"SUL FILO DEL RASOIO E SULL’ORLO DEL BARATRO"

  

“SUL FILO DEL RASOIO E SULL’ORLO DEL BARATRO: 

poemi della follia.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 




 

 

<<Ho passato molti anni così: sul filo del rasoio.

A fare i salti mortali. Sempre sull’orlo del baratro.>>:

 

Pedro Juan Gutiérrez: “Claustrofobia”.

 

 



 

1.

 

È impossibile che io vi dica chi sono.

E non é neanche importante.

Lo spazio è un uomo

tagliato in due da una finestra.

Ho contato le ore e i battiti

e ho perso il conto.

Qui non sappiamo mai che ora sia.

Mi sembra inutile raccontare,

le parole si sono fatte mute.

Ho visto il Ciclope dare colpi contro la porta

e la porta restare chiusa.

Loro sono vivi ma non abbastanza

da poterli inquadrare.

Aleggiano. Ovunque.

 

 

 

2.

 

La stanza ha l’odore dell’acquavite

anche se nessuno sta bevendo.

Compaiono mentre provo a metterli a fuoco.

Ho provato a dormire ma il sonno

è una forma di abbandono.

Nessuna fiamma è visibile nelle lenzuola.

Nessuna possibilità di andare.

E, comunque, dove?

Il ferro è freddo, rimanda a mani

che non sanno raccogliere.

Fumano tutti

per potersi mantenere

in prossimità del fuoco.

 

 

 

3.

 

Infinita è la stanza e infinite

sono le sue diramazioni.

Nel vetro ti ho vista,

sovrapposizione di volti,

nessuno era io,

una cosa, soltanto una cosa,

una vita. Ma quale vita?

Infinito è il risvolto della stanza,

ho scovato i simultanei,

la pecca, la grandissima colpa (mia, tutta mia, solo mia).

Nessuno può proseguire

se guarda attraverso.

Non hanno l’accesso.

Non glielo hanno concesso.

Hanno sbarrato la porta.

 

 

 

4.

 

La morte è un giglio.

Ogni suono è un giaciglio.

Mi piacevano i fiori

prima d’iniziare a strapparli.

Alla fine rimane solo lo stelo,

e il ricordo di aver vissuto.

La finestra è piena di gocce che tremano

ma devo illudermi di non averle mosse.

“Io” non è una parola con un senso.

“Io” è già morto.

 

 

 

5.

 

L’eternità è uno specchio che va in frantumi

mentre noi raccogliamo i cocci

e ci scriviamo numeri sulle braccia.

Dio è una questione numerica.

Se non scindi l’atomo

l’universo è mera supposizione.

 

 

 

6.

 

La follia è invertire il senso,

averlo perso nel cammino verso

una forma che non si è raggiunta.

Vengo frainteso, le parole quando escono

non sono mie, non è mia la guardia,

è sfilacciata nel ladro e nella gazza,

nell’ordine logico e nella razza.

 

 

 

7.

 

L’identità è scegliere un paio o sommarli,

non sovrapporli come l’immagine

nel vetro con le gocce che tremano.

Sono andato in pezzi mille volte,

la sovrapposizione non dava risultato.

Avrei bisogno di razionalizzare la visione

ma non trovo una parola per descrivere i miei occhi

quando smettono di essere miei.

Non voglio sentirvi. È solo ronzio.

Smettete. Smettetela di dire...

 

 

 

8.

 

L’amore è una miccia che non vuole spegnersi:

se esplode muore, restiamo cavi.

Lo spazio è la stanza nel vetro,

il tempo è il numero delle ripetizioni.

Cercheranno di ricomporci

ma non troveranno la testa.

 

 

 

9.

 

Lascia che vedano una porzione.

Devi anche tu diventare porzione

altrimenti arriva il martirio.

Scegli una maschera e non toglierla mai.

Se la togli torni indietro.

Scegli una maschera,

un piano, una sola risposta,

una parvenza d’identità.

Basta per oggi, per oggi puoi andare.

 

 

 

10.

 

Lei ha solo tredici anni

e ha deciso di non saperlo.

Il fiume è un palazzo

di tredici piani

come tredici sono gli anni.

Deragliare è percorrere

il campo di papaveri fino alla notte,

dov’era il binario passa

solo un treno che lei ha perso.

Prosegue nel campo

e i papaveri si fanno viola, poi neri.

Alla fine del campo non sa più

se ci siano mai stati fiori.

 

 

 

11.

 

L’infinito è un bambino con un secchiello

in cui vuole mettere tutto il mare

ma il secchiello è bucato.

È la storia di un santo.

Mio nonno metteva del vino nell’acqua

e io non ho mai smesso di bere.

Hanno trasformato l’acqua in vino,

le vie di fuga in corridoi.

I pensieri vanno per i corridoi

e continuano a non finire,

nessuno riesce a fermarli.

 

 

 

12.

 

Forse avevo paura. È la parola adatta: paura.

L’ho vista sul tergicristallo.

Mia madre non viene a trovarmi.

Vestono di bianco nel castello,

a volte confondono i colori con la notte.

 

 

 

13.

 

La merda è l’unica libertà.

Che cosa sono gli altri?

Per lo più sono zavorra,

anzi sono solo zavorra.

Liberarmi di loro è una chiave

che non entra in nessuna toppa.

Passami un fazzoletto:

voglio scriverti una cosa.

 

 

 

14.

 

Io so che lei mi amava.

Solo che non capisco perché questo amore

era diventato così simile a un rumore,

un acufene che non voleva finire,

lama sulle braccia, sirene.

Erano i suoi capelli neri in bocca.

<< Sono forse tuo padre? >>.

Quando le nere ombre mi hanno portata via

non potevo più chiamarla:

la mia voce risuonava cava

nel vuoto.

 

 

 

15.

 

Il tempo è una mela piena di buchi.

Questo volevi?

Mangiala, sa di me.

Non ti ho detto

che sono anch’io nel vetro.

Hai finto di non vedermi.

Hai visto che cos’hia fatto?

Hai strappato l’elastico.

Toccalo se credi di poterlo

aggiustare, prova a cucirlo.

 

 

 

16.

 

L’ansia è una madre.

Quando il bambino aveva sei mesi

non volle più sentirlo piangere.

Dopo sei mesi non ha sentito il tempo.

Il tempo le è passato addosso,

le è sfuggito tra le dita,

come la sabbia in riva al mare.

 

 

 

17.

 

Dalla fotografia veniva una luce.

Mi piace la tua frangia

e quando muovi le mani

non ho paura.

Voglio che tu esca e reagisca,

vorrei farlo anch’io.

Non dimentico.

Vivere assomiglia a mangiare come mostri.

L’euforia è dimenticare,

non si può ridurre tutto alla lotta.

Non so se l’arte sia fare qualcosa di giusto.

A me piace il tuo affetto, mi piace il tuo effetto

su di me, c’è un mistero

e devi andare proprio lì, non fermarti alla sbarra.

Metti un filo di ferro nell’ago e non è dritto.

Il dono è un’erranza.

 

 

 

18.

 

Perché ti fotografi continuamente?

Pensi che serva a fermare l’immagine?

Ma è già passata.

Domani non mangerai tutto il giorno.

Non mangerai neanche dopodomani.

Senza riempirti sarai un po’ diversa.

Metti un’altra fotografia.

Non coincidi più. Sparisci

in un limbo di stoffa.

Un limbo di stoffa

è la barriera tra sopra e sotto.

 

 

 

19.

 

L’amore è una corda,

l’ho stretta troppo.

Amare è scegliere

di non proseguire,

allentare il cappio.

 

 

 

20.

 

La morte è una lussazione.

Coraggio è solo un salto,

una sutura smagliata nella febbre.

Le sbarre sono venti piani.

Divelta l’ultima c’è il frastuono.

Un’apertura. Gestazione.

Dove sbocceranno questi semi?

 

 

 

21.

 

Mi hai detto che sono debole,

invidioso, rabbioso.

Così tu puoi essere perfetta.

Ho strappato le mie poesie:

ora mi consegno alle tue mani.

Vorrei morderle, mangiarle.

Sono le facce nascoste della luna,

parole cancellate da luoghi che tornano.

In corte il carro è rigata.

L’ha rigato lei quando era con me.

Come finisce presto una promessa.

Se svegli la furia non devi temere la madre.

 

 

 

22.

 

<<Non ti conosco.>> hanno detto.

Come si dice a un cane bastardo.

Mi hanno sbattuto fuori.

La strada è il capoluogo dei nondetti.

Ci si lascia debordare sui binari del treno

non convinti se salire o scendere.

Volevo farmi prete ma non avevo i documenti.

Mi hanno inseguito, mi sono corsi dietro

per darmele e nessuno ha sentito Dio.

Dio è il segnale tra la notte e l’alba:

che tu lo voglia o no, lui sorge comunque.

 

 

 

23.

 

Abbiamo avuto un cane nero,

è impazzito anche lui.

La casa era piena di nondetti.

Si lanciavano sguardi che nessuno raccoglieva.

Ho camminato per le navate della chiesa

e ho sentito:

la presenza era intorno,

e fuori il deserto.

Con i polsi aperti sono andato via.

Un uomo ha raccolto il mio sguardo.

 

 

 

24.

 

Ero legato al letto,

ho gridato fortissimo ma non c’era nessuno.

Ho visto la stanza deformarsi

e perdere solidità dagli angoli

e farsi acqua,

il lenzuolo fracido

è rimasto incollato per due giorni.

Ora la stanza è un bosco,

un albero è diventata la mente.

 

 

 

25.

 

Se io fossi stato Gesù Cristo

non sarei salito sulla croce.

 

 

 

26.

 

Dio è il tempo.

Come fai a entrare in una chiesa?

La relatività è solo una delle voci.

Mi fa specie che Einstein non sia impazzito.

Quando accedi poi devi scontare.

Pensavo di ingoiare cinquanta compresse

di Zyprexa: ne vuoi anche tu?

Non lo farò, non voglio più.

Ho risolto il problema del suicidio

già da molto tempo: la morte prima

o poi arriva comunque:

è sufficiente aspettare.

 

 

 

27.

 

L’Infinito è una sonata di Bach.

È rimasta la musica,

messaggera universale,

le fontane parlavano di noi,

contrabbassi d’acqua.

Non stavo bene neanche da piccolo:

ero la lucertola sotto il masso,

mi hanno accarezzato

ma mi hanno strappato la coda.

Resta la voce, una scala di piano,

glissandi nel buio.

Che cos’ha il mio braccio?

Non è poi diverso da un cuore.

L’hanno mangiato.

E tu ti copri gli occhi

per non vedere il moncherino.

 

 

 

28.

 

Il dolore sono le bare che si ripetono,

quando avevo quindici anni e rovesciavo l’otto

all’infinito.

Ma io non lotto, non so difendermi.

Ho cercato il carnefice

e gli ho consegnato l’ascia.

Le sue mille facce mi cercano nel letto.

Mio padre nel buio.

Non dovresti esserci.

È sempre presente.

Faccio smorfie allo specchio

e ci sei anche tu nella mia bocca.

Il mio nome al contrario è il frutto

di un sentimento passato.

 

 

 

29.

 

Dio è la somma delle preghiere,

Dio è le persone che chiedono di lui.

Sono anch’io uno di loro?

Se m’inginocchio vestito di nero

mi sbuccio i ginocchi.

Voglio scalare una montagna

e parlargli, evaporando in vetta.

 

 

 

30.

 

L’anima rimane ma il corpo non è più.

L’anima fluttua, non è materia.

O forse é il contrario.

Una volta ho fatto una seduta spiritica

con una medium, era una ragazza

che veniva a scuola con me,

aveva questa dote, faceva le sedute spiritiche,

lei non aveva paura e io volevo evocare l’assente.

La notte mi si muoveva il letto.

Non l’ho più fatto e lei se n’è andata da sola

lasciandomi da solo.

 

 

 

31.

 

La famiglia è un incidente,

mia madre è sparita.

Adesso ho un figlio.

Una volta è venuto a citofonare

e ha detto: <<Sono tuo figlio.>>

Ma io che ne sapevo?

Ho sentito i Santi, lo Spirito,

devi stare attenta ai loro occhi.

Aveva solo due anni,

siamo andati verso il mare

e non abbiamo smesso

di parlare.

 

 

 

32.

 

Lo scheletro è una struttura fragile,

nel mezzo ci sono gli scarti,

le nostre dita che si separano,

anche lei si guardava sfigurata.

Nello specchio stavamo vivendo

infinite volte.

 

 

 

33.

 

Le persone non le vedevo,

luci e colori fortissimi,

ero dentro una stanza,

e il colore mi rincorreva,

mi soffocava.

Le persone non vedevano,

non erano pronte a reagire,

non sapevano chi fossi,

non riuscivano a vedermi

in tutto quel colore.

 

 

 

34.

 

Esistono mondi di sopra e mondi di sotto.

Quelli di sopra li conosciamo tutti,

quelli di sotto solo i più ferrati.

La vita è stare in equilibrio tra i due piani e,

se si scivola, non fidarsi delle sensazioni.

Nel mondo di sotto ci sono molte stanze,

una è la mia: ha una porta rossa e un materasso a terra,

una scrivania piena di disegni che abbozzo e poi cancello.

Disegno gli abitanti del corridoio,

in ogni porta un internato.

La donna dietro la porta blu non ha i denti,

e il cibo deve farselo frullare.

 

 

 

35.

 

Guarire significa mentire molto bene.

Tutti hanno un occhio sulla schiena:

per guarire devi tenerlo chiuso.

 

 

 

36.

 

I pensieri sono corridoi pieni d’acqua:

non sempre si sopravvive alla piena.

Io pulisco i resti, mi pagano per farlo,

a volte trovo un calzino, un diario fradicio,

un foglio strappato, una collana

di teste di chi non ha nuotato.

 

 

 

37.

 

Il pozzo è il deposito delle voci,

sono tutte sul fondo, sciabordano

e dicono: <<Anch’io, anch’io

sono stato parte del mondo

prima che precipitasse.>>.

Siamo tutti qui, condensati sul fondo,

se rovesci il fondo siamo nuvole e cielo.

 

 

 

38.

 

Mi ha detto di voler fare come me.

<<Perdere?>> ho detto.

<<Perdere è allineare vittorie

contro un muro e poi sparare.>>>

ha risposto.

La morte è una madre molto grande

che in fondo non fa altro che ingoiare i resti.

 

 

 

39.

 

Amare è pulire il sangue dai mattoni.

Chiuditi con me.

Murati vivi, abbiamo camminato dentro,

tu mi parlavi di loro ma io non volevo sentire.

Ci siamo divisi all’entrata.

Hai voluto fermarti prima di cementificare.

Nel mio corpo crescono radici con il tuo nome.

 

 

 

40.

 

L’ansia è un grido che non esce,

che si rivolta contro cuore, stomaco e intestino.

Se espelle il cervello diventa un pilota

e il corpo, abbandonato, decolla.

I sistemi solari sono attraversati dall’ansia:

se capiti da quelle parti puoi sentirli urlare.

 

 

 

41.

 

L’abbandono è fluido,

sgorga da una sorgente

e si sporca a valle.

Molti sono passati di lì,

hanno raccolto l’acqua dal fondo

e si sono ammalati.

Quando ci passo sto ben attento,

non cedo alla sete.

Bevo solo alla sorgente

e più bevo più scompaio.

 

 

 

42.

 

Quando mi faranno uscire da qui

venderò tutto ciò che non si usa più,

a Cenere porterò una lanterna

per fare luce su chi entra,

e a ciascuno domanderò

del figlio dell’uomo.

 

 

 

43.

 

Quando esco in corridoio vedo altri me,

sono tutti un po’ diversi, uno grasso,

uno magro, uno con la flebo

nel braccio e la gamba fasciata.

Una volta ne ho fermato un altro

e gli ho chiesto: <<Perché sei qui?>>.

<<Ho sparato.>>, ha detto.

 

 

 

44.

 

Il dottore dice i quattro punti cardinali:

Paura, Rabbia, Tristezza e Disgusto.

Rabbia è il mio preferito:

ci si mangia il fegato e il sole è come il fuoco.

A Tristezza c’è il mare, una lunga spiaggia

in cui il sole continua a tramontare.

Paura è una corda tesa tra terra e cielo.

A Disgusto non ci sono mai stato.

 

 

 

45.

 

Avevamo una casa, è andata in pezzi,

io ho scelto la camera da letto,

sono invischiato nelle lenzuola,

mia madre ha preso la cucina

e mio padre vive in bagno.

Una casa è un assemblaggio,

non significa nulla in sé.

Anche questo letto non significa molto:

è il corpo di un altro: dal basso

lo vedo invecchiare.

 

 

 

46.

 

È il tempo che quando non trova spazio

fa la strada a ritroso l’infinito.

Così penso che potremmo risolvere il problema della vecchiaia,

se servisse a qualcosa potremmo dimenticarla,

ripercorrendo a ritroso la strada

che porta alla morte.

In ogni stanza c’è uno spazio buio e uno illuminato.

Quando vado nel buio ho paura di tirar fuori

una bambina. E spesso accade.

Una bambina che alla luce muore

(per fortuna, per fortuna).

 

 

 

47.

 

Lo spazio è una piscina di profondità infinita,

ogni piano più in basso c’è il ricordo di una vita.

Oggi ho trovato una tastiera e uno spartito,

se sapessi suonare lo spazio ne ascoltereste il canto,

la soave armonia celeste.

So che l’ha composto un androgino,

è uscito quando io sono entrato.

All’ingresso mi ha detto di non portare nulla:

la piscina ha la memoria del cosmo.

 

 

 

48.

 

Mi ha chiesto se avessi una matita.

Lei ne consuma molte.

Dice che ha creato un sentiero,

un lungo sentiero che va dalla sua stanza

a quella della madre.

Né io né lei lo abbiamo mai percorso.

 

 

 

49.

 

Credo che ci sia stato un universo prima del Big Bang,

prima che tutto si concentrasse in un unico punto

c’era un altro universo che è imploso in quel punto.

L’universo è sempre esistito, un organismo unicellulare

che si contrae e si espande. Il mondo non è mai

cominciato e non finirà mai: semplicemente è,

l’eterna trasformazione è la sola costante.

Per uscire devi uccidere il gendarme.

Ora sei nelle sue sette prigioni:

trova la chiave ed esci dall’ottava.

 

 

 

50.

 

L’Angelo del Tempo ha creato gli orologi

ma se ci fai caso ognuno fa un’ora a sé.

Qui non ne abbiamo bisogno,

siamo troppo vicini all’eternità.

 

 

 

51.

 

Io sono qui da 33 anni,

non mangio mai quello che preparano,

ne mastico solo i pensieri, ne mastico la voce

e finisco per parlare con la loro.

 

 

 

52.

 

Mia madre è una signora molto anziana,

ormai avrà 100 anni.

Io non la vedo da 50 anni,

ma tu puoi vederla

sui gradini del cortile

pulisce da mattina a sera.

La mia stanza conserva

ciò che lei ha spazzato via.

 

 

 

53.

 

Siamo esploratori dei confini.

L’infinito è riflesso nel vetro,

ci siamo tutti noi nella tua faccia,

ci hai trovati? Se ti muovi appena

oscillando compaio anch’io,

sono la trentatreesima faccia

sovrapposta alla tua. Quando

uscirai dovrai sapere:

là fuori non ci sono stanze

con vetri così spessi.

 

 

 

54.

 

La morte è una bambina vestita di bianco,

l’ho interrogata mentre mi portavano qui,

le ho chiesto: <<Cosa c’è dopo?>>.

La bambina ha fatto una piroetta

e ha indicato la pancia, si è sollevata il vestito,

aveva l’ombelico cucito con un filo bianco,

ha scucito la sutura e ho guardato nel suo addome.

Le ho promesso di non dire cosa ho visto.

 

 

 

55.

 

L’amore è un filo bianco che cuce una ferita.

L’ho visto nella pancia della madre morta,

se la ferita è aperta non si torna indietro

ma il più delle volte ha l’accortezza di ricucire.

Mi segue ogni notte in questa stanza, vedi?

Tira fuori un gomitolo bianco e lo lega alla maniglia della porta,

lo tende fino ai piedi del letto, fa due nodi

e così mi protegge dalle voci.

 

 

 

56.

 

Edvard Munch sedeva sempre su questa panchina,

mi ha lasciato una cartella rossa con degli schizzi,

gli ho chiesto: <<Perché non li completi?>>,

<<Non puoi completare l’eternità.>> ha detto.

È andato via promettendo che ci saremmo

incontrati ancora sulla stessa panchina,

ma da allora non l’ho più visto.

Ho provato a completare i disegni.

Apro la cartellina, è vuota.

Dove sono i disegni?

 

 

 

 

 

<<La poesia viene da dove hai vissuto

e da come hai vissuto

e da che cosa ti porta a crearla.>>:

 

Charles Bukowski: “Fingo di essere il poeta, sono il poeta”.

 

 

 

 Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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