"BUSILLIS"
“BUSILLIS:
isotopie, ecolalie, glossolalie,
de-componimenti e superfetazioni.”
di Manuel Omar Triscari.
<<Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie.
Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive quel fesso?
Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.>>
(Aldo
Palazzeschi: “L’incendiario”: “E lasciatemi divertire”).
0) POESIA SCLEROTICA (PROLOGO).
Il trasformarsi di ogni discorso, anzi di
tutto in mero significante, anzi in lettera; il sospetto che lo “io” fosse una
produzione grammaticalizzata dell’immaginario, un punto di fuga e non una
realtà: c’è questo alla base di “busillis”.
Ma come si poteva veramente affermare,
dire, enunciare tutto questo? Non ne sarebbe rimasta la bocca irreparabilmente
muta? Non ne sarebbero andati in corto circuito i relais cerebrali? Da nessun luogo mi giungevano allora effetti di
verità che non fossero distruttivi. Il mondo falsificato, la civiltà dei
consumi, il rumore dei media, il cicaleccio televisivo, il cicaleggio
informatico, stanno visibilmente intaccando la possibilità di una stessa
esistenza autentica, e gli spazi di silenzio (anche interiore) necessari a una
vera comunicazione “io-io” e “io-tu” si riducono sempre più: tutto reca la
traccia dell’onnipresente brusio di sottofondo; tutto è ridotto a frammento
plastificato e filtrato dallo schermo, dal diaframma: come può la lingua
esimersi da tale esiziale destino?
Le vie praticabili erano due: farsi
attraversare dall’interminabile proteiforme chiacchiera inautentica oppure
scavalcare il linguaggio in direzione del silenzio, della costruzione del nuovo
linguaggio ipotetico e artificiale dell’immagine. Ovvio che la scelta sia
ricaduta sulla seconda possibilità alternativa soluzione. La quale a questo punto non era più il frutto
di una ricerca di corrispondenze segrete fra due o più oggetti distanti fra
loro come in Montale (e in generale nella poetica del correlativo relativo) o
Breton e in tutto il lirismo moderno, né un prodotto a funzione
estetico-poetica positiva, ma un fenomeno-effetto con funzione reificante che
si riscontra solo nella scrittura ma appare collegato a un fenomeno-causa
oggettuale che si realizza nella realtà dunque l’effetto di una collisione
fortuita e improvvisa fra fatti, eventi ed avvenimenti che dal grado zero della
scrittura (la realtà come si presenta ai nostri occhî) cola e si condensa nel
testo (o realtà testuale) scritto (o, meglio, trasmesso) da un artifex-technitis assente e collocabile in un altrove inesistente
producendo un altro fatto/evento/avvenimento. E uso i termini artifex e technitis non a caso ma per ribadire e rivangare il sovvertimento
del codice che regolava il rapporto autore-scrittura sul modello aristotelico
connesso all’ordine della technè
appunto, cioè dell’officina creativa. Conseguenze:
1) La lingua letteraria viene assunta come
una lingua naturale: all’interno di questo paradigma tutto è lecito. Ne deriva
un massimo di alienazione linguistica, ottenuta portando all’incandescenza il
livello di artificialità letteraria del linguaggio, livello oltre il quale si
delinea un pericolo di deflagrazione linguistica: il lessico accoglie elementi
espressionistici, inserti di latino, latinismi, arcaismi, termini impoetici e
delle lingue speciali, stile nominalistico, agglutinamenti lessicali con
trattino polivalente; sovrabbondanza sinonimica con abnorme utilizzo dei
participi. Le stesse citazioni e allusioni letterarie (sovrabbondanti) sono
trattate alla stregua di altre componenti della lingua, pura e inerte materia a
costruzione: in questi poemi l’autore esercita una zanzottiana “strategia della
conflagrazione intersegnica” (secondo l’espressione-definizione del Testa). La
densità lessicale è corrispettivo speculare e complementare della rarefazione e
sublimazione del senso: la quale viene però cercata non nella lingua letteraria
ma in un linguaggio ultimo (ma nel senso di “ulteriore”); lingua che ha il
vantaggio paradossale di non esistere e di non aver mai subito alcuna ipostasi
storica e dunque di poter scrivere essa stessa le proprie regole; si spiega
così la presenza fittissima, foltissima e densissima di sostantivi che e-spremono
stati o moti dell’animo in un processo diffuso a macchia d’olio di astrazione
derealizzante e dereificante, la persistenza di forti inarcature e di coaguli
lessicali e slittamenti di significato (il tutto in un quadro di
dispendio-sperequazione lessicale di carattere precipuamente manieristico).
2) Lo “io-poetante” sembra ridotto alle
sole modalità dell’esistenza linguistica.
3) Trapasso da una istanza espressiva a
una istanza metalinguistica.
4) Polarizzazione fra elementi che
manifestano un cedimento nell’informale e altri di tenore iperletterario con
effetti di tono ‘specialistico’.
5) Atomismo linguistico: i significati
culturalmente acquisiti passano in secondo piano rispetto alla (fredda e
asettica) equazione matematica del linguaggio, fatto di ricomponimenti,
componimenti, recomponimenti, discomponimenti e decomponimenti lessicali
mediante affissi ed elementi secondari; spesso e volentieri i termini sono
investiti da un’aura etimologica che ne sviluppa ogni valenza rizomatica in
seno alle proprie possibilità logiche-formalistiche-matematiche provocando dei
nuclei gangli di diramazione del senso resistente alla lettura-declamazione.
6) Fono-simbolismo o simbolismo
fonico-vocale: l’armamentario delle figure retoriche è portato all’escandescenza
e ridotto all’osso, organizzando direttamente la produzione del senso: il
procedimento determinante è la figura etimologica, accompagnata
dall’allitterazione, dando luogo a effetti glosso-ecolalici e giochi
etimologici e paretimologici: la diffrazione si avverte soprattutto nel gran
numero di termini prefissati, adatti a convogliare ellitticamente il ventaglio
trascolorante delle dinamiche mentali e sensoriali, in assenza della
soggettività.
7) Disposizione ludico-parossistica nei
confronti del linguaggio: che comporta, tra l’altro, la creazione di neologismi
logici, sulla base della esasperazione dei moduli formativi delle parole, la
quale sembra un fenomeno di regressione allo stadio infantile del linguaggio e
dell’esperienza.
8) Inoltre, disarticolazione del discorso,
che estromette le strutture logiche o argomentative, producendo agglutinazioni
lessicali, eliminando la punteggiatura e incrementando esponenzialmente il
tasso delle inarcature; e marcata orizzontalità dei versi e della pagina, ad
accusare la prostrazione e lo spappolamento della lingua: i versi che sono
pronunciati corrono in modo ellittico e veloce, come per il timore di un
imminente black-out in uno spirare
depressivo dell’elocuzione.
9) Assenza di precisa fisionomia tematica
o fili conduttori di sorta e assenza di significati stabili e stabiliti: il senso
(non il messaggio, che è del tutto assente) finale scaturisce da un groviglio
di antinomie, controsensi, divieti di accesso e strade vietate, o di sentieri
interrotti alla Heidegger.
10) La lingua italiana in quanto lingua
nazionale, appare ormai imbalsamata, e sempre più prossima alla fine, minacciata
com’è dall’incombente minaccioso anglismo che ormai pervade tutte le lingue
nazionali minori, impantanata in un processo fossilizzante che la impastoia. Oggi
l’italiano è in pericolo di divenire esangue, esanime e amorfo, puntellato
com’è di stereotipi fossili e cascami video-burocratici nonchè già abbastanza
inutile nel momento in cui finalmente è arrivato a imporsi a ogni livello
sociale e culturale giacchè parlata in un’area sempre più ristretta rispetto
alle altre grandi lingue e quindi assimilata a un dialetto ma senza le stesse
facoltà di adattamento garantite dalla mancanza di una norma precisa di
censura-abilitazione sociale sicchè la situazione dello scrivente italiano pare
assolutamente incerta, precaria, angosciosa, dubbia, prossima alla fine:
dovunque spira aria di genocidio, benchè ancora in sordina.
Per questo ultimo motivo, io qui avanzo la
proposta di stabilire un codice sufficientemente mobile e specifico in grado di
difendersi tramite le armi di una sorta di logicismo razionalizzante. Questa poesia
è il risultato della sfiducia nel concetto di opera-libro, nella convinzione
dell’impossibilità di comporre un libro organico che assuma una determinata
visione del mondo, un punto di vista sul mondo. Effettivamente, in “busillis” la lingua collassa parimenti alla
cultura, come un edificio sotto la pressione dei carichi, o come un universo
negativo imploso su se stesso, o come una stella per il prevalere della forza
di gravità; e il valore finale e profondo dell’esperimento sembra consistere
proprio nell’essere sede di significato reale proprio mentre si configura come
negazione di senso istituito: quest’opera è
il disegno cancellato di un vuoto, l’eco espressa di un silenzio, l’ombra
abolita d’uno splendore.
Il libro è combattuto e dibattuto fra una
patente necessità di dire, capire, testimoniare dall’un lato e dall’ultimo un
altrettanto lucido, dichiarato, ossessionante, motivato senso della difficoltà
di farlo, e forse in versi meno ancora che in altre forme. Da questa
polarizzazione, dal dissidio e dall’impossibilità di verificare e determinare
la relazione fra i codici istituiti della realtà e la realtà stessa, fra i
codici della cultura e i codici dell’esistenza, fra la lingua che non sa e dice
e l’esperienza che sa e non parla; la poesia, nell’impossibilità di aprirsi a
tale relazione in funzione comunicativa, sociale, politica, finisce per
chiudersi sterilmente in se stessa, fino all’autoconsunzione, alla
putrefazione, alla de-composizione.
Con questi de-componimenti superfetanti io
ho voluto aprire una breccia nei muri (e nelle remore) della realtà. Ma,
facendolo, mi sono trovato dinanzi allo specchio del (mio) mondo interiore. Pur
consapevole del gravoso viaggio che mi aspettava mi ritrovai impacciato
allorchè dovetti imboccare una strada: troppe erano, innumerevoli e imprevedibili
e lunghe, e ciascuna m’invitava a percorrerla, ciascuna offrendomi un differente
paio di occhî per osservare le belle e selvatiche plaghe dell’altro e più
profondo versante dell’essere: nessuna meraviglia se io, avendo ancora per
vedere solo i miei soliti vecchio occhî caparbi, in quel momento mi misi a far
paragoni per poter scegliere. Finchè indeciso fu la storia stessa a parlarmi e
con voce roca mi disse: <<Vecchio rigattiere dell’identità! Che cosa mai
hai visto e riconosciuto, tu, valoroso dottore in tautologie e allitterazioni? Dimmi:
che cosa hai riconosciuto lungo il margine del cilicio? e ora chiami a raccolta
tutto il tuo latino per un’epistola al vecchio Linneo? Procurati piuttosto un
paio di occhî nuovi dal profondo dell’alma e piantali all’altezza del petto: solo
allora comprenderai ciò che in me accade.>>. Così mi parlò la voce della
istoria, e io tacqui, proprio io che amo il parlar latino (cioè schietto), capendo
che le faccende del mondo vanno per il verso sbagliato ma ancor credendo di poterle
scuotere dalle fondamenta se avessi chiamato le cose con il loro giusto nome. e
allora inizio e fine coinciderebbero, il muro che divide l’oggi dal domani
sarebbe abbattuto e croderebbe al suolo stiantato-schiantato-schiattato. Che si
dovrebbe dunque fare in questo tempo per attingere l’eterno, l’atemporale-astorico
e infinitivo domani-ieri? Dovrebbe prevalere la ragione alle parole e alle cose
restituendo il primordiale signo alle creature e ai fatti la precipua significanza
che è loro propria; un albero dovrebbe divenire nuovamente un arbro, un ramo
fiorito solamente un ramo fiorito allorchè viene primavera (null’altro che la
consapevolezza che l’evento dice qualcosa di più, che l’accadimento è qualcosa
di più della semplice aggiunta al dato, qualcosa di più del semplice attributo più
o meno facilmente sottraibile del sostanziale qualcosa che quella essenza muta
nella sua sostanza possente antesignano di una perenne muda) sicchè null’altro
resterebbe da fare una volta che la ragione sia scesa nel fondo del profondo convogliando
in superficie le acque dell’oscura sorgente veritativa.
Ma questa sorgente ha essa pure il fondo
che è irraggiungibile e, qualor tutto in superficie fosse pronto per accogliere
quelle acque, qualor il sole della giustizia fosse pronto a rischiararle allora
l’opera sarebbe compiuta, allora l’opera sarebbe compiuta. Ma questo non può
riuscire poichè in altri gorghi e fonti noi discendiamo stando in perpetuo colloquio
con pozzi di silenzio senza fondo, sicchè l’opera non può che rimanere
incompleta, incompiuta, acefala, e spuria. E io languisco nelle catene della
vita esteriore imbavagliato e impossibilitato a parlare per il fatto che le mie
parole gemono sotto il peso millenario di un’apparente e deformata sincerità premendo
su quanto lotta da tempo immemorabile per trovare dignità di espressione,
sepolto sotto la cenere di significati perenti ormai insignificanti, e altri
ancora!
In che altro modo allora il nuovo dovrebbe
e potrebbe scaturire in tutta la sua purezza? Ben vengano allora, dai più
remoti distretto dello spirito, parole e immagini e gesti velati come in sogno
e come in sogno disvelati e dispiegati. E quando essi nella folle corsa
s’incontrano, quando scatta la scintilla del meraviglioso, perchè stranezza
viene sposata a estrema stranezza, allora il mio guardo si figge nel guardo
della nuova chiarezza (tutta logica e formale). Essa mi guarda in modo strano
poichè, pur avendola evocata io stesso (e molte, infinitive volte), essa
nondimeno vive al di là di quanto si raffigura il pensiero di me desto: la sua
luce non è la luce del giorno, ed essa è abitata da effigi che io non riconosco
e che vengo a conoscere in una primigenea visione. Il suo peso obbedisce ad
altre gravità, il suo colore parla a un paio di occhî nuovo che le mie
palpebre chiuse si sono donate a vicenda: il mio udito si è trasferito nel mio
tatto dove esso impara come un cieco a (ri)vedere e ricreare la vista, il mio
cuore, dacchè abita la mia mente, apprende le leggi di un nuovo, incessante e
libero moto. Seguendo i miei sensi errabondi giungo nel nuovo mondo dello
spirito e vi conosco la libertà. Qui, dove sono libero, comprendo quanto laggiù
io sia stato ingannato e malignamente deriso, schernito, e coglionato.
L’opera è in fine dunque una pura
vociferazione glossolalica: essa si colloca al fondo dell’atto linguistico,
ridotto a pura deiezione, a residuo escrementizio; al termine dell’erosione
entropica del mondo e della realtà dove, come in un’enorme pattumiera,
giacciono in oscuro fermento i sedimenti organici-inorganici del processo
mentale, i resti della cultura, gli avanzi della lingua letteraria, il gesso
detritico del canone. Tutto qui converge nella cronaca in tempo reale di una
superfluenza anarchica, virtualmente infinita, che esplode all’interno di un
ecosistema sottratto al controllo. Per questo motivo la scrittura del presente
testo non rimanda al principio discorsivo dell’analogia né del correlativo
oggettivo né della metaforologia barocca (nemmeno nella sua teorizzazione del wit o dell’agudeza o dell’ingegno in termini dinamici) né del sogno
surrealista e surrealistico ma al discorso dello psicotico ossessivo sicchè la textura delle immagini testuali da un
lato compone un tessuto sintomatico indecifrabile in superficie ma chiaramente
interpretabile in riferimento a un codice interpretativo specifico di tipo
psicotico-ossessivo determinandosi quale fenomeno-effetto (testuale) di altri
fenomeni-causa (reali) e dall’altro vale solo nella misura in cui agisce quale
fenomeno-causa liberando nel proprio funzionamento una serie di altri
fenomeni-effetti riconducibili al congegno (il testo) che li produce.
Il resultato è la scoperta-invenzione di
uno spazio marginale e paradossale in cui ricadono e si accumulano i resti, gli
scarti, gli avanzi, i ritagli di una cultura nelle sue incidenze eterogenee in
via di de-composizione. Come in un mercato delle pulci o in un bazar o in un bric-à-brac surrealista questi scarti non hanno più niente a che
vedere con la serie poichè mescolano tutta e tutte le serie. Gli oggetti in
vendita in questo libro rappresentano solo resti di altre serie di cui sono
andate in gran parte perdute le determinazioni fattuali e contestuali, le
motivazioni, i motivi, i moventi, i nessi sociali e le categorie funzionali. La
ripartizione del “marchè aux puces”
può rispondere solo a criteri empirici e occasionali, svincolati dalla
prospettiva finalizzata e coerente del progetto. Sul terreno eterogeneo del bazar e delle sue ripartizioni
rudimentali allora le nozioni di mercato, merce, valore d’uso, valore di
scambio giungono a un punto critico di con-fusione dando vita a un flusso
ininterrotto che abolisce le distanze simboliche fra i punti del campo. E non a
caso il passaggio dal mercato delle pulci al supermercato segna l’introduzione
di valori di scambio fissi e non trattabili. Sicchè questo testo che qui
presento va letto come si leggerebbe un bazar
arabico, o un mercato delle pulci, o un balön
frastornato: brani di sogni, brandelli di letteratura, lacerti di storie,
aneddoti di esperienza, fantasie ipno-agogiche, fantasmi di tronchi ricordi.
L’oscurità è un’altra manifesta
conseguenza del rapporto analogico che in questa silloge si istituisce fra
cose, enti ed oggetti della realtà. D’altronde, come diceva Petronio, <<Bisogna starci un po’ riguardati, come si
dice, là dal linguaggio della plebe, e accogliersi le parole che si stanno un
po’ in disparte, là dal popolo, che così uno se lo mette in pratica poi
davvero, il ‘m’odio il volgo profano, e me lo scappo’. Poi bisogna farci
l’attenzione bene, anche, che non ci sporgono fuori come i tumori, i pensieri,
là dal corpo del discorso, ma che ci risplendono dentro la trama, lì nel
tessuto lì del testo.>> [Petronio-Sanguineti: “satyricon”: cxviii]. Ma è una oscurità, questa, di natura volitiva e
astratta: è il contrario della profondità pensata, anzi è il fingere una
spontaneità di analogie immediate e sconnesse, come in una seduta freudiana il paziente
è invitato a dir tutto quello che primamente gli viene alle labbra: poi, dopo
questa finzione di analogie, congetturare i legati e i significati.
Assistiamo
dunque a una esplosione alfabetica e all’occupazione nominalistica dello
spazio. Queste pagine sono schegge. Schegge che rivelano segni e numeri e
ideogrammi e lettere. Una muraglia grafica se non l’esile saldo confine della
grammatica. Pare confermare codesta descrizione l’ordine mimetico della
sintassi, in cui si dispongono numeri e lettere e ideogrammi. Ma si veda come
si riveli menzognera codesta disciplina: giacché i segni si dispongono sì in
bell’ordine ma non diverso da quello morto e letale del dizionario e il frigido
elenco alfabetico e la scostante serie dei numeri; e dunque la collaborazione
sintattica non è che una frode, come la compagnevole vicinanza dei sepolcri e o
la compaginata fraternità de gli eserciti. In tal modo esso aspira, come a
proprio ideale, alla concisa emblematicità di un orario ferroviario: pagine in
cui poche cifre, patetici o arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni
di neghittosi o precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni
e disperazioni striscianti e tutti i dati di un labirinto che nessuna
consolazione di tappa o tregua può mondare del suo carattere rigorosamente
mortale.
Quello che in queste pagine prende forma,
qui solamente può avere la propria dimora. Non volendo forse riconoscere che
quest’incubo è la vecchia realtà, cerchiamo il grido, l’urlo, il nostro proprio
grido, il nostro proprio urlo. ma quest’incubo ha poemi come artigli rapaci di
avvoltoio e aquila. Esso ha tante forme, librata in aria, una tenda
sanguinante. Mentre noi abitiamo fra pareti e cenci di sangue, si apre la
voragine del sangue, in cui ci è dato solamente di configgere i nostri occhî e
vedere altre simili formazioni di vapori sanguinolenti. Uno degli artigli ha
scavato una sorgente di sangue e in essa anche noi dobbiamo specchiarne, noi
perduti. Ci dicono: sangue in uno specchio di sangue è pura bellezza.
<<Un bastone lungo un metro non
significa
che l’oggetto da misurare sia lungo
un metro.>>
(Ludwig Wittgenstein: “Della certezza”).
AUTOMATISMI.
versi asmatici
e spasmodici e compulsivi e
tentacolarî e pertentacolarî e
diverticolarî e divertentacolarî,
mentrecchè tuoni e troni e tonitri
tonitruanti sonitano
e infra-minati e framittenti squittî emettono
i notturni vespritili,
e le nottue nottole grugano,
e più de la luna tu disti e dissisti e sisti
e insisti
fatti di sinistri sistri e astrusi siti
e lunarificate galassie di ramificati
costernamenti
e cancrificati costellamenti di tubicolari
desiri
e tentacolari desî e cancrosi desiderî
in lotta con il freddo e coriaceo e duro e
duricorio braccio
de la Notte puttana
mortale metallico sigillo di rovente
candescente ascia.
atroci tamburi-pagliacci batte dove suona la
tristezza
e nel neuro-torpore di ghiaccio di mia
mente
in aule prive di luce-finestre-gioia
lontano da suoni di tamburi di latta
sonanti
e melodia di fiamma
disteso giaccio
incastrato intrappolato attanagliato
fra vento e sole declinante
ripensando a quanto volli
e a quanto ho preso
e a quanto perso
ma volli tutto, volli, tutto volli
e ho preso tutto quanto ho potuto
ho preso tutto
quanto ho potuto
nulla ne sarà restituito
non un respiro non un sussurro non un fiato
tutto sarà sufflato inflato in/suf-flato flato
in eterni flussi
di storici distorti fluidi morali e
reflussi
in campi di paradiso tutto espunto ed
eliso
in piccati attimi e astant’istanti di orgoglio
profuso
e pregiudizio sovrascritto e sovra-vissuto
pervissuto seppur nel più microscopico intrapsichico
palpitamento del mio “io” roso e divorato
da voraci occhî dentati
artigliato grifato da griffie da grinfie
da graffe da graffie
di grifagne rapaci unghie di candescente
canutita neve
e digerito in cumuli di fibroso am(n)io-cemento
ecreto e defecato in serico-serali
coacervi
di marcidi esali e sulfurei olori
esalanti da erosi erotici erti arsi
confabulamenti
di panorami disgranati e saltellanti
in vitrei camminamenti ambianti quali putte
di strada
esorbitat’in istmi distopici
in anglismi, barbarismi, e consumismi
tracimanti
in -ismi e ismi
cioè istmici ismi e ismici isterici istmi
in alburne lucerne-lanugini avvolti
e globularie diplopie di strabici forbici
e voce senza foce, senza fauci, senza voce
voci non sgorganti
voci gorganti
morbidi voci di setoso pelle-derma
atroci voci di alteri confabulamenti
leggiadre leggiarde leviarde voci di
scabrosi delinqui
lepidi voci di superi soprani eldoradi
mentrecchè fra voci di amaranto risuona la
tua scorza
e langue il tuo profumo inebriata da la
luna
oblii radendo e oboi mergendo
ed evoca rhuminamenti di afidi colubri crotali e serpi
repenti tr’afridi sterpi olenti di affrico
afrodisiaco
paradisiaco afrore
colliquante in liquami e bulicami
e collimante colluvî e declivî
e ripidi scoscendimenti
e scosces’isosceli discernimenti
tr’angusti languori e robusti arbi di ansia-paura
in lanceolati acuminati aculeati
lancinanti pencolanti
splendori di onirici astri e perfidi
sistri
o infiorescenze di minimi fati e pluviali
afflati
a grappi a glomi a globi a stomi
rubrici, immensi, intensi
e
in strade srotolate quali repenti serpi e serpenti
angui
cantano rotanti roteanti ruotant’in ruzz’in
razz’in razze
avvoltolati avviluppati ammatassati
in stipiti per tramiti con limiti a militi
a militi
in questo minimo vivere
(ma dolore minimo è il morire)
occhî di lei vagulo tumulto
vago del tumulto la
sua spinata chioma e dispianato amore
dispietato cuore
annacquato in liquido fruttare
e plastiche fruttificanze
melmose fruttescenz’e fangose fiorescenze
di anodino fluttuare in vulvarie pappe
in adamici mitici brodi clitoride
i e clitici flussi
correnti fluenti vaganti
in fluvio-vaginali sbobbe urticanti
mentrecchè le mie gengive dissanguate
enno da urticarie spine di arbi e schegge
di logorroici, logoritmici, logaritmic’illogici
λόγοι-discorsi
che scabrosi avveniment’interleggono
ma non intel-leggono
quali cuspidi non prolificano su prati
stuprati
da motili seghe paralitiche
e prole non feriscono i mitili apoftegmi
che su l’erpicato raziocinio disbandano
arpicato dagli eroici erpetici satelliti de
l’intelletto
o sofistici crittici glittici adamitici
accenti di eroto
o erotici mistici deliri affabulatorî infibulatorî
e
sordo-mutacico stupore di sordido clamore
sordo-stupid’attonita farnesia
di rubro-rose mortue rosa-viole in pericoli
pencolanti
peduncolanti purulenti erpeti germinanti
e da la marcida sania prosperanti
dal sanioso tabe marcescent’e intabarrati
in cattivi claustrofobici tabuti
e anche pus da pussy per venèrea
ma(la)ttia
di corrotto eroto
e silenzi prelucali
gioie caduche, effimere, fugaci, temporanê,
transitorie
e particelle di quiete polverulente
macilente violente
torpe il fetido fiato di fato
trascorrente trascolorante trasecolante
trasaliente
in nauseabondi torpidi torbidi esali di
morte
stillanti goccianti su er’ed ere mortu’e vivide
rotolando a la mi’anima dol(or)osa
cozzando a la mia psiche cangiante
frangendo la mia mente che mente che mente
fremente
fio a i più infimi rivi risucchiati
in alter’imbuti
in alteri flutti
in alteri abissi trafitti
sutti sub voc’e sub alb’ecchimolecolarie
geneticamente modificate, destabilizzate,
e mutevoli
deprivate in lucide sottane entropie
e morbide morbose bave di funo e vento
depravate in crudeli crudere crudolente
viscose scie
di colloso morbo
dissolute dissolte diluite defluite
refluite
in fiumi di cauta cauterizzante soda
caustica
fiammant’in vapori colant’in bagliori
fumosi e posticci
fuori dal furore fluttuato al limite di ring quadrangolati
dove il cerchio proibisce che il quadrato
sia quadrato
e il quadro proibisce che il cerchio sia
e in essenze proibite il triangolo vive
essenze proibite e proibite assenze
proibito aromato di te avvolta da un vento
maligno
avvolta da un vento fierigno
fierigno più de l’assenza tua più pura
ferigno più de la tua più pura essenza.
qua insetti al settimo stato e settenarî
al settimo cielo
di molteplici lobotomizzati strati settici
combattono e vincono guerre perse in
partenza e
qui nienti mentienti scivolano quale lava
qui volubili menti deliranti volitano in
lente volte
qui altere menti precipitano
nel lentisco di tenui involute voglie
qua...
il torvo de i tuoi corvigni torbidi occhî
mi guatano silenti
in ossessive madide miriadi di nerigni
corvi morbosi
e morboso è pur il mio amore
questo mio amore morboso
questo mio amore setoso
quale la setosa tua vulva violenta
e la rorida sua cancherosa sida
e or forsit forsan mai
tu sei fieroce in continuo fieri fierigna
d’incubi-soɲɲi
in pieno disfacimento
quali fossil filmi in decomposizione.
tasche bucate e mane bucate e occhî
bucati
ma i lumi candiscono su nuvole nubi cirri
e nembi
nuvole nubi cirri e nembi
e isotopie-distopie-entropie nimbano
agli ultimi confini radiando
in turbe vorticose di atomi polverulenti
in torme roteanti di torbi plenari
in turme vortenti di turbini stellari e fulmini
cadenti
in torbe rotanti di pletore vorticanti
in torbi ruotanti di stagni torbidi turpidi
torvidi
in masnade raggianti di sogni
turbolenti graveolenti nauseabondi
pletorici
di astri di strali di astragali rosei
quale il maestoso Tévere
già biondo-aureolato e auro-nimbato
aureo biondito aureolato nimbato
or ridotto a Tiberis piaggia biondo-cenerea
per allogenico di bigiosa cinigia
importata d’altri lidi e altre terre
non ancor’alburn’albula
non ancora biondito Tevere
non ancor cerussico Thybris
corrusco fiume cereale
distillante biancosa cervogia privata de
la Cereris vis
asportata con cerusico taglio e scipata
dissipata tribolata
in voragini di voraci piogge, in forre di
abissali fessure
e in isotopie
compulsive fluvio-capillarie stanno fitte-fisse
angosciose
ansimose
ansitose
ansiose
ansose
da grembi pluviali
precipitando
colando
in convulse
tenzoni di
pretensioni
pertensioni
per/pre-
-tensioni
e
vuoti d’occhio e colpi pneumatici
mefitiche fruttescenze di purulenti virus
virulenti asserimenti di retro-virus e anti-virus
rivi di sida
e refoli stafilococchî e staffilamenti di bacilli
e scudisci e scuri e scurie di stafilo-glaucomi
spifferi di morbido marcio e uzz’e zaffe
putrore di monogamia-monotonia giocciante
da giorni e notti e ore
dissolti dissoluti disciolti dissipati
discipati
in ogni fuoco di ogn’igneo gioco
di ogn’igneo giocoso croco
in mille in mille in mille agnizioni
di nullaggini e nughe e fallaci cognizioni
ignizioni di annichilimenti e obiezioni.
isotopie ossessive
ossessate dal sesso
volitanti ne l’aria
mentrecchè prendono l’aire
sos di
sessi sassificati
in massi e sassi e saxa rubra
stritolati da luci e venti
corrent’in forr’e fessure di rocce logico-induttive
per dotti e deduciment’indotti e condotti a
le ultime plaghe
e scheletropê di scheletrici sensi
dissennati e senni dissensati
attanagliati da
morse di lemmi cieco-sordo-mutacici
ammassat’in mosse ammorsate morsificate
e mortificate in dolorose lontananze
in delinqui glossolalici
in sistri sinistri e maldestri
gassosi scogli di gasso
gessosi venti di gesso.
io spettacolo di tramonti violacei
ricettacolo di anni retro-attivi
retro-flessivi retro-flettuti quali astaci
omari
retro-virali quale sida
tabernacolo di ragni e scarafaggi
abitacolo di piogge pluenti
piove plaudenti
pluvie ploranti
ploie plodenti
in pozzi di disperanza implodenti
esplodenti
in tonfi al cuore
in ventricoli di tristezza e antri di lame
serrate serrate
affilate in anfratti di malati
rami-rottami
in specî di avari omari e ameni amari
amori
in ventri freddo-plumbei nerigno-gelidi
di laghi pelaghi e arcipelaghi
in alvi di fiumi disgorganti
in alvi di api ronzanti
in attorti acroteri di morte rondanti
in meandri di stalattiti-cuspidi
lanceolati quali aculi
in sciami di lampad’epilettich’e lamp’epiplettiche
ma donne dispeptiche cantano
e giorni spenti morti e cataratte di nerigni
crini corvigni
quali atropici atropi tropicali
veleniferi venefici venusti serpi
repenti sibilanti striscianti
atarassico paratattico parassitico tossico
τόξον
e femminea satrapica venus ne le mie vene atrofizzate
e fiumi di sangue
e fiumi di porpora
e fiumi di vino colore di porpora e sangue
in ver-flusso ver-flessivo correnti a le
scaturigini
a i bulimici bulicami de i fonti e de le
polle
ver-fiumi congestionati anti-gravitativi
e il mare intero risucchiato da branchie
di pesci
e giorni passati preteriti
giorni di pretestuoso assurdo
giorni mutilati di miserevole indigenza
giorni annegat’in salse di misericordia
giorni congestionati e costipati
tutto brucia tutto rovina tutto scipa
il talento è il vettore de la follia
ingrediente a-grado-a-grado
su milioni di gradini di deformi consessi
abitati da uomini deformi e meccanici
fatti d’idê preconcette, atti e gesti
precostituiti,
e reagire preconfezionato a casi
prefabbricati
gherigli d’ombra germinano su are, altari
e mense
naufragî di amori ossei su piagge di
seppia
pioggia di lebbra su pineti
veloci moti di labbre fra canneti
laboriosa bocca labbri labirintici tra l’equorê
plaghe
piaga labiale in bare senza centro
minotauri cercano un appiglio
un baricentro
ma non trovano che lidi sabbiosi liti
sassosi riti dolosi
flutti reboano clangono frangono
rimbombano
crosciano e quassano e crollano
e dondolan’ondulan’ondeggiano
quale flaccida carna basculante di vecchio
e tu fiore ascoso
fiore nascosto
fiore discosto
fiore asprigno di vite
fiore uveo di vite
sbornia rugliante
rutilante
ere-pietra su questa mia testa rugosa
lebbrosi ragni decerebrati e aragne
decorticate
esalmati arbi scarnificati
insetti esanguati, dissanguati, e
scarificati
rincarnano in coltri dissanguati
metempsichismo schizofrenico di anime
trapassate
trasbordate in corpi tralignati
trafitti da sogni e magici cuspidi
germogli di fiori e sogni pollano quali
razzi flemmatici
disumane mane mi camminano in fronte
e disumani Mani e Lari impazziti-pazzigni
travi di palazzi si muovono quali fili
mentrecchè io scendo milioni di scale
a te porgendo il cazzo
(ho
sceso milioni di letti porgendoti il cazzo
e
ora che non ci sei è una sega ogni gradino)
sol una dolce melopea confusa cerco
e sollievo di sussurri e murmuri marini
aspetto
e prospetto
con dispetto
mentrecchè lo stridore di prati setosi e
seppie
sol mi è compagno in questo arido deserto
siccitoso
striato d’itterici nubi e beffardi soli
graffiato di bianchi fosfeni
e innocue sperequanze di mandorli
florescenti fluorescenti fosforescenti
da florescenz’a inflorescenza
in questo arido deserto-secchezza
in questo cielo-tersezza
dove strie di latte coagulato sciamano
e stormono e stridono stromi e strami
e stridono denti e strepono piedi
e cruccia e crue questo mio crudo cuore
cruento
cruciato cuore crucciato
questo cuore-cruore disilluso deluso eluso
rassegnante le proprinque dimissioni
amarti è stata la più venusta vita
la più bellicosa convulsione
l’avulsione più rabbiosa
e oblique requie ubique appaiano-scompaiano
violente volenti o nolenti
e furioso strillare
del fior-fiore
de la crema de la crema
di flore-
-scenze
cardinali.
diti camminanti
diti passianti
diti viaggianti
diti vaganti
diti vagulanti
diti vagabondi
diti che cercano supreme cornucopie in
gran copia
deliziosi confusioni di palpebr’e palabre
leggere leggere leggiadre storie
dispregio le cene di lavoro e la borsa-valore
e mi perdo in sussulti e soprassalti e
lentezze
d’ infinitesimal’infinitivi turbamenti
che fluttuano quali peciose agonie
e nubi-cipria che glissano affilati
cieli-specchio
e lune galleggianti nel frastagliato
mare-speglio
di oscillante incertezza settembrina
e introspettivi prospetti architettonici
e sguardi estro-pulsivi
e compulsivi sospiri affioranti da
sabbiose bioie
e propulsivi gemiti-crisalide
a plurivoci multi-vocali altitudini
in occhî-lucciola luminescenti a i raggî
X
e crini-qualità e tagli saturati con dolorosi
punti G
e doglia e doglienza e dolore-dolenza
e ardenti aromi di lontananze combustibili
mille candide rose-purezza e bestemmie
declinanti ne la poltacea polve di perduti
amori dissoluti
e polverulenta polta di rancori
dissolti ne le attorte trombe de la piova
pleurica
assolti nel loto-melma de le scorze
e lingue di pioggia vorticanti
e viluppi di nubi contorti
e brago di venti ritorti.
il mio amore per t’è pneumonia in atto
respiro in apnea
le perenti ore aumentano perennesime
perennose perennemente
e questa residua vita fuori-mano si assottiglia
quali pensamenti-flottiglia
e sogni contrarî a l’oblio
e rimpianti di sotto-zero
è il mio amore una mosca impigliata
pasto a imminenti ragni
strazio a imminenti orrori
a imminenti dolori mensa
soffocante aggrovigliante nel cervello
in viluppi di serpi e bisce impazzite
e in iperbolici contrasti d’ipèrboli
quassanti
convergenti ad absurdum
ferventi ad infinitum
e ideici esperanti disperati
e tellurico esacerbare d’iperuranica
speranza
ma io sol una piccola casetta in riv’al mare
bramo
e una piccola barca per pescare
trucioli di legno e rumori di vento e di
carta
e ricordi gratuiti e non opportuni
e stare lì guardando i flutti
succhiando fumo rubrico di sigari
con la mia vita-ruggia unica compagna
bevendo succo di pomodoro e aceto rubrico
nulla volendo dedurre, nulla costruire, nulla
inferire
e temo le conferenze, i doni, e le donne dona ferentes
ostative a questa mia gioia urente urgente
e al mio maggiore cruccio
ustorie a questo mio almo tenue-delicato
ostanti la mia calma di sogno tanto
agognata
ordienti orge di torbidi libidini-paciugo.
rampollano tumori e morti
indigeni e indegni feti mortui
e insetti e ratti e processi e decessi nei
cessi de la stanza
e ultrasuoni e ultra-soniti ultra-soliti
ultra-solidi
ultra-stolidi
nihil
chimizzanti e schiamazzanti
e fiori fruttescenti e florescenze
infocate infoiate
germinanti da vulvacei botri
da perversi baratri pollanti grappoli
di ghiandole ovipare rotte squarciate
lacerate
da coiti pineali, perineali, perianali
in minima crescenza di alcioni
albe retinenti e alme mutanti
e cumuli di guani, guane, vagin’e vulve violacê
lacerate da la signoria di nottui strigili
carnei.
piombee grue uni-gambali e uomini
unidimensionali
sventrano tramonti e occasi e occasioni
il sangue mi brucia in vena quale gasolio
la vita mi raggrinzisce sul derma e adagia
sub pelle
e a-scaglia-a-scaglia squaglia e squama
la mia grinzosa pellagra ne l’egro di nerigne
sere di pecia e paciosa demenza
che mi saltano in dosso fra crin’e cuoio
in una dispietata lotta d’irosi sopori e
sopite ire
in combutta con gli ultra-densi silenzi de
la notte-pietra
e gl’ipersolidi rumori e i subalterni
vuoti pneumatici
e pestilento vuoto calpestato
trapestato in corse di laborintici
labirinti trascorrenti
e grasso adiposo addominale abbandonato
in strada su marciapiedi battuti da ladri
e putte
ultrasonico fottio di rette ferrate fra
scilla e cariddi
direzioni traiettorie tragittanti
traghettanti agittanti
e grappoli e glomi e glomeri di terremoti
tonitruanti
e tremoti tremi-tuonanti timbro-tremanti
tutto tacito mutacico
tutto ignoto smarrito-perduto e chiuso, occluso,
ottuso, deluso
e pur il sesso
dilapidato a sassi e sassate da impazziti
sassofonisti tossici
e gettato nel buio di un vertigo
vacillante a esanguare
a emettere sos
perchè ess’o essa corrano in soccorso
e torce di rovido luce fuso ed effuso
da latenti latescenze di spazi reconditi
alluciati allumat’illuminati allucinati
divorati da digiuni e grugni d’infidi
stomi
e perfide bellezze
e trombe di vento attonito partorito da rocce
deiscenti
attraverso fiumali acque
lama-scalpro-forcipe
ed effervescenti ferventi fluorescenze di
soli e lune
ed eccidi di formica
eccidi trafitti da mille tuoni e lampi
goccianti
piume di piogge accartocciate e in terra stramazzate
e noi quali lacrime di pioggia procedenti
e procombenti da giudizio a giudizio a forsizî
a precipizî
a partitici forsennati congeriti consessi
e funesti congressi
statici e mortiferi nel vivido
scorrere-vivendo
del fiume spazio-temporale
corrente a retroso a flussi contrari a i
flutti
mentrecchè tenui bave di ragno
e flotte di vento propendono
e proterve trascorrono nerborut’e rettilinê
in assi parallelici e meridiani quali ferrate
rette binarie
e in fila-liana treni precipitano a ustorî
meriggî
per terminare in merie basso-fragili
meriando
pallidi e assorti quali ferri filati
in zuccheri ferrati trasformati.
pur oggi i tegoli lucono assolati
e Atropo signoreggia su nascimenti, funi e
riviviscenze
ma non signoreggia su i rinascimenti
tropicali atropi recando in braccio
ed emana da umili umide funeste finestre
atropico fumosterno fumus terrae in Fisterra
pur detta Finisterre perchè
sorta in fine terrae dal cranio di Mors
esumata da funus terrae in anni di vermi di vermi
e di torpidi torbidi loro convivi
in foto-finish
immortalati vittoriosi.
e quale serpe strisciante
rependo giunge amore in palpebre languido
con corone di fuoco e lingue di fuoco
e penetra il mio melmoso cerebro
suppurante
fiori di carta e origami di fuoco
spargendo
e le sue fiamme ardono e rodono
e mi rodono i diti, le carne, il crine
e famelici e voraci avanzano quali topi
affamati
in bocca lampanti
ed è un lampo carbonizzato l’amore
ebbriaco/ebbrioso teneri amanti si
abbracciano ne l’amplesso
e le loro voci corrono erratiche nel
gelo-muro-steppa
radiando gemiti e sussurri quali murmuri
marini
infierenti su questo vento-steppa
strisciante
e quale bestia fieduto fedito
ventre in terra e viscere in bocca
questo vento strisciante ferente suoni di
cristallo
e aurei albori di silenzio sub-doloso
navigante onirico
psicotico enfatico sicofantico psico-fantico
e batte a i vetri de le finestre
con mano soffocante di bambagia
bambagia ch’è ovatta-turbamento di non
pronunciabili
glossolalici stupidi pensamenti d’inevitabili
massificati abbandoni
mentrecchè fischiano i rischi e strisciano
mefitici mefisto-famelici
in stell’e striscie
in labirinti di treni-merci luridi lerciosi
schifosi -osi -osi quale carne in sclerotismo-necrotismo
fra cieli di gelo freddo-statico
procedendo con ritmo diastolico
di terrore sistaltico-gestaltico
ritmo subbiettivo soggettivo soggettuale
di sub-dolosa subiezion’e sub-iattanza di
giavellotti
e giacimenti giacularî-litanici
residuali di super-io schematico in
sub-conscio pletorico
diavolico vomitante liquame su bocch’e
strade
urlante immondizia e immonda spazzatura
dal fondo di un bricco senza fondo
con in fondo sol putrida putrezza e putrido
putrore
quale di mitile testicol’o diverticolo
gastrico
stoltezza e idiozia palpabile quale merda
calida e succosa
merda olida di tumori e morti e funi
e sfavillanti cancri di faville
echeggianti da intrugli beceri e
guazzabugli e imbrogli
brodosi menti dementi rampollanti
ne lo schifoso sugo d’insulse salse
e vitrei soli fissili
in baratri stillanti.
esiziali sonni non mai satolli
sdoganati acròmici acronìmici crimini di
grigio compatto
grigio perfettivo
attutiente la fame
assopiente torpente torbente assorbiente
norme-forme in ipotesi di sospensione
in finisterno nerofumo deresponsabilizzato
declinante tramutante ne la furia di lugubri
lucri
e imposture funerê e flussi minimi
correnti
in rischi d’insabbiamento concorrenti
su le vespertine ale del vespritillo
vespritilio
venti pestilenti alenti aleggianti
volitanti su la notte atroce
membra disiectae
di putrore apocalissico
intelletto apocopato scoppiato
la notte ladresca i denti configge ne la
carna del cuore
fin le viscere oscure, fin le osse
suggendo midollo e sangue quali vampiri o
putte
ah notte puttana
ah notte atroce
e io i miei denti configgere vorrei ne le
tue nerigne carne
ne le tue membra fin le oscurissime viscere
e suggere la tua linfa i tuoi sangui e il
tuo midollo
e rodere i tuoi bulbi oculari
i tuoi occhî-lucciola (od occhî-mollezza)
flaccidi morbidi mendaci ammorbati e
suppuranti
grondanti infocati steli e torbidi sudori
australi
ma in petto il pianto soffoca ogni pensamento
e sento bruciare in mente i fantasmi de gli
amori traditi
de gli amori smarriti e pur di quelli
sperduti
rimpianti sterili figli di quest’atroce
notte puttana
che cinguettano un confuso eco di cancri
nel mio cervello
faville.
il tempo e la vita chiedono interessi
spropositati
in semprunque più rapide rapienti repenti
usure
e iattanze da capogiro
in uno stato sommamente maligno malèfico
mortifero
finimmo a chiedere o implorare la morte
(non certo il perdono:
questo sarebbe il male minore
sarebbe certo il male minore).
a punti fissi deriviamo
scaturendo da eterni spazi quattro-dimensionali
quater-dimensionali
tetra-dimensionali stereometrici
e in essi siamo tenui e impercettibili
o semi-percettibili
vertigi di tremori e risvegli soffocati
da fessure di occhî fluttuanti nel vuoto-colmo
addensato
sufflanti da ipno-apneici spasmi
suppuranti
marcescenti purulenti
da feritoie di spasimi stridori e
spasimanti putrori e putidi spasmi
di melme bollenti- repellenti e pollanti-rampollanti
e rimedi chimici a superfetanze cerebrali e
angosce
di materia grigiognola-cenere
imperfettivi mondi e universi negativi ch’effondono
misfatti e malocchî e pitali di merda
fumante
in vetrosi tumulti di arresti-pause-sospendimenti
in acerbo intersecare di ere ultime
e altere geometrie di vento
e amplessi perpendicolarî
e altere algebre di freddo
e austro boreale
trepido
e intanto io divengo semprunque più pazzo
e i notti interi folleggiando fuor casa
trascorro
in compagnia de le mie amasie puttane
alcolizzate puttane
prostitute
bagasce
baiadere
falene
lucciole
lupe
troie
vacche
baldracche
zoccole
mignotte
e la mia ulcera emorroidaria esplode sogni
e paure
e le mie minugie viscere budelle pendono
fra le gambe umo liquando
e il mio cervello azzarda sogni fantastici
ipotizzando
rischiando
raschiando
e fumo infimo tabacco e scrocco cene
sbafo cene e ufo pranzi
e sesso se posso allorchè posso
e ho il cuore spaccato diviso
e fame
e sogni mediocri e avvizziti e rancidi e
stantii
e quale vento tiepido penetro in me
frugando
ma vedo con gioia che acquazzi e uragani
spazzano
ricordi e rimpianti benchè ciò duri poco
ma per fortuna esistono il sesso e i sogni
a prolungar la notte
fumando sigarette, bevendo vino
(scadente-decadente)
e in favole-menzogne vedo i sogni trasformarsi
sogni non vissuti e sogni non concretati e
non realizzati
mai avvenuti mai
i fatti divengono verità
e certezze i dubbi sol post mortem/post morte/post funo
sol ne la morte gli uomini divengono uomini
e in fine il fuoco diviene diluvio
e l’insetto diverrà eroico ed eroina diventa
ironica
e mi accorgo che il tempo non è oggettivo
ma cambia forma di continuo
ed è già passato e remoto se provo a
pronunciarne il nome
e sorpassa e rallenta in continui cambi
marciali
e diviene premura, iattura, febbre, freddura,
foglia, scaglia
fremito, tremito, palpito, impeto, anelito
furore, frenesia, tumulto e sussulto
e vertigo di grigi minimi
e semi-minimi di un Luglio crepuscolario e grigi semi-oscuri
di Novembre
frangenti a i nottui furori
e le ansie le vene
avviluppano e ingarbugliano e aggrovigliano
e intralciano e complicano
nel bilioso gorgo stillante sogni
sangue il mare
e in cielo neppur un
urlo
ed enno chiuse
occluse recluse le mie froge
in non-permeabili meati
spaziali
germogliando dolosi gigli.
giorno angoscioso, giorno esiziale, giorno
pecioso
pestilento violento macilento fatto di sangue
sgorgante
da stearici coni-gelato gelo-pallidi e
meati di vomito
e conati di lutulenti purulenti tumefatti
steatomi
tronco-conici rigurgitanti
in pozze di sebo di sevo di sego promanante
versante gittante
da sebacê sevose segose candele steatopigie
(ra)stremate a basso
candele guazzanti
in pingui palmizi rampollanti
da ombaci acquosi grondanti esali di suicidio-carburatore
spurgato in vicoli non-vedenti
palme tinte di grigio-cielo
(grigio cielico o grigio celiaco?)
espuere-partorire da collose melmose viscide
lubriche
untuosi stomi
palmitica steatometria di steatiti
pullulanti
in puerperio disperato sperperato sperequato
in immondezze, bassure, purulenze, pestilenze
e mi domando chi con-vincevamo
con il nostrale distrarre, distrahere, distrare
a deserti di ridondante vuotezza
in bisogni desiderî, desiri, desî, disî,
desidie, insidie
di discinti negletti maniaci monaci
scintoisti suicidiali
inquisiti da manie inquinate conquiste da quidditas antemimica
di giorni aprici emetici ermetici entimemici
di un mese di febbricitante febbrile
aprico Aprile
acclimatato in morfologie pseudo-corollarie
pseudo-collinarie atropici mortui mutismi
e offuscate
essenze di esistenze indagate smarrite in
pianticelle
radicolarie particelle ridicole
di minim’ingegni filiform’in questo gioco
angoscioso
tu che ora incolmabilmente lontana sei quale
luna
svettante-sbiettante ne la frescura di
tramontana
mi sia tu per un momento improbabilmente
vicina
finchè dura la brina
in questo deserto di silenzi, pause, odi e
paure
mi sia tu serto di bacî fiori e parole
parole quali enigmi aculeati e delizie
aureolate
echeggianti parole quali tremanti godurie.
e Giugno insegue Luglio e Luglio fugge d’Agosto
e la Primavera insegue l’Estate
e l’Estate fugge il freddo-gelo
ma infin com una colata
di piombo
viene l’inverno
freddo-gélido
e batte a i vetri e a i tetti e batte
ribatte ver-batte
e piomba quale valanga nevosa
quale onda di muro-cemento
su le nostrali nuche mordendo i calcagli
raggelando il rubro-fiore de i rubro-frutti
mutando il candido estivo lume ne l’alburna
stella implume
uccidendo i rubro-astrali gerani infuocati
e i nero-frutti gelsi
in letale letargico gorgo de le piogge
mulinellanti
grondanti dal cielo-vetro di cristallo
candescente stillante
gocciolanti eserciti di gocce goccia-goccia
marcianti
e marcenti questa terra-cloaca molle-umata
pozzi e rivi fognarî’n perenne agguato
rovesciare di scaglie-fronde-foglie
rivesciare di vomito suppurante
bestemmiare di tempeste deliranti
ricriminare di delinqui recruenti
alteri rami
altri aromi
altri mari
origami
olori
ama fanciulla fanciullo
fanciullo ama fanciulla
Agosto è sol un immenso terso rossiccio
fiume
Agosto è sol un
immenso terso rossiccio fiume-fiore
e fiore-di-bosco e osterie cippi ceppi ossario-case
stormire di chiome viridescenti o andro-deiscenti
è il tuo sospiro-respiro
fruttare frutteare fruttificare di
more-lamponi
il tuo sorriso
lampeggiare di lame quali fra nebbia lamp’i
tuoi occhî
e il tuo sguardo
improvviso imprevisto non-previsto
non-provvisto
ridotto a l’osso
ma è già tempo di chiudere i conti e
scontare i debiti.
immensi redondanti fluvî fecali e
reificanti conoscenze
d’immenso inficiante deificare-defecar’e
dei-fecare
di siderali astro-selve
plorant’esplodere di declarati pianti di salci-piangenti
rose imploranti e bossi ligustri
permanenti fiorescenti.
disseppelliti-dissepolti da crudeli sogni
furiosi rabbiosi accaniti
storditi quali incimurriti cani
ne crolleremo dal dosso ghiaccî e addiacci
e soɲɲi-incubo
ne desteremo da le terribili ore di
supremo terrore-orrore
finalmente disumati ed esumati
ne sorprenderemo destandoci ne la sera
ne la nerigna nerigna sera
quale oscura ghiera
allorchè l’ora lenta s’annera e nerigna nerigna
diviene quale oscura oscura ghiera-paura
io e te
in accanitissimi sogni
nel più accanito de i sogni
disseppelliti da ghiaccî e addiacci
di tardive ore più nerigne più nerigne di
terrore di orrore
non pavidi, non clementi, non insolenti
saremo io e te
in questo eterno stare, distare, disfare
procedendo ansiosi
sin tempo, sin clamore
in anse di caligi e alvi di felici allagamenti
e procelle uggios’e ugge tempeste
in sere di nebule brume foschie fubbie nebbie
ubbie
e sollecitose lunee in sollecitosa risorgenza
di soli-albore
sollecitosa, fulminea, rapida, guizzante di
soli-amore.
parole addensate
parole rapprese
parole frustagne morbide
vacue quali bare sdrucite
nel sacro-santo
gioco-forza de i frastuoni
nel maledetto fracasso di tamburi di latta
del mio cuore
ne l’ansioso procedere per falli, falle, e
fallimenti
e salti, balze, forre, fossi, e
affossamenti
docili allagamenti tracimamenti
esondamenti di sogni
quali soffi-tonfi e trionfi e trofei e
trionfali panorami
in perpetuo fluire-puerperio dissoluto e
assoluto e immanente
prometeici ritorni e denti di squalo e
segni fatali
e fatici apofantici apotegmi di colubri
e frementi notti brulicanti di ghiaccî e addiacci
atroci spettrali tantrici rugghî di urti
cozzanti agli splendori de i porti sepolti
che resistono sotto il persistere del ghiaccio
e de le acque di ghiaccio
e de i venti di ghiaccio
e de i vermi di ghiaccio
quali una non-eludibile verminale morsa
dispietata
inclemente terminale maniacale
pietrificante impietrante
in eterni attimi azzerati
e zerificanti annientanti tralci di lume
attivo al radio
in tralice fremente
in tralice/salice
m’anche/e pur in tralcio/salcio
e in tralce/salc’e
in falce/falcia
e infidi denti lacerano le tue membre
assiderate
volitanti quali vampirose farfalle-portento
frangenti a i notturni urti
e a le incombenti urla
provenienti da sotto-zeri
e sidero-portentosi vespertilli
aleggiant’in limine di limiti ma illimiti
su la soglia d’infinitivi nonperdoni
non redimibili non remissibili non vomitabili
ad
lumina di falci-lame-spade-macheti
de la luna omicida
e
per lumina di effrangere-fuoco ed effrangere di fuoco
in fratti e dividendi fratti per aureo
prole-seccume
di alba. dimmi:
in quant’e quali quiddità
di proteiformi protozoici equilibri
da quali concili di veti e vi’e vati e acque
aruspici
refrangi
e cadi
perdente
pendente in limina per lumina e per
lumi e divani
di vimini luminosi
da ombre di mani e segreti e sacri sagrati
di profani
da lucori protesi
protratti prostesi prosternati procombenti
ad accecanti vellicari di mani amate-amanti
di amasia
e aberrante ne la sua letizia di diamante
e ne l’eccesso di
me-stesso, me
medesimo, me-desimo, me-esimo, me-ennesimo
e a nulla di nienti-foglie sufflati in lum’incardinati
incentranti concentrati quali mine
brillanti o fuga di lune
minate per
lumina e ad limina
esploderò reticente penitente in polve
polverio polviscolo
di glossolalie non-esplose già esplose ma
comunque
non espresse semprunque ploranti nel “benchè”
plaudent’in paludi fulgido-sparse di mutuo
moto di lune
e madide onde di blu-rovente gelate
downtown bassi-fondale
melodia motown
inferi fondo-baratri di tenuissima essenza
quidditas
sepolta dal nerume serale
quidditas
affiorante in albumi e albe ovali
quidditas
infin germinante in torvide antinomie
ed euforie di torpide-torbide glossolalie
di quidditas non raggiungibile
quale female mai raggiunto chimerico orgasmo
vuotato dispolpato consunto consumato
da simboli e imagi tramontati tramortiti
agglutinati conglomerati metastatizzati.
maitino
ombroso gelatinoso perlaceo albume in
fuggienza incrociata
lampi di luce in fuga
plaghe sterminat’e diffuse in distese
pletoriche
di stearica cera-lava cristallina
ipofonie canore di uccelli
sordezza di rimpianti e vastezza di
ricordi
latenza di ubbie
turgore spermatico e urinarie tumescenze
che premono a le gravide coltri del
rimorsi
e luce infin effusa profusa diffusa in ralenti eterno
di tormento di scontento sempiterno
quali stelle in mare precipitanti
per-precipitanti
ne l’imo spente stridano ad absurdum
in fin morendo fulminata da folgori di
prati
su prati stuprati strupati dirupati
mentrecchè i venti artigliano e squarciano
le nubi
e i venti sfaldano manti di siepi e arbi
piedi dementi su sentieri da menti
sanguinanti intralciati
e tutto sembra perfetto e assoluto
e miriadi di foglie-pioggia
non previste foglie
rinnovellate foglie novelle
che gemono
nel proprinquo ritmo
il cielo vuota in terra caricatori di
pioggia
e mitraglia goccia di pioggia e cannoni-gelato
tronco-conici
scagliando leoni e bossoli
da intermittenti stomi di fuoco
pozzi pozze pozzanghere
fiori di giglio e giglio di donna
il sole brucia l’asfalto e l’asfalto lique
al sole
e sí le mie speranze
e pur estati e istanti bruciano e
consumano
e scipano su l’asfalto quale sigaretta
e Settembre vibra le frond’e percuote gli arbi
arbi
e i treni passano e i ragazzi ripassano e
le ragazze
si fanno dare una venusta ripassata e gli uccelli
volitano
genti camminano e uomini muoiono e madri
piangono
senza cagione
e io non cammino non piango non muoio non
vivo
pavendo d’ignoti ricordi lugubri rivelanze
e il mio corpo si disface
non è più corpo
diviene vettore superbo di eterna estraneità-alterità
essenza sortiente da se stessa
geometrico evento non previsto e allucinatorio
visura catastale di un’assenza
droga droga droga
droga
droga
droga
è una droga
è una droga
è una droga.
trombe di vomito attorto zampillante
in mille rivoli e spasmi in antri bui
zampillanti-pullulanti
aculei di sperma di rigetto
in aragne agglutinati-agglomerati
di pensamenti soffocanti e in lotta
perennesima
in perennesima fuga su rette parallele
convergenti ad infinitum
ad
astra
(il perento è il perenne
il perenne è già perentorio)
olore nauseabondo e sudore puzzo stantio
di morte-sozzore rista e ristagna
fra i miei capelli e nel mio cuor’e nel
mio cervello crebero
crebero fra il mio crin’e nel mio crebro
scabroso di colubro
e nel mio cuore scabroso e scabrato da
rosê carne voraci
e viole roso mangiato
la tua lingua è una coltre che mi fiede mi
taglia mi lacera
se le tue labbre io bacio
e freddo sangue irradia
flumine troncato tagliato da guado
fulminato fra urli e gridi e gemiti e urli
e strepiti
mentrecchè la bellezza e la vittoria e la
gloria
giacciono morte inermi
e il cuor’è in arresto di cuore
l’ebbrezza de i fiordalisi e i fiori di
giglio
e i fiori lisi e i fiordi alisei
e i campi di fiori elisei elisi espunti
strappati falciati
stralciati calpestati
in questo rosa-sogno colorato di rosa shoking ti aspetto
occhî di ossesso e cuore di jena
assillati tormenti di molecole precipitose
di rovinosa fretta
e tu che fin ieri giacevi sopita in oscuri
luoghi
abbandonata
quale gatto addormentato in uno scatolone
ora stilli da questo cielo piovoso
e sí il giorno con te vomita tutti gl’inferni
suoi e tuoi
Tartaro ed Érebo e Ade
e io alzo la bottiglia per cancellarti ma
tu sei dovunque
comunque
quale il nerigno atro imbecille
sei fra i miei capelli
sei sub le mie lenzuola
fra i miei vestiti
ne la mia bocca
ne le pieghe de la mia pelle
ne le viscere del mio corpo
e io sono solamente un nano
un verme
uno scarafaggio.
tutti volevano le tue labbre
ma tu sai l’unica bocca degna de la tua
bocca selvatica
unica la bocca che baciare le tue labbre
possa
poichè il tuo desio in fantasmagorici
punti-G non cercai
ma ne l’onirico punto-blu
da cui schizzi di nano-minuti asmatici al
quadrato
guizzarono roteando
oggetti frattali raggiando.
ATOMI-SCHEGGE-CAO.
le schegge
rivelano segni e numeri e ideogrammi e lettere. assistiamo dunque a una
esplosione alfabetica e all’occupazione nominalistica dello spazio. una muraglia
grafica se non l’esile saldo confine della grammatica. pare confermare codesta
descrizione l’ordine mimetico della sintassi, in cui si dispongono numeri e
lettere e ideogrammi. ma si veda come si riveli menzognera codesta disciplina:
giacché i segni si dispongono sì in bell’ordine ma non diverso da quello morto
e letale del dizionario e il frigido elenco alfabetico e la scostante serie de
i numeri; e dunque la collaborazione sintattica non è che una frode, come la
compagnevole vicinanza dei sepolcri e o la compaginata fraternità de gli
eserciti. in tal modo esso aspira, come a proprio ideale, a la concisa
emblematicità di un orario ferroviario: pagine in cui poche cifre, patetici o
arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni di neghittosi o
precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni e disperazioni
striscianti e tutt’i dati di un labirinto che nessuna consolazione di tappa o
tregua può mondare del suo carattere rigorosamente mortale.
il sole porta la luce
la luna porta la notte
e il fiume porta l’acqua
con sacchetti di plastica, tronchi marcidi,
cuori putriti
e altri detriti.
siedo e fumo una sigaretta in riva
guardando l’acqua corrente scorrente
tracorrente trascorrere
πάντα
ῥεῖ ῥεῖ ῖ
in gurgiti tentacolari e rigurgiti diverticolari
asmatici spasmodici
compulsivi
divertentacolari
mentrecchè sonitano tuoni e troni e tonitri
tonitruanti
e squitti emettono i notturni vespritili
e grugano le nottue nottole
e più de la luna tu disti dissisti sisti e
insisti
consistendo in non costosi sinistrorsi sistri
e siti
e lunarificate galassie di ramificati
costernamenti
e cancrificati costellamenti e tubicolari
desiri
e tentacolari desi e cancrosi desiderî
guerrianti
nel freddo e coriaceo duricorio dominio de
la Notte
mortale metallico sigillo
e rovente olida candescente accia
mentrecchè atroci tamburi timballano e
battono
e stagneo tristore nel neutro torpore glaciale
dove disteso giaccio incastrato intrappolato
attanagliato
fra vento e sole declinante sordo-stupido
attonito
di rubro-rose di mortue rosa-viole in pericoli
pencolanti
peduncolanti purulenti germinanti
da marcida sania prosperanti
da sanioso tabe marcescente intabarrati.
offuscare selvatico d’iridi sfavillanti
e iri di Marzo sventrate dal geloso
freddo-vento
trasudanti viluppi di teori’e coaguli d’auro
in piombo-stearici occaso-screziati
fuliggini aggrumati
e cenereo dolore-lucore
labere di crepoloso vuoto e franoso
seccume
in latenze di tendini montali e creste
incrinate
e accartocciare di foglie bruciate da raggî
di luna-arsura
e ansare strozzare soffocare di rio
gorgogliante
e fruscio di serpi repenti e sibilo di
rami crodanti
nel decomporsi gassoso di selve tumescenti
e
mortuo silore di selva e sublare di mestizie
sufflanti e
spirare di strade lunarizzate in attorte
geldre di spasmi
e grappoli di ulcere sobillanti sibil(l)anti
tumidi
cancri e cancrose bave
stralunio di nervi ottici ed erompere di sanguini
e marcia
da feritoie di malarica dimora
e putrore purulento effondente da fessure
di teschi e crani
e bilanci di rattrappiti vizzosi palmizî
in continua perdita e
solfeggî di pesci e rane in vitreo lago e
crepitare di nomi segni e astri
in universi negativi
e sfrigolare di celesti armonie di suoni
crepuscolari e
tanfo e grandinare in cumuli di terrore
e tremore di omicidi e oscena brama di oblivio
sordida brama di oblia lasciviosa oblianza
torbida obliviscenza d’indizi fessurati
e obliquare di oblî di porti sepolti e
sogni occulti
mentrecchè tutto trema in clima-x di delirio e fermento
tutto trama per mantenere lo eco di
armonie perdute
ira di eccelse soglie in precoce tardezza
di doni e imposture
e...
e
E
e soglie foglie folle fogli fogliami e ramaglie
squamare a-scaglia-a-scaglia di rocce
rasenti l’acqua
fessure di rocce trasudanti fiumi cascanti
torrenti
grondanti stillicidi omicidi suicidi di
salci e pozzi
offerenti mistici-mitici segreti e ignoti
disconosciuti volti
a la memoria-ulna deseriti e abbandonati
polvisco di neve immota
a brine suggellata da brume successive
e suggello di brine di perla
a brume di gerla nel cupido cancello-chiudere
dei diari de la gerla
del ferro-ghiaccio nel claustro-chiusura
del torpore di addiaccio
e anni e galassie frugate indagate con
mano dubbiosa
in fessure di lun’e allunare di felli e
forre
in negati universi negativi e spazi parallelici
(negati universali negativi spazî parallelici)
allineati delineati collimati
digrignati per tre per tre in trismi d’invasivi
e sottili corpi
e sbadigli attorti retorti contorti e involti
splendidi e protervi e abbagliati di
fosfeni
di fosforescenz’e florescenze
fruttescenza di stanco e abbandonato candore
risucchiato in ondi-vaganti multi-vaganti
storie
storie-gloria e storie-vittoria
e molteplici febbri e gelide galaverne
di un passato fatto in pezzi squagliato
con furia dismembrato disfatto
già su l’orlo sul ciglio in limine in
discrimine liquato
e colato in liquami melmosi
affinchè io possa sentirmi men umiliato
men cancellato (...)
(...) luce ferma e arresta e lì resta
compatto quale rio-ghiaccio di bronzo
brunito
sí definito delimitato ne la sua nitida nefandezza
statico quasi stolido
eppur funambolico corpo di snodato serpe
repente
camminante ambulante ambiante su funicoli
ombonali
di feti schiacciati a calidaria
ricacciati rintuzzati a boiler di acqua calida
carne contratte in nodi e anfratti
memorie lattiginose
presagi di latte coagulato-quagliato
incagliato
in interstizi di freddo e sospetti di
geniture primo-genitali
e candida incanutita e accanita eviranza
di visceri
e vomitare di pallidi detrimenti di fauci
e
riposo di giacigli ne la rugiada e
solenne-lubrico inumare di verde di
verdura di verzura
nel vischioso torpore di occulte
viridescenti marcescenze
disseppellite dissepolte dispietate
da verminose veste
e tegumenti (.)
stomi aperti di fiori
risonanti di prati stuprati e
deprivati depravamenti di saniosi e
perversi supplizi e
lubrico ludibrio e maligno deridere
d’infingimenti
e rinascimenti ed enigmico convergere di
rizomi venefici
e rizostomi velenosi a perprofondose
perfuse radicalità
ed estremi conservatorismi e
delirio di bellezza e pur di cupezza
in vernacolarie galaverne ventricolarie
perse ne l’alvo
perse nel ventre di testicoli e interstizi
vernali
plasmato a resistere a terapie per guarire
le nostrali follie
e a vessatorie regole di simmetrie
del verso e del ritmo e del metro e de la
rima
nottetempo in questo soffice leggiadro erratico
vagare
di stelle innocenti perverse si destano
brame nel sotto de la pelle
e tu divieni fiore di luna
fiore di sale
fiore di brina
bruma di alba brunita tra le mani
peregrina
brama di acme-culmine-vetta-ruina
reina puttana di qualunque sia lussurioso vertice
o sordido summit sommario
e nel terreo tetro umore rovini e arretri
e precipiti
tra nerigni tentacoli di radicoli e follicoli
di vermi
emanati esumati da paludi sotterranei
brillanti di nerezza
schegge di scheletro nel mio cerebro serpeggiano
font’e fronte d’amoroso perduto dolore
stimolato dal fervido estromettere
cioè mandare in estro
del violaceo stridore-dolcore
e soffici spiri e soffi-mantaci
sbellettanti
in maitini aurorlati, ingozzati nel gorgo
di siringo-spilli
e regurgiti di piercing
e ago-siringhe ingurgitate ingollate
risucchiate
da ridondanza d’ipercalisse
e superflue superfluite abbondanze di
grandezze scalari
parassitarie isoscele scalene ansanti
rotanti ruotanti e in cilindrici reboanti
metallici roteanti
petti
perfettamente calettati e atti a drenar’estasie
e adrenalinico sgommare sbandare
accelerare.
e a le ripe incandescenti abbaglianti
allucinanti
fra portentosi gurgiti e spire attorte
un livido dolore di fondi marini e bassure
e grandiosi miracoli e anticicloni e nebbia
e le tue labbie già nutricate dal mite
lume seduttore
or divengono argenteo splendore
formoso, furioso
e sol un vaguloso sentore di cristallo e
ostro
emana dal marmoreo mare mormorante attorto
gemente
e rovinano cadendo spezzat’in mucchio i crini
e le cime de i monti
e crudo il freddo succhia
il proprinquo candore-gelsomino
da i candidi steli ridenti
e gentili e indifferenti qua e là i nidi
abbandonano
di rondini e anitre
quali tombe non-esplose implos’e implose-ascose
gloriose in sacro-sadica bellezza
e lanugini di nubi-bambagia ovattano il
cielo e l’aria
ogni gloria vuole il suo disprezzo per
partorire la vittoria
ogni sforzo vuole il suo dolore per
partorire la proprinqua gioia
ogni morte vuole le sue ceneri per
partorire una fenice.
succo di non-essere a questo desco è
servito
a questo desco io bevo sapore di me
e succo del mio non-essere di me mediocre
talento
non compiuto non completo
troncato
un manuel-omar a metà
troncato finanche nel nome
nato in mezzo vivo in mezzo
possiedo pensamenti mediocri
indosso una vita mediocre
e mai lustro le scarpe
e ne la mia dolcezza tenuissima mi ascondono
e ascondo terrificanti segreti e orride
cure
orribili orribili e un’alma sanguinosa
e funerei pensamenti e dissanguati e sciamanti
che somigliano un brulicante pullulante nugolo
di ragni
formicolanti fornicanti formicanti
nerigne schegge secernenti liquori
aggrumati
in memorie incognite agglomerati
di meati menanti ancestrali paur’e apotropaici
rebrezzi
rappresi
in trombe torte ritorte attorte
di spuma di mare che ri-brezza e rinfresca
e in fine ridotti a punture di zanzara in
uno spazio
tetradimensionale negativo
deviante deviante per smarrimenti e
infinitive
infiniture infinitesimali
e regressi ad infinitum (ma pur progressivi) nel tunnel di
flebili rigurgiti di luce
forzata da calugini di audaci angi prospettici
e scorci
visuali
onnubilata costretta rintuzzata
nei limiti de l’esposizione/espunzione
angusti e sgranati quale luce filtrata da
miriadi di
minuscoli ennesimi occhî
di verdescente melograno di vermiglio
fiorito
schiere squadre geldre miria di fulgidi
grani acquosi
residue scorie di esausti venti e finti
eventi e finiti verni
tralimitati tramilitati travaganti
travasati
-ati -ati -ati...
in arrogante procacia
di lanugini sfumanti di
vita intrauterina
ben nutricata di fruttescente fatiscente
fantasia erotica e
orgasmo lattico
e tu
e tu mi bevi
mi suggi
mi succhi
quale succo di un pomo granato
melograno
melo-granitico
centri-fuggiente profuggiente in cumuli di
angoli scaleni
stiacciati aggrumati
in fuga su crini di montagne-pudding melmose budinose
vacillanti
e smunti desiderî a lunificati altrovi
anelanti
e burrosi lumi e trasudanti gelatinose
profuggienti stelle in golfi mistici
disimmaginabili decadute
cattate sminuite
e infin inghiottite ingollate
da un pus
mirifico.
platani oscillano
estiva ombra spargendo
e tremano cipressi
e cantano fronde palpitando
e si trastullano ruscelli
con le loro acque monelle
giocando e spumeggiando rugiade
e levigando ciottoli e pietre
e in questo rivo di paradiso
i nostrali corpi stanno
stretti
in un nodo stretto
legati.
tr’altere polveri e pomai
fra gli ultimi polvi e i pometi
fra maturare di fruttescenz’e ampiose fubbie
di smog
e purulento fibro/amio-cemento fluttuoso
(o amianto sic et simpliciter)
fruttuante grappoli e grappoli di cancri canceri
cancrosi
e morbida materia in glomeri glomi grumi
metastatizzati
metastatizzanti fruttificanti morbose fruttura-fratture
in prosternati urbi fumo-sternati odo
oscillanza maledetta e malefica di
promesse di
amaranto
e vischioso udore di rimpianti
e aldace foschia che osa che azzarda che
tenta
bossi ligustri strade agostan’e vie odierne
di odio
levigate con pietra-spuma
spuma di pietr’adducente a i superbi rosaî
semprunque-verdi
di disvelamenti e maturamenti mai auditi
e fructura-fractura fratta sfatta disfatta
e
in alto e in sospeso è già escogitato ma
non ancor esperito
periclitato
pericolante traballante vacillante
oscitante oscillante
purezza d’infiniti a-occhî-aperti
almi rotti a totali derive di sogni e impossibili
αδύνατον
αδύνατα-adunata
rovinati precipitati da leggerissimi
maitini
di delicatissimi lividi coltelli
qui stanno esposti a i perigli i sogni
a le temperie
a i gherigli
sparagnatissimo diragnatissimo digrignatissimo
sicchè più sogno non è ma periclo di sogno
demoliente destrutturante seppur
costruttivistico
cognitivistico postrutturalistico
periclo limant’eliminant’elidente
amori e dolori e fruttificante pollante
germinante
grappoli di gustosi lumi al contempo sapidi
e perfidi
e stelle agglomerate agglutinate in galassie
bianche
di gelatinoso albore
galassie-ipnotismo e galassie-nastro
grondanti geroghlifi minerali proliferanti
su i tessuti
muschiosi di bocca e cervello
e muschi crescono su la bocca
in geometrico marcire putrefare di piaga
in fulmini tardivi
fulminei tardi e trame virtuali di orbite
verbali sollecitate
da segni e formule
e asettiche ustioni erratiche in bilico su
linie di frattura
e punti di rottura ondulanti basculanti
e metallico incastro di liquide forme
di lucore-biancore.
quale succose radici quadrate di -1
esposte a
tuberificanza irreale affetta da
bulbomania rizomica
vuoto imploso in afonia stenica-stearica
negative gemme sotterranê coagulate
in disquamate vene bulbose e conche
bullose
lune discostate desolate assolate
assalite da rami di fosforo-fuoco
e ire di funesto napalm trasciscante in filamenti e strisce di
denso-fumo strusciante drusciante serpente
repente in
nugoli di ombra furtiva intricata
o belvederi → ipovederi per eccesso di
refrangenza
(o dissolvenza)
o insinuare di argentei globi piumosi fra
tramonti di
lanugini lanciaureolati
o flegetonti in fili di flogisto in
perennesima flogosi coagulati
e comburenza latente
vene di metalli emofiliaci dissanguano in riviera di sangue
ustante liquante
e fonti di diamanti
prospicienti fluvî di clorofille
profondate in gole
rigurgitanti
o afatici fauci
disfocianti vomitanti flumini di flogi
cattati da lagi-lagher
o momenti e attimi-pelle
attanagliati da morsi di
eccessivo ingegno-torpore
atto a eviramenti e
attuante virat’e trasvoli a viridescenti
voragini-cielo
o fierezza di bellezze
falsamente placide diabolicamente
satirich’e fierigne
o suoni vacui e incavati
e spazi negativi di silori squillanti
o strabismo di Venere
strabismo di duplice
ambivalente bipolare schizofrenia
frutto effetto
r-esultanza di grossolani dozzinali errori
di costrutto
e scherzo di villica
villana villosa osteria
dal medesim’orefizio urente-eiaculante-partoriente
sí mi ritroverai e sí mi
ritrovo
in perennesima morosa
retardanza
quasi retro-danza e
procedere a retroso retrocèdere
e retroso incedere su
corse gare vita fato eventi e
semprunque compagno
trafelato e ritardatario e
amasio de la notturna venusta
regina reina ruina
solitudine
e fratello de la
debolezza
e di mediocri sogni di gloria
deformati e dissaldati da
cedimenti strutturali e
rovinanti dirupanti d’altori di follia
e solipsismo
ignoto
a maligni destrutturati
disappunti disobiettati
disobbedienti di forme
disbiettanti nei vicoli
ne gli svincoli
ne i vincoli
inclinate a torbidi
tramonti
verdi montali e gemme di
pietra prostranti a piogge
e gravore attimo-sferico
sbandato e smarrito fra
coincidenze indugi e trappole
proroghe differenze
dilamenti scorni di
altrovi e attardanze in virtuale falsità
di costipamenti
e tuguri di averno e bambagie
di affanno e sussulti
di deserto e sonno
io-res non vedo con queste pupille sí offuscate
obnubilate paralizzate
e me stesso lasso in asso
in silenzio di assenze di
assenzio
e astratti grigiori tartarici:
¿in qual’era erebica
finimmo
noi luride frigide risate
singhiozzanti
fulminate da oscure minatorie
carezze
cani bastardi da la nerigna
vesta e bianco-sepolture
bianche polt’e malte
bianche
dati numerici gocciati e
incocciat’in essenza di gravità
subalterna
subordinat’al volatile
volubile senso pudico
forse forsit in forsizie di seni maresi e
forsezze di fondi bui
fatti molli dal mio sangue?
in mistici golfi giace l’alma
in mistici gurgiti ribolle
il mio sangue
fatto sanguine
fatto sanguinaccio
in mattini estivi tu
brilli quale finestra sul mare
e io cedo a te in profumi
lucidi e olidi luci e voci frondose
frondeggianti sguardi e vivide
parole non dicibili
non deducibili
fiorite
folte.
quale acqua impaurita che sussulta
e su colli e forre giace la luna solinga
e nel legno giacciono vermi e profili di
diluvi e
e di piogge ride l’ombra
besti’e belv’e bellue leggiadre leggiadre
leggiadre
e gelo-stordimento in gelide gelose camere
da tre soldi
sí fragili piume verdicanti aleggiano
agitate
frondando e stormendo
e il cuore sobbalza e sussulta e vagulo trema
stretto e morso da i freddi
e la nostrale gioia candida candente
candescente dilegua
quale neve asciutto e ghiaccio bollente
sí il vento insonne ne verrà inver
abbagliando e
sbandando
e apriche porte spalancherà i proprinqui oscuri
vestiboli
mostrando il sé medesimo e il medesimo sé in
sempriterni spazi
e allora ritroverò la mia gioia di averti
perduta smarrita
mio febbrile amore dimenticato perduto
disperduto schiantato
ver le possenti muri de la disumana
potenza
lí la tua sembianza
specchiars’in nubi candide celesti
io rivedrò
ma già fredd’enno le mie mani e strette in
petto
e trasalisco al minimo refolo di vento
ed esigue nevi orlano di candore rami e
profili
e crini di monti
e il freddo già discende su le mestizie de
i cespugli
e le piante in graste in forse
(¿ma che cosa è in fondo il “forse”?
è il caso, è la fortuna).
solitarie disperse strade ferrate
sol da trombe di vento percosse
abbandonate obliate obliviate
risuonano di canicola e afrore
e sí è il mio cardato strigliato cuore di
cardo
strozzato da la ruvida corda
freddato dal cardiopalma fulminante
fulminato in corsa per le stelle
e pur io fra poco sarò pietra
cálido eppur gélido
ma
se in questa futile sera tu venissi a me
e a me il tuo candore recassi di bimbo
accigliato
e la tua fulgida bellezza di ragazzo
la tua rassegnata bellezza di vecchia
allora la mia chioma il mio crine i miei
capelli
di gioia sussulterebbero
ritrovando in casa l’odore tuo scivolante su
le pareti
impigliato a i miei capelli quale la rugiada
si spande
su prati ed erbe
e sí
se in questa futile sera tu venissi a me
tutto ti racconterei di me
quanto è e quanto non è
e tu sgraneresti stupita occhî e palpebre
e infin mutando pensamenti mi baceresti
avvolta nei tuoi vestimenti leggieri
leggieri
e se in questa futile sera tu venissi a me
non fra frastuono di piazze o vie
brulicanti di risi urli gridi
ma fra gli angoli acuti e le cuspidi e gli
spigoli
del mio cervello-cuore proteiforme ti
condurrei
e le spire attorte involte de l’anima ti
mostrerei
e fra verdescenti intristi viti ti
porterei
con me
perchè
non esiste altra gioia fuorchè sapere che
tu esisti
dolce venere lunata
che quale venere sei la stella prima e
ultima del mio cielo.
Caminante
no hay camino: se hace el camino al andar
e a l’aprico andare il vitreo cammino sorge
procedendo fra paciosi monti e celati gurgiti
e il cielo asconde vagabondi e viaggiatori
sospinti viandanti
e atri rubati al sonno
mentrecchè ululano cani e luci guerreggiano
al buio
e stridono colori e ombre
e sentinelle al nulla stanno le stelle
e guardano e guatano e scrutano e occhîano
monumenti di aria
e castelli di verde svettanti oltre le nubi
e il volo de gli uccelli
e soffiano venti e soffiano polvere di ultimi
eldoradi.
Caminante
no hay camino: se hace el camino al andar
e il mio cammino sei tu
e a la cieca procede tuttora
dacchè la tua mano lasciai
vorrei dirti disciogli le trecce e libera
i piedi
e chiudi gli scuri
che già appaiono stelle
appannando vetri e finestre
e invitandoci a scopare.
trafitti da cuspidi di lanceolata deiscente
lavanda
gemono e prati e terre
mentrecchè in campi e giardini brillano-non
esplodendo aromi di zagara e soffici pennellate
di pallido verde cinereo e sporadico sonno
a chiazze
essudante da le verdi chiome de gli arbi e
penetrante
freschezza-fiacchezza-sopore
effondono i fiumi e le rive
fino a i minimi bulbi e a i cesposi rizomi
sotterranei
e di nuovo trapelante
trasudante da la pingue opima ferace ubera
terra
e tralucente da le chiome de gli arbi
e de i suoi cespugli-bambagia
e torpente con i suoi diti di rosa i tuoi
teneri occhî di giglio
e cristalline ciecità e grigiolate polvose
came
mentrecchè spirano rattrappiti avvizziti
anchilosati venti
su camole stridenti e cimurrosi cani
e su i nostrali morri prostrati a terra mortui
morsi morsicati
su critami su regami e pur su origani e
origami
mille colori hanno iridi e aurore
e compiaciuti mostrano le loro riccose
code auro
colanti su tetti e tegol’e cupole
e oscure tempeste sembrano i monti
in lontananze azzurrigne
funo è sol uno spaventoso cane veniente da
l’inferno
muto in ombra
mezzo addormentato mezzo in agguato
falsamente fintamente latente
quale in crestallo negrigno non late.
da esili fondali marini ed esilî serali
sale
il notturno silenzio
e trasale ne le screziate corolle de l’orto
murato
dove iridi giaceno prigioniere cattive
e la disumana solitudine umana trasumana
in trasparenza di verde-pianta e in
essenza-olore.
quale ferro piombato offuscati e affoscati
in vacui monti e vacui sogni di
strade-corde
srotolate quali serpi rependo in diffusa
ombra
freddo-setosa
e in gridi sanguinolenti sanguinosi sanguinei
e sanguigni
di tenui distanze di monti e in astrali
spazi di morte
e smarrito in interstiziali antri di pioggia
e in valli di occulta materia oscura
addensata contratta rattratta
in melme-gelatine fangose
io mi desto e risveglio
e rinvengo e spegno
fango io stesso
oh acqua, cuore de l’azzurro
oh azzurro cuore del mare
oh mare, tomba de la luce
oh luce, cruor’e grido sanguinoso d’iridi
e colori
oh colori dolore de la luce tracipitante
da nubi e monti
e precipitante in rovina e colori conato
del giorno
e de la notte
oh notte, manto di velluto de la morte
oh luna, luminosa bolla di ritmica materia
statico esplodere di fulmine immortalato al
foto-flash del foto-finish
in bianco-larvali cadaveri di albe in
disfacimento
oh sogni, lucertole de le fessure de le
pietr’e de le rocce
oh sogni, voi siete sparute inconsistenti
bave almali.
sogni
bave almali non imbrigliate
bave di un’altra vita immaginata
in refoli di sinistri dubbi aleggiante
e nugoli di danni ed errori; e rivoli di
pena
lugubrosi funebrosi tenebrosi
limpide simmetrie di morte quali cristalli
di neve
e brillanti fulgenti oblique geometrie
lanceolate aureolate di spine
e lumi in oscuri atri senz’alba pullulanti
altro fuorchè il suo rubro non conosce il
mio cuore
scordato dimenticato
affamato
e mi domando
se mai un giorno tu mi chiamerai.
grigio-comburenza di cieli-porpora e
e dolce soave armonico murmure de le
supreme sfere
in confluenza-convergenza-divergenza
spire di fuoco e fluoro e agonia e terrore
il mio sangue liquante in mirabili mirifici
non-numerabili
rivoli di auro e di acque rapprese in mutevoli
forme fisse
in perenne rovinare a i dirupi e agli
scoscendimenti
su valli e forre le sue ali scuote l’uragano
fredde
rovine di vento-freddo
screziano e striano
la vita muta in sopore mormorando sogni di
sonno-morte
e gravido verno trasfigura laghi e mari
in specchi di piombo fuso-colato
eppur la vita non appassisce
(ma passa: la vita passa)
e sposa declino e decadenza
e traccia di sangue sul manto candescente
di neve
è il mio desiderio
e la mia carna e il mio sangue ancor ricerca
la tua pelle
e piove su porti e valli e meriggî e
ruscelli torpore
trasudante da i cigli fronduti di arbi
robusti e arbusti
grondando quale madore
e bianchi alburni vermi con occhî di luce
esibiscono le loro acri calcine
mentrecchè declinano flaccide menciose
lascive ore
percorrendo sinuose curve sinusoidali
e corrono nervosi minuti e drizzano rigidi
elettrici attimi
e piena di funesti errori e dubbi e dubbi
d’abissi di scale coronati da questo insalubre
notturno tenebra-diadema.
in chiostri di ramificati colli
fra riflussi di luna riflessa
fuori da i recinti de i venti polluenti
rampollano escrescenze di eventi polluti
e polluzioni di venti di verde-polline
polline di cielo e astrale spermato australe
e addensano e rapprendono in insolenti
arroganti colori
violenti sanguinolenti quali farfalle sfavillanti
e fieroce le fauci spalanca e terribili l’atro
e vomita
e riversa ed espelle il nottuo tenebrore de
l’atroce buiore
gravido di mille miriadi di lumi e stelle
gravitanti su spiagge di piaga
in plagge in spire in pieghe dolenti
dolose
sanguinose sanguinanti
stillanti mannaie osso-fiedenti
coltelli foranti feritoie di cielo
e lame fendenti fessure in pietre rocce e
scogli
niffi e sguardi trafiguranti trasumananti
attendendo vuoti
rovinosi rovinanti dirupati crodati
in valli macilenti di sangue poroso
mentrecchè sorrisi bisbigliano battendo a
vetri e finestre
frutti aridi e polverosi
in intermittenti qualità nidificati
disparventi ne l’oscuro volo de i pianeti
nel melodioso silente succedersi de i
giorni
quale dolente nevischio candescente
bruciant’e ipso facto morente
e muore tutto muore
e sol tu non muori
e circolano astri e atri
in settentrioni consunti
e sol la tua essenza non passa
perennesima presenza e assenza eterna
candore di giorni senza pena
tramonto senz’alba
dismisurato e incommensurabile
apollo peone o elio
gigantesco e rubrico.
geroghlifi minerali prolificano
su apparati boccali e tessuti stomacali
e su muschi cerebrali
e il geometrico piagare de i nostrali cuori
putrescenti
in disfacimento tardivo-fulmineo giunge
notturne taciturne altezze di mistero e
trame virtuali ordite in orbite verbali
sollecitate da errabondi segni formule schegge
e ustiata labbia, ustiata sembianza,
ustiata parvenza
ustiante persevranza fievol’e suggellat’a
la mestizia
e negat’a la tristizia di musardi orti
musorni e
comburenza di rammemoramenti e disastri di
giorni bellici
che acervano rimpianti rimorsi ricorsi e
regretti
e tramutano in cencri velenosi e liquami
cancrosi
e rosei labili riflessi di colpa pallenti
paglianti
su le nostrali albe senza difesa
che allungano i loro gelidi artigli
e l’atro quale fiume gorgoglia in alvi
femali
e letti coniugali e tracima e straripa ed
esonda
in incubi e paure traboccanti
quale torbido poroso melmoso sangue
d’altissimi autunni di nevischio di aldaci
tristezze di tramonti
e sommesse sonnolente macilente malinconie
di leoni
e ne la grigiolata cinigia è una tomba una
bara
un tabuto di braci
calidi leggieri e benigni quale tuo
sorriso
ombre muschiat’e linie di ombra
zone di frattura e punti di rottura e
punti di sutura
metallico incastro di liquide forme:
ecolalie glossolalie isotopie di topazio
e aurei silori di negativi spazi.
vacui torpori e frastagliati meriggî misterici
barbagli di luce strisciante in golfi di
azzurro
insinuati-insinuanti rive sinuose di onde-colore
e ventagli di dol(c)ore insufflato
in atmosfere mistico-screziate
ingolfate in interstizi atomo-temporali
di retrosi spazi negativi
sottratto soffocato in pozze serali di sangue
pestato
rappreso coagulato
imbutato in tabuti di corrosi abbrivi
gessosi
e ruscelli sbigottiti
irradianti sottili raggî̂’n questa
sfibrata sera di Maggio
mentrecchè bave di elio-apollo drusciano fra
monti e ombre
e il tuo ricordo persiste
e da campi e bassure trasuda e sale un murmure
maresco
finale residio di silore-olore di senavro {[1]} e frutti polvosi
e dolcore di caldore prospetta la mia
sordezza
erema e romita
e tristemente risplendeno i tuoi sorrisi e
baci e amplessi
e in grembo a questa sera il tuo soave pensamento
quale solinga nuvola fuoriera cieca di pioggia
e fiori
ritorna e i miei atri fora
e fantasie di smarrimenti nostalgie di
golfi boreali (in)fer(isc)e
e appare la tua sembianza-parvenza
quale tuono tronituante
e accusa è di azzurro cielico
e insulto di bambino affamato
e grido di manicomio
e malinconia di pluviosi mucidi crepuscoli
e uggioso lumelio
e or finiti desiderî e brame
chiusi sonni e sogni e suoni di fiumi e
vita
dissolti nodi di arbi e venti quali
promesse
già curva e inclina e prosterna un brivio
di dolenti autunni
violenti
e quali rami e seccati fulminati cuori e
palpebre
rasano il suolo e la terra e il basso
felci atroci e nudate frane traboccano fra
monti e pianori
clivi assiedono a interstizi estremi di
finali naufragî
sepolture di estreme piogge coartano alb’e
paesi
e a i miei desii tu sei custodia e causa
e motore de i miei più volubili pensamenti
e prigione de i miei negativi sentimenti
chiusi occlusi tragittanti nel denso raggio
del tuo meriggio
nel denso miraggio del tuo eterno ammaraggio
allucinante annuvolante la mia mente di fugaci
ombre
d’isteriche nebule stravaganti su ghiaccî̂
melmosi
calvezza di colli e papaveri cielo
crudi prismi cuspidi di pioggia naufragio
in
limina di vivi per
lumina di morti
e quale papavero pur io ti aspetto
ripensando a le mie acerbezze di acume
e bivio non trovo per deviare da te
mio termine fisso di eterno rimpianto
e rinascere in indugi ulteriori
fuor l’oscuro limite-dubbio me avvolgente
con ferreo stupore.
in ciechi passi accorti
in ciechezza d’impuri passi smorti
in fossi di strame, fossi di letame
amore cerco e disperanza trovo
persistendo insistendo in questa rancida
vita
in questa rancida demenza senile
in questo acido rancore
in quest’acia di acid’acacia
in questo errore di dementale catto
mentale:
in alto ancor luce lume lumine non è
m’angoscios’ondeggiare di larve candide
muriatiche
e respiro affannoso d’insufflati asmatici
pollini-menzogne
e polluere di vacue primavere vischiose
or discendenti dirompenti rovinanti precipitanti
da le nerigne creste montali
or promananti da viscose bufere aggrondate
in golfi
boreali
e brulicanti giacigli d’irosi lui colluvî
profluvi
e scoscesi ripidi repidi luvî e fluvî di
terrori
lascivi furori rompendo e pietrose
resistenze appezzando
e pietose dimenticanze tagliando
e nessi violando e figure dissolvendo
in eco privo di suono
vacuo eco frangente a muri di verde-piaggia
a soglî di alluvioni cozzante
discornante a le procipitose procombenti
distanze
che tu solinga rompi al petto
amore
precipitando su m’e tutt’i miei sfaceli
e tutt’i giorni spezzati consumati
sprecati
calpestati negati, imbrattati, scaraventati
eppur brulicanti bulicanti bollicanti
bulbicati e tuberizzati da te
con te
et
per
te.
tumultano flumini
e sussultano
convulsati epilettici e spezzati quali fulmini
e tentano imprevisti meandri
e nel ventre de la Terra interstiziali
bulicami
e vacui vaneggiamenti di lente volute
terribili conati forzando di ostici non
consueti meati
per travarcare travalicare scavalcar’ed estollere
e dal viscoso alvo scappare
vischiosi uni-tonici
flussi e deflussi e pur riflussi (istorici e non) eludendo
mentrecchè il suo candido
uovo-cellula-embrione-cielo
addensa ver il crine de i monti
‘e il tuo aspro sguardo-diaspro commina
infetti violenti sogni morbosi moribondi
racchiusi da violacei rettangoli funambolici:
di dolosi tardivi tramonti pullula la sera
fra monti azzurrigni e valli e forr’ed
effluvi ormonali.
doloso verde pallore
tardi monti e montuosi tramonti di pollini
cancrosi
insufflare di venti e ondulare-ondeggiare
di flussi-riflussi
pioggia di grigio sul mio logoro crine abulico
apatico
stillicidio di grigiolate note sul mio
corpo da perigli
lograto da loia sozzato
languore di arance da freddo-gelo scipate
labore di pianeti e pinet’in cosmici vuoti
a perdere
ruinare di rugiada su cortili discoperti
rovinare di nozze a fati avversi
procipitare di bruma da cieli vernali
labere di brina in vetrosi giacigli funebri
anelante foschia-fubbia-uggia incombente-latente
abissi di albori candescenti e bovini palpiti
e palpitamenti
notturno scemare di ladresca strada
furtiva in albe parventi
illudente vigore di corpi quale suasorio
vibrore di frumento
a le mie spalle oblique oblio preme,
pend’e punge
cervello franto a gli scogli del rimorso e
rifranto all’orto del norde
gioco di specchi ambi(ante)-valente gioco-forza
ruvida stella vespera e furbesca vespa
vespertina
croscio stordiente di ascose piogge
improvvisi spazi di calide primavere a le
porte del verno
grandiosa frescura di nuvolaglia
e fuggienze ad alteri eldoradi ultimi-ulteriori
polle di pomi estivi e grandiose
fruttescenze agostane
grandioso fluido grandine impettito e
pettinato a festa
grumi di ore congelate
ore aggrumate agglutinate agglomerate
quali glomi di dolore rappreso
secreto in segreto
da segretate papille secretive
da le rancide palpebre acute acuminate aculeate
e coagulato in valli assolati e in campi
disse-minati e dispersi
e ciechezza di ansie-brame vaganti quali
mine
viscere budella e visceri ventri sconvolti
spogliati-espoliati
da venti australi da l’orlo di solitudine
levati a iridi spiranti
gambe gementi stanchezza e cuori versanti
tristezza
cervelli bacati vomitanti limaccia e
scarafaggi
iridi ceruli da froge spezzate trapelanti su
i nostrali fronti
aggrondat’in scoppi di brivi balenanti da ghiaccî
scoperti
e tremori di gengive orgogliose
irrise su chin’e chine avide di paresia
e anestesia di gelidi paesi gelosi
golosi porosi
apolokintosi
sí corrosi
in -osi in -osi.
fiumi albani: fredde sterili oscure acque
tenebre
o calidi fiumi quali effluvi ormonali
e snodi fluviali e anse-meandro
liquidi muscoli di acqua
e micrônde fabulose ustanti le tue gote algide
sfocianti su caldaie braciere di vette di
frane
in calidi boiler e scalda-bagni disfocianti
sul tuo cuore che non molla
su la memoria che croda e sfolla
eco-gemma-flusso-refolo-sciara-luce
eco di gemma e flussi di sciara e refoli lucei
di alburno luce antelucano
e nugoli di parvenze-sciami di clacson alti-sonanti
e magni-loquenti sifoni
insufflare di sciacquoni e discaricare
corporeo
attutiti da murmuri albacei di foglia che
sfolla e discaglia
e crosciar’e sciabordare di minuscola
onda-seta di
orgasmi molteplici
onda maiuscola che fu la tua sete-scoiattolo
un giorno
e pur in maiuscola vulva bozzo-cardo e
squamme-schegge disfogliate a-scaglia-a-scaglia
in atomi disgregati e in querce
agonizzanti
in agonistica agonia
e agonico lottare in combutta-intrigo
di complotto di desio-ignavia.
momento post momento scalcinati sogni
scalfisce la sera
con valve aperte aspettano crepuscoli e
sessi
in corone di fragranti foglie aggruma la morte
e luna soffice-leggiadra brama prati e papaveri
e papaveri e prati tendono a l’aprica luna
paprica
in mio cerebro lentule vagano amene lave
recondite
colore di pontico lume insaporato ad alti
eldoradi
concimati da verdi-pastura di pingui opime
feraci feroci
erbe morienti ne l’avaro varco
io ad acri fluenti e acrigne imposture
corro fervente
tu flebile candela cieli di mania e
torpore di torce, stilli e distilli
e acque su rocce goccia post goccia post goccia
cancelli e rifocilli
azzurro fierigno
trema e serpe fra fermenti estivi
e monti di
bronzo-rame
sete di nervi quali tombe percosse da
maitini di follia
sete di vermi reclama cerei lusinghieri
valli a gémiti di bovi
ebete alena di astenia idiota lena di
correre tendere
protendere a nulla
lontananza di occhî cauterizzante
questo pòvero effìmero cuore.
ONEIRO-MORFINA.
occhî di ónice ónico-venèreo
allorchè me guardi e Cupido scocca una
lancia
e la sua acuminata acrigna aculeata
cacuminata cuspide acuta
fere dritta al mio esasperato onanismo ossessivo
fiedendo l’onirico mio vorace orgasmo
ma non ferendo la tua oniro-beltà
sogno-bellezza plasmata da l’avida diva
parca
finta da le avide parche chere
forgiata da le mortuarie
non certo morigerate
moire morienti
figlia de la oniroide luna
che porta oneiro-dinia e oneiro-frenia
figlia di Oniro alato in alto volitante
spandendo sogni
figlia del sognante Morfeo sonno ferente
figlia de la notte
de l’ambigua óniro-mòrfica notte amorfa e
informe
non ferente consiglio né sogno né il sonno
ma porta morfinismo e morfo-mania
e porta il polimòrfico polimorfìnico
proteiforme rimorso
figlio stérile de l’infecondo amplesso
trisòmico-trisomàtico
de l’astrale congiungimento
del
ménage a trois de la troia Notte
offrente il suo capezzolo drogato stillante
rimorso
e la tua eroica sognante beltà eroina recante
il sonno
quale il tramonto ed empiente il mio sonno
di sogni
e sí nel modo medesimo de la Notte anche
tu sei sogno.
Sei sogno e sei sonno,
sei morfina e sei eroina,
sei oniro-morfina e oneroina,
sei oneiro-morfina
e oneiro-frenesia.
ANGINA
PECTORIS.
abbaglianti segretezze dirupate a le ripe
del mare
in sentieri di verzura e realtà
dissimulata sfumanti
bisbigliante i proprinqui echi di verità a
i venti morenti
correnti ver il vento
corriva corsiva corrosiva
fino al punto più altero
acume cacume cacumine
culminante ne l’attimo fulminante
di fulminamenti al culmine di limini calumanti
da le cataratte del cielo
su le forre su le case sul mare
che scaglia-a-scaglia si caglia
in una colata lattea di piombo-acciaio
coagulato
in grumi pomificati
e in glomi lunarizzati langue
quale anguicrinita donna porgente
distesa e nuda le labbre
aspettando il momento propizio per
azzannare
e iniettare il veleno centrifugo
mentrecchè il sole immenso e rubrico cade su
la spiaggia
calida e argentea de la California
dove il vecchio Hank gestisce un bar
a l’angolo matematico de la strada,
e Céline si dispera non riuscendo a
trovare la parola
perita nel quadrare il cerchio
e infiniti equatori dischiudere e rivelare,
mentrecchè il nuovo Socrate alessandrino
siede
a un tavolo parlando d’istoria ellenistica
ed Ernie cola il cervello ne la spremuta
d’arancia
corretta con gin,
Zanzotto si abbandona a per-trans-cubici
elucubramenti
ipno-apneiche fetali di declinanti allunamenti
posgeometrici,
il malinconico malconcio Pablo si strugge
di angoscia
per il suo perduto amore birmano,
e Pedrito versa fumo di sigaro su i ferri
di Oggun
e rhum
su la pelle di una vecchia negra
lussuriosa e sporca
perversa mezza matta e sfrenata
mentrecchè lei gode gemendo di petto
e mangia un’anguria rubrica
attendendo perplessa il prossimo attacco
epilettico
il prossimo colpo apoplettico
o una fatale angina pectoris.
IPNO-APNEA LISERGICA.
e già sprofondo in una fatale ipno-apnea
cerebrale
diveniente sogno fetale di vita inuterina
(endouterina)
nel membro di questa umbratile sera
incagliata
nel grembo de i miei rimorsi, de i miei
rimpianti e de i miei regretti
incagnata in infingimenti bugiardi e infingardi
e brividi gémiti
incallita in estro-fatte dimenticanze di
altri liti
cagliata in un odore delicato di vento
boreale
effondente gravida poderosa luce
mercuriale
colante in ispessiti coltri
spandendo e spargendo sul mare livore di
piombo fonduto
e ritmo di traoceaniche balbuzie
di pioggia balbanti a i flutti e a i
marosi
che risuonano barbugliando barbaglî
lucani
rifrangenti a lo speculo-periglio del
cielo blaterante
blandenti di ammattita solezza echi ciechi
e ammattito attitudo-consutudo di sublimi
eccellenze
riverberanti frangendosi ver la mia fronte
covo d’invadenti sanguisughe congestionate
in glomi
agglomerate in grappoli nel mio cervello
angui-formi vaganti nel mio corpo
traforandomi le vene
penetrando nel mio sistema vaso-vagale
suggendo mi l’alma esanguata
azzannata da vermi anodini avviluppati in
ganghlî
mentrecchè avide fiere avanzano in schiera
ne la vagostenia odiosa de la mia carna
sciamanti assenze su l’orlo de le mie ghlie
o nevròglie
agglutinate in nugoli peciosi di
deflagranti essenze
in maligne fatture scomposte
magiche magarie forsecchè edulcorate
i casi non opportuni enno sol una lurida flatulenza
fluiente fluo-fluvida ma esulcerata ne l’inane
de lo spettro de la contemplanza
anacoretica de l’io-cenòbita in lotta con
i démoni
in attesa de la fatale, fetale, fatica
ipno-apnea lisèrgica.
ACIDO.
precipiti procedono le
mie membra in bília
sul filo bílico del báratro
cadono da l’orlo del
rasoio in un vuoto pneumatico
perprecipiti per ceppi e
cippi d’abisso trasaliente
su cieli di ostro-porpora
pro capite volitanti su teste decapitate
e detestati non coerenti capitoli
non coesivi ma coercitivi:
fra quest’io cerco quanto
voluto e quanto non voluto
ma io tutto voglio
tutto voglio
convogliato svogliato
disvogliato avvogliato
in un sol volo di
gabbiano e in un volto afro(para)disiaco
voglio.
sfidare fin al sangue
l’esalmato niente
del micro-sempre infinitivo
del tuo sguardo sanguino(vio)lento
anche sol per un micro-secondo
nano-pigmeo ammirare
il tuo negrigno volto
afro-paradisiaco
calpestare gl’inani
satelliti de la ragione
per insemprare (o sempiternare)
e pur sempiquaternare o
al meno sempiduare
l’istante infinitivo del
tuo bacio micro-eterno
sfidare in un
corpo-a-corpo sangue-a-sangue
il mio corpo
limite-immilite
ed eliminare il gioco
preliminario de gli sguardi
in limine perlimine
e ne blocca e incinge
a le illimiti limitrofe
dissanguate soglie esanguate.
rinsanguarmi carna con
carna con te
ne la sanguinante sera-ghiera
sincera quale fresco
primo ver’e verace
quale verno di cirri che
spaura oscura
dura e acciara ne la
piombo-atmosfera
e rimpinguarmi de la tua
esalmata carna sanguigna
di sanguinose vene
dilagante.
fendere con la prora
solida l’olida ploia
di uno stólido pioggioso
maitino del norde
precipitare di piovere
perprecipitante quale piviere
ne l’impetuoso
scrosciante irruente orgasmo fluviale
del tuo pluviale prorompente
pube implume
gocciante pioggia e gocce
di piova
e per mergermi ne la tua
placenta vacua e acquosa
di sterile madre-pangea
plangente
alleviando ne la panacea
del tuo grembo questa pluvia
futile-fluviale di dolore
torrente torcente
che svetta e sbietta e torre
in alto piucchè pluviere
forte piucchè un giove pluvio
adagiato ne la sua grigia
pluvio-bambagia tramutante in
incandescente bragia
sventante
e spengente in bigia
cinigia
straventare-volitare ne
la solita solida settembrina
infedele a i paraventi e
a i parapetti maledetti pioggia taurina
smarrire perdere
corrompere depravare guastare
traviare scipare
dissolvere spegnere dileguare svanire
ne la lenta corriva
corsiva meschina ignava corsa-inerzia
decuplicante le mie
pieghe da decubito
perdermi ne gli ermi
eremi lonqinquo da i patrii liti
e dal matrio
squallore-demenza
fare mattanza e fare
penitenza
mattare macellare
maciullare le mie mattie
ne la belletta di uno
psico-maniaco maitino
pestare le mie follie di
matterugio
con un mattero un
marrugio un matteruolo
con un punteruolo
trafiggere le mie pazzie.
stupire a lo stuprio di
uno stupendo stormo
di mattugî strupati da
un matterello spurio
a l’ammattita mattanza di
stupide mattre
ne lo stupore mattutino.
scovar’e
sgomitare nei (quaranta e cinque di)
cubiti
del suo cubicolo
lo stolido cubiculario
corruttore
mettente il pepe in culo a
la mia concubita concubina
e il cazzo nel culo de la
mia concubina concubita
e cosparge di sale le mie
fedite da concubinaggio
e col cubebe curare le
mie cubitali piaghe da concubito.
potere
disfigurare per trasfigurare in altro da me medesimo
e fingermi men infingardo
men bastardo
insanire per rinsavire più
saggio il mio cerebro leso
crabro-roso
morso da l’aculeo de i tuoi
capelli
in mille plaghe
desertiche disorientarmi
per disonorarmi in altrettali
gironi di lussurioso godimento
mentrecchè ne l’ultimo far del sole un
vento lisergico eleva
invisibile niente sciamante
quali ape non-visibili in nugolo
disperso-disperoso
sciame non-visibile di ape
disperse-disperate
spray
acidofluido
buio-gelo fluvio-compulsivo
e molteplici limiti affastellano immiliti
e infiniti divergenti nel qui-ora illimiti
in limine convergendo attoniti
reietti ad isole ulteriori d’alteri
eldoradi gravidolenti
isterificanti con non decifrabili segni
protendenti itterici al silore al sole
nel silore tenue-cupido di un vitreo vento
che dal niente
al niente avanza
spettrale trasbordo e lunare trapasso
vitroleoso di sidero-sperma sidèrico
(¿sidèrico sperma o spermale sídere?)
nella nonconsistenza sidero-sperminale-spermàtica
de la dissolvenza spettro-larvacea (in)crociata
nel calvario di calvuti perniciosi pensamenti
calumanti
plagianti desolate plaghe non confessamente
bramate
incubi terribiliosi e incubanti orride
piaghe volitanti nel soffitto
trasvolanti nel cielo cauterizzato di
capzioso cautoso
cupido καΰμα noncurante de la perfungenza
de i perenti godimenti
in perenne defungenza agognante agonie
antagonistiche
ne l’agonico tenzone con l’Indifferenza
ulteriori affini dischiudente a i perenti
e a i defunti
motili ma non motui
motui perpetuamente non motili
bramanti deflorare il fiore de le tue carne
infiorescenti fosforescenti ne la
inflorescenza de l’estate
fiorita di ambigue intuizioni e incerti
sospetti di nuovo e di vita
dura spergiura perdura
in-reale non-reale irreale
forse strareale
e
a la fine di riti baccorgiastici
post una moltitudine-miriade di baci
l’eiaculante bacchio-baccello eiacula
ejacula
la freddo-alburna e freddo-inerte qualità
postamplettica
germinante una giaculatoria di aculeati
vacillanti bacilli plastici
il tuo melano-dermoso corpo contaminanti
con una coda di argiro-vitreo sperma
strisciante su l’arco vellutato del tuo
ventre di seta
nel silore de la buio-ghiacciata camera
chetosa
spegnendo a/per/tra i gravidi coltri
quali nero-membranuti cumulo-nembi
gravanti l’arco del cielo-tetto coperto
d’affoscati cirro-tegumenti
screziati d’anodina diamantina polve
iperuranica ruggiosa
adagiante su tutti
fra i minimi postremi postestremi pulviscolarî
pensamenti
veloci quali levrieri quali destrieri quali
corsieri quali sparvieri
quale ultravioletta foia di nuovi fra le
residenze paradisiache ferente nuovi di fibrillamenti afrodisiaci
furenti grandiose grandini retinenti a le
redini
a i tendini
a le retine
ocularie
furiose gloriose ipocondriache future nascite
residuali
rimembranti
e residuati orgiastici ne l’ipocondrio
destro
e anche in quello sx.
sí
ne la diffrangenza di superflue superfluide
superfluenti superfetanti
superfetenti superfetidi concetti frange
il lucore e rifrange
da liquidi super-feti
oblungato in plastiche forme non-forma e minimi
ultrasuoni da evoluti oltre-soniti oltre-sonniferi
e soporigerati
blatero-urlanti esegeti del nulla
esigenti arzigogolati intellettuali moti
multi-miranti
ambi-formi e lungi-valenti
in subordine flatulente rattratte
macilenze insufflanti
impiegatali di sub ordin’e di
second’ordin’e pur di terz’ordine
distorte-attorte in trombe di bassose
frequenze
e algo-grigiose acredo-bassure
e tentacolarî turbolarî spasmi e
ragnatele
trombo-tubolarî
di masse cancrose di circuente
cemento-tumore trascorrenti
in dissipamenti di rubrici prati
corrodendo in dissolvenze incrociate di ulteriori
menti
altramente rodendo le fronde di alti
rododendri
con rudici rudenti denti e fioriti densosi
addendi
di chiomate comatose batracomiomachie
covat’e pur discovate
sperequate a la ricerca di un equale
baricentro equatore
d’assi meridiani e parallelici forgiato
forniente la giustiva equanza de la vita ne
l’equorea
basculante movenza de le cose
mentrecchè la vita è persa in mille luoghi
buiosi oscuri-oscuri
inerti e freddosi l’abisso inerenti
intrecci respingenti di arbroscenti desiderî
e arbi
sfavillanti e opalescenti sogni misterici
isterici mirando sol al finitesimo
nocciolo di chiav’in
sol
implodente in se medesima non con scintille
di trepidi occhî
né infiorescenze o arbroscenze
di tiepidi tocchî
ma fra volito-sembianze basculo-ambianti
ed ennagonali onnivore onnipotenze
onnipresenti
e fittamente metastatizzanti follicolarie
presenze
oracolarie
in disegni di pulviscolarî crini epitelio-sensoriali
speglianti nel periglio di una vita
specularia
tracimante da sottraenze negative
in vuoti vacui e avidi spazi cacuminati
fra rasoi non filarî già tramandanti gli
ultimi baglio-barbagli lucani
(ma prelucani e ante-lucani)
abbandonando a venti contro-vento
perdendosi fra correnti vercorrenti
che pre-procedono e pre-corrono e
preconizzano
l’ultima ora.
MALINCONIA-OBLIO.
sera dolente poi tardivi tramonti
verdicanti
grigiolate note di lumi e insufflare di
funo-sterno
declinare di rubro-fuoco
e ferventi consunte arance-pianeti
di estivi cieli canori, ardue sentenze mozzate
e recise troncate rovine
rugiade
vacanti cortili discoperti dispopolati
vetrosi albori di brine di brume
oblio di primi terrori assisi fermi non motili
ruvida pioggia battente a i vetri di sé
onnubilate ansie notturn’e negrighe albe-ghiaccio
ghiacciai rigogliosi e orgogliosi di essere
stanchezza di stagnanti acque seminali
dissestate
franate in gocce in polle in grumi di
tosse
e coagulate in monti valli e fossi
acide palpedre, rancide palpetre, asprigni
blefari, e tarsi palpebri
vomitano grumi di sangu’e tremul’iridi avidi
di luce
avidi eppur vividi
albe cerê di stanchezz’all’orlo di campi
solinqui
verno-solitudin’e vene miniere minarie
mutacica promessa di pioppi olmi e lecci
logori presagi di altrovi
file crogioli miriadi di arbi’in egrotico
moto
e malarico eiaculare
povera foglia fragile
da venti battuta
disviata
esiliata
muro non eguagliabile
di misurata ciechezza.
ACQUA-LIQUORE.
acqua sterile
acqua non feconda
acqua non faconda
acqua repente e rapiente
ruscello arso dal lume diurno prosciugato
acqua non compiuta
non tangibile
eterea
olente di erba e menta
oliente dio larv’e trapassi
acqua mai quieta e semprunque agitata
fluente a terra da l’onfalo a i piedi
acqua porosa e terrosa
acqua lucciola di serra
acqua di loia
acqua melma
fango
lorda
mota
luto
lura
acqua malcerta e sfibrata, asprigna e residua
materia inert’e palese di vivido
contraddire a vita e biologia
acqua spermatica
acqua seminale
acqua-sperma.
SMARRIMENTO-MADRE.
in viscosi immondi persi smarriti spazî
in curv’e ritorte strad’e infinitivi avvolgimenti
in claustrofobiche spire-colubro e in volute
lente-violente
fra bolle di carta e olide camere in
affitto
in incrinat’ebrie recise
resecate in sostanziose cellule
in gravidi lumini grevidi e scintillanti
letti luminosi
in frumento arso di monti con occhî
chiuduti discendo
in cicli oscuri e afosi porti sepolti
distolto
in albe di dolori di un Luglio fosforico
in fosfeni di napalm mentale
in proteiforme fosforilare proteico
tu mi sei madre
e mi sei smarrimento
tu
madre-smarrimento
e niente per me scintilla e annulla e
annienta
in questo giorno-desco
niente amabile scintilla per me
nulla scintillante per me
e io fallisco e pur la mia mente
fallisce tutto del-nel dolore
de la tua vita respiro
in questo Luglio aprico.
la povera casa e il povero cibo sei
(e io agitato da terribili ombre-ansie quel
cibo mangio)
sei vicinanza-lontananza occhî cauterizzante
sei silenzi offesi e guardi disillusi
sei l’ansia imbastiente il desco
gravida di grevide parole non dette
e ferrigni azzurrigni fogliami
grevida di danze non danzate
di amore non restituito.
TU.
animula
vagula blandula
tu da i fluidi capelli setosi
tu seduta scosciata nel fondo de la notte
tu con in gola usignoli e sibili di scarafaggio
in petto
tu con occhî quali monetine da cinquanta
tu semprunque su l’orlo di baratro e sul
filo di rasoio
tu unica vita fra già-morti con luride
boccacce di fogna
e occhî di carta igienica e cuore di
cartone
tu in questo letto lussurioso
flessuosa reclami abbracci e sussurri
bugie amiche
e parole passionali
le tue unghie sprofondando nel mio
cervello
rodendo il mio cuore
divorandomi l’amore
tu sguardo bruciante
tu ruggente a le nerigne carne de la notte
tu ansimante di fieni e profumi asprigni e
scalcinati riposi
tu ne l’acqua di una bria caduta in
agguati di luce
tu innocua con me in vacui meandri di
bosco
tu ansiosa, ansitosa, ansimosa, affannosa
perduta in povertà mal-placate
(o non-placate)
soffocata in ambigui canti
piovuta-affogata
spenta in imo stridente a l’occaso
tu in perenne aspettanza del nihil dal nihil sopraffatta
mentrecchè spade-lame lucali affettano i giorni
e le strade
tu zampa in bocca e cuore in gola quale volpe
in fuga
fonti zampillano e galassie sciano e ruote
girano
e cuori scoppiano
e i crepuscoli aspettano a valve aperte
e le ore setose suggono rugiade-fragole a
i cupidi boschi
e aspetta morte con piccoli passi vicitante
i tuoi calcagni
tu coltello a la gola per me sei
e i tuoi capelli scorpioni aculeati
i tuoi occhî ricci maresi
pungenti
l’affilato coltello del macellaio puntato a
la gola
tu per me sei
e aleggi e voliti e volteggi nel vento
frizzante
e il tuo fiato è quel vento
e io semprunque a te ritorno
bambina offesa sofferente doni non ferente
a chi doni non offerisce
e doni non ferisce
e sol il cuore fedisce
e tu ritorni
e pur il tuo sguardo ritorna e il tuo
pianto di nuvoli e verdi
ribolle rampolla in questo Luglio-arsura
quale corre un azzurro pugnace
nel freddo-ghiaccio vernale
tu acqua di ruscello spettinata
tu qualità soffocata
al tuo cielo e a i tuoi capelli l’estate si
aggrappa
e non molla
e il tuo profumo tutto inebria e made
in corone d’amene foglie raccolto
in papaveri e lucciole crogiolato ed
eterne more
a l’infinitiva luna-loop s’immedesimano prati e desiderî
e a i tuoi diti s’impigliano i miei sogni
al tuo petto frangendosi
a la tua divina indifferenza
rompendosi.
IL TUO SORRISO.
parola senza eco
secchio senza corda
alburna moriente ape nel vespro
breve nitore di cellul’e sinapsi mentali
troncato albore di grida
stolido alone di non previsti pensamenti
pensamenti e ripensamenti bianchi di nuvole
scaglie di vetro iridescenti
gocce di latte-sperma coagulato
notturna dubbiosa vena-lampo
e non-medicabile notte-ferita
candore-luna-riflesso-mare
scansione sommessa di note sospese
albe sublunari a le tue labbre soggiacenti
squamme di subacquê rocce vetrose
rotta vampa di meridiani cicloni
e antimeridiani ver-cicloni
contro-cicloni
anti-cicloni
grumi dentali di ossidiana
ostici bulicami di erompente spessore
gemme di nottui rami diafani
tremori di erbe-foglie
e rugiade da venti millenari percosse
pezzi di vetro-albume goccianti da la munifica
luna
albume osseo incastrato in colli di bottiglia
scaglie di stelle imbronciate.
IL TUO AMORE.
sangue spremuto di nuca
decerebrato anelito
recise ariste avvolte da dubbiose
atmosfere-ipocondria
lebbrose lingue di sole-torcia-cielo
pudori di ortica fuggitiva e fervido
vorto-gorgo
sciupare di vita fra inferne geometrie
deprimere di vita dissodata-disossata
strada strozzata in mille attonite curve
mondo trafitto da mille arco-flagelli di
vitrea pioggia
cancelli desolati di agitati abissi
ruggiosi
furie montane di monti accesi-spenti
assenze di spalancati vuoti e vacue porte
filamenti di scheletri fra fragili luci
fanali
ferrei monti e atri mondani di luna
unica via fra mille gole corrose di crac
perdute deserte plaghe lunarizzate
giorni-uva raggrumat’in glom’in grappi
grondanti bave di amore
fisime di amore
mai sopito
in cuore.
EREZIONE CLITORIDEA.
pigro verdicare di uva
fra nubi e argille.
DANZA DI SCARAFAGGI.
stanco di nascere-rinascere
in questa esasperata fierigna vita
in questa danza di scarafaggi
da eterni esili eternamente ritorno
fatto non-uomo, non-vita, non-parola
in strazî di non saziate lacrime-spade (o
lacrime-aculi)
io procedo
e vado
in sogni scaleni
e in ulteriori orgasmi di altezze tonali
cado.
vuoto di fessure
vuoto d’imposture
vuoto pneumatico di sangue rappreso
canfora d’io-torpore e io-pavore
il tuo montale lucore-canto crolla su
fatti e anfratti disabitato
e in ostili vite sublunarie di dolcori
umani-disumani e sovrumani
mi ritrovo
fra baci-tristore di albe lievitanti e
albe-occhio traboccanti
in perfetta calma ordinaria ma precaria di
non-parole, non-forme, non-ombre
fra brancicare avido di bestie
fra brulicare stolido di uomini
fra bulicare madido d’insetti-sussurri sciamanti
per i campi e le strade
in fervida febbrile comburenza di echi e
veci e preci
in flussi di gemme
vagamente sollecitato da insufflari di clacson e albe mormorate
vago quale foglia fragile
quale minuscola onda-sete
fra dubbi e verni
vago finchè vengo al meno
in fiumi muscolo-gelo
fra querce in agonia e dissanguate arance
con corpo disfatto e occhî disfibrati
in crepuscoli di seta setosi assetati
ricamati di vagiti e viola
fra torce flabelli e verdaci luglî addomesticati
fra pietre torcenti divampanti
a montane furie di pioggia incombente
ribollenti rampollanti da pugnaci ghiaccî
qualmente soffocate da trucidi azzurri nottui
e ansiti di fieni divampanti
vago perduto fra povere sillabe dubbiose
malcerte
adornato da corone di amorose voglie
e serti di rigogliose foglie.
miscro-scopico granello di sabbia in
fermenti di estate
io desiderî non concretati sono
e astenia di ebeti lene
e morbo di vicinanze ulteriori
e muco di terrificanti ansie
e bave di silori offesi
condividendo questa danza di scarafaggi
con l’amica Morte
ornata di ghirlande di mortui fogliami
ragno con mille di tentacoli
zampeggianti su ruscelli e fiumi ed erte
devastate
zampeggianti su vuoti e spazi negativi
zampeggianti su gorgo-vorti verticali
e verdaci spessori di ombre vetro-palenti.
io
fronte scagliato ad agitati abissi
sol vivere posso in eccedenze di senso
rigerminando in ulteriori vanità
estinto.
FAVONIO.
lèvido aromato fiatato
aprico seno di Settembre
africo eccitare di sole in cielo
bagliori di fiori abbacinati
rivèrbro di menti abbagliati palpitanti
gemebondi
declinare di gerani tonitruanti.
a i vetri spente lacrime cozzano
candidi nastri dischiudono le nuvole
e pioggia pietrificata
all’oblio piegata
su eterni clivi discolorano ansie di muschi
ovunque fruttificanti
ovunque su le spalle de le rocce
tremore di siepi da luna emanante-lambiente
intimi
stupore di selvosi uccelli gemmificati
tièpido verde-nitore di giorni precorso in
itinere / in esistere
palpitare leggiero e soffice di setose
biade
alterno ansito costretto-interrotto
dio di semafori malcerti
dio di éremi deserti
aculo di drago.
A I TUOI OCCHÎ.
stelle vagabonde
vagabonde uve
lampi-neon-giglio
nidi di acqua sterile
astenici miraggi amaranto di fonti
polle di non saziabili lacrime
immensi sogni freddissimi
non raggiungibili lumi: il mio cerebro
a i tuoi occhî sbanda
e i tuoi occhî seguire non può
se non a morirne.
intramano cieli
e uccelli
cardi
ragni.
rìpidi vertici
e perlati atolli
ver-
-ti-
-cali.
chiari sbocciano suoni.
LA LUNA.
coagulato latte
glabro polarizzato sucre
atonia scabrosa e abrasa distonia
aggrumato-agglutinato polvere disgravato
lago-cariocinesi e lago-paralisi
proto-verginale vertigo fuggitivo
agglomata medusa-melassa budinosa
lago pietrificato e neve colata-rappresa
uovo cosmico e molecola-nulla (uovo di nulla-macro-molecola)
compendiosa proto-molecola e capezzolo del
cielo
pinguedine plorante tracimante stolidi
amori
alba-fedimento-sorriso
germogliare di nulla dal nulla
parte visibile del nulla dal nulla
pollante
non-nociva cocaina
abbacinante lesiva novocaina
serto d’iridi e cera
gemma remotissima d’idrogeno sfolgorante
idrogeno-sfolgorio
lucidi lucenti ruscelli-millepiedi
rivi lucidi lucenti millepiedi.
BUSILLIS
A
OLTRANZA.
1.
lumine retro-dipanante in risibili
strutture di albe aurorali
auricolari disarmonie di formicai
e atonici schemi di afosi lacrimai.
grappi di ustioni marcescenti
grumi di corpi-terra-carna esiliati
infinitezza di lune-falci fra messi di raggî
metallici
euforie di un luglio ed eufonie di maglio
sbadigli di capre in calidi meriggî
viscere sforzate da tisici conati.
carità priva di potenza
forza priva di grazia
alma sgomenta di effimeri X.
in orribili lividi maitini giaccio
contratto
in imposture di scomposte voluttà
in gesti vanamente ripetuti
in palpitanti disinganni
in dolori privi di riscatto
in violenti autunni di buio
in dissociate verità
in cupi silori
in pervicaci pertinaci rancori
in rugghianti terrori
in risvegli perpetui
condannato.
in macilente spire
infrollendo
cola il cuore
a muri e ripidi respiri.
2.
ortica-occhio-alito di profondo nitore
colori-atomi-assenza di fragile quietanza
io-me medesimo volito quale fiotto di nuvola-ombra
fra fiumi-sussurri e mani-lingua-respiro
guatanti
da siepi assonnati e colli diffidenti
la vita sol una faglia-crepa infinitiva è.
da fragili dubbiose piogge volgerà a noi
crosciando fra piante rami e foglie l’ombra
e trepidante acqua tremebonda in tremanti
abissi di oblio tremebondo precipiterà in tiepidi miseri specchi-lago
dove ier bevvero agili lepri e orticanti
rancori.
morde, brucia, rode questo lume orticario
ed è urto di pietra
orto di serti
orto di serpi
orto di sterpi
porto sepolto per diporto
gridi-amori belluini-selvatici
viluppo di serpi e stoltezza di muschio
fermentante
bollore di polle di acque setose
abisso di cartone, abisso di carbone
buioso anfratto di una piagosa estate
albe sordide di droga fracide
scoppi franti e rifrangent’in migliaia
in migliaia
sangue assassinato in limine per limite
orgasmo-tosse aggelato
interstizi di celeste furore
putrore orgiastico di emorragico liquame
tricotico piumeggiare di verde-diagrammi
disquamare di trasonici albori
orticare affranto di parentesi quadrate
roridi ganghlî di fatiscente bellezza
fimosi fimbriati prepuzî
e fimo di umani sogni desiderî speranze
racchiusi rappresi
in sillabe-labbre-clausole.
3.
cielo-metallo accelerato
allungato in spazi negativi
in antenne affilate di oblungati sensi e
segni sublunarî
affebbrato silore fibrillante fervente
fervescente
ammucchiati strati di tempo eterno in comato
profili non reperibili di grembi e
ingolfati ventri pelagici
alburno bagliore d’insetto-lago
albume di occhio-giorno e atroce occhio-atro
nuvoli quali elitre volitanti e calcitranti
spine di pioggia madide di allergie
in questo ispido spazio mani serpenti
e repenti diti umidi di allegrie
lume vagante in questo mondo erratico
bolle fetali rampollano
fonti pollano incupendo e scintillando
petalo, erba e lembo muovono agli zoccoli
ventosi
monadi, folle, fenomenologie radianti corrono
in giri viziosissimi frigge questo mio
cervello consunto
in vettoriali funzioni brulicano trapani e
cuori
in vita i morti viventi ambiano penduli
ne la crapula marcisce il mio sesso
in primavera sciamano giambi e coriambi
oh primavera oh crapula oh vita
io vengo a voi scabroso
io vengo a voi desioso
io vengo a voi penoso
ammiccante strisciante drusciante
premendo a le lanugini ondose
e amniotica clorofilla
sonnolenta.
4.
aridi ali e aride ale su paesi vuotati
tegoli e tegole
embrici sin sostegno-casa-mura
disperdere di asfalto in migliaia di rivi
quali fiumi tracimanti trabordanti
dispersi rivolanti
rivoltante vomito-rivescio erompente
sgorgante rivolante
da merdose boccacce-cloaca
e il gorgonico autunno ammorsa il cuore
melancolia di gorgonici autunni
e verdicanti primavere-tabe
intermittenza di lampe quali sospiri
vertigosi astri nauseabondi colano in
linguati rivi
universale assenza e significante solitudine
miriadica presenza di molecole
(macro-molecol’e pur proto-molecole
quali macro-melancoli’e proto-melancolie)
prato-grano-iride-spuma
eco precipitante in fatiscente bocca
inettitudine d’insetto asettico e
setticemia di grilli
e alchimie di gesucristi
charitas
christi(-superstar) urget nos
volgere di erbe in anfratti-stalattiti
amore di erba e fumo di erba grave-olente
qual’emorragia non curabile di leucociti
aurea vampa di fosforo impotente a vento-soffio
e soffio-mare
.45 puntata al cuore
mentrecchè scorgo pesci reti onde foci
maresi fauci e solchi di luna-succo.
5.
filtri di elcianti élitre in elici elanti
e spire
(o spirali codoli e volumi serpici)
lasciano segni quali enimmati non decifrabili
{(pseudo-segni non veritativi ma non falsi)
(non verità non falsanza non falsia)}
calpranti calcitranti recalcitranti
quali chimici nomi, chimici fomenti, chimici
tormenti
procedenti a greti affamati
affannati di sonno procombenti
materia-macchie di macchine, musco, ceneri,
spasmi
glotte codici per suoni trasuonanti-trasognanti
non tesi di terra-energia-spiro-alcole
chiave fuocoso e chiave oscubro
rete, retina, reticolo
retablo d’incubi, trame, omenti
consuetudine-raziocinio
catene di versi dattilici e spondei et cetera
simboli matematici e soglie di lucore (soglie
di silore)
confabulamento siderale-siderico etc.
limiti a ogni pie’ sospinto
lattea potenza.
6.
ad oltranza fottere campi e farfalle in die busillis
auro-purezza suppura in diebus illis
frigge fittamente in vuoti cosmici
più arzigogolato
in fondi di bricco vedo te nel me-sera
e in te questo mio cervello scipato
identifico a disidentifico dentifricio
pieno di lamellate punte frigide
profondanti
in astratti astri lunarizzati lunarificati
lunati
in sidera assiderati assisi
in
coelos assisi / assiduti / asseduti / assieduti
assimilati attraverso illimitati
astraimenti
concretamenti e sincretismi di nuci di
stelle
per/stra/tra-suonici extra/tra/stra-vaganti
collimanti con curve non linearie di ghiaccio
a l’addiaccio in questo infinitivo spazio
interstiziale.
e questo
tutto sommato
è tutto.
ABISSO-CAO.
liquescenza di cristalli liquidi e menti
abras’e tinti
gorgheggio di cerebri affannosi ruggiosi
assalti e immolamenti-ammollamenti di presumeri
visivi
irrefrenabile dissimmetria di riottosi
cervelli
inghippo-intrallazzo di cuori
nel dimenticato (dimenti)catoio del cattivo
andazzo
fosforo-fiato e involumenti altissimi
in granuli di nitro secreti
prospero nitro e fosfeni di fosfati
fosforilati
oh disquisire di squisc-squisc...
defluienti
e sigh
ammiccanti.
ABORTO-FOLLIA.
ne l’utero mortui
serpi mangiano i cuori de i gesti
bambini mai nati
scipato per altissima pressura corporea
e mutare di rotto alvo-placenta in avello
scoppiato
tonfi-ciack,
tonfi-crac e tonfi-crack
di rotto alvo.
STUPRO.
intruglio di fruscio intruso
per intrudimenti motociclettanti
spengimento-spegnimento di gesti-fet’in gestro
abortivo
mentrecchè infierisce il fieroce silore del
funo
e il mortuo fumo
e in novembri di altezze incommensurabili
raggrumati
rada di ragunate credenze figurative
grondant’in excelsis
ed eccesso di miglioramento-detrimento
e versamento-tumore pleurico di
colori-disdoro
da homo-mensura a homo insipiens.
SESSO-ACCOPPIAMENTO.
paradisiaco afrore di afro-paradisiaco
corpo-saccaride
elicoidale disperso in lungi-miranti
clamori sublunari
di abluzioni atroci
e clamorosi orgasmi e clangenti amplessi fraconiugali
fra coniuga e coniuge
coniugati ma pur declinati ad infinitum
fin raggiungere gli astri e le stelle
e celesti pallenti sfere sessuali
in paludosa-lagusta broda venusta benchè
vetusta
fra coppi-foglie di cristallo funduto in
perpetuo fundere
fin in fondo toccare per poi riascendere
(o riaccendere)
in fatale fatico ricordo-accordo di (s)trame
e ditirambi e giambi ambianti zoppanti
grassosi grappolanti esplodenti.
GESTRO-DOLORE.
dolore pena e angoscia il partorire (il
nascere)
insopportabile senso di vomito-gurgite
e non colmabile senso di vuoto
soffrire-penare-patire-spasmare
mal-di-denti in testa e mal-di-testa in
cuore
in abissi cado e precipito e cado
paura d’infinitamente perderti ne gli
oscuri meandri
de lo raziocinio ratio rationis
mente franto
mente fratto
mente catto
mentecatto
mente-ratto
testa rotto e testo rotto
rotto tessuto e rotto textus in fabula praetexta
tacitiano (non)tacere di terrori e follia
suboceanica
taumatologismo frauranico e traumaturgia
transeunte
tumid’escrescenze temporali e lividi
tumori di marcido pus
putrido tabe mentale in fervida
marcescenza-languore
cumulo-languore in anni anteriormente in
anticipo
su anni e secoli e secolarî albori e
secolarî arbi
e postremi postumi cascami di risorse
impelagate allagate
campo minato di cellule cancrose
discapitato bene crudele
reciso pene di fantasmi-fosfeni
ricostruimento maxillo-facciale di
ex-vo(l)ti decomposti
slabbrati tagli necrotici
e reni slombati
in slalom
scomposto
fratture scomposte in impostura
d’interposta persona
in generico rettale prolasso
guai e guaire in περίπτωση
tempi e temporeggiare in periscopio
tempi e templi e tempie in grandangolo.
Δ.
aquile volitanti su crani di cani di brani
feti cioè gesti fetenti poichè morti e in
pacciaia putrenti
di paccia e pacciume
di leto stercoso e sterco letoso
e letale letame letante stercante
pacciante
barbari con barbarici teschi e arabi con
arabici coltelli
e caraibi con caraibici balli e timballi
dondolano
oscillando in deboli vasche o vasi celesti
bambini-steli con visi giallognoli elemosinano
due lire
imbalsamati-mummificati bambini-steli
incalliti
callosi callidi
a torpidi sopidi obliosi valli letei da
Caronte traghettati
da l’uterino materno avello tragittando
a la terrida orrida plaga di averno
di Cocito e Flegetont soglia varcata e
Acheronte
bambini-steli quali arbi
in disfacimento-discomponimento
inseminati, impiantati, innestati nel più
violento grigio
de i prati
de i fati
de i frati
nel grigio violento de l’oceano-mare
tinto di piombo-cielo.
ENTROPIA.
pare che fischi questa umile ora
nel vischio di vento
nel fiasco del vino
e nel rischio divino.
in stie di entropie
in glaciali dinamismi
e ghiacciali vulcani-asteroide in quiete
quiete continua ne lo spettro cromatico non-dividuo
non ceduo di corolla e corallo
grani e granuli e granelli di corolla e
corallo
in violenti equilibrî
corolla e corallo in avanzo e in disavanzo
sopravanzante gioie-parole
gioie di crommo e acide parole di grommo
infondere di gelo-stagno in vena
profondere di gelo in acqua-ragia
e acqua rugiadosa in cielo
perfondere di febbricole in puericoli di
febbricoli
impigliati nevi a cigli di movimenti
disordinati
non coordinati
e non scrutabili mutamenti e dialettici
diletti
in perpetua dilanza
e illativi perloquiri allocutivi
post-propositivi
mirabilia
di stupori geo-graficamente vacillanti crollanti
crode di scroti croscianti
e mucchi di cazzi piscianti
in coacervo affastellamento
e protervo asmatico
distruggimento d’interi schemi e
schematismi
schemismi e ischemie buccellate
provocate da rattorte vene giugularie
lanciate in
giaculatorî lamenti in coaguli di pus rappresi
appiccicosi, putidi, marcidi, purulenti, saniosi
suppuranti distraimenti reciproci e
reciprocanti
divertimenti sonnolenti
doloso auscultare di sistemici silenzi di
micro-voci astrali
o macro-astrezze in sospese celle-cellule
sospese in altori di psichismi
polarizzati-polvizzati
e psicho-terapie incrociate, dissociate, diroccate
crodate in ripidi baratri prospettici altissimi
patetico ἦθος ed (im)morale πάθος
silore-sopore
lutto infinitivo
sin fine demolito infinitamente
delirio di verdi smeraldo e verdicante
smerigliare pallido
e assorto ma non risorto
nec
in die iii nec in die busillis
cognizione di dolore-saviezza in congiungimento
tra il mare intra-vedo cippi cadere da
picco in abbiocco
e
infin
fruttescenza di celesti lumini astrali
crosciante, crodante, rogliante, rotolante
in grappi, in grappi
quale marcida, putrida, saniosa, suppurosa
marmellata
in tutto di assoluto di eritemo
asprigno-livido esalmato
freddo-gelo rappreso in ghiaccioli
stalattitici
esposti a portenti di gurgiti di venti
morienti.
PERDI-FIATO.
fervido correre in perdi-fiato
da maligno demone incalzato
e perfidiato fin a perdere il fiato
a perdi-fiato
e afflato da vagari di sopore
e insufflato in equilibri privati e
sottratti a sforzo e consistenza
e airato d’accenni d’ira funesta e pur funebrosa
e lugubrosa
e adirato d’aire di vendetta certamente
non perfetta ma infetta
d’accenti d’infettuosa-affettiva rabbia affettato
e infettato
e in movimenti di aria procellosa refolante-uracanante
da bagli di ghiaccio da loro stessi
esaltati
in serale freddo-gelo stagnanti e scivolanti
e micanti
in estenuante scivolio
in affastellante scivolio
in disbandante scivolio
in disbiettante scivolio
ammicanti pietrosi perdoni e durissime lacrime
di gloriosi abbandoni fossili ma
consolatori
note mai e semprunque non-note di punti
suturali
di figure aggredienti e ingredienti
ovunque per attorniare ma pur dismemorare
atroci disdegnanti bellezze segrete
blandenti blasfemie
blasmanti e biasimanti
nutricanti nudrienti voli-disvoli e
disgeli di fumi
in circoli e in cori disfumanti di mort’in
bailia di funo
in bailaggio di funo balivo e balioso
impietriente impietrante non pietoso né indulgente
non indulgioso ma prorompente
ed erompente da piant’ed erbe
arbi e antilopi
polpi cefalo-podici e otto-podici polipodi
cartami e cardamomi e balimorsatos
pianta questa semprunque in bailia di
morte
perchè a morte dedita
e usata per preparare galli e galline
<<illi cuose cum esso verçe marine o
una herba
la quale se chiama “balimorsatos”
o el cartamo o el polipodio
e poi dà a bevere quello bruo’>>
brodo di liquori aspersi e cosparsi sur istmici
am(n)io-cemento
in strappi di lampi e spilli di fanti
annidati
quali braci sotto la cenere
braci e baci e bacilli e bacini e baccelli
baci a baccelli e uccelli
scoppi di violento, orrido, ripido, irsuto
luce malvaceo
in preci accentrati e concentrati
d’incontri-scontri-scorni ma pur semprunque
precarî
per
aspera e ad astra
semprunque in lanugini distratti-distrattati
di remostranze ad infinitum
soste o aggiri dispersivi ad eterne
mete-ritorni
e commiati e compianti e rimpianti
semplicissimi
di digressive lontananze di altrovi
di chissà dove
di chissà mai
di chissà se
di chissà se mai
o mai più.
ARGUMENTO PROBATORIO.
prov(oc)atorio argumento probatorio
(cioè seppur provatorio non certamente
provocatorio)
forsecchè peduncolatorio
στοιχεῖον di parallelepipedi e para lassi
con mille piedi paralleli
e pencolanti millepiedi perpendicolari cubo-reticolari
grigiosi grigiolati antri antraci di
antracistici
antropismi ad oltranza
e antropomorfismi di statue-simulacri
antropomorfizzati antropomorfificati
antropo-mortificati
simulacro, busto, erma, scultura
moνουμενto
prova indiziaria e indizio probatorio
processo in recesso in ascosi asconditi
anditi e bui recessi.
ROVI COVANO RANCORI.
perdi-fiato
perdi-giorno
perdi-tempo
perdi-legno
perdi-fumo
perdi-mento
l’uomo perde il giorno e perde il sonno
ma non perde tempo.
perdi legno e perdi fumo
ma non perdere tempo
per diana
perdinci
per dio e per die
perdi fiato e afflato
ma non perdere tempo
in terribili ansie di non-so
ama me a
dito
amando a menadito
amando a perdi-fiato e gettando te medesimo
preda
a esaltati rovi con covi e faville
con esaltate favelle
esantemiche
coro di fumi coro di morti e coro di funi
già lungagni, lungosi e perigliosi enno i
campi paradisiaci
e i paradisi elisi
or buiosi e gioiosi per i bagliori e or intrisi
di ombrore
infusi di oscuro buiore
tinti di buio
dilatate a dismisura e dismetratutra
in psico-momenti atmosferici
turbant’in nuvoli e nuvole
e nebuli e nebule
e nugoli e nugole
ragunant’in cielo ad astra per aspera procelle congelose
per rendere pensabile-abitabile-vivibile
questo tempo tormante
calcolando corsi, ricorsi, concorsi e
congedi storici
con astruse manovre mentali frangent’in schegge-frigolio
di minimi-massimi
palpitamenti psichici di questo “io”
in discomponimento e successiva trasformanza
in un my-own
fuso e confuso in disparte
disbandato in parte laterale.
GEMELLI.
dolcore-frescore di risvegli nel verde-bosco
ne lo statismo del pasco
ne l’erratico subitaneo passo
ne l’ansimante pasto
catarsico lustro autunnale
bocche di mutaciche corolle-auro in
scintillamento flebile
ed euforia di miriadi d’intuimenti
divergenti
di gemiti e fremit’in astrale gemellaggio di
mondi
e stelle e pianeti quali pomi lunati
trillanti clamanti ad allettanti paradisi
leggibili
attutiti da tenui richiami di ulteriori deità
ripidi erti di acumi e acidi e acuti acmi
di carnei cascami
in perenne disgelamento non progressivo
ma zirlio mitocondriaco
di corriva idea trash e kitsch in salsa pulp e anche splatter
avara e avida e sordida e mutacica e in cerebro
lesa
e sacrifici di fili e steli di lastime di
fiori recisi
e fiorescenza di bassure
intralci e intrecci e viluppi di acque inter/ultra-secanti
in folto di selva fluenti ma non finienti
e refinienti
in pletoriche radianze raggiere
nonchè radiali raggianze di Estate
occhî di vento
occhî di tramonto
occhî di stravento
occhî di pavento a stravento
per tocchî di trepidanti fiocchî su
altori e altezze di alture
di neve-fumo e frigido fulgore
d’impaludato aere paludoso
fulgore di età oraria e aerei lit’in etere
sparsi
albale aurora in etra e in cielo e in aera
e in aira e in etere
atroce aureo, aurico, auroso aero-motile
aereo, ariano, airale, ariale
furioso e dispotico e fierigno e fieroce
aero-moto
turbine di frementi petali di meli e
ciliegî e aero-mele
incrociate con rapide atride atroci nebule
di baci frementi
procellanti e uracananti rabbiose con fieroce
latrare
gremiti di assenze non delebili e di
am-eni am-ari sensi
cioè sensi di am-ore in reciproco scambio
di sonno
affinchè io
fra petali e lune sottili
fra piogge dure in modo tragico
sciolte-disciolte cioè solute ma non
solute su poe dilavate
in mitezze recondite a te semprunque mi
pensi
te io semprunque riconosca
e in te semprunque io mi assuma.
le mie gioie mai domabili e mai domate
asprigne-benigne-bellissime
ritroverò mai
seppur da soffi di menzogna ovattate
attutite
gonfiate
in strenuo stento soffocate
insufflate
in scempio intimo-umile.
¿e io
in tutto questo
sveglio sono
o sogno?
VIOLENZA.
sia tu violenza per tenere testa e per
tenere cuore
sia tu violenza
tenere cuore per tenere testa
sia tu violenza
per tenere testa tenere cuore
tenere cuore per tenere testa in questo
frastuono
in questo intelligere
intelleggere
inter-leggere
inter-capire
intercapedine
per comprendere carpire inter-capedini e
incudini
carpire questa struggente mania monocularia.
mio auro intimo aspetto
al mio auro intimo tendo e attendo
e tu nel tuo ultimo rogo me aspetti
rogo
versante fiamme quale cielo-aria fuso
perfuso
a nitidi albori concluso
in
sostanza-essenza (micro-)infinitiva
in
erratico vero
qual’errabondo
vetro dissolvente
in
rampicante dissolvenza manducante
scaturiente
da violenza.
violenza
violenza da mane a sera
da palo a frasca
da violenza a penitenza
in volenza.
DUPLAMENTI.
otto per uno = otto
otto per due = sedici
otto per tre = venti-quattro
otto per quattro = trenta-due
otto per cinque = quaranta
otto per sei = quaranta-otto
otto per sette = non ricordo
otto per otto = ?
otto per nove = settanta-due
otto per dieci = ottanta
tu per me = notturno splendore di
funambolico vertigo
rumore
di acqua-tetto-bosco
gioco
schierato
occhio serrato
nébulo gessoso di polvere lunare
nebbioso afrore di ricordo assolato
navigatore
acqua vivida
aia e oca giuliva
linfa e sanguine
fema e fiamma
vento e uva
albori e bagliori
driadi e ninfe
goccia d’inchiostro e goccia di accia
aere liquefatto
nonsenso fluvido di orologio
ballo di quasar a i confini del cosmo
tempo dismisurato
pesato
augumentato
lograto
lucrato
retagliato
limitato
macchia di sudore forzato
sudore di lavoro forzato
rio sin ripa e pelago sin riva
flusso e reflusso storico di fiamma in
fiamma
caduca effimera fugace temporanea labile
assenza transitoria di luce nel cavo de la
mano
assenza momentanea-contratta di dolore
silente bonaccia nel buio mare notturno
lamento di vento e fragore di mare
notturno grido in canto sognante
spiaggia di sabbia e specchio di mare
schermo-pena ne l’intervallo-ora de i
marezzi
placida pazzia e stridente follia
acido salsedo di bosco e ruggida rugiada
di mare
alga e vinco
nome di tutti fra i miei desî e lussurie
improvvisa parola non detta
sordo frastuono.
CIELO-FREDDO.
deserto cielico da nembi trafitto e da nuvoli
e nuvole piccato
di cirri e cumulo-nembi acuminato
ammantanti
ed eco mutacico fra monti e valli
e bianco di siderico silore
auro è falso astrale
falso lumine di falsosa-falsata pietra
preziosa
elio
inganni di grani di sabbia e brani di rabbia
e granelli di stabbia e brandelli di
scabbia in gabbia
ma distinti fino a la fibra e al midollo
fino al corallo e al budello
in questa ora
allorchè splendono di auro e auro
il verno e l’aurora
in statica finezza (e stitica fermezza)
egregiamente
artificiosa
artata.
Anno
2019
©
“Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
+39
329 42 57 212
[1] altro nome di “senape” dotata di una estesa lista di sinonimi: “senavra”, “sénape”,
“sénepe”, “sanapa”, “senapa”, “sénepa”, “sénapo”, “senova”, “sinàpio”, “sinapo”.

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