" MORTE AL SOLE"
“MORTE AL SOLE.”
di Manuel Omar Triscari.
<<Guai
a te
che
mostri tanta superbia
e non
sai che stai sognando!>>
Pedro
Calderon de la Barca: “la vita è sogno”.
PREAMBOLO:
CHE COSA È LA POESIA?
Questa
domanda ha tuonato attraverso i secoli per piombarci dritta in testa e,
uscendoci dalle orecchie, ci cola sul viso e rivola in terra inzuppandoci le
scarpe. La poesia, con tutto quello che le compete e più le si aggrega, è (anche)
un problema. Un problema freddo, duro, mutevole, perenne e coriaceo; in altre
parole, eterno. Un problema che permette di snocciolare parole su parole: della
poesia si ha un bel dire. Eppure, quando si discorre di poesia, letteratura, e
arte c’è sempre qualcuno che si trova presente ma non presta veramente ascolto,
o, più precisamente, qualcuno che ode e tende l’orecchio e guarda ma poi non sa
di che cosa si sia parlato.
Partirò da
una parola: atemwende, parola tedesca
titolo di una silloge poetica di Celan del 1967 e cruccio per i traduttori,
costretti a macchinose perifrasi (mi vengono in mente le più ispirate e
suggestive: “svolta del respiro”, “détour
du souffle”, e “cambio del aliento”).
Che cosa è, dunque, l’atemwende? È il
momento intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra due
respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa
impercettibile in cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a quella
di espirazione, e viceversa. La poesia parte da questa svolta del respiro e in questo
istante micro-eterno trova la sua ragion d’essere (che è una ragione
sufficiente).
Per me, la poesia
è un’erma bifronte: da un lato croce, dall’altro delizia. Dall’un lato la
poesia è ricerca e rifondazione di una base vitale praticabile. Poesia è lotta
per una realtà, lotta per conquistarsi una realtà: ogni immagine una spanna di
terra conquistata, ogni poesia un acro di terra guadagnata, ogni libro un paese
strappato al nemico silenzio. Dall’altro la poesia è un essere grottesco e giambo-pentapodale,
dotato di cento bocche e mille braccia. La poesia è l’oggetto di una
conversazione sorda, la sostanza di un dialogo muto, una vita priva di vita ma
che non è morte, come un desiderio prima di essere desiderato, come il vuoto
della mente dopo il sesso, prima del sonno e del sogno. La poesia è il momento
di tensione prima dello sparo del sicario, l’attimo prima del lampo-tuono-gong che annuncia la tempesta, è
l’istante di obnubilamento psichico e annientamento razionale della mente che,
tutta concentrata e addensata nell’in-sé di se stessa, non pensa nulla
nell’impercettibile secondo di annebbiamento dell’orgasmo, la micro-eternità
della svolta del respiro, l’atemwerde.
Essa potrebbe essere continuata all’infinito se qualcosa non accadesse. Ma qualcosa
accade: il lampo di luce al tramonto e l’assassinio del sole; lo sbadiglio del
vulcano e il gemito della luna; la danza della morte e la danza dei topi, il gong sulfureo della tempesta e il tuono
reboante degli dei¸ l’impeto della gazzella, il riso della gazza nera sugli
aranci, e il ghigno dell’ignoto marinaio.
La poesia è
dunque una svolta del respiro, il momento intangibile tra un respiro e l’altro,
il silenzio del sospiro tra due respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di
battere e levare, la pausa impercettibile in cui un essere vivente passa dalla
fase di inspirazione a quella di espirazione, e viceversa. Nessuno può dire
quanto a lungo la pausa-svolta del respiro persista, orientandosi secondo
l’angolo d’incidenza della sua stessa essenza. Il poema si afferma al margine
di se stesso, incessantemente auto-evocandosi e riconducendosi dal suo
ormai-non-più al suo pur-sempre al fine di poter sussistere ancora. Tuttavia
questo pur-sempre non può non essere un parlare e quindi non è un verbo in assoluto
e verosimilmente neppure corrispettivo verbale bensì linguaggio attualizzato,
affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente
radicale, ma contemporaneamente e perennemente consapevole dei limiti che la
lingua impone e delle possibili opzioni che la lingua dischiude. Questo pur-sempre
del poema è chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non
dimentica che sta parlando sotto l’angolo d’incidenza della sua propria
esistenza, della sua condizione creaturale. E allora il poema sarebbe ancora
più chiaramente linguaggio di un singolo individuo divenuto figura nella sua
più intima sostanza, presenza e imminenza.
Come detto,
la poesia sa anche essere un essere mostruoso, marionettesco e giambo-pentapodale,
che forma l’oggetto di una conversazione che ha luogo, non nella conciergerie, ma in una camera. Una
conversazione la quale potrebbe essere continuata all’infinito, se qualcosa non
accadesse. Ma qualche cosa accade. E questa qualche cosa, intervenuta mentre
dura la conversazione, s’impone brutalmente: è l’anti-parola che muove da una
distanza che essa stessa ha inteso programmare in vista di un incontro
impossibile, la contro-parola che strappa il tessuto della trama, la non-parola
che spazza il filo del discorso, la primigenia parola che non s’inchina più
dinanzi alle cariatidi e ai destrieri e ai cavalli da parata della storia, la
preparola che è un atto di libertà. La poesia è un passo, è una parola a cui si
possono apporre accenti differenti: quello acuto del presente, il grave della
storia, o il circonflesso dell’eterno. Certo, il poema oggi rivela una forte
inclinazione ad ammutolire (e ciò è innegabile) anche in conseguenza or
dell’attuale disgregazione del linguaggio e or delle difficoltà non
sotto-valutabili delle opzioni lessicali dovute all’accelerato declino della
sintassi e alla veloce-vivace-vorace propensione all’ellisse.
La poesia è
solitudine. Il poema è solitario. Solitario e in perpetuo cammino: chi lo
scrive gli rimane semprunque (sempre e comunque) inerente-latente. E per questo
si colloca dentro il mistero dell’incontro, anzi all’incrocio di più incontri.
Il poema tende ad altro, ne ha bisogno, necessita un interlocutore, lo ricerca
e vi si dedica trovato. Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è
proteso verso l’altro, è figura di questo altro. L’attenzione che il poema
cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del
dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei palpiti e
delle allusioni, tutto questo è un concentrarsi del poema sull’altro e
sull’altro del poema. Il poema diventa l’opera di qualcuno che tuttavia
continua a usare i sensi, rivolto tutto a quanto appare integrandolo,
apostrofandolo. Diventa colloquio (e spesso un colloquio disperato). È solo
entro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l’entità interlocutoria,
la quale si aduna attorno all’ “io” che l’appella e la nomina. Ma, in questa
sua presenza, l’entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un “tu”,
introduce il suo essere altro. Ancora nell’hic
et nunc del poema (il quale di per sé possiede sempre soltanto tale unico,
irripetibile e puntuale presente), ancora in questa immediatezza e contiguità
il poema consente che abbia voce quanto all’altro è più proprio: ossia il suo
tempo. Quando noi parliamo con le cose a
questo modo, sempre c’imbattiamo anche nel problema della loro origine e della
loro destinazione: con un simile problema, che rimane aperto non sfociando ad
alcuna conclusione e non additando uno spazio aperto e vuoto, noi siamo ampiamente
e apertamente fuori. Ma ben esiste, con ogni poema reale, anche con il più
modesto fra i poemi, questo ineludibile problema e questa inaudita pretesa. In
tal modo il poema è il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi vogliono
essere condotti ad absurdum. Il
cammino della poesia è un percorso circolare: la poesia conduce il poeta entro
limiti e confini, costringendolo e coartandolo dove egli è più ristretto in se
stesso e dove solo può realizzare la sua libertà.
Perchè
anche questo è la poesia: la poesia è libertà. La poesia è libera: da ogni
ragione morale e didascalica, fuori da ogni determinato contenuto morale,
filosofico e scientifico, al di là di ogni realismo, sensualismo, naturalismo,
al di là anche del sentimento, anzi al di là di ogni contenuto concreto e
definito, al di là di ogni dispersiva tendenza al racconto e al discorso la
poesia trova in sé stessa la propria ragion d’essere, la propria dignità:
poesia è brivido cosmico, sensazione d’universo consegnata alla parola,
richiamo al tutto per mezzo del potere evocativo della parola stessa, che,
attraverso l’espressione e insieme attraverso la suggestione e la musica, si fa
centro di un progressivo allargarsi di allusioni concentriche, vago anticipo
della verità. È da qui che vengono intuiti due momenti di vita della lingua
secondo una tipica irrequietezza della parola: c’è un piano commerciale, di
comodo, d’uso comune, in cui prevalgono le componenti logiche del discorso, e c’è
un piano, invece, profondo, segreto, in cui la parola riacquista una vita
originaria e freschissima, si libera dalle patine dell’abitudine, e ritrova la
sua iniziale potenza. Nella poesia la parola fruisce una franca condizione di
canto in cui il senso logico giunge quasi al limite dell’annullamento: essa dà
non so che prevalenza al libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici,
alla capacità di creare sensazioni di atmosfera, in cui anche i silenzi, le
pause, gli spazi bianchi entrano come necessarie urgenze espressive nella
spirituale sintassi di periodi lirici che, tutti, all’interno, nelle loro
parti, e tra di loro, con gli altri, si richiamano e si sostengono secondo
ragioni di tono e di durata. In questo ordine definito di ricerche, in questo
irrequieto destino della parola hanno il loro luogo naturale i modi espressivi
più densi e più attivi: qui hanno un loro opportuno ed esatto senso gli studi
sui valori fonici e sui difficili rapporti tra senso e suono, l’uso continuo ed
energico dell’analogia, come modo rapido e quasi veemente di porre rapporti, di
aprire orizzonti e anche certe osservazioni leopardiane circa il diletto aperto
ed infinito delle idee concomitanti; qui ha il suo senso più vero l’intuizione
di una poesia come distanza, di cui ebbe più volte a parlare Ungaretti, secondo
il quale la poesia si propone di mettere in contatto ciò che è più distante:
maggiore è la distanza, maggiore è la poesia; quando tali contatti danno luce,
è toccata poesia. Sono le piccole parti che fanno la poesia, secondo libere e
veloci intuizioni del sentimento, secondo un libero linguaggio di viventi
acutezze.
La poesia è
una direzione. Io ho tentato di scrivere poesie per parlare, per orientarmi,
per accertare dove mi trovassi e dove stessi andando, per darmi una prospettiva
di realtà e verità. La poesia è vicissitudine, movimento, e cammino: chiedersi
quale sia il senso di tale cammino sarebbe come chiedersi quale senso ha il
moto delle lancette dell’orologio. La poesia, essendo manifestazione
linguistica e quindi dialogica per natura e costituzione, veicola un messaggio che
l’autore consegna all’etere e alla carta nella ferma e sicura convinzione che
esso possa un qualche giorno e da qualche parte approdare. In questo senso le
poesie sono un moto: esse hanno sempre una meta. Quale poi sia la meta è
difficile a dirsi: qualcosa di accessibile, di acquisibile, forse un “tu”, o
una realtà, comunque aperta al dialogo. Sono queste (io credo) le realtà che
interessano la poesia. Realtà che si accostano alla lingua adottata con la
propria esistenza e secondo l’angolo visuale della propria stessa essenza, prive
di verità e di verità in perpetua, perenne e inesausta ricerca (che è solo
un’altra forma di movimento); ferite già da verità e da verità pur sempre
attratte.
Già: perchè
la poesia è anche, e soprattutto, lingua e linguaggio. E la lingua, tra quante
siano realtà raggiungibili dalla poesia, rimane il suo più precipuo e peculiare
possesso perenne: la lingua, nonostante tutto, rimane una realtà perennemente
acquisita. Dopo un travaglioso percorso che l’ha portata a passare attraverso
il mare degli eventi e l’impetuosa procella dei fatti correnti e ricorrenti, attraverso
tutte le proprie risposte mancate di un orrendo mutismo e le mille e mille
tenebre di un discorso gravido di nihil.
Ma poi, che lingua? Ebbene, io credo in
primis che la poesia debba trovare il proprio linguaggio forgiandolo sulla
base della maggiore aderenza al proprio oggetto d’interesse, e in secundis che tale linguaggio non sia
dato una volta per tutte e non fenomenologicamente né ontologicamente acquisito
ma vada istoricamente ricercato e adattato alle proprie esigenze espressive. E
mi sento di affermare ciò senza tema di smentita per una serie di motivi: 1) poichè
(se mi è consentito usare un’espressione mutuata dall’ambito delle arti
visive), tenendo d’occhio la policromia di quanto è apparentemente attuale, non
si può non registrare con fastidio un certo grigiore cromatico nel linguaggio
della poesia attuale; 2) poichè la poesia rivendica comunque infinitezza e
cerca di aprirsi un varco attraverso il tempo (e si badi bene: attraverso non
sopra il tempo) che l’attuale linguaggio poetico non può offrire; 3) poichè la
poesia è (anche) il luogo in cui ciò che può essere percepito e raggiunto
mediante la lingua si raccoglie attorno or al centro da cui ricava forma e
verità e or a quella individuale esistenza che pone interrogativi all’ora
presente, sia la propria che quella del mondo, al battito del cuore e al secolo;
e nonostante da un lato sappia che il poema non sia qualcosa di atemporale, e dall’altra
contestualmente io noti e comprenda che il linguaggio poetico attuale in primis si sia fatto più sobrio diffidando
dal bello per tentare di essere più vero e reale e per risultare più attento e
aderente ai fatti, in secundis ricerchi
la propria musicalità in un luogo in cui essa non ha più nulla da spartire con
la melodiosità dell’antica poesia ritmica, in
tertiis abbia più a cuore l’accuratezza e la precisione che la poeticità
del messaggio con la conseguenza che esso non trasfigura e non poetizza più ma
solo nomina e instaura legami tra oggetti della realtà cercando di delimitare
il campo del possibile e del dato. La lingua, come la realtà, non è, né è data
una volta per tutte: la lingua, come la realtà, va cercata. Conquistata.
Tuttavia, dopo
una così lunga e tediosa discettazione, sento di non aver ancora risposto all’iniziale
quesito che ha dato l’aire a queste pagine. Ebbene, io devo arrendermi e
confessare che non so proprio, proprio non so che cosa sia la poesia. Posso
solo tentare un abbozzamento ponendo un’ulteriore domanda: è ancora un mattino
per la poesia? È ancora possibile una poesia oggi? Sì, poichè la poesia offre e
garantisce una prospettiva e una direzione all’individuo (scrittore e lettore).
Come? La poesia oggi non può ch’esistere entro i confini della responsabilità
assiologica: rifiutando il disimpegno irresponsabile manifestantesi nell’intercambiabilità
del mezzo linguistico; evitando le bellurie, gli orpelli e gli ornamenti fini a
se stessi di una musicalità o concinnitas
tradizionale; e infine respingendo la falsa sobrietà della manualità artigiana
o la superstizione del potere autonomo del cosiddetto materiale linguistico. La
poesia oggi può esistere solo condizione che prenda forza dall’essere connessa
con un destino, dall’essere traccia di una biografia, dall’essere prova
tangibile di un’avvenuta esistenza, e nello stesso tempo si levi al di sopra
della biografia e fondi sull’evento vissuto un valore paradigmatico. A
condizione che sappia rivelarsi e vivere ed esistere sotto l’angolo d’incidenza
della sua stessa essenza. La poesia s’incontra nell’infinito di un punto
matematico utopico, nel paradosso di un sorriso mentre si piange, nel cuore
della bestia, nella svolta del respiro di un urlo soffocato, all’incrocio di un
paradosso dionisiaco, nell’intersezione di un chiasmo esistenziale: tra lo
sforzo che l’arte sopporta nell’attività di produzione di un senso mai
riducibile a categoria intellettuale e il tentativo filosofico di svelare
l’indicibile, di andare oltre la dimensione ordinaria del discorso, di indicare
ciò che può essere davvero portato a parola e ciò che invece non può essere
detto, ma magari solo mostrato o indicato, la sfida che la ragione concettuale
intrattiene con la realtà. Quando ciò accade, allora la poesia si mostra come
significato, come concetto in forma d’immagine, come pensiero di ciò che non
può essere semplicemente interpretato nella forma del discorso. L’armonia
perfetta, il nodo indissolubile che non si può dispiegare ma solo carpire, la
promessa di una conoscenza così penetrante da non doversi dare in forma
discorsiva bastando che si presenti solo nella sua forma più intuitiva ed
evanescente: è il luogo della congiunzione carnale dei concetti e delle
immagini, della concezione bacchica delle visioni, e della loro congiunzione
illegittima delle loro condotte improprie. Più di ogni altra cosa, dunque, la
poesia è inesprimibile, inspiegabile, non razionalizzabile, e non
argomentabile.
Più di ogni
altra cosa la poesia è fatta di enigmatiche parole cifrate, cifrari nascosti e
codici sotterranei, quasi sottesi, quasi nascosti, quasi subdoli, quasi
ambigui. La poesia è il disegno cancellato di un vuoto, l’eco urlato di un
silenzio, l’ombra abolita d’uno splendore. L’atteggiamento del lettore nei
suoi confronti deve gioco-forza essere duplice: egli deve or guardarsi dal
tentare di risolvere, o essere perderanno tutto il loro segreto, ma dovrà anche
guardarsi dal non risolvere lasciandole fluire liberamente nell’aria e scorrere
nell’orecchio senza una ragione, pena l’incomprensione, la perdita del
carattere liberamente eppure pressante polisemico del messaggio, e il monadico
solipsismo tautologico. La poesia reca un peso, un gravame, un coraggio, una
tristezza; autocontrollo, urgenza e foga. Può darsi benissimo che questa o
quella poesia, così come tento di spiegarmela, ascoltarla e leggerla, io la
intenda in modo errato; può darsi che la intenda in modo abbastanza difforme da
come è stata concepita; e anche ad altri accadrà la stessa cosa. Ma questo non
cale, non è così rilevante rispetto al dato di fatto che queste poesie mi
stanno addosso, m’incalzano, mi costringono in un modo o nell’altro a
immaginare qualcosa. Lo scrittore non può sapere quali immagini egli evochi
nell’animo altrui; ma qualche immagine, non importa di che genere, qualche immagine
egli deve necessariamente suscitarla. Come saranno queste immagini, e il fatto
che saranno sempre altre e ulteriori rispetto a quelle da se stesso postulate,
può solo presumerlo: di decidere su questo punto lo scrittore non ha facoltà:
egli deve lasciare questo compito a quanto ha scritto (e da qui il carattere
oscuro, ermetico, enigmatico, spesso indecifrabile della poesia, e sua cifra
caratteristica): la poesia è oscurità. A tal proposito, devo dire che
immaginazione e esperienza, esperienza e immaginazione, mi fanno pensare, in
considerazione dell’oscurità della poesia oggi, a un’oscurità della poesia come
pensiero della poesia, quindi a un’oscurità costitutiva, congeniale. In altre
parole, la poesia viene al mondo oscura; viene al mondo come evento di
individuazione radicale, come un pezzo di linguaggio, e quindi, nella misura in
cui il linguaggio può essere mondo, carica di mondo. Esiste, al di qua e al di
là dell’esoterica, dell’ermetismo e di altri fenomeni analoghi, un’oscurità
della poesia. Anche ciò che è essoterico, anche la poesia più aperta (e io
credo che oggi, soprattutto in Germania, vengano scritte anche poesie così, in
certi punti addirittura spiccatamente porose in cui filtra la luce) abbia il
suo buio, ce l’ha in quanto poesia – viene al mondo, poiché è poesia, buia. Una
oscurità dunque congeniale, costitutiva, che la poesia oggi ha. E anche la
poesia più essoterica, la più aperta, è oscura. Abbiamo più di un motivo per
mettere tra virgolette ciò che intorno a noi ha imposto il proprio nome, ciò
che è arrivato a ottenere rilevanza e riconoscimento; la poesia è il luogo in
cui tutte quelle parole, senza cercare una giustificazione in una qualunque
pretesa originalità, ma piuttosto cariche di quel fardello, sperano di trovare
ancora posto in quanto parole una casa. Viviamo in un’epoca in cui tutti si
legittimano a ogni pie’ sospinto verso l’esterno, per non doversi giustificare
di fronte a sé stessi. In questo senso la poesia conserva, nel suo modo
odierno, l’oscurità dell’illegittimo: si presenta senza referenze, senza
indicazioni, e senza virgolette. Non sto parlando della poesia moderna, parlo
della poesia di oggi. E tra gli aspetti essenziali di questo oggi c’è l’assenza
di futuro: non posso tacervi il fatto che non so rispondere alla domanda: verso
quale mattino si sta muovendo la poesia? Se la poesia rasenta quel mattino,
allora possiede una sua oscurità. L’ora in cui nasce la poesia, si trova al
buio. Molti dicono di sapere che si tratta del buio dell’alba; io non condivido
questa consapevolezza. Lo ritengo congeniale o, per meglio dire, costitutivo.
La poesia, in quanto poesia, è oscura. Per quale ragione le poesie di epoche
precedenti ci appaiono più comprensibili di quelle a noi contemporanee? Forse
anche perché esse in quanto poesie, e quindi con il loro buio, si sono già
volatilizzate. Il buio congeniale alla letteratura, lo sconcertante [buio della
poesia viene di qui: dalla direzione in cui si muove il testo verso l’ignoto di
ciò che più gli è estraneo. Questo è il buio, se non congenito certo connato,
della poesia. Che non ha niente a che vedere con l’agire nell’ombra. Questo
perchè vi sono, nel pensiero, non solo percorsi logicamente determinati: vi
sono anche visioni. Tra queste visioni può essere annoverato ad esempio: il
fatto che quando una poesia giunge a determinate formazioni sintattiche o
fonetiche, viene costretta dentro binari che portano fuori dal suo ambito e
quindi anche dall’attualità che ne determina la necessità. Vi è, in altre
parole, una censura linguistica che è proprio solo della poesia e che non vale
soltanto per il suo vocabolario, ma anche per categorie come la sintassi, il
ritmo o la pronuncia: a partire dal non detto, alcune cose diventano
comprensibili; la poesia conosce l’argumentum
a silentio. C’è dunque un’ellissi che
non va fraintesa e interpretata come tropo o addirittura come raffinatezza
stilistica. Il dio della poesia è incontestabilmente un deus absconditus. L’argumentum
a silentio in questo senso è lecito.
In ultima
istanza (per dirla con Celan) la poesia è la patente d’infinito data a quanto è
pura mortalità mondanità e vanità.
POEMA
BIANCO.
L’autunno
ha una veste leggera di sposa,
il
pomeriggio indossa una vestaglia d’ombra,
contando
i passi si rimane fermi a un respiro corto,
la
numerologia del riposo è poco più delle questue
irrisorie
e risibili,
le sere
d’estate si salvano e almeno loro trasvolano.
Amare di
spalle una curva di carne
ma si sa:
amare di spalle non è amare di petto.
Le ali
della notte sono nere civette o zanzare impazzite.
Amare rende
lievi, ma tu dimmi:
¿il tuo
mare assolato e amaro aspetta il mio ritorno
nel suo
nido avaro?
La delega
al tuo patrimonio è un furto amaro
come lambire
l’onda lieve dolente del polipsonio.
Oh amore,
¿come
saranno i tuoi occhi d’inverno,
e la
tinta marina nella dolenza mattutina?
¡oh
Agosto crudele nel gioco del mercato!
¿che
cosa è questo affanno che mi toglie il sonno,
questo
saldato inganno e incurabile danno?
Una tenera
foglia il broncio infantile
sulla
pagina bianca dei tuoi diciannove anni.
¿Dove corri,
quale pensiero buffo
ti
scompiglia l’alato ciuffo?
La tua
orografia
alla
radice degli occhi
è un
insetto morto nel miele.
Agitarsi
di mani
che
imbastiscono alfabeti
(esperimenti
muti e svogliati)
sospiro
carnale che si estende alle stelle e le infiamma,
i
latrati dei cani sono la colonna sonora delle notti.
Scorre lieve
il pomeriggio sulle tue scarpe da ginnastica da poco,
le molte
fasi del silenzio si offrono per essere studiate,
un che
di biondo giunge a falciare il pomeriggio
tra le
erbe alte e polverose del mio sogno coreano.
Falciami
il cuore
(volendo
e potendo)
penetra
piano,
curami e
ammalami,
entrami
sotto i vestiti
e
rinfrescami le carne
come una
brezza cauta di Giugno.
Un sorso
d’aria al lungomare
sentore
d'estate
e fughe
pianificate nella città vibrante.
Ho chiuso
il cuore:
era
predestinato
ma non è
un reato
è un
espediente.
Il televisore
acceso invano piange se medesimo
mentre
che io indugio e attardo sul letto
per difendermi
dalle tagliole del giorno.
Le fasi
della sera restituiscono una pace
con un
cielo giallo di pioggia,
al
balcone spio la vita farsi meraviglia.
È l’ora
delle cene
è l’ora
delle pene
e io
ritorno a un nido di sfere scalene.
La quiete
ferita delle sere di Luglio
la voce
dei confini:
dal
silenzio imparo il silenzio.
Suona l’ora
dei rientri
i passi
accorrono ai lumi
imbastire
bugie sotto alcol
perché
mantengano lo spirito.
Lo scenario
di un compromesso
è nella
linea rossastra di un
tramonto
che non sa mentire.
Il marciapiede
è amico:
alla
luce calda e zigrinata dei fanali
e al
taglio della pioggia urlante
il suo
alfabeto misconosciuto.
Un sorriso
dietro il quel sorridere
un dolore
inattuale.
Intuivo gli
abbracci
come si allungavano
nella
traiettoria degl’inganni
ma poi teniamo
i pensieri
nelle
svolte dei pantaloni.
¿Possibile
che vi siano destini orizzontali
per noi
stupide parallele perpendicolari senza vita?
Le facciate
dei palazzi
hanno
occhi curiosi:
un
popolo di seduti,
selve di
seggioline davanti ai bar
e chi
passa avverte gl’infimi disagi.
Una panchina
in ferro
i primi
baci rubati
pomeriggi
imbrattati da un macello
qualunque
bordello.
La sordità
della notte è negligenza e cura:
il
colore della sera
le
promesse di grano
la seta
sul corpo
lei che
bussa alla parete
si
appoggia al mio braccio
e torna
bambina.
Ora è
tarda sera
la notte
è calda e avvolgente come un gomitolo di lana
anzi è
un gomito
una
sfera
e la
luna una chimera:
benchè
sia pur sempre sangue versato
parole
sciorinate e polline al vento
questo
le nuvole non lo sanno.
¡ Quanti
occhi dormienti ha la città !
E io mi
domando se sapranno mai
le mani
sopra al mio petto
le
carezze dietro i fogli.
La scure
puntuale che manipola la gente
la
trasforma in angiporti assestanti
a-sé
stanti
a sestanti
su
stanchi assi stanti
e
assidenti giovani assistenti.
È paziente
l’insonnia
e anche
un po’ bugiarda
ma io proteggo
i miei angoli di casa
affinchè
fioriscano in un silenzio disossato-dissodato.
Quanti occhi
sornioni
a spiare
le mosse dei viventi
nella
mora degli eventi
nel mare
dei venti.
Odio e
amo:
so come
si può.
M’infrango
di malinconia
la corsa
in vespa
l’armatura
della felpa.
Ti lamenti
sempre della gioventù
che t’ha
messa nel sacco
ma infine
il silenzio è legittima cesura:
ti reggo
a filo di fiducia
come un’antica
estate.
Tornerà un
giorno la quiete
delle
lunghe sere fondo-oro:
in quei
giorni studierò la pioggia
i suoi
geroglifici sulle vetrate
serrate
come cuori
serrate
serrate serrate.
Il mio
correlativo oggettivo
(lo
sappiamo tutti)
è nella
risultanza quotidiana
che
rimane fissa e spessa
come
nebbia agl’irti colli;
la notte,
se la misuro,
scopro
che ha il mio stesso giro-vita.
Entro nella
camera
dove tutto
dorme sistemato
e Sun Ra
rimasto acceso
ha
riempito gli spazi.
Le parole
in vortice
hanno
fatto del loro meglio
per
essere all’altezza
della
mia bellezza.
Sulle mie
spalle
Agosto
è un
imbuto di silenzi.
L’estate
è l’occasione migliore
per sfoggiare
insensatezza
ma chi
ostenta felicità e gaiezza
è un outsider della vita vera.
Era un
tempo in cui le notti brillavano
e
l’estate aveva ancora un gusto di rinascita:
in quel
tempo noi indossavamo la vita
con i
nostri sorrisi migliori.
A vedervi
tutti lì, adesso,
compresi
in un cerchio di vane sequele
mi fate
quasi pena
avvolti
in sudari di stupide cautele.
Luci e
festine pendono da terrazze edulcorate
d’una città
ossidata.
Nel cuore
asfittico della notte
la
panchina ospitava
la sua
mestizia in canottiera.
Poi si
levò
e
imbracciò la bellezza
nel suo
passo incerto
di bambina.
Intorno ai
discorsi l’aria calida e ferma
s’imbambolava.
Bruciavano
le membra sotto le armature
di
cotonina.
Vivrò il
domani nuvoloso
alla
luce del pomeriggio
di una
città addormentata
che
attende ancora.
Al risveglio
vorrei solo trovare un fiore sul comodino:
la barca
del cielo fa a gara
con la
tua scollatura.
Nel mentre
la notte
di Giugno si flette come un giunco.
La solitudine
è sentire,
scegliere
per governo una doppia identità
cullare
il pomeriggio nel grembo del pomario.
Ascolta:
ha note
così dolci
i suoi
silenzi reggono la parte
è un
simulacro
un talismano
sguardante
a destra
più
spesso a sinistra.
Tu mi
risolvi i respiri
io ti concedo
un nome proprio
comprensibile
all’europea favella,
e così,
mia amata, da Cho Hye Nim
da Shiho
divenisti Flora Katherina.
È una
fiaba
acerba
contorta
come la
via storta
che ricompone
ai fiati cardiaci.
Invecchio
sulle tue mani
che
invece ringiovaniscono
in
diretta proporzione.
Il vento
caldo di Luglio gonfia le tende
come una
carezza:
ognuno
dice la sua
ne sente
il diritto.
¡Imparassero
la virtù fervida del silenzio!
Una volta
a cinguettare
erano
gli usignoli dei poeti
non i twitter degli insulsi fanfaroni.
¿Odi
il
silenzio del mattino di Giugno,
gli
uccellini a contendersi il cielo?
Da basso
lei mi prepara il pranzo
come si faceva
una volta:
l’amore
è coerenza
l’amore
è costanza
l’amore
è perseveranza.
Il sonno
è una giostra
di perdenti
memorie pencolanti:
il mondo
è una palude
(discreta
meraviglia).
Socchiude
il cielo
ha
ancora sonno
ma la
luna ha i tuoi occhi
(vorrei
fossero eclissi).
La noia ti
rimette in pace,
è una
culla lieve,
dormire
su una panchina al sole
poi di
notte traversare la città
come un
lupo in amore.
Ho scarpe
strette e generose
falangi
di deserto
occhi ruggiosi
cigli
come coltelli,
ma fuori
è tutto uno sfrecciare
di veicoli
come stelle filanti:
sono
astronavi
omologate
per quattro,
comode
per cinque.
I supermercati
sono immensi luna-park
ma la
fila alla cassa è un gioco per adulti.
Incrocio
di strade: virtù colossali
le
facciate dei palazzi hanno occhi curiosi:
¿possibile
che vi siano tanti destini orizzontali?
Coppie strette
a taglio
viatici
di sopravvivenze
fenicotteri
fasciati nei cappotti
virtù
coi baveri alzati.
Nei parchi
la complicità
delle
foglie a fissare
le
passeggiate di ieri
il
sedile è un trono
e ti
parla ancora.
Il terreno
sconnesso
sta lì a
imbastire
giorni
battuti
fedeltà
nei respiri.
La pioggia
è il romanzo rosa del cielo
la notte
scivola sulle vetrate
come una
spogliarellista su pattini a rotelle
i
silenzi a grappoli
Luglio è
padrone delle strade e della polvere
(e ne va
fiero).
T(r)uffarsi
per un’ora nel più dolce
dei
pomeriggi a passo veloce
gara dei
rintocchi.
ORA DEL
GOLGOTA.
Meriggio,
aria
vibrante,
candescente
lucore,
l’aria
frusta il giorno con candescente lucore:
è l’ora
in cui niente è ancor accaduto e niente perduto ancora,
mentre per
lentosi e graduali processi noi discendiamo
in spazi
inusuali e inconsueti,
l’ora
del crimine, del discrimine e dello scrimine,
l’ora in
cui dimentichiamo l’ora,
la
consistenza,
la
figura degli altri,
dimentichiamo
noi
(siamo
figli del crudele, pazienza)
l’ora in
cui al confine beviamo il nostro veleno,
il
nostro lete
il
nostro Ade
una luce
nuova appresta
la
parvenza rovina sullo sfondo infinitivo dell’abisso
in
rinnovati mondi o vetusti
in
luoghi disconosciuti
o
misconosciuti
moriamo
abitiamo
viviamo
ignote
forme
vagolanti
presenze-assenze
febbrili
noi
aneliamo a perdute dimore
il fonte
abbeverante la bestia e l’antico evo dissolto
come un
porto sepolto
non
memorabile poichè dismemorato
in
questa ora dubitosa e vagula
in
questa ombrosa zona sfumata
nel suo
sommesso oro luccicante
non è
più possibile la mensura la misura la freddura
l’ordito
del racconto e il tessuto della trama
il
bandolo della matassa e il filo del discorso
dei bui
e dei lucori
delle
forme oscillanti all’asse assise
delle
debili apparenze staglianti in lontananza
palpitanti
vacue-svanienti
e noi
tentiamo allor un sogno, un desiderio, un sorriso
con
frasi mozzate e parole difettive
accenni
e lubriche afonie di altrove
enigmi e
misteri
portenti
assorti e fermi arresti
da
sfondi placidi e chetose distanze
squarci rosa-brunite
strato
su strato e onda su onda
azzurro
tenero e viola antico.
Viene poi
la sera e il crepuscolo
una sera
azzurrigna e rubrica
giallognola
con un
reticolo ombroso di caligose inerzie e turbinose brace
la
sera-scoramento
inerte
sera-inezia
sera-smarrimento
sera
malinconica
perfettamente
geometrica
inesorabilmente
composta
siamo un
ribollio di paure e desideri
noi
siamo un rattenuto pianto
e con la
sera e nella sera noi tentiamo vanamente esili
passi
sugli
abissi
i vuoti
il
niente annichilente
il cielo
imbrunente sulle nostre teste di rapa
discendiamo
al buio rattratto lepido
in
luoghi frigidi e algidi
lievemente
dissepolti
affioranti
frammenti e schegge impazzite quali mine
vaganti
discioglienti
tra le dita
e muore
l’afflato nel vuoto e perde nell’etere mutacico
il mondo
ritorna dal fondo del profondo
da
cisterne inabissate e ipogei e gallerie
e
vibrano il viola e il rosso e il nero serali
serafici
e la uva
e la spiga accennano ad altro
traspaiono
bisbigliano
frasi pudiche
caduche
che al
primo luce del giorno piegano il volto.
E con la
sera viene pure la luna
sorella
dei marmi e dei mormorii notturni
delle
atonie e delle oblie
dei
sonni e dei sogni
delle
alme smarrite e vagolanti nel dubbio
la luna
sorella nell’affanno del cuore
canto
del pendolo bloccato e condanna che in ogni ora
incombe
e mai avvera
sorella
di ansime malinconie malincolie e melancolie nelle vene
sorella di
tristezze tristizie e mestizie nell’almo
la luna
sorella
assenza
di segno e virgola del cielo
ed è il
turbamento angustioso
la
tristizia - la mestizia - la tristezza
l’abbandonato
e non-operoso progredire della scienza
che
incrina la fiducia e l’efemero
l’apatico
afasico e lentoso procedere della fidanza
che
inclina i clivi e sospinge alle scivolose discese
ai
favolosi declivi
è
l’astro e il tempore
l’efemerali
effige e le caduche scadenze
che ai
morti negano il ritorno
gli
spenti mutacici catoi melanconici
è il
sentimento non espresso
l’assoluto
ermetico
il libro
mai scritto e il verso mai detto
è il
sibillino sussurro e il murmure del vento
frammento
oscuro
logo
profezia
dei recessi
è la
ritrazione
l’afasia
il
silore
l’afasia
come il respiro sordido e beffardo del cielo
e il
silore mortuo-mortifero - non-eludibile e torpido della luna
l’impetramento
e l’imbestiamento
l’uomo
da niente
l’estremo
imo sconfinante
il colmo
traboccante
il
culmine tramutante
il
terrore angoscioso
l’estremo
imo infinitivo che involge e sconfina
il colmo
che trabocca da un dolore crudele
il
culmine che tramuta in decrescenza e sprofonda
nel
terrore annegando nell’angoscia dell’agonia
è la
soglia del tormento
il
confine del firmamento
il moto
del dolore
il
dolore del vuoto immoto
immobile
l’angoscia
che rode e non dissolve
la
poesia più veritiera
o l’urlo
disumano.
È la
vita
la
poesia più reale e sincera,
non la
parola.
L’arte serve
solamente a conferire ai fatti
agli
eventi
agli
accadimenti
l’inganno
dell’assoluto.
Se è in
serbo per noi un ulteriore ultimo approdo
se
aleggiando incede l’alma
se
veleggia la nostalgia a un diverso lito
è
certamente in quest’apparenza notturna e scolorata
che va
in
questa squallida scena
in
questo livido limbo
in quest’anemica
esistenza
è nel
fuoco
nel
guizzo
nella
fiamma
la
natura della vita
e delle
cose.
Tu
io
noi
chi
siamo
mi
domando
figure
emergenti d’alteri vanescenti palpiti di relitti
affondati
graffi
non decifrabili e continuo dub martellante
parola -
sussurro - accenno
a spasso
nello spazio
un passo
nel silenzio
un passo
alla volta.
ISTERIA
COSMICA.
Ascolta:
non rumore, non palpito, non strepito,
tutto
tace, tranquillo e sereno,
e sui
rami secchi riposano ancora le brune tòrtore.
Nel silenzio
assoluto solo si odono picchiare
contro i
vetri delle finestre sottili raggi di luna.
Luna, nuda
luna,
nuda
luminosa luna,
capezzolo
del cielo,
parte
visibile del nulla.
Nasce dal
bisogno la bellezza,
prorompe
dal caos l’armonia,
la forma
da ciò che non ha forme.
Oh luna,
nuda luna,
nuda
luminosa luna,
capezzolo
del cielo,
parte
visibile del nulla.
Ancora io
ti sogno, ninfa dal marmoreo corpo,
in sfrenate
corse lungo albe sublunari
screziate
da lattiginose caligini
mentre i
tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
Finita è
la nostra notte,
anima
fuggitiva d’ideale piacere,
oscuro
cuore senza fine,
e come
luna in cielo
intangibile
e lontana adesso sei,
abbandonata
landa e plaga solitaria,
foglia
battuta dal vento e spoglia di libellula,
banda e
vessillo,
benda e
prebenda,
carta di
riso e velo di Maia,
mentre
io mi dissolvo
in mari
di desolati sepolcri
nere
orbite di un mondo cinereo,
senza
andata il ritorno
siamo
tutti figli del crudele (pazienza),
l’uccellino
in gabbia è solamente
l’aquila
imprigionata di un sogno,
e io
come vapore di dolore
mi
arresto come motore nell’eclisse,
e non ho
altro che misere ragioni,
e so che
niente mi giustifica:
finchè
vivo sono d’ostacolo a me stesso,
mentre
mangio gherigli nel guscio
della
mia isteria cosmica
e
disegno cerchi veloci nel grano
dividendo
parti di luce
con
molecole di nessuna meraviglia
in
attesa di nuovi messaggeri.
ISTERIA
COSMICA 2.
Silenzio,
silenzio assoluto,
nere
orbite di un mondo cinereo,
sfrenate
corse lungo albe sublunari,
algidi raggi
selenici alle finestre.
Nasce dal
bisogno la bellezza
sorge e
prorompe dal caos l’armonia
scaturisce
la forma dal buio.
Io ancora
ti sogno
in mari
di sepolcri desolati dissolvendo
di
solinghi avelli in oceani
perso
tra assolate teorie equoree
nei
solinghi pelagici porti sepolto del ponto
e il
crine scioglie alla marese brezza
siderali
bagliori.
Ma finita
è la nostra notte
e
longinqua adesso tu sei quale la luna
alma
fuggitiva d’ideale godimento
sconfinato
cuore oscuro, abbandonata solitaria piaggia
e plaga
desolata e ascondita, e landa buiosa
foglia
battuta dal vento.
Mentre mangio
gherigli nel guscio della mia isteria
mi
arresto come motore nell’eclissi
in
attesa di nuovi messaggeri.
ISTERIA
COSMICA 3.
Silenzio,
silenzio assoluto,
nere
orbite di un mondo di cenere,
sfrenate
corse lungo albe sublunari,
sottili
raggi di luna ai vetri delle finestre.
luna
nuda
luna
Nasce dal
bisogno la bellezza
prorompe
dal caos l’armonia
la forma
da ciò che non ha forme.
luna
nuda
luna
Ancora ti
sogno
mentre
mi dissolvo
in mari
di desolati sepolcri
e i tuoi
capelli
si
sciolgono alla brezza.
luna
nuda
luna
Finita è
la nostra notte
intangibile
e lontana adesso sei
anima
fuggitiva
oscuro
cuore senza fine
abbandonata
landa
plaga
solitaria
foglia
battuta dal vento.
luna
nuda
luna
Mentre mangio
gherigli
nel
guscio della mia isteria
disegni
cerchi veloci nell’aria
dividendo
parti di luce
con
molecole di nessuna fretta.
E come
motore nell’eclisse
mi
arresto in mezzo all’apocalisse,
in attesa
di nuovi messaggeri.
luna lune
nuda luna lune nue
nuda luminosa luna lune
nue brillante
capezzolo del cielo mamelon du ciel
parte visibile del nulla. partie
visible de rien.
NOI
CREDEVAMO.
Solingo nella
sala sgangherata
sgangherato
nell’alcova rovinata
rovinato
nel talamo diroccato
raggomitolato
sul letto
e s’un
sogno
guardando
i muri
fissando
la finestra
rotta
mirando
il pavimento
consunto
e consumato
guatando
la finestra sulla strada
scrutando
una donna sulla strada
donna di
belluina bellezza di guerra
esibisce
con calma la massa magnifica
e
compiaciuta tranquillità e rilassatezza
del
maestoso e formidabile suo anodino corpo
incutente
paura poi sua semplice presenza
e allora
la vita viene a me
scevera
e madida è disarmata e nudata
e oziosa
e abulica lavora fantasia su me
e
lentamente il cielo disintegra e disgrega e si sfalda
in un
manto-pioggia
eliache scaglie-vetro
e iridi ridenti
e il
sole offusca e cangia
da
porpora tinto e screziato d’amaranto
e il
vento screziato d’aghi umidi aculi spermatici
e
filamenti di latte coagulato percuote gli arbi e scuote le foglie
e
uccelli rovistano l’aria brumosa
e la
brezza aurata il crine scioglie
sono scene
amorali, cose lineali, mortivi casi
stramazzati
quali cavalli in terra crodati
ritagli
cartacei, bracci erbosi e teste petrose
bracci
erbacei e teste pietose
il volo
del crabro - il canto del topo vilesco
il motto
del gatto lupesco e il divin bestiarium dantesco,
il detto
e il non-detto, il fatto e il misfatto,
il torto
e il maltolto.
Attiro il
suo guardo e i suoi occhi ammicco a me
e lei mi
sguarda con aria alienata e persa
prospicace
a quel fiore female;
io
avverto il profumo dell’infinito
avverto
il profumo dell’oblio
e le
parlo e le confesso sogni e brame
lei
brame smodate e cervello minuscolo
non fa
nulla per nascondere la sua totale idiozia
sicchè
la saluto e accomiato
strisce
tramontane striano il cielo all’occaso
il
giorno mesto china il capo e si addormenta
e ben
poco rimane valevole a essere detto.
Penso che
l’orrore per l’errore di atti non compiuti
e parole
non dette e abbracci e baci non dati
piucchè
il rimorso pungente-piccante brucino
per gli
atti commessi e falliti
e le
dette parole sbagliate
e gli
abbracci spezzati e i baci recusati
e niente
quale l’orrore per nessuna notizia credo odievole
e sì
odioso l’orrore per nessuna notizia...
Vedi, i
brutti giorni e le brutte notti e le brutte ore
capitano
con maggiore frequenza
e il
vecchio sogno che abbia alcuno giorno sereno sfalda
come il
mio cervello e la mia alma in disfacimento totale
come i
sogni
è un
peccato,
un
peccato.
È vero:
furono istanti attimi momenti
barlumi
gioiosi e vividi e sereni
felici
ma
svanirono in fretta e furia
e se la
fortuna arrideva e la vita vibrava
nelle
carne
noi
sapevamo che sarebbe durato poco.
Volevamo
più di quanto potessimo avere e desiderare
donne
formose e innamorate
risate e
notti pazzesche a cavallo della tigre
un
briciolo di significato e una parvenza di fortuna
una
scusa plausibile per esistere
una vita
per vivere e non sprecare e sperequare
un tempo
per ricordare e non per passare
e giorni
avvincenti per vincere la morte.
Credevamo
che la vita sarebbe stata una cosa meravigliosa
ma
esiste un ritmo preciso nelle cose e nell’essenza
e questo
dobbiamo curare e colere
un uomo
deve percorrere l’intero cerchio
per
tornare nuovamente al punto iniziale-incipitale
fatto
savio e mature dalle molteplici esperienze.
Ma
tutto
sommato
tutto va
nel verso migliore
in
questo momento:
in cielo
nuvole mediocri
tutto è
banale
banale
ma
in fine
dei conti
accettabile.
E questo
è,
più o
meno,
tutto.
ADDIO,
VULCANO.
Addio,
vulcano,
frecce
volatili in migrante cielo procelloso
viridescenti
chiocciole segnanti strie argentee su pietra
alte-altere
flessuose palme da le spate esplodenti vulve
con candide
inflorescenze
sole
raggiante su l’occaso
l’orto e
la linia,
la linia
e il cerchio.
Era questa
landa aurato ricamo e disegno sublime
in
lingie sinuose e cerchi e ghirigori crea rena giallognoli laghi
e acque
contengono ognuno fra azzurri e tutti fra verdi
e nuotano
opimi pesci e pigrosi aironi volano
e volitano
lentosi gabbiani
luce-madreperla
di conchiglie e bianchi di asterie calcinose
piccole
barche quali relitti maresi stagnano
su acque
e dune stagnanti
addensato
etere e umido con scirocco sub nuvole sottili
e
sfilacciate grava su piagge e plaghe mortue-mortifere.
E in
fuori è vuoto vorticare di giorni e soli e flutti e gurgiti
mentrecchè
venti in raffiche spiranti
e muri
tufigni sfaldanti
e dune
spiananti e pietre scivolanti su dorsi montali
io
consumo il me medesimo
e lì sbocciano
agavi e torcono
offrendo
in extremis suicidiali fiori
e cardi
emergono e torcono tremanti fiori diafani
(occhio
vacuo di onagro)
e luce
mordace-vorace bruciante-rodente lati
spigoli
e contorni
temprante
e discromatizzare
(disegno
cromico e manto cromatico)
impasta
cespi e imbianca ramaglie
fra
pianori mobili e scaglie
tramonti
e sorgenti
crepuscoli
vanifica
acque
salsate rimescola e frescore di venature fluviatili
ombrose,
ombratili.
Addio,
vulcano,
il cielo
è solamente un foglio azzurrigno e curvato
pittato
da una mano bambina
che segni
e simboli svela con tratti aurati il sole
mentre gorghi
equorei e marei gurgiti ne seppelliscono
in
argentee tombe sognate.
VITA E
MORTE.
Clotaldo
- Che farai?
Rosàura
- Ucciderò il duca.
Clotaldo
- Una donna può avere tanto coraggio?
Rosàura
- Sì pare.
Clotaldo
- Che ti spinge?
Rosàura
- Il mio nome. Tutto travolge il mio onore.
Clotaldo
- È una follia.
Rosàura
- Lo ammetto.
Clotaldo
- Frénala.
Rosàura
- Non posso proprio.
Clotaldo
- Ma perderai...
Rosàura
- Capisco.
Clotaldo
- Vita e onore...
Rosàura
- Ne son certa.
Clotaldo
- Che cosa insegui?
Rosàura
- La morte.
Clotaldo
- Questa è disperazione.
Rosàura
- È onore.
Clotaldo
- È frenesia.
Rosàura
- È coraggio.
Clotaldo
- È delirio.
Rosàura
- È solo ira.
Clotaldo
- Ma non esiste freno a sì cieca passione?
Rosàura
- No.
Clotaldo
- Chi può aiutarti?
Rosàura
- Solo io.
Clotaldo
- Non c'è rimedio?
Rosàura
- Proprio no.
Clotaldo
- Esistono altre strade.
Rosàura
- Solo per perdermi in altro modo.
LA
POESIA.
Mi sono
isolato dalla gente
e dai
suoi affanni
e pure
dai miei: scrivo.
Scrivo qualcosa
di inutile
e come
Seneca non affido alla scrittura
precetti
salutari come ricette terapeutiche
affinché
le mie ferite
benché
non perfettamente rimarginate
cessino
di estendersi e suppurare.
Credimi:
quelli che sembrano non combinare nulla
fanno
cose più importanti
come due
amanti che si amano
dietro
le nere membrane della notte
bocca
nella bocca
sangue
nel sangue
carne
nella carne
carne
contro carne
ossa
contro le ossa.
ABISSI E
DISPERANZA.
Io sono
lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,
io sono
lo straniero dalla faccia lunga e scura che ti fissa
e
pensoso non parla,
io sono
il siciliano mafioso e sporco
infido e
diffidente,
sono il
malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,
sono il
cane bastardo che ti morde la mano se la tendi per una carezza,
sono il
nomade col cuore riarso dal sole,
lo
sfortunato anemone marino in balia dei flutti:
la sorte
mi ha affidato all’egre cure dell’accasciante necessità,
i neri
affanni mi hanno incanutito,
le
fatiche e i perigli hanno increspato il mio volto.
Io sono
niente,
solo
membra in frantumi, mente in frantumi e cuore in frantumi
tendini
lacerati, giunture slogate e ossa frante
e rabbia
latente, che sale d’abissi e disperanza incombente.
Ma come
bragia ascosa sotto grigia cinigia
brucio
nel fango di questa umida città
tra
puttane corrose dalla sifilide
marocchini
negri e tossici corrosi dal crac,
brucio
in questa bigia città e nell’atroce sua notte,
brucio
senza soldi senza luce senza gas,
brucio
mentre in fiamme esplodo sogni a raggiera
e paure
e incubi e desideri e istinti e sospiri e gemiti
che
uguali a lapilli colano di vulcano incandescenti
e che raccolgo
e tengo in serbo per te
se vieni
a vedere la notte con me.
DESERTO.
Piove liquame
sole
liquefatto liquido calido
in estese-infinitive
lande-plaghe cieliche ondulato-catro
Cérere -
cénere - cinìgia - ramàglia - canìglia e canìcola
polvisco-sordo
crepitio - ticchettio - risucchio e osseo tremitio
e afrore
rancido di uomini e bestie e uomini e topi
e teli e
vetro e spate e spade e spazio
mai vena
acquea e mai filamento equoreo
mai rigagnolo
e mai fiume
sol urla
e urli e grida e gridi e stridi e strida
in
silore di crepuscolo
ferro a
le tempie bussante battente martellante colpi
con
rìtmica cadenza
serra -
serra - serra / con mazze - con mazze - con mazze
sfrigolio
e candescenze - respiri grevosi e gravidi
poi
fatica e ira
e
sfarfallio di rosso-baglî in sfarzosa sfavillante
sfardellante
sera-scintilla.
Sole oscura
e vento inceppa
pietre
ergono in piramidi e da i fiori emergono monumenti.
Alteri anelli
neve-vetrosi e vetrose cupole
dai raggi
eliaci investite
e da
luna aperte in spire
circoli
diamantici
stelle
quali sfere-cristalli ornanti e illuminanti spazi
astrali
sono
tuoi denti.
Fiori -
corone - corolle a me dischiude tua urna sacrata
tuo alvo
sacrato quale sole-lucore
allorchè
aggiorna e il cielo candisce
conteso
tra luna e sole da luna e sole
in
formidabile lotta portentosa
non
lotta tra forze ma pura forza allucinata da luminescenze
lampo
sottratto da luce e arcobaleno in b/n
lampo
sin luce e arcobaleno sin cromati (non cromatico)
fiore
piumato ed efflorescenti ale.
Candido fiore
appoggiato a la grata di una finestra
quale
putta in aspettanza o gatto in riposo
poggiato
a la grata di una finestra.
La certezza
è riposo
e questo
può essere spiacevole-sgradevole
m’arresta
lo sforzo e il sacrificio della ricerca
e
allenta tentennamenti e titubanze
perplettenti-avviluppanti
allorchè
giunge la certezza che noi addiveniamo a verità
e verità
diventa nostrale.
INADATTO.
Limitato,
troppo limitato,
limitato
e primitivo,
primitivo
e bleso,
sono
inadatto, troppo inadatto:
troppo
brusco per i poeti,
troppo
lirico per gli scrittori,
troppo
vecchio per i bar,
troppo
volgare per i salotti,
troppo
stanco per la strada,
troppo
leale per il commercio,
troppo
vigliacco per pensarci,
io sono
inadatto:
all’infinito
preferisco il ritmo impazzito
di un be-bop frondeggiante,
all’armonia
delle sfere celesti
la
dissonanza di una nota capovolta,
e mi
trovo benissimo nelle fessure tra teoria e prassi
tra
causa ed effetto.
Umano, troppo
umano,
sono mal
preparato all’onere di vivere
e reggo
a fatica il ritmo imposto dall’azione
inciampo
a ogni passo nella mia ignoranza
il mio
modo di fare è troppo provinciale
i miei
istinti e le mie pulsioni sono da dilettante
e sento
come crudeli le attenuanti.
Inadatto,
troppo inadatto,
qualunque
cosa io faccia
si muta
sempre in ciò che non ho fatto:
io sono
l’esito insoluto di un fulmine
che
schianta in mare
ma va
bene
così.
STERCO.
Folla mortale
in aere sparsa
tombe e
catacombe sorte a insulto di soli meridiani
lune -
piogge – rugiade.
Vulture carnivoro
appodia su corpi di morti putrefatti
affondando
rostro e artigli
in carne
scavando e carne strappando
con
frullio impazzito.
In schiere
opalescenti cherubini e angeli
orde
sferraglianti
nottui
squilli e lame
ellissi
involute e onde ritorte in isteriche lune
corpi e
fibre lacerati da sciabole - curve – parabole.
Io amo la
guerra e la diatriba
e dalla
lotta non mi ritraggo mai
sia essa
fisica o intellettuale
e qualora
tu ti senta disposto a essere conciliante
io ti domando
questo
se renda
sì indulgente la cattiva memoria
l’interesse
o la codardia.
Ma tu
aspetta docile
deponi
mutrie - orpelli - insensati giochi giornali
lascia che
la miseria scoli in fogne
concentra
la tua mente: sii uomo
anche
sol nel tempo di un attimo
muovi il
tuo piede qui
su
questa terra
entra e
fissa e scruta e osserva e guata
questa
scena
in
questo spazio invaso
da un
buiore invasato
tu trova
passaggi e fughe
in
equilibri e disequilibri e squilibri
e
dissonanze e distorcimenti
e
inganni
esci
esci se
riesci
esci da
colpe ed errori
senti
il
rantolo eterno
tremendo
tremante
snodante
da corpi prospettici.
Cade su
pungiglioni cristallini l’uomo precipitato
da
finestre e alture
muri e
labirinti
porfidi
e damaschi
e
chiocciola di terrore
la schizofrenia
cela flussi evenemenziali e coartati stati coatti.
Ora il
tuo ventre sfiora
da
sterno a onfalo e ambone
con mani
sicuri
e senti la
stimma del tuo gastro segato.
Benchè ti
recusino anche sol crusca e acqua
io il mio
sterco ti dono
a te
della
razza angelica.
Or già
venti calidi e untuosi scirocchi ululano
quali bestie
disperate
ma tu
negati
alla carcassa.
Sei la
razza degli angeli.
BUKOWSKIANA.
Impazzivo,
in nude stanze spoglie impazzivo,
la notte
mi piombava tra capo e collo come una frusta
pugnalate
al mio povero cuore bastardo
la morte
che mi pendeva sulla testa
come una
spada di Damocle
la morte
come una spada di Damocle
la morte
come il cuore in gola.
¿E io?
Con il
cuore in gola impazzivo
in
oscure camere di nudità
preso
tra molecole di nessuna fretta
il corvo
e le onde, il corvo e le onde
gli
stanchi tramonti e la gente stanca
ma poi
la conobbi
ammiccante,
ammaliante
un
fatale sacramento di carne
e
scoparla era il paradiso
era
viaggiare sul carro eliaco di Apollo
era
andare in paradiso sul carro di Apollo
era
passeggiare di notte sulla neve
era la
magia dell’universo
concentrata
in un solo punto.
Ma ora
lei non c’è e io sto qui
seduto
davanti al cielo immenso e rosso
con il
sole che mi tramonta negli occhi
e mi
piace, mi piace di brutto
a volte
mi sbatto sul letto
guardo
il soffitto
con le
crepe delle pareti
immagino
un angelo e una capra
un drago
e un leone
altre
volte decido di dormire
magari
più tardi le cose sembreranno migliori.
Si può
impiegare una vita a morire
o meno
di un attimo.
IL
FIGLIO DELL’AURORA BOREALE.
¿Quanti sono
coloro che sanno essere infinito il numero dei cieli?
¿E che
di questi il creatore e di tutti i mondi è l’uomo?
¿È già
permesso iniziare la loro conta?
Certo esistono quelli che sanno come si possa donare un
fiore a un uomo
ma ¿quanti
sanno pure che si può donare un uomo a una rosa?
Più d’uno
resterà incredulo
quando
gli si narrerà del figlio dell’aurora boreale.
Incredulo
ancora oggi
sebbene
la chioma di Berenice già faccia pendaglio tra le stelle
da così
lungo tempo.
Ma l’aurora
boreale adesso ha un figlio:
laddove
l’uomo intirizzisce incatenato nelle foreste nevose
della
sua disperazione
il
figlio dell’aurora boreale passa via gigantesco e maestoso.
E gli
alberi non sono un ostacolo per lui
egli vi
passa sopra, ingloba anch’essi nel suo vasto manto,
li fa
suoi compagni di strada,
con lui
anch’essi perverranno alle porte della città
dove si
attende il Grande Fratello.
GIURAMENTO
NEL SONNO.
Spesso noi
fummo guardie giurate:
nella
rovente ombra di stendarti impazienti,
nel
contro-luce della morte estranea ed estrema-postrema,
all’ara
della nostra santificata ragione;
e a
prezzo della nostra vita segreta abbiamo anche tenuto fede
ai
nostri giuramenti.
Ma ¿quando
ritornammo là
dove li
avevamo prestati
che ci
accadde di vedere che ci toccò?
il
colore dello stendardo era ancora lo stesso,
l’ombra
ch’esso gettava era perfino più grande di prima,
e di
nuovo levammo la mano al giuramento.
¿Ma a
che giurammo ora fedeltà?
A quell’altro
allo
stesso al quale avevamo giurato prima odio.
¿E la
morte estranea?
Essa aveva
ragione
di fare
come se dei nostri giuramenti
non vi
fosse stato alcun bisogno.
Lasciateci
dunque oggi fare il tentativo di giurare nel sonno.
Noi siamo
una torre dalla cui sommità sporge il nostro volto
il volto
serrato e pietrigno
siamo la
razza degli angeli
siamo
più alti che noi stessi,
noi
siamo un’altra torre al di sopra della più alta fra le torri,
e possiamo
vedere noi stessi dall’alto.
Scaliamo
noi stessi mille volte.
¡Quale occasione
il raccoglierne lassù radunarne
ragunarne
in schiere per il giuramento,
mille
volti di noi stessi
mille
volte di noi stessi
la
grande perpotenza e strapossanza!
Ma so
che ancora non siamo giunti fin in cima
là
dove il
nostro volto è ormai il pugno serrato-serrato
un pugno
di occhi che giura giuramento
ma siamo
in grado di riconoscere la strada che vi porta.
È ripida,
questa strada, ma chi è disposto al giuramento
valido
anche per il domani
simili
strade le percorre
(e d’altronde
si sa che sono lunghe tutte le strade
che
portano a quello che in cuore brama).
¡Però in
cima quale plaga per prestare giuramento!
¡Quale ascesa
in quella sottostante!
¡Quale stacco
sonoro
nei mari
profondi di un’alma
per il
giuramento che noi ancora non conosciamo
che non
conosciamo!
CAMINANTE, NO HAY CAMINO: SE HACE EL CAMINO AL ANDAR...
...e
all’aprico andare il vitreo cammino sorge
procedendo
fra paciosi monti e celati gurgiti
e il
cielo asconde vagabondi e viaggiatori
sospinti
viandanti
e notti
rubate al sonno
mentre
ululano cani e luci guerreggiano al buio
e
stridono colori e ombre
e
sentinelle al nulla stanno le stelle
e
guardano e guatano e scrutano e occhiano
monumenti
di aria e castelli di verde
svettanti
oltre le nubi e il volo degli uccelli
e
soffiano venti e soffiano polvere di ultimi eldoradi.
Caminante no hay camino: se hace el camino
al andar.
E il mio
cammino sei tu
e alla
cieca prora procede tuttora
dacchè
la tua mano lasciai vorrei dirti
disciogli
le trecce
e libera
i piedi
e chiudi
gli scuri
che già
appaiono stelle
appannando
vetri e finestre
e invitandoci
a scopare.
COME
ARCHEOLOGO.
Se solo
lo vorrai,
come
archeologo guarderò in gola al tuo silenzio,
dei tuoi
silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,
leggerò
nei tuoi occhi
quali
furono i tuoi panorami,
quali
nelle tua paure e fobie i tuoi traumi,
carpirò
in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita
(e dalla
morte).
Mostrami
il tuo non-so-che
e ti
dirò chi eri e come sei arrivata fin qui.
Svelami i
tuoi frammenti e drammi,
qualche
caduco capello sparso in terra.
Può bastare
anche meno,
ancor
meno: le tracce di sangue
restano
per sempre
indelebili;
quando la
menzogna riluce,
dubbi e
intenzioni si palesano.
Mostrami
il tuo nulla che ti sei lasciata dentro,
e ne
farò un bosco e un orto,
una
selva e un’autostrada,
un
aeroporto e una tana,
una
bassezza e un’altezza,
una
bellezza e un terrore.
Donami il
tuo nulla
che ti
sei lasciata dentro,
e domani
ne farò bellezza e terrore.
Dimmi quello
che non hai avuto il coraggio di tentare:
ne farò
gioia e dolore.
Lascia che
tutto ti accada
quanto
non hai voluto.
SE TU
VENISSI.
Se in
questa futile sera tu venissi a me
e a me
recassi il tuo candore di bimba accigliata
e la tua
fulgida bellezza di ragazzo,
il tuo rassegnato
candore di capra,
allora
la mia chioma, il mio crine, i miei capelli
di gioia
sussulterebbero
ritrovando
in casa il tuo odore che scivola sulle pareti
e
s’impiglia ai pomelli e come la rugiada si spande
su prati
ed erbe
e così
se in questa futile sera tu venissi a me
tutto ti
racconterei di me
quanto è
e quanto non è
e tu
sgraneresti stupita occhi e palpebre
e
mutando pensieri infine mi baceresti
e se in
questa futile sera tu venissi a me
non tra frastuono
di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi
ma tra
gli angoli acuti e le cuspidi e gli spigoli
del mio
cervello e del mio animo proteiforme ti condurrei
e le
spire attorte e involte dell’anima ti mostrerei
e tra
verdescenti viridescenti viti intristite ti porterei con me
perchè
non esiste altra gioia
fuorchè
sapere che tu esisti,
mia dolce
venere lunata
che come
venere sei,
prima stella
e ultima del mio cielo.
E altro non
conosce il mio cuore
fuorchè
il suo rosso-cruore
che
giace sepolto
naufragato.
TU.
Animula vagula blandula,
tu dai
fluidi capelli setosi,
tu dai
fluenti capelli di seta,
tu
seduta scosciata in fondo alla notte,
tu con
usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,
tu con
occhi come monetine da cinquanta,
tu
sempre sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio,
tu unica
vita fra i già-morti
mentre uomini-morti
con luride boccacce di fogna,
occhi di
carta igienica e cuore di cartone mi atterriscono
tu in
questo letto di lussuria
flessuosa
reclami abbracci
e
sussurri bugie amiche
e parole
di passione.
Le tue
unghie sprofondando nel mio cervello
e mi
rodono il cuore divorandomi l’amore
mi
ridono l’amore sbranandomi il cuore
tu
sguardo bruciante - tu ruggente - tu fremente
tu che
ruggisci alle nere membrane della notte
tu ansimante
di fieni e aspri profumi
e
scalcinati riposi meridiani
tu nell’acqua
di una bria
caduta
in agguati di luce
tu che
vaghi innocua in vacui meandri di bosco
tu
ansiosa e perduta in povertà mal-placate
tu soffocata
in ambigui canti
tu piovuta-affogata
spenta
nell’imo stridente all’occaso
tu in
perenne aspettanza del nulla
dal
nulla sopraffatta
mentre
spade di luce affettano i giorni e le notti
tu zampa
in bocca e cuore in gola
come una
volpe in fuga
mentre fonti
zampillano e galassie sciano
e ruote
girano e cuori scoppiano
e i
crepuscoli aspettano a valve aperte
e le ore
setose suggono rugiade-fragole
e i
cupidi boschi aspettano
e
aspetta pure la morte
che a piccoli
passi si avvicina.
Tu sei
il coltello puntato a la gola,
e i tuoi
capelli un viluppo di scorpioni aculeati
i tuoi
occhi ricci di mare pungenti
tu l’affilato
coltello del macellaio puntato a la gola tu per me sei
e aleggi
e volteggi nel vento frizzante
e il tuo
fiato è quel vento
e io sempre
a te ritorno
bambina
offesa e sofferente
maleducata
a chi doni non porta
e tu
ritorni
e pur il
tuo sguardo ritorna
e con te
rechi il tuo sguardo
il tuo
sguardo senza pretese
il tuo
sguardo che non ha paese
e il tuo
pianto di nuvole e verdi
ribolle-rampolla
in questo Luglio-arsura
come corre
un azzurro pugnace
nel
freddo-ghiaccio dell’inverno.
Tu acqua
di ruscello spettinata
tu
qualità soffocata
al tuo
cielo e ai tuoi capelli
l’estate
si aggrappa e non molla
e il tuo
profumo tutto inebria e made
in
corone d’amene foglie raccolto
in
papaveri e lucciole crogiolato ed eterne more
all’infinita
luna-loop s’immedesimano
prati e
desideri e sogni di gloria.
Alle tue
dita s’impigliano i miei sogni
al tuo
petto frangendosi,
alla tua
divina indifferenza
la vita
si rompe
e muore.
TU 2.
Fonti zampillano,
galassie
sciamano,
ruote
girano,
e cuori
scoppiano,
mentre i
crepuscoli aspettano a valve aperte
e le ore
setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi
e
aspetta anche la morte
avvicinandosi
con piccoli passi ai tuoi calcagni,
tu
coltello alla gola per me sei
e i tuoi
capelli sono un viluppo di scorpioni aculeati
e i tuoi
occhi due ricci di mare pungenti
e aleggi
e volteggi nel vento frizzante
e il tuo
fiato è quel vento
e io
sempre a te ritorno
bambina
offesa e sofferente
maleducata
a chi doni non porta
e anche
tu sempre a me ritorni
con il
tuo sguardo senza pretese,
con il
tuo sguardo che non ha paese,
con il
tuo sguardo duro come pietra
che quando
mi guardi mi fai male,
con il
tuo sguardo tagliente come vetro-acciaio
che
quando ti abbraccio mi trafiggi.
E con il
tuo sguardo rechi anche il tuo pianto di nuvole e verdi
che
ribolle-rampolla in questo Luglio-arsura
come
corre un azzurro pugnace nel freddo-ghiaccio dell’inverno.
Tu acqua
di ruscello spettinata e qualità soffocata sei
al tuo
cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla
e il tuo
profumo tutto inebria e made
in
corone d’amene foglie raccolto
in
papaveri e lucciole crogiolato ad eterne more
e
all’infinita luna-loop s’immedesimano
prati e desideri
e sogni
di gloria
alle tue
dita s’impigliano i miei sogni
al tuo
petto frangendosi
e alla
tua divina indifferenza
la vita
si rompe
e muore.
AI TUOI
OCCHI.
Stelle vagabonde
come vagabonde
uve,
lampi-neon-giglio
o lampi
di giallo-neon,
nidi di
acqua sterile
astenici
miraggi amaranto di fonti
polle di
non saziabili lacrime
immensi
sogni freddissimi
non
raggiungibili lumi.
Il mio
cerebro
ai tuoi
occhi sbanda
e i tuoi
occhi seguire non può
se non a
morirne.
Intramano
cieli
e
uccelli
cardi
ragni
perlati
atolli
vertici
chiari
sbocciano
suoni.
L’AMORE.
E’ ghiaccio
ardente ed è gelido fuoco,
è ferita
che duole e non si sente,
è un
sognato bene, un mal presente,
è un
breve riposo molto stanco.
E’ una
leggerezza che dà pena,
un
codardo con nome di valente,
un andar
solitario tra la gente,
un amar solamente
essere amato.
E’ una
libertà incarcerata,
che
conduce all’estremo parossismo,
infermità
che cresce, se curata.
Questo è
il fanciullo Amor, questo l’abisso:
¿quale
amicizia potrà aver con nulla
chi in
tutto è contrario di se stesso?
Campana che
sventola contro l’azzurro-cielo
fruttuo
risveglio tutto frattale-fratturare
stritolamenti
profondi
e baci
in centrifuga fruttescenza
fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo
m’immillanto mi ammollo mi ammalo
m’innamoro
m’indoro
inodoro
e orzo
biondo-spento contro il lapillante papavero rosso
strapiombo
da cui risalgo per ghiacci e guani
parestesia-anestesia
diffusa di semipresenze-semiassenze
agnizioni
in tralice e riapparizioni di straforo
il
momento d’oro
male
oscuro - male nervoso - male nevoso
scilicet
gioco di
sbieco e intermittenza e paresi di cloni e di eoni
virginea
tristezza quale erbetta da cena-verzura
pungenti
venti settembrini e vini agretti
cane
testardo che rotea fiuta adocchia
e alza
la zampa al cippo di cemento del mio memento
testa di
cane che abbia morta
come un
cane incimurrito l’amore mi perseguita
e in
agguato dietro la siepe mi attende per azzannarmi:
è un
vecchio bastardo
con
sguardo furbesco e sigaretta
tra le
labbre sogghignanti
che mi
guarda spavaldo
ma certo
un giorno lo ucciderò
e fumerò
la sua
sigaretta.
L’amore spiega
tutto ma non sa spiegare se stesso
l’amore
sempre ignora la sua profondità fino al momento
della
separazione
l’amore
non dona altro fuorchè se stesso
e nulla
prende e riceve se non se stesso
l’amore
è la vela che sospinge la nostra vita
che come
una nave è orientata e governata dal timone della
ragione.
ALL’OMBRA
DEL ROSAIO.
Lo sappiamo:
ogni penitenza fatta è stata disattesa,
di nuovo
l’abbiamo rotta,
e la
porta dell’onore ce la siamo chiusa addosso
definitivamente,
riprendendo
il costume della dissolutezza
e la via
della depravazione
il
nostro buon nome è ormai infamato
(non
possiamo più emendarlo)
e il
velo della nostra virtù è talmente lacerato
(non si
può più rammendarlo).
¿Ma a
che serve essere virtuosi e casti e pretti e studiosi
a che
serve, a che giova imparare le lettere e praticare le scienze
a che
pro esercitare le arti e le discipline
se noi
siamo il nulla e nulla il mondo
nulla la
gioia e nulla la morte,
se alla
conoscenza dei segreti non possiamo pervenire
e i
misteri della vita e dell’al-di-là sono per noi impenetrabili
e
imperscrutabile l’intima essenza della realtà
non
conosciamo
quella
parola profonda che non sappiamo proferire?
¿A che
pro dunque agitarsi e turbati aggirarsi tra patimenti
e
pentimenti in attesa del domani?
¿Non è
sensato a causa del nulla soffrire patendo angustiati
sai
infatti forse dirmi qual’è l’ordito della trama della vita?
Accantonati
dunque i discorsi sulle ansie e le angosce
messi da
parte gli affanni e le cure del mondo e della sorte
sciolto
ogni vincolo con il bene e il male
affidato
il tuo corpo al fato
smesso
il vizioso e morboso desiderio della fortuna
d’accordo
con il tempo
viviamo
in accordo con le stagioni
non
crucciandoci oltre per la morte
ma
considerandola oggettivamente
poichè
non è la morte che otteniamo nascendo
ma la
vita che viene strappata al non-essere e al nulla,
e
desideriamo poco fatti savi dell’intimo senso
di ogni
altezza e bassura
e consci
del loro intimo legame viviamo contenti e allegri
ricercando
non la felicità ma la gioia
e
vivendo gioiosamente ogni accidente che ne capiti
liberi
dal bene e dal male
anzi
liberi al di là del bene e del male
al di là
di tutto
ugualmente
ridendo dei capricci e degli inganni della vita
poichè
gioia e dolore sono tutt’uno
non
badando al domani e non rincorrendo lo ieri
poichè
questo è passato e irrimediabile e quello non esiste
poichè
in ultima istanza questo mondo è il nulla.
Non occorre
molto per vivere bene e in letizia:
a me
solo lo
stretto necessario
vino e
cibo a bastanza
libri e
caffè e poesie e sogni
e poi
io e te
seduti all’ombra di un roseto
in un
luogo appartato al di là del bene e del male
e di ciò
che è buono e cattivo
con il
cuore libero e sciolto da ogni legame
mi basta
questo
la
compagnia del tuo dolce e ridente volto di paradiso
tenendo
fra le mani la tua bella chioma
baciando
la tua guancia di tulipano
stringendo
i tuoi fianchi rotondi
e
affondando nel tuo seno accogliente
e così
trascorrere in letizia il tempo che mi è concesso
e
sorridere della mia condizione attuale e di ogni stato
senza
stare ad avvilirmi e nelle inutili occupazioni
e nelle
vane preoccupazioni del mondo perdere tempo
poichè
questo mondo non è che un istante
e in
breve saremo il nulla
e i
giorni non sono altro che brevi fulmini nella tenebra
notturna
e la
vera essenza del mondo sta nella parvenza illusoria
e
l’essere è pari al nulla e il pieno al vuoto.
La vita
è sogno
e come
sogno viverla dobbiamo: pazzi di gioia
cioè
pazzi e pertanto gioiosi.
Misero chi
non è (mai stato) pazzo d’amore per qualcuno
poichè è
perduto ogni giorno che si è vissuto senza amore.
È un
giorno perduto un giorno senza amore.
SE NON
RISPONDO.
Se rispondo
al citofono puoi entrare,
mi piace
la tua compagnia,
soprattutto
quando indossi quella maglietta
che lascia
intravedere i tuoi seni turgidi,
quella
blu con le tette che sbucano fuori libere e sode,
e mi
piacciono anche i tuoi capezzoli così duri
che bucano
il tessuto e il mio cervello;
e puoi
anche fermarti a dormire qui con me stanotte
se prometti
di abbracciarmi come facevi un tempo
e puoi
certamente parlarmi di te (questo è del tutto naturale);
ma se
non rispondo non andartene:
forse
sto solo dormendo o facendo la doccia,
forse
sono solo disteso sul letto a riposare
pensando
alle rose e alle viole,
a Cristo
inchiodato alla croce e ai coni-gelato,
forse
sono solo seduto in mutande sul divano,
intestino
pigro e pene depresso,
ma forse
potrei anche essere arrabbiato e abbattuto,
triste e
solo e disperato,
o forse
potrei star piangendo e aver bisogno di te,
forse
potrei essere intento ad appendere il cappio,
o a
preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,
quindi
non andartene
non te
ne andare,
anche se
le luci sono spente,
anche se
non senti rumori di voci o passi,
anche se
non rispondo non te ne andare:
perchè
forse potrei aver bisogno di te,
forse ho
bisogno di te,
ho
bisogno di te,
e dei
tuoi occhi atroci,
prima
che il mondo si dischiuda e si riveli,
o si
fermi svanendo per sempre.
LETTI.
Esistono
letti d’infinite forme diverse e colori
rossi
grossi e rotondi o quadrati o stretti e lunghi
ma in
fin de’ conti tutti servono alla stessa cosa
e la
gente li usa solo per due cose:
per
scopare o per morire.
Usano gli
stessi letti prima per scopare poi per morire
ma i più
muoiono meglio di come scopino su quei letti
e su
quei letti muoiono più di quanto scopino.
Ma più
di tutto io amo i letti stretti
che a
stento bastano a un solo corpo,
amo i letti stretti dove io e te dormiamo distesi
abbracciati, abbarbicati in un solo respiro
così
stretti che posso vederti sotto le palpebre i pensieri
e quasi
posso sentire i tuoi sogni palpitare,
amo i letti stretti io e te dove giacciamo all’addiaccio
e io ti abbraccio
anche se
so che non è un vero amore il nostre amore:
è più
che altro un fato, un feto, un bambino, un destino
è un
sogno che cresce tutta la notte e poi muore al mattino
è un
sogno ripetuto mille e mille notti e ancora una
finchè
la notte scialba e la sera non perde e imbruna
e il
sogno svanisce e non è più nemmeno un sogno
ma un
milione di occhi ciechi che mi guardano biechi
bui-bui
più bui dei miei pensieri, quelli di oggi
e quelli
di ieri.
E dentro
quegli occhi io t’invento e tu m’inventi
dentro
quegli occhi ecco perchè non tiriamo avanti
e in
questa vita arranchiamo come la risacca sul mare
la
realtà non esiste se non la puoi inventare,
la verità
non esiste se non la puoi raccontare,
la beltà
non esiste se non la puoi immaginare.
COSE.
Ho visto
un binario morto che aspettava di essere sepolto,
ho visto
un vicolo cieco che brancolava nel buio,
ho visto
una volpe col cuore in gola e una zampa in bocca,
ho visto
uomini ricchi e potenti firmare assegni circolari col compasso,
ho visto
un contadino soffiarsi il naso col suo fazzoletto di terra,
ho visto
diabetici morire in luna di miele,
ho visto
un uomo riportare una leggera ferita
al suo
legittimo proprietario,
ho visto
una cicala ereditare una fortuna da una formica,
ho visto
politici conservare in frigo il terziario avanzato,
ho visto
gondole cambiare canale con il telecomando,
ho visto
un libro con l’indice rivolto in segno di accusa,
ho visto
lenti da-sole in cerca di compagnia,
ho visto
una moschea piena di zanzare,
ho visto
un uomo con un occhio pesto al pistacchio,
ho visto
una porta chiudersi in un ostinato mutismo selettivo,
ho visto
un grande regista girare l’angolo e svanire,
ho visto
un verme solitario sposarsi,
ho visto
canguri averne le tasche piene dei loro figli,
ho visto
giardinieri innaffiare le piantine della città,
ho visto
calciatori giocare con un pallone gonfiato,
ho visto
matematici di servizio apparecchiare una tavola numerica,
ho visto
dentisti estrarre la radice quadrata di un dente,
ho visto
un nulla meno di zero al quoto di un bel niente,
ho visto
tossici sguainare e brandire la spada al nemico,
ho visto
un vecchio lupo di mare ululare agli abissi,
ho visto
una puttana di strada senza patente,
ho visto
poliziotti che non erano politi per niente,
ho visto
tutto questo e molto altro,
ho visto
cose e cose che però non eri tu,
e ancora
adesso non riesco a capire
dova va
la musica quando finisce,
dove si
nasconde la notte quando svanisce,
dove si
adombra il cielo quando viene sera,
dove si
cela il sole quando imbruna,
dove si
rifugia il cuore quando spaura.
LA PIÙ
GRANDE INVENZIONE DOPO IL SISTEMA FOGNARIO.
Eri la
più grande invenzione del mondo
finchè
non mi hai scaricato.
Eri la
trovata più geniale della storia
dopo il
sistema fognario.
Eri il
più grande spettacolo del mondo,
altro che
jovanotti e il big-bang!
Eri
musica viva potente e ardente
come il jazz più figo di una big-band,
altro che
il sesso anale e il fisico bestiale!
Eri la
più grande invenzione del mondo
dopo il
sistema fognario (questo è ovvio).
Finchè
non mi hai scaricato per un altro,
cazzo!
Se il
tuo clitoride fosse un citofono
sarei stato
il tuo testimone di Geova!
Ma
adesso tocca a te aspettare
che schiaccino
il pulsante,
e qualcuno
lo farà per te, puttana,
e se non
lo farà qualcun’altro, sarai tu
a premere
il pulsante giallo-verde-blu.
¿Ma che
ti aspettavi che fosse?
¿E che
ti aspettavi che ti dicessi?
È come
la prima volta o l’ultima
come la
volta precedente,
come la
volta successiva:
ecco un
cazzo ed ecco una figa,
ecco una
figa ed ecco i cazzi,
i cazzi
veri e i cazzi come guai seri,
ma ogni
volta pensi che sarà l’ultima
<<Beh
ho imparato.>> ti dici,
<<Non
m’interessa più.>> ti dici,
<<Mi
basta un amore minimo,
e una
custodia per il cazzo.>>
solo un
po’ di comodità
e un
briciolo di fortuna.
Ma in
realtà ancora m’illudo
e
ascolto le tue promesse nel vento
e più le
ascolto e meno le sento,
in fondo
volevo solo farmi una sborrata,
in fondo
eri solo una sborrata,
ma avevi
un culo bollente come l’inferno,
più
caldo dell’equatore, e la tua figa
era la
più grande invenzione
dopo il
sistema fognario,
bella al
di là di ogni invenzione
bella al
di là di ogni immaginazione
bella al
di là di tutto,
ma poi
mi hai scaricato,
mentre
il sole si alza e la borsa cala
e sul
tetto un gatto sornione caga e se ne va
in
assoluta delizia e in profonda mestizia,
e puoi
anche chiamarlo amore
ma è che
non avevo altro da fare
e la
televisione mi faceva annoiare,
ma tu
chiamalo “amore” se vuoi,
sì,
chiamalo “amore” e infilatelo nel culo,
dritto
nella luce debole del mattino,
mentre
la brace si spegne nel camino
che più
non brucia feroce,
mentre l’identico
sole cade s’un fiore
e
l’ultima luce cade sul nostro amore.
TACCHI A
SPILLO.
Sono contento
il più delle volte
sono
contento quando arrivano
sono
contento quando levano le tende
se ne
vanno e si tolgono dal cazzo,
le belle
ragazze pulite in abiti azzurri,
sono
contento quando sento i loro tacchi
avvicinarsi
alla mia porta e sono contento
quando il
ticchettio di telescrivente
di quei
tacchi finisce,
e sono
contento di fottere
e sono
contento che mi piaccia
e sono
contento quando è finita
e posso
tornare al mio computatore
e sono
contento il più delle volte
poichè
continua a cominciare e a finire
e il
sole e la luna e i gatti fanno su e giù
e la
terra ruota intorno alla luna
e Alice
guarda i cazzi e i cazzi muoiono nel sole
e il
telefono squilla e io siedo e aspetto di nuovo
aspetto
di nuovo quei tacchi a spillo.
CHIASMO.
Tu pelle
di ebano e palpebre di velluto,
tu con i
capelli ricci e la chioma di scorpione,
tu con
le dolci mani affusolate e il petto in tempesta,
tu con
gli occhi avvolti da un vago tumulto annebbiati, pallidi e assorti,
agitati e tormentati come le uggiose terre del Settentrione,
tu con
il cuore in perenne subbuglio
e
l’anima in fremente trambusto:
tu eri
per me il coltello puntato alla gola,
smorfia
di monello e canto di usignolo,
tu eri
per me la pistola alla tempia e il cuore in gola,
tu eri
per me il sibilo del vulcano e il ghigno del topo,
il
rugghio del leone alle 6,30 del mattino
e il
sorriso del sole nell’ora del meriggio,
lo
sbadiglio della notte all’alba
e
l’affannoso anelante ansito del giorno al crepuscolo,
la
tempesta nel bicchiere e il lampo di luce nella bottiglia,
la notte
seguita dal giorno e il giorno seguito dalla notte;
ti ho
sempre conosciuta e sempre sei stata mia,
eri
sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto,
tu eri per
me le forbici chiuse dentro il cassetto,
un
incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte,
un
uccello senz’ali in attesa del vento,
lo
specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente,
tu eri
per me la nuda carne tremula e assetata
che brucia
come le calide notti d’estate,
tu eri
per me il sale sulla ferita,
le
ultime pagine del libro e le melodie del suono,
il
freddo di un panchina solitaria nel parco,
l’ultimo
rumore di passi scalpiccianti a sera
il canto
disperato del folle e la danza del sangue,
il
sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento,
tu eri
per me magnetica visione e chiodo fisso,
giglio
in catene ed elabro in mutande;
ti
riconoscevo nell’indecisione dei giorni,
nel
dondolio del pendolo e nell’inclinazione del pendio,
nello
squarcio del lattiginoso fendente della luna,
nel
manto della nera notte,
in
questa vita stanca e annoiata che proprio non va,
nella
miriade dei miei mille polverosi sogni,
in
questa assurda massacrante nullità,
in questa
massacrante devastante sfigurante assurdità;
eri con
me nei paradisi negati e nei campi elisi
mentre
la mia esistenza dissanguava
e la
vita sanguinava macchiando i fiori e l’asfalto,
mentre
le fontane piangevano e la forza languiva,
ed eri
con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria,
mentre
sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba,
e donne
senza amore affondavano le proprie unghie
nella
mia schiena e nel mio cuore sornione
conficcandomi
i talloni nei fianchi e nella pelle
trafiggendo
il mio languore che mai muore.
Ti ho
vista, sai, nei volti dei mille sconosciuti che mi fissavano
impassibili
fissi e spietati, ipocriti e vigliacchi,
mentre
un urlo di rabbia screziava di sangue il sole
il
cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva
e una
volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola
saltando
nei campi con una zampa tra i denti.
Ti sentivo
anche nel vento frizzante
e nella
brezza marina io ti respiravo,
nella
morte che il mio cuore ogni giorno vive
e nella
solitudine dell’abbandono
che il
mio cuore attanaglia
e
perpetra il suo quotidiano inganno di speranza
lungo la
strada del disinganno.
Ma insieme
siamo un chiasmo:
io
triviale scurrile e volgare,
grossolano,
rozzo e dozzinale,
indecente,
indecoroso e spregevole,
becero,
sfacciato e sfrontato,
sboccato
e maleducato in apparenza
ma solo
grezzo come un diamante,
duro e
scabroso fuori, troppo sensibile dentro
e una
carezza basta a procurarmi uno squarcio,
un
mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;
tu
gentile elegante e delicata fuori
ma
incolta e banale dentro
e
incapace di comprendere il mio dolore.
Sembro
rozzo e scontroso, è vero,
ma è
stata la gente e il mondo a rendermi così
e questo
tu non lo hai capito mai:
succede ai
sentimentali,
di
vedersi traditi e traditi molte volte
e finire
per erigersi una corazza
a scudo
nei confronti del mondo
contro
il mondo.
Ma in
fondo io volevo solo una persona con cui stare
in
silenzio e sentire che fosse la migliore conversazione,
volevo
una persona con cui stare insieme
e
sentirsi come due gocce d’acqua
identiche
ma diverse e mai uguali,
volevo
solo una persona con cui condividere piccole cose
affettuose
come stare mano nella mano
a fumare
una sigaretta in balcone
o fare
una passeggiata al parco senza parlare
o vedere
un film in ciabatte e mutande
senza
per questo sentirsi a disagio,
una
persona con cui non dovere dimostrare nulla
nemmeno
di amarla
perchè
già lo sa.
GLI ANNI.
E gli
anni scivolano via strisciando come vermi
e come
vermi anche noi strisciamo lenti nel tempo e nello spazio
mentre i
secoli ci scorrono sulla testa
e le
nostre vite marciscono e si decompongono
si
coagulano e rapprendono in ansie e rimpianti
e
intanto noi non facciamo che far scorrere il tempo
sprecare
il tempo, ammazzare il tempo,
ingannare
il tempo che c’inganna,
mentre
topi di mediocre mestizia
e serpi
di altrettanta sollecitudine,
altre
forme di vita (se così si può dire),
strisciano
sulla soglia del peggior dimenticatoio
di una
ennesima vorace conveniente servitù
proprio
come pavidi e pallidi mestieranti d’accatto
mentre
la vita scorre tra le cosce e i languori
in un
liquore di fumosi trastulli le sedute si sciolgono
nel modo
più prevedibile
anche se
le carni si offrono
in una
promessa che non viene mai soddisfatta
e
restano le più inattese sospensioni
e le
nostre donne non ci amano più
solo la
sigaretta a morderci le labbra
come un
tempo faceva l’amore
ma anche
noi abbiamo smesso di amarle
forse
non le abbiamo mai amate
troppo
occupati ad aspettare la sconosciuta alta e bruna
che non
abbiamo mai incontrato
in
attesa di un miracolo,
in
attesa del miracolo dei miracoli
guidando
seduti nelle nostre macchine sgualcite
contro
il sole di uno stanco tramonto
tanto
più bello delle nostre vite.
So che
sono cose trite e ritrite
ma che
dire
che non
sia già stato raccontato?
ANIMA
CAFFETTIERA.
Quella sera
ero al bar Portobello
e stavo
fumando una sigaretta,
ti sei avvicinata
e mi hai detto
<<Quando
fumi sei molto bello.>>
e il tuo
corpo quasi perfetto
camminava
lungo le strade
lungo le
strade del tuo vestito
del tuo
vestito aderente da scoppiare
e
arrapante da stuprare
che
mostrava cosce da sballo
alla
fine di due gambe da miracolo
e io col
mio sguardo pieno di pretese
risalivo
su per il tuo culo
per il
tuo culo che non ha paese
caldo
come l’equatore
e
bollente come l’inferno.
Bella da
morire e vestita da uccidere
i tuoi
lunghi capelli splendenti
confondevi
me e gli altri,
tutto il
mondo confondevano
i tuoi
lunghi capelli lucenti
come
appuntiti aculei pungenti
come
lunghi affilati fendenti,
mentre
l’eterno sole cadeva a picco
colando
sui fiori e le case
e io
seduto guardavo senza pretese
su per
il tuo culo che non ha paese.
E poi
facemmo l’amore
anzi no,
non facemmo l’amore: noi scopammo
e
scopammo alla grande
scopammo
come luridi conigli
nascosti
dietro i nostri cipigli
in un
oceano fluente di bisbigli
le
nostre gambe come nascondigli
esplodendo
miriadi di lapilli
scopammo
come farebbero due fratelli
e io
conobbi i tuoi occhi
ed erano
occhi di schifoso roditore
occhi di
subdolo impostore
occhi
come due vuoti anelli
più nudi
e crudi alfine dei coltelli
occhi
come arrabbiati diamanti
occhi
come interminati frangenti
occhi
come fragili graffette
occhi
come dure manette
occhi
vacui di squalo
e vidi
anche la tua anima
ed era
anima di freddo ghiaccio
buia
disperata anima all’addiaccio
anima in
triste ricatto
anima in
scacco matto
anima di
miniera
anima
caffettiera.
Infine ci
abbandonammo al sonno
e
l’indomani non ti ritrovai
e
sedetti alla finestra in vana attesa
contemplando
la mia vita cerebrolesa
sedetti
alla finestra e guardai fuori
ma non
ti vidi mai più tornare
forse
eri la solita puttana da scopare
e subito
dopo abbandonare
o forse
non eri in grado di amare
così
presi la macchina e guidai
lungo le
strade
a un
soffio dal piangere
sigaretta che mordeva le labbra
come un tempo faceva l’amore
confuso
nella pioggia
invecchiato
come il bullo di un vecchio film
e chiedendomi
dove fosse finita la buona sorte
camminai
perduto e camminando mi perdevo,
mi
perdevo oltre le montagne viola e azzurre.
Sarà un’altra
caldissima notte insonne questa notte
mentre
la mia nuda carne brucerà nella nuda notte
come la
fredda carne che brucia in padella
come la
fresca carne che brucia nelle notti d’estate
e il
telefono suonerà la sua solita nota stonata
e una
voce dubitosa dirà qualcosa di incerto
mentre
un amore mortale urlerà una bomba a mano
e la
vittoria porterà in spalla un secchio di sangue
le
lenzuola appese fuori dal balcone
come
vecchi piccioni sui fili della biancheria
allineati
come soldati in lunghe linee di rabbia
perfette
come lunghissimi rettilinei di sabbia
lunghissimi
e sottili come le tue labbra
che
disegnavano un sorriso sul tuo viso
lunghissimi
come le strade che portano al macello
come la
lama di un affilatissimo coltello
come la
strada che porta a ciò che il cuore brama
come il
silenzio di chi più non ti ama.
Sarà un’altra
caldissima notte insonne questa notte
mentre
io sto qui seduto in mutande
e ti
aspetto ormai senza più pretese
ripensando
al tuo culo
al tuo
culo che non ha paese.
L’ANIMA
IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.
Non so
nemmeno quante bottiglie di birra ho bevuto
aspettando
che le cose semplicemente migliorassero
aspettando
che la luna mi riportasse l’antico amore
come
riporta le greggi alle stalle e le barche al porto,
non so
quanta birra e vino e rhum e
sigarette mi sono bevuto
dopo
aver rotto con le donne che un tempo sono state mie,
aspettando
lo squillo del telefono che non suona mai,
aspettando
il rumore dei passi che non si sente mai,
e se il
telefono suona è solo molto più tardi
e se i
passi finalmente arrivano è ormai troppo tardi,
birra e
birra a fiumi e fiumi di alcool
la radio
che canta le vecchie canzoni d’amore
mentre i
muri stanno ritti-immobili a destra e a sinistra
mentre
il telefono tace e la vita in pausa giace.
Sono stato
amato a volte, sono stato amaro
ma
scivola ora l’anima in fondo alla bottiglia
mentre
residui di tappo galleggiano in superficie.
IN SOGNO.
In sogno
io dipingo come Picasso,
e parlo
correttamente il greco,
quello
dei vivi e anche dei morti,
e ho
talento e fascino da vendere,
scrivo
grandiosi poemi immortali
e
sareste sbalorditi dalla mia bravura nel gioco del calcio
e dal
mio virtuosismo al pianoforte,
e volo
come si deve ossia da solo,
e
cadendo dall’alto di un tetto
so
atterrare dolcemente sul verde,
posso
respirare sott’acqua
e mi
rallegro di sapermi sempre svegliare
appena
prima di morire,
e
qualche anno fa ho visto due soli
volteggiare
in cielo nello stesso momento
e
l’altro ieri sera ero un pinguino
con la
massima chiarezza possibile.
Ma nella
realtà è tutt’un’altra cosa
e mi
accorgo che tu più non ci sei
è
proprio finito tutto adesso ormai
incredibile
non ci sentiamo più
è
accaduto di tutto
la gioia
e il dolore
la
rabbia e il rancore
i sogni
i progetti e l’amore
mi è
piaciuto tutto
non
avercela con me
sono
solo un uomo debole
e misero
e codardo
è che io
volevo tutto o niente
non mi
sono mai accontentato:
io
voglio tutto o niente,
tienilo
bene a mente;
ora non
ci sentiamo più
ma
lascia che tutto ti accada,
vivi con
allegria la bellezza e il terrore,
qualunque
cosa contenga l’energia
e la
forza originaria della gioia,
non c’è
cammino,
il
cammino si traccia all’andare,
sono
lunghe tutte le strade
che
portano a ciò che il cuore brama,
ma si
deve sempre andare,
si deve
pur sempre andare,
nessun
sentire è mai troppo lontano,
la meta
è sempre fittizia
solo il
viaggio è reale.
VIRUS.
Passano i
giorni e come tronchi marci cedono i concetti,
la carne
e la mente si disfano come aringhe avariate,
la gioia
vola dritto verso il sole su ali di cera,
e
l’angoscia danza su ali di seta
librando
il suo canto di disperazione finale,
le
parole volano come foglie impazzite nella tempesta
e si perdono
nella notte scura come il vino
densa
del fumo delle mie sigarette
ma la
meta finale a malapena di distingue tra la nebbia
e il
corso delle cose si spezza
e si
frange al ricorso della storia,
ogni
schematismo e ogni ideologia vanno a farsi fottere
fottuti
dalla prova della realtà,
il
destino inesorabile viene verso di me,
la vita
è solo la radice quadrata di uno zero al quoto di un bel niente,
i
ricordi come pugnali volanti affondano nel cuore
e come
denti affilati lacerano le viscere con mille sottili lame taglienti,
come il
vento che con vane sequele lacera le vele
i
rimpianti bruciano dentro di me come sale sulle ferite
e il
coltello rigira nel mio petto come un frullo impazzito
nel
fiammeggiante meriggio luttuoso,
mani
ruvide e ustionate dai morsi del freddo-ghiaccio,
cuore
all’addiaccio nelle notti senza luna,
ossa arrugginite
dal vento di brina.
Solo il virus tiene duro.
MIRACOLO.
Come per
miracolo il sole gira
come per
miracolo gli uccelli volano
come per
miracolo il mare ruggisce
come per
miracolo la pioggia cade
come per
miracolo la sigaretta brucia
come per
miracolo il giorno splende
e
splendi anche tu
e mi
guardi e mi sorridi
e mi
abbracci e mi baci
e mi
baci e mi ami
e allora,
come per miracolo,
la mia
vita si ridesta e corre.
Come l’alba
scioglie il trucco della notte
come la
notte cancella gli affanni del giorno
così tu
spazzi le mie paure,
dissolvi
le mie imposture.
TU MI
GUARDI.
Tu mi
guardi e il tuo sguardo
è un
funambolo sul filo del rasoio
un Icaro
sempre sull’orlo dell’abisso
un
ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo
con un tamburo che urla sul tetto
un treno
che deraglia e si accartoccia come una foglia
una rosa
che ha roso il mio cuore s’è mangiata
un pesce
con l’ala spezzata
una
rondine ingabbiata tra le quattro mura
del mio
cervello
un
cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un cane
che ulula alla notte e ringhia alla morte
una
volpe con la zampa tra i denti
e il
cuore nello stomaco.
Tu mi
guardi
e il tuo
viso è un cielo autunnale
rannuvolato
un momento
e subito
dopo sereno.
Tu mi
guardi
lunatica
amica
e sul
tuo volto di luna
sorrisi
e cipigli si rincorrono
come il
sole e l’ombra
s’una
rada battuta dal vento.
Tu mi
guardi e i tuoi occhi
sono
occhi di solitudine e disperazione
occhi di
silenzio e abbandono
occhi di
tenebrosa e offesa bellezza
i tuoi
occhi sono un vago tumulto
un vago
scintillare di oasi nel deserto
un vago
guizzare di vita come tra nebbia lampi
o come
pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
INSONNIA.
Al limitare
del giorno
allorché
la notte fa senza pudore
del tuo
corpo un fiore discosto
io in
assurdi spazi cosmici trasvolo
e sudo
dove resto solo.
Solo confuso
e smarrito nei tuoi grandi occhi neri
che mi
fissano dal soffitto e mi guardano non vivere
appeso
alla ragnatela dei miei pensieri
intrappolato
nella rete dei miei piaceri
soffocando
nell’aria che non posso respirare.
Sterile figlio
della notte infeconda il rimorso
vaga nei
labirinti della mia insonnia
appeso
ai filamenti di latte coagulato del ricordo
teso
come una spada-di-Damocle sul mio sonno.
È un
albatro che canta le sue orribili nenie
contro
le calde spire della notte isterica
le sue
grandi ali mi conducono a sperduti liti
dove
t’incontro di nuovo, perduto amore,
e la tua
stellata fronte rivedo
e i tuoi
occhi scolorati bacio.
PIOVE...
...e l’acqua
fresca mormora tra i rami effondendo profonda quiete
e il
vento stormisce tra le foglie spargendo malvaceo odore
e la
pioggia marcisce la sera
e in
valli e vette non voce risuona
e ultimo
si ode il flessibile fruscio
della
serpe che rintana
e da
terre luce fugge fluendo
in un
cieco fiume senza fine
e i miei
incubi cinguettano scemenze
e la
violenta luce di un tramonto viola
offusca
il giorno
e la mia
ombra mi scivola accanto
in una
pozza d’inchiostro
e il
tramonto è trafitto dal fulmine-rosso-sole
e il
vento tormenta mari e monti
e ci
ulula addosso dal nulla provenendo
e
furioso al nulla avanzando
e le
acque gonfiano nubi e fiumi
e i
nembi incombono
e
impetuose tempeste rombano
e il
grido dell’uccello che annuncia l’inverno
cupo
percuote il cuore e il bronzeo occaso
percorso
da lame taglienti
e il
cielo a scaglia a scaglia lento si annera
nella
sera crepitando e vomitando
una nera
nera tromba attorta
di
schiume morte un’oscura ghiera
e io
fatto parole
dissolto
in milioni di parole
disciolto
in miriadi di sillabe
resto
senza nulla da dire.
OSSESSIONE.
Nel cuore
dell’oscura notte
io
solingo
e trafitto da un raggio di luna
sento
solitudine come un brivido sotto pelle
come se
fredde mani
con
glaciali dita percorressero
gli
interstiziali spazi del mio corpo.
Camminando
in mari notturni
mi
ritrovo in arcipelaghi insonni
a me
fraterni
e
trafitto da un raggio di luna
tremo
come un mare di grano
percosso
dagli zoccoli del vento calpitante.
Cammino di
notte
per
strade povere e sterri
disgraziato
e folle
fratello
dei cani
sempre
cammino
ma a
mete conclusive mai arrivo
e
percorro albe trame strade
su treni
carri e scafi
ma
luoghi dolci non trovo
sempre
cammino
con
passo straniero e amico
nei
deserti della notte puttana
senza
nessun conforto
senza
nessuna meta
senza
nessun reale obbietto
senza
nessun reale desiderio
senza
nessun dovere
senza
nessun limite
se non
la notte e il giorno
sempre
parto
e
cammino
e mai
arrivo
e per
eccitarmi ancora
in
eterei e sucidi amori suicidi indugio
a
disdicevoli torture amore sacrificando.
OSSESSIONE
2.
Quando all’ultimo
lume del giorno sorride il vespro
e gli
occhi china mesto
e in
gola soffoca ogni pensiero
io in te
ascondo i miei pensieri che non posso rivelare
e le mie
follie che non posso urlare
in te le
mie paure occulto che non posso confessare
in te i
miei sogni celo che più rivelano me stesso,
più di
ogni verso, più di ogni gesto.
LA SERA.
Viene la
sera e il crepuscolo
è una
sera rossa e azzurra,
un
reticolo di ombre ci avvolge
d’insulse
inerzie e turbinose braci
perfettamente
geometrico,
inesorabilmente
composto,
siamo un
ribollio di paure e desideri,
noi
siamo un rattenuto pianto,
e con la
sera e nella sera noi tentiamo
vanamente
esili passi sugli abissi
i vuoti
e il niente annichilente
muore
l’afflato nel vuoto
si perde
nell’etere muto
il mondo
ritorna dal fondo del profondo
da
cisterne inabissate e ipogei e gallerie
e
vibrano il viola e il rosso e il nero
e l’uva
e la spiga accennano
traspaiono-bisbigliano
pudiche frasi caduche
che al
primo luce del giorno piegano il volto.
LUNA.
Sorella dei
marmi e dei mormorii,
sorella
delle atonie e degli oblii,
sorella
dei sonni e dei sogni,
delle
anime smarrite nel dubbio,
luna
sorella nell’affanno del cuore,
canto
del pendolo bloccato,
condanna
che in ogni ora incombe
ma mai
invera,
sorella
di malinconie nelle vene,
assenza
di segno e virgola del cielo,
sei
l’astro del tempo,
l’effimera
effigia delle caduche scadenze
che ai
morti negano il ritorno,
sei il
sentimento non espresso
l’assoluto
ermetico
il verso
mai scritto e il pensiero mai detto,
sei il
sibillino sussurro e il murmure del vento
frammento
e oscuro logo
profezia
dei recessi
ritrazione
e afasia
respiro
sordido e beffardo del cielo,
sei
l’estremo imo sconfinante
il colmo
traboccante
il
culmine tramutante
il
terrore angoscioso
l’estremo
imo infinitivo che involge e sconfina
il colmo
che trabocca da un dolore crudele
il
culmine che tramuta in decrescenza e sprofonda
nel
terrore annegando nell’angoscia dell’agonia,
sei la
soglia del tormento
il
confine del firmamento
il moto
del dolore
il
dolore del vuoto immoto
immobile
l’angoscia
che rode e non dissolve
la
poesia più veritiera
o l’urlo
disumano,
senza
parole come la vita
sei tu
la poesia più reale e sincera.
LA RABBIA.
Amore mio,
finché gireranno gli astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le notti
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia sarai,
mia magnetica visione e mia ossessione,
mio sesso e mia castità,
mio impeto e mio chiodo fisso,
mio elabro in mutande.
Amore mio,
finché tu esisterai
esisteranno paura e angoscia
poiché non è altra pena
fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire;
e allora nessun tormento mi sarà estraneo
poiché su te dovrò vegliare
e ogni possibile male annientare.
Ma, amore mio,
quando tu più non sarai
per me sarà il buio,
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
Amore mio,
il tuo volto è la mia luna
il tuo corpo è la mia notte
il tuo sorriso le mie stelle
e tu, tu sei la mia rabbia:
sprofondano le tue dita nel cervello
quando l’oscuro crine scioglie la notte.
Amore mio,
Finché vivi, e vivo,
non esiste pena più grande
fuorché sapere che tu esisti e possa soffrire:
tu sei la mia schiavitù di saperti viva
sei la mia ossessione di saperti tangibile
sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel momento stesso in cui ti afferro,
ombra fuggitiva d’ideale piacere.
Tu sei per me la rabbia.
Tu
sei per
me
la
rabbia.
LA
RABBIA 2.
Amore mio,
finché gireranno gli astri e le stelle
e
sorgeranno i giorni e le notti
allora
anche tu esisterai
e la mia
ragione e la mia rabbia sarai,
mia
magnetica visione,
mio
sesso e castità,
mio
impeto e mio chiodo fisso,
mio giglio
in mutande.
Amore mio,
finché tu esisterai
esisteranno
paura e angoscia,
poiché
non è altra pena
fuorché
sapere che tu vivi e possa soffrire;
e allora
nessun tormento mi sarà estraneo
poiché
su te dovrò vegliare
e ogni
possibile male annientare
Amore,
mio, finché il mondo girerà
non
esisterà altra gioia
all’infuori
della tua allegria,
mia dolce
venere lunata
che come
venere sei,
prima
stella e ultima del mio cielo;
e altro
non conoscerà il mio cuore
all’infuori
del suo rosso cruore
che
giace sepolto
in un
dolce sepolcro
naufragato.
Ma,
amore mio,
quando
tu più non sarai
allora
per me sarà il buio
poiché
non è altra luce
se non
quella che tu irradi
quando
mi guardi
e
dolcemente sorridi.
Amore
mio,
il tuo
volto è la mia luna
il tuo
corpo è la mia notte
il tuo
sorriso le mie stelle
e tu, tu
sei la mia rabbia;
finché
vivi e vivo
non
esiste pena più grande
fuorché
sapere che tu esisti e possa soffrire:
tu sei
la mia schiavitù di saperti viva
sei la
mia ossessione di saperti tangibile
sei la
mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel
momento stesso in cui ti afferro,
ombra
fuggitiva d’ideale piacere.
Amore
mio,
tu sei
per me la rabbia.
Tu
sei per
me
la
rabbia.
L’ETERNITÀ
È UN GIORNO.
Fare l’amore
nel sole mattutino
fare
l’amore in una stanza d’albergo
fare
l’amore in un’alcova
fare
l’amore in un talamo
fare
l’amore in una squallida camera in affitto
in uno
sporco appartamento da quattro soldi
che
affaccia sul vicolo angusto e lurido
fare l’amore mentre barboni vagabondi razzolano nel
pattume
cercando
una cicca o gli avanzi di una pagnotta ammuffita
fare
l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue
fare
l’amore mentre Fellini gira un film
fare
l’amore mentre gli altri lavorano
fare
l’amore mentre la pioggia trafigge il vento e scuote gli alberi
e gli
alberi piovono il proprio manto di foglie
che si
sfalda scaglia a scaglia
fare
l’amore davanti a una cartolina sbiadita
fare
l’amore cioè scopare e amarsi,
amarsi
una volta ed essersi amati per sempre,
amarsi
una volta è amarsi per sempre.
Potrebbero
essere anni secondo il metro comune
potrebbe
essere un sempre eterno
ma nella
mia testa è solamente una frase
un
lampo, un istante
un
baleno, un momento
un
giorno solamente
ma sono
così tanti i giorni uguali a questo
la vita
proprio non va
accosta
e arresta sul ciglio della strada
e io
scendo e ripasso da quel vicolo
e penso chissà
dove sarai adesso,
e mi
fermo a fumare una sigaretta
in
ricordo dei vecchi tempi.
Chissà dove
va la vita quando si ferma
chissà
dove va la vita
quando
se ne va.
CHISSÀ.
Chissà dove
va la musica quando se ne va, chissà!
Chissà dove
va la vita quando se ne va,
chissà
se esiste ancora il numero per l’ora esatta,
chissà
se la legge lo sa di essere uguale per tutti,
chissà
se le dispiace non essere speciale per nessuno,
chissà
se il brodo di giuggiole esiste,
chissà
se quando ti lasciano perché ti amano troppo
chissà
se poi soffrono almeno un po’,
chissà
se i film francesi li fanno apposta
belli ma noiosi,
chissà
se le coppie che non dicono ti amo
chissà
se sanno poi amarsi in silenzio,
chissà
perché il telefono squilla sempre quando non ci sei,
chissà se
quelli che dicono <<Non sei tu: sono io.>>
chissà
se alla fine hanno capito cosa sono io,
chissà
se i vermi solitari poi alla fine si sposano,
chissà
dove va la musica quando finisce,
chissà
dove va la notte quando svanisce,
chissà
dove va l’amore quando se ne va.
LA BELLA ESTATE.
È Estate
e il tempo passa lento
anche se
non siamo in Brasile
e in
petto mi cresce un sentimento stanco
che
prende il ritmo di un tormento
come uno
svogliato andamento lento
come un
triste presentimento
come uno
serrato battito di vento
che
soffia, e spazza via tutto attento.
È estate
e io voglio rimanere un mistero per te
sorprenderti
con il colore degli occhi
come
strisce di luce in un orizzonte di rame
è estate
e io vorrei sorprenderti stasera
con il
segreto di un gesto distratto
come il
vento che suona inatteso
che
d’improvviso nasce e poi si spezza
nell’ora
che tacita si annera.
È estate
e, come canta Neruda,
vorrei
fare con te
quello
che il sole caldo di Luglio
fa con i
ciliegi.
Ma l’estate
è così bella
che non
mi viene in mente niente
di serio
o profondo da dirti.
¿E che
posso dirti?
Sono solo
un verme, uno scarafaggio
occhi di
roditore incallito
e cuore
di topo vigliacco
e poi
d’estate i muratori iniziano alle 7
e io non
riesco manco a pensare
i
pensieri mi si rompono in gola
e non so
più come dirli
e i
giorni passano tutti uguali.
Ma noi
non ricordiamo i giorni
noi
ricordiamo gli attimi
gli
attimi d’incomparabile ebbrezza
gl’inconsistenti
sprazzi di bellezza.
¿Che cos’è
in fondo l’estate?
è solo
un immenso fiume rossiccio
è solo
un terso fiume di terriccio
è un
ricordo, un rimorso, un rimpianto
come una
lacrima d’oro in un mare amaranto
un
sorriso chiuso tra quattro mura
imprigionato
nella memoria che non dura
che
lentamente scolora e sfolla
è la
pelle che il serpente da sé scrolla
è la
zanzara che s’impiglia
nella
rete degli eventi
è la
nave che squarciata s’incaglia
nel mare
che strozzato gorgoglia
e livido
sfalda, scaglia-a-scaglia.
Nell’oceano
dei venti
per
essere sempre vivi
essere
per sempre morenti,
come
alghe nel mare delle correnti.
OCCHI-SOGNO.
Giuro nel sonno
figlio dell’aurora boreale:
una vela abbandona un occhio
il rosso mare rosso si spande sui monti
ma non è una vela
è una lacrima
è un pianto
la vela che abbandona i tuoi occhi.
¿Perchè piangi?
L’acqua che prorompe dall’occhio e sgorga
dal ciglio
che tremulo dipana
fluisce come una rapida cascata
a scalare il ripido pendio di quel bianco
profilo
privo di pupilla.
Ma questo profilo non è un profilo
è uno scoglio
un gelido monumento agl’imbocchi di quel
mare interno
che pure è un mare di lacrime ondose
e io mi domando
che aspetto avrà mai l’altro lato di
questo volto che piange:
grigio forse come quel paese che
continuiamo a scorgere?
Poi la vela continua il proprio viaggio
dentro l’occhio che si spalanca sul grigio
dell’altro versante
e così questa barca si fa messaggera
(ma il suo messaggio non promette granchè).
Poi la vela reca un occhio
che solo la mente può vedere
un occhio di bragia
un occhio di grigiolenta cinigia
la pupilla fiammeggiante nel campo nero
della certezza:
vi saliamo dormendo
e così abbiamo visione di ciò che rimane da
sognare.
Spopolate-spappolate sono le alture della
vita,
il mare rubrico di sangue inonda il paese.
VENERE
LUNATA.
Solitarie
disperse strade ferrate
solo da
trombe di vento percosse
abbandonate
obliate obliviate
risuonano
di canicola e afrore.
Il mio
cardato strigliato cuore di cardo
il mio
avariato amaro cuore avaro
strozzato
dalla ruvida corda
freddato
dal cardiopalma fulminante
fulminato
in corsa per le stelle
e pure
io fra poco sarò pietra
caldo
eppur gelido.
Ma se in
questa futile sera tu venissi a me
e a me
recassi di nuovo il tuo candore di bimbo accigliato
e la tua
fulgida bellezza di ragazzo
la tua
rassegnata bellezza di vecchia
allora
la mia chioma il mio crine i miei capelli sussulterebbero
di gioia
ritrovando in casa il tuo odore
che
scivola su le pareti e s’impiglia ai miei capelli
come
rugiada quando si spande su prati ed erbe.
E sì,
che se in questa futile sera potessi giungere a te,
tutto ti
racconterei di me, tutto quanto
è e
quanto non è,
e tu
sgraneresti stupita occhi e palpebre
e infine
mutando pensamenti mi baceresti
e se in
questa futile sera tu venissi a me
non tra
frastuono di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi
ma tra
gli angoli acuti del mio cuore io ti porterei
e le
cuspidi del mio cervello proteiforme ti condurrei
e gli
spigoli della mia anima molteplice e invereconda ti guiderei
e le
spire attorte-involte della menzogna ti mostrerei.
Poichè non
esiste altra gioia
fuorchè
sapere che tu esisti
dolce
venere lunata
che
quale venere sei la prima stella del mio cielo
e
l’ultima.
SAPORE
DI ME.
Alla tua
bocca io bevo sapore di me e succo di non-essere
in
trombe ritorte di spuma marina che rinfresca come brezza
io
ridotto a mera puntura di zanzara
all’interno
di uno tetradimensionale spazio infinitivo-negativo
e
deviante per smarrimenti, infinitesimali fughe e regressi
ad infinitum
in
tunnel di flebili rigurgiti di luce
e tu
e tu
bevi (da) me e succhi succo di granitico melograno
e ingoi burrosi
lumi e trasudanti gelatinose stelle cadenti
marcescenti
come un pus.
IO.
Lucore retro-flesso
si dipana in risibili strutture di albe aurorali
disarmonie
di formicai e atonici schemi di afosi lacrimaî;
grappi
di ustioni marcescenti
grumi di
corpi-terra-carne esiliati
infinitezza
di lune-falci fra messe di raggî
metallici
euforie
di luglio
sbadigli
di capre in calidi meriggi
viscere
sforzate da tisici conati;
carità
priva di potenza
forza
priva di grazia
e alma
sgomenta da effimeri presagi;
in
orribili lividi mattini giaccio contratto
in
imposture di scomposte voluttà
in gesti
vanamente ripetuti
in
palpitanti disinganni
in
dolori privi di riscatto
in
violenti autunni di buio
in
dissociate verità
in cupi
silori
in
pervicaci pertinaci rancori
in
rugghianti terrori
in
risvegli perpetui
condannato;
in
macilente spire
infrollendo
cola il
cuore
a muri e
ripidi respiri;
occhio-alito
di profondo nitore
colori-atomi-assenza
di fragile quietanza
l’io-me
volita in fiotti di nuvole-ombra
fra
fiumi-sussurri e mani-lingua-respiro guatanti
da siepi
assonnati e colli diffidenti
ma la
vita è solamente una faglia-crepa priva di fine;
da
fragili dubbiose piogge volgerà a noi
crosciando
fra piante rami e foglie ombra
e
tremando acqua in trepidi abissi di tremebonda oblia
precipiterà
in tiepidi miseri specchî-lago
(qui ier
bevvero agili lepri e orticanti rancori);
morde -
brucia - rode questo lume orticario
ed è
urto di pietra
belvigni-selvigni
gridi-amori
viluppo
di serpi e stoltezza di muschio fermentante
bollore
di polle acquee setose
abisso
di cartone abisso di carbone
piaga
anfrattosa dell’estate
albe
sordide di droga fracide
scoppî franti in
migliaia in migliaia
sangue
assassinato in limine per limite
orgasmo-tosse
aggelata
interstizî di
celeste furore
putrido
orgiastico liquame emorragico
tricotico
piumeggiare di verdicanti diagrammi trisomatici
disquamare
di ultrasonici albori
affranto
orticare di parentesi quadrate
roridi
ganglî di
fatiscente bellezza
fimosi
fimbriati prepuzî
e fimo
di umani sogni desiderî speranze
racchiusi
rappresi
in
sillabe labbra clausole
distorte
contorte-rattorte.
COME UNA
MOSCA.
Come una
mosca impigliata a reti di losca bava
respiro
in apnea d’imminenti ragni-orrori:
il mio
amore per te è pneumonia in atto
fra
gessosi scogli di gas e gassosi venti
di gesso,
un
offuscare d’iridi sfavillanti sventrate dal geloso freddo-vento
trasudanti
viluppi di teorie e coaguli d’auro e d’argento
aggrumati
in piombo-stearici tramonti screziati di fuliggini
in un
cinereo vuoto di franoso seccume
ritorto in
latenze di tendini montali e creste incrinate
fra
accartocciare di foglie bruciate dai raggi della luna-arsura
e ansare
strozzare soffocare di rivi gorgoglianti
tra
fruscio di sterpi e sibilo di serpi
nel
decomporsi gassoso di selve tumescenti
e
spirare di strade lunarizzate in attorte geldre di spasmi
e
grappoli di ulcere sobillanti-sibillanti tumidi acidi liquori.
CIELO-METALLO.
Cielo-metallo
accelerato allungato in spazî negativi
in
antenne affilate oblungati sensi e segni sublunarî
affebbrato
silore fibrillante fervente fervescente
ammucchiati
strati di tempo eterno in coma
profili
non reperibili di grembi e ingolfati ventri pelagici
alburno
bagliore-insetto-lago
albume
di occhio-giorno e occhio-atro
nubi
quali elitre volitanti calcitranti
spine di
pioggia madide di allergie
in
questo ispido spazio mani serpenti
e
repenti diti umidi di allegrie
lume
vagante in questo mondo erratico
bolle
fetali rampollano
fonti
pollano incupendo e post scintillando
petalo
erba e lembo muovono a zoccoli ventosi
monadi
folle fenomenologie radianti corrono
in giri
viziosissimi frigge questo mio cervello consunto
in
vettoriali funzioni brulicano trapani e cuori
in vita
morti viventi ambiano penduli
in
crapula marcisce il mio sesso
in
primavera sciamano giambi e coriambi
oh
primavera
oh
crapula
oh vita:
io vengo
a voi scabroso
io vengo
a voi desioso
io vengo
a voi penoso
ammiccante
strisciante drusciante
premendo
a lanugini ondosi
e
amniotica clorofilla
sonnolenta.
SOGNI.
Oggi che
l’aria è mossa da vento
vedi che
i platani oscillano
un’estiva
ombra spargendo
e
tremano i cipressi
e
cantano le fronde palpitando
e si
trastullano i ruscelli
con loro
acque monelle
giocando
e spumeggiando rugiade
mentre
noi in questo rivo di paradiso
i nostri
corpi stanno
in un
nodo stretto
stretti
legati.
Su,
lasciami sognare:
in fondo
i sogni sono solo bave di anima
aleggianti
in refoli di molecole
di
nessuna fretta.
L’AMASIA COREANA.
Una volta mi disse:
我離過三次婚,我有三個孩子
我的第一任前夫用我的名義負債了2百萬新台幣
我的第二任前夫習慣打我,
甚至在我們的孩子以及他媽媽面前
我的第三任前夫沒有工作當時,
他習慣和不一樣的女孩們出軌,
甚至也常常打我
我在去年五月離婚,然後我就一直都沒有交男朋友
離婚之後我有過幾個一夜情的對象都是外國人
我的生活很辛苦,我總是失眠
我從昨天起床之後到現在還沒有睡覺過
因為我不想要服用我的安眠藥,
我總是在非常疲勞的時候才有辦法入睡
你有什麼想要問的?
每個接近我的男人都只想跟我做愛
但是我希望能夠有人是真心的想要擁抱我,
而不是因為性需求才擁抱我
조혜님
<<E
pur sapendo chi sei,
che sei
libero da errori,
e ti
ritrovi in un luogo
dove
tutti sopravanzi,
sta'
attento a ciò che ti dico:
sérbati
umile e mite
perché
forse stai sognando
anche se
sveglio ti credi.>>
Pedro
Calderon de la Barca:
“la vita è sogno”.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.
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