"CIAO, MASCHIO"


¡CIAO, MASCHIO!

 

poesia femminista e omosessuale

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

(Senza Titolo di Lisa Stefani.)

 

 

 

 

 

0) OLTRE IL FEMMINISMO. (PROLOGO.)

 

Può esistere ancora una poesia femminista? La risposta sussiste in rapporto di meccanica dipendenza causale con la risposta che diamo a un’altra domanda: può esistere ancora un movimento femminista di liberazione della donna in una epoca di soddisfacente emancipazione femminile? La risposta è semplice: sì. Ma, per argomentarla e ben fondarla. tocca fare un salto indietro.

In un tempo in cui erano ancora lontane tante delle conquiste di cui oggi godiamo, Virginia Woolf in “Three guineas” invocava la distruzione della parola feminist definendola obsoleta. La sua è una visuale ampia che va al di là del genere e che pone come linee guida tre parole di valore che spesso non trovano spazio nel nostro mondo: Justice, Equality, Liberty.

L’auspicio di Virginia era che donne e uomini lavorassero insieme per le stesse cause e, purtroppo, questo obiettivo è ancora ben lungi dall’essere realizzato. Sono ancora prevalentemente le donne a lottare per la parità, e non tutte condividono gli ideali di questa lotta o percepiscono come un pericolo la società patriarcale nella quale viviamo, esattamente come la maggior parte degli uomini. Questo è un dato di fatto, ma sebbene esasperante è importante che la lotta sia libera dalla rabbia, quella stessa rabbia dalla quale ci mette in guardia Virginia Woolf, stavolta in “A room of one’s own. Del resto, certi retaggi possono essere demoliti solo con l’accettazione e la consapevolezza e d’altro canto non è con la rimozione delle realtà scomode che percorreremo più velocemente la lunga strada verso la parità, soprattutto perché tra queste realtà scomode ce n’è una in particolare che fa rabbrividire: siamo cresciuti in una società patriarcale e l’abbiamo assorbita fino al midollo.

Recentemente ha fatto scalpore la temporanea messa al bando di “Via col vento” da parte del canale americano Hbo, perché razzista, come se bandire un film cancellasse il dato storico: lo metterebbe solo a tacere; e se dovessimo ragionare così anche per l’idea di donna trasmessa nei secoli dei secoli, dovremmo bandire almeno gran parte della filmografia, quasi l’intera letteratura e molta, molta musica. Hbo ci ha ripensato e ha riabilitato la pellicola annettendo un’introduzione storica. Eppure, per un motivo o un per un altro, quanti altri film avrebbero bisogno di un’introduzione del genere!

Dovremmo smetterla di definirci femministi e femministe, attribuendoci un termine dispregiativo prodotto dal patriarcato, che ci relega a un ruolo settario. Finché continueremo a usare una parola figlia della società che combattiamo non creeremo un mondo diverso e renderemo più difficile l’inclusione di tutti coloro che nei confronti di questa parola hanno un pregiudizio e che potrebbero invece collaborare alla creazione di una realtà basata su giustizia, uguaglianza e libertà. Perché, non so a voi, ma a me il “mondo nuovo” che sta sorgendo non piace affatto.

Per concludere questo breve preambolo, credo che la parola “femminismo” non sia (evidentemente) più adatta a esprimere un concetto di più ampio respiro che non può e non deve riguardare solo la donna, come se essere donna significasse appartenere a una minoranza settaria, ma l’intera umanità. Dobbiamo addivenire a un diverso modo d’intendere (e fare) il femminismo. Andare oltre il tradizionale femminismo per essere sempre, profondamente, femministi.

 

 

 

 

 

1) IN CORPO DI DONNA.

 

 

 

IO SONO DONNA.

 

Porto addosso

due occhi da scorpione

neri,

profondi

che vedono.

 

Porto un cuore

da vergine puttana,

forte,

testarda,

libera.

 

Porto l’animo

dell’acquario

freddo,

severo

sensibile.

 

Porto ogni giorno

in grembo una donna

un figlia

una bambina

una strega

la parola ed il silenzio.

 

Porto due occhi da scorpione

neri e potenti

che nulla lasciano al caso.

 

Porto in grembo

ogni giorno me stessa

per farla esplodere di vita.

 

Ogni giorno porto addosso

la donna che è in me,

con tutta la difficoltà e il peso

della donna che è in te,

e non m’importa quanto tu sia

uomo: io sono Donna.

 

 

 

MI SCOPEREI TUTTI.

 

Mi scoperei tutti ma proprio tutti,

ognuno per un motivo diverso:

è troppo tempo che sto chiusa a chiave.

Ci sono momenti così

dove senti la vita esplodere

come un orgasmo.

E il mio uomo pure vorrebbe visitare

tutte le vagine come stanze,

come ascensori, come cessi.

 

Mi scoperei il mondo,

forse perché in un angolo del cuore

ho un fottuto freddo.

Quando qualcosa si ferma nella gola e non va né su né giù.

A volte il sesso serve a dimenticare la morte

eppure quando godi tanto ti sembra di scomparire dal mondo.

 

Se fossi donna, anestetizzerei i ricordi e la gente,

cancellerei il dolore dell’umanità

con un bel rutto fragoroso che sa di birra Moretti.

È tutto così squallido

e lo vestiamo di colori sfavillanti,

è tutto così marcio

e fingiamo di amarci

quando vorremmo solo sparire

da questa città e rinascere

in un luogo lontano.

 

Il senso di appartenenza a volte è una prigione.

Bisogna coprirsi dall’inferno

ed insieme visitarlo

con amiche puttane e sottane corte.

L’amico ti dice che puoi essere felice

e secondo te non è neanche lui

così tanto sicuro ma tu gli credi.

Perché sì: per vivere bisogna avere l’alibi di un sogno.

Anche se è un sogno multiforme e impossibile da realizzare.

 

Mi scoperei tutti, ma proprio tutti,

per non dovere più conoscere nessuno,

neanche me stessa.

 

 

 

IL TEMPO PREMIA.[1]

 

Ogni corsa

Ha la sua resa.

 

Il tempo premia,

chi lotta

nell’attesa.

 

La mia consistenza terrena

è una nuvola

di passaggio

nell’aria di una corda tesa.

 

 

 

ANNA.[2]

 

Anna dorme, la notte

l’avrebbe risparmiata.

Resta il niente, il niente

che fa piangere i bambini.

 

Anna ha una macchia rossa

al lato dell’occhio destro

e solo Gianni il barista la nota,

Gianni che dorme senza sognare.

 

La mente si fa Anna

si accontenta, vivendo

anche di ricordi, di uno straccio

steso sul balcone

perché crollare?

 

Si sente mortale appesa

al nero di caffè

brucia la gola di parole

magre premute sulla bocca

ferita la guerra è finita

se potessimo ancora.

 

Anna è stanca di guardare giù

in balia del non ritorno

attende la pioggia

i fondi bucati della giacca.

 

Anna distilla ogni sguardo

come aspra guarigione

non conosce i sacramenti

Anna annega, si ripesca,

poi si salva.

 

Un controllo semestrale. Anna

sta alla grande. Le sono cresciuti

i capelli, quasi. Ha trentacinque anni.

Sente solo il rumore dello sparo.

 

Il ricordo la insegue

quel fine settimana,

avrebbe potuto rinascere,

Anna tutta panna ama

al sapore di banana.

 

Qualcuno dà il nome

di ciò che è capitato

deserto, vuoto:

Anna, è il tuo.

 

Viveva morendo Anna

guardando la trasparenza

dell’acqua, respirava il ricordo

nulla di più.

 

Anna non sa

che è facile diventare famosa:

basta una sera ubriaca

lasciarsi filmare e tutti

hanno già visto il video.

 

Anna ha imparato

a spalancare ferite

su cimiteri sorrisi

e muri di memoria.

In fondo, Anna è sola,

è solo un uomo.

 

In questo altrove

dove inizia l’ombra

e finisce Anna

 

Sfitta, quanto è lunga

la notte serrata alla gola

murata nel buio dei pensieri

non avrà grazie né memoria

è sempre lì l’uomo fatto Anna

l’alba risorge.

 

Il grigio è la periferia,

di Anna un giorno,

di settembre che non torna.

 

La notte sbriciola l’alba

brucia di nero vuoto

parole carta e sangue.

Di Anna un riflesso.

 

Anna sa che cosa è,

il sesso passa nel piccolo

vuoto il mondo delle donne

due labbra rosse come ferita.

 

Cominciò senza un inizio

la città parlava lampi di luce

stesi sul divano gli zigomi

di Anna.

 

Anna prega la sete

della notte annegata

nel cuscino un crollo

senza rumore in felicità

variabile.

 

Disegni di stelle

fango denso cerco

tra i sassi sul fondo:

Anna non porta felicità

a chi la ama.

 

Anna vive

quello che uccide

la latitudine del nero.

 

Anna non si piace,

e si cerca nei nèi

delle vite degli altri.

 

Non c’era nessuno

sul letto per innamorare

Anna nonostante tutto

nonostante l’ombra.

 

 

 

LEGGERO.[3]

 

Leggero.

Sei diventato leggero.

Piccolo e leggero.

Nessuno ti trattiene

adesso.

Non temo più il tuo volo.

 

 

 

LE TUE PAROLE.[4]

 

Le tue parole adottano i più innovativi strumenti di protezione,

meccanismi di sicurezza di smisurato amore.

Le tue parole narrano di carezze sfumate in un tempo lontano,

dove ci riscopriamo all’improvviso estranei

in un sentimento passato.

Le tue parole sono sagge custodi degli eventi più intimi,

oracoli misericordiosi dei segreti più infimi.

Le tue parole cristallizzano in pietra lavica

il magma che scotta

ciò che più tocca al cuore

in fiamme.

Le tue parole lucidano lo specchio in cui riconoscermi,

pronunciano il bene

a cui riconciliarmi,

indicano la casa,

dove rifugiarmi.

Le tue parole, sono una clausura.

 

 

 

NON SONO TUA.

 

Mi piacerebbe corrispondere all’ideale

disegnato nei tuoi sogni di sincero amante.

Vorrei riuscire a guardarmi con i tuoi occhi lucidi e devoti.

Mi piacerebbe descrivermi con le parole che usi per chiamarmi,

petali di rosa, sul mio nome.

Vorrei riuscire a perdonare i miei errori

con la stessa cura dei tuoi gesti:

la tua mano, culla per il mio viso.

Ma il Sipario della verità è già aperto

su una realtà estranea a tutto questo.

Così, decido di perderti

mentre tu, continui ad amarmi

(lo stesso).

Ma io non sono tua,

sono solo mia,

e sola a me appartengo.

Io non sono tua:

io sono Donna.

 

 

 

PROGNOSI.

 

Prognosi da troppo amore:

imparare a memoria leggi non scritte,

carpire fotogrammi di attimi, non pesati,

suggestionarsi per la lontananza di un’assenza,

decodificare espressioni silenti,

spegnere una candela,

senza soffiare.

 

 

 

RIDEVO.

 

Ridevo,       

solo io ridevo.

Tuono reboante

in tutta la sua casa

a porte chiuse

e nella mia casa

a porte aperte.

 

Non ridevo di me

né di lui:

ridevo per me, accanto a lui.

Pur non sapendo,

come se sapesse,

io ridevo.

 

<<Perché ridi?>>.

 

Poi ho smesso.

 

Ora, comprende.

 

 

 

IL PASTO NUDO.[5]

 

Ho apparecchiato per due,

quando tutti i posti erano occupati.

 

A destra,

il cucchiaio del rifiuto e dell’assenza:

anche per la minestra comandavi l’uso della forchetta.

 

Sul piatto non c’era spazio per la prova di un ultimo assaggio.

Ogni pasto era stato ormai consumato

con giusto e adeguato sazio.

 

Dalla tovaglia scrollavo briciole di pane azzimo di tempo,

sciocco di sale, raccolte in pugno esiziale,

unica ricompensa di cura

alle formiche.

 

Una carezza anoressica,

per digerire la fame

a cui mi avevi costretta:

un pasto nudo rimane.

 

 

 

VENERE SPEZZATA.[6]

 

Evviva dicono le rose,

oggi è lunedì:

si riprende a lavorare

e anche noi riprenderemo

a sbocciare, e sbocceremo anche

lì dove cadrà l’amore

e sangue sarà la bellezza.

 

Evviva, dicono le rose,

oggi è un giorno come un altro

e noi sbocceremo per tutti

come tutti gli altri giorni

sbocceremo per gli amanti

e anche per il serpente

che ha mangiato la parola.

 

Evviva dicono le rose

ma poi arriva il buio

all’improvviso il buio

come se le luci fossero spente

e il sole fosse divenuto

un duro fardello di pietra.

 

Evviva dicono le rose

oggi è il nostro giorno,

oggi cannoni e cuspidi

medaglie e pugnalate

una falena che passa

chilometri su chilometri

steli come sterminati imperi

mentre il sole muore in cielo

come un pugno nello stomaco

e una ragazza corre contro il destino

macerata nel più lungo gelo

sola come una volpe ferita

impaurita con il cuore in gola

e una zampa tra i denti:

la sua faccia bianca

come un fiore in una finestra

chiusa si solleva e guarda.

 

Evviva dicono le rose

oggi due dolci labbra

morbide come la seta

più rosse dell’ebbrezza

modellate dal piacere

appassiranno come noi

macerate nel tormento

rose dall’odio più nero

di un demonio assurdo

circondato di una nuvola bianca.

 

Evviva dicono le rose

presto verrà la primavera

e la rossa sera sarà soltanto

un’estate vestita di seta nera

mentre le falene impazziscono

e cercano di aprire gli occhi.

 

Evviva dicono le rose

presto sarà una nuova estate

e noi tutte risorgeremo

e insieme cammineremo

sui tetti come pioggia

attraverso le tombe

fino alle più alte fronde

attraverso un filo di fumo

che sale dalla bocca

dell’ultimo condannato

attraverso l’ultima sbarra

dell’ultima finestra

dell’ultima prigione

e daremo un po’ di colore

al volto di chi non ha calore

all’uomo che non ha valore.

 

Evviva dicono le rose

oggi è il giorno della vergogna

e noi di vergogna siamo rosse

rosse come il sangue.

 

Evviva dicono le rose

mentre un sacco si gonfia

e le rose studiano le ombre

e stendono i propri petali

a lunghezza di bara.

 

 

 

FAME.[7]

 

È durata poco

ma non esisteva fame,

e non era un tentativo estetico,

non hai mai avuto freni,

ma in quel periodo

solo non avevi fame.

Eri stata brutalmente

ingannata,

usata

come un animale

consumata

e poi gettata

una volta consunta,

e ti sentivi inchiodata

all’assenza,

non importava davvero

di chi.

Non avevi fame.

Le viscere risucchiate.

Ti alzavi per inerzia,

vagavi per le strade

di un quartiere

residenziale

senza trovare pace.

Non avevi fame.

Non avevi sonno.

Non avevi voglia.

Non avevi altro

che mancanza.

Ti eri specchiata

in una pozzanghera nera

e il corpo spariva,

ti sembrava bello

che lo facesse,

avevi sempre avuto

il problema opposto:

il tarlo della carne

(troppa).

E della fame

(troppa).

Ora invece non c’era più,

dissolta.

Ogni istinto vitale

dissolto.

Ti sentivi invulnerabile

nel fondo dell’assenza:

come una cosa

che non ha bisogno

di niente,

un ordigno

perfetto fuori

ma dentro strappato,

rattrappito,

pieno di fili sconnessi

e tagliati.

Ma finché restava perfetto

fuori andava bene.

Ti sembrava che

la corda spezzata,

i brandelli,

le viscere cave

fossero ben nascoste

dalla freddezza

dello sguardo

e dalle ossa.

Nelle ossa eri forte.

Uno scheletro

di cartapesta;

eri diventata il fantasma

che veniva a farti visita

da bambina:

sovrannaturale,

metafisica,

incapace di legarti,

avevi costruito

la maschera aurea.

Se qualcuno aveva osato

abbandonarti,

adesso ti eri nascosta

nella parte oscura

dello specchio:

nessuno può distruggere

un meccanismo guasto,

saresti stata sempre tu,

da un lato e dall’altro.

Fuggire,

più d’ogni cosa,

amare sì,

ma solo per gioco.

Ingannare

fino a non poterne più.

L’involucro era pieno

e il contenuto cavo

ma sparivi

prima che qualcuno potesse

riconoscerlo.

E poi le maschere

ti si sono sfasciate

addosso: l’inverno.

In ogni solco,

in ogni libbra

di carne

recuperata

ti si legge

il vuoto.

Raggeli.

Che cosa è rimasto?

Una donna,

non una dea,

piena di strappi,

saldature

malferme,

suture

slabbrate.

In questo

perdere

e slabbrare

è entrato

uno spiraglio.

Amare,

perdere,

piangere.

Non sei la vacca

o la troia,

sei una donna,

nessuno di speciale,

ti chiamano signora

e allo specchio

non ti riconosci

quasi più,

ma riconosci un altro in te,

più potente

del muro

che avevi costruito

intorno alle frane.

Il muro è in pezzi

ma lui ne raccoglie

i cocci e attraverso

la sua pelle

sopperisci

alla mancanza

(della tua).

 

 

 

VUOTO.[8]

 

È durata poco ma non esisteva fame, e non era un tentativo estetico,

non hai mai avuto freni, ma in quel periodo non avevi fame.

Eri stata brutalmente ingannata usata come un animale consumata

e poi gettata una volta consunta, e ti sentivi inchiodata all’assenza,

non importava davvero di chi. Non avevi fame. Le viscere risucchiate.

Ti alzavi per inerzia, vagavi per le strade di un quartiere residenziale

senza trovare pace. Non avevi fame. Non avevi sonno.

Non avevi voglia. Non avevi altro che mancanza.

Ti eri specchiata in una pozzanghera nera e il corpo spariva,

ti sembrava bello che lo facesse, avevi sempre avuto

il problema opposto: il tarlo della carne, troppa. E della fame, troppa.

Ora invece non c’era più, dissolta. Ogni istinto vitale dissolto.

Ti sentivi invulnerabile nel fondo dell’assenza: una cosa

che non ha bisogno di niente, un ordigno perfetto fuori

ma dentro strappato, rattrappito, pieno di fili sconnessi e tagliati.

Ma finché restava perfetto fuori andava bene.

Ti sembrava che la corda spezzata, i brandelli, le viscere cave

fossero ben nascoste dalla freddezza dello sguardo e dalle ossa.

Nelle ossa eri forte. Uno scheletro di cartapesta;

eri diventata il fantasma che veniva a farti visita da bambina:

sovrannaturale e metafisica, incapace di legarti,

avevi costruito la maschera aurea.

Se qualcuno aveva osato abbandonarti,

adesso ti eri nascosta nella parte oscura dello specchio:

nessuno può distruggere un meccanismo guasto,

saresti stata sempre tu da un lato e dall’altro.

Fuggire, più d’ogni cosa, amare sì, ma solo per gioco.

Ingannare fino a non poterne più.

L’involucro era pieno e il contenuto cavo

ma sparivi prima che qualcuno potesse riconoscerlo.

E poi le maschere ti si sono sfasciate addosso: l’inverno.

In ogni solco, in ogni libbra di carne recuperata

ti si legge il vuoto. Raggeli. Che cosa è rimasto?

Una donna, non una dea, piena di strappi,

saldature malferme, suture slabbrate.

In questo perdere e slabbrare è entrato uno spiraglio.

Amare, perdere, piangere. Non sei la vacca o la troia,

sei una donna, nessuno di speciale, ti chiamano signora

e allo specchio non ti riconosci quasi più, ma riconosci un altro in te,

più potente del muro che avevi costruito intorno alle frane.

Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i cocci

e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza (della tua).

 

 

 

DIETA.[9]

 

I poeti non lo ammetteranno mai,

ma l’amore fa dimagrire.

Così addento un altro pezzo

di rabbia, scolandomi

succo di strazio.

Brucia lo stomaco,

ma vuoi mettere

quant’è ipocalorico?

Sazia bene

il pane di lacrime

e non ingrassa.

Stanotte,

contro il lenzuolo,

sentivo le ossa

dei miei fianchi.

E piangevo.

 

 

 

VERBALE.

 

Non preoccuparti della matita appuntita da raccogliere

che tanto è notte e non si vede, non preoccuparti

del rumore che non assolve la pace dei sensi che cerchi

mentre canticchi la canzone che ricorda

una speranza ancestrale ancora da salvare.

 

Sì o no è il nodo da sciogliere

non ancora arrivato al pettine.

 

Sentile, queste labbra tremule

che baciano il consenso,

firmato dissenso,

più non ammesso.

 

Sentile,

sentimi,

lasciami.

 

E poi, perdonati,

uomo che odi.

 

 

 

¡UCCIDIAMO LE STELLE![10]

 

Ci vuol poco a uccidere una stella:

basta soffiarle sopra

credendola polvere

sul bavero.

Oppure

scambiarla

con una scatoletta

in offerta.

E così, carne in scatola

anche oggi.

Il dado è tratto,

ma non fa brodo.

Non si possono mangiare le stelle.

Ma le scatolette nella credenza

non fanno luce

dentro la pancia

della notte,

dentro la mia pancia

di notte.

 

 

 

SIATE EGOISTE.

 

Figlie mie, siate delle fottute egoiste.

Pretendete ciò che è vostro.

La maternità non è una missione.

Il matrimonio neppure.

La vostra esistenza sì.

Siate egoiste

quando vi chiedono di rinunciare in nome della famiglia.

Non alzatevi da tavola se un uomo non lo ha fatto prima di voi.

Ritagliatevi spazi degni, per fare ciò che vi piace.

Siate egoiste

quando pretendono che siate il loro tutto

(che siano figli, partner, amici).

Tenete qualcosa per voi.

Di segreto.

Protetto.

Irraggiungibile.

Siate egoiste.

Non condividete ogni cosa.

Ci sono luoghi che vi devono appartenere in maniera esclusiva,

in cui potrete tornare quando le cose non vanno.

Siate così egoiste da essere economicamente indipendenti.

Un conto in banca solo vostro,

che a mischiare amore e soldi si fa un gran casino.

E non si sa mai.

Siate egoiste

quando l’altro si offende perché non siete ancora a casa,

perché non c’è la cena pronta: pazienza.

Non smettete di fare quello che state facendo.

Se siete lì, vuol dire che quel luogo merita il vostro tempo.

Siate egoiste

quando il lavoro e la carriera sono importanti

e vengono prima del resto.

Per gli uomini è così, dato accettato e riconosciuto:

perché non dovrebbe esserlo per voi, Donne?

Siate egoiste.

Non fate l’amore se non volete.

Non fingete.

Siate sincere.

Anelate al piacere piuttosto, siate egoiste come lo è un uomo.

Pensate a voi. Prima di tutto a voi. Figlie mie.

Al vostro corpo.

Ai desideri.

All’anima.

Difendere i vostri diritti come una necessità

finché non avranno lo stesso peso degli uomini che avete accanto.

Diritti che vanno al di là di una famiglia, di un figlio, di un amore.

Sono qualcosa di così intimo che riguarda solo voi e nessun altro.

Impossibile violarli, il rischio è l’infelicità camuffata da felicità.

Il sacrificio camuffato in amore.

Siate così fottutamente egoiste da salvarvi.

E non importa quanto vi criticheranno,

quanto vi faranno sentire in colpa

e vi richiameranno nello spazio chiuso di un ruolo.

Magari quello di moglie. Magari quello di madre.

Voi non abbiate dubbi.

Scegliete sempre di essere le donne che desiderate.

Siate fottutamente egoiste.

Questa la mia eredità di madre, per voi.

 

 

 

VERGINE PUTTANA.

 

E così veniamo avanti

simili in tutto a quelli di ieri

aggrappati a un’immagine

condannata a descriverci.

Dimmi, non è così?

E poi ci ritroviamo

divisi da nuove alleanze,

senza più nulla da nascondere,

solo più accorti

nel mostrarci

i punti dove la vita ristagna,

le cattive abitudini

quasi sempre appagate,

e ci sediamo

nel camerino affollato

di un treno che parte,

continuamente sospesi

tra questo corpo e la scena,

le nostre ore canoniche,

le nostre ore contate,

ancora troppo presto

per organizzare il proprio sgargiante declino

ma non abbastanza da non averne un’idea.

In tutto questo io

non ti cerco, perchè sono Donna,

non ti aspetto, perchè sono Puttana,

non ti dimentico, perchè dentro sono Madre e sono Vergine.

 

 

 

¡ADDIO, MASCHIO!

 

Le tue parole sono buone, le tue parole sono cattive.

Le tue parole offendono, le tue parole chiedono scusa.

Le tue parole bruciano, le tue parole accarezzano.

Le tue parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate.

Le tue parole sono assenti.

Le tue parole mi succhiano e mi risucchiano,

e non mi mollano, sono come zecche:

si annidano nei libri e nei giornali,

negli slogan pubblicitari e nelle didascalie dei film,

nelle carte e nei cartelloni.

Le tue parole consigliano,

suggeriscono,

insinuano,

ordinano,

impongono,

segregano,

umiliano,

ed eliminano.

Sono melliflue e aspre.

Il mondo gira sulle tue parole

lubrificate con l’olio della pazienza.

Il mio cervello è pieno delle tue parole

che vivono in santa pace con le mie parole, contrarie e nemiche.

Per questo entrambi facciamo il contrario di quello che pensiamo

credendo di pensare quel che facciamo.

 

 

 

MIO SCHIAVO.

 

Al tuo tramonto

sorgerò io.

Piena e maestosa

alzerò le tue acque,

illuminerò il tuo buio

venerabile e sazia.

Piena di me sarò,

piena di me sarai,

piena di te sarò.

Sarò la luna

dagli occhi grandi,

dalle grandi labbra possenti.

Sussurrerò ai tuoi sogni

di trascinarti a me,

desidererai di incontrarmi

ovunque

fuori e dentro.

Monetina alla mano

che sia croce mi mirerai,

alla testa sarai mio schiavo.

 

 

 

SCEGLITI.

 

Ad un certo punto ti scegli, ti scegli eccome.

Decidi in che modo scalfire

ogni giorno

un piccolo tratto di te,

decidi che il tuo tempo è sacro,

che le tue carezze sono contate

E per pochi.

Ti scegli

e ti scegli ogni giorno

con gli stessi occhi...

Scegliti, dunque, scegliti,

in tutto il mio essere donna,

in tutto il tuo essere femmina,

in tutto il tuo essere madre,

in tutto il tuo essere puttana.

Di’: io sono questa e mi scelgo,

a ogni luna e a ogni aurora,

ogni giorno e ogni ora.

 

 

 

ABBI CURA.

 

Abbi cura, figlia,

di incontrare

chi non sta nel mezzo:

cerca gli esseri estremi,

i deliri, gli incanti.

Cerca un uomo straordinario,

un uomo che non sia di questo mondo,

cerca gli Achille e gli Ulisse,

i Giordano Bruno e i Pablo Neruda.

 

 

 

L’ULTIMO PÉTALO.

 

M’ami o non t’ami?

Perchè se m’ami t’ami,

se t’ami m’ami.

Quanti fiori, ancora,

dovranno appassire,

e quanti ancora ne tirerò a sorte...

M’ami o non t’ami?

Non so, l’ultimo petalo dice no.

M’ami o non t’ami?

Non so, il quarto fiore annuiva di sì!

M’ami o non t’ami?

Questo, al fiore, non c’è bisogno di chiederlo...

M’ami o non t’ami?

L’ultimo petalo dice che dovresti...

M’ami o non t’ami?

Ricorda: se m’ami t’ami,

se t’ami m’ami.

 

Io sono l’ultimo pétalo.

 

 

 

L’UOMO, SBAGLIATO.

 

Ma come?

Ti addormenti sul divano invece di bere con me

vino rosso alle tre del mattino?

Ma come, non sei l’essere perfetto,

pieno di entusiasmo e di brillantezza,

che io avevo deciso saresti stato per me?

Ma come, non capisci questa mia malinconia,

questo mio bisogno di trovare sempre un colpevole?

È perché il colpevole sei tu: l’uomo sbagliato.

 

La buona notizia, allora, è che ogni uomo è l’uomo sbagliato.

Quello perfetto non esiste.

Provocherà rabbia, fastidio,

deluderà,

non sarà all’altezza,

russerà molto,

sbaglierà i regali,

dirà la cosa più scema del mondo nel momento più serio.

Non capirà una battuta bellissima.

Si alzerà da tavola nel momento in cui abbiamo cominciato

a mettere a nudo la nostra anima.

Proporrà di andare a mangiare le lumache.

 

La cattiva notizia, ma in fondo rassicurante,

è che noi provocheremo spesso in lui la stessa delusione,

la stessa rabbia.

L’uomo sbagliato che incontra la donna sbagliata:

proveranno, insieme, a fare la cosa giusta.

 

 

 

VERGOGNA.

 

Io sono la vostra vergogna

l’incavo dell’albero, non

posso neanche esistere

senza cercarvi. Io non ho

nessun coro. Le grazie

di un animale notturno

non sono che risuono,

rimpianto di un gesto

disatteso. Non parlarmi

non parlarmi ora di

queste rovine chiamate

pelle. Senza carne so

che non abbiamo più

il ricordo dello smalto

venuto via dai muri

dalle dita. Sui muri

è scritto non ricordi

non mi somiglia più.

 

 

 

MANO NELLA MANO.[11]

 

Ho visto due ragazzine che si tenevano per mano.

Sedici anni o giù di lì.

Si tenevano per mano.

Capelli ondulati e pantaloni corti.

Voci piccole a dirsi segreti.

Ho visto due ragazzine che si tenevano per mano.

E mi ero dimenticata che la mano si tiene così.

Senza impegno.

Con la promessa del futuro.

 

 

 

INVERNO.

 

Inverno,

le vie del paese.

Tu nel frattempo

mi hai finito la bocca.

Non temiamo il freddo:

le vie del paese

leniscono crepe.

 

 

 

IL MIO CORPO.

 

Il mio corpo è parola.

La mia mente è il mio corpo.

Eppure tu non leggi, mi decifri,

come chi ripete a memoria la preghiera

che gli ha salvato la vita.

 

Le figure si sono sempre sciolte.

Sotto ai miei occhi: desideravo

una visione che mi desse un limite,

un punto di vista cui appartenere.

Non esisteva. Per questo vedevo

ciò che c’era e non si vedeva più.

 

Ci sono sempre stata, invisa,

da te e da altri, in attesa

di meritare qualcosa

di essere trovata,

di vincere un segreto

che spegne la parola.

 

Il deserto non è spazio d’ornamenti.

La mancanza detta la vita,

traccia bisogni, sospensioni piene.

Si raccoglie l’acqua, come si può.

 

Della mia infanzia so soltanto

che le ossa scalciavano

e un passero mi venne vicino.

 

 

 

FEMMINICIDIO.[12]

 

Più che l’agguato, è l’abitudine

all’indifferenza, il pericolo che ci circonda

e per altri molti anni porterò ai piedi

queste pantofole consumate tra le crêuze.

 

Le giornaliste affannate mangiano focaccia

calda sui crisantemi di un altro femminicidio.

 

 

 

 

 

2) IL DENTRO E IL FUORI.

 

 

 

NON SOTTOMETTERTI.

 

Non sottostare,

non devi sottostare.

Per te. Per loro. Per le altre.

 

Star sotto, solo a letto, sempre che ti dia piacere.

 

Non sottostare, 

non devi sottostare

a chi ti obbliga

colpevolizza

coercisce       

inganna,

a chi ti mente e depriva,

a chi ti stupra e scipa

e svuota.

 

Sinonimi di un niente 

che non ti riguarda più.

 

La promessa è stata fatta. Io c’ero.

E voi lì, davanti 

a tutti 

ben vestiti, fieri 

ambasciatori di pace.

Eppure è stata infranta.

La promessa è scaduta come yogurt.

 

Sai che ho ragione. L’hai assaggiato.

 

Nel tempo,

per cause reciproche, univoche, 

dai contorni confusi.

Ferite che hanno fatto pus, infiammate, virulente, 

larghe sulla pelle, a chiazze.

 

Girotondo su te.

 

Ti sei grattata, sino a scoprire i nervi, indiavolata.

Ora, insensibile, scopri i denti 

ringhiando sorrisi consapevoli.

Ora, meno livida, spalmi la pomata lenitiva

che ti ha prescritto la ragione.

 

La massaggi, 

l’accompagni seguendo le curve più irrequiete di te.

Vuoi assorbire. Vuoi vederne l’effetto.

La pelle chiedeva tregua.

Calpestata dai silenzi, dalle omissioni.

Tradita ben prima di lei.

 

Colpita ai fianchi hai barcollato.

I mal di testa, poi.

I capelli persi

sulla soglia

di casa.

 

Ti conosco: risponderai che i sacrifici sono nobili.

Che sei fatta così.

Ribatterò allora, che non sono mobili 

e non possono arredare una vita in cui

non hai spazio. 

Lenzuola che non ridono. Tazze che non sbattono.

 

Non perderti. Non confonderti nel colore del pus.

Datti un pizzicotto, realizza la tua materia. 

Che sei vera realizza.

Che sei piena di pienezza.

E corri a prenderti.

 

 

 

È TORNATO.

 

È tornato il nazismo.

Limitiamoci a osservare,

il più l’abbiamo detto, limitato.

Forse qualcuno non l’ha dimenticato.

Qualcuno ne ha tratto uno spunto.

 

Ora mimetici nel solito dell’insofferenza,

nella resilienza di specie tutti raggrumati

tra il verde dei muschi e quello delle felci,

restiamocene inevasi dal cielo e dabbasso,

 gli iridi d’oro però guardinghi

su estensioni di chilometri,

su ogni cosa che si muova,

immobili, trucidi, bramosi

salvo un fremito di ciglia.

 

 

 

CONSIDERAZIONI SUL FEMMINISMO.

 

1.

Pruderie dell’indifferenziato,

si pubblica di tutto purché

non si scandalizzi nessuno,

o si scandalizzi incoartato

su scritti senz’altro vigore

che un coming out scipito,

senza nemmeno lo sforzo

verso un’esegesi, uno stile,

basta che abbagli, scorra,

e marcisca nella discarica

dell’abiezione del deperito.

 

2.

Sarebbe inutile iattanza sottacere il tormento,

eludersi tutto il senso del vuoto che incombe,

colorare di perfidia una sola presunta nobiltà,

far riaffluire sangue in una verga sconsolata,

riempirla di rapacità in quest’immenso tedio

 

3.

Quando ripenso al tempo glorioso,

nonostante stereotipi e cazzate,

alle parole di lotta che erano amore,

alle stagioni in cui hai combattuto,

sotto gragnole di sassi e molotov,

ai tanti impauriti ridotti al coraggio,

alle compagne sventate in lacrime

in strade travalicate da lacrimogeni,

sirene, automobili in vivide fiamme,

alla violenza che parve necessitata

contro l’ottusità farisea del Potere

meandri di trame nere, eversione,

stupidità e conservazione borghese,

non mi va più nemmeno di parlarne

di quanto irrimediabilmente è perso,

all’epoca: la pura forza di un rigetto

che rivoluzionò per un po’ l’andazzo

Insopportabile e stantio delle cose.

 

 

 

ODIARE L’ODIO.

 

In risposta ai versi di Wislawa Szymborska

<<E ci sia anche, almeno di tanto in tanto,

l’odio dell’odio. Perché alla fin fine

c’è l’ignoranza dell’ignoranza

E mani ingaggiate per lavarsene le mani.>>

 

A volte odiare l’odio,

ignorare chi ignora,

sentirci imperturbabili

in un mondo in frantumi,

far finta di niente,

dentro i nostri nuraghi,

forse coi nostri figli

o nipoti controversi,

col nostro focolare

di pane e pace e guerre intestine,

alzare le braccia

allo stato di cose,

al refrain di propositi,

rese al mittente,

corali sforzi fanatici

scaduti in odio tra falliti,

speranze mai bussano più 

alle nostre porte mai più ridipinte,

perlomeno in pace con la sconfitta,

in tutta coscienza abolire l’idea

stessa del raccordo, l’amore

lo si riscopre in qualche raro libro o film,

non che fosse mai stato un elisir,

vagheggiava già in tempi propizi,

come assordato dal Sole

che adirava nel deserto dell’Utah

come tra le fratte di Castel Porziano,

forse salvato o no nel crogiolo dei dannati,

ora però cambiato, inflessibile e più vecchio,

ogni mattino nella posizione del Loto,

vago remoto solo ora ai problemi del mondo,

come un monaco tibetano nel giardino

dei silenzi seimila metri di altitudine assoluta,

con nulla che remoti crudi grigi monti

attorno ad una Terra asfissiata d’afa e d’arsura.

riarsa come la pelle essiccata di un crotalo bigio.

 

 

 

AUTUNNO DENTRO.

 

Sopra di noi

come granelli dentro una clessidra

le foglie cadono.

 

La natura si restaura senza fare traslochi.

Noi, invece, dobbiamo chiamare la ditta e buttare giù muri,

e comunque questa nostra pelle ce le portiamo sempre dietro,

per tutta la vita.

 

Tutte le foglie del mondo pesano più dei nostri calcinacci.

Eppure a loro basta un soffio di vento.

Noi portiamo invece un carrarmato in casa e facciamo la guerra,

rasiamo al suolo, creiamo spazio, togliamo persino il superfluo.

 

¿Riusciremo mai a essere anche noi come i boschi in inverno,

che ci puoi vedere attraverso da quanto sono spogli?

 

Spogliati.

Facciamo l’amore.

Senza darci appuntamento.

Facciamo un figlio, senza dargli un nome.

Tu mi chiedi quando è il momento giusto.

Io ti rispondo – il mio grembo ti attende.

 

Sotto di noi foglie che scrosciano,

dentro di noi parole scricchiolano,

attorno a noi giorni che sciabordano,

i sogni perdono la fragranza.

 

 

 

INVERNO.

 

Inverno,

le vie del paese.

Tu nel frattempo

mi sei finito in bocca,

mi hai finito in bocca,

mi hai finito la bocca.

Non temiamo il freddo:

le vie del paese

leniscono crepe.

 

 

 

ADE.

 

Aderire aderire smisuratamente.

Ade nella dismisura, profezia

Maya, sangue della terra, non

salvare il turbine dei mondi,

non salvare la sovrana specie

la macchia in radura si estinse.

 

Ti imploro di non eccedere,

di camminare con me

in questo paese straniero

nei vetri abitato dai molti

a cui mi rivolgo senza vedere.

 

Il brivido, la vertigine

a contrarre la carne.

Darò un nome alle

cose. Un nome o

un altro. Violette

per sentire i petali

spettinati. Nominare

anche i muri, per

assediare lo scisma.

 

 

 

LA LINGUA DIVISA.

 

Non parlo,

ma soffio

nella cannuccia

e l’inchiostro

spande parole

che si tengono

per mano.

 

Goccia a goccia

mi distillo

in parole depliant.

 

Suoni stranieri

a me familiari divento

e carta

assorbente.

 

Il fragore di termiti

guerriere

sento

rosicchiarmi

 

 

 

TI RICORDO.

 

Ti ricordo,

mentre attraverso il viale

alberato e fluttuano,

sospese a fili invisibili,

frammenti di poesie.

 

Batuffoli di polline

soffiati dai tigli

mi sospingono

al di là del muro

di cinta;

e ritrovo le crepe

dei miei pensieri,

epitaffi.

 

 

 

IN TRAPPOLA.

 

Gli appunti di Cioran illuminano le pareti

dalla cucina al bagno

nella notte che è un barbaglio e non sa decidere se essere

acaro o infinità del tutto.

Scriviamo e parliamo molto del nostro farci male

e del sentirne l’eco che lo precede

eppure senza riuscire a sospenderne il flusso:

“tentazione di esistere” la chiama lui

mentre aspetta il caffè

e ne ama già l’odore.

 

 

 

SUL FONDO.

 

Sono a piedi

e le mie dita d’alga s’impigliano

lì dove c’è molto vino e nessuna bocca a berlo.

 

Le scarpe d’acqua le avevo tolte

prima di entrare nel letto sul fondo

per timore di non saper ritrovare l’azzurro in superficie.

 

 

 

OVUNQUE, IN NESSUN POSTO, DOVUNQUE.

 

Il lago rosa del Dakar

gli atolli attorno Komodo

le dune bionde del Merzouga

le punte aspre degli Altaj

gli orli lagunari attorno al Pacifico

il rosso terroso della Corsica

la notte torinese di silenzio e diamanti

il grigio perla del mare anconetano

le dolcezze collinari di casa mia

tu che alzi gli occhi

e hai una domanda per me.

 

 

 

ELENA DELL’AMORE.

 

Fuggivi.

E il peplo

della testa,

maledizione spartana

ti seguiva.

Regina di un giaciglio

e di chiuse montagne,

neppure il tuo fiato

poteva valicare.

Fuggivi.

Regina

d’una bellezza armata alla guerra.

All’ultima cena degli amanti

fosti scelta,

senza innamorarti.

Ma la fuga,

diventa prassi,

quando non ami.

Fuggivi.

Ipnotizzata

da un qualche Paride,

un naviglio

ha attraversato gli anni.

E tu sola,

hai percorso il nero mare

con fini impronte,

che le acque non cancellarono.

Portò rispetto il mare

non alla bellezza,

ma all’audacia.

Senza arrossire,

insanguinasti popoli.

Tu tu tu.

Il salto purosangue

della Storia.

 

 

 

TRAMONTO.

 

A fiamma bassa

racconta.

Attempata

sta

sul muretto del giardino.

Mani cingono le ginocchia

diresti abbraccino

la sfera.

Rughe,

al di là del bene

e del male

s’accoppiano

nei paradossi.

S’apra

l’Arca di Noè,

si rimetta in marcia

l’antica varietà.

Con tale opposizione

che rimane?

 

 

 

IN QUESTO INCESSANTE GIÀ ACCADUTO.

 

In questo incessante già accaduto

che sterminato si dilata

in moltitudini di fiato

imparo per negazione

e moltissimo

con te discorro

nel poco a poco in rovina.

 

 

 

MI SGRANO IL SESSO.

 

Sul limitare della cenere

concentrica me ne sto 

mi setaccio il pianto e il pane

dovendomi vivere 

mi sorrido tra le fughe

del tuo esistermi 

in azzurre risonanze di grigio.

 

 

 

NELL’ISTANTE CHE INATTESO AZZERA.

 

La distanza

fra il dentro e il fuori e tonante

li restituisce in vertigine

per incredulità mormorare Dio

nel buio schiantato di una stanza

e rintracciare la vita

là dove era da mai

che forte così si respirava.

 

 

 

TU NON MI SEI PROVERBIO.

 

Ti lascio vapore

aria condensata

parola chiocciata

pioggia proboscidata

vento adduttore.

 

Tu non mi sei proverbio

non mi sei già detto

e io non mi arrischio

al parapetto:

non ti definisco.

 

 

 

MOSTO DI ASTIO.

 

È cartilagine

la discrepanza

nella carcassa

della rondine.

 

È osso

l’inchiostro

nerastro:

è mosto

di astio.

 

 

 

SE MI SEI ANEMONE.

 

Se mi sei anemone

nome recidivo

sole illativo

parliamone:

 

su questa scogliera

mi sei barriera

corallina

o architettonica?

 

 

 

IL VOLTO NASCOSTO DELLA VITA.

 

Dalle pareti ho sbirciato

il risplendere riflesso dei mattini.

Erano le cose accese

prima ancora che la vista si posasse

sul loro spessore.

 

 

 

STRADE BIANCHE.

 

Ci ha lasciato il tempo

tra le nude prospettive del sud.

Nella sua terra arsa,

tra i muri a secco e le vipere indolenti,

il candore s’ abbatte sulle cose e

porta una serenità d’infanzia.

Gli anziani immobili,

come le loro case di pietra,

attendono la vita altrui che li visiti

e tutto è spoglio, secolare,

al pari d’un sogno scosceso e

mai esistito.

Vivevano di nulla e di sole.

 

 

 

CENERE.

 

E ciecamente

al pari del mio desiderio

era sbucato il sole dalla scoscesa costa

e s’inabissava la mente

ch’era tutt’uno con la materia

dei fondali implacabili.

La mia immagine riflessa

scompariva tra le correnti

come l’andare furioso della vita

che divora se stessa

per sete di nuovi inizi.

Era amaro il ricordo

di quei luoghi entro cui

avevo costruito una memoria

di pareti e palafitte.

Tutto si spense nell’abbaglio,

venne cancellata l’oscurità-

il mistero s’era disciolto e come cenere leggera

era evaporato dalle ciglia serrate dei miei occhi.

Tutto vorticava come in un parto

che ricombina le sostanze,

fui rigettata dalle onde

su una riva deserta,

viva d’una vita ch’è pura incoscienza:

era il vuoto

il vero padrone del mio terrore

e della mia meraviglia

e mi faceva credere ad ogni speranza

al pari d’un infante.

 

 

 

CRUCCIO.

 

Non bastava strappare dalla placenta un corpo

sfiancato dal presagio del vagito finale.

Bisognava sparare in bocca un silenzio definitivo all’infante,

stroncare il desiderio di infinito,

fracassargli le ossa nello stillicidio di giorni identici nel dolore.

Trepidante attesa per la Scena Madre di quest’opera inconclusa.

 

Nel sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre:

vi infilai biglie trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo.

Mi ficcai dentro,

ricucii tutto sperando di rinascere pura, preziosa, profumata.

E che fosse felice dell’albero come del frutto.

Pensavo che sarebbe rinata insieme a me

invece più io crescevo più lei sfioriva.

Ricordai che dentro il ventre di mia madre ero un limone:

piangevo, le mie lacrime cadevano sulle sue ferite.

Non capirò mai perché quando si nasce ci si sente subito soli.

Le ferite ci separano invece che unirci.

Il nostro amore è in putrefazione.

 

<< Facciamo un gioco: prendi una cosa che ami.>> disse mia Madre.

Sul letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.

<<Staccagli il braccio.>> disse mia Madre.

<<Non voglio fargli male.>> risposi.

<<Se impari a distruggere tu stessa la cosa che ami

nessun altro potrà farlo, nessun altro avrà questo potere.>> disse mia Madre.

Chiusi gli occhi, abbracciai il Coccolino.

Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia Madre. Feroci.

Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel cesso,

insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone.

Il Coccolino restava a terra, inservibile.

Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di mia Madre.

 

Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del Suo dolore,

La attende sull’uscio con ali spiegate,

le gambe accavallate, i lustrini della festa,

il ventre vizzo, i seni riarsi, La seduce e <<Vieni.>> dice

La persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa.

Madre non si dialoga, si subisce.

Figlia ritorna, diventa Madre e si spezza continuamente.

E, spezzandosi, continua.

L’unico atto idoneo alla vita è il silenzio.

O un grido di disperazione.

Per uscire dal bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce,

o un battito d’ali.

Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile,

questa piccola donna sdraiata immota

ha barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali bucate.

Ebbra di stanchezza, sfianca troppa bellezza,

s’addormenta accanto al mozzicone acceso, un’ala si brucia

e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso.

Apre gli occhi come chi muore senza aver mai saputo il volo

nessuno al capezzale.

Non chiama l’infermiera, si sfila le ali, le butta dal balcone.

Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal dolore

di chi resta, sonnecchiando

in attesa del prossimo morire.

Non ci si abitua all’umiliazione di morire, o di guardare chi muore.

Bacio le labbra estinte di qualcuno che ho amato

senza toccarlo accolgo il rumore rappreso

di sangue stinto. Posso solo guardare.

Mi ferisce troppo amore la sera di chi resta solo.

Mi ferisce sapere. Non poterlo (potermi) salvare.

 

Se si spezza la Parola sul binario

non voltarti.

Io sono di quelli che non avanzano,

lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento.

Io resto, do not go beyond the yellow line,

il braccio sempre teso oltre la linea di confine,

brandelli di cuore appesi alla banchina.

Alle 9.35 consumo l’ultimo fischio d’Addio,

sul mio labbro sbreccato nessuno si siede.

Se mi cerchi, sono la Cosa che giace al binario 2.

Il silenzio è tempesta di buio che pesa,

non so (non oso) parlare, non oso (non so)

la Parola (perduta) per dire la Cosa.

Deraglia, sbiadisce, perde peso.

Il buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale.

Nessuno intima fermate l’esecuzione!

All’alba la parola resta sola sotto la lama,

senza più suono, senza nessuno che la dica, perdura

spezzata.

 

 

 

IL MERLO.

 

Il fatto è, che abbiamo un merlo in casa.

 

Un merlo col becco giallo e le piume nere

che entra dalla finestra della cucina

e si mette appollaiato sulla ciotola del cane

e mangia le sue crocchette.

Le mangia, dico.

Il cane ne ha paura e se lo vede scappa.

(Il cane non ha capito chi sia il cane e chi sia il pennuto,

e così è lui a temere di essere aggredito.)

Io, quando lo vedo, faccio gridolini da bambini,

come se avessi visto un topo o uno scarafaggio

e il merlo nero becco giallo si schianta sulla finestra.

(Il merlo nero becco giallo non ha capito la differenza

tra il vetro e il cielo, credo).

Ma, nonostante tutto, noi abbiamo un merlo in casa.

Un merlo che torna. Che ci aspetta. Che ci ha scelto.

Che vuole le nostre crocchette.

Noi abbiamo un merlo.

Che comunque ci ama.

Oppure semplicemente pensa che siamo dei cretini.

Con le nostre finestre a sostituire il cielo.

 

 

 

PERCHÈ.

 

E poi mi dico.

Perché fai andare così veloci le dita sul computer?

Perché usi il tempo dei viaggi per amare i non luoghi?

Perché non sai fare la spesa in modo logico e puntuale?

Perché stai in terrazzo fino a che fa buio?

Perché hai pudore delle domande difficili

e vergogna alle risposte facili?

Perché non credi alle buone notizie?

Perché soffri di vertigini?

Perché fuggi ma poi torni?

Perché?

E allora capisco che non mi raggiungerò mai:

sarò sempre un passo indietro,

o avanti, o di lato,

a me stessa.

E comunque ci sono mali peggiori.

 

 

 

VITA E MORTE.

 

Clotaldo - Che farai?

Rosàura - Ucciderò il duca.

Clotaldo - Una donna può avere tanto coraggio?

Rosàura - Sì pare.

Clotaldo - Che ti spinge?

Rosàura - Il mio nome. Tutto travolge il mio onore.

Clotaldo - È una follia.

Rosàura - Lo ammetto.

Clotaldo - Frénala.

Rosàura - Non posso proprio.

Clotaldo - Ma perderai...

Rosàura - Capisco.

Clotaldo - Vita e onore...

Rosàura - Ne son certa.

Clotaldo - Che cosa insegui?

Rosàura - La morte.

Clotaldo - Questa è disperazione.

Rosàura - È onore.

Clotaldo - È frenesia.

Rosàura - È coraggio.

Clotaldo - È delirio.

Rosàura - È solo ira.

Clotaldo - Ma non esiste freno a sì cieca passione?

Rosàura - No.

Clotaldo - Chi può aiutarti?

Rosàura - Solo io.

Clotaldo - Non c'è rimedio?

Rosàura - Proprio no.

Clotaldo - Esistono altre strade.

Rosàura - Solo per perdermi in altro modo.

 



I DIECI COMANDAMENTI PER GLI UOMINI.

 

1. Abbi fede in divinità diverse da te.       

 

2. Non bestemmiare, pronunciando invano il nome dell’Amore, sacro.

 

3. Ricordati di non cedere alla banalità delle ricorrenze,

ma di celebrarne il vero significato.

 

4. Onora la madre che ti ha generato,

senza mistificarne la messa in pratica.

 

5. Non mi uccidere.

 

6. Non infangare la purezza dei miei gesti gratuiti.

 

7. Non rubare le mie speranze.

 

8. Non rendere testimonianza alla falsità delle intenzioni.

 

9. Non desiderare la donna. Amala.

 

10. Non usarla e non considerarla roba tua. Abbine cura.

 

 

 

 

 

3) TRA L’IMMINENZA E IL DOPO.

 

 

 

MEDEA.

 

Medea, nome incantevole

senza la maschera del pregiudizio

potresti riprenderlo tu

per chiamarmi Giasone

potremmo riscriverne il viso

educarne il sorriso

abitarlo anche senza magia

se non fosse per la gelosia dell’incanto

una nemesi da ricordare

dove salverebbe, forse

la noia contraddetta

lo spreco di qualche innocenza

Ma il seme che si fa parola

è contratto

dannata la gioia nel suo nome

rubata alla luce del giorno

la sua peregrina speranza.

 

 

 

NON CHIAMATECI PER FARVI FELICI.

 

Ho sognato. Ed ho visto

gente addormentarsi

nella casa non più mia.

Però tu c'eri al risveglio

fingevi non fosse accaduta

la scena, compresi i distinti

saluti.

Adesso fremo al presagio

che stempera gli anni

ne beffa i sorrisi

ci parla di schiena.

Da un'altra stanza già vuota

la mente prepara gli oggetti

della sua pigrizia

quel decentramento di corpi

che annuncia l'estate

la futura dimenticanza

del mondo, ci fa stare bene.

Certo ti sembrerà strano.

Nell'inquietudine delle pupille

che s'aprono al buio della storia

non c'è la memoria di un uomo.

 

Non ci chiamate per farvi felici:

siamo froci, non puttane.

Non straripate sul corpo

portato a vegliare i rapaci.

È mezzogiorno sul sole scomparso

coperto di bruma, gli amici

sono passaggi invernali

di storie impotenti stordite

dalle narrazioni incessanti.

Sono occhi in vendita

all'asta di buone intenzioni.

La libertà volevamo

di stare in disparte, fratelli

pieni poteri ai distratti!

La libertà di puntare le lenti

da qualche altra parte

di là, non c'è proprio nessuno.

 

 

 

MARIO.

 

È morto Mario. In un incidente,

sulla litoranea. Ogni sabato mattina

giungeva in paese, coi suoi quattro ferri

vecchi, e un carretto colmo di stracci.

Si annunciava con un suono gufigno.

Aspettava che le donne, festose,

si precipitassero fuori dall’uscio.

 

È morto Mario. In un incidente,

sulla litoranea. Ogni sabato pomeriggio

mi penetrava dietro la credenza.

Era un giovane padre, la visiera

celeste, i baffi, il taglio di uno sguardo

pungente e scherzoso, da ragazzo. Erano

le due del pomeriggio, il rione calmo,

le donne chiuse in casa a sonnecchiare.

Ricordo il suo corpo bruno in contrasto

col bianco acceso delle lenzuola. Ci

si spogliava e lui mi baciava, frenetico.

 

È morto Mario. In un incidente,

sulla litoranea. Sporco siciliano

infido. Ogni tanto mi faceva pena

e gli regalavo venti euro.

 

 

 

TRA L’IMMINENZA E IL DOPO.

 

Vuota ombra estesa, il giorno

recita una salvezza. Sotto le ombre,

la mia paralisi è un leggero eccedere.

Striscio, il peso affonda, il tempo delimita,

le immagini mostrano una ferita

che stringe i polsi al pilone di un fiume,

mentre anche io preciso i nascondimenti

del cammino nella folla e balbetto,

tra le sviste e i raggiri del romanzo

come un paese nel torpore del pianto.

La sera, rugiadosa, bagna i palmi,

porta tregua, una serena e discreta

compagnia. E ride, ti racconta, ti indica.

 

 

 

RACCONTO A UN TABARIN.

 

Ti fermi qui, tra ciò che non avviene.

Freddo, come un grido, alle spalle, torno.

 

Devo stare accanto. Nutrire il fuoco.

 

Per quanto incostante e bassa, la fiamma,

col suo respiro, dovrà perdurare.

 

Lo sfondo è un buio che irradia dal foglio

vellutato di un album. Tenti e brancoli.

 

Cercando quel ritorno

che fa strada nel risveglio e contorce

l'istante, il gesto lancia il suo destino.

 

Finché scendi, sarai più incomprensibile.

 

Perduto, avrai dimenticato. Sparso

le ancore, i ponti, i sì, le conversioni,

 

l'albo del sangue comune, i fratelli.

 

 

 

RITRATTO PER CHI GIUNGE.

 

Oscilla in questa luce titubante,

non dire niente, misura l'affondo,

giudica, ignora se sia un bene o un male

dimenticare, aver dimenticato.

Scrivi la tua parte, esci dalla sagoma,

fa' luce con i frammenti di specchio

sulla gobba, urta valigia e bastone,

guarda la strada avanti andando indietro,

resta, vuoto senza domande, all'orlo,

fiducioso in un refolo di vento.

 

 

 

LA PARTENZA.

 

Metto la voce sul passo del canto.

Ché la sorgente è introvabile.

Il fiume osserva il flusso nei confini.

Io sono l'acqua che leviga il greto.

Metto la voce sul passo del canto.

 

 

 

INVERNO.

 

Inverno,

le vie del paese.

Tu nel frattempo

mi hai finito la bocca.

Non temiamo il freddo:

le vie del paese

leniscono crepe.

 

 

 

LUCIDA-LABBRA.

 

Lascio che il lucida-labbra

dinieghi la mia luce interiore.

Quella che il caso mi donò

la prima volta che mi trovò

vestita a damigella.

Parlo di crema che soffochi, non turbi ma copra:

i tagli della pelle sono incisi nella terra.

Ho creduto fino ad allora al miracolo degli occhi.

 

 

 

OCCHI DI PASOLINI.

 

Occhi di tragica purezza:

una punta, solo una punta

di follia. Oltre la strada,

dopo alcune sottrazioni, una piazza

e un monumento distrattamente appoggiato.

Ho pregato, a modo mio, perché

i pianti restassero dietro le spalle.

Come un colpo di vento spunti.

Ti guardo. Mi guardi.

Ridiamo. Sanguiniamo un poco.

Un rapimento desiderato. Le parole

si annegano nella fontana;

ma le mani, le mani traducono

le discrepanze e svelano un segreto.

 

Con fatica riprendo il respiro.

Disperatamente solo, in questo

precoce autunno, mi tradisco,

abiuro, con febbricitanti pensieri,

il sangue e soprattutto la saliva.

Ho piantato nel cuore, angelo

riottoso, il tuo viso, i tuoi occhi.

Ti lascio in mezzo al libro.

Sono troppo stanco e l’acqua

ghiaccia, mentre i cani ringhiano

oltre gli steccati e un rondone

ritardatario precipita stecchito.

Accendo una canna, forse ritroverò

qualche indizio per ammaliare

vecchi fantasmi. Piango imbarazzato.

È straziante perdere un segnalibro.

 

Infilato dentro il pianto del Tevere

che mi narra, ancora, storie

di carne e rubini, di sessi in erezione

e occhi vigili; mi aggrappo

saldamente all’ebrezza della solitudine

per percepire meglio le voci

che dio non ha voluto ascoltare.

Alcuni disperati sparpagliano morte,

mentre un’altra primavera, magari

l’ultima, si affaccia ai Sette Colli.

L’asfalto dilata il sapore del vento,

e la speranza, magra da paura,

graffia i morti di fame d’amore,

come me, come te.

Strade, di questa città maledetta,

vi ordino e vi ingiungo di languire,

almeno fino alle tre di notte,

anche se lui, ne sono certo, non tornerà.

All’angolo della banchina due giovanotti

esibiscono il sesso, facendomi sentire

uno straniero e un intruso.

 

Un nubifragio invade Roma

e le mie scure vene bruciate.

Poveri vecchi amici, sfilacciati, in brandelli,

incontrati l’altra sera, in piazza.

Tremo come dopo un pianto a dirotto;

la strada è deserta, ma non voglio

scantonare. C’è una pagina strappata

nel diario. Cacciatore d’ombre

rubo uno sguardo modulando alfabeti

virili. Come posso credere in un dio

che non desidera la felicità?

Mi sentivo una ricetta illeggibile,

ma tu, provetto bandito, con occhi

verdi e mano vagabonda

mi hai condotto in un altrove.

Siamo cani randagi, con troppe

ore morte. L’odore della salsedine

è una preghiera esaudita e così

dovrò dire grazie pure

alla mia chimerica generazione.

 

Dopo le tue spalle nude,

il sesso vigoroso, gli asciutti baci,

qualsiasi cosa mi sembra un’offesa.

Santa Maria, Campo dei Fiori, Piazza Navona

urlano, ma niente batticuore. I corpi

deragliano senza alcun ritegno.

Frantumo trasalimenti e annego nel bicchiere.

Scarnifico sensazioni. Conosco la parola?

Mi sento di troppo. Se non ci fosse

questo tramonto che ha tutti i toni

del rosso e del blu, allungherei,

per buttarmi a Tevere. Anemica melodia

di una chitarra che fa piangere

un vecchio solo. Un vecchio che non

ti ha mai detto del ranuncolo e della viola,

lungo la strada che costeggiammo,

mano nella mano. Che profumo avrà

la rugiada sulla pietra? Ti cercherò

nello specchio, stanne certo.

 

 

 

 

 

4) SELF-IDENTITY.

 

Ritrarsi: dipingersi o tirarsi indietro? Io mi ritraggo ossessivamente, propongo una immagine di me che si discosta progressivamente dall’originale.

Io mi ritraggo compulsivamente, a ogni mano che mi cerca indietreggio di un passo. Mi ritraggo ogni volta che cercano di tratteggiare il mio ritratto. E per di più non sono avulso dal ritrattare. Io ritratto: forse nego, sicuramente mento, certamente tradisco. Umana è questa disperazione, questa dispersione che è scissione dell’atomo in tanti piccoli cuori volatili: a ogni effigia una interpretazione, a ogni comunicazione una incomprensione. L’identità è linguaggio: attributo cangiante sull’assoluto sostantivo, dove il verbo è sempre transitivo. Messaggio scorrente su esistenza vuota consente il vettore di energia, che sposta senza oggetto la casa dell’attore: il viaggio!

Una volta scoperto il meccanismo, l’ingranaggio si fa manifesto, e io non tratto più: resto senza credenziali e senza credenze, puro, circolare, esprimo ciò che anelo. Ad un tratto, sono autenticamente il velo. Candidamente, non mi devo rivelare più. Sono trasparente. Sono immarcescente.

Nascere in poesia è anche questo: nel mare delle correnti, per essere sempre vivi essere per sempre morienti. Nascere in poesia progressivamente, da sempre, per la stessa imperscrutabile impalpabile indefinibile tensione che ci consente di dirci pian piano contemporaneamente, e di venire al mondo pericolosamente noi stessi. Esserne fatalmente coscienti e insieme incoscienti, esserne fatati e contemporaneamente fatali è già compierne il destino. Palpitazione, mai memoria, cristallizzazione neppure. Da rendere in perfezione e completezza: magia della terra che germoglia la scissione cara, inevitabile. Per lettura, voce, movimento, amplificazione, eco, scrittura, grafia, corpo, mondo, tutto. Che ciò sia chiaro, in splendore mattutino: è già compiere un destino.

E il filo tirato stia soltanto tra le categorie, a saperle riconoscere. Negli attriti del gruppo, dai conflitti dell’esistenza in oltre è tutto un rischio di scivolare nella storia. Tale il mestiere di scrittore, che è alla base del racconto-raccolto. La scelta della fabula e la complessa filosofia dell’ironia, il frammento e il divertimento, o l’invettiva in situazione. Come da bambino, sapiente, dal pampino riconoscere la distanza, anche nell’aggrovigliato intreccio dei tralci nei filari, tra la vite di barbera e le vite di sogno divino. Individuare, in tanta grazia, è già compiere il destino.

Vivere da poeta è uno sforzo perpetuo, è tensione costante, è fame continua, è sete insaziabile. È difficile essere poeti senza far pesare la propria arte su se stessi e sugli altri: a volte sussurra urlando, altre grida bisbigliando. Potete capire da voi che giusto in pochissimi sono sempre in grado di reggere la sfida della poesia.

Ricordo che una volta ho conosciuto un poeta, un poeta vero, e molto famoso. È successo alcuni anni fa, nel 2013 per l’esattezza, anche se il tempo non conta. È successo all’improvviso, diciamo durante una fuga di mezzanotte per le strade dove siamo soliti cercarci tra di noi gente dispari. È successo come doveva succedere, con l’ebbrezza molesta che disturbava l’eloquio come una musica di sottofondo che sale dal bassofondi e distrae le parole fino a farle uscire da quel buco in cui si nasconde durante il giorno la voglia di vivere. Che era tanta ed era tremenda: una tremenda voglia di vivere. Tanto da far brillare e rischiarare le ore notturne di ebbrezza artistica e follia da improbabili funamboli. Quell’uomo era la bellezza in persona, questo poeta, nel suo incedere d’un andatura pittoresca, irregolare, tanto da essere raffigurata spesso dalla matita di un fumettista amante del vino rosso, che gli voleva tanto bene anche lui. Era bello, questo poeta, molto bello, perchè non chiedeva nulla se non l’ispirazione al mondo che lo abbracciava e a quello che lo scansava; a quello che lo cercava e a quello che ne rideva perchè non riusciva a vedere, a guardare bene dentro. Ci incontravamo quasi sempre per le strade vorticose di Exarchia, cercando un riparo naturale che fosse abbastanza lontano dal rumore di fondo, un posto adatto a quelli come noi, dove ogni brindisi e ogni sigaretta diventava scusa per una ressa d’idee e risate e rime e racconti e storie e parole. Aveva compreso e assimilato quello che io ho spesso solo intuito e sfiorato, cioè che per vivere bisogna raccontare e raccontarsi: un foglio del suo taccuino presto avrebbe accolto nuovi versi, e io ero felice di essere un atomo nella galassia della sua ispirazione. Questo poeta si chiamava Nasos Vaghenàs, e siccome per un periodo abbiamo abitato nello stesso palazzo, posso dire che il mio amico poeta era davvero uno con cui ci si perderebbe volentieri a zonzo per la città. Con lui è stato felice ogni metro percorso insieme, era una melodia il tintinnio delle chiavi che aprivano il portone, era eccessiva ma quasi doverosa l’ultima sigaretta, e infine era perfetta la nostra buonanotte da beoni disgraziati e donnaioli, impacciata e complice come può essere solo tra chi della notte conosce il valore perchè se la porta dentro. Come dicevo, vivere da poeta è uno sforzo perpetuo: pochissimi sono in grado di reggere la sfida. Lui è uno dei pochissimi: ha raccolto le tonnellate di materia che si portava addosso, quelle che gli pesavano sulla schiena, quelle che abitavano nel suo cuore nobile, e ha scolpito una statua intangibile che ancora oggi la puoi guardare e dire che ne è valsa la pena, mentre senti su di te la connessione emozionale che ti stende con una carezza fragorosa. Insomma, ne è valsa la pena di aver conosciuto questo poeta, e sono felice che sia successo proprio a me. La sua parlata era come vento dolce sulla pelle.

Tutto questo per dire che la poesia non finisce mai e rende immortale ciò che tocca. Né sarà sufficiente, né abbastanza, peso-nulla da dichiarare alla dogana con addosso molto odore di polvere da sparo. L’amore per l’arte venatoria, dunque, e per il grignolino. E la violenza necessaria. Il cacciatore esperto si carica e sceglie da sé bossolo, capsula e proiettile, e, cartucciera stretta in vita, viaggia. Camminare, scovare, uccidere la bestia. In immacolate contingenze, si viene ammessi in qualche circolo, si viene ricordati. Questo è secondario, oltreché meschino da sperare, e calcolarlo è inammissibile. Esserne certi, stando dritti, è, ancora una volta, già compierne il destino.

 

 

 

 

 


[1] Dedicato a tutte le donne che lottano per i propri diritti.

[2] Dedicato a tutte le donne vittime di stupro.

[3] Dedicato a tutte le donne vittime di violenza domestica.

[4] Dedicato a tutte le donne vittime di violenza psicologica.

[5] In memoria di Monica Calò.

[6] In memoria di Pamela Mastropietro e di tutte le donne vittime dell’odio nero e del razzismo inverso.

[7] Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.

[8] Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.

[9] Dedicato a tutte le donne vittime di dipendenza affettiva.

[10] Dedicato a tutte le donne vittime di odio maschilista.

[11] Dedicato a tutte le donne vittime di omofobia.

[12] Dedicato a tutte le donne vittime di femminicidio.






Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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