"CIAO, MASCHIO"
¡CIAO, MASCHIO!
poesia femminista e omosessuale
di Manuel Omar Triscari.
0) OLTRE IL FEMMINISMO. (PROLOGO.)
Può esistere ancora una poesia
femminista? La risposta sussiste in rapporto di meccanica dipendenza causale
con la risposta che diamo a un’altra domanda: può esistere ancora un movimento
femminista di liberazione della donna in una epoca di soddisfacente emancipazione
femminile? La risposta è semplice: sì. Ma, per argomentarla e ben fondarla.
tocca fare un salto indietro.
In un tempo in cui erano ancora
lontane tante delle conquiste di cui oggi godiamo, Virginia Woolf in “Three
guineas” invocava la distruzione della parola feminist definendola obsoleta. La sua è una visuale ampia che va al
di là del genere e che pone come linee guida tre parole di valore che spesso
non trovano spazio nel nostro mondo: Justice,
Equality, Liberty.
L’auspicio di Virginia era che
donne e uomini lavorassero insieme per le stesse cause e, purtroppo, questo
obiettivo è ancora ben lungi dall’essere realizzato. Sono ancora
prevalentemente le donne a lottare per la parità, e non tutte condividono gli
ideali di questa lotta o percepiscono come un pericolo la società patriarcale
nella quale viviamo, esattamente come la maggior parte degli uomini. Questo è
un dato di fatto, ma sebbene esasperante è importante che la lotta sia libera
dalla rabbia, quella stessa rabbia dalla quale ci mette in guardia Virginia
Woolf, stavolta in “A room of one’s own”. Del resto, certi retaggi possono
essere demoliti solo con l’accettazione e la consapevolezza e d’altro canto non
è con la rimozione delle realtà scomode che percorreremo più velocemente la
lunga strada verso la parità, soprattutto perché tra queste realtà scomode ce
n’è una in particolare che fa rabbrividire: siamo cresciuti in una società
patriarcale e l’abbiamo assorbita fino al midollo.
Recentemente ha fatto scalpore
la temporanea messa al bando di “Via col
vento” da parte del canale americano Hbo, perché razzista, come se
bandire un film cancellasse il dato
storico: lo metterebbe solo a tacere; e se dovessimo ragionare così anche per
l’idea di donna trasmessa nei secoli dei secoli, dovremmo bandire almeno gran
parte della filmografia, quasi l’intera letteratura e molta, molta musica. Hbo
ci ha ripensato e ha riabilitato la pellicola annettendo un’introduzione
storica. Eppure, per un motivo o un per un altro, quanti altri film avrebbero bisogno di
un’introduzione del genere!
Dovremmo smetterla di definirci
femministi e femministe, attribuendoci un termine dispregiativo prodotto dal
patriarcato, che ci relega a un ruolo settario. Finché continueremo a usare una
parola figlia della società che combattiamo non creeremo un mondo diverso e
renderemo più difficile l’inclusione di tutti coloro che nei confronti di
questa parola hanno un pregiudizio e che potrebbero invece collaborare alla
creazione di una realtà basata su giustizia, uguaglianza e libertà. Perché, non
so a voi, ma a me il “mondo nuovo” che sta sorgendo non piace affatto.
Per concludere questo breve
preambolo, credo che la parola “femminismo” non sia (evidentemente) più adatta
a esprimere un concetto di più ampio respiro che non può e non deve riguardare
solo la donna, come se essere donna significasse appartenere a una minoranza
settaria, ma l’intera umanità. Dobbiamo addivenire a un diverso modo
d’intendere (e fare) il femminismo. Andare oltre il tradizionale femminismo per
essere sempre, profondamente, femministi.
1) IN CORPO DI DONNA.
IO SONO DONNA.
Porto addosso
due occhi da scorpione
neri,
profondi
che vedono.
Porto un cuore
da vergine puttana,
forte,
testarda,
libera.
Porto l’animo
dell’acquario
freddo,
severo
sensibile.
Porto ogni giorno
in grembo una donna
un figlia
una bambina
una strega
la parola ed il silenzio.
Porto due occhi da scorpione
neri e potenti
che nulla lasciano al caso.
Porto in grembo
ogni giorno me stessa
per farla esplodere di vita.
Ogni giorno porto addosso
la donna che è in me,
con tutta la difficoltà e il
peso
della donna che è in te,
e non m’importa quanto tu sia
uomo: io sono Donna.
MI SCOPEREI TUTTI.
Mi scoperei tutti ma proprio
tutti,
ognuno per un motivo diverso:
è troppo tempo che sto chiusa a
chiave.
Ci sono momenti così
dove senti la vita esplodere
come un orgasmo.
E il mio uomo pure vorrebbe
visitare
tutte le vagine come stanze,
come ascensori, come cessi.
Mi scoperei il mondo,
forse perché in un angolo del
cuore
ho un fottuto freddo.
Quando qualcosa si ferma nella
gola e non va né su né giù.
A volte il sesso serve a
dimenticare la morte
eppure quando godi tanto ti
sembra di scomparire dal mondo.
Se fossi donna, anestetizzerei i
ricordi e la gente,
cancellerei il dolore dell’umanità
con un bel rutto fragoroso che
sa di birra Moretti.
È tutto così squallido
e lo vestiamo di colori
sfavillanti,
è tutto così marcio
e fingiamo di amarci
quando vorremmo solo sparire
da questa città e rinascere
in un luogo lontano.
Il senso di appartenenza a volte
è una prigione.
Bisogna coprirsi dall’inferno
ed insieme visitarlo
con amiche puttane e sottane
corte.
L’amico ti dice che puoi essere
felice
e secondo te non è neanche lui
così tanto sicuro ma tu gli
credi.
Perché sì: per vivere bisogna
avere l’alibi di un sogno.
Anche se è un sogno multiforme e
impossibile da realizzare.
Mi scoperei tutti, ma proprio
tutti,
per non dovere più conoscere
nessuno,
neanche me stessa.
IL TEMPO PREMIA.[1]
Ogni corsa
Ha la sua resa.
Il tempo premia,
chi lotta
nell’attesa.
La mia consistenza terrena
è una nuvola
di passaggio
nell’aria di una corda tesa.
ANNA.[2]
Anna dorme, la notte
l’avrebbe risparmiata.
Resta il niente, il niente
che fa piangere i bambini.
Anna ha una macchia rossa
al lato dell’occhio destro
e solo Gianni il barista la nota,
Gianni che dorme senza sognare.
La mente si fa Anna
si accontenta, vivendo
anche di ricordi, di uno
straccio
steso sul balcone
perché crollare?
Si sente mortale appesa
al nero di caffè
brucia la gola di parole
magre premute sulla bocca
ferita la guerra è finita
se potessimo ancora.
Anna è stanca di guardare giù
in balia del non ritorno
attende la pioggia
i fondi bucati della giacca.
Anna distilla ogni sguardo
come aspra guarigione
non conosce i sacramenti
Anna annega, si ripesca,
poi si salva.
Un controllo semestrale. Anna
sta alla grande. Le sono
cresciuti
i capelli, quasi. Ha
trentacinque anni.
Sente solo il rumore dello sparo.
Il ricordo la insegue
quel fine settimana,
avrebbe potuto rinascere,
Anna tutta panna ama
al sapore di banana.
Qualcuno dà il nome
di ciò che è capitato
deserto, vuoto:
Anna, è il tuo.
Viveva morendo Anna
guardando la trasparenza
dell’acqua, respirava il ricordo
nulla di più.
Anna non sa
che è facile diventare famosa:
basta una sera ubriaca
lasciarsi filmare e tutti
hanno già visto il video.
Anna ha imparato
a spalancare ferite
su cimiteri sorrisi
e muri di memoria.
In fondo, Anna è sola,
è solo un uomo.
In questo altrove
dove inizia l’ombra
e finisce Anna
Sfitta, quanto è lunga
la notte serrata alla gola
murata nel buio dei pensieri
non avrà grazie né memoria
è sempre lì l’uomo fatto Anna
l’alba risorge.
Il grigio è la periferia,
di Anna un giorno,
di settembre che non torna.
La notte sbriciola l’alba
brucia di nero vuoto
parole carta e sangue.
Di Anna un riflesso.
Anna sa che cosa è,
il sesso passa nel piccolo
vuoto il mondo delle donne
due labbra rosse come ferita.
Cominciò senza un inizio
la città parlava lampi di luce
stesi sul divano gli zigomi
di Anna.
Anna prega la sete
della notte annegata
nel cuscino un crollo
senza rumore in felicità
variabile.
Disegni di stelle
fango denso cerco
tra i sassi sul fondo:
Anna non porta felicità
a chi la ama.
Anna vive
quello che uccide
la latitudine del nero.
Anna non si piace,
e si cerca nei nèi
delle vite degli altri.
Non c’era nessuno
sul letto per innamorare
Anna nonostante tutto
nonostante l’ombra.
LEGGERO.[3]
Leggero.
Sei diventato leggero.
Piccolo e leggero.
Nessuno ti trattiene
adesso.
Non temo più il tuo volo.
LE TUE PAROLE.[4]
Le tue parole adottano i più
innovativi strumenti di protezione,
meccanismi di sicurezza di
smisurato amore.
Le tue parole narrano di carezze
sfumate in un tempo lontano,
dove ci riscopriamo all’improvviso
estranei
in un sentimento passato.
Le tue parole sono sagge custodi
degli eventi più intimi,
oracoli misericordiosi dei
segreti più infimi.
Le tue parole cristallizzano in
pietra lavica
il magma che scotta
ciò che più tocca al cuore
in fiamme.
Le tue parole lucidano lo
specchio in cui riconoscermi,
pronunciano il bene
a cui riconciliarmi,
indicano la casa,
dove rifugiarmi.
Le tue parole, sono una
clausura.
NON SONO TUA.
Mi piacerebbe corrispondere all’ideale
disegnato nei tuoi sogni di
sincero amante.
Vorrei riuscire a guardarmi con
i tuoi occhi lucidi e devoti.
Mi piacerebbe descrivermi con le
parole che usi per chiamarmi,
petali di rosa, sul mio nome.
Vorrei riuscire a perdonare i
miei errori
con la stessa cura dei tuoi
gesti:
la tua mano, culla per il mio
viso.
Ma il Sipario della verità è già
aperto
su una realtà estranea a tutto
questo.
Così, decido di perderti
mentre tu, continui ad amarmi
(lo stesso).
Ma io non sono tua,
sono solo mia,
e sola a me appartengo.
Io non sono tua:
io sono Donna.
PROGNOSI.
Prognosi da troppo amore:
imparare a memoria leggi non
scritte,
carpire fotogrammi di attimi,
non pesati,
suggestionarsi per la lontananza
di un’assenza,
decodificare espressioni
silenti,
spegnere una candela,
senza soffiare.
RIDEVO.
Ridevo,
solo io ridevo.
Tuono reboante
in tutta la sua casa
a porte chiuse
e nella mia casa
a porte aperte.
Non ridevo di me
né di lui:
ridevo per me, accanto a lui.
Pur non sapendo,
come se sapesse,
io ridevo.
<<Perché ridi?>>.
Poi ho smesso.
Ora, comprende.
IL PASTO NUDO.[5]
Ho apparecchiato per due,
quando tutti i posti erano
occupati.
A destra,
il cucchiaio del rifiuto e dell’assenza:
anche per la minestra comandavi
l’uso della forchetta.
Sul piatto non c’era spazio per
la prova di un ultimo assaggio.
Ogni pasto era stato ormai
consumato
con giusto e adeguato sazio.
Dalla tovaglia scrollavo
briciole di pane azzimo di tempo,
sciocco di sale, raccolte in
pugno esiziale,
unica ricompensa di cura
alle formiche.
Una carezza anoressica,
per digerire la fame
a cui mi avevi costretta:
un pasto nudo rimane.
VENERE SPEZZATA.[6]
Evviva dicono le rose,
oggi è lunedì:
si riprende a lavorare
e anche noi riprenderemo
a sbocciare, e sbocceremo anche
lì dove cadrà l’amore
e sangue sarà la bellezza.
Evviva, dicono le rose,
oggi è un giorno come un altro
e noi sbocceremo per tutti
come tutti gli altri giorni
sbocceremo per gli amanti
e anche per il serpente
che ha mangiato la parola.
Evviva dicono le rose
ma poi arriva il buio
all’improvviso il buio
come se le luci fossero spente
e il sole fosse divenuto
un duro fardello di pietra.
Evviva dicono le rose
oggi è il nostro giorno,
oggi cannoni e cuspidi
medaglie e pugnalate
una falena che passa
chilometri su chilometri
steli come sterminati imperi
mentre il sole muore in cielo
come un pugno nello stomaco
e una ragazza corre contro il
destino
macerata nel più lungo gelo
sola come una volpe ferita
impaurita con il cuore in gola
e una zampa tra i denti:
la sua faccia bianca
come un fiore in una finestra
chiusa si solleva e guarda.
Evviva dicono le rose
oggi due dolci labbra
morbide come la seta
più rosse dell’ebbrezza
modellate dal piacere
appassiranno come noi
macerate nel tormento
rose dall’odio più nero
di un demonio assurdo
circondato di una nuvola bianca.
Evviva dicono le rose
presto verrà la primavera
e la rossa sera sarà soltanto
un’estate vestita di seta nera
mentre le falene impazziscono
e cercano di aprire gli occhi.
Evviva dicono le rose
presto sarà una nuova estate
e noi tutte risorgeremo
e insieme cammineremo
sui tetti come pioggia
attraverso le tombe
fino alle più alte fronde
attraverso un filo di fumo
che sale dalla bocca
dell’ultimo condannato
attraverso l’ultima sbarra
dell’ultima finestra
dell’ultima prigione
e daremo un po’ di colore
al volto di chi non ha calore
all’uomo che non ha valore.
Evviva dicono le rose
oggi è il giorno della vergogna
e noi di vergogna siamo rosse
rosse come il sangue.
Evviva dicono le rose
mentre un sacco si gonfia
e le rose studiano le ombre
e stendono i propri petali
a lunghezza di bara.
FAME.[7]
È durata poco
ma non esisteva fame,
e non era un tentativo estetico,
non hai mai avuto freni,
ma in quel periodo
solo non avevi fame.
Eri stata brutalmente
ingannata,
usata
come un animale
consumata
e poi gettata
una volta consunta,
e ti sentivi inchiodata
all’assenza,
non importava davvero
di chi.
Non avevi fame.
Le viscere risucchiate.
Ti alzavi per inerzia,
vagavi per le strade
di un quartiere
residenziale
senza trovare pace.
Non avevi fame.
Non avevi sonno.
Non avevi voglia.
Non avevi altro
che mancanza.
Ti eri specchiata
in una pozzanghera nera
e il corpo spariva,
ti sembrava bello
che lo facesse,
avevi sempre avuto
il problema opposto:
il tarlo della carne
(troppa).
E della fame
(troppa).
Ora invece non c’era più,
dissolta.
Ogni istinto vitale
dissolto.
Ti sentivi invulnerabile
nel fondo dell’assenza:
come una cosa
che non ha bisogno
di niente,
un ordigno
perfetto fuori
ma dentro strappato,
rattrappito,
pieno di fili sconnessi
e tagliati.
Ma finché restava perfetto
fuori andava bene.
Ti sembrava che
la corda spezzata,
i brandelli,
le viscere cave
fossero ben nascoste
dalla freddezza
dello sguardo
e dalle ossa.
Nelle ossa eri forte.
Uno scheletro
di cartapesta;
eri diventata il fantasma
che veniva a farti visita
da bambina:
sovrannaturale,
metafisica,
incapace di legarti,
avevi costruito
la maschera aurea.
Se qualcuno aveva osato
abbandonarti,
adesso ti eri nascosta
nella parte oscura
dello specchio:
nessuno può distruggere
un meccanismo guasto,
saresti stata sempre tu,
da un lato e dall’altro.
Fuggire,
più d’ogni cosa,
amare sì,
ma solo per gioco.
Ingannare
fino a non poterne più.
L’involucro era pieno
e il contenuto cavo
ma sparivi
prima che qualcuno potesse
riconoscerlo.
E poi le maschere
ti si sono sfasciate
addosso: l’inverno.
In ogni solco,
in ogni libbra
di carne
recuperata
ti si legge
il vuoto.
Raggeli.
Che cosa è rimasto?
Una donna,
non una dea,
piena di strappi,
saldature
malferme,
suture
slabbrate.
In questo
perdere
e slabbrare
è entrato
uno spiraglio.
Amare,
perdere,
piangere.
Non sei la vacca
o la troia,
sei una donna,
nessuno di speciale,
ti chiamano signora
e allo specchio
non ti riconosci
quasi più,
ma riconosci un altro in te,
più potente
del muro
che avevi costruito
intorno alle frane.
Il muro è in pezzi
ma lui ne raccoglie
i cocci e attraverso
la sua pelle
sopperisci
alla mancanza
(della tua).
VUOTO.[8]
È durata poco ma non esisteva
fame, e non era un tentativo estetico,
non hai mai avuto freni, ma in
quel periodo non avevi fame.
Eri stata brutalmente ingannata usata
come un animale consumata
e poi gettata una volta
consunta, e ti sentivi inchiodata all’assenza,
non importava davvero di chi.
Non avevi fame. Le viscere risucchiate.
Ti alzavi per inerzia, vagavi
per le strade di un quartiere residenziale
senza trovare pace. Non avevi
fame. Non avevi sonno.
Non avevi voglia. Non avevi
altro che mancanza.
Ti eri specchiata in una
pozzanghera nera e il corpo spariva,
ti sembrava bello che lo
facesse, avevi sempre avuto
il problema opposto: il tarlo
della carne, troppa. E della fame, troppa.
Ora invece non c’era più,
dissolta. Ogni istinto vitale dissolto.
Ti sentivi invulnerabile nel
fondo dell’assenza: una cosa
che non ha bisogno di niente, un
ordigno perfetto fuori
ma dentro strappato,
rattrappito, pieno di fili sconnessi e tagliati.
Ma finché restava perfetto fuori
andava bene.
Ti sembrava che la corda
spezzata, i brandelli, le viscere cave
fossero ben nascoste dalla
freddezza dello sguardo e dalle ossa.
Nelle ossa eri forte. Uno
scheletro di cartapesta;
eri diventata il fantasma che
veniva a farti visita da bambina:
sovrannaturale e metafisica, incapace
di legarti,
avevi costruito la maschera
aurea.
Se qualcuno aveva osato
abbandonarti,
adesso ti eri nascosta nella
parte oscura dello specchio:
nessuno può distruggere un
meccanismo guasto,
saresti stata sempre tu da un
lato e dall’altro.
Fuggire, più d’ogni cosa, amare
sì, ma solo per gioco.
Ingannare fino a non poterne
più.
L’involucro era pieno e il
contenuto cavo
ma sparivi prima che qualcuno
potesse riconoscerlo.
E poi le maschere ti si sono
sfasciate addosso: l’inverno.
In ogni solco, in ogni libbra di
carne recuperata
ti si legge il vuoto. Raggeli.
Che cosa è rimasto?
Una donna, non una dea, piena di
strappi,
saldature malferme, suture
slabbrate.
In questo perdere e slabbrare è
entrato uno spiraglio.
Amare, perdere, piangere. Non
sei la vacca o la troia,
sei una donna, nessuno di
speciale, ti chiamano signora
e allo specchio non ti riconosci
quasi più, ma riconosci un altro in te,
più potente del muro che avevi
costruito intorno alle frane.
Il muro è in pezzi ma lui ne
raccoglie i cocci
e attraverso la sua pelle
sopperisci alla mancanza (della tua).
DIETA.[9]
I poeti non lo ammetteranno mai,
ma l’amore fa dimagrire.
Così addento un altro pezzo
di rabbia, scolandomi
succo di strazio.
Brucia lo stomaco,
ma vuoi mettere
quant’è ipocalorico?
Sazia bene
il pane di lacrime
e non ingrassa.
Stanotte,
contro il lenzuolo,
sentivo le ossa
dei miei fianchi.
E piangevo.
VERBALE.
Non preoccuparti della matita
appuntita da raccogliere
che tanto è notte e non si vede,
non preoccuparti
del rumore che non assolve la
pace dei sensi che cerchi
mentre canticchi la canzone che
ricorda
una speranza ancestrale ancora
da salvare.
Sì o no è il nodo da sciogliere
non ancora arrivato al pettine.
Sentile, queste labbra tremule
che baciano il consenso,
firmato dissenso,
più non ammesso.
Sentile,
sentimi,
lasciami.
E poi, perdonati,
uomo che odi.
¡UCCIDIAMO LE STELLE![10]
Ci vuol poco a uccidere una
stella:
basta soffiarle sopra
credendola polvere
sul bavero.
Oppure
scambiarla
con una scatoletta
in offerta.
E così, carne in scatola
anche oggi.
Il dado è tratto,
ma non fa brodo.
Non si possono mangiare le
stelle.
Ma le scatolette nella credenza
non fanno luce
dentro la pancia
della notte,
dentro la mia pancia
di notte.
SIATE EGOISTE.
Figlie mie, siate delle fottute
egoiste.
Pretendete ciò che è vostro.
La maternità non è una missione.
Il matrimonio neppure.
La vostra esistenza sì.
Siate egoiste
quando vi chiedono di rinunciare
in nome della famiglia.
Non alzatevi da tavola se un
uomo non lo ha fatto prima di voi.
Ritagliatevi spazi degni, per
fare ciò che vi piace.
Siate egoiste
quando pretendono che siate il
loro tutto
(che siano figli, partner, amici).
Tenete qualcosa per voi.
Di segreto.
Protetto.
Irraggiungibile.
Siate egoiste.
Non condividete ogni cosa.
Ci sono luoghi che vi devono
appartenere in maniera esclusiva,
in cui potrete tornare quando le
cose non vanno.
Siate così egoiste da essere
economicamente indipendenti.
Un conto in banca solo vostro,
che a mischiare amore e soldi si
fa un gran casino.
E non si sa mai.
Siate egoiste
quando l’altro si offende perché
non siete ancora a casa,
perché non c’è la cena pronta: pazienza.
Non smettete di fare quello che
state facendo.
Se siete lì, vuol dire che quel luogo
merita il vostro tempo.
Siate egoiste
quando il lavoro e la carriera
sono importanti
e vengono prima del resto.
Per gli uomini è così, dato
accettato e riconosciuto:
perché non dovrebbe esserlo per
voi, Donne?
Siate egoiste.
Non fate l’amore se non volete.
Non fingete.
Siate sincere.
Anelate al piacere piuttosto,
siate egoiste come lo è un uomo.
Pensate a voi. Prima di tutto a
voi. Figlie mie.
Al vostro corpo.
Ai desideri.
All’anima.
Difendere i vostri diritti come
una necessità
finché non avranno lo stesso
peso degli uomini che avete accanto.
Diritti che vanno al di là di
una famiglia, di un figlio, di un amore.
Sono qualcosa di così intimo che
riguarda solo voi e nessun altro.
Impossibile violarli, il rischio
è l’infelicità camuffata da felicità.
Il sacrificio camuffato in
amore.
Siate così fottutamente egoiste
da salvarvi.
E non importa quanto vi
criticheranno,
quanto vi faranno sentire in
colpa
e vi richiameranno nello spazio
chiuso di un ruolo.
Magari quello di moglie. Magari
quello di madre.
Voi non abbiate dubbi.
Scegliete sempre di essere le
donne che desiderate.
Siate fottutamente egoiste.
Questa la mia eredità di madre,
per voi.
VERGINE PUTTANA.
E così veniamo avanti
simili in tutto a quelli di ieri
aggrappati a un’immagine
condannata a descriverci.
Dimmi, non è così?
E poi ci ritroviamo
divisi da nuove alleanze,
senza più nulla da nascondere,
solo più accorti
nel mostrarci
i punti dove la vita ristagna,
le cattive abitudini
quasi sempre appagate,
e ci sediamo
nel camerino affollato
di un treno che parte,
continuamente sospesi
tra questo corpo e la scena,
le nostre ore canoniche,
le nostre ore contate,
ancora troppo presto
per organizzare il proprio
sgargiante declino
ma non abbastanza da non averne
un’idea.
In tutto questo io
non ti cerco, perchè sono Donna,
non ti aspetto, perchè sono
Puttana,
non ti dimentico, perchè dentro
sono Madre e sono Vergine.
¡ADDIO, MASCHIO!
Le tue parole sono buone, le tue
parole sono cattive.
Le tue parole offendono, le tue parole
chiedono scusa.
Le tue parole bruciano, le tue
parole accarezzano.
Le tue parole sono date,
scambiate, offerte, vendute e inventate.
Le tue parole sono assenti.
Le tue parole mi succhiano e mi
risucchiano,
e non mi mollano, sono come
zecche:
si annidano nei libri e nei
giornali,
negli slogan pubblicitari e nelle didascalie dei film,
nelle carte e nei cartelloni.
Le tue parole consigliano,
suggeriscono,
insinuano,
ordinano,
impongono,
segregano,
umiliano,
ed eliminano.
Sono melliflue e aspre.
Il mondo gira sulle tue parole
lubrificate con l’olio della
pazienza.
Il mio cervello è pieno delle
tue parole
che vivono in santa pace con le mie
parole, contrarie e nemiche.
Per questo entrambi facciamo il
contrario di quello che pensiamo
credendo di pensare quel che facciamo.
MIO SCHIAVO.
Al tuo tramonto
sorgerò io.
Piena e maestosa
alzerò le tue acque,
illuminerò il tuo buio
venerabile e sazia.
Piena di me sarò,
piena di me sarai,
piena di te sarò.
Sarò la luna
dagli occhi grandi,
dalle grandi labbra possenti.
Sussurrerò ai tuoi sogni
di trascinarti a me,
desidererai di incontrarmi
ovunque
fuori e dentro.
Monetina alla mano
che sia croce mi mirerai,
alla testa sarai mio schiavo.
SCEGLITI.
Ad un certo punto ti scegli, ti
scegli eccome.
Decidi in che modo scalfire
ogni giorno
un piccolo tratto di te,
decidi che il tuo tempo è
sacro,
che le tue carezze sono contate
E per pochi.
Ti scegli
e ti scegli ogni giorno
con gli stessi occhi...
Scegliti, dunque, scegliti,
in tutto il mio essere donna,
in tutto il tuo essere femmina,
in tutto il tuo essere madre,
in tutto il tuo essere puttana.
Di’: io sono questa e mi scelgo,
a ogni luna e a ogni aurora,
ogni giorno e ogni ora.
ABBI CURA.
Abbi cura, figlia,
di incontrare
chi non sta nel mezzo:
cerca gli esseri estremi,
i deliri, gli incanti.
Cerca un uomo straordinario,
un uomo che non sia di questo
mondo,
cerca gli Achille e gli Ulisse,
i Giordano Bruno e i Pablo
Neruda.
L’ULTIMO PÉTALO.
M’ami o non t’ami?
Perchè se m’ami t’ami,
se t’ami m’ami.
Quanti fiori, ancora,
dovranno appassire,
e quanti ancora ne tirerò a
sorte...
M’ami o non t’ami?
Non so, l’ultimo petalo dice no.
M’ami o non t’ami?
Non so, il quarto fiore annuiva
di sì!
M’ami o non t’ami?
Questo, al fiore, non c’è
bisogno di chiederlo...
M’ami o non t’ami?
L’ultimo petalo dice che
dovresti...
M’ami o non t’ami?
Ricorda: se m’ami t’ami,
se t’ami m’ami.
Io sono l’ultimo pétalo.
L’UOMO, SBAGLIATO.
Ma come?
Ti addormenti sul divano invece
di bere con me
vino rosso alle tre del mattino?
Ma come, non sei l’essere
perfetto,
pieno di entusiasmo e di
brillantezza,
che io avevo deciso saresti
stato per me?
Ma come, non capisci questa mia
malinconia,
questo mio bisogno di trovare
sempre un colpevole?
È perché il colpevole sei tu: l’uomo
sbagliato.
La buona notizia, allora, è che
ogni uomo è l’uomo sbagliato.
Quello perfetto non esiste.
Provocherà rabbia, fastidio,
deluderà,
non sarà all’altezza,
russerà molto,
sbaglierà i regali,
dirà la cosa più scema del
mondo nel momento più serio.
Non capirà una battuta
bellissima.
Si alzerà da tavola nel momento
in cui abbiamo cominciato
a mettere a nudo la nostra
anima.
Proporrà di andare a mangiare
le lumache.
La cattiva notizia, ma in fondo
rassicurante,
è che noi provocheremo spesso
in lui la stessa delusione,
la stessa rabbia.
L’uomo sbagliato che incontra la
donna sbagliata:
proveranno, insieme, a fare la
cosa giusta.
VERGOGNA.
Io sono la vostra vergogna
l’incavo dell’albero, non
posso neanche esistere
senza cercarvi. Io non ho
nessun coro. Le grazie
di un animale notturno
non sono che risuono,
rimpianto di un gesto
disatteso. Non parlarmi
non parlarmi ora di
queste rovine chiamate
pelle. Senza carne so
che non abbiamo più
il ricordo dello smalto
venuto via dai muri
dalle dita. Sui muri
è scritto non ricordi
non mi somiglia più.
MANO NELLA MANO.[11]
Ho visto due ragazzine che si
tenevano per mano.
Sedici anni o giù di lì.
Si tenevano per mano.
Capelli ondulati e pantaloni
corti.
Voci piccole a dirsi segreti.
Ho visto due ragazzine che si
tenevano per mano.
E mi ero dimenticata che la mano
si tiene così.
Senza impegno.
Con la promessa del futuro.
INVERNO.
Inverno,
le vie del paese.
Tu nel frattempo
mi hai finito la bocca.
Non temiamo il freddo:
le vie del paese
leniscono crepe.
IL MIO CORPO.
Il mio corpo è parola.
La mia mente è il mio corpo.
Eppure tu non leggi, mi decifri,
come chi ripete a memoria la
preghiera
che gli ha salvato la vita.
Le figure si sono sempre
sciolte.
Sotto ai miei occhi: desideravo
una visione che mi desse un
limite,
un punto di vista cui
appartenere.
Non esisteva. Per questo vedevo
ciò che c’era e non si vedeva
più.
Ci sono sempre stata, invisa,
da te e da altri, in attesa
di meritare qualcosa
di essere trovata,
di vincere un segreto
che spegne la parola.
Il deserto non è spazio d’ornamenti.
La mancanza detta la vita,
traccia bisogni, sospensioni
piene.
Si raccoglie l’acqua, come si
può.
Della mia infanzia so soltanto
che le ossa scalciavano
e un passero mi venne vicino.
FEMMINICIDIO.[12]
Più che l’agguato, è l’abitudine
all’indifferenza, il pericolo
che ci circonda
e per altri molti anni porterò
ai piedi
queste pantofole consumate tra
le crêuze.
Le giornaliste affannate
mangiano focaccia
calda sui crisantemi di un altro
femminicidio.
2) IL
DENTRO E IL FUORI.
NON
SOTTOMETTERTI.
Non sottostare,
non devi sottostare.
Per te. Per loro. Per le altre.
Star sotto, solo a letto, sempre
che ti dia piacere.
Non sottostare,
non devi sottostare
a chi ti obbliga
colpevolizza
coercisce
inganna,
a chi ti mente e depriva,
a chi ti stupra e scipa
e svuota.
Sinonimi di un niente
che non ti riguarda più.
La promessa è stata fatta. Io c’ero.
E voi lì, davanti
a tutti
ben vestiti, fieri
ambasciatori di pace.
Eppure è stata infranta.
La promessa è scaduta come yogurt.
Sai che ho ragione. L’hai
assaggiato.
Nel tempo,
per cause reciproche,
univoche,
dai contorni confusi.
Ferite che hanno fatto pus, infiammate, virulente,
larghe sulla pelle, a chiazze.
Girotondo su te.
Ti sei grattata, sino a scoprire
i nervi, indiavolata.
Ora, insensibile, scopri i
denti
ringhiando sorrisi consapevoli.
Ora, meno livida, spalmi la
pomata lenitiva
che ti ha prescritto la ragione.
La massaggi,
l’accompagni seguendo le curve
più irrequiete di te.
Vuoi assorbire. Vuoi vederne l’effetto.
La pelle chiedeva tregua.
Calpestata dai silenzi, dalle
omissioni.
Tradita ben prima di lei.
Colpita ai fianchi hai
barcollato.
I mal di testa, poi.
I capelli persi
sulla soglia
di casa.
Ti conosco: risponderai che i
sacrifici sono nobili.
Che sei fatta così.
Ribatterò allora, che non sono
mobili
e non possono arredare una vita
in cui
non hai spazio.
Lenzuola che non ridono. Tazze
che non sbattono.
Non perderti. Non confonderti
nel colore del pus.
Datti un pizzicotto, realizza la
tua materia.
Che sei vera realizza.
Che sei piena di pienezza.
E corri a prenderti.
È TORNATO.
È tornato il nazismo.
Limitiamoci a osservare,
il più l’abbiamo detto,
limitato.
Forse qualcuno non l’ha
dimenticato.
Qualcuno ne ha tratto uno
spunto.
Ora mimetici nel solito dell’insofferenza,
nella resilienza di specie tutti
raggrumati
tra il verde dei muschi e quello
delle felci,
restiamocene inevasi dal cielo e
dabbasso,
gli iridi d’oro però guardinghi
su estensioni di chilometri,
su ogni cosa che si muova,
immobili, trucidi, bramosi
salvo un fremito di ciglia.
CONSIDERAZIONI SUL FEMMINISMO.
1.
Pruderie dell’indifferenziato,
si pubblica di tutto purché
non si scandalizzi nessuno,
o si scandalizzi incoartato
su scritti senz’altro vigore
che un coming out scipito,
senza nemmeno lo sforzo
verso un’esegesi, uno stile,
basta che abbagli, scorra,
e marcisca nella discarica
dell’abiezione del deperito.
2.
Sarebbe inutile iattanza
sottacere il tormento,
eludersi tutto il senso del
vuoto che incombe,
colorare di perfidia una sola
presunta nobiltà,
far riaffluire sangue in una
verga sconsolata,
riempirla di rapacità in quest’immenso
tedio
3.
Quando ripenso al tempo
glorioso,
nonostante stereotipi e cazzate,
alle parole di lotta che erano
amore,
alle stagioni in cui hai
combattuto,
sotto gragnole di sassi e
molotov,
ai tanti impauriti ridotti al
coraggio,
alle compagne sventate in
lacrime
in strade travalicate da
lacrimogeni,
sirene, automobili in vivide
fiamme,
alla violenza che parve
necessitata
contro l’ottusità farisea del
Potere
meandri di trame nere,
eversione,
stupidità e conservazione
borghese,
non mi va più nemmeno di
parlarne
di quanto irrimediabilmente è
perso,
all’epoca: la pura forza di un
rigetto
che rivoluzionò per un po’ l’andazzo
Insopportabile e stantio delle
cose.
ODIARE L’ODIO.
In risposta ai versi di Wislawa
Szymborska
<<E ci sia anche, almeno
di tanto in tanto,
l’odio dell’odio. Perché alla
fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
E mani ingaggiate per lavarsene
le mani.>>
A volte odiare l’odio,
ignorare chi ignora,
sentirci imperturbabili
in un mondo in frantumi,
far finta di niente,
dentro i nostri nuraghi,
forse coi nostri figli
o nipoti controversi,
col nostro focolare
di pane e pace e guerre
intestine,
alzare le braccia
allo stato di cose,
al refrain di propositi,
rese al mittente,
corali sforzi fanatici
scaduti in odio tra falliti,
speranze mai bussano più
alle nostre porte mai più
ridipinte,
perlomeno in pace con la
sconfitta,
in tutta coscienza abolire l’idea
stessa del raccordo, l’amore
lo si riscopre in qualche raro
libro o film,
non che fosse mai stato un elisir,
vagheggiava già in tempi
propizi,
come assordato dal Sole
che adirava nel deserto dell’Utah
come tra le fratte di Castel
Porziano,
forse salvato o no nel crogiolo
dei dannati,
ora però cambiato, inflessibile
e più vecchio,
ogni mattino nella posizione del
Loto,
vago remoto solo ora ai problemi
del mondo,
come un monaco tibetano nel
giardino
dei silenzi seimila metri di
altitudine assoluta,
con nulla che remoti crudi grigi
monti
attorno ad una Terra asfissiata
d’afa e d’arsura.
riarsa come la pelle essiccata
di un crotalo bigio.
AUTUNNO DENTRO.
Sopra di noi
come granelli dentro una
clessidra
le foglie cadono.
La natura si restaura senza fare
traslochi.
Noi, invece, dobbiamo chiamare
la ditta e buttare giù muri,
e comunque questa nostra pelle
ce le portiamo sempre dietro,
per tutta la vita.
Tutte le foglie del mondo pesano
più dei nostri calcinacci.
Eppure a loro basta un soffio di
vento.
Noi portiamo invece un
carrarmato in casa e facciamo la guerra,
rasiamo al suolo, creiamo
spazio, togliamo persino il superfluo.
¿Riusciremo mai a essere anche
noi come i boschi in inverno,
che ci puoi vedere attraverso da
quanto sono spogli?
Spogliati.
Facciamo l’amore.
Senza darci appuntamento.
Facciamo un figlio, senza dargli
un nome.
Tu mi chiedi quando è il momento
giusto.
Io ti rispondo – il mio grembo
ti attende.
Sotto di noi foglie che
scrosciano,
dentro di noi parole
scricchiolano,
attorno a noi giorni che sciabordano,
i sogni perdono la fragranza.
INVERNO.
Inverno,
le vie del paese.
Tu nel frattempo
mi sei finito in bocca,
mi hai finito in bocca,
mi hai finito la bocca.
Non temiamo il freddo:
le vie del paese
leniscono crepe.
ADE.
Aderire aderire smisuratamente.
Ade nella dismisura, profezia
Maya, sangue della terra, non
salvare il turbine dei mondi,
non salvare la sovrana specie
la macchia in radura si estinse.
Ti imploro di non eccedere,
di camminare con me
in questo paese straniero
nei vetri abitato dai molti
a cui mi rivolgo senza vedere.
Il brivido, la vertigine
a contrarre la carne.
Darò un nome alle
cose. Un nome o
un altro. Violette
per sentire i petali
spettinati. Nominare
anche i muri, per
assediare lo scisma.
LA LINGUA DIVISA.
Non parlo,
ma soffio
nella cannuccia
e l’inchiostro
spande parole
che si tengono
per mano.
Goccia a goccia
mi distillo
in parole depliant.
Suoni stranieri
a me familiari divento
e carta
assorbente.
Il fragore di termiti
guerriere
sento
rosicchiarmi
TI RICORDO.
Ti ricordo,
mentre attraverso il viale
alberato e fluttuano,
sospese a fili invisibili,
frammenti di poesie.
Batuffoli di polline
soffiati dai tigli
mi sospingono
al di là del muro
di cinta;
e ritrovo le crepe
dei miei pensieri,
epitaffi.
IN TRAPPOLA.
Gli appunti di Cioran illuminano
le pareti
dalla cucina al bagno
nella notte che è un barbaglio e
non sa decidere se essere
acaro o infinità del tutto.
Scriviamo e parliamo molto del
nostro farci male
e del sentirne l’eco che lo
precede
eppure senza riuscire a
sospenderne il flusso:
“tentazione di esistere” la
chiama lui
mentre aspetta il caffè
e ne ama già l’odore.
SUL FONDO.
Sono a piedi
e le mie dita d’alga s’impigliano
lì dove c’è molto vino e nessuna
bocca a berlo.
Le scarpe d’acqua le avevo tolte
prima di entrare nel letto sul
fondo
per timore di non saper
ritrovare l’azzurro in superficie.
OVUNQUE, IN NESSUN POSTO, DOVUNQUE.
Il lago rosa del Dakar
gli atolli attorno Komodo
le dune bionde del Merzouga
le punte aspre degli Altaj
gli orli lagunari attorno al
Pacifico
il rosso terroso della Corsica
la notte torinese di silenzio e
diamanti
il grigio perla del mare
anconetano
le dolcezze collinari di casa
mia
tu che alzi gli occhi
e hai una domanda per me.
ELENA DELL’AMORE.
Fuggivi.
E il peplo
della testa,
maledizione spartana
ti seguiva.
Regina di un giaciglio
e di chiuse montagne,
neppure il tuo fiato
poteva valicare.
Fuggivi.
Regina
d’una bellezza armata alla
guerra.
All’ultima cena degli amanti
fosti scelta,
senza innamorarti.
Ma la fuga,
diventa prassi,
quando non ami.
Fuggivi.
Ipnotizzata
da un qualche Paride,
un naviglio
ha attraversato gli anni.
E tu sola,
hai percorso il nero mare
con fini impronte,
che le acque non cancellarono.
Portò rispetto il mare
non alla bellezza,
ma all’audacia.
Senza arrossire,
insanguinasti popoli.
Tu tu tu.
Il salto purosangue
della Storia.
TRAMONTO.
A fiamma bassa
racconta.
Attempata
sta
sul muretto del giardino.
Mani cingono le ginocchia
diresti abbraccino
la sfera.
Rughe,
al di là del bene
e del male
s’accoppiano
nei paradossi.
S’apra
l’Arca di Noè,
si rimetta in marcia
l’antica varietà.
Con tale opposizione
che rimane?
IN
QUESTO INCESSANTE GIÀ ACCADUTO.
In
questo incessante già accaduto
che sterminato si dilata
in moltitudini di fiato
imparo per negazione
e moltissimo
con te discorro
nel poco a poco in rovina.
MI
SGRANO IL SESSO.
Sul limitare della cenere
concentrica me ne sto
mi setaccio il pianto e il pane
dovendomi vivere
mi sorrido tra le fughe
del tuo esistermi
in azzurre risonanze di grigio.
NELL’ISTANTE CHE INATTESO AZZERA.
La distanza
fra il dentro e il fuori e
tonante
li restituisce in vertigine
per incredulità mormorare Dio
nel buio schiantato di una
stanza
e rintracciare la vita
là dove era da mai
che forte così si respirava.
TU NON MI SEI PROVERBIO.
Ti lascio vapore
aria condensata
parola chiocciata
pioggia proboscidata
vento adduttore.
Tu non mi sei proverbio
non mi sei già detto
e io non mi arrischio
al parapetto:
non ti definisco.
MOSTO DI ASTIO.
È cartilagine
la discrepanza
nella carcassa
della rondine.
È osso
l’inchiostro
nerastro:
è mosto
di astio.
SE MI SEI ANEMONE.
Se mi sei anemone
nome recidivo
sole illativo
parliamone:
su questa scogliera
mi sei barriera
corallina
o architettonica?
IL VOLTO NASCOSTO DELLA VITA.
Dalle pareti ho sbirciato
il risplendere riflesso dei
mattini.
Erano le cose accese
prima ancora che la vista si posasse
sul loro spessore.
STRADE BIANCHE.
Ci ha lasciato il tempo
tra le nude prospettive del sud.
Nella sua terra arsa,
tra i muri a secco e le vipere
indolenti,
il candore s’ abbatte sulle cose
e
porta una serenità d’infanzia.
Gli anziani immobili,
come le loro case di pietra,
attendono la vita altrui che li
visiti
e tutto è spoglio, secolare,
al pari d’un sogno scosceso e
mai esistito.
Vivevano di nulla e di sole.
CENERE.
E ciecamente
al pari del mio desiderio
era sbucato il sole dalla
scoscesa costa
e s’inabissava la mente
ch’era tutt’uno con la materia
dei fondali implacabili.
La mia immagine riflessa
scompariva tra le correnti
come l’andare furioso della vita
che divora se stessa
per sete di nuovi inizi.
Era amaro il ricordo
di quei luoghi entro cui
avevo costruito una memoria
di pareti e palafitte.
Tutto si spense nell’abbaglio,
venne cancellata l’oscurità-
il mistero s’era disciolto e
come cenere leggera
era evaporato dalle ciglia
serrate dei miei occhi.
Tutto vorticava come in un parto
che ricombina le sostanze,
fui rigettata dalle onde
su una riva deserta,
viva d’una vita ch’è pura
incoscienza:
era il vuoto
il vero padrone del mio terrore
e della mia meraviglia
e mi faceva credere ad ogni
speranza
al pari d’un infante.
CRUCCIO.
Non
bastava strappare dalla placenta un corpo
sfiancato
dal presagio del vagito finale.
Bisognava
sparare in bocca un silenzio definitivo all’infante,
stroncare
il desiderio di infinito,
fracassargli
le ossa nello stillicidio di giorni identici nel dolore.
Trepidante
attesa per la Scena Madre di quest’opera inconclusa.
Nel sonno caddi dall’albero e
squarciai il ventre di mia madre:
vi infilai biglie trasparenti,
monetine d’oro, petali di ranuncolo.
Mi ficcai dentro,
ricucii tutto sperando di
rinascere pura, preziosa, profumata.
E che fosse felice dell’albero
come del frutto.
Pensavo che sarebbe rinata
insieme a me
invece più io crescevo più lei
sfioriva.
Ricordai che dentro il ventre di
mia madre ero un limone:
piangevo, le mie lacrime
cadevano sulle sue ferite.
Non capirò mai perché quando si
nasce ci si sente subito soli.
Le ferite ci separano invece che
unirci.
Il nostro amore è in
putrefazione.
<< Facciamo un gioco:
prendi una cosa che ami.>> disse mia Madre.
Sul letto sfatto c’era il
Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.
<<Staccagli il braccio.>>
disse mia Madre.
<<Non voglio fargli male.>>
risposi.
<<Se impari a distruggere
tu stessa la cosa che ami
nessun altro potrà farlo, nessun
altro avrà questo potere.>> disse mia Madre.
Chiusi gli occhi, abbracciai il
Coccolino.
Aprii gli occhi, li ficcai in
quelli di mia Madre. Feroci.
Il cuore, quel pomeriggio, l’ho
preso a morsi e buttato nel cesso,
insieme al vomito e alle piume,
e ho tirato lo sciacquone.
Il Coccolino restava a terra,
inservibile.
Non raccolsi i suoi pezzi, e
nemmeno quelli di mia Madre.
Madre
spezzata dalle proprie pene, bramosa del Suo dolore,
La
attende sull’uscio con ali spiegate,
le
gambe accavallate, i lustrini della festa,
il
ventre vizzo, i seni riarsi, La seduce e <<Vieni.>> dice
La
persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa.
Madre
non si dialoga, si subisce.
Figlia
ritorna, diventa Madre e si spezza continuamente.
E,
spezzandosi, continua.
L’unico atto idoneo alla vita è
il silenzio.
O un grido di disperazione.
Per
uscire dal bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce,
o un
battito d’ali.
Vessata
dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile,
questa
piccola donna sdraiata immota
ha
barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali bucate.
Ebbra
di stanchezza, sfianca troppa bellezza,
s’addormenta
accanto al mozzicone acceso, un’ala si brucia
e batte
il capo sul sasso scagliato da un dio borioso.
Apre
gli occhi come chi muore senza aver mai saputo il volo
nessuno
al capezzale.
Non
chiama l’infermiera, si sfila le ali, le butta dal balcone.
Lancia
un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal dolore
di
chi resta, sonnecchiando
in
attesa del prossimo morire.
Non ci si abitua all’umiliazione
di morire, o di guardare chi muore.
Bacio
le labbra estinte di qualcuno che ho amato
senza
toccarlo accolgo il rumore rappreso
di
sangue stinto. Posso solo guardare.
Mi
ferisce troppo amore la sera di chi resta solo.
Mi
ferisce sapere. Non poterlo (potermi) salvare.
Se si
spezza la Parola sul binario
non
voltarti.
Io
sono di quelli che non avanzano,
lo
scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento.
Io
resto, do not go beyond the yellow line,
il
braccio sempre teso oltre la linea di confine,
brandelli
di cuore appesi alla banchina.
Alle
9.35 consumo l’ultimo fischio d’Addio,
sul
mio labbro sbreccato nessuno si siede.
Se mi
cerchi, sono la Cosa che giace al binario 2.
Il
silenzio è tempesta di buio che pesa,
non
so (non oso) parlare, non oso (non so)
la
Parola (perduta) per dire la
Cosa.
Deraglia,
sbiadisce, perde peso.
Il
buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale.
Nessuno
intima fermate l’esecuzione!
All’alba
la parola resta sola sotto la lama,
senza
più suono, senza nessuno che la dica, perdura
spezzata.
IL MERLO.
Il fatto è, che abbiamo un merlo
in casa.
Un merlo col becco giallo e le
piume nere
che entra dalla finestra della
cucina
e si mette appollaiato sulla
ciotola del cane
e mangia le sue crocchette.
Le mangia, dico.
Il cane ne ha paura e se lo vede
scappa.
(Il cane non ha capito chi sia
il cane e chi sia il pennuto,
e così è lui a temere di essere
aggredito.)
Io, quando lo vedo, faccio
gridolini da bambini,
come se avessi visto un topo o
uno scarafaggio
e il merlo nero becco giallo si
schianta sulla finestra.
(Il merlo nero becco giallo non
ha capito la differenza
tra il vetro e il cielo, credo).
Ma, nonostante tutto, noi
abbiamo un merlo in casa.
Un merlo che torna. Che ci
aspetta. Che ci ha scelto.
Che vuole le nostre crocchette.
Noi abbiamo un merlo.
Che comunque ci ama.
Oppure semplicemente pensa che
siamo dei cretini.
Con le nostre finestre a
sostituire il cielo.
PERCHÈ.
E poi mi dico.
Perché fai andare così veloci le
dita sul computer?
Perché usi il tempo dei viaggi
per amare i non luoghi?
Perché non sai fare la spesa in
modo logico e puntuale?
Perché stai in terrazzo fino a
che fa buio?
Perché hai pudore delle domande difficili
e vergogna alle risposte facili?
Perché non credi alle buone
notizie?
Perché soffri di vertigini?
Perché fuggi ma poi torni?
Perché?
E allora capisco che non mi
raggiungerò mai:
sarò sempre un passo indietro,
o avanti, o di lato,
a me stessa.
E comunque ci sono mali peggiori.
VITA E MORTE.
Clotaldo - Che farai?
Rosàura - Ucciderò il duca.
Clotaldo - Una donna può avere
tanto coraggio?
Rosàura - Sì pare.
Clotaldo - Che ti spinge?
Rosàura - Il mio nome. Tutto
travolge il mio onore.
Clotaldo - È una follia.
Rosàura - Lo ammetto.
Clotaldo - Frénala.
Rosàura - Non posso proprio.
Clotaldo - Ma perderai...
Rosàura - Capisco.
Clotaldo - Vita e onore...
Rosàura - Ne son certa.
Clotaldo - Che cosa insegui?
Rosàura - La morte.
Clotaldo - Questa è
disperazione.
Rosàura - È onore.
Clotaldo - È frenesia.
Rosàura - È coraggio.
Clotaldo - È delirio.
Rosàura - È solo ira.
Clotaldo - Ma non esiste freno a
sì cieca passione?
Rosàura - No.
Clotaldo - Chi può aiutarti?
Rosàura - Solo io.
Clotaldo - Non c'è rimedio?
Rosàura - Proprio no.
Clotaldo - Esistono altre
strade.
Rosàura - Solo per perdermi in
altro modo.
I DIECI COMANDAMENTI PER GLI
UOMINI.
1. Abbi
fede in divinità diverse da te.
2. Non bestemmiare, pronunciando
invano il nome dell’Amore, sacro.
3. Ricordati di non cedere alla
banalità delle ricorrenze,
ma di celebrarne il vero
significato.
4. Onora la madre che ti ha
generato,
senza mistificarne la messa in
pratica.
5. Non mi uccidere.
6. Non infangare la purezza dei miei
gesti gratuiti.
7. Non rubare le mie speranze.
8. Non rendere testimonianza
alla falsità delle intenzioni.
9. Non desiderare la donna.
Amala.
10. Non usarla e non
considerarla roba tua. Abbine cura.
3) TRA L’IMMINENZA E IL DOPO.
MEDEA.
Medea, nome incantevole
senza la maschera del
pregiudizio
potresti riprenderlo tu
per chiamarmi Giasone
potremmo riscriverne il viso
educarne il sorriso
abitarlo anche senza magia
se non fosse per la gelosia
dell’incanto
una nemesi da ricordare
dove salverebbe, forse
la noia contraddetta
lo spreco di qualche innocenza
Ma il seme che si fa parola
è contratto
dannata la gioia nel suo nome
rubata alla luce del giorno
la sua peregrina speranza.
NON CHIAMATECI PER FARVI FELICI.
Ho sognato. Ed ho visto
gente addormentarsi
nella casa non più mia.
Però tu c'eri al risveglio
fingevi non fosse accaduta
la scena, compresi i distinti
saluti.
Adesso fremo al presagio
che stempera gli anni
ne beffa i sorrisi
ci parla di schiena.
Da un'altra stanza già vuota
la mente prepara gli oggetti
della sua pigrizia
quel decentramento di corpi
che annuncia l'estate
la futura dimenticanza
del mondo, ci fa stare bene.
Certo ti sembrerà strano.
Nell'inquietudine delle pupille
che s'aprono al buio della
storia
non c'è la memoria di un uomo.
Non ci chiamate per farvi
felici:
siamo froci, non puttane.
Non straripate sul corpo
portato a vegliare i rapaci.
È mezzogiorno sul sole scomparso
coperto di bruma, gli amici
sono passaggi invernali
di storie impotenti stordite
dalle narrazioni incessanti.
Sono occhi in vendita
all'asta di buone intenzioni.
La libertà volevamo
di stare in disparte, fratelli
pieni poteri ai distratti!
La libertà di puntare le lenti
da qualche altra parte
di là, non c'è proprio nessuno.
MARIO.
È morto Mario. In un incidente,
sulla litoranea. Ogni sabato
mattina
giungeva in paese, coi suoi
quattro ferri
vecchi, e un carretto colmo di
stracci.
Si annunciava con un suono
gufigno.
Aspettava che le donne, festose,
si precipitassero fuori dall’uscio.
È morto Mario. In un incidente,
sulla litoranea. Ogni sabato
pomeriggio
mi penetrava dietro la credenza.
Era un giovane padre, la visiera
celeste, i baffi, il taglio di
uno sguardo
pungente e scherzoso, da
ragazzo. Erano
le due del pomeriggio, il rione
calmo,
le donne chiuse in casa a sonnecchiare.
Ricordo il suo corpo bruno in
contrasto
col bianco acceso delle
lenzuola. Ci
si spogliava e lui mi baciava,
frenetico.
È morto Mario. In un incidente,
sulla litoranea. Sporco siciliano
infido. Ogni tanto mi faceva
pena
e gli regalavo venti euro.
TRA L’IMMINENZA E IL DOPO.
Vuota ombra estesa, il giorno
recita una salvezza. Sotto le
ombre,
la mia paralisi è un leggero
eccedere.
Striscio, il peso affonda, il
tempo delimita,
le immagini mostrano una ferita
che stringe i polsi al pilone di
un fiume,
mentre anche io preciso i
nascondimenti
del cammino nella folla e
balbetto,
tra le sviste e i raggiri del
romanzo
come un paese nel torpore del
pianto.
La sera, rugiadosa, bagna i
palmi,
porta tregua, una serena e
discreta
compagnia. E ride, ti racconta,
ti indica.
RACCONTO A UN TABARIN.
Ti fermi qui, tra ciò che non
avviene.
Freddo, come un grido, alle
spalle, torno.
Devo stare accanto. Nutrire il
fuoco.
Per quanto incostante e bassa,
la fiamma,
col suo respiro, dovrà
perdurare.
Lo sfondo è un buio che irradia
dal foglio
vellutato di un album. Tenti e
brancoli.
Cercando quel ritorno
che fa strada nel risveglio e
contorce
l'istante, il gesto lancia il
suo destino.
Finché scendi, sarai più
incomprensibile.
Perduto, avrai dimenticato.
Sparso
le ancore, i ponti, i sì, le
conversioni,
l'albo del sangue comune, i
fratelli.
RITRATTO PER CHI GIUNGE.
Oscilla in questa luce
titubante,
non dire niente, misura
l'affondo,
giudica, ignora se sia un bene o
un male
dimenticare, aver dimenticato.
Scrivi la tua parte, esci dalla
sagoma,
fa' luce con i frammenti di
specchio
sulla gobba, urta valigia e
bastone,
guarda la strada avanti andando
indietro,
resta, vuoto senza domande,
all'orlo,
fiducioso in un refolo di vento.
LA PARTENZA.
Metto la voce sul passo del
canto.
Ché la sorgente è introvabile.
Il fiume osserva il flusso nei
confini.
Io sono l'acqua che leviga il
greto.
Metto la voce sul passo del
canto.
INVERNO.
Inverno,
le vie del paese.
Tu nel frattempo
mi hai finito la bocca.
Non temiamo il freddo:
le vie del paese
leniscono crepe.
LUCIDA-LABBRA.
Lascio che il lucida-labbra
dinieghi la mia luce interiore.
Quella che il caso mi donò
la prima volta che mi trovò
vestita a damigella.
Parlo di crema che soffochi, non
turbi ma copra:
i tagli della pelle sono incisi
nella terra.
Ho creduto fino ad allora al
miracolo degli occhi.
OCCHI DI PASOLINI.
Occhi di tragica purezza:
una punta, solo una punta
di follia. Oltre la strada,
dopo alcune sottrazioni, una
piazza
e un monumento distrattamente
appoggiato.
Ho pregato, a modo mio, perché
i pianti restassero dietro le
spalle.
Come un colpo di vento spunti.
Ti guardo. Mi guardi.
Ridiamo. Sanguiniamo un poco.
Un rapimento desiderato. Le
parole
si annegano nella fontana;
ma le mani, le mani traducono
le discrepanze e svelano un
segreto.
Con fatica riprendo il respiro.
Disperatamente solo, in questo
precoce autunno, mi tradisco,
abiuro, con febbricitanti
pensieri,
il sangue e soprattutto la
saliva.
Ho piantato nel cuore, angelo
riottoso, il tuo viso, i tuoi
occhi.
Ti lascio in mezzo al libro.
Sono troppo stanco e l’acqua
ghiaccia, mentre i cani
ringhiano
oltre gli steccati e un rondone
ritardatario precipita
stecchito.
Accendo una canna, forse
ritroverò
qualche indizio per ammaliare
vecchi fantasmi. Piango
imbarazzato.
È straziante perdere un
segnalibro.
Infilato dentro il pianto del
Tevere
che mi narra, ancora, storie
di carne e rubini, di sessi in
erezione
e occhi vigili; mi aggrappo
saldamente all’ebrezza della
solitudine
per percepire meglio le voci
che dio non ha voluto ascoltare.
Alcuni disperati sparpagliano
morte,
mentre un’altra primavera,
magari
l’ultima, si affaccia ai Sette
Colli.
L’asfalto dilata il sapore del
vento,
e la speranza, magra da paura,
graffia i morti di fame d’amore,
come me, come te.
Strade, di questa città
maledetta,
vi ordino e vi ingiungo di
languire,
almeno fino alle tre di notte,
anche se lui, ne sono certo, non
tornerà.
All’angolo della banchina due
giovanotti
esibiscono il sesso, facendomi
sentire
uno straniero e un intruso.
Un nubifragio invade Roma
e le mie scure vene bruciate.
Poveri vecchi amici,
sfilacciati, in brandelli,
incontrati l’altra sera, in
piazza.
Tremo come dopo un pianto a
dirotto;
la strada è deserta, ma non voglio
scantonare. C’è una pagina
strappata
nel diario. Cacciatore d’ombre
rubo uno sguardo modulando
alfabeti
virili. Come posso credere in un
dio
che non desidera la felicità?
Mi sentivo una ricetta
illeggibile,
ma tu, provetto bandito, con
occhi
verdi e mano vagabonda
mi hai condotto in un altrove.
Siamo cani randagi, con troppe
ore morte. L’odore della
salsedine
è una preghiera esaudita e così
dovrò dire grazie pure
alla mia chimerica generazione.
Dopo le tue spalle nude,
il sesso vigoroso, gli asciutti
baci,
qualsiasi cosa mi sembra
un’offesa.
Santa Maria, Campo dei Fiori,
Piazza Navona
urlano, ma niente batticuore. I
corpi
deragliano senza alcun ritegno.
Frantumo trasalimenti e annego
nel bicchiere.
Scarnifico sensazioni. Conosco
la parola?
Mi sento di troppo. Se non ci
fosse
questo tramonto che ha tutti i
toni
del rosso e del blu,
allungherei,
per buttarmi a Tevere. Anemica
melodia
di una chitarra che fa piangere
un vecchio solo. Un vecchio che
non
ti ha mai detto del ranuncolo e
della viola,
lungo la strada che
costeggiammo,
mano nella mano. Che profumo
avrà
la rugiada sulla pietra? Ti
cercherò
nello specchio, stanne certo.
4) SELF-IDENTITY.
Ritrarsi: dipingersi o tirarsi
indietro? Io mi ritraggo ossessivamente, propongo una immagine di me che si
discosta progressivamente dall’originale.
Io mi ritraggo compulsivamente,
a ogni mano che mi cerca indietreggio di un passo. Mi ritraggo ogni volta che
cercano di tratteggiare il mio ritratto. E per di più non sono avulso dal
ritrattare. Io ritratto: forse nego, sicuramente mento, certamente tradisco.
Umana è questa disperazione, questa dispersione che è scissione dell’atomo in
tanti piccoli cuori volatili: a ogni effigia una interpretazione, a ogni
comunicazione una incomprensione. L’identità è linguaggio: attributo cangiante
sull’assoluto sostantivo, dove il verbo è sempre transitivo. Messaggio
scorrente su esistenza vuota consente il vettore di energia, che sposta senza
oggetto la casa dell’attore: il viaggio!
Una volta scoperto il
meccanismo, l’ingranaggio si fa manifesto, e io non tratto più: resto senza
credenziali e senza credenze, puro, circolare, esprimo ciò che anelo. Ad un
tratto, sono autenticamente il velo. Candidamente, non mi devo rivelare più.
Sono trasparente. Sono immarcescente.
Nascere in poesia è anche
questo: nel mare delle correnti, per essere sempre vivi essere per sempre
morienti. Nascere in poesia progressivamente, da sempre, per la stessa
imperscrutabile impalpabile indefinibile tensione che ci consente di dirci pian
piano contemporaneamente, e di venire al mondo pericolosamente noi stessi.
Esserne fatalmente coscienti e insieme incoscienti, esserne fatati e
contemporaneamente fatali è già compierne il destino. Palpitazione, mai
memoria, cristallizzazione neppure. Da rendere in perfezione e completezza:
magia della terra che germoglia la scissione cara, inevitabile. Per lettura,
voce, movimento, amplificazione, eco, scrittura, grafia, corpo, mondo, tutto.
Che ciò sia chiaro, in splendore mattutino: è già compiere un destino.
E il filo tirato stia soltanto
tra le categorie, a saperle riconoscere. Negli attriti del gruppo, dai
conflitti dell’esistenza in oltre è tutto un rischio di scivolare nella storia.
Tale il mestiere di scrittore, che è alla base del racconto-raccolto. La scelta
della fabula e la complessa filosofia dell’ironia, il frammento e il
divertimento, o l’invettiva in situazione. Come da bambino, sapiente, dal
pampino riconoscere la distanza, anche nell’aggrovigliato intreccio dei tralci
nei filari, tra la vite di barbera e le vite di sogno divino. Individuare, in
tanta grazia, è già compiere il destino.
Vivere da poeta è uno sforzo
perpetuo, è tensione costante, è fame continua, è sete insaziabile. È difficile
essere poeti senza far pesare la propria arte su se stessi e sugli altri: a
volte sussurra urlando, altre grida bisbigliando. Potete capire da voi che
giusto in pochissimi sono sempre in grado di reggere la sfida della poesia.
Ricordo che una volta ho
conosciuto un poeta, un poeta vero, e molto famoso. È successo alcuni anni fa,
nel 2013 per l’esattezza, anche se il tempo non conta. È successo
all’improvviso, diciamo durante una fuga di mezzanotte per le strade dove siamo
soliti cercarci tra di noi gente dispari. È successo come doveva succedere, con
l’ebbrezza molesta che disturbava l’eloquio come una musica di sottofondo che
sale dal bassofondi e distrae le parole fino a farle uscire da quel buco in cui
si nasconde durante il giorno la voglia di vivere. Che era tanta ed era
tremenda: una tremenda voglia di vivere. Tanto da far brillare e rischiarare le
ore notturne di ebbrezza artistica e follia da improbabili funamboli.
Quell’uomo era la bellezza in persona, questo poeta, nel suo incedere d’un
andatura pittoresca, irregolare, tanto da essere raffigurata spesso dalla
matita di un fumettista amante del vino rosso, che gli voleva tanto bene anche
lui. Era bello, questo poeta, molto bello, perchè non chiedeva nulla se non
l’ispirazione al mondo che lo abbracciava e a quello che lo scansava; a quello
che lo cercava e a quello che ne rideva perchè non riusciva a vedere, a
guardare bene dentro. Ci incontravamo quasi sempre per le strade vorticose di
Exarchia, cercando un riparo naturale che fosse abbastanza lontano dal rumore
di fondo, un posto adatto a quelli come noi, dove ogni brindisi e ogni
sigaretta diventava scusa per una ressa d’idee e risate e rime e racconti e
storie e parole. Aveva compreso e assimilato quello che io ho spesso solo
intuito e sfiorato, cioè che per vivere bisogna raccontare e raccontarsi: un foglio
del suo taccuino presto avrebbe accolto nuovi versi, e io ero felice di essere
un atomo nella galassia della sua ispirazione. Questo poeta si chiamava Nasos
Vaghenàs, e siccome per un periodo abbiamo abitato nello stesso palazzo, posso
dire che il mio amico poeta era davvero uno con cui ci si perderebbe volentieri
a zonzo per la città. Con lui è stato felice ogni metro percorso insieme, era
una melodia il tintinnio delle chiavi che aprivano il portone, era eccessiva ma
quasi doverosa l’ultima sigaretta, e infine era perfetta la nostra buonanotte
da beoni disgraziati e donnaioli, impacciata e complice come può essere solo
tra chi della notte conosce il valore perchè se la porta dentro. Come dicevo,
vivere da poeta è uno sforzo perpetuo: pochissimi sono in grado di reggere la
sfida. Lui è uno dei pochissimi: ha raccolto le tonnellate di materia che si
portava addosso, quelle che gli pesavano sulla schiena, quelle che abitavano
nel suo cuore nobile, e ha scolpito una statua intangibile che ancora oggi la puoi
guardare e dire che ne è valsa la pena, mentre senti su di te la connessione
emozionale che ti stende con una carezza fragorosa. Insomma, ne è valsa la pena
di aver conosciuto questo poeta, e sono felice che sia successo proprio a me.
La sua parlata era come vento dolce sulla pelle.
Tutto questo per dire che la
poesia non finisce mai e rende immortale ciò che tocca. Né sarà sufficiente, né
abbastanza, peso-nulla da dichiarare alla dogana con addosso molto odore di
polvere da sparo. L’amore per l’arte venatoria, dunque, e per il grignolino. E
la violenza necessaria. Il cacciatore esperto si carica e sceglie da sé
bossolo, capsula e proiettile, e, cartucciera stretta in vita, viaggia.
Camminare, scovare, uccidere la bestia. In immacolate contingenze, si viene
ammessi in qualche circolo, si viene ricordati. Questo è secondario, oltreché
meschino da sperare, e calcolarlo è inammissibile. Esserne certi, stando
dritti, è, ancora una volta, già compierne il destino.
[1] Dedicato a tutte le donne che lottano per
i propri diritti.
[2] Dedicato a tutte le donne vittime di
stupro.
[3] Dedicato a tutte le donne vittime di
violenza domestica.
[4] Dedicato a tutte le donne vittime di
violenza psicologica.
[5] In memoria di Monica Calò.
[6] In memoria di Pamela Mastropietro e di
tutte le donne vittime dell’odio nero e del razzismo inverso.
[7] Dedicato a tutte le donne vittime di
disturbi alimentari.
[8] Dedicato a tutte le donne vittime di
disturbi alimentari.
[9] Dedicato a tutte le donne vittime di
dipendenza affettiva.
[10] Dedicato a tutte le donne vittime di odio
maschilista.
[11] Dedicato a tutte le donne vittime di
omofobia.
[12] Dedicato a tutte le donne vittime di
femminicidio.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
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