"LA FACCIA DELLA TERRA"


Manuel Omar Triscari

 

 

 

LA FACCIA DELLA TERRA:

 

il lungo viaggio della geografia

dalla corografia alla geo-politica (e oltre).

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 


 

OLTRE L’ESPLORAZIONE

la fine dell’epoca delle grandi esplorazioni

 

LA FINE DELL’EPOCA DELLE GRANDI ESPLORAZIONI

Conclusa ormai da tempo l’epoca delle “esplorazioni” e delle “scoperte” geografiche, e iniziate da due decenni le spedizioni al di là dell’atmosfera (quindi, per definizione, extra-geografiche), non per questo la geografia rinuncia al viaggio e alla ricerca sul terreno come strumenti di lavoro scientifico. Qualche esplorazione vera e propria continua in aree anecume­niche o comunque appartate, come le catene montuose più impervie, i deserti e soprattutto le terre polari. Ma non si tratta più, ormai, di individuare oggetti geografici sconosciuti, e neppure di verificarne l’esatta posizione o le caratteristiche: quest’ultimo compito è svolto egregiamente, già da tempo, dalla nuova cartografia, che si avvale sempre più delle fotografie scattate dai satelliti artificiali, rielaborate oggi non solo automaticamente ma anche elettronicamente. Oltre che lavorare come fotografi, i satelliti, che orbitano ad altezze variabili fra i 1000 e i 35000 km., vengono utilizzati come nuovo strumento di triangolazione. I progressi del tele-rilevamento includono la produzione di immagini nell’infrarosso e nelle micro-onde, utili fra l’altro per la valutazione delle risorse del territorio fotografato.

L’esplorazione è dunque oggi piuttosto un viaggio di ricerca, la cui peculiarità consiste nel fatto che si svolge in aree difficili per caratteristiche morfologiche e/o climatiche: com’è il caso, per esempio, della spedizione organizzata da A. Desio nel Karakorum nel 1988. Alle esplorazioni partecipano, come del resto anche in passato, non solo e non tanto geografi, quanto cultori di altre discipline, per esempio militari e sportivi. Queste avventure sono motivate, ancora una volta non diversamente che nel passato, da interessi economici, strategici e politici. Esemplare in questo senso l’esplorazione dell’Antartide, di gran lunga la maggiore fra le imprese del genere compiute negli anni Ottanta.

Già nella seconda metà degli anni Settanta le spedizioni in Antartide si erano intensificate, anche con iniziative italiane alle quali avevano partecipato i geografi fisici G. Cortemiglia, A. G. Segre e R. Terranova. Cresceva l’interesse per le risorse naturali del continente, e al vecchio trattato del 1959, stipulato in base a preoccupazioni prevalentemente strategiche e rivolto a evitare una possibile militarizzazione dell’Antartide, si aggiungevano nel 1980 una convenzione internazionale per la conservazione delle risorse marine antartiche e, nel 1988, un’altra convenzione per la regolamentazione dello sfruttamento delle risorse minerarie. Nel frattempo, allettati dalle une e dalle altre risorse, ben 25 paesi si erano aggiunti ai 12 primitivi firmatari del trattato, e fra questi l’Italia nel 1980.

I paesi che maggiormente si sono segnalati per l’attività esplorativa sono gli Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica, che hanno installato in Antartide un certo numero di basi permanenti, abitate per tutto l’anno, per esempio la base statunitense significativamente chiamata Amundsen-Scott, localizzata proprio al Polo Sud. Anche l’Italia dispone ormai, dal 1987, di una base permanente, costruita, previo accordo con il governo neo-zelandese, in una località costiera dell’orbe Victoria a 75 gradi di latitudine. A partire dalla metà degli anni Ottanta, grazie a un apposito provvedimento legislativo approvato nel 1985, le spedizioni italiane hanno assunto carattere di regolarità e di sistematicità, portando avanti un complesso programma di ricerche pluridisciplinari (oceanografia, climatologia, biologia, e simili) spesso altamente specializzate. Vi hanno partecipato geografi fisici come M. Meneghel, G. Orombelli, C. Smiraglia, G. Zanon.

Di che cosa si occupa dunque la geografia oggi? La geografia è scienza antica e nel corso del tempo ha visto ampliare i suoi ambiti per cui, al pari di altre discipline, se ne può ripercorrere l’evoluzione. Il termine geografia deriva dalla lingua greca e significa “descrizione dell’orbe”. In relazione a questa iniziale definizione la geografia è stata considerata dall’età antica fino a quella moderna una scienza essenzialmente descrittiva, mentre per l’influenza illuministica e poi nel corso dell’Ottocento i geografi hanno volto la loro attenzione alle cause dei fenomeni fisici e umani studiati. Come si vedrà, lo sviluppo degli studi geografici, soprattutto dal punto di vista teorico, ha arricchito ed ampliato gli ambiti epistemologici della geografia dando spazio ad analisi sempre più puntuali e approfondite. In tal modo la geografia da disciplina descrittiva è andata proponendosi come scienza che interpreta i processi spaziali e analizza le relazioni territoriali. Essa si occupa in modo principale dell’umanizzazione del pianeta Terra e delle complesse relazioni tra le comunità umane e gli ambienti. Inoltre, non limitandosi alla sola descrizione, è sempre più interessata ad essere prospettica nel senso di preoccuparsi del futuro assetto dei territori partecipandone alla pianificazione. Per i diversi obiettivi che si è posta e si pone la geografia interagisce continuativa­mente con la cartografia, la scienza che si occupa della rappresentazione territoriale.  Già da queste iniziali indicazioni, si comprende quanto la storia del pensiero geografico sia complessa sicchè si rende necessario ripercorrerla per compren­derne in modo puntuale lo sviluppo e gli ambiti d’indagine.

 

ISTITUZIONI E PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE

 

pubblicistica e informazione geografica

Esiste, dal 1922, un organismo mondiale, l’Unione geografica internazionale (UGI), che all’inizio del 21° secolo raggruppa rappresentanti di un centinaio di paesi e le cui funzioni essenziali sono: la promozione e il coordinamento delle ricerche geografiche; l’organizzazione dei congressi geografici internazionali e di altre riunioni che diano ai geografi di tutto il mondo la possibilità di incontrarsi, confrontarsi e fare il punto sullo stato dell’arte. La seconda delle due funzioni è svolta in modo puntuale e, nel complesso, soddisfacente. La funzione di coordinamento degli studi, affidata a commissioni e gruppi di studio, di fatto è molto modesta, e la ricerca geografica procede in larga misura piuttosto per scuole nazionali, anche se esiste un consenso generalizzato su un ristretto numero di temi e problemi emergenti. L’UGI non dispone di proprie pubblicazioni scientifiche, ma solo di stampa d’informazione. Sedi di diffusione della ricerca restano i numerosi periodici geografici dei vari paesi, tra i quali alcuni editi da lunga data e ben noti per l’alta qualità dei loro contenuti (a titolo di esempio, il francese “annales de géographie, il “the geographical journal organo della Royal Geographical Society di Londra, il “the geographical review” edito dall’American Geographical Society, e il tedesco “geographische zeitschrift a cui se ne affiancano altri più recenti, ma che hanno acquistato notorietà e prestigio per la loro carica innovativa come “l’espace géographique” in Francia o per i loro importanti contributi metodologici come i britannici “progress in physical geography e “progress in human geography. Parecchie delle principali riviste di geografia sono organi ufficiali di società geografiche, a riprova dell’importanza che tali istituzioni, per lo più fondate nell’Ottocento e a lungo legate alla vecchia geografia esploratrice, conservano ancora nell’organiz­zazione degli studi geografici.

Inoltre, va ricordata la fondazione, a Bruxelles, nel 1997, di una Società Europea per la Geografia (EUGEO: European Society for Geography), sorta di federazione tra le società geografiche di vari paesi dell’Unione.

In Italia gli studi geografici sono condotti in assoluta prevalenza nel mondo accademico. L’Associazione dei Geografi Italiani (AGeI) è l’organo cui sono demandate funzioni di coordina­mento della ricerca. Altre importanti istituzioni scientifiche o professionali sono l’antica Società Geografica Italiana (che dall’ultimo decennio del 20° secolo si è segnalata per un rinnovato fervore nella promozione di iniziative e nella pubblicazione di risultati di ricerche), la fiorentina Società di Studi Geografici, l’Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia (impegnata soprattutto nella ricerca didattica e nella tutela dell’insegnamento della geografia nelle scuole), l’Associazione Italiana di Cartografia, l’Istituto Geografico Militare. Tali istituzioni pubblicano periodici di grande interesse, tra cui il “Bollettino della Società Geografica Italiana” (di notorietà internazionale, stampato ininterrottamente dal 1868) e la “Rivista Geografica Italiana” (organo della Società di Studi Geografici).

Benemeriti, per la produzione cartografica e le numerose pubblicazioni di carattere geografico, sono il Touring Club Italiano e l’Istituto Geografico De Agostini, nonché alcune altre case editrici che hanno dato vita a collane di volumi geografici.

Altro organo geografico internazionale sono la Home of Geography (HG), fondata nel 2000 a Roma come sede permanente e archivio della Geographical Union (IGU) e ospitata nella Società geografica italiana. Quest’ultima ha organizzato congressi a L’Aia (1996), Seoul (2000) e Glasgow (2004, dove è stato eletto per la prima volta alla presidenza dell’IGU un italiano, A. Vallega), e conferenze regionali a Praga (1994), L’Avana (1995) e Lisbona (1998).

Nel 2005 l’IGU ha annoverato ben 34 commissioni scientifiche, su tematiche comprendenti fra le altre geo-morfologia, bio-geografia, climatologia, evoluzione dell’ambiente, terre aride e fredde, sistemi costieri e montani, sostenibilità delle risorse idriche, geografia del mare, analisi del paesaggio, geografia culturale, mobilità umana, dinamica degli spazi economici, sviluppo locale, globalizzazione, geografia urbana, geografia politica, geografia applicata, didassi della geografia. Inoltre è stato avviato un programma di ricerca quadriennale sullo sviluppo umano del Mediterraneo, a rimarcare lo spostamento di quel baricentro degli interessi disciplinari che, in precedenza, ricadeva soprattutto nell’area anglofona.

A sua volta, la Società geografica italiana produce (dal 2003) un rapporto annuale, le cui prime tre uscite sono state dedicate all’analisi del fenomeno migratorio, alle infrastrutture di trasporto e, appunto, al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

Nel panorama della pubblicistica geografica, mentre la “Bibliographie Géographique Internationale, cambiata struttura e organizzazione, continua a costituire un pur criticabile punto di riferimento informativo, nuovi periodici internazionali di forte spessore scientifico hanno visto la luce negli anni Settanta e Ottanta. In Italia non si nota niente di paragonabile, e se il “Bollettino della Società geografica italiana” e la “Rivista Geografica Italiana” restano all’altezza della loro dignitosa tradizione, l’innovazione è frenata in genere da remore istituzionali, accentuati particolarismi, vecchi e nuovi conformismi.

 

organi di ricerca e istituzioni scientifiche

Indipendentemente dalla partecipazione più o meno intensa dei geografi alla residua attività esplorativa, l’organizzazione della ricerca geografica si è fatta più intensa e strutturata sul piano internazionale. Significativi passi in avanti sono stati compiuti ai congressi plenari organizzati dall’Unione Geografica Internazionale a Mosca (1976), Tokyo (1980), Parigi (1984), Sydney (1988) e Washington (1992), sotto la guida di una dirigenza che si fa sempre più anglosassone o almeno anglofona: i quattro presidenti dell’UGI succedutisi negli anni Ottanta sono un inglese, un nigeriano, un australiano, e uno statunitense. La comunità scientifica internazionale dei geografi si è fatta più numerosa, con circa un migliaio di dipartimenti o istituti scientifici e circa 10.000 studiosi censiti nell’Orbis Geographicus 1988-1992, una fonte prudente, sicuramente in difetto ma ben più organizzata, più integrata, più consapevole della necessità di una stretta cooperazione internazionale e di forti tensioni scientifiche come uniche vie per il progresso della disciplina. Di tali cooperazioni e tensioni si sono fatti strumento le Commissioni scientifiche e i Gruppi di lavoro dell’UGI, organismi specializzati che hanno organizzato e fatto notevolmente progredire la ricerca internazionale in settori come la geo-morfologia, la geografia urbana, la geografia dei trasporti e del turismo, la storia del pensiero geografico, e di altre branche del sapere geografico.

Anche in Italia, su scala più modesta, la ricerca geografica si è fatta più intensa e più strutturata. Circa 500 geografi operano in una cinquantina di istituti e dipartimenti universitari, collegati fra loro (nonostante persistenti remore isolazionistiche) tramite l’Associazione dei geografi italiani, che ha anche organizzato con successo diversi gruppi di ricerca. Sempre valida l’azione delle tradizionali società geografiche, in particolare la romana Società geografica italiana. Sede tradizionale della ricerca è costituita dai congressi geografici italiani che si sono succeduti nel corso dell’ultimo quindicennio (Catania 1983, Torino 1986, Taormina 1989, Genova 1992).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA SCOPERTA DEL MONDO

breve storia della geografia

 

PREAMBOLO

Disciplina (per molte delle sue parti appartenente al gruppo delle cosiddette scienze dell’orbe) che, in prima approssimazione, si può definire come quella scienza che ha per oggetto la descrizione, lo studio e la rappresentazione dell’orbe, con riguardo sia ai fenomeni che su essa avvengono, sia alle attività umane. La geografia è una scienza piuttosto complessa, con molte partizioni, quali, giusto per fare un esempio, la geografia astronomica o matematica (che consiste nella descrizione dell’orbe come corpo del Sistema Solare, delle sue dimensioni e dei suoi movimenti, ed è pertanto strettamente connessa e per vari aspetti derivante dalla geodesìa e da alcune parti dell’astro­nomia) e la geografia fisica, che studia le caratteristiche morfo­logiche della superficie terrestre, nonché la distribuzione su essa dei fenomeni fisici (acque correnti, venti, fenomeni meteoro­logici, terremoti, e simili) che ne influenzano le caratteristiche ed è tradizionalmente divisa in geo-morfologia, idrografia e climato­logia (e la sovrapposizione della geografia con alcune parti della geofisica e della geologia è qui fortissima).

Approfondendo, la geografia può essere definita più precisamente quale scienza che ha per oggetto la descrizione interpretativa della superficie terrestre o di sue parti, intendendo per “superficie terrestre” lo spazio tridimensionale 1) in cui la massa solida dell’orbe (o litosfera) e quella liquida (o idrosfera) vengono a contatto con l’involucro gassoso (o atmosfera) che la circonda, 2) in cui si sviluppa la vita vegetale e animale, e 3) in cui in fine si fissano le sedi e si svolgono le attività umane. Pur attingendo largamente a dati delle scienze naturali e di quelle umane, la geografia si colloca in una posizione originale rispetto alle une e alle altre: non studia i fenomeni fisici né le società umane, ma prende in considerazione gli uni e le altre in quanto agenti responsabili della fisionomia e dell’organizzazione dei territori. Pertanto, un ghiacciaio, una foresta, una città saranno studiati dal geofisico, dal botanico, dall’urbanista, ma nessuno di costoro perverrà alla lettura globale del territorio di cui quegli oggetti sono parti integranti, donde la necessità di una disciplina diversa, non naturale né umana, bensì ‘territoriale’, quale appunto va considerata la geografia.

Lo studio geografico, per la sempre crescente necessità di specializzazione, è spesso settoriale, rivolto ad alcune soltanto delle numerose componenti del territorio. È quindi opportuno tener presente la tradizionale partizione della geografia in diverse branche e in particolare nelle due fondamentali, la geografia fisica e la geografia umana. 1) La geografia fisica studia gli aspetti della superficie terrestre legati ai fenomeni naturali, tra i quali assumono particolare rilevanza le forme del suolo. Di queste la geo-morfologia chiarisce le cause e la genesi, tenendo conto di dati strutturali e dell’incessante azione esercitata dagli agenti geo-dinamici. Alla geo-morfologia si affiancano altri importanti settori di ricerca geo-fisici: lo studio delle acque (idrologia marina e continentale), non solo come componenti della superficie terrestre, ma anche per il loro intervento nella morfo-genesi; quello dei climi (climatologia), fattori essenziali dei processi morfo-genetici, della vita vegetale e animale, del popolamento umano e di molte attività economiche; quello delle formazioni vegetali spontanee e dei loro rapporti con i climi, con i suoli, con le altre manifestazioni biologiche (fito-geografia). 2) La geografia umana, invece, si rivolge precipuamente ai complessi rapporti di reciproca dipendenza e vera e propria interdipendenza che si stabiliscono tra ambiente naturale e attività umana. Essa prende in esame: la diffusione della specie umana sull’orbe (geografia della popolazione); l’occupazione dello spazio da parte dell’uomo per l’insediamento (geografia delle sedi), per gli spostamenti (geografia della circolazione), per l’utilizzazione delle risorse (geografia economica); l’organizzazione dei territori da parte delle società umane, amplissimo campo di studio che comprende la geografia politica, la geografia sociale e anche la geografia urbana, perché ormai le città non vanno più considerate soltanto come insediamenti (in tal caso il loro studio si esaurirebbe nella geografia delle sedi), ma pure, e anzi soprattutto, come centri di coordinamento e di organizzazione di territori più o meno vasti, così che all’esame delle forme e delle funzioni dei centri urbani deve legarsi indissolubilmente quello di organici spazi individuati dalle loro aree d’influenza. Un settore di grande interesse è poi quello della geografia storica che, sulla base di materiali vari (geologici, archeologici, letterari e simili), mira alla ricostruzione esplicativa dell’organizzazione territoriale del passato e all’interpretazione genetica di quella attuale.

Se la geografia può essere considerata una scienza unitaria per oggetto e fini tuttavia certamente non lo è dal punto di vista metodologico. Infatti, dovendo utilizzare dati di numerose altre scienze, essa deve ricorrere spesso ai loro metodi. Ciò, peraltro, avviene essenzialmente nella raccolta e nella selezione dei dati, ma, quando questi dati eterogenei devono essere composti per interpretare il tessuto territoriale, la geografia si vale indubbia­mente di una metodologia propria. Per lungo tempo si è fondata prevalentemente sull’induzione, partendo dall’osservazione di fatti particolari per arrivare a conclusioni generali; dalla metà del Novecento è stato utilizzato in larga misura anche il metodo deduttivo, sul quale poggia gran parte dell’edificio della geografia teoretico-quantitativa; anche in tal caso, comunque, l’osservazione torna a essere di primaria importanza per verificare le ipotesi generali, poiché la geografia non dispone di possibilità di sperimentazione. Capisaldi della metodologia geografica sono alcuni principi, per lo più già applicati e formulati dai due studiosi ritenuti i padri della geografia moderna, A. von Humboldt e C. Ritter: 1) il principio di causalità, proprio di tutte le scienze empiriche, e quelli 2) d’interdipendenza e 3) di sintesi, precipui della geografia come scienza che studia oggetti risultanti dall’interazione di molteplici elementi. Strumenti del lavoro geografico, oltre che l’osserva­zione e la ricognizione diretta, sono i dati numerici e le rappresentazioni cartografiche, gli uni e le altre indispensabili come mezzi sia di ricerca sia di presentazione dei risultati. I dati numerici sono stati già in passato utilizzati (pur sempre con la diffidenza di chi, come il geografo, sa la difficoltà di quantificare fenomeni in cui hanno larga parte anche fatti della sfera culturale) ma oggi il loro uso tende a diffondersi ulteriormente per lo sviluppo dei metodi di elaborazione elettronica. La cartografia è da sempre il miglior sussidio dello studio geografico, insostituibile in quanto permette in qualunque momento il riesame di spazi, anche molto ampi, non direttamente osservabili.

La geografia, come scienza, risale, come è dimostrato dallo stesso nome, alla età greca, e da allora fino ai nostri giorni possiamo seguirne con continuità il processo evolutivo, lungo e complesso, durante il quale essa, pur senza mai allontanarsi dal concetto generale indicato dal significato etimologico della parola (descrizione dell’orbe), ha tuttavia più volte mutato i limiti del suo campo d’indagine, i metodi di ricerca, il modo di considerare alcuni problemi, specialmente dal momento in cui essa ha cessato di essere l’unica scienza descrittiva dell’orbe. Pertanto, mentre la semplice traduzione della parola “geografia” non basta a dare un’idea concreta del contenuto della scienza, una definizione, qualunque si scelga, non può corrispondere che a un determinato stadio della sua evoluzione: come per molte altre scienze, una conoscenza chiara del suo campo e dei suoi caratteri e indirizzi attuali, si acquista meglio seguendone l’evoluzione storica.

Il nome “geografia” si trova per la prima volta, per quanto a noi consta, nell’opuscolo pseudo-aristotelico “περi γεωγραϕiα” e sembra indicasse dapprima la rappresentazione di tutta l’orbe mediante una carta (gr. πίξαξ; lat. tabula). Soltanto più tardi si estese a indicare la descrizione mediante la parola. Il nome, in ogni modo, divenne d’uso comune solamente nell’età alessandrina, forse in connessione con la grande diffusione dell’opera di Eratostene, che si intitolava appun­to “geografia e rappresentava la prima sintesi veramente scientifica di questo ramo dello scibile umano. Presso i Greci si distinse poi sempre dalla geografia, che considera tutto il mondo conosciuto e i problemi ad esso relativi, la “corografia”, descrizione di un singolo territorio o paese. (La distinzione è chiarita da Tolomeo al principio della sua opera geografica.) Ma, se la geografia come organismo scientifico ben distinto non è probabilmente anteriore all’età alessandrina, il complesso dei problemi, che i dotti alessandrini designarono poi con quel nome, formava già oggetto di studio per i pensatori della scuola ionica.

 

L’ETÀ ANTICA

L’attenzione per il territorio abitato e quelli limitrofi deve essere comparsa assai precocemente, addirittura agli albori dell’uma­nità. Quel che sappiamo con certezza è che già alla fine del 3° millennio a. C. alcuni popoli del Mediterraneo e del Medio ed Estremo Oriente possedevano elementari conoscenze geogra­fiche e rudimentali tecniche cartografiche. La geografia scientifica nacque nell’ambito della cultura greca classica e si manifestò sia con speculazioni teoriche sulla forma, sulle dimensioni e sulla rappresentazione dell’orbe, sia con descrizioni particolareggiate di paesi e genti: il filosofo ionico Anassimandro elaborò il primo disegno del mondo conosciuto; i pitagorici intuirono la sfericità dell’orbe; Aristotele affrontò vari problemi di geografia fisica; Ecateo ed Erodoto delinearono efficaci quadri di regioni visitate. Nell’età ellenistica emerse Eratostene, cui si devono la costruzione di una carta dell’ecumene e la misurazione del grado di meridiano; nel periodo romano furono ancora i Greci, e non i Latini, a far compiere progressi alla geografia, soprattutto con Strabone, autore di una vastissima opera di geografia descrittiva, e con Tolomeo che elaborò una serie di carte e ne scrisse un’introduzione esplicativa.

L’uomo fin dalla sua comparsa sulla terra ha dovuto preoccuparsi di conoscere ed esplorare il contesto in cui vive, ha dovuto essere attento a tutti i segnali provenienti dall’esterno per difendere la propria sopravvivenza. In questo processo di scoperta gli uomini antichi elaborano una propria visione del mondo e la geografia comincia a costituirsi come sapere nell’alveo delle scienze naturali e matematiche. (L’interesse e anche la necessità di misurare la terra richiedono l’utilizzo della matematica, mentre l’osservazione della natura è punto di partenza per la geografia.) I filosofi presocratici (attivi nel 6° secolo a. C.) si interrogano sulla forma della Terra anche per andare incontro ad un bisogno importante: individuare la localizzazione dei luoghi, muoversi per terra e per mare. La conoscenza della terra diventa particolarmente vantaggiosa poiché l’uomo ha bisogno di avere chiari punti di riferimento per organizzare la sua esistenza, per commerciare e anche per fare la guerra. Il primo ad utilizzare il termine “geografia” è lo studioso greco Eratostene (284-203 a. C.) che scrive un’opera intitolata appunto “geografia”, suddivisa in tre libri, della quale però conosciamo solo qualche frammento grazie ad un altro autore: Strabone. (Dai frammenti sappiamo inoltre che Eratostene tratta questioni di geografia astronomica e fisica, la posizione nello spazio, ma fornisce anche notizie sulle popolazioni.)  L’opera “geografia” in 17 libri di Strabone (risalente al 1° secolo a. C.) ci è invece pervenuta quasi del tutto integra. Egli chiarisce che la geografia è necessaria per descrivere paesi e genti. Si deve poi a Tolomeo (100-175 d. C.) e alla sua opera in otto libri sempre intitolata “geografia” la base della cartografia scientifica. Si salda così lo stretto legame tra geografia e cartografia. Questi autori stabiliscono i cardini della geografia che diventeranno la base degli studi nell’età moderna, quando la geografia acquista nuova vitalità.

Quel che è certo è che finché le conoscenze sicure dei Greci furono ristrette ai paesi circostanti al Mare Egeo (come era essenzialmente nell’età che noi designiamo col nome di omerica) l’orizzonte del mondo conosciuto era ancora troppo limitato, perché fosse possibile assurgere, dalla semplice ed elementare rassegna dei luoghi e delle genti conosciute, di cui ci offre già in sostanza un esempio il cosiddetto “catalogo delle navi” contenuto nel 2° libro dell’ “iliade”, a una elaborazione razionale dei fenomeni osservati e delle conoscenze relative alla superficie terrestre. Non è possibile discutere qui se e quale più ampio substrato di conoscenze geografiche reali vi sia nei canti omerici che descrivono le peregrinazioni di Ulisse; ma si può affermare che solo il grandioso movimento di espansione della stirpe ellenica nei paesi mediterranei, che, preparato da relazioni commerciali risalenti certo ad epoche assai più remote, si compì tra l’8° e il 6° sec. a. C., allargando rapidamente l’orizzonte del mondo conosciuto, permise ai primi studiosi dei problemi naturali di tentare le prime sintesi descrittive e figurative del mondo abitato e al tempo stesso le prime spiegazioni dei suoi fenomeni.

Le navigazioni e i viaggi che preparano la colonizzazione greca del bacino del Mediterraneo, hanno spesso, commisurati all’ambiente del tempo, il valore di veri viaggi d’esplorazione; se i nomi dei primi esploratori sono perduti (Erodoto ci conserva peraltro quello del primo navigatore che dalle coste cirenaiche avrebbe, sospinto dai venti, raggiunto le colonne d’Ercole: un tale Coleo di Samo), i risultati generali furono tuttavia grandiosi, riassumendosi nella conoscenza diretta di tutto intero il Mediterraneo col Mar Nero, nella nozione dell’Oceano esterno occidentale, dei mari meridionali (Mare Eritreo) e di un mare orientale (Caspio), e poi in una quantità di notizie indirette, più o meno sicure, su paesi e genti dell’Europa settentrionale e occidentale, dell’Asia fino ai sistemi montuosi centrali, dell’Africa fino all’Etiopia e alle sterminate distese del deserto. Una prima sintesi delle conoscenze in tal modo acquisite si ebbe nella Ionia, gran focolare allora dei commerci greci, anzi nel suo emporio principale, Mileto, che accentrava il movimento dei traffici e anche quello delle idee, dacché a Mileto era sorta la prima scuola filosofica che si suole chiamare appunto ionica.

Intorno al 550 a. C. Anassimandro di Mileto tentava appunto per la prima volta di sintetizzare tutte le conoscenze acquisite sull’orbe in un πίξαξ, ossia in una carta del mondo conosciuto. Per quel poco che se ne sa, questo era rappresentato come un disco piano, circondato tutto intorno dall’Oceano e diviso dal Mediterraneo in due parti: quella a settentrione era detta Europa, quella a meridione Asia. Anassimandro sembra poi anche che tentasse di coordinare in un sistema naturale i fenomeni dell’orbe, la quale era da lui già concepita come librantesi isolata nel cosmo. Una generazione dopo Anassimandro, pare che il suo conterraneo Ecateo accompagnasse alla carta (probabilmente perfezionata e accresciuta per le nuove conoscenze acquistate nel frattempo, soprattutto sull’Oriente asiatico, in virtù delle relazioni allacciate col nuovo impero persiano) una descrizione di tutto il mondo conosciuto, in due libri (uno dedicato all’Europa e l’altro all’Asia).

Mentre gli stessi dotti greci delle età più tarde sembra riconoscessero in Anassimandro e in Ecateo i fondatori della geografia, per noi Anassimandro appare in sostanza il primo rappresentante di una corrente che avrà poi seguito per tutta l’età classica e anche più tardi, e che considera come compito e oggetto fondamentale della geografia la delineazione di carte e lo studio dei procedimenti per eseguirle. Ecateo, invece, potrebbe considerarsi come il precursore di un indirizzo che intende la geografia in senso alquanto più largo, cioè come descrizione generale dei paesi e delle genti, con intenti scientifici e pratici insieme, descrizione fondata però anch’essa sulla figurazione grafica (carta), che appare sempre il substrato principale. Che la carta del mondo servisse sin d’allora a scopi pratici si ricava da un noto passo di Erodoto (5°: 49), dal quale risulta ch’essa era consultata in trattative di carattere, diremmo noi, diplomatico.

Ma al tempo di Ecateo, o poco dopo, si manifesta anche l’interesse per la conoscenza dei singoli popoli, dei loro paesi, della loro storia: sorgono, in altri termini, le “corografie”, le quali, circoscritte a una singola regione, mescolano all’elemento più propriamente geografico, quello etnico e quello storico. Tali, forse, le “corografie” di Ellanico, che dedicava quasi a ogni popolo un’opera speciale. Tali anche, in sostanza, quelle di Erodoto, che invece le inserisce come digressioni in un’opera storica di vasta tessitura.

Esistevano poi, sin da epoca assai remota, operette molto più modeste, con intenti esclusivamente pratici, che descrivevano le coste e i paesi costieri ad uso dei naviganti, indicando le distanze da approdo ad approdo, raccogliendo altre sobrie notizie interessanti la navigazione e anche indicazioni generali sui popoli che s’incontravano lungo ogni costa, sui prodotti e gli articoli di commercio, e simili Anche queste operette, dette in greco Peripli (delle quali il primo esempio a noi pervenuto è il “periplo” che va sotto il nome di Scilace, un personaggio appartenuto al 6° sec. a. C.; molto anteriore è peraltro il periplo che forma il substrato dell’”ora mantima” di Avieno), debbono essere ricordate, perché il loro successivo sviluppo non mancherà d’influire, più tardi, sull’indirizzo della geografia.

Le geografia ionica di Anassimandro, di Ecateo e dei loro successori, si fondava, come si è accennato, sulla concezione dell’orbe come un disco piano (forse la faccia superiore di un cilindro, secondo Anassimandro) librantesi nel cosmo; concezione che, nonostante vivaci attacchi parziali, rimane in piedi per tutto il secolo 5°, durante il quale anche il libro di Ecateo sembra conservasse la sua autorità e forse si riproducesse, in edizioni aggiornate. Ma nel corso di quel secolo, nell’Italia meridionale, Pitagora e la scuola dei primi Pitagorici giunge alla concezione della sfericità terrestre, destinata naturalmente a sconvolgere le basi cardinali della geografia ionica. La dottrina della sfericità terrestre era già dimostrata con prove dalla seconda generazione dei Pitagorici: Parmenide (513-440) indagava anzi le diverse condizioni d’illuminazione della sfera terrestre da parte del Sole e in relazione ad esse le diverse condizioni di temperatura; trasferendo sull’orbe una divisione della sfera celeste già da altri (per esempio, da Senofane) escogitata in rapporto al cammino annuo del sole, fondava la teoria delle cinque zone astronomiche e di esse precisava le caratteristiche climatiche.

Nella Grecia occidentale, e specialmente nella Ionia, la dottrina della sfericità terrestre sembra trovasse dapprima opposizione (per esempio, da parte di Democrito); ma al tempo di Platone si può considerare come consolidata ormai definitivamente. Essa ebbe un’importanza così straordinaria di cui oggi stentiamo a rendercene conto: oltre a rendere possibile, ad esempio, la spiegazione razionale di fenomeni come quello delle stagioni e ad aprire perciò l’adito allo studio scientifico dei fatti climatici, fece sì che si affacciasse per la prima volta il problema di misurare le dimensioni dell’orbe. Sembra che si debba al matematico Eudosso un primo tentativo al riguardo, che avrebbe dato per risultato la cifra di 400,000 stadî per la circonferenza orbica, cifra riferita da Aristotele. A questo ultimo dobbiamo poi le prime speculazioni sull’orbe e sulla sua posizione nel cosmo e nel sistema solare, moventi dal principio della sfericità terrestre; e inoltre tutto un sistema di dottrine geofisiche basate su questo stesso principio, e quindi profondamente divergenti da quelle dei pensatori ionici; anzi può dirsi che sotto i fieri colpi della critica aristotelica, il sistema cosmologico e geografico degli Ionî cada definitivamente. Aristotele trattò di geografia in varie opere; e particolarmente nei quattro libri della sua “meteorologia” discusse quasi tutti i problemi dei quali si occupa la moderna geografia fisica; ma, mente soprattutto speculativa, non tentò una nuova elaborazione generale dei dati dell’osservazione e dell’esperienza, né, tanto meno, una nuova sintesi delle conoscenze geografiche; secondo recenti studî, le sue conoscenze positive sul mondo abitato non risultano così larghe come si potrebbe credere. L’abitabile (l’οἰκουμένη) appariva in realtà nel sec. 4° sempre più vasto. Grande eco avevano avuto nel mondo greco le spedizioni del cartaginese Annone lungo le coste dell’Africa occidentale nel sec. 5°; altre conoscenze si erano acquistate sui paesi dell’Occidente europeo, come dell’Oriente asiatico. Negli ultimi trent’anni del sec. 4° si ha poi un rapido allargamento dell’orizzonte conosciuto. Le spedizioni militari di Alessandro Magno dall’Asia Minore al deserto libico e poi attraverso tutto lo sterminato impero persiano fin oltre le barriere montuose dell’Asia centrale, fino entro le steppe inospiti del Turkestan, fino alle ricche vallate dell’India, rivelano una quantità di cose nuove e inaudite: l’estensione insospettata del continente asiatico, i grandi sistemi di montagne, le vaste aree desertiche, le maestose correnti fluviali dell’India, l’Oceano meridionale per la prima volta navigato dalla flotta di Nearco dall’Indo all’Eufrate; forse fin d’allora, per vaga eco, i remotissimi paesi della seta. Tutta una serie di fenomeni prima ignoti (dall’alternanza semestrale dei venti monsonici al ritmo misterioso delle maree oceaniche) tutta un’accolta mai vista del mondo vegetale e animale sono state registrate e messe insieme da studiosi peregrinanti al seguito degli eserciti. Sotto i Diadochi il movimento continua: il regno dei Seleucidi mantiene relazioni strette con l’India, visitata e studiata da Patrocle, da Megastene, da Dàimaco; i Tolomei estendono la cerchia dei rapporti commerciali con l’Africa orientale e con i paesi del Nilo.

Dall’altro lato del mondo conosciuto, ancora verso il 330, il marsigliese Pitea, muovendo alla ricerca dei paesi di provenienza dello stagno e dell’ambra, naviga le coste atlantiche della Gallia e della Germania, riconosce le isole britanniche e tutti i mari adiacenti fino a una remotissima isola di Tule, posta tra le brume impenetrabili di un oceano irrigidito dai ghiacci, agli estremi confini dell’ecumene (forse la costa norvegese). E anche in questo caso si poté acquisire una quantità di osservazioni e di notizie nuove e allettanti, così nuove, sorprendenti e meravigliose da sembrare spesso incredibili e da far sorgere l’accusa di ciarlatano mossa al grande navigatore di Marsiglia, restituito invece in pieno onore dalla critica moderna.

I risultati di tutto questo grande movimento di esplorazione confluivano facilmente ad Alessandria, il massimo, allora, fra i centri mediterranei; e quivi una mente sintetica imprese ancora una volta a coordinare, vagliare e sistemare la nuova, larghissima messe di fatti e di osservazioni: si tratta di Eratostene di Cirene (284-203), cui dobbiamo la prima opera a noi nota che portasse il titolo di “geografia”. Egli è celebre soprattutto per aver calcolato le dimensioni dell’orbe misurando il valore angolare dell’arco di meridiano Alessandria-Siene, la cui distanza lineare era ben nota per i dati ufficiali egiziani; il risultato della misura, dalla quale si ricavava il valore di 252,000 stadî (pari a 39,690 km.) per l’intera circonferenza terrestre, ci appare meravigliosamente preciso, se consideriamo che 40,075 km. è infatti la misura esatta, pari a 254,4 stadî egizi (uno stadio egizio, lo ricordiamo, è pari a 157,5 m.). Compito precipuo della geografia è anche per Eratostene la preparazione di una carta del mondo conosciuto rispondente allo stato delle conoscenze attuali (lavoro nel quale egli aveva avuto, come pur forse in quello della misura delle dimensioni terrestri, un precursore in Dicearco da Messina); ma il geografo di Alessandria prende in esame ed attrae nell’ambito della scienza nuovamente costituita tutto il complesso dei problemi preliminari e fondamentali che direttamente o indirettamente si collegano con quel compito principale: tratta perciò della forma e delle dimensioni dell’orbe, delle trasformazioni della superficie terrestre, delle dimensioni e partizione dell’ecumene e degli oceani; discute i fondamenti geometrici per la costruzione della carta, quali i dati di longitudine e latitudine e quelli itinerarî vagliandoli criticamente; coordina infine a guisa di commento della carta, una sobria descrizione dei paesi e delle genti, secondo una divisione dell’orbe in territorî, cui è dato un contorno approssimativamente geometrico. Perduta, insieme con l’opera, la carta eratostenica, se ne conoscono alcuni elementi fondamentali: linea-base di essa il διάϕραγμα, corrente iri senso Ovest-Est, dalle colonne d’Ercole alle montagne dell’Asia centrale, già utilizzato da Dicearco. In conclusione la geografia, quale ci appare dall’opera di Eratostene, pur coordinando i suoi oggetti intorno al problema massimo della costruzione della carta del mondo, contiene già gli elementi di una geografia matematica e fisica generale e di una geografia descrittiva regionale, l’una e l’altra appoggiate, non a pure speculazioni teoriche, ma a dati di osservazione e a notizie di fatto. Eratostene può considerarsi come il massimo dei geografi greci, e il carattere, ora accennato, che la scienza geografica assume nella sua opera, ebbe larga risonanza anche in avvenire.

La seconda metà del sec. 3° è certamente l’epoca più splendida per la scienza geografica antica. Allargatisi enormemente gli spazî conosciuti, note la forma e le dimensioni dell’orbe, si giunge anche, attraverso una serie d’ipotesi sempre più vicine al vero (con Eraclide), alla prima bozza della concezione del sistema eliocentrico, per opera di Aristarco di Samo, il quale intravvide forse anche i principi della rotazione del nostro pianeta. Né le terre e gli oceani appaiono più barriere invalicabili ai viaggiatori e ai naviganti, resi fiduciosi dall’esperienza di fortunati ardimenti; lo stimolo della ricerca scientifica si acuisce, e compaiono opere particolari di meteorologia, di orografia, d’idrografia, di geografia botanica; si rinnovano, più voluminosi e ricchi di ogni sorta d’indicazioni, i Peripli ad uso degli uomini di mare.

L’indirizzo, che può dirsi eratostenico, ebbe avversarî e continuatori. Tra gli avversarî si annovera di solito uno dei maggiori astronomi greci, Ipparco (circa 190-125), il quale muoveva critiche principalmente alla carta di Eratostene, trovandone insufficienti i fondamenti astronomici, i soli sicuri; ma, non potendo egli stesso offrirne di più esatti, si dedicava a preparare, con sottile e paziente lavoro, i materiali dai quali i posteri avrebbero potuto trarre, con facili osservazioni, le basi per delineare carte più rigorose. Tra i continuatori può ascriversi lo stoico Posidonio di Apamea (circa 140-65 a. C.), il quale, all’esperienza accumulata in numerosi viaggi scientifici, accoppiava una visione ancor più larga della scienza geografica. Nel suo libro “περι Ωκεανού” egli corroborava e allargava con più ampio suffragio di dati di osservazione le dottrine fondamentali di Eratostene, trattando dei fenomeni dell’oceano (a lui si deve una teoria delle maree elaborata in base a osservazioni personali eseguite a Cadice) e considerando anche problemi non trattati da Eratostene (per esempio, i vulcani e i terremoti); ai fenomeni atmosferici nel senso più largo dedicava un’opera speciale, la “meteorologia”. L’unità e continuità dell’Oceano già affermata da Eratostene, è confermata da Posidonio in base anche alle notizie sulle navigazioni di Eudosso di Cizico (120-115 a. C.) lungo le coste africane. Notevole è pure in Posidonio l’accenno a ricerche d’indole etnologica e allo studio di taluni fatti relativi all’influenza dell’ambiente sull’uomo (già studiati del resto, ma sotto un altro punto di vista, da Ippocrate e dalla sua scuola e che rientrano oggi nel dominio dell’odierna antropo-geografia) sicchè potrebbe dirsi che con Posidonio si delinei forse la più vasta e completa concezione della scienza geografica che l’evo antico abbia elaborato e formulato e a noi tràdito. Ciò nondimeno l’influenza di Posidonio sul successivo svolgimento della nostra scienza, fu inferiore a quella di Eratostene, poiché il primo, esponendo i risultati delle sue ricerche in parecchie opere diverse, non eseguì un vero e proprio lavoro generale di sintesi, dal quale potesse emergere una più completa determinazione dell’oggetto e dell’indirizzo della geografia. Ma soprattutto è da por mente al rivolgimento che si preparava nella concezione generale di tutte le scienze, nel periodo durante il quale, col graduale affermarsi dell’egemonia di Roma, lo spirito greco, più proclive alla pura indagine scientifica, venne a contatto con lo spirito romano, tendente piuttosto a fini pratici.

Le campagne militari che condussero al consolidamento del dominio romano sui paesi mediterranei, dalla seconda metà del sec. 2° a. C., ai primi decennî dell’era volgare, giovarono grandemente anche ai progressi delle conoscenze geografiche. I Greci, popolo essenzialmente marinaro, avevano riconosciuto i paesi costieri: ora la carta del mondo si riempie e si precisa per la migliore conoscenza dei paesi interni. Si acquista, per esempio, cognizione larga e sicura delle regioni alpine, prima note assai imperfettamente, della Gallia e delle parti più interne e meno accessibili dell’Iberia, e si schiudono pure la Britannia e la Germania. Si esplorano inoltre vaste plaghe dell’Africa settentrionale, dall’altipiano etiopico e dall’alta valle del Nilo risalita sotto Nerone assai a monte della confluenza dei due rami principali, alla Libia frugata da più spedizioni militari fin nel cuore del Sahara, all’Atlante, valicato fino al centro dell’attuale Marocco. E ancora: in Asia si riconoscono le regioni montuose (segregate) dell’Armenia, l’Arabia, i territorî di là dal Ponto; nel sec. I d. C. si riannodano relazioni coi paesi dell’Oceano meridionale rimasti sino allora fuori del mondo romano. Eco lontana giunge d’isole sperdute ai confini dell’abitabile: la remota Taprobane nell’Oceano meridionale, le Isole Fortunate e forse Madera, ubertose e feconde nel grembo dell’Oceano occidentale, una Scania e altri gruppi inaccessi nell’estremo Nord, presso la remotissima Tule, velata dalla leggenda. E giungono rinnovate novelle dei paesi dei Seri e dei Sini, popolosi e industriosi, ma rifuggenti da contatti con altre genti; si modificano le concezioni sull’inabitabilità della zona torrida, spesso affermata in passato, mentre ora si apprende l’esistenza di numerose genti etiopiche disseminate di là dai deserti africani; si comincia anche ad aver sentore di tribù nomadi popolanti le gelide distese del Settentrione europeo, presso le sedi dei favolosi Iperborei.

A Roma, dove queste notizie erano raccolte avidamente nel mondo delle persone colte, si elaborano nuove sintesi generali delle conoscenze geografiche, soprattutto nell’epoca di Augusto e immediatamente dopo. Scrittori latini o vissuti nell’ambiente latino si erano occupati di geografia anche precedentemente: Polibio, per esempio, aveva introdotto nella sua grande opera storica numerosi excursus geografici, seguendo un esempio che risaliva ad Erodoto ed era stato poi seguito spesso da altri (per esempio Timeo) e lasciarono scritti geografici, oggi perduti, anche Varrone e Sallustio. Ma al tempo di Augusto la redazione di opere riassuntive anche nel campo geografico è favorita da tutto il lavoro di riordinamento e di sistemazione dell’impero romano, promosso da Augusto stesso, e al quale si collegano opere itinerarie, catastali, descrizioni ufficiali delle provincie, e simili. Il grande coadiutore di Augusto, Agrippa, fa incidere ed esporre al pubblico, in un portico di Roma (la Porticus Pollae), una carta dell’impero; pochi anni dopo, Strabone scrive in greco, ma ad uso dei Romani, la sua “geografia” in 17 libri, Plinio il Vecchio inserisce nella “naturalis historia una descrizione dell’orbe (libri 2°-4°), e infine Pomponio Mela scrive il “de situ orbis”. Di queste tre opere, non le ultime due, inspirate a intendimenti speciali e circoscritti (mi riferisco a MelaPlinio), bensì la prima giova a illustrare il concetto romano della geografia. Secondo Strabone questa scienza, lasciando all’astronomia, alla geometria, alla fisica le indagini particolari sulla forma e le dimensioni del globo e in genere sui fenomeni naturali, e limitandosi ad accoglierne, come fondamenti necessarî, i risultati generali, ha per intento di descrivere gli spazî accessibili della terra e del mare, che sono la sede dell’umana attività: illustra cioè i singoli paesi nella loro situazione, nelle loro caratteristiche climatiche e biologiche, nei prodotti e in tutto quanto ha attinenza con gli abitanti, con le loro istituzioni e peculiarità della vita pubblica e sociale. Fine supremo della geografia sarebbe quello di mostrare l’influsso che le condizioni naturali di ogni paese esercitano sui costumi, i modi di vita, gli ordinamenti degli abitanti; e ciò risponde a un concetto filosofico della nostra scienza, quale si ritroverà, chiaramente espresso, solo molto più tardi, alla fine del sec. 18° o al principio del 19°. Ma l’intento pratico più importante, il solo che veramente preoccupi Strabone, è quello di fornire un insieme ben coordinato di notizie utili agli uomini di stato e di governo, ai capi di spedizioni militari, ai rettori delle provincie, e simili ai quali, secondo l’autore, la geografia è soprattutto necessaria. Ne consegue che l’opera straboniana, pur molto voluminosa (la più ampia, anzi, che tra le opere geografiche antiche sia giunta a noi) si attiene ancora in sostanza all’ordinamento di quelle opere di carattere più schiettamente pratico quali i Peripli, di cui la letteratura greca era dotata, come si è visto, da tempi antichi e che dalla primitiva sobrietà erano a poco a poco cresciuti d’importanza e di estensione, fino a raggiungere la mole del “periplo” di Artemidoro (circa 100 a. C.), in 11 libri, probabilmente appunto una delle fonti principali di Strabone.

Omettendo qui l’accenno a minori opere romane più tarde, che accentuano ancor più il carattere pratico della geografia e rivelano per contro una sempre maggior deficienza nel lavoro di critica e di elaborazione scientifica dei dati (si vedano ad esempio, i “collectanea di Giulio Solino), e lasciando da parte la letteratura degl’Itinerarî, scritti o disegnati, si vuol ricordare che anche dopo l’epoca di Strabone e di Plinio, le conoscenze geografiche si estendono nuovamente, soprattutto in virtù delle spedizioni militari, che allargarono l’Impero di Roma ai suoi massimi confini, e del movimento commerciale che ne conseguì; specialmente sui paesi del Settentrione e dell’Oriente europeo, su quelli dell’Asia centrale e quelli circostanti all’Oceano meridionale si apprendono nuovi particolari: popoli e città, vie commerciali ed emporî marittimi. Corrisponde all’incirca all’epoca della massima estensione dell’Impero romano l’opera del geografo Marino di Tiro, che noi conosciamo unicamente attraverso quella, di poco posteriore, e che, a detta del suo stesso autore, è da considerarsene come un perfeziona­mento, la “γεωγραϕικη υϕηγησις” di Claudio Tolomeo (intorno alla metà del sec. 2° d. C.). Secondo Tolomeo la geografia, lasciando, come si è già detto, la descrizione delle singole regioni terrestri alla corografia, ha per unico compito la descrizione grafica di tutta l’ecumene, lo studio dei fondamenti matematici di questa nonchè quindi la preparazione critica dei materiali relativi. Null’altro contiene la sua opera geografica, giunta intera fino a noi e accompagnata da carte (che peraltro è dubbio se e quanto mantengano della redazione originale), sintesi grafica delle conoscenze acquistate nel periodo in cui l’ecumene nota agli antichi raggiunse i più larghi confini. Tale sintesi è per vero elaborata, non in Roma, ma in Alessandria e da un dotto vivente (come il suo precursore Marino) nell’ambiente orientale, del che bisogna forse tener conto per spiegare come le parti relative all’Africa e all’Oriente contengano spesso elementi originali più copiosi e più attendibili di quelle relative all’occidente o al settentrione europeo. Infatti, mentre il geografo alessandrino ha informazioni imperfette sulla forma e le dimensioni della Britannia (pur circumnavigata dalla flotta di Agricola nell’80 d. C.) e manifesta lacune ed errori riguardo ai paesi prospicienti al Mare del Nord e al Baltico (che ritiene un seno dell’Oceano), egli viceversa (o meglio il suo precursore): conosce molte cose, attraverso informazioni di mercanti, sul paese dei Seri e sulla via “della seta” traversante l’Asia centrale; ha larghe, se pur indirette, notizie anche delle coste sud-orientali dell’Asia (Indocina e Isole Malesi); conosce inoltre dell’Africa molti paesi trans-sahariani, il Niger, i laghi sorgentiferi del Nilo, e le coste orientali fin verso Zanzibar e più oltre, sebbene, per un errore di cui è pur difficile dare spiegazione, ritenga l’Oceano Indiano un mare chiuso a Sud da una orbe incognita riunente l’Africa orientale all’Asia. Le dimensioni dell’ecumene calcola Tolomeo in 40,000 stadî nel senso della latitudine (circa 80 gradi da Agisymba, l’estremo paese conosciuto a Sud, 16°25′ S. fino a Tule e 63° N.) e 90,000 stadî nel senso della longitudine (180° dalle Isole Fortunate alla metropoli dei Seri); tali cifre, enormemente esagerate per le longitudini (e Tolomeo riduce assai i dati ancor più esagerati di Marino), ci additano dunque quale apparisse la misura dell’abitabile alla mente dei dotti nel periodo che ne ebbe, di tutta l’età classica, la visione più larga e completa.

Tolomeo, come già Ipparco, vede il compito della geografia più da astronomo che da geografo. Prescindendo dalla sua concezione, si può forse affermare che la geografia dell’evo antico presenta essenzialmente due indirizzi: quello che può dirsì eratostenico, più comprensivo e più generale, in quanto attrae nel suo campo d’indagine tutti i fenomeni del globo terraqueo anche nelle loro correlazioni, pur ponendo in prima linea il compito cartografico; quello che può dirsi straboniano, più limitato, più descrittivo e pratico, che fa oggetto precipuo della nostra scienza l’orbe abitata, considerata nelle varie parti o regioni in cui si divide. Non si tratta tuttavia, per dire il vero, d’indirizzi opposti: l’opera di Eratostene conteneva pure, come si è accennato, lo schema di una geografia descrittiva, mentre quella di Strabone si apre con due libri dedicati ad esporre le questioni teoriche di geografia generale. Diversi sono piuttosto gl’intenti, che rispondono in fondo a diverse tendenze dello spirito greco e del romano ed anche a necessità diverse dei tempi. Comune è il fondamento della scienza: l’elaborazione dei dati di fatto, procurati dall’osservazione e dall’esperienza. Pertanto la geografia nell’età classica ci appare come una scienza positiva, le cui fasi di sviluppo sono costantemente legate a progressi delle conoscenze spaziali (esplorazioni, viaggi, spedizioni, e simili), e come una scienza sintetica, che prospera soprattutto là dove siano centri civili e focolari di studio a cui convergano i risultati dell’attività esploratrice e nei quali si esplichi il lavoro di critici atti all’opera di coordinazione, di selezione, di elaborazione dei materiali raccolti.

 

IL MEDIEVO

L’opera di Tolomeo chiuse la fioritura di studi geografici e cartografici dell’antichità. Dimenticata anch’essa nei secoli successivi, la sua opera fu riscoperta in seguito e restò una fonte indiscussa fino al Cinquecento: infatti, per tutto l’Alto Medioevo, non solo la geografia non compì progressi, ma andarono perdute molte delle intuizioni degli studiosi greci, compresa quella della sfericità dell’orbe. La diminuzione dei contatti tra i gruppi umani stanziati nelle varie parti d’Europa e sui bordi africani e asiatici del Mediterraneo ostacolava gli scambi di idee e di conoscenze; la mancanza di grandi centri culturali impediva il sorgere di scuole. La vivace cultura arabo-islamica stimolò redazioni di giornali di viaggio, che però furono solo suggestive opere di geografia descrittiva. Con la scolastica rinacque l’interesse per questioni cosmografiche e geografiche e si cominciò a guardare al patrimonio culturale del passato con occhio più libero, preparando così la strada alle grandi scoperte. I lunghi viaggi terrestri e soprattutto le navigazioni dal 15° al 18° secolo dischiusero e dispiegarono agli Europei tutti i mari del mondo e permisero di delineare con buona approssimazione i contorni di quasi tutte le terre: per lungo tempo, storia delle esplorazioni e storia della conoscenza geografica coincisero. I frutti delle nuove cognizioni furono soprattutto cartografici: dalle carte nautiche, senza reticolato geografico ma tanto più esatte delle vecchie carte tolemaiche, ai vari mappamondi, ai grandi atlanti fiamminghi di geografia di G. Mercatore e di A. Ortelio. I progressi delle conoscenze non ebbero invece riflesso in valide opere scritte, tra le quali troviamo solo interessanti relazioni di viaggio o vaste descrizioni divulgative, come quella di S. Münster. La geografia, quindi, esaltava il suo momento grafico e descrittivo, mentre non diede luogo a costruzioni razionali, non ricercò leggi, non si fece scienza; occorre arrivare alla metà del 16° secolo per trovare un’opera che tenti una sistemazione e una generalizzazione razionalizzante, quale fu quella di Varenio, la quale, peraltro, passò quasi inosservata. Bisogna anzitutto aver presenti i fatti e i caratteri generali ora segnalati, che hanno riscontro anche, come vedremo, nelle ulteriori fasi di sviluppo della nostra scienza quando si voglia esaminare e vagliare criticamente le condizioni della geografia del Medioevo.

Veramente una scienza geografica nel senso classico della parola, nel Medioevo, non esiste, in nessuno degl’indirizzi già veduti: la stessa parola “geografia” è usata molto di rado; le maggiori opere geografiche antiche, per esempio, quelle di Eratostene, di Posidonio, di Strabone, dello stesso Tolomeo, sono quasi del tutto dimenticate. Non è esatto indicare, come spesso si fa, quale causa principale di questa decadenza, il restringersi dell’orizzonte geografico. I Bizantini prima, gli Arabi poi ebbero di taluni paesi dell’Oriente asiatico e dell’Africa notizie più larghe di quelle che non si avessero in qualunque periodo dell’evo classico; i Normanni conobbero le terre nordiche e l’Atlantico settentrionale come mai si conobbero dagli antichi. E nel Medioevo si viaggiava anche molto di più di quanto comunemente non si creda. Ma è, piuttosto, che le relazioni fra le varie parti dell’orbe s’interruppero o si rallentarono: la meravigliosa unità di vita civile e politica creata dai Romani si spezzò, non il mondo conosciuto si restrinse, ma piuttosto si scisse in tanti mondi chiusi. E venne a mancare assai presto, nel mondo occidentale almeno, un centro intellettuale universale, che esercitasse, nel campo del sapere, la funzione esercitata nell’antichità da Atene, da Alessandria, da Roma; la scienza si ridusse nei conventi; venne meno o si attenuò lo spirito di osservazione del mondo che ci circonda e anche l’interessamento per i fenomeni terrestri, base fondamentale della geografia, come di tutte le scienze della natura. Ond’è che le concezioni cosmiche generali si riducono talora a immaginazioni che a noi sembrano infantili e nelle quali, sotto l’influenza d’idee religiose, hanno gran parte concetti simbolici (per Cosma Indicopleuste, per esempio, il tabernacolo ebraico dà lo schema della forma del cosmo); nozioni che sembravano definitivamente acquisite, come quella della sfericità terrestre, talvolta si annebbiano, mentre si radicano nuovamente antiche opinioni errate, come quella dell’inabitabi­lità della zona torrida. Le rappresentazioni cartografiche del mondo conosciuto, influenzate sovente da concetti religiosi e cristallizzate in schemi che non hanno quasi più nulla di comune con la realtà risuscitano forme e tipi che richiamano per taluni caratteri quelli delle figurazioni greche più antiche. Le opere nelle quali si tratta di geografia (soprattutto gli scritti di S. Isidoro, di Beda e di altri Padri della Chiesa, nonchè l’”imago mundi di Onorio), ridotte spesso a cataloghi di nomi per uso delle scuole, sono attinte in prevalenza alle fonti meno autorevoli dell’età romana (quali Plinio, Mela, e Solino) o rielaborano materiale itinerario pure di provenienza romana (come nel caso della “cosmografia” del cosiddetto Anonimo Ravennate): relativamente rari sono gli scritti contenenti notizie geografiche di sapore originale o riflessi di vita contemporanea (tra quesie possiamo citare solo il “liber de mensura orbis et terrae del monaco Dicuil).

Quanto alla conoscenza spaziale della superficie terrestre, si può far cenno anzitutto dei risultati derivati dal grande movimento di propaganda del cristianesimo, che, tra la fine del sec. 5° e la fine del 9°, guadagna i paesi germanici fino all’Elba, la Danimarca, la Svezia e taluni paesi slavi, come la Boemia. Un grande centro d’irradiazione è l’Irlanda, donde muovono ardite navigazioni alla ricerca di terre da evangelizzare in seno all’Atlantico; si scoprono così le Shetland, le Faerør, l’Islanda e forse altre terre più lontane, delle quali peraltro non rimase più nozione sicura. Non sono rari, neppure nei secoli che passano per i più oscuri, i pellegrinaggi in Terrasanta, che dànno luogo a una notevole letteratura d’itinerarî (Eteria intorno al 535, Antonino intorno al 570, Arculfo intorno al 680, e Willibaldo nel 725); taluno visita anche l’Egitto e si spinge fino alla Mesopotamia. Più oltre giungono mercanti bizantini o viaggiatori egiziani: Cosma Indicopleuste s’inoltra fino all’odierna Silon (la Taprobane delle fonti antiche), Zemarco fino al Tien shan in Turkestan (nel 568). Ma le notizie arrecate da questi ed altri viaggiatori rimasero circoscritte in ambienti molto limitati e non arrecarono frutti durevoli.

Ebbero grandi focolari di vita civile gli Arabi, come ebbero grandi viaggiatori; presso di loro fiorì infatti una ricca letteratura geografica di carattere essenzialmente descrittivo. Ma le opere dei geografi arabi furono solo scarsamente e tardivamente conosciute; presso di loro rimasero estranee all’evoluzione dottrinale della scienza, quale a noi interessa seguirla in occidente. Tuttavia merito singolare degli Arabi, che giovò anche agli Occidentali, fu di aver conservato l’opera astronomica di Tolomeo, il famoso Almagesto che fu la base principale delle loro dottrine astronomiche; e merito non minore quello di avere, pur attraverso le manipolazioni dei commentatori, perpetuato fra noi le dottrine fisiche e naturali di Aristotele.

Queste tendenze furono portate all’esagerazione in Occidente nel periodo scolastico, quando si riprese l’esame dei problemi intorno al globo terraqueo sulla falsariga dei principî fisici di Aristotele e del sistema cosmico di Tolomeo, fra loro insieme compenetrati, e inquadrati poi nell’organismo delle dottrine religiose cristiane. Appunto perché le dottrine aristotelico-tolemaiche sul cosmo, sulla situazione dell’orbe in esso, sulle sfere celesti e sugli elementi, ben si armonizzavano con i fondamenti teologici del cristianesimo, i nomi dei due dotti greci crebbero fino ad acquistare un’autorità assoluta: Alberto Magno, Vincenzo di Beauvais, e altri grandi scrittori del periodo scolastico, che si occuparono anche di problemi geografici, furono paghi di ricollegare le loro teorie coi supremi principî della fisica aristotelica, senza curarsi se esse rispondessero alla realtà dei fatti osservati.

La scarsezza dei rapporti intellettuali fra i varî paesi e più il fatto che, almeno in Occidente, la maggioranza degli studiosi proviene pur sempre dal mondo ecclesiastico, e vive perciò in ambienti segregati, ritardarono assai il diffondersi delle conoscenze nuove, anche quando, dopo il Mille, si ripresero gradualmente i viaggi in paesi lontani. Mirabili furono ad esempio, le navigazioni dei Normanni nell’Atlantico settentrionale, le quali, dopo la definitiva colonizzazione dell’Islanda (nel sec. 9°) e la scoperta della Groenlandia (nel sec. 10°), condussero, sui primordi del secolo 11°, all’inconsapevole scoperta di alcuni lembi del continente americano; ma i risultati di esse non uscirono dal mondo nordico e nessuna eco ne giunse ai centri civili del Mediterraneo. Vantaggio molto maggiore venne al progresso delle conoscenze geografiche da tutto quel movimento che si collega con le Crociate, soprattutto per le relazioni commerciali che alcune delle nostre repubbliche marinare (sin dal sec. 9° in rapporto di traffici coi porti africani e asiatici del Mediterraneo) allacciarono con tutto il vicino Oriente, dove, per gli aiuti dati alle imprese di Terrasanta, acquistarono fattorie, fondachi e privilegi d’ogni sorta. Forse fino alla metà del sec. 13° nessun commerciante occidentale valicò le frontiere della Siria o dell’Armenia; ma ai porti del Levante e del Mar Nero, frequentati da Pisani, Genovesi e Veneziani, come da Provenzali e Catalani, affluivano, per vie carovaniere, le merci non pur dalla Mesopotamia, dall’Arabia, dalla Persia, ma sì anche dall’India e dalla Cina; e con le merci, notizie, sia pure indirette, dei paesi di origine.

E dopo la metà del sec. 13°, quietatosi il torrente impetuoso dell’invasione mongolica che, per qualche tempo, parve dovesse tutto travolgere, anche il più lontano Oriente si aprì ai popoli mediterranei: viaggi di missionarî, a cominciare da Giovanni da Pian del Carpine e da Rubruck, e di mercanti a cominciare da Niccolò, Matteo e Marco Polo (1271-95), rivelano tutta l’Asia meridionale e orientale e la Cina intera, percorsa da Marco fin nelle più riposte province, insieme con i paesi contermini, dal Tibet alla Cocincina. Nuova messe di notizie procurano Oderico da Pordenone, Giovanni de’ Marignolli, e tutta la folla anonima dei mercanti, ai quali si deve il moltiplicarsi dei traffici, per strade divenute in breve volger di tempo agevoli e familiari, nonostante le tappe lunghissime; giunge novella anche dell’Oceano che bagna ad oriente la Cina, delle numerosissime isole in quello disseminate e del lontano e meravigliosamente ricco paese del Cipangu (Giappone). In pari tempo navigatori italiani, in prima linea genovesi, sfidando il mistero dell’oceano occidentale, rimasto per tutto il Medioevo barriera inaccessibile, si spingono lungo le coste africane, osano di tentare la circumnavigazione dell’Africa (celebre l’impresa dei fratelli Vivaldi nel 1291), ritrovano le Canarie e Madera, e, avventuratisi in mare aperto, scoprono le Azzorre (nella prima metà del sec. 13°).

Tuttavia l’attenzione dei dotti (chiusi ancora nella cerchia delle speculazioni astratte) non sembra ridestarsi; più d’uno dei maggiori viaggiatori, in prima linea lo stesso Marco Polo, è tacciato di ciarlatano; le nuove carte elaborate da studiosi monaci nell’ombra dei chiostri, anche se ormai lontane dal rozzo schematismo di quelle dell’alto Medioevo, ignorano del tutto le scoperte nuove.

Ma sono necessità d’ordine pratico quelle che avviano, sia pure per cammini indiretti, il risorgere della geografia. I moltiplicati bisogni della navigazione, enormemente sviluppata, producono anzitutto le nuove carte nautiche, che appaiono quasi improvvisamente dopo la metà del sec. 13° e sono di tutt’altro stile e di una superiorità incomparabile rispetto a tutti i prodotti cartografici medievali. Sono rilievi dei mari e delle coste più frequentemente navigate (dapprima le sole coste del Mediterraneo, poi anche le coste atlantiche dell’Europa e dell’Africa) ma quelle figurano con meravigliosa esattezza e con dovizia grande di particolari. La loro diffusione, dai primordi del sec. 13° a tutto il 16° fa passi giganteschi. Insieme con l’invenzione della bussola marina e con l’ardimentoso estendersi della navigazione che ne consegue, le carte nautiche, e i portolani che in certo modo le integrano, sono appunto i segni annunziatori della nuova scienza geografica.

 

L’ETÀ MODERNA

Come detto, nel Medioevo la geografia registra scarso interesse proprio per l’attenzione rivolta principalmente alle questioni teologiche e non alle altre scienze. L’interesse per i classici, specifico dell’Umanesimo e del Rinascimento, fa riscoprire appunto i testi antichi di Strabone e di Tolomeo, ma l’impulso agli studi geografici è dato pure dai viaggi e dalle scoperte geografiche. I classici vengono tradotti e interpretati per recuperare le conoscenze del passato, mentre le scoperte geografiche imprimono una svolta decisiva nella conoscenza del mondo. La scoperta di nuovi territori e nuovi mondi valorizzano le conoscenze cartografiche utili per la costruzione di mappe attendibili. L’opera di Tolomeo diventa popolare ed utile per la navigazione. Sono inoltre affrontati alcuni problemi fondamen­tali: la forma e le dimensioni della Terra, la distribuzione dei mari e delle terre emerse.  In relazione a questi fattori il termine geografia si diffonde e gradatamente questo sapere acquista una sua rilevanza, sempre in relazione con la cartografia. Questa relazione è evidenziata nei Paesi Bassi da Gerhard Kremer (1512-1594), noto anche Gerardo Mercatore, e da Abraham Oertel (1528-1598), italianizzato in Abramo Ortelio, che predispongono interessanti rappresentazioni cartografiche. Il primo è notissimo per la sua proiezione cartografica isogona particolarmente utile per navigare (Per proiezione cartografica si intende un insieme di regole che permettono di riportare sul piano della carta ogni punto della superficie terrestre rappresentata; una carta isogonica mantiene rispetto alla realtà conserva inalterati gli angoli. Grazie a questa caratteristica la proiezione elaborata da Mercatore è utile per la navigazione.), il secondo è autore di un celebre atlante “theatrum orbis terrarum” opera del 1570 che raccoglie carte di tutto il mondo. In Italia Giovanni Antonio Magini (1555-1617) si preoccupa di curare un’edizione italiana della “geografia” di Tolomeo e di realizzare l’”atlante geografico d’Italia”, poi stampato dopo la sua morte nel 1620. Il Seicento raccoglie le sollecitazioni dell’Umanesimo e del Rinascimento. Infatti, Philipp Clüver (1580-1622) è il fondatore della geografia storica, poiché si dedica alla descrizione del paesaggio dei tempi classici. Bernhardt Varen, o Varenio (1622-1650), è autore di un’importante opera “geographia generalis”, sintesi del sapere geografico del tempo. Per Varenio la Geografia si articola in universale o generale e in speciale o corografia. La prima considera la Terra nei suoi diversi componenti, la seconda tratta gli aspetti specifici di ogni singola regione. Egli quindi chiarisce i compiti della geografia: descrivere la Terra nei suoi tratti generali, ma anche illustrare in modo approfondito le diverse regioni. Si dà così nuovo impulso alla corografia, appunto alla descrizione di ambiti specifici. Sempre nel Seicento grazie al rinnovato interesse per gli studi sperimentali, si va affermando la geodesìa, cioè la scienza che si occupa della misurazione della Terra in base a precise misurazioni sul terreno. (La nascita della geodesìa si deve a Willebrod Snell vissuto tra il 1591 e il 1626.)

Tuttavia il risorgere della geografia come organismo di dottrine, ben chiaramente individuato per oggetto e indirizzo, qual’era stata nei periodi più belli dell’età greca, è più direttamente una conseguenza di quella meravigliosa successione di scoperte, di navigazioni, di viaggi, che, tra la metà del sec. 15° e la metà del 16°, allargarono rapidamente e smisuratamente agli occhi dell’Europa attonita l’orizzonte del mondo conosciuto, quanto mai per l’innanzi era avvenuto in così breve volgere di tempo, e travolsero d’un tratto una folla di erronee opinioni inveterate, aprendo la via a speculazioni originali fondate su dati di fatto nuovi. I progressi della conoscenza della superficie terrestre fecero germogliare altre discipline che si staccarono dal tronco originario, quali la geologia, l’oceanografia, più tardi la geodesìa, mentre la scienza-madre, la geografia, si ridusse a compiti meramente informativi e descrittivi. Tale situazione permase fino al 19° secolo, quando si costituì la scienza geografica moderna; tuttavia non si deve trascurare l’apporto dato nel Settecento da studiosi isolati, da cultori di altre discipline e, soprattutto, da pensatori quali MontesquieuI. KantJ. G. von Herder, i quali guardarono con attenzione alle reciproche interdipendenze tra l’uomo e l’ambiente. L’Illuminismo accresce l’interesse per l’ambiente e per le scienze ponendo anche il problema del rapporto fra l’uomo e la natura, tra le società umane e l’ambiente. Sebbene gli illuministi risolvano questa relazione in modo semplicistico, tuttavia la geografia conosce nuovi sviluppi. Naturalisti, botanici, viaggiatori contribuiscono a mettere a punto un patrimonio di conoscenze. Per questi motivi la geografia si coniuga con la statistica, questa nuova scienza che dalla Francia si propaga in Europa. Nella Francia napoleonica la statistica e la pubblica amministrazione diventano un tutt’uno, anche perché qui si mettono a punto gli strumenti necessari per la rilevazione scientifica. Passi avanti si realizzano anche nella cartografia con Guillaume Delisle (1675-1726) e Cesare Francesco Cassini (1714-1784). Il primo è noto per la sua proiezione prospettica di sviluppo conica modificata (si tratta, in buona sostanza, di una proiezione che utilizza come figura geometrica il cono), utile per rappresentare carte generali di Paesi europei ed extraeuropei; Cassini progetta la carta topografica della Francia.  L’Illumi­nismo favorisce gli studi geografici grazie all’interesse che vi è per la natura e l’agricoltura, per cui si dà maggior rilievo alla geografia fisica. Nell’”enciclopedia” è inserita la voce “geografia” curata da M. Desmarest che afferma che la <<la geografia è la descrizione della terra.”. La geografia fisica sembra predominare e si presenta come la descrizione ragionata della terra nelle sue partizioni. In questo quadro diventa fondamentale l’impulso dato da Immanuel Kant (1724-1894) che nell’introduzione all’opera “geografia fisica” (1802) chiarisce che essa insegna a conoscere l’”officina della terra”. Secondo Kant essa permette una visione globale della natura ed è propedeutica alle seguenti branche della geografia: la geografia matematica (che studia forma, dimensioni e movimenti della Terra e dei suoi rapporti con il sistema solare); la geografia politica (che studia la struttura politica degli stati); la geografia morale (usi dei popoli); la geografia commerciale (che si occupa dei traffici commerciali); la geografia teologica (che si occupa della distribuzione delle religioni). Come illustra Quaini, la funzione che Kant assegnava alla geografia risulta dunque molto chiaramente: essa si rivolge alla formazione del cittadino del mondo. Si comprende dunque come allora la geografia, in veste civile o militare, si collocasse al centro e al livello più alto dei problemi e delle preoccupazioni del cittadino, del cittadino del mondo. Sempre Quaini precisa che proprio i processi storico-culturali di fine Settecento danno un particolare impulso alla disciplina perché essa non è solo utile per la descrizione del paesaggio terrestre, ma comincia ad essere funzionale alla progettazione del territorio. Tale progresso diventa evidente nel corso dell’Ottocento grazie a geografi come Alexander von Humboldt, Karl Ritter e Friedrich Ratzel. Alexander von Humboldt (1769-1859) ha una formazione naturalistica ma si preoccupa di dare slancio all’impostazione metodologica della geografia, considerando fondamentali alcuni principi nell’analisi geografica: la localizzazione, la distribuzione dei fenomeni spaziali, ma anche la reciprocità e la causalità. Scrive un’opera importante in cinque volumi “kosmos (1828) nella quale sottolinea l’importanza del clima e dà spazio all’analisi della popolazione, economia, commercio. Karl Ritter (1779-1859) si interessa alla relazione tra la superficie terrestre e l’uomo. La sua visione religiosa considera il rapporto uomo-natura secondo un disegno provvidenziale, ma nello stesso tempo egli si pone problemi metodologici per individuare la relazione tra la terra e i suoi abitanti; inoltre intuisce l’importanza della comparazione geografica sia dal punto di vista spaziale sia temporale. Friedrich Ratzel (1844-1904) è inserito nel clima filosofico del positivismo e ha una visione deterministica dell’ambiente. Egli scrive un’opera importante “l’antropo-geografia”, studiando i modi di distribuzione dei gruppi umani e osservando l’influenza determinata dall’ambiente naturale sui gruppi umani. A Ratzel si deve anche un’altra opera fondamentale per la geografia “la geografia politica”, che segna la nascita della geografia politica moderna, benché lo studioso tratti gli Stati alla stregua delle piante e degli organismi naturali. Il suo determinismo ambientale non è stato apprezzato, ma la sua posizione va contestualizzata perché influenzata dal positivismo; comunque egli ha saputo dare importanza ai tratti culturali dei gruppi umani. Illustriamo adesso i vari stadi di questo percorso.

A partire dal secondo decennio del sec. 15°, i Portoghesi, riprendendo, sotto la spinta di Enrico il Navigatore, i precedenti tentativi italiani, procedono di tappa in tappa lungo la costa atlantica dell’Africa, fino a raggiungere il Golfo di Guinea, poi con progressi sempre più accelerati, la foce del Congo e finalmente nel 1487 l’estremità meridionale del continente (Bartholomeu Dias); dieci anni più tardi, con la circum-navigazione di Vasco da Gama (1497-1499) schiudono la nuova via marittima alle Indie, presto assurta all’importanza di grande arteria del commercio mondiale. Nel 1492 è travalicato, per la cosciente audacia di Cristoforo Colombo, l’Oceano Atlantico, ritenuto fin allora invalicabile, ed anche in questo caso, le rotte dell’andata e del ritorno, sagacemente seguite dal grande ligure, diventano in breve volgere di anni familiari ai naviganti. I successivi viaggi di Colombo e quelli dei suoi primi seguaci (in primissima linea i due viaggi di Amerigo Vespucci) come pure, in paraggi più settentrionali, le navigazioni dei Caboto e di altri sulle loro orme, rivelano a poco a poco nella sua enorme estensione meridiana, quella distesa di nuove terre che, dapprima creduta, e non da Colombo soltanto, l’estrema appendice orientale dell’Asia, si rivela successivamente come un Nuovo Mondo, cioè una massa continentale indipendente. Per questa fortunata successione di scoperte, già sul volgere del primo decennio del Cinquecento, la conoscenza spaziale del nostro globo si era forse più che duplicata rispetto a quella di settant’anni prima; ed ecco, che, tentandosi il passaggio, di là dalla nuova massa di terre, all’Asia orientale, pur creduta poco più distante ad Ovest, il memorabile viaggio di Magellano (1519-1522) rivela invece l’immensità del Grande Oceano, traversato in tutta la sua estensione, fra l’estremità Sud dell’America e le Filippine, dalla minuscola flottiglia di navi; tra le quali una sola superstite, dopo la morte del capo, ritornando per l’Oceano Indiano e intorno all’Africa fino ai lidi europei, chiude con la prima circumnavigazione, tutto l’ambito del nostro pianeta.

Appare questo ora enormemente più grande di quanto non si fosse creduto nel Medioevo, durante il quale (essendo oscillanti e incerte le idee anche su taluni dei dati più fondamentali della geografia) si era più generalmente accolta la misura della circonferenza terrestre accreditata da Tolomeo, molto meno esatta di quella eratostenica e di gran lunga inferiore al vero. La sfericità dell’orbe è ormai dimostrata dalla nuova prova inoppugnabile dei fatti; errori radicati per secoli, come quello dell’inabitabilità della zona torrida, sono smentiti dall’esperienza e sbanditi d’un tratto; le opinioni più diffuse intorno alla ripartizione quantitativa delle terre emerse e dei mari sul globo, che in generale propendevano in favore di un’enorme prevalenza delle terre, sono travolte, pur senza che per ora si delinei un’intuizione prossima al vero. Una quantità enorme di conoscenze nuove, di fatti, di fenomeni, si viene accumulando e s’impone: fatti strani e misteriosi, come il variare della declinazione dell’ago magnetico avvertito forse da Colombo sin dal primo viaggio; fenomeni per la prima volta constatati nelle plaghe oceaniche nuovamente percorse, come le grandi, regolari correnti dell’Atlantico; aspetti mai veduti di terre e poi tutto il complesso di notizie intorno agli abitatori di codeste nuove terre, ai prodotti meravigliosi del mondo vegetale ed animale. La curiosità universale si ridesta, e con essa si riaccende l’amore allo studio del mondo naturale.

L’Umanesimo ha frattanto per altre vie contribuito a risuscitare l’interesse per il mondo circostante, ha rieducato lo spirito di osservazione e al tempo stesso, con la ricerca delle opere classiche, ha riportato alla luce strumenti preziosi del sapere. Tra questi è ritornata alla luce, al principio del Quattrocento, l’opera geografica di Tolomeo, quasi dimenticata nel Medioevo; e per la sconfinata autorità del nome ha acquistato subito una grandissima considerazione: i problemi in essa trattati vengono ripresi, e dopo la diffusione della stampa, le edizioni della “geografia” si moltiplicano, e presto si riproducono anche le carte accompagnanti il testo, le quali, sebbene molto meno esatte, quanto alla figurazione dei contorni, di quelle nautiche, vengono considerate, negli ambienti dotti, come l’espressione della più alta perfezione cartografica, in quanto basate su elementi astronomici e raccomandate da una tradizione così antica e venerabile. Intanto anche le dottrine fisiche di Aristotele, inquadrate nell’organismo dottrinario della scolastica, vengono attaccate, specialmente in Italia, dalle nuove scuole filosofiche (soprattutto di Telesio e Giordano Bruno); il sistema aristotelico resiste ancora per tutto il Cinquecento, ma appaiono sempre più manifesti gl’indizî del suo sgretolamento, man mano che si fa più evidente il disaccordo delle speculazioni astratte e delle teorie con la realtà dei fatti nuovi osservati sulla faccia del mondo divenuto tanto più vasto.

Nel campo cosmografico e geografico in particolare, opere che andavano per la maggiore divengono in brevissimo volger d’anni del tutto antiquate: si pensi, per citarne una sola, alla “imago mundi di Pietro d’Ailly, che era pur stata il fondamento di tutte le conoscenze cosmografiche di Colombo e che doveva, pochi decennî dopo, perdere ogni valore.

Ma il lavoro di raccolta, di coordinazione e di critica di questi fatti nuovi portati dalle scoperte, dai viaggi, dalle navigazioni, nel campo geografico, doveva dapprima apparire estremamente arduo, data l’enorme congerie di notizie e di conoscenze affluenti tumultuosamente da ogni parte e accrescentisi senza tregua; dato, inoltre, il frequente mescolarsi di elementi fantastici alle narrazioni veridiche. Si rifletta soltanto alla grandissima difficoltà di eseguire il lavoro che si presentava come il primo e più elementare, quello cioè di rappresentare in una carta del mondo i lembi delle nuove terre successivamente riconosciute, coordinandole spazialmente con la figurazione dell’antico continente; nell’incertezza delle misure e dei dati fondamentali sulle dimensioni del globo, l’ardua fatica veniva annullata da ogni nuova scoperta che venisse a modificare le concezioni pur dianzi formulate. E si rifletta che, anche dopo chiusa, col viaggio di Magellano, quella che si suol chiamare l’epoca eroica delle grandi scoperte geografiche, le scoperte tuttavia continuano, con successione meravigliosa, in tutto il periodo, meno attentamente considerato di solito, che va fino alla metà del sec. 17°: pionieri ardimentosi e conquistatori avidi riconoscono le parti interne dell’America Settentrionale e Meridionale; marinai d’ogni paese frugano i mari e le terre artiche, alla ricerca di passaggi verso l’Asia orientale; altri percorrono in più direzioni il Grande Oceano, scoprendo a poco a poco, sin dai primi anni del Cinquecento, varî lembi dell’Australia creduta l’estremità di un estesissimo continente australe mercanti russi si spingono nell’Asia settentrionale e in tappe successive la traversano fino al Mare di Ochotsk, mentre i navigatori, dalle coste della Cina e del Giappone apertesi per poco al commercio europeo, tentano di spingersi sempre più verso settentrione. E così varî sono i fatti osservati, così disparate, lontane e spesso difficilmente controllabili sono le fonti da cui le notizie provengono, che il lavoro di sintesi scientifica, dal quale germoglierà la geografia moderna, dovrà necessariamente tardare a lungo.

Come nei momenti critici dell’evo classico, così anche ora (e il parallelo è significativo) le prime sintesi delle conoscenze sulle terre e i mari nuovamente scoperti ed esplorati appaiono, nonostante le difficoltà di cui sopra si è accennato, nel campo cartografico. Appaiono in Italia, perché l’Italia è tuttora il maggior centro del movimento di studî e di commerci, e più specialmente a Venezia e a Roma dopo la metà del sec. 16°. Le carte di Tolomeo, riprodotte, come si è detto, in diecine di edizioni, non servono più all’uso quotidiano, sia perché rispecchiano le condizioni dell’evo antico, non del momento attuale, sia perché non figurano i paesi nuovi, che sono ormai tanta parte del mondo. Per la prima di queste ragioni nuove tavole di taluni paesi europei, si erano già accompagnate a edizioni quattrocentesche della “geografia” di Tolomeo; più tardi appaiono carte dell’Africa, dell’Asia e soprattutto dell’America; a poco a poco queste tavole moderne si moltiplicano, nelle successive edizioni, fino a superar di numero le tavole tolemaiche, ormai disusate e perpetuantisi immutate per la sola venerazione del nome. Spesso alle nuove tavole si accompagnano brevi descrizioni dei paesi, che vengono a costituire un commento alla nuova serie di carte. In connessione con ciò anche taluni problemi generali (dimensioni dell’orbe e misura delle distanze, fondamenti matematici della cartografia, e simili) si riprendono, in discorsi introduttivi o in commentarî alle raccolte cartografiche, che hanno pur sempre il nome di Tolomeo, ovvero anche in opere speciali (ad esempio, il “cosmographicus liber di Pietro Apiano, 1524). Un passo più avanti, decisivo, fu fatto, sempre nel campo cartografico, quando si osò abbandonare definitivamente le vecchie carte di Tolomeo e comporre una raccolta di sole tavole moderne di geografia; il primo tentativo di questo genere fu fatto in Italia; indi, in forma più perfetta, nei Paesi Bassi, col “theatrum orbis terrarum di Abramo Ortelio (1570), le cui carte, tutte moderne, sono pur accompagnate, nelle successive edizioni, da commenti illustrativi, e meglio ancora, con l’Atlas di G. Mercator, pubblicato postumo, preceduto da una serie di disquisizioni “cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura. Anche i problemi di cartografia teorica, già trattati da Tolomeo, sono ripresi: parecchie nuove proiezioni sono proposte e applicate sicchè la cartografia moderna alla fine del Cinquecento può dirsi già sorta.

Le sintesi descrittive dei risultati delle nuove scoperte, cioè le opere geografiche nel senso più ristretto della parola, furono, per le accennate ragioni, più laboriose. A soddisfare la curiosità del pubblico appaiono dapprima raccolte di relazioni di viaggiatori e navigatori, come quella celebre di G. B. Ramusio, o anche descrizioni generali di tutto il mondo, come la grande “cosmographia universalis di Sebastiano Münster (1544), il cui enorme successo, attestato dal grandissimo numero di edizioni apparse in varie lingue per circa un secolo, non è tuttavia pari al valore scientifico, dacché in essa difetta ancor troppo il lavoro di critica: l’elemento fantastico e meraviglioso è mescolato con l’elemento reale, derivato da genuine osservazioni e da sicura esperienza di cose vedute. Meglio appare il lavoro di coordinazione e di critica in opere italiane alquanto più tarde, come le “relazioni universali di G. B. Botero, le quali rappresentano veramente un abile tentativo di sintesi, per vero soltanto parziale, di elementi statistici e geografici.

Si moltiplicano intanto nella seconda metà del Cinquecento e ai primi del Seicento scritti speciali: oltre ad opere di cosmografia e ad altre, assai numerose e talora voluminose, d’intento pratico, per sussidio ai naviganti e agli uomini di mare come quelle di Pietro de Medina, Luca Aurigario, W. Barendszoon, B. Crescenzio, si hanno scritti sull’oceano e sui suoi fenomeni come quelle di Botero e J. Voss, trattazioni sui fenomeni vulcanici e sismici, e poi una larga letteratura di descrizioni regionali, riflettenti anche i paesi nuovamente scoperti e visitati, e perfino dizionarî di geografia.

Le carte di Tolomeo, divenute inutili come rappresentazioni attuali, restano di uso larghissimo e di ausilio prezioso per gli studî sull’età classica; anzi, accanto ad esse altre carte si preparano, con lavoro originale, allo scopo di rappresentare unicamente le condizioni dell’evo antico, e ad esse si uniscono commenti sotto varie forme: così dalla geografia moderna si separa, proprio in questo tempo, la geografia antica o storica, che avrà in Filippo Clüver (1580-1622) il suo maggior rappresentante.

Ma i tempi sono ormai maturi anche per una sintesi generale nel campo della geografia moderna. Scosso ormai dalle basi tutto il vecchio edificio delle dottrine aristotelico-scolastiche e tramontata definitivamente l’autorità di Tolomeo anche come astronomo allorché di contro al sistema geocentrico che per tutto il Medioevo si era perpetuato col suo nome, si eleva la nuova costruzione del sistema eliocentrico copernicano, l’ambiente è preparato per una completa rinnovazione, resa ormai possibile dalla sistemazione di tutto il materiale di osservazioni, di dati e di fatti nuovi accumulatosi per effetto delle grandi scoperte. L’opera sintetica più degna di considerazione, almeno dal punto di vista metodico, appare nei Paesi Bassi, ai quali già da qualche tempo era passato, dall’Italia, il primato nella cartografia: è la “geographia generalis in qua affectiones generales telluris explicantur di Bernardo Varenio (1650). In quest’opera forse per la prima volta, dopo Eratostene e la sua scuola, la geografia ci appare come scienza bene individuata, come organismo completo di dottrine con fini e metodi proprî. Nell’opera del Varenio, che molto si distanzia da qualche tentativo precedente (il famoso “systema geographiae generalis del Christiani, risalente al 1645), tutto il materiale delle nuove conoscenze viene utilizzato per spiegare i fenomeni terrestri, i quali sono indagati nei loro rapporti causali, secondo un criterio veramente moderno; le correlazioni fra i varî fatti fisici sono messe, per quanto allora si poteva, in evidenza; le affectiones telluris (fenomeni geografici in senso lato) sono divise nelle tre categorie di affectiones caelestes, terrestres e humanae, onde di qui prende in sostanza l’origine la tripartizione della geografia, che, ripetuta e divulgata in un’opera molto nota di Guglielmo Sanson il Giovane (la “introduction à la géographie del 1681), è rimasta, si può dire, fino ai nostri giorni. Ma il Varenio non ha veramente trattato di proposito la geografia umana; il suo è un trattato di geografia matematica e fisica generale; egli ha in effetto distinto chiaramente fra la geografia generale, che molti chiamavano ancora Cosmografia, e quella particolare o regionale (si ricordi il titolo dell’opera, di pochi anni anteriore e di molto minor levatura, di Paolo Merula: “cosmographiae generalis libri tresitem geographiae particitlaris libri quatuor, 1636). Mentre il Varenio si eleva direttamente all’indagine dei fenomeni generali e dei principî supremi della scienza, una raccolta pazientemente ordinata e criticamente elaborata dei dati di fatto relativi a tutti i problemi matematico-fisici della geografia era consegnata dal gesuita G.B. Riccioli nella sua “geographia et hydrographia reformata (del 1661), e contemporaneamente un esame di tutti i fenomeni terrestri, ricco d’ipotesi ardite ma scarsamente appoggiate a elementi probativi, era fatto da un altro gesuita, Atanasio Kircher, nel suo “mundus subterraneus (1664).

Fra tutte queste opere, quella del Varenio, che ebbe numerose edizioni e traduzioni (celebre l’edizione del 1672 curata da Isacco Newton), mantiene il primato per circa un secolo (proprio di cento anni dopo è la “introduzione alla conoscenza matematica e fisica del globo terrestre, di un altro olandese, il Lulof, che non rivela alcun progresso) e ben può dirsi rappresenti, sotto nuova forma, in relazione ai tempi nuovi, la resurrezione dell’indirizzo eratostenico della geografia, come in quella del Botero si è voluto vedere, almeno sotto certi aspetti, la resurrezione dell’indirizzo straboniano.

Ma questo secondo indirizzo, che nello studio dell’orbe dava maggior peso all’uomo e alla sua attività, doveva acquistare gradualmente e mantenere a lungo il sopravvento: appaiono infatti molte opere di geografia descrittiva rispondenti ai bisogni comuni delle persone colte, mentre la geografia generale nel significato e nell’oggetto precisato dal Varenio passa in seconda linea, tanto da farci apparire il dotto olandese come un precursore isolato. A ciò contribuì anzitutto il fatto che molti gruppi d’indagini, coordinati dal Varenio nell’organismo della geografia scientifica, mostrano ora una tendenza a individuarsi in corpi di dottrine separate. In primo luogo i problemi fondamentali della geografia matematica, cioè quelli sulla forma e le dimensioni dell’orbe, già nel corso del sec. 17° venivano assunti dalla nascente geodesìa: dopo che Snellius nel 1617 ebbe applicato per la prima volta il procedimento della triangolazione, vengono eseguite le prime misure di gradi di meridiani (da parte di Picard, Cassini, Maupertuis, Clairaut, e La Condamine, nei secoli 17° e 18°); anche il pendolo viene applicato alla determinazione della forma dell’orbe, della quale Huygens e Newton affrontano lo studio generale teorico.

Per la cartografia (salita, come si è detto, in gran fiore nei Paesi Bassi coi successori di Mercatore Hondio e Blaew ed assurta poi a grande sviluppo anche in Francia, soprattutto per opera di Nicola Sanson, vissuto tra il 1600 e il 1667) s’inaugura un nuovo periodo, il periodo scientifico moderno, determinato dall’introduzione dei sistemi di rilievo geodetico-topografici e dallo studio di nuove proiezioni; nel 1679 s’inizia la grande carta di Francia sulla base delle determinazioni astronomiche e geodetiche di Picard, De la Hire e Cassini, nel 1682 si pubblica il famoso planisfero del Cassini; poco dopo Guglielmo Delisle (1674-1726) rinnova la cartografia generale e speciale d’Europa e dei paesi europei; la sua opera è continuata in Francia da G. B. Bourguignon d’Anville (1697-1782).

Dal corpo materno della geografia si stacca nel sec. 17° anche la geologia. Dopo che Leonardo da Vinci, Bernardo Palissy e altri avevano riconosciuta la vera natura dei fossili (e il Palissy, precorrendo i tempi, aveva espresso anche ardite ipotesi sull’evoluzione del nostro pianeta), dopo che Descartes aveva affrontato i problemi più generali sullo stato interno dell’orbe, sull’orogenesi, e simili, basando peraltro le sue speculazioni quasi esclusivamente su costruzioni teoriche, il danese Nicola Stenone (1631-86), professore a Padova e poi a Firenze, in base a osservazioni fatte specialmente in Toscana, gettava le basi della stratigrafia, formulandone chiaramente i principî essenziali. La scienza si costituisce poi definitivamente nel sec. 18°, per opera di Buffon, Hutton, De Luc, L. V. Buch, e simili; tuttavia dai primi geologi essa è ancora talvolta considerata parte della geografia fisica.

Al sec. 17° risalgono le prime misure di altezza col barometro e i primi studî sulle variazioni della pressione; Halley trova la formula per la misura delle altezze e abbozza la prima teoria dei venti costanti; dopo la metà del sec. 18° si fanno sempre più frequenti le osservazioni di temperatura e di pressione, s’inizia lo studio sperimentale dei venti e si avvia così il sorgere di una scienza dell’aria (la meteorologia nel senso moderno della parola). Lo studio del mare tende pure a costituirsi in una disciplina a parte, soprattutto per opera del bolognese L. F. Marsigli (a cui si deve, tra le altre opere, l’eccelsa “histoire physique de la mer del 1711). Uno studio generale, scientifico, dei problemi geografici relativi ai rapporti fra l’orbe e l’uomo non è ancora sorto, né poteva per ora sorgere; solo talune influenze, per esempio quelle del clima, sono da tempo ammesse e indagate. In tali condizioni la geografia del sec. 18° rimane quasi esclusivamente rappresentata dall’indirizzo storico e da quello descrittivo, ma il primo appare legato sempre più alla cartografia (com’è nel caso del “atlas antiquus géographie ancienne del D’Anville). L’indirizzo descrittivo vede come oggetto ultimo della scienza geografica quello di raccogliere ed esporre ordinatamente il maggior numero possibile di dati e di fatti, attinti alle fonti più accreditate, sia sui varî elementi fisici di ogni paese (confini, orografia, fiumi e loro corso), sia soprattutto sui prodotti d’ogni genere, sulla loro qualità e quantità, sulle industrie, i commerci, le caratteristiche umane (razze, popoli, lingue, religioni, densità di popolazione, e simili), sulle istituzioni politiche e sociali dei diversi stati, sulla loro potenza militare, e simili Per queste ultime parti la geografia si presentava come ausiliaria delle nuove discipline economiche e sociali, salite a gran fiore nel sec. 18° specialmente nel periodo del cosiddetto illuminismo. Così le opere geografiche crescono enormemente di mole, fino a raggiungere le dimensioni della “neue erdbeschreibung di Antonio Büsching (1754; trad. italiana in 29 tomi, Venezia 1774-80), superata del resto da altre successive, e si riempiono di dati statistici, giovandosi appunto del gran sviluppo che precisamente allora veniva prendendo la statistica (con Schlözer e Achenwall). Ma, poiché buona parte dei dati rapidamente invecchiava, l’utilità di simili lavori, costati spesso lunghi anni di minuziose fatiche, diminuiva in breve tempo; il che spiega anche la moltitudine di libri di questo tipo apparsi l’uno dopo l’altro, i posteriori desunti dai precedenti, ma bene spesso cresciuti di mole.

Non v’ha dubbio che, così concepita, la geografia veniva a perdere gran parte del suo valore come scienza, dacché, mentre si vedeva sottratti alcuni campi d’indagine per il sorgere di nuovi rami speciali dello scibile (meteorologia, e simili), riduceva d’altro lato il suo contenuto a fatti e dati di carattere transitorio, come tutti quelli che si riferiscono alle varie manifestazioni dell’attività umana, agli ordinamenti politici, e simili, trascurando lo studio dell’ambiente naturale, che merita invece la principale considerazione, come quello che forma il sostrato immutabile (almeno rispetto alla breve nostra esperienza) sul quale l’uomo si muove, agisce e opera.

Le opere di geografia fisica del sec. 18° (eccezione fatta per le ideazioni ardite di qualche spirito indipendente come quelle F. Buache, a cui si devono l’”atlas physique del 1754 e gli “essais de géogr. physique” del 1756) o sono rielaborazioni di materiale vareniano, come la già citata opera del Lulof, ovvero esorbitano, nonostante il titolo, dai limiti della trattazione geografica vera e propria, rivelando un concetto indeterminato della geografia come scienza (così, ad esempio, nelle “lezioni di geografia fisica” di I Kant; 1ª ed. in 2 vol. del 1802, 2ª ed. in ben 4 vol., del 1805; nelle quali è introdotto peraltro materiale non proveniente dalle lezioni originali del grande filosofo). In conclusione alla fine del sec. 18° la geografia traversa una fase veramente critica: essa ha quasi interamente perduto il suo carattere di scienza di osservazione e corre il rischio di perdere la sua stessa individualità, in parte soffocata dalle scienze sorelle, in parte annegata nella statistica.

 

IL 19° SECOLO

Nell’Ottocento si crearono situazioni favorevoli a un nuovo sviluppo della conoscenza dell’orbe. La Rivoluzione industriale pose esigenze di approvvigionamento di materie prime e di apertura di mercati che diedero impulso a nuovi viaggi di esplorazione e di colonizzazione commerciale e politica. Il moltiplicarsi di scuole superiori comportò anche l’istituzione di cattedre universitarie di geografia. Sorsero le società geografiche (la prima a Parigi, nel 1821), che in molti casi promossero studi e spedizioni scientifiche, anche se spesso il loro ruolo fu più politico che culturale. In Germania maturarono i due studiosi reputati i fondatori della moderna geografia: A. von Humboldt e C. Ritter. Il primo, naturalista ed esploratore, cresciuto nel clima del razionalismo settecentesco, viene comunemente ritenuto l’iniziatore della geografia naturalistica; a lui si devono soprattutto l’elaborazione di una rigorosa metodologia geografica e l’applicazione dei principi fondamentali della geografia scientifica. Il secondo, formatosi in ambienti che già avevano superato l’illuminismo e risentivano dello storicismo e del teleologismo preromantico, è spesso definito come l’instauratore dell’indirizzo storico-umanistico; egli arrivò alla formulazione esatta di quei principi che Humboldt aveva brillantemente applicato. Mentre Humboldt svolse un’intensa attività promozionale senza tenere scuola, Ritter ricoprì per lunghissimo tempo la prima cattedra universitaria istituita per la geografia (in Berlino) ed ebbe molti allievi che parvero continuare la sua opera. In realtà, Humboldt e Ritter furono piuttosto dei precursori che dei fondatori: né l’uno né l’altro esercitarono vera influenza sui contemporanei.

La vittoria dell’indirizzo ritteriano fu più apparente che reale, perché i diretti discepoli di Ritter non applicarono in modo costruttivo gli insegnamenti del maestro: anzi, i più dotati di essi, O. Peschel e F. von Richthofen, approdarono per proprio conto alla geografia fisica, che compì grandiosi progressi nel volgere di pochi decenni, favorita dall’avanzamento di discipline naturalistiche di cui utilizzò i risultati, dalla larga messe di dati raccolti nei viaggi di esplorazione all’interno dei vari continenti, da quanto appreso con le spedizioni oceanografiche e polari, dallo sviluppo della produzione cartografica. La geografia fisica (in particolare la morfologia, cui apportarono grandi contributi lo statunitense W. M. Davis, il tedesco A. Penck e successivamente il francese E. de Martonne) riusciva così a precisare i suoi metodi e i suoi contenuti, raggiungendo un’indiscussa dignità scientifica.

Più lento e difficile è stato il cammino della geografia umana, che per qualche decennio fu coltivata solo da mediocri allievi di Ritter e da cultori di altre scienze, senza arrivare a chiarirne metodi, oggetto e fini. Essa ebbe una sua sistemazione solo alla fine del 19° secolo a opera del tedesco F. Ratzel, studioso proveniente dalle scienze naturali, influenzato dalle idee evoluzionistiche e cresciuto nel clima del positivismo; egli, per la notevole influenza che attribuisce allo spazio e all’ambiente naturale sulla distribuzione e sulle attività dell’uomo, è considerato il primo e più autorevole esponente del determinismo geografico. Questa concezione, secondo cui tutte le manifestazioni umane sono rigidamente condizionate dall’ambiente fisico, di fatto era già presente nel pensiero di Ritter ed è stata portata alle estreme conseguenze non tanto da Ratzel, quanto da alcuni suoi epigoni, e in particolare dalla statunitense E. C. Semple. La reazione al determinismo venne solo agli inizi del 20° secolo dalla Francia.

A restaurare la nostra scienza, imprimendole un nuovo indirizzo e creandole nuovi campi d’indagine, sopravviene un nuovo movimento di studî e di idee, determinato sia dal sorgere della vera e propria ’esplorazione scientifica’, sia dall’opera innovatrice delle scuole geografiche tedesche. La seconda metà del secolo 18° aveva veduto una vivace ripresa dei grandi viaggi specialmente marittimi, dai quali risultò il completo riconoscimento dei lineamenti generali dell’Oceano Pacifico (soprattutto per merito delle tre grandiose spedizioni di Giacomo Cook, 1768-79, la seconda delle quali in compagnia di R. Forster) e la dimostrazione dell’inesistenza di una orbe australis incognita di enorme estensione, da molti ancora a quel tempo affermata; inoltre una più esatta conoscenza delle coste settentrionali e orientali dell’Asia e dei contorni dell’Australia. Pertanto alla fine del sec. 18° può per la prima volta fissarsi con qualche precisione il valore del rapporto quantitativo fra le terre emerse e i mari, fondamento di qualunque fatto di geografia fisica. Nel sec. 16° aveva preso consistenza l’opinione che terre emerse e mari si equilibrassero per area alla superficie del globo, e tale opinione è condivisa dal Varenio; l’accertamento che gli spazi oceanici occupano invece quasi i tre quarti dell’area totale viene a sconvolgere del tutto concetti antiquati, ma tuttora assai radicati.

S’iniziano contemporaneamente le vere e proprie esplorazioni, guidate da intenti puramente scientifici e con adeguata preparazione dei loro esecutori (C. Niebuhr in Arabia, 1761-67; S. Pallas in Siberia, 1768-74; J. Bruce nell’Etiopia, 1769-72; R. Forster con G. Cook nel Pacifico meridionale e nel Mare Polare, 1772-75, e altri). Nel 1784 sorge in Inghilterra la “Società Asiatica”, nel 1778 l’”Associazione per l’esplorazione dell’Africa”, la quale, nei primi decennî del sec. 19° promuove ardite spedizioni specialmente nel bacino del Niger e nel Sudan. Anche l’interno dell’America, tanto nel Nord quanto nel Sud, diviene meta di frequenti viaggi scientifici. Nel 1821 è fondata la Società geografica di Parigi, nel 1828 quella di Berlino, nel 1830 quella britannica. Con questo nuovo sviluppo dell’attività esploratrice si collega per varie vie l’opera di costruzione e di sintesi di Alessandro di Humboldt e di Carlo Ritter, che possono considerarsi come gl’instauratori della geografia moderna.

Il Humboldt (1769-1859), naturalista d’origine, è veramente il primo viaggiatore-geografo nel senso genuino della parola; infatti fondamento della sua opera scientifica furono le esplorazioni compiute nelle Ande settentrionali, nelle Antille e nel Messico (1799-1804), cui aggiunse in seguito un viaggio in Siberia. Per la scienza geografica egli ha anzitutto importanza per avere presa in considerazione su larga scala la terza dimensione, l’altitudine, e gettate le basi dello studio scientifico del rilievo terrestre, sulla scia di un movimento da poco iniziatosi in Europa che vede il proprio padre fondatore nel O. B. De Saussure, autore dei “voyages dans les Alpes” (Neuchâtel, 1780-1796). Ma egli è anche il primo a fare osservazioni e misure sistematiche, oltre che sull’altitudine, sugli elementi del clima (temperatura, piovosità) e altresì studî sui terreni e la vegetazione, e anche indagini sui fatti umani (tipi e ripartizione delle abitazioni, e simili). Ma nello studio di qualunque dei su accennati fenomeni, il Humboldt tende ad assurgere, dall’esame delle condizioni in cui esso si verifica nella regione visitata, alla ricerca delle altre regioni nelle quali lo stesso fatto o fenomeno si osserva, indagandone insomma la distribuzione spaziale e le leggi di questa distribuzione; lo studio della distribuzione spaziale di un fenomeno, più che del fenomeno in sé, diviene fine precipuo del geografo. E, accanto a questo fine, un altro, del resto strettamente collegato, se ne delinea; in quanto lo studio di un dato fenomeno in una data regione conduce il Humboldt a ricercare tutti gli altri fenomeni che con quello possono aver relazione di causa a effetto: così, studiando il clima, ne mette in luce i rapporti con la vegetazione, studiando le sedi umane, cerca indagare i rapporti di esse col rilievo, col clima, con la vegetazione. Lo studio della coordinazione dei fenomeni nello spazio e delle loro reciproche connessioni e interdipendenze diviene con il Humboldt l’oggetto supremo della scienza geografica e l’elemento che distingue e individua la geografia dalle altre scienze. Nel campo della bio-geografia il Humboldt appare un novatore col suo suggestivo libro “ideen zu einer geographie der pflanzen (1805), che ha alcuni punti essenziali di contatto con la “tiergeographie dello Zimmermann (1778). Non va dimenticato che sin dal 1775 era comparso il celebre libretto di E. F. Blumenbach intitolato “de generis humani varietate nativa, che contiene lo schema di una classificazione delle razze umane su base geografica.

Il Ritter (1779-1859), discepolo di G. G. Herder, è invece un geografo da tavolino e un maestro. Nella sua opera descrittiva (rimasta interrotta dalla morte dello studioso, che potè completare solo i primi 10 vol., comprendenti l’Africa e parte dell’Asia), ciascuna regione non è solo considerata in sé, come di solito nelle vecchie opere a base statistica, ma come parte d’un unico organismo, il globo terraqueo, la quale è in continue e necessarie correlazioni con le altre. Nessuno ha inteso meglio di lui il cosiddetto principio di coordinazione spaziale; ma questo principio egli lo ha poi specialmente applicato allo studio dell’azione reciproca dell’uomo sull’ambiente e dell’ambiente sull’uomo: studiando a fondo l’ambiente fisico d’una regione cerca di mettere in rilievo l’influsso che esso esercita, mediante l’esame comparativo delle caratteristiche e delle vicende dei diversi popoli che abitarono la regione. Anche un altro principio fondamentale della geografia, quello di causalità, è in tal modo da lui avvertito, ma non sempre applicato entro giusti limiti.

I caratteri peculiari che contraddistinguono l’indagine geografica possono dunque dirsi ormai determinati dopo Humboldt e Ritter. Sennonché gl’indirizzi da loro avviati erano sostanzialmente diversi e, per molto tempo, in Germania e fuori, mancò chi sapesse vederne la compenetrazione e la fusione. Humboldt non trovò subito continuatori dotati di mente altrettanto larga e comprensiva quanto la sua, laddove Ritter, professore a Berlino per mezzo secolo, educò una folla di scolari, reclutatati in massima parte fra gli studiosi di scienze storiche e proclivi sempre più a considerare, sulle orme del maestro, lo studio dell’influenza dell’ambiente sulla vita e lo sviluppo storico dei popoli (si veda a riguardo l’opera di C. Kapp “philosophische erdkunde del 1845). E così uno scolaro del Ritter, il Guthe, autore d’un diffusissimo manuale di geografia per le scuole tedesche, scriveva (1868) che la Geografia c’insegna a conoscere l’orbe come sede e dimora degli uomini. In tal modo la geografia fisica, nonostante la meravigliosa opera del Humboldt, passava ancora in seconda linea, a favore della concezione storica della geografia, predominante tra il 1840 e il 1870. È questo un periodo molto importante giacché in questo tempo la geografia entrava ufficialmente tra gli insegnamenti universitarî in molti stati d’Europa; e vi entrava, pertanto, come scienza sussidiaria o collaterale della storia e di altre scienze morali, di solito nelle facoltà filologico-storiche.

Senonché una reazione in favore della geografia fisica si verifica dopo il 1870, determinata da una felice concomitanza di varie circostanze: 1) i nuovi progressi delle esplorazioni, soprattutto nelle regioni polari, in quelle a clima desertico, nelle zone equatoriali, nelle grandi aree montagnose; e ancora l’esplorazione delle grandi profondità oceaniche; 2) il nuovo orientamento delle scienze naturali, soprattutto di quelle biologiche; 3) il grande sviluppo della cartografia topografica in tutti i paesi civili. Vediamoli nel dettaglio.

1) L’esplorazione scientifica, proseguita durante il sec. 19° con grande attività, condusse alla soluzione di tutti i maggiori problemi relativi all’Africa (scoperta delle sorgenti del Nilo, esplorazione del bacino del Congo e degli altri grandi bacini fluviali, traversata e riconoscimento del Sahara, delle zone a foreste equatoriali, e simili), e in pari tempo al riconoscimento delle aree interne dell’Asia e dell’Australia, e simili Oggetto particolare dell’attività esploratrice furono poi le calotte polari: sia quella artica, dove furono riconosciuti il passaggio di N.E. e quello di N.O., il mondo insulare nordamericano e le condizioni geografiche e fisiche del Mare Artico, raggiungendosi finalmente (1903) il polo stesso; sia quella antartica, dove i viaggi diretti ad avvicinarsi sempre più al Polo (J. Ross, 1842) condussero all’accertamento dell’esistenza di un vasto continente antartico, noto ormai nei suoi contorni e nei suoi caratteri generali e sul quale fu anche raggiunto, con spedizioni in slitte (Amundsen, 1911) il Polo. Con l’esistenza di questo continente è collegata tutta una serie di problemi morfologici, glaciologici e climatici. Dopo il 1850 cominciò anche, soprattutto per fini pratici (quali per esempio la posa di cavi telegrafici sottomarini), l’esplora­zione delle profondità oceaniche, su cui si avevano fin allora nozioni errate; il viaggio della nave Challenger (dal 1872 al 1876), quelli delle navi Gazelle e Tuscarora, si può dire che rivelassero misteri del tutto ignorati, sia nel campo fisico, sia in quello biologico; da allora le esplorazioni sono continuate e hanno procurato la conoscenza fondamentale delle condizioni batimetriche, fisiche e biologiche di tutti gli spazî oceanici. Ora da questo grande movimento di esplorazioni derivò, ancora una volta, una massa enorme di dati e di fatti nuovi nel campo della geografia. Fatti e aspetti della superficie terrestre, già ben noti nei paesi europei e in altri di più antica conoscenza, venivano ora riconosciuti sotto nuove forme e nuovi tipi, in ambienti diversi dai nostri; per questa via a poco a poco la nozione generale di tutte queste classi di fatti si completava e se ne poteva iniziare uno studio sistematico e un tentativo di classificazione. Così lo studio dei ghiacciai (glaciologia) era già sorto, ma per lungo tempo fu limitato alle Alpi, dove s’incontrano due o tre tipi di ghiacciai; tutta la glaciologia era glaciologia alpina. Ma col progresso dell’esplorazione degli altri grandi sistemi montuosi del globo, si conobbero molti altri tipi di ghiacciai ignoti alle Alpi e si arrivò a farne uno schema di classificazione. Altrettanto si può ripetere, ad esempio, per i fiumi, dei quali a lungo si conobbero bene solo i tipi proprî dei paesi europei e degli altri prossimi al Mediterraneo, per le forme carsiche, e simili.

2) I principî generali della mutabilità ed evoluzione delle specie vegetali e animali in rapporto con l’ambiente, non soltanto fornirono il sostrato per la costituzione, su nuove basi, della geografia botanica e della geografia zoologica, ma aprirono l’adito a più larghe concezioni, in quanto se ne poteva intravedere l’applicazione ai fatti umani studiati dalla geografia, taluni dei quali si presentavano sotto una luce nuova. In questo campo esercitava particolare influenza in Germania l’opera di Maurizio Wagner.

3) Dopo la metà del sec. 19° tutti gli stati civili d’Europa cominciano ad avvertire imperiosa la necessità (già sentita da taluni alla fine del sec. 18°) di possedere esatte rappresentazioni cartografiche a grande scala del proprio territorio, fondate su rilievi topografici. Il valore delle carte topografiche si rivelò enorme per qualsiasi studio di geografia fisica: esse permettevano di sostituire, a indagini grossolane e sommarie, investigazioni minuziose e rigorose, offrendo ovunque una solida base per osservazioni dirette e anche elementi preziosi a integrazione di quelle, in modo che quasi ogni fenomeno o ogni categoria di fenomeni della superficie terrestre emersa poteva nuovamente essere preso in esame con metodi di gran lunga più affinati. E poiché i rilievi topografici presto si estesero anche a talune grandi aree extraeuropee (ad esempio, territorî appartenenti a stati europei, come l’India, il Canada, l’Australia, o paesi civili d’oltremare, come gli Stati Uniti e il Giappone) e i metodi di rilievo e di rappresentazione si vennero abbastanza uniformando, si rese anche via via possibile di moltiplicare quelle indagini comparative dei fenomeni, le quali costituiscono una delle caratteristiche precipue della geografia moderna. Nel 1869, Oscar Peschel, in origine discepolo del Ritter, pubblicava i suoi studi che più lo resero famoso (“neue probleme der vergleichenden erdkunde als versuch einer morphologie der erdoberfläche”), nei quali (riprendendo uno dei supremi principî del Ritter, quello cioè che il nostro globo sia da considerare, e nel suo complesso e nelle sue varie parti, come un organismo vivente) applicava tale principio allo studio dei fenomeni fisici dell’orbe, affermando che tutti i fenomeni della superficie terrestre debbono essere studiati, nelle loro reciproche relazioni e connessioni, come altrettante manifestazioni della vitalità del globo terrestre intimamente e indissolubilmente legate le une alle altre (concetto “ologeico”); la vita vegetale e animale è uno dei tanti fenomeni terrestri che la geografia studia, non in sé e per sé, ma nella sua distribuzione spaziale e nelle connessioni con altri fatti (clima, suolo). La geografia fisica è dunque concepita come una vera e propria “fisiologia dell’orbe”. Mai prima l’oggetto e i compiti di questo ramo della geografia né la posizione della bio-geografia a fianco della geografia fisica erano stati definiti tanto chiaramente. Il Peschel, autore fecondo e chiaro, fece scuola: tra i molti suoi seguaci, spinti, talora con esclusivismo, alle indagini di geografia fisica, e gli ultimi seguaci del Ritter, sempre più dominati da tendenze storiche, sorsero fiere controversie: per un certo tempo i geografi, in Germania, e anche fuori, furono divisi fra pescheliani e ritteriani, e si manifestò nella geografia un dualismo, che in seguito doveva, come vedremo, risultare in realtà inesistente. Ma le indagini proseguite sopra le solide basi poste dal Peschel mostrarono sempre meglio come la geografia fisica mettesse in vista gli elementi permanenti o per lo meno più stabili dell’ambiente nel quale l’uomo si muove e opera; come perciò anche gli studî relativi ai fatti umani dovessero necessariamente prender le mosse dall’esame del quadro fisico. Lo sviluppo degli studî di geografia fisica fu grandemente agevolato anche dai progressi della geologia e specialmente dal moltiplicarsi dei rilievi geo-litologici a grande scala iniziati in molti stati civili. I legami tra geografia fisica e geologia si stringevano sempre più, anzi dal connubio tra le due scienze nasceva un nuovo ramo di ricerche, che, con espressione già usata dal Peschel, si disse “morfologia terrestre”; essa studia la superficie solida dell’orbe nelle sue forme e nei suoi tipi, nella sua evoluzione, quale risultato dell’opera di agenti che continuamente lavorano sotto i nostri occhi a plasmarla e a trasformarla. F. V. Richthofen, E. Suess, E. Brückner, A. Penck, e in Francia E. De Margérie ed E. De Lapparent, possono considerarsi come i fondatori di questo ramo di studî, cui si devono i primi tentativi di sistematica delle forme del terreno. Nonostante questo connubio fra le due scienze dell’orbe, si potevano tuttavia, nel campo metodico, distinguere i limiti dell’una verso l’altra: lo stesso Richthofen, in un discorso rimasto celebre (“aufgaben und methoden der heutigen geographie, 1885) precisava che la geografia fisica studia solo la superficie terrestre, lasciando lo studio del sottosuolo alla geologia; il geografo inglese Mackinder definiva la geografia come la scienza del presente dell’orbe spiegato col passato, la geologia come la scienza del passato spiegato col presente; definizione che vale soprattutto a chiarire gli aiuti vicendevoli che si possono porgere le due scienze, tra le quali esiste tuttavia un divario profondo, non nell’oggetto, ma nei metodi di ricerca. Prima e meglio di questi due, l’italiano G. Dalla Vedova tornando ancora alle idee madri di Humboldt e di Ritter, stabiliva in forma precisa e sicura che il compito peculiare alla geografia, quello che meglio la individua dalle altre scienze, consiste nell’accertamento della distribuzione e delle correlazioni causali fra le forme, i fenomeni, gli esseri che hanno sede sulla superficie terrestre (“il concetto scientifico e il concetto popolare della geografia”, 1881). Un indirizzo estremo della geografia, che tenderebbe a far rientrare tutti gli argomenti di studio nel campo della geografia fisica (rappresentato, ad esempio, da G. Gerland), non ebbe molto seguito; ad esso si riattacca tuttavia, in sostanza, il disegno del primo e finora unico Atlante fisico generale, completo, quello di H. Berghaus, il quale comprende carte relative non solo a fatti bio-geografici, ma anche a fatti etnografici.

Dopo il 1880 risorge, nella stessa Germania, con intenti e indirizzi rinnovati, anche lo studio geografico dei fatti umani, anzi si costituisce un ramo ben definito della nostra scienza, per il quale si adotta il nome, datole da F. Ratzel, di antropo-geografia o geografia antropica (in fr. “geografia umana”, in it. “geografia antropica” o anche “antropo-geografia”). Se il Ratzel non può dirsene a rigore il creatore - perché molte delle sue idee direttrici si ritrovano precedentemente, soprattutto presso scrittori italiani del secolo 19° (Melchiorre Gioia, C. Cattaneo, G. D. Romagnosi), egli ne fu senza dubbio il sistematore, soprattutto con l’ampio trattato in due volumi “antropo-geografia” (1882-1891), con altre opere di gran mole (come “geografia politica” del 1897) e con molti altri scritti minori. Il Ratzel riprende consapevolmente alcuni concetti ritteriani, ma trae specialmente i suoi principî fondamentali dall’evoluzionista M. Wagner, e, in quanto cerca di ricondurre l’indagine geografica dei fatti umani ai suoi fondamenti naturalistici, si riattacca anche al Peschel. Il Ratzel ha collocato definitivamente l’antropo-geografia al suo vero posto entro l’ambito della bio-geografia, in quanto ha cercato anzitutto di gettare le basi di una trattazione comprensiva dei problemi generali che concernono la diffusione e la distribuzione, sulla superficie terrestre, della vita in genere (senza distinzione di vita vegetale, animale, umana). Il Ratzel rappresenta la vita come formante uno strato pressoché continuo, sebbene di spessore diverso, intorno all’orbe; pone cioè una “biosfera” accanto all’atmosfera e all’idrosfera. Come l’aria e l’acqua, la vita è in perpetuo movimento alla superficie terrestre e come fenomeno di movimento presenta, sia nel suo insieme, sia in ogni suo gruppo o forma, dei limiti, al pari di altri fenomeni del mondo fisico; lo studio dei limiti dei fenomeni biologici e umani è divenuto, dopo il Ratzel e per merito suo, un’indagine schiettamente geografica. Nella biosfera tutti gli organismi, e perciò anche i gruppi umani, vivono e si muovono entro i limiti di un certo quadro naturale, e hanno bisogno, per svilupparsi, di un certo spazio. Quegli organismi o quei gruppi di organismi che dispongono d’un più largo spazio per svilupparsi liberamente, hanno maggiore probabilità di evolversi e dì progredire: la lotta per l’esistenza si risolve per il Ratzel in una lotta per lo spazio; questa è, anzi, secondo lui, la legge dominatrice di tutto lo sviluppo del mondo organico (ed egli la applicherà, più tardi, anche agli stati, traendone deduzioni di cospicua importanza politica). In questa lotta l’uomo trionfa sugli altri organismi viventi, perché, mentre possiede una larghissima facoltà di adattarsi all’ambiente, ha anche la capacità di reagire verso l’ambiente che lo circonda e di modificarlo, entro certi limiti, a proprio vantaggio. Perciò nello studio dei rapporti fra l’orbe e l’uomo, accanto alle influenze dell’ambiente sull’uomo, vi è luogo a considerare le influenze dell’uomo sull’ambiente. Il Ratzel analizza per la prima volta in modo concreto le influenze dell’ambiente sull’uomo, cioè del territorio abitato sui suoi abitatori (situazione del territorio, forma, estensione, confini; rilievo, acque, costituzione geo-litologica, fattori climatici; ambiente biologico); come pure indaga, viceversa, la diffusione e la differenziazione dell’umanità sulla superficie terrestre in relazione con quelle influenze, e perciò anzitutto l’area e i limiti dell’habitat della specie umana, o ecumene, la diversa densità di stratificazione dell’uomo su essa, i caratteri e la distribuzione delle tracce che l’uomo imprime sulla faccia dell’orbe (dimore, strade, coltivazioni, e simili). Si delinea dunque una doppia serie di problemi (o forse meglio due opposte facce degli stessi problemi) che formeranno d’ora in poi il contenuto principale della geografia antropica.

L’opera del Ratzel, ben lungi dall’essere perfetta, suscitò fiere critiche anche in Germania. Troppo dominato da tendenze naturalistiche, egli non appare affatto esauriente nello studio dei fatti dipendenti dalle reazioni dell’uomo sull’ambiente, ossia delle trasformazioni che l’uomo produce sull’orbe per il fatto, non solo di abitarvi, ma di utilizzarne le risorse (del mondo vegetale, animale, minerale) e di ripartirsi in diversi aggruppa­menti etnici, politici, sociali. Inoltre egli esagera nel ricercare la spiegazione dei fatti umani in cause d’ordine naturale, trascurando i fattori d’ordine storico e culturale. Dopo il Ratzel l’antropo-geografia dovrà ancora allargare i suoi campi d’indagine e mutare anche, notevolmente, il suo orientamento. Ma, nonostante le sue esagerazioni e i suoi difetti, il Ratzel ebbe grande importanza anche come maestro, dacché, mentre fervevano le dispute intorno al valore generale delle sue idee dal punto di vista metodico, molti scolari applicavano i principî generali a tutta una serie di ricerche monografiche.

Sebbene le idee del Ratzel non avessero immediatamente un notevole seguito fuori della Germania, questo paese appare ancora, nell’ultimo quarto del secolo scorso, alla testa degli studî geografici. Ma anche in altri stati, la geografia, rinnovata, faceva ormai rapidi e vivaci progressi. In Francia, mentre fiorivano gli studi di geografia fisica e assumevano un indirizzo più rigoroso le indagini di geografia regionale, E. Reclus intraprendeva una grande opera di divulgazione geografica, abbracciante, col titolo “nouvelle géographie universelle (1875-94), la descrizione di tutto il mondo basata sullo studio dei rapporti fra il suolo e l’uomo. L’importanza di questa opera dal punto di vista metodico sta nel suo carattere scientifico e divulgativo insieme.

Opere di intenti analoghi appaiono anche altrove (in Italia “la terra”, diretta da G. Marinelli, scritta da numerosi collaboratori, e pubblicata tra il 1882 e 1901); si tentano anche intere collezioni organiche di manuali geografici (ad esempio, la “bibliothek geographischer handbücher, fondata da F. Ratzel e poi diretta da A. Penck); si rinnovano i dizionarî di geografia (il maggiore è il “nuovo dizionario di geografia universale” di P. Vivien de Saint-Martin, 1879-94), e acquistano una straordinaria diffusione gli atlanti di geografia, i migliori dei quali sono ancora prodotti in Germania (come l’Atlante di Stieler, 1ª ed. 1821; 10ª ed. 1921; e gli Atlanti di André, Debes, e altri simili). Anche le società geografiche si moltiplicano (Società Geografica di Vienna, 1845; Società Geografica Americana, 1852; Società Geografica Russa, 1865; Società Geografica Italiana, 1867; Società Geografica di Madrid, 1875); tutti gli stati civili ne hanno ormai una o parecchie.

In conclusione, alla fine del sec. 19° la geografia (lasciate ormai definitivamente ad altre scienze quali astronomia, geodesìa e fisica le ricerche sulla forma e le dimensioni dell’orbe, sulla posizione di questa nel cosmo e nel sistema solare, che formavano già la cosiddetta geografia astronomica o matematica) appare saldamente costituita nei suoi due grandi rami, la geografia fisica e la geografia antropica, ciascuno individuato da oggetti e compiti proprî.

 

IL 20° SECOLO

Se noi esaminiamo un mappamondo, anche di modeste dimensioni, di cento anni fa, cioè dell’epoca di Humboldt e di Ritter, troviamo ancora, sulle aree emerse, dei grandi spazî incogniti, che coprono le calotte polari, quasi tutto l’interno dell’Australia, vastissime regioni dell’Africa e dell’Asia. Oggi queste aree incognite sono quasi del tutto scomparse; un mappamondo dei nostri giorni non mostra più che delle piccole macchie bianche nel Sahara, nell’Arabia meridionale, nell’Australia, e soprattutto, ancora, intorno ai Poli. Per condurre a termine il riconoscimento di questi ultimi spazî ignoti, l’esplorazione dispone di nuovi mezzi efficacissimi: l’automobile che si è rivelato di straordinario ausilio, ad esempio, nella ricognizione delle zone desertiche, i mezzi aerei, sperimentati con successo in quelle stesse zone, ma soprattutto nell’Artide e nell’Antartide (voli di Amundsen, Nobile, Wilkins, Byrd, e altri). Su essi si basano principalmente i programmi d’esplorazione per il prossimo avvenire. Molto più imperfetta è tuttora la conoscenza del fondo degli oceani: prima del 1914 gli scandagli fatti nelle aree oceaniche di profondità superiore a 2000 m. (che si ragguagliano a circa 300 milioni di kmq.), non erano forse più di 7000, cioè all’ingrosso uno ogni 40-50.000 kmq. (circa 7 misure sole su un’area pari a quella dell’Italia). Ma anche in questo campo si è acquistato negli ultimi anni un nuovo meraviglioso mezzo d’indagine, quello degli scandagli a eco, che permette di eseguire in poche ore decine e decine di misure (mentre con gli scandagli a fune una sola misura a profondità abissali richiedeva molte ore). Con questo nuovo procedimento la spedizione tedesca della Meteor (1925-27) ha effettuato nell’Atlantico centrale e meridionale 67.000 scandagli; la campagna idrografica italiana, nel Mare delle Sirti, del 1930, ne ha effettuati, con tre navi, oltre 250.000. Si tratta, in questi casi, di veri e proprî rilievi topografici del fondo dei mari, che, quando si saranno sufficientemente moltiplicati, condurranno a risultati forse inaspettati per la conoscenza della crosta terrestre. Anche l’esplorazione dell’atmosfera, che interessa direttamente la geografia, perché sede, nei suoi strati inferiori, di fenomeni e di forze che modificano continuamente la crosta solida, ha fatto, negli ultimi decennî, nuovi, grandiosi progressi: le osservazioni meteorologiche sistematiche, effettuate nei varî paesi con procedimenti e strumenti analoghi e perciò conducenti a risultati comparabili, si vanno ogni anno moltiplicando: anche qui s’introducono e si perfezionano nuovi mezzi d’indagine (palloni-piloti, palloni-sonde, e simili). In conclusione si può affermare che il riconoscimento dei lineamenti fondamentali del globo terraqueo e dei suoi fenomeni è oggi compiuto; chiusasi l’epoca delle esplorazioni geografiche estensive, si è invece iniziata quella delle esplorazioni più circoscritte spazialmente, ma più approfondite, condotte con metodi e strumenti sempre più affinati. Soltanto dopo aver acquisita la conoscenza di quei lineamenti fondamentali è divenuto possibile di gettare le basi di una geografia scientifica: lo studioso, dopo aver riconosciuto l’intero globo nei suoi aspetti generali, lo ripercorre nuovamente, passo passo, studiandolo intensivamente, in tutti i particolari della sua mutevole e variopinta fisionomia. Questa è forse la caratteristica più saliente dell’attuale scienza geografica e che meglio ne specifica l’indirizzo ai giorni nostri.

La geografia appare oggi una scienza d’indole complessa, in quanto attrae nel campo delle proprie indagini fatti d’interdipendenza e di reciproche connessioni e relazioni: correlazioni di oggetti e fenomeni fisici fra loro; di fenomeni biologici e umani fra loro e ancora di fenomeni fisici con fenomeni biologici e umani, e viceversa: correlazioni che hanno la loro radice nel fatto fondamentale che questi oggetti e fenomeni coesistono nel medesimo spazio e s’influenzano a vicenda, onde derivano forme e aspetti continuamente modificati della superficie terrestre, ossia quelli che con termine frequentemente usato si chiamano paesaggi geografici.

Un’altra caratteristica della geografia contemporanea, che merita d’essere posta in rilievo, è la scomparsa di quel dualismo che alcuni decennî fa sembrava esistere fra i due rami principali della scienza, la geografia fisica e l’antropica: esse appaiono invece, ormai, accomunate dall’unità dei metodi d’indagine e dall’oggetto finale, che è in sostanza la descrizione, spiegazione e classificazione dei varî aspetti della superficie terrestre, quali risultano dall’opera degli agenti fisici, dalla presenza e dalla differenziazione delle associazioni biologiche, dalla presenza e dall’attività dell’uomo.

Come detto, la reazione al determinismo ottocentesco venne solo agli inizi del Novecento, allorchè Vidal de La Blache andava organizzando le ricerche e l’insegnamento della geografia; dai suoi scritti emerge una concezione ben diversa che, in seguito, lo storico L. Febvre denominò “possibilismo”, secondo la quale le società umane non sono schiave dell’ambiente naturale, ma possono scegliere in una più o meno ampia gamma di possibilità da esso offerte. Il determinismo fisico-ambientale dell’Ottocento entra in crisi perché in Francia, alla fine del secolo, si sviluppa una nuova corrente presso la Scuola Normale Superiore di Parigi, formata da sociologi e geografi, tra i quali si distingue Vidal de La Blache (1845-1918). Egli non si pone in opposizione rispetto al determinismo, ma ne riprende il fattore principale, cioè la piena considerazione della realtà, però si differenzia dal momento che non si limita a trarre conclusioni univoche e predeterminate. Il suo metodo si basa su due aspetti: l’analisi dei rapporti spazio-temporali del fenomeno studiato e la ricerca delle cause che li provocano. Egli dà particolare importanza allo studio dei “generi di vita” che egli definisce come i comportamenti abituali dei gruppi umani, i quali si concretizzano nelle forme di insediamento e di utilizzazione dello spazio. In tal senso egli dà vita ad una concezione per cui i gruppi umani sono liberi di utilizzare le risorse a loro disposizione e, a parità di risorse, due comunità diverse possono trarre benefici differenti. La natura quindi non pone vincoli ma offre all’uomo un ventaglio di possibilità. Questa impostazione valorizza due concetti importanti per la geografia: il concetto di paesaggio, come insieme dei tratti materiali e immateriali di un territorio, e il concetto di regione come porzione di un territorio con proprie componenti differenti da quelle di altre regioni.

Altri studiosi francesi hanno poi dato notevolissimi contributi alla geografia umana, conducendo soprattutto studi regionali, che Vidal de La Blache riteneva necessari per arrivare a una costruzione sistematica di geografia generale; ed è soprattutto merito della scuola francese se la geografia umana, dopo un lungo travaglio, è pervenuta anch’essa alla piena dignità scientifica. Emergono però fra i geografi di tale scuola, e fra altri che ne seguirono le tracce, diverse tendenze nell’interpretazione della geografia umana, riconducibili a due fondamentali. Da parte di alcuni si tende a considerare oggetto di ricerca l’uomo sull’orbe: l’uomo in quanto essere vivente (M. Sorre), l’uomo in quanto abitatore (A. DemangeonM. Le Lannou), l’uomo in quanto agente di produzione e di consumo (P. George): è un indirizzo che in fondo, pur nel netto rifiuto del determinismo, si ricollega in parte a Ratzel e ha un’impostazione fondamental­mente ecologica. Altri invece, rifacendosi più da vicino all’idea espressa da Vidal de La Blache (la geografia è scienza dei luoghi e non degli uomini), escludono quasi del tutto i soggetti umani e rivolgono la loro attenzione allo spazio umanizzato, modificato dall’azione dell’uomo. J. Brunhes (il più autorevole rappresen­tante di questo indirizzo) è stato accusato di voler fare una geografia umana senza l’uomo; ma l’uomo vi è in realtà ben presente con la profonda traccia da lui impressa sulla superficie terrestre. Il possibilismo ha avuto poi ulteriori sviluppi, in parte arricchendosi di contenuti teleologici (nel “possibilismo finalista”), in parte temprandosi nel “probabilismo” enunciato dallo statunitense O. H. K. Spate, concezione secondo la quale alcune delle possibilità offerte dalla natura all’uomo hanno maggiore probabilità di essere prescelte.

La geografia possibilista, quella probabilista, e quella volontaria, nata dalla reazione al positivismo e influenzata dall’idealismo e dallo storicismo dominanti nei primi decenni del 20° secolo, è eminentemente geografia idiografica (scienza della differenzia­zione spaziale dei fenomeni, secondo la definizione del suo massimo sistematore, lo statunitense R. Hartshorne): essa descrive e interpreta i singoli individui spaziali (regioni e loro paesaggi), ognuno diverso dall’altro, e non perviene a generalizzazioni. A partire dal 1950 si sono venute affermando rinnovate correnti di pensiero positiviste, non senza influenze sulla geografia. Così, dopo la metà del secolo, soprattutto nel mondo anglosassone, si è manifestata una nuova concezione, quella funzionalista, incentrata sull’individuazione e sullo studio di spazi: spazi, appunto, ‘funzionali’, in quanto organizzati da una trama di centri coordinatori. Poiché l’organizzazione dello spazio procede, almeno in parte, secondo principi generali, la geografia funzionalista non è più disciplina esclusivamente idiografica; inoltre, essa si vale di metodi e di mezzi prima quasi del tutto ignorati, come il ragionamento deduttivo e gli strumenti matematici diffusi nelle scienze sociali dalla cosiddetta ‘rivoluzione quantitativa’. La geografia funzionalista, sebbene in parte modificata dall’applicazione della teoria dei sistemi, è ancora vitale. Tuttavia, essa è stata oggetto di numerose critiche, così che a partire dagli anni 1970 si sono fatte strada altre concezioni. Una di queste è la geografia radicale, fondata sulla critica e sulla contestazione dell’attuale organizzazione dello spazio e in buona parte ispirata a schemi marxiani. Un’altra è la cosiddetta geografia umanistica, che privilegia, in luogo dello studio dello spazio oggettivo, quello dello spazio soggettivo, percepito e vissuto dai singoli soggetti, e che è strettamente legata ad acquisizioni della psicologia e della sociologia.

Per tutta la prima metà del Novecento, l’idea di una geografia unitaria è stata accettata dalla quasi totalità degli studiosi, i quali hanno in gran parte concepito la disciplina come interpretazione globale del paesaggio. Invece, successivamente alla seconda guerra mondiale, sia per l’enorme sviluppo assunto dalla problematica geografica (che ha imposto una sempre crescente specializzazione e l’adozione di metodi eterogenei) sia per contrapposizioni epistemologiche di fondo tra studiosi di diversa formazione culturale e di differente impostazione ideologica, l’antico dualismo è riaffiorato e sono riapparsi i sostenitori dell’assoluta inesistenza di un’unica disciplina in grado di esaurire l’intera problematica tradizionale della geografia. In Italia, la geografia unitaria, propugnata e sistematizzata negli anni 1930 e 1940 da R. Almagià, con un consenso pressoché unanime, negli anni 1950 subì una severa critica soprattutto da parte di L. Gambi. Tuttavia, come si vede anche dall’organizza­zione dei congressi geografici internazionali, che continuano ad articolare i propri lavori in tutte le sezioni tradizionali più alcune di nuova istituzione, l’orientamento della maggioranza sembra ancora sostanzialmente per una geografia monistica, anche in virtù dei nuovi temi spaziali che sembrano poter condurre a un’effettiva e definitiva riunificazione. Infatti, le moderne tendenze, che si valgono largamente (soprattutto in USA, Gran Bretagna, e Svezia) del metodo deduttivo, delle tecniche quantitative e dei modelli, sembrano orientarsi sempre più verso uno studio dello spazio e dei suoi contenuti senza distinguere aprioristicamente se si tratti o no di contenuti dovuti prevalente­mente all’azione dell’uomo.

Sia nell’ambito della geografia fisica sia in quello della geografia umana hanno preso a delinearsi già da molto tempo alcuni settori con tendenze decisamente specialistiche e addirittura centrifughe. Ciò riguarda in particolare la geografia umana, dove, fin dai tempi di Ratzel e per opera di lui stesso, la geografia politica ha avuto la tendenza ad assumere connotati propri: Ratzel, infatti, elaborò un trattato sistematico di geografia politica improntato alla stessa concezione della sua geografia umana. Le idee del geografo tedesco, seguite senza apporti originali da alcuni suoi connazionali, furono combattute ancora una volta dai Francesi, segnatamente da C. Vallaux. In seguito, riprese e distorte da altri studiosi in parte estranei alla geografia, finirono con il dar vita alla scuola geo-politica tedesca, legata a momenti politici nazionali e contingenti e dissoltasi subito dopo la Seconda guerra mondiale. Da allora la geografia politica è progredita lentamente, mostrando solo negli ultimi anni del Novecento una tendenza a rinnovarsi nei metodi e nei contenuti, soprattutto nei paesi anglosassoni.

Diverso è stato il cammino percorso dalla geografia economica, la quale, a differenza della geografia politica, non trovò per lungo tempo nessuno studioso che la elevasse a sistema e restò un ramo umile e utilitario che si occupava, con il nome di geografia commerciale, di elaborare inventari di risorse naturali. Ma già in molte delle celebri monografie regionali francesi si dava largo spazio ai fatti economici, e Brunhes, nella costruzione della sua geografia umana, teneva in gran conto i risultati delle attività economiche quali fatti di occupazione della superficie terrestre. In seguito, le attività economiche sono entrate da protagoniste nella geografia umana proposta da George, che studia l’uomo in quanto produttore-consumatore; e, anche per influsso del pensiero marxista, i fenomeni economici e i loro riflessi sono divenuti oggetto di elezione negli studi geografici. Benché il dibattito sugli ambiti di studio e sulle metodologie della geografia economica sia sempre aperto, sono ormai molto numerosi gli studiosi che vedono questo ramo della geografia come un campo sostanzialmente diverso, soprattutto per metodologia, dalla geografia umana e tendono ad avvicinarla alla teoria economica.

Accanto alla geografia politica e alla geografia economica è apparsa da tempo anche una geografia sociale, la cui nascita risale all’inizio del 20° secolo con l’elaborazione, da parte di Vidal de La Blache, del concetto di genere di vita, cioè del complesso di abitudini e di comportamenti derivato a una collettività dalla lunga simbiosi con il proprio territorio; un concetto che è stato applicato con grande successo dalla scuola francese, ma che ormai, nel mondo attuale, è inutilizzabile. Sebbene più legata alla geografia umana di quanto siano la geografia politica e, soprattutto, quella economica, anche la geografia sociale ha avuto sviluppi propri, specie nei Paesi Bassi, dove si è accostata alla metodologia sociologica, e più recentemente in Francia, con J. George, e in Germania, con W. Hartke. Ma anche questi rami parzialmente autonomi possono rientrare nel vasto ambito di una geografia umana o addirittura di una geografia tout court, come studio delle proiezioni territoriali di fatti politici, economici e sociali.

Alla fine degli anni ‘80 la comunità mondiale dei geografi ufficiali (in larga misura coincidente con quella dei geografi accademici, con diverse migliaia di effettivi), non si riconosceva del tutto in orientamenti univoci: per esempio, i metodi quantitativi riscuotevano grande successo nei paesi influenzati dalla cultura anglosassone, ma erano guardati con diffidenza in quelli francofoni, in Germania, in Italia; e il funzionalismo veniva contestato, con argomentazioni a volte scientifiche a volte ideologiche, dai fautori della geografia umanistica e della geografia radicale d’ispirazione marxista. Da allora, alcune di tali tendenze si sono consolidate, mentre altre sono state ridimensionate o addirittura dimenticate. Si è sostanzialmente rafforzata la geografia funzionalista, il cui motivo ispiratore, l’interpretazione dello spazio organizzato dall’uomo attraverso lo studio delle funzioni svolte dagli elementi, strettamente interconnessi, che lo compongono, soddisfa ampiamente almeno due esigenze: quella di una geografia applicata, che sia al tempo stesso predittiva e propositiva; e quella di tener conto di istanze regionali e locali e, dunque, di essere carica di valenze politiche, assorbendo così alcuni motivi di quella geografia umanistica che era nata in opposizione a essa. La ricerca funzionalista può giovarsi largamente dei metodi quantitativi, i quali hanno cessato di suscitare ingiustificati entusiasmi o infondati timori e non vengono più considerati né strumenti capaci di rivitalizzare la geografia né tantomeno corpi estranei e dannosi, bensì semplicemente metodi, spesso utili per analizzare, misurare e rappresentare processi e fenomeni dell’organizzazione dello spazio. La geografia funzionalista non dispone di un apparato concettuale molto solido, essendo per sua natura eminentemente pragmatica, e forse proprio per questo ha potuto attrarre studiosi di altra ispirazione o altri indirizzi, risultando alla fine vincente. Un tentativo per rafforzare le basi teoriche della geografia funzionalista è venuto, sul finire degli anni 1980, dal suo innesto nella teoria sistemica, particolarmente adatta allo studio dell’organizzazione del territorio (assai complessa e rispondente ai requisiti del ‘sistema’). In tale direzione si sono mosse le riflessioni di molti geografi (in Italia quelle di A. Vallega), con risultati positivi e spesso brillanti, in particolare per quanto riguarda la precisazione del concetto di regione (intesa come sistema territoriale) e, dunque, la moderna geografia regionale. Peraltro, anche l’applicazione della teoria sistemica ha incontrato qualche difficoltà e nel complesso la geografia procede ora per lo più nell’utilizzazione del funzionalismo tradizionale.

Nell’excursus ora proposto la geografia è venuta definendosi e affinandosi, proponendosi come la scienza della descrizione della terra nei suoi tratti fisici e nella distribuzione della presenza umana. Ciò ha dato vita a studi che hanno mirato a rappresentare la terra e le sue partizioni, fornendo così delle sintesi che si accompagnassero alla produzione cartografica. In qualche modo l’impostazione positivistica e vidaliana dura nel tempo, ma viene messo in crisi a metà del secolo scorso anche da parte di un importante geografo italiano quale Lucio Gambi autore di un’opera fondamentale: “una geografia per la storia” del 1973. Egli chiarisce che l’analisi del “genere di vita”, secondo la concezione di Vidal de La Blache, fosse possibile per comunità elementari o conservative, ma che fosse poco adeguato per esaminare società evolute. Il geografo italiano pone in evidenza i limiti dell’impostazione tradizionale e individua nella geografia tre diversi ambiti: la geografia fisica, intesa come studio dei fenomeni naturali, l’ecologia, che è lo studio degli esseri viventi, la geografia umana, che è lo studio dell’organizza­zione socio-economica della terra. La novità di Gambi consiste nel superamento della concezione degli oggetti geografici come luoghi da descrivere e nella necessità di differenziare la metodologia a seconda di ciascun ambito prima citato. Egli valorizza lo studio della geografia umana e coglie la stretta relazione con la storia, cosa che considera necessaria per comprendere le scelte umane. Inoltre, egli ritiene riduttiva la semplice descrizione dei fenomeni geografici, ma ritiene che il geografo debba porsi dei problemi e provare a risolverli. Nel corso del Novecento diversi studiosi avvertono l’esigenza di rinnovare la geografia e si sviluppano alcuni filoni che andremo ora a esaminare: l’indirizzo idiografico, l’indirizzo quantitativo, la geografia della percezione, l’indirizzo storico-marxista, la geografia culturale.

1) L’ indirizzo idiografico è uno degli orientamenti più importanti degli anni Cinquanta del secolo scorso. L’autore più rappresentativo è il geografo americano Richard Hartshorne (1899-1992). Egli si pone il problema di definire la natura scientifica della geografia e analizza il metodo scientifico di questa scienza ponendola a confronto con le altre. Egli distingue le discipline scientifiche da quelle umane perché solo le prime hanno una vera e propria sistematicità ed esprimono delle regole, dei principi e anche delle leggi che in modo uniforme spiegano i fenomeni. Poi egli si pone il problema di dove si collochi la geografia dal momento che non è in grado di esprimere delle leggi universali, tuttavia egli difende la scientificità della disciplina perché ritiene che non contino solo i risultati ma i criteri utilizzati. Poiché egli ritiene che la geografia utilizza dei metodi sistematici e scientifici essa è pari alle altre discipline scientifiche. Da un punto di vista metodologico, egli ritiene che sia necessario cominciare con l’osservazione, poi che si debba continuare con l’analisi anche considerando le connessioni tra le parti, successivamente si formulano delle ipotesi sui rapporti tra gli elementi spaziali e i processi che li innescano. In buona sostanza, il suo lavoro consiste in una messa a punto dei metodi per analizzare fenomeni geografici complessi. Si può scomporre la complessità globale dell’integrazione costituita da fenomeni interconnessi in un luogo e interconnessi fra luoghi diversi, attraverso una suddivisione per argomenti d’indagine in segmenti, ciascuno dei quali consiste di un’integrazione meno complessa e più serrata; e si può scomporre la complessità delle variazioni spaziali, ciascuna caratterizzata da una gamma più ristretta di variazioni del segmento d’integrazione in esame e da una più stretta interconnessione dei fenomeni di un luogo con quelli di altri. Sicchè la geografia è quella disciplina che cerca di descrivere e interpretare il carattere mutevole, da luogo a luogo, della terra, concepita come il mondo dell’uomo. In relazione a queste indicazioni di metodo si comprende il significato del termine idiografico, cioè studio delle peculiarità di ciascun luogo, ma da effettuarsi con una metodologia sistematica e chiara. La visione, che la geografia si interessi della superficie terrestre come spazio dove si manifestano dei fenomeni, apre la strada all’unicità di ogni contesto perché le relazioni o i processi che si realizzano in ciascuno di essi sono unici e irripetibili. Questo indirizzo ha dato impulso al ragionamento metodologico in geografia e ha cercato di collocare la disciplina alla pari di altre, tuttavia la critica più evidente è quella di interessarsi principalmente alla geografia umana. Ancora ha dato vita ad una serie di studi di ambiti territoriali analizzati nella loro specificità, ma anche questa scelta è stata criticata perché mancano visioni di carattere generale. In definitiva, il metodo teorizzato da Hartshorne intende descrivere ciò che di irripetibile e di originale si presenta nella realtà e ha offerto una serie di studi e contributi riguardanti diverse regioni geografiche per metterne in evidenza i tratti peculiari.

2) L’indirizzo neo-quantitativo o neo-geografico, affermatosi nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso, voleva superare le impostazioni tradizionali con l’obiettivo di puntare su modelli teorici di tipo analitico e normativo, anche rifacendosi ad altre discipline come la statistica, la matematica, l’economia: l’indirizzo neo-quantitativo o neo-geografico. Esso ha ricevuto largo consenso nei paesi di cultura anglosassone dove è stata denominato “new geography. Questo indirizzo si apre ad altre discipline per avere a disposizione metodi efficaci per analizzare le dinamiche territoriali. La rivoluzione sta nel punto di partenza, il metodo deduttivo, a cui si collega l’applicazione di procedimenti matematici e statistici, nel tentativo di utilizzare gli sviluppo della tecnologia elettronica e informatica, già introdotti nelle cosiddette scienze esatte e che ora si vogliono porre alla base degli studi di geografia umana ed economica. L’obiettivo è quello di effettuare analisi territoriali che diano risultati chiari e comparabili. Ma obiettivo ancora più importante è quello di avere a disposizione dei modelli per descrivere la realtà. Insomma il geografo non deve come riteneva Hartshorne o ancora di più la geografia tradizionale osservare e raccogliere informazioni qualitative per ricostruire un’unità spaziale, ma dove avere a disposizione dei modelli o schemi per ricostruire la realtà. Perciò, questo filone è denominato neoquantitativo in quanto vuole provare a quantificare i processi geografici. Esempio basilare per questo indirizzo è la “teoria delle località centrali” elaborata da W. Christaller, geografo tedesco, negli anni Trenta del secolo scorso. Il suo modello ha poi generato una serie di ricerche utili e ha avviato ampie discussioni sulle potenzialità ma anche sulle criticità dell’indirizzo neoquantitativo. Il modello di Christaller si propone di indagare l’esistenza di leggi che regolano la dimensione, il numero e la distribuzione delle città nello spazio. Egli spiega la distribuzione di beni e servizi offerti dai centri urbani ispirandosi al concetto di gerarchia urbana; individua le regole con cui interpretare i sistemi urbani, spiegando dimensione, frequenza e distanza dei centri urbani di ogni livello gerarchico. (Gerarchia urbana è la differenziazione delle città sulla base di criteri che possono essere demografici o economici.) In pratica, un centro maggiore fornirà maggiori servizi e beni servendo un territorio più ampio a differenza di un piccolo centro dotato di pochi servizi, utili solo a chi vi vive. In tal modo secondo Christaller i servizi si dispongono sul territorio in modo virtualmente ordinato e si assiste ad una divisione del territorio all’interno del quale si può individuare per ogni centro l’area di gravitazione, che è maggiore per un centro maggiore, minore per un centro minore. Questo modello è apparso utile per studiare le relazioni territoriali, ma ha dei limiti per la sua dimensione ideale, infatti non considera le situazioni reali e presenta una visione uniforme dello spazio. Tuttavia proprio a partire da questo modello il geografo italiano Turco chiarisce che nell’indirizzo neo-quantitativo vi siano elementi propositivi: l’importanza data a procedure metodologiche statistiche e matematiche, l’utilità di modelli che permettano comunque di descrivere la realtà. I modelli secondo Turco stabiliscono una norma ma consentono anche di conoscere le eccezioni, inoltre sono vantaggiosi per ragionare sulle funzioni e sui processi territoriali. In tal modo questo indirizzo non vuole solo descrivere ma vuole comprendere situazioni e processi geografici.

3) L’indirizzo percettivo o costumale. Negli anni Settanta del secolo scorso le scienze sociali hanno messo in crisi gli approcci razionalisti e hanno cominciato ad esaltare quello fondato sull’esperienza anche individuale. Si è quindi formato l’indirizzo della geografia umanistica che propone un approccio centrato sugli aspetti qualitativi dell’uomo. Questo approccio è influenzato da correnti filosofiche, come l’esistenzialismo e la fenomenologia, basate sull’analisi dell’esistenza umana e sullo studio dei fenomeni. Secondo queste concezioni filosofiche non serve fermarsi all’apparenza ma è opportuno andare all’essenza delle cose soffermandosi sul mondo soggettivo di ogni individuo. In tal senso non bisogna limitarsi solo allo studio dell’uomo raziocinante, ma anche ai sentimenti e emozioni che prova. Questa visione ha influenzato la geografia umanistica, benché secondo Vallega, già nei geografi dell’Ottocento troviamo questa visione sorretta dal Romanticismo. In relazione alla geografia umanistica si è sviluppata l’attenzione dei geografi per la letteratura. Le opere letterarie possono essere lette non solo per il loro contenuto letterario ma anche per il modo con cui presentano un’esperienza capace di trasmettere lo spirito, il tradizionale significato, il valore storico dei fatti territoriali. Le fonti letterarie esprimono il punto di vista dei gruppi sociali sulla territorialità, mentre ogni autore, a sua volta, sceglie la forma simbolica per esprimerla e trasfigurarla. Nell’ambito umanistico si è sviluppato il filone della geografia della percezione o in inglese “behavioral revolution”. Esso va a studiare la percezione individuale e collettiva dello spazio. Questo indirizzo vuole mettere a fuoco i comportamenti umani, studiando i concetti e le immagini che gli uomini elaborano del mondo reale. Si rivolge agli aspetti psicologici e sociali del comportamento nell’ambiente. Uno schema significativo è proposto da Downs (1970) che studia il rapporto uomo-ambiente. Tale rapporto viene considerato un processo di interazione in cui l’ambiente costituisce la sorgente delle informazioni percepite dal soggetto.  La rilevanza per la ricerca geografica dell’analisi psicologica sta nel fatto che gli uomini prendono decisioni circa la strutturazione dello spazio e dell’ambiente sulla base delle conoscenze di cui dispongono che a loro volta derivano dall’accuratezza con cui le condizioni ambientali sono percepite. Ogni soggetto quindi rielabora in modo personale le informazioni e produce specifiche elaborazioni e visioni. Questa posizione trova molti riscontri ad esempio negli studi di Lynch (1960) che analizza le immagini percettive degli abitanti di alcune grandi città americane e dimostra i differenti punti di vista. Ciò mostra che ognuno venga formandosi proprie immagini mentali; le differenze sono dovute a diverse cause: età, esperienze, scolarizzazione, provenienza sociale. In virtù di questi studi alcune ricerche geografiche hanno esaminato il concetto di “mappa cognitiva”. Il termine mappa cognitiva fu coniato da Tolman (1948): essa indica le configurazioni mentali dell’ambiente, ma è anche uno schema percettivo che è di orientamento per ciascuno di noi ed è suscettibile di modifiche. Saarinen (1966) ha studiato ad esempio la percezione del rischio della siccità da parte degli agricoltori residenti in una regione situata tra le montagne rocciose e la pianura del Mississippi. I risultati della ricerca dimostrarono che la percezione del rischio variava a seconda dell’individuo. Questo filone di ricerche ha avuto un buon successo e lo spazio maggiormente studiato è stato quello urbano per osservare come fosse vissuto. Il geografo francese A. Fremont nell’opera “la regione come spazio vissuto” sostiene che ogni ricerca geografica deve tener presente le rappresentazioni mentali dei gruppi sociali, cioè lo “spazio vissuto” e non solo fattori economici e amministrativi. È dunque un filone interessante e nuovo che ha offerto l’opportunità di analizzare le cosiddette micro-geografie e di comprendere come sia utilizzato lo spazio dagli individui trovando grande riscontro in didattica. Le critiche mosse a questo indirizzo come ingenuità e empirismo non tengono conto che bisogna valorizzare aspetti socio-psicologici.

4) L’indirizzo storicistico-marxista. Sempre negli anni Settanta del secolo scorso si afferma negli Stati Uniti e poi in Francia, l’approccio storicistico-marxista. Questo indirizzo mette in crisi l’impostazione razionalista che cerca modelli e schemi per rappresentare la realtà, mentre ritiene importante comprendere che ogni struttura socio-territoriale costituisca un prodotto storico e non un dato naturale. Inoltre, ogni trasformazione che avviene in un territorio, ha una valenza storica, è l’esito di un conflitto sociale per cui il territorio assume una funzione rilevante nelle questioni sociali. Insomma il territorio non è uno spazio asettico e neutrale ma è parte integrante dei processi socio-politici. Secondo Harvey (1969) gli altri indirizzi geografici non sono in grado di spiegare i problemi reali presenti nella società ed è quindi necessaria una diversa impostazione. Si apre così il confronto con l’epistemologia marxista e sono avviati diversi studi sul rapporto tra fabbrica e città, sul sottosviluppo, sui contrasti tra gruppi sociali, sui problemi ambientali. Lo stesso concetto di spazio viene rivisitato in quanto non è più visto come uno sfondo, ma è considerato come spazio relazionale nel quale interagiscono azioni o attività ed è impregnato di contraddizioni storiche. Partendo da questi presupposti i geografi marxisti hanno rifiutato l’indirizzo idiografico ritenendo limitato il solo obiettivo di comprendere i fenomeni geografici, volendo invece considerare la geografia come la scienza che collabora alla pianificazione territoriale. Secondo questi geografi la disciplina deve assumersi responsabilità sociali, comprendere le conflittualità territoriali e indicare strategie per risolverle. Come chiarisce il geografo italiano Dematteis (1980) la geografia marxista vuole dare una risposta a drammatici problemi politici, sociali, economici ed ecologici. In Francia questa impostazione ha ottenuto molto successo perché, come chiarisce Yves Lacoste, la geografia è poco considerata se non fornisce una descrizione del mondo che risponda alle nostre preoccupazioni. La rivista francese che ha maggiormente seguito questa impostazione è “Hérodote. In Italia Massimo Quaini ha dato un particolare contributo in tale direzione rimodulando anche l’impostazione della geografia storica, che studia la storia dell’organizzazione sociale dello spazio e la storia delle strutture territoriali. Secondo Quaini il geografo dovrebbe privilegiare l’analisi del mutamento geografico nel tempo e la geografia storica deve porsi compiti interpretativi senza poter prescindere dalla dimensione temporale. La geografia deve dunque accogliere la componente temporale e non solo muoversi sul piano spaziale; deve comprendere le ragioni storiche che agiscono sul territorio e descrivere le trasformazioni e i cambiamenti che avvengono. Tutto ciò non va fatto nell’ottica del passato ma in quella del futuro, guardando alla pianificazione territoriale, dal momento che senza conoscere la storia di un territorio e la sua identità non si può operare il recupero dei centri storici o la tutela di zone degradate.

5) La geografia culturale. Nel corso del Novecento i geografi non solo hanno riflettuto sugli aspetti metodologici ma hanno anche valutato le possibili interazioni con le problematiche culturali. Nel 1931 il geografo statunitense Carl Sauer pubblica un breve saggio che segna l’inizio della geografia culturale. Per Sauer la geografia culturale consiste appunto nell’applicazione dell’idea di cultura ai problemi geografici e in modo specifico ai seguenti ambiti: alla distribuzione sul territorio di elementi culturali come le abitazioni o i toponimi; all’ecologia culturale che si occupa dello sfruttamento delle risorse naturali; e all’identificazione delle regioni culturali attraverso lo studio dei componenti del paesaggio. In tal senso cultura rimanda alle costruzioni materiali, ai manufatti e ai prodotti realizzati dall’uomo e il geografo ne studia la localizzazione, la distribuzione e la diffusione. Questa impostazione che negli anni Trenta fu considerata innovativa si è poi rinnovata nel tempo; infatti negli ultimi decenni del Novecento si è sviluppata la “nuova geografia culturale”, attenta non solo agli aspetti materiali ma anche immateriali e simbolici. Importanti sono gli studi di Denis Cisgrove sul paesaggio, ma si è affermato anche l’indirizzo spiritualista, che si rivolge alla disamina dei valori spirituali che le culture hanno attribuito ai luoghi. La geografia culturale nei suoi diversi indirizzi è un ambito affascinante e Paul Claval, il più noto esponente europeo di essa, spiega chiaramente come l’approccio culturale capovolga la prospettiva geografica: la disciplina era generalmente concepita come una scienza naturale, il cui scopo principale era quello di cogliere un mondo la cui esistenza oggettiva non era messa in dubbio. Oggi si occupa di come gli uomini percepiscono e vivono il mondo, lo investono delle loro passioni, lo caricano dei loro interessi e vi sviluppano le loro strategie poggiandosi su luoghi e territori e modellando il paesaggio.

 

L’EPOCA CONTEMPORANEA

L’affermarsi della società post-moderna ha dato l’avvio a nuove impostazioni dagli anni Ottanta del secolo scorso. Il postmodernismo è una corrente di pensiero che si contrappone al modernismo, inteso come razionalità, obiettività e progresso. Il postmodernismo mette in crisi le diverse concezioni che si rifanno all’Illuminismo e al positivismo. La globalizzazione, voluta dalla presenza dei media, ha creato una società decentralizzata nella quale non vi sono centri dominanti. La stessa organizzazione sociale è oggi molto complessa per i tanti flussi migratori e per la dinamicità dei nostri tempi nei quali i mezzi di trasporto e di comunicazione azzerano le distanze spaziali. Inoltre, il crollo del sistema sovietico e i continui cambiamenti dello scenario geo-politico rendono il quadro internazionale contraddittorio. Lo stesso concetto di sviluppo è entrato in crisi dal momento che ha finito per danneggiare l’ambiente, per cui la crescita determinata dall’industrializza­zione è oggi soggetta a revisione. In relazione ad un contesto così complesso, appunto postmoderno, la comunità scientifica si pone interrogativi diversi. Come chiarisce Minca (in uno studio del 2001) emergono tre filoni possibili nella geografia postmoderna: un filone è impegnato a porre in discussione i testi e i discorsi geografici, il secondo si apre a nuovi approcci come la geografia femminista, la politica dell’identità o le geografie postcoloniali, il terzo si occupa principalmente dell’evoluzione attuale della città come luogo nevralgico del cambiamento. Ovviamente solo alcuni geografi si riconoscono nell’imposta­zione postmodernista, altri continuano a privilegiare la geografia umanistica volendo dare spazio alla dimensione individuale nell’interazione uomo-ambiente. D’altra parte, le problematiche ambientali sono quanto mai attuali, sicchè studi recenti sono rivolti alle interazioni tra paesaggio e mutamenti climatici. Ancora il quadro economico e politico prima delineato richiede oggi la continua attenzione del geografo. Rimane poi attuale l’interesse per la pianificazione territoriale e quindi per l’analisi e la progettazione tanto degli ambiti urbani quanto di quelli rurali. Particolare interesse riscuotono oggi le comunicazioni. Geografia delle Comunicazioni, Geografia delle Tele-comunicazioni, Geografia della Società dell’Informazione: le diverse denominazioni indicano la rapida evoluzione di un settore di ricerca e contemporaneamente la rapidissime trasfor­mazioni tecnologiche. (La geografia delle comunicazioni prende in considerazione l’insieme di diverse modalità tecnologiche, ma anche i movimenti tanto di beni e persone quanto di informazioni.) Le telecomunicazioni, che hanno acquisito particolare rilievo nelle dell’Informazione tengono conto delle più avanzate formule tecnologiche. Corna Pellegrini e Paradiso (2009) suggeriscono di ragionare nei termini di una geografia della comunicazione globale. L’informazione è divenuta così preponderante rispetto ad altri fenomeni che, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, Claude Raffestin (1981) discuteva le differenze epistemologiche tra il termine circolazione, volto a indicare la mobilità spaziale di beni e persone, e il termine comunicazione specifico per le informazioni. Le relazioni umane rappresentano uno dei fattori infrastrutturali essenziali della società contemporanea, poiché la produzione massiccia di informazioni e la loro diffusione sono diventate basilari per l’economia odierna, nonché per l’intera organizzazione sociale, grazie al telelavoro, alle televendite, all’erogazione di servizi online. Peraltro, se la radio, la televisione e il telefono fisso sono ormai mezzi ‘classici’ e in una certa misura superati, la rapida evoluzione della società dell’informazione, fondata sulla telefonia mobile, sulle reti wireless, sui sistemi informatici ha lanciato una sfida scientifica che è stata già raccolta. Maria Paradiso, coordinatrice del “Network Italiano di Geografia della Società dell’Informazione”, così sintetizza le fasi recenti degli studi: una prima rivolta alle tecnologie dell’informazione di per sé, ossia reti e telecomunicazioni; una seconda indirizzata ai contenuti; una terza dimensione di studio, aperta di recente, riguarda le politiche e la pianificazione territoriale nell’era dell’informazione.

Come dunque si anticipava all’inizio, la geografia da scienza descrittiva si è evoluta e si colloca oggi come una scienza dinamica e interpretativa. Uno dei più importanti geografi italiani Giacomo Corna Pellegrini sottolinea come la metodologia della ricerca geografica sembra oggi adeguarsi alle nuove circostanze, introducendo una più sistematica osservazione del variabile dinamismo degli eventi territoriali, oltre alla tradizionale attenzione per la loro localizzazione. Egli invita a riflettere sui caratteri di una geografia dinamica e interpretativa che sappia cogliere le principali tendenze al mutamento, dovuto alle comunicazioni, ai fattori socio-economici o culturali.

Oltrepassata la metà del 20° secolo, dunque, una rassegna dei progressi della geografia non ha più da occuparsi in linea preminente dell’esplorazione dell’orbe nel senso comunemente inteso. L’epoca delle esplorazioni indirizzate alla scoperta o ricognizione dei lineamenti topografici del nostro pianeta è terminata sostanzialmente già col secolo scorso, eccetto che per l’Antartide, alcune terre polari artiche, qualche tratto dei deserti e delle più elevate catene montuose. Si è aperta una nuova fase, che taluno ha chiamato la terza fase delle scoperte geografiche, ossia l’indagine non più a grande raggio ma minuziosa e specializzata, interdisciplinare, talora condotta con squadre di studiosi di campi diversi.

Le fattezze generali della superficie terrestre sono ormai fissate con sicurezza, e per buona parte delle terre emerse anche con minuzia, attraverso la cartografia. Il progresso dei rilevamenti topografici con metodi classici (del resto acceleratosi negli ultimi decenni) è stato rapidamente integrato dall’uso dei procedimenti fotogrammetrici; si è praticamente completata la copertura delle terre emerse con fotografie aeree e ad esse si sono aggiunte le fotografie riprese dai satelliti artificiali (che rientrano in quel complesso di operazioni di ricerca dette remote sensing dagli anglosassoni). La cartografia ordinaria (a parte quella sintetica degli atlanti) è passata totalmente nelle mani dei tecnici, ma i geografi hanno trovato un vastissimo campo di lavoro, che interessa pure studiosi di molte altre discipline, nelle cosiddette carte tematiche. Indipendentemente dalla costruzione delle carte, la fotografia aerea è divenuta frattanto comune strumento d’indagine (foto-interpretazione) in geografia come in altre scienze e fin nelle loro applicazioni.

Spedizioni vere e proprie, con l’impiego generalmente dei mezzi logistici e scientifici più moderni, non sono a ogni modo mancate: alle alte catene asiatiche (dall’Hindu-kush all’Himalaya) e alle Ande, nelle terre artiche e soprattutto nell’Antartide. In quest’ultimo continente, pur dopo le grandi imprese degli anni Cinquanta e in particolare quelle connesse con l’Anno geofisico internazionale (1957-58), hanno gareggiato numerosi paesi (Stati Uniti e Unione Sovietica in primo luogo, Francia, Norvegia, Giappone, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, e simili, in qualche caso con la partecipazione pur di studiosi italiani), sia con spedizioni mobili sia con stazioni semipermanenti. Le ricerche propriamente geografiche sono ormai passate in secondo piano rispetto a quelle geofisiche, geologiche, glaciologiche, biologiche. La conoscenza dell’Antartide si è tanto estesa e approfondita da consentire una prima valida sintesi in forma cartografica: i sovietici hanno dato in luce (1966) un ottimo atlante dell’Antartide (carte normali e carte tematiche) e una serie di analoghe carte va pubblicando la Società geografica americana. Nell’Artide sono stati attivi specialmente i Russi e gli Americani (Stati Uniti e Canada). Quanto alle spedizioni alle grandi montagne, molto numerose, le più hanno avuto carattere alpinistico, ma agli scalatori si sono spesso aggregati alcuni studiosi, riportandone contributi scientifici di vario genere.

È diventato tutt’altro che raro che in queste imprese d’esplorazione si trovino a collaborare studiosi di varia nazionalità. Ma più ancora la collaborazione internazionale negli studi geografici è segnata da congressi e convegni, sempre più frequenti, e in special modo quelli promossi dall’Unione Geografica Internazionale, che nel 1972 ha celebrato il suo cinquantenario. Nello stesso anno si è tenuto il XXII Congresso geografico internazionale a Montreal, nel Canada, a circa un secolo dal primo, adunatosi in Anversa nel 1871. Il XXIII ha avuto per sede Mosca, e i precedenti, nell’ultimo quindicennio, si tennero a Stoccolma (1960), Londra (1964) e Nuova Delhi (1968). Richiamando che nel 1952 il congresso fu tenuto a Washington e nel 1956 a Rio de Janeiro, risulta evidente che l’Europa non detiene più il deciso primato nel campo degli studi geografici e della loro organizzazione. Anche convegni internazionali intermedi ai congressi ed emanazione della stessa Unione sono stati tenuti in paesi sparsi un po’ in tutto il mondo (come Messico, Uganda, Malesia e Nuova Zelanda); essi trattano temi più delimitati e anche la provenienza dei partecipanti è in genere da un’area più ristretta.

L’Unione geografica internazionale ha una parte anche nell’orientare le ricerche verso specifici campi, per mezzo delle sue commissioni di studio, attualmente in numero di 28, compresi i cosiddetti gruppi di lavoro (commissioni e gruppi vengono via via rinnovati dopo un periodo più o meno lungo). Come esemplificazione menzioneremo le Commissioni sugli Atlanti nazionali, la cartografia geo-morfologica, l’ecologia delle regioni di alta montagna, i rapporti generali tra uomo e ambiente, la geografia dei trasporti, la geografia applicata, la storia del pensiero geografico. Esse tengono propri convegni ora in questa ora in quella sede, oltre alle riunioni in occasione dei congressi. Lo scambio diretto di informazioni tra gli studiosi e la discussione su determinati argomenti ha poi luogo anche in altri convegni (spesso denominati simposî o colloquî) pure internazionali, ma al di fuori dell’Unione geografica, convegni sempre più numerosi. Dal 1960 opera anche un’Associazione cartografica internazionale, che si riunisce in periodici convegni, ultimamente associati ai congressi geografici internazionali. Vi aderiscono diverse associazioni di singoli paesi, in genere di fondazione recente (per l’Italia, l’“Associazione Italiana Di Cartografia”, nata nel 1963).

Accanto alle vecchie società geografiche, di cui talune hanno ora superato il secolo di vita (la Società di Geografia di Parigi, la più antica, ha celebrato il 150° anniversario nel 1971 e la Società Geografica Italiana il centenario nel 1967), altre se ne sono costituite in paesi fino a non molti anni fa del tutto fuori dagli studi geografici, come gran parte di quelli del Terzo Mondo, dove pure vanno sorgendo riviste geografiche in lingue occidentali. Comunque le pubblicazioni geografiche, periodiche o non, si fanno via via più numerose e disperse, onde sempre più preziosa risulta la “bibliographie géographique internationale, compilata mercé una vasta collaborazione e ora anche con l’appoggio dell’UNESCO (le si affianca l’analoga “bibliographie cartographique internationale”). La difficoltà opposta dalla lingua è tuttora di qualche ostacolo alla pronta e agevole circolazione dei risultati delle ricerche: i paesi slavi dell’Europa centro-orientale e quelli nordici pubblicano ancora in parte in lingue occidentali, mentre i Russi, nelle loro riviste, si limitano tutt’al più a brevi riassunti in inglese. Per agevolare l’accesso alla letteratura sovietica, la Società Geografica Americana ha iniziato nel 1960 la pubblicazione di un periodico contenente riassunti o traduzioni in inglese: la “soviet geography review”.

I singoli rami della geografia hanno realizzato progressi o mutamenti d’indirizzo in varia misura o di vario tipo, nel campo della geografia umana ed economica anche in rapporto alle nuove situazioni del mondo. In climatologia si è fatta sempre più sentire l’influenza degli apporti della meteorologia, sviluppando una “climatologia dinamica”, in cui le “masse d’aria”, definite dalle loro condizioni fisiche e legate a determinate posizioni sul globo, e i loro rapporti dinamici giocano una funzione spesso incisiva nella stessa individuazione e descrizione dei climi regionali. Si tende a mettere meglio in luce i caratteri stagionali dei climi in ispecie attraverso l’effettivo succedersi dei tipi di tempo, nascosti dal troppo frequente affidamento alle medie.

Nello studio dei mari, continuando le campagne oceanografiche di superficie con mezzi già collaudati, si allarga l’ispezione subacquea sia con l’immersione personale in acque poco profonde, sia con tentativi di estenderla fin alle massime profondità oceaniche mediante batiscafi (nel 1960 il “Trieste 2°” di A. Piccard è disceso, per iniziativa della marina statunitense, fin oltre 11,000 m. nell’abisso Challenger della Fossa delle Marianne e un batiscafo della marina francese ha toccato 9450 m. nella Fossa delle Curili). Si studiano le apparec­chiature per immersioni sempre più lunghe e si stanno progettando laboratori di osservazione subacquei semi-perma­nenti. Questi modi di ricerca avvantaggiano soprattutto l’esame della morfologia del fondo marino e della sedimentazione, al che molto hanno recentemente contribuito le trivellazioni nel fondo dei mari effettuate per finalità pratiche (ricerche petrolifere). Ben più diffusa, s’intende, l’ispezione del fondo per mezzo della fotografia e ora anche di televisori.

La morfologia terrestre ha affinato i suoi metodi d’indagine, occupandosi più direttamente e approfonditamente dei processi dinamici da cui risulta il modellamento del terreno, e sottoponendo anche a esami di laboratorio le caratteristiche delle rocce in relazione al disfacimento meteorico e all’erosione. Con ciò sembra allontanarsi dalla geo-morfologia tradizionale, ma d’altro canto si riaccosta all’orientamento geografico per la considerazione portata ai fattori climatici. Dell’ultimo ventennio è il deciso sviluppo di una cosiddetta morfologia climatica, con il riconoscimento di sistemi d’erosione o morfoclimatici (senza smentire quanto si debba ai fattori strutturali). A ciò si è pervenuti specialmente in seguito alle indagini nei paesi tropicali. Continua a richiamare l’attenzione il problema dell’origine delle grandi superfici di spianamento erosivo (Africa e Australia specialmente); si è riconosciuta una molteplicità di modi di formazione (pediments e altri tipi). Gli schemi di W. M. Davis, nonostante ripetuti attacchi, sembrano rimanere non interamente superati, almeno per le regioni temperate umide. Nell’insieme la geo-morfologia resta un campo comune alla geografia e alla geologia, anche perché involge l’appello ai climi del passato e si è inoltre riconosciuta per diversi paesi l’efficienza della neotettonica.

La maggiore espansione e le discussioni più frequenti e più accalorate si sono avute nel vasto campo della geografia umana e della geografia più specificamente economica; si vede anzi frequentemente affermato che la vera, o unica, geografia è quella che prende in considerazione l’uomo, abitatore, utilizzatore e plasmatore della superficie terrestre. Se, a rigore, non sono sorti nell’ultimo quindicennio campi di studio del tutto nuovi, è bensì vero che taluni argomenti hanno assunto speciale ampiezza, insieme con la tendenza verso nuove visuali metodologiche e di collegamenti più stretti con le discipline sociali (in lato senso) ed economiche. Ciò è avvenuto non soltanto per la naturale evoluzione della ricerca e delle idee, ma pure sotto lo stimolo delle dimensioni e dell’evidenza acquistate da diversi problemi delle odierne società umane, in seguito alla rapida e spesso disarmonica trasformazione del mondo, a sua volta legata a innovazioni tecnologiche, a impulsi ideologici, a situazioni politiche nuove.

Tra i problemi scientifici meglio individuati ai quali anche i geografi hanno dedicato studi particolari e opere di sintesi, spiccano quelli relativi all’aumento vertiginoso della popolazione mondiale, alla progressiva urbanizzazione, al deterioramento dell’ambiente fisico e biologico (di cui l’inquinamento è solo un aspetto), alla tumultuosa industrializ­zazione, alla decolonizzazione e più in generale al sottosviluppo, infine alla necessità di un più razionale assetto del territorio e delle città. Sono temi di larghissima portata, che coinvolgono la geografia accanto ad altre scienze, naturali, sociali, economiche, politiche: così i confini della geografia umana, del resto sempre molto sfumati, si sono fatti ancora più incerti. La geografia economica ha compreso che le sono necessari più stretti contatti e scambi con la scienza dell’economia, e ha pure allargato il suo campo agli aspetti distributivi di fatti propriamente commerciali, a piccolo come a grande raggio, e finanche finanziari.

Tra i rami della geografia che hanno richiamato particolare attenzione, è da porre la geografia urbana, non più concepita come studio delle città in sé, quanto come sistemi di rapporti funzionali con il territorio e delle città tra loro. Pertanto essa interferisce con l’urbanistica e con la pianificazione del territorio. Si passa così alla “geografia applicata”, o “volontaria”, che nell’ultimo ventennio ha acquistato numerosi sostenitori e ha prodotto contributi teorici e studi specifici regionali; in certi paesi i geografi vengono ora utilizzati come professionisti negli enti di pianificazione, insieme con studiosi di altre discipline e con tecnici. Non vi è tuttavia completo accordo sugli scopi e i limiti dell’intervento della geografia in applicazioni del genere, taluni ritenendo che essa debba ridursi a fornire un preciso quadro e una sintesi delle situazioni di fatto odierne, altri sostenendo che il geografo sia qualificato a intervenire pur nelle fasi di previsione e di orientamento, se non addirittura nella fase decisionale per la realizzazione dei piani. I problemi di una nuova “organizzazione dello spazio” (espressione già usata dai geografi) hanno dato origine anche a una cosiddetta “scienza dello spazio” o “analisi spaziale”, con intonazione sostanzialmente tecnica e della quale restano indeterminati i rapporti verso la geografia. Questi problemi hanno tra l’altro contribuito a una riconsiderazione del concetto di “regione” da parte dei geografi, che tante volte ne avevano già discusso.

Qualcuno ha creduto di scorgere nella geografia applicata (scienza, dunque, a servizio della società e non più soltanto conoscenza del mondo a fini sostanzialmente culturali) la giustificazione di tutta la geografia. Ma indipendentemente da ciò, vuol esser sottolineato il vivace risveglio, nell’ultimo quindicennio, delle discussioni sull’oggetto della geografia, la sua strutturazione, i suoi principi dottrinari, i metodi d’indagine, la posizione epistemologica. I termini essenziali del dibattito non sono nuovi. Anzitutto la questione dell’unità oppure dualismo di questa disciplina, per alcuni nel senso di rapporto o distinzione netta tra geografia fisica e geografia umana (addirittura come campi conoscitivamente distinti senza possibilità di compromesso); per altri invece nel senso di scienza generale (nomotetica) diretta al riconoscimento di leggi o tendenze probabilistiche, oppure individuale (idiografica), i suoi individui essendo rappresentati dalle regioni, da illustrarsi nella loro peculiarità. Sussiste comunque la questione dei rapporti tra l’umanità e il suo quadro naturale (anche e ben oltre il rapporto di carattere ecologico), con interpretazioni varie, ma che difficilmente riescono a eludere del tutto la necessità di tener conto del secondo (forme di nuovo determinismo); ma si sono pure introdotti i fattori percezione e comportamento, per ora, tuttavia, più teoricamente che in studi specifici. Le posizioni dei vari studiosi risultano assai differenti tra loro, a ogni modo parecchi parlano di un travaglio odierno della geografia, che dovrebbe modernizzarsi, travaglio scatenato anche dal rapido progresso di discipline a contatto con essa, rispetto alle quali la geografia sarebbe rimasta attardata.

Un altro aspetto del dibattito verte sui metodi d’indagine, involgendo però l’essenza stessa della disciplina: è sorta una vivace tendenza a sviluppare una “geografia teoretica”, strettamente connessa con l’uso di metodi quantitativi e geometrici. Una corrente battagliera sostiene che è nata una “nuova geografia”, in virtù di una “rivoluzione quantitativa”. Si afferma che la nostra disciplina, se vuole sollevarsi a “scienza” (s’intende riferirsi soltanto alle scienze esatte e naturali), deve quantificare le sue variabili e sottoporle a trattamento matematico (tanto facilitato oggi dagli elaboratori elettronici). In tal modo le conclusioni raggiunte nell’esame dei vari problemi acquisterebbero un’esattezza e sicurezza che la geografia tradizionale non può offrire. La geografia diventerebbe scienza nomotetica e sarebbe anche superato il dualismo tra la fisica e l’umana. Geografia teoretica e geografia quantitativa si propongono di costruire “modelli”, da verificare sui dati di fatto, ma comunque capaci di fornire previsioni. Alcuni seguaci si oppongono senz’altro alla geografia tradizionale (pur nelle sue forme più moderne) e in ispecie a quella regionale; altri più moderatamente scendono a compromessi, pochi ammettono un’effettiva coesistenza. Si osserva però che questo indirizzo è stato finora applicato a questioni di pura distribuzione spaziale, in genere trascurando le reali caratteristiche del territorio. Come punto iniziale di riferimento per tal genere di ricerche è spesso indicato uno studio di W. Christaller sui cosiddetti “luoghi centrali”, del 1933 ma riscoperto tardivamente dai geografi. Appare molto dubbio che l’elaborazione matematica possa estendersi a tutti i fenomeni considerati dalla geografia umana, la quale d’altronde non può prescindere dagli sviluppi storici. Rimane poi il problema della scelta delle variabili, tra le tantissime possibili, onde si corre il pericolo d’un nuovo determinismo. La scuola teorico-quantitativa ha finora operato quasi soltanto nei paesi anglosassoni, ma pur da questi si sono levate le critiche; a ogni modo non sembra aver toccato sostanzialmente la pratica degli studi geografici, come può mostrare una scorsa alle riviste più autorevoli.

Resta da ricordare la diffusione e l’importanza assunte nell’ultimo ventennio dalla presentazione dei risultati nella forma cartografica, mediante le carte tematiche, che, sintetizzando un gran numero di dati e informazioni, offrono l’immagine specialmente distributiva di fenomeni diversissimi, naturali e umani. In particolare ha preso sviluppo l’allestimento di atlanti tematici relativi ai singoli paesi, detti convenzional­mente “atlanti nazionali” (ma anche analoghi “atlanti regionali”), per i quali iniziative internazionali si sforzano di conseguire una relativa uniformità. I sovietici hanno pure realizzato un ampio “atlante fisico” mondiale, che per la concezione si rifà al famoso atlante del Berghaus. Ricorderemo infine che è mancata la pubblicazione di grandi opere complessive di geografia regionale (“geografia universali”), come quelle comparse tra le due guerre, che nell’attuale fermento del mondo invecchierebbero troppo precocemente. Abbondanti, invece, le opere su singoli paesi o gruppi di essi, mentre alla geografia generale è dedicato un grande trattato in 14 densi volumi edito in Germania sotto la direzione di E. Obst e J. Schmithüsen a partire dal 1966.

La necessità di recuperare un ruolo nelle nuove problematiche ambientali ha portato la geografia a riconsiderare con maggiore attenzione e serenità i rapporti tra ambiente fisico e azione umana, non negando aprioristicamente relazioni certamente esistenti. La vecchia geografia idiografica è stata in certo modo rivalutata e talora utilizzata recuperando in forma più moderna alcuni dei suoi concetti fondamentali quali, per esempio, quello di paesaggio e anche quello di genere di vita, in qualche modo riapparso da quando, accanto (e forse per reazione) alle ricerche geografiche su fatti globali, sono divenuti frequenti gli studi di fatti locali e localismi. Il dilemma tra l’esistenza o la mancanza dell’unità della geografia non sembra più appassionare e dividere i geografi, i quali, da un lato, danno per scontata la necessità della specializzazione e l’impossibilità che uno stesso studioso padroneggi temi e metodi così disparati, ma dall’altro riconoscono la necessità che lo studio dello spazio geografico sia affrontato in modo esaustivo, in tutte le sue componenti, fisiche e umane: è nell’organizzazione del territorio, oggetto ‘sistemico’ della geografia, che la disciplina si ricompone, restando, appunto, scienza territoriale; se è scienza sociale, lo è in quanto il territorio è un prodotto sociale, derivato da una lunga azione esercitata dall’uomo su un substrato naturale.

Accanto a lavori di stampo tradizionale (esempi di descrizioni monografiche di frammenti dello spazio geografico continuano ad apparire, anche se molto meno frequenti), la pubblicistica geografica degli ultimi 10-15 anni del 20° secolo e dell’inizio del 21° ha prodotto prevalentemente lavori di carattere tematico, in cui il lembo territoriale considerato è assunto essenzialmente come caso di studio. Tra le tematiche affrontate, numerose e spesso di grande momento, alcune possono genericamente essere definite ambientali: per esempio, il rischio ambientale, le variazioni climatiche, la desertificazione, la tutela del patrimonio naturale e culturale; a parte va considerato il tema del cambiamento globale, che impegna cultori di diversa estrazione disciplinare (geografia, scienze dell’orbe, ecologia, scienze della vita). Altre tematiche, pure connesse con gli studi ambientali, sono quelle della gestione delle risorse, in particolare dell’acqua, la risorsa tra tutte più vitale, a volte contesa, per la sua scarsità, tra più Stati confinanti e usata addirittura come strumento di ricatto politico. Altre afferiscono al processo che più incisivamente ha segnato l’organizzazione dello spazio nella seconda metà del Novecento, e cioè lo sviluppo urbano. Altre ancora riguardano un fenomeno che ha assunto dimensioni impreviste, con implicazioni economiche, politiche, culturali notevolissime, vale a dire quello delle grandi correnti migratorie che interessano gran parte del mondo, in particolare quelle dall’Africa e da numerosi paesi asiatici verso l’Europa e dall’America Latina verso gli USA.

Nell’ambito della geografia fisica, la geo-morfologia è il settore che ha segnato più progressi e nel quale la ricerca è più intensa, praticata da specialisti che si muovono nell’ambito del vasto campo interdisciplinare delle scienze dell’orbe, intrattenendo strette privilegiate relazioni soprattutto con la geologia. Meno numerose risultano le ricerche di climatologia (peraltro spesso comprese in quelle sul cambiamento globale) e di idrologia.

Nell’ambito della geografia umana, gli studi di geografia della popolazione traggono alimento soprattutto dalle citate migrazioni, così come quelli di geografia della circolazione, stimolati pure dallo straordinario sviluppo delle comunicazioni sia materiali (per gli spostamenti di persone e merci) sia immateriali (per i flussi di informazioni, idee, capitali); pare invece affievolito l’interesse per la geografia delle sedi, fuorché, ovviamente, per quanto riguarda le città, che però, non essendo soltanto elementi insediativi, ma anche economici, politici e culturali, con funzioni di guida e di coordinamento nell’organizzazione dello spazio, sono diventate oggetto di un campo di studio proprio, quello della geografia urbana, premessa indispensabile della geografia regionale. La geografia culturale, un tempo intesa essenzialmente come geografia delle culture, con particolare attenzione alle lingue e alle religioni, si è fortemente sviluppata, soprattutto in Francia, a opera di P. Claval, divenendo essenzialmente una geografia dei fatti (e dei beni) culturali, riconosciuti quali componenti essenziali dell’organizzazione territoriale; almeno in parte connessa con le fortune della geografia culturale è la buona tenuta degli studi di geografia storica (fra l’altro, sia la geografia culturale sia la geografia storica sono tornate a occuparsi del tema del paesaggio).

La geografia economica, che ha continuato a procedere nel suo cammino sostanzialmente autonomo, se da un lato tende a recuperare vecchi temi geografici da tempo trascurati e ridivenuti attuali, come quello delle risorse, dall’altro è fortemente impegnata nello studio delle trasformazioni in atto nel tessuto territoriale, tra le quali particolarmente significativa la delocalizzazione (meglio, rilocalizzazione). Afferente per lungo tempo alla geografia economica, la geografia dello sviluppo si va avvicinando piuttosto alla geografia sociale e alle problematiche dell’ambiente, in conseguenza dell’ampliamento del concetto di sviluppo, non più riduttivamente identificato con la sola crescita economica, bensì esteso a fatti socioculturali e ambientali, nonché delle nuove acquisizioni in fatto di sviluppo sostenibile.

La geografia politica ha avuto una netta ripresa, dopo il lungo periodo di crisi che l’ha caratterizzata a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, periodo di crisi in gran parte dovuto alla cattiva fama della vecchia geo-politica con la quale molti la identificavano (anche la geo-politica, peraltro, è tornata a essere coltivata). È da segnalare pure una rilevante produzione di lavori di storia della geografia, per quanto riguarda sia il pensiero geografico sia le esplorazioni.

Tra il 1930 e il 1950, in particolare, l’esplorazione del globo terraqueo ha fatto nuovi progressi soprattutto nelle regioni polari e nelle aree desertiche; con l’efficace impiego dei mezzi aerei, sussidiati nel primo caso da navi di particolare tipo, nel secondo da mezzi automobilistici. Anche nell’esplorazione delle profondità oceaniche si registrano grandi progressi, special­mente in virtù della applicazione degli scandagli acustici nell’Oceano Atlantico (dove furono misurate profondità superiori a 9000 m.), nel Pacifico e nei mari antartici. Nell’opera di riconoscimento dei restanti spazî terrestri si è venuta sempre più accentuando la tendenza a circoscrivere le esplorazioni ad aree limitate. Nel campo metodico, si può constatare che la geografia diviene sempre più la “scienza del paesaggio”, nel particolare significato di quest’ultimo termine. Una recente definizione sintetica della geografia (J. H. Schultze, 1943), la designa semplicemente, come quella scienza che studia i paesaggi terrestri e gli spazî marini; quest’ultima aggiunta si comprende a pieno, dato che anche lo studio delle aree marine ha acquistato negli ultimi decennî carattere geografico, soprattutto per opera di G. Schott, ma anche di C. Vallaux, R. Almagià e altri. Si comprende pertanto come acquisti sempre maggiore interesse la questione della divisione dell’orbe in regioni naturali in connessione appunto col concetto di paesaggio, che per vero non è ancora inteso da tutti i geografi in egual senso. Di qui la grande varietà degli schemi di divisione regionale dell’orbe (Herberston, Braun e Schott, Banse), dei quali l’ultimo tiene conto anche di elementi umani. Nel 1933 lo Hassinger ha proposto uno schema di classificazione in 43 tipi di paesaggio che rappresenta una semplificazione di un saggio di classificazione, molto più complesso, esposto dieci anni prima dal geografo tedesco S. Passarge. Altri ha invece cercato di fissare anche cartograficamente le aree di localizzazione dei fatti umani (cioè culturali) come base per una classificazione regionale dal punto di vista antropico (F. Jäger). Un geografo italiano, R. Biasutti (intendendo come regione naturale un ampio territorio a caratteri fisionomici abbastanza uniformi, e come paesaggio un tipo che può ritrovarsi in regioni separate e lontane, ma aventi caratteri fisionomici abbastanza simili) ci ha dato una chiara descrizione dei principali tipi del paesaggio terrestre dal punto di vista naturale, con un’applicazione anche agli aspetti corrispondenti della vita e dell’attività umana (1947). Un’altra caratteristica dell’indirizzo recente della scienza geografica è l’importanza sempre maggiore che si dà agli studî di geografia storica intesi a ricostruire il passaggio primitivo o originario (cioè nel suo aspetto non modificato dall’uomo) e le sue successive trasformazioni fino all’epoca attuale. Delle tre maggiori opere geografiche a collaborazione in corso di esecuzione prima della guerra, la “geografia universale” francese, già diretta da P. Vidal de la Blache è oggi terminata coi volumi dedicati alla Francia; la sua traspoizione tedesca è invece rimasta incompiuta per il volume dedicato alla Germania; la “geografia universale” diretta da R. Almagià manca dei volumi relativi all’Italia e all’Africa. La ricerca geografica è oggi in molti stati organizzata e diretta da comitati geografici nazionali: quello italiano, che dipende dal “Consiglio Nazionale Delle Ricerche” ha dato vita, dopo la seconda Guerra mondiale, a centri di ricerca creati, per i varî rami della geografia, presso istituti universitarî o altre istituzioni scientifiche. I varî comitati nazionali sono poi affiliati alla “unione geografica interna­zionale”, che promuove studî e iniziative a collaborazione internazionale ed organizza anche i congressi internazionali di geografia. Di questi i più recenti ebbero luogo a Varsavia nel 1934 e ad Amsterdam nel 1938; il prossimo avrà luogo a Lisbona nel 1949. Più lenta è stata la ripresa di congressi geografici nazionali: quelli italiani, che si tenevano ogni tre anni, sono stati ripresi nel 1947 col 14° Congresso, riunito a Bologna. L’attività delle società geografiche va riprendendo con diversi orientamenti, ma con intensità in genere assai minore (salvo qualche eccezione) che nell’anteguerra: in alcuni paesi sono sorte associazioni di geografi, sull’esempio di quella statunitense esistente già da molti anni e fiorentissima. Per le riviste geografiche si nota in alcuni paesi (Francia, Svizzera) la tendenza alla concentrazione (fusione di più periodici in uno solo) suggerita soprattutto da ragioni economiche. La Bibliographie géographique internationale ha ripreso le sue pubblicazioni con un volume riguardante il quinquennio bellico 1939-44 Come scienza sintetica e coordinatrice, la geografia ha acquistato una importanza sempre maggiore nella vita e nell’educazione contemporanea: la consapevolezza di tale importanza si fa sempre più strada, ma i riflessi di ciò negli ordinamenti e nei programmi scolastici si manifestano ancora in modo inadeguato e tardivo. Nell’insegnamento universitario si nota una tendenza alla moltiplicazione e differenziazione delle cattedre: ciò vale soprattutto per i paesi anglosassoni e dell’America Latina. Notevole la frequente istituzione di cattedre di geografia regionale, che invece in Italia finora mancano del tutto. In molte università esistono istituti e laboratorî di geografia, che hanno dato vita anche a collane e pubblicazioni (tra esse, qualcuna italiana: Roma, Genova, Bari, Firenze, e simili). La preparazione dei futuri insegnanti di geografia è particolarmente curata nelle università e nei colleges britannici e americani, mentre in taluni paesi europei - tra essi purtroppo è da annoverarsi anche l’Italia - si è a questo riguardo in condizioni meno favorevoli. Nell’insegnamento secondario dei varî paesi europei ed americani si avvertono tuttora differenze notevoli non solo nei riguardi della geografia rispetto alle altre discipline, ma anche dei programmi e degli orarî, e dei criterî stessi dell’insegnamento. In conclusione la geografia ha conseguito nel secondo Dopoguerra una piena autonomia, per contenuto e per metodi, fra le varie scienze. Ciò ha per riflesso determinato una posizione autonoma di questa scienza anche nell’insegnamento universitario. Per quanto cattedre di geografia vi fossero state già, saltuariamente, in università italiane nel sec. 18° (a Bologna, a Padova, a Napoli, e simili), la prima cattedra permanente di geografia fu quella creata nel 1809 all’università di Berlino per Carlo Ritter. In seguito le cattedre si moltiplicarono nelle facoltà filosofiche delle università tedesche, mentre in altri stati le cattedre successivamente fondate venivano di solito aggregate alle facoltà letterarie. Così avvenne anche in Italia, in seguito alla legge Casati (1859). Più tardiva fu l’istituzione di cattedre autonome di geografia nella Gran Bretagna, in alcuni stati dell’Europa orientale, negli Stati Uniti, e simili; predominando allora l’indirizzo naturalistico della geografia, queste furono spesso annesse alle facoltà di scienze naturali. Presso tali facoltà sono sorte poi, quasi ovunque, cattedre speciali di geografia fisica, come sono sorte cattedre speciali di geografia economica, commerciale, e simili, presso istituti superiori di commercio, politecnici, facoltà e scuole di scienze economiche e simili Negli ultimi decennî si sono costituiti, presso alcune delle maggiori università di varî stati, istituti di geografia e sono sorte molteplici cattedre specializzate; la Germania resta tuttora il paese dove questa specializzazione è più progredita (il periodico Petermanns Mitteil. di Gotha pubblica annualmente l’elenco di tutti i corsi universitarî che si tengono in università e istituti affini tedeschi). Oggi si costituiscono qua e là anche seuole di geografia, la cui istituzione è giustificata soprattutto dalla necessità di fornire ai discenti corsi organici di studî anche per le discipline ausiliari e collaterali, di provvedere a esercitazioni di laboratorio con indirizzo particolare, e simili Nelle scuole medie rimane ancora, in taluni stati, l’eredità del dualismo esistente in passato nel campo della geografia, in quanto l’insegnamento è affidato ora ai docenti di scienze naturali, ora a quelli di materie storico-letterarie. Per divulgare le conoscenze geografiche tra un pubblico più largo s’istituiscono oggi musei di geografia (Lipsia, Budapest). Ai progressi della scienza geografica e anche alla sua divulgazione giovano poi i congressi geografici internazionali, dei quali il primo fu tenuto ad Anversa nel 1876. La serie fu continuata, a intervalli di tre o quattro anni, fino al 10° congresso, tenuto a Roma nel 1913. Dopo la conflagrazione mondiale, i congressi geografici internazionali furono posti sotto la direzione dell’Unione geografica internazionale, sorta nel 1918 come membro del Consiglio internazionale delle ricerche. Il primo dei congressi internazionali postbellici fu tenuto al Cairo nel 1925, il secondo a Cambridge nel 1928, il terzo a Parigi nel 1931. In questi congressi vengono discussi e avviati anche lavori geografici a collaborazione internazionale, come la Carta internazionale del mondo a 1 milionesimo, e simili In molti stati si tengono poi anche congressi geografici nazionali: in Italia tale istituzione risale al 1892; i congressi hanno luogo da noi di regola ogni tre anni sotto la sorveglianza di un Comitato geografico nazionale. Ai progressi della geografia e alla diffusione delle conoscenze geografiche contribuiscono infine le società geografiche e le riviste di geografia; un elenco delle principali si trova nella bibliografia che segue.

Nel periodo 1950-1961, invece, ha fatto nuovi grandi progressi l’esplorazione del globo terracqueo. Essa riguarda in prima linea l’Antartide dove, soprattutto in connessione con l’Anno Geofisico Internazionale, è stato effettuato uno sforzo collettivo, con programmi coordinati, per risolvere tutti i maggiori problemi. Molte esplorazioni sono state eseguite auche nell’Artide, con risultati di prim’ordine sia per la conoscenza della configurazione del bacino artico del quale oggi si conoscono a sufficienza le condizioni batimetriche generali, sia per quella delle terre che lo circondano (specialmente per la Groenlandia e l’Arcipelago americano artico. Numerosissimi i sorvoli anche in vista della effettuazione, ormai regolare, di rotte aeree polari. Il Mare Artico è stato anche traversato da sommergibili.

Rilevantissimi progressi hanno fatto le conoscenze della morfologia del fondo sottomarino, mediante il moltiplicarsi degli scandagli acustici: se ne sono avvantaggiati soprattutto il Pacifico, dove nella Fossa delle Marianne è stato accertato anche un abisso profondo oltre 11.100 m., massima profondità finora misurata, e un altro nella Fossa delle Kermadek di oltre 10,000 m., l’Oceano Atlantico settentrionale, il Mediterraneo, la corona oceanica che circonda l’Antartide. Nell’abisso delle Marianne è disceso anche fino quasi alla massima profondità il batiscafo “Trieste” di Piccard. Della carta batimetrica internazionale a 10 milioni elaborata dal “Bureau Hydrographique” di Monaco, è in corso una edizione interamente rinnovata.

Notevoli progressi sono stati fatti anche per le conoscenze di regioni desertiche (Sahara) e di plaghe disabitate della Siberia e del Canada settentrionale, soprattutto in seguito a prospezioni eseguite a scopo minerario e a rilievi dall’aereo. Infine sono da menzionare le ricognizioni aeree di alta montagna anche in concomitanza con ascensioni alpinistiche (Everest, K2, e simili nell’Himalaya; picchi delle Ande peruviane, argentine, cilene, fuegine, e simili).

Non si delineano con sicurezza nuovi orientamenti nel campo della metodica geografica. Si può segnalare una tendenza a considerare i fatti e i problemi antropologico-etnografici (razze, popoli, culture) da un punto di vista decisamente geografico: ne è indice la grande opera “razze e popoli della Terra” di R. Biasutti della quale nel 1959 è uscita una terza edizione in 4 volumi.

Problemi demografici, sociali, economici vengono considerati come materia di una “geografia applicata”, che peraltro non ha ancora trovato una precisa definizione metodica. In grande sviluppo è la geografia umana e soprattutto quella parte di essa che oggi si denomina “geografia urbana”.

Una nuova collezione generale col titolo “orbis è in corso di pubblicazione in Francia: essa comprende tanto volumi regionali, quanto monografie dedicate ad argomenti e problemi di attualità nel campo della Geografia generale.

È terminata, con la pubblicazione di un volume dedicato all’Africa e di un altro dedicato all’Italia, la “geografia universale” diretta da R. Almagià. Numerosi anche i nuovi atlanti mondiali. Tra essi il “grande atlante” (“atlas mira”) sovietico, del quale sono usciti quattro volumi, e il “times atlas in 5 volumi (1955-59). Si moltiplicano anche gli atlanti nazionali. La “bibliographie géographique internatio­nale ha continuato le sue pubblicazioni con nuovo ordina­mento; al principio del 1960 è comparso il volume relativo al 1957. Ad essa si affianca dal 1946 una “bibliographie carto­graphique internationale, anch’essa in volumi annuali.

L’“Union Géographique Internationale” raccoglie un numero sempre maggiore di stati; dal 1950 essa dà notizie della sua attività periodicamente in un bollettino (due fascicoli l’anno). Essa continua ad organizzare i congressi geografici internazio­nali dei quali il 16° ebbe luogo a Lisbona nel 1949, il 17° a Washington nel 1952, il 18° a Rio de Janeiro nel 1956, il 19° nei paesi scandinavi nel 1960. In questi congressi hanno sempre più largo posto iniziative e problemi di interesse mondiale, come la elaborazione di una carta della utilizzazione del suolo al milionesimo, una della distribuzione della popolazione alla stessa scala, lo studio delle regioni aride, quello dei fenomeni carsici, dei fenomeni periglaciali, e simili Queste attività si esplicano mediante l’opera di commissioni internazionali. L’“Unione Geografica Internazionale(UGI) è rappresentata nei singoli stati aderenti dai rispettivi comitati geografici, o dai consigli delle ricerche o da altri enti culturali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE

definizione e significato della geografia

 

METODOLOGIA DELLA RICERCA GEOGRAFICA

Se la geografia può essere considerata una scienza unitaria per oggetto e fini, certamente non lo è dal punto di vista metodologico. Infatti, dovendo utilizzare dati di numerose altre scienze, essa deve ricorrere spesso ai loro metodi. Ciò, peraltro, avviene essenzialmente nella raccolta e nella selezione dei dati, ma, quando questi dati eterogenei devono essere composti per interpretare il tessuto territoriale, la geografia si vale indubbiamente di una metodologia propria. Per lungo tempo si è fondata prevalentemente sull’induzione, partendo dall’osservazione di fatti particolari per arrivare a conclusioni generali; dalla metà del Novecento è stato utilizzato in larga misura anche il metodo deduttivo, sul quale poggia gran parte dell’edificio della geografia teoretico-quantitativa; anche in tal caso, comunque, l’osservazione torna a essere di primaria importanza per verificare le ipotesi generali, poiché la geografia non dispone di possibilità di sperimentazione. Capisaldi della metodologia geografica sono alcuni principi, per lo più già applicati e formulati dai due studiosi ritenuti i padri della geografia moderna, A. von Humboldt e C. Ritter: il principio di causalità, proprio di tutte le scienze empiriche, e quelli d’interdipendenza e di sintesi, precipui della geografia come scienza che studia oggetti risultanti dall’interazione di molteplici elementi.

Strumenti del lavoro geografico, oltre che l’osservazione e la ricognizione diretta, sono i dati numerici e le rappresentazioni cartografiche, gli uni e le altre indispensabili come mezzi sia di ricerca sia di presentazione dei risultati. I dati numerici sono stati già in passato utilizzati, pur con la diffidenza di chi, come il geografo, sa la difficoltà di quantificare fenomeni in cui hanno larga parte anche fatti della sfera culturale; ma oggi il loro uso tende a diffondersi ulteriormente per lo sviluppo dei metodi di elaborazione elettronica. La cartografia è da sempre il miglior sussidio dello studio geografico, insostituibile in quanto permette in qualunque momento il riesame di spazi, anche molto ampi, non direttamente osservabili.

I principî metodici dell’indagine geografica possono invece ridursi a quattro. Il “principio di estensione” si concreta nella ricerca dell’area di estensione o di ripartizione d’ un fenomeno alla superficie terrestre. Ad esempio, mentre il geologo analizza il meccanismo del fenomeno vulcanico in sé stesso, il geofisico il meccanismo dei ghiacciai, il geografo studia la distribuzione dei vulcani e dei ghiacciai alla superficie terrestre e la fisionomia dei paesaggi che ne derivano. La statistica esamina (elaborando criticamente dati e indici numerici) l’andamento dei fenomeni demografici, la geografia studia la distribuzione della popolazione sul globo. Nell’indagine di questi fatti distributivi, le rappresentazioni cartografiche arrecano un prezioso aiuto. Una spiccata tendenza della geografia attuale è appunto quella di rappresentare cartograficamente tutti i fatti la cui distribuzione è suscettibile d’essere messa in evidenza con carte. Questo principio ha trovato larghissima applicazione anche nell’“Enciclopedia Italiana”.

Il “principio di coordinazione” (che il De Martonne chiama anche “principio della geografia generale”) è stato da lui formulato come lo studio comparativo di fenomeni geografici attuali o storici e manifestazioni geografiche plausibili e probabili che possono manifestarsi in altri punti del globo. Così, ad esempio, l’analisi dei caratteri delle coste dalmate acquista un valore geografico quando noi possiamo riavvicinarle ad altre sezioni di coste similari, in modo da mettere in vista come quella determinata famiglia di coste si possa spiegare in base ai principî generali della evoluzione delle forme litorali. Come nota il De Martonne, l’applicazione di questo principio presuppone la conoscenza approfondita d’una gran parte del globo terrestre; perciò solo da pochi decennî ha cominciato a dare frutti sicuri. Proprio all’applicazione di questo principio si deve se si è pervenuti a poco a poco a raggruppare i diversi oggetti e fenomeni geografici in famiglie, in tipi, in classi, e simili (di forme costiere, come di ghiacciai; di vulcani, come di centri abitati, e simili); la geografia tende con ciò, come prima di lei altre scienze naturali e sociali, a classificare scientificamente i fatti che studia.

Il terzo principio metodico, o “principio di causalità”, si applica quando dall’esame d’un fenomeno si risale alle cause che ne determinano l’estensione e la distribuzione alla superficie terrestre e nello stesso tempo alle conseguenze di tale ripartizione. Tale ricerca è propria della geografia e individua questa scienza di fronte alle altre scienze fisiche, naturali e sociali con le quali essa è in contatto. L’applicazione di questo principio, avviata già, come si è visto, dal Humboldt, ha impresso una nuova fisionomia a tutti i diversi rami della geografia. La morfologia terrestre e l’antropo-geografia ne hanno profittato maggiormente. Ma le cause della distribu­zione attuale dei fenomeni e degli oggetti che il geografo esamina, non si ritrovano sempre nelle condizioni presenti; queste debbono essere spiegate col passato. Questa concezione storica, che fu dapprima applicata da una scuola di geografi americani allo studio delle forme del terreno, si è estesa con grande profitto allo studio di tutti i fatti biologici e antropici in specie, poi a quelli climatici, idrografici, e simili La tendenza a considerare storicamente tutti i fatti è un altro dei caratteri più salienti della moderna scienza geografica.

Un quarto principio, che risulta in sostanza dalla combinazione dei primi tre e trova la sua applicazione soprattutto nella geografia regionale, può dirsi il “principio di correlazione”; esso fu messo in luce particolarmente dal Peschel, e può enunciarsi dicendo che le varie parti della superficie terrestre, anche se per comodità di studio vengono esaminate isolatamente, debbono pensarsi in continue e costanti correlazioni fra loro, come membri d’un unico organismo.

Una panoramica delle scuole di pensiero che si disputano attualmente il primato paradigmatico nella geografia internazionale non può non partire dalla constatazione della loro grande varietà. Alla geografia tradizionale d’ispirazione prevalentemente franco-tedesca, pur se divisa in varie correnti abbastanza diversificate, si è giustapposta, quando non contrapposta, prima una, poi più d’una ‘nuova geografia’, d’ispirazione soprattutto anglosassone. Ne è derivato un dibattito, talvolta scomposto e irritante, più spesso denso di contenuti scientifici, che ha agito in ultima analisi come potente stimolo di progresso per la disciplina nel suo insieme.

È vero che la marcata differenziazione epistemologica fra i diversi approcci alla ricerca geografica ha generato, specie in paesi rimasti più indietro nell’evoluzione scientifica, moti di rigetto e di severa critica sui reali contenuti geografici delle tendenze più nuove, o almeno sollecite preoccupazioni per il mantenimento di una tradizione disciplinare unitaria. Ma nell’insieme si può dire che sia prevalsa l’accettazione di un nuovo salutare pluralismo teorico, testimoniato sul piano pratico dal frequente passaggio di studiosi da un approccio all’altro, dalla fruttuosa adozione di metodi comuni, dal rinnovamento degli stessi indirizzi tradizionali sotto lo stimolo delle nuove acquisizioni.

Luoghi di nascita dell’innovazione, come si accennava, sono stati soprattutto i paesi di lingua inglese (Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada specialmente), cui si sono affiancati alcuni paesi europei più permeabili alla cultura anglosassone, come quelli della Scandinavia (Svezia soprattutto) e i Paesi Bassi. Più di recente sono riemersi in prima linea anche i paesi francofoni, la cui ottima cultura geografica tradizionale non ha rappresentato un ostacolo ma anzi uno stimolo alla sperimentazione di nuove strade e di nuove metodologie di ricerca. Invece la scuola geografica di lingua tedesca è in complesso rimasta più legata alla tradizione, ma perfezionandola (fra l’altro con una produzione cartografica di molto elevata qualità) e arricchendola specie con una nutrita serie di ricerche dirette nei paesi extra-europei meno conosciuti.

 

INDIRIZZI DI RICERCA E APPROCCI

 

la geografia regionale-descrittiva

Fra gli indirizzi tradizionali e consolidati della geografia resta dominante anche negli anni Ottanta la scuola regionale-descrittiva, ispirata alle dottrine del possibilismo idiografico d’impronta francese. I paradigmi di una geografia unitaria, descrittiva, corografica, che si esprimono attraverso la ricerca sul terreno, saldamente ancorata ai fatti, e l’affermazione del primato della geografia umana su quella fisica, nonché della geografia regionale su quella generale, stanno tuttora alla base della ricerca geografica in gran parte del mondo francofono e nei paesi da esso comunque influenzati, ma sono largamente diffusi ovunque, a cominciare dai paesi di lingua tedesca e senza escludere quelli di lingua inglese. Moltissimi geografi, dunque, ancora interpretano etimologicamente la disciplina e fanno della “descrizione” dell’orbe e delle sue regioni l’oggetto del loro lavoro scientifico: una descrizione che, se a volte può risultare divulgativa se non banale, di solito trae valore dalla paziente indagine sul campo o dalla costruzione di carte tematiche, dall’“esplorazione” di luoghi poco conosciuti o dalla “scoperta” di nuovi aspetti dello spazio geografico.

Il risultato classico di questo tipo di studi, la “monografia regionale” dedicata alla descrizione approfondita ed esaustiva di un’unità regionale (per lo più di piccole dimensioni), continua a essere prodotto, anche se in misura minore che nel passato e soprattutto con riferimento a regioni agricole e/o poco sviluppate. Una novità è rappresentata dalla più frequente utilizzazione del lavoro di gruppo, che permette a un tempo lo studio integrale della regione presa in considerazione e l’utilizzo delle specifiche competenze di più ricercatori. Alla base della persistenza di questo approccio di ricerca, che taluni consideravano esaurito negli anni Sessanta, sta forse l’indubbia utilità conoscitiva che i suoi risultati, inclusi quelli cartografici, hanno ai fini della pianificazione territoriale; in questo senso l’approccio descrittivo-regionale s’intreccia sempre più di frequente, oggi, con quello funzionalista.

Studi di questo tipo, poi, risultano particolarmente appropriati se incentrati sui paesi del Terzo Mondo, stante la carenza che in genere caratterizza l’informazione geografica di base su di essi: la tradizione francese della “geografia tropicale” è tuttora vivace, e ad essa si affianca oggi, come si accennava, l’impegno extra-europeo dei geografi tedeschi.

In Italia, si valuta che ancora quasi un terzo della produzione scritta dei geografi apparsa dopo il 1975 sia ascrivibile alla scuola di stampo descrittivistico. Monografie regionali continuano a essere dedicate a valli alpine e appenniniche, alle campagne emiliane, alle piane e ai rilievi della Campania. Non sono mancate descrizioni di territori più ampi, addirittura fino alla scala continentale: in esse si passa però, gradualmente, dalla ricerca vera e propria all’opera di sintesi anche di tipo compilativo, finalizzata alla divulgazione o alla didattica, che è peraltro anch’essa compito legittimo del geografo regionale-descrittivo. Sono stati pubblicati anche atlanti tematici regionali (Basilicata, Sardegna, Piemonte), ed è stata avviata la realizzazione di un atlante tematico nazionale.

Un numero sempre maggiore di geografi italiani s’impegna comunque in ricerche regionali anche all’estero, e in particolare in quei paesi sottosviluppati in cui l’approccio monografico o comunque descrittivo è, come si diceva, opportuno: gli anni Ottanta hanno visto una buona fioritura di ricerche regionali condotte da geografi italiani nell’Asia sud-orientale, nel Maghreb e nel Vicino Oriente, nell’Africa subsahariana, nell’America latina.

Ai canoni dell’approccio di cui stiamo parlando s’ispirano in Italia anche i principali manuali universitari di geografia pubblicati nell’ultimo quindicennio. Va infine segnalato che dal gruppo di geografi torinesi è emerso, a metà degli anni Ottanta, un contributo originale anche a livello internazionale, con la proposta metodologica di una geografia intesa come “scoperta”, che rivaluta in sostanza l’approccio descrittivo offrendogli nuove prospettive.

 

la geografia dell’umanizzazione

Una variante della scuola di tipo descrittivistico, com’è noto, accentua il ruolo dell’interpretazione storica nello studio dei fatti geografici, vede l’ambiente fisico esclusivamente in funzione dei valori storicamente attribuitigli dall’uomo e fa della geografia una storia dell’organizzazione umana degli spazi terrestri. Questa dottrina ha influenzato indirettamente gli sviluppi della geografia storica, che è peraltro una partizione della materia e non un tipo di approccio. Al di là della geografia storica, peraltro, non sembra di poter scorgere negli ultimi anni un ruolo autonomo di questa impostazione storicista nel ventaglio degli indirizzi della ricerca geografica. Si potrebbe piuttosto parlare di un’influenza dello spirito storicista in una parte degli studi di approccio regionale, o funzionalista, specialmente nei paesi latini; o anche di un ruolo di ponte svolto da questa corrente, con funzione di passaggio dal paradigma possibilista agli sviluppi marxisti e umanistici.

Anche in Italia lo storicismo, che fino ai primi anni Settanta sembrava prendere piede come scuola a sé, è rimasto poi appannaggio di studiosi assai validi ma isolati, pur influenzando largamente non soltanto gli studi di geografia storica e affini, ma anche importanti contributi nel campo della geografia urbana e sociale, alcuni dei quali sboccheranno poi nella critica radicale o apriranno la strada al discorso umanistico.

 

l’ambientalismo e la geografia fisica

Se l’avanguardia del possibilismo ha prodotto lo storicismo, la sua “retroguardia” (senza che questo termine assuma alcun significato negativo) caratterizza quella che può essere definita la geografia “ambientalistica”: una geografia unitaria quanto quella regionale-descrittiva, ma, al contrario di questa, incline al primato della geografia fisica su quella umana, della geografia generale su quella regionale. Definibile come “ecologia dell’uomo”, la geografia ambientalista, apparentemente in crisi nei decenni precedenti, riprende vigore a partire dagli anni Settanta anche grazie ai movimenti di opinione pubblica che si richiamano all’ambiente e all’ecologia. Sul piano scientifico, il suo sviluppo è reso difficile dalla frattura accademica tra geografia fisica e geografia umana, esaltata dall’indirizzo storicista ma comunque presente, in misura più o meno considerevole, nella maggior parte delle scuole geografiche nazionali.

Si rende tuttavia necessario distinguere, almeno a partire dagli anni Settanta, tra geografia ambientalista e geografia fisica in senso stretto. La prima vede l’ambiente come “il mondo dell’uomo”, per usare la terminologia di R. Hartshorne, che assicura o testimonia collegamenti con il possibilismo classico. La seconda si sviluppa gradualmente come un insieme di discipline specialistiche che hanno sì matrici geografiche, ma tendono a integrarsi sempre più con diverse e ben precise discipline naturalistiche (geologia, meteorologia, e simili). Proprio la nuova consapevolezza sociale dell’esistenza di valori ambientali globali, tuttavia, gioca a favore della geografia ambientalista nel suo primo significato: quello di una disciplina di sintesi che, su basi sostanzialmente umanistiche, si dedichi allo studio − non più ormai determinista, ma neppure tanto assurdamente anti-determinista da negare il significato e il valore dell’ambiente naturale, e dei rapporti fra questo ambiente e l’uomo.

Dal canto suo, la geografia fisica in senso stretto progredisce autonomamente, negli anni Ottanta. Essa recepisce le nuove acquisizioni della geologia in fatto di tettonica a placche e di processi erosivi. Lo studio degli strati profondi dei ghiacciai e quello dei sedimenti oceanici contribuiscono notevolmente a un interessantissimo lavoro di ricostruzione della storia del clima. Progressi importanti si fanno nella conoscenza dei suoli, della copertura vegetale, delle acque correnti e sotterranee. Ma si tratta pur sempre di elementi naturali collegati fra loro, e se lo si dimentica intervengono a ricordarcelo le calamità naturali. Si avverte allora la necessità di una geografia fisica globale e finalizzata alle esigenze umane. Emerge, in versione critica e certamente non determinista, la moderna analisi dei geosistemi o sistemi ambientali, proposta con marcato spirito innovatore da correnti della geografia anglosassone e sovietica.

In Italia, le branche specializzate della geografia fisica hanno avuto notevole impulso negli anni Ottanta. Le cattedre di geografia fisica si sono moltiplicate e hanno spesso assunto una loro specifica personalità, distinguendosi in ugual misura da quelle di geografia e da quelle di geologia. Importanti studi sono stati condotti sull’evoluzione dei bacini fluviali, sui ghiacciai (è stato accertato l’avvio di una nuova fase di avanzata dei ghiacciai italiani, dopo una fase di regresso quasi secolare), sui metodi della cartografia geo-morfologica. Studi che prospettino problemi di utilizzazione armonica e razionale di risorse ambientali da parte dell’uomo, invece, sono rari. Si devono tuttavia registrare sforzi non indifferenti, da parte dei geografi fisici, di adeguamento alle nuove tematiche ambientaliste, sia nel settore geo-morfologico (problemi delle coste e dell’erosione del suolo) che in quello climatologico (questioni di aridità e di utilizzazione delle acque), per tacere di studi più generali come quelli sui parchi e le riserve naturali, le aree verdi, la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente.

 

il funzionalismo

La quarta e più sfumata versione della geografia tradizionale, quella definibile come “funzionalista”, che intende la geografia come una sorta di scienza (applicata, attiva, o volontaria) dell’organizzazione del territorio, continua a essere largamente seguita e professata. La novità degli ultimi lustri, dopo l’ispirazione regionale d’impronta francofona che aveva inizialmente caratterizzato questa scuola di pensiero, sta nella sua evoluzione nella direzione “sistemica”, ispirata alla teoria dei sistemi generali. Da notare anche l’allargarsi della schiera dei geografi tradizionali che abbracciano l’elastico credo funzionalista, trasformando gradualmente il paradigma regionale da descrizione delle forme ad analisi delle funzioni; lo testimonia anche la crescente diffusione della rivista americana “the professional geographer. È anche vero però che, data la labilità e la pragmaticità delle categorie concettuali funzionaliste, non è facile stabilire la precisa aderenza di questa o quella specifica ricerca a tale indirizzo.

È comunque incontestabile che scopi, metodi e linguaggi del funzionalismo risultano ormai maggioritari (nelle più svariate aree culturali dell’orbe) in ampi settori della geografia quali la geografia urbana (dove categorie funzionaliste come area di gravitazione, rete urbana, contro-urbanizzazione, e simili, trovano da tempo diffusa applicazione) e la geografia economica. L’indirizzo funzionalista è inoltre largamente penetrato, dopo aver rivoluzionato lo stesso concetto di regione sul piano teorico, nel cuore dell’apparato paradigmatico descrittivo-regionale, ispirando ricerche regionali di taglio nuovo e dando vita a una fruttuosa serie di studi sulla “regionalizzazione”.

Accettando e applicando i paradigmi sistemici, la geografia funzionalista si collega necessariamente con le metodologie quantitative, mentre la stessa cartografia tematica, rinnovata, tende a divenire strumento di informazione e di programmazione territoriale. D’altronde, programmare vuol dire anche riferirsi alle diverse istanze che scaturiscono spontaneamente dalla società civile: ecco quindi nascere i primi collegamenti con la nuova geografia umanistica.

In Italia, ben più di un terzo della produzione scritta dei geografi posteriore al 1975 è genericamente attribuibile a questo indirizzo, che risulta perciò oggi il più seguito in assoluto. Sono inquadrabili nel paradigma funzionalista molte delle ricerche volte a indagare sul piano spaziale temi relativamente nuovi per la geografia, come gli squilibri territoriali, la protezione civile, i beni culturali, il tempo libero e così via. Dal 1987 è in atto un tentativo di far riconoscere giuridicamente anche in Italia, con l’istituzione di uno specifico ordine professionale, l’applicabilità alla vita pratica dell’esperienza dei geografi.

 

la geografia quantitativa

Com’è noto, l’espressione “nuova geografia” è stata adoperata per la prima volta verso il 1960 per designare l’apparato paradigmatico nato con la “rivoluzione quantitativa”. “Quantitativista” e “neogeografo” sono stati a lungo sinonimi, nel gergo disciplinare. Sul finire degli anni Ottanta, retrospettivamente, la rivoluzione quantitativa appare sicuramente come un processo che ha scosso in profondità le fondamenta della disciplina, aprendo la strada a imprevedibili sviluppi, ma non come l’evento che ha prodotto “la” nuova geografia. Pervenuta ad acquisizioni importanti e irreversibili (l’impiego di metodi matematici avanzati e l’applicazione di modelli non vengono più seriamente contestati o respinti da nessun geografo), la nuova dottrina ha fatto cadere, fortunatamente, la pretesa di chiudere il discorso con il passato e con il futuro, evitando di cristallizzarsi come nuova geografia “unica e vera”. Un effetto collaterale della rivoluzione quantitativa (nata nelle università angloamericane, nonostante i precursori tedeschi) è stato quello di accelerare il trasferimento del principale nucleo pensante della geografia internazionale dall’area franco-tedesca a quella anglosassone. Il diffuso accoglimento dell’uso delle metodologie analitico-quantitative da parte di molte scuole continentali europee, sia dell’Ovest (salvo che in Francia e nei paesi da essa influenzati) come dell’Est, ha incrementato e generalizzato l’accettazione della lingua inglese quale lingua franca della geografia.

La geografia quantitativa (o “analisi spaziale”, come viene anche chiamata) ha mostrato negli ultimi tempi aperta compatibilità con le teorie e metodologie sistemiche, aprendo così la strada a una convergenza con i nuovi sviluppi che caratterizzano come si è visto correnti tradizionali quali quella funzionalista e (nel quadro di una ritrovata prospettiva unitaria ambiente-uomo) quella ambientalista.

In Italia la geografia quantitativa non ha trovato molti cultori. Qualche funzionalista l’ha adottata, mentre le altre correnti della geografia tradizionale hanno preferito in genere non farsi contaminare dalla logica statistico-matematica, quando non l’hanno respinta con atteggiamenti assai poco scientifici di sufficienza e di chiusura. In ogni caso, non si sono avuti contributi originali di geografi italiani all’indirizzo analitico-quantitativo, ma solo echi, verifiche e applicazioni di quanto è stato prodotto ed elaborato altrove.

 

marxismo e geografia

La rivoluzione quantitativa, contestando la geografia tradizionale, ha aperto la strada ad altre, più decise contestazioni. Ne sono nate interpretazioni della geografia che incidevano ancora più profondamente nel corpo consolidato della disciplina. Se i “quantitativi” presuppongono, non meno dei “qualitativi”, che l’indagine geografica riguardi l’esistente oggettivo, verso il 1970 sono cominciate ad affiorare interpretazioni della geografia che vanno al di là dell’uno o dell’altro di questi termini.

La geografia radicale, che in alcuni paesi o ambienti diventa principalmente geografia marxista, critica l’esistente e la sua “descrizione” (non importa se condotta con i metodi tradizionali o con la modellistica spaziale) e si propone invece di contribuire al suo cambiamento. La geografia tradizionale (che include dunque, per i geografi radical-marxisti, anche la quantitativa) viene accusata di subordinazione al potere e alle classi dominanti; il sapere geografico, ritenuto di notevole importanza strategica nel quadro della lotta di classe, va elaborato e utilizzato dalle masse e per le masse. Anche questa corrente nasce e si sviluppa in buona parte nei paesi anglosassoni (che ‘scoprono’ il marxismo con notevole ritardo) ma mette radici e si afferma contemporaneamente anche in Francia. I suoi esponenti sono relativamente poco numerosi ma molto attivi e capaci, e danno luogo a un intenso dibattito teorico e metodologico “interno” su riviste come “antipode negli Stati Uniti e “Hérodote in Francia (non manca un dibattito ‘esterno’ con i geografi tradizionali). La loro dottrina, va notato, è molto differente dal marxismo di maniera dei geografi sovietici e dell’Europa orientale, che sono in realtà legati sostanzialmente al funzionalismo, al quantitativismo e al sistemismo.

È forse ancora presto per dire se, anche in seguito alla crisi ideologica e politica che ha investito in via più generale il marxismo, la geografia marxista radicale sarà in grado di delineare con compiutezza, al di là dell’ideologia e delle polemiche contingenti, autentici paradigmi scientifici, e se svilupperà più i motivi marxisti, coerenti con la filosofia marxiana, o quelli genericamente anarchico-radicali.

In Italia, se non mancano certamente geografi politicamente di idee marxiste, pochi sono quelli di essi che s’impegnano nell’elaborazione scientifica di questa nuova interpretazione della geografia. Tuttavia qualche opera notevole, ascrivibile a questo filone pur se collegata all’ispirazione storicista, è stata pubblicata, e una di esse, tradotta all’estero, può essere considerata oggi tra i classici della corrente. Vita effimera ha avuto un’associazione denominata “geografia democra­tica”, mentre una qualche continuità ha contrassegnato la rivista “Erodoto.

 

la geografia umanistica

L’ultima nata delle nuove geografie, la geografia umanistica, accetta l’esistente soggettivo. Per essa non esiste o non conta uno spazio oggettivo: esiste e conta una molteplicità di spazi soggettivi, spazi vissuti, rappresentabili attraverso un’originale cartografia “mentale”, responsabili del comportamento spaziale del comune mortale come della trasfigurazione letteraria o artistica da parte dello scrittore, del pittore e così via. Nella complessa e variegata elaborazione di questa scuola di pensiero trovano posto indirizzi abbastanza distinti fra di loro, come una geografia della percezione e del comportamento, legata alla psicologia, e una geografia esistenziale e umanistica in senso stretto. Per la prima, emersa sulla scena internazionale non molto dopo la rivoluzione quantitativa, si è parlato di “rivoluzione comportamentistica”; la seconda, che si afferma soprattutto dopo il 1975, critica i residui positivistici presenti nel comportamentismo, pur riprendendone in sostanza i temi. La geografia anglosassone ha avuto naturalmente un ruolo essenziale anche nell’elaborazione e nell’affermazione di questi nuovi indirizzi di ricerca. Tuttavia per la geografia della percezione sono importanti anche gli apporti tedeschi, mentre per la geografia umanistica va segnalata una forte corrente francofona, che fa capo soprattutto alle università della Svizzera romanda. Anche per queste ultime tendenze, va rinviato il giudizio sulla loro capacità di esprimere paradigmi consolidati.

In Italia la geografia umanistica non ha incontrato accoglienze particolarmente calorose. Tuttavia, motivi umanistici serpeggiano qua e là in scritti d’ispirazione storicista e anche funzionalista, per esempio nel campo della geografia elettorale o della geografia del turismo. Un numero limitato di studiosi, prevalentemente di scuola milanese, ha comunque imboccato questa strada con serietà e con metodo, ottenendo risultati originali di un certo spessore.

 

BRANCHE DELLA GEOGRAFIA

 

preambolo

Lo studio geografico, per la sempre crescente necessità di specializzazione, è spesso settoriale, rivolto ad alcune soltanto delle numerose componenti del territorio. È quindi opportuno tener presente la tradizionale partizione della geografia in diverse branche e in particolare nelle due fondamentali, la geografia fisica e la geografia umana.

La geografia fisica studia gli aspetti della superficie terrestre legati ai fenomeni naturali, tra i quali assumono particolare rilevanza le forme del suolo; di queste la geo-morfologia chiarisce le cause e la genesi, tenendo conto di dati strutturali e dell’incessante azione esercitata dagli agenti geodinamici. Alla geo-morfologia si affiancano altri importanti settori di ricerca geografico-fisica: lo studio delle acque (idrologia marina e continentale), non solo come componenti della superficie terrestre, ma anche per il loro intervento nella morfo-genesi; quello dei climi (climatologia), fattori essenziali dei processi morfo-genetici, della vita vegetale e animale, del popolamento umano e di molte attività economiche; quello delle formazioni vegetali spontanee e dei loro rapporti con i climi, con i suoli, con le altre manifestazioni biologiche (fito-geografia). La geografia umana, invece, si rivolge precipuamente ai complessi rapporti d’interdipendenza che si stabiliscono tra ambiente naturale e attività umana; essa prende in esame: la diffusione della specie umana sull’orbe (geografia della popolazione); l’occupazione dello spazio da parte dell’uomo per l’insediamento (geografia delle sedi), per gli spostamenti (geografia della circolazione), per l’utilizzazione delle risorse (geografia economica); l’organizzazione dei territori da parte delle società umane, amplissimo campo di studio che comprende la geografia politica, la geografia sociale e anche la geografia urbana, perché ormai le città non vanno più considerate soltanto come insediamenti (in tal caso il loro studio si esaurirebbe nella geografia delle sedi), ma anche e soprattutto come centri di coordinamento e di organizzazione di territori più o meno vasti, così che all’esame delle forme e delle funzioni dei centri urbani deve legarsi indissolubilmente quello di organici spazi individuati dalle loro aree d’influenza. Un settore di grande interesse è poi quello della geografia storica che, sulla base di materiali vari (geologici, archeologici, letterari e simili), mira alla ricostruzione esplicativa dell’organizzazione territoriale del passato e all’interpretazione genetica di quella attuale. Partiamo da quest’ultima per una disamina più dettagliata e puntuale.

                

la geografia fisica

Si è già accennato che lo studio delle forme e degli aspetti della superficie emersa dell’orbe o morfologia terrestre si è definitiva­mente costituito su basi scientifiche nella seconda metà del sec. 19° e in stretto connubio con la geologia. Infatti la morfologia terrestre si è giovata e si giova del fatto che in molti paesi civili si accompagnano oggi ai rilievi topografici, rilievi geologici e idrografici, cosicché, parallelamente alle carte topografiche si possiedono carte geo-litologiche, carte dei tipi di suolo, carte idrografiche, talora alla medesima scala e costruite su base comune (come avviene in Italia per la carta topografica e quella geologica) e perfino eseguite contemporaneamente. Sorta, come si è veduto, in Germania, la morfologia terrestre è stata singolarmente vivificata dalla concezione storica sviluppata dal geografo americano W. M. Davis e dalla sua scuola, concezione secondo la quale le singole forme della superficie terrestre sono da considerarsi come in continua trasformazione, anzi come fasi transitorie di un’evoluzione più o meno avanzata, la quale tende verso stadî terminali determinati o determinabili; lo studio del ciclo di questa evoluzione morfologica permette di distinguere nei rilievi terrestri forme ‘giovani’, ‘mature’, ‘senili’, ‘decrepite’ e anche (poiché il ciclo, una volta compiuto, può in determinate condizioni riaprirsi) ’ringiovanite’, ’ereditate’, e simili. Gli aspetti, così profondamente disformi, di taluni rilievi, possono dunque, almeno in parte, riguardarsi come stadî diversi di uno stesso ciclo morfologico. Tale ciclo si svolge tuttavia in modo differente a seconda della qualità e della struttura del terreno e a seconda dell’agente modellatore che prevale (acque correnti, ghiaccio, vento, e simili), onde si possono distinguere forme dovute all’erosione fluviale, forme glaciali, eoliche, carsiche, e simili Queste concezioni ritraggono poi la loro importanza dal fatto che furono dal Davis poste a base d’una descrizione razionale e d’una classificazione delle forme del terreno.

Le concezioni fondamentali della scuola morfologica americana sono oggi vivacemente combattute, soprattutto in Germania, anche da alcuni di coloro che ne erano prima convinti assertori. E nella stessa Germania si è cercato di elevarsi, dalla considerazione delle sole forme del terreno, a una descrizione scientifica di tutto il “paesaggio” (Landschaft) fisico e antropico, sceverandone i singoli lineamenti fisionomici (determinati dal clima, dal rivestimento vegetale, dalle forme del terreno, dal suolo, e simili); si è arrivati per questa via a una classificazione dei paesaggi e si è cercato di dar vita a un ramo speciale della geografia, la descrizione razionale e comparata del paesaggio (“vergleichende landschaftskunde di S. Passarge). Altri ha tentato altre vie. Comune a tutti questi tentativi è lo sforzo di porre l’indagine delle forme e degli aspetti della superficie solida dell’orbe su basi sistematiche e di addivenire a una descrizione razionale, esplicativa (non solamente espositiva o rappresenta­tiva) e ad una classificazione di quelle forme e di quegli aspetti. È troppo presto per poter dire quale delle varie vie finora tentate finirà col prevalere. Comunque, un altro elemento comune agl’indirizzi moderni della morfologia è la considerazione degli stretti rapporti fra le forme del terreno e il clima; si riconosce infatti sempre più come e quanto le forme superficiali si differenzino, a seconda del differenziarsi dei climi, poiché dalle condizioni del clima dipende principalmente il prevalere dell’uno o dell’altro fra gli agenti modellatori della superficie terrestre. Per questa ragione (e non per questa sola, come vedremo) lo studio del clima, o climatologia, viene oggi considerato come parte integrante della geografia, e si differenzia sempre più dall’indagine del meccanismo dei fenomeni atmosferici, che è fatto dalla meteorologia. Ma i rapporti fra morfologia e climatologia sono molto più complessi, in quanto è ormai accertato che le forme del terreno, che noi oggi esaminiamo e studiamo in una data parte della superficie terrestre, sono il risultato, non soltanto delle forze agenti attualmente, ma anche di quelle che agirono in un passato geologicamente non lontano, nel quale peraltro le condizioni del clima potevano essere profondamente diverse. Vi è anzi chi pensa che nelle linee generali le forme attuali siano prevalentemente il risultato di azioni modellatrici svoltesi in climi passati e diversi dall’attuale e che solo il modellamento dei particolari sia opera degli agenti oggi operanti (Jetztzeitformen).

 

la climatologia 

Sviluppatasi anch’essa solo in epoca molto recente, da quando cioè si possiedono osservazioni meteorologiche sufficienti ed eseguite con metodi comparabili sulle varie parti dell’orbe, la climatologia mira oggi principalmente: 1) a distinguere o classificare i varî tipi di climi e a indagarne la distribuzione nelle varie parti dell’orbe ; 2) a indagare le variazioni del clima nelle epoche geologiche passate (almeno nel più recente passato geologico) e nelle epoche preistoriche e storiche; 3) a mettere in luce i rapporti fra le condizioni di clima e la distribuzione della vita vegetale, animale e umana alla superficie dell’orbe.

Meno progredito della morfologia e della climatologia è un terzo capitolo della geografia fisica, l’idrologia, denominazione che oggi si dà prevalentemente allo studio scientifico delle acque continentali, studio che tuttavia comprende anche parti esorbitanti dal campo della nostra scienza. Anche qui l’impronta geografica deriva dall’applicazione dei principî metodici generali sopra accennati. Il geografo pertanto, da un lato indaga l’evoluzione e le trasformazioni della rete idrografica superficiale, dall’altro cerca di addivenire a una classificazione dei varî tipi di sorgenti e di corsi d’acqua. Ma i tentativi di classificazione sono da poco usciti dallo stadio preliminare, soprattutto per la deficienza che finora si lamenta di osservazioni e misure sistematiche sui caratteri, il regime, e simili, di corsi d’acqua di paesi lontani e poco noti. Appartiene all’idrologia anche lo studio dei laghi, nel quale pure trovano applicazione il criterio storico (indagine della genesi ed evoluzione dei bacini lacustri), il criterio sistematico (classificazione dei laghi) e il criterio distributivo (associazione e distribuzione dei laghi alla superficie dell’orbe).

Quanto allo studio degli spazî oceanici, mentre l’indagine delle proprietà fisiche e chimiche delle acque marine e quello del meccanismo e delle cause dei movimenti delle masse acquee, è oggi divenuto compito della fisica terrestre, rientra nel campo della geografia non soltanto lo studio dei mari come agenti modellatori della crosta terrestre e come fattori di particolari condizioni climatiche, ma anche, anzi principalmente, lo studio dei singoli bacini oceanici e marini come individui a sé, nei loro caratteri morfologici (onde si comincia oggi a parlare di una “morfologia degli spazî oceanici”) e nell’insieme delle condizioni derivanti dalle reciproche relazioni fra tutti i fenomeni coesistenti nello spazio di ciascun oceano o mare (si veda, ad esempio, per l’Atlantico, la “geographie des atlantischen ozean di G. Schott).

Se l’avanguardia del possibilismo ha prodotto lo storicismo, la sua “retroguardia” (senza che questo termine assuma alcun significato negativo) caratterizza quella che può essere definita la geografia “ambientalista”: una geografia unitaria quanto quella regionale-descrittiva, ma, al contrario di questa, incline al primato della geografia fisica su quella umana, della geografia generale su quella regionale. Definibile come “ecologia dell’uomo”, la geografia ambientalista, apparentemente in crisi nei decenni precedenti, riprende vigore a partire dagli anni Settanta anche grazie ai movimenti di opinione pubblica che si richiamano all’ambiente e all’ecologia. Sul piano scientifico, il suo sviluppo è reso difficile dalla frattura accademica tra geografia fisica e geografia umana, esaltata dall’indirizzo storicista ma comunque presente, in misura più o meno considerevole, nella maggior parte delle scuole geografiche nazionali.

Si rende tuttavia necessario distinguere, almeno a partire dagli anni Settanta, tra geografia ambientalista e geografia fisica in senso stretto. La prima vede l’ambiente come “il mondo dell’uomo”, per usare la terminologia di R. Hartshorne, che assicura o testimonia collegamenti con il possibilismo classico. La seconda si sviluppa gradualmente come un insieme di discipline specialistiche che hanno sì matrici geografiche, ma tendono a integrarsi sempre più con diverse e ben precise discipline naturalistiche (geologia, meteorologia, e simili). Proprio la nuova consapevolezza sociale dell’esistenza di valori ambientali globali, tuttavia, gioca a favore della geografia ambientalista nel suo primo significato: quello di una disciplina di sintesi che, su basi sostanzialmente umanistiche, si dedichi allo studio (non più ormai determinista, ma neppure tanto assurdamente anti-determinista da negare il significato e il valore dell’ambiente naturale) dei rapporti fra questo ambiente e l’uomo.

Dal canto suo, la geografia fisica in senso stretto progredisce autonomamente, negli anni Ottanta. Essa recepisce le nuove acquisizioni della geologia in fatto di tettonica a placche e di processi erosivi. Lo studio degli strati profondi dei ghiacciai e quello dei sedimenti oceanici contribuiscono notevolmente a un interessantissimo lavoro di ricostruzione della storia del clima. Progressi importanti si fanno nella conoscenza dei suoli, della copertura vegetale, delle acque correnti e sotterranee. Ma si tratta pur sempre di elementi naturali collegati fra loro, e se lo si dimentica intervengono a ricordarcelo le calamità naturali. Si avverte allora la necessità di una geografia fisica globale e finalizzata alle esigenze umane. Emerge, in versione critica e certamente non determinista, la moderna analisi dei geosistemi o sistemi ambientali, proposta con marcato spirito innovatore da correnti della geografia anglosassone e sovietica.

In Italia, le branche specializzate della geografia fisica hanno avuto notevole impulso negli anni Ottanta. Le cattedre di geografia fisica si sono moltiplicate e hanno spesso assunto una loro specifica personalità, distinguendosi in ugual misura da quelle di geografia e da quelle di geologia. Importanti studi sono stati condotti sull’evoluzione dei bacini fluviali, sui ghiacciai (è stato accertato l’avvio di una nuova fase di avanzata dei ghiacciai italiani, dopo una fase di regresso quasi secolare), sui metodi della cartografia geo-morfologica. Studi che prospettino problemi di utilizzazione armonica e razionale di risorse ambientali da parte dell’uomo, invece, sono rari. Si devono tuttavia registrare sforzi non indifferenti, da parte dei geografi fisici, di adeguamento alle nuove tematiche ambientaliste, sia nel settore geo-morfologico (problemi delle coste e dell’erosione del suolo) che in quello climatologico (questioni di aridità e di utilizzazione delle acque), per tacere di studi più generali come quelli sui parchi e le riserve naturali, le aree verdi, la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente.

 

la geografia botanica

Numerose nozioni sulla provenienza, la distribuzione e le esigenze culturali delle piante utili erano possedute anche dagli antichi e alcune osservazioni ecologiche, quali quelle eseguite nel 1540 dal Bembo sulle zone altimetriche dell’Etna, rimontano a parecchi secoli addietro; non è però possibile parlare di geografia botanica prima che Linneo, verso la metà del sec. 18°, definisse la specie vegetale. A lui e ai suoi allievi rimontano infatti le prime flore redatte secondo criterî moderni e adombranti una classificazione delle stazioni vegetali e nozioni sui mezzi di dispersione delle specie e sui loro centri d’origine; materiali che servirono poi a C. Willdenow per un primo schizzo fito-geografico (1792) e criterî che informarono il vasto schema della distribuzione della vegetazione sul globo che una mente superiore, una cultura profonda e l’esperienza di lunghi viaggi, consentirono ad Alessandro di Humboldt di tracciare in principio del secolo scorso. I vasti quadri fisionomici di Humboldt propongono i problemi che numerosi fito-geografi hanno poi studiato nella prima metà dell’800, come J. Schouw (1822) e A. P. De Candolle (1826), tentando la suddivisione della superficie del globo in regioni floristiche naturali; come lo Schouw stesso, riconoscendo il rapporto fondamentale intercedente tra forme di vegetazione e stazione; come F. Unger (1836) e Thurmann (1849), gettando le basi della discussione sull’importanza rispettiva della struttura fisica e della composi­zione chimica del suolo; come A. Grisebach (1838), formulando il concetto di formazione vegetale; come Unger (1852), tentando di fondare l’interpretazione della distribuzione delle piante sulla ricostruzione della vegetazione dei periodi geologici precedenti al nostro. Nel 1855 finalmente la pubblicazione della “geografia botanica ragionata” di A. De Candolle, chiudeva questo primo periodo con una sintesi il cui valore dura tuttora.

Un secondo periodo si apre poi con la comparsa della “on the origin of species di C. Darwin (1859) e con l’importanza attribuita da lui stesso e da altri viaggiatori naturalisti (Wallace, M. Wagner, Beccari) alla documentazione fornita dalla distribu­zione delle piante e degli animali alle ipotesi evoluzioniste. La grande opera fito-geografica di A. Grisebach “die vegetation der erde (1872), deve infatti alla mancata accettazione delle teorie evolutive il suo carattere statico e la scarsa influenza esercitata, malgrado il reale valore e la ricca documentazione. Essa è stata presto superata dal libro di A. Engler “versuch einer entwicklungsgeschichte der pflanzenwelt (1879-82), raccogliente, in un quadro veramente superbo, i numerosi dati accumulati dall’analisi sistematica di un grandissimo materiale, proveniente da tutte le parti del globo, e dai sensibili progressi compiuti dalla geografia fisica e dalla paleogeografia. Il metodo sistematico-genetico della scuola di Engler si può considerare come definitivamente acquisito alla scienza, grazie a una vasta letteratura in continuo progresso e quantunque in un tempo più recente, dopo la pubblicazione dell’opera di A. W. Schimper “pflanzengeographie auf physiologischer grund­lage (1890), sia andato affermandosi, parallelamente, un secondo indirizzo inteso allo studio più particolare delle reazioni biologiche delle specie vegetali (auto-ecologia) e delle associazioni che esse costituiscono (sinecologia) alle condizioni dell’ambiente. Questo indirizzo, che ha avuto in Italia un precursore in Federico Delpino, possiede oggi le sue sintesi trattatistiche nelle opere di Drude, Clements, Schroeter e soprattutto nelle ripetute edizioni dell’opera del Warming, e si è dimostrato estremamente fecondo in tutti i campi della biologia geografica ed evoluzionistica, non solo per le numerosissime ricerche che ha promosso in tutte le parti del globo, ma anche perché, dopo aver descritto e classificato formazioni vegetali proprie dei più varî climi, utilizzando i progressi della sistematica, della geografia fisica e della paleontologia del Quaternario, ci ha assicurato precise nozioni, non solo sui processi di sviluppo e sulle successioni presentate dai consorzî vegetali, ma anche sulle trasformazioni che i paesaggi vegetali hanno subito nelle ultime fasi della storia del globo prima di raggiungere la loro condizione attuale. È inutile insistere sull’importanza di questi risultati non solo per la conoscenza teorica dell’evoluzione della vegetazione e delle oscillazioni del clima, ma anche per le norme pratiche che ne possono trarre l’agricoltura e lo sfruttamento delle materie prime fornite dal regno vegetale.

 

la geografia zoologica

La geografia zoologica si occupa dei caratteri faunistici presentati dalle varie regioni dell’orbe, e ha lo scopo di dividere l’orbe in regioni e sotto-regioni zoogeografiche dandone i caratteri e rilevandone le affinità. Queste divisioni hanno il torto d’essere più o meno artificiali, o perché basate su pure considerazioni geografiche, come quelle di Moebius (1891) o perché si fondano sulla distribuzione di determinati gruppi di animali, mostrandosi in disaccordo con altri gruppi.

Ph. L. Sclater (1857), basandosi sulla geografia e sulla distribuzione dei passeracei, divise l’orbe in Paleogèa (comprendente le regioni paleartica, etiopica, indiana e australiana, ossia il vecchio e il nuovissimo mondo) e Neogèa (comprendente le regioni neartica e neotropica, ossia le due Americhe). Egli fu seguito da K. Günther che trovò tale divisione valevole per i rettili; ma Murray (1866) la trovò non conveniente per i mammiferi. Le regioni di T. H. Huxley (1868), fondate sulla distribuzione dei gallinacei, ebbero scarso seguito. Si susseguirono numerosi tentativi di classificazione delle regioni zoogeografiche. Una data memorabile segnò la classica opera di Wallace “the geographical distribution of animals” (1876). Wallace riconosce le seguenti regioni: 1) paleartica, con le subregioni europea, mediterranea, siberiana e manciuriana; 2) etiopica, con le subregioni orientale-africana, occidentale-africana, sud-africana e malgascia; 3) orientale, con le subregioni indiana, ceilonica, indo-cinese, indo-malese; 4) australiana, con le subregioni austro-malese, australiana, polinesica, neo-zelandese; 5) neo-tropicale, con le subregioni cileana, brasiliana, messina, antilleana; 6) neartica, con le subregioni californiana, delle Montagne Rocciose, alleganiana, canadese. Si deve a Heilprin (1887) la riunione delle regioni paleartica e neartica in un reame Olartico, che ben corrisponde alle affinità faunistiche generali, nonché la maggiore importanza data ai tratti di transizione. Trouessart (1890) mise in giusto rilievo il diverso comportamento dei varî gruppi animali rispetto alla geografia zoologica. La partizione delle terre in notogea (corrispondente alla regione australiana) e neogea (compren­dente l’America centrale e meridionale, le Antille e le Galapagos) è dovuta a un anonimo (1893) ed è oggi generalmente accettata. Tra gli ulteriori classificatori delle regioni zoo-geografiche terrestri segnaliamo ancora Beddard (1895), Sclater (1899), Trouessart (1922).

Le regioni zoo-geografiche marine sono state delimitate e caratterizzate da H. Woodward (1859) in base ai molluschi, da Günther (1880) in base ai pesci, da A. E. Ortmann (1896) in base soprattutto ai crostacei decapodi, da Sclater (1897) in base ai mammiferi, e in fine da G. Colosi (1919) in base ai caratteri di maggiore o minore arcaicità delle faune.

 

la geografia umana

La geografia umana (in italiano anche antropo-geografia o geografia antropica) è il ramo della geografia di più recente sistemazione, per il che non può dirsi vi sia ancora accordo completo sui suoi limiti e sul suo campo d’indagine. Il progresso degli studî antropo-geografici nel primo trentennio del secolo presente è stato singolarmente favorito, sia dall’accrescersi dei materiali e dei dati fondamentali offerti dai censimenti e dalle altre rilevazioni statistiche, sempre più ricche e complete in quasi tutti gli stati civili (non soltanto censimenti demografici propri­amente detti, ma censimenti agricoli, industriali, stati­stiche delle occupazioni, e simili), sia dal perfezionarsi delle carte topografiche, le quali oggi prestano un’attenzione sempre maggiore alla rappresentazione dei fatti umani (distribuzione e tipi delle dimore permanenti e temporanee, strade, colture, tracce topografiche inerenti allo sfruttamento minerario, e simili), sia infine dal moltiplicarsi delle ricerche di dettaglio, fatte dapprima sulle orme del Ratzel, soprattutto in Germania, poi anche altrove (Francia, Italia, Stati Uniti) con direttive e vedute nuove. Infatti, mentre le idee del Ratzel, si facevano strada e venivano discusse anche fuori della Germania, nuovi indirizzi si aprivano alla geografia antropica, soprattutto in Francia per opera di P. Vidal de la Blache e J. Brunh per esempio. E proprio il Vidal de la Blache metteva in luce un concetto di grande importanza dal punto di vista metodico: quello cioè che le manifestazioni più evidenti dell’azione che la natura esercita sull’uomo e l’uomo sulla natura, sono quelle che si verificano attraverso il mondo vegetale e animale. Ad esempio le influenze del clima e del suolo sono avvertite dagli uomini soprattutto in quanto l’uno e l’altro determinano in un dato territorio una fisionomia e una distribuzione speciale delle piante e degli animali che l’uomo può utilizzare, e da ciò dipende il genere di vita dei gruppi umani abitanti in quel territorio, dipendono in parte le condizioni economiche, sociali, e simili, uniformate o adattate a quel genere di vita. Viceversa l’azione modificatrice dell’uomo sull’ambien­te naturale (prescindendo dalle tracce impresse per il semplice fatto che l’uomo abita la superficie terrestre e in essa si muove come dimore e loro aggruppamenti, strade, e simili) si manifesta prevalentemente mediante trasformazioni, artificiali e volute, dell’originario paesaggio vegetale e animale, in quanto l’uomo favorisce lo sviluppo e la diffusione di certe specie vegetali e animali a lui utili (un piccolo numero, in complesso) a detrimento di tutte le altre, inutili o dannose, che vengono perciò limitate o addirittura distrutte.

Appare perciò sempre più chiaramente anche per la geografia antropica come l’essenza delle indagini risieda nell’esame di fatti d’interdipendenza e di reciproca connessione: clima e suolo determinano il genere di vita di una determinata frazione dell’umanità; il genere di vita, quando non sia un fatto transitorio, ma si affermi e si consolidi perfezionandosi in un lungo periodo di tempo, determina speciali e cospicue trasformazioni del paesaggio vegetale e animale, ossia di alcuni dei lineamenti più appariscenti della superficie terrestre, e simili Appare anche sempre più (e ciò fu messo chiaramente in luce soprattutto per opera di J. Brunhes e della sua scuola) come la geografia antropica prenda in esame tutti quei fatti derivanti dai rapporti fra orbe e uomo, che lasciano una traccia sull’orbe stessa: sia fatti derivanti da semplice occupazione del suolo (dimore, strade), sia fatti derivanti da utilizzazione produttiva del suolo (agricoltura, allevamento, e simili), ovvero da utilizzazione distruttiva (caccia, sfruttamento minerario), sia infine fatti inerenti alla costituzione e allo sviluppo delle grandi società umane (nazioni, stati). È opportuno, a questo punto (senza entrare particolarmente in argomenti controversi) passare in rassegna più da vicino i diversi campi di studio della geografia antropica.

1) La geografia antropica considera in prima linea il modo come l’uomo (inteso come termine collettivo, cioè come uomo vivente in società, e perciò come sinonimo di gruppi umani) si distribuisce alla superficie terrestre, il modo, cioè, come varia quella che fu chiamata la “coperta umana” della superficie terrestre. Tali variazioni sono quantitative e qualitative: quantitative, onde lo studio dell’area di diffusione dell’uomo (habitat della specie umana o ecumene), della diversa densità della popolazione e delle sue cause; qualitative, onde lo studio della differenziazione dell’umanità in razze, tipi, e simili, studio che può rientrare nel campo dell’antropo-geografia, non in quanto analisi dei caratteri intrinseci di ogni tipo (che è compito riservato all’antropologia), ma sotto un aspetto del tutto analogo a quello sotto il quale il geografo considera la distribuzione delle associazioni vegetali: in quanto, cioè, imprimono una fisionomia caratteristica alle varie regioni dell’orbe. L’indagine della densità della popola­zione e delle sue cause appare oggi uno dei fatti fondamentali della geografia antropica, perché la densità è spesso l’indice che traduce numericamente una serie di fatti di ordine climatico, biologico, economico, e simili, intimamente connessi fra loro. Ma, col differenziarsi delle condizioni morfologiche, di suolo, di clima, e simili, dall’una all’altra parte della superficie terrestre, vediamo variare, non solo la densità e i tipi fisici degli abitanti, ma gli adattamenti materiali dell’uomo all’ambiente: variano cioè i tipi, le forme, gli aggruppamenti delle dimore, il genere di vita, e simili, dei singoli gruppi umani. Tutta questa parte della geografia antropica, che è, in sostanza, una specie di ecologia dell’uomo, si può chiamare “antropo-geografia ecolo­gica”. Da un punto di vista più generale, l’influenza predomi­nante su tutti i fatti che rientrano in questo campo è quella del clima; notevole importanza ha perciò, anche dal punto di vista antropo-geografico, l’indagine delle eventuali variazioni del clima in tempi preistorici e storici.

2) L’uomo, nelle svariate manifestazioni della sua attività, può considerarsi come un potente ed energico agente modificatore della superficie terrestre sulla quale imprime durevoli tracce; in questo senso l’attività umana può studiarsi, almeno fino a un certo punto, alla stessa stregua degli agenti fisici modificatori della superficie terrestre, e la sua azione, in alcune parti dell’orbe, ci appare non meno profonda di quella delle acque correnti, dei ghiacci, del vento, e simili. Si è già accennato alle tracce che l’uomo imprime sull’orbe per il fatto di abitarvi in dimore, isolate o aggruppate, che vanno dai rudimentali ricoveri dei primitivi (utilizzanti talora ripari naturali più o meno trasformati) fino a quelle enormi e complicate agglomerazioni che sono le grandi città moderne. È indubitato che per questo fatto la superficie terrestre subisce profonde e durevoli modificazioni. Se si possedesse una carta topografica esatta del bacino medio del Reno quale era nell’età romana o nel primo Medioevo e la si potesse paragonare con una attuale, si vedrebbe che le trasformazioni prodotte in questa parte dell’Europa centrale per il solo fatto che l’uomo vi si è sempre più addensato, distribuendosi in una quantità enorme di località abitate, piccole e grandi, sono certo non meno cospicue di quelle che nello stesso periodo di tempo, o anche in un periodo molto più lungo, possano avervi apportato gli agenti fisici modellatori del suolo. Questa parte della geografia può chiamarsi la “geografia delle sedi umane” (la siedelungsgeographie dei Tedeschi). Due argomenti attraggono oggi soprattutto l’attenzione dei geografi: da un lato lo studio dell’abitazione rurale, in quanto questa, nei suoi diversi tipi, nel modo di costruzione, nella distribuzione spaziale, e simili, riflette le condizioni dell’ambiente naturale, culturale, economico; dall’altro lo studio geografico di quelle più complesse agglomerazioni che sono le grandi città moderne, onde si parla, soprattutto in Francia, di “geografia urbana” (P. Vidal de la Blache, J. Brunhes, R. Blanchard, e simili).

3) Altre profonde e durabili modificazioni apporta l’uomo alla superficie terrestre per il fatto che, obbedendo alle elementari necessità di nutrirsi e di coprirsi, sfrutta e utilizza i prodotti del mondo vegetale, animale e minerale. Anche queste modifica­zioni sono spessissimo di vasta portata: ad esempio, distruzione di estesissime aree a foreste (sostituite da coltivazioni), onde una profonda alterazione dell’originaria coperta vegetale; trasforma­zione delle forme del terreno e di tutto l’aspetto primitivo del paesaggio in regioni d’intenso sfruttamento minerario, con mutamenti così profondi quali nessuna forza fisica potrebbe operare se non in lunghissimo volgere di tempo. Lo studio delle condizioni nelle quali si effettua l’utilizzazione delle risorse terrestri da parte dell’uomo e delle trasformazioni che ne derivano, costituisce quella parte della geografia antropica alla quale si dà il nome di “geografia economica” (in senso più stretto “geografia della produzione”). È noto poi che solo in piccola parte i prodotti del suolo e del sottosuolo si utilizzano greggi; la parte maggiore viene trasformata dalle industrie; lo studio della localizzazione e distribuzione delle industrie e delle cause che la determinano si dice talora “geografia industriale”. Si aggiunga ancora che, essendo i prodotti del suolo (vegetali e animali) e del sottosuolo distribuiti sull’orbe in modo enorme­mente differente per quantità e qualità, l’uomo si scambia tali prodotti con l’impiego di vie e mezzi, la cui creazione e costruzione apporta altre profonde modificazioni sulla crosta terrestre (grandi arterie stradali, ferrovie, porti, canali, e simili). Lo studio di questi fatti è il compito particolare della “geografia commerciale” (in francese, con significato più ristretto e meglio determinato, “géographie de la circulation”, mentre in tede­sco verkehrsgeographie), la quale si può definire lo studio delle relazioni tra i luoghi di produzione, i luoghi di trasformazione e i luoghi di consumo dei prodotti. La geografia economica (e la commerciale) ha preso un grande sviluppo ed ha assunto nuovi orientamenti negli ultimi anni, soprattutto in Germania; mentre in passato vedeva come suo compito principale la esposizione, ben coordinata, dei prodotti delle varie regioni dell’orbe, e simili, oggi tende verso l’indagine dei rapporti fra le diverse forme di vita economica e le caratteristiche fisiche delle varie parti dell’orbe, cercando anche di addivenire a una divisione dell’orbe in zone e distretti economici, e simili (Friedrich, Passarge, Sapper).

4) Infine l’uomo apporta profonde modificazioni alla superficie terrestre per il fatto di vivere aggruppato in società. I confini e le frontiere, le opere dirette alla protezione, alla conservazione e allo sviluppo degli stati, arrecano pure modificazioni notevolissime sulla faccia dell’orbe. La geografia degli stati è la “geografia politica”. Sulla superficie terrestre, così come noi la vediamo, gli stati sono degli oggetti, come i monti, i fiumi, i laghi; sono, anzi (oltre e più che dei semplici oggetti) degli organismi, che nascono, si accrescono, deperiscono, muoiono, obbedendo a leggi che hanno nelle condizioni di suolo, o più genericamente nell’ambiente geografico, la loro radice; leggi che la geografia aiuta a conoscere e a chiarire. Questa dottrina dello stato-organismo, già chiaramente indicata dal Ratzel nella sua “geografia politica (1897), è stata poi sviluppata soprattutto dal sociologo svedese R. Kiellén (soprattutto in “der staat als lebensform, opera del 1912) ed è, più o meno chiaramente, alla base di tutte le moderne trattazioni di geografia politica (Maull, Hennig, Dix, De Marchi, e simili). Antropo-geografia generale o ecologica, geografia delle sedi, geografia economica e commerciale, geografia politica sono dunque le varie parti costituenti l’edificio della geografia antropica.

Se si volesse, nel giro di una breve frase, individuare la geografia antropica di fronte alla fisica, si potrebbe dire che, mentre quest’ultima descrive razionalmente e studia il “paesaggio fisico” (in ted. naturlandschaft), cioè gli aspetti della superficie terrestre quali sono foggiati e trasformati esclusivamente da agenti naturali, la geografia antropica descrive e studia il “paesaggio umano” (ted. kulturlandschaft), cioè gli aspetti derivanti dalle varie manifestazioni dell’attività umana, le quali, sovrapponendosi alla fisionomia originaria, l’hanno (special­mente in paesi di antico sviluppo civile) sì fattamente modificata da trasformarla talora radicalmente.

Anche nelle indagini di geografia antropica, la considerazione del momento storico ha grande importanza; si può anzi essere indotti ad applicare anche alle modificazioni operate dall’uomo i concetti informatori della scuola morfologica del Davis. Si potrebbe, cioè, rilevare che sull’orbe vi sono paesaggi ‘giovani’ dal punto di vista umano, nel senso che le tracce impressevi dall’attività dell’uomo vi si avvertono ancora debolmente o con scarsa intensità, e paesaggi ‘vecchi’, ossia paesaggi profondamente, intensamente modificati dall’uomo con opera di millenaria civiltà. Alcuni dei paesaggi giovani acquisteranno indubbiamente, con l’intensificarvisi dell’attività trasformatrice dell’uomo, l’aspetto che hanno ora i paesaggi vecchi. Non si può tuttavia riconoscere, nell’azione modificatrice dell’uomo, un ciclo, che tenda verso risultati finali determinati o determinabili, come nel campo della geografia fisica avviene per il ciclo morfologico, secondo il concetto del Davis; e pertanto il parallelo può servire, se mai, a dimostrare che il geografo considera oggi sotto lo stesso punto di vista e indaga con gli stessi metodi fondamentali l’opera degli agenti fisici e quella dell’uomo. Il dualismo che parve esistere un tempo fra geografia fisica e geografia antropica è, dunque, dal punto di vista del metodo, scomparso.

Una variante della scuola di tipo descrittivistico, infine, accentua il ruolo dell’interpretazione storica nello studio dei fatti geografici, vede l’ambiente fisico esclusivamente in funzione dei valori storicamente attribuitigli dall’uomo, intende la geografia come storia dell’umanizzazione dell’orbe, e fa dunque della geografia una storia dell’organizzazione umana degli spazi terrestri. Questa dottrina ha influenzato indirettamente gli sviluppi della geografia storica, che è peraltro una partizione della materia e non un tipo di approccio. Al di là della geografia storica, peraltro, non sembra di poter scorgere negli ultimi anni un ruolo autonomo di questa impostazione storicista nel ventaglio degli indirizzi della ricerca geografica. Si potrebbe piuttosto parlare di un’influenza dello spirito storicista in una parte degli studi di approccio regionale, o funzionalista, specialmente nei paesi latini; o anche di un ruolo di ponte svolto da questa corrente, con funzione di passaggio dal paradigma possibilista agli sviluppi marxisti e umanistici. Anche in Italia lo storicismo, che fino ai primi anni Settanta sembrava prendere piede come scuola a sé, è rimasto poi appannaggio di studiosi assai validi ma isolati, pur influenzando largamente non soltanto gli studi di geografia storica e affini, ma anche importanti contributi nel campo della geografia urbana e sociale, alcuni dei quali sboccheranno poi nella critica radicale o apriranno la strada al discorso umanistico.

 

la geografia applicata

Come ogni scienza, la geografia ha il suo momento applicativo, benché sia stata a lungo considerata una disciplina squisitamente culturale, se non esclusivamente accademica. In realtà, tutta la storia della geografia è costellata di episodi che ne rivelano in qualche modo il carattere pratico e utilitario, fin dalle descrizioni dei logografi greci, che certamente servivano a fornire notizie su popoli e paesi con i quali il mondo ellenico doveva entrare in contatto. Venendo a tempi più recenti, gran parte dei viaggi di esplorazione e delle spedizioni scientifiche ebbero un significato pre-coloniale e furono stimolati da ambizioni politiche e necessità economiche. Tuttavia, una vera e consapevole geogra­fia applicata è sorta solo nel 20° secolo, in seguito all’abbandono della concezione deterministica, che riteneva l’uomo rigidam­ente condizionato dall’ambiente naturale, e al sorgere del possi­bilismo, che ammette invece facoltà di scelta, e soprattutto del vol­ontarismo, secondo il quale la società umana può intervenire per organizzare lo spazio nel modo più razionale. Un ulteriore stimolo alla geografia applicata è venuto dallo stabilirsi su ampi spazi politici di regimi, per esempio, quello sovietico, che hanno assunto la gestione totalitaria dell’economia e dalla sempre maggiore ingerenza della mano pubblica anche in molti paesi capitalisti. Si è in tal modo pervenuti alla consapevolezza della necessità di regolare i processi spontanei di utilizzazione delle risorse, di sviluppo economico, di espansione insediativa, processi che devono invece essere inquadrati in una pianificazione generale il cui aspetto più importante è forse proprio quello territoriale.

È appunto nella pianificazione territoriale che il geografo può fornire il maggior contributo applicativo, collaborando stretta­mente con gli altri studiosi interessati e valendosi di quella capacità d’interpretazione globale del territorio che è una sua prerogativa; ma non deve limitarsi alla pianificazione territoriale stessa, perché vi sono numerosi altri problemi da risolvere che presuppongono profonde conoscenze geografiche: difesa dell’ambiente, prevenzione di calamità, ricerca di nuove risorse, riparo ai dissesti idrogeologici e simili In diversi Stati l’utilizzazione delle conoscenze geografiche a fini applicativi ha ormai una radicata tradizione e numerosi sono i geografi professionisti occupati nel mondo operativo con mansioni diverse e spesso di responsabilità, come negli USA, in molti paesi europei, sia occidentali sia orientali, e perfino in alcuni stati del terzo mondo. In Italia, invece, i geografi sono ancora in assoluta prevalenza occupati solo nell’insegnamento e nella ricerca, e la loro preparazione, fondamentalmente teorica, non li ha ancora dotati dei requisiti tecnici necessari a collaborare con altri specialisti.

 

la geografia generale e geografia regionale

La superficie terrestre si presenta estremamente differenziata per le varie combinazioni di numerosi elementi interagenti, nonché per i diversi sedimenti storici; varietà di aspetti che ha esaltato la curiosità geografica e ha costituito uno dei maggiori incentivi al progresso della disciplina. È sorta così, fin da tempi antichi, la tendenza a elaborare studi e descrizioni di geografia regionale, capaci di porre in risalto i tratti originali dei diversi lembi della superficie terrestre. D’altra parte, la geografia, come ogni altra scienza, non può limitarsi allo studio di oggetti particolari ed esimersi da procedimenti di generalizzazione e astrazione volti alla ricerca di leggi (rigorose per quanto attiene esclusivamente al mondo fisico e tendenziali quando entrano in gioco le azioni umane). Così, in tempi altrettanto antichi, è sorta anche una geografia generale. La storia della disciplina dimostra che geografia generale e geografia regionale (diversi e ugualmente validi momenti della scienza geografica) si sono sempre mosse su piani distinti, senza effettiva integrazione. La geografia generale, che ha un antenato illustre nel greco alessan­drino Eratostene, non ha progredito quasi affatto per molti secoli: solo alla metà del Seicento fu riproposta all’attenzione della cultura con l’opera del tedesco B. Varenio e solo con i geografi del tardo Ottocento fu ordinata in alcune opere sistematiche che, peraltro, spesso assolvevano solo compiti pedagogici e finivano con il divenire raccolte di dati provenienti da altre scienze piuttosto che fondamenti geografici. La geografia regionale si è svolta con maggiore continuità. Nata anch’essa presso i Greci e sviluppata soprattutto nella vasta opera di Strabone, trovò alimento nelle relazioni dei viaggiatori arabi e, più tardi, europei, nonché nelle corografie del 16° e 17° secolo, che però erano spesso ammassi non critici di notizie in parte errate. Nella prima parte del 20° secolo la geografia regionale ha vissuto il suo grande momento per merito della brillante scuola francese di P. Vidal de La Blache ed è stata considerata da molti come il fine ultimo della disciplina geografica. Tale fortuna della geografia regionale novecentesca e la mancanza di valide opere di geografia generale hanno gettato discredito sulla geografia, facendola ritenere una disciplina volta solo allo studio del particolare, puramente idiografica. Le più recenti tendenze portano a una rivalutazione della geografia generale come scienza dello spazio terrestre, che può essere studiato non certo prescindendo dalle innegabili diversità dei singoli territori, ma ricercandone tuttavia i tratti comuni. D’altra parte, la geografia regionale è chiamata ad assolvere nuovi compiti, anche applicativi, in vista della crescente necessità di politiche locali di organizzazione del territorio; ma per questo occorre ripensarla su nuove basi, anzitutto definendo con chiarezza i limiti della regione, che è appunto l’oggetto della geografia regionale e che non può essere un qualsiasi lembo territoriale arbitrariamente delimitato.

Tutti i problemi che la geografia studia nei suoi varî rami e capitoli possono essere considerati in generale, con riguardo cioè all’intero globo terraqueo, o in particolare, con riguardo a un determinato territorio. Si ha così la distinzione in “geografia generale” e “geografia regionale”; a quest’ultima fu applicato anche il termine “corografia” (dal gr. χῶρα = “paese”). La distinzione, fatta tuttavia solo da uno speciale punto di vista (problema cartografico), si trova già, come si è sopra accennato, esplicitamente in Tolomeo; anzi, nella sostanza è anche anteriore (si delinea già chiaramente, ad esempio, in Eratostene); essa risorge col rinascere della scienza geografica nell’età moderna e si perpetua attraverso tutta l’evoluzione recente della geografia. Nello studio di una regione di limitata estensione si possono cogliere con maggiore immediatezza ed evidenza le tracce di quelle correlazioni fra i fatti fisici, biologici e umani che sono per eccellenza il campo di studio della geografia e che dànno propriamente la fisionomia del paesaggio. Da ciò qualche studioso moderno fu tratto ad affermare che l’essenza della geografia sta nello studio regionale, che la sola geografia regionale è la vera geografia; il che è certamente un’esagerazione. Ma non v’è dubbio che, in quanto scienza descrittiva, la geografia si concreta allorché scende, dall’esame dei fenomeni considerati in tutto il globo, allo studio di una determinata parte di esso, esaminata peraltro, non come interamente isolata dal resto, ma anzi intimamente connessa, come membro di un solo grande organismo.

Per la geografia regionale un problema preliminare e fondamentale sarebbe quello di addivenire a una divisione razionale dell’orbe in regioni o individui geografici, che risponda agli attuali criterî della scienza; ma non si può dire che il problema, tentato per varie vie, abbia finora ricevuto una soluzione del tutto soddisfacente. Esso si era affacciato alla mente dei Ritter, che formulava già il concetto di “regioni naturali”, nel senso però di grandi individui geografici, ben definiti e chiaramente rilevabili, nei loro confini e nei loro caratteri essenziali, anche da una carta geografica; più tardi sul concetto stesso di “regione naturale” e di “regione geografica” si è discusso a lungo, senza arrivare a un accordo. E perciò anche le proposte di suddivisioni generali o parziali dell’orbe sono finora molto diverse anche per i principî dai quali muovono.

Una scuola di geografi tedeschi moderni tende a prendere le mosse da suddivisioni di limitatissima estensione, cioè da unità spaziali, nelle quali le correlazioni fra tutti gli elementi (fisici, biologici, umani) del paesaggio risaltino con immediata evidenza; queste unità, al disotto delle quali non sarebbe possibile un’ulteriore suddivisione senza rompere quelle correlazioni e disperdere il concetto stesso di paesaggio geografico, hanno ricevuto il nome di chore. Associazioni di chore formano poi regioni geografiche di maggiore estensione, queste a loro volta si raggruppano in individui d’ordine più elevato, e via di seguito. Ma, anche se questo concetto di “chora” sia destinato a sopravvivere, siamo tuttavia ben lontani dal poterlo applicare a tutta o anche a una parte notevole della superficie terrestre, dacché la sua applicazione implica un’indagine oltremodo minuziosa di ciascuna delle piccole unità elementari.

Il metodo opposto è seguito da coloro che partono dalla considerazione di tutto il globo terraqueo, o almeno di tutta la superficie emersa, introducendo una prima grande divisione in un numero abbastanza limitato di regioni molto estese e che potremo chiamare di prim’ordine, per addivenire, se mai, in seguito, a una suddivisione di ciascuna di queste in regioni di second’ordine, o subregioni, e simili. Ma i tentativi fatti finora, sia che s’ inquadrino nella tradizionale distinzione delle “parti del mondo” (Hettner, Lautensach), sia che ne prescindano in tutto o in parte (Herbertson, Unstead, Braun), dànno sempre soverchia prevalenza agli elementi d’ordine fisico (morfologia, clima, vegetazione), come criterî di distinzione, anche se riescano a schemi di suddivisione applicabili poi anche nel campo della geografia economica o antropica in generale. Anche il tentativo del Banse ha in sostanza fondamento fisico; “il metodo sintetico” proposto dall’Unstead per determinare quelle che egli chiama “regioni geografiche”, non ha dato luogo ad applicazioni estese a tutto il globo.

Ancor meno progredito è il problema della distinzione di regioni geografiche in seno agli oceani; anzi esso si può forse per ora affrontare soltanto per l’Oceano Atlantico, perché gli altri sono ancora troppo poco conosciuti nei loro caratteri particolari; per l’Atlantico uno schema degno di considerazione si trova già nella “geografia G. Schott.

Nei paesi ad antica civiltà è frequente il caso di regioni la cui individualità è determinata da un complesso di ragioni, oltre che geografiche, anche talora storiche, etniche, e simili, e che sono contraddistinte da nomi di uso antichissimo e popolare. Lo studio geografico di questi individui regionali è abbastanza progredito in alcuni paesi, e soprattutto in Francia, in virtù d’un indirizzo inaugurato da P. Vidal de la Blache e L. Gallois, in Germania per opera della scuola di A. Hettner, di A. Philippson e ora anche, ma con intenti diversi, da quella di S. Passarge sulle linee direttrici da lui poste a fondamento della sua “vergleichende landschaftskunde. Alcune delle più importanti opere descrittive di tutta l’orbe su base corografica sono ricordate nella bibliografia.

A partire dal principio del sec. 19°, e soprattutto nell’ultimo cinquantennio, quello che può chiamarsi “spirito geografico” si è diffuso sempre più e ha dato un’impronta speciale ad alcuni rami delle scienze naturali e morali. Lo spirito geografico può dirsi consista, sia nel localizzare esattamente sulla superficie terrestre i fatti che si studiano, determinandone la distribuzione spaziale anche per mezzo di rappresentazioni cartografiche e risalendo poi all’indagine delle cause di questa distribuzione, sia nel porre i risultati dell’indagine geografica a fondamento dello studio di problemi e questioni proprie di altre discipline, particolarmente nel campo delle scienze applicate.

Nel primo senso lo spirito geografico ha validamente contribuito allo sviluppo delle scienze naturali, come la zoologia e la botanica, nelle quali gli elementi spazio, estensione, distribuzione, limiti, cioè elementi essenzialmente geografici, entrano in considerazione a ogni momento.

Spesso si parla di una “geografia medica”: essa si può intendere come lo studio della distribuzione geografica delle malattie, che ha effettivamente una grandissima importanza anche per l’indagine dell’origine e del modo di propagarsi delle malattie stesse; queste appaiono, infatti, spesso legate direttamente a condizioni di suolo e di clima, come accade, per citare esempî notissimi, della malaria, di molte delle cosiddette malattie tropicali, e simili Grandi vantaggi ha portato il metodo geografico alle scienze sociali, in particolare all’etnografia, la quale oggi pone tra i primi suoi intenti quello d’indagare la localizzazione e la distribuzione di determinate forme o tipi di oggetti, strumenti, utensili, o anche di abbigliamenti, di dimore, e simili.

Particolare sviluppo ha preso negli ultimi decennî la “geografia linguistica”, iniziata da J. Gilliéron: lo studio della distribuzione dialettale dei termini dello stesso significato, cartograficamente rappresentati in atlanti linguistici, ha permesso di distinguere le fasi più recenti dalle più antiche e di ricondurre le singole innovazioni linguistiche all’azione di determinati centri d’espansione.

In altro senso lo spirito geografico si sviluppa nell’applicazione dei risultati delle indagini geografiche. Un ramo vero e proprio della geografia applicata può dirsi la “geografia militare”, che ha avuto grande sviluppo a partire dall’epoca napoleonica, dapprima in Francia, poi anche in Germania e altrove. Essa ha preso le mosse dallo studio del terreno applicato alle operazioni militari (studio che in Francia si chiama “topologia”); ma si è estesa poi all’esame di tutti gli altri fatti geografici, in quanto interessano la strategia, la logistica, la tattica. I trattati di geografia militare sono ormai numerosi e in molti paesi questo insegnamento ha un posto a sé nelle scuole militari. In Italia la geografia militare è stata collocata su solide basi, soprattutto per merito di Carlo Porro, il quale può considerarsi come l’iniziatore di una scuola nazionale (si veda la sua “guida allo studio della geografia militare”, Torino 1898, e le “monografie di geografia militare razionale” di un suo discepolo, D. De Ambrosis).

 

la geografia regionale-descrittiva

Fra gli indirizzi tradizionali e consolidati della geografia resta dominante anche negli anni Ottanta la scuola regionale-descrittiva, ispirata alle dottrine del possibilismo idiografico d’impronta francese. I paradigmi di una geografia unitaria, descrittiva, corografica, che si esprimono attraverso la ricerca sul terreno, saldamente ancorata ai fatti, e l’affermazione del primato della geografia umana su quella fisica, nonché della geografia regionale su quella generale, stanno tuttora alla base della ricerca geografica in gran parte del mondo francofono e nei paesi da esso comunque influenzati, ma sono largamente diffusi ovunque, a cominciare dai paesi di lingua tedesca e senza escludere quelli di lingua inglese. Moltissimi geografi, dunque, ancora interpretano etimologicamente la disciplina e fanno della “descrizione” dell’orbe e delle sue regioni l’oggetto del loro lavoro scientifico: una descrizione che, se a volte può risultare divulgativa se non banale, di solito trae valore dalla paziente indagine sul campo o dalla costruzione di carte tematiche, dalla “esplorazione” di luoghi poco conosciuti o dalla “scoperta” di nuovi aspetti dello spazio geografico.

Il risultato classico di questo tipo di studi, la “monografia regionale” dedicata alla descrizione approfondita ed esaustiva di un’unità regionale (per lo più di piccole dimensioni), continua a essere prodotto, anche se in misura minore che nel passato e soprattutto con riferimento a regioni agricole e/o poco sviluppate. Una novità è rappresentata dalla più frequente utilizzazione del lavoro di équipe, che permette a un tempo lo studio integrale della regione presa in considerazione e l’utilizzo delle specifiche competenze di più ricercatori. Alla base della persistenza di questo approccio di ricerca, che taluni consideravano esaurito negli anni Sessanta, sta forse l’indubbia utilità conoscitiva che i suoi risultati, inclusi quelli cartografici, hanno ai fini della pianificazione territoriale; in questo senso l’approccio descrittivo-regionale s’intreccia sempre più di frequente, oggi, con quello funzionalista.

Studi di questo tipo, poi, risultano particolarmente appropriati se incentrati sui paesi del Terzo Mondo, stante la carenza che in genere caratterizza l’informazione geografica di base su di essi: la tradizione francese della “geografia tropicale” è tuttora vivace, e ad essa si affianca oggi, come si accennava, l’impegno extra-europeo dei geografi tedeschi.

In Italia, si valuta che ancora quasi un terzo della produzione scritta dei geografi apparsa dopo il 1975 sia ascrivibile alla scuola di stampo descrittivistico. Monografie regionali continuano a essere dedicate a valli alpine e appenniniche, alle campagne emiliane, alle piane e ai rilievi della Campania. Non sono mancate descrizioni di territori più ampi, addirittura fino alla scala continentale: in esse si passa però, gradualmente, dalla ricerca vera e propria all’opera di sintesi anche di tipo compilativo, finalizzata alla divulgazione o alla didattica, che è peraltro anch’essa compito legittimo del geografo regionale-descrittivo. Sono stati pubblicati anche atlanti tematici regionali (Basilicata, Sardegna, Piemonte), ed è stata avviata la realizzazione di un atlante tematico nazionale.

Un numero sempre maggiore di geografi italiani s’impegna comunque in ricerche regionali anche all’estero, e in particolare in quei paesi sottosviluppati in cui l’approccio monografico o comunque descrittivo è, come si diceva, opportuno: gli anni Ottanta hanno visto una buona fioritura di ricerche regionali condotte da geografi italiani nell’Asia sud-orientale, nel Maghreb e nel Vicino Oriente, nell’Africa subsahariana, nell’America latina.

Ai canoni dell’approccio di cui stiamo parlando s’ispirano in Italia anche i principali manuali universitari di geografia pubblicati nell’ultimo quindicennio. Va infine segnalato che dal gruppo di geografi torinesi è emerso, a metà degli anni Ottanta, un contributo originale anche a livello internazionale, con la proposta metodologica di una geografia intesa come “scoperta”, che rivaluta in sostanza l’approccio descrittivo offrendogli nuove prospettive.

 

la geografia linguistica

I più importanti strumenti di studio della geografia linguistica, gli atlanti linguistici, hanno, in questi ultimi anni, fatto ulteriori progressi. Specialmente notevole il “atlas linguistic român diretto da S. Puşcariu e redatto da S. Pop ed E. Petrovici, per le innovazioni metodologiche e tecniche. Il Pop usò un questionario normale e investigò 400 località, il Petrovici un questionario molto più ampio e investigò 120 località. I materiali raccolti dal Pop formano l’Atlante 1°, quelli raccolti dal Petrovici l’Atlante 2° (con carte di formato ridotto, in modo che una carta del Pop corrisponde, per ampiezza, a quattro del Petrovici). Un’utilissima innovazione è anche l’aggiunta di un atlantino piccolo (Atlante 1° e 2°) in cui si dà, in carte a colori, l’elaborazione fonetica, morfologica, sintattica e lessicale dei fenomeni più importanti rilevati dall’esame delle carte dell’ALR I e 2°. La guerra ha interrotto purtroppo anche questa impresa; sono usciti due volumi dell’Atante 1° e un volume dell’Atlante 2°. L’“atlante italo-svizzero” (AIS) di K. Jaberg e J. Jud ha completato il suo materiale cartografico colla pubblicazione del vol. 8° (1940) e nel 1945 ha stampato un volume di illustrazioni. L’“atlante linguistico etnografico italiano della Corsica (ALEIC) del Bottiglioni si è completato con la pubblicazione del decimo volume (1944). Un nuovo atlante, molto pregevole, uscito a Providence fra il 1939 e il 1943, è il “linguistic atlas of New England a cura di Hans Kurath (3 volumi più uno di introduzione). L’“atlante linguistico italiano”, promosso dalla “Società Filologica Friulana” e diretto da M. Bartoli, U. Pellis e G. Vidossi, non è ancora uscito dalla fase preparatoria, e la morte dei primi due direttori ne allontana ancora la pubblicazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA VISIBILE FACCIA DELL’ORBE

la geografia fisica

 

PREAMBOLO

Il fine essenziale della geografia fisica consiste dunque nel definire i paesaggi naturali e nell’individuare le cause che li determinano. Da questo punto di vista, alcune branche della geografia fisica, come la climatologia, intervengono soltanto nella ricerca dei fattori determinanti. Uno di questi è il clima del suolo, che differisce sensibilmente da quello dell’aria, specialmente in montagna.

Il rilievo, il cui studio è compito della geo-morfologia, è la parte essenziale del paesaggio; esso è rivestito da un mantello vegetale, in cui gli animali intervengono soltanto nell’equilibrio della catena alimentare. A contatto di questa ‘copertura vivente’, la roccia subisce alterazioni più o meno profonde, al cui studio si dedicano i pedologi.

La spiegazione della fisionomia di questa ‘epidermide’ dei continenti si pone dunque nell’ambito delle scienze di sintesi. Essa non costituisce una regressione infantile verso una considerazione delle apparenze. Vi sono fattori di causalità comuni al rilievo e alla copertura vegetale (i più importanti sono di ordine climatico) e anche interazioni tra queste due serie di fenomeni: il valore delle pendenze influisce sulla vegetazione, la quale a sua volta agisce sull’alterazione delle rocce, e simili
Se il clima ‘attuale’ è sufficiente a spiegare i tratti essenziali della ripartizione delle forme di vita così come esse si presentano nei paesaggi vegetali, esso non è determinante che per una piccola parte dei fenomeni che interessano la geo-morfologia: si tratta di alcuni aspetti del modellamento dei versanti. Tutto il resto deve essere esaminato in una prospettiva ‘storica’, secondo la scala dei tempi geologici, come risultato di un succedersi di paleogeografie nel corso del quale i movimenti tettonici e i climi si sono manifestati in modi differenti. Bisogna pure notare che i suoli in generale manifestano di fronte al clima attuale un’inerzia maggiore rispetto a quella della vegetazione, ma minore rispetto a quella del rilievo.

La stessa nozione di clima ‘attuale’ è difficile da delineare a causa delle variazioni periodiche di diversa lunghezza d’onda che interessano i suoi principali elementi (pioggia, temperatura, e simili). Una sua definizione a partire dalle medie trentennali di misure meteorologiche è naturalmente arbitraria onde sarebbe più realistico, anche se poco rigoroso, definire un’unità climatica regionale a partire dalla corrispondente vegetazione ‘climax’.

Il proposito di creare una scienza dei paesaggi si è manifestato quasi cent’anni or sono nella letteratura geografica tedesca, ad opera di S. Passarge, le cui principali pubblicazioni peraltro sono apparse tra il 1914 e il 1930. Questa scienza, che occupa una gran parte dell’opera di C. Trolì, si è affermata in Francia soprattutto da una quindicina d’anni a questa parte e ha avuto due scopi essenziali: 1) assicurare gli indispensabili legami tra geologia, pedologia, bio-geografia e bio-morfologia; 2) precisare le interazioni tra l’uomo e il suo ambiente.
D’altra parte su una gran parte del nostro pianeta il paesaggio ‘naturale’ non è immediatamente percettibile, perché ha subito profonde modificazioni a causa dell’intervento dell’uomo cacciatore, pastore, coltivatore, per cui si deve operare una ricostituzione della vegetazione naturale, che peraltro comporta molte incertezze su cui si scontrano teorie opposte: dibattuto, per esempio, è il problema della dimensione mondiale dell’esten­sione originale delle formazioni erbacee. La soluzione di questi problemi comporta l’impiego di metodi di ordine storico e archeologico, come nel caso dell’esame dei pollini deposti nelle torbiere da qualche migliaio di anni. Questo intervento dell’uomo ha intaccato i suoli e il rilievo, ma, in quest’ultimo caso, in modo insignificante.

L’espressione grafica più completa della ripartizione dei tipi di paesaggio si ottiene sovrapponendo una carta delle formazioni vegetali a una carta geo-morfologica; negli ultimi 25 anni si sono moltiplicate iniziative di questo genere, che richiedono naturalmente una definizione e una classificazione dei tipi, a proposito dei quali si sono manifestate divergenze notevoli. D’altra parte, a seconda della scala, le carte prendono in considerazione unità di dimensione diversa. Anche estese unità relativamente omogenee, come la foresta sempreverde del Congo, si possono suddividere in unità più piccole in funzione della topografia (foreste paludose e foreste di versante) e della riserva utile d’acqua dei suoli, soprattutto ai loro margini. Il rilievo può essere esaminato alla scala di un bacino idrografico di primo ordine, di una nicchia o di un ammasso di frana, o di un immenso complesso di pedepiani e di superfici di lento ringiovanimento, che si estendono per molte decine di migliaia di km2. A. Cailleux e J. Tricart hanno avuto il merito di approfondire questo problema, in particolare per quel che riguarda la geo-morfologia, mentre G. Bertrand (in “la ‘science du paysage’ une ‘science diagonale’ in “revue géographique des Pyrénées et du sud-ouest”, 1972, XLIII, pp. 127-173) ha posto maggiormente l’attenzione sul paesaggio vegetale.
Ritengo, comunque, che sarebbe utopistico ricercare un linguaggio universale che esprima tutti i tipi di paesaggio del globo con l’aiuto degli stessi segni, gerarchizzati nella stessa maniera. Sembra che i geografi si siano lasciati trascinare talvolta (per esempio nell’Unione Sovietica) in discussioni riguardanti la tipologia e la tassonomia, che allontanano le realizzazioni concrete.


IL RUOLO DELL’ACQUA IN NATURA

Il comportamento e la circolazione dell’acqua in superficie, nei suoli di alterazione, nella roccia e, infine, nei corsi d’acqua, determina la pedogenesi (in senso stretto), l’alterazione delle rocce, i processi morfo-genetici, l’idrologia continentale e la vita vegetale.
La temperatura può essere considerata come un fattore del comportamento dell’acqua, poiché influisce sulla sua viscosità. L’azione chimica e bio-chimica, per la quale l’acqua è un intermediario indispensabile, decresce in maniera esponenziale al diminuire della temperatura e diviene nulla quando si forma il ghiaccio. (Questa è almeno l’opinione generalmente accettata; non è tuttavia condivisa da certi ricercatori sovietici i quali ritengono che, a temperature vicine a 0 °C, un’acqua ‘pesante’, assorbita nelle fessure della roccia, sia in grado di esercitare un’azione chimica intensa.)

Il ghiaccio quando sostituisce l’acqua liquida determina l’attacco alle rocce, lo scorrimento delle precipitazioni solide e dei detriti sui versanti. I tessuti vegetali sfuggono alla distruzione essendo l’acqua fissata al proto-plasma in seguito a trasformazioni fisico-chimiche non ancora ben conosciute.
Nelle zone climatiche che non sono né troppo fredde né troppo aride, la parte del ciclo dell’acqua che scorre a contatto dell’orbe comporta le seguenti fasi: durante i periodi piovosi, l’acqua riempie tutti i pori dei suoli di alterazione, mentre la parte in eccesso scorre in superficie dando luogo al ruscellamento; questa saturazione può prodursi anche se i pori della parte inferiore dei suoli di alterazione non sono riempiti, come nel caso di rovesci intensi. Cessata la pioggia, l’acqua percola verso la parte bassa dei versanti all’interno dei suoli (scorrimento ipodermico) a partire da falde acquifere poste a contatto della roccia sana, che viene corrosa a poco a poco; tuttavia parte dell’acqua aderisce alle pareti dei pori per attrazione superficiale. La quantità massima di acqua che può essere contenuta nel suolo costituisce la cosiddetta capacità di campo. Lo strato liquido esercita un’azione chimica sulle pareti ed è aspirato dalle radici delle piante, che ne assorbono le sostanze minerali assimilabili e mantengono così l’idratazione dei loro tessuti: tutto questo succede finché questo strato di liquido non si è talmente assottigliato che la forza di attrazione della parete è superiore alla forza di aspirazione delle radici (punto di appassimento). Terminato lo scorrimento ipodermico, la portata dei corsi d’acqua non è più sorretta che dalle sorgenti originate dalle falde sotterranee. Nelle rocce permeabili in grande (per esempio i graniti), la portata di queste falde sotterranee è scarsa ed è localizzata nelle fessure della roccia. Le rocce permeabili in piccolo, a forte porosità (arenarie e sabbie), sono impregnate interamente dall’acqua il cui livello superiore ha un profilo che rassomiglia a quello di una sezione di ellissi convessa verso l’alto; questo profilo è determinato dall’equilibrio tra la pressione esercitata dall’acqua (tanto più grande quanto più essa si trova al di sopra del livello di base) e le forze di attrito all’interno dei piccoli canali. La durata del contatto tra l’acqua e la roccia varia dunque da qualche ora, nel caso del ruscellamento, a parecchi mesi: questo risultato è stato ottenuto versando sul suolo dell’acqua marcata da isotopi.
Il bilancio annuale medio del ciclo dell’acqua si può scrivere con la semplice formula: P = S + R + H + T + E (o anche P = Q + T + E) dove P sono le precipitazioni, R il ruscellamento, H lo scorrimento ipodermico, S lo scorrimento che ha origine da falde sotterranee, T la traspirazione, E l’evaporazione fisica, e in fine Q la portata dei fiumi. Quanto all’evaporazione fisica occorre distinguere quella che interessa l’acqua che si trova sulle foglie e l’inaridimento del suolo. Sfortunatamente disponiamo di molti dati soltanto per Q, mentre per tutti gli altri parametri, come pure per il tenore d’acqua dei suoli d’alterazione, non possediamo che cifre disparate; ciò deriva in parte da difficoltà tecniche. La valutazione della traspirazione si effettua mediante foglie tagliate, quella dell’umidità del suolo mediante prelievo di una carota oppure con le registrazioni di sonde a neutroni o di sonde a gesso, che peraltro non danno risultati del tutto soddisfacenti. D’altra parte l’interesse dei ricercatori e dei tecnici è rivolto, volta per volta, solo a una parte del ciclo dell’acqua e in verità non esiste nel mondo, a quanto ci risulta, alcun bacino idrografico in cui siano stati studiati simultaneamente tutti gli aspetti dell’azione dell’acqua, che oltretutto sono interdipendenti.

L’alimentazione sotterranea dei fiumi ha un’importanza relativa variabile secondo la permeabilità della roccia (meno del 10% in certi corsi d’acqua dell’alto bacino della Loira sullo zoccolo cristallino dove la riserva idrica è pari a 28 mm., contro il 90% per piccoli ruscelli che drenano i basalti assai fessurati dei Monti delle Cascate) e secondo la pendenza (l’importanza del ruscellamento è tanto più grande quanto più forte è la pendenza) e infine secondo il clima e la vegetazione (l’importanza del ruscellamento diminuisce sui versanti ricoperti da foreste). L’alimentazione sotterranea è nulla nei climi aridi e nelle regioni fredde con suolo permanentemente gelato.

L’entità della evapo-traspirazione dipende dal valore della radiazione solare e dell’umidità relativa (anche questa funzione della quantità di vapore presente nell’aria per evaporazione, della quantità di acqua presente nel suolo e della capacità della vegetazione di adattarsi ai periodi di siccità mediante la chiusura degli storni). L’evapo-traspirazione reale si discosta più o meno da quella potenziale, la quale poco differisce dall’evaporazione fisica da un recipiente d’acqua. Si è cercato di valutarla con diverse formule fondate in parte su considerazioni fisiche e in parte su certi adattamenti empirici. La più famosa è certamente la formula di L. Turc, che, celeberrima, non serve citare. La formula di Thorthwaite, di impiego internazionale più frequente, si fonda esclusivamente su misure indirette e presenta una struttura fisica poco soddisfacente, perché pone la temperatura al denominatore.

I regimi stagionali del deflusso fluviale possono essere così classificati: 1) nella zona intertropicale il regime è funzione delle precipitazioni; infatti la quantità sottratta dall’evapo-traspira­zione non dipende affatto dalle variazioni termiche stagionali, che sono limitate, ma soprattutto dall’umidità atmosferica e dall’attività biologica, che pure dipendono dall’importanza delle piogge; 2) nelle medie e alte latitudini il regime dipende principalmente dalle variazioni termiche stagionali per cause differenti: nelle zone dove le precipitazioni cadono quasi esclusivamente sotto forma di pioggia l’abbondanza delle acque fluviali è maggiore durante la stagione fresca, in seguito alla riduzione dell’evapo-traspirazione; nelle zone dove le precipitazioni cadono soprattutto sotto forma di neve le fasi di piena sono determinate dalla fusione delle nevi che avviene in primavera (o in estate là dove la neve si è trasformata in ghiaccio); 3) alle latitudini intermedie le fasi di piena si verificano in inverno nell’area del clima mediterraneo, poiché il regime delle precipitazioni e quello dell’evaporazione sommano i loro effetti, e si verificano in estate nella zona di clima ‘cinese’, come in quella intertropicale.


RIPARTIZIONE DEI TIPI DI FORMAZIONI VEGETALI

Mentre il botanico volge volentieri la sua attenzione allo studio della distribuzione delle unità floristiche, il geografo prende come oggetto di studio le forme di vita come si manifestano nei paesaggi. In questo campo ha avuto un ruolo determinante la Scuola tedesca, da Schimper a H. Walter e C. Troll.

È evidente che queste unità sono molto più grandi di quelle floristiche e questo vale già alla scala della specie linneana. Per esempio, il Pinus silvestris ricopre una vasta fascia che va da zone di clima temperato caldo di varietà arida fino alla taiga; la sua uniforme macro-anatomia riesce a mascherare le differenti reazioni degli ecotipi. A maggior ragione la facies comune degli alberi della foresta sempreverde e umida riunisce centinaia di specie diverse: infine una data facies, per esempio quella delle foglie xero-morfe, può derivare dalla convergenza dell’azione di fattori naturali diversi (aridità, carenza di N), azione che talvolta è diretta (xero-morfismo di foglie povere di N), talaltra deriva dalla selezione, e ciò significa che nel paesaggio l’adattamento all’ambiente è rappresentato solo molto imperfettamente dall’aspetto sensibile. Fatte queste riserve esiste quindi una logica nella suddivisione dei tipi di formazioni vegetali. L’antitesi essenziale è quella che oppone le foreste alle formazioni non forestali: formazioni erbacee più o meno arborate, cespugli e arbusti più o meno folti, deserti nudi o tutt’al più coperti qua e là da licheni. Bisogna prendere in considerazione anche il ritmo stagionale della vita delle foglie, dal quale deriva la distinzione tra formazioni sempreverdi, le cui foglie si rinnovano durante tutto l’anno, e formazioni a foglie caduche. Approssimativamente si può dire che le foreste esistono ovunque i tessuti possano svilupparsi con un’intensità sufficiente e in un lasso di tempo abbastanza lungo da assicurare, oltre al rinnovamento dell’apparato assimilatore, anche la costruzione di un sistema di tronchi e di rami che possano sostenere questo apparato su diversi piani. Durante questo periodo di vegetazione attiva, il tessuto delle foglie deve trattenere una certa quantità d’acqua libera sufficiente per intervenire nelle reazioni bio-chimiche. Le precipitazioni (P), alle quali bisogna aggiungere le riserve di acqua utile del suolo (falda che va da 50 a 200 mm. a seconda dello spessore della capacità di ritenzione del suolo), devono raggiungere un valore assai vicino a quello dell’evapo-traspirazione potenziale, che può essere fissata approssimativamente in 4 t, dove è la temperatura media mensile. In queste condizioni, gli stomi che regolano l’assimilazione clorofilliana e la perdita di vapore d’acqua non si chiudono che nelle ore più calde della giornata, per cui l’assimilazione diurna continua in maniera sufficiente. D’altro canto, per ciò che riguarda la vegetazione della zona temperata e fredda, questa parte d’acqua non è utilizzabile e benefica che a temperature mensili di circa 5 °C; ciò corrisponde ai periodi in cui il gelo non è più dannoso e il proto-plasma può quindi idratarsi senza pericolo. Nella zona temperata calda, questo limite si pone tra i 5 e i 10 °C. Quanto alla vegetazione tropicale, le temperature inferiori a 15 °C sono letali o perlomeno proibitive per cause non ancora ben conosciute.
Nelle zone in cui durante tutto l’anno il calore e l’umidità sono sufficienti, le foreste hanno foglie larghe non xero-morfe e sempreverdi, come nel caso della vegetazione dei climi tropicali e subtropicali umidi, che si diversificano per una capacità più o meno elevata di tollerare il freddo nella stagione invernale, e cioè da 15 a 18 °C per il mese più freddo nel primo caso, da 5 a 10 °C nel secondo caso (come accade nella foresta cilena di nothofagus).
Nelle zone in cui esiste un’alternanza ben marcata fra una stagione favorevole relativamente lunga e una stagione sfavorevole, che può essere fredda o arida, la caduta delle foglie costituisce un adattamento logico (foreste temperate e foreste monsoniche); fa eccezione la foresta di eucalipti dell’Australia, la cui vita stagionale non si manifesta nel paesaggio, poiché questi alberi non perdono le foglie nei climi tropicali a stagioni alternate, per cause fisiologiche non ben conosciute.
D’altra parte se i periodi favorevoli sono troppo brevi o discontinui durante l’anno, spesso si trovano foreste composte di organismi sempreverdi e xero-morfi: sarebbe un dispendio di energie per l’albero rinnovare due volte il suo apparato assimilatore. La foresta mediterranea rappresenta una felice soluzione per le regioni in cui le stagioni sufficientemente calde e umide si hanno in primavera e in autunno. La foresta boreale di conifere sempreverdi, dopo un inverno lungo durante il quale il proto-plasma resiste al gelo ‘addormentandosi’, conosce solo un’estate corta; il raddolcimento primaverile avviene più rapidamente della costruzione di un nuovo apparato fogliare, così da permettergli di usufruire delle prime settimane di calore per l’assimilazione. La foresta arida sempreverde dell’India meridionale dispone di pochi mesi sufficientemente piovosi. Infine la xero-morfia può costituire la conseguenza diretta dell’insufficiente quantità di azoto nel suolo, e allora la quantità di cellulosa prodotta è molto superiore a quella di proto-plasma.
Quando i periodi favorevoli sono ancora più brevi (non superiori a 4 mesi), ma comunque ben marcati, si hanno formazioni erbacee che formano un denso tappeto di foglie caduche, soprattutto quando, in mancanza di un suolo spesso, esistono rocce friabili in cui si possono insinuare numerose e sottili radici: sono le praterie della zona temperata, le savane della zona tropicale, sulla cui estensione originale si discute molto.
Infine, quando condizioni non molto favorevoli si hanno per tutto l’anno, le formazioni erbacee continue sono sostituite da formazioni aperte, principalmente da arbusti o cespugli. Essi vivono una vita rallentata e si accrescono molto lentamente, sia perché il loro apparato assimilatore ha una superficie ridotta o gli stomi costantemente chiusi, sia perché il proto-plasma può resistere alla disidratazione soltanto a prezzo di una rallentata attività vitale. Individui deboli di questo genere vengono eliminati dalla presenza della densa vegetazione, ma sono capaci di occupare i siti ecologici più favorevoli.

I principi molto schematici che sono stati ora esposti si fondano su una correlazione tra i dati climatici e la vegetazione osservata, così come su un piccolissimo numero di misurazioni o valutazioni dello stato dell’acqua nel suolo e negli organismi. Sarebbe opportuno riunire prove più rigorose moltiplicandole e conducendo ricerche molto avanzate sulle reazioni del proto-plasma all’aridità e al freddo, campo in cui le nostre conoscenze sono ancora piuttosto scarse. Un confronto più modesto, a scala media, tra i dati meteorologici mensili o per decadi e la crescita degli anelli del tronco, oppure semplici osservazioni fenologiche potrebbero portare un contributo prezioso, in mancanza di studi più approfonditi eseguiti con l’uso del fitotrone.

Ogni qualvolta il comportamento dell’umidità del suolo diventa un fattore determinante, le condizioni edafiche, anch’esse funzioni del clima, del rilievo e della litologia, hanno pure un ruolo importante, almeno su territori sufficientemente vasti.
Dal 1950 gli sforzi degli studiosi sono volti a valutare l’importanza relativa dei fattori ecologici con i metodi più rigorosi dell’analisi fattoriale di Greig e Smith, che vanno dalla regressione semplice, fino ai procedimenti più raffinati, che fanno ricorso al calcolo delle matrici per studiare le caratteristiche di elementi che rappresentano l’insieme dei dati in uno spazio a dimensioni. I tentativi si basano su carte a grandissima scala, ma finora, per quanto ne sappiamo, non hanno molto migliorato l’apprendimento dei legami di causalità.

LE FORME DEL RILIEVO

 

introduzione: tipi fondamentali di rilievo

Nella maggior parte dei continenti il rilievo è formato da un sistema di versanti gerarchizzati in funzione di una rete di corsi d’acqua ramificati, che confluiscono in tronchi sempre più importanti. In una struttura omogenea, questi versanti presentano un profilo convesso-concavo, la cui linea di interfluvio si abbassa progressivamente verso valle. A queste forme comuni si contrappongono forme particolari: 1) superfici piane situate nelle zone di interfluvio (altipiani) oppure disposte lungo i corsi d’acqua (pianure), dove la pendenza dei versanti è inferiore al 10% su vaste estensioni; 2) scoscendimenti il cui tracciato presenta una certa autonomia in confronto al piano della rete idrografica.

Tuttavia nelle regioni aride o nelle regioni anticamente ricoperte dai ghiacciai, i versanti non sono più gerarchizzati in funzione di una rete idrografica confluente in mare, ma esistono numerose contropendenze e depressioni chiuse. Queste forme si ritrovano anche nelle rocce calcaree delle regioni carsiche.

Le pianure e i terrazzi di accumulo fluviale sono costituiti da alluvioni deposte negli stessi letti fluviali, nei laghi o nei delta marittimi. Questi ultimi continuano verso l’esterno in altre formazioni in cui l’apporto del materiale e il modellamento delle forme dipende in ‘maniera determinante dai movimenti del mare: sono gli stagni costieri, le spiagge e i cordoni litoranei.

 

le tappe della geo-morfologia

Si è tentato di spiegare le forme del terreno secondo tre procedimenti diversi, adottati successivamente dai geo-morfologi nel corso di quelle che si possono chiamare le ‘età’ di questa scienza, secondo una sequenza peraltro molto schematica.

1) Poiché lo sviluppo della geologia ha preceduto di molto quello della geo-morfologia, è naturale che l’attenzione sia stata posta dapprima sulle forme che derivano immediatamente dalla struttura statica. In Francia questo stadio si è espresso nelle lezioni di geografia fisica di A. de Lapparent, le quali offrono gli aspetti essenziali di una ‘morfologia strutturale’. Le forme strutturali sono facili da definire e da spiegare nel campo delle strutture sedimentarie suborizzontali o piegate, poiché basta conoscere la ripartizione delle rocce dure e tenere secondo una semplice geometria. L’erosione differenziale, attaccando di preferenza le rocce tenere che sono inizialmente poste più in alto, spiega l’escavazione delle depressioni susseguenti e delle conche e il formarsi di cuestas, di creste, di dorsali e di superfici strutturali il cui piano stratigrafico corrisponde al tetto di uno strato duro liberato dello strato tenero che lo sormontava. Tuttavia le forme di erosione differenziale sono molto più difficili da spiegare nelle strutture formate da rocce cristalline, perché la scala di durezza non è così evidente come nelle strutture sedimentarie.

2. La morfologia ciclica. Verso il 1875 si è osservato che numerose superfici piane o quasi piane (pedepiani) non sono superfici strutturali, ma sono intagliate in rocce di diversa resistenza; qualche volta poste a livelli diversi, separati da scarpate più o meno indipendenti dalla struttura. Verso la fine del 19° secolo, la scuola americana, vera fondatrice della geo-morfologia soprattutto con W. M. Davis, ha spiegato questi spianamenti come il risultato dell’allargamento dei versanti, proseguito fino allo stadio di senilità nel corso di un ciclo di erosione coincidente con un lungo periodo di stabilità tettonica (almeno per molti milioni di anni). In seguito l’intervento di un nuovo sollevamento a grande raggio di curvatura più o meno accompagnato da faglie provoca l’incisione degli alvei e il ringiovanimento delle vallate. Se questo fenomeno si verifica a più riprese, si formano degli altipiani sovrapposti, separati da scarpate. In tal caso la presenza di questi pede-piani fino alla sommità delle alte montagne (per esempio fino a 3,000 m. nella Sierra Nevada americana) fornisce la prova di un certo ritmo tettonico. Ai periodi di corrugamento e di granitizzazione, che forniscono la materia prima al rilievo, seguono movimenti di diverso tipo a grande raggio di curvatura, che prima il geologo non poteva identificare se non partendo dalle discordanze.
L’analisi ciclica del rilievo ha costituito la principale preoccupazione dei geo-morfologi almeno in Francia e nei paesi anglosassoni fino alla seconda guerra mondiale. La combinazione della geo-morfologia strutturale con la geo-morfologia ciclica ha portato alla formulazione di un certo numero di principî fondamentali. Se si eccettuano le vallate di forma semplice, qualsiasi superficie depressa (di area superiore a 1 km2) è scavata nelle rocce tenere, mentre ogni rilievo prominente è dovuto o a un sollevamento (tanto più recente quanto più la roccia è tenera) o alla presenza di una roccia più dura. Invece su estensioni dell’ordine delle decine di migliaia di kmla tettonica verticale è generalmente il fattore decisivo. Le grandi unità montagnose in rapporto ai bassipiani vengono messe in risalto da un movimento a grande raggio di curvatura, cioè da una flessura più o meno complicata da faglie o da accavallamenti tardivi diretti verso la zona pedemontana. I vari tipi di montagne possono essere così classificati: 1) secondo la natura delle loro incisioni, derivanti da sprofondamenti, da erosione di banchi di rocce tenere alternate a rocce dure, oppure da escavazioni prodotte dai ghiacciai. La presenza di incisioni parallele comporta il parallelismo delle catene che possono derivare da horst molto allungati (tipo Tien Shan), o essere la conseguenza di piegamenti regolari (Zāgros). Le faglie, però, possono non essere orientate tutte nella stessa direzione (come nella zona centrale delle Alpi Orientali) e le falde di ricoprimento possono determinare una suddivisione delle unità litologiche in blocchi a forma di lenti; in tal caso l’unità elementare che costituisce la montagna è il massiccio; 2) secondo l’andamento degli interfluvi: le medie montagne hanno degli interfluvi rotondeggianti e quasi eguali, che si allargano in veri e propri ripiani, rappresentanti delle superfici di spianamento ciclico. Le montagne di tipo ‘alpino’ sono chiuse da grandi versanti ripidi di almeno 1 km., che terminano in creste aguzze. Spesso non hanno mai conosciuto uno spianamento ciclico o per lo meno le testimonianze di quest’ultimo sono state distrutte dalla forza dell’erosione. Bassipiani e colline corrispondono a regioni meno sollevate. Le rocce dure predominano nel primo caso, dando luogo ora a superfici strutturali, ora a superfici di spianamento modificate a più riprese (superfici poligeniche, a gradinata, e simili); meno comune il caso di bassipiani corrispondenti a incisioni più o meno ampie in rocce tenere. Quanto alle colline, esse sono costituite da rocce tenere e compatte secondo un modello generalmente semplice e senza traccia di fenomeni ciclici.
Infine le pianure di grande dimensione sono aree di sprofondamento, dove l’accumulo prevale sull’erosione (tranne che in certe parti degli antichi ‘scudi’ della zona tropicale, dove sono ancora in azione alcuni cicli senili). Questi principi sono stati applicati in numerose monografie di geo-morfologia ‘storica’, nelle quali si è tentato di ricostruire l’evoluzione di una data regione partendo dal rilievo più antico, ancora avvertibile nel paesaggio, che spesso consiste in una superficie di spianamento fossile poi riesumata. Questo paesaggio può essere così antico da risalire al Precambriano (antichi scudi artici), ma la montagna può essere anche integralmente giovane e senza traccia di un passato. Dunque il geomorfologo ha preso il posto del geologo, considerando che tutta la storia anteriore ai primi paesaggi ancora conservati costituisce un dato di fatto statico, composto contemporanea­mente di rocce dure e rocce tenere. Dopo i noti lavori di E. de Martonne sull’Europa centrale, il capolavoro di questo genere di studi è probabilmente lo scritto di H. Baulig sull’altopiano centrale francese; studio nel quale la ‘storia’ di ogni regione si materializza in modelli grafici, in serie di stereogrammi, che dovrebbero poter formare una serie continua come nei fumetti. La teoria di Davis, tuttavia, è stata sottoposta a varie critiche. A partire dagli anni venti, un primo tentativo di superare la teoria davisiana è stato fatto da W. Penck, il quale ha immaginato che le superfici di spianamento disposte a gradinata si siano sviluppate nel corso di un sollevamento via via più rapido e interessante una superficie sempre più estesa. Una morte prematura ha impedito all’autore di sviluppare il suo pensiero e di spiegare in quali condizioni potrebbe essere superato il limite che divide il meccanismo di formazione di una valle aperta da quello di una valle incassata. Una parte di queste argomentazioni era basata su un metodo nuovo rivelatosi in seguito fecondo: l’utilizzazione dei depositi di un’area di sedimentazione per risalire all’energia dell’erosione esercitatasi contemporanea­mente nel massiccio vicino. Si deve comunque tener presente che il principio secondo il quale l’energia del rilievo si manifesta nella granulometria: dei depositi correlativi deve essere attenuato tenendo conto dell’influenza del clima; tale principio d’altronde non si applica in generale che ai sedimenti continentali. L’arbitraria applicazione dell’analisi ciclica a rilievi in cui le superfici piane obiettivamente non esistono, ha reso più facile una reazione antidavisiana e anticiclica che è stata condotta in Francia da J. Tricart e A. Cailleux. Le loro critiche hanno investito certi punti della terminologia (in realtà il ‘ciclo’ di Davis è una sequenza che va dalla giovinezza alla senilità) e lo schematismo eccessivo che oppone periodi di stasi assoluta a movimenti bruschi ‘catastrofici’. Finora in verità non è stata proposta nessuna soluzione sostitutiva per spiegare l’esistenza di superfici piane o quasi piane che incidono rocce dure e sono a loro volta solcate da vallate con versanti ripidi.

3) Dalla seconda guerra mondiale in poi l’interesse si è rivolto verso lo studio dei processi di erosione e di accumulo, come si manifestano nei letti dei corsi d’acqua, sui versanti o sui litorali. Si è cercato di valutarli quantitativamente e si è preso atto delle loro molteplici variazioni in funzione del clima. Non si è trattato affatto di un metodo rivoluzionario. Già Davis aveva dimostrato come lo schema di un ciclo di erosione possa radicalmente modificarsi nei climi freddi o desertici. In un’opera postuma particolarmente valida, egli aveva proposto un meccanismo riguardante la formazione di pediments in clima semiarido molto diverso da quello della peneplanazione ‘normale’. Durante gli anni 1920-1940, gli studiosi tedeschi avevano abbozzato tutta una geo-morfologia climatica, le cui articolazioni essenziali, però, trascuravano troppo la copertura vegetale.
Tuttavia, negli scritti di molti autori, soprattutto francesi, questa nuova geo-morfologia fenomenologica ha rappresentato una rottura brutale con le precedenti scuole di pensiero, poiché negava la validità della morfologia ciclica. Negli Stati Uniti, in cui queste critiche sono state meno sistematiche, l’accento è stato messo sullo studio quantitativo: morfometria dei sistemi di versanti e dei letti fluviali nelle loro relazioni con la portata, misurata dagli effetti di erosione e di accumulo sul terreno. Secondo il pensiero dell’autore di queste pagine, possono essere ritenuti ancora validi i dati essenziali acquisiti durante le fasi anteriori. Sarebbe però alterare la storia del pensiero geo-morfologico distinguere una fase in cui le teorie sono state costruite in astratto e una fase fenomenologica. Davis e i suoi contemporanei, ben inteso, sono partiti da dati di osservazione come Tricart, ma in seguito la raccolta dei dati si è arricchita considerevolmente, grazie alla molteplicità delle ricerche negli ambienti bioclimatici più diversi, in un mondo in cui la circolazione è diventata più facile malgrado gli ostacoli dovuti ai vari nazionalismi: basta ricordare, ad esempio, il notevole lavoro di confronto che è stato effettuato da certi geografi come J. Dresch. Ed è necessario e giusto ordinare questi fatti seguendo schemi esplicativi, come, fortunatamente per la scienza, non manca di fare Tricart. I progressi registrati riguardo all’influenza del clima sull’erosione e la sedimentazione sono utilizzati immediatamente nella interpretazione dei paleosuoli e dei sedimenti correlativi, che costituiscono ormai uno dei punti essenziali nelle monografie di tipo ‘storico’. Noi sappiamo ora che sedimenti di grossa granulometria possono provenire dalla demolizione di un rilievo modesto in climi freddi e aridi, e che al contrario ai piedi delle montagne della zona calda e umida la granulometria rimane fine; la presenza massiccia della caolinite, in assenza di minerali primari fragili (feldspati, e simili) è quindi uno dei migliori criteri dell’influenza di un tale clima.
Lo studio dei paleosuoli, condotto in modo specifico per ogni spianamento permette di distinguere i casi in cui delle faglie portano a diversi livelli una superficie di spianamento unica, e quelli nei quali i cicli di erosione successivi si spiegano con un sollevamento d’insieme: in quest’ultima ipotesi i paleosuoli sono infatti sempre meno evoluti e portano l’impronta di climi diversi sui gradini inferiori. La scala di durezza è notevolmente influenzata dal sistema bioclimatico, a seconda che quest’ultimo sia dominato dalla gelività o dalla sensibilità delle rocce all’alterazione chimica. È quindi questo sistema che modella l’evoluzione dei versanti verso lo spianamento; tuttavia sembra che i grandi dislivelli di molte centinaia di metri e le divisioni in unità di primo e di secondo ordine siano opera della tettonica verticale. Essa ritma lo sviluppo delle superfici di spianamento e la loro incisione in vallate profonde. La valutazione quantitativa dell’effetto dei processi è spesso indispensabile per permettere la scelta tra due teorie qualitative egualmente seducenti. Ma per le difficoltà che sono legate alle osservazioni sul terreno e alle esperienze di laboratorio, questo procedimento analitico deve rimanere subordinato ai fatti globali, che sono sempre capaci di suggerire l’ipotesi più verosimile.
Uno degli aspetti più fecondi di questo metodo è la valutazione della velocità dell’erosione, che ci permette di arricchire il quadro degli strumenti con i quali tentiamo di svelare i segreti della geo-morfologia ‘storica’. L’età di una superficie di spianamento, quella del suo sollevamento, il meccanismo della sua genesi devono essere compatibili con ciò che noi sappiamo sulla velocità dell’erosione. Un esempio è quello dell’argomento sviluppato da P. Gabert, che dall’imponenza della sedimentazione Plio-quaternaria nella pianura padana ha dedotto l’impossibilità della conservazione di una superficie di spianamento miocenica sulle Alpi. Più generalmente questo metodo è di grande aiuto per operare una distinzione fondamentale, tra ‘forme viventi’ in equilibrio con il clima e con la tettonica ‘attuali’ (quest’ultima spesso assopita) e ‘forme ereditate’ da paleoclimi e da ritmi tettonici interessanti decine di milioni d’anni. La loro importanza è certamente notevole e non si saprebbe accettare la filosofia di quei ricercatori che negano ai paesaggi ogni traccia del passato e soprattutto ogni traccia ciclica (come è il caso di Hack, secondo il quale nel rilievo appalachiano lo stato di equilibrio fra l’attività fluviale e il modellamento dei versanti non avrebbe mai subito turbamenti sensibili). La valutazione della velocità dell’ erosione e però un’operazione difficile che può essere affrontata con i seguenti metodi: a) misurazioni sul terreno dei processi attuali; b) apprezzamento globale prendendo in considerazione i materiali trasportati dai corsi d’acqua; c) ricerche con modelli in laboratorio; d) misurazione della perdita di sostanza a cominciare da paleoversanti di data conosciuta e non risalendo nel tempo oltre i 10.000 anni. Se si crede a un certo numero di ricercatori, la cui attività è particolarmente intensa in Gran Bretagna (R. J. Chorley) e negli Stati Uniti, gli anni sessanta avrebbero visto il sorgere di una quarta età nello sviluppo della geo-morfologia, che sarebbe l’età del calcolatore elettronico. La descrizione stessa dei fenomeni risulterebbe dall’applicazione delle più moderne tecniche statistiche all’analisi dello spazio. Le leggi esplicative sarebbero di carattere completamente stocastico.

 

PROCESSI DI EROSIONE E DI ACCUMULO E FORME ELEMENTARI DIPENDENTI DALL’AZIONE DELL’ACQUA

 

preambolo
È opportuno premettere che si designa con il termine di erosione l’insieme dei processi di degradazione del rilievo. Tuttavia, basandosi sull’etimologia, un certo numero di autori riserva questo termine all’aggressione meccanica da parte dell’acqua o del ghiaccio; essi chiamano allora ‘denudazione’ (in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Germania, in URSS, e simili) la degradazione del versante. Tale scelta è, però, ugualmente criticabile, specie nei casi in cui il termine è usato, ad esempio, per dei versanti in cui invece lo spessore del suolo si accresce.
I frammenti prodotti dall’erosione dovuta ad agenti atmosferici (weathering) scendono fino al livello di base. Questa operazione richiede che la forza di gravità prevalga sulle forze di attrito che si verificano tra i detriti e al contatto tra questi e il substrato roccioso (salvo il caso in cui i detriti sono trasportati in soluzione).

 

l’attacco delle rocce da parte degli agenti atmosferici e la formazione dei suoli di alterazione

La pedogenesi costituisce il primo capitolo dell’evoluzione morfologica. Si procede dapprima a un raffronto tra la roccia sana e i suoi prodotti di alterazione, successivamente si misura il tenore di sostanze disciolte nelle acque naturali, infine si ricercano i meccanismi fondamentali di aggressione chimica, imitandoli in esperienze di laboratorio.

Tuttavia quest’ultimo metodo va incontro a difficoltà notevoli, di cui la principale è che i processi naturali sono molto lenti; occorrono infatti molti giorni per misurare la solubilità del calcare e molti mesi per quella dei feldspati. D’altra parte la materia è estremamente eterogenea. Infatti se si taglia in due un frammento di roccia e si sottopongono le due parti ad uno stesso trattamento, si ottengono risultati che possono differire da 1 a 100; ne deriva pertanto la necessità di esaminare contempora­neamente un gran numero di campioni.

1) La dissoluzione chimica. L’efficacia della dissoluzione chimica dipende dalla sensibilità di ciascun minerale e dalla permeabilità della roccia, cioè dalla superficie di contatto con l’acqua e dalla velocità di circolazione di questa. La quantità disciolta è proporzionale a √-t (considerando come il tempo di contatto) e, più spesso, alla temperatura. Per una lama d’acqua annualmente drenata, per esempio di 1.000 mm., esiste una permeabilità ottimale che riduce al minimo il ruscellamento superficiale, ma che permette anche il tempo di contatto più lungo possibile. Quanto alla sensibilità specifica di ogni minerale, essa è stata poco considerata dai chimici in genere, donde la necessità di una ricerca orientata specificatamente verso le necessità dei geo-morfologi e dei pedologi.

2) La dissoluzione delle rocce carbonate. I calcari entrano in soluzione ionica nelle acque piovane ricche di anidride carbonica, in seguito a una complessa catena di reazioni. In superficie, la percentuale massima di CaCOdisciolto è debole e inversamente proporzionale alla temperatura, come lo è il tenore di COfisicamente disciolta nell’acqua: cioè 90 mg/l nelle regioni fredde, contro 40 mg/l nelle regioni calde. Ma la parte più esterna del suolo può essere da 100 a 150 volte più ricca in CO2, e poiché la capacità di soluzione è proporzionale a 3√-p-C-O-2 le acque sotterranee dissolvono da 2 a 300 mg/l.
Le acque naturali si diversificano dalle acque di laboratorio a causa della loro proprietà non ancora ben conosciuta di restare fortemente soprassature per molti giorni, per esempio quando una sorgente carsica ritorna a contatto con l’atmosfera normale.
Sui fattori che provocano la dissoluzione della dolomia, sappiamo ben poco. Non si capisce bene come la percentuale di Mg nelle acque naturali possa essere forte come quella di Ca.

3) La decomposizione delle rocce cristalline. La maggior parte delle rocce cristalline entrano in soluzione con difficoltà e seguendo una proporzione diversa dalla loro composizione originale, come prova l’analisi delle acque naturali dove i cationi basici vi sono relativamente più abbondanti della silice, Si(OH)4, che precede il ferro e l’alluminio. I suoli di alterazione da esse derivati sono di conseguenza composti di minerali primari poco o affatto solubili (quarzo), di residui amorfi allumo-silicei e di cristalli di neoformazione di cui gli uni hanno una composizione semplice (idrossidi di ferro e di alluminio) e gli altri molto complessa: argille a 2 strati (caolinite), argille a 3 strati e più ricche di silice (illite, montmorillonite, e simili).
L’alterabilità ineguale dei minerali silicati tetraedrici, visibili al micro-scopio, si giustifica in parte con considerazioni teoriche, nonostante che questi complessi si pongano al di fuori delle principali famiglie della mineralogia. Il quarzo è al vertice della scala della durezza e i feldspati calcici al gradino più basso; la maggior parte degli anfiboli e dei pirosseni sembrano porsi un po’ al di sopra di questi ultimi. Fra i minerali a 3 o a 4 strati, l’esame al micro-scopio mostra una certa vulnerabilità della biotite in rapporto alla clorite, alla sericite e alla muscovite.
Ma solo il metodo sperimentale permette di determinare l’azione dei fattori climatici, temperatura e drenaggio, che danno una fisionomia originale ai suoli di alterazione delle diverse zone. Risulta dai primi studi che il tipo di attacco usuale è l’idrolisi, tuttavia l’espulsione dei cationi basici (dei quali il più semplice è Ca2+) è accelerata in ambiente acido, dovuto all’abbondanza di COo di acidi organici. Questi ultimi esercitano anche un’azione complessa, suscettibile di trasportar via l’alluminio e il ferro insieme agli altri elementi. Le temperature e il drenaggio elevati favoriscono l’asportazione della silice. Partendo da gabbri e da graniti si è potuto ottenere facilmente in laboratorio la montmorillonite, che rappresenta spesso il primo stadio dell’alterazione, specialmente nei regimi a debole drenaggio, e a temperature normali. Ma non si è riusciti ancora a sintetizzare la caolinite (se non in presenza di acidi organici), mentre in natura essa è prodotta in enorme quantità nei suoli di alterazione tropicali, in condizioni tali da escludere l’intervento di questo intermediario organico. I suoli di alterazione della zona calda e umida sono caratterizzati dalla scomparsa di tutti i minerali primari, tranne il quarzo (i cui elementi tuttavia subiscono una riduzione di dimensione), e dalla neoformazione massiccia di caolinite, alla quale si aggiunge, dove compare una stagione asciutta, l’idrossido di alluminio e di ferro. Questa situazione è attribuita alle alte temperature che favoriscono l’asportazione della silice, al drenaggio abbondante (da 500 mm. a 5 m.) e alla debole viscosità dell’acqua che penetra rapidamente all’interno dei feldspati e dei minerali ferro-magnesiaci. Al contrario, quando l’aggressione chimica è rallentata, la solubilizzazione si limita al bordo delle fessure, cosicché i minerali primari rappresentano l’essenziale dei suoli di alterazione. La desilicizzazione è meno completa e a fianco della caolinite si trovano argille più ricche di silice (montmorillonite, interstratificati), o risultanti da una minor trasformazione del minerale primario (biotite trasformata in vermiculite). Questa situazione si verifica: a) nella zona calda e arida, perché il drenaggio è poco intenso (talvolta nullo nella zona saheliana); b) nella zona temperata, perché le temperature medie sono qui inferiori della metà e l’acqua è due volte più viscosa; c) nella zona mediterranea, perché l’acqua manca quando l’aria è calda ed esercita la sua azione solo in inverno quando le temperature sono relativamente basse. In tutti questi casi, le rocce granito-gneissiche si disgregano in sabbie e non in argille come nella zona calda e umida, nella quale tuttavia sembra che l’alterazione sia più veloce ma non qualitativamente diversa.
Nelle zone fredde, gli acidi organici sfuggono più a lungo ai loro nemici naturali, i Batteri, poco attivi. Potrebbe risultarne un sistema di alterazione originale, caratterizzato dall’asportazione dell’alluminio dal ferro (G. Pedro); infatti questi ultimi elementi sono riprecipitati nei suoli di alterazione dopo un percorso di pochi decimetri. Si può soltanto immaginare ciò che sarebbero questi suoli allo stadio maturo, perché tali climi non si manifestano che da qualche centinaio di migliaia d’anni al massimo, più spesso qualche migliaio d’anni, in opposizione all’alterazione lateritica, che domina da decine e decine di milioni d’anni. Nella maggior parte delle zone climatiche, la sensibilità all’attacco chimico è il principale fattore dell’erosione differenziale all’interno delle rocce compatte, il quale provoca dislivelli di diverse centinaia di metri negli ambienti più disparati, come, ad esempio, in Scozia, in Corsica e negli inselberge della zona calda. Le rocce più resistenti sono quelle la cui struttura è costituita da quarzo (quarziti); seguono le arenarie quando il loro cemento è formato da sesquiossidi ferrici e da caolinite. Quanto alle rocce cristalline, la diversità del loro comportamento, molto discussa, sembra riportarsi alle seguenti regole: a) nella famiglia granito-gneissica, la scala di durezza segue spessissimo l’ordine di alterazione dei minerali, ma con fluttuazioni importanti a seconda della permeabilità; b) numerose rocce piuttosto basiche sono più dure della maggior parte dei granito-gneiss (dolenti, certi gabbri, e simili), a causa della loro debolissima permeabilità. Infine nel caso degli scisti, rocce più o meno micro-cristalline, la sfaldatura è un fattore di scarsa resistenza, in ragione della sua porosità orientata, che prevale sulla composizione mineralogica.


la disgregazione fisica

1) Fenomeni di rottura dovuti all’escavazione delle vallate: l’escavazione rapida di una vallata montana provoca fenomeni di rottura nelle rocce massicce (principalmente cristalline e arenacee), che si aggiungono alle diaclasi preesistenti per dar luogo a blocchi di ogni dimensione. Qui il geomorfologo sfrutta dati acquisiti dagli ingegneri specialisti della meccanica delle rocce nella progettazione degli impianti idroelettrici.
L’incisione della valle provoca uno squilibrio in rapporto alle forze iniziali esistenti; queste ultime ora si avvicinano a una distribuzione idrostatica delle pressioni, ora mostrano una forte eccedenza di compressione in senso orizzontale, che si crede costituisca il residuo delle forze tettoniche. Sia in un caso che nell’altro, i massimi effetti di rottura si manifestano alla base del versante. Le rocce sono sottoposte a sforzi di taglio parallelo alle pareti, per cui tendono a gonfiarsi. Se vi si pratica un incisione artificiale, per esempio per fissarvi una diga, imitando così l’azione di un corso d’acqua o di un ghiacciaio, esse scoppiano con formazione di lastre sottili. In condizioni naturali la cicatrice di tali ferite è spesso materializzata sotto forma di nicchie poco profonde con tetto a volta. Sfortunatamente, noi abbiamo soltanto un’idea vaga dell’ordine di grandezza del dislivello necessario. D’altronde le creste di intersezione subiscono un richiamo al vuoto che crea forze di trazione; si sono visti punti di appoggio di teleferica spostarsi di diversi centimetri dal momento della loro installazione. La montagna tende così a disgregarsi in funzione anche dell’importanza del suo volume e dei suoi dislivelli verticali. Certi autori immaginano che i fenomeni di distensione provocati dall’erosione abbiano effetti tardivi, posteriori alla distruzione della montagna. Essi sarebbero responsabili delle calotte di ineguale permeabilità che esistono alla periferia delle masse di granito favorendo in tal modo, con la penetrazione dell’acqua negli strati superficiali più porosi, la loro frantumazione in scaglie.

2) Altro fenomeno concorrente nella disgregazione fisica delle rocce è la crioclastia. Il gelo dell’acqua racchiusa nei pori delle rocce è uno dei fenomeni più efficaci di disgregazione e il cui studio è facilmente attuabile in laboratorio. In rapporto alle condizioni naturali, si risparmia tempo riducendo il più possibile gli intervalli gelo-disgelo. Su quest’ultimo argomento si dispone già di un’esperienza considerevole acquisita sia dai tecnici della costruzione di edifici e di strade, sia dai geo-morfologi (soprattutto del “Centre National de Géomorphologie” di Caen). Certi calcari come la craie, certi scisti come i calcescisti, oppure le andesiti, si disgregano, dopo qualche decina di alternanze gelo-disgelo, in frammenti le cui dimensioni vanno dalle sabbie alle schegge di qualche centimetro. Molte arenarie e la maggior parte delle rocce cristalline si mostrano del tutto refrattarie.
Il meccanismo fisico di base è conosciuto fin dal 1698 quando fece esplodere un cannone di bronzo; l’acqua, infatti, trasformandosi in ghiaccio aumenta di volume (1/10). In una cavità sferica perfettamente chiusa dopo aver tenuto conto della comprimibilità del ghiaccio e della roccia, che ha un effetto moderatore, il calcolo mostra che l’aumento di volume potrebbe sviluppare una pressione idrostatica di 6.000 kg/cm2; in realtà questo valore non è mai raggiunto. La temperatura di cristallizzazione si abbassa sino a −22 °C man mano che la pressione aumenta fino a 2.200 kg/cm2. Se la pressione supera questo valore, si forma un tipo di ghiaccio la cui densità è più forte di quella dell’acqua; ciò arresta automaticamente il processo. La pressione idrostatica si esercita sia direttamente sulle pareti, sia tramite l’acqua che essa spinge (Powers). Gli sforzi di trazione che ne risultano possono creare delle fessure congiungenti tra loro le cavità, tanto più facilmente quanto più sottili sono le pareti divisorie. Questo spiega la debole gelività delle rocce poco porose come il granito (1%), le cui pareti divisorie sono molto spesse. Naturalmente una condizione indispensabile è che la percentuale d’acqua nei pori sia vicina alla saturazione. Se la porosità è troppo diffusa e troppo aperta verso l’esterno, la roccia resta intatta perché l’acqua, o anche il ghiaccio, possono disperdersi al momento del gelo. È una delle ragioni per cui calcari troppo porosi e con pori di grande dimensioni sono poco attaccabili. Vi è dunque un optimum che le esperienze tentano di determinare. I versanti rocciosi che assorbono più rapidamente la pioggia o l’acqua di ruscellamento e quelli che perdono più difficilmente questa umidità per evaporazione o per migrazione verso la parete fredda, sono i più gelivi. Nei climi freddi, esiste un optimum quando lo strato di neve è così sottile da fondere durante il giorno, esponendo quindi la roccia all’irraggiamento notturno. In regime periglaciale, le condizioni di imbibizione sono egualmente buone nella parte superiore degli strati rocciosi.
È probabile che la produzione di scaglie a partire dai versanti rocciosi risulti da un fenomeno di crio-osmosi. Quando l’onda di gelo non penetra troppo bruscamente, i primi cristalli di ghiaccio, formatisi per esempio a 1 cm. dalla superficie, attirano l’acqua ancora non gelata che circola secondo condotti capillari e si ingrandiscono sino a spezzarsi. Frammenti ancora più grossi possono essere prodotti ovviamente quando sono presenti le diaclasi. Ci resta ancora molto da apprendere soprattutto dalle esperienze riguardanti l’interpretazione della scala di vulnerabilità delle rocce al gelo.

3) Ancora: l’aloclastia. Erodoto aveva già osservato che il sale di gesso essudato dalle pietre delle piramidi provocava la loro distruzione. Il dominio naturale dell’aloclastia è quello dei deserti dove le polveri saline sono trasportate a grandi distanze e provengono sia dagli chott che dalle coste rocciose bagnate dall’acqua del mare. Fin dal 1933, partendo dalla sua esperienza cilena, H. Mortensen ha descritto, tra gli altri, diversi meccanismi fisici possibili: a) la cristallizzazione delle soluzioni soprassature nelle rocce porose, con aumento di volume dell’insieme dei cristalli e della soluzione residua; b) l’assorbimento di acqua in cristalli di sali idratabili (NaSO4, CaSO4, Na2CO3); c) la crescita dei cristalli a partire dall’acqua attinta all’esterno del poro. I due ultimi processi sono i più verosimili e si è ricercato (H. Mortensen, P. K. Weyl) l’ordine di grandezza delle pressioni sviluppate partendo da modelli fisici fondati sulle conoscenze che abbiamo sulla pressione di cristallizzazione (che è regolata dal grado di soprassaturazione). L’esperienza in laboratorio ha permesso di verificare l’efficacia dei problemi di aloclastia, con risultati quantitativamente variabili secondo gli autori (P. Birot, G. Pedro). Esperienze più accurate permetteranno di scegliere tra i differenti modelli; per esempio si è visto che l’Na2SOprovoca la disgregazione prima che abbia avuto il tempo di idratarsi e quindi il processo veramente attivo sarebbe la crescita del cristallo (F. J. P. M. Kwaad).

4) L’umidificazione e l’essiccazione. Le alternanze di umidifica­zione e di essicazione riescono a rompere rocce anche compatte come il granito, purché racchiudano una certa percentuale di minerali igrofili di neoformazione: per esempio la montmorillonite o la vermiculite (che deriva direttamente dalla biotite). Si è così potuta realizzare la polverizzazione di un lastricato di granito attraverso una vermiculitizzazione accelerata (M. Robert). Nelle rocce poco coerenti e poco compatte a grana fine l’umidificazione dopo l’essiccamento ricaccia l’aria contenuta nei pori e fa scoppiare gli aggregati.
5) La termoclastia. a) In ambiente umido: l’acqua possiede un coefficiente di dilatazione superiore a quello dei minerali, per cui si può supporre che gli aumenti di temperatura provochino delle pressioni sulle pareti dei pori. Le esperienze di Caen hanno mostrato che a partire da 20 a 25.000 oscillazioni tra 15 e 70 °C i graniti hanno formato delle sottili scaglie o frammenti di forma appiattita, rappresentanti al massimo una perdita di sostanza dal 3 al 4%; è dunque un fenomeno molto lento. b) In ambiente arido: i minerali costituenti le arenarie o le rocce cristalline hanno coefficienti di dilatazione cubica ineguali (quello del quarzo è due volte quello del feldspato). Tuttavia le esperienze di Griggs permettono di concludere che questo processo non basta a determinare una disgregazione granulare poiché nessun effetto è stato ottenuto dopo 90,000 oscillazioni di 100 °C.
Si attribuisce talvolta a semplici variazioni di temperatura, che dilatano e contraggono una lastra di roccia superficiale, la formazione delle scaglie che si staccano dalle pareti rocciose. A causa delle difficoltà sperimentali, questa teoria non è stata invero ancora provata. La degradazione ‘a scaglie di coccodrillo’ osservata nelle arenarie (solchi poligonali) richiede sforzi ben minori, perché si tratta di una semplice rottura per trazione e non per cesellamento.

5) L’azione delle radici. La crescita delle radici delle piante esercita notevoli tensioni che sono capaci di sconquassare i muri. Lo sfruttamento di diaclasi fini o dello sfogliettamento ha un ruolo molto importante nell’individuazione di frammenti calcarei o scistosi. Nella maggior parte dei processi studiati, la velocità dell’erosione degli agenti meteorici è inversamente proporzionale allo spessore dei suoli di alterazione esistenti; ciò vale per tutti i casi in cui l’alterazione è regolata dalla temperatura le cui oscillazioni si attenuano con la profondità in modo esponenziale: crioclastia, termoclastia, alternanza umidificazione-essiccazione, e anche alterazione chimica (che cresce essa pure esponenzialmente con la temperatura). Riguardo a quest’ultimo punto, è notevole il vantaggio degli strati superficiali soprattutto per le latitudini medie con forti contrasti stagionali, dove le temperature estive dello strato superficiale sono molto superiori alla temperatura media annua che regna negli orizzonti profondi: questa differenza si attenua nella zona tropicale forestale (da 3 a 5 °C). Tuttavia là dove l’acqua costituisce un fattore limitante (alterazione chimica, crioclastia), esiste uno spessore minimo di suoli di alterazione al di sotto del quale l’acqua, circolando troppo rapidamente, lascia il versante prima di essere saturata, o non umidifica abbastanza la roccia. Infine l’azione biologica è ugualmente efficace solo in un orizzonte superficiale, poiché gli acidi organici sono rapidamente biodegradati e l’azione fisico-chimica delle radici si esercita soprattutto quando queste sono a contatto della roccia sana.

 

la circolazione dei detriti sui versanti

La classificazione dei tipi di trasporto proposta qui sotto tiene conto dei seguenti criteri: ruolo dell’acqua; rapidità del movimento; e movimenti individuali (che si manifestano soprattutto in superficie) o movimenti collettivi che interessano una parte di suolo avente un certo spessore. Dopo Sbarpe, molti autori hanno applicato il termine di creep a tutti i movimenti lenti (che non superano 1 cm. l’anno).

1) Trasporto in soluzione chimica. Avviene alla velocità della circolazione ipodermica, cioè di qualche metro al giorno; essa non è quasi influenzata dalla pendenza. Quest’ultima semmai regola la distribuzione dell’usura chimica sui versanti. Con forti pendenze e suoli di alterazione sottili l’usura aumenta in maniera notevole verso valle così come la portata liquida, poiché l’acqua deve effettuare un lungo percorso prima di saturarsi. Con pendenze deboli e suoli di alterazione spessi, l’usura è al contrario uniforme su tutto l’insieme.

2) Il trasporto per ruscellamento (surface flow). L’energia cinetica dei rivoli d’acqua è la causa del trasporto di particelle individuali con notevole velocità (alla scala geologica). Il ruscellamento avviene nelle seguenti condizioni: 1) quando la portata del rovescio supera la velocità di filtrazione; 2) quando l’acqua giunge su un suolo che ha temperatura inferiore a 0 °C e gelando ne ostruisce i pori; 3) quando le gocce distruggono gli aggregati e trasportano le particelle, ostruendo i pori.
Nella parte superiore di un versante, quando la vegetazione è fitta, gli acquazzoni non sono forti e il suolo è permeabile, il libero percorso medio di ogni rivolo d’acqua è di pochi centimetri, finito il quale esso si infiltra o s’imbatte in una pianta. In questo caso la perdita di sostanza è all’incirca proporzionale a sen α. Al contrario questo percorso raggiunge diverse decine di metri nel settore di base di un versante con un mantello vegetale discontinuo, un substrato impermeabile, acquazzoni fittissimi, benché i rivoli d’acqua siano anastomizzati e con traiettoria variabile da un acquazzone all’altro; possiamo allora applicare delle formule di capacità di trasporto analoghe a quelle di un corso d’acqua. La portata di un tale rivolo cresce da monte a valle in proporzioni notevoli. L’urto delle gocce di pioggia spezza gli aggregati e li fa schizzare in ogni direzione ma soprattutto verso valle quanto più forte è la pendenza. D’altra parte quest’ultima aumenta la lunghezza del tragitto compiuto. Ma il flusso delle gocce che si applica a una data superficie del versante è proporzionale a cos α. I rimaneggiamenti ad opera della fauna del suolo (Vermi, Insetti, grossi animali scavatori) e la caduta degli alberi morti sono pure perturbazioni di direzione aleatoria, ma la cui risultante è uno spostamento a valle delle particelle.

3) Creep termico. Dal 1888, si è definitivamente capito e sperimentalmente provato che le alternanze di contrazione e dilatazione di un ciottolo isolato, dovute a variazioni termiche, si traducono in una discesa del suo centro di gravità.
Un fenomeno analogo è quello del pipkrake. Gelando sotto un ciottolo l’acqua forma degli aghi di ghiaccio che lo sollevano in modo tale che al momento della fusione il ciottolo stesso ricade sulla sua verticale, con uno spostamento proporzionale a tg α.
La caduta di ciottoli (rockfall) è una modalità di trasporto rapido e individuale che non richiede l’intervento dell’acqua. Se un frammento roccioso situato su un pendio inclinato di 35-40% (che è la pendenza di equilibrio dell’attrito in ambiente secco) viene isolato da diaclasi leggermente interessate dagli agenti atmosferici, scivola e continua il suo movimento per tutta la lunghezza del versante. I movimenti collettivi lenti sono più difficili da studiare. Bisogna innanzi tutto distinguere i fenomeni di reptazione dovuti alle variazioni di volume, anch’esse provocate dalle alternanze di umidificazione-essiccazione, o dalle alternanze gelo-disgelo. Come nei casi di reptazione individuale (pipkrake, e simili) lo spostamento dell’insieme dello strato interessato è proporzionale a tg α. Tale spostamento è anch’esso tanto più grande quanto più lo strato è spesso.
Il soliflusso e il creep collettivo continuo dipendono da meccanismi del tutto diversi. Quando il suolo presenta una matrice continua argillosa-fangosa e sufficientemente impregnata d’acqua, gli attriti fra i granuli sono trascurabili. In tali condizioni può verificarsi lo scorrimento plastico e quando questo si verifica lo spessore dello strato in movimento e la sua pendenza si regolano automaticamente, poiché il contatto effettivo non può superare un valore critico k; d’onde: k = ρgh sen α, essendo lo spessore, ρ la densità e α l’angolo di pendenza (P. Souchez). Se la quantità d’acqua è ancora più grande, non c’è più coesione tra le particelle e si ha a che fare con un flusso viscoso, capace di scorrere su una pendenza molto debole e con uno spessore di pochi centimetri. I modelli matematici applicati allo scorrimento del ghiaccio valgono per tali suoli, scegliendo un coefficiente di viscosità 100 volte superiore. La ripartizione delle velocità in profondità mostra ora una curva continua, ora un taglio basale netto particolarmente evidente nelle lingue di soliflusso. Infine specialisti di meccanica del suolo considerano che anche un complesso di granuli con attriti interni, la cui pendenza non è superiore all’angolo di attrito, subisce uno scorrimento quasi viscoso quando vi siano tensioni deboli ma applicate per migliaia di anni. Nel caso dei movimenti collettivi, la stretta unione delle diverse sezioni del versante fa sì che la perdita di sostanza di una data sezione sia superiore a quella che la pendenza locale consente di prevedere se quest’ultima continua a valle, con un settore più inclinato; il contrario avviene se la curvatura è concava.

4) Scivolamenti di massa. Quando la pressione tangenziale supera bruscamente un certo valore si determina uno spostamento in massa, che comunque non implica una deformazione del volume coinvolto. Sulla superficie di rottura si ha la seguente relazione: T>tg ϕ+C, indicando la componente tangenziale della gravità, la sua componente normale, la coesione e ϕ l’angolo di attrito. L’aumento improvviso della pressione tangenziale è di solito provocato da quello della percentuale d’acqua, che si accompagna con la comparsa di una forza idrostatica diretta verso l’alto. Lo spessore minimo necessario è tale che questo processo interessa i suoli di alterazione solo nella zona tropicale umida. In tutte le altre zone climatiche lo smottamento interessa le rocce, soprattutto quelle ricche di argilla dilatabile. La misura sul terreno dell’attività annua dei movimenti di trasporto incontra differenti difficoltà. Quella dell’usura chimica globale è relativamente facile, poiché si tratta di determinare la percentuale degli elementi disciolti in una sorgente o nell’acqua raccolta da un fossato artificiale alla base della pendenza, poi di togliere gli ioni contenuti nell’acqua piovana. Lo stesso procedimento può essere impiegato per misurare gli effetti del ruscellamento. In un caso come nell’altro bisogna delimitare il perimetro del bacino di raccolta ed estenderlo fino alla sommità del versante, cosa di rado realizzata nei pochi impianti esistenti. Il problema è naturalmente più complicato per i movimenti lenti che interessano uno strato di suolo assai spesso; ogni segnale di riferimento più o meno ingegnoso è stato tentato (palle colorate imputrescibili, radioattività, e simili).

 

il modellamento degli alvei

1) Geometria dei bacini e degli alvei. Il sistema di corsi d’acqua e di creste gerarchizzati giustifica uno studio quantitativo che definisce, grazie a un gran numero di misure, la morfometria dei versanti e la geometria dei letti fluviali. Il loro studio statistico ha messo in evidenza relazioni semplici tra la superficie del bacino e l’ordine dei corsi d’acqua gerarchizzati; quelli di primo ordine corrispondono infatti ai bacini di nuove dimensioni. Questi ultimi sono molto piccoli quando: a) la copertura vegetale è assente; b) la roccia che affiora è impermeabile e tenera; c) l’energia del rilievo (definita dal rapporto h/l, con dislivello del bacino e l lunghezza dell’alveo) è forte; d) le piogge sono molto concentrate. In queste condizioni la densità del drenaggio, cioè la lunghezza totale dei corsi d’acqua per unità di superficie, è grande. Il caso estremo è quello delle bad lands dove il bacino elementare è dell’ordine di grandezza della decina di m(mentre è dell’ordine del kmnei pede-piani coperti da foreste). La comparsa dell’alveo elementare, in cui l’erosione è assai forte in rapporto ai versanti che l’alimentano, corrisponde in effetti a un valore limite a partire dal quale il ruscellamento si concentra seguendo una linea definita. Per autocatalisi, il fenomeno di convergenza dello scorrimento si conserva e si accresce. D’altra parte, esso alimenta una umidità della roccia che favorisce la sua disgregazione in rapporto a ciò che avviene nei versanti, sia per crioclastia che per alterazione chimica. La densità delle linee di deflusso con inizio da sorgenti aumenta anche con la piovosità e l’impermeabilità della roccia e dei suoli di alterazione. Ormai la saturazione del suolo, soffocando le radici, elimina la vegetazione, che è un ostacolo al trasporto dei detriti. Così un limite importante è superato. Fra le leggi morfometriche di Horton ne citeremo due. 1) Per due bacini di ordine consecutivo esiste un rapporto costante tra le loro superfici, come tra la lunghezza degli alvei. Queste relazioni sembrano di tipo aleatorio, come hanno mostrato operazioni di simulazione partendo da meccanismi elementari differenti. Esse dicono che la probabilità di cattura per erosione regressiva o per confluenza di due rivoli d’acqua zigzaganti su un piano inclinato dipende dalla superficie del loro bacino. 2) Relazioni dello stesso genere sono state messe in evidenza per quel che riguarda i rapporti tra la superficie del bacino e la pendenza dell’alveo. Ma il rapporto della progressione cambia secondo il clima: ad esempio per gli uidian del Nuovo Messico, quando la superficie del bacino è moltiplicata per 30, la pendenza è divisa per 2,5; nel massiccio scistoso dei Mori, quando la superficie del bacino è moltiplicata per 5, la pendenza si riduce della metà. Queste ricerche vanno confrontate con quelle che sono state effettuate sulla geometria dei letti fluviali principalmente da L. B. Leopold. Egli ha espresso la lunghezza (B), la profondità (H) e la pendenza (I) corrispondenti alla portata media (Q) di un gran numero di corsi d’acqua degli Stati Uniti, secondo le seguenti formule: B=kQ0H=kQ04 I=kQ-0,45 (in cui è una costante.
Gli esponenti cambiano anche con il clima; per le regioni semiaride a scorrimento effimero, I=kQ-0,3). Le leggi di Horton e di Leopold sono legate dalla relazione che esprime la portata liquida Q in funzione della lunghezza A del bacino: Q = kAm; m. varia tra 0,75 e 1 secondo il coefficiente di deflusso, è sensibile soprattutto all’abbondanza delle piogge. Queste leggi pongono problemi più difficili riguardanti la natura dei legami di causalità che dobbiamo ora affrontare.

2) Erosione della roccia in posto e realizzazione del profilo di equilibrio. L’erosione della roccia in posto risulta dall’urto e dagli attriti provocati dalle sabbie e dai ciottoli sul fondo, principalmente nel caso di marmitte con asse verticale, ove si verifica un effetto massimo per un certo raggio di curvatura. Nel caso di un flusso torrentizio con velocità superiore a 9 m./s, è possibile invocare i fenomeni di cavitazione, responsabili dell’usura delle condotte forzate, i quali sono legati a rapide variazioni di pressione all’interno della massa liquida che creano dei vuoti seguiti da una forte percussione. Disponiamo di pochissime indicazioni quantitative sulla rapidità dell’erosione lineare in rocce dure, salvo alcune eccezioni come quella delle cascate del Niagara, o le marmitte di qualche torrente preglaciale (10 cm. annui). A uno stadio molto precoce del ciclo di erosione il profilo del letto roccioso assume un aspetto concavo; ciò deriva da due fenomeni opposti. Ammettiamo che un bacino idrografico si sia abbassato in direzione del suo livello di base: a) a monte, l’erosione cresce con la portata liquida, così che il profilo del letto è più inclinato di quello della pendenza iniziale; b) a valle, l’incisione corrispondente alla pendenza del blocco inclinatosi è immediatamente frenata appena essa si propaga verso monte. Poiché il livello di base è fisso, c’è automatica­mente diminuzione di pendenza nella sezione vicina; ne risulta un ostacolo all’erosione che ha un carattere regressivo. È solo nel caso in cui l’erosione sia provocata da un abbassamento del livello di base o da un sollevamento senza deformazione del continente che si può parlare di erosione regressiva.
In tutti i casi c’è solidarietà fra tutti i punti del profilo longitudinale. Infatti l’erosione in un punto è possibile solo se non provoca una diminuzione di pendenza eccessiva a valle impedendo il trasporto del carico solido, e se essa non riceve da monte un carico solido eccessivo. Basta una debole modificazione nel rapporto portata/carico solido per passare dal letto roccioso al letto alluvionale. Così come è enunciato dalle leggi di Horton e di Leopold, la stragrande maggioranza dei fiumi presenta un profilo longitudinale concavo verso l’alto, che si suddivide in sezioni sempre meno inclinate verso valle dopo ogni confluenza. Questo profilo è detto di equilibrio in senso lato (il termine graded è usato da molti autori anglosassoni, e da Baulig stesso nelle sue recenti pubblicazioni, in un senso più ristretto; è riferito cioè a una corrispondenza tra i diversi punti di un profilo di versante o di corso d’acqua) quando in media durante un secolo le alluvioni che compongono il fondo del letto non tendono né ad aumentare di spessore né ad assottigliarsi, malgrado molte fluttuazioni nel valore della portata liquida. Come lo ha concepito il grande pioniere della geo-morfologia G. K. Gilbert fin dal 1877, questo equilibrio può essere realizzato solo se la quantità dei detriti forniti dai versanti è uguale alla capacità di trasporto del corso d’acqua, poiché quest’ultimo aggiusta automaticamente il suo profilo longitudinale e trasversale. Questa capacità di trasporto, tuttavia, non può semplicemente essere valutata come una certa portata solida per unità di tempo, dato che occorre pure prendere in considerazione il diametro dei detriti; la capacità di trasporto dei detriti fangosi e argillosi può raggiungere 1/4 della portata liquida, quando lo stesso corso d’acqua non è capace di trasportare blocchi di 25-30 cm. di diametro; da ciò la nozione di carico-limite (Baulig).
La concavità del profilo di equilibrio è uno dei maggiori problemi della geo-morfologia. Questa utilizza sia le ricerche condotte dagli ingegneri idraulici nei canali sperimentali e le loro osservazioni e misure nei letti naturali che essi tentano di correggere, sia lo studio dei meccanismi fondamentali della turbolenza, condotto dai fisici. Le alluvioni si spostano per rotolamento, saltazione (individuale o collettiva) e in sospensione in un fluido turbolento. Queste modalità di trasporto sono in relazione col fatto che il valore limite del trasporto di una particella corrisponde alla situazione in cui IH>kD, con diametro della particella. La velocità sul fondo è d’altronde proporzionale a IH. Questa formula non è più valida per i detriti molto fini (2μ), che sono posti in uno strato sottile in cui lo scorrimento è laminare e il cui distacco richiede un valore di IH molto forte. È più difficile dare una formula soddisfacente della capacità di trasporto in funzione della portata liquida, della pendenza e del diametro dei detriti. Le formule semi-empiriche e semi-teoriche, più o meno complesse e che danno solo un’immagine molto approssimativa della realtà, si basano su esperienze in canali artificiali. Per quel che riguarda i corsi d’acqua naturali, mentre la misura dei trasporti in sospensione non costituisce un gran problema tecnico, quella del trasporto per trascinamento sul fondo presenta maggiori difficoltà. In più, mentre i trasporti in sospensione (in generale argilla e limo) reagiscono rapidamente alle variazioni di portata, il trasporto dei ciottoli avviene in maniera discontinua, talvolta solo in occasione di piene millenarie. In condizioni medie di pendenza, sono le sabbie che sistemano il fondo incostante del letto in rapporto alle oscillazioni della portata, ora depositandosi, ora rotolando nel fondo o entrando in sospensione.
La capacità di un corso d’acqua, la cui portata liquida cresce verso valle, a trasportare detriti solidi su una pendenza sempre più debole può spiegarsi con le seguenti considerazioni: a) la dimensione e la quantità dei detriti forniti dai versanti per ogni unità di lunghezza del letto fluviale diminuiscono verso valle, poiché il rilievo è sempre più addolcito; b) l’usura chimica e meccanica, che avviene automaticamente sul fondo del letto, riducono il loro diametro: ma è da notare che alla confluenza di due corsi d’acqua analoghi, il rapporto del carico-limite alla portata liquida non subisce una diminuzione di questo genere e tuttavia la pendenza diminuisce: la spiegazione di questo fenomeno è stata data già da Gilbert e ripresa da Baulig; c) dopo la confluenza, il rapporto tra il perimetro bagnato (sul quale si esercita l’attrito) e la sezione diminuisce. Di conseguenza l’energia dispersa per attrito sul letto diviene minore e ciò permetterebbe al corso d’acqua di avere una maggiore energia cinetica. Tuttavia questo ragionamento non è del tutto convincente. Infatti l’energia dispersa per attrito sul letto per unità di lunghezza e di tempo è uguale a QI, cioè alla perdita di energia potenziale, poiché nel regime di scorrimento permanente la velocità e dunque l’energia cinetica non aumentano, o solo molto lentamente, verso valle. Le forze di attrito si manifestano con vortici il cui diametro va dal centimetro al metro. Sono proprio questi vortici che sollevano le alluvioni e permettono il loro spostamento verso valle. L’energia dispersa in attrito è in parte ‘utile’ (dal punto di vista della capacità di trasporto), in parte ‘sterile’ (quella che è dissipata direttamente in calore). Il rapporto tra queste due grandezze è certamente piccolo (da 2 a 3/100); ma non siamo sicuri che aumenti con Q. La risposta potrebbe essere cercata nelle formule che danno la capacità di trasporto. Ora la maggior parte di esse esprimono questa capacità per un’unità di larghezza del letto e non permettono di prendere il profilo trasversale ottimale, cioè il rapporto B/H che assicura il trasporto di una data portata solida su una pendenza minima. L’osservazione e l’esperienza hanno solo mostrato che il rapporto B/H è tanto più grande quanto più il carico solido ha grosse dimensioni ed è trasportato per trascinamento sul fondo e non in sospensione. D’altra parte è proprio questo trasporto sul fondo la causa principale dei profili di equilibrio trasversali e longitudinali. Anche quando molti strati di ciottoli sovrapposti rotolano simultaneamente, la capacità di trasporto dipende dalla larghezza dei canali di scorrimento. Soltanto le esperienze di Gilbert danno il profilo trasversale ottimale; ma la portata solida non aumenta che lentamente con Q. Sono necessarie esperienze più sistematiche in cui si faccia sì che il canale crei senza vincoli il proprio profilo di equilibrio trasversale. Innalzandosi al di sopra dei metodi analitici e sperimentali, L. B. Leopold e altri hanno avanzato l’idea che un profilo longitudinale concavo sia il più probabile, se si parte da certi principi molto generali della meccanica: il percorso adottato dal corso d’acqua sarebbe intermedio tra quello che risulta dal principio del minor lavoro nell’insieme del corso (e che dovrebbe dare I=k/Q) e quello che assicura la suddivisione di un dispendio di energia identico per ogni unità di larghezza del letto, cioè QI/B=k, che dovrebbe tradursi in un raggio di curvatura più piccolo del profilo di equilibrio. Queste soluzioni possono essere simulate supponendo che la probabilità che l’acqua scenda da un gradino verso il basso sia tanto più grande: a) quanto più elevata è l’altezza del punto scelto; b) quanto più grande è la distanza dalla foce. Ma questo non ci dispensa dal cercare di comprendere meglio i fattori dell’erosione e del trasporto in un punto, e le relazioni con ciò che avviene più a monte o più a valle. Ogni legge di probabilità è valida solo a partire da una sufficiente conoscenza di comportamento degli individui (come per esempio i prodotti dei gas che si basano sulle leggi degli urti elastici).
3) Tipi di letti fluviali. Nelle valli alluvionali a fondo piatto e largo possiamo avere quattro tipi di letti fluviali: 1) canali rettilinei e stretti, a fondo generalmente sabbioso e con ondulazioni dissimmetriche del tipo delle dune, ben studiate nei canali sperimentali; 2) canali rettilinei, ma con un letto minore sinuoso collegante punti di maggior profondità separati da soglie (spesso costituite dai ciottoli); come per le dune si tratta di fenomeni di raggruppamento, paragonabili agli ingorghi che si formano in un flusso di automobili e che si spostano lentamente sia verso monte sia verso valle (L. B. Leopold); 3) meandri nei quali i punti più profondi sono localizzati a contatto con le rive concave; l’esame di un gran numero di casi ha rivelato alcune regole geometriche empiriche; 4) canali anastomizzati che hanno una pendenza ripida e trasportano sedimenti grossolani eterogenei. Quando si cerca la logica di questa geometria empirica, si resta assai perplessi. Perché il corso d’acqua a meandri allunga il suo corso, e disperde una parte della sua energia in attrito di curvatura, diminuendo la sua capacità di trasporto? Perché si forma un deposito in mezzo al letto, dove all’inizio si trova la velocità massima, dando origine ad un’isola che poi si allunga verso valle separando due canali? Le esperienze di laboratorio, malgrado la distorsione di scala, permettono di esaminare il problema più da vicino. Quando il carico solido e la pendenza sono molto deboli, le ondulazioni del letto sono simmetriche e il deflusso è assiale. Per ottenere la sinuosità dell’asse di deflusso è necessario aumentare la pendenza (quindi il carico), perché non ci sia né escavazione né alluvionamento. Se la pendenza è portata a 4 volte il suo valore iniziale, si ottengono canali anastomizzati procedenti dallo sviluppo delle isole mediane. Con introduzione di caolinite in sospensione e forte riduzione del carico solido, il canale con asse di deflusso meandriforme si è trasformato in corso d’acqua a veri meandri. La diminuzione di carico solido ha provocato un’escavazione, quindi un abbassamento del livello dell’acqua, mentre la larghezza del letto si restringeva. Questo indica che certi corsi d’acqua a meandri possono essere originati da una modificazione del loro carico in seguito a oscillazioni climatiche. D’altra parte è lecito pensare con S. A. Schumm che, quando il deflusso è lento, la circolazione trasversale sia quasi inesistente. Nel caso di un deflusso più rapido, essa si evidenzia nell’andamento meandriforme dell’asse di deflusso. Se è troppo rapida, quasi torrentizia, segue la linea di maggiore pendenza pareggiando le sinuosità. Infine L. B. Leopold ha fatto notare che la dispersione di energia per attrito per unità di lunghezza del letto è più regolare in un tracciato a meandri. Ciò è dovuto al fatto che, dove la pendenza è più debole, i punti di maggior profondità coincidono con i settori concavi, nei quali la velocità dell’acqua è maggiore e più sensibile l’attrito dovuto alla curva; al contrario la profondità, la velocità e l’attrito di curvatura sono minori al punto di flesso tra due anse successive. Spingendosi oltre Leopold ha proposto, come Scheidegger, una spiegazione probabilistica del paradosso dei meandri, supponendo che il corso d’acqua abbia una probabilità finita di deviare di un angolo dϕ percorrendo la distanza ds, secondo una distribuzione gaussiana. Così è stata proposta una larga gamma di ipotesi, dalle regole empiriche locali fino a una concezione teorica dell’insieme dell’evoluzione delle forme. Resta, tuttavia, un immenso lavoro da fare per determinare con maggior rigore i principi fisici del trasporto delle alluvioni. Ad onta dei loro inconvenienti, i canali sperimentali offrono le migliori prospettive (benché non si possa imitare che corsi d’acqua elementari), ma bisogna stare attenti ai risultati ottenuti nei corsi d’acqua naturali, in particolare mediante l’impiego di ciottoli marcati con traccianti radioattivi.

 

l’evoluzione del profilo del versante nel corso del ciclo di erosione

1) L’erosione fluviale. Nello stadio di giovinezza si sviluppa normalmente un profilo convesso corrispondente all’accelera­zione dell’erosione fluviale verticale, conforme­mente alle vedute di W. Penck, per cui la capacità di trasporto eccede di molto la quantità dei detriti forniti dalla degradazione meteorica. Se la velocità dell’erosione è considerevole, pendenze uniformi ripide possono sostituirsi alla convessità superiore, dando creste concordanti (Steilreliefe), e ciò avviene tanto più facilmente quanto più le rocce sono tenere (bad lands). L’erosione laterale ha le stesse conseguenze, ma si applica a un solo lato della valle. Tuttavia, nel caso inverso non avviene esattamente lo stesso. Anche per un versante roccioso, la convessità può risultare dalla convergenza delle azioni meteoriche (variazioni di temperatura e penetrazione dell’acqua) massime sugli angoli sporgenti. Il termine ultimo dell’evoluzione di un versante roccioso di forte pendenza, quando l’escavazione dell’alveo si attenua fino ad arrestarsi, è un profilo rettilineo corrispondente a quello della pendenza di equilibrio dell’attrito secco (da 35 a 40°). (Nei climi favorevoli alla vegetazione forestale questa si forma dal momento in cui la pendenza raggiunge i 50°; i tronchi frenano allora la caduta dei blocchi). Infine l’usura per formazione di ciottoli si arresta e il versante può perdere materiale solo se i detriti si assottigliano sufficientemente così da permettere a tutti gli altri modi di trasporto di intervenire. Il versante regolarizzato è allora percorso da un flusso di colluvi, la cui portata aumenta verso valle molto lentamente, cioè nella misura in cui i progressi della degradazione meteorica aggiungono, alla base dei suoli di alterazione, un nuovo strato di detriti che possono venir messi in moto dato il loro modesto diametro. L’accrescimento di questo strato è dell’ordine di grandezza da 1 mm. a 1/100.000 mm. all’anno, mentre la velocità di spostamento dei detriti in transito va dal centimetro all’ettometro all’anno: quest’ultima cifra riguarda il ruscellamento. Questo accrescimento varia in funzione dello spessore dei suoli di alterazione preesistenti e il suo valore massimo dipende dal clima e dal tipo di alterazione predominante. In ogni punto, l’abbassamento della superficie del versante è funzione non solo della pendenza e dello spessore locali, ma anche della velocità di circolazione a monte e a valle. L’evoluzione in ogni punto può essere definita come la differenza tra la portata dei detriti che provengono da monte e di quelli che partono verso valle. All’estremità del versante, in situazione di equilibrio, il corso d’acqua si limita a portare via ciò che riceve, almeno alla scala del secolo. L’impiego del calcolatore elettronico ha permesso, dal 1960, la costruzione di modelli rappresentanti la successione dei profili trasversali nel tempo, a partire da certe ipotesi sui fattori determinanti la velocità di trasporto (A. Scheidegger, A. Young, F. Ahnert, H. Gossmann). Tuttavia molti di questi schemi non sono sufficientemente realistici, perché trascurano, quale più quale meno, il principio per cui una sezione di versante può retrocedere parallelamente a se stessa solo se i detriti si spostano sulla sezione a valle. Ciò vale in particolare per molti modelli di Scheidegger e anche di Young, dove il settore a valle ha una pendenza quasi nulla. Questo è possibile unicamente quando entra in gioco la sola usura chimica; inoltre in questo caso le pendenze ripide si fanno ancora più erte, perché le acque non si saturano sulla verticale in cui cadono. Tuttavia la costruzione di questi modelli ha permesso di confermare o di precisare bene relazioni concepite fino allora in modo assai vago. Il creep e altri modi di trasporto lento, dove la velocità di spostamento dei detriti non dipende che dalla pendenza, imprimono a tutto l’insieme del versante un andamento convesso (perché l’esposizione alla degradazione meteorica diminuisce verso la base). Al contrario, il trasporto per ruscellamento che, come la portata liquida, cresce verso il basso, e, in modo più generale, ogni forma di spostamento la cui velocità aumenta in funzione della distanza dalla sommità del versante, tendono a sviluppare la concavità. Se in f(L)m.m. è >1, il versante è interamente concavo; se m. è compreso tra 0 e 1 esso è convesso-concavo (secondo Kirkley che, tuttavia, non tiene conto della legge di accrescimento di spessore dei suoli di alterazione). In un regime di equilibrio perfetto, lo spessore del suolo è approssimativamente eguale dall’alto al basso. È logico che nel settore concavo l’aumento della percentuale d’acqua e l’assottigliamento dei detriti (quelli che provengono dalla sommità possono essere stati esposti alle intemperie da più di mille anni) permettono lo smaltimento di una portata solida tanto maggiore quanto minore è la pendenza.  È normale che nel corso di questa evoluzione lo spessore dei suoli di alterazione vada aumentando perché diminuisce la pendenza. La lentezza del deflusso solido si traduce nell’assottigliamento delle particelle e nell’apparizione di orizzonti distinti nel suolo non perturbato da movimenti collettivi sensibili. Questa evoluzione è tuttavia frenata dal fatto che l’aumento di spessore e di finezza dei detriti accresce la loro velocità di spostamento. Tuttavia la diminuzione della dimensione dei detriti portati al corso d’acqua e anche la diminuzione della loro quantità sono responsabili del fatto che il corso d’acqua ritrova una capacità di erosione, poiché la sua capacità di trasporto non è più saturata. Da ciò un’accelerazione del flusso dei detriti sul versante, che frena a sua volta l’erosione verticale. Così il profilo di equilibrio longitudinale provvisorio del corso d’acqua si approfondisce, ma sempre più lentamente, fino a quello che si avvicina al profilo definitivo ideale, nel quale i versanti perdono sostanze solo in soluzione. Queste induzioni si accordano male con la nozione di uno steady state nel quale le forme non si modificherebbero più con il tempo.

2) L’erosione marina. Fenomeno tipico dei versanti scalzati dal mare. Un caso particolare è quello dei versanti scalzati alla base dal mare. Per un gran numero di rocce, ivi compresi i calcari compatti, l’attacco del mare fa indietreg­giare la roccia, generando falesie subverticali. Si tratta soprat­tutto di un mitragliamento da parte dei ciottoli, essendo l’azione meccanica delle onde tanto più forte quanto più lunga è la corsa del vento e della mareggiata. Le pressioni sono massime quando esistono sacche d’aria che diminuiscono l’energia riflessa e quando interviene la cavitazione. Vi si aggiunge una disgregazione granulare dovuta ai sali e, quanto al calcare, una dissoluzione chimica che scava una nicchia al livello medio dei mari; infine il gelo, alle alte latitudini. Nelle rocce resistenti come il granito, invece, le falesie sono rare (Costa Brava). Le onde più forti si limitano a portar via completamente i suoli di alterazione e ad accelerare la disgregazione granulare. L’erosione differenziale è capace di scolpire forme di dettaglio (filoni scavati in corridoi che penetrano in grotte), soprattutto nelle prime fasi della trasgressione; ma nell’insieme l’erosione marina tende a rettificare le frastagliature della topografia continentale; infatti fenomeni di rifrazione concentrano la forza delle onde sui promontori, mentre le valli trasformate in baie sono sbarrate da cordoni litoranei costruiti dalla corrente di deriva in un settore in cui le onde divergono. Le misure e le osservazioni precise, in scala storica, hanno dimostrato che non bisognava tenere in conto eccessivo la velocità di arretramento di una falesia, anche quando si tratta di una roccia così poco resistente come la craie (Normandia). Ma non bisognerebbe neppure sottovalutarla. L’esame globale del paesaggio o di una carta dimostra che l’erosione marina, a partire dalla trasgressione postglaciale (fino a 10,000 anni fa), è molto più rapida dell’insieme dei processi continentali: tuttavia la piattaforma di abrasione alla base della falesia si sviluppa facilmente solo a spese di un bassopiano. Infatti se il crollo delle rocce a strapiombo raggiunge uno spessore elevato, ci vuole molto tempo perché questi blocchi siano ridotti a una dimensione tale da poter essere portati via dalla corrente di deriva litoranea, o portati al largo dal riflusso delle onde (undertow). Affinché quest’ultima azione si verifichi, è necessario che la piattaforma di abrasione abbia una pendenza assai forte. orbene, l’arretramento della falesia riduce ovviamente questa pendenza a meno che contemporaneamente non si elevi il livello del mare. Ritroviamo qui una condizione critica che limita l’arretramento di un versante ripido parallelamente a se stesso. Per queste ragioni si pensa che le superfici di abrasione marina estese, che sono state fossilizzate in diverse epoche geologiche, non rappresentino che una modifica delle superfici di spianamento continentali.

 

i rilievi carsici

Nelle regioni carsiche sono abolite le leggi normali della gerarchizzazione degli alvei e dei rilievi d’interfluvio fino a un livello di base lontano, almeno per una gran parte del ciclo. I versanti sfociano in depressioni chiuse di ogni dimensione, che vanno dalla dolina (da qualche metro a qualche decina di metri di diametro) fino al polje (di parecchi km.), passando per l’uvala. In questi casi lo scorrimento sotterraneo ha la prevalenza su quello superficiale. Questa situazione risulta dai seguenti fattori: a) l’anidride carbonica prodotta nel suolo e più pesante dell’aria aumenta la solubilità del calcare molto più di quella delle altre rocce (da 1 a 5 per il calcare e da 1 a 1,5 per i silicati, al massimo); b) a differenza delle rocce cristalline (comprese le arenarie), i calcari puri lasciano un residuo minimo (3% contro l’80% dei graniti). Ne consegue che ogni fessura allargata dalla dissoluzione resta aperta, spianando la via a un rivolo liquido di diametro superiore al precedente e di conseguenza capace di provocare un’ulteriore dissoluzione poiché il rapporto tra volume d’acqua e superficie di contatto è più elevato.
Lo sprofondamento del deflusso che utilizza le principali fessure aperte più che i pori stretti dove l’acqua è presto saturata, è una operazione lunga in una massa calcarea esposta da poco alle intemperie. Ma questa può proseguire fino al di sotto del livello di base quando l’acqua è sotto pressione, ed è capace di disciogliere maggior quantità di CO2. Le caverne formatesi all’intersezione delle gallerie nella direzione delle principali diaclasi provocano dei cedimenti che hanno dei contraccolpi in superficie e danno luogo a una dolina circolare, modellata in seguito dalla dissoluzione superficiale. Quest’ultima, nelle stesse condizioni strutturali, è sufficiente a creare una dolina. Nelle regioni tropicali, il deflusso superficiale verso la dolina è meglio gerarchizzato; ogni linea di frattura principale è seguita da valli asciutte, separate da valichi molto bassi e individuanti dei mammelloni. Questo suggerisce che la dissoluzione superficiale è più importante che nelle zone temperate. Dalle misure effettuate (ma non superano qualche decina) non ci sono differenze sistematiche tra la percentuale di COdelle acque superficiali (60 mg./l.). Se questo viene confermato, bisogne­rebbe pensare che la concentrazione del ruscellamento, maggiore nella zona tropicale, costituisce il fattore decisivo che favorisce la dissoluzione superficiale a spese di quella sotterranea. Spesso forme carsiche a doline rotonde e a mammel­loni sono abbastanza regolari da prestarsi a un’analisi morfo-metrica.
Molti polja sono fosse tettoniche poco modificate, nelle quali l’originalità consiste nel fatto che gli Horst che li delimitano all’esterno sono superati con condotti sotterranei (Appennino). Si conoscono però ugualmente numerosi casi in cui il polje è una forma di erosione incisa nella massa calcarea dura. Si passa allora da una superficie di accumulo alluvionale a una superficie di spianamento erosivo perfettamente regolare, di pendenza molto debole, e che entra in contatto con pareti che possono essere subverticali nel carso a torrette della zona tropicale umida, mentre altrove hanno pendenze modeste. Nella formazione dei polja si distinguono pertanto diversi processi. Si può considerare che la montagna sia traforata per il crollo delle volte di una moltitudine di caverne; di fatto, nelle zone carsiche dell’Asia di SE, i corsi d’acqua passano da un alveo all’altro attraverso brevi sezioni ancora in tunnel. Ma questo meccanismo non può dare superfici di spianamento regolare e non fa che preparare il loro avvento che è determinato dalla dissoluzione esercitata da falde di inondazione più o meno temporanee. La decomposizione di una vegetazione specializzata, al riparo dell’aria, fornisce inoltre acidi organici del tipo acetico, capaci di disciogliere il calcare. Le capacità di aggressione sono accresciute quando il polje è alimentato da acqua, non da sorgenti carsiche già molto ricche di bicarbonati disciolti, ma da acque superficiali circolanti su rocce impermeabili e non calcaree. Da ciò la frequenza dei polja di contatto tra rocce calcaree e scistose (Tauri, Uiamaica, e simili). Le pareti subverticali del carso a torrette, specifiche del clima tropicale umido, possono essere interpretate sia come pareti di grotte crollate, sia come falesie di scalzamento chimico operato dalla falda freatica (sono identificabili dalla loro nicchia di base). Esse non possono arretrare che molto lentamente, per le stesse ragioni delle falesie marine. Le superfici di corrosione chimica conservano una pendenza quasi nulla perché il calcare è trasportato in soluzione. Le falesie della zona temperata non superano qualche metro; è infatti probabile che le acque della falda freatica si siano limitate a ‘digerire’ i blocchi calcarei discesi dai versanti e isolati sia per crioclastia, sia per un processo bio-chimico al livello delle radici.

 

le forme di accumulo fluvio-marine

A differenza dei processi di erosione in rocce dure, i processi di accumulo sono fenomeni rapidi, osservabili su scala storica e facilmente riproducibili in modello ridotto. Essi sono provocati sia da una rottura di equilibrio climatico che aumenta il rapporto carico/portata, sia da una perturbazione tettonica, sia per il contatto normale tra il deflusso fluviale e il livello di base marino.
Le più grandi forme di accumulo risultano dal colmamento di una depressione tettonica a subsidenza lenta, o da una depressione di erosione.

In quest’ultimo caso c’è un passaggio da una situazione di equilibrio al colmamento tramite alluvioni. I bordi del letto fluviale, generalmente a meandri, non cessano di innalzarsi sotto forma di due argini; infatti al momento delle piene, quando il fiume inonda le sponde, deposita su quest’ultime il materiale in sospensione, poiché c’è una brusca riduzione di profondità, quindi diminuzione di velocità. Queste dighe naturali permettono al fondo del letto di sopraelevarsi (fiume pensile) senza cambiamento, almeno per le portate normali, dalla sua sezione trasversale; ciò fino al momento in cui il fiume rompe una di queste dighe e imposta un nuovo corso nella piana vicina. Ripetendosi a più riprese questo processo, a un dato istante la pianura è suddivisa in una sorta di reticolato, con bracci fluviali morti e altri attivi. Ma sulla scala geologica dei tempi, una sezione nell’insieme del materiale riportato farebbe apparire delle lenti di sedimenti grossolani, corrispondenti alla posizione dei letti successivi, alternati a fanghi deposti nella piana d’inondazione.
Le pianure alluvionali più vaste si estendono a spese dei laghi o dei mari. L’azione è particolarmente rapida quando il fiume costruisce un delta in uno specchio d’acqua poco profondo. L’ossatura è sempre costituita da argini sabbiosi che accompagnano ogni braccio. Quando il fiume invade le acque dei laghi e dei mari agitati da movimenti irregolari, si presenta come una corrente che agisce sulle pareti laterali, presso le quali deposita la maggior quantità di alluvioni in sospensione. Al centro del letto, la diminuzione di velocità verso il basso è più rapida. La migrazione dei bracci del delta si verifica come nelle pianure alluvionali continentali; tuttavia, sotto l’effetto della turbolenza la corrente si allarga e si smorza fino alla costruzione di una barra, respinta dall’azione delle onde che ridistribuiscono il materiale sabbioso.

Negli oceani a forti maree, l’azione di deposito a opera dei fiumi progredisce meno velocemente e il delta interno a monte degli estuari è trascurabile. Durante l’alta marea la corrente di flusso porta dei fanghi che si attaccano alle pareti per aderenza superficiale; a bassa marea, benché si sommino in quel momento le correnti fluviale e di riflusso, solo le sabbie sono trascinate a valle così lontano per cui il loro deposito non emerge. D’altronde a parità di condizioni nel caso dei delta come in quello degli estuari, la componente dei movimenti verso il largo è la stessa, cioè è rappresentata dall’avanzamento fluviale. Se l’estuario è tenuto sgombro dall’azione delle maree, ciò è dovuto, sembra, al fatto che una corrente fluviale debole e regolare ha minore capacità di trasporto di un flusso che subisce grandi variazioni, ora bloccato dalla marea montante, ora rinforzato dal deflusso, mentre nel fondo del letto la risultante è diretta verso valle.
Il mare contribuisce attivamente al colmamento delle baie. Comincia dapprima col costruire un cordone litoraneo sabbioso: la capacità di trasporto delle onde è stata valutata sia sul terreno che matematicamente (R. A. Bagnold). Poi i fanghi si depositano sulle lagune marittime a riparo del cordone o sul fondo di una baia a pendenza molto debole. Nella bassa slikke, il fango è completamente nudo e solcato da canali multipli di cui gli uni sono formati dalle correnti di flusso e gli altri dalle correnti di riflusso. Nei canali, lo scorrimento della marea discendente è laminare, e ciò permette al fango di depositarsi in modo tale da resistere, per adesione superficiale, alla successiva corrente della marea montante. L’alta slikke è occupata dall’acqua viva solo durante le alte maree; in essa una vegetazione alofila frena il movimento dell’acqua e accelera la sedimentazione, così da formare lo schorre invaso solo dalle maree eccezionali. La sua copertura vegetale, più abbondante, si decompone in torba impregnata d’acqua.

Certi autori hanno pensato che ogni riempimento dovrebbe avere un andamento regressivo, cioè che risale a monte lungo le valli fluviali. Questa ipotesi è stata contestata in Francia da J. Bourcart e negli Stati Uniti da L. B. Leopold, la quale si basa sul fatto che il riempimento dei laghi di sbarramento artificiale non comporta fenomeni di questo genere. È ben chiaro che un riempimento regressivo può apparire solo se il corso d’acqua subisce un allungamento che lo porti a diminuire la sua pendenza.

I laghi di sbarramento colmati sono di dimensione troppo piccola perché questo processo possa essere verificato; inoltre non si trovano sempre lungo corsi d’acqua in equilibrio.

 

il dominio della foresta sempreverde umida

Le condizioni climatiche ottimali per la maggior parte dell’anno lasciano a ogni specie, spesso a ogni individuo, il ritmo vegetativo proprio. Non ci sono stagioni privilegiate per la fioritura, né per lo sboccio delle gemme né per la caduta delle foglie, né per la crescita degli anelli del tronco.
Tuttavia questa esuberanza si limita da sé, perché la continua volta superiore priva di luce il sottobosco che copre male il suolo, e i giovani alberi, quasi senza rami, attendono la caduta di un albero vecchio per potersi aprire un varco.
L’assenza di stagione fredda o secca (alla quale bisogna aggiungere il lungo periodo geologico durante il quale la foresta si è evoluta) spiega come un gran numero di generi e di famiglie vi abbia trovato posto. Questa foresta permette anche espressioni di vita sconosciute sotto altri climi. Le più sorprendenti, nella loro diversità, permettono alle epifite di vivere molto al di sopra del suolo, mentre foreste specializzate hanno potuto occupare le paludi d’acqua dolce, i pantani marittimi salati e la sabbia delle rive ventose.

Nella varietà delle forme, è difficile distinguere quello che è uno ‘scherzo della natura’ o un adattamento utile. Per esempio la presenza di radici contrafforti rientra forse in questa seconda categoria in quanto permette agli alberi di resistere al vento, nonostante il loro apparato radicale spesso superficiale, che sembra dipendere dal notevole ingombro dei suoli. Questi ultimi, malgrado lo spessore considerevole del materiale di alterazione (spesso molte decine di metri) non assicurano che un’alimentazione precaria in N, P, K e Ca; le riserve in elementi nutritivi, infatti, sono molto scarse, perché le argille caolinitiche dominanti hanno una debole capacità di scambio, mentre gli ioni H+ e Al3+ costituiscono gran parte del complesso adsorbente e la materia organica è rapidamente distrutta dai Batteri.

Infatti la foresta vive in circuito chiuso, recuperando pian piano le sostanze nate dalla propria decomposizione, non solo per l’assorbimento delle radici, ma anche grazie ai micorrizi. Da ciò deriva la difficoltà di ricostituire la foresta, quando è distrutta, poiché la roccia madre racchiudente le sostanze nutritive si trova fuori del raggio di azione delle radici.

A causa della varietà floristica e della grande dimensione degli alberi, la conoscenza della loro fisiologia si trova in notevole ritardo rispetto a quella della foresta temperata. Tutt’al più si possono citare misure di traspirazione e di assimilazione di foglie isolate, con ricerche un po’ più coordinate per ciò che riguarda un albero del sottobosco, l’albero del cacao. In ragione anche delle condizioni favorevoli offerte dall’ambiente, sembra che l’attività vitale sia media. L’assimilazione clorofilliana per unità di superficie non è particolarmente elevata. Senza dubbio si verifica per tutto l’anno, ma per i grandi alberi il deficit di saturazione dell’atmosfera a metà del giorno provoca la chiusura degli stomi. La respirazione preleva il 75% della COassimilata contro il 50% della foresta di faggi; ciò significa che l’energia impiegata nella trasformazione degli zuccheri in proteine è relativamente più grande.

La quantità d’acqua evapo-traspirata da questa massa vegetale è relativamente debole, circa 1,200 mm. l’anno su una precipitazione totale di 2,000 mm. Ciò si deve al fatto che l’evaporazione si limita da sé in quanto alimenta la nebulosità e l’umidità dell’aria. Poiché il suolo, molto spesso, racchiude importanti riserve di umidità malgrado la presenza di radici superficiali, la foresta può sopportare due o tre mesi di stagione secca durante i quali le precipitazioni scendono al di sotto di 100 mm.


azione dell’acqua sui versanti

L’enorme spessore dei suoli di alterazione, che sono principalmente argille caolinitiche, talvolta cementate in pseudo-sabbie da idrossidi di ferro, esprime una diseguaglianza fondamentale: la decomposizione chimica è relativamente più rapida degli agenti di trasporto sui versanti, almeno nel campo dei rilievi cupoliformi (demi-oranges) la cui pendenza massima non supera i 25-30°. L’orizzonte colluviale superficiale, in movimento sotto l’effetto di forme diverse di creep mal studiate, non supera i 2 metri e non è ancora sicuro se sia stato messo in movimento in un’epoca di crisi climatica che ha distrutto la foresta. In ogni caso, in superficie il ruscellamento, tanto in Costa d’Avorio che in Brasile, è più importante che sotto la foresta temperata a causa della debole protezione del suolo da parte della vegetazione vivente e morta. Nella parte centrale della Costa d’Avorio, ad esempio, si è stimato che la frazione d’acqua ruscellante corrisponda all’1% delle piogge totali; essa è tuttavia capace di trasportare 600 kg all’ettaro, cioè uno strato di 1/50 mm. (soprattutto di limi o argille). La maggior parte dell’acqua che è sfuggita all’evaporazione fisica (gocce d’acqua trattenute dalle foglie, circa 300 mm.) e alla traspirazione (circa 900 mm.) s’infiltra. Una debolissima frazione scivola in drenaggio obliquo su un orizzonte argilloso compatto, spesso rosso, situato sotto l’orizzonte colluviale. La maggior parte raggiunge la base dell’orizzonte di alterazione dove trova un ambiente poroso, che ha perduto molti elementi, e debolmente argilloso. Essa non torna in superficie se non alla periferia dei demi-oranges, sotto forma di molteplici piccole sorgenti.
Il deflusso dei piccoli corsi d’acqua reagisce rapidamente alla discontinuità dei rovesci, dato che i suoli di alterazione sono generalmente vicini alla saturazione. Ma le riserve sono capaci di sostenere la portata media di tali corsi d’acqua durante una stagione arida di 2 o 3 mesi.

Sempre nelle rocce cristalline, nelle regioni a debole rilievo, la cripto-decomposizione scende a un livello inferiore ai corsi d’acqua principali; la superficie della roccia intatta offre un rilievo irregolare, che non è sempre conforme al rilievo superficiale. Ma questa azione chimica è rallentata come la stessa circolazione sotterranea.

La misura dell’erosione chimica è data dall’analisi delle percentuali di sostanze disciolte dalle acque di sorgenti e dai corsi d’acqua; ma offre un’enorme variabilità. All’inizio queste acque dovrebbero essere più ricche di silice, perché i suoli di alterazione caolinitici mostrano un processo di desilicizzazione molto più imponente di quello della zona temperata. Tuttavia certi corsi d’acqua, come quelli della Costa d’Avorio studiati da G. Rougerie, non differiscono molto da quelli della zona temperata; si tratta di un altro esempio di contraddizione apparente tra i risultati di una misura di processo attuale e i risultati globali di questi processi. Nell’insieme sembrerebbe sicuro che il rapporto silice/cationi basici sia più elevato nelle foreste sempreverdi.

Con gli stessi dati si può avere un’idea della velocità di formazione dei suoli di alterazione: sembra che occorrano da 30 a 50.000 anni per trasformare in caolino tutta la silice combinata da una roccia granito-gneissica.

 

i tipi di rilievo

Nelle regioni poco accidentate, l’organizzazione del rilievo in demi-oranges da 500 a 1.500 m. di diametro, per una gamma di rocce estremamente varie, pone un quesito imbarazzante. Tutto avviene come se, per l’abbondanza delle piogge, bastassero apporti liquidi di due versanti, anche di modesta superficie, per attaccare linee di frattura poligonali.
Almeno nel caso del carsismo a mammelloni questo attacco avviene per dissoluzione chimica delle acque di ruscellamento e di deflusso ipodermico. Nel caso dei versanti granito-gneissici, e anche arenacei, sembra che la convessità del loro profilo sia mantenuta da modesti crolli provocati dalle piccole sorgenti periferiche; i detriti così sparsi sono trasportati dai rivoli d’acqua che si gonfiano dopo i grossi acquazzoni. Questo arretramento dei versanti ripidi parallelamente a se stessi è tuttavia limitato dal fatto che le falde non possono allargarsi indefinitamente. D’altra parte per la scarsa imponenza del rilievo (da 50 a 100 m.) il ruscellamento proprio del versante non raggiunge uno spessore sufficiente per modellare un profilo concavo. La convessità dei mammelloni calcarei è necessariamente dovuta a una causa, probabilmente un’accelerazione dell’escavazione verticale che segue il crollo delle doline. È un esempio di convergenza di forme identiche risultanti da processi diversi.
Nelle regioni montagnose, i grandi versanti prendono al contrario precocemente una curvatura concava. I suoli di alterazione sono ancora spessi e a granulometria fine perfino su pendenze di 60°. Periodicamente sono portati via da frane cospicue che sono determinate dal sovraccarico d’acqua portata da un rovescio o da un tifone; una circostanza favorevole è il contatto brutale con la roccia intatta, più frequente nelle zone basiche, ma che esiste anche nelle rocce granitiche dove le diaclasi parallele alla parete sono alternativamente molto serrate e molto allargate. L’optimum è realizzato con pendenze di 45° per le quali lo spessore dei suoli è ancora notevole, come è stato mostrato in uno studio quantitativo dei versanti basaltici delle isole Hawaii. Ne risulta una perdita di materiale da 0,5 mm. a 1 mm. all’anno. Ma questi fenomeni si limitano da se stessi con l’apparizione delle superfici rocciose nude, delle lastre sommitali delle docce fluviali e dei ‘pan di zucchero’, per i quali la ricostituzione del mantello iniziale del suolo di alterazione e della foresta è lunga. Durante questo tempo la superficie rocciosa dotata di una relativa immunità si ingrandisce verso la base.

irregolarità dei letti fluviali

Se si abbandonano le valli di primo ordine che delimitano mammelloni e demi-oranges, la cui incisione è precoce, la regolarizzazione del profilo longitudinale dei corsi d’acqua avviene con difficoltà. Tale profilo, infatti, è interrotto da cascate e cateratte in corrispondenza delle rocce più dure e ciò anche per grandi complessi vicini al livello di base. Questo arresto dell’erosione lineare è stato denunciato da molti autori come la caratteristica climatica più originale della zona tropicale umida, ivi compresa l’area dei monsoni (J. Tricart, J. P. Bakker, H. Bremer).

La spiegazione proposta fin dal 1940 da E. de Martonne, sulla base delle sue osservazioni in Brasile è che il corso d’acqua abbia scarso potere erosivo, perché i versanti gli forniscono solo argille, fanghi e al massimo sabbie quarzose, a differenza di ciò che avviene alle alte e medie latitudini. Nei tratti intermedi fra le cascate, la pendenza è debole perché il carico imposto al corso d’acqua è di diametro ridotto. Per Bremer, questi stessi tratti, come tutto l’insieme del letto fluviale, non sono dovuti all’erosione meccanica, ma alla decomposizione chimica, favorita dall’abbondanza del drenaggio ma sfavorita, si può aggiungere, dal più debole tenore di CO2, all’opposto di ciò che avviene sul fronte di alterazione dei versanti.
Non bisogna tuttavia immaginarsi i letti tropicali come del tutto sprovvisti di ciottoli. I filoni di quarzo ne forniscono quantitativi abbondanti che sono trasportati sui tratti intermedi solo all’epoca delle piene. Se ne trovano pure strappati. alle rocce cristalline nelle valli di montagna, soprattutto quelle che sono scosse da terremoti (Nuova Guinea). D’altronde una parte dei fenomeni che osserviamo oggi corrisponde ad uno stato di squilibrio in cui i corsi d’acqua affondano il loro letto negli antichi suoli di alterazione; allora, quando incontrano una grossa massa di granito, essi la scavalcano senza riuscire ad intaccarla.

 

LA ZONA CALDA A STAGIONI ALTERNATE UMIDE E SECCHE E IL MOSAICO FORESTA-SAVANA

 

i monsoni

In questi climi, il più caratteristico dei quali è regolato dai monsoni, le condizioni del deflusso dell’acqua, i ritmi biologici, i differenti aspetti dell’azione pedogenetica ed erosiva sono sottoposti a un forte contrasto stagionale. Come sempre, la nostra conoscenza del destino dell’acqua sopra e sotto i versanti non è che qualitativa, salvo alcune rare eccezioni. Nelle colline del Dahomey settentrionale, per esempio, i violenti acquazzoni della stagione piovosa penetrano nei suoli di alterazione disseccati e bastano ad alimentare una falda freatica che persiste nella stagione asciutta (inverno), durante la quale la sommità della falda si abbassa di 8 m. nelle colline, principalmente per evaporazione. Soltanto i grandi fiumi che vengono dal Sud hanno un corso regolare. Durante la stagione piovosa, la falda emerge nelle aree basse che sono in tal modo trasformate in acquitrini in meno di 5 settimane. Una parte piuttosto rilevante dell’acqua caduta scorre (dal 3 al 10% nella savana, dove le foglie delle erbe esercitano una ritenzione dell’acqua più debole che nella foresta), ma le misure della capacità di trasporto in prodotti solidi da parte di questo ruscellamento hanno dato risultati molto differenti, che vanno da un intervallo di 2/10 di mm. a 2/1.000 di mm. (per un’esatta valutazione, però, bisognerebbe confrontare solo appezzamenti di egual superficie e occupanti la stessa posizione nel bacino).

L’alterazione delle rocce avviene come sotto la foresta sempreverde (predominio delle argille caolinitiche), ma è sospesa nella stagione secca negli strati superiori, e rallentata entro le falde freatiche che sono immobili, quindi vicino alla saturazione. Una caratteristica originale è la formazione di croste di accumulo globale ferruginose sui ripiani terminanti nelle zone basse. La circolazione dei composti del ferro nella stagione piovosa avviene sotto l’azione di complessi organici; questi sono poi distrutti dai batteri e il ferro precipita allo stato di idrossidi di ferro cristallizzati (goethite) o di ossidi di ferro disidratati (ematite) sui pori aerati, perché il livello della falda si abbassa lentamente. Per un meccanismo puramente pedologico la crosta può formarsi anche su pendenze di 15-20°. Un po’ più a valle, negli acquitrini temporanei, si formano montmorilloniti per sintesi della silice, del magnesio e del ferro trasportati dal deflusso ipodermico.

 

il mosaico foresta-savana

Il mosaico foresta-savana occupa la maggior parte di questo dominio climatico. Esso compare a partire dal momento in cui la stagione secca supera i 3 mesi. Le isole forestali sono composte, nelle regioni più piovose, da un insieme di alberi sempreverdi e di alberi a foglie caduche, che sono in genere i più alti e quindi i più esposti all’evaporazione. Questi ultimi hanno spesso una crescita più rapida e un’assimilazione clorofilliana più attiva, per esempio il teck dell’Asia monsonica. È un fatto noto che gli alberi a foglie caduche compensano il periodo di riposo con una maggiore attività vitale. Se si allunga il periodo secco o diminuiscono le precipitazioni totali, si giunge a una foresta più aperta in cui aumenta la quantità delle piante erbacee nel sottobosco.

La savana può trovarsi in contatto con questi differenti tipi di foreste. L’assimilazione clorofilliana delle Graminacee è intensa nella stagione piovosa, poiché gli stomi rimangono aperti tutto il giorno fino all’essiccazione. Le proteine che si trovano nella foglia giovane sono state già incamerate nei rizomi sotterranei che, nella stagione secca, traspirano debolmente. L’inizio della nuova generazione di foglie, d’altronde, non attende le prime piogge. Queste erbe perenni sono associate in proporzioni variabili ad alberi di taglia ridotta e di lenta crescita, a foglie sia caduche sia xero-morfe sempreverdi. Lo sviluppo delle ipotesi che spiegano la localizzazione delle savane è un buon esempio di progresso scientifico a spirale. 1) Poiché il centro di gravità dell’area delle savane sì pone nel dominio caratterizzato da un’accentuata stagione secca (da 4 a 8 mesi) la prima spiegazione proposta da Schimper riguardo all’assenza di foresta era basata unicamente su cause climatiche. Al contrario degli alberi che hanno importanti organi permanenti superficiali, le erbe si adattano a una stagione piovosa breve alimentandosi da uno strato di suolo poco spesso. 2) Molto presto si è visto che in effetti la savana non costituisce una zona, ma si associa a mosaico con isole di foresta densa a foglie caduche e anche a foresta mista (con elementi a foglie persistenti). D’altronde i piccoli alberi della savana sono assuefatti ai fuochi della boscaglia con la loro riproduzione vegetativa e la loro spessa scorza. Da ciò il concetto sostenuto, in forma enfatica, da A. Aubreville, secondo il quale l’uomo è responsabile della distruzione della vegetazione originale, avendo il fuoco eliminato quasi completamente una foresta aperta a tappeto graminaceo combustibile (che sopravvive nei boschi sacri o dietro la protezione che le rocce offrono all’avanzare delle fiamme). Per le savane incluse nella foresta sempreverde, il dissodamento ha dovuto precedere il fuoco. 3) Tuttavia si è costretti a constatare che la savana esiste nelle regioni che hanno subito debolmente l’azione dell’uomo (Australia). Gli studi locali si moltiplicano, mostrando che il mosaico foresta-savana si sviluppa in una stessa zona climatica, poiché la vegetazione è differenziata dallo stato dell’acqua nel suolo, esso stesso variabile in funzione del rilievo e della litologia (sudamerica, lavori del gruppo Orstom in Africa occidentale). Nel sudamerica, sembra che la savana sia localizzata negli altipiani e nelle aree basse inondabili.

Dalle osservazioni precedenti si possono trarre le seguenti conclusioni. 1) La presenza di una crosta ferruginosa intatta è un ostacolo all’impianto degli alberi a lunghe radici, i soli che possano sopravvivere nella stagione secca. Inoltre l’evoluzione pedologica prolungata per decine di milioni d’anni ha impoverito i suoli degli elementi minerali indispensabili per gli alberi a rapida crescita. L’importanza di questi ultimi fattori è stata colta soprattutto dalla Scuola di Sào Paulo, che ha mostrato come i piccoli alberi rachitici di un cerrado allunghino le loro radici fino in vicinanza di una falda freatica molto profonda e continuino a traspirare liberamente nella stagione secca; non si può dunque attribuire la presenza della savana al regime idrico. 2) Avvicinandosi ai bordi dell’altopiano, le croste sono spesso intaccate da fenditure che le lunghe radici utilizzano per raggiungere la falda freatica nella stagione secca: falda che è alimentata grazie a queste stesse fenditure. Piccole sorgenti appaiono alla base della cornice ferruginosa; inoltre, sul versante, i suoli sono più giovani, quindi più ricchi in minerali potassici e calcici. La foresta può svilupparsi a condizione che le argille di questi suoli trattengano abbastanza acqua durante la stagione secca. Nella Costa d’Avorio centrale e occidentale, un gruppo Orstom, cercando di verificare questo concetto, ha mostrato che la foresta densa è possibile là dove la granulometria è sufficientemente fine, per cui il periodo durante il quale l’umidità del suolo è inferiore al punto di inaridimento non supera 2 mesi consecutivi al di sotto di 50 cm. di profondità. Ciò si verifica soprattutto negli scisti. Al contrario la savana si impianta sulle sabbie granitiche, più permeabili, dove tutto il suolo si trova al di sotto del punto di inaridimento per 5 o 6 mesi almeno. Sfortunatamente le misure di umidità sono state fondate su profili di 2 m. di profondità, cioè al di sopra del livello in cui gli alberi a lunghe radici possono trovare riserve nella stagione secca. 3) Nelle zone basse infine si ritrova la savana sulle argille a montmorilloniti, trasformate in melma nella stagione umida e in cemento screpolato nella stagione secca, ben al di sotto del punto di inaridimento. Gli alberi possono adattarsi all’una o all’altra di queste situazioni, ma non ad ambedue successiva­mente, ad eccezione di alcune palme a pneumatofori. Il confronto tra i punti B e C indica che deve esistere una granulo­metria ottimale per la crescita della foresta. Il disaccordo riguarda l’importanza relativa delle savane originali e delle savane secondarie. Nell’insieme gli esperti di foreste dell’Africa occidentale continuano ad attribuire la preminenza alle seconde. Per spiegare le savane interne, il cui sviluppo a spese della foresta sempreverde è difficile, molti pensano a soluzioni di compromesso: verso la fine dell’ultimo periodo freddo, foreste aperte a Graminacee si sarebbero sviluppate nel corso di una fase climatica molto secca, in una gran parte della zona della foresta sempreverde. Questa avrebbe successivamente ricolonizzato le regioni fisicamente più favorevoli e quelle in cui l’azione dell’uomo era più debole. Nelle regioni marginali dal punto di vista del bilancio idrico (esso stesso risultando dal clima e dalla granulometria) la foresta aperta è stata sostituita dalla savana sotto l’azione degli incendi di boscaglia.


le forme di erosione differenziale

Nell’insieme della zona calda (foresta e savana) le forme di erosione differenziale sono tanto più attenuate quanto più il clima è umido, conseguenza normale della prevalenza della decomposizione chimica e del ruolo relativamente debole del ruscellamento.

Tuttavia uno dei più importanti tratti del rilievo è costituito da grandi scoscendimenti di arenarie suborizzontali che hanno il ruolo di rocce dure in rapporto allo zoccolo cristallino e, dove affiora la roccia nuda, anche nei climi umidi (Cambogia meridionale, e simili). Bisogna attribuire la loro esistenza al fatto che: a) l’attacco chimico agisce più lentamente nei grani di quarzo e su un cemento composto sia di idrossidi di ferro, sia di caolinite, che nei feldspati delle rocce granito-gneissiche; b) il materiale disgregato è totalmente sabbioso e non può essere allontanato che tramite un ruscellamento molto attivo. Nei rilievi molto pronunciati, le pareti sono minate alla base dalle acque che sgorgano al contatto di banchi impermeabili o dello zoccolo che ha subito una cripto-alterazione. La ricolonizzazione da parte della vegetazione è più difficile che nei ‘pan di zucchero’ o inselberge, perché l’alterazione fornisce poca argilla. Nei rilievi poco pronunciati queste cornici non esistono, ma l’erosione differenziale chimica mette allo stesso modo in risalto le arenarie, anche debolmente cementate.

Il posto del calcare nella scala di durezza è stato oggetto di molte discussioni. Senza dubbio si conoscono casi in cui i punti culminanti di un sistema di mammelloni calcarei dominano alveoli spianati in granodioriti particolarmente poco resistenti (Giamaica), ma lo sviluppo di polja attivi rende più aperto il bordo delle masse calcaree. La dissoluzione superficiale trasporta da 60 a 100 mg/l a partire dai versanti calcarei, cioè più del doppio di quello che forniscono i versanti cristallini. Ma non bisogna dimenticare che il ruscellamento, in quest’ultimo caso soltanto, trascina argille e sabbie fini in quantità quasi eguale.
Infine gran parte dei grandi inselberge dei vecchi zoccoli è dovuta all’erosione differenziale. Come i sistemi morfo-genetici semiaridi hanno collaborato al loro modellamento, si vedrà in seguito.

 

LE REGIONI ARIDE E SEMIARIDE

 

il dominio semiarido

Si possono definire come semiaride le formazioni in cui le foglie dei vegetali al culmine della stagione favorevole non si toccano più - tenendo presente che questa situazione è generalizzata e si applica a tutti i versanti, a esclusione delle pendenze forti.
La lontananza tra gli individui è allora la conseguenza della necessità di raccogliere l’acqua caduta e sfuggita all’evaporazione su una superficie molto superiore alla corona.

Su un substrato sufficientemente mobile di rocce tenere o di suoli di alterazione, la distanza degli individui è regolata da questo principio e dalla concorrenza. Là dove la roccia dura è nuda, le radici possono impiantarsi solo dove le diaclasi sono distanti, perché devono ricevere l’acqua caduta su una superficie rocciosa minima che domina il pendio.

Soprattutto sulle pendenze deboli l’acqua utilizzabile è tanto più abbondante quanto più il suolo è permeabile. Nelle sabbie si stima che lo strato umido espresso in centimetri sia all’incirca uguale all’altezza delle precipitazioni espressa in mm. Quest’acqua che penetra facilmente, risale difficilmente per ascensione capillare. Così le dune messe in posto durante una fase erosiva più arida sono occupate da cespugli o ciuffi d’erba, il cui sistema di radici è molto sviluppato.

Salvo nel caso delle rocce arenacee spesse, l’infiltrazione è insufficiente a permettere la costituzione di una falda freatica. I corsi d’acqua, che non sono mai perenni, sono alimentati unicamente dal ruscellamento, prolungato da un deflusso ipodermico, ma hanno una grande portata per il loro forte tenore di fango. Al termine dello scorrimento endoreico, l’acqua non viene a mancare ma si arricchisce in cloruri e in solfati, concentrati per evaporazione e provenienti dall’acqua piovana e anche, eventualmente, dalle rocce salifere del bacino. Per un certo numero di piante specializzate, dette alofite, questi ioni non sono tossici, ma talvolta benefici.

L’aridità è un fattore fortemente limitante per quel che riguarda la disgregazione delle rocce compatte, specialmente nei semideserti caldi. Nei deserti a inverno freddo, anche poveri di neve, la crioclastia esercita invece un’azione non trascurabile su certi calcari o scisti.

Al contrario le rocce meccanicamente tenere, del tipo argillite, sono facilmente disgregate dalle alternanze di umidificazione e di essiccazione, alle quali si aggiunge la dissociazione per il gelo nei semideserti freddi. I detriti così disgregati sono messi in movimento dalla saltazione pluviale, dalla reptazione dovuta al gelo e all’alternanza di umidificazione-essiccazione delle argille plastiche, come dal ruscellamento che ha un ruolo preponde­rante. In un deserto a inverno freddo dell’Ovest americano, S.A. Schumm ha misurato uno spostamento per reptazione di 3 o 4 cm. all’anno. La perdita di sostanza totale per erosione meccanica di queste rocce tenere raggiunge un valore massimo per precipitazioni annuali di 300 mm., a giudicare dai trasporti dei corsi d’acqua elementari (ablazione di uno spessore annuale di 0,2 mm.). Le regioni semiaride a inverno freddo conoscono un’ablazione areolare, perché le fessure che il ruscellamento comincia a sfruttare nell’estate sono colmate in inverno.
L’usura rapida delle rocce tenere combinata con l’immunità delle rocce dure spiega sia la nitidezza delle forme di erosione differenziale nelle strutture sedimentarie come la rapidità di formazione dei pendii.

Pediments in rocce dure e pendii di erosione in rocce tenere sono localizzati di preferenza nel dominio semiarido e si può ben supporre che questo sistema bioclimatico sia responsabile della loro formazione, nonostante le oscillazioni climatiche del Quaternario. Ambedue pongono lo stesso enigma: la giustapposizione di superfici approssimativamente piane a rilievi ripidi normalmente incisi in interfluvi gerarchizzati. Il loro funzionamento è di facile osservazione. Talvolta il ruscellamento non concentrato, scorrendo lungo il versante si intensifica bruscamente arrivando sulla superficie piana, secondo la formula h=L•t/5°, ed assumendo una portata maggiore. Talvolta le acque utilizzando un alveo alimentato da un bacino di alcuni ettari si dividono in alcuni micro-canali anastomizzati. Talvolta infine un corso d’acqua più potente provoca la penetrazione del pediment a guisa di triangolo all’interno del rilievo residuo (embayment). Ma si tratta di capire perché si forma la superficie piana e perché essa ha tendenze analoghe, sia che si tratti di grandi uidian o di un semplice ruscellamento.
I pendii di erosione in rocce tenere, spesso posti nella famiglia dei pediments dagli autori americani, sono forme banali di erosione laterale fluviale che esistono ovunque la portata è irregolare: durante le piene il letto si allarga e si approfondisce, mentre durante le fasi di magra solo le incisioni sono colmate. Ma i pendii alla base dei versanti implicano che una debolissima superficie di alimentazione basti a provocare l’erosione laterale. Questi pendii si sono formati a più riprese nel corso del Quaternario, quando la fase di erosione si è generalmente conclusa con la messa in posto di una copertura di colluvioni-alluvioni, ricavate dalla cornice rocciosa.

Spesso il pendio inferiore non fa che sostituirsi al pendio superiore, ma naturalmente i pendii primitivi sono estesi solo perché la cornice delle rocce dure ha indietreggiato. La loro frammentazione è stata il risultato sia del gelo (per gli orizzonti semiaridi a inverno freddo) sia di un’alterazione chimica limitata alle fessure in un clima forestale antecedente. In un caso e nell’altro la loro messa in posto implica dei flussi molto irregolari di grande capacità. I periodi di incisione lineare sono stati rapportati sia a queste fasi forestali, sia, al contrario, a climi più aridi: sequenze climatiche molto diverse possono quindi condurre a risultati convergenti.

È un uso diffuso di riservare il nome di pediment agli spianamenti dello stesso tipo ma su rocce dure e sane, principalmente arenarie o rocce cristalline, che hanno la proprietà di passare direttamente dallo stadio di blocco a quello di sabbia.

Dopo gli studi di K. Bryan si sa che questa discontinuità di rilievo corrisponde a una discontinuità nella disgregazione delle rocce, che avviene sotto forma di blocchi o di sabbie.
Il fenomeno si verifica come se i corsi d’acqua capaci di trasportare i massi conservassero, per evacuarli, una pendenza forte come quella dei rivoli d’acqua che trasportano i granuli di sabbia. Conformemente allo schema proposto da Davis, l’acqua si limita a trasportare i detriti preparati dalla degradazione meteorica. La roccia è, infatti, troppo dura per essere livellata dall’abrasione fluviale laterale.

A differenza dei pendii di rocce tenere, i pediments si svilup­pano lentamente. Nell’Ovest degli Stati Uniti non se ne trova in genere che un piano, che ha cominciato a formarsi alla fine del Terziario, e che resta funzionale solo nelle regioni endoreiche dove il riempimento è continuato per la maggior parte del Quaternario; altrove i pediments subiscono un inizio di dissezione in groppe rotonde.

Il fattore limitante dello sviluppo è la paralisi dell’azione chimica, poiché il periodo di contatto tra acqua e roccia è breve, con la conseguente immunità delle pendenze ripide e anche delle parti emergenti dal pediment (contrariamente all’opinione di J. A. Mabbutt in “mantle controlled formation of pediments” in “American Journal Of Science”, 1966, CCLXIV, pp. 78-91). Quanto alla crioclastia, essa è senza efficacia sui graniti compatti. Basta una debole modificazione chimica perché le rocce granito-gneissiche siano ridotte in sabbia sotto l’azione della montmorillonite (frequente nella zona semiarida calda) o della vermiculite. Alla base dei versanti ripidi l’imbibizione è più prolungata, a causa delle acque ruscellanti provenienti dai versanti superiori; la pendenza tende dunque ad aumentare, ma su una breve distanza verticale, forse di 1 m. Perché questa erosione acquisti un carattere regressivo, occorre che siano presenti diaclasi di pendenza superiore a 40°, tali da isolare frammenti suscettibili di scivolare verso il knick umido per esservi digeriti. L’arretramento dei versanti ripidi parallela­mente a se stessi può portare l’intersezione degli interfluvi sotto forma di inselberge di posizione. Nei climi semiaridi, gli inselberge di durezza, refrattari alla disgregazione granulare (porfidi, apliti, e simili), hanno una straordinaria longevità a causa dell’immunità delle pendenze ripide. Essi sopravvivono nelle immediate vicinanze degli alvei principali, e anche nel corso di molti cicli di pedimentazione (J. Dresch).

Un carattere comune alle regioni aride e semiaride (ad eccezione dei deserti oceanici) è la perfezione e la finezza delle forme strutturali. Un banco duro o un filone di qualche metro di spessore sono messi rigorosamente in rilievo, quando negli altri climi i loro contatti con le rocce più tenere sono mascherati dai terreni colluviali. Questi risultano dal fatto che il trasporto dei detriti è opera del ruscellamento o del vento, agenti molto selettivi. Quest’ultimo è ancora più efficace perché agisce pure sulle selle e sugli interfluvi.


il deserto vero

1) Discontinuità dell’attività dell’acqua. Nei deserti totali continentali, la vegetazione è limitata ai siti lineari, come il fondo dei letti percorsi da un deflusso episodico, ma che si avvalgono di un bacino di almeno 100 km(contro qualche mnel dominio semiarido). Soltanto in queste condizioni il suolo è reso umido per una profondità sufficiente a permettere l’approvvigionamento d’acqua della pianta per qualche settimana dopo la pioggia. Le foglie di alcuni cespugli vivono allora un’attività febbrile, con un’assimilazione che può essere superiore a 10 volte quella dei nostri alberi a foglie caduche. Nei casi più favorevoli, si possono avere piccoli alberi. Tuttavia in seguito ad acquazzoni copiosi (da 2 a 5 cm. al minimo, secondo la stagione) si forma un denso tappeto di piante effimere su suoli la cui granulometria ottimale è quella del limo. La profondità d’acqua assorbita corrisponde alle radici minuscole di piante succose, che in qualche settimana germinano, sviluppano qualche foglia, poi dei fiori e dei semi; questi ultimi attenderanno per decadi la possibilità di un risveglio.
Il deflusso di questi uidian non dura che qualche giorno all’anno secondo il capriccio degli acquazzoni e l’estensione del bacino, che è talvolta molto esteso, poiché la gerarchizzazione degli alvei si è operata durante un periodo più umido del Quaternario. Tuttavia essi terminano in genere a un livello di base endoreico. Gli uidian sono alimentati unicamente dal ruscellamento (poiché l’acqua che bagna i versanti è integralmente recuperata dall’evaporazione), che circola talvolta su superfici a debole pendenza in canali anastomizzati e prende così un andamento areolare per qualche ora, in seguito a un rovescio d’acqua.
Si può parlare di zona areica soltanto per i deserti più rigorosi di tipo continentale (regioni del Sahara, dove in 19 anni di osservazioni le piogge non hanno superato i 3 mm.), così come per le aree oceaniche, dove l’acqua atmosferica non interviene che sotto forma di nebbia. Il trasferimento orizzontale delle sostanze disciolte trasporta a grande distanza solo gli elementi più solubili: doruri e solfati. Silice e calcare precipitano in capo a qualche centinaio di metri. Un caso particolare è quello dei deserti oceanici (Cile, Perù), che sono inumiditi soltanto dalla nebbia e dove il ruscellamento è nullo. Gli ioni disciolti non subiscono che una migrazione verticale di qualche centimetro e tutti i suoli sono salati. In compenso le alofite corrispondenti devono far fronte a una evaporazione ben minore che nei deserti continentali. Un adattamento particolare è quello delle epifite, piante senza radici, quindi senza contatto col suolo tossico, ma le cui squame assorbono l’acqua delle nebbie (Tillandsia). Mancando l’acqua, la disgregazione delle rocce è quasi completamente arrestata. Senza dubbio, sui versanti di rocce silicee si osservano delle macchie bianche, che hanno l’aspetto di ferite superficiali sulla parete patinata indicanti che la desquamazione opera più velocemente della formazione della patina. Questo fenomeno di dilatazione sarà discusso in seguito.
D’altra parte la disgregazione granulare è realizzabile per aloclastia. L’acqua necessaria alla crescita dei cristalli e alla loro idratazione è fornita dalla rugiada notturna o da piccole piogge. Il sale è portato dal vento e proviene dalle plaje. La disconti­nuità dell’azione dell’acqua spiega come le forme essenziali di erosione siano ereditate da periodi più umidi di tipo semiarido. Nel Sahara si tratta principalmente di pediments dominati da inselberge e anche da inselgebirge superanti I 1,000 m. di disli­vello (Ekker). La buona gerarchizzazione degli alvei dell’Hoggar risale pure a queste epoche più umide. Nei deserti del Cile settentrionale e del Perù, il ruscellamento dei periodi pluviali ha formato dei pendii di erosione in rocce tenere.

2) I caratteri specifici del rilievo. Anche le forme dei rilievi, proprie del regime desertico, hanno in genere dislivelli inferiori a 100 m. e dipendono principalmente dal modellamento eolico, o idro-eolico. Tutti concordemente riconoscono che il vento è un agente di trasporto potente, ma selettivo, poiché non può trasportare detriti più grossi delle sabbie. Il meccanismo è stato studiato dapprima sul terreno, poi nella galleria del vento (Bagnold). Come nei corsi d’acqua, si distingue un sottile strato in cui lo scorrimento è laminare, al di sopra del quale diventa turbolento; la distribuzione delle velocità del vento in altezza obbedisce a una legge logaritmica. I refoli d’aria trasportano i granuli per rotolamento e saltazione. La velocità negli strati vicini al suolo è inversamente proporzionale alla rugosità, che è essa stessa proporzionale alla dimensione dei granuli. Il trascinamento inizia solo in corrispondenza di un certo valore critico della velocità e delle dimensioni dei granuli. Un vento debole è incapace di spazzare la sabbia su un reg disseminato di grossi ciottoli, a causa della sua notevole rugosità; al contrario su un cumulo di sabbia già costituito, di mediocre rugosità, esso è sufficiente a mettere i granuli in movimento. Il mucchio di sabbia si spande, poiché non è alimentato dal reg vicino. Al contrario se il vento è violento, la velocità tra i grossi ciottoli del reg è sufficiente per prelevare granuli di sabbia che, rimbalzando, possono subire degli urti perfettamente elastici e quindi effettuare lunghi percorsi. Ma giungendo sul mucchio di sabbia già formato, essi incontrano un ambiente molle, dove una parte dell’energia cinetica viene impiegata nell’infossamento del granulo spostato. Il mucchio di sabbia riceve quindi più granuli di quanti ne perde.

3) Le dune. Per la capacità di trasporto del vento, Bagnold ha proposto una formula stabilita in base a considerazioni teoriche, peraltro poco rigorose, e a numerose misure in galleria aerodinamica e sul terreno. Nella formula, si tengono in considerazione la massa Q totale di sabbia in tonnellate per metro di larghezza trasversalmente alla direzione del vento, spostata in ore da un vento saturo, che ha una velocità 5° km./h misurato all’altezza di metri. Le dune più facili da spiegare sono le barcane, che crescono esattamente perpendicolari alla direzione del vento, con pendenza dolce a monte e più accentuata a valle. Lo strato superiore è reso più compatto dal bombardamento dei granuli che si spostano per saltazione, anche se il vento non è molto violento, proprio perché questo assestamento fa sì che gli urti siano relativamente elastici. La convergenza dei venti dà la velocità necessaria per permettere di superare l’ostacolo. Al di là i soffi del vento divergono; i granuli precipitano in caduta quasi libera lungo la pendenza di equilibrio di attrito secco (35°). Così l’insieme della barcana si sposta, con una velocità dell’ordine di grandezza della decina di metri l’anno per le barcane libere. Questa velocità è notevolmente inferiore per le associazioni di barcane che spesso sono fortemente saldate tra loro, perché appare allora una rugosità superiore a quella dei granuli. Altre volte le dune sono saldate fra loro nelle ali e i gruppi di barcane prendono l’aspetto di un volo di anatre.
Gli erg più estesi sono formati da piccole catene sabbiose approssimativamente parallele ai venti dominanti (in Africa, gli alisei). In particolare, il rilievo si compone di una successione di nodi dove si incrociano creste dissimmetriche, del tipo delle barcane. La loro origine è molto discussa. L. Aufrere ha spiegato le dune longitudinali con l’erosione. Là dove la sabbia è compatta a causa della sua massa (più di 1,000 m. nei grandi erg), il vento dominante scava corridoi dove affiora spesso il erg scuro. Tuttavia la parte superficiale della sabbia, più mobile, può essere modellata liberamente dal vento in forma di erosione-accumulo; da ciò l’esistenza di semi-barcane mobili correnti sul fianco delle dune longitudinali. La loro obliquità viene spiegata con cambiamenti stagionali nella direzione del vento. Dopo decenni di dimenticanza, questa teoria è stata ripresa da Verstappen. Al contrario, secondo Bagnold, la maggior parte delle dune longitudinali risultano dalla riunione di barcane. Il vento leggero dominante modella una barcana; poi viene un periodo di vento forte, di direzione obliqua, che arricchisce una sola ala della barcana alzandola; nella successiva fase di vento debole quest’ala è allungata (perché i venti deboli spandono la sabbia); una nuova crisi di vento violento la arricchisce; e così di seguito. In altri casi in cui la catena longitudinale risulta dalla saldatura di linee poco dissimmetriche lo stesso autore giudica che questa sia da attribuire all’azione di venti forti spiranti alternativamente da due direzioni quasi ortogonali. Il saggio di Bagnold presenta un sistema coerente: purtroppo la sua verifica implicherebbe la messa a punto di un ricco insieme di osservazioni anemometriche sugli erg, che si è ben lungi dall’aver realizzato. Non bisogna dimenticare, poi, che il regime dei venti è potuto cambiare durante il periodo di formazione degli stessi erg (che si aggira infatti all’incirca intorno alle decine di migliaia d’anni). Dal 1965 la spiegazione dei tipi di dune è stata ripresa su una base diversa. Si insiste soprattutto sul fatto che circolazioni atmosferiche trasversali al vento accompagnano necessariamente movimenti longitudinali (idea già ventilata da Bagnold). A. E. Wilson applica alle dune fenomeni rilevati durante esperimenti riguardanti le increspature e le dune subacquee. Lo scorrimento di fluido si ottiene con eliche giustapposte il cui senso di rotazione è alternato: dove gli spostamenti trasversali convergono ci sarà accumulo di sabbia e formazione di corridoi nell’intervallo. Si spiegano in questo modo gli erg di tipo aklé, in cui dominano le catene trasversali collegate tra loro da cordoni longitudinali, essendo i festoni delle catene trasversali essi stessi opposti. Gli studi condotti in canale sperimentale hanno dato luogo a profili di questo tipo, dal momento che gli elementi longitudinali sono più marcati rispetto a quelli trasversali e tanto più numerosi quanto minore è la profondità del canale, per una velocità media. Tutti questi suggerimenti, assai stimolanti, sono lungi dal costituire una dottrina completa; occorre passare dal modello acquatico al modello eolico. Questa riserva vale anche per le teorie di A. Clos-Arceduc che spiega le catene longitudinali semplici o incrociate con l’esistenza di onde stazionarie nella struttura del vento dominante. Esse si formano non soltanto per dei rotoli di nubi parallele, ma anche per accumuli lineari di sabbia corrispondenti ai nodi delle onde, allorché i corridoi spianati da un movimento alternativo corrispondono ai ventri delle onde. Rimane da dimostrare che esistano in natura in maniera stabile tali distribuzioni di pressione in relazione al rilievo, il solo capace di provocare interferenze esprimentisi in onde stazionarie, e infine che le forze risultanti siano di un ordine di grandezza sufficiente a spostare la sabbia.

4) Le forme di erosione pura. L’importanza del vento come agente di corrosione è stata dapprima esaltata poi minimizzata: infine nel corso di questi ultimi dieci anni si è riconosciuto che il vento è capace di modellare delle collinette oblunghe dal profilo aerodinamico separate da solchi paralleli in rocce di scarsa e media resistenza. Queste forme compongono tutto un paesaggio su molte decine di migliaia di km2: nella parte occidentale del deserto di Lūt, dove l’incisione è stata facile perché i solchi sono scavati nelle rocce argillo-sabbiose mal consolidate (ruscellamenti e franamenti episodici allargano i fianchi) e soprattutto nel complesso di scanalature e di creste arenacee circondanti il Tibesti verso l’Est e il Sud, su 600.000 km2. Meglio ancora delle dune longitudinali queste collinette per un osservatore posto in un satellite disegnano la curvatura dell’aliseo. I solchi risultano tutti dallo sfruttamento di diaclasi il cui orientamento è sufficientemente vario perché il vento abbia potuto fare la sua scelta. Senza dubbio anche lungo le diaclasi è possibile che la roccia sia stata dapprima disgregata per azione dell’acqua e dei sali, riducendo a poca cosa la corrosione eolica propriamente detta; le creste dal profilo aerodinamico indicano però che il vento è stato capace di attaccare anche rocce intatte. Perché il rilievo eolico imponga così il suo segno a rocce di resistenza media, occorre che il deserto sia impiantato da molto tempo.
La sovra-escavazione delle conche idro-eoliche nelle rocce arenaceo-argillose o cristalline implica una disgregazione preli­minare della roccia sotto l’azione dell’acqua e dei sali con formazione di detriti, successivamente trasportati dal vento capace di risalire le contropendenze. Questa sovra-escavazione determina automaticamente una diminuzione della velocità del vento e quindi della sua capacità di trasporto; la conca idro-eolica in tal modo si stabilizza. Tuttavia i suoli di alterazione asportati sono spesso ereditati da periodi più umidi ed il vento in tal modo riesuma la superficie irregolare della roccia intatta cripto-decomposta. In tutti i casi il rilievo desertico di erosione deve il suo andamento irregolare, là dove il rilievo stesso è poco pronunciato, alla grande frequenza di contropendenze. Per finire, su vaste superfici piane il vento opera soltanto una modificazione superficiale, trascinando il materiale fine dei suoli di alterazione o degli spargimenti alluvionali. Si formano così i reg, pavimentazione di elementi congiunti sulla quale la sabbia venuta da altro luogo rimbalza. La presenza di questi ultimi è stata dapprincipio spiegata in modo semplice, cioè come coincidente con le antiche zone di spargimento di terreni alluvionali sabbiosi (in particolare secondo la teoria di Aufrere). All’estremo opposto si pongono i tentativi di Wilson di spiegare dalla sola distribuzione dei venti la presenza di aree di accumulo e di deflazione. Quest’ultima teoria è difficile da sostenere nella sua interezza, soprattutto per quanto riguarda i principali erg del Sahara. Ma la sabbia circola da un erg all’altro, al di sotto delle aree di deflazione. Mainguet, nel commentare le immagini dell’Africa settentrionale ottenute da satelliti, sottolinea come solchi di deflazione e catene di dune rendano in modo plastico ed evidente sulla superficie terrestre la curvatura degli alisei (queste ricerche e pubblicazioni sono tuttora in corso).

 

le plaje

Nelle regioni aride e semiaride, lo scorrimento endoreico è la regola; cioè a dire, si ferma a un livello di base locale che può essere di origine tettonica, ma a volte anche di origine puramente erosiva, come nel caso dei deserti più freddi (per esempio per alcuni chott del Sud tunisino studiati da R. Coque). Questi scorrimenti temporanei depositano al loro punto di arrivo gli elementi più mobili, cioè argille e limi fini; allorché l’evapora­zione concentra i prodotti in soluzione, questi precipi­tano. I sali sono distribuiti in circoli concentrici nelle tre dimen­sioni in funzione della loro solubilità. I carbonati di calcio si trovano nel circolo esterno, seguiti dai gessi, quindi dai cloruri. Gli ioni di questi ultimi due corpi chimici provengono dall’atmosfera e dagli strati saliferi dei bacini versanti. La maggior parte delle plaje sono ricoperte a seconda delle stagioni da una pellicola d’acqua, che corrisponde alla risalita della falda freatica (soprattutto quando la cornice montagnosa è lontana, come nel caso degli chott tunisini), alla quale si aggiunge l’apporto degli uidian (per esempio nelle plaje dell’Ovest americano dove le montagne sono vicine). In queste condizioni, la vegetazione si ferma alla periferia delle plaje, assumendo delle forme tipiche (cespugli di freatofite, che utilizzano l’acqua della falda freatica dove i sali hanno ancora un tenore relativamente debole). Nella plaja propriamente detta la concentrazione dei sali è tale da impedire qualsiasi forma di vita, anche nei climi semiaridi.

Il micro-rilievo delle plaje presenta due aspetti ben distinti. Da una parte si hanno pianure perfettamente lisce con un suolo sufficientemente compatto da prestarsi assai bene come pista d’atterraggio (è questo il motivo di carattere militare che ha ispirato ricerche geo-morfologiche assai precise effettuate su questo tema dagli Stati Uniti), dall’altra parte, nel quadro della stessa plaja, vaste superfici hanno un suolo tenero e rugoso, le rugosità essendo costituite da efflorescenze saline che cemen­tano le particelle argillose. Il primo tipo corrisponde alle situa­zioni in cui il carbonato di calcio è il sale essenziale e la falda freatica è relativamente profonda. Nel secondo tipo di micro-rilievo, la falda freatica è vicina alla superficie e assai ricca di cloruri o di solfati, trasportati in superficie dall’ascensione capillare, dove provoca dei rigonfiamenti.

Il bilancio dell’accumulo e dell’erosione è notevolmente diverso da una plaja all’altra. L’accumulo è più abbondante nelle depressioni intramontane e sotto climi semiaridi. Ma nelle regioni di debole rilievo o di clima assai arido, l’erosione eolica prevale sull’accumulo (realizzato durante periodi anteriori più umidi). La deflazione si verifica essenzialmente nelle aree di suolo tenero, le cui particelle argillose sono cementate da sali in grani, che emergono sulla superficie e sono esposti al vento.
Al limite si può pensare che vaste superfici di spianamento in rocce tenere possano svilupparsi da sedimenti salati. Il Gran Kewir dell’Iran taglia sedimenti neogenici corrugati depositati nelle antiche plaje, in funzione del livello di base della plaja funzionale. Si può pensare che i corrugamenti sono stati livellàti a mano a mano che si formavano; in effetti, anche alla scala decimetrica, ciascun piccolo rilievo emergente dalla plaja vede il suo tenore in sale aumentare per evaporazione, e da ciò deriva una sensibilità più grande alla deflazione (R. Coque).


LE SUPERFICI DI SPIANAMENTO DELLA ZONA CALDA

 

preambolo

Molte forme oggi visibili non possono essere comprese, a priori, in uno dei sistemi bioclimatici esaminati prima. Nel corso delle decine di milioni d’anni durante i quali sono state elaborate, si può pensare che esse abbiano vissuto cambiamenti climatici importanti, che vanno dal semiarido umido al semiarido e anche all’arido, soprattutto per quel che riguarda l’Africa occidentale. Questo vale per la maggior parte dei vecchi scudi della zona intertropicale, cioè immense superfici di spianamento a inselberge, sormontate verso i margini oceanici da frammenti di spianamenti più elevati ancora, portanti croste residue di sesquiossidi di alluminio e di ferro. Si discute molto sul clima ottimale che permette la formazione di questi ultimi. È certo che l’individualizzazione della gibbsite e della boehmite nei suoli avviene in regimi a percolazione molto forte (suoli ferralitici). La risilicizzazione della bauxite può essere tuttavia ostacolata dall’abbassamento della falda freatica durante la stagione secca. Bisogna soprattutto comprendere che l’affinamento è proseguito in climi molto diversi e dopo che la superficie di spianamento iniziale si era già molto sezionata; anche il tentativo di correlare le corazze bauxitiche con gli indici climatici attuali sembra votato all’insuccesso. I grandi inselberge di durezza sono anch’essi forme poligeniche che non hanno cessato di ingrandirsi alla base per le loro deboli micro-fessurazioni o macro-fessurazioni e per la loro composizione mineralogica.
Il problema dell’origine delle superfici di spianamento della zona intertropicale va molto al di là dei fenomeni visibili in questa stessa zona, poiché gli spianamenti conservati nella zona temperata sono stati realizzati molto probabilmente sotto climi tropicali e temperati caldi di tipo ‘cinese’. Nonostante che già da mezzo secolo si stia tentando di darne una spiegazione, la questione è ancora controversa. È necessario confrontare queste ipotesi con gli scarsi dati quantitativi che possediamo sulla velocità dell’erosione.

 

la pedimentazione ciclica

L. King considera come ‘pedepiani’ tutte le superfici di spianamento della zona calda che risultano dalla coalescenza di pediments. Il processo richiede che dapprima siano state incise delle valli giovani (ora sappiamo che nella zona calda con o senza stagione secca, questo processo è lento); poi sarebbe avvenuto l’arretramento dei versanti ripidi secondo piani paralleli a se stessi lasciando posto ai pediments. La conferma è stata completa, salvo dove rimangono degli inselberge di posizione, tagliati nelle stesse rocce dei pediments, o degli inselberge di durezza. Benché King non sia molto esplicito al riguardo, egli sembra porre in relazione questa evoluzione con le condizioni climatiche. Il sistema bio-climatico ideale deve unire un’usura rapida delle pendenze ripide e il trasporto dei detriti su pendenze molto deboli e di larghe superfici, al di fuori dei letti propriamente detti. Si è pensato a un mosaico dove una foresta densa occupasse le pendenze ripide che evolvono per frana e la savana (a condizione che sia certamente una formazione naturale) occupasse le pendenze deboli dove si avesse il ruscellamento areolare. Ci sono tuttavia tre difficoltà: 1) l’arretramento dei versanti ripidi è limitato dalla velocità di decomposizione chimica (occorrono almeno 20.000 anni perché 1 m. di granito-gneiss sia semi-arenizzato, semi-argillificato); 2) la capacità del ruscellamento in savana non bruciata è insufficiente a trasportare sabbie non quarzose; 3) non v’è certezza se si possa  ammettere che una savana sia giustapposta a un versante forestale e sia installata su un pediment nascente normalmente drenato e il cui suolo non è ancora impoverito. Anche il dominio privilegiato della pedimentazione è stato spesso cercato in un insieme più secco, dove le pendenze ripide sono occupate da un popolamento rado di alberi e di arbusti impiantati nelle diaclasi, con superfici rocciose estese, mentre una savana rada occupa le pendenze deboli. È questa, sembra, la posizione scelta da J. Büdel; mentre si approfondisce, lo spostamento attacca, per erosione chimica, la base del versante che riceve il massimo di umidità e si consuma solo per desquamazione. Ogni arretramento per scavo, tuttavia, è necessariamente molto lento.

Se infine si cerca nel dominio semiarido l’area di formazione dei pedepiani, bisogna constatare che l’immunità dei versanti ripidi è ancora più grande. Al contrario, basta che la roccia dura (rocce cristalline e arenarie) si decomponga in sabbie perché la circolazione dei detriti sia possibile nei pediments, poiché questi ultimi sono coperti da una vegetazione discontinua. In totale, salvo nei casi in cui le rocce granito-gneissiche sono particolarmente fessurate, si può stimare che l’elaborazione di un pedepiano di 100 km. di larghezza a partire da una rete di valli separate di 5 km., richieda un centinaio di milioni d’anni. Si rimane sorpresi nel constatare che J. Büdel considera come ‘attivo’ l’arretramento dei versanti ripidi della zona semiarida e come ‘passivo’ quello degli inselberge della zona a stagioni alternate (rifiutando completamente il nome di pediment agli spianamenti che essi dominano). Ci sembra che la situazione sia inversa. D’altra parte, nelle due zone climatiche considerate, la decomposizione della roccia è massima alla base del versante, che è bagnato in maniera più durevole (O. Jessen). Nel caso dei climi a stagioni alternate questa decomposizione è spinta fino allo stadio della argillificazione, mentre non supera lo stadio di sabbia in climi semiaridi; ne deriva una pendenza più debole dei pediments nel primo caso.

La difficoltà di combinare in uno stesso sistema morfo-genetico bio-climatico la decomposizione delle rocce e il trasporto areolare dei detriti sulle pendenze deboli ha portato certi autori a supporre fluttuazioni climatiche che fanno alternare la decomposizione chimica massima (in regime di biostasia sotto foresta umida) e il ruscellamento areolare massimo quando la foresta è distrutta da una crisi climatica (resistasia). In queste condizioni si può stimare che un metro di roccia intatta sia in parte argillificato, in parte trasformato in sabbia in 20.000 anni al minimo. Infatti la velocità della decomposizione della roccia intatta è un po’ più grande a causa del rinnovo dell’esposizione (a condizione che questa non arrivi fino alla sua denudazione). I suoli di alterazione sono evacuati in parte allo stato di sabbia (quindi dopo un tempo di pedogenesi meno lungo). Il trasporto dei detriti in regime di resistasia non richiede più di 1.000 anni.
Tuttavia il tempo necessario all’elaborazione di un pedepiano a partire da un reticolo di valli separate da 5 km. rimane superiore a 50 milioni di anni, cosa che supera le possibilità di realizzazione durante il Terziario.

Infine se la pedeplanazione è responsabile degli spianamenti, questi hanno dovuto essere molto ritoccati: perché infatti in una gran parte della zona intertropicale gli aspetti di pediments sono assai strettamente localizzati in vicinanza degli inselberge o degli scoscendimenti che separano spianamenti disposti a gradinate. Dappertutto altrove si ha a che fare con dolci ondulazioni convesso-concave di tipo pede-piano. Questo si vede esaminando i profili trasversali, a condizione che l’ordine degli alvei sia definito, per esempio il secondo o il terzo ordine. Sfortunatamente non sono numerosi gli studi di morfometria sistematica a nostra disposizione (5°. Birot e altri, 1974).


teorie acicliche e che si richiamano a una erosione ‘areolare’

Un certo numero di autori hanno adottato posizioni più o meno acicliche (H. Louis, H. Bremer e, almeno nelle sue ultime pubblicazioni, J. Büdel), ritenendo che lo zoccolo antico si consumi in maniera pressoché uniforme su tutta la sua superficie. In tal modo le pendenze deboli si abbasserebbero parallelamente a se stesse, mentre le pendenze ripide si accentuerebbero: questo in un clima a stagioni alternate, ma la cui copertura vegetale non è specificata.

Seguendo i loro concetti molto sfumati, le valli non passano attraverso lo stadio di giovinezza per finire negli spianamenti attuali. Il letto del fiume si approfondisce solo nella misura in cui lo permette la decomposizione chimica. In rapporto a ciò che accade nei versanti tale decomposizione è avvantaggiata soprattutto dalla permanenza dell’umidità; in queste condizioni il profilo longitudinale dei letti fluviali non è funzione del loro carico solido come nelle altre zone climatiche, ma solo funzione dei progressi dell’alterazione chimica (Bremer). Gli alvei si approfondiscono un po’ più rapidamente degli interfiuvi perché, dal momento in cui la roccia è alterata, i suoi detriti sono portati via (salvo il caso della cripto-decomposizione creata dalle contropendenze), mentre il ruscellamento rispetta una parte dei suoli di alterazione. Così i versanti presentano un aspetto senile persistente.
In questa ipotesi gli inselberge di durezza si ingrandiscono dalla loro base. Gli inselberge di posizione sono invece più difficili da spiegare (sicché alcuni autori mettono quindi in dubbio la loro esistenza, attribuendoli per esempio a un’azione di diaclasi più distanziata). Si ammette che tutti i dislivelli abbiano tendenza ad accentuarsi automaticamente per il fatto che la roccia intatta rischia di essere denudata al verificarsi di una crisi climatica breve e che da allora la sua decomposizione chimica sia rallentata (principio dell’immunità delle pendenze ripide).

Infatti le acque la abbandonano prima di essere saturate ed esse sono meno ricche di Co2. Se alla base di questi rilievi l’acqua appena ruscellata si aggiunge alla pioggia caduta, l’umidità è più durevole (differenza sensibile sotto i climi a stagione secca) e pertanto la decomposizione chimica è più intensa. In totale la pendenza diventa sempre più ripida. Questo principio giustifica gli scoscendimenti che separano questi pseudo-pedepiani da elementi di superfici di spianamento più elevate almeno quando il loro contatto è approssimativamente rettilineo. Bremer immagina che la sezione della superficie sollevata rimasta suborizzontale sfugga all’erosione, mentre un ringiovanimento lento intacca un settore a valle un po’ sollevato. Nella loro forma estrema queste teorie giungono ad affermare che gli spianamenti avvengono indipendentemente dal livello di base e che il profilo trasversale delle valli dipende principalmente dal clima, presentandosi largamente svasate sotto il clima a stagioni alternate e incassate sotto climi più umidi.


conclusioni

Faremo delle riserve sulle tesi che il profilo longitudinale dei corsi d’acqua sia un profilo puro e semplice di alterazione chimica. Nei tronchi assai poco inclinati i suoli di alterazione sono conservati su un certo spessore. La pendenza è tale da permettere all’acqua delle piene più forti di trasportare i ciottoli che coprono un’apprezzabile superficie. Essa non potrebbe abbassarsi al di sotto di questo valore limite, in mancanza del quale questi ciottoli si accumulerebbero, benché il loro apporto al fiume per unità di tempo sia evidentemente modesto. Solo le rapide sfuggono all’autoregolazione della pendenza da parte del carico solido. Ci sono tuttavia aspetti molto seducenti nella tesi secondo la quale si potrebbe considerare una gran parte degli spianamenti di vecchi zoccoli come ‘pede-piani di lento ringiovanimento’ sviluppati in clima umido a breve stagione secca, dove i versanti restano svasati mentre i corsi d’acqua raggiungono la roccia nelle rapide. Questo ringiovanimento sarebbe esso stesso la conseguenza di un leggero movimento di innalzamento interessante un pede-piano vero che offre dislivelli poco accentuati. Il volume portato via può essere considerevole; con un drenaggio annuo di 550 mm., l’insieme della superficie ondulata si abbassa di 1,20 m. ogni 50.000 anni, con il ruscellamento superficiale e la caolinizzazione che interessano uno strato di 1 m., mentre l’usura chimica seguita dall’accumulo sottrae 20 cm.; ne deriva un’ablazione di 240 m. in 10 milioni d’anni, su una superficie grande quanto si vuole. Nel corso di un’alternanza di periodi di resistasia e di biostasia, 5 o 6 milioni d’anni sarebbero sufficienti.

Certe catene poligeniche di suoli offrono la prova che ci si trova in regime di lento ringiovanimento. Per esempio, in Africa occidentale, i suoli di base dei versanti sono più giovani e corrispondono a un clima più secco di quello della vetta.
Il pede-piano ‘originale’ sarebbe stato realizzato in un periodo assai lungo di stabilità tale da permettere la riduzione delle rapide a partire da un pede-piano di lento ringiovanimento, mentre l’alterazione, superiore al trasporto dei detriti, assicurava l’ispessimento dei suoli. Questo implica che, nel corso di decine di milioni d’anni, il blocco ha conosciuto solo deboli movimenti. Al limite, questi spianamenti di stabilità sono superfici di degradazione, in cui lo strato portato via nel corso di ogni ciclo si compone in gran parte di suoli di alterazione sviluppati anteriormente. È probabile che vaste distese del mondo ercinico dell’Europa occidentale (Massiccio Armoricano, bacino parigino) abbiano conosciuto una storia di questo genere nel corso del Terziario.

Se ora esaminiamo ciò che avviene negli scoscendimenti che separano due superfici di spianamento, soprattutto nel dominio dei ‘cuscinetti marginali’, siamo obbligati a ritornare a idee più ‘classiche’ di quelle di Bremer. È ben chiaro, e Büdel lo riconosce senz’altro, che in questo caso l’escavazione delle valli giovani precede lo svaso dei versanti. Finché pendenze relativamente erte arrivano fino al letto, quest’ultimo riceve ciottoli di comuni rocce cristalline che esercitano un’azione meccanica. La differenza dalle altre zone climatiche è che l’imbuto, attraverso il quale la superficie di spianamento inferiore attacca la superficie di erosione superiore, presenta un angolo grande alla sua estremità interna; questo fatto è riscontrabile non solo nelle rocce cristalline (orlo dell’altopiano del Deccan), ma anche nei grandi massicci arenacei dove corsi d’acqua sospesi, alimentati da bacini di molte centinaia di km2, saltano le falesie costiere degli altipiani; se ne deduce che i loro versanti arretrano con velocità pressoché uguale a quella del letto fluviale. Tuttavia nella fascia piegata, complicata da fratture e faglie, l’incisione verticale è stata rapida, dando inizio allo sviluppo dei pediments, con possibilità di alterazioni della roccia alla base dei versanti. Questi pediments si insinuano spesso nei luoghi in cui si intersecano delle linee di frattura che aumentano la porosità della roccia. Questa situazione si verifica in numerosi massicci antichi granito-gneissici che vanno dall’orlo sud-occidentale del Deccan fino alla Cordigliera Centrale Iberica. La paralisi dell’erosione lineare a sinistra della fascia piegata e la protezione offerta dalle croste ferralitiche sono responsabili della buona conservazione degli spianamenti sommitali; essi risalgono a un’età che varia tra il Cretaceo superiore e il Miocene; sono stati realizzati, come quelli del centro degli antichi scudi, nel corso di un periodo di stabilità che è succeduto a movimenti deboli. Poi la piega si è individualiz­zata con un sollevamento vigoroso. È l’intensità dei movimenti tettonici che decide dell’evoluzione in lento ringiovanimento o in spianamenti incassati. È difficile ammettere, con H. Louis, che la comparsa di valli relativamente incassate sia dovuta a un aumento di umidità del clima. Questa ipotesi è forse valida per un alveo elementare, ma non per grandi corsi d’acqua.
È normale che gli spianamenti trovino le condizioni di elaborazione ottimali là dove i detriti rocciosi si assottigliano più velocemente, cioè, se si eccettuano alcune rocce molto micro-gelive, nei climi caldi e sufficientemente umidi, dove l’attacco chimico porta all’argillificazione o almeno a un’arenizzazione relativamente rapida.

 

LE REGIONI FORESTALI DELLE MEDIE E ALTE LATI­TUDINI

 

preambolo

L’attività dei processi biologici e morfo-genetici obbedisce a un ritmo termico stagionale. Questa tesi si applica solo in parte all’emisfero Sud dove i contrasti termici stagionali sono molto attenuati dall’enorme superficie relativa degli oceani e dove non è esistita la calotta glaciale (inlandsis) nelle medie latitudini (la sua esistenza nell’altopiano patagonico è stata messa in dubbio). È nota anche una foresta sempreverde di Nothofagus nella parte occidentale della Cordigliera di Patagonia in una regione senza estate.


la zona temperata sensu stricto

Se il clima si manifesta immediatamente nella copertura vegetale e nell’idrologia, non è lo stesso per quel che riguarda il rilievo. L’eredità dei climi molto variati, che durante il Quater­nario hanno fatto alternare regime periglaciale e regime tempe­rato caldo più o meno secco o umido, è infatti considerevole.
L’eredità dei periodi freddi si manifesta anche alla scala del kme di molte decine di m. di dislivello verticale: 1) dallo sgombero di depressioni nelle rocce micro-gelive, ma di resistenza media in altri climi (calcare tenero della campagna pugliese); 2) dall’accumulo fluviale ripetuto, poi inciso in terrazzi durante gli interglaciali. Il rivolgimento è ancora più completo nelle grandi superfici che sono state occupate dal ghiaccio, sia nelle inlandsis che nelle montagne. D’altra parte le superfici di spianamento in rocce dure ancora conservate sono state realizzate in climi tropicali (Eocene) o subtropicali (Oligo-Pliocene). Questa ipotesi si basa sullo studio dei paleosuoli, delle paleofaune di insetti e sulle paleoflore. Queste ultime tuttavia forniscono solo suggerimenti e non dati imperativi: a) vegetali che possiedono la stessa anatomia hanno potuto adattarsi a climi diversi con trasformazioni fisiologiche; b) la palinologia mostra un gran numero di forme di pollini che non hanno i loro equivalenti attuali; c) abbiamo pochi dati sull’orizzonte inferiore delle foreste, che determina l’importanza del ruscellamento, per il periodo eogenico.

La vegetazione attuale si compone di foreste a foglie caduche il cui tipo più rappresentativo in Europa è una mescolanza di querce e di faggi di composizione assai monotona; anche questa è un’eredità dei periodi freddi che hanno cacciato dall’Europa le specie più sensibili al gelo. La caduta delle foglie è un adattamento a un periodo freddo più o meno intenso ma che, in ogni caso, non dura più di 5 mesi, mentre gli organi superficiali rimanenti entrano in letargo. All’inizio della primavera, la temperatura della superficie del suolo è sufficiente a permettere alle piante erbacee del sottobosco di utilizzare la luce che passa tra i rami ancora privi di foglie per un periodo di intensa fotosintesi. In estate, le riserve di umidità del suolo assicurano agli alberi un notevole numero di ore durante le quali gli stomi sono aperti anche quando, come è il caso del centro del bacino di Parigi, le precipitazioni sono inferiori all’evapo-traspirazione potenziale per 3 o 4 mesi. Il sistema morfo-genetico riunisce processi che dominano in maniera quasi esclusiva nelle altre zone climatiche, ciò che legittima l’attributo di ‘normale’ che gli è spesso dato. Dovunque i suoli di alterazione sono sufficiente­mente sottili, la crioclastia intacca le rocce gelive. E lo stesso per l’attacco chimico che ha il suo massimo di efficacia nell’oriz­zonte superiore, dove le temperature estive sono relativamente elevate. Ma questa aggressione è limitata, produce una debole quantità di argille, rispetta i cristalli di feldspato e di biotite, come pure numerosi frammenti della dimensione di un pugno. Una parte di questi frammenti rocciosi spigolosi può risultare dalla crioclastia dell’ultimo periodo freddo (meno di 14,000 anni fa) e la loro presenza significa che non sono stati decomposti dai processi ‘attuali’, che dominano da circa 10.000 anni.
Tuttavia a giudicare dal tenore delle acque di sorgente e dalle esperienze condotte a Versailles, che hanno mostrato l’assotti­gliamento, notevole in 30 anni, di frammenti di granito esposti alle intemperie in una parcella lisimetrica, uno strato di 1 m. di granito potrebbe essere ridotto in sabbia in 50-60.000 anni.

Gli agenti di trasporto sui versanti sono diversi ma poco efficaci. La copertura erbacea e la lettiera spessa (mancanza di calore per decomporla) riducono il ruscellamento a un breve periodo di attività (1 o 2 settimane quando il suolo è ancora gelato all’inizio della primavera). La frazione fine nei suoli di alterazione è insufficiente per far sì che il soliflusso e la reptazione abbiano un effetto sensibile. Si interpreta tuttavia la curvatura dei tronchi come dovuta alla migrazione d’insieme delle particelle (benché il fatto sia localizzato e le interpretazioni talvolta discusse). Quanto alla demolizione dei filoni di quarzo, si può ritenere sia un’eredità del soliflusso periglaciale.

L’erosione lineare fluviale è relativamente più attiva e questo si spiega con l’abbondanza di frammenti rocciosi che raggiungono il corso d’acqua ogni volta che non si interpone un terrazzo dovuto alla fluttuazione climatica quaternaria. Per questo motivo, il profilo longitudinale è poco sensibile alla differenza di resistenza meccanica delle rocce, salvo nelle regioni di alta montagna dove il ciclo d’erosione è in uno stadio giovanile. Certi autori come Büdel pensano che l’incisione lineare sia un fenomeno in parte ereditato dai periodi in cui i fiumi gelavano disgregando la roccia in posto.

Tranne che nei rilievi molto pronunciati, il profilo d’insieme convesso-concavo a debole curvatura si applica alle strutture più diverse, anche a quelle sedimentarie dove si alternano strati duri e strati teneri. I depositi grossolani che provengono dallo strato duro superiore di una cuesta si mescolano per soliflusso alle colluvioni argillose dello strato tenero sottogiacente per attenuare la curvatura. Solo un travaso dovuto alla presenza di una sorgente è in grado di far affiorare la roccia nuda.
Tuttavia questi ciottoli, che regolano il profilo di equilibrio, non sono portati via dai normali aumenti di portata che si verificano in inverno quando l’evaporazione è minima e all’inizio della primavera quando interviene la fusione della neve, ma solo in occasione di piene decennali o secolari.

In questo sistema morfo-genetico, l’evoluzione dei profili a debole curvatura concava nel corso del ciclo di erosione davisiano porta alla formazione di un pede-piano. Il tempo necessario deve essere più lungo di quello occorrente per gli spianamenti della zona tropicale, a causa della lentezza dei fenomeni.

la zona temperata calda

La stagione più lunga è quella calda; si devono comunque distinguere due tipi di foreste molto diverse.

1) La foresta mediterranea. I contrasti stagionali si esprimono con altrettanta intensità nel regime delle precipitazioni e in quello delle temperature, sommando i loro effetti. All’estate calda e secca si oppone l’inverno breve che conosce soltanto gelo moderato, ma con abbondanti precipitazioni. Le stagioni attive, tanto dal punto di vista biologico che da quello dell’erosione, sono le intermedie. La foresta mediterranea, sempreverde ma xero-morfa, deve far fronte per una gran parte dell’anno a condizioni mediocri di umidità. Nell’inverno la foresta mostra una certa resistenza al gelo, che però paga con un rallentamento dell’assimilazione clorofilliana. Nell’estate la foresta riduce la sua traspirazione con la frequente chiusura degli stomi e grazie all’ispessimento delle cuticole. In totale la crescita del leccio e della quercia da sughero è mediocre in rapporto a quella delle querce a foglie caduche, che compensano con la loro attività estiva la sospensione dell’assimilazione durante l’inverno. Questa foresta affonda direttamente le sue radici nella roccia poiché i suoli sono sottili, specialmente nei calcari e sugli scisti. Al contrario le sabbie granitiche appartengono allo stesso tipo di quelle della zona temperata, ma sono più profonde, perché le temperature medie annue che regolano l’avanzata del fronte di alterazione sono più elevate. Reptazione, soliflusso e movimenti franosi interessano le rocce argillose. Esse, infatti, soprattutto quando si tratta di montmorillonite, si screpolano profondamente durante l’estate, in modo da permettere alle piogge violente di autunno di impregnare d’acqua la roccia su un grande spessore, facendogli superare il limite di resistenza; questi fenomeni si producono anche in aree forestali, per esempio nei sughereti della Crumiria. L’erosione più intensa nelle rocce tenere tende ad accentuare la concavità e ad accrescere la pendenza al punto che la roccia dura emerge dalla foresta e affiora formando una cornice. Quest’ultima, soprattutto se è calcarea, è particolarmente resistente; infatti, a causa della concentrazione delle piogge in un periodo molto breve, il tempo di contatto tra l’acqua e la roccia è troppo breve perché l’attacco chimico vi sia sensibile. Da ciò la purezza delle forme di erosione differenziale, anche per volumi di rilievo modesto di 100 m. di dislivello. D’altra parte la foresta è fragile: basta una breve crisi climatica di freddo o di aridità per rovinarla, consegnando al ruscellamento i sottili suoli ricoprenti le rocce dure, come pure le rocce tenere, che sono nello stesso tempo attaccate dal soliflusso accelerato. L’erosione fluviale è potente perché discontinua. Le piene d’autunno compiono infatti in pochi giorni una frazione importante dell’annuale attività erosiva. Esse trasportano una grande quantità di ciottoli: si noterà tuttavia che molti graniti si decompongono in sabbia prima di raggiungere il letto. La loro erosione verticale e laterale è potente, e modella larghe docce alluvionali dove un rivolo d’acqua langue in estate. Tanto in Eurasia che in Nordamerica, la foresta a foglie caduche lascia il posto alla prateria verso l’interno del continente, quando gli inverni divengono rigidi e secchi e il totale annuo delle precipitazioni si abbassa sensibilmente nonostante si abbiano delle piogge all’inizio dell’estate. In queste condizioni l’alimentazione in acqua degli strati profondi è insufficiente a nutrire le radici di una vegetazione forestale. Infatti non c’è infiltrazione invernale come nei climi oceanici e anche quando il sottile strato di neve fonde in primavera, l’acqua scorre sul suolo gelato a beneficio del deflusso fluviale. Nel complesso la stagione vegetativa sufficientemente calda e sufficientemente umida è troppo corta per permettere lo sviluppo di tronchi di grande dimensioni. Al contrario, la parte umida superiore del suolo all’inizio dell’estate è assai favorevole per la breve esplosione di vita di un denso tappeto di Graminacee. Tuttavia non è il caso di negare l’esistenza di praterie secondarie estese nel Nordamerica e in Russia. D’altra parte esiste un mosaico prateria-foresta rada di querce, in funzione della granulometria. Nei lass l’acqua penetra meno profondamente che nei suoli pietrosi e ciò avvantaggia la prateria, la cui densa rete di radici assorbe tutta l’umidità disponibile. D’altronde la prateria naturale era sparsa di piccoli boschetti che arrestavano la neve cacciata dal vento dagli spazi nudi intermedi, e quindi ricevevano più umidità.
Il substrato naturale della prateria è il černozëm. Questo suolo nero è ricco di humus (fino al 10%), che proviene dalla decomposizione delle radici ed è rimescolato dai lombrichi fino a grande profondità. Al di sotto si trova un orizzonte illuviale calcareo, rappresentante il limite della percolazione alla fine della primavera. Questa è tuttavia sufficiente per trasportare fino al livello di base generale i sali più solubili, cloruri e solfati (a differenza di quanto accade nella steppa semiarida), ma non la silice che prende parte alla costituzione delle montmorilloniti del complesso argillo-umico. La flocculazione di quest’ultimo è assicurata dal Ca2+ che rimane nel complesso adsorbente. L’humus degli aggregati risulta da sintesi molto spinte, da cui deriva la sua ricchezza in azoto; l’argilla lo protegge contro l’attacco batterico che si esercita tuttavia per un breve periodo. Le praterie dell’emisfero Sud sono in contatto solo con foreste sempreverdi di tipo temperato caldo (Australia, Transvaal, Uruguay). I geli sono molto moderati o insignificanti e quindi non impediscono l’infiltrazione delle forti precipitazioni che avvengono d’inverno. L’origine della pampa pone un problema particolarmente imbarazzante, perché, pur ricevendo da 700 mm. a 1 m. d’acqua, sembra si tratti di una prateria originaria, e d’altra parte il drenaggio non arriva a organizzarsi contro una neotettonica veramente assai attiva. Ciò significa che l’evapo-traspirazione assorbe tutta l’acqua caduta a causa della debolezza delle pendenze e della granulometria fine (ceneri vulcaniche trasportate dal vento). Non si vede quindi perché la foresta non dovrebbe trovarvi posto. Per Tricart si tratterebbe di un relitto dell’ultima epoca fredda che era anche abbastanza secca da impedire la vegetazione forestale. Il ‘relitto’ però è di ragguardevole dimensione e d’altra parte non sembra che negli interglaciali più umidi, la regione abbia conosciuto altra vegetazione che la prateria. Le ‘forme ereditate’ occupano una superficie considerevole. Nel settore del continente antico si sono formate estese superfici di spianamento in rocce dure in climi affini a quelli tropicali, forse fino alla fine del Pliocene (superfici a inselberge della penisola iberica). Nel corso del Quaternario si sono alternati, con fasi climatiche simili all’attuale: a) climi più umidi (come testimonia l’abbondanza della caolinite nei paleosuoli del Quaternario medio); b) climi più secchi; c) climi molto più freddi, ma sulla cui rigidità si discute, poiché, durante l’epoca del “neo-würm”, la tundra arrivò fin sulle rive del Nordafrica. I pendii d’erosione in rocce tenere, che hanno uno sviluppo considerevole in questa zona, sono stati realizzati in climi non forestali, sia freddi e secchi (specialmente nei margini settentrionali del dominio), sia secchi e caldi (nei margini meridionali), che hanno provocato il deposito di incrostazioni calcaree. Queste ipotesi implicano una certa scelta tra le tesi che si affrontano in una letteratura specializzata già considerevole. I grandi scoscendimenti calcarei presentano due aspetti opposti. Da una parte si tratta di cornici non boscate, che si decompongono in cengie strutturali; dall’altra di piani regolari inclinati di 35° che tagliano gli strati come ‘carta vetrata’: questi versanti di Richter si sono formati probabilmente in climi freddi, dove dominava la crioclastia e dove la foresta non occupava i versanti ripidi. Dovunque queste smussature sono state distrutte, le forme strutturali sono ben evidenti con cornici dominanti concavità a forte curvatura in terreno tenero. Anche nelle rocce cristalline i contrasti litologici sono messi in evidenza come nelle regioni semiaride. La foresta è scomparsa certamente per l’eredità delle trasgressioni dell’aridità verso il Nord, ma anche in conseguenza di brevi crisi climatiche.

2) La foresta di tipo ‘cinese’. Nei climi di tipo ‘cinese’ si alternano una lunga stagione calda e umida, vera trasgressione tropicale, e un inverno nel quale il gelo è un po’ più rigido che nella foresta mediterranea e dove le temperature sono sufficientemente basse per cui la scarsità delle precipitazioni non è in se stessa una causa di paralisi. Nei paesaggi è la stagione calda che lascia soprattutto la sua impronta. In primo luogo nella foresta di alberi sempreverdi a latifoglie ai quali si mescolano alberi a foglie caduche le cui affinità genetiche sono di tipo boreale, ma la cui crescita è molto rapida; gli alberi sempreverdi devono naturalmente sopravvivere nell’inverno a prezzo del rallentamento dell’assimilazione clorofilliana. Queste foreste rassomigliano a quelle della zona tropicale umida anche nelle modalità di alterazione delle rocce, che portano alla formazione di suoli di alterazione di granulometria fine, dove domina il caolino. Tuttavia il fronte di alterazione si propaga meno velocemente che nella zona intertropicale, perché la temperatura media, annua è più bassa. D’altra parte le temperature estive elevate spiegano come il massimo di argillificazione si ponga in un orizzonte relativamente superficiale. I corsi d’acqua sono però più provvisti di ciottoli a causa del gelo invernale e la loro capacità erosiva è considerevole all’epoca delle grandi piene autunnali causate dai tifoni. Le forme più evidenti risultano ovviamente come sempre da una successione di climi nei quali, nel corso del Quaternario, sono intervenute fasi più fredde. Questo però non ha modificato il senso generale dell’evolu­zione, come testimoniano gli spianamenti a inselberge della zona pedemontana a mezzogiorno degli Appalachi e il carso a torrette nella Cina meridionale fino allo Yangtze-Kiang.


la foresta di conifere della zona fredda

Nella zona fredda l’estate è breve (da 1 a 3 mesi con temperatura >10 °C), l’inverno lungo e rigido, e questa dissimmetria ha conseguenze importanti. Nel settore continentale il suolo non disgela in profondità perché le frigorie accumulate durante l’inverno prevalgono sulle calorie estive. Questo fenomeno si verifica là dove la media annua è 0 °C, a meno che la copertura di neve sia molto spessa. Vi si aggiunge l’eredità di un permafrost risalente all’ultimo Quaternario. Il disgelo superficiale raggiunge una profondità tanto minore quanto più breve è l’estate. D’altra parte la foresta è composta da un piccolissimo numero di specie di Conifere che hanno potuto adattarsi a un lungo periodo di gelo (tra i 240 e i 260 giorni) con temperature che si abbassano frequentemente al di sotto dei -40 °C. Malgrado la forte escursione termica annua, la massa vegetale conserva le sue foglie ad ago durante l’inverno (tranne il caso dei lanci). Nondimeno questa impassibilità nasconde un ritmo fisiologico stagionale contrastato come quello della foresta a foglie caduche. Dopo un lunghissimo sonno invernale (nel corso del quale i tessuti si disidratano al massimo possibile per evitare la formazione dei cristalli di ghiaccio) l’assimilazione clorofilliana riprende non appena la temperatura supera 0 °C, e la crescita dei germogli primaverili non appena si raggiungono gli 8-10 °C. Le piante si organizzano principalmente in funzione dell’umidità del suolo; l’abete rosso occupa i siti meglio drenati e attecchisce superficialmente nell’orizzonte A0, per sfuggire all’asfissia. Il suolo è frequentemente intasato a causa di un bilancio idrico sempre positivo e della prossimità del permafrost. Il pino cembro a questo riguardo è più resistente. Tuttavia su vaste superfici dominano le torbiere che erodono la foresta; esse occupano non solo le depressioni, ma anche i versanti. L’acqua imbeve in permanenza il suolo minerale e invade un orizzonte organico di torba proveniente dalla decomposizione dei muschi, che appartengono al genere Sphagnum; i tessuti viventi trattengono per attrazione superficiale una quantità d’acqua pari anche ad una decina di volte il loro peso secco. I pini invece lottano con maggior successo contro l’asfissia. Il sistema morfo-genetico dipende in larga misura dal gelo. Dovunque l’orizzonte disgelato è sufficientemente spesso, la disgregazione delle rocce proviene dalla crioclastia. L’azione degli acidi organici è più importante che nelle altre zone a causa della scarsa attività dei batteri che li degradano con temperature superiori a 5 °C. Ovunque però esiste un suolo mobile, gli acidi si limitano a decomporre i silicati dell’orizzonte Ae a spostare il ferro e l’alluminio un po’ più in basso nell’orizzonte (podsolizzazione), dove la maggior parte precipita. L’interesse dei pedologi raramente si è portato sull’orizzonte C. È solo là dove l’humus grezzo o la torba poggiano direttamente sulle rocce che vi è possibilità di attacco chimico. Il trasporto dei detriti sui versanti a pendenza moderata è effettuato da pipkrakefrost creep e geliflusso, strettamente associati. Questi due ultimi processi però presuppongono un’abbondante matrice fine che possono fornire solo rocce argillose o micro-gelive (craie, scisti). D’altra parte gli spostamenti sono rallentati dalle radici della vegetazione forestale. Sui versanti montagnosi, le frane possono scivolare; d’altra parte, rotolando rapidamente sui pendii ripidi le masse di neve, il cui insieme forma le slush avalanches (valanghe di fango), trasformano la loro energia cinetica in attrito: esse pertanto trascinano ciottoli, livellano la vegetazione anche forestale, erodono la roccia in posto. Talvolta questa azione è approssimativamente lineare, concentrata in corridoi alimentati da bacini di raccolta, e d’estate è sostituita dall’azione dei torrenti alimentati dalle placche di neve che completano la fusione; i detriti sono ammucchiati alla rinfusa in coni di accumulo, poi smistati meglio nella fase seguente. In altri casi lo scorrimento interessa una superficie assai vasta del versante.
La vita dei corsi d’acqua obbedisce a un ritmo termico: lunghe stagioni di gelo, poi lo scioglimento dei ghiacci e la piena annuale che si ingrossa per la fusione delle nevi fino all’inizio dell’estate. L’azione meccanica è importante e, per i grandi corsi d’acqua, si esprime soprattutto in erosione laterale. Infatti nella parte superiore della falda acquifera si fa sentire, in primavera e in autunno, la crioclastia, e si esercita l’attrito delle acque e dei ghiacci. Quando le rive sono formate da sedimenti poco consolidati, vengono erose in falesie fluviali che crollano al momento del disgelo portando via pezzi di foresta (corso medio della Lena). Tuttavia quando i corsi d’acqua sono poco profondi (da 2 a 3 metri), gelano fino al fondo con scavo lineare per crioclastia. A causa del ruolo limitato del ruscellamento, del trasporto in soluzione e anche per la scarsità della frazione fine nelle rocce di durezza media, l’evoluzione dei versanti convesso-concavi deve avvenire ancora nel senso della pedeplanazione. Le forme ereditate dalle fasi periglaciali (pianure di accumulo) o glaciali hanno una propria autonomia per cui saranno studiate nel capitolo dedicato alla zona fredda non forestale.

Il contatto tra la foresta e la tundra avviene lungo una fascia di transizione più o meno larga, perché la taiga penetra nelle valli mentre gli interfluvi sono occupati dalla tundra. La correlazione con le carte climatiche mostra una coincidenza approssimativa con l’isoterma di 10 °C per il mese di luglio, qualunque sia l’albero dominante ai margini. La radiazione deve raggiungere un certo valore durante un lasso di tempo tale da assicurare il disgelo di uno strato di suolo sufficientemente spesso così da poter essere occupato dalle radici di un albero. La temperatura di questo strato deve superare sensibilmente 0 °C perché le radici assorbano l’acqua sintetizzando gli amminoacidi. La vicinanza di corsi d’acqua che vengono da Sud costituisce un vantaggio poiché il suolo si disgela più presto. Più a Nord il periodo vegetativo è troppo breve e può svilupparsi solo una vegetazione nana, come la tundra. Sul fianco delle montagne della zona temperata si ritrova un piano forestale di Conifere analogo a quello della taiga. Il suo limite superiore corrisponde anche qui all’insufficiente calore dell’estate. Il clima del suolo però è in alta montagna più favorevole di quello dell’aria. Infatti il permafrost è raro sia per il notevole spessore della copertura nevosa, sia perché i raggi solari sono vicini alla verticale e perché la densità dell’aria è minore. Questo vantaggio spiega anche come la foresta ceda il posto a una vegetazione erbacea molto più densa di quella della tundra: gli alti pascoli montani.

 

IL DOMINIO FREDDO EXTRA-FORESTALE


il dominio periglaciale della tundra

È un dominio nel quale la neve non giunge ad accumularsi, poiché le precipitazioni sono insufficienti a superare la fusione. Il ghiaccio penetra nella roccia o nei relativi suoli di alterazione, sempre gelati a partire da una profondità variante tra i 10 cm. e i 2-3 m. Lo spessore e la durata del mantello nevoso, in funzione dell’esposizione al vento, sono i fattori essenziali della diversità del mosaico dei vegetali. L’associazione più densa è costituita da salici nani che senza danno possono essere ricoperti per lungo tempo dalla neve che li protegge contro i freddi dell’inverno e al tempo stesso costituisce fonte di umidità durante l’estate. L’assimilazione clorofilliana tuttavia non dura che per 2 mesi e se la durata dell’innevamento è troppo grande i licheni stessi non possono assimilare a sufficienza. Gli organi fogliari dei cespugli legnosi, come Loiseleuria, sopportano invece -30 °C. L’altro motivo della discontinuità della copertura vegetale è il carattere scheletrico del suolo abbandonato dai ghiacciai. Su vaste superfici rocciose le piante vascolari non possono attecchire. Ai licheni, che rappresentano la prima forma di vegetazione, succedono i muschi capaci di generare un embrione di suolo.

1) I rilievi di erosione. La disgregazione della roccia è quindi opera della crioclastia. Soltanto per le rocce calcaree essa si associa alla dissoluzione chimica, favorita dal fatto che le acque fredde possiedono molta anidride carbonica. A parità di condizioni per ciò che riguarda la natura della roccia, la macro-gelivazione è favorita dalle bassissime temperature dei climi continentali siberiani, mentre la micro-gelivazione è favorita dai geli moderati ma frequenti di tipo islandese. La base dei versanti ripidi è orlata da coni di terreno franato, dovuti alla macro-gelivazione, che, dopo la loro messa in posto, si assestano lentamente per creeping se detriti fini di micro-gelivazione si mescolano ai blocchi in quantità sufficiente. Su tutte le pendenze inferiori a 35°, il soliflusso lungi da essere impedito dalla magra vegetazione, alla quale anzi impone la sua legge, è un agente efficace. Infatti l’acqua di fusione primaverile è bloccata dalla presenza del permafrost, con il conseguente superamento del limite di liquidità dei suoli di alterazione. Le misure effettuate sul terreno mostrano che la reptazione è intimamente legata al soliflusso, perché i primi centimetri superficiali si spostano più velocemente. Una condizione indispensabile è che la quantità di detriti inferiori a 50 μ sia sufficientemente abbondante, cosa che la crioclastia non ottiene che per rocce molto micro-gelive. Infatti in molti casi l’erosione non è che una denudazione che si limita a spogliare il rilievo preglaciale delle morene che lo ricoprono dando luogo a soliflussi. La neve, sebbene non giunga a trasformarsi in ghiaccio, ha un ruolo molto importante. La crioclastia infatti è massima in vicinanza delle sacche di neve e scava nicchie nella roccia; i frammenti scivolano sulla neve mentre, più a valle, le acque di fusione trasportano i detriti più fini per ruscellamento e soliflusso. Tutti questi meccanismi tendono a diversificare il rilievo. Si resta dunque sorpresi nel constatare che in queste stesse regioni gli scoscendimenti si trasformano spesso in versanti di Richter, superfici di erosione nella parte superiore e di accumulo di detriti nella parte inferiore, disposti secondo un piano inclinato senza incisioni di alvei secondari. Non si comprende ancora come si passi da un sistema di cornici e di ripiani incisi da canaloni a un rilievo in cui le valli di primo ordine si smorzano. Più ancora che nella foresta boreale, il modellamento dei letti fluviali è opera delle alternanze del gelo e del disgelo, soprattutto in primavera quando le prime acque di fusione occupano le fessure dovute alla contrazione. Per i bacini idrografici a permafrost spesso, quindi senza falda freatica, il deflusso è limitato al periodo estivo; benché in queste regioni con precipitazioni ridotte il suo valore specifico sia debole, la capacità di trasporto è tuttavia notevole.
Nei solchi vallivi elementari non c’è mai deflusso liquido. L’apporto di acqua laterale basta soltanto a conservare una crioclastia e un soliflusso più attivi che nei versanti, a condizione che la proporzione di detriti fini sia sufficiente. Salvo nei casi in cui la crioclastia è limitata alla zona bassa dei versanti, perché l’acqua vi è più abbondante, l’evoluzione generale è del tipo della peneplanazione: questa non è che un’ipotesi perché, salvo in Alaska, il regime periglaciale è stato interrotto frequente­mente dall’invasione dei ghiacci.

2) Le pianure di accumulo. Le pianure di accumulo (attivo o morto) sono crivellate di laghi e suddivise in poligoni da fessure e da cuscinetti marginali. Le alluvioni sono imbevute di acqua gelata, che non fonde più stagionalmente dal momento che è protetta da un nuovo strato di alluvioni più recenti, soprattutto quando queste sono poi ricoperte dalla torba. Piccole lenti orizzontali derivano da una segregazione (la migrazione dell’acqua verso un fronte freddo stabilizzato a una certa profondità arricchisce i cristalli) oppure dalla fossilizzazione di antichi laghi gelati. Frammenti verticali di ghiaccio si formano nelle fessure dei suoli poligonali. Durante l’inverno l’insieme di ghiaccio e di alluvioni si contrae a causa della diminuzione della temperatura. L’acqua che si accumula durante l’estate gela in autunno ingrandendo le fessure e così di seguito. La datazione col 14C ha mostrato che certi lembi di ghiaccio erano vecchi di 8.000 anni. Infine il ghiaccio di iniezione consiste in veri ascessi che provengono dall’acqua sotterranea profonda, non gelata, a causa del suo alto tenore in sali disciolti. L’afflusso di ghiaccio solleva le alluvioni in collinette che raggiungono i 100 m. di altezza (pingo). La fusione di questo ghiaccio del suolo forma depressioni chiuse analoghe a quelle del carso (termocarso). Gli autori (principalmente sovietici e americani) prospettano qui due tipi di meccanismi. L’uno segue un andamento ciclico nel quadro del clima attuale. Nelle depressioni nelle quali l’acqua tende ad accumularsi durante l’estate, il ghiaccio intergranulare fonde fino a una maggiore profondità, poiché l’acqua fa da serbatoio di calore. Per autocatalisi appare un vero lago, assai profondo purché i terreni sottostanti non siano più gelati. Inoltre il vento lo ingrandisce seguendo particolari direzioni. Tuttavia, tende a operarsi una certa gerarchizzazione del drenaggio, nel senso che i laghi più elevati si vuotano nei laghi inferiori oppure le loro acque si infiltrano nelle alluvioni sabbiose disgelate. Il fondo prosciugato è allora esposto al gelo che vi crea suoli poligonali con i loro dislivelli e i loro lembi di ghiaccio, e così di seguito. L’altro meccanismo considerato fa intervenire una perturbazione bioclimatica e considera i laghi come forme di squilibrio. Questa perturbazione può essere sia il riscaldamento dell’Artico, sia, al contrario, una distruzione della foresta situata sulle alluvioni cementate di ghiaccio, che, di conseguenza, vengono direttamente esposte all’insolazione.


accumulo di ghiaccio e forme glaciali

1) Dalla neve al ghiaccio. Nelle regioni polari, dove le precipitazioni sono sufficiente­mente abbondanti, l’accumulo di neve trasformata in ghiaccio sotto l’effetto del proprio peso forma delle calotte autonome che, nel caso della Groenlandia, raggiungono i 3.200 m., e nel caso dell’Antartide i 4.000 m. stendendosi su 13 milioni di km2. Soltanto a partire dagli anni cinquanta si è cominciato a studiarli in profondità. La prospezione geofisica mostra un substrato roccioso molto ineguale piegato secondo una curvatura concava verso l’alto per effetto del peso del ghiaccio. La superficie dell’inlandsis, il cui profilo è parabolico, è influenzata in misura assai esigua dai rilievi sottostanti. La sua pendenza risulta da un equilibrio tra il deflusso centrifugo (secondo leggi che si cerca di formulare), e l’apporto di neve. Verso la periferia la velocità si accresce, soprattutto là dove si forma una concentrazione in fiumi di ghiaccio; la durata del percorso dal centro della Groenlandia fino all’Oceano, dove si staccano gli icebergs, viene valutata a oltre un migliaio d’anni. Le datazioni col 14C, realizzate nelle perforazioni della calotta fredda di Thule, hanno mostrato che il ghiaccio basale ha dovuto mettersi in posto circa 100.000 anni fa. L’inlandsis dell’Antartide risale a circa 5 milioni di anni almeno. Al di fuori delle zone polari la neve si trasforma più rapidamente in ghiaccio (un anno nelle Alpi) principalmente per fusione estiva e conseguente gelo dell’acqua infiltrata. L’accumulo prevale sulla fusione solo nelle regioni montuose (dall’Alaska all’Himālaya). Ad eccezione di alcune piccole calotte sommitali, il ghiaccio si accumula nelle valli adattando il suo spessore alle irregolarità del rilievo preglaciale. La sezione del letto è circa 100.000 volte più grande di quella del letto fluviale, poiché la velocità è dell’ordine di grandezza di 100 m. all’anno contro i 50 cm. al secondo. Da ciò la formazione di diffluenze. Soltanto nel corso degli ultimi venti anni le perforazioni hanno permesso di raccogliere alcuni dati sulla velocità dello scorrimento di alcuni ghiacciai per tutto lo spessore, sullo stato del ghiaccio e sul trasporto solido di fondo (per esempio osservazione diretta della parte inferiore del Blue Glacier nello stato di Washington). Sfortunatamente ci troviamo attualmente in un periodo di ritiro; sarebbe pertanto imprudente trarre conclusioni sulla scarsa efficacia dell’erosione glaciale, che ha dovuto essere molto più attiva durante i periodi di avanzata. D’altra parte si sono applicati i progressi della reologia, acquisiti soprattutto nello studio dei metalli, alla formulazione di una fisica dello scorrimento glaciale, sia a partire dall’esame del profilo verticale delle velocità sia da esperienze di laboratorio. Queste ultime hanno fornito la legge di velocità di deformazione del ghiaccio γ, in funzione della forza di cesellamento T : γ = B • T3,17 (dove è una costante dipendente dalla viscosità). Si è così messo in evidenza che il movimento di quasi tutti i ghiacciai comporta da una parte una deformazione assai simile a quella di un corpo viscoso-plastico, e dall’altra uno scivolamento in massa (da 40 m. a 1.000 m. l’anno) molto più rapido. Lo scivolamento è relativamente facile quando la base del ghiacciaio si trova a una temperatura vicina a quella del punto di fusione, come si verifica in un gran numero di ghiacciai, non solo nella zona temperata, ma anche nella zona artica: infatti, se lo strato isolante è sufficientemente spesso, esso impedisce alle frigorie superficiali di penetrare, mentre la base riceve il flusso di calore terrestre e il calore prodotto dall’attrito sul fondo del letto. Le variazioni di pressione a monte e a valle delle protuberanze abbassano o elevano il punto di fusione, e ciò è servito di base per una teoria dello scivolamento, prospettata fin dal 1850 e precisata un secolo più tardi da Weertman. A monte la pressione è più forte e pertanto provoca la fusione del ghiaccio. Il peso spinge l’acqua a valle della protuberanza dove la pressione è più debole, e ne deriva un abbassamento della temperatura di fusione che congela la sacca d’acqua; questa è saldata al ghiacciaio in movimento. Se l’acqua è più abbondante, forma un cuscino sotto il ghiacciaio che scivola in blocco (L. Lliboutry).

2) I rilievi subglaciali di erosione. Su vaste superfici il rilievo delle montagne della zona temperata e della zona fredda, a ogni altitudine, è direttamente ereditato da un mantello glaciale che raggiungeva la dimensione delle inlandsis nell’America settentrionale e in Europa, e di tipo alaskano nelle montagne più meridionali come le Alpi. Questi rilievi sono caratterizzati dall’esistenza di potenti contropendenze, principalmente nelle valli a doccia glaciale e nei fiordi (soglie e ombelichi), e dalla disordinata gerarchizzazione delle groppe negli altipiani e nelle medie montagne. Nella spiegazione di queste forme si incontrano difficoltà particolarmente grandi, perché i processi sfuggono all’osservazione diretta ancor più dell’erosione fluviale. Le teorie dell’erosione glaciale sono state principal­mente dedotte dall’esame delle forme stesse, utilizzando leggi molto semplicistiche, acquisite in laboratorio, sulla fisica del ghiaccio, e dati molto scarsi sullo scorrimento glaciale superficiale. Tuttavia le soluzioni possibili si sono delineate dall’inizio del secolo a partire dall’idea che ‘il ghiaccio conserva i rilievi’, fino alla posizione della Scuola di Grenoble, secondo la quale esso costituisce uno strumento talmente potente da modificare interamente i rilievi precedenti con un’intensità il cui solo fattore è la portata. In una posizione intermedia si pone il principio enunciato da E. de Martonne: il ghiaccio esalta i contrasti del rilievo preglaciale, perché l’erosione dipende dallo spessore più che dalla velocità. Si distingue comunemente tra l’erosione meccanica operata dai frammenti rocciosi trasportati alla base del ghiaccio e che scalfiscono e levigano il substrato, e lo sradicamento di blocchi (quarrying). Quest’ultimo fenomeno, nel caso di un frammento di roccia sana e non fessurata, pone un problema delicato. Infatti è impossibile attribuirlo al semplice trasporto da parte del ghiaccio che non può trasmettere nessuna pressione che superi i 2 kg/cm2. D’altronde è ragionevole pensare a una crioclastia subglaciale in tutti i casi in cui la temperatura è vicina a 0 °C e dove il ghiaccio scivola secondo il processo studiato da Weertman, effettivamente osservato all’estremità di una galleria. In queste condizioni di temperatura però le pressioni sviluppate dal gelo sono insufficienti a rompere le rocce, dure come il granito. È dunque probabile che l’essenza del quarrying risulti dalla incorporazione in seno al ghiacciaio di elementi rocciosi già individualizzati da fessure generatesi secondo tre meccanismi principali; 1) Per crioclastia proglaciale a bassissime temperature: se il ghiacciaio in seguito avanza, esso incorpora il materiale, già disgregato, compresi enormi blocchi che è capace di trasportare; poiché le fluttuazioni dei ghiacciai sono molteplici, anche nel quadro dell’esperienza storica, si può ritenere che esse siano assai numerose così da permettere lo scavo progressivo delle docce glaciali per tagli successivi; 2) la maggior parte delle grandi docce sono localizzate in fasce anastomizzate di forte fessurazione, come suggerisce il loro disegno, per esempio nei fiordi della Scandinavia e della Columbia Britannica: esse hanno già guidato le valli preglaciali, ma il ghiacciaio può sgombrarle in maniera molto più completa, a causa della sua forte portata e della larghezza del suo letto; 3) alle diaclasi strutturali si aggiungono diaclasi di decompres­sione, che risultano dai progressi dell’erosione stessa (J. Lewis) e che sono più profonde di quelle delle valli fluviali, perché il ghiaccio ha scavato più velocemente. Esse saranno sfruttate al momento della prossima avanzata glaciale. Il ghiaccio è capace di risalire le contropendenze: a) perché al verificarsi dei movimenti di massa è capace di trasmettere delle spinte provenienti da monte; la spinta idrostatica dell’acqua subglaciale verso l’alto, che facilita questo movimento in blocco, è massima negli ombelichi più scavati, in particolare per quelli dei fiordi; e b) perché, in regime di scorrimento plastico comprimente, delle linee di flusso si sollevano verso valle. Infine i torrenti subglaciali circolando sotto pressione sono anch’essi capaci di scorrere in contropendenza. Inoltre a causa della viscosità dovuta alle basse temperature, essi trasportano a valle molte sabbie abrasive e la loro portata molto irregolare può raggiungere valori considerevoli. In definitiva lo spessore del ghiacciaio sembra il parametro più importante che favorisce l’escavazione nelle valli profonde, conformemente all’intui­zione fondamentale di de Martonne nel 1910 (che veramente pensava soprattutto all’abrasione). Per quel che riguarda l’importanza relativa di quest’ultimo processo e della sua subordinazione all’influenza della velocità e della pendenza non si ha ancora un’identità di vedute tra gli studiosi.

3) Pianure e colline di accumulo di origine fluvio-glaciale. La fusione del margine delle inlandsis e dei ghiacciai di montagna provoca l’accumulo dei detriti trasportati, perché le acque di fusione hanno una portata e una capacità di trasporti inferiore a quella del ghiaccio; infatti, benché le acque diano luogo spesso a una rete di canali anastomizzati (sandr), che copre una superficie assai estesa, quest’ultima è inferiore a quella del letto subglaciale. Il totale scioglimento del ghiacciaio lascia sul posto una gran parte dei detriti e pertanto la valle glaciale presenta numerose contropendenze. All’estremità dei ghiacciai di montagna la costruzione più caratteristica è un anfiteatro, le cui pareti possono raggiungere parecchie centinaia di metri di altezza. Il fianco interno è ripido, perché corrisponde alla pendenza di equilibrio del materiale dopo la fusione del ghiaccio, mentre il versante esterno si raccorda con un profilo concavo a una pianura di pedemonte dove le alluvioni si sedimentano nel fondo del letto fluviale. L’imponenza di questo rilievo si spiega col fatto che il carico dei ghiacciai di montagna è abbondante, sia a causa dell’erosione subglaciale sia del materiale fornito dai versanti che emergono dai ghiacciai. Questa abbondanza è dovuta anche al fatto che il ghiaccio circola rapidamente in funzione della pendenza e dell’attività dell’ablazione che avviene al di sotto del limite delle nevi permanenti. Durante le fasi di ritiro la situazione è diversa; i ghiacciai stagnanti del pedemonte si nascondono a poco a poco sotto il materiale detritico in modo tale che la loro successiva fusione lascia una topografia caotica, dove le cavità corrispondono a resti di ghiaccio sfuggiti più a lungo all’ablazione. Le più vaste pianure dell’emisfero Nord sono dovute a un accumulo persistente. Su di esse si sovrappongono dal basso verso l’alto morene di inlandsis e depositi proglaciali fluviali o eolici (löss), talvolta depositi glaciali marini (Siberia occidentale). Le morene frontali non superano qualche decina di metri d’altezza a causa della scarsità del trasporto solido e della lentezza con la quale il ghiaccio defluisce. Esse volgono i loro fianchi ripidi verso valle quando ghiacci in trasgressione spingono davanti a loro scaglie di suolo gelato. Si è posta molta attenzione, specialmente in Polonia e in Germania, alla superficie interna crivellata di laghi dove si intersecano collinette e cordoni prodotti al momento della fusione rapida della calotta stagnante. Le alluvioni accumulate negli eskers, cordoni paralleli allo scorrimento glaciale, sono state deposte da torrenti fortemente carichi di detriti che circolano nelle fessure superficiali del ghiaccio o invece da torrenti subglaciali che scorrono sotto pressione?

4) Il rilievo della zona a monte del ghiacciaio. A monte dei ghiacciai si alza un sistema di creste aguzze, costituite da rocce nude, la cui pendenza supera ovunque il valore limite di aderenza della neve (circa 55°). Al di sotto si installano ghiacciai di circo e di parete, questi ultimi scorrendo per crollo di blocchi. L’impronta del ghiacciaio di circo si nota dal modellamento di una parete subverticale periferica. G. Galibert e L. Lliboutry rifiutano di seguire gli autori che la attribuiscono alla crioclastia che agisce sul fondo del crepaccio terminale. Infatti le variazioni di temperatura osservate sono di 1 °C e lente, cioè insufficienti per rompere la roccia. L’erosione è allora attribuita al superamento dello spessore critico di ghiaccio che permette a questo di erodere. Gli zig-zag nel profilo delle creste dipendono d’altronde dalla densità delle diaclasi strutturali e anche dalle fessure sviluppate dallo squilibrio meccanico dei versanti: per esempio le fessure di trazione screpolano il bordo di rilievi, i cui versanti hanno tendenza a scivolare verso le valli vicine. Possono derivarne delle nicchie sommitali, anch’esse occupate dal ghiaccio. La crioclastia interviene solo nel dettaglio della scultura delle pareti nude, soprattutto nella loro parte inferiore dove le alternanze gelo-disgelo sono sufficientemente numerose. Al contrario i versanti molto alti, coperti da un perenne strato di ghiaccio, sfuggono praticamente all’azione meteorica e pertanto presentano una certa rigidità nelle pendenze. Appartengono a un tipo molto differente alcuni ghiacciai di circo, che sono separati da superfici non ghiacciate perché il vento impedisce alla neve di accumularvisi. Questa situazione si realizza ai margini delle regioni glaciali a contatto con unità climatiche più calde (Norvegia attuale) o più secche, e in rilievi dalle pendenze modeste. La parete a monte del circo è allora erosa dalla crioclastia. Durante una gran parte dell’anno, la fusione diurna della neve si alterna col gelo notturno e il ruolo del ghiacciaio si limita a spingere i detriti verso l’esterno.
5) Le alte montagne della zona intertropicale. Il limite delle nevi non subisce variazioni stagionali sensibili, poiché l’oscillazione termica annua è limitata. D’altra parte, là dove esiste un periodo umido ben marcato che si alterna con un periodo secco, il primo sopraggiunge in estate, quando cioè la fusione è più attiva. Infine questo livello di nevi eterne si trova spessissimo molto al di sopra del livello delle massime precipitazioni. Anche i ghiacciai e le morene sono di modeste dimensioni. La stessa cosa si verifica per quanto riguarda le forme subglaciali ereditate dai periodi freddi o umidi del Quaternario. Il limite della foresta da nebbia è determinato dall’abbassamento delle temperature notturne che espone la vegetazione e il suolo superficiale al pericolo del gelo durante la maggior parte dall’anno. Si può supporre che le foglie in grado di resistere con l’indurimento fisiologico al gelo notturno sono allora incapaci di utilizzare la forte insolazione diurna che eleva la temperatura del suolo fino ai 30-40 °C. Questa ipotesi permette di capire la xero-morfia di numerosi vegetali montani adattati alla vita in un ambiente in cui le funzioni fisiologiche sono rallentate durante quasi tutto l’anno, benché la media annua sia di 10 °C: ma questa idea non è ancora verificata. Poco verosimile è l’ipotesi di H. Walter, secondo la quale le basse temperature del suolo costituiscono il fattore limitante. Nelle montagne aride esiste un dominio ‘periglaciale’ nel quale geli moderati rappresentano l’agente essenziale del modellamento. Durante la notte gli aghi di ghiaccio sollevano grani di minerali che ricadono più in basso al momento della fusione diurna (pipkrake). Negli scisti più gelivi il soliflusso è talmente intenso da impedire ogni vita vegetale (Cordillera Real in Bolivia, secondo Troll).

 

 

PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLA GEOGRAFIA FISICA

Sarebbe dar prova di eccessivo pessimismo insistere sui modesti progressi compiuti dalla geografia fisica dagli inizi del nostro secolo ad oggi. Senza dubbio, in senso estensivo, la nostra conoscenza dell’orbe si è arricchita rapidamente, ma, come scriveva Goethe, sono i problemi importanti che restano non risolti (per esempio l’origine delle superfici di spianamento, la reazione dei vegetali di fronte al freddo, e simili).

La maggior parte delle ‘leggi’ della geografia fisica hanno un’origine induttiva e poggiano su correlazioni tra i fenomeni globali. Esse troveranno la loro piena giustificazione solo quando poggeranno sull’analisi in profondità dei processi.
Come tutte le scienze naturali, la geografia fisica tende a diventare quantitativa. Questa ambizione non proviene da un complesso di inferiorità di fronte alle scienze cosiddette esatte, ma da una presa di coscienza del fatto che le relazioni di causalità non possono essere precisate senza una misura del valore relativo dei fattori in gioco. Anche nel caso in cui, da ultimo, la formula della legge scelta fra molte altre rimane qualitativa.
È ormai tempo di esaminare qui le prospettive dell’analisi spaziale e fattoriale, come strumento di descrizione e di spiegazione per tutti gli aspetti della geografia fisica, benché i suoi metodi siano di applicazione molto recente.

L’analisi spaziale e fattoriale, peraltro, considerata come strumento di descrizione, per esempio del rilievo, ci sembra che non dia risultati superiori all’esame della carta topografica, soprattutto quando la struttura è eterogenea; se ci si richiama alla carta dell’indice di rugosità di una bahada alluviale quaternaria, o di differenti colate di lava, si constata che la carta topografica esprime i contrasti in maniera più netta. Al contrario in un materiale approssimativamente omogeneo la definizione di un sistema di versanti e di solchi vallivi standard è una tappa indispensabile. Si giunge però molto più velocemente a questo risultato mediante la scelta di settori di carte tipiche sulle quali si effettuano poi operazioni morfometriche semplici. Nella ricerca delle cause essa rivela spesso notevoli incertezze che sottraggono tempo prezioso ai ricercatori e agli elaboratori elettronici. Per esempio lo studio statistico della ripartizione delle doline nella pianura Mitchell (S.U.A.) porta alla conclusione che essa non è conforme alla distribuzione di Poisson, e quindi deve dipendere da più di un fattore: cosa della quale a priori si poteva dubitare. Sulla natura di questi fattori, i tipi di distribuzione spesso non ci danno alcun ragguaglio.
Al contrario le operazioni di simulazione e le costruzioni di modelli costituiscono un metodo fruttuoso, analogo a quello della costruzione di un film di cartoni animati. Esse implicano però una conoscenza approfondita sia dei processi elementari sia del loro dosaggio, che deve entrare nel programma del calcolatore elettronico. L’analisi fattoriale e spaziale pretende di affrontare la spiegazione di tutto un paesaggio, incontrando difficoltà ancora più grandi nel gerarchizzare i fattori. Ci riferiamo all’impresa ambiziosa e originale che è stata applicata a un settore del paesaggio litoraneo bretone dove naturalmente la perturbazione dovuta all’uomo è notevole. Le conclusioni del calcolo delle matrici, che ha permesso di definire 3 assi in funzione dei quali si dispongono caratteri e luoghi di osservazione, sono le seguenti: 1) le micro-cavità e le micro-gibbosità dei versanti non sono influenzate dagli altri fattori; 2) se si classificano le unità del paesaggio per grado di complessità, le falesie rocciose sono alla base della scala e le foreste al vertice; 3) il massimo di stabilità e di coerenza dei caratteri si trova nei versanti rocciosi o nelle foreste; il minimo, al contatto delle differenti unità e nel dominio influenzato dall’uomo (lande e praterie); 4) l’influenza limitante della pendenza, sui suoli in particolare, è massima sui versanti rocciosi; essa è ostacolata dall’ambiente forestale che permette lo sviluppo di suoli profondi. Il lettore giudicherà senza dubbio che queste ipotesi potevano risultare da una riflessione puramente qualitativa. Data l’inadeguatezza delle nostre conoscenze per ciò che riguarda i processi elementari, sembra che i nostri sforzi debbano essere rivolti soprattutto in questo senso, sia attraverso la simulazione in laboratorio o nei fitotroni (per colmare le lacune della chimica, della fisica e della fisiologia fondamentali), sia attraverso misure sul terreno. Queste ultime però devono essere effettuate in luoghi diversi (di preferenza lungo i versanti montani seguendo la pendenza naturale dell’acqua) e protratte per alcune decine d’anni, data la discontinuità temporale dei processi geo-morfologici e la variabilità dei fenomeni meteorologici; non rispettando queste condizioni, si può arrivare alla conclusione assurda che la superficie del pianeta sia fissa come quella della Luna, che la falesia non arretri, che le valli non si approfondiscano, che in una savana dell’Africa australe non ci sia oggi né pedeplanazione, né pediplanazione, e simili
Ricerche sistematiche di questo genere implicano spese considerevoli in numero di ore per ricercatore e in materiale, indispensabili per una migliore comprensione del nostro ambiente. Tuttavia, perché il peso di queste spese non divenga insopportabile, bisogna considerare accuratamente la redditività di ogni operazione e non scegliere una via a caso.

In questo stadio la determinazione dei coefficienti di correlazione semplice o multipla è un tentativo indispensabile, benché essa non riveli necessariamente la struttura e la gerarchia dei legami di causalità. È più logico dal punto di vista economico applicare questi metodi a un gran numero di dati naturali scelti preliminarmente.

Soltanto quando questa fase sarà superata si potrà pensare a un’analisi spaziale integrale del paesaggio che comporti il confronto di carte a grande scala che rappresentano particolari superfici (cfr., per esempio, F. Verger e altri: “modèle dynamique de la Pointe d’Aråay, in “mémoires et documents du centre de recherches et documentation cartographiques et géographiques”, 1972, 12°, pp. 223-263).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

FARE COSE CON LA NATURA, NATURA CON LE COSE

la geografia del territorio

 

DAL DETERMINISMO ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Nell’affrontare lo studio dell’evoluzione dei rapporti tra l’uomo e la natura, le scienze in genere e la geografia in particolare hanno adottato oppure originato movimenti di pensiero che sono passati da una concezione di dipendenza assoluta dell’uomo dall’ambiente a una di costume autonomo e addirittura prevari­catorio e dominatorio sulle forze fisiche e biologiche e poi a una idea di sviluppo compatibile con la natura. Noi ci troviamo ora nella fase di un ripensamento dei rapporti con la natura, per rispondere meglio alle esigenze della conservazione della qualità della vita umana ovunque il suo livello abbia raggiunto uno stadio evoluto e del suo miglioramento dove è ancora carente.

Lo scopo di questo capitolo è quello di seguire le successive fasi dell’evoluzione del pensiero geografico negli ultimi due secoli circa il rapporto tra uomini e ambiente in cui essi vivono e operano quotidiani interventi, da quella deterministica che ha improntato la cultura del secolo scorso e dei primi decenni del nostro, a quella possibilistica che ha preso l’avvio alla fine dell’Ottocento e si è protratta fino alla seconda guerra mondiale, a quella volontaristica che si è manifestata con grandi realizzazioni negli anni ‘30 e ha assunto forme esasperate negli anni ‘60 e ‘70. Siamo quindi arrivati alla rivalutazione dell’ambiente naturale come reazione alle violenze provocate dal non corretto uso della tecnologia e financo agli elementi vitali della Terra e sentiamo ora l’esigenza di rivedere il concetto di sviluppo, di valutare il grado dell’intervento umano nell’ambiente e di allargare questo alla presenza attiva, materiale e spirituale, dell’uomo. Il traguardo di uno sviluppo sostenibile, enunciato nella grande conferenza di Rio de Janeiro con molta enfasi appare lontano da raggiungere per difficoltà di ordine diverso e sarà la nuova frontiera dei rapporti tra l’uomo e la natura del prossimo secolo.

La cultura, nel secolo scorso, fu dominata dal determinismo, frutto dello sviluppo delle scienze naturali e biologiche, che sottometteva a leggi rigide anche l’uomo e le sue azioni e applicava con il Ratzel anche alla vita politica e amministrativa degli stati le teorie della distribuzione geografica di Darwin, almeno per quanto riguarda le barriere, la politica espansionistica, e la posizione dei singoli stati all’interno del sistema mondiale. Il territorio con le sue forme diventava l’elemento fondamentale dello stato, mentre la popolazione assumeva una importanza secondaria: le guerre franco-tedesche per il possesso del medio bacino del Reno rispondevano a due logiche diverse che attribuivano un valore differente all’unità della valle e al solco fluviale per segnare la linea di confine; le guerre per gli sbocchi al mare della Russia si ricollegavano alla necessità di assicurarsi una posizione favorevole rispetto ai traffici internazionali; la prima guerra mondiale e l’assetto politico conseguente furono regolati dalla tesi che le barriere montuose e altri elementi naturali fossero alla base della difesa e dello sviluppo degli stati. La pessimistica conclusione di Giustino Fortunato e di altri studiosi e uomini politici sulle prospettive di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia agli inizi del ‘900 traeva materia dalla <<triste geografia fisica di cui la malaria era l’esponente più vero e maggiore al quale sono legati in maniera indissolubile>> (come diceva uno di questi autori) l’ordinamento politico e la struttura economica, cioè dalle pessime condizioni naturali e sanitarie delle terre pianeggianti e dal disordine idrogeologico di quelle collinari e montuose. L’uomo poco o nulla poteva fare per riscattarle, perchè la natura sfavorevole le condannava al sotto-sviluppo e all’abbandono. La desolazione e la malaria imperavano nelle pianure e altre tremende malattie apparivano ribelli a ogni rimedio e falcidia­vano la popolazione. 

Verso la fine del secolo scorso, esattamente nel 1890, in Francia cominciava a farsi strada una nuova concezione ad opera di Vidal de la Blache, che sarà indicata come possibilismo dal Fabvre. Alla luce di tale nuova concezione (in base alla quale gli uomini non obbediscono passivamente alle rigide leggi della natura e le attività umane hanno più o meno ampie possibilità di autonomia a seconda del proprio grado di cultura, del proprio sviluppo tecnologico, e della propria storia) si svilupperanno studi regionali sulle condizioni geografiche, sulla popolazione e sui suoi interventi territoriali. Si affermava l’idea che le condizioni naturali, lungi dal determinare l’azione umana, fossero suscettibili di essere in qualche modo modificate a vantaggio degli uomini, con interventi coordinati e razionali. Compie i primi passi anche il volontarismo, un movimento di pensiero che si affermerà con prepotenza nel secondo dopo-guerra con il rapido sviluppo tecnologico e troverà sensibile anche la geografia nello studio dei rapporti tra la natura e l’uomo. La concezione volontaristica, secondo la quale la volontà umana è un fattore prepotente di trasformazione della superficie terrestre e dell’ambiente naturale, assume una crescente rilevanza a mano a mano che la scienza e le sue applicazioni tecnologiche hanno messo a disposizione dell’uomo strumenti sempre più efficienti d’intervento sul territorio. La volontà a cui faccio riferimento è soprattutto quella dei gruppi umani organizzati in società e ne è espressione politica: si rapporta al loro sviluppo culturale, al loro progresso civile e alla loro esperienza storica. La natura offre all’uomo particolari condizioni ambientali, ma egli non opera allo stesso modo né in ambienti naturali uguali né in momenti diversi nello stesso ambiente, perchè la sua azione è legata, oltre che ai fatti naturali, alle doti intellettive e psichiche dei singoli gruppi, alla loro organizzazione politica economica sociale religiosa e giuridica e a una presa di coscienza da parte loro del valore dei propri interventi, alla volontà politica di attuare determinati programmi di sviluppo e alla suggestione stessa delle scelte da operare, cioè alla combinazione di molteplici fattori storici e culturali. L’uomo di cui parliamo non è solo un organismo animale con determinate funzioni fisiologiche e psichiche legate a fatti naturali da rapporti di azione e reazione, ma un essere vivente attivo, che pensa, sente e opera, che organizza le proprie attività e vive in gruppi socialmente differenziati e variamente legati tra loro, che ha iniziativa e forza di volontà e persevera con tenacia nelle proprie azioni, ligio sì alle tradizioni, ma anche sensibile alle innovazioni.

La volontà politica di intervenire estesamente sul territorio e nell’organizzazione razionale della produzione degli spazi terrestri registra i primi successi nella seconda metà degli anni ‘20 e in tutti gli anni ‘30, sotto regimi politici diversi e con enormi conseguenze geografiche. Il nostro riferimento si limita qui a tre grandiosi progetti: la bonifica integrale, idraulica e sanitaria, operata dal fascismo in Italia con una legge della fine del 1928, la collettivizzazione agraria e il primo piano quinquennale in Unione Sovietica dello stesso anno, e la valorizzazione della valle del Tennessee negli USA con l’istituzione nel 1933 di una autorità sovrastatale, la “Tennessee Valley Authority”. La legge sulla bonifica integrale del 24 Dicembre 1928 coronò vari provvedimenti legislativi parziali degli ultimi anni esprimendo e sancendo l’impegno del Governo d’intervenire massicciamente con opere di bonifica idraulica e sanitaria nel piano di sistemazione montana per ridurre gli effetti disastrosi del disordine idro-geologico. Fu un atto di volontà politica che maturò da una lunga esperienza e portò al risanamento, alla valorizzazione agraria, e al popolamento delle terre più produttive della nostra penisola: testimonia una presa di coscienza, da parte di uomini culturalmente evoluti, delle enormi possibilità d’intervento sulla superficie terrestre grazie al contributo che la scienza dava alla soluzione dei problemi dell’umanità e agli strumenti che la tecnica metteva a disposizione. I consorzi di bonifica svolsero una funzione di primo piano nella sistemazione dei singoli bacini, ma le resistenze furono notevoli, specialmente nel campo della trasformazione fondiaria, per l’opposizione degli agrari e per le implicazioni politiche che essi riuscivano a porre in essere nella difesa dei propri interessi. Tra le terre bonificate e popolate si distinguono per estensione e importanza la Maremma, il Tavoliere delle Puglie, l’Agro Pontino, le pianure dei fiumi campani, e il comprensorio di Metaponto e Sibari. In tali aree sorsero in breve tempo città, centro di servizio, e insediamenti sparsi, e contemporaneamente fu tracciata la rete stradale. In un ambiente politico diverso, in cui lo stato, per far fronte alle enormi difficoltà d’incrementare i prodotti agricoli per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione e alla necessità di dotarsi di un apparato industriale efficiente, si appropriava della terra e di tutti i mezzi di produzione, l’Unione Sovietica ricorreva a leggi drastiche per attuare la collettivizza­zione agraria e lo sviluppo industriale col primo “Piano Quinquennale 1928-1933”, a mezzo del quale si operò la trasformazione dell’agricoltura con la creazione di cooperative collettive e statali, con i relativi centri di servizio e villaggi rurali, e si potenziò la grande industria metallurgica, meccanica e chimica. L’azione di governo, espressione della volontà politica del Partito e dell’ideologia marxista, si inquadrava nella consapevolezza che si potessero invertire i rapporti di dipendenza dell’am­biente naturale e sociale.

Gli esempi ricordati riguardano due paesi a regime centralizzato in cui la volontà degli uomini che impersonavano il partito dominante trovava più agevole e rapida attuazione, ma anche in quelli a regime democratico vi furono interventi significativi sul territorio decisi d’apposite autorità. Traiamo qui l’esempio dagli Stati Uniti, dove all’indomani della grave crisi finanziaria mondiale si varò, ad opera di Roosevelt, un vasto programma di politica economica a lungo termine (il famoso New Deal) con interventi pubblici in vari settori produttivi, tra cui in campo agricolo l’istituzione della TVA nel 1933, un ente federale che curò la realizzazione di un grandioso programma di opere pubbliche lungo tutto il Tennessee. Questo è un fiume di notevoli dimensioni (ben 1450 km.), affluente dell’Ohio, dal bacino pari a oltre un terzo dell’Italia, che attraversa vari stati e vari altri ne benefica con le sue acque, caratterizzato da notevole varietà di suoli, da un clima caldo in Estate e da una diffusa vegetazione forestale. La sua valorizzazione, affidata a un’autorità federale sovrastatale avvenne con la costruzione di oltre 30 sbarramenti e bacini lacustri per l’utilizzazione delle sue acque per scopi irrigui, urbani, idro-elettrici, industriali, per la navigazione e il turismo. Lo straordinario progresso scientifico realizzato nel periodo successivo alla guerra in tutti i campi e le sue ricadute tecnologiche dovevano portare a un radicale cambiamento nella concezione dei rapporti tra l’uomo e la natura, sicchè si creò l’illusione che qualsiasi danno prodotto nell’ambiente potesse essere riparato grazie alla tecnologia. Lo stesso Mezzogiorno d’Italia non fu più visto come il regno dell’abbandono, ma suscettibile di essere trasformato con un atto di volontà politica e con l’uso dei moderni mezzi tecnici. In questo cambiamento di prospettiva s’inserisce la legge del 10 Agosto 1950, legge istitutiva della “Cassa per il Mezzogiorno”, un ente pubblico destinato a realizzare interventi straordinari per il progresso economico e sociale di quella parte arretrata del Paese. La Cassa avrebbe dovuto operare per un decennio ma fu poi prorogata per un trentennio e ha riguardato l’irrigazione e la trasformazione agraria delle pianure bonificate, la sistemazione dei bacini montani, la creazione di impianti industriali, strutture turistiche, opere stradali e ferroviarie, marittime e aeroportuali, acquedotti e fognature. Nonostante gli enormi sprechi e gli abusi, questo vasto complesso di opere, che ha cambiato il volto di larga parte del Mezzogiorno e avviato lo sviluppo diverse sue aree, testimonia l’importanza della volontà politica e della legge nel mutare la fisionomia del nostro Paese.

Il volontarismo è frutto del progresso scientifico e tecnologico, specialmente delle applicazioni nel campo delle costruzioni e in quello sanitario. Grazie alle realizzazioni della tecnologia e ai trionfi della medicina l’uomo si è sentito dominatore della natura tanto da ritenere di poterla signoreggiare. In nome di tale principio sono stati compiuti enormi sconci ambientali, aberranti progetti urbanistici, irrazionali opere marittime, e assurde localizzazioni industriali. Si diffondeva sempre più la convin­zione che gli strumenti tecnici disponibili consentissero di far fronte a tutte le evenienze, ai turbamenti provocati nell’ambiente dall’azione umana, ai limiti imposti dalla natura dei suoli e dalle condizioni climatiche, e perfino ai fenomeni naturali alquanto eccezionali. Le nuove pratiche agricole, le colture protette, e le manipolazioni genetiche incidevano sulla crescita della produzione agraria e allontanavano lo spettro delle carestie. Il miracolo economico e le ardite soluzioni tecniche inducevano nell’errore che si potessero trascurare i normali rapporti tra spazi e volumi nei progetti urbanistici e addirittura le leggi della fisica e della chimica nello sviluppo industriale.

Le conseguenze geografiche dell’azione umana sono state sempre più notevoli per cui si è affermata di pari passo l’esigenza scientifica di fare ricerche sulle imponenti trasformazioni della superficie terrestre, esigenza che cominciò a manifestarsi sin dalla fine degli anni ‘60 con l’enunciazione del principio di conseguenzialità, il quale doveva assumere una importanza pari a quello di causalità che aveva dominato a lungo la gloriosa fase deterministica e possibilistica. C’è ampia materia di studio a disposizione delle scienze applicate per la conoscenza e la soluzione dei numerosi problemi pratici. Si tratta di trasformazione dei numerosi problemi pratici. Si tratta di trasformazioni conseguenti nelle stesse aree in cui si è verificato l’intervento oppure in altre aree anche molto lontane. La concezione volontaristica assunse forme esasperate nella seconda metà degli anni ‘60 e nella prima metà del decennio successivo, per cui pareva che bastasse volerlo per realizzare ogni intervento, anche in dispregio dell’ambiente e di ogni norma di corretta gestione del territorio. Nessun limite era più tollerato e rispettato, né all’uso di strumenti tecnici poco ossequiosi delle peculiarità ambientali né al possesso esclusivo di tratti caratteristici del paesaggio. Una tale acquisizione era motivo di soddisfazione personale e di prestigio per quanti avevano raggiunto un’alta base economica da nobilitare sul piano sociale e culturale. Molti ripensamenti si verificarono poi nel corso della seconda metà degli anni ‘70 e nel corso di tutti gli ‘80 nei vari campi del sapere sulla efficacia delle attività produttive ai fini della salute umana e s’uno sviluppo senza regole precise e basato solo sulla tecnologia e sulla forza del denaro del potere pubblico. Il volontarismo sfrenato subì una notevole riduzione e un drastico ridimensionamento in seguito ai fallimenti che si registrarono in tutti i campi. Alle minacce di distruzioni facevano contrasto per fortuna le enormi applicazioni della tecnica e più fondate speranze in una vita migliore, libera dall’indigenza. Con la volontà si può realizzare molto, ma non senza gravissime conseguenze sulla vita umana, se non si rispettano determinate regole. Il progresso tecnologico consente grandi trasformazioni della superficie terrestre, ma non si può prescindere dalla salvaguardia delle risorse ambientali e dei sistemi ecologici. A metà degli anni ‘70 l’esplosione di Seveso, avvenuta esattamente nel 1976, provocò la devastante diffusione di diossina che contaminò una vastissima area ed ebbe grande risonanza mediatica e scientifica; altri incidenti industriali che causarono più o meno gravi disastri indussero a ripensare i rapporti tra l’uomo e la natura, che non possono essere regolati da una volontà senza controllo e da strumenti tecnici non rispettosi delle leggi del mondo fisico e biologico. Il sistema ecologico della Terra apparve in pericolo a livello regionale e globale per un cattivo uso della tecnologia, senza dire che si era accumulata tanta energia nucleare in arsenali militari e in centrali elettriche, che poteva distruggere le fattezze della superficie terrestre e l’umanità stessa. La natura andrebbe studiata e capita nelle sue componenti anche per fissare i limiti agli interventi umani e per evitare che questi rappresentino altrettante violenze. Volontà e azione tecnologica non debbono esplicarsi in dispregio delle capacità di recupero della natura che non può tollerare tutti i danni che l’uomo è in grado di produrre: esistono delle soglie di tollerabilità per la conservazione delle risorse naturali, oltre le quali non è conveniente per gli uomini andare senza subire riflessi negativi sulla propria vita. ‘uso della tecnologia non deve rovinare l’ambiente, che è la nostra casa comune, ma aiutare a migliorarlo, nel rispetto dei grandi principi etici ecologici. L’illusione tecnologica deve insomma confrontarsi con la realtà ecologica, per cui la conoscenza delle condizioni naturali e delle soglie di tollerabilità ambientale è fondamentale per qualsiasi razionale intervento sul territorio. Le scienze naturali sono così chiamate a dare il proprio contributo di conoscenza per sostenere l’azione umn e ridurre o eliminare il degrado ambientale mentre uno spazio maggiore si ritagliano le scienze applicate: la moltiplicazione delle cattedre universitarie di geografia fisica e di discipline naturalistiche, nell’ultimo trentennio, è una prova del crescente bisogno di approfondimenti sugli elementi dell’ambiente naturale (quali natura e forma dei suoli, acqua, aria e vegetazione) per prevenire dissesti idro-geologici, forme di erosione costiera accelerata, e inquinamento (dell’aria e delle acque). Il periodo in cui aveva dominato la tecnologia (definito “tecno-centrismo”) trapassa lentamente in un altro in cui l’arditezza delle soluzioni deve fare i conti con l’ecologia (sempre più spesso oggi si parla infatti di “eco-centrismo”), con la conservazione degli equilibri ecologici, con i dissesti territoriali e con l’inquinamento, che raggiunge livelli tali da compromettere la salute stessa della popolazione. S’invoca un rapporto di rispetto con la natura da parte dell’uomo. Questi principi vengono presi a fondamento della propria azione da alcuni movimenti politici che si fanno paladini della protezione della natura e della lotta all’inquinamento, alcuni ponendosi su posizioni scientificamente valide, sostenitori d’interventi compatibili con l’ambiente, altri assumendo comportamenti acritici, aventi scarsi legami con la realtà fatta di natura, di opere umane e di uomini, che debbono soddisfare i loro bisogni. Di tali principi ha dovuto tenere conto, in Italia e in altri paesi, l’attività legislativa dello stato e l’azione politica del governo nel programmare e nell’attuare le proprie misure di regolamentazione economica. La creazione in ogni parte d’Italia di parchi e riserve naturali è la risposta alla esigenza di salvaguardare ambienti e paesaggi tipici, anche per una loro migliore fruizione. Il Ministero dell’Ambiente, istituito nel 1986, assunse le funzioni di coordinamento di tutte le attività rivolte alla protezione del patrimonio naturale per assicurare una coerenza delle decisioni delle singole autorità e nella esecuzione dei progetti. Nel 1977 un decreto del presidente della repubblica aveva trasferito alle regioni le competenze in campo urbanistico e territoriale e per la salvaguardia della natura con riserve e parchi. Per le iniziative assunte a livello regionale si possono ricordare e prendere a esempio quelle della Liguria, che fin dal 1977 elaborò un piano per la tutela delle parti più significative del suo territorio, dal punto di vista ambientalistico, per tramandarle integre alle generazioni future: furono individuati col tempo ben 15 parchi regionali, 10 aree protette (Monte Marcello Magra, Cinque Terre, Portofino, Aveto, Antola, Beigua, Piana Crixia, Bric Tana, Finalese, Alpi Liguri) e 3 riserve naturali (Isola Gallinara, Rio Torsero e Bergeggi) per una superficie complessiva pari a circa un quarto dell’intera regione, e abbastanza ben distribuiti in essa. Si affermava in tal modo un movimento di pensiero, scientificamente fondato, che ridimensionava molto la pretesa d’intervenire sul territorio prescindendo dalla tollerabilità ambientale e nel contempo contrastava le tesi utopistiche degli ecologisti teorici sostenitori della difesa della natura in tutte le sue caratteristiche. E si faceva strada la teoria dello sviluppo, non basato solo sulla forza del progresso tecnologico, ma compatibile con le potenzialità dell’ambiente inteso in senso ecologico e con la salvaguardia delle risorse disponibili a vantaggio dell’umanità. E tuttavia si sono adottate leggi talmente restrittive e assurde che sono state rifiutate da intere comunità: i divieti assoluti sono una prova dell’incapacità di proporre una razionale utilizzazione del territorio e non risolvono i problemi. Intere aree sono diventate dominio di grandi speculazioni edilizie e urbanizzazione incontrollata: di fronte al rifiuto di concedere licenze per costruzioni di qualsiasi genere, la penisola sorrentina è diventata un immenso cantiere abusivo in dispregio di qualsivoglia regola in cui sono sorte migliaia di nuove opere irregolari per soddisfare la domanda di abitazioni da parte della popolazione. Molte altre aree costiere di pregio hanno subito un analogo scempio. In nome della compatibilità tra crescita e ambiente naturale sono sorti in ogni angolo costiero favorevole del Mediterraneo enormi complessi alberghieri e residenziali: in base allo sviluppo possibile di tali opere trovano una giustificazione, ma esse non sono compatibili con la salvaguardia della qualità della vita della popolazione e delle sue esigenze di movimento e di salute. Della necessità di rapportare gli interventi ai bisogni della vita umana e non solo alle condizioni ecologiche si sono andati rendendo conto anche gli studiosi di scienze naturali e applicate, poichè nei loro progetti l’ambiente ha assunto un carattere sempre più umanizzato, da ecologico che era prima. A livello mondiale l’avvicinamento a una concezione antropo-centrica dei rapporti tra l’uomo e la natura, che ammetta il soddisfacimento dei bisogni umani in modo compatibile con la protezione dell’ambiente, avviene per tappe successive nel corso dell’ultimo trentennio. La “dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano” del 1972 riconosce che la responsabilità maggiore per il deterioramento ambientale è dei paesi sviluppati, sottolinea la necessità di una cooperazione internazionale per la tutela ambientale e fissa un insieme organico di punti compatibili a un tempo con l’aspirazione fondamentale delle società umane allo sviluppo e con la tutela delle risorse naturali, compromesse da un distorto uso della tecnologia. I problemi impellenti della conservazione della fascia di ozono, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, di mari e oceani, della distruzione delle foreste, del degrado ambientale, della contaminazione chimica e nucleare balzeranno all’attenzione di esperti e politici e indurranno a riflettere sullo sviluppo e sui suoi limiti. La commissione delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, che lavorò negli anni Ottanta, presentava nel 1987 un rapporto sul prossimo futuro che preludeva all’organizzazione della conferenza delle Nazioni Unite di Rio del 1992 su ambiente e sviluppo nella quale sarà prodotta una dichiarazione d’intenti in cui l’idea dello sviluppo sostenibile viene posta come base di qualsiasi politica ambientale a livello globale, nazionale e regionale. Nei documenti elaborati (dichiarazioni, convenzioni, rapporti e risoluzioni) in fase di preparazione e chiusura dei lavori della conferenza da un lato si rafforza l’idea di ambiente come eco-sistema da salvaguardare su scala planetaria ed eventualmente da migliorare su base regionale e locale, e dall’altro si fa strada quella di sviluppo sostenibile, cioè compatibile con l’ambiente così inteso. Il concetto della sostenibilità dello sviluppo viene mutuato dalla Convenzione sulla diversità biologica e ben si adatta ad esprimere l’uso delle risorse non rinnovabili o rinnovabili molto lentamente. Queste idee sono recepite nella “dichiarazione sullo sviluppo sostenibile” scaturita dalla conferenza (in appendice) nella quale vengono proclamati obbiettivi nuovi per un’azione politica internazionale e fa dell’uomo il termine di riferimento centrale della realtà. La sua vita sana e produttiva assume carattere prioritario ma in un rapporto armonico di interdipendenza con la natura, come è enunciato nel primo principio della dichiarazione, che conclude un lungo periodo di ripensamento sui diritti e doveri dell’uomo come elemento costitutivo della realtà, ma che eredita purtroppo un concetto di ambiente inteso in senso insufficiente ai livelli regionale, statale e locale. Alla fase in cui si era ritenuto l’uomo signore della natura, tipica degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta ne è seguita una in cui si è affermata la concezione dell’ambiente come eco-sistema da rispettare e da preservare come casa comune della comunità. Negli anni Novanta poi è stata enunciata la teoria dello sviluppo sostenibile in base alla quale l’uomo e l’ambiente vanno concepiti come un sistema in equilibrio dinamico, nel quale i due termini di riferimento assumono pari importanza. Come sempre avviene, le idee nuove recano in sé una parte di quelle avanzate in passato, come è avvenuto per il concetto di ambiente o per il diritto degli uomini a fruire delle risorse in modo paritetico.

Vi ricordate quando nel 1992 il Parco di Yellowstone bruciò per una forma d’insipienza umana e fu abbandonato e lasciato isterilito per un’altra forma d’insipienza umana, propria degli ecologisti che auspicavano una ricostruzione naturale del bosco originario e per così dire incontaminata ma in realtà impossibile? Ci si domandò se fosse giusto lasciare che il parco si degradasse in un paesaggio spettrale e deforestato e contemporaneamente criticare il Brasile per la deforestazione di aree da destinare all’agricoltura per sfamare una parte della sua popolazione che tanto colpisce i visitatori di quartieri degradati della metropoli e del Nordeste? La risposta fu, per fortuna (e ovviamente vorrei dire, ma non era così,) che non era giusto, e non tanto perchè il problema delle foreste va visto in modo globale quanto per un principio etico-sociale di equità tra le comunità umane e perchè lo sviluppo è un diritto fondamentale di tutti i popoli, anche se vanno regolamentati sia l’utilizzazione delle foreste sia lo sviluppo. Il tema dello sviluppo sostenibile ha ricevuto una sostanziale sanzione internazionale nel 1992 durante la conferenza di Rio, che ha permesso di elaborare un organico programma di principi da realizzare nel quadro di un’auspicata collaborazione tra stati e popolazioni. Non si tratta però di concetti logici fondamentali, cioè di leggi universali e immutabili, bensì di obbiettivi da raggiungere compatibilmente con la situazione politica ed economica internazionale. La conferenza di Rio, svoltasi tra il 3 e il 14 del Gennaio del 1992, richiese un triennio d’intensa preparazione organizzativa da parte di un apposito comitato e prese le mosse da una risoluzione delle Nazioni Unite (risalente al 22 del Dicembre del 1989) nella quale, richiamati i precedenti del problema ambientale, a cominciare dalla dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano del 1972 e da un successivo rapporto della commissione mondiale su ambiente e sviluppo, e sottolineati i risultati dei dibattiti scientifici e politici avvenuti in più sessioni di lavoro nel corso degli anni Ottanta in particolare sulla fascia protettiva dell’ozono e sui cambiamenti climatici considerati preoccupazione comune dell’umanità, venivano rilevati l’aggravamento delle condizioni ambientali con il pericolo di una catastrofe e la necessità di misure urgenti a carattere globale per salvaguardare l’equilibrio ecologico terrestre. Tale risoluzione elenca anche gli obbiettivi da raggiungere nella conferenza per contrastare e invertire il degrado ambientale e promuovere lo sviluppo sostenibile a livello mondiale e planetario, statale e regionale, globale e locale, partendo dalla constatazione che esiste una profonda divergenza tra i paesi industrializzati, i quali attribuiscono priorità all’ambiente e reclamano l’impegno di tutti per la salvaguardia ambientale dell’intero pianeta, e i paesi in via di sviluppo, i quali considerano prioritario lo sviluppo e sono contrari all’assunzione di responsabilità in materia ambientale. Carattere collaterale all’organizzazione della conferenza di Rio assunse la convenzione sulla diversità biologica (formulata nelle conferenze di Madrid del 1991 e Nairobi del 1992), che nell’articolo secondo definiva sostenibile l’uso delle risorse biologiche a seconda di modi e ritmi tali da non comprometterne la conservazione per le generazioni presenti e future. La dichiarazione sulle foreste, in fine, proprio per i contrastanti punti di vista, è rimasta allo stato d’indirizzo generico e vago.

La teoria dello sviluppo sostenibile ha riscosso grandi consensi e suscitato speranze ma ha pure sollevato notevoli riserve da parte di studiosi e politici circa la sua compatibilità con la rinnovabilità delle risorse, l’equità della loro ripartizione tra stati e popolazioni, il consumo di quelle non rinnovabili, la validità degli interventi e il diritto allo sviluppo. La dichiarazione di Rio è frutto di compromessi tra paesi ricchi e poveri, paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, presenta ambiguità proprio perchè l’enunciazioni di principio non hanno valore assoluto, strettamente connesso con il progresso delle conoscenze in campo scientifico e tecnologico, ma relativo a situazioni politiche ed economiche contingenti: il testo stesso risulta elaborato da politici piuttosto che da scienziati e perciò va discusso nei termini di riferimento principali del rapporto tra uomo e ambiente e interpretato nella sua fase attuativa. Esso va esaminato con attenzione con attenzione per capire la perplessità suscitate, il superamento del concetto di ambiente in senso fisico e biologico, se non a scala planetaria, almeno a scala locale, e le prospettive dello sviluppo sostenibile a livello settoriale. La dichiarazione è inoltre inficiata alla base da un concetto di ambiente espressione della fase eco-centrica dell’evoluzione della cultura a cui abbiamo prima accennato. Essa è una enunciazione di orientamenti programmatici da valere a livello mondiale, la cui attuazione segnerà una tappa importante nella storia dell’umanità e delle relazioni internazionali, ma poco o nulla ci dice sui concetti assunti a proprio fondamento, come ad esempio su quello di ambiente e quindi sulla tipologia delle risorse non rinnovabili, sui ritmi e sulle dimensioni del loro sfruttamento o uso: se alcuni si possono dedurre dalle enunciazioni dello sviluppo sostenibile (come i termini di miglioramento delle condizioni ambientali e umane e di evoluzione migliorativa dei rapporti tra l’uomo e la natura anche in relazione alla struttura dei bisogni), altri sono da proclamare (come un concetto moderno di ambiente, quello di sviluppo sostenibile per settori produttivi e alle varie scale territoriali, e i limiti del diritto alla fruizione).

Il concetto attuale di ambiente comprende il mondo fisico e biologico e gli uomini e le opere umane, amalgamati in un sistema in continua evoluzione a causa dei continui cambiamenti provocati a un tempo dalle forze naturali e dall’uomo. L’ambiente è in parte anche il prodotto degli uomini, come testimoniano le forme del paesaggio, la vegetazione e le tracce lasciate sulla superficie terrestre dalle loro attività distruttive e costruttive, coscienti ed incoscienti, il mantello vegetale arricchito con nuovi apporti o impoverito con distruzioni e incendi, le aree urbanizzate e le stesse manifestazioni della potenza intellettiva e creativa dello spirito quali opere d’arte e i manufatti artistici. L’uomo non va dunque considerato solo come responsabile di degrado, ma anche come modificatore in meglio delle condizioni ambientali, ad esempio, come costruttore del quadro vegetale con l’introduzione di specie esotiche o utili, di piante ornamentali o di alto fusto, e con svariate colture. La regione mediterranea nell’insieme e nelle sue diverse parti offre innumerevoli esempi di paesaggi costruiti dall’uomo nel corso dei secoli con la diffusione di piante locali o importate. Si pensi agli orti e ai giardini agrumarî, ai parchi annessi alle ville, ai viali di molte città, alla vegetazione delle zone turistiche, alle aree floricole e alle oasi botaniche della riviera ligure di Ponente o della Costa Azzurra dovute a naturalisti illustri, al paesaggio toscano caratterizzato da insediamenti di poggio con borghi ville vigneti oliveti e cipresseti. È difficile, e anzi quasi impossibile, trovare una qualche area costiera mediterranea a macchia pura ed è illusorio pensare di ricostruirne l’ambiente originario: si potrà conservarne dei lembi così come ci sono stati consegnati in eredità dalle generazioni passate. Le risorse non rinnovabili sono i giacimenti minerari, alcune forme superficiali, come pure i centri storici e i borghi medievali, le opere umane e i beni culturali, di cui manca qualsiasi riferimento nella dichiarazione ricordata, in quanto esclusi dal concetto di ambiente adottato. Eppure lo sviluppo sostenibile, comunque inteso, non può non tenerne conto: le miniere o le spiagge in arretramento e protette da scogliere, i versanti e i suoli in erosione e i manufatti contro i dissesti idro-geologici, la torre di Pisa o la piramide di Cheope, per ricordare due esempi di opere di cui si è vietata o regolamentata la visita, il Talamone di Agrigento o la Sfinge, i monumenti della natura e quelli della civiltà, che aiutano la scienza e la cultura e commuovono il nostro animo, tutti meritano di essere salvaguardati conservati e restaurati per le generazioni presenti e future, ancorchè non rientrino in un ecosistema originario, di cui gli ecologisti e gli ambientalisti tradizionali vorrebbero una ricostruzione, che è impossibile, perchè prescinderebbe dal naturale processo evolutivo, che coinvolge tutte le cose. Questi oggetti fanno parte dell’ambiente umanizzato e hanno una grande importanza a livello locale e nazionale. Molti improntano il paesaggio geografico, come ad esempio: gl’insediamenti di San Gimignano o di Positano; gli scavi di Ercolano, Pompei e Pozzuoli; la villa del casale di Piazza Armerina e la valle dei templi di Agrigento; nonché tutti i monumenti presenti nelle nostre città. Lo sviluppo sostenibile deve essere compatibile nello stesso tempo con la migliore qualità possibile della vita umana, per cui accanto alla centralità dell’ambiente assume rilevanza quella dell’uomo, in quanto indispensabile termine di riferimento della realtà. Esso trova dei limiti nelle diverse soglie di tollerabilità ambientali e umane, nel grado di cultura e di progresso civile e di organizzazione politica e sociale e nella stessa sensibilità ambientale delle popolazioni interessate, oltre che nei loro principi giuridici, etici e religiosi. è una concezione nuova e importante che segna un salto di qualità, in quanto riguarda la relazione tra sviluppo e ambiente che non ha ancora trovato attuazione, ma che comporta implicazioni etiche già trascurate nella fase tecno-centrica: ciò che è fattibile per la tecnologia, non è sempre moralmente ammissibile: una base etica è essenziale per lo sviluppo sostenibile in tutte le sue forme e a tutti i vari livelli. Il diritto a una vita sana e produttiva in armonia con l’ambiente, il diritto al progresso materiale e culturale, alla riduzione della povertà e all’eliminazione della fame mediante appropriate politiche economiche e demografiche, il diritto a un alloggio adeguato, il diritto a una convivenza pacifica tra le genti nell’ambito sia statale sia interstatale, tutto questo rimane ancora una enunciazione di principio, ma costituisce il fondamento per gettare un ponte verso un futuro migliore.

Lo sviluppo sostenibile è da correlare con buone condizioni ambientali come pure con un’alta qualità della vita umana e contiene in sé il concetto di miglioramento dell’ambiente: aria pura, mare pulito, vegetazione ricca e florida, spiagge curate, terre non contaminate. Esso va rapportato a un soddisfacente grado di cultura e a una condizione sociale elevata, a una buona o discreta conoscenza dei problemi dello sviluppo connessi con quelli della salvaguardia dell’ambiente; ma sempre diventa durevole solo se commisurato alla rinnovabilità delle risorse e alla loro salvaguardia attuale e futura. A livello settoriale deve avvenire in modo compatibile con lo sviluppo degli altri settori produttivi e di servizio in una visione armonica di rapporti con i bisogni delle popolazioni interessate secondo il grado di fruibilità controllata delle risorse; a livello locale va ricondotto all’azione di piccole comunità, al loro bisogno di salubrità ambientale, di alloggi, di istruzione, di lavoro, e di pace sociale; a livello regionale e statale alle migliori politiche espresse dai loro organi rappresentativi; a livello mondiale con il più alto grado di cooperazione internazionale. Lo sviluppo sostenibile è soggetto a limitazioni per quanto riguarda l’uso delle risorse, la loro salvaguardia e il miglioramento delle situazioni emergenti, si tratti di protezione ambientale, di fruizione limitata di beni culturali o naturali, dell’uso dell’automobile per riportare entro limiti accettabili l’inquinamento atmosferico, dei divieti di ulteriori edificazioni, oppure del miglioramento qualitativo piuttosto che dell’incremento quantitativo di beni e servizi, o anche dell’azione di strumenti tecnici adeguati per garantire un migliore livello di salubrità dell’aria e di purezza del mare, di contaminazione del suolo e delle acque. A livello turistico non sono ammissibili ulteriori addensamenti di strutture ricettive e afflussi turistici superiori alle normali capacità di carico, si tratti di città d’arte o di borghi, di montagne riviere o zone balneari, senza aggravarne irrimediabilmente il degrado: in Venezia come in Firenze, in Sorrento come in Ischia, nelle riviere liguri come in Malta e in tante altre località costiere del Mediterraneo e dell’orbe. Occorrono interventi restrittivi per conseguire uno sviluppo turistico sostenibile, che abbia i suoi limiti, sicchè è irragionevole sconsiderato e scellerato cercare di superarli mentre è invece indispensabile mirare a una più razionale fruizione delle risorse: i problemi di Capri, Sorrento e molte altre località di grande richiamo non si risolvono ma si aggravano con l’aumento dell’offerta. Non è più ammissibile (e non dobbiamo più permetterlo) che la generazione attuale sfrutti a proprio esclusivo vantaggio tutte le risorse disponibili: ogni abuso sul patrimonio comune dell’umanità dev’essere giuridicamente perseguibile e perseguito.

Lo sviluppo sostenibile, in tutte le forme e a tutti i livelli, deve essere controllato e regolato da una pluralità di restrizioni nella utilizzazione delle risorse e nella fruizione e nella accessibilità stessa a esse. Sono perciò bene attese e accette tutte le iniziative che mirano a risanare l’ambiente e i suoi componenti, a ridurre il gravoso problema della erosione delle coste, a migliorare la salubrità dell’aria e delle acque, ad arricchire la vegetazione, a limitare il degrado ambientale, a ridurre la concentrazione dei fattori di perturbazione, la presenza umana, l’industrializzazione invasiva e l’industria inquinante e contaminante. In sintesi, fatte salve le precisazioni sul concetto di ambiente e sulla posizione centrale dell’uomo in esso, lo sviluppo (che costituisce il secondo termine di paragone) va inteso non solo e non tanto nel senso di crescita economica, ma di progresso civile complessivo e quello sostenibile deve assumere carattere globalizzante ed essere compatibile con il conseguimento o il mantenimento di una decorosa e serena condizione di vita materiale e spirituale. Un tale sviluppo sostenibile, compatibile a un tempo con la salvaguardia e il miglioramento dell’ambiente e con una più alta qualità di vita possibile per le diverse società umana, trova nella dichiarazione di Rio una valida base programmatica ma rimane (come detto) un ambizioso traguardo proiettato nel terzo millennio, un traguardo che attende ancora di trovare attuazione per carenze concettuali e difficoltà oggettive.

 

TESTO INTEGRALE DELLA “DICHIARAZIONE DI RIO SULL’AMBIENTE E LO SVILUPPO”

 

<<La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, riunita a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992, riaffermando la Dichiarazione della conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente adottata a Stoccolma il 16 giugno 1972 e nell’intento di continuare la costruzione iniziata con essa, allo scopo di instaurare una nuova ed equa partnership globale attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i settori chiave della società e i popoli, operando in direzione di accordi internazionali che rispettino gli interessi di tutti e tutelino l’integrità del sistema globale dell’ambiente e dello sviluppo, riconoscendo la natura integrale ed interdipendente della Terra, la nostra casa, proclama quanto segue.

1) Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura.

2) Conformemente alla Carta delle Nazioni ed ai principi del diritto internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie risorse secondo le loro politiche ambientali e di sviluppo, ed hanno il dovere di assicurare che le attività sottoposte alla loro giurisdizione o al loro controllo non causino danni all’ambiente di altri Stati o di zone situate oltre i limiti della giurisdizione nazionale.

3) Il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all’ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e future.

4) Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata separatamente da questo.

5) Tutti gli Stati e tutti i popoli coopereranno al compito essenziale di eliminare la povertà, come requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile, al fine di ridurre le disparità tra i tenori di vita e soddisfare meglio i bisogni della maggioranza delle popolazioni del mondo.

6) Si accorderà speciale priorità alla situazione ed alle esigenze specifiche dei paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più vulnerabili sotto il profilo ambientale. Le azioni internazionali in materia di ambiente e di sviluppo dovranno anche prendere in considerazione gli interessi e le esigenze di tutti i paesi.

7) Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l’integrità dell’ecosistema terrestre. In considerazione del differente contributo al degrado ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull’ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono.

8) Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile e ad una qualità di vita migliore per tutti i popoli, gli Stati dovranno ridurre ed eliminare i modi di produzione e consumo non sostenibili e promuovere politiche demografiche adeguate.

9) Gli Stati dovranno cooperare al fine di rafforzare le capacità istituzionali endogene per lo sviluppo sostenibile, migliorando la comprensione scientifica mediante scambi di conoscenze scientifiche e tecnologiche e facilitando la preparazione, l’adattamento, la diffusione ed il trasferimento di tecnologie, comprese le tecnologie nuove e innovative.

10) Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli. Al livello nazionale, ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni concernenti l’ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità, ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali. Gli Stati faciliteranno ed incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Sarà assicurato un accesso effettivo ai procedimenti giudiziari ed amministrativi, compresi i mezzi di ricorso e di indennizzo.

11) Gli Stati adotteranno misure legislative efficaci in materia ambientale. Gli standard ecologici, gli obiettivi e le priorità di gestione dell’ambiente dovranno riflettere il contesto ambientale e di sviluppo nel quale si applicano. Gli standard applicati da alcuni paesi possono essere inadeguati per altri paesi, in particolare per i paesi in via di sviluppo, e imporre loro un costo economico e sociale ingiustificato.

12) Gli Stati dovranno cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e favorevole, idoneo a generare una crescita economica ed uno sviluppo sostenibile in tutti i paesi ed a consentire una lotta più efficace ai problemi del degrado ambientale. Le misure di politica commerciale a fini ecologici non dovranno costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o ingiustificata o una restrizione dissimulata al commercio internazionale. Si dovrà evitare ogni azione unilaterale diretta a risolvere i grandi problemi ecologici transfrontalieri o mondiali dovranno essere basate, per quanto possibile, su un consenso internazionale.

13) Gli Stati svilupperanno il diritto nazionale in materia di responsabilità e risarcimento per i danni causati dall’inquina­mento e altri danni all’ambiente e per l’indennizzo delle vittime. Essi coopereranno, in modo rapido e più determinato, allo sviluppo progressivo del diritto internazionale in materia di responsabilità e di indennizzo per gli effetti nocivi del danno ambientale causato da attività svolte nell’ambito della loro giurisdizione o sotto il loro controllo in zone situate al di fuori della loro giurisdizione.

14) Gli Stati dovranno cooperare efficacemente per scoraggiare o prevenire la ricollocazione o il trasferimento in altri Stati di tutte le attività e sostanze che provocano un grave degrado ambientale o si dimostrano nocive per la salute umana.

15) Al fine di proteggere l’ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il principio di precauzione. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.

16) Le autorità nazionali dovranno adoprarsi a promuovere l’“internalizzazione” dei costi per la tutela ambientale e l’uso di strumenti economici, considerando che, in linea di principio, è l’inquinatore a dover sostenere il costo dell’inquinamento, tenendo nel debito conto l’interesse pubblico e senza alterare il commercio e le finanze internazionali.

17) La valutazione d’impatto ambientale, come strumento nazionale, sarà effettuata nel caso di attività proposte che siano suscettibili di avere effetti negativi rilevanti sull’ambiente e dipendano dalla decisione di un’autorità nazionale competente.

18) Gli Stati notificheranno immediatamente agli altri Stati ogni catastrofe naturale o ogni altra situazione di emergenza che sia suscettibile di produrre effetti nocivi imprevisti sull’ambiente di tali Stati. La comunità internazionale compirà ogni sforzo per aiutare gli Stati così colpiti.

19) Gli Stati invieranno notificazione previa e tempestiva agli Stati potenzialmente coinvolti e comunicheranno loro tutte le informazioni pertinenti sulle attività che possono avere effetti transfrontalieri seriamente negativi sull’ambiente ed avvieranno fin dall’inizio con tali Stati consultazioni in buona fede.

20) Le donne hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo. La loro piena partecipazione è quindi essenziale per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile.

21) La creatività, gli ideali e il coraggio dei giovani di tutto il mondo devono essere mobilitati per creare una partnership globale idonea a garantire uno sviluppo sostenibile e ad assicurare a ciascuno un futuro migliore.

22) Le popolazioni e comunità indigene e le altre collettività locali hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo grazie alle loro conoscenze e pratiche tradizionali. Gli Stati dovranno riconoscere la loro identità, la loro cultura ed i loro interessi ed accordare ad esse tutto il sostegno necessario a consentire la loro efficace partecipazione alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile.

23) L’ambiente e le risorse naturali dei popoli in stato di oppressione, dominazione ed occupazione saranno protetti.

24) La guerra esercita un’azione intrinsecamente distruttiva sullo sviluppo sostenibile. Gli Stati rispetteranno il diritto internazionale relativo alla protezione dell’ambiente in tempi di conflitto armato e coopereranno al suo progressivo sviluppo secondo necessità.

25) La pace, lo sviluppo e la protezione dell’ambiente sono interdipendenti e indivisibili.

26) Gli Stati risolveranno le loro controversie ambientali in modo pacifico e con mezzi adeguati in conformità alla Carta delle Nazioni Unite.

27) Gli Stati ed i popoli coopereranno in buona fede ed in uno spirito di partnership all’applicazione dei principi consacrati nella presente dichiarazione ed alla progressiva elaborazione del diritto internazionale in materia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 “SOLO SUL CUORE DELLA TERRA”

la geografia umana

 

PREAMBOLO
Il titolo del presente capitolo prende spunto da una celeberrima poesia: “ed è subito sera” di S. Quasimodo, che, data la brevità, abbiamo deciso di riportare in tutta la sua fulgida bellezza:

 

<<Ognuno sta solo sul cuore dell’orbe

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.>>.

 

Un testo illuminante, che può offrirci più di uno spunto per approcciarci a questa sfuggente e affascinante diramazione del sapere geografico. La parafrasi del testo non è particolarmente impegnativa, dal momento che i versi, nel loro significato letterale, appaiono piuttosto immediati: ogni uomo vive in solitudine, (credendo di essere) al centro del mondo, colpito da un raggio di sole. E in un attimo arriva la sera. Il testo è denso di significato, sebbene sia estremamente breve. La lirica fa riferimento a un soggetto collettivo, quell’“ognuno” che rende la dolorosa esperienza del poeta l’esperienza che viviamo tutti noi. Una metafora che spiega in maniera incisiva come quel “ognuno” sia convinto di essere il centro nevralgico dell’cosmo e delle cose terrestri. Ecco di che si occupa la geografia umana: dell’uomo nel mondo, e della sua posizione rispetto al mondo. La geografia umana è oggi una disciplina multiforme e ambiziosa. Si potrebbe cercare di definirla con una formula lapidaria dicendo che studia l’uomo sull’orbe, l’uomo e l’orbe o la dimensione spaziale delle società, ma ci sfuggirebbe così una parte del suo contenuto; è preferibile allora descrivere nei particolari i suoi metodi attuali.

La geografia umana studia anzitutto la distribuzione degli uomini sull’orbe e la maniera in cui vivono. Essi traggono dalla natura ciò che è loro indispensabile per il nutrimento, per la produzione di utensili e attrezzature, per la costruzione di ripari e case. Con la loro azione modificano profondamente le piramidi ecologiche in cui s’inseriscono: riescono talvolta ad attingere solo a risorse rinnovabili, permettendo l’indefinito rigenerarsi del sistema utilizzato, ma in altri casi lo perturbano in modo irreversibile, dando origine a forme di terreno, a suoli e a specie vegetali molto diverse da quelle esistenti prima.

La geografia umana si sofferma poi sul funzionamento delle società e sul modo in cui le distanze e la lontananza ne influenzano variamente le attività. Il corpo sociale somiglia a una macchina: perché funzioni bene, le sue parti devono articolarsi tra loro in modo efficiente. Le posizioni centrali favoriscono contatti e relazioni, mentre la periferia presenta interesse solo per le risorse di cui dispone. La macchina sociale non si sviluppa in uno spazio omogeneo, ma in ambienti molto diversi, e certi luoghi favoriscono configurazioni specifiche.
La geografia umana non si ferma a questa visione meccanica dell’organizzazione spaziale delle società. Gli uomini s’interrogano sul senso da dare al loro passaggio sull’orbe e attribuiscono al mondo e alla natura vari significati: certi luoghi sono per loro sacri e altri profani, qui hanno la sensazione di trovarsi di fronte a paesaggi autentici mentre altrove tutto sembra artefatto. Amano ciò che è originale e spesso rifiutano ciò che è banale; i loro sogni e le loro aspirazioni influiscono sulle loro decisioni e finiscono col riflettersi nelle sistemazioni dell’ambiente da essi realizzate. La geografia umana presenta dunque tre versanti. Il primo studia il posto degli uomini negli ecosistemi; il secondo analizza la logica per cui le innumerevoli decisioni umane finiscono col produrre un certo ordinamento spaziale, un’organizzazione regionale; il terzo si interessa del modo in cui gli uomini concepiscono il mondo, gli attribuiscono un senso e di conseguenza lo modificano. Le tre articolazioni della geografia umana non sono indipendenti tra loro, ma utilizzano strumenti di diversa natura. L’ottica è di tipo naturalistico quando si tratta di vedere come l’uomo s’inserisca nelle piramidi naturali, le domini e le modifichi. I procedimenti somigliano invece a quelli della sociologia, dell’economia e della scienza politica quando si tratta di comprendere i meccanismi che nascono dall’interazione fra gli individui e dalla loro ricerca di prestigio, potere e ricchezza. Per valutare invece le reazioni degli uomini all’ambiente naturale è utile servirsi della psicologia, ma i suggerimenti più preziosi vengono dagli studi umanistici, dalla filosofia, dalla storia delle idee e dallo studio delle ideologie e delle rappresentazioni collettive. La geografia umana si avvicina pertanto alle scienze ermeneutiche. Sebbene abbia appena un secolo di storia, la geografia umana è una disciplina complessa. Per comprendere i suoi aspetti attuali e l’aspirazione dei suoi cultori ad associare punti di vista così diversi, è opportuno osservare come si sia sviluppata la riflessione al suo interno: si capirà allora come l’insieme degli attuali interessi sia nato dallo sforzo di superare approcci rimasti a lungo troppo parziali e unilaterali.


UNA NASCITA TARDIVA

La geografia è una delle più antiche discipline scientifiche coltivate dall’uomo: il suo iniziatore fu probabilmente Erodoto, ma il suo programma fu definito soprattutto nell’età ellenistica. La denominazione data a questa scienza ne esprime chiaramente la finalità: descrivere l’orbe, e a tale scopo sapere anzitutto ubicare i luoghi. La geografia presenta il mondo: mostra le articolazioni regionali del pianeta, mette in risalto le affinità che emergono tra un paese e l’altro, ne ricerca le cause, e inoltre sottolinea ciò che conferisce a ciascun luogo un aspetto inconfondibile. La geografia di posizione, indispensabile per cogliere le configurazioni spaziali e per valutare gli effetti della latitudine, della longitudine e della continentalità, viene trattata da Tolomeo, mentre l’opera di Strabone è notevole per le sue descrizioni. In tutto ciò l’uomo non è assente: si enumerano i popoli, se ne descrivono i costumi, si evidenzia ciò che nella natura e nell’orografia è favorevole alle loro attività; tuttavia l’accento è posto più sul territorio che sugli abitanti. Fino al 18° secolo la geografia continua a dedicarsi soprattutto alla descrizione dell’orbe e alla localizzazione. Lo studio della società conserva per essa un’importanza limitata. Dopo il 1750 si ha un cambiamento, legato ai decisivi progressi del rilevamento topografico e alla determinazione esatta delle longitudini: i problemi di localizzazione diventano puramente tecnici e non sono più al centro della disciplina. La descrizione dell’orbe si fa più precisa, grazie agli sviluppi delle scienze naturali: zoologia, botanica e geologia permettono di denominare animali, piante e rocce e di individuarne i caratteri specifici. Le ricerche di agronomia portano a risultati analoghi per quanto riguarda i paesaggi agrari.

Il cambiamento più importante viene però dall’esterno: con Herder il pensiero tedesco critica l’idea di progresso, fondamentale per l’illuminismo, senza peraltro rinunziarvi. I popoli si evolvono, ma ognuno con ritmi diversi e seguendo vie proprie; il divenire di ciascuno di essi s’inscrive nel territorio in cui è insediato e che condiziona il suo sviluppo. Le filosofie della natura che fioriscono all’epoca mostrano che la comprensione della storia passa attraverso la geografia e che il destino dei gruppi sociali è inscindibile dall’ambiente in cui essi vivono. Dall’inizio del 19° secolo, con Karl Ritter e Alexander von Humboldt, si amplia il posto dell’uomo nella geografia, le cui finalità si estendono: alla descrizione dell’orbe (spesso si precisa: alla rappresentazione delle sue differenziazioni regionali) si aggiunge l’aspirazione a rendere intelligibile il processo evolutivo di ciascun popolo in funzione del suo ambiente.
Tuttavia non si può ancora parlare di geografia umana: perché la trasformazione della disciplina sia completa occorrerà l’impatto del darwinismo, secondo il quale l’evoluzione degli esseri viventi dipende dalla pressione selettiva dell’ambiente. Gli studi sulle piante e sugli animali implicano d’ora in poi due distinti sbocchi: l’analisi dell’ambiente di vita, a cui si dedica l’ecologia (così battezzata da Ernst Haeckel nel 1866), e quella degli influssi che l’ambiente stesso esercita sugli esseri viventi. Friedrich Ratzel, che si è formato come zoologo e conosce a fondo i vari aspetti del pensiero darwiniano e dell’evoluzionismo, pubblica un’“anthropogeographie in due volumi (1882 e 1891), che segna l’ingresso della geografia umana nell’ambito delle scienze. Qualche anno dopo, fra il 1898 e il 1900, i francesi cominciano a usare l’espressione ‘geografia umana’ (preferendola a quella di ‘antropo-geografia’, giudicata troppo pedantesca) e concepiscono la nuova disciplina, in termini evoluzionistici, come una branca della bio-geografia: c’è una geografia umana così come c’è una geografia botanica.
Lo scopo della nuova disciplina è dunque, nell’ottica darwiniana, di studiare il modo in cui le società umane sono modellate dall’ambiente nelle loro componenti, nel loro funzio­namento e nella loro evoluzione, in modo da stabilire delle leggi che permettano di spiegare il destino degli uomini e delle società. Ma occorre ben presto rinunziare a quest’ambizione: l’uomo è un animale culturale, e impara a consolidare il suo dominio sul mondo naturale più arricchendo la sua cultura che adattandosi all’ambiente in cui è insediato. Non si può comprendere il futuro delle società se si ignorano le loro capacità d’invenzione e di assimilazione da altre civiltà e se si trascurano gli scambi e le migrazioni. Sebbene le aspirazioni originarie di Ratzel fossero permeate di darwinismo, nella sua “anthropo­geographie egli insiste tanto sulla circolazione e sulla storia, quanto sull’azione diretta dell’ambiente. I geografi francesi vanno oltre in questa cauta reazione agli eccessi dell’ecolo­gismo, e Paul Vidal de la Blache enunzia la teoria del possibi­lismo: la natura propone, ma è l’uomo a disporre. Le idee sulla geografia umana si modificano quindi sensibilmente, anche se la disciplina mantiene il suo fondamento ecologico e mette in risalto i rapporti tra l’uomo e il suo ambiente.


IL PARADIGMA DELLA GEOGRAFIA UMANA CLASSICA


un oggetto di studio difficile da definire

La geografia umana, quale si costituisce sul finire del secolo scorso, si presenta come una disciplina ricca di dinamismo e d’immaginazione, che però incontra qualche difficoltà nel definire con chiarezza il proprio oggetto. I suoi cultori lavorano come naturalisti: intendono essere oggettivi e non attribuire troppa importanza alle idee, alle rappresentazioni e alle immaginazioni. Descrivono i gruppi umani, analizzano le loro attività, redigono l’inventario delle trasformazioni prodotte nell’ambiente e delle strutture realizzate dall’uomo (case, campi, recinzioni, e simili). Questa preoccupazione positivistica è particolarmente evidente in Jean Brunhes, autore, nel 1910, del primo trattato di geografia umana in lingua francese: egli raccomanda di attenersi ai fatti primari della geografia umana, quelli dell’occupazione produttiva o distruttiva del suolo, e accenna solo con cautela agli aspetti propriamente sociali o etnografici dell’analisi.

Queste incertezze si manifestano nella molteplicità delle definizioni allora date della geografia umana. Per alcuni questa disciplina esamina il modo in cui gli uomini hanno stabilito il loro dominio sulla superficie terrestre: ciò significa restare fedeli ad alcuni dei presupposti evoluzionistici, ponendo l’accento sui rapporti ‘verticali’ tra l’uomo e l’ambiente e sulla prospettiva storica. Ma l’uomo non è più visto come in balia dell’ambiente naturale: egli impara a dominarlo rispettando le sue leggi, secondo la formula classica. Nel momento in cui le ultime grandi ondate di pionieri europei invadono i nuovi paesi, il tema dell’assoggettamento del mondo naturale appare seducente. Esso è presente spesso negli autori americani: Isaiah Bowman è il primo a mettere in risalto le particolarità geografiche della ‘frontiera’, dei fronti di dissodamento e delle società che su di essi s’insediano.

Dopo la Rivoluzione d’ottobre i geografi sovietici e alcuni studiosi comunisti di altri paesi trovano nel tema della conquista della natura un argomento congeniale e conforme all’ortodossia definita dal partito; non mancano tuttavia le critiche che sottolineano il carattere parziale e le lacune di quest’approccio. La conquista del pianeta da parte dell’uomo non avviene in modo lineare: le avanzate sono seguite talvolta da arretramenti, e i successi iniziali generano difficoltà dovute alla degradazione, spesso irreversibile, degli ambienti valorizzati.

Nasce peraltro il dubbio che l’approccio evoluzionistico possa creare ostacoli alla geografia umana. Lo pensano coloro che si rifanno alle antiche finalità della geografia, e cioè alla descrizione e allo studio delle differenziazioni regionali della superficie terrestre: nell’ambito della disciplina così intesa la geografia umana ha il compito di precisare il ruolo dell’uomo nella formazione dei paesaggi. Quest’idea, che ottiene un grande successo in Germania grazie all’opera di Otto Schlüter, è al centro dell’analisi della landschaft, riguardante sia gli elementi fisionomici, sia la loro organizzazione spaziale (nel termine tedesco sono infatti compresenti il significato di ‘paesaggio’ e quello di ‘regione’). Negli Stati Uniti l’idea è ripresa da Carl Sauer, fondatore della Scuola di Berkeley, che si occupa di ricostruire, attraverso le testimonianze fornite dall’archeologia del paesaggio e dalle civiltà indie attuali, ciò che era l’America prima dell’arrivo degli Europei. La dimensione ecologica è presente con grande evidenza in questa versione tedesco-americana della concezione tradizionale della geografia.
In Francia l’idea di mettere in risalto il ruolo dell’uomo nella differenziazione della superficie terrestre viene ugualmente accolta, ma con un diverso orientamento: più che a studiare le trasformazioni prodotte dall’uomo nell’ambiente e a eseguire rilevamenti minuziosi delle varie specie vegetali, ci si dedica a esaminare il modo in cui gli uomini organizzano lo spazio, e la ricerca riguarda più l’analisi delle realtà regionali che la comprensione dei paesaggi.

Questo ritorno alla concezione classica della geografia, con fugaci riferimenti alle iniziative dell’uomo, non soddisfa quanti sono sensibili alla complessità delle realizzazioni umane. Tra questi vi è Albert Demangeon, secondo il quale la geografia umana studia la distribuzione degli uomini e delle loro opere sulla superficie terrestre. Poco importa che tale presenza costituisca un fattore di omogeneizzazione o di differenziazione: ciò che conta è prendere in esame tutte le forme dell’attività umana e ogni loro manifestazione. Fra tutte le formulazioni della geografia umana classica, è questa la più adatta a chi voglia ampliare l’indagine dei meccanismi sociali, economici e politici operanti nella vita associata. A essi Demangeon era molto attento, e sulla scia delle sue concezioni si è potuta attuare più agevolmente la grande mutazione degli anni cinquanta e sessanta.
All’inizio del secolo i lavori dei geografi sono fortemente segnati, oltre che da un’impostazione di tipo naturalistico, anche da una forte impronta economicistica fisiocratica: ciò che ad essi più importa descrivere sono le attività produttrici di ricchezza, e in particolare quelle relative alla valorizzazione dei terreni mediante le colture e l’allevamento. Vi sono ragioni valide per questo: accrescere la produzione è uno dei temi dominanti dell’epoca, e l’agricoltura interessa distese di territorio assai più vaste che non le industrie o i servizi. Ma alcuni autori reagiscono all’economicismo dominante, e fra loro vi è, al termine dell’evo­luzione della geografia classica, Maurice Le Lannou. Per lui la geografia umana studia l’orbe come habitat dell’uomo e definisce il modo in cui egli vi è insediato: è una scienza dell’uomo-abitante. Questa formula ‘forte’ ebbe un notevole influsso. Nelle intenzioni di Le Lannou essa non mette in discussione la preminenza dei metodi positivi, attenti quasi esclusivamente agli aspetti materiali dell’esistenza e dell’orga­nizzazione spaziale; ma l’idea dell’uomo-abitante porta a occuparsi del modo in cui gli uomini percepiscono l’orbe, vi scelgono la propria dimora e vi organizzano il territorio in cui si svolge la loro vita. Si avverte in ciò la possibilità di un’apertura agli interessi umanistici: la definizione di Le Lannou, come quella di Demangeon, apre la strada a nuovi sviluppi.


il fulcro  del paradigma della geografia umana classica

Ciò che differenzia una regione dell’orbe dall’altra è innanzitutto il numero degli abitanti. Partendo dalle carte di densità, i geografi valutano la pressione che i gruppi umani esercitano sull’ambiente, impostando così il problema fondamentale di ogni approccio ecologico: in che modo la popolazione della zona considerata riesca a trarre il proprio sostentamento dal contesto ecologico locale, in che misura lo modifichi, e se quest’azione sia irreversibile. La cartografia delle densità va di pari passo con l’orientamento fisiocratico di questo primo tipo di geografia umana e col particolare interesse che esso ha per tutto ciò che riguarda la vita rurale e quella pastorale.
Lo studio della produzione pone in primo piano l’analisi delle attività umane, che peraltro non sono tutte destinate a soddisfare le necessità materiali: l’uomo ha bisogno infatti di crearsi un ambiente di vita e di organizzare dei luoghi in cui sentirsi al sicuro, riposarsi, ritrovarsi in famiglia e incontrare i propri simili. La descrizione delle attività umane sarebbe un compito smisurato se non vi fosse un certo ordine e non si evidenziassero certe regolarità. Nelle società in cui la divisione del lavoro è poco avanzata e il modo di vita resta di tipo rurale, le necessità legate al calendario delle coltivazioni e dell’allevamento si manifestano quasi inalterate nell’impiego del tempo sia degli uomini che delle donne: a questa conclusione si arriva descrivendo i vari ‘generi di vita’, concetto che da Vidal de la Blache in poi diventa fondamentale per tutta la geografia classica.
Lo studio dei generi di vita serve fra l’altro a comprendere il modo in cui gli uomini s’inseriscono nell’ambiente; l’ecologia non ha ancora concetti operativi da proporre, in quanto non hanno fatto la loro apparizione l’idea di ecosistema e l’analisi del ciclo dell’energia. Nella descrizione del genere di vita si prende in esame il complesso delle attività di valorizzazione del territorio, il modo in cui la vegetazione naturale viene regolata, utilizzata o sostituita da associazioni di colture, e come sono consumati i raccolti. La parte principale di questi è destinata all’alimentazione umana (sul posto o altrove, qualora la produzione sia messa in commercio), un’altra parte serve per gli animali domestici e il rimanente fornisce materie prime (ad esempio fibre tessili) per le industrie. Le tecniche di conservazione della fertilità e di lotta contro l’erosione del suolo non sono tutte egualmente efficaci: nello sfruttare il pianeta l’uomo è di solito previdente, ma talvolta mette in pericolo il patrimonio naturale.

Per vivere a lungo non basta produrre a sufficienza, giacché sugli uomini incombono numerose malattie: i rischi che ne conseguono sono in genere maggiori dove la vita di relazione è più attiva e negli ambienti in cui prosperano certi complessi patogeni. La geografia medica rappresenta un altro contributo importante del metodo classico all’analisi del ruolo degli uomini negli ecosistemi.

A causa del loro orientamento naturalistico e del risalto dato alla densità della popolazione e alla conseguente pressione ecologica, i geografi classici si dedicano più ad analizzare le relazioni ‘verticali’ stabilite dagli uomini col proprio ambiente che a chiarire i nessi ‘orizzontali’ interumani; quest’aspetto non viene però trascurato, anche se non è considerato primario. Ratzel e Vidal de la Blache insistono entrambi sull’importanza dei fenomeni di circolazione, senza i quali non si comprende­rebbe il diffondersi delle innovazioni: ad essi le società modernizzate dalla rivoluzione dei trasporti e da quella industriale devono la loro crescente indipendenza dall’ambiente circostante. A tale proposito Vidal de la Blache ha sviluppato, soprattutto verso la fine della sua carriera, alcuni spunti originali, che tuttavia non sono stati ripresi dai suoi continuatori.
Lo studio della circolazione introduce nella geografia classica la dimensione evolutiva: i problemi delle culture primitive, totalmente dipendenti da un ambiente circoscritto e vicino, non hanno molto in comune con quelli dei moderni abitanti delle città, i cui rifornimenti alimentari provengono non di rado da altri continenti. Il succedersi delle forme di valorizzazione e di popolamento attrae ora i geografi, che sovente dedicano a esso i loro saggi migliori. Poiché in genere conservano le impronte delle situazioni precedenti, i paesaggi si prestano a interpretazioni di tipo archeologico. Sia i tedeschi che l’ameri­cano Sauer e i suoi allievi sono portati ad analizzare minuta­mente i paesaggi e il modo in cui essi vengono periodicamente riorganizzati; in Francia invece l’attenzione è rivolta, più che a essi, agli uomini e alle strutture da loro create: da ciò la preminenza attribuita agli studi regionali.


le acquisizioni e i limiti della geografia classica

La geografia classica apporta alle scienze sociali in via di formazione due contributi principali. In primo luogo, essa insegna a elaborare rappresentazioni cartografiche delle serie statistiche, suggerendo correlazioni che passerebbero altrimenti inosservate: André Siegfried fonda la geografia elettorale analizzando la distribuzione dei voti nella Francia occiden­tale nel corso di un cinquantennio. In secondo luogo, i geografi contribuiscono largamente al progresso della ricerca sul campo, anche se non sono i soli a farla, essendo stati preceduti in questo settore dai sociologi. Mentre però gli altri studiosi si limitano a intervistare le persone e a esaminare le attrezzature di cui esse si servono, i geografi insegnano a osservare le forme dei campi, le recinzioni che li delimitano, e gli insediamenti, la loro dislocazione e la tipologia: i documenti d’archivio non sono l’unica fonte di notizie. Come ha affermato Krysztof Pomian, la scuola degli “Annales” è stata profondamente influenzata da questa nuova impostazione. La geografia umana rivela, al di là delle divisioni prodotte dalle vicende politiche e dalle necessità amministrative, l’esistenza di forme di organizzazione e di strutturazione più profonde e più stabili e il permanere di addensamenti: le divisioni regionali più significative prescindono spesso dai confini ufficiali. La geografia umana si riallaccia infine alla corrente di pensiero, inaugurata dai fisiocrati e presto interrotta, secondo cui gli uomini vivono solo di ciò che traggono dal loro ambiente; nelle altre discipline, invece, si tende troppo spesso a dimenticare questa realtà.
La geografia classica incontra peraltro certe limitazioni, che portano, alla fine, a metterne in questione la validità. Non tutte le sue carenze sono ad essa stessa imputabili, perché l’ecologia compie progressi decisivi solo fra il 1930 e il 1940 e fino allora la geografia continua a utilizzare al meglio l’armamentario concettuale disponibile all’inizio del secolo, che comincia a essere superato. La principale insufficienza consiste nell’impo­stazione naturalistica, a cui si deve la scarsa impor­tanza attribuita all’analisi dei meccanismi sociali, economici e politici e delle loro implicazioni territoriali. I geografi ignorano la teoria della localizzazione, i cui risultati sono invece già consolidati. Walter Christaller, l’unico geografo che negli anni trenta si serve di criteri analoghi a quelli degli economisti, verrà scoperto con vent’anni di ritardo.I sociologi non ignorano la base materiale delle società, ma diffidano dell’impostazione deterministica della prima geografia evoluzionista e la rinfacciano ai geografi della seconda generazione, che da parte loro la rifiutano anch’essi: fra la geografia umana e la morfologia sociale alla maniera di Durkheim e di Halbwachs l’incomprensione è totale. Né miglior sorte è riservata negli Stati Uniti ai lavori di Park, di Burgess e della Scuola di ecologia urbana di Chicago. La geografia politica si dedica ai popoli progrediti (ai kulturvölker di Ratzel, i soli capaci di istituire degli Stati) ma rimane molto in superficie: i suoi cultori sono talmente invischiati nei problemi di frontiere, di territori, di città capitali da non riuscire ad analizzare i fenomeni relativi alla posizione, il modo in cui essi sono percepiti dai responsabili della vita politica e i loro effetti sul corso della storia mondiale. Vi riescono solo i migliori: Mackinder, Siegfried, Bowman e, nonostante le sue discutibili prevenzioni ideologiche, Haushofer.
L’incapacità della geografia umana classica di esplorare a fondo le moderne società industrializzate e urbanizzate trova spiegazione nella dominante mentalità naturalistica. Talvolta si riesce a compiere tale esplorazione, ad esempio nelle monografie di Demangeon sull’Impero britannico, di Baulig sugli Stati Uniti o di Siegfried sulle grandi democrazie anglosassoni; mancano però le basi teoriche per sistematizzare le notevoli intuizioni di questi autori. Il contributo più originale della geografia classica va cercato nel campo degli studi regionali. Fin dall’antichità lo scopo della disciplina era stato di illustrare le peculiarità dei vari luoghi, ciò che essi hanno in comune con altri e ciò per cui ne differiscono: i geografi dell’inizio del Novecento si dedicano appunto a delineare la personalità (è questo il termine che essi adoperano) dei luoghi, dei paesaggi, delle città, delle regioni, delle nazioni. A tal fine, nel caso di un territorio complesso come quello della Francia, Vidal de la Blache mette in evidenza come unità e singolarità nascano dall’associazione di elementi eterogenei ma comple­mentari; la combinazione che ne risulta è così originale da non poter esistere che in un unico esemplare. La personalità riflette anche la qualità degli ambienti naturali; nel caso della Francia, ciò che facilita la sintesi è l’intima mescolanza degli ambienti insieme alle transizioni che essi consentono: la loro composi­zione in un sistema coerente è insita nella loro stessa natura. Ma all’inizio del secolo la geografia non ha ancora sviluppato alcuna teoria che spieghi in modo soddisfacente la specificità delle unità più semplici: per rendere quest’aspetto del reale ci si affida alla sensibilità e al talento letterario, il che può dare talvolta buoni risultati, ma da un punto di vista metodologico equivale a una dichiarazione di fallimento.

Attraverso l’attenzione per la dimensione espressiva, la geografia dell’inizio del Novecento si apre, senza esserne consapevole e senza elaborarne una teoria, all’esperienza vissuta del mondo: quella dei geografi, ma anche quella degli abitanti delle regioni descritte, nella misura in cui sono attenti al modo di denominare i luoghi e di percepire le diverse entità regionali. Malgrado questo tentativo interessante, la geografia come veniva allora praticata era incapace di studiare il mondo industriale e di elaborare semplici direttive per chi aspirava a organizzare e trasformare l’esistente. In effetti, nonostante la volontà naturalistica di lavorare su basi positive, si trattava, più che di un sapere scientifico, di un’esplorazione prudente e marginale di campi che saranno oggetto d’indagine nei successivi sviluppi.

 

IL RINNOVAMENTO DELLA GEOGRAFIA UMANA


le premesse del rinnovamento

A cominciare dai tardi anni quaranta i geografi sono portati, anche per il cambiamento del clima intellettuale, a rimettere in discussione il paradigma classico. Mentre all’inizio del secolo le scienze della natura erano imperniate sulla ricerca di spiegazioni genetiche, ora comprendere la ‘fisiologia degli eventi’ appare più importante che non sapere da che cosa, perché e come hanno avuto origine. La conoscenza dei meccanismi che regolano la vita dei diversi sistemi consente di prevedere le loro condizioni future a partire dalla situazione attuale: diventa possibile la previsione e ciò facilita gli interventi. Si sa come e dove agire per dirigere il corso degli avvenimenti. I concetti di sistema e di struttura sono al centro della mentalità scientifica che negli anni cinquanta s’impone un po’ dappertutto nelle scienze sociali: queste adottano uno dei modelli delle scienze positive, il modello sistemico. Esso permette un profondo rinnovamento delle varie discipline e ne moltiplica le applicazioni, ma il suo impiego pone ben presto un certo numero di interrogativi: è sufficiente che una struttura sia stabile perché sia accettabile? Si deve favorire l’evoluzione di un sistema verso una configura­zione che lo rende più efficiente anche se ciò crea nuove disuguaglianze e ingiustizie tra i suoi membri? Il paradigma neopositivistico ha qualcosa in comune con quello naturalistico a cui subentra: anche per esso gli uomini sono solo pedine nell’ambito di un sistema. Se per i seguaci del naturalismo essi erano cellule di un tutto organico, per i neopositivisti sono parti di una macchina. Possono però le scienze sociali ignorare le aspirazioni degli uomini alla giustizia e alla felicità? Secondo i radicali, critici verso gli sviluppi degli anni sessanta, la risposta è negativa.

Pertanto i nuovi orientamenti delle scienze sociali non accrescono di molto la considerazione dell’elemento umano, e parecchi cominciano a chiedersi se si attribuisca la dovuta importanza agli individui: quest’atteggiamento si oppone però alla tendenza dominante a occuparsi soprattutto di riproduzione sociale, di addestramento e di condizionamenti. Anche il marxismo e le teorie di Freud hanno insegnato a guardare l’uomo con un certo cinismo: da un lato la scoperta dell’inconscio ha fatto perdere ogni fiducia in ciò che appare troppo chiaro e razionale, dall’altro si è diventati spesso un po’ frettolosi nel giudicare mistificatorie le idee della gente sulla società in cui si vive.

Sul finire degli anni sessanta vi è un cambiamento nella sensibilità. Il fatto di riconoscere all’inconscio un ruolo nel funzionamento della mente umana non deve portare a ignorare il senso che gli uomini danno alla propria vita: non esiste società senza una dimensione simbolica. Proprio al recupero di questa dimensione si adoperano da quasi vent’anni gli studiosi che si richiamano alla fenomenologia e agli approcci umanistici. Il rinnovamento della geografia contemporanea s’inserisce in un moto più vasto, che la supera e la condiziona. Entrando nell’ambito delle scienze sociali, la geografia umana prende coscienza, ma tardivamente, della necessità di approfondire i principî e i metodi dell’ecologia: lo studio delle relazioni verticali tra i gruppi umani e il loro ambiente viene momentaneamente accantonato, e i geografi entrano in concorrenza con gli etnologi e gli ecologi.


i nuovi oggetti di studio della geografia

Nel momento in cui si acceleravano le trasformazioni dei paesi sviluppati e si delineava il decollo del Terzo Mondo, i geografi mal tolleravano di non poter avanzare proposte: essi sentivano che l’organizzazione del territorio era di loro competenza, ma non erano consultati. I politici e i tecnici incaricati di predisporre attrezzature e servizi per soddisfare popolazioni più numerose, dotate di maggior reddito e di maggiore mobilità chiedono infatti una chiara valutazione dell’evolversi della domanda nei prossimi cinque, dieci, venti o trent’anni, in modo da prevedere, ad esempio, quale sarà l’aumento del traffico su una certa direttrice: sapranno così se la rete stradale esistente sarà adeguata alla nuova domanda, se dovrà essere migliorata in alcuni tratti o se sarà necessario adottare un nuovo tracciato. Verso la fine degli anni quaranta i geografi non sono ancora in grado di eseguire simili proiezioni, a differenza degli economisti e degli ingegneri, e anche dei sociologi che rendono servizi analoghi nel campo della domanda di alloggi e di servizi ricreativi e scolastici. All’inizio del secolo la geografia era orientata verso l’analisi delle relazioni ‘verticali’ che gli uomini intessono col proprio ambiente, da cui traggono una parte di ciò che è loro indispensabile e dove scaricano ciò che hanno smesso di utilizzare; non si soffermava invece sulle circolazioni, cioè sui flussi e sui movimenti che collegano ‘in orizzontale’ i gruppi umani tra di loro. Perché la geografia diventasse applicabile al mondo attuale era necessaria una riconversione: secondo la tesi che Edward Ullman andava allora esponendo a Seattle a un gruppo di brillanti allievi dell’University of Washington, occorreva porre l’accento sull’aspetto sociale della geografia, più che sulla sua dimensione ecologica. Per i ‘giovani turchi’ della fine degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta la geografia umana deve studiare il ruolo delle distanze e della lontananza nel funzionamento della macchina sociale. Passano così in primo piano i fenomeni di circolazione e di mobilità, che riguardano i grandi aggregati umani e derivano da una molteplicità di decisioni, connesse tra loro da circuiti di retroazione: l’analisi di questi fenomeni può giovarsi degli strumenti forniti dai recenti progressi della statistica, e in particolare della statistica corologica. Le concatenazioni di influssi e di retroazioni sono suscettibili di un’interpretazione teorica che va verificata. La ‘nuova geografia’ (questo termine si afferma sul finire degli anni sessanta, ma il cambiamento è avviato già da un decennio) è allo stesso tempo quantitativa e teorica e ricorre largamente alla teoria della localizzazione prendendola spesso a modello. L’ecologia sociale della Scuola di Chicago suggerisce ai geografi che fanno capo a Brian J.L. Berry un rapido approfondimento teorico dei problemi posti dagli spazi e dai tessuti urbani. Geografi, economisti e sociologi lavorano a un’opera comune in cui diventa difficile distinguere l’apporto di ciascuno, come dimostra il successo della ‘scienza regionale’, che attira chiunque s’interessi ai problemi dell’inserimento della società nello spazio e dell’organizzazione del territorio.

Le acquisizioni ben presto accumulate dalla nuova geografia degli anni sessanta e dalla scienza regionale, che se ne differenzia poco in campo economico, sono considerevoli. L’influsso delle distanze spiega le regolarità osservabili nella diffusione delle innovazioni e nelle migrazioni periodiche o permanenti. I quartieri centrali delle città servono da luoghi d’incontro, cioè da commutatori di tutte le relazioni sociali: ciò mette in evidenza la logica a cui obbediscono i ‘poli’ urbani, le reti che essi formano e le strutture regionali dominate dalla vita di scambio. Sul finire degli anni sessanta, con l’approfondi­mento della riflessione teorica, appare chiaro che il compito specifico dei geografi è di studiare la dimensione spaziale dei sistemi socioeconomici. I progressi dell’ecologia sono ora legati all’utilizzazione del modello concettuale dell’ecosistema; associando i due approcci si potrà recuperare l’aspetto naturalistico della disciplina, inopportunamente trascurato proprio quando in questo campo le richieste della società si facevano più insistenti. La nuova geografia così concepita analizza la dimensione spaziale dei sistemi sociali e la loro integrazione in ecosistemi che essi modificano profondamente. Tutto ciò porta a una scienza dell’organizzazione globale del territorio che è oggi al centro dell’attenzione di molti fra i pionieri della nuova geografia, specialmente in Francia, dove più forte è la tradizione regionale.

Le interpretazioni teoriche proposte o sistematizzate negli ultimi trent’anni hanno in comune il fatto di soffermarsi soprattutto sulle regolarità: il loro contributo all’analisi regionale consiste nella conoscenza di ciò che è ripetitivo e aspecifico. Si tratta di un progresso notevole, che lascia però insoddisfatti molti geografi, sensibili all’atmosfera dei luoghi e a ciò che li rende decisamente diversi gli uni dagli altri, almeno sotto certi aspetti. Alla fine degli anni settanta alcuni autori anglosassoni riscoprono questo problema. Il movimento parte dal Nordamerica, dove poco dopo il 1970 ci si comincia a interrogare sul ‘senso’ dei luoghi, per iniziativa di specialisti dell’approccio storico e di quello culturale, da tempo presenti ai margini della nuova geografia. Dieci anni dopo la questione interessa molti studiosi che fino allora si erano occupati solo di fatti ripetutisi in gran numero, e che si trovano ora in un vicolo cieco: hanno messo infatti in evidenza delle regolarità sul cui valore non ci sono dubbi, com’è dimostrato dalle statistiche, ma la cui utilità è limitata, in quanto dall’esistenza di una correlazione generale tra l’evento A e l’evento B non si può dedurre che in ogni luogo in cui avviene A si verifichi anche B. Perché ciò accada bisogna che intervengano certe condizioni accessorie, che non sono soddisfatte dappertutto. L’applicazione meccanica dei modelli generali urta dunque contro il carattere particolare delle singole località, come avevano dimostrato fin dall’inizio del secolo le ricerche di geografia elettorale del tipo di quelle di Siegfried: è vero che i voti di destra provengono soprattutto dagli ambienti agiati e quelli di sinistra dal mondo del lavoro, ma tradizioni e memorie conferiscono ad alcune zone un carattere diverso da quello che ci si aspetterebbe. Per molti giovani ricercatori d’oggi la geografia umana ha il compito di analizzare la dimensione spaziale dei sistemi sociali e il modo in cui questi utilizzano la specificità dei luoghi per permettere lo sviluppo di certe attività, che a loro volta rafforzano tale specificità. Nei paesi anglosassoni i marxisti, il cui ruolo si era affermato nel corso degli anni settanta, cominciano all’inizio del decennio successivo a prendere coscienza dell’inadeguatezza della loro teoria rispetto alla situazione geografica nel mondo attuale. Sotto l’azione della filosofia realista di Roy Bhaskar, essi scoprono nell’influsso dei luoghi sul verificarsi dei fenomeni un motivo per non rinunziare alla loro fede: lo schema marxista è ora un quadro generale che non è tenuto a spiegare gli eventi nei loro particolari, giacché questi ultimi dipendono sempre da molteplici cause. La geografia, che fino allora non aveva un posto nel pantheon delle scienze sociali marxiste, diviene indispensabile: il suo compito è di fornire le teorie mediane che completano la teoria costituita dal marxismo medesimo. Le riflessioni di Allan Scott e di David Harvey sul ruolo economico delle località s’inseriscono in questa prospettiva.

Nello stesso periodo i responsabili dell’organizzazione territoriale si trovano di fronte a numerose difficoltà. Fino all’inizio degli anni settanta le economie occidentali si erano sviluppate spontaneamente, e la programmazione aveva avuto il compito di orientare verso questa o quella regione meno favorita investimenti che spontaneamente si sarebbero localizzati altrove; un vasto repertorio di incentivi, di regolamentazioni e di controlli aveva permesso di raggiungere più o meno bene gli obiettivi prescelti. Con l’impennata dei prezzi del petrolio e la conseguente crisi lo sviluppo si arresta e la deindustrializzazione colpisce in pieno molte regioni un tempo prospere. Nella nuova congiuntura le formule usuali perdono ogni validità: il problema non consiste più nell’indurre gli imprenditori a modificare le loro scelte d’insediamento, ma nel creare degli imprenditori. Nonostante la recessione, in alcuni casi questo scopo viene raggiunto, senza però che si manifestino delle regole precise nel modo in cui ciò avviene: tutto dipende dagli individui e dalle condizioni che essi incontrano sul posto. Vi sono fattori generali che rendono possibile il sorgere di aziende, ma essi costituiscono solo una delle condizioni necessarie: la differenza è data dalle energie locali. Lo sviluppo nasce dal basso: è questa la sostanza della dottrina di Walter Stöhr.

Coloro che riscoprono come tema centrale di riflessione la differenziazione della superficie terrestre hanno dunque orientamenti diversi, ma in ogni caso il loro apporto è interessante. Pur attraverso le vicende della sua evoluzione, l’intento originario di descrivere in modo esauriente la realtà dell’orbe conserva inalterato il suo valore.


la critica radicale

Le ricerche sui caratteri locali s’inseriscono nello sviluppo dell’indirizzo teorico che si è manifestato all’inizio degli anni sessanta e che è stato oggetto di critiche a partire dal 1970 circa. L’attenzione dei ricercatori si concentra ora sulla città: gli studi sui centri d’interazione e di contatto e sui campi di esternalità da essi generati chiariscono la morfologia urbana. Il meccanismo di base di tutti gli aggiustamenti è costituito dal mercato fondiario: esso è in grado di creare una situazione di efficienza anche in mancanza di interventi urbanistici e di pianificazione, ma è lontano dalle condizioni di concorrenza perfetta previste dalla teoria. Ciò potrebbe produrre un divario rispetto all’equilibrio ottimale a cui dovrebbe portare il libero gioco delle forze economiche. La nuova geografia esita a porsi questi problemi, che sono tuttavia fondamentali: in mancanza di garanzie contro proprietari avidi o datori di lavoro senza scrupoli, il destino dei ceti più deboli rischia infatti di essere ancora più duro.
La protesta radicale contro le concezioni positivistiche della nuova geografia riguarda quasi sempre lo scenario urbano. I geografi anglosassoni, che hanno un ruolo essenziale in questo campo, si ispirano largamente agli studi dei sociologi continentali, come il francese Henri Lefebvre e i suoi allievi o come il catalano Manuel Castells. Col suo saggio Social justice and the city (1973) David Harvey, che qualche anno prima era stato il teorico degli approcci neopositivistici, dà un impulso decisivo al movimento. Per i suoi seguaci la geografia umana si occupa dell’ordinamento spaziale delle società, allo scopo di cogliere il gioco delle segregazioni e delle discriminazioni a cui esso dà origine, e cerca di promuovere una ripartizione più giusta e di prevenire danni ingiustificati all’ambiente.

Il movimento radicale nasce da una contestazione di carattere etico. In origine esso non si appoggia a nessuna teoria sistematica, e ciò costituisce una lacuna che molti ritengono possa essere colmata dal marxismo. Ma dopo qualche anno costoro devono ricredersi: la dottrina marxista non attribuisce molta importanza allo spazio, e le poche strade esplorate dal suo fondatore sono state trascurate dai seguaci. Il lavoro di Harvey “the limits to capital (1982), costituisce un interessante tentativo di aggiornare le basi del ragionamento marxista introducendovi il concetto di spazio. Il risultato è parziale, ma la nuova riflessione sui fattori locali consente di attenuare lo scarto fra le ambizioni esplicative del marxismo e la sua capacità di cogliere la realtà.

Il rinnovamento della geografia dopo il 1960 avviene all’insegna delle scienze sociali: l’accento può essere posto sulle dimensioni spaziali della società, sul suo inserimento nell’ecosistema, sull’importanza dei luoghi o sulle ingiustizie derivanti da istituzioni imperfette, ma in ogni caso è presente una certa idea del rapporto tra uomo e società. I gruppi umani sono formati da individui capaci di riflettere, decidere e agire, ma entro confini così ristretti che le loro iniziative sono sempre limitate e i risultati delle interazioni a cui esse danno origine sono sempre prevedibili. Anche se ci si ribella contro le ingiustizie che penalizzano alcuni, si aderisce a una concezione piuttosto riduttiva dell’uomo: questi è condizionato, manipolato e dominato dal sistema, il che permette quindi di applicare alla realtà sociale i procedimenti delle scienze esatte.


la corrente umanista

Molti geografi non sono però convinti della veridicità di queste tesi. All’inizio degli anni cinquanta uno studioso isolato, Eric Dardel, dà un’impostazione diversa alla nostra disciplina, ma il suo breve, mirabile saggio intitolato “l’homme et la terre passa inosservato e viene scoperto solo vent’anni dopo, in Canada. Vero è che le proposte di Dardel sono molto avanzate: per lui l’orbe non è più l’oggetto principale della geografia, com’era stato fin dall’antichità, e il problema essenziale diventa quello del posto che essa occupa nell’esperienza umana. Come discepolo di Heidegger, Dardel ritiene che non vi sia altra esperienza umana se non quella dell’esserci, dell’esistere in questo mondo; come protestante, crede che ogni individuo debba mettere in pratica la propria fede rendendo il mondo più cristiano. La volontà di tradurre in realtà l’esperienza religiosa è universale, anche se non assume sempre la stessa forma: nell’ambiente che lo circonda l’uomo vede agire forze ed esseri soprannaturali, o vi legge l’intelligenza del Creatore. Studiare geografia non significa solo compilare l’inventario materiale delle forme osservabili sul pianeta, ma cogliere anche ciò che gli uomini provano dalla nascita alla morte, nella vita quotidiana o nelle grandi occasioni; significa vedere come essi concepiscono la loro origine e il loro divenire, valutare gli scopi che si propongono, comprendere quale senso attribuiscono alla natura.

Siamo dunque di fronte a un profondo distacco dagli atteggia­menti naturalistici e neopositivistici. Dardel non nega che la conoscenza delle forze naturali e dei meccanismi sociali sia necessaria, ma ritiene che essa debba essere preceduta da una fase di studio più importante: per cogliere la vera essenza della geografia occorre partire da ciò che vi è di più umano nell’uomo e fondarsi su ciò che gli offre la testimonianza dei suoi sensi.
Gli sviluppi teorici in voga negli anni sessanta non soddisfano né i cultori della geografia storica o culturale, né coloro che per le loro convinzioni religiose sono portati a pensare che la nostra disciplina non tenga abbastanza conto dell’uomo e delle sue iniziative. Fra i primi vi è Yi-Fu Tuan, affascinato dalle culture; al secondo gruppo appartiene Anne Buttimer, la cui appassio­nata ricerca di un’interpretazione meno meccanicistica dell’uomo è però purtroppo certamente guidata dalla fede religiosa.

Per la corrente umanista la geografia umana s’interessa del modo in cui gli uomini vivono la loro condizione terrena, concepiscono la natura e il mondo e li rapportano all’aldilà, attribuiscono ai luoghi un carattere particolare (sacro o profano, autentico o artefatto, originale o banale) e traducono i loro sogni, le loro aspirazioni e la loro sensibilità nella realizzazione di determinate strutture. La ricerca si basa sulla storia delle idee, sulla scienza delle religioni e sull’analisi dei sistemi di valori a cui gli uomini si richiamano o che si manifestano nelle loro azioni. L’indagine partecipativa è vista come uno degli strumenti privilegiati dei nuovi approcci, senza il quale non sembra possibile cogliere ciò che vi è di originale e di specifico nella visione della vita e del mondo propria di ciascun gruppo culturale.
L’approccio umanista dà al ricercatore una lezione di modestia: nelle scienze sociali non si può attingere l’essenza delle cose se si trattano gli uomini come oggetti e si rifiutano a priori i loro modi di vedere e di pensare. Non si devono accettare passivamente le loro idee, ma neppure è possibile ignorarle, nella misura in cui sono al centro dell’esperienza che si cerca di comprendere e nella misura in cui incidono su reazioni, atteggiamenti e progetti. I metodi oggettivi di rappresentazione cartografica del mondo e di comprensione della realtà hanno permesso al pensiero occidentale di spiegare il funzionamento delle piramidi ecologiche o il gioco dei meccanismi sociali ed economici che contribuiscono al modellamento dello spazio. Ma questi metodi trascurano un elemento essenziale, perché ignorano le motivazioni degli individui e non badano a ciò che essi cercano di fare nel mondo e del mondo. Accanto agli approcci fortemente ispirati al neopositivismo, in auge da una trentina d’anni a questa parte, vi è dunque posto per procedimenti più sensibili alla diversità degli uomini e delle culture. Ogni gruppo umano plasma la propria geografia: l’inventario delle etno-geografie è uno dei compiti principali a cui devono dedicarsi oggi i ricercatori.


IL CAMPO D’INDAGINE E LE TENDENZE DELLA GEOGRAFIA UMANA

 

la dimensione ecologica

La questione a cui la geografia umana cerca anzitutto di rispondere è quella dell’inserimento degli uomini nelle piramidi delle forme viventi originate dall’energia solare e dalla sintesi clorofilliana. Ogni forma di vita è fondata sulla continua riproduzione di materia organica a partire dall’anidride carbonica dell’aria, dall’acqua e dagli elementi tratti dall’ambiente. Si è cercato a lungo di applicare ai gruppi umani i metodi adatti alle società animali prendendo in considerazione soprattutto gli scambi che avvengono tra ciascun gruppo e l’ambiente in cui esso è insediato e che gli fa da supporto. L’accento era posto sulla produttività globale degli ecosistemi spontanei e sul modo in cui gli uomini li manipolano per accrescere in valore assoluto la parte a essi spettante, senza curarsi troppo della conseguente riduzione della produttività globale. L’ecologia classica prendeva inoltre in considerazione le concorrenze biologiche e i rischi di danni alla salute dell’uomo.
Un’ecologia di questo tipo si adatta bene alle società arcaiche o alle piccole cellule rurali delle società tradizionali, ma le sfugge una delle dimensioni del rapporto tra uomo e ambiente: quella che si riferisce agli scambi. I gruppi umani non consumano soltanto ciò che viene prodotto sul posto, e talvolta utilizzano anzi solo prodotti provenienti dall’esterno; ciò ha conseguenze evidenti sui rapporti tra uomo e ambiente. Quando le derrate alimentari di base sono importate da paesi lontani e gli approvvigionamenti cambiano secondo i mercati e la congiuntura, i consumatori non possono avere una chiara consapevolezza del degrado che provocano in questa o quella regione del mondo. L’ampliamento della sfera delle relazioni, vissuto come una liberazione rispetto alle costrizioni dell’ambiente, porta gli uomini a dimenticare che dipendono dal mondo vivente per la loro alimentazione e per buona parte delle materie prime necessarie. Se da un lato i rapporti con l’ambiente naturale circostante diventano in un certo senso più distesi, dall’altro l’aumento dei consumi e lo sfruttamento più intenso delle fonti di energia fossile implicano una maggiore quantità di rifiuti; i vincoli ambientali immediati non sono più imposti dalla produzione delle derrate alimentari, ma derivano dalla scarsa capacità degli ambienti di riciclare le sostanze immesse sotto forma di gas, polveri, prodotti organici e minerali, pesticidi, scarichi liquidi. Gli uomini sono riusciti a trasferire l’impatto dei rifiuti lontano dalle aree in cui vivono abitualmente: da un secolo i maggiori progressi dell’igiene sono legati all’allontanamento dai centri abitati degli scarichi liquidi e dei rifiuti solidi, e il riciclo di questi elementi avviene senza rischi di contaminazione diretta per le popolazioni che li producono. Ma evitare le conseguenze nocive immediate non equivale a risolvere il problema; con l’esplosione dei consumi e dell’impiego di energia le zone interessate dai problemi di riciclo diventano sempre più vaste. L’uomo non può più fare a meno di una coscienza ecologica. È passato il tempo in cui gli equilibri erano attuati localmente, nell’ambito di unità molto piccole: col progresso dei trasporti si è enormemente ampliata la dimensione dei problemi. Riguardo agli approvvigionamenti essi si pongono ormai più su scala mondiale che su scala nazionale o continentale, come mostra la gestione dello sfruttamento della fauna marina. Riguardo ai rifiuti, le difficoltà locali diventano drammatiche a causa dell’inquinamento atmosferico, quando la densità d’insediamento e il grado di motorizzazione sono elevati; ma la scala del fenomeno cambia quando i corsi d’acqua sono carichi a tal punto di materie organiche o di prodotti tossici che questi vengono trasportati fino alla foce senza decomporsi. Le piogge acide colpiscono vaste aree continentali, e un incidente come quello di Černobyl ha dimostrato che si possono avere contaminazioni notevoli a centinaia e perfino a migliaia di chilometri di distanza.

La geografia dei rapporti tra uomo e ambiente si basa sui contributi della moderna ecologia, ma tiene conto anche di aspetti che trascendono il campo delle scienze naturali. Gli attuali problemi dell’ambiente sono inscindibili dall’amplia­mento delle aree di scambio consentito dalla tecnologia dei trasporti. Il modo in cui tali problemi sono avvertiti e le reazioni che essi suscitano dipendono da ciò che i gruppi umani pensano della natura e del mondo: chiarendo i problemi dell’ecologia mediante l’analisi dei meccanismi socioeconomici e quella delle mentalità e degli atteggiamenti, la geografia arricchisce in maniera decisiva gli approcci relativi a ciò che ci circonda.


la dimensione economica e sociale

La localizzazione delle attività produttive è condizionata dalla facilità d’accesso alle risorse e ai mercati e dalla disposizione delle infrastrutture destinate a convogliare i flussi di beni, di persone e di informazioni. Per risolvere in modo soddisfacente i problemi dell’approvvigionamento, per sventare i pericoli derivanti dalle incertezze del clima, per profittare delle economie di scala permesse dall’uso di fonti energetiche sempre più concentrate, la società non può far altro che organizzare una divisione del lavoro spinta al massimo: la riduzione dei costi di trasporto accresce allora a sufficienza le possibilità di smaltimento della produzione.

Nella geografia umana l’approccio economico chiarisce dunque prima di tutto la distribuzione spaziale delle attività produttive: essa deve tener conto da un lato dell’ubicazione delle risorse, legata alla casualità delle situazioni naturali, e dall’altro della necessità di rimanere in prossimità dei centri di consumo per ridurre i costi di trasporto dei prodotti finiti. Su queste premesse è fondata la teoria classica della localizzazione, che ha fornito con von Thünen, Alfred Weber, Lösch e Christaller una spiegazione soddisfacente degli equilibri classici. L’cosmo strumentale di cui ci circondiamo diviene sempre più complesso: l’organizzazione della produzione e la distribuzione dei prodotti implicano scambi di informazioni sempre più intensi. Le ricerche recenti evidenziano l’importanza, a lungo trascurata, dei problemi di comunicazione nella localizzazione delle aziende: lo sviluppo della telematica e dei trasporti celeri favorisce la dispersione degli impianti su aree più estese, ma la conseguente moltiplicazione delle esigenze di contatti porta a situare i centri direttivi nelle metropoli, strettamente collegate tra loro da grandi linee aeree. L’integrazione dell’economia su scala mondiale è associata all’inurbamento metropolitano di una parte della popolazione.

L’economia però è solo una delle attività dei gruppi umani. Nelle società tradizionali le stratificazioni determinate dalla vita sociale poggiavano sull’esistenza di status e di ceti ben definiti; nelle società in via di industrializzazione la distribuzione dei redditi divenne nel corso del 19° secolo il principio fondamentale di tale stratificazione, prima che le dimensioni culturali ritrovassero una loro funzione, cosa che caratterizza le società postindustriali. La distribuzione disomogenea di ricchezza e di status nello spazio è un aspetto universale, ma variabile, delle civiltà. La geografia politica si occupa del modo in cui le distanze e la lontananza condizionano l’esercizio del potere, dell’autorità e della influenza. È molto più facile far funzionare un regime legittimo che uno tirannico, fondato solo sulla violenza. Poiché il primo si basa sul consenso ideologico, occorre capire quale sia l’origine delle ideologie e perché esse vengano accettate. Ma per governare non basta ottenere il consenso della maggioranza: è sempre necessario anche il controllo dei devianti e di chi contesta le regole del sistema, e ciò implica la divisione del territorio in circoscrizioni ben definite, senza le quali sarebbe impossibile attuare la sorveglianza. Una delle difficoltà del mondo attuale consiste nel fatto che i principî operanti nella sfera economica sono in contrasto con quelli che dominano la vita politica: l’integrazione economica a livello mondiale tende a ridurre l’importanza delle frontiere, oltreché ovviamente l’autosufficienza delle economie nazionali, mentre la divisione del territorio in entità distinte rimane indispensabile in ogni strategia di controllo. Il punto di vista sociale getta dunque una luce interessante sui problemi del mondo d’oggi: attribuendo un ruolo notevole alle ideologie, esso ci porta a prendere in considerazione i dati della cultura e la prospettiva umanista.


il contributo della visione umanista

Se si evita di concepire gli uomini come semplici pedine o macchine, si scoprono dimensioni della geografia prima ignorate. Lo spazio geografico non è differenziato solo dall’orografia, dal clima, dalla vegetazione e dalle opere in esso create dalle attività umane: esso rivela un’ontologia dello spazio che è indispensabile per comprendere i rapporti tra uomo e ambiente. La distinzione fondamentale è tra ciò che è influenzato dal trascendente e ciò che dipende solo dall’inter­vento di forze naturali. Nel primo caso affiora il sacro, testimo­niato dall’esistenza di luoghi di culto, di altari e di templi; nel secondo vi è solo il banale, il profano, l’ordinario. Da una civiltà all’altra cambia la divisione tra le due categorie di spazi: mentre per gli animisti le forze soprannaturali sono presenti dappertutto, sono coestensive alla natura e il mondo è magico, con le religioni rivelate e con le filosofie razionaliste comincia la demitizza­zione, e il sacro non è più onnipresente, ma emerge solo in alcuni luoghi o nelle creature umane fatte a immagine di Dio. Questa demitizzazione del mondo è tuttavia meno radicale di quanto comunemente s’immagini, perché le ideologie sono fondate su principî analoghi a quelli delle religioni che intendono sostituire: anch’esse accettano l’idea del male, ma ne attribuiscono per lo più la causa alla società e ai suoi difetti, anziché a un qualche peccato originale. La redenzione dai peccati non avviene più mediante sacrifici individuali, la confessione e il pentimento, ma è fondata su sacrifici collettivi, quelli delle classi che hanno provocato il male. Le ideologie implicano rivoluzioni, ossia giganteschi olocausti. I luoghi in cui i martiri della buona causa hanno versato il loro sangue sono venerati come i luoghi sacri delle religioni tradizionali, sono meta di pellegrinaggi e in essi il sacrificio viene riattualizzato mediante grandi riti commemora­tivi. La geografia del sacro e del profano (per citare solo quest’esempio) ci mette di fronte ad alcuni dei problemi fondamentali della coscienza moderna.


la geografia umana e le altre discipline

In passato la geografia umana era orientata più verso le scienze naturali che verso quelle sociali: anche se i rapporti diretti con gli studiosi di geologia, di botanica o di pedologia erano tenuti dagli specialisti dell’ambiente fisico, ogni buon geografo si sentiva in dovere di seguire i progressi di quelle scienze. Oggi le relazioni si concentrano piuttosto sull’ecologia.

La geografia classica d’ispirazione francese procedeva in genere di pari passo con gli studi storici; questo parallelismo non è scomparso, nonostante qualche dissenso momentaneo, e la geografia storica costituisce ancora oggi un terreno coltivato da studiosi di entrambe le discipline, che se lo ripartiscono in modo diverso nei vari paesi. Per quanto riguarda l’economia, la scienza regionale ha fatto propria l’eredità della teoria della localizzazione, e in essa s’incontrano ricercatori di varia estrazione. Con l’etnologia si sono avuti per lungo tempo rapporti occasionali, nel corso di ricerche sul campo nei paesi del Terzo Mondo. Le relazioni più difficili sono state quelle con la sociologia: i suoi cultori avevano perso interesse per la morfologia sociale della scuola di Durkheim, e l’ecologia urbana ispirata alla Scuola di Chicago rimaneva molto ai margini rispetto ai filoni centrali del pensiero sociale. Negli anni sessanta si è avvertito negli studiosi di sociologia urbana, specialmente in quelli d’ispirazione marxista come Henri Lefebvre, un nuovo interesse per lo spazio, ma la scoperta della dimensione spaziale dei fenomeni sociali da parte dei sociologi è avvenuta solo negli ultimi tempi. La ‘geografia della diffusione’ di Torsten Hägerstrand aveva già avuto un’eco nella sociologia: la sua analisi delle traiettorie spazio-temporali degli individui, condotta su scale diverse (giorno, anno, durata della vita), ha messo in evidenza l’ambito più o meno vasto in cui si svolgono le esistenze umane e la maniera in cui esse s’intrecciano, si discostano e si combinano. È inutile studiare i fatti sociali senza curarsi di queste dimensioni di base della vita collettiva: dove ha inizio una società, dove finisce, da quale livello d’interazione è caratterizzata. Contemporaneamente, sul versante della socio­logia è stata scoperta l’importanza dei problemi del substrato ecologico. Anthony Giddens è il sociologo che più si è prodigato per inserire la considerazione dello spazio nei metodi della propria disciplina e per avvicinare quest’ultima alla geografia; sotto tale riguardo le scienze sociali hanno raggiunto un grado di coesione finora sconosciuto. Il contatto continuo con i filologi, con gli storici delle idee e con gli studiosi dei fenomeni culturali è indispensabile per un approfondimento umanistico della nostra disciplina.
L’immagine della geografia umana ha subito delle fluttuazioni nell’opinione collettiva, deteriorandosi nel periodo in cui i suoi cultori non riuscivano ad affrontare efficacemente i problemi del mondo moderno. Oggi essa appare migliorata nel quadro delle scienze umane, e anche il grande pubblico ha cominciato a prendere coscienza del profondo ammodernamento avvenuto negli ultimi trent’anni.


CONCLUSIONE
La geografia umana si è affiancata con ritardo alle altre scienze sociali; inoltre le circostanze in cui si è formata e l’andamento non lineare del suo sviluppo hanno contribuito a far sì che la sua immagine apparisse un po’ confusa a molti studiosi e al grande pubblico. Essa risente della vastità delle sue aspirazioni, in quanto cerca di comprendere con uno stesso metodo i meccanismi ecologici del mondo vivente, i meccanismi sociali, economici e politici che modellano i gruppi umani, e infine le rappresentazioni, le concezioni del mondo e le reazioni degli uomini nei riguardi del loro habitat. La sua complessità può sconcertare i cultori di discipline più analitiche, ma non ha nulla di sorprendente, perché non fa che riflettere la struttura del reale. La ricerca interdisciplinare, oggi così diffusa, è praticata già da tempo dagli studiosi di geografia umana: ciò conferma l’attualità di questa branca del sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

IL TEMPO DEI BILANCI

la geografia economica

 

L’EREDITÀ DEL PASSATO: DALLA GEOGRAFIA UMANA ALLA GEOGRAFIA ECONOMICA


la curiosità geografica

Il primo geografo fu senza dubbio Adamo, il quale, gettato il primo sguardo sul Paradiso Terrestre, dovette chiedersi dove si trovava, prima ancora di ammirare il paesaggio. Da allora miliardi di uomini si sono posti la stessa domanda. Alcuni, non contenti di conoscere il luogo della propria dimora, hanno cercato di sapere che cosa vi fosse al di là del fiume, al di là della montagna, al di là dell’orizzonte e tra le fronde. Altri, dotati di maggior curiosità e di spirito più scientifico, hanno tentato di misurare le dimensioni dell’orbe, di definirne la forma, o addirittura di studiare la sua posizione nel cosmo.

Oggi i cosmonauti descrivono l’orbe e la trovano bella, e i satelliti artificiali ci inviano ogni giorno migliaia di fotografie. Nella seconda metà del 20° secolo ci sembra normale vedere l’orbe fotografata nella sua interezza e con i suoi colori, al di là delle nubi senza le quali essa sarebbe uno squallido deserto. Quale progresso tra questi due estremi dell’avventura terrestre degli uomini!

Nel corso dei secoli e dei millenni non sono mai venute meno la curiosità e l’ansia di comprendere che cosa fosse effettivamente l’orbe, e in particolare la sua superficie, sulla quale si è sviluppata la vita vegetale, animale e umana.

Vi sono stati, è vero, periodi in cui tale curiosità si è attenuata, periodi in cui l’interesse degli uomini si è rivolto più al cielo che all’orbe. Una sorprendente eclisse della geografia si protrasse dal 2° al 15° secolo della nostra era; fu per questo che l’opera di Tolomeo restò la base della conoscenza geografica per ben 1500 anni.

Tuttavia, l’uomo non ha potuto fare a meno di tornare a interessarsi dell’orbe e di porsi le eterne domande sulla natura dell’ambiente, sull’influenza che egli stesso vi esercita, sulle proprie capacità di modificarlo.

La curiosità geografica ha assunto forme di volta in volta diverse. Quale abitante dell’orbe, l’uomo ha cercato anzitutto di conoscerne i lineamenti generali: è la straordinaria avventura delle esplorazioni marittime, della scoperta dei contorni dei continenti e delle isole. Solo nel 18° secolo si è potuto disporre delle tecniche e degli strumenti necessari per misurare esattamente la longitudine e per disegnare carte soddisfacenti a grande scala. Alla storia della ricognizione dei contorni seguì quella dell’esplorazione interna dei continenti e la penetrazione all’interno dell’Africa, dell’America e dell’Asia risultò impresa notevolmente più difficile rispetto alle spedizioni marittime.
Nonostante ciò, l’idea di un mondo ben definito e conosciuto è del tutto errata: non si arriva mai a esaurire la conoscenza di un territorio, e ciò per tre ragioni fondamentali.

1) Quando si cambia la scala della conoscenza e il modo di rappresentazione appaiono lacune e manchevolezze. Mentre nei paesi sviluppati l’intero territorio è conosciuto e rappresentato a scale comprese tra 1 : 20.000 e 1 : 100.000, la figurazione cartografica della maggior parte dell’orbe è ben lontana da questo grado di precisione: la conoscenza geografica è per lo più dell’ordine di grandezza 1 : 500.000 - 1 : 1.000.000 e carte dettagliate esistono solo per aree esigue. Pertanto i fatti della superficie terrestre sono accessibili in modo omogeneo solo con l’osservazione diretta. Non è facile immaginare quanto numerosi siano i dati geografici che restano tuttora ignorati.

2) La qualità della conoscenza della superficie terrestre dipende, oltre che dalla scala, anche dall’interpretazione dei fenomeni da parte dell’umanità. In un primo momento gli uomini vedono i fenomeni, ma non sanno integrarli concettualmente in un campo d’osservazione scientifica: li vedono con occhi di uomini, non di scienziati. La descrizione dell’orbe parte necessariamente dalla scoperta dei fenomeni, ma poi ha bisogno anche dell’elabora­zione di concetti, dell’acquisizione di nomenclature e di metodi che consentano di descrivere e di classificare. Fino alla metà del 18° secolo la descrizione dei paesaggi ha posto problemi di cui attualmente non è facile rendersi conto, perché non esistevano le parole oggi correntemente usate per indicare fatti geografici, sia fisici sia umani.

3) Ogni metro quadrato della superficie terrestre è in continua trasformazione. In geografia, come in ogni altra scienza, l’osservazione statica ha un valore relativo. Soltanto seguendo le evoluzioni e gli adattamenti, i fenomeni divengono intelligibili. Ma la ricerca geografica ha a che fare con ritmi di evoluzione diversissimi a seconda che si tratti di fenomeni d’ordine geologico, biologico, demografico, economico, per tacere delle calamità naturali (inondazioni, siccità, terremoti) e umane (guerre, carestie, rivoluzioni). Inoltre l’evoluzione dei fenomeni geografici può raggiungere dimensioni tali da provocare fratture e mutamenti nella loro stessa natura. Le città esistono da millenni e il loro studio è uno dei settori più progrediti della geografia umana. Ma che c’è di comune, di scientificamente comparabile tra le città di un tempo (e anche le piccole città odierne) da una parte e dall’altra le grandi megalopoli estese su centinaia di chilometri, espressione geografica della crisi della nostra civiltà? Peraltro, tutta presa da interesse per i cambiamenti avvenuti più di recente, la geografia non ha saputo sempre evitare l’insidia di un’eccessiva attenzione per l’attualità o l’aggiornamento dei dati, con il rischio di ridursi a svolgere un ruolo informativo. Tra la scoperta di un fatto e il suo studio geografico s’inseriscono le tappe dell’identificazione e della rappresentazione. Una delle prime prese di possesso della superficie terrestre da parte degli uomini si esprime attraverso i nomi dati ai fiumi, alle cime montuose, agli appezzamenti di terreno, ai paesi, alle coste. Talora si sottovaluta questa forma di umanizzazione elementare, ma tanto significativa, della superficie terrestre; eppure questi miliardi di nomi rivelano bene gli stati d’animo di conquista o di timore, il ricordo dei luoghi di provenienza, il valore simbolico dei luoghi, l’impressione suscitata dalla scoperta: insomma le relazioni dell’uomo con le forme, i colori e gli ambienti. Alla denominazione segue la rappresentazione. La storia della cartografia è un altro capitolo della storia geografica dell’umanità, del progressivo supera­mento delle difficoltà di rappresentazione della sfera sul piano (storia delle proiezioni), del completamento dei contorni continentali, del riempimento degli spazi bianchi sulle carte, della soluzione di grandi enigmi quali il tracciato del Niger, le sorgenti del Nilo, il continente antartico, il passaggio a Nord-Ovest dell’America settentrionale. Fino all’inizio del 18° secolo, e quindi in tempi già a noi vicini, tali problemi non avevano ancora trovato soluzione. La ricerca geografica è antica quanto l’umanità e durerà quanto l’umanità. Ciò è dovuto al fatto che la geografia non è soltanto un’esigenza della curiosità umana, ma è anche, per sua natura, una scienza utile, con possibilità applicative; anzi, questo è un carattere fondamentale della disciplina. La geografia, infatti, consente di sapere ciò che vi è al di là del campo visivo; di muoversi non a caso, ma con cognizione di quanto esiste in uno spazio anche lontano; di conoscere la fertilità dei suoli, la presenza di risorse minerarie, la posizione delle grandi città, e simili. La geografia è compagna e guida dei militari, dei conquistatori, degli uomini d’affari, dei viaggiatori e dei missionari. Fin dai suoi albori essa si rivela una disciplina ‘impegnata’, in grado di fornire ausilio agli uomini politici. Questa tradizione si è perpetuata e ai giorni nostri ha preso nuovo vigore con la geografia applicata, o geografia attiva, operativa, la quale esercita grande fascino sugli studenti, fuorché su quelli che la considerano una forma di collaborazione con un potere che rifiutano.

L’applicazione concreta è stata sempre un aspetto essenziale della geografia, sebbene spesso posto in ombra dalla prevalente funzione pedagogica della disciplina. I re, gli imperatori, i signori erano bramosi di conoscenze geografiche e si circondavano di geografi e di cartografi non per puro piacere intellettuale, ma per disporre di carte dei loro possedimenti, per conoscere le ricchezze dei loro domini e anche, ovviamente, per studiarne i confini e intraprendere spedizioni militari.

 

geografia e insegnamento

La curiosità dell’uomo per il suo habitat terrestre spiega il fatto che si sia ben presto sentito il bisogno di insegnare la geografia, di trasmetterne la conoscenza alle giovani generazioni. Perciò l’insegnamento è divenuto una delle più importanti funzioni della disciplina e ha avuto notevole influenza nella sua evoluzione: da decenni, infatti, la geografia ha destinato la parte migliore delle sue energie alla formazione di docenti e all’elaborazione di un bagaglio di conoscenze destinate all’insegnamento.
Nella maggior parte degli Stati la geografia, da sola o associata ad altre materie di insegnamento (spesso la storia, perché sembrava opportuno non separare la scienza dello spazio da quella del tempo), ha ricevuto un trattamento privilegiato, specialmente se confrontato con quello riservato ad altre scienze, economiche e sociali, rimaste escluse dai programmi scolastici.
Nel compiere tale essenziale funzione educativa la geografia ha subito inevitabili trasformazioni. I programmi di geografia, che nelle scuole era la sola scienza umana del tempo presente, hanno presto assunto carattere enciclopedico: i corsi dovevano fornire informazioni sui diversi aspetti del mondo contemporaneo, illustrare le grandi potenze economiche, i mercati e le correnti commerciali, avviare i giovani alla comprensione dei processi economici e dei grandi problemi del proprio tempo.
Poiché lo scopo principale della geografia universitaria era quello di formare gli insegnanti delle scuole secondarie, e i libri e i periodici di geografia erano destinati a questa stessa classe docente, si è sviluppato un vero sistema chiuso, che ha funzionato perfettamente. Le conseguenze di ciò sono evidenti da alcuni anni: la geografia si è sviluppata senza tener conto delle altre scienze e soprattutto senza preoccuparsi della ricerca e delle applicazioni. Grande è la differenza rispetto alla sua posizione nel secolo scorso: nel ventennio 1870-1890 i primi congressi geografici internazionali riunivano diplomatici, militari, commercianti, esploratori e professori universitari; ai congressi attuali partecipano solo questi ultimi.

In tal modo la disciplina ha perduto gran parte della sua credibilità scientifica. Agli occhi dei più essa si identifica quasi esclusivamente col professore di geografia, di cui gli allievi, da adulti, conservano un ricordo non molto lusinghiero, derivante dall’inutile studio mnemonico di cose scarsamente interessanti. C’è, dunque, una profonda discrepanza tra la geografia quale realmente è e l’immagine che se ne fa chi non è geografo.


le carenze epistemologiche

Tale discrepanza è dovuta pure a una carenza epistemologica. La geografia, ferma nella sua tradizione, ha dimenticato per decenni che una scienza si caratterizza per il possesso di una finalità, di una problematica, di una metodologia, di un bagaglio teorico; e, invece di proseguire nella riflessione avviata tra il 1890 e il 1920 dai geografi tedeschi, inglesi, americani e francesi, ha riposato sugli allori.

1) I geografi non hanno definito con esattezza il loro campo di studio. Si sono limitati, secondo le epoche e le proprie inclinazioni, a considerare la geografia una disciplina di sintesi, capace di combinare organicamente numerosi dati: in tal modo la geografia poteva di volta in volta considerarsi un’arte o una scienza o anche una condizione dello spirito, un’attitudine rivelatrice di ‘intelligenza geografica’. Il fine della geografia consisteva nell’elaborazione di studi regionali: tra il 1910 e il 1950 la fama della scuola geografica francese è stata fondata sul talento, invero notevole, di due generazioni di studiosi universitari impegnati in descrizioni regionali destinate a vedere la luce come tesi o come volumi di una ‘geografia universale’ apprezzata in tutto il mondo. Le regioni, la divisione regionale erano presentate come dati di fatto; per maggior rigore la descrizione si fondava su unità naturali (geologiche, climatiche, botaniche) troppo facilmente denominate regioni geografiche.
I geografi sono stati sempre restii ad ammettere la totale appartenenza della geografia alle scienze umane e ad assegnare alla geografia fisica un compito esclusivamente propedeutico. Ciò è dipeso dall’autorità della geografia fisica stessa e dal suo carattere più esplicitamente scientifico, che garantiva rigore alla geografia umana e le apriva le porte delle facoltà scientifiche. Ancor oggi, di solito, la geografia non è compresa nel gruppo delle scienze umane; è considerata piuttosto una scienza-ponte tra quelle naturali e quelle umane.

2) I geografi hanno elaborato una concezione particolaristica, idiografica, della loro disciplina. Le descrizioni regionali tendevano spontaneamente a mettere in luce la personalità originale dello spazio prescelto. L’autore si ripiegava sulla sua regione, non si occupava di confrontarla con altre, di scoprire somiglianze; cercava soltanto di porne in risalto le peculiarità. Questa tendenza che abbiamo definito particolaristica ha improntato e tuttora impronta di sé, più o meno consapevol­mente, la ricerca geografica. All’origine di ciò sta un’errata interpretazione del pensiero dei fondatori della geografia moderna. Questi, tra cui in particolar modo per esempio P. Vidal de La Blache (1845-1918) davano grande importanza agli studi monografici come metodo di raccolta dei dati, come ‘creazione’ della materia prima con la quale poter costruire una vera geografia generale.

3) I geografi non hanno approfondito la riflessione metodolo­gica, accontentandosi dell’esempio fornito dalle scienze naturali, matrice dello sviluppo scientifico del 19° secolo. Proprio per questa origine naturalistica i fondatori della geografia umana hanno orientato la loro disciplina verso l’individuazione, la descrizione, la classificazione dei fenomeni e hanno rivolto particolare attenzione ai modelli (dai modelli planimetrici delle aziende agrarie ai modelli di funzioni urbane, dai modelli d’insediamento alle categorie di siti urbani).

4) I geografi hanno privato la geografia di gran parte della sua capacità esplicativa e delle sue possibilità di sviluppo con il rifiuto di qualunque idea d’interpretazione deterministica. La geografia si è sempre posta la questione dei rapporti tra società e ambiente naturale. Per secoli gli uomini hanno affrontato questo problema, proponendo talvolta risposte sorprendenti per acume ed equilibrio. Ma troppo spesso le interpretazioni sono state fraintese, presentate rozzamente e superficialmente. Così, ad esempio, è avvenuto per Montesquieu, il quale ha scritto (in “lo spirito della legge”: 18°: 3) che <<I paesi sono coltivati proporzionalmente alla loro libertà, non alla loro fertilità; e se si divide idealmente l’orbe ci si stupirà di trovare, nella maggior parte dei casi, disabitate le sue parti più ubertose e grande sviluppo umano in quelle dove il terreno sembra rifiutare tutto.>>. Questa citazione non rivela certo un pensiero determi­nistico. Anche altrove Montesquieu esalta esclusivamente i meriti dei governi saggi. Nella seconda metà del 19° secolo il darwinismo riaprì questa disputa. Ma i concetti di evoluzione e di adattamento, impiegati a sproposito, alimentarono un ambientalismo le cui esagerazioni provocarono fatalmente una reazione eccessiva. Infatti si diffuse, con il nome di determinismo geografico, una tendenza a spiegare tutti i fenomeni umani, sociali, economici con le sole cause fisiche, ancorché si trattasse dell’indole dei popoli, delle loro credenze religiose, delle loro opinioni politiche.

Un’analisi approfondita dimostrerebbe che queste posizioni estreme erano l’espressione dell’ansia di ricerca (in quel tempo) di spiegazioni che dessero alla geografia un carattere scientifico, rivelando rapporti causali simili alle leggi delle scienze naturali. Per reazione agli eccessi di taluni geografi si costituì negli anni venti una corrente di pensiero anti-determinista che tuttora sopravvive e che nega qualsiasi influenza di fattori naturali su eventi umani di qualsivoglia tipo. Il pensiero anti-determinista ebbe un portavoce eloquente e di autorità internazionale in L. Febvre, del quale pure si sono talvolta sottovalutate la prudenza e l’acutezza delle argomentazioni. Le conseguenze sull’orienta­mento della geografia sono state rilevanti. Febvre è stato il vessillifero del paradigma possibilista, basandosi sulle idee di Vidal de La Blache e sostenendo che, in condizioni identiche, le società hanno modo di scegliere tra diverse possibilità nelle loro relazioni con l’ambiente. Per parecchi decenni i geografi non hanno più osato porre in termini positivi questo problema capitale che si colloca al centro della loro scienza. Piuttosto si sono impegnati a raccogliere le prove negative, a insistere sull’inesistenza di ogni influenza naturale e, al contrario, sull’importanza determinante dei fatti sociali, economici, politici. Così le società venivano sradicate, avulse dal loro ambiente talora millenario, cui si negava ogni capacità d’intervento diretto o indiretto nello sviluppo delle civiltà, delle culture, dei comportamenti. La questione del determinismo geografico ha assunto vaste proporzioni solo perché i geografi non si sono preoccupati di delimitare il campo di applicazione delle influenze naturali. Invece di limitarsi a stabilire il ruolo della natura e quello della libertà umana nelle localizzazioni, nelle utilizzazioni, nelle forme spaziali, hanno rivolto il maggiore interesse alle influenze naturali sulle psicologie, le mentalità, le civiltà, proprio in quel campo dove le generalizzazioni affrettate, le intuizioni superficiali, le spiegazioni senza fondamento scientifico sono più rischiose e suscettibili di più secche smentite. Trascurando in un certo senso la natura, la geografia umana si privava anche delle uniche leggi che le conferivano (o potevano conferirle) un carattere scientifico. Come conseguenza di ciò si delineava una divergenza metodologica tra geografia umana e geografia fisica e s’infrangeva quell’unità più volte ribadita, ma che non aveva più senso dal momento che la prima non ricorreva più alla seconda se non per l’elaborazione di sintesi regionali. Nello stesso tempo la geografia umana si avvicinava alle scienze sociali ed economiche, assumendone le interpretazioni e i nessi causali come basi delle spiegazioni geografiche. Siffatta debolezza epistemologica spiega come certi concetti sui quali la geografia riteneva di appoggiarsi saldamente non avessero una sufficiente fondatezza. È il caso del ‘paesaggio’ che ha rappresentato un importantissimo filone della geografia umana. Lo studio del paesaggio (o, come si diceva comunemente, la descrizione esplicativa dei paesaggi) è stato precocemente considerato dai geografi europei e nordamericani come il fine ultimo della ricerca geografica. La concretezza e la percettibilità dei paesaggi, la combinazione in ciascuno di essi di elementi naturali e umani, la possibilità di leggervi l’ineguale umanizza­zione e la diversità delle forme dell’intervento umano, l’apparente stabilità (o almeno la lentezza dei mutamenti) e la frequenza di elementi antichi, la necessità, per una buona descrizione dei paesaggi, di saper associare un’analisi scientifica a una descrizione letteraria e artistica, sono tutti dati che spiegano l’interesse per lo studio del paesaggio e lo sviluppo di vere scuole geografiche fondate su tale concetto. Al Congresso Geografico Internazionale di Amsterdam (1938) esisteva una sezione dedicata al “paesaggio geografico”. I paesaggi rurali sono stati il terreno prediletto di questo filone di ricerca. Eppure, nonostante la sua importanza, il tema del paesaggio non ha mai raccolto l’unanimità dei consensi dei geografi per diverse ragioni. Anzitutto i suoi sostenitori non sono mai riusciti a elaborare una metodologia corrispondente alla complessità del fatto da studiare; inoltre, la ricchezza epistemologica del concetto è stata sminuita da pesanti critiche, per esempio dalla dimostrazione che alcuni paesaggi potevano trarre in inganno e non esprimevano la realtà delle forze economiche e sociali agenti sul territorio; per molti studiosi il paesaggio rappresenta un mezzo piuttosto che un fine della ricerca geografica.
Rifiutando le relazioni con gli ambienti naturali e non riuscendo a trovare sul tema del paesaggio un ampio consenso, la geografia umana si è orientata in altre direzioni. Una di queste è stata lo studio della popolazione, che ha dato luogo e dà luogo ancora, talvolta con la denominazione di demo-geografia, a numerosi lavori e a sintesi molto apprezzabili. Sembra infatti normale che l’uomo stesso sia l’oggetto della geografia umana; di fatto, proprio attraverso l’uomo passano molte definizioni della geografia. L’ineguale distribuzione degli uomini, l’ampliamento dell’ecumene sono questioni essenziali; la spiegazione delle diverse densità di popolazione, la persistenza di aree di grande addensamento pongono appassionanti interrogativi all’indagine geografica. D’altra parte questo studio (che ha un evidente significato geografico quando mette in rapporto il fenomeno umano con lo spazio, con le situazioni, con gli ambienti) finisce spesso con il ridursi all’analisi delle distribuzioni spaziali degli elementi e dei caratteri demografici. Nella costruzione delle carte di fecondità, delle carte di classi di età, delle carte di categorie socio-professionali, le spiegazioni sono, com’è giusto, ricercate nei fatti d’ordine economico, sociale, politico; e lo spazio fa sempli­cemente da supporto alla rappresentazione cartografica dei fenomeni. Vi sono altri motivi che spiegano il grande successo degli studi sulla popolazione: la facilità di consultazione dei dati demografici e la loro abbondanza consentono confronti sia nello spazio sia nel tempo. Inoltre, questi dati, essendo quantificati o quantificabili, permettono l’impiego dei metodi quantitativi. La geografia sociale è un’altra delle direzioni antropocentriche della geografia. La sua origine risale alla fine del secolo scorso, quando apparve il concetto di genere di vita. La geografia sociale studia l’organizzazione spaziale delle società umane, la loro proiezione sul suolo, la distribuzione spaziale dei gruppi umani e dei rapporti sociali e i rapporti sociali all’interno di un certo spazio. Concepita in senso stretto, questa geografia s’inserisce nell’organizzazione dello spazio; in senso lato e in una visuale sociologica, è piuttosto una sociologia geografica che una geografia sociale: recentemente essa, influenzata dagli indirizzi moderni della sociologia e della psicologia, ha preso a interessarsi della differenziazione spaziale dei comportamenti, delle tendenze, dei rapporti sociali, così come dei fatti di percezione dello spazio e dell’ambiente. Allo studio statico di questi fenomeni è stato sostituito quello dei processi di diffusione dei fatti sociali, delle idee, delle tecniche.
Anche la geografia economica, come quella umana, si è sviluppata come una branca essenziale della geografia. In un primo tempo essa pure rispondeva a esigenze d’informazione: informazione, in tal caso, riguardante la localizzazione delle produzioni agricole, minerarie, industriali, i centri industriali, i centri di consumo, le correnti commerciali, e simili Come i censimenti demografici, così le statistiche economiche, con le loro variazioni annuali, fornivano una nuova documentazione che necessitava di aggiornamenti. Nel passare dalla descrizione (di cui ancora una volta non si può disconoscere l’importanza) all’interpretazione, la geografia economica ha analizzato i fattori di localizzazione delle attività economiche. Le carte e gli atlanti di geografia economica, molto numerosi, documentano il grande sviluppo di questo campo di studio.

Seguendo quest’orientamento della geografia, polarizzato esclusivamente sulle società e sulle loro attività, non più sui rapporti tra società e ambiente e ancor meno sulle espressioni spaziali della società, i geografi hanno esplorato diversi campi di studio: geografia alimentare, geografia medica, geografia elettorale, geografia degli investimenti.

La vastità e la varietà del campo percorso dalla geografia tradizionale assorbivano completamente le energie dei geografi, distogliendoli dalla riflessione epistemologica, dal problema della validità dei loro studi. Rare erano le opere di tal genere, e i geografi che studiavano e scrivevano su tali questioni restavano pressoché inascoltati.

La carenza epistemologica generale si sommava poi alle lacune metodologiche. Per moltissimo tempo il metodo geografico è stato semplicisticamente ridotto allo strumento cartografico. La distribuzione del fenomeno nello spazio giustificava la costruzione e l’interpretazione delle carte. Bisogna onestamente riconoscere l’eccezionale contributo portato dagli atlanti: atlanti mondiali, ma anche regionali, e più recentemente atlanti regionali e urbani. Intanto alcune scuole, come quella britannica, prendevano l’iniziativa di carte dell’utilizzazione del suolo e alcuni organismi internazionali costruivano carte della popola­zione. Queste imprese, risultato di un’intensa mobilitazione di energie e di un lavoro collettivo, hanno permesso di elaborare sintesi di grande utilità pratica.

È sorprendente che queste realizzazioni cartografiche non abbiano contribuito all’approfondimento dei concetti della geografia. Al contrario, il costante ricorso alla carta ha rafforzato l’idea che tutto ciò che si può rappresentare cartograficamente appartiene alla geografia. Ma tutti i fenomeni terrestri, visibili o invisibili, fissi o mobili, permanenti o temporanei, sono distribuiti sulla superficie dell’orbe.

Permeati di formazione storica, convinti dell’originalità di ciascun territorio, per molto tempo i geografi non hanno preso seriamente in considerazione la possibilità di uno studio teorico, sistematico dell’orbe.

A metà del 20° secolo il bilancio della geografia presentava un attivo e un passivo. Per un verso questa disciplina aveva assolto da secoli una funzione importante nella conoscenza della superficie terrestre, nella scoperta e nell’inventario di fatti che si presentavano come combinazioni di elementi diversi. La funzione descrittiva della geografia era evidente, altrettanto evidente la mancanza di finalità; ma essa aveva destato molteplici curiosità, germe di molte scienze specialistiche di oggi. Peraltro, la capacità di spiegazione e di teorizzazione era stata sempre debole; le sintesi brillanti, le rare geografie generali avevano fini pedagogici più che scientifici. La geografia appariva (e appare ancor oggi a molti) più idiografica che nomotetica, priva di una reale problematica e di un vero bagaglio metodologico.
Perciò non c’è da stupirsi se la geografia non gode stima nel mondo scientifico e se i suoi rapporti con le altre scienze sono stati spesso difficili; già al tempo di Durkheim c’era competizione tra sociologia e geografia. Ma è soprattutto con gli economisti, con gli etnologi, con gli urbanisti, con gli ecologi che i geografi hanno sempre dovuto battersi per difendere la propria autonomia scientifica, la propria indipendenza epistemologica.
La geografia ha certamente assolto un compito storico essenziale all’epoca in cui gli uomini scoprivano l’orbe e abbozzavano embrioni di scienze, epoca in cui bisognava elaborare sintesi regionali e inventari, in certo senso fare un elenco dei luoghi del pianeta orbe. Secondo un parere molto diffuso, adesso la geografia deve cedere il passo alle scienze umane più giovani, non potendo più rivendicare un proprio oggetto e tanto meno aspirare a raggiungere una visione diversa da quella di altre discipline, esse pure attente agli aspetti spaziali e non prive di prospettive di sintesi.


LA NUOVA GEOGRAFIA

Questo quadro, che rappresenta insieme la situazione della geografia umana alla metà del nostro secolo e i motivi ricorrenti nel pensiero geografico coevo, deve essere ormai profonda­mente riveduto. Infatti, nel lasso di una ventina d’anni la geografia ha subito mutamenti notevolissimi: è sorta una ‘nuova geografia’ che, fra l’altro, ha reso necessaria una diversa nomenclatura. È chiaro che la nuova geografia non è nata all’improvviso, per generazione spontanea. In passato sono vissuti precursori, uomini diversi per formazione e attività, che hanno affrontato in modo moderno lo studio della geografia, attenti ai problemi di localizzazione, di differenziazione e di organizzazione dello spazio.

La nuova geografia si è sviluppata, a partire dagli anni cinquanta, nel mondo anglosassone, soprattutto negli Stati Uniti, in un paese, cioè, dove il peso della tradizione geografica non era grande come in Europa e dove, diversamente che in Europa, i fatti spaziali potevano essere studiati senza il duplice condizionamento di una lunghissima storia e di un’estrema eterogeneità naturale e culturale. Non bisogna però dimenticare il ruolo svolto da studiosi europei: la teoria delle località centrali è stata elaborata dal geografo tedesco W. Christaller negli anni trenta e esposta dalla prestigiosa tribuna del Congresso Geografico Internazionale di Amsterdam. Ma fu negli Stati Uniti che le idee del Christaller ebbero fortuna; in quel paese, nel 1966, fu pubblicata una traduzione della sua opera. È un bell’esempio di diffusione delle idee e del peso esercitato dalle istituzioni universitarie, esempio sul quale gli storici della geografia farebbero bene a meditare.

La nuova geografia trae origine da due ‘rivoluzioni’, una concettuale, l’altra metodologica.


la rivoluzione concettuale

La geografia classica descriveva ambienti, regioni, paesaggi, e studiava la distribuzione di fenomeni. La nuova geografia ha avuto il merito di porre al centro dell’attenzione lo spazio terrestre: non più una semplice somma di ambienti o un supporto del paesaggio, ma uno spazio definito, caratterizzato dalle sue dimensioni, dalla sua accessibilità, dai costi di spostamento sulla sua superficie (in tempo e in denaro) di persone e di beni; uno spazio che gli uomini devono popolare, occupare, utilizzare, organizzare allo scopo di crearvi le condizioni ottimali della loro vita socio-economica, e vivere felici o alla ricerca dell’immagine che si sono fatti del benessere; uno spazio che in seguito all’umanizzazione cambia aspetto, acquista nuovi caratteri, si rimodella secondo nuove strutture.

Mentre l’ambiente, nel senso di ambiente naturale (foresta equatoriale, steppa, deserto), esiste di per sé, indipendentemente dall’uomo, lo spazio ha significato solo in relazione alla presenza umana ed è misurato dall’uomo mediante scale umane di valutazione. Lo spazio assume le sue proprietà in rapporto all’uomo: lo spazio davanti alla casa, lo spazio al di là del podere. Lo spazio diviene vicino o lontano, centrale o periferico, a seconda della posizione del punto considerato in rapporto all’uomo, cioè in rapporto al podere, alla fabbrica, al villaggio, alla città!

Gli ambienti naturali descritti dai geografi erano in certo senso ambienti ‘ecologici’ di cui non si consideravano le proprietà spaziali, che restavano scientificamente ignorate. Tali proprietà spaziali sono di due tipi. Ve ne sono alcune oggettive, definite dalle coordinate cartesiane, dalle misure lineari e di superficie, dalle configurazioni, dalle forme. Un ambiente naturale, ad esempio la foresta, è definito dalle sue dimensioni, dalle sue forme, dalla sua posizione, dalla sua relazione con i continenti, le coste, le isole, dai suoi rapporti con i diversi ambienti limitrofi.
Ma questi ambienti, che l’osservatore pretende di descrivere scientificamente, non sono percepiti esattamente nello stesso modo dai popoli e dalle società che vi abitano e che li umanizzano. Negli ultimi decenni i geografi, oltre ad aver ritrovato lo spazio, hanno scoperto, o riscoperto, l’importanza (accanto alla descrizione di spazi assoluti e oggettivi) della relatività dello spazio e dei vari modi in cui esso può essere percepito. Ogni uomo, ogni comunità, ogni società percepisce lo spazio cartesiano attraverso filtri dovuti alle mentalità, alle credenze, allo sfruttamento economico in termini di possibilità e di bisogni, alle capacità tecniche. Il concetto di spazio è diventato relativo e si è arricchito di una serie di qualificazioni mutuate dalla psicologia: spazio latente, manifesto, vissuto, subito, accettato, dominato.

Questo filone di studi si è irrobustito con lo sviluppo delle ricerche dei nessi causali. Dovendo spiegare fenomeni di localizzazione, di strutture, di condizioni di utilizzazione, di popolamento, i geografi hanno dedicato sempre maggiore attenzione ai processi decisionali, alle percezioni e ai comportamenti dei responsabili delle decisioni.

Per spiegare le localizzazioni e le differenziazioni la nuova geografia si è rivolta ai processi e ai meccanismi che operano nello spazio assai più che a quanto è presente nello spazio stesso. L’individuazione dei processi spaziali (cioè dei fattori di differenziazione, di strutturazione e di organizzazione dello spazio) è divenuta più importante della descrizione dei fatti che vi si svolgono.

La concezione statica dello spazio è stata sostituita da una concezione dinamica. Infatti, le unità di popolamento e di produzione esprimono relazioni tra flussi: flussi di persone, di materie prime, di prodotti industriali, di servizi, di capitali, di idee, flussi che si propagano seguendo itinerari materializzati dalle infrastrutture di circolazione; e ciò spiega l’importanza acquisita dagli studi sui processi di diffusione e di migrazione.
Tutti questi studi dinamici, volti alla ricerca di processi e di cause e impregnati del concetto di relatività della percezione, giungono all’identificazione di un ordine spaziale e all’analisi di modelli di organizzazione spaziale. Queste strutture spaziali sono state definite per mezzo di concetti che erano da tempo noti alla geografia classica, ma non erano stati utilizzati in una prospettiva epistemologica centrale: concetti di flussi, di reti, di nodi, di gerarchie, di superfici.

Tali concetti erano già presenti nella geografia fisica. Un bacino idrografico, ad esempio, è un’unità ben individuata, costituita da una rete di corsi d’acqua i cui nodi corrispondono alle confluenze; il deflusso che si concentra nel fondovalle raccoglie le acque dilavanti che scendono dai pendii. Allo stesso modo, i flussi economici e umani (flussi di merci, di lavoratori, di consumatori) s’iscrivono nello spazio con le reti di circolazione che essi stessi costruiscono e utilizzano. Tali reti formano delle maglie i cui nodi sono rappresentati dai centri (centri minerari, industriali, commerciali, di servizi), ‘località centrali’ gerarchicamente disposte, poiché i beni e i servizi non hanno tutti la stessa importanza né sono tutti diretti alla stessa clientela. I villaggi e le città (dal piccolo aggregato elementare al centro di mercato settimanale, alla grande metropoli di parecchi milioni di abitanti, passando attraverso gli altri livelli della gerarchia urbana) sono l’espressione spaziale dei nodi nei quali convergono le vie di comunicazione delle reti ferroviaria, stradale, aerea, marittima, fluviale e delle telecomunicazioni.
L’introduzione di questi nuovi concetti, conseguenza del maggior interesse per i valori e i significati dello spazio, ha modificato di molto la visione geografica dello spazio terrestre. Si considerino, a titolo di esempio, i fondamentali studi compiuti sul mondo rurale dalla geografia classica, soprattutto a opera di A. Demangeon, il cui nome è rimasto legato allo studio degli insediamenti rurali e delle abitazioni rurali. In tali lavori i paesaggi rurali sono stati minuziosamente analizzati, classificati, interpretati; all’esame degli insediamenti umani è seguito quello delle trame parcellari, dei paesaggi aperti o chiusi, della distribuzione delle diverse forme di utilizzazione del suolo che hanno portato alla costruzione delle carte sintetiche. Un considerevole lavoro in tal senso è stato svolto a livello internazionale. Il paradigma di tali studi era il paesaggio, cioè il risultato di una combinazione di elementi distribuiti inegualmente e con diversa intensità.

È sintomatico che il fattore di unificazione e di strutturazione di questi elementi, la rete delle comunicazioni (dal sentiero che s’addentra nei campi alla strada principale che conduce al centro aziendale o alla città), sia stato studiato solo marginalmente e spesso da un punto di vista storico, ponendo in risalto prevalentemente la sua persistenza dall’antichità o dall’età medioevale.
Invece, gli studi recenti sugli spazi rurali prendono le mosse dalle aziende considerate come il polo di un’organizzazione di parcelle ben definite per localizzazione, forma e superficie, costituenti nel loro complesso un sistema economico. La struttura spaziale di ogni azienda riflette, in ciascuna parcella, una strategia spaziale che è il risultato delle idee, degli investimenti, dei vincoli ecologici, fondiari e tecnologici di generazioni di agricoltori. Le aziende a loro volta fanno parte integrante di un sistema di organizzazione spaziale, alla scala del villaggio o del comune. Lo studio della struttura parcellare, pertanto, viene condotto soprattutto in base alla rete di sentieri e di strade che servono più o meno efficientemente le parcelle; e lo studio dell’azienda, in base alle relazioni di questa con i centri di livello uguale o superiore.

Ma i cambiamenti più consistenti riguardano la geografia urbana. Le monografie classiche del periodo tra le due guerre, completate, sul piano generale, da saggi di tipologia funzionale delle città, sono state sostituite dapprima da studi delle reti urbane, all’interno di quadri regionali o nazionali, poi dall’elaborazione di modelli delle reti stesse.

Nella geografia tradizionale (e in particolare negli studi regionali, che erano considerati l’espressione più alta della geografia) si cercava di enucleare i caratteri specifici, originali, di una regione o di una città. Con la nuova geografia, invece, l’attenzione è stata spostata sulle identità e sulle somiglianze, eliminando, in principio, tutti gli elementi che deformano il modello teorico. Tutto ciò che è specifico, vale a dire tutto ciò che è dovuto a fatti ecologici, storici e culturali particolari, verrà esaminato successivamente per spiegare le deviazioni dal modello stesso.

Partendo da una superficie omogenea, isotropa, priva di rilievi e di fiumi, si analizzano le condizioni di una distribuzione teorica degli insediamenti, delle aziende, dei villaggi, delle città. Condizioni simili, del resto, esistono anche nella realtà, sia per condizioni naturali (per esempio, la regione francese della Beauce), sia perché create artificialmente (polders). Successivamente, per supposizione o studiando casi reali, s’introduce nel modello una valle (o una catena, o un litorale) e se ne studiano gli effetti sulla trama teorica.

 

la rivoluzione metodologica

Com’è ovvio, la geografia umana si è giovata della diffusione dei metodi matematici nelle scienze umane, metodi già da tempo adottati da alcune scienze naturali (climatologia, botanica, idrologia). Poiché ogni scienza progredisce attraverso un continuo alternarsi di momenti induttivi e deduttivi, la nuova metodologia, sostituendo quella tradizionale (intuitiva ed essenzialmente induttiva), rispondeva al desiderio di una conoscenza più rigorosa della realtà geografica; e rispondeva anche all’esigenza di elaborazione teorica e di astrazione. La pubblicazione, avvenuta nel 1962, del volume “theorical geography” di W. Bunge è stata la prima manifestazione di questa rivoluzione metodologica.

La diffusione dei metodi quantitativi è stata più rapida nel mondo anglosassone, più lenta altrove. Partiti dall’impiego dei metodi statistici più semplici, delle analisi di correlazione, delle analisi matriciali, oggi i geografi sono arrivati a usare anche quelli dell’analisi multivariata (analisi fattoriale) e della modellizzazione; i modelli stocastici (o di probabilità), i modelli di simulazione, l’analisi dei sistemi, il ricorso alla teoria dei giochi sono tutti argomenti trattati nelle opere geografiche pubblicate nel decennio 1965-1975.

Siffatta metodologia risponde alla volontà di dominare la realtà geografica, di coglierla rigorosamente attraverso una ricostruzione teorica a partire da ipotesi e postulati; ambizione prometeica nel mondo delle scienze umane, ricerca della via per una qualità autenticamente scientifica.

I nuovi strumenti metodologici hanno contribuito potentemente all’abbandono dell’antica tendenza della geografia, alla sua evoluzione in scienza nomotetica; hanno ridotto di molto la predilezione per gli studi monografici, stimolando invece quelli comparativi; hanno introdotto i metodi di sondaggio e di campionamento; hanno indotto i geografi a esaminare territori continui e con aspetti simili, poiché lo scopo essenziale della ricerca è ormai la misura delle irregolarità e delle deformazioni dei campi spaziali.

Come nelle altre scienze umane, ma in misura assai maggiore, in geografia il rinnovamento della disciplina è strettamente legato a quello dei dati e della loro elaborazione (i dati della tele-detenzione, che è appena agli albori, l’elaborazione informatica dei dati, l’automazione della cartografia). Sono evidenti la diversità e la ricchezza indiscutibili di questa nuova geografia, il cui merito fondamentale risiede nel rigore scientifico delle posizioni di partenza. A distanza di tempo si deve constatare come la geografia tradizionale, totalmente assorbita dalla sua funzione di descrizione esplicativa, avesse dimenticato che la ricerca scientifica non può prescindere dall’identificazione di un problema e dalla formulazione di domande. Certo, la geografia classica si poneva domande ma erano domande non centrate, non finalizzate, in definitiva neppure coscienti. Il nuovo orientamento ha dato ai geografi il conforto di un’assoluta sicurezza intellettuale; la geografia si è imposta come scienza dello spazio a fianco della storia scienza del tempo: si ritrovava così la distinzione kantiana.

 

il tempo dei bilanci e delle incertezze

Dopo un quarto di secolo si può tentare un bilancio della nuova geografia, bilancio cui essa stessa contribuisce con un’autocritica. Alcuni di coloro che ne erano i più accesi sostenitori pensano che ormai la nuova geografia abbia fatto il suo tempo; e c’è anche chi le rimprovera le stesse mancanze che venivano attribuite alla geografia tradizionale.

Una prima constatazione riguarda il metodo: il rinnovamento metodologico ha finito con il prevalere su quello epistemolo­gico. I geografi, e i matematici che hanno collaborato alle loro ricerche, hanno spesso giocato a fare gli apprendisti stregoni, orientandosi verso tecniche sempre più raffinate senza poi ottenere risultati sostanzialmente diversi da quelli già raggiunti dalla vecchia geografia; e hanno finito così per sembrare più interessati all’applicazione dei nuovi strumenti (suggestivi per la loro tecnicità) che alla soluzione dei problemi geografici. La nuova geografia non ha prodotto un corpo organico di teorie; una delle poche acquisizioni teoriche è stata quella delle località centrali, vecchia ormai di quarant’anni.

È occorso molto tempo perché i geografi capissero che le tecniche quantitative conosciute non sono direttamente applicabili ai problemi spaziali, che gli elementi e le strutture spaziali non sono della stessa natura di quelli studiati da psicologi ed economisti, ma hanno piuttosto affinità con l’oggetto delle ricerche dei botanici e dei forestali. E ciò perché l’analisi geografica deve prendere in esame numerosi e diversi oggetti; e anche perché le serie statistiche variano nello spazio e interferiscono le une con le altre in modo estremamente complicato. I fenomeni di autocorrelazione spaziale necessitano, dunque, di tecniche molto elaborate.

Invece di costruire un corpo di conoscenze utili e suscettibili di applicazioni, la nuova geografia ha avuto tendenza a chiudersi in un cosmo troppo teorico e poco accessibile ai non iniziati, a causa del suo vocabolario e del suo strumentario quantitativo. Sul piano concettuale, lo spazio (oggetto dell’analisi geografica) appare ancora molto vasto, anche limitandosi alla superficie terrestre, dato che tutti i fenomeni presenti sulla superficie terrestre riguardano la geografia e tutti devono necessariamente essere studiati nelle loro localizzazioni, distribuzioni, proprietà e relazioni spaziali. La geografia non può trovare la propria finalità nel campo delle sole proprietà spaziali dei fenomeni, quali che essi siano; e la nuova geografia in ciò somiglia all’antica. Alcuni geografi, nell’affrontare il problema della razionalità di una scienza fondata sullo spazio, si sono posti la questione della realtà stessa del concetto di spazio: lo spazio è un oggetto o una idea?

Inoltre da questo orientamento della nuova geografia è scaturita una frattura concettuale importante: la frattura tra le reti e gli spazi intermedi. A forza di concentrare l’interesse sulle reti, le gerarchie, gli assi strutturanti, i flussi e i traffici, il resto dello spazio (quello fuori della rete) finisce con l’essere ridotto a un residuo, uno spazio interstiziale; e si trascura così una parte non indifferente della realtà geografica.

Ciò finisce con il rafforzare l’idea della coesistenza di due geografie: la geografia delle strutture spaziali e la geografia dei paesaggi, la geografia dello spazio come contenente e la geografia dello spazio come contenuto. Le scale relativamente piccole adottate dalla nuova geografia hanno molto contribuito a una tale frattura, sopprimendo di fatto gli spazi tra le reti.
Infine, la nuova geografia è incorsa in una grave contraddizione: esaltando al massimo la ricerca scientifica dei processi, è stata portata a considerare le società come agenti di sistemi cibernetici; ma al tempo stesso tutta una serie di studi rivelava il ruolo insostituibile degli agenti e dei processi di decisione e i legami tra questi agenti, i sistemi politico-economici e le ideologie. La nuova geografia, che era insorta contro il determi­nismo ecologico, cadeva in altre due forme di determinismo: un determinismo probabilistico di tipo atomico e un determinismo ideologico. Inoltre, l’importanza attribuita alla percezione portava a trasferire sull’osservatore le caratteristiche particolari­stiche che la geografia classica attribuiva ai fatti osservati.
La riduzione dell’analisi geografica a modelli, a sistemi di strutture spaziali ha provocato, per reazione, una rivalutazione dei dati culturali nell’interpretazione geografica.

La vecchia geografia umana ha avuto così l’appoggio di una nuova geografia ‘culturale’, alimentata da un filone ‘radicale’ apparso nella geografia nordamericana dopo il 1970 e in quella europea dopo il 1975, connesso con la contestazione studentesca esplosa in tutto il mondo (e in particolare negli Stati Uniti al tempo della guerra del Vietnam), con la diffusione di ideologie di sinistra nel mondo della cultura e con la penetrazione di correnti di pensiero marxista nelle scienze umane.
Secondo questa geografia culturale, i rapporti spaziali (come tutti i rapporti sociali, di cui sono espressione) vanno considerati come rapporti di forze. La geografia, inserita nei quadri istituzionali universitari, diffonderebbe, più o meno consapevol­mente, l’ideologia dominante, giustificando un dominio dello spazio su scala mondiale (società multinazionali), internazionale (colonialismo politico, culturale, economico), nazionale (differenze regionali); sotto l’apparenza di disciplina scolastica e universitaria, la geografia sarebbe in realtà uno strumento di potere e di governo e sarebbe stata da sempre asservita ai detentori del potere e ai militari (perché qualunque strategia deve necessariamente inserirsi nello spazio).

Queste riflessioni e queste posizioni hanno alimentato due correnti di pensiero che, coscientemente o no, demoliscono del tutto la nuova geografia, descritta come superata o addirittura reazionaria. Una di esse si pone il problema dei valori, individuali o sociali, che sottendono la teoria e la pratica della geografia. Largamente diffusa nelle scienze umane, questa corrente si fonda sul postulato che una ricerca obiettiva non può esistere, perché i ricercatori sono individui con caratteristiche psichiche e mentali specifiche, e lavorano nell’ambito di istituzioni sociali e politiche che influiscono sugli orientamenti di ricerca e sui contenuti ideologici.

La seconda corrente ritiene che il geografo non debba perdersi in ricerche prive di utilità sociale, anche se di grande interesse teorico. Troppi gravi problemi urgono, dal sottosviluppo alle carestie, dagli squilibri dei redditi alle bidonvilles; il geografo deve impegnarsi a fianco dei diseredati e non partecipare con i suoi studi e le sue esperienze, consapevolmente o inconsapevolmente, alle strategie spaziali dei potenti.

La distinzione tra studioso e cittadino militante non ha senso per questi geografi nei quali la rivolta contro le ineguaglianze e le ingiustizie di questo mondo prevale sulla curiosità e sul desiderio di investigazione scientifica, del resto secondo loro impossibile. Addirittura essi ritengono di non dover dare più alcuna collaborazione alle istituzioni responsabili dell’oppres­sione e dello sfruttamento. È un atteggiamento generoso, e in alcuni paesi coraggioso, che rivela però una certa confusione di idee e un’interpretazione manichea e alquanto semplicistica della realtà. Percorrere fino in fondo una tale strada equivale a negare la possibilità di una qualsiasi ricerca scientifica e la possibilità di comprensione e di cooperazione tra studiosi provenienti da società e culture diverse.

La vita della geografia negli ultimi venticinque anni è stata, dunque, molto intensa e movimentata, in netto contrasto con la sicurezza trionfalistica del periodo tra le due guerre mondiali, caratterizzato da una tranquilla certezza e da una posizione di privilegio pedagogico. È forse giunto ora il tempo di una lucida maturità.

 

LA RIUNIFICAZIONE DELLA GEOGRAFIA

La geografia classica e la nuova geografia sono due momenti fondamentali nella storia della disciplina, momenti che corri­spondono a due tendenze dello spirito scientifico e rispecchiano la storia delle scienze umane.

Le due geografie si rifanno a due diversi paradigmi: il paradigma della natura e dei suoi rapporti con le società (l’orbe e la sua umanizzazione); il paradigma dello spazio e della sua sistemazione (l’organizzazione dello spazio terrestre).

La geografia classica riserva un interesse prioritario alle società tradizionali, ai generi di vita, ai paesaggi, che esprimono relazioni plurisecolari con l’ambiente geografico. La nuova geografia della metà del 20° secolo, rinnegando (senza dubbio in modo sconsiderato) i suoi precedenti, getta nuova luce sulle localizzazioni, sulle distribuzioni spaziali, sulle reti, sui flussi, sulla dinamica delle relazioni sociali ed economiche.

 

la coppia natura-spazio

Non si può dissociare ciò che è strettamente integrato. La superficie terrestre è contemporaneamente ambiente naturale e spazio, quest’ultimo inteso come campo di localizzazioni e correlazioni organizzato dalle società; è contemporaneamente opera di natura e di cultura. Gli uomini hanno ben compreso da tempo che la superficie dell’orbe presenta ambienti naturali diversi; hanno individuato obiettivamente la foresta equatoriale, la steppa, la tundra, la taiga; ma le interpretazioni diventavano soggettive allorché si doveva valutarne le risorse, le possibilità, i vantaggi o gli svantaggi in termini di utilizzazione e di popolamento. Alcuni di questi ambienti vengono definiti naturali, nonostante che da millenni gli uomini li abbiano abitati, modificandoli, arricchendoli o impoverendoli, ampliando o riducendo le loro dimensioni. In alcuni di questi ambienti il dinamismo ecologico particolarmente marcato poneva l’uomo in condizione d’inferiorità, così che la sua azione di dissodamento o di costruzione di piste era poco appariscente e veniva facilmente cancellata dalla natura. E tuttavia questi ambienti naturali, per la presenza stessa dell’uomo, divenivano ambienti geografici, e tra essi e l’uomo si venivano intessendo complessi rapporti di osmosi. Gli ambienti naturali sono divenuti ambienti geografici, e poi ambienti umanizzati, attraverso l’azione persistente delle civiltà.

Ma questi ambienti derivati dalla natura e inegualmente umanizzati non sono le uniche componenti della diversifica­zione della superficie terrestre. Anche le società, come la natura, si differenziano in gruppi eterogenei che s’iscrivono in propri spazi: spazi etnici, spazi sociali, spazi giuridici, spazi economici, spazi politici, spazi psicologici. Tali spazi umani, combinati tra loro armonicamente o disarmonicamente, si esprimono con propri limiti e proprie forme sulla superficie terrestre, diversificandola ulteriormente con la varietà dei tipi di popolamento, dei tipi di cultura, dei tipi di rapporti con gli elementi naturali. Se gli ambienti naturali fossero uniformi, omogenei, gli spazi umani si disporrebbero senza dubbio semplicemente, obbedendo a principi di distanza, di gradiente, di portata, di attrazione, di gravità, quindi senza alterazioni e deformazioni notevoli. Ma i fatti spaziali si manifestano in ambienti geografici che sono insieme attivi e passivi. In altre parole, l’ambiente geografico derivato dalla natura e lo spazio derivato dalla società si ritrovano fusi in una sola immagine, in una sola creazione. Le combinazioni degli ambienti naturali e degli spazi umani comportano l’enorme differenziazione della superficie terrestre e la sua sempre maggiore complessità. L’azione umana, intervenendo nella dinamica degli ambienti con una volontà, con una finalità, con capacità tecniche (e quindi in modo profondamente diverso dalle azioni delle altre specie animali) ha introdotto una nuova dimensione nella superficie terrestre.

 Alcuni geografi ritengono che una siffatta concezione integratrice porti alla riunificazione della geografia. Tra la geografia umana di una volta e l’odierna geografia culturale, tra la geografia regionale di ieri e l’analisi regionale (o la scienza regionale) contemporanea, esiste un’evidente continuità, nono­stante i cambiamenti di metodi e di tecniche. La geografia, associando un’ecologia umana a un’analisi spaziale, consente di giungere alla conoscenza globale delle parti della superficie terrestre, traguardo ambizioso rincorso da tutti i geografi. Ma, sebbene altamente suggestiva, questa visione ecumenica della geografia non soddisfa del tutto. Il problema chiave della riunificazione della geografia è sempre quello della sua finalità.
Non basta parlare di sintesi della natura e della cultura, degli ambienti naturali e degli spazi umani; occorre definire le espressioni di queste relazioni e gli oggetti di studio. Vi fu certamente un tempo in cui la geografia, nata prima di altre scienze naturali e umane aventi obiettivi meglio precisati, poteva ambire alla sintesi di tutto ciò che è presente su un lembo della superficie terrestre; ambizione che, oggi come in passato, tende a soddisfare la curiosità geografica di ogni essere umano e spiega il duraturo successo dei volumi e delle collane di geografia regionale. Ma oggi non è possibile elaborare una sintesi interdisciplinare con pretese universali; d’altronde, tutte le scienze che studiano fatti presenti sulla superficie dell’orbe si occupano degli aspetti spaziali di localizzazione e di distribuzione (fino a non molto tempo fa si sarebbe detto degli ‘aspetti geografici’ di tali fenomeni).

 

l’organizzazione dello spazio

A partire dagli anni sessanta, nella nuova geografia si è usata sempre più frequentemente l’espressione “organizzazione dello spazio”, espressione che si ricollega a due tipi fondamentali di analisi spaziale, entrambi derivati dai concetti di poli e di reti: l’analisi delle reti urbane e quella della differenziazione degli spazi urbani e agricoli in rapporto ai centri (urbani e agricoli). Spesso, tuttavia, l’analisi non risponde completamente al significato del concetto. È necessario, quindi, riferirsi rigorosamente al concetto stesso e approfondirlo perché la geografia trovi la sua piena autonomia scientifica.
Prendiamo un fenomeno universalmente diffuso come la città ed esaminiamo come lo affrontano gli specialisti di diverse discipline. Ecologi e urbanisti studiano i rapporti tra la sua estensione e le condizioni naturali, il suo inserimento ecologico e architettonico nel paesaggio. I demografi si occupano della popolazione, definendone gli elementi, la struttura e la dinamica. I sociologi guardano a questa popolazione come a una società organizzata, differenziata in gruppi e in classi sociali che rivelano comportamenti specifici. Gli economisti considerano la città come un’entità economica che produce e consuma, costituita da unità di produzione e da famiglie consumatrici. Psicologi (più esattamente psicosociologi), storici, architetti si dedicano a studi complementari. Poiché tutti i fenomeni si distribuiscono nello spazio, alcuni di questi studi si valgono di rappresentazioni cartografiche delle distribuzioni e delle ripartizioni. Carte della ripartizione delle età (o dei paesi di provenienza, o dei quadri dirigenti) rivelano le differenze di densità, di distribuzione, di localizzazione. Dal momento che gli specialisti non si occupano sempre né sistematicamente della ripartizione spaziale, i geografi spesso ritengono che questo sia un loro specifico compito e tendono a interessarsi delle proprietà spaziali dei fatti più diversi, elaborando geografie speciali, quali la geografia elettorale, medica, sociale. Ma accanto agli uomini e ai prodotti, ai fatti economici, sociali, demografici, esiste un’altra realtà: quella dell’iscrizione di tali fatti nello spazio (con le loro forme e combinazioni e i loro adattamenti alla coesistenza spaziale) nonché dei rapporti di ogni genere esistenti, e spazialmente espressi, tra tutte queste categorie di fenomeni.
Tornando all’esempio della città, il geografo troverà posto vicino agli altri specialisti per studiare la differenziazione degli spazi urbani in quanto espressioni di un’organizzazione e di una strutturazione. Non si tratta di studiare le relazioni degli uomini tra loro, né i gruppi umani, né i fatti d’ordine economico, ma di comprendere attraverso quali processi l’intervento dell’uomo umanizzi e organizzi gli ambienti, perseguendo, secondo una logica spaziale, l’utilizzazione ottimale del suolo in funzione di determinati obiettivi.

1) Le espressioni dell’organizzazione territoriale.

1a) In qual modo l’organizzazione dello spazio si esprime geograficamente, cioè sulla superficie dell’orbe? Si esprime in localizzazioni, divisioni, organizzazioni.

1b) E che cosa sono le localizzazioni? L’uomo, sia preso individualmente sia come collettività, s’insedia e opera sulla superficie dell’orbe. Su di essa costruisce case, fabbriche, fattorie; coltiva, utilizza le risorse; ed è presente su di essa anzitutto come membro di un gruppo più o meno complesso (dalla famiglia alla nazione). A ogni presenza umana, a ogni opera umana, corrispondono localizzazioni. Orbene, la localizzazione non è mai indipendente, poiché è sempre connessa con ciò che la circonda, con fenomeni dello stesso tipo e con altri fenomeni; da ciò discende che i caratteri propri del fatto ‘localizzato’ sono completati, modificati, positivamente o negativamente, dalle proprietà legate all’ubicazione. Accade così che molti organismi collettivi non compiono efficacemente la propria funzione a causa di un’infelice ubicazione; un’univer­sità, un complesso ospedaliero, un centro amministrativo assol­veranno il loro compito in modo più o meno soddisfacente a seconda che siano bene o male ubicati, bene o male serviti, bene o male integrati nel tessuto urbano o immediatamente circostante, bene o male ubicati e collegati rispetto ad altri organismi dello stesso tipo, più o meno suscettibili di adattarsi agli sviluppi urbani successivi. Insomma, una localizzazione, qualunque sia e per isolata che possa apparire, non è mai del tutto autonoma, indipendente; è sempre collegata con altre, fa parte di un sistema di rapporti e di una rete di distribuzione senza i quali non avrebbe ragione d’essere. Ogni localizzazione appare dunque come un elemento di uno di quegli spazi particolari ai quali abbiamo accennato (spazio universitario, spazio medico, spazio amministrativo), ma è anche uno degli elementi dello spazio reale, dello spazio geografico, in cui s’incastra come la tessera di un mosaico; diventa, infine, uno degli elementi di trasformazione dell’am­biente preesistente, naturale o umano. Ogni localizzazione corrisponde all’esercizio di una funzione (residenziale, produttiva, di servizio, di comunicazione, e simili). Tali funzioni si dispongono gerarchicamente, a livelli molto differenti tra loro, da quello locale a quello mondiale, passando attraverso i livelli regionali, interregionali, nazionali, internazionali, intercontinen­tali. Così avviene per le strade, per gli aeroporti e in genere per tutti gli organismi di produzione, preposti ai servizi e alle relazioni. Un’autostrada internazionale che, attraverso una valle alpina, colleghi l’Europa settentrionale con quella meridionale, ha un significato di localizzazione d’importanza ben superiore a quella di una strada secondaria. La localizzazione del maggior aeroporto internazionale di una grande potenza politica e quella di un aeroporto di terza categoria pongono problemi diversi, discendono da diversi livelli decisionali e non danno certo origine agli stessi conflitti di concorrenza territoriale. Queste funzioni, diverse per natura e per dimensioni, coesistono forzatamente, inserendo nello spazio un mosaico molto eterogeneo, che fatalmente determina problemi di coesistenza. Dal momento in cui si decide la localizzazione, la funzione s’incarna in un elemento morfologico durevole del paesaggio, entra a far parte della composizione urbana o rurale, modifica la linea dell’orizzonte, trasforma il luogo e divide gli spazi.

1c) Come si verificano le divisioni dello spazio? Il primo intervento di una comunità umana in un ambiente consiste nel delimitare il proprio territorio, prenderne possesso, proclamarne la conquista; tutto ciò viene espresso tracciando dei confini. Tribù, etnie, collettività, nazioni, Stati proclamano o rivendicano il loro diritto di proprietà collettiva sui territori fissando dei confini. La gestione dello spazio ha bisogno di tale divisione, politica e amministrativa. Gli uomini prendono possesso dello spazio anche a un altro livello, quello della proprietà del suolo ai fini dell’utilizzazione. Spesso si dimentica che questa forma di appropriazione del suolo, antica quanto l’uomo, ha significati profondi. Originariamente il catasto aveva un significato religioso, la divisione del suolo voleva essere l’immagine del cosmo. Ma i sistemi fondiari differiscono molto nelle varie società: sistemi consuetudinari e collettivi delle società africane, in cui la proprietà nasce dal lavoro del suolo; sistemi delle società occidentali, all’interno delle quali si distinguono regioni in cui prevale la proprietà contadina e altre in cui prevale la proprietà di persone abitanti in città; sistemi di proprietà di stato dei paesi comunisti. La divisione parcellare, legata alla proprietà fondiaria, è il fattore principale dell’umanizzazione della superficie terrestre. Lo studio delle dimensioni, delle forme, dei raggruppamenti parcellari introduce il geografo in un cosmo estremamente vario di tecniche, di comportamenti, di rapporti tra classi sociali. Nello studio delle strutture parcellari si coglie nella sua pienezza l’espressione geografica delle strutture sociali in ambiente rurale, si vede un sistema socio-economico materializzarsi in una struttura spaziale terrestre. Nelle città, l’appropriazione del suolo è il primo anello di una catena formata dall’edilizia, dal rinnovamento del patrimonio immobiliare, dall’ampliamento degli spazi urbanizzati e dalla speculazione. La proprietà del suolo è il fattore determinante della sua utilizzazione. Il proprietario è l’arbitro della sua destinazione o della sua concessione in uso. Perciò la differenziazione dell’utilizzazione del suolo, secondo categorie responsabili dell’intarsio sorprendente che si presenta a uno sguardo panoramico, è condizionata dai dati di fatto geografici ed ecologici che il possessore del terreno può prendere in considerazione, ma soprattutto dal posto che una parcella o una proprietà occupa nella strategia spaziale del proprietario o del locatario. Inoltre, l’utilizzazione è fortemente condizionata dalle dimensioni, dalla forma e dall’ubicazione della parcella.
Le società, le culture, le civiltà si materializzano e si esprimono nelle strutture parcellari che creano dal nulla secondo la loro immagine dell’orbe, la loro percezione dell’ambiente attraverso modelli preesistenti, insomma secondo un pensiero geografico determinato.

1d) Le organizzazioni. Le trame amministrative, fondiarie e di utilizzazione del suolo, sorprendenti per la loro regolarità, non sono isotrope; tutti i loro punti di localizzazione, tutte le loro componenti di base sono ubicati in rapporto all’esistenza di centri dove si localizzano i luoghi di comando, di decisione, d’investimento, o più semplicemente di mercato, di scambio di beni e di servizi. Tutte queste trame s’intersecano con altre trame, quelle dei flussi, della circolazione, delle relazioni.
La fattoria è il centro dell’azienda agricola; il villaggio è il centro del comune rurale; la cittadina è il capoluogo di una piccola regione; la metropoli con diversi milioni di abitanti è la capitale di un grande stato; New York, Takya, Londra e poche altre città sono centri di comando su scala mondiale. Un villaggio di 200 abitanti e una metropoli delle dimensioni di New York non si somigliano, ma hanno in comune certe funzioni: entrambi sono nodi di relazioni e organizzano uno spazio; la loro posizione determina la distribuzione delle localizzazioni e soprattutto la costruzione delle reti di relazione. Il crocevia, il nodo di comunicazioni sono l’espressione geografica delle infrastrutture che permettono lo sviluppo di una vita economica e sociale. La pista, il sentiero, la strada sono certamente, insieme con la parcella, l’area coltivata e l’insediamento, l’impronta più notevole dell’azione umana sulla superficie terrestre; chi si trova sul bordo dell’autostrada o in prossimità di un centro o di un incrocio è avvantaggiato rispetto a chi si trova su una strada secondaria o lontano dal centro. Questa differenza si definisce in termini di accessibilità, di tempo, di costo. Infatti le infrastrutture di relazione e di distribuzione sono fattori di differenziazione dello spazio, importanti quanto, nell’ambiente naturale, le valli e gli spartiacque. Lo spazio situato lungo le infrastrutture è favorito in termini di valore fondiario, d’uso e di servizi. L’influenza del nodo, del centro, del polo e l’effetto di polarizzazione diminuiscono con la distanza fino a cessare là dove comincia la zona d’influenza di un altro centro. È grande merito del Christaller aver analizzato, studiando il caso della Germania meridionale, i processi che conducono a una strutturazione esagonale degli spazi. All’interno di ogni zona d’influenza la differenziazione spaziale sarà determinata da dati topologici di vicinanza o lontananza rispetto al centro. In ambiente rurale le forme di utilizzazione agricola si distribuiscono in zone concentriche in funzione del costo del terreno, dei sistemi di coltura, del valore dei prodotti e delle condizioni del mercato: le aree ortive e quelle destinate all’allevamento da latte saranno le più vicine, quelle destinate all’allevamento da carne e allo sfruttamento forestale le più lontane (a meno che la foresta non assuma funzione ricreativa). In ambiente urbano avviene una differenziazione analoga del costo del terreno in funzione della centralità. Le zone d’influenza dei centri di polarizzazione sono territori in posizione subordinata. Sono regioni polarizzate, regioni funzionali, regioni nodali, assai diverse dalle regioni naturali definite da uno o più caratteri fisici. La divisione di un territorio è l’espressione della sua rete di centri e le dimensioni delle regioni sono proporzionali al raggio d’azione dei centri stessi.
Tutti questi fatti geografici non hanno le stesse dimensioni e la stessa portata. Pertanto la gerarchia è un fondamento delle strutture spaziali, così come lo è in natura nell’organizzazione di un bacino idrografico, all’interno del quale i corsi d’acqua sono gerarchizzati per assicurare il deflusso di un volume idrico crescente da monte a valle. In un territorio si riscontra una gerarchia di centri, corrispondente ai diversi livelli di funzioni, e una gerarchia delle reti di relazione e di distribuzione, corrispondente ai diversi livelli di traffici. Il controllo territoriale di una regione è assicurato da questi diversi livelli che agiscono come intermediari della ‘capitale’ o della ‘metropoli’.

2) Le relazioni fra le trame. L’analisi geografica non si ferma all’analisi di queste differenti trame e reti, poiché le une e le altre coesistono e si sviluppano integrandosi insieme. Le relazioni fra le trame umane. Il problema più rilevante è quello dell’articolazione delle trame fra loro, delle loro reciproche influenze e relazioni. La trama fondiaria, ad esempio, condiziona fortemente la varietà dell’utilizzazione del suolo. La trama parcellare, che è collegata con quella fondiaria, non è indipendente dalle maglie della rete viaria. Infine, l’insieme delle reti si colloca nel campo dinamico dei centri e dei poli.
Ora, la coesistenza e l’integrazione spaziale di tutti i tracciati e di tutte le forme iscritti nella superficie terrestre sono molto complesse e molto delicate. Anche in tal caso l’analisi delle realizzazioni umane rivela una gamma di esperienze e di pratiche spaziali veramente sorprendente. Senza pretendere di sviluppare sistematicamente questi dati, ci limiteremo a mettere in luce tre aspetti: quelli della coerenza spaziale, della dinamica spaziale e dell’inerzia spaziale. Uno dei migliori esempi di coerenza spaziale è offerto dall’organizzazione dello spazio in un polder (bonifica) poco dopo la sua realizzazione e nei primi tempi del suo popolamento. Tutto quello che c’è, è stato fatto in un periodo brevissimo, in base a possibilità tecniche e a programmi economici e sociali ritenuti ottimali sotto ogni riguardo. L’insieme delle trame parcellari, degli insediamenti e delle strade è stato concepito unitariamente: fattorie, nuclei, villaggi, città centrale si distribuiscono regolarmente, in una gerarchia direttamente ispirata alla teoria di Christaller. Tutte le parcelle sono servite da reti di relazione. Una simile coerenza si spiega con l’unità di concezione e con la simultaneità di arrivo, nel polder da poco prosciugato, di tutti gli elementi dello spazio. La coerenza si riscontra, oltre che fra le trame, anche fra le forme e le funzioni agricole, artigianali, residenziali, urbane.
Un altro tipo di coerenza, in un altro tipo di sistemazione spaziale, è rappresentato da Brasilia, come, del resto, da tutte le città del mondo di nuova fondazione. Ma, in questo caso, il controllo di tutte le forze intervenute nel centro urbano sorto dal nulla non ha potuto essere esercitato in forma generale e totale come nell’esempio del polder, perché qui, accanto ai responsa­bili dello sviluppo urbanistico, sono intervenuti numerosi altri agenti che hanno alterato, mutato, sconvolto i programmi fissati. D’altra parte, gli effetti indotti scatenati dall’operazione (soprattutto l’arrivo di numerosi immigranti in cerca di lavoro) sfuggivano al controllo; donde uno squilibrio tra alloggi disponibili e abitanti in cerca d’alloggio, squilibrio che si risente anche a livello di costi e di redditi, e la comparsa delle bidonvilles per esempio. Peraltro, accanto a questi esempi di coerenza, l’analisi spaziale rivela casi molto più frequenti d’incoerenza: incoerenza fra le trame (trama parcellare, trama fondiaria, trama di utilizzazione del suolo), incoerenza fra le trame e le reti (trama parcellare e rete di comunicazione), incoerenza fra le forme e le funzioni. Le periferie urbane sono certamente i modelli spaziali in cui si accumulano e si giustappongono le incoerenze più vistose. Ciascun elemento dello spazio organizzato e umanizzato ha propri ritmi di evoluzione e di durata, ha proprie possibilità di adattamento e di flessibilità. La casa è costruita perché duri un certo numero di anni, l’attività di una fabbrica si protrarrà per un certo periodo, il canale resterà in funzione per diversi decenni. Ma ognuno di essi ha una sua dinamica condizionata da numerosi e differenti fattori: l’invecchiamento, la vetustà, l’ammortamento dei capitali investiti, il cambiamento di proprietario, il cambiamento di funzione, l’espropriazione; senza considerare le disgrazie e le catastrofi. Nello spazio rurale l’utilizzazione del suolo varia con la congiuntura, con i progressi agronomici e, soprattutto, con la capacità innovativa degli agricoltori e con la rapidità di diffusione delle informazioni e delle idee. Le trasformazioni agricole, le ricomposizioni fondiarie, l’abbattimento delle scarpate divisorie e delle siepi procedono con un ritmo più lento, incontrano maggiori resistenze. I trasferimenti di abitati sono ancora più rari e rappresentano una vera ‘rivoluzione’ geografica. Nello spazio urbano le interdipendenze sono molto più forti e la concatenazione tra parcellare, edificato, forme, reti e funzioni è assai più complessa. La dinamica spaziale iscrive nel suolo strutture che esprimono (da un’epoca all’altra) la diversità dei principî e delle tecniche che le guidano. Tuttavia le innovazioni tecnologiche hanno esercitato la loro influenza sulle organizzazioni spaziali, dalla scoperta del fuoco a quella dell’energia nucleare, dall’invenzione della ruota alla diffusione dell’automobile. Le osservazioni sulla coerenza e sulla dinamica spaziale conducono al concetto d’inerzia spaziale. Tutto ciò che si materializza e si fissa sulla superficie terrestre acquista un carattere di permanenza e durata. Una volta che si traccia una strada, che sorge un incrocio, che si costruisce una fattoria o una città, sembra che questi elementi acquisiscano una posizione di privilegio dalla quale possono permettersi di sfidare le ingiurie del tempo. Infatti, la rete stradale di gran parte d’Europa deriva da quella romana. Gli insediamenti rurali risalgono alle diverse tappe del popolamento e del dissodamento medioevali. Le ubicazioni delle città sono, tra i vari fatti geografici, quelli che mostrano la maggior capacità di persistenza, e così, di conseguenza, gli incroci e le reti stradali che esse controllano.
Le trame spaziali iscritte nel suolo acquistano insomma una persistenza che rende qualunque ‘geografia’ una struttura invecchiata subito dopo la nascita, in via di superamento non appena realizzata, per il fatto che tutti i fattori che hanno contribuito a dare allo spazio una certa struttura evolvono con ritmi ben più rapidi: accrescimento demografico, espansioni e crisi economiche, cambiamenti dei sistemi politici (per esempio i paesi socialisti dell’Europa orientale, compresa l’Unione Sovietica, non hanno del tutto assorbito le strutture spaziali dei sistemi precedenti). L’inerzia spaziale, pertanto, offre ulteriori spunti d’interesse all’analisi geografica: facendo dello spazio un archivio di forme, consente di coglierne i mancati adattamenti. Dunque, la vita delle società si svolge in un ambiente geografico e con un’organizzazione spaziale sfasati, in più o meno grave discordanza con le tecniche e le funzioni contemporanee. Le nostre città ne sono l’immagine più vistosa e insieme più drammatica. Le relazioni fra le trame umane e le trame naturali. Finora si è parlato soltanto di rapporti fra le trame e le reti, ignorando gli ambienti naturali. Ma siccome le strutture parcellari, le categorie di utilizzazione del suolo, le infrastrutture di relazione e di distribuzione si collocano in ambienti naturali estremamente vari, i modelli e le concezioni di organizzazione, di localizzazione, di modi di popolamento devono obbligatoria­mente adattarsi alle condizioni dell’ambiente. Per dirla con maggior chiarezza, bisogna tener presente che i modi nei quali le società organizzano i loro territori, e che emanano dal profondo delle culture e delle civiltà, sono essi pure influenzati, non sempre coscientemente, da tali condizioni. Il problema del determinismo è stato già accennato. A questo punto non è possibile negare l’esistenza di un certo determinismo geografico, un’influenza dei fattori naturali sui processi di distri­buzione, di differenziazione e di organizzazione. Talvolta le organizzazioni spaziali non oppongono difficoltà allo studio perché danno origine a paesaggi semplici: è il caso dei paesaggi monogenici, quali quello delle townships dell’America anglosassone (che a distanza di secoli ripete, se non le finalità delle divisioni catastali romane, almeno la loro semplicità), quello dei polders, quello delle città nuove. Ma la storia dell’umanità (resa complessa dalle migrazioni, dagli spostamenti di confine e dalle espansioni culturali) ha portato alla costruzione soprattutto di paesaggi poligenici. Certi territori sono come le tessere di un mosaico: ognuna con la propria storia e la propria cronologia, ma (e ciò è fondamentale) in coesistenza spaziale. La comprensione delle possibilità offerte da un ambiente, la sua utilizzazione ottimale, l’adattamento alle sue particolarità sono sicuramente l’espressione più completa dell’intelligenza umana. Gli effetti del determinismo non sono diretti: la natura del terreno o del clima non determina direttamente la scelta e la localizzazione di una coltura, il sito di una città. Gli effetti passano sempre attraverso la decisione e la libertà umana: è sempre l’uomo che sceglie, e può accettare o respingere, può comprendere i messaggi dell’ambiente, ma anche rifiutarli. Pertanto lo studio geografico rivela la saggezza e la dissennatezza degli uomini nei loro rapporti con l’orbe. È saggezza o follia occupare i delta e costruirvi prodigiosi sistemi di canali e di parcelle inondabili? È saggio o insensato costruire terrazze coltivabili sui ripidi pendii delle montagne tropicali e reti irrigue sotterranee nei paesi aridi? La sovrapposizione delle trame di organizzazione e degli ambienti naturali - di per sé già molto differenziati - comporta la grandissima varietà di aspetti che si riscontra sulla superficie terrestre. Le innumerevoli combinazioni risultanti dall’alleanza della natura e della cultura sono la causa dell’infinita gamma di paesaggi offerti dall’orbe.
Un tempo la geografia, nel descrivere gli aspetti della superficie terrestre, apriva e richiudeva successivamente un certo numero di cassetti. Oggi, nello studiare l’organizzazione dello spazio, deve analizzare, spiegare e valutare le strutture spaziali, nei loro elementi, nella loro dinamica, nelle loro combinazioni. Con l’adozione dei moderni concetti di polarizzazione di reti e di organizzazione dello spazio, il tradizionale concetto di geografia regionale ha subito un sostanziale cambiamento, ma non ci si deve stupire se, come in passato, lo studio regionale costituisce la parte essenziale della ricerca geografica. Le localizzazioni, le divisioni, le organizzazioni territoriali sono espressioni contingenti, relative, di modelli teorici, di rappresentazioni culturali, di fatti di civiltà. Gli uomini devono venire a patti con tendenze, situazioni, vantaggi o costrizioni d’ogni genere. La parte della natura e la parte dell’uomo nella differenziazione e nell’organizzazione della superficie terrestre variano grandemente secondo l’antichità della presenza degli uomini nel territorio, la loro organizzazione sociale ed economica, le loro possibilità d’investimento e le loro capacità tecnologiche, i loro pensieri e le loro immagini spaziali.

3) Le finalità ed effetti dell’organizzazione dello spazio. I geografi si trovano in presenza di una superficie terrestre che, attraverso i paesaggi e al di là di questi, rivela la prodigiosa storia delle società umane come fattori geografici. È una storia appassionante e straordinaria, che avvicina l’uomo al suo habitat terrestre e gli fa comprendere l’imponenza dell’o­pera di generazioni precedenti e di popoli che pure gli appaiono tanto diversi; ma è anche una storia che gli dà la consapevolezza e la misura dell’azione umana e delle sue responsabilità. Infatti, la ricerca geografica porta alla valutazione delle azioni dell’uomo, al giudizio sui risultati dell’organizzazione dello spazio. Da millenni stiamo umanizzando il nostro pianeta con interventi diversi, con mezzi sempre più efficaci. A quale scopo? Con quali conseguenze? Si possono distinguere quattro gruppi di valori. Un primo gruppo è costituito da valori d’ordine economico, legati alla presa di possesso del suolo, alla conquista coloniale. L’organizzazione dello spazio è concepita con il solo fine di uno sfruttamento delle risorse: risorse agricole, forestali, minerarie, industriali, umane (nel caso di sfruttamento della manodopera), turistiche (sfruttamento del mare, di particolari luoghi, di condizioni climatiche favorevoli, e simili). La concezione che guida questo sfruttamento è quella del profitto, del massimo reddito con il minimo investimento; nella localizzazione si scelgono le soluzioni meno costose, meno aleatorie, più redditizie. È il caso dei paesi sottosviluppati al momento del loro decollo economico, delle regioni in piena industrializzazione, dei territori sottoposti a uno sfruttamento selvaggio e disordinato. I risultati geografici sono evidenti e numerosi: i ‘paesi neri’ delle vecchie regioni industriali, le città dominate dall’attività mineraria o industriale, spesso da un solo ramo dell’industria. Tutto lo spazio è organizzato in funzione della fabbrica, in rapporto alle fabbriche e ai pozzi minerari, attorno ai quali sorgono i quartieri operai e le bidonvilles per esempio. Questo spazio (caratterizzato da uniformità e omogeneità sociale) è concepito unicamente come ambiente di lavoro; i suoi abitanti sono considerati solo come fattori di produzione. All’altro estremo della serie troviamo le ‘fabbriche’ del tempo libero (stazioni per gli sport invernali, stazioni balneari, e simili), dove l’ambiente è concepito in modo da fornire un solo prodotto standardizzato e dal gusto programmato, con l’unico scopo di stimolare la massima spesa.
Gli spazi organizzati in funzione di questi valori sono uniformi, monotoni, squilibrati nelle loro dotazioni, concentrati al massimo; i valori economici (costi fondiari, e simili) sono parimenti all’origine delle localizzazioni e delle delocalizzazioni degli impianti e quindi dell’isolamento o del non isolamento di un territorio. Un altro gruppo comprende valori d’ordine sociale, derivati da concezioni idealistiche, socialiste, filantropiche, umanitarie, le quali si propongono di fornire all’uomo delle condizioni ambientali e di vita che gli permettano non solo di lavorare, ma di soddisfare pienamente le esigenze individuali, familiari e di vita sociale; le organizzazioni spaziali mostrano la tendenza ad assicurare servizi diversificati. Tali valori sono stati espressi, attraverso i secoli, nei progetti di città ideali, nelle città degli utopisti, nei falansteri e nelle prime città-giardino britanniche del 19° e del principio del 20° secolo. Da una trentina d’anni questa finalità sociale ha preso forma in alcune città nuove, i cui elementi sono tutti orientati verso la creazione di un ambiente di vita dotato di tutte le attrattive ormai assenti nella vecchia città, con i suoi ghetti, le sue segregazioni, i suoi tuguri, le sue difficoltà di trasporto. Le piante urbane, i quartieri, i servizi culturali e sociali, gli spazi verdi, le piste ciclabili, le vie e le piazze riservate ai pedoni fanno di tali organismi urbani delle città veramente ‘nuove’. Simili valori sono stati riscoperti da qualche tempo anche nelle vecchie città, dove si comincia a provvedere al risanamento dei centri storici, al restauro di antichi quartieri, alla riorganizzazione del traffico. Un terzo gruppo è quello dei fattori ecologici. Qualsiasi azione geografica altera gli ambienti naturali, introducendo elementi estranei nei processi che regolano i delicati equilibri tra atmosfera, idrosfera, litosfera e biosfera. Non è certo il caso di insistere qui sulle responsabilità delle società nella trasformazione del mantello vegetale, nell’accelerazione dell’erosione, nei cambiamenti climatici.
In questi ultimi anni si è manifestato in tutto il mondo un movimento di difesa ecologica, di protezione della natura, anzi di ritorno alla natura. Per reazione alle aggressioni di cui la natura è stata vittima e agli inquinamenti di ogni sorta, si chiede agli uomini di rispettare la natura. Di fatto, bisogna ammettere che dovunque le società umane siano presenti da almeno una cinquantina d’anni la parola natura non ha più senso. Da secoli, anzi da millenni, l’uomo è intervenuto nei processi di trasformazione degli ambienti naturali, che ne sono risultati profondamente umanizzati. D’altronde, il comportamento delle società non può essere studiato solo come fatto ecologico: diversamente dagli animali, che sono semplici elementi dell’ambiente, l’uomo, per la sua intelligenza, per la sua libertà, per la sua capacità di progredire, è contemporaneamente nella natura e fuori della natura. Dagli uomini non si può pretendere un rispetto assoluto e semplicistico di una natura la quale, fra l’altro, dispone di una dinamica di adattamento. I valori ecologici che l’uomo ha il dovere di conoscere e tenere nella giusta considerazione sono valori quantitativi e qualitativi, capacità, valori di soglia, valori limite. Vi sono infine dei valori d’ordine geografico. Una simile espressione non sorprenderà certo chi sarà giunto alla fine della lettura di questo testo e ricorderà quanto si è detto sulla dinamica e la coerenza spaziale.
I valori geografici positivi conducono a organizzazioni spaziali integrate e coerenti, a espressioni morfologiche di qualità, capaci di creare un ambiente di vita autentico. Si prendono in considerazione valori geografici positivi quando nella decisione di una localizzazione industriale, urbana, stradale si tiene conto di tutte le possibili implicazioni spaziali e non ci si pone esclusivamente dal punto di vista funzionale, economico, o anche ecologico. Molte regioni dell’orbe, grazie all’inerzia spaziale, hanno ereditato (da società rurali tradizionali o da società urbane preindustriali) organizzazioni territoriali e paesaggi di grande bellezza: sono testimonianze della realtà dei valori geografici. Sono anche testimonianze di tali valori (in questo caso negativi) i sintomi di patologie spaziali che si manifestano nelle periferie, nelle formazioni suburbane estensive, nella giustapposizione di residenze e di assi autostradali, nelle bidonvilles, nei ‘paesi neri’ industriali, nelle campagne spopolate e depresse; e anche nelle gerarchie incomplete delle città e delle reti. Tutti i valori di cui si è parlato coesistono in uno stesso spazio. Spetta al geografo studiarli attentamente per poter procedere a una diagnosi e fissare una linea terapeutica.

 

conclusione

Il geografo francese M. Sorre applicava spesso alla geografia alcune parole di Cristo riferite nel Vangelo di San Giovanni: <<Vi sono molte celle nella casa del Padre mio.>>. In effetti, con il passar del tempo i geografi hanno moltiplicato le celle del campo di studio della geografia, con il rischio di annullare la realtà della casa e la sua unità. È evidente che la curiosità scientifica non può essere regolamentata e che non si può vietare agli studiosi l’uno o l’altro indirizzo di ricerca: la storia della scienza insegna che il progresso cammina più lungo i margini che sulle strade già tracciate e frequentate. È certo, però, che i geografi hanno esagerato facendo della geografia una comoda copertura per l’esercizio di attività scientifiche le quali, in certi casi, non conservavano più alcun rapporto fra loro e neanche risultavano ormai più utili le une alle altre. L’evoluzione concettuale e metodologica dell’ultimo venticinquennio ha rappresentato un progresso importante, ma un progresso unilaterale, imperniato sul concetto di spazio. Occorre progredire ancora per dotare la geografia di una specifica connotazione scientifica. In questi ultimi decenni del 20° secolo, quando tutte le azioni umane stanno ormai costruendo la geografia del 2000, si assiste a una nuova scoperta dell’orbe: una orbe più piccola, accessibile da ogni parte, della cui superficie i satelliti artificiali stanno rivelando tutti i caratteri; una natura terrestre esposta agli effetti e agli eccessi di una rivoluzione tecnologica appena iniziata; degli ambienti umanizzati che accusano squilibri dovuti a effetti di saturazione e di congestione nelle megalopoli e di sotto-popolamento nelle campagne, con aumento degli squilibri tra gli spazi, le regioni, i continenti. Gli uomini si accorgono di saper molto poco dei problemi di analisi, di dominio e di gestione della coppia natura-spazio; si accorgono di essere, come ha scritto il Bunge, “analfabeti dello spazio”. La geografia, nel suo nuovo volto, si presenta come geonomia e insieme geosofia: geonomia, cioè scienza dell’organizzazione della superficie terrestre; geosofia, cioè saggia consapevolezza delle relazioni con l’orbe, capace di ricondurre gli uomini alle civiltà e alle culture ereditate da secoli di rapporti con gli ambienti, nonché al rispetto di quanto esiste su questo piccolo pianeta che accompagna verso il suo destino un’umanità unica nel cosmo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA GEOGRAFIA E IL CITTADINO

la geografia politica

 

POLITICA, CITTADINANZA E RAPPRESENTANZA

 

cittadinanza ed elezioni

Il concetto moderno di cittadinanza si sviluppa parallelamente alla creazione dello stato. Secondo Marshall (1950), il concetto moderno di cittadinanza è composto da tre aspetti, ognuno dei quali implica forme differenti di diritti: civili, politici e sociali. Storicamente, lo sviluppo di queste diverse forme di diritti segue l’evoluzione dello stato inglese, dalla forma liberale, passando per quella liberaldemocratica, fino ad arrivare al welfare state social-democratico. Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che la nascita dello stato moderno implichi l’attribu­zione ai residenti sul suo territorio dei pieni diritti di cittadinanza in maniera uniforme. La dimensione dei diritti civili è connessa alla dottrina liberale della protezione della libertà individuale. Per il liberalismo, lo stato dovrebbe avere poteri abbastanza limitati da non restringere in alcun modo le libertà individuali, ma abbastanza efficaci da garantire queste libertà e proteggerle da altre minacce. La dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al governo della società, sia diretta­mente, che indirettamente (elezione dei rappresentati). La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da parte dello stato, del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere economico e sociale (istituzione di vari servizi all’interno del welfare state).

È importante considerare questi aspetti della cittadinanza come oggetto di conflitti e di strategie politiche e sociali e chiarirne gli obiettivi. L’estensione della cittadinanza nelle varie fasi non è stata garantita dallo stato senza un’esplicita pressione per l’ampliamento dei diritti espressa dai diversi gruppi sociali, e senza che si verificassero degli scontri per ottenerlo; del resto, una volta istituite determinate forme di cittadinanza, queste potevano essere utilizzate come risorse con le quali lottare per ottenerne altre. Inoltre, c’è un “discorso” sulla cittadinanza, che viene utilizzato e prodotto dai partecipanti alle battaglie politiche. Lo stato cerca di definire in modo discorsi chi è un cittadino e chi non lo è, insistendo sul fatto che, per chi lo è, la cittadinanza è universale. Per contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso discorso sulla cittadinanza, lamentando però il fatto che, in realtà, alcuni gruppi vengono esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche della cittadinanza sono mutevoli e discutibili.

 

gli spazi della cittadinanza

I geografi sono stati i più attivi nel tentativo di contestualizzare le diverse concezioni della cittadinanza, con lo scopo di concentrarsi sui meccanismi attraverso i quali alcuni individui vengono esclusi dall’ottenere o dall’esercitare la propria cittadinanza. Il loro lavoro ha messo in evidenza il fatto che, il concetto di cittadinanza implica un continuo processo di separazione tra cittadini e non cittadini. Per concettualizzare quest’idea, si può parlare di limiti formali e limiti informali alla cittadinanza. I limiti formali si riferiscono all’estensione legale della cittadinanza, secondo quanto viene definito in una costituzione. Nello stesso tempo, però, ci sono pratiche e meccanismi informali, che servono ad escludere determinati individui o gruppi dall’esercizio dei propri diritti di cittadini. Analogamente, possiamo distinguere tra cittadinanza de jure (secondo la legge) e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione evidenzia il fatto che, anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino secondo dei parametri legali, ci possono essere delle barriere sociali, che impediscono a questa persona di prendere parte attivamente alla vita civile; tuttavia, può avvenire anche l’opposto. Queste definizioni non sono fisse nel tempo o nello spazio, ma rappresentano strumenti attraverso i quali le rivendicazioni di cittadinanza dei singoli soggetti possono venire interpretate in casi specifici.

L’assegnazione di una cittadinanza de jure o de facto non è politicamente neutrale. L’esclusione di alcuni individui dall’esercizio dei propri diritti e delle proprie responsabilità come cittadini viene determinata da caratteristiche come il genere, la classe sociale, le origini etniche, il credo religioso, l’età, la disabilità, la sessualità ed il luogo di nascita. Analizzare il significato di tratti identitari così connotati e mutevoli ha richiesto un paziente sforzo intellettuale. In prima linea in questo tipo di studi, le autrici femministe hanno criticato l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi studi hanno quindi suggerito che il cittadino viene definito in quanto maschio. Al posto di questa concezione, le studiose femministe hanno dato voce a teorizzazioni più connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere. Di qui si è evidenziata la natura patriarcale della società capitalista occidentale, una struttura che discrimina le donne attraverso l’esclusione dalle posizioni di potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose femministe c’è poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto.

A partite dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe femministe si sono spostate dall’interesse specifico per le relazioni di genere, verso una considerazione più ampia delle esclusioni sociali di quanti deviano dalla visione teorica dominante di cittadinanza. L’esempio dell’esclusione delle persone sorde evidenzia la complessità delle geografie della cittadinanza. Da un lato, l’esclusione de facto dei non udenti dalla cittadinanza britannica, sulla base del fatto che le loro carenze uditive impediscono l’impegno nei dibattiti pubblici. Dall’altro, la loro cultura linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi spazi di cittadinanza, che operano sua su scala locale, che globale. Questo riporta alle osservazioni di Isin, secondo il quale l’atto di esclusione non è una semplice negazione, ma potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di cittadinanza, che agiscono in spazi pubblici alternativi.

Può essere vero, però, anche il contrario. Ovvero che degli individui, o dei gruppi, svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile, senza che ad essi vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute alla cittadinanza. I lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio fondamentale di questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro rappresenta un elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello stato, senza che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci sono due aspetti fondamentali da affrontare. Il primo è che i mezzi di comunicazione e la politica parlano spesso di queste esclusioni in termini economici, descrivendo le restrizioni nei confronti dei migranti come necessarie a difendere gli interessi economici dello stato. Gli studi geografici politici e culturali hanno però sottolineato come queste esclusioni siano in realtà strettamente connesse alla difesa della mitica omogeneità culturale di ciascuno stato; sono i confini dello stato ad operare come strumenti che definiscono l’esclusione, chi è nato all’interno dei confini di un territorio, viene garantita la cittadinanza de jure, mentre chi proviene da fuori è spesso soggetto ad un’esclusione dai diritti di cittadinanza. Il secondo aspetto, è che la cittadinanza degli immigrati genera tensioni nella nostra visione della cittadinanza come inclusione, o esclusione, da un certo stato. I lavoratori migranti spesso mantengono legami sociali e politici con i propri paesi d’origine, creando istituzioni politiche che travalicano i confini degli stati. Non si sta suggerendo che i legami transazionali rappresentino un’alternativa adeguata all’esten­sione dei diritti dei lavoratori migranti in un paese ospite, ma che le migrazioni creano nuove reti spaziali di responsabilità e appartenenza, che vanno al di là del binomia stato-cittadino.

 

cittadinanza insorgente

Un’azione radicale di cittadinanza è la “cittadinanza insorgente”. Si tratta di una forma di cittadinanza che agisce con un’opposizione violenta all’autorità costituita e che cerca di ostacolare l’azione dello stato. Questo no vuole significare che gli obiettivi di queste forme di azione politica siano necessariamente in contrapposizione a quelli sanciti dalla costituzione di ogni singolo stato, ma piuttosto che essi nascono da uno scetticismo radicale nei confronti della capacità dello stato di assolvere questi doveri. La cittadinanza insorgente, quindi si fonda sull’azione diretta, come mezzo per reclamare i diritti di cittadinanza, in un contesto in cui la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa e sostituita da discorsi di diritti umani e giustizia sociale. Bisogna però fare molta attenzione nel giudicare gli spazi e le posizioni di chi partecipa alle cittadinanze insorgenti. I mezzi di comunicazione principali descrivono spesso questi movimenti come indicativi di un’azione civile “non autentica”, in contrasto con quella “autentica” che si sviluppa attraverso i canali formali della politica. La realtà empirica, però, non sostiene una distinzione così rigida. Gli attivisti cercano di utilizzare i canali formali per dare voce alle proprie preoccupazioni, ma questi sono stati percepiti come inefficaci. Per capire la relazione tra la cittadinanza insorgente e la massa, bisogna rivedere le nostre concezioni di trasformazione politica. In particolare, è necessario guardare al di là dell’idea di riforme fondata sullo stato o dei modelli tradizionali di democrazia liberale.

Chatterton si occupa di come si possano creare visioni del cambiamento politico condivise tra i gruppi di protesta e gli individui coinvolti direttamente dalle loro azioni. Lui evidenzia la perdita di fiducia nei confronti dei canali formali e la conseguente necessità di inventare nuovi spazi per la partecipazione politica informale. Alla base delle conclusioni di Chatterton emerge l’ansia dovuta al fatto che la posizione dei manifestanti e quella della gente comune appaiono in rigida contrapposizione. Chatterton suggerisce che il dualismo tra attivisti e non attivisti può essere superato, mettendo in evidenza la natura ibrida e negoziata socialmente delle due posizioni; questo processo si concentra su nuove scale nuovi luoghi dell’azione politica. Egli sottolinea il fertile terreno comune che si può sviluppare per mezzo della micro-politica localistica della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Questa visione del cambiamento democratico è evidentemente diversa dalle concezioni convenzionali della governance democratica pluralistica, per le quali i cambiamenti di direzione delle politiche dello stato avvengono per mezzo della competizione tra partiti che si contendono il voto popolare. In questo caso, Chatterton si rifà alla concezione di democrazia più radicale, definita “pluralismo antagonista”, basata su un invocato concetto di società civile globale, azione collettiva e messa in discussione dello stato e del potere corporativo.

Questa discussione sulla “cittadinanza emergente” scompiglia per due motivi la nostra concezione di cittadinanza come relazione tra un individuo e lo stato. In primo luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione di etica collettiva che non si fonda su una riforma dello stato. Secondo, le lotte contro questioni globali richiedono nuove forme di solidarietà, che si estendono al di là dei confini dello stato.

 

la governance

La governance indica una tipologia di governo fluida ed inclusiva, che tiene conto delle istante provenienti dal basso e che mobilità contemporaneamente diversi attori. Essi possono essere pubblici, si parla di governance multi-livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala territoriale nella gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con il principio di sussidiarietà e la promozione di approcci dal basso e di partenariato pubblico-privato nella definizione e nell’applicazione delle politiche pubbliche. Rhodes individua sei modi diversi di intendere la governance: 1) minimal state: una ridefinizione della presenza dello stato nell’erogazione di servizi e nella vita dei cittadini; 2) corporate governance: in generale, il sistema che gestisce e controlla le istituzioni, pubbliche e private; 3) new public management: un modo nuovo di concepire il settore pubblico, avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato; 4) good governance: come buon sistema di governo, secondo parametri indicati dalle grandi organizzazioni internazionali; 5) sistema socio-cibernetico: un sistema socio-politico risultante dall’intervento integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema stesso; 6) Rete auto-organizzata di istituzioni e di soggetti pubblici e privati che, a diversi livelli, prendono parte al governo di un territorio e di una società.

I cinque principi che stanno alla base della buona governance sono: apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza.

 

la cittadinanza cosmopolita

La cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad una comunità politica e lo stato è considerato da sempre la forma principale di comunità politica. Questa concezione è ora messa in discussione.

Il criticismo si concentra su un problema che viene percepito come centrale nella governance internazionale contemporanea. Mentre la cittadinanza ha una scala statale, molti dei temi politici più rilevanti oggi trascendono i confini nazionali. Si pensa che la democrazia stia fallendo a causa del suo essere fondata sullo stato. Definita “deficit democratico”, questa critica si basa sul fallimento del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di essere attivi politicamente su scala internazionale.

La cittadinanza transazionale si può analizzare mettendo in evidenza due concetti, attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il deficit democratico: una società civile globale ed una democrazia cosmopolita. Entrambi i concetti si fondano su pratiche politiche ed istituzioni già esistenti, al fine di indagare meccanismi alternativi di partecipazione nella sfera internazionale.

Il concetto di società civile indica dei raggruppamenti sociali che non agiscono né all’interno dello stato (processo formale di governo), né del mercato (per il profitto). Ma il concetto di società civile è soggetto a numerose contestazioni. Da un punto di vista storico, la definizione è nata dal vocabolario dei filosofi politici, quando si sono occupati di come le persone possano soddisfare bisogni individuali raggiungendo, nello stesso tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato interesse politico ed accademico per la società civile negli anni Novanta, può essere ricondotto alla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale, nel 1989. La capacità di gruppi pro-democrazia, nel definire le istituzioni degli stati dell’Europa centrale e orientale, è stata dipinta come una vittoria della “società civile”. La crescita dell’interesse nei confronti del concetto di società civile ha portato anche ad un profondo ripensamento della sua stessa definizione. Alcuni autori hanno cominciato ad analizzare cosa significhi parlare di società civile in un epoca di interconnessioni crescenti e flussi transazionali, con i relativi dubbi sulla supremazia dello stato.

Definito per primi da autori come Kaldor e Keane, il concetto di società civile globale si focalizza sull’istituzione e la difesa di norme e diritti comuni a tutta l’umanità. L’idea di società civile, quindi, concentra l’attenzione sulla comparsa di una coscienza globale comune, in un’epoca di presunta globalizzazione. I miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti hanno permesso ad organizzazioni e movimenti molto distanti di unirsi, su tematiche comuni (proteste ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare in modo critico l’azione della società civile globale, bisogna riportare nella nostra analisi la geografia, individuando tre aree di analisi spaziale.

Primo, le azioni dei movimenti di protesta globale sono dirette verso le politiche di determinati Stati (movimento per la liberazione del Tibet). Secondo, le azioni di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi possiede tempo sufficiente e risorse tecnologiche si trova nella posizione migliore per essere coinvolto e stabilire le priorità. I movimenti globali sono radicati in determinate geografie che spesso rispecchiano le geografie del potere (gli uffici di “Amnesty International” sono localizzati in prossimità dei centri di potere).

In contrasto con la nozione di società civile globale, i teorici della cittadinanza cosmopolitica ricercano un modello più formale di partecipazione politica, strutturato intorno al concetto di cittadinanza globale. I teorici della democrazia cosmopolitica sostengono che l’aumento del numero degli stati democratici nel mondo abbia poca importanza per la democratizzazione dell’ordine mondiale. L’importanza crescente, alla scala globale, delle preoccupazione per l’ambiente, l’economia e i diritti umani, ha portato a richiede che si dia voce alla cittadinanza globale, nella definizione delle pratiche delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, ci sono motivi sia logici che geografici per i quali un ordine democratico globale sarebbe molto difficile da istituire. In termini logistici, la prospettiva di una singola istituzione, che abbia la capacità di organizzare delle elezioni globali, solleva molti dubbi. In termini geografici, l’idea di istituire un governo liberaldemocratico che agisca al di sopra del livello dello stato, richiederebbe il consenso del sistema di stati esistente. L’ordine internazionale attuale è costituito in favore degli stati più potenti. Non si può creare dal nulla un ordine politico cosmopolita, c’è bisogno di lavorare al sistema attuale, fondato su un potere distribuito in modo diseguale, e di superarlo. Possiamo, tuttavia, osservare alcuni esempi di democrazia cosmopolita. Ad esempio, L’UE è pensata come un forma di organizzazione politica democratica, al di sopra del livello degli stati nazionali. L’europeizzazione progressiva ha portato nuove forme democratiche, con alcuni aspetti della sovranità statale ceduti al livello di governo europeo, mentre lo stato rimane il luogo centrale del potere politico. Questo ha portato i geografi politici ad evidenziare la nascita, in Europa, di una cittadinanza multilivello, con i cittadini sottoposti a diversi livelli di autorità politica contemporaneamente.

 

geografie elettorali

La geografia elettorale è una sotto-disciplina della geografia politica, che analizza la pratica e l’organizzazione delle competizioni elettorali. In genere, tutte le elezioni prevedono un voto popolare, nel quale una parte della cittadinanza esprime la propria preferenza riguardo alla rappresentazione politica (governance democratica pluralista).

Le elezioni politiche in uno stato offrono agli studiosi la possibilità di osservare e tracciare gli orientamenti politici di una certa popolazione. Il fatto ancora più importante è che il sistema di voto è di solito costruito su unità territoriali, la cui distribuzione e struttura può giocare un ruolo significativo nei risultati delle elezioni.

Ecco alcune ricerche che si occupano degli aspetti spaziali delle elezioni. Per il geografo francese Siegfried, la geografia fisica, economica e culturale dei distretti è vista come un’importante cornice strutturale, in grado di definire le priorità politiche degli elettori. Gli sono state mosse alcune critiche, innanzitutto i critici dubitano che lo spettro degli orientamenti politici si possa ridurre al semplice dualismo tra destra e sinistra. Spesso gli individui possono avere punti di vista apparentemente contraddittori su diversi temi politici e il modello di Siegfried non prende in considerazione quest’ipotesi. La seconda critica riguarda il fatto che le sue conclusioni sembrano sostenere un determinismo ambientale, ovvero il fatto che sia l’ambiente di vita a condizionare le attitudini politiche.

Dopo le ricerche di Siegfried, la geografia politica del 20° secolo ha seguito lo stesso percorso di tutta la geografia, che possiamo suddividere in due tendenze. Nella prima, c’è stato un passaggio dalla ricerca di grandi spiegazioni generali delle tendenze di voto verso un approccio più empirico e basato sulla ricerca sul campo, che cercava di misurare il comportamento degli elettori. I geografici della seconda tendenza hanno invece spostato la propria attenzione sull’analisi delle geografie della rappresentanza, analizzando il modo in cui l’organizzazione spaziale delle elezioni può servire a influenzarne i risultati.

 

Il comportamento degli elettori

Un primo tentativo di teorizzare in termini quantitativi le tendenze di voto venne fatta con “l’effetto vicinato” una cornice esplicativa del comportamento degli elettori. I critici dell’ap­proccio positivista della geografia elettorale ritengono che ad essa manchi un collegamento con la teoria sociale e, di conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle dinamiche politiche spaziali delle elezioni (contro l’empirismo rampante).

Negli ultimi anni gli studi sul comportamento di voto hanno diversificato i propri fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di metodologie qualitative. Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione dell’interazione tra le dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto, collegando, in modo più sottile, i concetti di territorio e human agency. Molta attenzione è stata per esempio posta sul territorio, visto come costruito socialmente, concentrandosi quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents) nel continuo processo di produzione di territorio. Il lavoro del geografo politico Agnew ha avuto un’importante influenza nello sviluppo di concetti teorici più sofisticati, relativi ai comportamenti di voto. Agnew sostiene che il contesto sia importante soprattutto nel momento in cui il territorio, a diverse scale geografiche, viene utilizzato come strategia retorica, da parte dei partiti, come culla per i processi di influenza dei comportamenti e come elemento della geografia politica delle scelte elettorali. Quest’analisi sui comportamenti di voto è quindi servita ad arricchire la nostra capacità di comprendere la specificità storica dei modelli di voto, mettendo in relazione le variazioni nel sostegno ai partiti con le trasformazioni economiche e sociali che avvengono a diverse scale geografiche. Alcune critiche a questo approccio possono essere fatte in relazione al fatto che esso rispecchia un residuo attaccamento ai dati dei modelli statistici, necessariamente discontinui, ma non riesce ad essere coerente con l’insieme degli studi socio-culturali, che hanno messo in luce l’interrelazione e la costruzione sociale di etichette identitarie. L’interpretazione degli specifici contesti storici può contribuire ad animare le interrelazioni tra le diverse posizioni riguardo a quest’argo­mento, ma per capire i loro effetti politici più in dettaglio, è necessario un approccio maggiormente qualitativo nei confronti degli attori coinvolti. In questo caso, la geografia politica può avviare un rapporto produttivo con l’antropologia politica. L’approccio etnografico permette di sottolineare l’importanza delle testimonianze, individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori economici, sociali e culturali che determinano l’appartenenza politica.

 

geografie della rappresentanza

Gli aspetti spaziali delle elezioni hanno rappresentato un interesse di primaria importanza per i geografi. Ogni sistema elettorali uninominale del mondo divide il proprio elettorato in collegi definiti su base territoriale. I collegi vengono costituiti nel tempo e continuamente soggetti a revisioni. Esattamente come la scelta del sistema elettorale può favorire certi partiti rispetto ad altri, così anche il disegno dei collegi elettorali può influenzare il risultato delle elezioni. Il disegno dei confini dei collegi elettorali rappresenta quindi un tema di grande interesse per la geografia elettorale. Le potenzialità in questo processo nell’influenzare l’esito delle elezioni, vengono ben descritte dagli esempi del malapportioning (suddivisione del territorio in collegi non equa) e del gerrymandering. Il primo si riferisce ad una disuguaglianza nella rappresentanza, dovuta alle differenze nelle dimensioni dei collegi, ed è di particolare importanza quando i partiti dominanti sono due (Usa). Johnston sostiene che il malapportionment si può verificare per mezzo di volontà intenzionale, se un partito controlla il processo di suddivisione in collegi, creando collegi più grandi dove il partito oppositore è forte, oppure di un malapportionment strisciante, quando i cambiamenti, intervenuti nel corso del tempo, nella suddivisione in distretti fanno sì che ci siano collegi più piccoli, dove un partito è più forte. Il gerrymandering si riferisce invece alla pratica di ridefinire l’estensione, o la popolazione di un collegio, con il proposito di ottenere un vantaggio elettorale. Questo espediente prende il nome da un Governatore americano del 19° secolo, Gerry, che stabilì la ridefinizione dei confini delle contee per ottenere un maggiore sostegno elettorale. Tuttavia, anche se il gerrymandering è diventato un tema centrale per i geografici elettorali, dobbiamo suggerire cautela. All’interno della geografia politica c’è una chiara tendenza a ridurre le attitudini di voto alla preferenze espresse nel giorno delle elezioni. Anche se questi sono dati che possono venire registrati, non possiamo mai assumere che l’espressione del voto sia rappresentativa della visione politica, sottile e spesso contraddittoria, degli individui. Viene utilizzato il termine “fluidità partigiana” per richiamare l’attenzione sulla natura mutevole della fedeltà degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di una ridefinizione dei confini dei collegi elettorali. Questi processi, infatti, possono a loro volta alterare le preferenze degli elettori, per il fatto che questi possono perdere fiducia nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei loro tentativi di manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche individuali non sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo fluido di identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e geografici.

 

la geografia elettorale in Italia

 Per tutta la Prima Repubblica, appare evidente la presenza di due aree più o meno omogenee dal punto di vista delle preferenze politiche, dominate dai due partiti principali dell’epoca: il Nordest “bianco”, caratterizzato da una netta maggioranza della Dc, ed il Centro “rosso”, roccaforte del Pci. Si tratta delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di piccole medie imprese e da una rete di piccole città che fungono da cardini dello sviluppo economico territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le realtà associative che fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al movimento operaio ed alla sinistra, nel secondo. Il resto d’Italia vede invece una tendenza elettorale molto più variegata, legata alle contingenze temporali e alle specificità di ciascun territorio.

In seguito allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica, la geografia politica italiana si trova di fronte alla “conquista” da parte della “Lega Nord” delle province nelle quali un tempo dominava la Dc e alla nascita di Fi, movimento politico dalla struttura aziendale, legato ai mezzi di comunicazione nazionali e con legami apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi trova una propria “zona azzurra”, paragonata ad un arcipelago, costituito da “isole” di concentra­zione del voto (Campania, Sicilia e alcune province del Nordovest).

Negli ultimi anni la geografia elettorale italiana si è trovata a fronteggiare alcune evoluzioni politiche inedite. La prima è la nascita di due partiti a vocazione maggioritaria (PD e PDL), che appaiono sempre meno legati al contesto territoriale, anche se sembrano ricalcare la geografia elettorale dei propri predecessori. La seconda è la progressiva avanzata del fronte leghista nelle ex regioni “rosse”, con particolare evidenza nelle province più settentrionali dell’Emilia Romagna e della Toscana. A questo si possono aggiungere le concentrazioni geografiche delle presenze di alcuni partiti minori, legate più alla presenza di leader locali, che a specifiche caratteristiche territoriali.

 

conclusione

Si è imparato ad analizzare gli spazi della cittadinanza, della democrazia e delle elezioni e mostrare il ruolo delle teorie socio-culturali nell’aiutarci a comprendere meglio questi concetti. È stato fatto ripercorrendo la natura delle teorie sulla cittadinanza e gli aspetti spaziali delle elezioni. Il percorso ha dimostrato che è impossibile pensare alla pratica politica al di fuori del contesto sociale e culturale. La politica viene vissuta e, di conseguenza, esiste nello spazio.

 

POLITICA, GEOGRAFIA E CITTÀ

 

politiche urbane

Il tipo di città che si è sviluppato nell’Europa medievale influenza maggiormente la nostra immagine di come dovrebbe essere una città. Nel Medioevo la città svolgeva un ruolo di centro amministrativo, politico ed economico per il suo retroterra rurale. I prodotti agricoli confluivano verso i mercati cittadini dalle campagne circostanti, dove veniva prodotto più cibo di quanto ne servisse per nutrire le famiglie di contadini, generando un surplus che poteva venire utilizzato per sostenere la popolazione urbana non agricola. La nascita delle città, quindi, è il prodotto di un cambiamento nella geografia della produzione e del consumo.

Oggi quasi tutte le città sono collegate, dal punto di vista economico, non al territorio che le circonda, ma a reti più ampie di commerci, investimenti e flussi di lavoratori, che si estendono su spazi molto vasti, all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Le città fanno parte di un’articolata gerarchia, politica e amministrativa, con gli stati nazionali che esercitano una forte influenza, sia sulle politiche della città, che sigli aspetti più minimi della vita urbana. Piuttosto che presentarsi come un sistema compatto, con una comunità integrata ed organica, come nel Medioevo, oggi le città sono enormi, tentacolari, sempre più frammentate (sia dal punto di vista spaziale, che da quello sociale) diffuse sul territorio e variegate, tanto dal punto di vista sociale, che culturale (urbanesimo diffuso). Nei paesi industrializzati, la distinzione fra urbano e rurale sembra essere sempre più confusa e arbitraria. Tutto ciò rende decisamente complicato definire le politiche urbane. Di conseguenza, non bisogna considerare come politiche urbane tutte quelle che hanno luogo in città. Le politiche urbane sono riferite alle politiche che riguardano tematiche urbane e bisogna distinguerle da quello che è il governo della città.

Un metodo per avvicinarsi alla ricerca di una definizione potrebbe essere quello di considerare le relazioni tra le funzioni urbane e la forma della città. Il geografo Harvey cerca di fissare delle basi concettuali rigorose per definire la specificità delle politiche urbane. Lui stabilisce che l’urbanizzazione dovrebbe venire vista come un processo, non come un oggetto, e, come tale, necessariamente non ha limiti spaziali fissi, anche se si manifesta spesso all’interno di un determinato territorio. Il punto di partenza della sua analisi è il mercato del lavoro urbano, definito in termini di estensione dei movimenti giornalieri dei pendolari. La diffusione dei mezzi di trasporto motorizzati ha fatto sì che oggi sia possibile raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro da un’area che si estende ben al di là del centro cittadino. Harvey sostiene che i datori di lavoro debbano adattarsi alla disponibilità di forza lavoro all’interno dei limiti di ogni regione urbana. Nel lungo periodo questi limiti non sono insormontabili grazie, ad esempio, lo spostamento della produzione in un altro stato. A breve termine, però, gli imprenditori devono lavorare con la forza lavoro che hanno a portata di mano, la cui qualità diventa quindi determinante. Formare i dipendenti costa, e quindi, nel breve periodo, l’insieme delle qualifiche e capacità della forza lavoro urbana rappresenta una limitazione. I lavoratori altamente qualificati possono avere il potere di richiedere salari più alti, mentre i sindacati possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno qualificati, attraverso l’azione collettiva. Il risultato, secondo Harvey, è un complesso insieme di lotte ed alleanze tra gli imprenditori, caste urbane, i lavoratori e le loro famiglie. Inoltre, la gran parte dei guadagni dei lavoratori viene spesa a livello locale. Ciascun mercato del lavoro urbano, quindi, sostiene una specifica serie di pratiche di consumo, che vengono determinate dalla distribuzione dei guadagni tra i diversi gruppi sociali.

 I limiti geografici, soprattutto alla scala urbana, influenzano sia il lavoro, che il capitale, con due risultati. Il primo è quello che Harvey definisce la tendenza alla “coerenza strutturata” delle regioni urbane, che riflette il modello dell’insieme di guadagni e consumi, rafforzato dalle infrastrutture fisiche e sociali della città (fisiche: buoni trasporti pubblici; sociali: buoni asili d’infanzia). Il secondo risultato è lo sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed economici, che nascono dai conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche di consumo, la salvaguardia dei vantaggi competitivi e l’offerta di infrastrutture fisiche e sociali. Nel modello della pure competizione non ci sarebbe la necessità di alleanze politiche ma, nel mondo reale, influenzato dalle condizioni geografiche, le politiche urbane sono inevitabili.

Questi processi non implicano il fatto che la città sia un attore politico unico: le classi sociali e le altre alleanze mutano in continuazione e l’insieme di limiti ed opportunità esistenti possono generare pressioni contrastanti. L’effetto principale, però, è la creazione di una regione urbana come spazio all’interno del quale possano emergere delle politiche urbane relativamente autonome. Da un lato, questo significa che le città sviluppano le proprie tradizioni politiche distintive ed interessi politici localizzati. D’altra parte, però, il contenuto delle politiche della città non può essere derivato direttamente da logiche economiche, ci sono aspetti che sono al di fuori della logica dell’accumulazione.

Alcuni geografi politici, compreso Harvey, continuano il discorso, cercando di capire come le differenze nelle pratiche politiche urbane siano collegate ai processi di accumulazione del capitale. Altri, cercano invece di approfondire la portata e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente autonome dalle dinamiche economiche.

 

urbanizzazione contemporanea

Le agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Città del Messico, assomigliano alle regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano anche una prova del passaggio dalle città come luoghi ben distinti ad una più generale urbanizzazione.

L’ammontare della popolazione non è il solo parametro di misura dell’importanza delle singole aree urbane. Taylor attribuisce più importanza alle funzioni delle città e ai collegamenti tra esse. Secondo lui, le città sono state plasmate nel tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel contesto internazionale. In questo tipo di approccio, i processi di globalizzazione sono fondamentali in ogni tentativo di comprendere le città e le loro politiche. Nello specifico, l’approccio di Taylor tiene conto della “capacità globale” delle città, definita dai servizi offerti al suo interno, in particolare quelli del settore economico e finanziario. La graduatoria rispecchia la concentrazione di imprese che offrono questi servizi in ciascuna delle città considerate. Quest’approccio è utile a mettere il luce le funzioni e il ruolo globale delle città. È importante riconoscere però che, anche se le mega-città esercitano una grande influenza economica, politica e culturale ed inglobano ingenti flussi di denaro, persone, beni e informazioni, la maggior parte degli abitanti delle città vive in realtà urbane più piccole e ordinarie. Nel mondo sono circa cinquanta le città che superano i cinque milioni di abitanti e ospitano complessivamente cinquecento milioni di persone, cioè solo il 15% della popolazione mondiale. Considerando solo le mega-città simboliche rischiamo di perdere di vista gran parte della realtà. È inoltre evidente che non esiste un unico modello di crescita e sviluppo urbano. Realtà urbane compatte affrontano sfide diverse da quelle di una metropoli diffusa.

La geografa Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare più attenzione alle città ordinarie e all’ordinarietà della vita urbana e che anzi sarebbe utile considerare tutte le città come se fossero “ordinarie”. Le politiche urbane riguardano i conflitti e le controversie di tutti i giorni, tanto quanto l’indirizzo della crescita economica della città. E le politiche che sostengono quest’ultima spesso sono a loro volta ordinarie, poiché hanno effetto sulle nostre attività quotidiane e riguardano le attività più banali della vita urbana, tanto quanto azioni di livello più elevato.

 

le infrastrutture urbane

Una crescente consapevolezza dell’importanza delle strutture materiali, che costituiscono l’ossatura di una città, ha portato lo studio delle infrastrutture urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della geografia dei trasporti o della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto di rilievo nell’ambito della geografia urbana. Quest’evoluzione ha molte ragioni. Da un certo punto di vista, la repentina crescita urbana di molte città ha caricato di un peso sempre maggiore le reti materiali dalle quali dipende la loro vita quotidiana. In secondo luogo, queste reti sono sempre più interdipendenti. Le infrastrutture sono importanti dal punto di vista tecnico (lo si nota durante i grandi blackout) ma sono anche strettamente correlate alle pratiche sociali e politiche. Nell’ambito degli studi urbani e geografici, c’è una lunga tradizione di lavori che si occupano delle politiche della fornitura dei servizi collettivi. Negli anni Settanta e Ottanta, il noto sociologo urbano Castells ha affermato che i conflitti politici sul “consumo collettivo” costituiscono il vero nucleo centrale delle politiche urbane (Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale difficoltà quella dell’accesso a risorse fondamentali come l’acqua, i servizi igienici, l’elettricità, le scuole). Oggi i concetti di partnership e partecipazione (della comunità) sono diventati una sorta di mantra, quando ci si riferisce a nuove forme di realizzazione di servizi ed infrastrutture locali, in tutto il mondo. Questo discorso evidenzia alcune caratteristiche fondamentali delle politiche urbane contemporanee. In primo luogo, si mette particolarmente in risalto il ruolo dello stato come “facilitatore”, piuttosto che come fornitore di servizi e attrezzature pubbliche (appaltare a società esterne la fornitura di molti servizi urbani). Secondo, l’esigenza di organizzare partnership tra enti pubblici, organiz­zazioni non governative ed il settore privato è stata una caratteristica dominante della realizzazione di nuove forme di governance urbana in molte realtà. Terzo, anche l’interesse per la partecipazione della comunità è diventato una caratteristica tipica dei tentativi di riforma delle modalità di offerta dei servizi, in molte città del mondo. La “partecipazione della comunità” viene anche evocata come componente essenziale in molti altri settori, tra i quali la pianificazione, la sicurezza, l’istruzione, la protezione dell’ambiente e le politiche abitative. Infine, la ricerca su Mumbai attira l’attenzione sui conflitti nell’accesso alla città e alle sue risorse, ponendo il problema del “valore” dei poveri all’interno della città.

 

gentrification

Inizialmente il termine gentrification veniva utilizzato prevalen­temente nel settore immobiliare, riferendosi all’acquisto di case da parte della classe media in zone della città che fino a poco tempo prima erano occupate da quartieri operai o da aree industriali.

 In molte città europee e nordamericane, verso la metà del 20° secolo, si è assistito a massicci processi di suburbanizzazione, grazie all’aumento della diffusione di automobili che rendevano possibile per molti trasferirsi fuori dal centro città. Lo stile di vita suburbano sembrò diventare l’alternativa migliore alle città, sporche e sovraffollate. Questo processo rese le abitazioni del centro città relativamente più economiche e accessibili per i gruppi sociali più poveri, creando delle nette divisioni sociali tra le aree urbane interne, più povere, e i quartieri suburbani benestanti. A partire dagli anni Sessanta, però, cominciò a delinearsi una controtendenza. Anche se la suburbanizzazione continuava, i quartieri centrali, iniziarono a vedere il ritorno delle classi medie, dando il via a quel processo che prese poi il nome di gentrification. Questo fenomeno si presentava solitamente in due modi: in alcuni casi, erano gli agenti immobiliari ad acquistare abitazioni o magazzini nelle aree più povere della città o in zone industriali, ristrutturandoli e rivendendoli a prezzi molto più alti; altre volte, invece, erano delle singole persone a comprare delle proprietà, che ristrutturavano per andarci a vivere, generando la swear equity (in idiomato italiano “partecipazione del sudore”), ovvero l’aumento del valore di una proprietà dovuto al sudore della fronte del suo stesso proprietario. In entrambi i casi, il valore di mercato delle proprietà aumentava, trasformando di conse­guenza la composizione sociale di questi quartieri. Nelle case in affitto, gli inquilini più poveri venivano costretti a trasferirsi, per mezzo dell’aumento degli affitti o di sfratti. I proprietari meno facoltosi approfittavano della nuova domanda di abitazioni della classe media, vendendo le proprie case. Quando l’offerta di appartamenti ed edifici da ristrutturare cominciò a scarseggiare, gli immobiliaristi cominciarono a costruirne di nuovi.

Smith, un noto geografo contemporaneo, sottolinea come la gentrification sia guidata principalmente da logiche econo­miche. Essa avrà luogo solo quanto i guadagni conseguenti allo sfruttamento delle differenze di rendita saranno superiori ai costi necessari per rinnovare le abitazioni. Altri autori hanno proposto visioni differenti, suggerendo che la forza motrice della gentrification vada rintracciata nel cambiamento dei gusti e delle aspirazioni dei consumatori.

Si è discusso i modo acceso nell’ambito della geografia, riguardo ai diversi modi di considerare la gentrification, sia dal lato dell’offerta (economia urbana, immobiliaristi, mercato fondiario), che dal lato della domanda (correnti culturali, gusti e preferenze dei consumatori). Di recente, molti ricercatori hanno riconosciuto l’importanza di entrambi questi elementi, quello che è chiaro, comunque, è che la gentrification ha delle profonde ripercussioni sulle politiche urbane.

Dal punto di vista degli urbanisti, degli amministratori cittadini, la gentrification viene solitamente vista molto positivamente, come “rinascimento urbano”. Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del paesaggio urbano, vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a fornire l’occasione per ripianificare in solo colpo vaste porzioni di città, sono i mega-eventi. La gentrification parrebbe quindi generare un processo virtuoso di investimenti, miglioramenti dell’ambiente costruito, arrivo di nuovi residenti, aumento della qualità di vita media e una prospettiva diffusa che, si spera, possa incoraggiare nuovi ulteriori investimenti. Ora che il fenomeno si è consolidato gli effetti della gentrification hanno coinvolto molti aspetti della vita cittadina, oltre che il mercato immobiliare. In ogni caso, la gentrification non è un fenomeno esclusivamente positivo: per permettere alla nuova classe media di spostarsi all’interno della città, i gruppi sociali più poveri ne vengono espulsi (sfratti, demolizioni). Secondo Smith, la gentrification e gli spostamenti di abitanti non possono essere considerati separatamente da una serie di conflitti per gli spazi urbani, come il controllo intensivo dei comportamenti pubblici, le azioni di allontanamento nei confronti degli homeless e le discriminazioni nei confronti degli immigrati per quanto riguarda l’offerta dei servizi pubblici. Questa commistione di cambiamenti sociali, trasformazioni economiche e regolazione pubblica ha generato secondo la prospettiva di Smith, la città “revanscista”. Secondo Smith, la gentrification sarebbe proprio una vendetta della classe media, potente e in crescita, che si riprenderebbe la città che era stata occupata dai lavoratori, dai poveri e dai gruppi marginali.

Quello dell’appartenenza di classe non è l’unico fattore di divisione sociale che si collega alla gentrification. Anche il genere è importante e, in molti casi, la razza.  Il fenomeno della gentrification ci permette di far emergere molti aspetti chiave delle politiche urbane contemporanee. Dimostra che le politiche urbane non sono solo quelle che si determinano all’interno delle istituzioni formali dell’amministrazione cittadina. La gentrifi­cation ci rivela anche il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato e orientato al mercato nei confronti dello sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento mettono l’accento sulla grande quantità di capitale che ora viene investito in zone prima fatiscenti e ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri quartieri svantaggiati. I critici puntano invece il dito contro le crescenti disuguaglianze che derivano dall’eccessiva fiducia nei confronti delle soluzioni del mercato e sostengono che ci siano ben poche prove della reale diffusione di effetti positivi in altri quartieri. Tutti sono d’accordo sul fatto che la gentrification sembra destinata a continuare, aumentando la propria portata e la propria estensione territoriale.

 

public cities e city publics

È necessaria qualche riflessione sull’idea di pubblico e sulla sua relazione con gli spazi urbani. Molti hanno associato i cambiamenti collegati alla gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli spazi pubblici continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni sempre più stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per scontato, ma in realtà sono più complessi. Il pubblico viene fatto corrispondere a qualcosa di aperto a tutti, oppure di proprietà pubblica, mentre il privato viene associato a restrizioni nell’accesso o alla gestione di un individuo o di un’impresa.

Il geografo Iveson ha analizzato in dettaglio questa problematica, a partire da un’importante distinzione tra approcci “topografici” e “procedurali” agli spazi pubblici. La definizione più comune di spazio pubblico urbano è topografica: si riferisce a determinati luoghi della città che sono aperti a tutte le componenti della popolazione urbana; tutti gli spazi pubblici collocabili su una mappa. Questo approccio presenta però due problemi. Il primo è che molte delle tesi in favore di un migliore accesso agli spazi pubblici vengono formulata in termini di perdita e rivendicazione. L’accesso agli spazi pubblici è sempre stato limitato e fonte di conflitti, spesso tra diverse componenti della stessa popolazione urbana. Il secondo problema dell’approccio topografico è che si tende a far coincidere il pubblico con lo stare in uno spazio pubblico. Iveson sintetizza queste problematiche suggerendo che l’approccio topografico combini insieme tre diversi aspetti del pubblico: il contesto dell’azione (spazio pubblico), il tipo di azione (orientamento pubblico) e un attore collettivo (il pubblico, la popolazione). Di qui l’idea che non esista una distinzione netta e rigida tra pubblico e privato. Una persona può svolgere delle attività pubbliche in uno spazio privato. Al contrario, in uno spazio pubblico, ci si può occupare di questioni private.

L’altro approccio, quello procedurale, definisce come spazio pubblico qualunque luogo nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento o di tipo pubblico. Con quest’espressione si possono intendere, per esempio, la comunicazione con un pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o rappresentazioni (tenere un discorso in televisione, rappresenta­zione teatrale in piazza). In questo caso siamo di fronte ad un paradosso: un’azione pubblica diventa tale solo perché si sta effettuando in pubblico. Il problema dell’approccio procedurale, però, è che minimizza l’importanza degli aspetti materiali degli spazi pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio può diventare pubblico, senza difficoltà e senza differenze, semplicemente perché viene usato a questo scopo. Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi materiali possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di persone da cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto.

 

conclusione

Le politiche urbane si occupano prevalentemente di cosa è pubblico e di cui sono i fornitori, nell’ambito di visioni contrastanti. Iveson ritiene che non ci sia una relazione diretta tra attività e tipologie specifiche di spazzi pubblici urbani. Esiste una relazione dinamica tra le azioni associate al pubblico e i diversi tipi di luoghi e spazi della città. La città, secondo Iveson, non è un palcoscenico, sul quale si reciti l’essere pubblico. Piuttosto, la città pubblica deve essere prodotta attraverso elaborazioni politiche, che cercano di creare ciò che è pubblico.

 

POLITICHE DELL’IDENTITÀ E MOVIMENTI SOCIALI

 

preambolo

Si è sempre guardato con molto interesse alle nozioni di identità condivisa o identità collettiva, per quanto riguarda l’apparte­nenza a gruppi definiti in base a caratteristiche sociali o culturali, come il genere, la razza, l’etnia, la religione o la provenienza. L’identità complessiva di un individuo può venir vista come il risultato del suo genere della sua classe, delle sue origini etniche e di altri elementi identitari, diversi da persona a persona.

Possiamo parlare di politiche dell’identità, quando la diversità identitaria di un gruppo è fonte di conflitti o diventa l’oggetto intorno al quale ruotano azioni finalizzate a portare ad un cambiamento sociale (disabili che si organizzano intorno ad un’identità comune). Le politiche dell’identità costituiscono un’importante base per molti movimenti sociali.

I movimenti sociali sono uno degli strumenti più importanti che le persone hanno per riuscire a “scrivere la propria storia” e ciò che interessa è come “fare la storia” dipenda da delle geografie e le determini.

 

i movimenti sociali

Con la definizione movimenti sociali ci si riferisce a gruppi di persone che perseguono obiettivi condivisi, richiedendo un cambiamento sociale o politico. Ovviamente è diversa la portata del cambiamento al quale ambiscono e le parti della società che ritengono interessate. Un movimento rivoluzionario può ricercare il completo rovesciamento dell’ordine sociale esistente. I movimenti sociali sono anche d’opposizione o contenziosi, ossia si oppongono ad uno o più elementi dell’ordine politico e sociale esistente. Questo significa che sono in conflitto con altri gruppi o istituzioni della società, che vorrebbero invece preservare lo status quo. Alcuni movimenti sociali si occupano di un’unica tematica. Concentrandosi su un unico asse di conflitto all’interno della società. Per questo motivo, i partiti politici vengono distinti dai movimenti sociali, poiché cercano di ottenere un vasto consenso su temi molto diversi tra loro. Ad ogni modo non c’è una separazione netta tra i due concetti: i movimenti possono diventare partiti e i partiti possono appoggiare alcuni specifici gruppi d’interesse.

L’azione politica implica sempre la messa in campo di strategie e questo è vero per i movimenti sociali, quando cercano di ottenere il cambiamento che vorrebbero nella società. Secondo il sociologo Giddens, ogni aspetto della vita sociale necessita di un monitoraggio riflessivo dell’azione: chi appartiene ad un movimento sociale vuole portare determinati cambiamenti nella società nel suo insieme è questo implica tentativi espliciti di direzionare le attività del movimento, alla luce dei suoi successi e dei suoi fallimenti passati.

Secondo Nicholls, i movimenti sociali posseggono altre due caratteristiche. Primo, sono reti di individui ed organizzazioni, piuttosto che singole istituzioni. Significa che le loro geografie possono essere più diffuse di quelle delle organizzazioni formali, che agiscono in contesti territoriali fissi. Secondo, i movimenti sociali utilizzano strumenti non convenzionali (proteste, boicottaggi, manifestazioni) al posto della tradizionale politica elettorale. La realtà dei movimenti sociali supera, quindi, la distinzione tra politica formale delle istituzioni ufficiali e quella informale della vita di tutti i giorni, trasferendo alcuni temi dall’arena informale all’agenda politica formale. Questo processo determina anche una partecipazione diretta, attiva, della gente comune alla vita politica.

Molti studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il risultato di battaglie all’interno della società. Occupandoci dei movimenti sociali, possiamo capire più in concreto come sono avvenute queste battaglie e come hanno influenzato la geografia.

Dagli anni Settanta, i geografi che studiavano i movimenti sociali hanno dedicato molta attenzione al concetto di “movimenti sociali urbani”, sviluppato da Castells, il quale sostiene che la città può venire identificata con l’arena nella quale avviene la riproduzione sociale della forza lavoro. Con lo sviluppo del capitalismo, gli strumenti della riproduzione sociale (abitazioni, servizio sanitario) sono stati sempre più spesso forniti dallo stato e la città è diventata il luogo di battaglie e conflitti per questi servizi, con le amministrazioni cittadine che diventano il bersaglio delle lotte dei movimenti sociali urbani per ottenerne un loro miglioramento. Nei suoi lavori più recenti, Castells allarga l’oggetto del proprio interesse, ai numerosi nuovi movimenti sociali (new social movements). Questa definizione si riferisce a qui movimenti che hanno assunto una particolare importanza negli anni Sessanta e Settanta (femminismo, ambientalismo, diritti civili), che hanno preso piede in risposta al crollo delle comunità tradizionali conseguente allo sviluppo delle grandi città, alla rapida diffusione del progresso tecnologico ed alle sue crescenti minacce sugli equilibri ambientali e militari e all’incapacità degli stati di risolvere le contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi effetti sociali, culturali ed ambientali.

 

approcci “oggettivi” e “soggettivi” ai movimenti sociali

Esistono due diversi approcci all’interpretazione dei movimento sociali: quelli che mettono l’accento sulle condizioni “oggettive” che portano alla loro nascita e quelli che si concentrano invece sulle esperienze “soggettive”, che spingono le persone a prendere parte ai movimenti. Spesso sono le disuguaglianze oggettive a portare alla mobilitazione sociale.

Entrambe queste prospettive hanno degli aspetti condivisibili. Chiaramente è probabile che le condizioni economiche e sociali nelle quali si sviluppano ed agiscono i movimenti influenzino in modo determinate le loro strategie ed il loro successo. Allo stesso modo, la politica dei movimenti sociali deve essere vista anche come il risultato delle visioni, delle emozioni e delle percezioni delle persone che ne fanno parte. Presi separata­mente, però, entrambi questi approcci hanno dei limiti. Se si enfatizzano le condizioni oggettive, diventa difficile spiegare perché i movimenti sociali nascano in alcune situazioni e non in altre con condizioni “oggettive” apparentemente simili. Al contrario, è difficile rendere conto dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche analoghe in circostanza molto diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza all’esperienza soggettiva sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a questo enigma. Forse, circostanze simili generano risultati diversi perché sono diverse le persone che partecipano agli eventi, così come le loro idee e le loro percezioni, che portano a leggere in modo diverso le situazioni. Quest’interpretazione, però, non spiega come queste idee e queste percezioni si siano formate inizialmente e poiché è probabile che queste siano fortemente influenzate dalle circostanze nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di partenza. Può essere utile, dunque, combinar gli spunti di entrambi gli approcci: certamente le circostanze economiche e sociali sono importanti, ma se da un lato influenzano lo sviluppo della coscienza civile, dall’altro essere vengono anche interpretate, con risultati diversi da questa stessa coincidenza.

Qui, ci si concentra su come e perché determinati sentimenti umani, come l’appartenenza ad un gruppo, vengono messi in campo in una mobilitazione “politica” e come i contesti nei quali nascono questi movimenti sociali vengono utilizzati da questi per lo sviluppo di strategie politiche.

 

politiche dell’identità e differenze sociali

Molti movimenti sociali sono strettamente associati alle identità individuali di chi ne fa parte ed alla politicizzazione di queste identità. Il femminismo implica la politicizzazione delle identità delle donne in quanto donne. In casi come questi, il legame tra il movimento e le identità personali è molto importante. Altre realtà (movimento ambientalista), al contrario, cercano di fare appello ad un sentimento condiviso di appartenenza al genere umano ed ambiscono ad essere universali. La tensione tra universalismo, da un lato, e l’enfasi sulle differenze d’identità, dall’altro, viene discussa in dettaglio negli studi della politologa Young, la quale descrive due approcci contrastanti, con i quali vengono affrontati i problemi delle disuguaglianze e dell’oppressione sociale. Questi due “paradigmi di liberazione in competizione” sono “l’ideale dell’assimilazione” e “l’ideale della libertà”. Secondo l’ideale dell’assimilazione, la liberazione dall’oppressione verrà raggiunta quando le differenze sociali cesseranno di avere un’importanza politica. L’ideale assimilazione agisce per una società nella quale tutte le differenze tra i gruppi sociali smettono di avere qualsiasi tipo di importanza. La Young sostiene il fatto che l’ideale dell’assimila­zione sia stato molto importante in politica, sottolineando, il pari valore morale di tutte le persone e quindi il diritto di ognuno di partecipare e di non essere escluso da tutte le istituzioni e le posizioni di potere. Tuttavia, la Young preferisce l’alternativa “dell’ideale della diversità”, sottolineando che, anche se la posizione assimilazioni sta ha il suo fascino, rimane un’utopia e che, nella situazione attuale, i gruppi sociali considerano gli aspetti distintivi delle proprie identità come una forza. L’ideale della diversità predica il rispetto delle differenze, piuttosto che il loro annullamento, insistendo anche sul fatto che le differenze tra alcune componenti della società debbano portare a trattamenti differenziati.

Secondo Young, l’importanza dell’enfasi sulle differenze sociali nasce sia dalla continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia dalla forza politica e culturale che proviene dalle identità di gruppo. La diversità diventa quindi un aspetto positivo della società e non deve essere la base di discriminazioni sistematiche. Altri autori sostengono che accordare eccessiva importanza alle differenze sociali rischi invece di portare “all’essenzialismo”, ovvero a concepire le differenze di identità come caratteristiche intrinseche e permanenti della società. L’essenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda scelta tra l’oppressione permanente e la separazione.

Young sostiene che dare importanza alle differenze non significa adottare una nozione essenziali sta di identità, definendo la differenza in termini di relazioni tra gruppi, piuttosto che di caratteristiche essenziali di questi. La formazione di gruppi non è un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono venire assegnati ad un gruppo sulla base di identità fisse e permanenti, ma, al contrario, i movimenti sociali basati sulle identità collettive sono porosi e non esclusivi. La concezione che lei propone delle differenze e dell’identità conferma che l’identità di ciascuno di noi proviene da diverse fonti. Ciascun individuo è al centro di una rete di potenziali identità multiple. Però solo alcune identità costituiscono la base dei movimenti politici, e questo perché le diverse identità sono politicizzate in modo diverso, in diversi periodi e in diversi luoghi.

 

spazi e scale dei movimenti sociali in Italia

Anche in Italia, a partire dagli anni Sessanta, i movimenti sociali hanno assunto un ruolo fondamentale nel processo democratico. Questi movimenti hanno riunito le persone in base a obiettivi comuni che, tuttavia, molto spesso non sono stati, e non sono, perseguibili su una stessa scala geografica. È stato nel rapporto con lo spazio geografico che i dibattiti locali hanno assunto importanza nazionale e dibattiti internazionali sono stati portati sulla scala nazionale. In sostanza, lo spazio è stato veicolo di transcalarità attraverso cui i movimenti sociali si sono solidificati, talvolta arrivando al punto di trasformarsi in partiti politici (Lega Nord e Movimento 5 Stelle, inizialmente erano movimenti).

I centri sociali, strettamente legati al territorio, sono stati, più volte simbolo di un passaggio di scala dal locale al nazionale e all’internazionale. Sulla scala locale hanno coinvolto movimenti urbani (riqualificazione delle periferie), su quella nazionale hanno portato avanti campagne politiche comuni (come quella contro il nucleare), su quella internazionale hanno rappresentato il modo in cui alcuni movimenti si sono radicati al territorio (quello pacifista). In definitiva i centri sociali si configurano come organizzatori locali che collegano movimenti locali e tessono reti globali, permettendo così connessioni tra più scale.

 

identità socio-culturali: discorsi e risorse

È possibile capire perché solo alcune identità socio-culturali vengano politicizzate considerando le relazioni tra i discorsi e le risorse. L’evoluzione di un gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva degli elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto di rilevanza politica. La capacità di un movimento sociale di capitalizzare questa politicizzazione dipende però anche dalla combinazione di risorse che è in grado di mettere in campo. Le costruzioni discorsive che si realizzano in un movimento sociale possono svilupparsi in diversi modi. Spesso è un evento simbolico a far partire la scintilla che incendia un movimento. Dopo uno slancio iniziale, un movimento deve venire sostenuto attraverso un’ulteriore evoluzione discorsiva. I movimenti sviluppano delle narrazioni riguardo alla propria storia, ai propri grandi pensatori, ad attivisti particolarmente importanti, a sconfitte tragiche e vittorie gloriose. Solitamente il movimento viene rappresentato come una lotta contro l’oppressione o la discriminazione. Oltre le idee e le storie, per il successo o il fallimento di un movimento sono determinanti le risorse alle quali esso può attingere per promuovere le proprie idee. La teoria della mobilitazione delle risorse punta a spiegare il successo dei movimenti sociali in termini di disponibilità di risorse. Esistono diverse tipologie di risorse: materiali (denaro) e simboliche (capacità organizzativa, storie). La teoria della mobilitazione delle risorse si fonda sulla teoria della scelta razionale, secondo la quale le persone agiscono sulla base di calcoli razionali relativi ai costi, ai benefici e alle probabili conseguenze di tutti i propri comportamenti possibili. I critici riabbattono che il comportamento umano, in realtà, può essere spesso impulsivo, abitudinario o influenzato dalle emozioni e che in ogni caso noi siamo in possesso di informazioni troppo scarse per calcolare con precisione in anticipo tutti i costi e i benefici di un’azione, quindi le nostre azioni possono essere non intenzionali o impreviste. Quindi è probabile che l’accesso a risorse materiali e simboliche sia fondamentale per spiegare il successo o il fallimento dei movimenti sociali, anche se il loro utilizzo potrebbe non essere stato pianificato razionalmente in anticipo. Tarrow sostiene che anche le opportunità politiche sono determinanti per la crescita o il declino di un movimento (movimenti che agiscono in ambiente politico favorevole cresceranno più facilmente).

 

spazi, luoghi e scale dei movimenti sociali

Ogni movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di essi agisce ad una determinata scala geografica o ad una combinazione di scale, ed è probabile che abbia più o meno forza oppure maggiore successo in alcuni luoghi piuttosto che in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su base geografica, in almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si sviluppa in uno specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le opportunità del suo sviluppo. Il contesto non è necessariamente ristretto e molte risorse ed opportunità possono essere disponibili in un’area vasta, ma nessuna è del tutto ubiquitaria (distribuzione delle possibilità di accesso alla pubblicità è disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno più facilmente accesso). Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche molto diverse nelle varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche condotte in geografia hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali utilizzino la geografia per raggiungere i propri obiettivi. Questo può implicare sforzi espliciti di aumentare la propria scala d’azione, di mettersi in rete con attivisti di altri territori o di radicare la propria attività in un contesto locale, concentrandosi su temi specifici del luogo.

 

la scala

 La scala spaziale è un termine usato in riferimento allo spazio ed alla sua estensione. In geografia ci si riferisce ad essa, intesa come livello geografico di analisi di un fenomeno o della sua rappresentazione. Levy distingue tra scala cartografica e scala geografica. La scala cartografica definisce il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio con il quale si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si utilizzerà una carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei più piccoli dettagli, oppure una carta a scala più piccola, che permette di visualizzare porzioni maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie spaziali di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella dell’individuo e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale.

Sheppard e MacMaster individuano cinque tipi diversi di scala: cartografica, osservazionale (l’estensione spaziale dell’area di studio di un determinato fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle più piccole parti distinguibili di un oggetto), operazionale (l’estensione dell’ambito spaziale entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala costruita nell’azione sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione con le altre scale.

Uno degli apporti principali della geografia nello studio della realtà è l’utilizzo di un approccio multi scalare e transcalare. Il primo termine si riferisce ad uno sguardo analitico che tenga conto contemporaneamente delle diverse scale alle quali avviene un fenomeno, mentre il secondo pone l’accento in particolare sulla relazione tra le diverse scale di riferimento.

 

le geografie dei movimenti sociali: classe, identità e sindacalismo

 I sindacati sono dei movimenti del lavoro, organizzazioni collettive di lavoratori che operano insieme per far valere i propri interessi. La loro funzione principale è quella di negoziare con gli imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le condizioni di lavoro. In Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come altre associazioni e società, che offrono dei servizi in cambio di un’iscrizione, anche se le loro origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli stessi lavoratori.

I movimento sindacali si fondano su identità costruite a partire dal lavoro e dalla classe sociale. Come tutte le altre, anche le identità di classe emergono dalla relazione tra le diverse classi sociali e sono, in parte, il prodotto di costruzioni discorsive. Molti lavoratori dipendenti sentono fortemente la propria identità professionale. Affinché ci sia partecipazione ai movimenti sindacali deve esistere almeno un minimo di sentimento d’identità professionale che può essere legata ad un’identità di classe già presente, oppure, è la stessa identità di classe a svilupparsi in seguito alla partecipazione alle attività sindacali. In entrambi i casi, ciò che sta alla base dei movimenti dei lavoratori è anche prodotto da una costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri eroi, proprie vittorie e sconfitte).

 

spazi, luoghi e movimenti sociali

La nascita dei movimenti sindacali è parte del cambiamento nella produzione industriale e della formazione delle economie capitalistiche avvenuto nel 18° secolo, in relazione al nuovo carattere assunto dagli stati, che hanno cercato di controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro azione alle questioni economiche, senza permettere loro di sfidare l’ordine politico. Gli stati hanno spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha portato, alla nascita del welfare state.

Il sindacalismo ha una geografia complessa, che è diventata un interessante argomenti di ricerca per i geografi, all’interno del campo della geografia del lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti sindacali in termini nazionali. Nelle fasi iniziali, però, i sindacati si occupavano di questioni molto più locali. Nel UK le unioni artigianali agivano spesso solo in determinate città, dove veniva praticato un certo tipo di artigianato. Il 20° secolo ha visto la nascita in molti paesi di grandi sindacati generali, che rappresentavano i lavoratori non solo provenienti da diversi rami e professioni, ma anche da diversi settori. Si è verificato anche un grande aumento delle dimensioni del settore pubblico di molti paesi e della percentuale di forza lavoro al suo interno appartenente ad un sindacato. Entrambe queste tendenze hanno contribuito all’istituzione dei grandi sindacati nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i tentativi di segno opposto di molti governi ed imprenditori, che puntano ad introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, incoraggiando o costringendo i sindacati e i lavoratori a negoziare le condizioni dell’impiego a livello di azienda, stabilimento, gruppo di lavoro o a livello individuale, anziché su scala nazionale o di settore.

Una ricerca di Painter sui sindacati nel settore pubblico britannico ha evidenziato come le risposte dei sindacati alla minaccia della privatizzazione siano state molto diverse nelle varie parti del paese; e non dipendenti, solamente, dalle differenze socio-economiche delle regioni. Queste differenze sono in parte il risultato di modelli di privatizzazione diversificati, ma sono anche state fortemente influenzate dalla locale disponibilità di risorse, tra le quali il tempo messo a disposizione dagli attivisti dei sindacati e dei loro funzionari, le risorse finanziarie, le infrastrutture organizzative, le tradizioni di attivismo sindacale e la cultura del lavoro locale.

Questi risultati confermano la tesi esposta da Herod, ovvero che i movimenti sociali di lavoratori sono coinvolti attivamente nella produzione dei paesaggi del capitalismo, ma con modalità geografiche disomogenee.

 

le geografie del femminismo e dei movimenti femminili: il femminismo in geografia

A partire dagli anni Sessanta c’è stato un forte aumento delle attività a sostegno dei diritti delle donne, contro il continuare delle discriminazioni e delle disuguaglianze di genere.

I geografi hanno portato un importante contributo alle idee ed alle pratiche femministe. Inizialmente, la preoccupazione era quella di “rende visibili” le donne nella ricerca. La geografia, infatti si era preoccupata soprattutto della spazialità e dei luoghi degli uomini, ignorando la diversità sistematica delle esperienze geografiche dell’altra metà dell’umanità.

La geografia ha anche indagato come le relazioni spaziali, le caratteristiche dei luoghi ed i paesaggi geografici esprimano, e nello stesso tempo costituiscano, disuguaglianze di genere. Questo significa che queste disuguaglianze tra uomini e donne si manifestano nella geografia del mondo (simboli dominanti dei paesaggi), ma sono anche a loro volta influenzate dalle geografia.

Un filone della geografia femminista considera anche come le stesse conoscenze geografiche abbiano delle connotazioni di genere. Il pensiero geografico si fonda su una visione tipicamente maschile di cosa significhi “conoscere il mondo” per un geografo.

Se si sono fatte molte ricerche sulle geografie di genere e sulle connotazioni di genere della geografia, molta meno attenzione è stata dedicata alle geografie del femminismo e dei movimenti femminili. Questo si è verificato per ragioni comprensibili. Molte geografe femministe, infatti, si sono preoccupate di partecipare ai movimenti delle donne, piuttosto che scrivere di essi. Uno studio della geografia dei movimenti sociali, deve senza dubbio includere i movimenti femminili, che hanno rappresentato uno dei movimenti sociali più influenti del 20° secolo.

 

geografia, differenze e politiche femministe

Anche i movimenti femministi si sono sviluppati in modo disomogeneo. Un ambito di studio della geografia riguarda le differenze del ruolo e delle esperienze delle donne nei diversi sistemi sociali e culturali del mondo, in particolare per quanto riguarda la famiglia, la cura dei figli, il rapporto tra le donne ed il mondo del lavoro e la visione del genere femminile da parte delle tradizioni religiose. Queste diversità hanno portato alla varietà dei percorsi di sviluppo dei movimenti femminili nel mondo. Le differenze nell’esperienza delle donne nelle diverse società sono state indagate a fondo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Ad esempio, le femministe nere sostenevano che il pensiero femminista fino ad allora non aveva dato abbastanza peso alle diversità dell’essere donna nelle differenti comunità etniche, religiose e culturali. Questa presa di coscienza delle differenze tra donne ha sollevato diversi interrogativi. La politologa Fraser ha collegato questi cambiamenti nell’attivismo politico femminista a mutamenti più generali e di scala maggiore. Essa individua tre fasi dello sviluppo del femminismo, a partire dagli anni Settanta. La prima è quella dei “nuovi movimenti sociali”, che determina una critica radicale della ridefinizione delle strutture della socialdemocrazia dopo la Seconda Guerra mondiale. La seconda fase si focalizza soprattutto sulle politiche identitarie, mentre la terza fase, quella attuale, coinvolge forme di politica transazionali. A ciascuna di queste fasi, corrisponde una geografia specifica: la prima fase comprende i movimenti nordamericani e dell’Europa Occidentale; la seconda fase ha trovato espressione negli Usa; e la terza fase si è sviluppata negli spazi politici transazionali associati “all’Europa”. Secondo Fraser il passaggio da una fase all’altra non deve essere visto solo come il frutto di cambiamenti interni al femminismo, ma come l’effetto di trasformazioni politiche ed economiche più ampie. In particolare, il passaggio alla terza fase, riflette, da un lato, le nuove possibilità di alleanze transazionali dovute all’integrazione degli stati europei, dall’altro il clima ostile che le femministe hanno dovuto affrontare negli Usa dopo l’11 settembre. L’analisi di Fraser sembra sottovalutare, però, l’importanza dei contributi al movimento femminista provenienti da altre aree, sottolineando comunque, l’importanza del rapporto tra le caratteristiche di un movimento sociale ed il suo contesto. Questo contesto può anche essere considerato alla scala locale, tanto che le attività dei movimenti femministi si manifestano con delle notevoli differenze, anche all’interno dello stesso stato. Quindi l’attivismo femminile può anche essere associato a contesti locali molto specifici (movimento femminista che ha grande risonanza solo in certe parti di uno stato è facilitato dalla specifica composizione politica che si ha in quel luogo). Uno degli effetti politici più importanti dei movimenti femminili è stato quello di estendere la concezione della politica, fino ad includere la sfera del persona e del privato, considerata tradizionalmente “femminile”, a differenza di quella pubblica, vista come “maschile”. Tutto ciò comincia a rivelarci qualcosa delle complesse geografie dei movimenti femminili: i cambiamenti storici nel loro baricentro geografico, il loro sviluppo disuguale all’interno dello stesso sistema politico nazionale, la loro trasgressione delle norme sociali associate a determinati luoghi ed il rimescolamento che hanno effettuato della tradizionale divisione tra sfera pubblica e privata.

 

trasformazione da movimenti sociali alla politica “DIY” (Do It Self)

Ci sono partiti politici, gruppi di pressione e molte associazioni di volontariato e non governative che sono nate come parte di un movimento sociale. Per chi è interessato a promuovere un cambiamento politico, questo passaggio ha i suoi pro e i suoi contro. Per chi vuole lavorare all’interno del sistema politico dominante, istituire delle organizzazioni formali può portare ad una maggiore legittimazione ed aumentare l’accesso alle risorse e ai processi decisionali. Altri potrebbero invece temere che questo accesso abbia un costo, mettendo a repentaglio le reali finalità, gli obiettivi e i principi del movimento. Gli stati liberaldemocratici spesso sono abili nel soddisfare alcune richieste dei movimenti di protesta, ottenendo in cambio la loro disponibilità ad agire all’interno del sistema esistente. Da quanto i movimenti sociali sono maturati o si sono fossilizzati, sono nate nuove forme di mobilitazione politica, ai margini della politica formale o, a volte, completamente al di fuori del sistema (eco-guerrieri, organizzatori di disobbedienza civile). Le geografie dei movimenti militanti dicono molto delle loro tattiche politiche (Esercito dei Clown). Le organizzazioni politiche più formali tendono ad agire all’interno di territori ben definiti e con le loro rappresentanze territoriali che operano all’interno di una struttura gerarchica. Le organizzazioni di attivisti di base, invece, spesso agiscono nell’ambito di reti orizzontali e cercano esplicitamente un collegamento tra il locale ed il globale. Di conseguenza, la definizione “movimenti antiglobalizzazione” è impropria, dal momento che, di fatto, molti movimenti di base per la giustizia cercano di diffondere una forma alternativa di globalizzazione. Questo ha anche delle implicazioni sul modo in cui vengono viste le geografie del potere. Il geografo Allen ha scritto molto riguardo alla localizzazione del potere, affermando che diversi tipi di potere portano diverse geografie. Un potere come l’autorità, ad esempio, può essere esercitato con maggiore incisività da vicino, mentre uno più debole, come la seduzione, agisce meglio da lontano (potere seduttivo della pubblicità). Questi diversi tipi di potere e le loro diverse geografie sono soggetti a diverse forme di resistenza. Secondo Allen, una delle forme di resistenza all’autorità più efficaci è proprio il riso (i Clown ci hanno visto giusto).

 

nazionalismo e regionalismo

 Il nazionalismo è una delle forze politiche più potenti ed ambigue del mondo contemporaneo. Il duplice volto del nazionalismo è collegato ai suoi elementi allo stesso tempo emancipatori e repressivi. Se da un lato, infatti, esso ha rappresentato il riferimento ideologico delle battaglie di liberazione dall’oppressione coloniale, dall’altro è stato causa di episodi di odio estremo, culminati perfino in genocidi.  Oltre a queste differenze politiche, ci sono anche delle importanti variazioni geografiche nei movimenti e nei conflitti nazionalisti.

 

nazioni e identità nazionale

Una delle prime definizioni di identità nazionale è del filosofo Renan: una nazione è un’anima, un principio spirituale, costituita veramente da due sole cose, una appartenente al passato e una al presente. La prima è un ricco patrimonio di memorie condivise, mentre l’altra è il consenso presente, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare ad attribuire valore ad un’eredità comune. Le nazioni sono quindi raggruppamenti creati su base culturale, pratiche culturali condivise dai membri di una comunità umana. Nonostante ci sia un generale accordo sui principi di base di questa definizione, c’è stato un grande dibattito tra gli studiosi riguardo alle origini storiche e geografiche delle nazioni. Queste discussioni hanno portato ad un numero infinito di classificazioni dell’identità nazionale, ognuna delle quali mette in risalto diversi aspetti politici, culturali, demografici e sociali dell’identità nazionale. Bisogna capire quando sono nate le prime nazioni per orientarsi in queste innumerevoli categorizzazioni dell’identità nazionale.

 

la prospettiva primordialista

Alcuni studiosi hanno affermato che le nazioni sono intrinseche alle stessa natura dell’uomo: essere uomini significa anche appartenere ad una nazione. Si fa spesso riferimento a questa tesi con il termine di primordialismo, in quanto sostiene che le nazioni siano esistite fin dal principio dell’umanità. In questa visione, l’identità nazionale viene spesso rappresentata come un tratto biologico, un modo d’essere determinato dalla genetica. In questa visione l’identità nazionale non è una costruzione teorica, ma un fenomeno reale e tangibile che divide la popolazione umana in gruppi.

Questa prospettiva è stata rifiutata da quasi tutti gli studiosi. Uno dei principali limiti di questa prospettiva è quello di non riuscire a spiegare le marcate differenze che si possono riscontrare nel sentimento nazionale e nell’attivismo nazionalista (se il nazionalismo è biologico come mai qualcuno lo sente di più e qualcun altro di meno?). Per sostituire le teorie primordialiste, alcuni studiosi hanno individuato le radici dell’origine del nazionalismo nella nascita dello stato moderno. Anziché considerare le nazioni come una parte inevitabile dell’esistenza umana, l’identità nazionale viene dunque vista come una conseguenza di specifici percorsi di sviluppo sociale, culturale ed economico. Questo non significa che il nazionalismo debba essere considerato semplicemente un fenomeno moderno. All’interno di questa posizione, possiamo individuare due prospettive concettuali: etno-simbolismo e modernista.

 

la prospettiva etno-simbolista

L’approccio etno-simbolista è trattato nei lavori del sociologo Smith, secondo il quale la maggior parte delle nazioni, comprese quelle di origine più antica, sono state fondate su legami e sentimenti etnici e su tradizioni popolari, che hanno fornito le risorse culturali per la successiva formazione della nazione. L’utilizzo del termine “etnico” implica un riferimento a legami di sangue ed origini genetiche comuni. Queste connotazioni sono molto importanti per gli aspetti discorsivi dell’identità nazionale ed è importante mettere bene in evidenza come questa possa essere considerata il frutto di costruzioni discorsive. Proponendo un approccio etno-simbolista, Smith non rifiuta completamente l’idea che alcuni aspetti dell’identità nazionale esistano da prima della nascita dello stato moderno, anche se non accetta che ci si possa riferire con il termine di nazione. Piuttosto, egli sostiene che le identità nazionali si siano sviluppate a partire da identità etniche, in seguito a determinati cambiamenti sociali, economici e politici. In particolare suggerisce che, affinché un gruppo etnico possa diventare una nazione, deve essere presente una connessione forte, materiale ed immediata tra questo gruppo ed il “suo” territorio. Inoltre, mentre un gruppo etnico può esibire alcuni “indicatori culturali comuni, una nazione deve possedere una vera e propria cultura condivisa. Ecco, secondo Smith, gli indicatori culturali comuni di etnia: un nome proprio collettivo; una mitologia legata alle origini comuni; una memoria storica condivisa; uno o più elementi culturali comuni che le differenzino dalle altre; l’associazione con una “madrepatria” ben determinata; un senso di solidarietà tra la popolazione.

Nel suo lavoro Smith riporta molti esempi di etnie del passato che oggi sono diventate nazioni, o che sarebbero legittimate a farlo. Il sociologo inglese fa spesso riferimento ad un passato mitico, sulla quale sono fondate ed alla quale attingono le identità nazionali contemporanee. Passato mitologico che, in alcuni, casi è un artificio culturale sul quale si possono basare le moderne aspirazioni all’indipendenza nazionale (nazione finlandese). Anche se lontane dagli approcci modernisti, alcuni geografi politici hanno trovato le idee di Smith adatte a spiegare le rivendicazioni di indipendenza nazionale contemporanee. Smith, a questo proposito, utilizza una metafora economica, parlando di un fondo di miti, simboli e valori culturali al quale attingono le identità nazionali.

L’approccio etno-simbolista è abbastanza flessibile e può venire applicato a diversi esempi empirici di identità nazionali. Il ricorso ad “un’età dell’oro” della nazione è un aspetto praticamente onnipresente delle rivendicazioni di autonomia nazionale. La concezione etno-simbolista del nazionalismo è chiaramente differente dalle concezioni primordialiste. L’etno-simbolismo mette in discussione la pretesa che l’identità nazionale sia una parte intrinseca dell’esistenza umana. Piuttosto, come suggerisce Smith, il nazionalismo è un fenomeno moderno e le nazioni sono nate nell’era moderna con i loro peculiari modi di dominazione, produzione e comunica­zione. Il punto focale della nostra analisi sono le strategie e le tecniche attraverso le quali le nazioni creano collegamenti con gruppi di persone, costruzioni culturali ed eventi pre-moderni. Secondo Smith, è difficile pensare che una nazione moderna possa mantenere una propria identità specifica senza tali mitologie, simbolismi e culture. Il sociologo inglese, inoltre, vuole concentrare l’attenzione sulla costruzione discorsiva dell’identità nazionale, in base alla quale determinati concetti e idee conducono il potere politico a modificare le percezioni, le attitudini e l’identificazione collettiva (importante per chi si occupa delle geografie immaginarie delle “patrie”).

 

la prospettiva modernista

I modernisti ritengono che le nazioni non esistessero prima della nascita degli stati moderni. La prospettiva modernista vede la nascita delle nazioni come successiva all’affermazione della sovranità statale. Questa posizione identifica le nazioni come il prodotto di una specifica epoca dello sviluppo storico dell’umanità, associata alla modernità. La relazione tra identità nazionale e modernità fa emergere la dimensione spaziale e le scale alle quali viene prodotta l’identità nazionale.

Secondo Gellner, sarebbe necessario studiare le nazioni a partire dalle condizioni nelle quali si sono sviluppate, ovvero il loro contesto sociale ed economico. Per lui, la differenziazione fondamentale da prendere in considerazione è quella tra società agrarie e società industriali. All’interno delle prime, la maggior parte della popolazione apparteneva a gruppi culturali localizzati, mentre le elites dominanti agivano ad un livello superiore, estraneo a queste affiliazioni locali. Organizzazioni localizzate di questo tipo, strutturate su due diversi livelli, operavano contro la formazione di un’entità nazionale coerente. Al contrario, Gellner vede nell’affermazione della società industriale l’inizio della diffusione di occupazione e norme tecniche che hanno incrementato il senso di identità nazionale. Questa tesi mette in discussione l’importanza che gli approcci etno-simbolisti attribuivano alle formazioni alla costruzioni pre-moderne. Gellner individua nello sviluppo dell’istruzione di massa un momento fondamentale della creazione delle identità nazionali nell’era industriale. Il linguaggio di un sistema educativo produce una comunità umana uniforme: la nazione. Sviluppando un particolare linguaggio nazionale, gli individui diventano inclini a lavorare e costruirsi una vita all’interno di un determinato contesto nazionale, poiché il passaggio in un’altra area linguistica non è semplice. L’approccio modernista di Gellner indirizza la nostra attenzione sulla nascita delle nazioni a partire da necessità pratiche facendo riferimento alla necessità della società industriale di un’educazione di massa della popolazione. A dare sostegno alle tesi di Gellner ci pensa Hobsbawm, affermando che l’identità nazionale è una forma di “falsa coscienza”, che serve a mascherare le vere relazioni sociali: quelle di classe.

Un’autorevole applicazione delle idee moderniste si può trovare nel saggio di Anderson, il quale utilizza una prospettiva modernista per sostenere che le nazioni siano “comunità immaginate”, poiché gli appartenenti ad una nazione non conosceranno mai la maggior parte dei propri connazionali; eppure nelle menti di ognuno è ben presente l’idea della loro unità. Non viene utilizzato il termine “immagine” per affermare che le nazioni esistano solo sul piano puramente immaginario e che non portino degli effetti anche sul piano concreto. Anderson critica l’idea che le nazioni siano una costruzione fondata su reali comunità umane e suggerisce che le comunità umane (al di fuori della famiglia) non dovrebbero venire distinte in base allo loro falsità o genuinità, ma piuttosto allo “stile in cui sono immaginate”. Il politologo britannico concentra l’attenzione su pratiche culturali ripetute, necessarie per produrre e riprodurre l’importanza delle identità nazionali: dal momento che le nazioni non preesistevano alla loro identificazione, è necessario riconsiderare continuamente e la nascita dei mezzi di comunica­zione a stampa ha avuto un’influenza determinate nel comuni­care le identità nazionali collettive. Anderson pone la sua attenzione suoi luoghi e gli spazi nei quali e attraverso i quali viene celebrata e rappresentata l’identità nazionale (musei, mappe, censimenti).

Riprendendo questi temi Billing esplora i meccanismi attraverso i quali la nazione viene comunicata alla cittadinanza, in un processo che definisce flagging. Attraverso le attività quotidiane, la nazione viene costellata di simboli (flags) e linguaggi (pagare con banconote su cui è stampata la faccia di un rappresentate della nazione). Billing è interessato ad identificare le complesse abitudini di pensiero che rendono naturale il “nostro” nazionalismo, trascurandolo, mentre si proietta solo sugli altri la visione del nazionalismo come un’entità irrazionale (movimenti separatisti violenti).

Nell’articolare diverse spiegazioni per la nascita delle nazioni, le prospettive moderniste spostano la nostra attenzione sulla connessione casuale tra l’affermazione della sovranità statale e l’identità nazionale. Questa posizione implica chiaramente che le nazioni non esistono di per sé, ma vengono create ed è necessario indagare le dinamiche politiche coinvolte in questo processo di produzione.

 Associando le nazioni alla modernità, però, questo approccio lascia spazio alla prospettiva di un’epoca nella quale le nazioni potrebbero non rappresentare più un elemento importante dell’identità individuale, data la crisi delle unità territoriali statali (anche della cultura unica nazionale) ed al riconoscimento delle differenze culturali locali e regionali (post-modernisti). In merito a queste tesi, relative al riconoscimento delle identità e delle collettività subnazionali, è utile sottolineare soprattutto due elementi. In primo luogo, questo approccio non dovrebbe essere considerato un netto punto di rottura con la visione del mondo degli autori modernisti. Le prospettive utilizzate da questi ultimi si basavano sulla creazione e la rappresentazione di specifiche identità e questo interesse per la produzione della nazione ha il proprio punto di partenza nell’idea che nessuna identità è completa, indiscutibile e omogenea. Featherstone ha invece masso in evidenza un altro aspetto fondamentale, ovvero che le identità sono sottoposte ad un costante processo di ripensamento e riproduzione, attraverso le azioni dei singoli individui e delle istituzioni. Ogni tentativo di studiare questi processi dimostrerebbe che l’identità nazionale è diversa nel tempo e nello spazio e dovrebbe venire collegata al contesto specifico del suo oggetto di studio. In secondo luogo, la prospettiva postmoderna mette in luce la natura plurale dell’identità, cioè il fatto che gli individui possiedono delle identità locali che si affiancano o sostituiscono quelle nazionali. Questo aspetto è fondamentale: le identità territoriali sono fluide e contestabili. L’osservazione della pluralità di identità evidenzia inoltre che l’identità nazionale è solo una delle molte possibili identità sociali che ciascuno di noi possiede. In conclusione, l’identità nazionale si fonda sulla formazione di un gruppo sociale (la nazione), che si differenzia da altri gruppi sociali (le altre nazioni) e dalle fonti di altri tipi di identità.

 

il nazionalismo come movimento sociale

La visione più comune considera, come obiettivo del nazionalismo, quello di ottenere l’autonomia politica della nazione, attraverso l’istituzione di una comunità politica (stato), il cui territorio coincida con quello della nazione stessa. A partire da questa affermazione si individuano due categorie distinte di nazionalismo: quello etnico e quello civico. Il nazionalismo civico è quello che fa riferimento a pratiche di costruzione della nazione messe in atto dallo stato, rimandando a forme di patriottismo o cittadinanza che celebrano l’esistenza di uno stato. Al contrario, il nazionali etnico, in quanto movimento sociale, determina il passaggio dalla convinzione dell’esistenza di un determinato gruppo, nazionale ed etnico, ad una vera attività politica, esercita in relazione ad esso. Questo può condurre alla nascita di movimenti separatisti, laddove una minoranza interna ad uno stato ambisca all’indipendenza. Il nazionalismo etnico si definisce irredentista quando la stessa nazione è suddivisa in minoranze etniche interne a stati confinanti, le quali cercano di universi per ottenere uno stato autonomo (Baschi divisi tra Spagna e Francia).

È necessario usare questo schematismo con cautela per due motivi. Innanzitutto perché la distinzione tra nazionalismo civico ed etnico viene spesso rappresentata dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica come associata alla divisione tra Nord e Sud del mondo, identificando il patriottismo ed il senso della cittadinanza (civico) con i paesi più ricchi e un’identità politica primordiale (etnico) con i paesi in via di sviluppo. In secondo luogo, i movimenti nazionali attivi al di fuori dello stato vengono considerati etnici, mentre quelli supportati dalla burocrazie statali vengono legittimati e definiti civici. Queste definizioni servono come indicatori del potere relativo dei diversi movimenti nazionalisti.

In questa sede si considerano tutti i movimenti nazionalisti come costruiti socialmente, con il fine di raggiungere determinati obiettivi politici. Il nazionalismo necessita di discorsi che facciano riferimento all’antichità, a reti familiari ed appartenenze culturali di lungo corso. Infatti, Hobsbawm e Ranger sostengono che le nazioni vengono costruite attraverso tradizioni intentare: pratiche governate da regole accettate apertamente o tatticamente, di natura rituale o simbolica, che mirano ad inculcare determinati valori e norme di comportamento attraverso la loro ripetizione, che automaticamente implica una continuità con il passato.

Molto autori hanno posto l’accento sulle condizioni sociali ed economiche che possono favorire lo sviluppo di movimenti nazionalisti, soggetti a consistenti variazioni su base geografica nel proprio sviluppo, nella propria portata e nel proprio successo. I geografi hanno cercato spesso di spiegare queste variazioni facendo riferimento alla diffusione disomogenea di certi processi sociali ed economici. In molti casi, il nazionalismo di sviluppa in regioni che rimangono periferiche rispetto alla crescita economica, lontane dalle fonti del potere statale. Anche se alcune precondizioni sono importanti, tuttavia, non esiste una regola universale che dica quali problematiche, economiche, sociali o politiche generino delle reazioni nazionaliste, né esistono tendenze osservabili che consentono di stabilire se il nazionalismo si sviluppi più facilmente in aree ricche o povere. Ad esempio, le rivendicazioni d’indipendenza avanzate dalla Croazia e della Slovenia sono state in parte la conseguenza delle disparità economiche tra le sei repubbliche jugoslave. Questo esempio, mette in evidenza tre importanti fattori dell’affermazione dei movimenti politici nazionalisti. Primo, il contesto economico può giocare un ruolo molto importante nel far nascere i movimenti nazionalisti, comunque da situare nel loro contesto storico. Secondo, i programmi politici dei partiti nazionalisti croati e sloveni non venivano costruiti a partire da valutazioni oggettive della situazione economica, ma sfruttavano i fattori economici come evidenze tangibili della dominazione culturale serba. Terzo, la soluzione proposta dai nazionalisti era la creazione di due stati sovrani indipendenti; essi sostenevano che l’identità nazionale ed il territorio politico dovessero essere fatti coincidere, con la creazione di stati-nazione costituiti su base etnica.

Quindi, si può dire che, diverse circostante possono alimentare la miccia del nazionalismo, ma è impossibile prevedere sulla base di quali specifiche circostanze questo accadrà. Probabilmente è più corretto pensare al nazionalismo come ad una strategia politica, focalizzandosi quindi sull’ambito politico. Una volta definito il nazionalismo come un progetto politico, che viene portato avanti da alcuni individui e gruppi sociali interni alla nazione, sulla base delle risorse che questi sono in grado di utilizzare, si possono iniziare a spiegare la sua nascita e le sue geografie.

Uno dei possibili percorsi di ragionamento mette l’accento sul ruolo che le elites etniche svolgono in questo processo. Le elites etniche sono spesso ben istruite, dotate di capacità retorica e possiedono una certa familiarità con le fonti dell’identità culturale, a partire dalle quali vengono costruite discorsivamente la collettività etnica e la nazione. Esse hanno uno specifico interesse nel cercare l’indipendenza della nazione, poiché è probabile che saranno i loro membri a costituire il nuovo apparato dello stato ed a beneficiare più di altri delle nuove fonti di crescita economica.

 

il regionalismo

Esistono un insieme sempre più consistente di lavori, in geografia politica che si occupano della formazione dell’identità e dei processi politici ad una scala diversa di analisi: quella regionale. Non bisogna pensare alle regioni semplicemente in termini spaziali, ma considerarle come configurazioni territoriali costituite in relazione al potere di governo ed alla formazione di identità esistenti a livello statale.

Le regioni sembrano poter rappresentare un’unità territoriale flessibile, da utilizzare per analizzare i cambiamenti politici, sociali ed economici, qualora lo stato si dimostrasse non più adatto per questo scopo. Alcuni studiosi hanno visto in questo nuovo ruolo delle regioni una naturale reazione al venir meno del senso di analisi su scala statale, in un epoca in cui i flussi globali di capitale generano marcate differenze regionali ed accentuano l’importanza dei processi di scala substatale. Secondo l’economista Omhae una soluzione a questa inade­guatezza dello stato nel rappresentare le dinamiche del mondo moderno, potrebbe essere quella di prendere in considerazione, al suo posto, le regioni. Il concetto di regione è abbastanza duttile da consentire territorializzazioni multiple, costruite in base a criteri economici, politici o culturali. Omhae individua tra i principali aspetti positivi del ragionare su base regionale il fatto che i confini della regione non sono stabiliti in modo definitivo dagli interessi politici, ma vengono tracciati dai mercati globali di beni e servizi.

Le regioni possono, però, essere anche pensate in termini culturali, per esempio attraverso la delimitazione della diffusione territoriale di un certo gruppo linguistico (regioni linguistiche substatali: Vallonia e Fiandre in Belgio). Le regioni non sono solo delle collettività economiche e culturali che si sono costituite naturalmente, ma in molti paesi esse sono anche dei territori definiti politicamente, attraverso i quali il governo esercita il proprio potere. Spesso queste suddivisioni evidenti dei territori statali vengono scelte come punto di partenza per molti studi, ma è necessario adottare una grande cautela nel considerarle come divisioni dello stato naturali e fondate su elementi pre-esistenti, e domandarsi se si tratta i organizzazioni del territorio decise dal basso o dall’alto.

La varietà di approcci nello studio delle regioni porta ad un altrettanto differenziato panorama di prospettive all’interno della geografia regionale. Dal punto di vista della geografia politica, è necessario indagare come le regioni vengono prodotte, in seguito a quali mobilitazioni, quali sono le suddivisioni territoriali predominanti e perché lo sono. Questo porta ad essere particolarmente attenti al ruolo del potere nel definire specifiche configurazioni regionali. Per rendere chiaro questo processo, il geografo Paasi ha identificato tre modi di concepire le regioni, prevalenti nell’ambito delle discipline geografiche: prospettive pre-scientifiche; prospettive disciplinari; prospettive critiche.

L’approccio pre-scientifico vede pragmaticamente le regioni come un’unità territoriale data, necessaria per raccogliere e rappresentare i dati statistici, ma alla quale non viene attribuito nessun ulteriore ruolo concettuale. Questa prospettiva è diffusa negli studi regionali empirici realizzati in supporto alle politiche, nei quali le realtà delle diverse regioni vengono messe a confronto per cercare di ridurre le disuguaglianze regionali.

Le prospettive disciplinari considerano le regioni come l’oggetto o il risultato di un processo di ricerca, piuttosto che come fenomeni naturali o pre-esistenti. Questo approccio vede inoltre le regioni come il risultato di dibattiti accademici e di relazioni di potere/conoscenza, quando queste vengono determinate in seguito a degli studi, grazie alla capacità di alcune discipline di far emergere le dinamiche geografiche e territoriali. Viene quindi suggerito che è la ricerca a creare le regioni, che diventano suddivisioni riconoscibili di uno stato. Attraverso questi processi vengono immaginati nuovi territori, che hanno il potere di modificare la realtà politica (testi scolastici modificano l’immaginario geografico di una popolazione parlando di connessioni naturali tra identità e territori).

Il regionalismo critico sostiene che le regioni siano delle costruzioni sociali. Come evidenzia Paasi, le regioni, i loro confini, i loro simboli e le loro istituzioni non sono il risultato di processi evolutivi autonomi, ma l’espressione di una continua lotta relativa ai significati che vengono attribuiti al territorio, alla rappresentatività, alla democrazie e al welfare. L’attenzione nei confronti delle lotte ci porta a considerare la complessità di rappresentazioni, istituzioni e idee che sostengono determinate configurazioni regionali a discapito di altre. La prospettiva critica del regionalismo ci spinge a considerare i processi e le posizioni che sostengono la riproduzione di quelli definibili come “territori immaginati” (Anderson parla, similmente, di “comunità immagi­nate). Le classificazioni regionali, ovvero la definizione di cosa siano le regioni e la regionalizzazione, sono orientate alla produzione di effetti sociali e sono intrise di potere. Beck sostiene (analizzando le differenze nella formazione dell’identità e nei comportamenti politici nella regione basca spagnola ed in quella francese) che la formazione dell’identità regionale è il prodotto della relazione tra le regioni e lo stato.

Riguardo alla discussione generale sulle regioni il lavoro di Beck illustra alcuni punti molto importanti. Primo: bisogna studiare le regioni all’interno del loro contesto geografico e storico. Questo vuole essere un tentativo di sottolineare la natura dinamica, mutevole ed incompleta della formazione delle regioni e delle identità. Secondo: bisogna essere molto cauti nel mettere a confronto le pratiche politiche dei diversi contesti regionali, il ragionamento necessita di essere inquadrato nei termini del contesto degli stati e delle relazioni tra regioni e stato. Terzo: il caso studio del Paese Basco mette in evidenza la persistenza temporale dell’importanza della costruzione discorsiva delle geografie regionali. La rappresentazione delle tradizioni e la creazione di specifiche costruzioni culturali ha fatto sì che la regione basca sia un territorio politico individuabile, nonostante questa sia in contraddizione con i confini statali esistenti.

Bisogna considerare le regioni come sistemi sociali parziali, collegati da un punto di vista funzionale agli altri livelli territoriali, piuttosto che come società globali, che racchiudono in sé tutte le relazioni sociali, alle quali aspirano tradizionalmente gli stati nazionali.

 

conclusione

Bisogna usare le tesi degli autori modernisti, studiando le nazioni come prodotto degli stati moderni e in particolare delle nuove forme di tecnologia e produzione della conoscenza, associate all’affermazione del capitalismo nel 19° secolo. Si è utilizzata la stessa prospettiva critica per analizzare il concetto di nazionalismo. I movimenti nazionalisti sono stati creati per raggiungere determinati scopi politici: anche se i nazionalisti sottolineano la natura autentica ed arcaica delle loro battaglie, è nostro compito contestualizzare ogni movimento all’interno della propria realtà politica. Infine, si è esaminato le nuove geografie del regionalismo, cercando di descrivere la produzione di geografie regionali a diverse scale territoriali. Per ultimo, vorremmo suggerire una prospettiva che studi le regioni considerandole luoghi vissuti ed esplori la loro produzione di territori regionali e delle identità ad essi collegate.

 

IMPERIALISMO E POSTCOLONIALISMO

 

preambolo

L’esportazione del sistema statuale europeo, attraverso il colonialismo e la successiva decolonizzazione, non può essere consegnata alla storia, come un fatto del passato. Ancora oggi si possono vedere gli effetti di pratiche coloniali ingiuste, messe in atto secoli fa. Oltretutto il colonialismo è stato è un processo segnato da relazioni squilibrate di potere tra colonizzatori e colonizzati. La colonizzazione non agisce semplicemente attraverso lo sfruttamento materiale, come il rifiuto di concedere diritti territoriali o l’appropriazione delle risorse naturali. Sono fondamentali anche pratiche di rappresentazione messe in atto dai colonizzatori, attraverso le quali le loro idee e le loro pratiche vengono accettare e legittimate. La capacità di produrre conoscenza era strettamente collegata alla capacità di colonizzare territori: i colonizzatori europei sfruttavano il prestigio delle nuove discipline scientifiche emergenti, come la geografia, per attribuire legittimità alla loro avventure coloniali.

Ci si occuperà dello stretto legame tra la produzione di conoscenza geografica e le pratiche dell’imperialismo e del colonialismo.

 

l’espansione dell’Europa: l’incontro con gli altri popoli

È chiaro che la superiorità geo-politica europea non era un fatto assoluto. Dovunque siano andati, gli Europei hanno incontrato altri popoli, che spesso vivevano in società complesse, con alti livelli di tecnologia, di organizzazione politica di sviluppo culturale. Quindi, il fatto che questi altri popoli non siano riusciti a governare e dominare il resto del mondo non deriva da una loro presunta condizione primitiva o da strutture sociali degradate, ma riflette piuttosto combinazioni molto diverse di circostanze storiche, politiche e culturali, di priorità economiche e di valori.

Anche se non si può capire il mondo moderno al di fuori del contesto dell’imperialismo occidentale, soprattutto per quanto riguarda le relazioni tra i paesi industrializzati e ricchi del Nord e quelli poveri del Sud del mondo, sarebbe un errore pensare che il controllo europeo sia stato diffuso ovunque, in modo totale o omogeneo. Alcune parti del mondo sono scampate del tutto al dominio formale dei paesi europei, mentre altre, che formalmente facevano parte di un impero coloniale, non sono mai state davvero sottomesse. In primo luogo, c’era il problema logistico di governare porzioni di territorio e popolazioni che erano più grandi degli stati europei e spesso molto distanti. Quindi, il dominio imperiale si è affermato tramite compromessi tra le strategie e le istituzioni dei dominatori e quelle dei dominati, anche se si è trattato di compromessi iniqui e ingiusti. In secondo luogo, c’è sempre stata resistenza all’imperialismo. Dovunque siano andati, i colonizzatori europei hanno sperimentato la resistenza dei popoli ai loro tentativi di governarli.

 

le cause dell’espansione

Nessuno studio sull’imperialismo può ignorare il ruolo del commercio. Il capitalismo mercantile rappresentava il modo di organizzazione economica prevalente nelle città europee del Medioevo e si basa sul principio di comprare a basso costo e rivendere ad un prezzo più alto. Molti beni erano prodotti direttamente sul territorio europeo, utilizzando materie prime locali. Con la crescita delle città medievali, ed il conseguente sviluppo di un mercato di beni di lusso, si registrò però la crescita della domanda di materie prime e beni che non potevano essere prodotti localmente o dei quali l’offerta era troppo scarsa. Gli europei sapevano già da secoli, nel 1400, che in Asia era possibile rifornirsi di molti beni di lusso ma, i percorsi via orbe erano insicuri e chi li percorreva era soggetto a possibili ritardi, perdite di materiale ed all’autorità di chi governava quei territori da attraversare.

Grazie alle esplorazioni marittime del 15° secolo, i mercanti dell’Europa Occidentale potevano commerciare con i territori asiatici, senza i rischi dei difficoltosi percorsi via orbe che attraversavano il Medio Oriente.

L’espansione oltremare dei paesi europei ebbe anche motivazioni religiose. Le prime esplorazioni, condotte da Spagna e Portogallo, furono infatti motivate in parte anche dalle presunte minacce nei confronti del Cristianesimo cattolico, che provenivano dall’Islam e dalla Riforma protestante. Nel 17° secolo, furono i Protestantesimo a cercare la salvezza oltreoceano, con l’insediamento dei Puritani sulle coste orientai del Nord America.

 

La penisola iberica si espande oltre oceano

Le nuove rotte commerciali marittime verso l’Oriente erano inizialmente controllate dal Portogallo, i cui esploratori fondarono numerose stazioni commerciali lungo le coste dell’Africa, dell’Asia meridionale e dell’Estremo Oriente. L’importanza che essi attribuivano al commercio fece sì che il loro impero fosse costituito da piccoli possedimenti, mentre non venivano messi in pratica tentavi di estensioni di territorio dell’entroterra alle spalle delle stazioni commerciali. Quando i tempi furono maturi, i primi imperi europei di una certa estensione furono quelli istituiti nel Nuovo Mondo da Spagna e Portogallo. L’espansione dei due paesi della penisola iberica portò grande ricchezza alle due monarchie, proveniente soprattutto dai metalli preziosi.

 

l’ascesa dell’impero britannico

Solo pochi decenni dopo la sua affermazione, il dominio della Spagna e del Portogallo si trovò a fronteggiare una seria minaccia. Fin dalla seconda metà del 16° secolo, infatti, ebbero inizio le esplorazioni del continente nordamericano da parte di Francia e Gran Bretagna e, sulla costa atlantica, vennero fondato varie colonie britanniche, francesi e olandesi. I rapporti tra l’Europa e l’Oriente, nel corso del 17° secolo, furono prevalentemente commerciali.

Il processo di costruzione dell’impero, inoltre, fu lungo e lento e, per completarlo, fu necessario più di un secolo di conflitti militari, economici e culturali con le popolazioni e le istituzioni locali. Con il passare del tempo, l’importanza attribuita al commercio lasciò gradualmente il posto alla necessità di stabilire un governo politico-militare, delegando attività commerciali ai privati. Questo processo culminò nella Rivoluzione Indiana del 1857, con il trasferimento del potere dalla Compagnia delle Indie alla Corona.

Il tramonto dell’espansione imperialista era ancora molto al di là da venire: l’Africa rappresentava infatti un collegamento vitale e sanguinoso, nel commercio triangolare che portava gli africani ad essere venduti come schiavi in Sudamerica, per lavorare nelle piantagioni e le materie prime di queste venivano poi importate in Europa e trasformate in beni finiti, da riesportare a loro volta nelle colonie. Lungo le coste di tutta l’Africa, gli europei fondarono piccole città e porti commerciali, mentre, all’inizio del 18° secolo, il resto del continente era ancora del tutto inesplorato. Fu nei trentacinque anni che intercorsero tra il 1880 ed il primo conflitto mondiale, che tutto il continente africano, comprese la sua popolazione e le sue risorse, venne spartito tra le grandi potenze europee.

Infine, nel 1801, il continente australiano venne circumnavigato, scoprendo così che si trattava di un’isola e dopo la scoperta delle miniere d’oro divenne la destinazione di immigrazione, trasformandosi in uno dei principali esportatori di prodotti agricoli.

 

la guerra d’indipendenza americana

La guerra d’indipendenza american (1775-1783), seguita dalla formazione degli Usa, è stato certamente uno degli avvenimenti cruciali che hanno segnato la nascita del mondo contemporaneo. In questo periodo vi fu infatti la prima origine dell’impetuoso sviluppo che doveva fare di questa nuova nazione la potenza dominante del globo; ma soprattutto il primo riferimento agli ideali di libertà e uguaglianza contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza; tale documento rappresentò un modello per tutti qui cittadini europei di ampie vedute che desideravano liberarsi dal gioco dei sovrani d’antico regime.

 

le radici imperialiste della geografia: il ruolo dell’imperialismo nella conoscenza geografica

Nel processo di espansione imperialista e di colonizzazione dei territori d’oltremare un ruolo di vitale importanza è stato svolto dalla conoscenza. Se da un lato l’espansione delle potenze europee ha prodotto nuove conoscenze e nuove cognizioni, dall’altro era a sua volta dipendente da quelle stesse conoscenze, perché lo sviluppo dei possedimenti d’oltreoceano richiedeva specifiche informazioni e capacità in molti campi diversi. Lo sviluppo dell’imperialismo è stato determinato anche dal modo con cui si guardava agli altri popoli ed ai loro territori: per rendere accettabili i comportamenti crudeli del colonialismo, era necessario che gli europei si sentissero superiori rispetto a tutti gli altri. La crudeltà del colonialismo si fondava, quindi, su una serie di convinzioni, rappresentazioni e discorsi relativi ai diritti degli europei nei confronti del resto del mondo.

La geografia moderna è stata un prodotto dell’imperialismo. In primo luogo, perché la conoscenza delle caratteristiche della superficie terrestre, dei suoi continenti e dei suoi oceani, delle sue piante dei suoi animali, dei suoi popoli e dei loro modi di vita ha vissuto un enorme incremento in seguito all’espansione degli stati europei, diventando il principale argomento di studio della nuova geografia. Secondo, perché questa disciplina aveva tra i suoi argomenti privilegiati di studio molte delle conoscenze pratiche e teoriche che furono messe in atto durante le esplorazioni e la costruzione dei nuovi insediamenti (cartografia, pianificazione territoriale). Terzo, la geografia utilizzava modalità specifiche di conoscenza del mondo che resero possibile e nello stesso tempo legittimarono la pratica dell’impe­rialismo.

 

la questione del clima

Mettere in relazione il clima con l’evoluzione dell’uomo rappresenta uno dei primi tentativi di sviluppare un sistema teorico, nell’ambito della geografia umana, relativamente alla superficie terrestre. Secondo questo sistema di pensiero, le caratteristiche climatiche dell’ambiente potevano determinare la storia e la geografia dello sviluppo umano e delle differenze socio-culturali (determinismo ambientale). All’epoca era comune ritenere che il clima e la morfologia di un territorio potessero influenzare in maniera uniforme tutta la popolazione che ci viveva e questo condusse i geografi a discutere delle caratteristiche razziali dei diversi popoli.

Livingston ritiene molto importante soffermarsi sul rapporto tra le interpretazioni che i geografi davano del clima e delle zone climatiche e i discorsi sull’inferiorità e la superiorità razziale, che svolgevano un ruolo importante nei progetti imperialisti. Secondo Livingstone, gli studi che i geografi svolgevano sul clima erano molto distanti da quella validità scientifica che pretendevano gli venisse attribuita, essendo al contrario molto legati ai giudizi morali, religiosi e politici allora diffusi. Veniva attribuita una grande importanza all’impatto delle variazioni climatiche sull’uomo, ritenendo che esso condizionasse anche i modi di vita e l’apparenza biologica delle persone. Quella che Livingstone chiama “l’economia morale” del clima e che metteva in relazione le variazioni climatiche con la presunta suddivisione della specie umana in diverse razze.

Oggi, gli scienziati sociali sono molto più scettici riguardo al concetto di razza come distinzione biologica, sostenendo che non esistono assolutamente fondamenti biologici soddisfacenti per dividere le persone in base alla loro razza e che senza dubbio non ci sono delle differenze nel potenziale fisico, mentale ed emozionale degli appartenenti a queste presunte razze. Per molti decenni, comunque, si è utilizzata una suddivisione del genere umano in gruppi separati, differenziati su base biologica. In questo contesto, lo studio dei climi era importante, poiché era diffusa la convinzione che le differenze razziali fossero legate alla varietà climatica, sia perché la causa delle prime era da ricercarsi nelle stesse differenze climatiche, sia perché le razze erano distribuite da Dio ciascuna nella zona climatica ad essa più appropriata.

Non è possibile ridurre facilmente queste tesi al frutto barbaro e razzista di una scienza immatura e non ancora sviluppata, se si considera l’importanza che essere ebbero in tutto il mondo. Non solo il discorso dell’economia morale dei climi fornì la giustificazione ed il fondamento teorico a quelle che divennero pratiche consuete nell’imperialismo del 19° secolo (schiavitù), ma esso ha anche esercitato un’influenza sorprendentemente duratura sulla geografia come disciplina accademica.

 

mappare e dominare

La geografia come disciplina era coinvolta nei progetti imperialisti anche per finalità estremamente pratiche. Controllare e governare orbe e popolazioni lontane richiedeva un alto grado di conoscenza, sia dei territori che dei popoli e, nelle strategie dei paesi europei nei propri imperi d’oltreoceano svolsero un ruolo fondamentale la cartografia e la raccolta di dati. Le carte rendevano questi territori sconosciuti più comprensibili, secondo il modo di pensare europeo, e consentivano di imporre l’ordine e la razionalità occidentali a paesaggi umani creati da visioni del mondo molto differenti.

Il colonialismo europeo cercava di prendere possesso dei nuovi territori, attribuendo alle loro parti nomi e definizioni, che potevano essere familiari, quando si utilizzavano termini della propria lingua, oppure volutamente esotiche, quando si preferiva il linguaggio delle popolazioni locai. In entrambi i casi, l’azione di denominare i luoghi, di disegnare delle carte geografiche e di conseguenza di rappresentare linguisticamente il nuovo territorio, era un’altra strategia, attraverso la quale le nuove terre potevano essere conosciute e possedute.

I geografi contemporanei si sono concentrati prevalentemente sull’imperialismo come modo di considerare il mondo, di costruire identità di se stessi e degli altri e di cercare di controllare non solo il destino economico e politico di altri popoli e territori, ma anche la loro evoluzione culturale. È necessario considerare lo sviluppo dell’imperialismo esaminando le sue pratiche spaziali.

 

la teoria del sistema mondo

Fornire delle interpretazione e delle spiegazioni dell’espansione su vasta scale dell’Europa nel resto del mondo è complicato ed è stato al centro di un acceso dibattito accademico. Una delle possibili cornici esplicative è quella dell’analisi del sistema mondo, che è stata sviluppata nel corso di molti anni da Wallerstein.

Secondo Wallerstein, che condivide l’interesse di Braudel per i cambiamenti di lungo periodo nelle relazioni sociali ed economiche, le tre forme di scambio individuate da Polanyi (reciprocità di lignaggio, redistributiva-tributaria, scambio di mercato) corrispondono a tre tipologie differenti di sistemi sociali, i soli tre sistemi socio-economici che sono esistiti nella storia: i mini-sistemi, nei quali gli scambi sono reciproci; gli imperi mondiali, dove lo scambio è redistributivo; l’economia-mondo capitalista, nella quale è il mercato a dominare. I mini-sistemi sono stati finora i più numerosi, anche se nel mondo contemporaneo sono del tutto scomparsi (Indiani d’America). Wallerstein identifica anche numerosi imperi mondiali, nei quali era presente una vasta base di produttori agricoli, che fornivano sia i prodotti per la sopravvivenza alla popolazione, sia i beni di lusso per un piccolo gruppo elitario (impero romano, sistema feudale). Secondo la sua analisi tutti i mini-sistemi e gli imperi mondiali sono stati eliminati o assorbiti dall’economia-mondo capitalista. Dal 16° secolo in poi, il mondo è stato gradualmente dominato dell’economia-mondo capitalista europea che è diventata però davvero globale solo nel ‘900.

Possiamo identificare nel pensiero di Wallerstein due importanti idee, che distinguono l’approccio del sistema-mondo dalle concezioni tradizionali dei cambiamenti economici globali. La prima è l’idea di una società unica: tradizionalmente le scienze sociali consideravano il mondo diviso in tante società. L’integrazione delle attività economiche nel sistema-mondo comporterebbe infatti che oggi esista una sola società globale. Quest’intuizione è collegata alla seconda, l’errore dello sviluppismo: lo sviluppo è stato tradizionalmente visto come un percorso lungo il quale le diverse società passavano da bassi livelli di attività economica a sistemi più ricchi e complessi. Però, dal momento che oggi esiste una sola economia, di scala mondiale, le sue singole parti non possono percorrere automaticamente la scala dello sviluppo: le attività economiche che hanno luogo in ciascun paese del mondo sono strettamente connesse a quelle che accadono in tutti gli altri. La capacità di alcuni stati di produrre grandi redditi e di sostenere alti livelli di standard di vita dipende dall’esistenza di altri paesi, le cui economie rimango sottosviluppate a causa delle dinamiche dell’economia-mondo, per sostenere la ricchezza della minoranza più ricca della popolazione mondiale.

L’approccio di Wallerstein offre anche una cornice di pensiero più ampia, all’interno della quale è possibile comprendere l’espansione degli stati europei. È evidente il parallelismo con l’importanza che abbiamo attribuito al processo storico di nascita e sviluppo degli imperi d’oltremare. La teoria del sistema-mondo ha trovato ne mondo accademico ferventi sostenitori e accesi critici, portando una grande contributo nell’ambito della geografia politica. L’attenzione che queste teoria pone sulla struttura spaziale dell’economia-mondo, che secondo Wallerstein si divide in un centro, una semi-periferia ed una periferia, è molto vicina all’approccio geografico.

 

le critiche alla teoria del sistema-mondo

Giddens suggerisce che l’approccio del sistema-mondo abbia soprattutto due difetti principali. Innanzitutto, sostiene, sarebbe caratterizzato da una sorta di riduzionismo economico, non nel senso che prende in considerazione solo i processi economici, ma che, anche quando affronta questioni culturali e politiche, tende a spiegarle in termini economici. Nella visione di Giddens, le dinamiche dell’economia-mondo sono fondamentali per spiegare i cambiamenti globali, ma questi sono anche un prodotto dello sviluppo di un sistema internazionale di stati, che non può venire preso in considerazione solo dal punto di vista economico. Questo implica anche che si debba riconsiderare l’idea di società unica: potrà pur esistere un’unica economia-mondo capitalistica, ma le varie società continuano ad avere una grande importanza. In sostanza, l’idea di società unica ha senso quando la società viene considerata come un sistema di integra­zione economica, mentre non funziona altrettanto bene quando si tiene conto delle relazioni politiche o culturali.

La seconda falla che Giddens riscontra nelle idee di Wallerstein riguarda gli elementi funzionalisti presenti al loro interno. Con funzionalismo Giddens intende la tendenza a spiegare qualcosa a partire dai suoi effetti (tipico delle scienze biologiche). Lui ritrova il pensiero funzionalista nell’idea di regioni semi-periferiche, la cui esistenza viene spiegata facendo riferimento alle necessità del sistema-mondo. Può anche essere vero che l’esistenza di una fascia di stati semi-periferici, intermedia tra i paesi ricchi e la periferia povera, può contribuire a stabilizzare l’economia-mondo, ma questa funzione stabilizzatrice non è sufficiente a spiegare la nascita iniziale di questa semiperiferia, né il fatto che essa continui ad esistere.

 

le strategie di dominazione coloniale

Nello studiare l’espansione imperialista è necessario considerare sia le strategie dei colonizzatori, che quelle dei colonizzati, in un determinato contesto. Questo significa anche che l’integrazione dei territori extra-europei nell’economia-mondo è decisamente meno completa e onnicomprensiva di quanto suggerirebbero gli scritti di Wallerstein. Il nostro approccio evita di farci cadere nel riduzionismo economico, sottolineando il fatto che le strategie politiche, e le risorse dalle quali dipende il potere politico, non sono solo economiche, ma anche culturali, militari, patriarcali, razziste. In altre parole, l’imperialismo era più legato alle strategie di dominazione culturale del resto del mondo che a quelle di sfruttamento e controllo economico.

 

la dimensione culturale e quella economica

Generalmente l’annessione di nuovi territori e l’applicazione del potere imperiale nelle colonie europee d’oltreoceano venivano condotte con mezzi e strategie di tipo militare, molto diverse dalle varie potenze imperiali.

Secondo Fieldhouse è evidente che l’Europa abbia ottenuto numerosi profitti economici nelle prime fasi dell’espansione imperialista ma, successivamente (nel 19° secolo e all’inizio del 20° secolo) le colonie d’oltreoceano non sarebbero più state soggette allo sfruttamento economico da parte delle potenze imperialiste. È vero che quello che sostiene Fieldhouse quando afferma che le colonie stabilite in Asia e in Africa tropicale nelle ultime fasi dell’imperialismo non nacquero con l’intenzione di ottenere dei profitti economici. Le singole colonie potevano essere considerate fonti di guadagno, ma nessun impero ha avuto una funzione ben precisa, né economica, né di altro tipo. Gli imperi hanno solo rappresentato una fase particolare delle relazioni, sempre mutevoli, tra l’Europa ed il resto del mondo e sarebbe fuorviante ricercare delle analogie con il sistema capitalistico.

Nonostante le sue perplessità riguardo allo sfruttamento messo in atto dall’imperialismo dell’ultimo periodo, Fieldhouse identifica sei modalità con le quali questo può portare dei vantaggi economici, esprimendo le diverse strategie economiche ad essi sottese: 1) saccheggio delle ricchezze presenti in un territorio occupato; 2) trasferimento in madrepatria dei profitti prodotti nelle colonie; 3) trasferimento di denaro verso le potenze imperiali; 4) imposizione di regole inique negli scambi commerciali con le colonie; 5) sfruttamento delle risorse naturali, senza un’adeguata compensazione; 6) tassi di ritorno degli investimenti più alti nelle colonie che in patria.

Secondo Fieldhouse, le prove dell’esistenza o meno di questo tipo di relazioni economiche sono ambigue. È chiaro che nella prima fase dell’imperialismo, tra il 16° secolo ed il 18° secolo, gli aspetti economici abbiano ricoperto un ruolo molto più importante di quanto avvenuto nel periodo successivo (19° e 20° secolo), ma anche laddove siano stati evidenti i profitti provenienti dalle colonie, è difficile dire se questi abbiano avuto luogo grazie ai governi imperialisti, oppure nonostante la loro presenza. Parlando di strategie politiche, è invece evidente come gli imperi d’oltreoceano siano stati sostenuti in patria da esponenti del mondo politico e industriale, che prevedevano di ricavarne possibili ritorni economici. L’imperialismo formale raggiunse comunque il proprio apice all’inizio del 20° secolo quando il mantenimento delle complesse strutture di governo, amministrazioni e forze di sicurezza coloniali in Africa e in Asia già si stava trasformando in un vortice che risucchiava le finanze delle potenze europee. Questo significa che l’ulteriore espansione del 20° secolo era mossa da strategie diverse da quelle puramente legate al profitto economico.

 

la dimensione culturale e discorsiva

Le strategie discorsive sono importanti perché incarnano alcune visioni del ruolo e della natura degli europei e dei popoli che sono stati colonizzati, che hanno rappresentato le precondizioni necessarie per lo sfruttamento militare ed economico.

Le strategie discorsive dell’imperialismo dipendevano infatti dalla costruzione del “resto del mondo” non solo come inferiore all’Occidente, ma come intrinsecamente diverso dal punto di vista qualitativo, ad esempio dipingendolo come esotico, in contrapposizione all’Europa. Questo spesso implicava un esotismo di stampo erotico, con l’Oriente che viene spesso rappresentato come degenerato sessualmente o come lo scenario di possibili incontri erotici eccitanti ed esotici. In queste pratiche retoriche, gli uomini occidentali vengono presentati come l’incarnazione della virilità e del vigore. Per contrasto, il mondo al di fuori dell’Europa veniva spesso rappresentato con sembianze femminili. Per l’Occidente, orgoglioso della propria razionalità maschile, illuminista, questo simbolismo non solo serviva a rappresentare il Nuovo Mondo come inferiore, socialmente e culturalmente, ma anche per enfatizzare l’esotismo, la fertilità e l’ignoto dei quali erano pieni i racconti che si facevano in Europa del mondo coloniale.

Attraverso questi elementi discorsivi delle strategie imperialiste venivano giustificate e legittimate le stesse pratiche imperialiste sia nei confronti dei colonizzatori che degli stessi popoli colonizzati. Queste strategie non furono comunque univoche e l’imperialismo trovò ovunque una strenua resistenza.

 

le strategie anti-coloniali e la fine degli imperi formali

L’imperialismo occidentale è stato quindi il prodotto di diverse strategie, alcune militari, alcune economiche, alcune altre discorsive ed è stato contrastato e sfidato da un altrettanto vario assortimento di strategie e tattiche messe in atto dai popoli colonizzati. Queste azioni erano condotte da gruppi ed individui che occupavano, per definizione, posizioni subordinate nella gerarchia sociale e che non sempre avevano la necessità o la volontà di documentare le proprie attività, per cui la nostra conoscenza delle forme di opposizione al governo coloniale è meno approfondita, rispetto a quella delle strategie imperialiste.

La maggior parte dei materiali a disposizione, quindi, racconta la storia dal punto di vista del potere coloniale e, anche quanto questi riguardano i processi e le pratiche della resistenza anti-colonialista, gli episodi che vengono riportati sono inevitabilmente quelli che hanno preoccupato maggiormente gli occupanti europei, per esempio per un livello di violenza elevato. Pur non sottovalutando l’importanza delle rivolte armate dato che sono state spesso determinanti nel porre fine al potere coloniale, il fatto che esse siano così presenti nei libri di storia oscura altri eventi quotidiani e ordinari, che spesso rappresentavano potenti forme di resistenza al potere imperialista.

La Francia perse la maggior parte dei propri possedimento d’oltremare in seguito a delle guerre che ebbero luogo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le colonie portoghesi furono invece quelle dalla vita più lunga in Africa, difese con forza dal governo di Lisbona, che dovette comunque abbandonare l’Africa intorno alla metà degli anni Settanta. Con il termine del predominio della minoranza bianca in Sudafrica, nei primi anni Novanta, si sancì la fine di cinque secoli di dominazione bianca in Africa. Secondo Fieldhouse l’elemento più interessante della storia degli imperi coloniali moderni è la rapidità con la quale si dissolsero. Nel 1939 raggiungevano la loro massima estensione, mentre solo nel 1981 avevano cessato di esistere.

 

il postcolonialismo

La fine del controllo politico formale è solo una parte del quadro più complesso: alcuni autori hanno messo in evidenza l’esistenza di un colonialismo informale, nel quale i vantaggi economici continuano ad essere diretti verso le ex potenze coloniali, anche in assenza di un controllo diretto del territorio.

Si consideri lo sviluppo del postcolonialismo, come posizione politica ed intellettuale.

Una delle differenze maggiori nel tentativo di identificare le strategie anti-colonialiste è che queste tendono a far rientrare forzatamente le storie e le geografie dei popoli colonizzati nella storia raccontata dal punto di vista occidentale. Il filosofo Chatterjee sostiene che in una situazione di dominio imperialista, perfino le pratiche discorsive di resistenza ed il dissenso nazionalista assumono quella stessa visione occidentale del mondo che cercano di ripudiare.

 

il postcolonialismo e la geografia

Uno degli aspetti centrali del postcolonialismo è una difficile e complessa relazione tra i modi d’essere, di pensare, di agire e di parlare occidentali e quelli dei popoli delle ex colonie europee. Gli autori che si occupano del postcolonialismo ritengono che la decolonizzazione formale non corrisponda ad una completa decolonizzazione effettiva: l’imperialismo era molto di più del formale controllo politico e militare ed il predominio europeo su gran parte del mondo era anche un predominio di modi di pensare e concepire quello stesso mondo. Alla fine dell’occupazione formale non ha fatto immediatamente seguito il ritiro delle categorie colonialiste, delle tecnologie e delle procedure di dominazione, né l’Europa ha cessato di essere il soggetto principale al quale fanno riferimento molte storie e geografie postcoloniali.

Crush suggerisce che, nei tentativi contemporanei di scrivere la geografia da un punto di vista postcoloniale, possono essere individuati quattro elementi principali: l’ammissione della complicità della geografia nel dominio coloniale sui territori; la descrizione delle caratteristiche della rappresentazione geografica nei discorsi coloniali; la separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti; la riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati più bassi della società coloniale.

La volontà di esaminare la complicità della geografia nel dominio coloniale sui territori significa che i geografi dovrebbero prendere in considerazione in modo critico le modalità con le quali la conoscenza e le competenze della geografia sono state sfruttate per radicare il colonialismo e l’imperialismo. Mostrare la rappresentazione geografica nei discorsi coloniali porta alla dimostrazione di come le pratiche discorsive colonialiste abbiano implicato l’utilizzo di un certo modo di vedere la geografia e di specifiche rappresentazioni di luoghi e regioni. I binomi coloniali, come “noi e loro”, o “civiltà e barbarie”, non sono specchi del mondo, ma atti performativi, che modificano il mondo attraverso una serie di rappresenta­zioni. La separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti, è la proposta di mettere in discussione il modo in cui la stessa geografia ha subito le conseguenze del colonialismo. I geografi di tutto il mondo utilizzano prospettive, teorie interpretative occidentali, mentre, secondo i principi del postcolonialismo, la conoscenza geografica che si sviluppa in contesti locali differenti non dovrebbe basarsi sul presupposto che gli approcci occidentali siano gli unici, o i migliori modi di descrivere e comprendere il mondo. La quarta componente della geografia postcoloniale è la riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi di nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati più bassi della società coloniale, ovvero il tentativo di scrivere una nuova geografia, che attribuisca la giusta importanza all’esperienza di chi ha subito il colonialismo e ai luoghi nei quali queste persone vivono o lavorano.

 

conclusione

Si è cercato di identificare le importanti eredità e le continuità attuali delle relazioni, delle conoscenze e delle pratiche di governo coloniali. Sottolineando in particolare due elementi, che emergono dai recenti studi sul colonialismo. Primo, il colonialismo non è solo una forma di dominazione territoriale. La colonizzazione implicava, oltre che una dominazione attraverso gli apparati statali degli imperi, anche una dominazione delle forme di produzione della conoscenza: la geografia è stata scritta dal punto di vista dei colonizzatori, non dei colonizzati. Gli autori del postcolonialismo hanno cercato di mettere in luce i meccanismi, le regole e i taciti presupposti che hanno avuto la funzione di riprodurre queste forme di dominazione coloniale fin ad oggi. La sfida nei confronti delle forme di produzione della conoscenza occidentali è la decolonizzazione della mente. Il secondo lascito del passato coloniale, strettamente legato al primo, è la continuità delle pratiche imperialiste di potenti attori statali, fino ai giorni nostri.

 

GEO-POLITICA (E ANTI-GEO-POLITICA)

 

preambolo

Le idee rappresentano le precondizioni dell’azione politica e spesso sono i cittadini a stabilire se si tratta di buone o cattive idee. Bisogna però essere cauti di fronte a questi giudizi, apparentemente universali, sulla qualità delle idee: non esistono punti di vista neutrali, con i quali giudicare, né criteri naturali che stabiliscano cosa rende un’idea buona o cattiva. È necessario tenere in grande conto le disparità nel potere di produrre idee. Le idee provengono da persone ed istituzioni diverse, rispondono ai loro interessi ed è la posizione che questi occupano nelle gerarchie di potere, la loro persuasività, la loro capacità di convincere gli altri e la loro vicinanza al sentire comune a far sì che alcune idee abbiano successo e possano cambiare il mondo, mentre altre siano destinate ad essere dimenticate.

Nell’ultimo secolo il termine geo-politica è stato utilizzato spesso per indicare quelle idee che riguardano la suddivisione della superficie terrestre e le relazioni tra le sue singole parti. Anche se in alcuni casi la geo-politica enfatizza soprattutto i risvolti pratici di queste relazioni, come l’invasione di un paese, queste azioni possono essere spiegate ed interpretate solo attraverso delle “idee” geo-politiche. Tutti sono costantemente a contatto con la geo-politica: con varie terminologie (terzo mondo) si da un ordine al mondo, attribuendo ad esso un significato, attraverso un’opera di denominazione e comunica­zione. Considerando lo stato come unità territoriale principale dello spazio politico, questo processo di categorizzazione e creazione di un ordine ha spesso determinato l’importanza della competizione tra stati e della dimensione geografica del potere.

Le idee geo-politiche implicano l’utilizzo di numerose metafore riguardanti lo spazio. È compito degli studiosi di Geografia Politica analizzare il processo di produzione di queste idee e il modo in cui queste rispecchiano le strutture di potere dominanti. Nel rifiutare di dare per scontate le etichette della geo-politica si utilizza l’approccio della geo-politica critica (Agnew, O’Tuathail e Dalby). La geo-politica critica, vede la geo-politica come una pratica discorsiva attraverso la quale politici ed intellettuali attribuiscono una dimensione spaziale alle relazioni politiche internazionali, presentandole come un mondo caratterizzato da determinate tipologie di luoghi, persone ed eventi. Analizzando a fondo i discorsi della geo-politica, gli appartenenti a questa corrente si sono soffermati molto sulle rappresentazioni, esaminando criticamente le pratiche e le immagini attraverso le quali singoli individui o gruppi veicolano le proprie visioni del mondo.

Anche la geo-politica possiede una propria storia ed una propria geografia che è strettamente intrecciata al contesto politico nel quale si è sviluppata.

 

le radici tradizionali

Il termine geo-politica ha fatto il proprio ingresso nel lessico accademico nel 1899, grazie allo scienziato politico svedese Kjellen, secondo il quale i due termini, geografia e politica, nella parola geo-politica, poteva essere utile per indicare le radici geografiche dello stato e, in particolare, la sua dotazione di vantaggi e risorse naturali, ovvero la sua geografia fisica, che nel pensiero di Kjellen rispecchiava la sua forza potenziale. Le sue idee attingevano dal lavoro del geografo politico tedesco Ratzel che aveva applicato le teorie evoluzionistiche di Lamarck e Darwin al comportamento degli stati (Lamarck sottolineava l’influenza diretta dell’ambiente naturale nel determinare il processo evolutivo). Ratzel descrive lo stato come un organismo vivente, che lotta con gli altri per crescere e svilupparsi. Nel fare ciò, il geografo tedesco si sofferma sulla necessità per ogni stato di avere un proprio spazio vitale, sostenendo che gli stati più forti dovrebbero espandersi nei territori di altri stati, le cui popolazioni non sfruttano con la dovuta efficienza le risorse presenti.

Tre aspetti fondamentali di questa fase iniziale della geo-politica. Primo, i primi studiosi di geo-politica erano interessati soprattutto alle minacce ed alle opportunità che uno stato si trovava ad affrontare, attribuendo quindi ad esso un’importanza fondamentale, come unità territoriale primaria della politica, alla fine del 19° secolo. Quest’attenzione per le minacce e le opportunità degli stati possono essere viste come una specifica reazione alle preoccupazioni delle potenze occidentali di fronte al venir meno della possibilità di espandere il proprio territorio, attraverso l’occupazione di nuove colonie. Secondo, è importante il collegamento che la geo-politica individua tra l’ambiente naturale ed il potenziale politico: le possibilità future di uno stato sono strettamente connesse alle sue risorse, al suo clima ed allo spazio che ha a disposizione per espandersi. Questo rapporto tra clima e sviluppo umano è stato sviluppato a fondo nelle opere dei deterministi ambientali, i quali sostenevano che il clima ed i fattori ambientali siano elementi determinanti per la storia e la geografia dell’uomo. Terzo, bisogna soffermarsi sull’ambizione dei testi geo-politici di proporre spiegazioni e conclusioni su scala globale, nonostante si occupassero prevalentemente della natura degli stati. Queste prime opere dichiarano di distaccarsi da visioni particolari e soggettive, con l’ambizione di sviluppare una vera e propria scienza delle relazioni internazionali. Questo rispecchia due aspetti, tra loro legati, del periodo storico in cui si sono sviluppati i primi concetti della geo-politica. Innanzitutto, si trattava di un momento di grande espansione della geografia nelle università e della sua istituzionalizzazione come disciplina accademica. In secondo luogo, gli ultimi anni del 19° secolo rappresentarono il culmine della modernità, intesa come un’epoca che celebrava il trionfo dell’intelletto umano sul caos della natura. Le teorie moderniste si incentravano sull’universalità e sulla sintesi, sulla capacità dello scienziato sociale di osservare la porzione più ampia possibile della realtà con il proprio sguardo esperto e di trarne delle conclusioni. È stata probabilmente questa autostima tecnologica ed epistemologica a permettere alla geo-politica di affermarsi come campo autonomo di produzione della conoscenza.

 

sir Halford Mackinder

sir Halford Mackinder ha svolto un ruolo chiave nel processo di istituzionalizzazione della geografia nel UK ed è stato una figura fondamentale nella storia della geo-politica. Le sue pubblicazioni riguardano prevalentemente l’analisi geografica delle opportunità e delle minacce che la Gran Bretagna si trovava ad affrontare dopo la fine della scoperta e della conquista di territori oltreoceano. Mackinder vedeva nelle conoscenze geografiche uno strumento determinante per il mantenimento del ruolo dominante del UK nel mondo in questo nuovo contesto storico.

Nella sua teoria dell’heartland, Mackinder, sosteneva che il mondo può essere diviso in tre regioni, in base alle differenze di forza potenziale tra i territori: un’area centrale (pivot area o area perno, successivamente heartland), una mezzaluna interna ed una mezzaluna esterna, o insulare. Identificò il “centro geografico” con il continente eurasiatico, un territorio inaccessibile alla potenza navale del UK e che, quindi, rappresentava una minaccia per il suo dominio. Il potenziale dell’heartland andava individuato nelle sue risorse e Mackinder avvertiva che, quando si fosse estesa la rete ferroviaria, questa regione avrebbe potuto esercitare un potere militare ed economico senza pari. Questa previsione lanciava un serio allarme alle potenze statali ed imperiali del 20° secolo.

È necessario contestualizzare il pensiero di Mackinder. Egli era un acceso sostenitore del potere imperiale britannico e le sue idee vanno di conseguenza viste come tentativi di semplificare la complessità della competizione tra stati, evidenziando quella che riteneva essere la minaccia principale: un’alleanza strategica tra Germania e Russia. Le su etesi quindi prendevano direttamente spunto dal concreto pericolo di un’espansione della Germania (si parla di prima del 1914) e di un aumento del potere russo, minacce contro le quali propose la creazione di una serie di stati cuscinetto tra la Germania e la Russia. Le sue tesi sull’heartland riflettono molti aspetti della geo-politica di Kjellen, fondate come sono sull’interesse per la competizione fra stati, le potenzialità ambientali di ciascuno di essi ed il desiderio di creare una grande narrazione del potenziale umano in base ai fattori geografici. Il lavoro di Mackinder ha avuto grande importanza per la geografia come disciplina, grazie alla convinzione di offrire modelli di relazioni tra stati che possano avere validità su scala globale.

 

Karl Haushofer

L’opera dello studioso tedesco Haushofer prese spunto dalle idee di Mackinder, con l’obiettivo di creare un insieme omogeneo di contributi, a cui diede il nome di geopolitik.

Il trattato di Versailles aveva ridotto notevolmente il territorio tedesco e Haushofer fece proprie le idee di Ratzel, per spiegare la necessità della Germania di ottenere un maggiore spazio vitale, giustificando così l’espansione tedesca nei territori degli stati più piccoli che la circondavano. La geopolitik di Haushofer racchiude quindi al proprio interno le teorie ratzeliane dello Sato come organismo vivente e le idee di Mackinder relative alle strategie territoriali degli stati. La geopolitik di Haushofer sarebbe rimasta uno sconosciuto sforzo accademico se non fosse stato per due aspetti. Il primo è che ha contribuito a diffondere nell’immaginario collettivo tedesco l’idea delle perdite territoriali da parte della Germania, che veniva rappresentato come un organismo ferito, stimolando i sentimenti nazionali popolari. Il secondo è che Hess, futuro vice di Hitler, fu un allievo di Haushofer. Grazie a questo collegamento le idee di Haushofer entrarono a far parte della strategia nazista. Questa connessione tra le geo-politica e l’espansionismo tedesco ha generato svariate interpretazioni isteriche e paranoiche dell’influenza di Haushofer sulla politica estera della Germania nazista. È necessario fare attenzione a non sopravvalutare il ruolo di Haushofer nell’origine dei violenti crimini messi in atto dal regime nazista, né è possibile associare con superficialità la geopolitik alla pericolosa combinazione di antisemitismo e di idee di purezza della razza che il partito nazista utilizzava come pretesto per azioni violente nei confronti di alcune categorie di persone. Quello che si può analizzare con serenità è l’effetto che il coinvolgimento della geografia nelle violenze della filosofia nazista ha avuto sulla disciplina dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’allontanamento da teorizzazioni normative, sostituite da approcci più razionali e scientifici.

 

Isaiah Bowman

È altrettanto importante, comunque, essere cauti nel tracciare queste separazioni nette tra approcci normativi e approcci scientifico-razionali. A questo proposito, ci può essere di grande aiuto il lavoro di Isaiah Bowman, una figura chiave nel processo di istituzionalizzazione delle geografia negli Usa, nella prima parte del 20° secolo.

Bowman studiò geo-morfologia e le sue prime indagini sul capo, in Sudamerica, riguardarono la mappatura dell’erosione fluviale. Grazie a queste esperienze Bowman si interessò allo sviluppo umano ed in particolare al ruolo delle relazioni economiche con gli Usa nel determinare lo sviluppo degli stati sudamericani. Contrariamente ai suo comportamenti, Bowman prese le distanze dal determinismo ambientale, per avvicinarsi ad un approccio più empirico e verificabile. Influenzato da Ratzel, Bowman sosteneva l’importanza di uno spazio vitale economico per gli Usa, riferendosi alla necessità di superare le forme precedenti di colonialismo, fondate su un’espansione territoriale, e di concentrarsi piuttosto sullo sviluppo di relazioni economiche favorevoli agli interessi americani. Bowman spingeva per la creazione di stati forti nell’Europa centrale ed orientale, alle negoziazioni di Versaillesempio Era infatti preoccupato che la nascita di piccoli stati, con poco spazio per espandersi, avrebbe incrementato rivalità di stampo imperialista. Il geografo americano raccontò la propria esperienza a Versailles, che descrive l’inizio dell’era dell’internazionalismo americano, sviluppando la strategia diplomatica e geografica che Wilson aveva introdotto nelle negoziazioni, e offrendo uno sguardo generale sulla natura della geografia politica, economica e sociale del mondo.

A causa dell’associazioni di questa prospettiva con l’espansioni della Germania nazista, Bowman evitò accuratamente di usare il termine geo-politica per definire i propri lavori e descrisse i propri contributi opponendoli apertamente a ricerche simili condotte in Germania.

Per Bowman, la geo-politica contiene al suo interno un principio auto-distruttivo: quello secondo cui, quando gli interessi internazionali sono in conflitto, solo la forza può determinare la loro soluzione. Egli costruisce una rigida contrapposizione tra la propria geografia scientifica, fondata su studi empirici, ed u più generale umanesimo, con riferimento alla natura imperialista, militarista e ricca di pregiudizi della geopolitik tedesca. Ad un’analisi più approfondita, però, questa contrapposizione così netta presenta alcune crepe: gli studi e l’attività diplomatica di Bowman erano indissolubilmente legati agli interessi degli Usa, nonostante la dichiarata pretesa di apportare un contributo universale, grazie alla presunta scientificità dell’approccio utilizzato.

Bowman dichiarava l’oggettività della propria visione del mondo, criticando la parzialità di quelle proposte dagli altri. Tuttavia, proprio come quello degli altri, anche il suo punto di vista forniva una lettura della realtà parziale e schierata, influenzata dagli interessi individuali e collettivi del contesto in cui era situato.

Quanto detto sui tre autori cita fin ora può essere riassunto in tra punti fondamentali. Innanzitutto, sia Mackinder che Haushofer e Bowman, svilupparono le tesi di Ratzel, in particolare per quanto riguarda la sua concezione biologica delle pratiche dello stato, visto come organismo costretto a prendere parte alla lotta per la sopravvivenza, in forza delle proprie caratteristiche ambientali e fisiche. In secondo luogo, queste prime teorie geo-politiche cercavano di offrire spiegazioni razionali al comportamento degli stati ed ognuna di essa accusava le altre di essere parziali o poco scientifiche, proponendo il proprio approccio come oggettivo e razionale. Terzo, si sottolinea il legame tra geo-politica e gli interessi degli stati. Il legame tra quegli studi accademici ed il contesto storico politico nel quale sono nati è tanto stretto da rende difficile prenderli in considerazione separatamente. È difficile comprendere la distanza tra gli studiosi e gli stati, per i legami istituzionali e personali che essi avevano con coloro che erano al potere.

 

i signori del mondo: competizione egemonica, assetto geopolitico, equilibro internazionale, governance planetaria, ed egemonia globale

Mettendo a confronto l’attuale periodo d’instabilità globale con altri precedenti (e a mio avviso analoghi) periodi nella storia del mondo moderno (quali la transizione dall’egemonia internazionale veneziana a quella olandese nel 14° secolo, la transizione dall’egemonia olandese a quella britannica nel 18° secolo, e la transizione dall’egemonia britannica a quella statunitense tra il tardo 19° secolo e i primi anni del 20°), possiamo farci una idea sufficientemente esaustiva dei concetti fondamentali della geo-politica. Gli ultimi anni del 20° secolo hanno visto la fine dell’ordine politico, economico e sociale formatosi nell’immediato secondo postguerra. Forse però a giungere a conclusione è un sistema storico più ampio quale quello dell’Occidente industrializzato se non addirittura quello dello stato-nazione (o degli stati nazionali che dir si voglia). Il sentimento della crisi e la consapevolezza di trovarci in una epoca di profondi mutamenti sono ormai ampiamente condivisi così come l’incertezza sulla direzione del cambiamento: per orientarsi nella transizione, appare dunque ineludibile una riflessione sui mutamenti di lungo periodo degli ultimi secoli. Nel sistema sociale del mondo moderno così come si è storicamente determinato, è in atto un cambiamento di enormi proporzioni. Eric J. Hobsbawm definisce gli anni Settanta e Ottanta del Novecento (la fase conclusiva del suo “secolo breve” che va dal 1914 al 1991) un periodo di crisi universale o mondiale. Secondo la sua analisi, il crollo dei regimi comunistici ha prodotto incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile s’un’area enorme del pianeta; e, ancora peggio, questo crollo ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi quarant’anni e messo a nudo la precarietà degli assetti politici interni dei singoli stati, che si basavano essenzialmente su quella stabilità internazionale. Ed effettivamente le stesse unità basilari della vita politica, gli stati nazionali indipendenti che esercitavano la propria sovranità s’un certo territorio, sono state frantumate dalle forze di una economia sovranazionale e dalle spinte secessionistiche di particolari regioni e gruppi etnici. Alcune di queste regioni, ironia della sorte, hanno preteso di ottenere per sé lo status giuridico, del tutto illusorio e anacronistico, di stati nazionali sovrani, sia pure in miniatura. Egualmente palese è la crisi degli assunti razionalistici e umanistici, condivisi dal capitalismo liberale e dal comunismo, sui quali la società moderna si è fondata sin da quando i Moderni vinsero la propria battaglia con gli Antichi all’inizio del Settecento. In una ottica simile, Immanuel Wallerstein ha dichiarato che il 1989 segna la fine di una intera epoca politica e culturale, una epoca di spettacolare progresso tecnologico, in cui gli slogan della rivoluzione francese rivelano, per la maggioranza degli individui, una ineludibile verità istorica che si sarebbe realizzata allora o nell’immediato futuro. Come Hobsbawm, Wallerstein colloca gli sconvolgimenti del 1989 nel contesto del crescente e autoalimentantesi disordine dei due decenni precedenti. Ma, in contrasto con Hobsbawm, egli interpreta questo disordine come una forma di cao sistemico, provocato dal fatto che le contraddizioni del sistema capitalistico mondiale sono arrivate al punto in cui nessuno dei meccanismi per ristabilire il normale funzionamento del sistema può essere ancora efficace. In questo senso, la crisi attuale segna non solo il termine e la conclusione della particolare epoca politica e culturale avviata dall’Illuminismo e dalla rivoluzione francese ma anche la fine del sistema mondiale moderno così come venne alla luce nel corso del ‘lungo’ 16° secolo. Proprio come il sistema mondiale della economia moderna venne alla luce cinque secoli fa quale stadio finale del dispiegarsi della crisi del feudalesimo così questo stesso sistema, ora diffuso su tutto il globo e i cui progressi tecnici e scientifici passano da un trionfo all’altro, è in evidente crisi sistemica. Partendo da premesse differenti, Jacques Rosenau concorda con tale conclusione. Nella sua ottica, i parametri che per secoli hanno fornito le coordinate per l’azione nell’ambito del sistema internazionale sono stati trasformati così profondamente da dar vita alla prima vera turbolenza nel sistema politico mondiale da quando una trasformazione d’intensità simile culminò nel trattato di Vestfalia del 1648. Quale che sia la epoca a cui si pensa che possa mettere fine (se cioè quella della guerra fredda o quella più lunga del liberismo e dell’Illuminismo o quella ancor più lunga del sistema degli stati nazionali) è certo che la incertezza inghiotte il presente e l’immediato futuro. Mentre i cittadini di questa fine di secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è solo che un’epoca della istoria è finita. La loro conoscenza, al momento, non va oltre. Alcuni hanno persino pensato che fosse finita non solo un’epoca, ma la storia stessa. E hanno pensato che fosse arrivata alla fine non con la crisi bensì con il trionfo del capitalismo liberale. Con il collasso del comunismo, la democrazia liberale rimane effettivamente la sola aspirazione politica coerente per regioni e culture diverse dell’intero pianeta: mentre due generazioni fa erano molte le persone di buon senso ed elevata cultura che si aspettavano un futuro socialista radioso in cui la proprietà privata e il capitalismo sarebbero stati aboliti, invece oggi al contrario noi riusciamo a malapena a immaginarci un mondo migliore del nostro, o un futuro che non sia sostanzialmente democratico e capitalistico. Elaborata all’interno del dipartimento di stato americano durante gli anni di Reagan, la prima versione di questa teoria, formulata e divulgata dallo studioso Francis Fukuyama nel 1989, trovò un eco vastissimo e un’applicazione immediata nella visione di un “nuovo ordine mondiale” che il presidente statunitense George W. Bush evocò di fronte all’invasione del Quwait da parte di Saddam Hussein. La spettacolare vittoria degli USA e delle Nazioni Unite nella “guerra del Golfo” diede credito alla idea secondo la quale un nuovo ordine mondiale fosse davvero in costruzione. Tuttavia, alla luce delle diffuse e crescenti violenze di matrice etnica, quell’idea si rivelò ben presto uno scherzo di cattivo gusto. Il motto dello istoriografo australiano Geoffrey Bainey per cui <<Il periodico ottimismo è un essenziale preludio alla guerra.>> sembrava ancora una volta confermato dai fatti.

Se quella attuale è una epoca di declino e crisi dell’egemonia mondiale statunitense, allora essa condivide importanti analogie con i due precedenti periodi di transizione dell’egemonia planetaria: la transizione dall’egemonia mondiale olandese a quella britannica nel 18° secolo e la transizione dall’egemonia mondiale britannica a quella statunitense a cavallo tra 19° e 20° secolo. Confrontare le somiglianze e le differenze tra queste due transizioni ormai concluse ci aiuterà a far luce sulle dinamiche delle attuali trasformazioni. Gli ambiti d’indagine in cui è possibile rinvenire spie di tale cambiamento istorico e riallineamento geopolitico sono (almeno) quattro, tra loro collegati, ed è al loro interno che deve essere inquadrata la nostra indagine: il primo riguarda i cambiamenti negli equilibri di potere tra gli stati e in particolare se è probabile o no che emerga un nuovo stato egemonico; il secondo inerisce gli equilibri di potere tra stati e imprese, e in particolare se la globalizzazione abbia irrimediabilmente minato alle fondamenta il potere degli stati; il terzo concerne la forza dei gruppi subordinati, e in particolare se ci troviamo in piena caduta libera nelle condizioni di lavoro e nel tenore di vita; il quarto si riferisce infine ai cambiamenti negli equilibri di potere tra civiltà occidentali e non occidentali, e in particolare se ci stiamo avvicinando alla fine di 5 secoli di predominio occidentale nel sistema mondiale moderno. Per quanto riguarda i cambiamenti negli equilibri di potere tra gli stati, è attualmente in corso un ampio e incerto dibattito sulla eventualità che stia emergendo un nuovo stato egemonico mondiale e, in questo caso, su quale stato possa giocare un tale ruolo. Come nota Robert Gilpin, non c’è accordo su chi abbia di fatto vinto la guerra fredda, sempre che qualcuno l’abbia vinta. I candidati proposti da diversi studiosi includono gli Stati Uniti, l’Europa, e il Giappone, mentre altri affermano che tutti gli stati hanno perso potere di fronte alle organizzazioni economiche e politiche sovranazionali. La valutazione che oggi si da del potere mondiale degli Stati Uniti, come conseguenza del crollo del rivale sovietico, varia notevolmente. Neppure esiste accordo su chi, se non gli Stati Uniti, abbia l’autorità, l’influenza, e il denaro necessari a sostenere una pressione militare in grado di produrre risultati positivi in un lasso di tempo ragionevole. Nel 1992, Lester Thurow pronosticò che l’integrazione del Mercato Comune Europeo, che sarebbe avvenuta il 1° Gennaio del 1993, avrebbe segnato l’inizio di una nuova sfida economica, il luogo della vecchia sfida tra capitalismo e comunismo. Nella nuova sfida in quanto maggiore mercato mondiale del mondo, la ‘casa comune’ europea avrebbe dovuto, nella visione di Thurow, dettare le regole del commercio mondiale del 21° secolo, e il resto del mondo non avrebbe potuto fare altro che semplicemente imparare a giocare questo gioco economico. Nonostante questa profezia, all’indomani del 1993 gli stati europei videro le cose in una luce completamente diversa: nel 1996, dalle colonne del Sunday Times, Martin Jacques ha descritto l’Europa come un continente in declino che doveva adattarsi una posizione meno preminente; e nel 1997 lo stesso processo di integrazione economica europea somigliava sempre più a un incubo, a un’allucinazione capace di generare le più tristi visioni. D’altronde, con l’Europa costretta ad affrontare enormi problemi economici strutturali, che vanno da una disoccupazione giovanile del 20% ai costi sempre crescenti e sempre più elevati ma necessari a sostenere una popolazione che diventa sempre più vecchia, la tempistica dell’unione monetaria difficilmente avrebbe potuto essere peggiore. Le conseguenze sono palpabili, tangibili e sotto gli occhi di tutti, ma gli effetti ci metteranno ancora qualche anno per dispiegare tutta la propria rovinosa portata. Nella migliore delle ipotesi, la manovra politica per l’integrazione valutaria sarà stata solo un diversivo, utile solo a ritardare i dolorosi cambiamenti necessari per rendere l’Europa più competitiva nell’attuale sistema economico capitalistico globale. Nella peggiore delle ipotesi, invece, essa avrà irrimediabilmente ostacolato la più generale causa dell’Europa unita sviluppando un’amplia reazione contro l’integrazione. E a me pare che si stia andando verso la seconda possibilità, dato che è palese e manifesto come le condizioni economiche degli stati membri siano gravemente peggiorate all’indomani della introduzione dell’Euro. Altrettanto poco chiara è poi la valutazione del potere giapponese a livello mondiale. L’influenza giapponese nella politica mondiale sembra aver raggiunto il culmine poco prima del collasso dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) sulla scia della drastica rivalutazione dello Yen giapponese nei confronti del Dollaro statunitense messa a punto dal Gruppo dei Sette (G7) all’incontro del Plaza nel 1985. Decisa allo scopo di contenere il deficit commerciale degli Stati Uniti, la rivalutazione invece portò a un’ascesa apparentemente irresistibile del denaro giapponese nei mercati finanziari e immobiliari di tutto il mondo. Le banche giapponesi arrivarono a dominare le classifiche internazionali sui volumi d’investimenti, e gl’investitoti istituzionali giapponesi dettavano il passo nel mercato dei titoli del tesoro statunitensi. Insomma, a Wall Street e nella City di Londra, e intorno ai tavoli di discussione delle più prestigiose scuole di perfezionamento del mondo, c’era una presenza nuova, sicura di sé, che nessuno poteva ignorare. Questa presenza così sicura di sé insieme all’acquisto di proprietà americane di grande valore simbolico (quali il Rockfeller Center, la Columbia Pictures, la squadra di baseball dei Seattle Mariners, e buona parte della downtown di Los Angeles) fece sorgere negli Stati Uniti fosche preoccupazioni circa l’eventualità che le decisioni riguardanti il futuro della nazione sarebbero state prese a Tokyo e non a New York o Washington: le passate previsioni circa il configurarsi del Giappone quale potenza egemonica prima nel mondo sembravano insomma aver ferito giusto il colpo e centrato il bersaglio. Ma, nel breve volgere di 7 anni, queste fosche preoccupazioni sembrarono quasi ridicole. Caso mai, i giapponesi avevano esercitato troppo poco controllo sulle proprie acquisizioni americane, e avevano subito una perdita di molti miliardi di dollari nella maggior parte dei loro investimenti. E le perdite giapponesi sugli investimenti esteri causate da movimenti imprevedibili nei tassi di cambio furono anche peggiori. In parte come conseguenza di tali perdite, alla fine del 1990 i prezzi alla borsa di Tokyo crollarono e alla fine del 1992 avevano perso quasi il 55% del proprio valore. Nel 1991, infine, cioè poco dopo il crollo della borsa di Tokyo nel 1990, l’invasione irachena del Quwait aprì la crisi del Golfo e rese manifesta la debolezza politica giapponese. Anche quando la guerra esplose, agli inizi del 1991, il governo giapponese fu incapace di seguire una propria linea indipendente, e ancora una volta si accodò alla leadership degli Stati Uniti. Il Giappone era in definitiva una potenza economica di prima classe ma una entità politica di terza categoria. (Personalmente, mi sento di includere nel novero dei possibili candidati a raccogliere l’egemonia globale statunitense e al contempo di poter escludere da esso, almeno allo stato attuale dei fatti e della nostra conoscenza dei fatti, la Cina, benché essa sia il candidato ideale sotto tutti gli altri punti di vista, poiché non rispetta almeno un requisito del concetto di egemonia gramsciano, che ritengo il più valido come base metodica nello studio della teoria della politica internazionale e dei sistemi complessi, senza il quale si può parlare al massimo di “dominio senza egemonia”, per sostenere il quale la Cina non è ancora, militarmente, pronta.) Le difficoltà incontrate nell’identificare senza ambiguità uno stato forte nel periodo successivo alla fine della guerra fredda hanno condotto alcuni studiosi a sostenere che il potere di tutti gli stati stia declinando sotto l’impatto della sempre più intensa integrazione economica. Arriviamo così al secondo ambito di ricerca, che può costituire una ulteriore spia del cambiamento in corso nell’attuale crisi globale.

A riaprire il dibattito sulla relazione tra stati e capitalismo sono state alcune dichiarazioni di Charles Kindleberger risalenti al 1969 e atte ad dimostrare come lo stato-nazione come unità economica abbia fatto il suo tempo a causa della comparsa di un sistema d’imprese sovranazionali che non nutrono alcun sentimento di fedeltà nazionale né si sentono a casa propria in alcuno stato. Ma solo circa 20 anni dopo che la teoria di una generale sottrazione di potere agli stati da parte di forze economiche sovranazionali ha guadagnato un’ampia diffusione sotto il nome di “globalizzazione”. Nel periodo intercorso, in questi 20 anni cioè, l’aumento di operazioni all’estero da parte delle società multinazionali ha dato inizio a un processo di espansione e integrazione finanziaria su scala globale che ha acquistato uno slancio autonomo ed è diventato l’argomento più forte nell’armamentario dei sostenitori della teoria della globalizzazione. Secondo Fred Bergsten, quando si tenne l’incontro del G7 in Halifax nel 1995, gl’immensi flussi di capitale privato avevano ormai scoraggiato i funzionari dal fare un qualsiasi sforzo per contrastarli. Dopo aver citato Bergsten, Erik Peterson si chiede se questi flussi possano davvero essere contrastati in una qualche maniera, e parla di una imminente egemonia dei mercati globali. Via via che s’intensifica la competizione per il capitale globale, forze di mercato deterritorializzate (in primo luogo imprese, ma anche alcuni singoli individui) pongono vincoli sempre più stretti alle politiche economiche, anche a quelle delle più grandi nazioni, Stati Uniti inclusi. Secondo alcuni analisti, tra cui spicca la figura di Erik R. Peterson, tali organismi avranno un impatto anche sulla capacità degli Stati Uniti di portare avanti una efficace politica estera e di difesa, e determineranno la misura in cui Washington sarà in grado di mantenere il proprio ruolo di leadership mondiale. Coloro che sostengono la teoria della globalizzazione ritengono implicitamente che nessuno stato o gruppo di stati abbia davvero vinto la guerra fredda, e individuano piuttosto i vincitori nei detentori di capitali mobili senza vincoli di fedeltà verso alcuno stato. Nella situazione che si sta configurando, agenzie private di analisi finanziaria come Moody’s Investors Services esercitano una influenza che alcuni commentatori hanno paragonato a quella delle superpotenze militari. Commentando il crollo dei titoli messicani che fece precipitare la crisi finanziaria del Messico nel 1994-1995, Thomas Friedman ha azzardato che potremmo trovarci a vivere di nuovo in un mondo diviso tra due superpotenze: gli Stati Uniti e Moody’s: gli Stati Uniti possono distruggere un paese radendolo al suolo sotto le bombe, Moody’s può distruggere un paese declassando i suoi titoli. La teoria della globalizzazione cioè di una generalizzata perdita di potere da parte degli stati di fronte a forze economiche non territoriali, surnazionali e/o tranazionali, non è passata indenne da critiche, anche nelle sue versioni meno estreme. Pochi mettono in dubbio o discutono la crescente dimensione e velocità dei flussi di capitale attraverso i confini nazionali, ma molti criticano l’idea che questo incremento costituisca uno sviluppo qualitativamente nuovo o irreversibile nei rapporti tra stato e capitale. Alcuni critici hanno fatto notare che gli stati hanno attivamente partecipato al processo di integrazione e deregolamentazione dei mercati finanziari, prima segmentati su scala nazionale e regolati da una disciplina pubblica. Inoltre questa attiva partecipazione è avvenuta sotto l’egida delle ultime dottrine del nuovo liberismo dello stato minimo che erano state esse stesse sponsorizzate da alcuni stati (in particolare e in primo luogo dalla Gran Bretagna di Margaret Tatcher e dagli USA di Ronald Reagan). Poichè il supporto e l’incoraggiamento dello stato ha avuto un ruolo indispensabile nel processo di globalizzazione, si conclude che gli stati abbiano il potere d’invertire il processo, se solo decidessero di farlo. Senza dubbio, anche se trae origine dall’azione dello stato, la globalizzazione può aver acquistato un tale slancio da renderne la reversibilità da parte degli stati impossibile o indesiderabile a causa degli altissimi costi che implicherebbe. In ogni caso, tra gli studiosi non c’è accordo sulla misura in cui il processo di globalizzazione, reversibile o no, limiti realmente l’azione dello stato. Alcuni, addirittura, interpretano questo processo come l’espressione di un ulteriore rafforzamento degli USA. Anzi, molti aspetti del trionfo in apparenza globale dell’americanismo scaturito dal crollo dell’URSS sono essi stessi diffusamente percepiti come manifestazioni della globalizzazione. Le prove che molti portano a sostegno di questa teoria sono l’egemonia globale della cultura popolare statunitense e la crescente importanza di agenzie della governance mondiale (quali in “consiglio di sicurezza delle nazioni unite”, la NATO, il G7, il “fondo monetario internazionale”, la “banca mondiale”, e la “World Trade Organization” o WTO) enormemente influenzati dagli USA e dai loro più stretti alleati. Meno conosciuta, ma anch’essa assai significativa, è l’ascesa di una nuova dottrina giuridica nelle transazioni commerciali internazionali dominate dagli studi legali e dalle concezioni anglo-americane del diritto commerciale. La teoria per cui la globalizzazione sottrarrebbe potere agli stati è stata messa in discussione anche da critici che si concentrano sugli aspetti di lungo termine del fenomeno, e che scorgono molti déjà-vu nelle presunte novità dei recenti mutamenti nei rapporti tra stato e capitale. Wallerstein si è spinto fino a sostenere che la relazione fondamentale tra stato e capitale è rimasta la stessa attraverso tutta la storia del capitalismo, caratterizzata da imprese tranazionali che da un punto di vista strutturale mantengono oggi nei confronti degli stati la stessa posizione di quanto facessero le imprese globali che le precedettero, dai Fugger al manifatturieri di Manchester del 19° secolo passando per l’olandese “Compagnia delle Indie Orientali”. Più comune è la teoria secondo cui le trasformazioni che vanno sotto il nome di “globalizzazione” abbiano la loro origine nel 19° secolo. Secondo Paul Hirst e Grahame Thompson, se i teorici della globalizzazione ritengono che oggi abbiamo una economia in cui ogni parte del mondo è collegata da mercati che condividono informazioni quasi in tempo reale, allora tutto ciò ha avuto inizio non negli anni ’70 del Novecento ma un secolo prima: una volta che fu posata la rete di cavi telegrafici submarini, i mercati finanziari e gli altri principali mercati si trovarono a essere strettamente integrati, e in una maniera non sostanzialmente diversa dai mercati di oggi, collegati dai satelliti e dominati dai computatori elettronici. Di fatto, la differenza tra una economia internazionale in cui l’informazione commerciale viaggiava su navi a vela e una in cui è trasmessa dalla elettricità non è così decisiva come si potrebbe pensare. I commentatori ogni tanto dimenticano insomma che l’economia mondiale aperta di oggi non è una novità di questo secolo. Dopo avere esaminato le testimonianze esistenti, Robert Zevin conclude che ogni descrizione disponibile dei mercati finanziari nel tardo 19° e nel primo 20° secolo suggerisce che essi erano più integrati di quanto lo fossero mai stati prima e anche di quanto lo sarebbero stati dopo di allora. Di fatto, verso la fine di questa prima ondata di globalizzazione finanziaria, nel 1920, Moody’s già classificava titoli emessi da circa 50 governi, un numero che declinò rapidamente in seguito alla “grande depressione” e alla seconda guerra mondiale, ritornando su livelli simili sono di recente.

 

la geo-politica critica

I limiti dei lavori dei primi esponenti della geo-politica sono tanto evidenti da rende comprensibile un rifiuto di questo modo di osservare la realtà e la conseguente scelta di altri approcci intellettuali. Questa è stata la reazione dei geografi politici dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i presunti legami tra le idee della geo-politica e l’espansionismo tedesco portarono ad un allontanamento della teorizzazione di prospettive politiche, sostituite da un numero crescente di lavori quantitativi e tecnici. La geo-politica aveva sostituito la geografia politica nel cuore delle politiche imperiali e questo, anche se permise di ottenere più facilmente finanziamenti e riconoscimenti, portò ad una messa in discussione della natura indipendente della stessa geografia politica e determinò un’associazione tra le geografia e le pratica militariste e anti-democratiche che si erano viste in quei decenni.

A partire dagli anni Ottanta si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti della geo-politica, anche se da una prospettiva decisamente diversa da quella dei primi teorici di questa sotto-disciplina. Questo nuovo approccio ha preso il nome di geo-politica critica, poiché rifiutava e metteva in discussione le tesi tradizione, che si rifacevano ai fondatori della geo-politica, riportando la questione del potere all’interno dello studio dei testi geo-politici. La geo-politica non era un esercizio naturale, ma piuttosto il rifletto del potere dei geo-politici di descrivere e suddividere il mondo in un certo modo.

Alla base della geo-politica critica c’è il rifiuto della geografia come semplice atto descrittivo di un mondo esterno, che esiste indipendentemente dall’attività del ricercatore. Al contrario, gli esponenti di questa corrente credono che la geografia non si una descrizione del mondo, ma una scrittura del mondo. Questo approccio prende spunto dal filosofo francese Foucault, il quale riteneva che potere e conoscenza siano indissolubilmente collegati, sostenendo che nessuna relazione di potere esiste senza la creazione di un campo di conoscenza corrispondente, né ci può essere conoscenza che non presupponga e costituisca allo stesso tempo relazioni di potere. Si può quindi affermare che la prospettiva critica affronta la geo-politica come se fosse un discorso, una serie di rappresentazioni che svolgono la funzione di organizzare la conoscenza e dare forma alle azioni. Da questo punto di vista, non si può quindi considerare le idee della geo-politica come rappresentazioni neutrali del mondo, ma piuttosto come pratiche discorsive legate a strutture di potere e privilegi esistenti.

O’Tuathail mette in evidenza un aspetto ironico della geo-politica, ovvero il fatto che essa per affermarsi abbia eliminato la geografia e la politica. A questo fine, egli si concentra in particolare su de elementi della geo-politica stessa. Primo la geo-politica implica la sistematica cancellazione della geografia: nelle teoria geo-politiche i luoghi non sono evocati attraverso le loro storie e geografie eterogenee, ma vengo etichettati e categorizzati all’interno di un mondo omogeneo fatto di oggetti, attributi e modelli; interi continenti vengono ridefiniti solo in base alle proprie relazioni con i centri di potere, anziché sulla base dei conflitti, delle contestazioni e della visione del mondo dei loro abitanti. La geo-politica semplifica la superficie terrestre, riorganizzandola in modo essenziale in poche aree, identità e prospettive differenti. Questo processo di classificazione, in base alle forme di conoscenza occidentali, eleva il geo-politico ad unico individuo in possesso dell’autorità per descrivere la complessità di un mondo diviso e pericoloso. Il secondo fattore è la depoliticizzazione dei processi politici che la geo-politica mette in atto, presentando la conflittualità tra gli stati come un processo naturale, inevitabile ed eterno; questo è evidente nell’utilizzo del linguaggio neo-lamarckiano e della descrizione dei conflitti non come il risultato di processi economici e sociali complessi, ma come una conseguenza naturale, inevitabile, dell’ambiente fisico degli stati. In questo modo, la geo-politica sottrae la facoltà di scelta e la volontarietà delle azioni al conflitto sociale e preferisce fare affidamento su grandi narrazioni retoriche relative alla lotta degli stati per la sopravvivenza.

La geo-politica critica ci fornisce una serie di strumenti utili per analizzare alcune pratiche della geo-politica tradizionale, mettendo in luce come queste dunque abbiano cancellato la geografia e siano servite a depoliticizzare i conflitti. Per fare ciò, gli autori di questa corrente hanno guardato oltre i contributi dei fondatori della geo-politica classica, ricercando diversi ambiti di produzione della geo-politica ed individuandone tre: la geo-politica formale; la geo-politica pratica; la geo-politica popolare.

 

la geo-politica formale

Questa definizione si riferisce a quelle teorie che finora sono state descritte come appartenenti alla geo-politica classica, ovvero quelle prodotte da autori che definivano se stessi geo-politici. La geografa politica Mamadouh attribuisce ad esempi di geo-politica formale recenti la definizione di geo-politica classica, distinta da quella classica poiché si distacca dalla visione dello stato come organismo vivente in movimento, dal momento che i suoi confini oggi sono molto più rigidi. Nonostante questa differenza, l’approccio neoclassico continua a utilizzare termini come “interesse nazionale”, come se lo stato fosse un individuo, facendo corrispondere a questa visione proposte conseguenti di strategia politica.

 

la geo-politica pratica

Appartengono a questa categoria quelle idee geo-politiche utilizzate dai politici per l’attività di governo e per la politica estera. Possiamo ritrovarne degli esempi ovunque, nei discorsi dei leader politici, nelle dichiarazioni ufficiali dei governi, nelle interviste ai capi di partito. La messa in pratica della geo-politica, comunque, non è sempre così evidente o categorica e la forza della geo-politica pratica risiede proprio nella sua ordinarietà. Le idee geo-politiche sono spesso così semplici da essere invisibili, ma il loro ripetuto utilizzo nella pratica politica serve a rendere naturali certe categorizzazioni del mondo (binomio noi/loro, sviluppo/sottosviluppato). Queste frasi possono sembrare innocue, ma in realtà traducono specifiche prospettive politiche e legittimano importanti decisioni di politica estera.

 

la geo-politica popolare

Con questa definizione ci si riferisce alla comunicazione delle idee della geo-politica per mezzo della cultura popolare dello stato: cinema, libri, riviste. Attraverso questi mezzi, la geo-politica cessa di essere riservata alle elites politiche o intellettuali, e vien riformulata e trasmessa ad un pubblico più ampio, attraverso la pratica quotidiana. Per sottolineare l’importanza della geo-politica popolare, molti autori si sono ispirati agli scritti di Gramsci e, in particolare, al suo concetto di egemonia. Secondo Gramsci l’egemonia rappresenta il fondamento di un governo forte ed indica la sua capacità di governare la popolazione grazie al consenso, senza ricorrere alla coercizione. La geografa Sharp ha descritto il ruolo della cultura popolare nella produzione del consenso: l’egemonia non si costruisce solo per mezzo delle ideologie politiche, ma anche, in modo più immediato, attraverso la scrittura di un copione dettagliato delle semplici attività quotidiane di ciascuno. Il concetto di egemonia espresso da Gramsci attribuisce un ruolo di grande importanza alla cultura popolare, per la comprensione del funzionamento della società, grazie all’apparente banalità e alla scarsa conflittualità di queste produzioni culturali.

Esattamente come le grandi teorie ed i discorsi politici, anche gli strumenti della cultura popolare possono contribuire a costruire le idee dell’opinione pubblica sulla geografia della politica mondiale.

 

esempi pratici di geo-politica critica

Fin ora si sono utilizzati gli strumenti della geo-politica critica per attirare l’attenzione sul ruolo della geo-politica nell’annul­lare le differenze geografiche e depoliticizzare i conflitti e sull’influenza che questo ha avuto nella definizione delle politiche. Però, bisogna sottolineare che non si deve dare per scontato che i discorsi geo-politici causino determinate reazioni nella politica sul piano concreto. Piuttosto, la geo-politica influenza il dibattito politico, in modo da far sì che alcune politiche sembrino sensate e realizzabili, mentre altre vengono marginalizzate, dipingendole come irrealizzabili e poco plausibili.

1) La geo-politica della guerra fredda. Il termine guerra fredda viene utilizzato per indicare il lungo periodo di contrapposizione diplomatica tra gli Usa e l’Urss durato dal 1947 al 1991. L’immagine dello scontro tra l’ideologia democratica, votata al libero mercato, degli Usa e l’autoritarismo comunista sovietico è diventata lo sfondo di gran parte delle politiche globali della seconda metà del ventesimo secolo. Non dobbiamo però pensare che l’onnipresenza della guerra fredda nei discorsi corrispondesse alla sua diffusione reale o all’inevitabilità di questa situazione. Molti dei conflitti che hanno avuto luogo nel mondo in quel periodo sono stati interpretati alla luce di questa astratta e semplicistica contrapposizione. Il geografo Agnew ha identificato tre concetti geo-politici, che hanno svolto un ruolo fondamentale nella retorica americana della guerra fredda: il contenimento, l’effetto domino e la stabilità egemonica. La dottrina del contenimento si sviluppa a partire dal rischio che l’influenza dell’Urss, entità dalle evidenti mire espansionistiche, potesse infettare gli stati contigui con l’ideologia comunista. L’Urss era descritta come seduttrice e potenziale stupratrice, i cui istinti repressi potevano esplodere in qualsiasi punto dei propri confini, se non si fosse esercitata una costante pressione di contenimento. Il secondo concetto geo-politico individuato da Agnew, strettamente collegato al primo, è la teoria dell’effetto domino, secondo la quale ogni minaccia all’ordine mondiale, rappresentata dall’affermazione in uno stato di un governo comunista, avrebbe potuto diffondersi ad uno stato vicino, e così, uno dopo l’altro come le tessere del domino, tutti gli stati di una determinata area sarebbero potuti cadere sotto l’influenza (questo servì a giustificare l’intervento Usa in Vietnam). Il terzo concetto, è l’idea che gli Usa fossero i portatori di un’egemonia buona. Si descriveva il buon funzionamento del sistema economico e politico globale come necessariamente dipendente dal predominio degli Usa.

2) la dissoluzione della Jugoslavia. La dissoluzione della Jugoslavia generò aspri conflitti politici, soprattutto nella repubblica di Bosnia ed Erzegovina, caratterizzata da una popolazione eterogenea, composta da una mescolanza di Bosniaci musulmani, Croati e Serbi. Gli appartenenti ai primi due gruppi temevano ora di trovarsi in una condizione di inferiorità, in una Jugoslavia a maggioranza serba e, di conseguenza la Bosnia Erzegovina rivendicò la propria indipendenza. Questo mise in agitazione la minoranza serba in Bosnia, che cercò di istituire un territorio autonomo serbo in Bosnia, innescando violenti conflitti che durarono quasi quattro anni. Gli autori delle correnti critiche hanno studiato il modo in cui la guerra in Bosnia, è stata interpretata e rappresentata nei discorsi e nei resoconti delle elites politiche occidentali, dimostrando come alcune posizioni politiche siano state giustificate da questa geo-politica pratica, mentre altre furono screditate. La visione dominante, tra i leader politici occidentali, era quella per cui il conflitto in Bosnia era la conseguenza di antichi odi etnici; il fatto che questa spiegazione a noi possa sembrare quasi plausibile per giustificare quelle violenze dimostra il potere della geo-politica nel rendere naturali alcuni espedienti retorici interpretativi. I geo-politici critici sostengono la necessità di approfondire i presupposti teorici alla base di questa spiegazione del conflitto e le sue implicazioni per quanto riguarda l’atteggiamento politico internazionale nei confronti della guerra in Bosnia. La retorica degli antichi odi etnici depoliticizza il conflitto e annulla le sue specificità geografiche. Primo, attribuendo la causa della guerra agli antichi odi etnici, sembra che si suggerisca che la violenza è intrinseca nella popolazione bosniaca e che si manifesta per ragioni irrazionali e inspiegabili. Anziché far emergere la natura dei programmi politici nazionalisti, fatti di slogan opportunistici fondati su concrete preoccupazioni economiche e sociali della popolazione bosniaca, questa visione sembra assecondare il messaggio di questi slogan: una democrazia pluralista è impossibile in Bosnia, a causa della presenza di identità politiche antagoniste incompatibili. Questa rappresentazione sembra assumere che siano tutti i cittadini bosniaci ad essere nello stesso tempo vittime e carnefici. Ispirato a quest’immagine, l’intervento internazionale in Bosnia è stato attuato più in termini di soccorso umanitario, che di assistenza militare degli obiettivi politici di ciascun gruppo. Il secondo elemento che si vuole mettere in risalto è il fatto che l’idea degli antichi odi etnici ha contribuito alla cancellazione dei luoghi della Bosnia. La ricca storia sociale del paese è stata ridotta alla rappresentazione di un torbido passato di continui conflitti e aggressioni. Molti autori hanno evidenziato la creazione di una dicotomia noi/altri all’interno di queste narrazioni geo-politiche, con la contrapposizione tra un’Europa razionale e pacifica ed una Bosnia irrazionale e perversa (rappresentazione definita come balcanismo). Svariati studi hanno considerato criticamente questa dicotomia, esaminando le rappresentazioni dei Balcani nelle geografie immaginarie di viaggiato, scrittori, studiosi e politici dell’Europa occidentale. Certi immaginari letterari vengono spesso ritenuti irrilevanti dalla politica concreta degli affari internazionali, ma si vuole considerare invece come possano essere importanti, in due modi. In primo luogo, essi riflettono la geo-politica popolare, in quanto rappresentazioni culturali che ottengono il consenso del pubblico grazie a specifiche geografie ed identità inventate. Quando queste idee vengono arruolate al servizio della politica estera, troviamo più facile accettarle come vere. In secondo luogo, ci sono dei collegamenti diretti tra la geo-politica pratica e quella popolare (si dice che Clinton sia stato influenzato da un libro di Kaplan, che offre una lettura balcanista della storia della Jugoslavia, nella definizione delle sue politiche nei confronti dei Balcani).

 

l’antigeo-politica

La ricerca nel campo della geo-politica critica ha esaminato a fondo l’importanza delle relazioni di potere all’interno delle quali viene prodotta la conoscenza geo-politica, sottolineando in particolare come l’affermazione di una certa visione territoriale della realtà non sia tanto legata alla veridicità, quanto piuttosto al potere economico, politico o culturale delle idee del suo autore. Questa prospettiva, che ha portato l’attenzione sulla natura spaziale delle idee geo-politiche, rimane però comunque concentrata sulle pratiche e le tesi delle elites statali. Negli ultimi anni ha fatto invece la propria apparizione una nuova corrente, che prende spunto dalle teorie femministe per costruire l’antigeo-politica.

La prospettiva antigeo-politica mette in luce numero omissioni, presenti sia nella geo-politica classica, che in quella critica. La prima è l’assenza di resistenza alle traduzioni concrete della geo-politica. Secondo questi studiosi, la geo-politica critica offre una chiara decostruzione del discorso politico dominante, ma in essa raramente è presente la sensazione che esistano delle alternative. Il secondo limite della geo-politica è che essa è stata un’attività esclusivamente maschile, che ha annullato il ruolo delle donne, sia nella produzione delle proprie tesi, sia nelle pratiche di resistenza.

 

la resistenza

I recenti studi nel campo dell’antigeo-politica si concentrano sulle pratiche di quegli individui e quelle istituzioni che hanno cercato di resistere alle narrazioni geo-politiche egemoniche create all’interno degli apparati statali. Il geografo Routledge ha suggerito che il termine antigeo-politica faccia riferimento ad una forza culturale e politica ambigua, che appartiene alla società civile. Il riferimento alla società civile evidenzia il fatto che la conoscenza dell’antigeo-politica viene prodotta da realtà esterne allo stato ed agli interessi corporativi. Si tratta di visioni alternative della storia, che sfidano lo status quo e che vengono poste in due modi. In primo luogo, l’antigeo-politica sfida il potere geo-politico materiale degli stati o delle organizzazioni globali, resistendo al modello dominante di produzione capitalista. Inoltre, l’antigeo-politica resiste alle rappresentazioni geo-politiche imposte dalle elites, create e riprodotte per servire i loro interessi. L’antigeo-politica può dunque essere vista come un campo alternativo di produzione della conoscenza, che unisce una grande varietà di gruppi che combattono contro le idee geo-politiche dominanti dello stato.

Il conflitto in Bosnia veniva dipinto dai leader occidentali come la conseguenza di antichi odi etnici, descrivendo la Bosnia lontana, al di fuori delle preoccupazione e della morale delle popolazioni occidentali. Grazie agli articoli, che parlavano della cruda realtà in cui erano immersi quei luoghi, provenienti dal campo della giornalista O’Kane si è potuto squarciare il velo nella quale era stata avvolta la Bosnia, portando il conflitto bosniaco di fronte alla responsabilità morale di chi legge. È importante sottolineare come queste corrispondenze, provenienti direttamente dai luoghi dei quali si parla, mettano in luce l’importanza della ricerca etnografica nel campo della geo-politica, un lavoro che prende seriamente in considerazione versioni legate ai luoghi delle narrazioni territoriali dominanti.

 

una geo-politica di genere

Recentemente, alcune geografe politiche femministe hanno provato, in due modi, ad analizzare la geo-politica dal punto di vista delle sue connotazioni di genere. In primo luogo è stata messa in luce la grave assenza delle donne tra le figure di spicco, sia della geo-politica classica, che di quella critica. La pretesa di oggettività della geo-politica ha mascherato anche la sua ineguale connotazione di genere, intrinseca ai suoi concetti e alle sue teorie. In secondo luogo, gli approcci femministi hanno offerto visioni geo-politiche alternative, che andavano ben al di là delle tradizionali preoccupazioni per la sicurezza degli stati.

Sia nella geo-politica classica, che in quella critica, è evidente la quasi totale assenza di donne. Per quanto riguarda la tradizione classica può essere facilmente spiegato tenendo conto della natura patriarcale della produzione di conoscenza geografica degli imperi della fine del 19° secolo. Ma basta uno sguardo ai testi della geo-politica formale e pratica degli ultimi dieci anni, ancora dominata dagli uomini, per capire che non è possibile considerare le disuguaglianze di genere solo come un fenomeno del secolo scorso. L’attenzione della geo-politica per le politiche formali delle relazioni internazionali ha quindi escluso le arene informali delle partecipazione politica, nelle quali le donne svolgono invece un ruolo attivo e fondamentale (migranti lavoratrici). Secondo le autrici femministe, i geo-politici critici dovrebbero essere più attenti alla natura parziale della loro stessa produzione di conoscenza, che avviene all’interno di un ambiente accademico occidentale, a predominanza maschile.

I contributi femministi non si limitano ad un’osservazione critica delle discriminazioni di genere, ma offrono anche visioni geo-politiche alternative, a partire dalla messa in discussione dei luoghi in cui nasce la geo-politica, rovesciando l’idea diffusa che questa si svolga solo all’interno delle istituzioni formali, legate alla politica estera degli stati. Nello specifico, le geografe politiche femministe hanno spostato l’attenzione sulla natura geo-politica della vita di tutti i giorni, evidenziando il ruolo di pratiche e identità localizzate nel sostenere o contestare i discorsi geografici. Le prospettive femministe offrono quindi una visione alternativa della vita politica, che rifiuta le logiche scalari della retorica dominante, offrendo al loro posto una serie di racconti esplicitamente parziali, che rendono evidente la molteplicità di scale e di luoghi della produzione della conoscenza geo-politica.

 

conclusione

La geo-politica si occupa di visioni del mondo. Come tutte le idee, però, queste visioni del mondo sono condizionate dalla propria origine, sono descrizioni parziali, che descrivono il mondo in un modo utile a chi le esprime. La geo-politica critica, una prospettiva nata negli anni Ottanta, ha cercato di utilizzare diverse teorie sociali e culturali per esaminare e descrivere le relazioni tra potere e conoscenza, dalle quali deriva la produzione di idee geo-politiche. Alcuni studi recenti, però, soprattutto quelli legati alla tradizione teorica del pensiero femminista, hanno criticato la geo-politica critica in due modi: primo, ci si è chiesto se gli stessi autori della geo-politica critica si siano sufficientemente interrogati sulla propria posizione privilegiata e sui propri pregiudizi; secondo, alcune recenti riflessioni metodologiche hanno notato come spesso i geo-politici critici si siano concentrati soprattutto su testi e discorsi, tralasciando la realtà concreta. A partire da queste domande, è in corso un lavoro di correzione e ripensamento in questo campo, grazie anche all’utilizzo, da parte dei geografi politici, delle metodologie etnografiche, utili a comprendere la riproduzione e la contestazione quotidiana dei concetti della geo-politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

AL DI LÀ L’ESPLORAZIONE

la geografia dell’intangibile

 

METODOLOGIA DELLA GEOGRAFIA POSTMODERNA: ASPETTI TEORICI, METODOLOGICI E OPERATIVI

Le discipline geografiche hanno conosciuto negli ultimi decenni, e sempre più intensamente, un distacco pressoché completo tra lo studio degli aspetti naturalistici, ormai appannaggio di settori di ricerca altamente specializzati, e lo studio degli aspetti antropici. Si tratta di due grandi ambiti (ampiamente segmentati anche al loro interno) che utilizzano metodi completamente differenti e che si pongono obiettivi conoscitivi altrettanto divaricati, benché da più parti si lamenti il risultato negativo di una perdita di visione unitaria nello studio del sistema Terra, che non dovrebbe essere considerato se non in maniera unitaria. Le discipline che compongono il versante antropico della geografia si vanno collocando in maniera vieppiù decisa tra le scienze umane e sociali, con ampie intersezioni con la riflessione epistemologica, sociologica, economica, storiografica, linguistica, storico-letteraria, estetica, psicologica e via dicendo, per non considerare le implicazioni operative che hanno portato la geografia a contribuire alla gestione e alla pianificazione territoriale, urbanistica e politico-economica. Caratteristico degli ultimi anni è lo sviluppo impetuoso, benché talvolta effimero, di specifici ambiti di studio, come la geografia visuale o la geografia emozionale, seguiti massicciamente dalla comunità geografica internazionale.

Nell’ultimo decennio del 20° secolo si è allentata la tensione epistemologica e, per riflesso, ideologica che aveva caratterizzato il dibattito geografico a partire dagli anni Settanta, nel contesto disciplinare italiano e internazionale. Ruolo non secondario, in ciò, ha avuto la rivoluzione geo-politica che, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, ha visto l’implosione del sistema regionale ed economico di influenza sovietica, avvalorando, da un lato, le proiezioni teoriche in materia di entropia dei sistemi chiusi e ridimensionando, dall’altro, la contrapposizione frontale tra geografia neopositivista e geografia marxista o radicale. Le posizioni di quest’ultima sono state in parte raccolte dalla corrente definita come “postmodernismo”. In generale, la disciplina ha rivalutato la propria unità, avvalorata da posizioni di pensiero inclini a rivisitarne l’evoluzione e a sottolinearne i caratteri di prassi.

In tale direzione ha spinto anche il processo di globalizzazione, sostenuto dallo sviluppo delle reti, soprattutto immateriali, e degli strumenti connessi. In particolare i GIS (Geographical Information Systems) hanno accresciuto la domanda di informazione geograficamente referenziata, ossia riferita ai luoghi e trasferibile in banche dati di formato vettoriale. Il fatto che, almeno in un primo momento, proprio i geografi ne siano rimasti quasi paradossalmente estranei ha confermato l’esigenza di abbandonare posizioni autoreferenziali, che tendevano a estraniare la disciplina dagli interessi del mondo reale.

L’idea, peraltro, che i nuovi sistemi di comunicazione potessero annullare le distanze geografiche si è rivelata ben presto illusoria, restituendo importanti valenze alla geografia descrittiva; mentre le sempre più frequenti anomalie climatiche, unite a calamità di inusitata violenza (per esempio, il maremoto che ha colpito l’Asia meridionale nel dicembre 2004), pongono in evidenza la necessità di una visione complessiva dei fenomeni fisici e antropici che una specializzazione disciplinare troppo spinta rischierebbe di vanificare. La geografia dei contrasti e dei rischi naturali costituisce, pertanto, un campo di ricerca sempre più rilevante, nella misura in cui l’uso intensivo dello spazio rende maggiormente pesanti le conseguenze, anche economiche, di tali eventi. Altrettanto accade nell’ambito dell’organizzazione e pianificazione dello spazio geografico, dove la capacità di sintesi e la posizione di incrocio della geografia trovano apprezzamento da parte degli enti territoriali che, anche in Italia (come da tempo accade in Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Russia), affidano sempre più di frequente a geografi il coordinamento dei gruppi di lavoro per la pianificazione di area vasta, nella quale l’ampio spettro delle competenze geografiche gioca un ruolo strategico.

Dunque, non si pone in discussione l’individualità scientifica della geografia, proprio alla luce di quel percorso che, passando per una sempre più vasta interdisciplinarità e fino all’approccio interdisciplinario ai grandi problemi contemporanei, l’ha portata a consolidare una posizione di intersezione fra gli insiemi delle scienze naturali, delle scienze sociali e delle scienze logico-matematiche. Si ripropone, semmai, il problema della specificità di contenuti e metodi, che tuttavia il principio di sintesi geografica appare in grado di sostenere; e vale, a conferma, riproporne la classica definizione ripresa da un caposaldo della letteratura geografica italiana: <<Le scienze geografiche studiano i fenomeni empirici - distribuiti sulla superficie terrestre e interconnessi - negli insiemi spaziali da loro posti in essere.>> (U. Toschi: “geografia economica” [Milano, 1967]: p. 8). Essa coniuga, da un lato, l’osservazione diretta (metodo induttivo) delle interrelazioni fra ambiente naturale e società umane, dall’altro, l’analisi e definizione, a partire da teorie generali e modelli (metodo deduttivo), degli insiemi identificabili nello spazio regionale. La constatazione che la geografia deve privilegiare il profilo fattuale rispetto a quello teorico non induce, pertanto, ad abbandonare la costruzione di modelli derivanti dalla generalizzazione delle osservazioni empiriche. La descrizione conoscitiva e la classificazione dei fenomeni, infatti, comportano schemi di riferimento attraverso i quali l’approccio descrittivo sale di rango e coinvolge relazioni sempre più articolate. La formalizzazione di queste ultime continua a fare ricorso alle metodologie quantitative, divenute tuttavia maggiormente consapevoli della necessità di verifiche sul campo.

Oggetto di rivalutazione è anche il principio di causalità, il quale, lungi dal configurarsi come mero determinismo, porta ad analizzare catene coinvolgenti fenomeni fisici e antropici in processi di complessità crescente e nella diversificazione tra aree: base, a sua volta, di un auspicabile e in parte già attuale recupero della geografia comparata. Sviluppando il concetto di processo, si perviene (come detto) all’analisi sistemica, che rappresenta la saldatura teorica con il contesto interdisciplinare e di cui la fenomenologia geografica è campo di applicazione per eccellenza.

Per contro, appare eccessiva l’enfasi attribuita alla ’svolta culturalista’ in geografia, che occupa una parte cospicua della letteratura disciplinare nell’ultimo decennio del 20° secolo, prefigurando degli orizzonti di rinnovamento speculari all’abbandono dello scientismo positivista e funzionalista. Per la verità, concetti come luogo, simbolo, cultura appartengono alla geografia umana classica, dove già ai primi del Novecento trovavano piena espressione nel genere di vita e nella regione umanizzata di matrice possibilista. È altrettanto ovvio che tali concetti vadano reinterpretati alla luce del cambiamento geo-politico ed economico di fine secolo: per fare un solo esempio, l’intensificazione delle correnti migratorie comporta nuovi e spesso critici rapporti interetnici, religiosi, ma anche relazionali e produttivi, coinvolgendo sistemi urbani e rurali, centrali e periferici, globali e locali.

L’approccio culturale offre strumenti utili a tale reinterpretazione: tutte le forme di costruzione sociopolitica derivano dalla socializzazione di percezioni individuali che lo sviluppo economico ha fatto convergere nell’uso delle risorse e nella gerarchizzazione dei luoghi, alla ricerca di una mediazione che è mirata, da un lato, alla sopravvivenza delle popolazioni e, dall’altro lato, alla risoluzione dei conflitti. La modernità, intesa come paradigma urbano-industriale nell’ottica funzionalista, ha comportato l’omologazione dei generi di vita e il consolidamento di rapporti territoriali asimmetrici. All’inizio del 21° secolo, l’ormai avvenuta presa di coscienza dei limiti di tale modello di sviluppo porta a concetti di sostenibilità che trovano nella geografia culturale un forte punto di attacco per la valorizzazione dei localismi, nell’ottica di una più equilibrata utilizzazione del territorio. Quando, però, si arriva a negare l’oggettività dei luoghi, indulgendo a interpretazioni simboliche del tutto soggettive e presumendo che ne possa derivare la liberazione dai meccanismi di produzione del potere, si rievocano posizioni obsolete di radicalismo ideologico con le quali la geografia si è già confrontata in passato, senza pervenire a risultati effettivi: dunque, non si propone alcuna innovazione teorica.

Appare questo il limite fondamentale del postmodernismo geografico, oggetto anch’esso (secondo la corrente che vi si richiama) di una svolta che segnerebbe il nuovo approdo della geografia. Il rapporto tra spazio e tempo viene sostanzialmente ribaltato: la dimensione temporale dei processi che hanno generato trame, strutture e reti di fenomeni, centrati in vario modo sui luoghi, tende a essere sottovalutata rispetto alla dimensione simbolica, e sincronica, dei luoghi stessi. Lo spazio finirebbe così per prevalere sul tempo, e ciò darebbe maggiore risalto alla funzione della geografia, sottraendola a una sorta di dipendenza dalla storia. Stridente è il contrasto con posizioni mature di geografi che hanno attraversato l’intero percorso della evoluzione teorica della geografia nella seconda metà del 20° secolo: fra gli altri, P. Claval sottolinea come la dimensione simbolica della vita umana sia integrata nei processi sociali come pure nelle realtà spaziali, estendendosi dalle eredità culturali del passato al contesto geografico del presente e proiettandosi, di conseguenza, nelle scelte per il futuro. Altro limite dell’approccio postmoderno è l’impossibilità di organizzare il territorio nella misura in cui quest’ultimo può essere oggetto di un disegno ma non di un piano, il quale presupporrebbe una connessione razionale fra i significati simbolici. Si finisce, dunque, per rievocare i limiti di quella regione umanizzata proposta dalla geografia del primo Novecento, tanto armoniosa, unica, irripetibile e dunque immodificabile da dover essere abbandonata non solo dalla ricerca, ma dalla stessa realtà geografica, causandone il ribaltamento nell’isotropia funzionalista e la conseguente, altrettanto eccessiva, perdita di identità.

Fra i temi riemergenti nella ricerca geografica dell’ultimo decennio del secolo scorso è anche il paesaggio, le cui trasformazioni esprimono appieno il carattere complesso e interdipendente dei fenomeni geografici, rappresentando non soltanto la stratificazione ma in special modo l’organizzazione degli elementi territoriali e identificando pertanto, lungo una traiettoria processuale, lo stato puntuale del sistema regionale a un tempo dato.

Torna a proporsi, dunque, l’unità della geografia al di fuori di schemi e di correnti che finirebbero con il riprodurre i dualismi presenti nel passato (determinismo contro possibilismo, geografia ortodossa contro nuova geografia, approccio descrittivo contro approccio interpretativo) senza possederne i fondamenti epistemologici. L’apparato concettuale rivendicato dalla geografia culturale e, in generale, dal postmodernismo non solo non può definirsi originale, ma ancor meno può imporre la cancellazione dei paradigmi geografici stratificatisi nel tempo. Dunque, posizioni razionaliste e relativiste devono convivere e confrontarsi sui problemi reali del rapporto fra ambiente e società umane, il classico campo della scienza geografica. Si può dunque ben ragionare di rappresentazioni soggettive conservando un basamento di impianto positivista.

In questi termini, la base teorica e pragmatica della geografia si attaglia in pieno alla domanda di conoscenza che, più o meno consapevolmente, pervade l’intera società. Semmai, l’errore è stato abbandonarla, quasi rinnegandone la scientificità; o, per converso, limitare all’eccesso i riferimenti teorici, nella preoccupazione che essi potessero condizionare la libertà di osservazione del geografo. In quest’ultimo senso può intendersi quella sorta di isolazionismo che la geografia (ancora una volta, non solo italiana) ha avvertito, ed essa stessa alimentato, nei confronti di un quadro interdisciplinare sempre più diviso e addirittura dispersivo: nel tentativo di affermare la propria indipendenza, i geografi hanno forse trascurato di mantenere una visione della scienza come corpo unico, finendo con il frammentare la propria disciplina in componenti solo apparentemente specialistiche che sono aggregate di volta in volta, con pericolosi atteggiamenti di subordinazione, a campi disciplinari estranei.

Per tutti questi motivi, la domanda di conoscenza geografica poteva apparire latente nel momento in cui posizioni quantomeno discutibili adombravano, nel sistema scolastico italiano, la surrogazione della geografia da parte di una ‘sommatoria’ fra scienze della terra, sociologia ed economia (posizioni controbattute nel contributo “perché insegnare la geografia in una rinnovata scuola moderna e interdisciplinare” edito nel 1998 a cura del Centro studi del TCI). Al contrario, tale domanda ha trovato continui riscontri nel campo della divulgazione geografica, le cui opere non hanno mai cessato di riscuotere successo presso il grande pubblico. A ulteriore conferma, nella riforma dell’ordinamento universitario del 2001 la classe di laurea in scienze geografiche ha mantenuto piena autonomia, consentendo di formare geografi professionali in una decina di atenei.

In conclusione, tornano attuali parole scritte alla vigilia della crisi di fine secolo scorso: <<La geografia ha forse oggi capito i suoi confini e superato la sua crisi di crescenza, proponendosi come disciplina che si differenzia al variare dei suoi specifici e concreti oggetti territoriali ma si mantiene unitaria nel porre, a scale diverse, identici sfondi all’interno dei quali essi sono considerati". E ancora: "tra le varie discipline, la geografia è forse quella che identifica più abitualmente il proprio linguaggio scientifico con il parlare comune. Per un geografo, mare è mare, monte è monte: non ci sono fraintendimenti. È quindi una disciplina molto leggibile, con un linguaggio a volte pericolosamente semplice. A fronte di discipline mascherate da codici di comunicazione per addetti ai lavori, sembra talvolta una sorella povera. Ma uno dei suoi punti di forza sta proprio nella semplicità ed appropriatezza del linguaggio e nella conseguente possibilità di controllo che essa offre" (G. Corna Pellegrini: “perché la geografia oggi” in “aspetti e problemi della geografia” [Milano, 1987]: vol. 1: p. 5).

Il processo di globalizzazione ha conferito una rinnovata centralità alla dimensione territoriale dell’agire sociale e all’analisi dei fattori di territorializzazione delle stesse pratiche sociali. La ricerca geografica ha posto, nel corso degli ultimi quindici anni almeno, una sempre maggiore attenzione verso lo ‘spazio dei flussi’ e dunque verso l’osservazione e l’analisi critica di sistemi reticolari e dei connessi fenomeni di mobilità che attraversano la società e che si traducono in processi di tipo trascalario: dai movimenti di persone, merci e informazioni, alla circolazione di modelli di sviluppo e pratiche di governo. Sono questi forse tra i motivi principali che hanno permesso alla geografia umana di collocarsi al centro dei molteplici cambiamenti paradigmatici che hanno interessato le scienze sociali negli ultimi trent’anni: dalla svolta culturale a quella umanistica, da quella linguistica a quella iconografica si sono effettuate riflessioni costanti e trasversali ai diversi campi di ricerca sui concetti di territorio e territorialità. Tra le numerose questioni affrontate, alcune possono essere considerate centrali. La prima riguarda il grado di integrazione nella geografia umana delle ‘svolte’ nate in altri contesti disciplinari, la seconda attiene all’individuazione degli ambiti della geografia umana che, più di altri, sono stati coinvolti nei processi di cambiamento paradigmatico, la terza ha a che fare con la consapevolezza epistemologica di un’ontologia peculiare che l’essere umano sulla Terra fonda in ragione di un agire territoriale stimolato da bisogni, tecniche, sentimenti, visioni, istituzioni.

Nel corso di questi anni molte idee nate nei contesti della teoria sociale e della filosofia contemporanea sono dunque approdate in ambito geografico, così come diverse elaborazioni concettuali nate in senso alla geografia sono state riprese in ambiti disciplinari diversi. Questo intreccio di conoscenze e metodi della ricerca ha attivato e alimentato feconde linee di ricerca e nuovi campi teorici circa il ruolo delle pratiche spaziali, conferendo centralità nuova ai rapporti tra soggetto, attore e individuo. L’importanza del soggetto quale parte fondante degli studi geografici ha permesso, in effetti, avanzamenti teorici rilevanti nella geografia sociale e in quella economica, come testimoniano indagini e proposte teoriche attorno allo sviluppo locale, agli attori territorializzati, alla geografia della vita quotidiana, ai processi di governance. Nella stessa direzione possono essere interpretati gli impulsi generati dalla svolta linguistica, da quella iconografica, culturale, biografica, narrativa, interpretativa che notevoli ripercussioni hanno avuto nella geografia tramite l’attivarsi di riflessioni teoriche sulla geografia visuale, sul rapporto tra territorio e memoria, sull’etica dell’agire territoriale, sulle relazioni tra legalità e legittimità, sull’ordine giurisdizionale dei territori, sul controllo simbolico, materiale e organizzativo. La tradizionale geografia storica sembra aver assunto la necessità di costruire una narrazione geografica all’intersezione tra individuo, luogo e società, non solo come costruttori e protagonisti dell’agire storico, ma anche quali ‘soggetti’ attivi e imprescindibili delle continue trasformazioni del territorio, del paesaggio e del luogo. La geografia urbana, dal canto suo, ha operato un processo di ricostruzione degli approcci metodologici con l’intento di fornire risposte alla complessità delle trasformazioni urbane contemporanee e alla rinnovata centralità della città e della vita urbana. Una geografia urbana del soggetto abitante è quella proposta da alcune linee di ricerca recenti, che mettono in evidenza l’importanza in termini di conflittualità sociale, di pratiche dal basso, di movimenti politici e sociali. Uno degli apporti più rilevanti di questo approccio risiede nell’idea che al centro della riflessione debbano esserci le esperienze spaziali delle diverse soggettività sociali, con l’integrazione nel discorso del concetto di ‘abitare’ di matrice heideggeriana. In sostanza, si è sviluppata una proposta teorico-metodologica che vede il soggetto, la soggettività, i linguaggi, le immagini, i segni, le conflittualità, la costruzione di pratiche dal basso come parte integrante del contesto urbano.

Non si possono tralasciare, infine, gli avanzamenti teorico-metodologici, specificatamente di matrice geografica, avvenuti negli studi su ambiente e paesaggio, nel quadro delle più ampie teorizzazione sui diritti fondamentali e i beni comuni. In questa direzione, l’ambiente esprime la geograficità di una natura che non può essere ridotta alle sole funzionalità ecologiche; essa rappresenta l’insieme delle pratiche, delle visioni, delle aspettative, dei diritti e degli obblighi che le società umane assumono nei confronti della natura. Il paesaggio, dal canto suo, si rivela consapevolezza di un’armonia che regge l’organizzazione del territorio, conquista culturale delle popolazioni insediate e di quelle che lo fruiscono: un bene di certo non monetizzabile o commerciabile.

Nella moderna cultura geografica anglosassone, il dibattito sul postmoderno domina da ormai due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nel pensiero moderno, che costringe il libero fluire della vita all’interno di presunte categorie universali. Per la geografia postmoderna non è più possibile spiegare la realtà con un unico paradigma; perciò essa si propone di decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce i non detti e dare spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno attacca ogni pretesa di oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo, ne riconosce la natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva solo per mantenere la propria posizione egemonica. Nell’ambito delle scienze sociali questa impostazione ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista, come Richard Peet e David Harvey, hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità politica, esito inevitabile della critica radicale di ogni sapere come forma di potere che include ed esclude allo stesso tempo. Claudio Minca, tra gli altri, ha risposto alle critiche, sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione comporta potere, ma non che sia impossibile eliminarlo. Il progetto è realizzabile a partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui il potere è spazialmente e socialmente determinato. Il dibattito sul postmoderno domina la cultura geografica anglosassone da ormai due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il filone nasce dall’incontro tra il postmoderno statunitense e il poststrutturalismo francese, rifacendosi agli studi di Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Jean-François Lyotard. Alcuni degli autori principali di questo filone, spesso provenienti da una formazione marxista, sono Edward Soja, Brian Harley, Claudio Minca, Michael Dear e Gearóid Ó Tuathail per la geografia politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nelle possibilità del pensiero moderno, accusato di costringere silenziosamente il libero fluire della vita all’interno di categorie presuntivamente universali. Per la geografia p. non è più possibile spiegare la realtà all’interno di un unico paradigma e per questo si propone di decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce il non detto e dare spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno critica ogni pretesa di oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo; ne riconosce la natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva per mantenere la propria posizione dominante. Caduta ogni pretesa di oggettività del sapere, ogni gesto umano cade sotto la lente del punto di vista e diventa politico, in quanto espressione di una soggettività. Nell’ambito delle scienze sociali questo ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista come Richard Peet e David Harvey hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità politica, esito inevitabile della critica radicale a ogni sapere come forma di potere che include ed esclude allo stesso tempo, secondo quel processo proprio al pensiero occidentale che Derrida ha definito di identità e differenza, dove l’identità stabilisce un campo semantico dal quale escludere l’altro, cioè il differente. In definitiva, il postmodernismo critica l’autorità denunciando il sapere che la legittima come forma di potere del dominante sul dominato, così connotando l’autorità come autoreferenziale e priva di fondamento. Minca, tra gli altri, ha risposto alle critiche sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione implica un potere. Il progetto è possibile a partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui un potere è spazialmente e socialmente determinato.

 

CYBER-GEOGRAPHY E CYBER-SPAZIO

La cyber-geography studia le reti spaziali costruite dalle comunicazioni digitali, innanzitutto Internet, che creano quello che viene definito cyber-spazio. I flussi elettronici e telematici che caratterizzano il mondo contemporaneo portano i geografi a interessarsi delle geografia dei nuovi territori elettronici. Secondo uno dei pionieri della cyber-geography, Martin Dodge, esistono diverse geografie del cyber-spazio, che si occupano dell’impatto delle tecnologie digitali sullo spazio reale, ma anche dello studio delle infrastrutture fisiche, dei flussi di traffico, dei caratteri demografici delle comunità che nascono nel cyber-spazio, fino alla percezione degli spazi digitali. Per esempio, è possibile studiare la rete cartografando la diversa connettività a livello globale, il traffico di dati e le sue diverse tipologie di uso. Il tentativo di cartografare i nuovi cyber-spazi con cyber-mappe ci aiuta a comprendere i nuovi paesaggi informatici e a navigare al loro interno. I flussi elettronici evidenziano che esiste uno spazio alternativo a quello fisico, invisibile, che tende a ricomporre in unità frammenti di spazio fisico, secondo logiche differenti. La rivoluzione informatica ha permesso la nascita di nuove articolazioni spaziali delle relazioni di potere, in cui i luoghi si connettono tra loro senza avere necessariamente contiguità fisica. Si passa così dagli Stati nazione alle città globali, ossia a una rete di città appartenenti a Stati diversi, ma unite da funzioni simili. L’interazione sociale si smaterializza e si separa da ogni ubicazione fissa, al pari del consumo e della produzione. La cyber-geografia porta a guardare lo spazio con occhi diversi da quelli della tradizione cartesiana, in quanto il cyber-spazio è privo di un centro e di una forma fisica. I paesaggi virtuali influenzano e obbligano a vivere in modo diverso quelli fisici, in una coalescenza di visibile e invisibile che comporta una profonda revisione di ogni elemento della vita umana, dal sociale, al politico, all’economico.

 

GEOGRAFIA DI GENERE (GENDER GEOGRAPHY)

La “geografia di genere” è un filone di studi che propone un diverso approccio teorico e metodologico, legato alla nozione di genere come categoria sociale e come espressione di relazioni di potere, posto alla base di ogni costruzione e gestione dello spazio. Gli studi di genere in geografia hanno preso origine da interrogativi assai concreti: perché alcuni mestieri sono prettamente svolti da donne? Perché i ruoli di responsabilità sono soprattutto ricoperti da uomini? Perché gli utenti dei mezzi pubblici sono in maggioranza donne? Perché alcuni spazi pubblici di notte diventano appannaggio esclusivo degli uomini?

L’idea era di mettere in evidenza, come scriveva Simone de Beauvoir in apertura di “le deuxième sexe (1949), che <<non si nasce donna [o uomo]: lo si diventa.>> e che le differenze tra uomini e donne sono il risultato di una costruzione sociale. Alla fine degli anni Sessanta del 20° secolo il concetto di genere si fa strada nel campo della psicoanalisi e della sociologia, soprattutto negli Stati Uniti, ove le femministe rivendicano la presenza delle ‘donne’ come soggetto e oggetto di ricerca scientifica, che fino allora si declinava esclusivamente al maschile neutro. L’odierna accezione di gender è stata poi puntualizzata da una sociologa anglosassone, Ann Oakley (in “sex, gender and society” del 1972) e, alla fine del secolo scorso, gli studi di genere in Europa hanno attaccato l’ideologia naturalista della differenza tra sessi, in base alla quale alla sfera maschile è in qualche modo assegnato un valore superiore rispetto a quella femminile.

Oggi sono ormai tutte le scienze umane e sociali a occuparsi di problematiche di genere, non più necessariamente legate alla sola dimensione femminile, poiché l’orizzonte di ricerca si è allargato alla costruzione sociale delle differenze di comportamento e di relazione legate al sesso e all’identità sessuale. Fin dalle prime fasi di socializzazione di bambine e bambini, tale costruzione delle differenze si evidenzia in tutte le declinazioni spaziali (usi, percezioni, rappresentazioni, fruizioni differenziate, discriminanti o addirittura esclusive di certi tipi di luoghi) dell’insieme delle attività sociali (lavoro professionale e domestico, spostamento, formazione, tempo libero ecc.). Il genere non è dunque più inteso come un attributo duale, bensì come un nuovo paradigma, un sistema dinamico che può fungere da chiave per individuare, entro lo spazio di relazione, le relazioni di potere, così come le classi, le etnie, l’età e così via.

 

GEOGRAFIA VISUALE

Varie sono le sfumature assunte dalla geografia visuale, ma due sono le principali accezioni del termine. Da una parte, si parla di geografia visuale quando si fa particolare uso dei supporti visivi nell’ambito della ricerca geografica, della descrizione e interpretazione, ma soprattutto nella divulgazione delle informazioni (i supporti visivi in questione comprendono immagini fisse, quali disegni, fotografie o qualsiasi elaborato grafico, così come immagini in movimento, quali quelle da filmi, da serie televisive, da caroselli pubblicitari). Dall’altra, la geografia visuale è per alcuni una sorta di nuovo filone della geografia, che integra completamente la dimensione visuale, in tutte le sue espressioni, nella costruzione dei suoi oggetti di ricerca. Documenti visuali hanno da sempre affiancato gli studi geografici, caratterizzati da una perenne oscillazione tra scrittura e rappresentazione grafica del mondo. Le primissime immagini geografiche sono state le carte, ma non va dimenticata la pittura (rappresentazioni di paesaggi rurali, urbani, industriali, litorali, reali o inventati). Nel corso del 18° secolo si è diffuso l’utilizzo delle immagini in rilievo sulle carte (uso del tratteggio ombreggiato) e nel 19° secolo si sono affermate prima l’incisione e in seguito la fotografia, passando dalla cartografia tematica a colori a quella in tre dimensioni, per giungere alla fine del 20° secolo all’immagine animata, interattiva o puramente virtuale. Ai giorni nostri i geografi, a prescindere dal livello di adesione alla geografia visuale, si devono confrontare con l’aumento esponenziale dell’uso che la società fa delle immagini e con la varietà dei loro supporti e provenienze. Tale profusione di stimoli visivi ha offerto nuove opportunità scientifiche per osservare, interagire e, soprattutto, per comprendere la realtà.

Secondo l’impostazione metodologica scelta da chi pratica la geografia visuale, si ricorre regolarmente ai supporti audiovisivi come importante strumento di analisi geografica, in particolare nelle ricerche sulla costruzione territoriale e la relativa organizzazione sociale. In altri casi si studia invece quanto la sfera visuale stessa partecipi alla costruzione della realtà geografica, ovvero si studia la dimensione per-formativa delle immagini (per esempio, come un film o un manifesto pubblicitario inducono in determinati territori una frequentazione turistica, che comporta poi un cambiamento e una riorganizzazione di quegli stessi luoghi).

 

GEOGRAFIA EMOZIONALE

Orientamento che studia territori e paesaggi sulla base non degli elementi fisici o sociali oggettivi, ma della percezione soggettiva ed emotiva che di essi hanno gli individui e le collettività che ne fruiscono stabilmente (residenti) o temporaneamente (viaggiatori). L’interesse è posto sulle emozioni che possono essere definite geografiche, che cioè sorgono più o meno direttamente in dipendenza da motivazioni territoriali, o geograficamente rilevanti, provocando interventi preventivi o attuativi sul territorio. Un territorio emotivo è lo spazio geografico che ha generato e rimane in grado di suscitare emozioni consistenti, e ciò in virtù di due componenti: quella naturale, cioè gli elementi fisici, biologici, astronomici più caratteristici del luogo, e quella umana, con il suo corredo storico-culturale e artistico. La geografia emozionale, che si suole far risalire all’“atlante delle emozioni” di Giuliana Bruno pubblicato nel 2002, prende le mosse dal mutamento di prospettiva indotto dalla geografia della percezione sulla spinta dell’epistemologia filosofico-psicologica, che ha spostato l’attenzione sulla soggettività dell’esperienza e della conoscenza quale componente di pari importanza rispetto alla tradizionale scienza positivista e razionalista. La geografia emozionale intende caratterizzarsi come disciplina a partire dal presupposto che il ‘sentire’ sprigionato dai luoghi rappresenti un aspetto caratterizzante del territorio, da comprendere e studiare onde restituire un’immagine di esso il più possibile completa. E questo poiché le emozioni, oltrepassando l’individuo, vanno a sedimentarsi nella coscienza collettiva, divengono patrimonio culturale e fattori di identità, assumendo un ruolo profondamente sociale, dato che sono in grado, agendo sugli individui, di agire anche sui luoghi. Dai presupposti della geografia emozionale scaturiscono esperienze innovative di cartografia, come il biomapping, modello cartografico di descrizione dei luoghi basato sulle reazioni emotive da essi suscitate.

 

GEO-STORIA

Filone di studi che esamina i temi e i problemi della geografia in prospettiva storica e che, nelle sue manifestazioni più convinte, tende a sviluppare modelli di analisi in grado di assumere e restituire insieme elementi spaziali e temporali.

Tradizionalmente approfonditi, e recentemente inno-vati, sono gli studi di storia della cartografia e del pensiero geografico, di geografia storica, e di storia delle esplorazioni, con le conseguenti relazioni di viaggio: con indagini che mirano a ricostruire le radici del presente con finalità pratiche, sia nell’esame della comunicazione del sapere, sia nell’analizzare la gestione del territorio avvenuta in passato, sia nel rintracciare le origini di tradizioni culturali e materiali del mondo attuale. In tutto questo, sembrano ormai superate le tradizionali polemiche di matrice nazionalistica attorno a improbabili ‘primati’ di specifiche scuole cartografiche o di singole persone impegnate nelle scoperte: il punto di svolta può essere indicato nelle celebrazioni del 500° anno dalla scoperta dell’America.

Le nuove tecniche di riproduzione digitale dell’immagine hanno permesso una vera e propria rinascita dell’interesse verso le carte geografiche realizzate in passato, considerate non soltanto come meri strumenti, ma anche come apparato simbolico di una percezione complessiva: l’interesse del pubblico è confermato dal successo delle grandi mostre degli ultimi anni, e da libri che sono diventati veri e propri best seller. La possibilità di riprodurre mappe tematiche con nuovi strumenti digitali ha permesso anche in questo ambito che i documenti fossero a disposizione di una platea di utenti sempre più ampia. Negli ultimi dieci anni è poi aumentata enormemente la quantità di database e di scansioni della cartografia storica accessibili, facilitando il reperimento di fonti idonee alla ricostruzione delle identità geografiche locali a vari livelli trascalari: dal rione o quartiere, alle aree di produzione tipica, anche in ambito agroalimentare, fino alle proposte delle cosiddette regioni alternative.

Recentemente, la geo-storia ha acquistato nuova rilevanza anche nelle vertenze geo-politiche attuali. Per esempio, i diplomatici cinesi tendono ad attribuire molta importanza ai documenti cartografici del passato e alle eredità delle esplorazioni: così, nelle controversie sul possesso delle isole nel Mar Giallo Meridionale, le parti spesso invocano come ‘prova’ l’attribuzione di possesso riferita dalla cartografia antica; per altro verso, i diplomatici cinesi ritengono molto importante presentare la Cina odierna come erede delle esplorazioni medievali dell’ammiraglio Zheng He, secondo un’interpretazione storiografica che vorrebbe differenziare il ruolo cinese rispetto alle scoperte e alle colonizzazioni occidentali, in quanto queste ultime sarebbero state effettuate dalle potenze imperialiste europee solo per aggressiva avidità. Questo tipo di ricostruzione geo-storica è funzionale alla propaganda del cosiddetto “Beijing consensus”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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