LA RABBIA.

 

Amore mio,

finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione e mia ossessione,

mio sesso e mia castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio elabro in mutande.

 

Amore mio,

finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire;

e allora nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio,

quando tu più non sarai

per me sarà il buio,

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Amore mio,

il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

sprofondano le tue dita nel cervello

quando l’oscuro crine scioglie la notte.

 

Amore mio,

Finché vivi, e vivo,

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti e possa soffrire:

tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro,

ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Tu sei per me la rabbia.

 

Tu

sei per me

la rabbia.

 

 

 

LA RABBIA 2.

 

Amore mio, finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione,

mio sesso e castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio giglio in mutande.

 

Amore mio, finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia,

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire;

e allora nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare

 

Amore, mio, finché il mondo girerà

non esisterà altra gioia

all’infuori della tua allegria,

mia dolce venere lunata

che come venere sei,

prima stella e ultima del mio cielo;

e altro non conoscerà il mio cuore

all’infuori del suo rosso cruore

che giace sepolto

in un dolce sepolcro

naufragato.

 

Ma, amore mio,

quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Amore mio,

il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia;

finché vivi e vivo

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti e possa soffrire:

tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro,

ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Amore mio,

tu sei per me la rabbia.

 

Tu

sei per me

la rabbia.

 

 

 

L’ETERNITÀ È UN GIORNO.

 

Fare l’amore nel sole mattutino

fare l’amore in una stanza d’albergo

fare l’amore in un’alcova

fare l’amore in un talamo

fare l’amore in una squallida camera in affitto

in uno sporco appartamento da quattro soldi

che affaccia sul vicolo angusto e lurido

fare l’amore mentre barboni vagabondi razzolano nel pattume

cercando una cicca o gli avanzi di una pagnotta ammuffita

fare l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue

fare l’amore mentre Fellini gira un film

fare l’amore mentre gli altri lavorano

fare l’amore mentre la pioggia trafigge il vento e scuote gli alberi

e gli alberi piovono il proprio manto di foglie

che si sfalda scaglia a scaglia

fare l’amore davanti a una cartolina sbiadita

fare l’amore cioè scopare e amarsi,

amarsi una volta ed essersi amati per sempre,

amarsi una volta è amarsi per sempre.

 

Potrebbero essere anni secondo il metro comune

potrebbe essere un sempre eterno

ma nella mia testa è solamente una frase

un lampo, un istante

un baleno, un momento

un giorno solamente

ma sono così tanti i giorni uguali a questo

la vita proprio non va

accosta e arresta sul ciglio della strada

e io scendo e ripasso da quel vicolo

e penso chissà dove sarai adesso,

e mi fermo a fumare una sigaretta

in ricordo dei vecchi tempi.

 

Chissà dove va la vita quando si ferma

chissà dove va la vita

quando se ne va.

 

 

 

CHISSÀ.

 

Chissà dove va la musica quando se ne va, chissà!

Chissà dove va la vita quando se ne va,

chissà se esiste ancora il numero per l’ora esatta,

chissà se la legge lo sa di essere uguale per tutti,

chissà se le dispiace non essere speciale per nessuno,

chissà se il brodo di giuggiole esiste,

chissà se quando ti lasciano perché ti amano troppo

chissà se poi soffrono almeno un po’,

chissà se i film francesi li fanno apposta belli ma noiosi,

chissà se le coppie che non dicono ti amo

chissà se sanno poi amarsi in silenzio,

chissà perché il telefono squilla sempre quando non ci sei,

chissà se quelli che dicono <<Non sei tu: sono io.>>

chissà se alla fine hanno capito cosa sono io,

chissà se i vermi solitari poi alla fine si sposano,

chissà dove va la musica quando finisce,

chissà dove va la notte quando svanisce,

chissà dove va l’amore quando se ne va.

 

 

 

LA BELLA ESTATE.

 

È Estate e il tempo passa lento

anche se non siamo in Brasile

e in petto mi cresce un sentimento stanco

che prende il ritmo di un tormento

come uno svogliato andamento lento

come un triste presentimento

come uno serrato battito di vento

che soffia, e spazza via tutto attento.

 

È estate e io voglio rimanere un mistero per te

sorprenderti con il colore degli occhi

come strisce di luce in un orizzonte di rame

è estate e io vorrei sorprenderti stasera

con il segreto di un gesto distratto

come il vento che suona inatteso

che d’improvviso nasce e poi si spezza

nell’ora che tacita si annera.

 

È estate e, come canta Neruda,

vorrei fare con te

quello che il sole caldo di Luglio

fa con i ciliegi.

 

Ma l’estate è così bella

che non mi viene in mente niente

di serio o profondo da dirti.

¿E che posso dirti?

Sono solo un verme, uno scarafaggio

occhi di roditore incallito

e cuore di topo vigliacco

 

e poi d’estate i muratori iniziano alle 7

e io non riesco manco a pensare

i pensieri mi si rompono in gola

e non so più come dirli

e i giorni passano tutti uguali.

 

Ma noi non ricordiamo i giorni

noi ricordiamo gli attimi

gli attimi d’incomparabile ebbrezza

gl’inconsistenti sprazzi di bellezza.

 

¿Che cos’è in fondo l’estate?

è solo un immenso fiume rossiccio

è solo un terso fiume di terriccio

è un ricordo, un rimorso, un rimpianto

come una lacrima d’oro in un mare amaranto

un sorriso chiuso tra quattro mura

imprigionato nella memoria che non dura

che lentamente scolora e sfolla

è la pelle che il serpente da sé scrolla

è la zanzara che s’impiglia

nella rete degli eventi

è la nave che squarciata s’incaglia

nel mare che strozzato gorgoglia

e livido sfalda, scaglia-a-scaglia.

 

Nell’oceano dei venti

per essere sempre vivi

essere per sempre morenti,

come alghe nel mare delle correnti.

 

 

 

OCCHI-SOGNO.

 

Giuro nel sonno

figlio dell’aurora boreale:

una vela abbandona un occhio

il rosso mare rosso si spande sui monti

ma non è una vela

è una lacrima

è un pianto

la vela che abbandona i tuoi occhi.

 

¿Perchè piangi?

L’acqua che prorompe dall’occhio e sgorga dal ciglio

che tremulo dipana

fluisce come una rapida cascata

a scalare il ripido pendio di quel bianco profilo

privo di pupilla.

 

Ma questo profilo non è un profilo

è uno scoglio

un gelido monumento agl’imbocchi di quel mare interno

che pure è un mare di lacrime ondose

e io mi domando

che aspetto avrà mai l’altro lato di questo volto che piange:

grigio forse come quel paese che continuiamo a scorgere?

 

Poi la vela continua il proprio viaggio

dentro l’occhio che si spalanca sul grigio dell’altro versante

e così questa barca si fa messaggera

(ma il suo messaggio non promette granchè).

 

Poi la vela reca un occhio

che solo la mente può vedere

un occhio di bragia

un occhio di grigiolenta cinigia

la pupilla fiammeggiante nel campo nero della certezza:

vi saliamo dormendo

e così abbiamo visione di ciò che rimane da sognare.

 

Spopolate-spappolate sono le alture della vita,

il mare rubrico di sangue inonda il paese.

 

 

 

VENERE LUNATA.

 

Solitarie disperse strade ferrate

solo da trombe di vento percosse

abbandonate obliate obliviate

risuonano di canicola e afrore.

 

Il mio cardato strigliato cuore di cardo

il mio avariato amaro cuore avaro

strozzato dalla ruvida corda

freddato dal cardiopalma fulminante

fulminato in corsa per le stelle

e pure io fra poco sarò pietra

caldo eppur gelido.

 

Ma se in questa futile sera tu venissi a me

e a me recassi di nuovo il tuo candore di bimbo accigliato

e la tua fulgida bellezza di ragazzo

la tua rassegnata bellezza di vecchia

allora la mia chioma il mio crine i miei capelli sussulterebbero

di gioia ritrovando in casa il tuo odore

che scivola su le pareti e s’impiglia ai miei capelli

come rugiada quando si spande su prati ed erbe.

 

E sì, che se in questa futile sera potessi giungere a te,

tutto ti racconterei di me, tutto quanto

è e quanto non è,

e tu sgraneresti stupita occhi e palpebre

e infine mutando pensamenti mi baceresti

e se in questa futile sera tu venissi a me

non tra frastuono di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi

ma tra gli angoli acuti del mio cuore io ti porterei

e le cuspidi del mio cervello proteiforme ti condurrei

e gli spigoli della mia anima molteplice e invereconda ti guiderei

e le spire attorte-involte della menzogna ti mostrerei.

 

Poichè non esiste altra gioia

fuorchè sapere che tu esisti

dolce venere lunata

che quale venere sei la prima stella del mio cielo

e l’ultima.

 

 

 

SAPORE DI ME.

 

Alla tua bocca io bevo sapore di me e succo di non-essere

in trombe ritorte di spuma marina che rinfresca come brezza

io ridotto a mera puntura di zanzara

all’interno di uno tetradimensionale spazio infinitivo-negativo

e deviante per smarrimenti, infinitesimali fughe e regressi

ad infinitum

in tunnel di flebili rigurgiti di luce

e tu

e tu bevi (da) me e succhi succo di granitico melograno

e ingoi burrosi lumi e trasudanti gelatinose stelle cadenti

marcescenti come un pus.

 

 

 

IO.

 

Lucore retro-flesso si dipana in risibili strutture di albe aurorali

disarmonie di formicai e atonici schemi di afosi lacrimaî;

grappi di ustioni marcescenti

grumi di corpi-terra-carne esiliati

infinitezza di lune-falci fra messe di raggî metallici

euforie di luglio

sbadigli di capre in calidi meriggi

viscere sforzate da tisici conati;

carità priva di potenza

forza priva di grazia

e alma sgomenta da effimeri presagi;

in orribili lividi mattini giaccio contratto

in imposture di scomposte voluttà

in gesti vanamente ripetuti

in palpitanti disinganni

in dolori privi di riscatto

in violenti autunni di buio

in dissociate verità

in cupi silori

in pervicaci pertinaci rancori

in rugghianti terrori

in risvegli perpetui

condannato;

in macilente spire

infrollendo

cola il cuore

a muri e ripidi respiri;

occhio-alito di profondo nitore

colori-atomi-assenza di fragile quietanza

l’io-me volita in fiotti di nuvole-ombra

fra fiumi-sussurri e mani-lingua-respiro guatanti

da siepi assonnati e colli diffidenti

ma la vita è solamente una faglia-crepa priva di fine;

da fragili dubbiose piogge volgerà a noi

crosciando fra piante rami e foglie ombra

e tremando acqua in trepidi abissi di tremebonda oblia

precipiterà in tiepidi miseri specchî-lago

(qui ier bevvero agili lepri e orticanti rancori);

morde - brucia - rode questo lume orticario

ed è urto di pietra

belvigni-selvigni gridi-amori

viluppo di serpi e stoltezza di muschio fermentante

bollore di polle acquee setose

abisso di cartone abisso di carbone

piaga anfrattosa dell’estate

albe sordide di droga fracide

scoppî franti in migliaia in migliaia

sangue assassinato in limine per limite

orgasmo-tosse aggelata

interstizî di celeste furore

putrido orgiastico liquame emorragico

tricotico piumeggiare di verdicanti diagrammi trisomatici

disquamare di ultrasonici albori

affranto orticare di parentesi quadrate

roridi ganglî di fatiscente bellezza

fimosi fimbriati prepuzî

e fimo di umani sogni desiderî speranze

racchiusi rappresi

in sillabe labbra clausole

distorte contorte-rattorte.

 

 

 

COME UNA MOSCA.

 

Come una mosca impigliata a reti di losca bava

respiro in apnea d’imminenti ragni-orrori:

il mio amore per te è pneumonia in atto

fra gessosi scogli di gas e gassosi venti di gesso,

un offuscare d’iridi sfavillanti sventrate dal geloso freddo-vento

trasudanti viluppi di teorie e coaguli d’auro e d’argento

aggrumati in piombo-stearici tramonti screziati di fuliggini

in un cinereo vuoto di franoso seccume

ritorto in latenze di tendini montali e creste incrinate

fra accartocciare di foglie bruciate dai raggi della luna-arsura

e ansare strozzare soffocare di rivi gorgoglianti

tra fruscio di sterpi e sibilo di serpi

nel decomporsi gassoso di selve tumescenti

e spirare di strade lunarizzate in attorte geldre di spasmi

e grappoli di ulcere sobillanti-sibillanti tumidi acidi liquori.

 

 

 

CIELO-METALLO.

 

Cielo-metallo accelerato allungato in spazî negativi

in antenne affilate oblungati sensi e segni sublunarî

affebbrato silore fibrillante fervente fervescente

ammucchiati strati di tempo eterno in coma

profili non reperibili di grembi e ingolfati ventri pelagici

alburno bagliore-insetto-lago

albume di occhio-giorno e occhio-atro

nubi quali elitre volitanti calcitranti

spine di pioggia madide di allergie

in questo ispido spazio mani serpenti

e repenti diti umidi di allegrie

lume vagante in questo mondo erratico

bolle fetali rampollano

fonti pollano incupendo e post scintillando

petalo erba e lembo muovono a zoccoli ventosi

monadi folle fenomenologie radianti corrono

in giri viziosissimi frigge questo mio cervello consunto

in vettoriali funzioni brulicano trapani e cuori

in vita morti viventi ambiano penduli

in crapula marcisce il mio sesso

in primavera sciamano giambi e coriambi

oh primavera

oh crapula

oh vita:

io vengo a voi scabroso

io vengo a voi desioso

io vengo a voi penoso

ammiccante strisciante drusciante

premendo a lanugini ondosi

e amniotica clorofilla

sonnolenta.

 

 

 

SOGNI.

 

Oggi che l’aria è mossa da vento

vedi che i platani oscillano

un’estiva ombra spargendo

e tremano i cipressi

e cantano le fronde palpitando

e si trastullano i ruscelli

con loro acque monelle

giocando e spumeggiando rugiade

mentre noi in questo rivo di paradiso

i nostri corpi stanno

in un nodo stretto

stretti legati.

 

Su, lasciami sognare:

in fondo i sogni sono solo bave di anima

aleggianti in refoli di molecole

di nessuna fretta.

 

 

 

L’AMASIA COREANA.

 

Una volta mi disse:

 

我離過三次婚,我有三個孩子

我的第一任前夫用我的名義負債了2百萬新台幣

我的第二任前夫習慣打我,

甚至在我們的孩子以及他媽媽面前

我的第三任前夫沒有工作當時,

他習慣和不一樣的女孩們出軌,

甚至也常常打我

我在去年五月離婚,然後我就一直都沒有交男朋友

離婚之後我有過幾個一夜情的對象都是外國人

我的生活很辛苦,我總是失眠

我從昨天起床之後到現在還沒有睡覺過

因為我不想要服用我的安眠藥,

我總是在非常疲勞的時候才有辦法入睡

你有什麼想要問的?

每個接近我的男人都只想跟我做愛

但是我希望能有人是真心的想要擁抱我,

而不是因為性需求才擁抱我

 

조혜님

 

 

 

 

 

<<E pur sapendo chi sei,

che sei libero da errori,

e ti ritrovi in un luogo

dove tutti sopravanzi,

sta' attento a ciò che ti dico:

sérbati umile e mite

perché forse stai sognando

anche se sveglio ti credi.>>

 

Pedro Calderon de la Barca:

“la vita è sogno”.

 

 

 

 

 

Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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