"LA FACCIA DELLA TERRA"
Manuel Omar
Triscari
LA FACCIA DELLA TERRA:
il lungo viaggio della geografia
dalla corografia alla geo-politica (e oltre).
OLTRE L’ESPLORAZIONE
la fine dell’epoca delle grandi esplorazioni
LA FINE DELL’EPOCA
DELLE GRANDI ESPLORAZIONI
Conclusa ormai da tempo l’epoca delle “esplorazioni”
e delle “scoperte” geografiche, e iniziate da due decenni le spedizioni al di
là dell’atmosfera (quindi, per definizione, extra-geografiche), non per questo
la geografia rinuncia al viaggio e alla ricerca sul terreno come strumenti di
lavoro scientifico. Qualche esplorazione vera e propria continua in aree
anecumeniche o comunque appartate, come le catene montuose più impervie, i
deserti e soprattutto le terre polari. Ma non si tratta più, ormai, di
individuare oggetti geografici sconosciuti, e neppure di verificarne l’esatta
posizione o le caratteristiche: quest’ultimo compito è svolto egregiamente, già
da tempo, dalla nuova cartografia, che si avvale sempre più delle fotografie
scattate dai satelliti artificiali, rielaborate oggi non solo automaticamente
ma anche elettronicamente. Oltre che lavorare come fotografi, i satelliti, che
orbitano ad altezze variabili fra i 1000 e i 35000 km., vengono utilizzati come
nuovo strumento di triangolazione. I progressi del tele-rilevamento includono
la produzione di immagini nell’infrarosso e nelle micro-onde, utili fra l’altro
per la valutazione delle risorse del territorio fotografato.
L’esplorazione è dunque oggi piuttosto un
viaggio di ricerca, la cui peculiarità consiste nel fatto che si svolge in aree
difficili per caratteristiche morfologiche e/o climatiche: com’è il caso, per esempio,
della spedizione organizzata da A. Desio nel Karakorum nel 1988. Alle
esplorazioni partecipano, come del resto anche in passato, non solo e non tanto
geografi, quanto cultori di altre discipline, per esempio militari e sportivi.
Queste avventure sono motivate, ancora una volta non diversamente che nel
passato, da interessi economici, strategici e politici. Esemplare in questo
senso l’esplorazione dell’Antartide, di gran lunga la maggiore fra le imprese
del genere compiute negli anni Ottanta.
Già nella seconda metà degli anni Settanta le
spedizioni in Antartide si erano intensificate, anche con iniziative italiane
alle quali avevano partecipato i geografi fisici G. Cortemiglia, A. G. Segre e
R. Terranova. Cresceva l’interesse per le risorse naturali del continente, e al
vecchio trattato del 1959, stipulato in base a preoccupazioni prevalentemente strategiche
e rivolto a evitare una possibile militarizzazione dell’Antartide, si
aggiungevano nel 1980 una convenzione internazionale per la conservazione delle
risorse marine antartiche e, nel 1988, un’altra convenzione per la
regolamentazione dello sfruttamento delle risorse minerarie. Nel frattempo,
allettati dalle une e dalle altre risorse, ben 25 paesi si erano aggiunti ai 12
primitivi firmatari del trattato, e fra questi l’Italia nel 1980.
I paesi che maggiormente si sono segnalati per
l’attività esplorativa sono gli Stati Uniti e l’ex Unione Sovietica, che hanno
installato in Antartide un certo numero di basi permanenti, abitate per tutto l’anno,
per esempio la base statunitense significativamente chiamata Amundsen-Scott, localizzata
proprio al Polo Sud. Anche l’Italia dispone ormai, dal 1987, di una base
permanente, costruita, previo accordo con il governo neo-zelandese, in una
località costiera dell’orbe Victoria a 75 gradi di latitudine. A partire dalla
metà degli anni Ottanta, grazie a un apposito provvedimento legislativo
approvato nel 1985, le spedizioni italiane hanno assunto carattere di
regolarità e di sistematicità, portando avanti un complesso programma di
ricerche pluridisciplinari (oceanografia, climatologia, biologia, e simili)
spesso altamente specializzate. Vi hanno partecipato geografi fisici come M.
Meneghel, G. Orombelli, C. Smiraglia, G. Zanon.
Di che cosa
si occupa dunque la geografia oggi? La geografia è scienza antica e nel corso
del tempo ha visto ampliare i suoi ambiti per cui, al pari di altre discipline,
se ne può ripercorrere l’evoluzione. Il termine geografia deriva dalla lingua
greca e significa “descrizione dell’orbe”. In relazione a questa iniziale
definizione la geografia è stata considerata dall’età antica fino a quella moderna
una scienza essenzialmente descrittiva, mentre per l’influenza illuministica e
poi nel corso dell’Ottocento i geografi hanno volto la loro attenzione alle
cause dei fenomeni fisici e umani studiati. Come si vedrà, lo sviluppo degli
studi geografici, soprattutto dal punto di vista teorico, ha arricchito ed
ampliato gli ambiti epistemologici della geografia dando spazio ad analisi
sempre più puntuali e approfondite. In tal modo la geografia da disciplina
descrittiva è andata proponendosi come scienza che interpreta i processi
spaziali e analizza le relazioni territoriali. Essa si occupa in modo
principale dell’umanizzazione del pianeta Terra e delle complesse relazioni tra
le comunità umane e gli ambienti. Inoltre, non limitandosi alla sola
descrizione, è sempre più interessata ad essere prospettica nel senso di
preoccuparsi del futuro assetto dei territori partecipandone alla
pianificazione. Per i diversi obiettivi che si è posta e si pone la geografia
interagisce continuativamente con la cartografia, la scienza che si occupa
della rappresentazione territoriale. Già
da queste iniziali indicazioni, si comprende quanto la storia del pensiero
geografico sia complessa sicchè si rende necessario ripercorrerla per comprenderne
in modo puntuale lo sviluppo e gli ambiti d’indagine.
ISTITUZIONI E PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE
pubblicistica e informazione geografica
Esiste, dal 1922, un organismo mondiale, l’Unione geografica
internazionale (UGI), che all’inizio del 21° secolo raggruppa
rappresentanti di un centinaio di paesi e le cui funzioni essenziali sono: la
promozione e il coordinamento delle ricerche geografiche; l’organizzazione dei
congressi geografici internazionali e di altre riunioni che diano ai geografi
di tutto il mondo la possibilità di incontrarsi, confrontarsi e fare il punto
sullo stato dell’arte. La seconda delle due funzioni è svolta in modo puntuale
e, nel complesso, soddisfacente. La funzione di coordinamento degli studi,
affidata a commissioni e gruppi di studio, di fatto è molto modesta, e la
ricerca geografica procede in larga misura piuttosto per scuole nazionali,
anche se esiste un consenso generalizzato su un ristretto numero di temi e
problemi emergenti. L’UGI non dispone di proprie pubblicazioni scientifiche, ma
solo di stampa d’informazione. Sedi di diffusione della ricerca restano i
numerosi periodici geografici dei vari paesi, tra i quali alcuni editi da lunga
data e ben noti per l’alta qualità dei loro contenuti (a titolo di esempio, il
francese “annales de
géographie“, il “the
geographical journal“ organo della Royal Geographical Society
di Londra, il “the geographical review” edito dall’American
Geographical Society, e il tedesco “geographische
zeitschrift” a cui se ne affiancano altri più recenti, ma che hanno
acquistato notorietà e prestigio per la loro carica innovativa come “l’espace géographique” in Francia o
per i loro importanti contributi metodologici come i britannici “progress in physical geography” e “progress in human geography”. Parecchie
delle principali riviste di geografia sono organi ufficiali di società
geografiche, a riprova dell’importanza che tali istituzioni, per lo più fondate
nell’Ottocento e a lungo legate alla vecchia geografia esploratrice, conservano
ancora nell’organizzazione degli studi geografici.
Inoltre, va ricordata la fondazione, a Bruxelles, nel 1997, di una Società Europea
per la Geografia (EUGEO: European Society for Geography), sorta di
federazione tra le società geografiche di vari paesi dell’Unione.
In Italia gli studi geografici sono condotti in assoluta prevalenza nel
mondo accademico. L’Associazione dei Geografi Italiani (AGeI) è l’organo cui
sono demandate funzioni di coordinamento della ricerca. Altre importanti
istituzioni scientifiche o professionali sono l’antica Società Geografica
Italiana (che dall’ultimo decennio del 20° secolo si è segnalata per un
rinnovato fervore nella promozione di iniziative e nella pubblicazione di
risultati di ricerche), la fiorentina Società di Studi Geografici, l’Associazione
Italiana degli Insegnanti di Geografia (impegnata soprattutto nella ricerca
didattica e nella tutela dell’insegnamento della geografia nelle scuole), l’Associazione
Italiana di Cartografia, l’Istituto Geografico Militare. Tali istituzioni
pubblicano periodici di grande interesse, tra cui il “Bollettino della Società Geografica
Italiana” (di notorietà internazionale, stampato ininterrottamente dal
1868) e la “Rivista
Geografica Italiana” (organo della Società di Studi Geografici).
Benemeriti, per la produzione cartografica e le numerose pubblicazioni di
carattere geografico, sono il Touring Club Italiano e l’Istituto
Geografico De Agostini, nonché alcune altre case editrici che hanno dato vita a
collane di volumi geografici.
Altro organo geografico internazionale sono la Home of Geography (HG), fondata nel 2000 a Roma come sede
permanente e archivio della Geographical
Union (IGU) e ospitata nella Società geografica italiana. Quest’ultima ha
organizzato congressi a L’Aia (1996), Seoul (2000) e Glasgow (2004, dove è
stato eletto per la prima volta alla presidenza dell’IGU un italiano, A.
Vallega), e conferenze regionali a Praga (1994), L’Avana (1995) e Lisbona
(1998).
Nel 2005 l’IGU ha annoverato ben 34 commissioni
scientifiche, su tematiche comprendenti fra le altre geo-morfologia, bio-geografia,
climatologia, evoluzione dell’ambiente, terre aride e fredde, sistemi costieri
e montani, sostenibilità delle risorse idriche, geografia del mare, analisi del
paesaggio, geografia culturale, mobilità umana, dinamica degli spazi economici,
sviluppo locale, globalizzazione, geografia urbana, geografia politica,
geografia applicata, didassi della geografia. Inoltre è stato avviato un
programma di ricerca quadriennale sullo sviluppo umano del Mediterraneo, a
rimarcare lo spostamento di quel baricentro degli interessi disciplinari che,
in precedenza, ricadeva soprattutto nell’area anglofona.
A sua volta, la Società geografica italiana produce (dal 2003) un
rapporto annuale, le cui prime tre uscite sono state dedicate all’analisi del
fenomeno migratorio, alle infrastrutture di trasporto e, appunto, al ruolo dell’Italia
nel Mediterraneo.
Nel panorama della pubblicistica geografica, mentre la “Bibliographie Géographique Internationale”, cambiata
struttura e organizzazione, continua a costituire un pur criticabile punto di
riferimento informativo, nuovi periodici internazionali di forte spessore
scientifico hanno visto la luce negli anni Settanta e Ottanta. In Italia non si
nota niente di paragonabile, e se il “Bollettino della
Società geografica italiana” e la “Rivista Geografica Italiana” restano
all’altezza della loro dignitosa tradizione, l’innovazione è frenata in genere
da remore istituzionali, accentuati particolarismi, vecchi e nuovi conformismi.
organi di ricerca e istituzioni
scientifiche
Indipendentemente dalla partecipazione più o meno intensa dei geografi
alla residua attività esplorativa, l’organizzazione della ricerca geografica si
è fatta più intensa e strutturata sul piano internazionale. Significativi passi
in avanti sono stati compiuti ai congressi plenari organizzati dall’Unione
Geografica Internazionale a Mosca (1976), Tokyo (1980), Parigi (1984), Sydney
(1988) e Washington (1992), sotto la guida di una dirigenza che si fa sempre
più anglosassone o almeno anglofona: i quattro presidenti dell’UGI succedutisi
negli anni Ottanta sono un inglese, un nigeriano, un australiano, e uno
statunitense. La comunità scientifica internazionale dei geografi si è fatta
più numerosa, con circa un migliaio di dipartimenti o istituti scientifici e circa
10.000 studiosi censiti nell’Orbis Geographicus 1988-1992, una
fonte prudente, sicuramente in difetto ma ben più organizzata, più integrata,
più consapevole della necessità di una stretta cooperazione internazionale e di
forti tensioni scientifiche come uniche vie per il progresso della disciplina.
Di tali cooperazioni e tensioni si sono fatti strumento le Commissioni
scientifiche e i Gruppi di lavoro dell’UGI, organismi specializzati che hanno
organizzato e fatto notevolmente progredire la ricerca internazionale in
settori come la geo-morfologia, la geografia urbana, la geografia dei trasporti
e del turismo, la storia del pensiero geografico, e di altre branche del sapere
geografico.
Anche in Italia, su scala più modesta, la ricerca geografica si è fatta
più intensa e più strutturata. Circa 500 geografi operano in una cinquantina di
istituti e dipartimenti universitari, collegati fra loro (nonostante persistenti
remore isolazionistiche) tramite l’Associazione dei geografi italiani, che ha
anche organizzato con successo diversi gruppi di ricerca. Sempre valida l’azione
delle tradizionali società geografiche, in particolare la romana Società
geografica italiana. Sede tradizionale della ricerca è costituita dai congressi
geografici italiani che si sono succeduti nel corso dell’ultimo quindicennio
(Catania 1983, Torino 1986, Taormina 1989, Genova 1992).
LA SCOPERTA DEL MONDO
breve storia della geografia
PREAMBOLO
Disciplina (per molte delle sue parti appartenente al gruppo delle
cosiddette scienze dell’orbe) che, in prima approssimazione, si può definire
come quella scienza che ha per oggetto la descrizione, lo studio e la
rappresentazione dell’orbe, con riguardo sia ai fenomeni che su essa avvengono,
sia alle attività umane. La geografia è una scienza piuttosto complessa, con
molte partizioni, quali, giusto per fare un esempio, la geografia astronomica o
matematica (che consiste nella descrizione dell’orbe come corpo del Sistema
Solare, delle sue dimensioni e dei suoi movimenti, ed è pertanto strettamente
connessa e per vari aspetti derivante dalla geodesìa e da alcune parti dell’astronomia)
e la geografia fisica, che studia le caratteristiche morfologiche della
superficie terrestre, nonché la distribuzione su essa dei fenomeni fisici
(acque correnti, venti, fenomeni meteorologici, terremoti, e simili) che ne
influenzano le caratteristiche ed è tradizionalmente divisa in geo-morfologia,
idrografia e climatologia (e la sovrapposizione della geografia con alcune
parti della geofisica e della geologia è qui fortissima).
Approfondendo, la geografia può essere definita più precisamente quale
scienza che ha per oggetto la descrizione interpretativa della superficie
terrestre o di sue parti, intendendo per “superficie terrestre” lo spazio
tridimensionale 1) in cui la massa solida dell’orbe (o litosfera) e quella
liquida (o idrosfera) vengono a contatto con l’involucro gassoso (o atmosfera)
che la circonda, 2) in cui si sviluppa la vita vegetale e animale, e 3) in cui in
fine si fissano le sedi e si svolgono le attività umane. Pur attingendo
largamente a dati delle scienze naturali e di quelle umane, la geografia si
colloca in una posizione originale rispetto alle une e alle altre: non studia i
fenomeni fisici né le società umane, ma prende in considerazione gli uni e le
altre in quanto agenti responsabili della fisionomia e dell’organizzazione dei
territori. Pertanto, un ghiacciaio, una foresta, una città saranno studiati dal
geofisico, dal botanico, dall’urbanista, ma nessuno di costoro perverrà alla
lettura globale del territorio di cui quegli oggetti sono parti integranti,
donde la necessità di una disciplina diversa, non naturale né umana, bensì ‘territoriale’,
quale appunto va considerata la geografia.
Lo studio geografico, per la sempre crescente necessità di
specializzazione, è spesso settoriale, rivolto ad alcune soltanto delle
numerose componenti del territorio. È quindi opportuno tener presente la
tradizionale partizione della geografia in diverse branche e in particolare
nelle due fondamentali, la geografia fisica e la geografia umana. 1)
La geografia fisica studia gli aspetti della superficie terrestre
legati ai fenomeni naturali, tra i quali assumono particolare rilevanza le
forme del suolo. Di queste la geo-morfologia chiarisce le cause e la genesi,
tenendo conto di dati strutturali e dell’incessante azione esercitata dagli
agenti geo-dinamici. Alla geo-morfologia si affiancano altri importanti settori
di ricerca geo-fisici: lo studio delle acque (idrologia marina e continentale),
non solo come componenti della superficie terrestre, ma anche per il loro
intervento nella morfo-genesi; quello dei climi (climatologia), fattori
essenziali dei processi morfo-genetici, della vita vegetale e animale, del
popolamento umano e di molte attività economiche; quello delle formazioni
vegetali spontanee e dei loro rapporti con i climi, con i suoli, con le altre
manifestazioni biologiche (fito-geografia). 2) La geografia umana, invece,
si rivolge precipuamente ai complessi rapporti di reciproca dipendenza e vera e
propria interdipendenza che si stabiliscono tra ambiente naturale e attività
umana. Essa prende in esame: la diffusione della specie umana sull’orbe
(geografia della popolazione); l’occupazione dello spazio da parte dell’uomo
per l’insediamento (geografia delle sedi), per gli spostamenti (geografia della
circolazione), per l’utilizzazione delle risorse (geografia economica); l’organizzazione
dei territori da parte delle società umane, amplissimo campo di studio che
comprende la geografia politica, la geografia sociale e anche la geografia
urbana, perché ormai le città non vanno più considerate soltanto come
insediamenti (in tal caso il loro studio si esaurirebbe nella geografia delle
sedi), ma pure, e anzi soprattutto, come centri di coordinamento e di
organizzazione di territori più o meno vasti, così che all’esame delle forme e
delle funzioni dei centri urbani deve legarsi indissolubilmente quello di
organici spazi individuati dalle loro aree d’influenza. Un settore di grande
interesse è poi quello della geografia storica che, sulla base di
materiali vari (geologici, archeologici, letterari e simili), mira alla
ricostruzione esplicativa dell’organizzazione territoriale del passato e all’interpretazione
genetica di quella attuale.
Se la geografia può essere considerata
una scienza unitaria per oggetto e fini tuttavia certamente non lo è dal punto
di vista metodologico. Infatti, dovendo utilizzare dati di numerose altre
scienze, essa deve ricorrere spesso ai loro metodi. Ciò, peraltro, avviene
essenzialmente nella raccolta e nella selezione dei dati, ma, quando questi
dati eterogenei devono essere composti per interpretare il tessuto
territoriale, la geografia si vale indubbiamente di una metodologia propria.
Per lungo tempo si è fondata prevalentemente sull’induzione, partendo dall’osservazione
di fatti particolari per arrivare a conclusioni generali; dalla metà del
Novecento è stato utilizzato in larga misura anche il metodo deduttivo, sul quale poggia
gran parte dell’edificio della geografia teoretico-quantitativa; anche in tal
caso, comunque, l’osservazione torna a essere di primaria importanza per
verificare le ipotesi generali, poiché la geografia non dispone di possibilità
di sperimentazione. Capisaldi della metodologia geografica sono alcuni
principi, per lo più già applicati e formulati dai due studiosi ritenuti i
padri della geografia moderna, A. von Humboldt e C. Ritter: 1) il
principio di causalità, proprio di tutte le scienze empiriche, e quelli 2) d’interdipendenza
e 3) di sintesi, precipui della geografia come scienza che studia oggetti
risultanti dall’interazione di molteplici elementi. Strumenti del lavoro
geografico, oltre che l’osservazione e la ricognizione diretta, sono i dati
numerici e le rappresentazioni cartografiche, gli uni e le altre indispensabili
come mezzi sia di ricerca sia di presentazione dei risultati. I dati numerici
sono stati già in passato utilizzati (pur sempre con la diffidenza di chi, come
il geografo, sa la difficoltà di quantificare fenomeni in cui hanno larga parte
anche fatti della sfera culturale) ma oggi il loro uso tende a diffondersi
ulteriormente per lo sviluppo dei metodi di elaborazione elettronica. La
cartografia è da sempre il miglior sussidio dello studio geografico,
insostituibile in quanto permette in qualunque momento il riesame di spazi,
anche molto ampi, non direttamente osservabili.
La
geografia, come scienza, risale, come è dimostrato dallo stesso nome, alla età
greca, e da allora fino ai nostri giorni possiamo seguirne con continuità il
processo evolutivo, lungo e complesso, durante il quale essa, pur senza mai
allontanarsi dal concetto generale indicato dal significato etimologico della
parola (descrizione dell’orbe), ha tuttavia più volte mutato i limiti del suo
campo d’indagine, i metodi di ricerca, il modo di considerare alcuni problemi,
specialmente dal momento in cui essa ha cessato di essere l’unica scienza
descrittiva dell’orbe. Pertanto, mentre la semplice traduzione della parola “geografia”
non basta a dare un’idea concreta del contenuto della scienza, una definizione,
qualunque si scelga, non può corrispondere che a un determinato stadio della
sua evoluzione: come per molte altre scienze, una conoscenza chiara del suo
campo e dei suoi caratteri e indirizzi attuali, si acquista meglio seguendone l’evoluzione
storica.
Il nome “geografia” si trova per
la prima volta, per quanto a noi consta, nell’opuscolo pseudo-aristotelico “περi γεωγραϕiα” e sembra indicasse
dapprima la rappresentazione di tutta l’orbe mediante una carta (gr. πίξαξ;
lat. tabula). Soltanto più tardi si estese a indicare la
descrizione mediante la parola. Il nome, in ogni modo, divenne d’uso comune
solamente nell’età alessandrina, forse in connessione con la grande diffusione
dell’opera di Eratostene, che si intitolava appunto “geografia” e rappresentava la
prima sintesi veramente scientifica di questo ramo dello scibile umano. Presso
i Greci si distinse poi sempre dalla geografia, che considera tutto il mondo
conosciuto e i problemi ad esso relativi, la “corografia”, descrizione di un singolo
territorio o paese. (La distinzione è chiarita da Tolomeo al principio della
sua opera geografica.) Ma, se la geografia come organismo scientifico ben
distinto non è probabilmente anteriore all’età alessandrina, il complesso dei
problemi, che i dotti alessandrini designarono poi con quel nome, formava già
oggetto di studio per i pensatori della scuola ionica.
L’ETÀ ANTICA
L’attenzione
per il territorio abitato e quelli limitrofi deve essere comparsa assai
precocemente, addirittura agli albori dell’umanità. Quel che sappiamo con
certezza è che già alla fine del 3° millennio a. C. alcuni popoli del
Mediterraneo e del Medio ed Estremo Oriente possedevano elementari conoscenze geografiche e rudimentali
tecniche cartografiche. La geografia scientifica nacque nell’ambito della
cultura greca classica e si manifestò sia con speculazioni teoriche sulla
forma, sulle dimensioni e sulla rappresentazione dell’orbe, sia con descrizioni
particolareggiate di paesi e genti: il filosofo ionico Anassimandro elaborò il
primo disegno del mondo conosciuto; i pitagorici intuirono la sfericità dell’orbe;
Aristotele affrontò vari problemi di geografia fisica; Ecateo ed Erodoto
delinearono efficaci quadri di regioni visitate. Nell’età ellenistica emerse
Eratostene, cui si devono la costruzione di una carta dell’ecumene e la
misurazione del grado di meridiano; nel periodo romano furono ancora i Greci, e
non i Latini, a far compiere progressi alla geografia, soprattutto con Strabone,
autore di una vastissima opera di geografia descrittiva, e con Tolomeo che
elaborò una serie di carte e ne scrisse un’introduzione esplicativa.
L’uomo fin dalla sua comparsa sulla
terra ha dovuto preoccuparsi di conoscere ed esplorare il contesto in cui vive,
ha dovuto essere attento a tutti i segnali provenienti dall’esterno per
difendere la propria sopravvivenza. In questo processo di scoperta gli uomini
antichi elaborano una propria visione del mondo e la geografia comincia a
costituirsi come sapere nell’alveo delle scienze naturali e matematiche. (L’interesse
e anche la necessità di misurare la terra richiedono l’utilizzo della
matematica, mentre l’osservazione della natura è punto di partenza per la
geografia.) I filosofi presocratici (attivi nel 6° secolo a. C.) si interrogano
sulla forma della Terra anche per andare incontro ad un bisogno importante:
individuare la localizzazione dei luoghi, muoversi per terra e per mare. La
conoscenza della terra diventa particolarmente vantaggiosa poiché l’uomo ha
bisogno di avere chiari punti di riferimento per organizzare la sua esistenza,
per commerciare e anche per fare la guerra. Il primo ad utilizzare il termine “geografia” è lo studioso greco
Eratostene (284-203 a. C.) che scrive un’opera intitolata appunto “geografia”,
suddivisa in tre libri, della quale però conosciamo solo qualche frammento
grazie ad un altro autore: Strabone. (Dai frammenti sappiamo inoltre che
Eratostene tratta questioni di geografia astronomica e fisica, la posizione
nello spazio, ma fornisce anche notizie sulle popolazioni.) L’opera “geografia” in 17 libri di Strabone
(risalente al 1° secolo a. C.) ci è invece pervenuta quasi del tutto integra.
Egli chiarisce che la geografia è necessaria per descrivere paesi e genti. Si
deve poi a Tolomeo (100-175 d. C.) e alla sua opera in otto libri sempre
intitolata “geografia”
la base della cartografia scientifica. Si salda così lo stretto legame tra
geografia e cartografia. Questi autori stabiliscono i cardini della geografia
che diventeranno la base degli studi nell’età moderna, quando la geografia
acquista nuova vitalità.
Quel che è
certo è che finché le conoscenze sicure dei Greci furono ristrette ai paesi
circostanti al Mare Egeo (come era essenzialmente nell’età che noi designiamo
col nome di omerica) l’orizzonte del mondo conosciuto era ancora troppo
limitato, perché fosse possibile assurgere, dalla semplice ed elementare
rassegna dei luoghi e delle genti conosciute, di cui ci offre già in sostanza
un esempio il cosiddetto “catalogo delle navi” contenuto
nel 2° libro dell’ “iliade”,
a una elaborazione razionale dei fenomeni osservati e delle conoscenze relative
alla superficie terrestre. Non è possibile discutere qui se e quale più ampio
substrato di conoscenze geografiche reali vi sia nei canti omerici che
descrivono le peregrinazioni di Ulisse; ma si può affermare che solo il
grandioso movimento di espansione della stirpe ellenica nei paesi mediterranei,
che, preparato da relazioni commerciali risalenti certo ad epoche assai più
remote, si compì tra l’8° e il 6° sec. a. C., allargando rapidamente l’orizzonte
del mondo conosciuto, permise ai primi studiosi dei problemi naturali di
tentare le prime sintesi descrittive e figurative del mondo abitato e al tempo
stesso le prime spiegazioni dei suoi fenomeni.
Le
navigazioni e i viaggi che preparano la colonizzazione greca del bacino del
Mediterraneo, hanno spesso, commisurati all’ambiente del tempo, il valore di
veri viaggi d’esplorazione; se i nomi dei primi esploratori sono perduti
(Erodoto ci conserva peraltro quello del primo navigatore che dalle coste
cirenaiche avrebbe, sospinto dai venti, raggiunto le colonne d’Ercole: un tale
Coleo di Samo), i risultati generali furono tuttavia grandiosi, riassumendosi
nella conoscenza diretta di tutto intero il Mediterraneo col Mar Nero, nella
nozione dell’Oceano esterno occidentale, dei mari meridionali (Mare Eritreo) e
di un mare orientale (Caspio), e poi in una quantità di notizie indirette, più
o meno sicure, su paesi e genti dell’Europa settentrionale e occidentale, dell’Asia
fino ai sistemi montuosi centrali, dell’Africa fino all’Etiopia e alle
sterminate distese del deserto. Una prima sintesi delle conoscenze in tal modo
acquisite si ebbe nella Ionia, gran focolare allora dei commerci greci, anzi
nel suo emporio principale, Mileto, che accentrava il movimento dei traffici e
anche quello delle idee, dacché a Mileto era sorta la prima scuola filosofica
che si suole chiamare appunto ionica.
Intorno al
550 a. C. Anassimandro di Mileto tentava appunto per la prima volta di
sintetizzare tutte le conoscenze acquisite sull’orbe in un πίξαξ, ossia in una
carta del mondo conosciuto. Per quel poco che se ne sa, questo era
rappresentato come un disco piano, circondato tutto intorno dall’Oceano e
diviso dal Mediterraneo in due parti: quella a settentrione era detta Europa,
quella a meridione Asia. Anassimandro sembra poi anche che tentasse di
coordinare in un sistema naturale i fenomeni dell’orbe, la quale era da lui già
concepita come librantesi isolata nel cosmo. Una generazione dopo Anassimandro,
pare che il suo conterraneo Ecateo accompagnasse alla carta (probabilmente perfezionata
e accresciuta per le nuove conoscenze acquistate nel frattempo, soprattutto
sull’Oriente asiatico, in virtù delle relazioni allacciate col nuovo impero
persiano) una descrizione di tutto il mondo conosciuto, in due libri (uno
dedicato all’Europa e l’altro all’Asia).
Mentre gli
stessi dotti greci delle età più tarde sembra riconoscessero in Anassimandro e
in Ecateo i fondatori della geografia, per noi Anassimandro appare in sostanza
il primo rappresentante di una corrente che avrà poi seguito per tutta l’età
classica e anche più tardi, e che considera come compito e oggetto fondamentale
della geografia la delineazione di carte e lo studio dei procedimenti per
eseguirle. Ecateo, invece, potrebbe considerarsi come il precursore di un
indirizzo che intende la geografia in senso alquanto più largo, cioè come
descrizione generale dei paesi e delle genti, con intenti scientifici e pratici
insieme, descrizione fondata però anch’essa sulla figurazione grafica (carta),
che appare sempre il substrato principale. Che la carta del mondo servisse sin
d’allora a scopi pratici si ricava da un noto passo di Erodoto (5°: 49), dal
quale risulta ch’essa era consultata in trattative di carattere, diremmo noi,
diplomatico.
Ma al tempo
di Ecateo, o poco dopo, si manifesta anche l’interesse per la conoscenza dei
singoli popoli, dei loro paesi, della loro storia: sorgono, in altri termini,
le “corografie”, le quali,
circoscritte a una singola regione, mescolano all’elemento più propriamente
geografico, quello etnico e quello storico. Tali, forse, le “corografie” di Ellanico, che
dedicava quasi a ogni popolo un’opera speciale. Tali anche, in sostanza, quelle
di Erodoto, che invece le inserisce come digressioni in un’opera storica di
vasta tessitura.
Esistevano
poi, sin da epoca assai remota, operette molto più modeste, con intenti
esclusivamente pratici, che descrivevano le coste e i paesi costieri ad uso dei
naviganti, indicando le distanze da approdo ad approdo, raccogliendo altre
sobrie notizie interessanti la navigazione e anche indicazioni generali sui
popoli che s’incontravano lungo ogni costa, sui prodotti e gli articoli di
commercio, e simili Anche queste operette, dette in greco Peripli (delle quali il primo
esempio a noi pervenuto è il “periplo” che va sotto il nome di Scilace, un
personaggio appartenuto al 6° sec. a. C.; molto anteriore è peraltro il periplo
che forma il substrato dell’”ora mantima” di Avieno), debbono
essere ricordate, perché il loro successivo sviluppo non mancherà d’influire,
più tardi, sull’indirizzo della geografia.
Le
geografia ionica di Anassimandro, di Ecateo e dei loro successori, si fondava,
come si è accennato, sulla concezione dell’orbe come un disco piano (forse la
faccia superiore di un cilindro, secondo Anassimandro) librantesi nel cosmo;
concezione che, nonostante vivaci attacchi parziali, rimane in piedi per tutto
il secolo 5°, durante il quale anche il libro di Ecateo sembra conservasse la
sua autorità e forse si riproducesse, in edizioni aggiornate. Ma nel corso di
quel secolo, nell’Italia meridionale, Pitagora e la scuola dei primi Pitagorici
giunge alla concezione della sfericità terrestre, destinata naturalmente a
sconvolgere le basi cardinali della geografia ionica. La dottrina della
sfericità terrestre era già dimostrata con prove dalla seconda generazione dei
Pitagorici: Parmenide (513-440) indagava anzi le diverse condizioni d’illuminazione
della sfera terrestre da parte del Sole e in relazione ad esse le diverse
condizioni di temperatura; trasferendo sull’orbe una divisione della sfera
celeste già da altri (per esempio, da Senofane) escogitata in rapporto al
cammino annuo del sole, fondava la teoria delle cinque zone astronomiche e di
esse precisava le caratteristiche climatiche.
Nella
Grecia occidentale, e specialmente nella Ionia, la dottrina della sfericità
terrestre sembra trovasse dapprima opposizione (per esempio, da parte di
Democrito); ma al tempo di Platone si può considerare come consolidata ormai
definitivamente. Essa ebbe un’importanza così straordinaria di cui oggi stentiamo
a rendercene conto: oltre a rendere possibile, ad esempio, la spiegazione
razionale di fenomeni come quello delle stagioni e ad aprire perciò l’adito
allo studio scientifico dei fatti climatici, fece sì che si affacciasse per la
prima volta il problema di misurare le dimensioni dell’orbe. Sembra che si
debba al matematico Eudosso un
primo tentativo al riguardo, che avrebbe dato per risultato la cifra di 400,000
stadî per la circonferenza orbica, cifra riferita da Aristotele. A questo
ultimo dobbiamo poi le prime speculazioni sull’orbe e sulla sua posizione nel cosmo
e nel sistema solare, moventi dal principio della sfericità terrestre; e
inoltre tutto un sistema di dottrine geofisiche basate su questo stesso
principio, e quindi profondamente divergenti da quelle dei pensatori ionici;
anzi può dirsi che sotto i fieri colpi della critica aristotelica, il sistema
cosmologico e geografico degli Ionî cada definitivamente. Aristotele trattò di
geografia in varie opere; e particolarmente nei quattro libri della sua “meteorologia” discusse
quasi tutti i problemi dei quali si occupa la moderna geografia fisica; ma,
mente soprattutto speculativa, non tentò una nuova elaborazione generale dei
dati dell’osservazione e dell’esperienza, né, tanto meno, una nuova sintesi
delle conoscenze geografiche; secondo recenti studî, le sue conoscenze positive
sul mondo abitato non risultano così larghe come si potrebbe credere. L’abitabile
(l’οἰκουμένη) appariva in realtà nel sec. 4° sempre più vasto. Grande eco
avevano avuto nel mondo greco le spedizioni del cartaginese Annone lungo
le coste dell’Africa occidentale nel sec. 5°; altre conoscenze si erano
acquistate sui paesi dell’Occidente europeo, come dell’Oriente asiatico. Negli
ultimi trent’anni del sec. 4° si ha poi un rapido allargamento dell’orizzonte
conosciuto. Le spedizioni militari di Alessandro Magno dall’Asia Minore al deserto
libico e poi attraverso tutto lo sterminato impero persiano fin oltre le
barriere montuose dell’Asia centrale, fino entro le steppe inospiti del
Turkestan, fino alle ricche vallate dell’India, rivelano una quantità di cose
nuove e inaudite: l’estensione insospettata del continente asiatico, i grandi
sistemi di montagne, le vaste aree desertiche, le maestose correnti fluviali
dell’India, l’Oceano meridionale per la prima volta navigato dalla flotta di
Nearco dall’Indo all’Eufrate; forse fin d’allora, per vaga eco, i remotissimi
paesi della seta. Tutta una serie di fenomeni prima ignoti (dall’alternanza
semestrale dei venti monsonici al ritmo misterioso delle maree oceaniche) tutta
un’accolta mai vista del mondo vegetale e animale sono state registrate e messe
insieme da studiosi peregrinanti al seguito degli eserciti. Sotto i Diadochi il
movimento continua: il regno dei Seleucidi mantiene relazioni strette con l’India,
visitata e studiata da Patrocle, da Megastene, da Dàimaco; i Tolomei estendono
la cerchia dei rapporti commerciali con l’Africa orientale e con i paesi del
Nilo.
Dall’altro
lato del mondo conosciuto, ancora verso il 330, il marsigliese Pitea, muovendo
alla ricerca dei paesi di provenienza dello stagno e dell’ambra, naviga le
coste atlantiche della Gallia e della Germania, riconosce le isole britanniche e
tutti i mari adiacenti fino a una remotissima isola di Tule, posta tra le brume
impenetrabili di un oceano irrigidito dai ghiacci, agli estremi confini dell’ecumene
(forse la costa norvegese). E anche in questo caso si poté acquisire una
quantità di osservazioni e di notizie nuove e allettanti, così nuove,
sorprendenti e meravigliose da sembrare spesso incredibili e da far sorgere l’accusa
di ciarlatano mossa al grande navigatore di Marsiglia, restituito invece in
pieno onore dalla critica moderna.
I risultati
di tutto questo grande movimento di esplorazione confluivano facilmente ad
Alessandria, il massimo, allora, fra i centri mediterranei; e quivi una mente
sintetica imprese ancora una volta a coordinare, vagliare e sistemare la nuova,
larghissima messe di fatti e di osservazioni: si tratta di Eratostene di Cirene
(284-203), cui dobbiamo la prima opera a noi nota che portasse il titolo
di “geografia”.
Egli è celebre soprattutto per aver calcolato le dimensioni dell’orbe misurando
il valore angolare dell’arco di meridiano Alessandria-Siene, la cui distanza lineare
era ben nota per i dati ufficiali egiziani; il risultato della misura, dalla
quale si ricavava il valore di 252,000 stadî (pari a 39,690 km.) per l’intera
circonferenza terrestre, ci appare meravigliosamente preciso, se consideriamo
che 40,075 km. è infatti la misura esatta, pari a 254,4 stadî egizi (uno
stadio egizio, lo ricordiamo, è pari a 157,5 m.). Compito precipuo della
geografia è anche per Eratostene la preparazione di una carta del mondo
conosciuto rispondente allo stato delle conoscenze attuali (lavoro nel quale
egli aveva avuto, come pur forse in quello della misura delle dimensioni
terrestri, un precursore in Dicearco da Messina); ma il geografo di Alessandria prende in
esame ed attrae nell’ambito della scienza nuovamente costituita tutto il
complesso dei problemi preliminari e fondamentali che direttamente o
indirettamente si collegano con quel compito principale: tratta perciò della
forma e delle dimensioni dell’orbe, delle trasformazioni della superficie
terrestre, delle dimensioni e partizione dell’ecumene e degli oceani; discute i
fondamenti geometrici per la costruzione della carta, quali i dati di
longitudine e latitudine e quelli itinerarî vagliandoli criticamente; coordina
infine a guisa di commento della carta, una sobria descrizione dei paesi e
delle genti, secondo una divisione dell’orbe in territorî, cui è dato un
contorno approssimativamente geometrico. Perduta, insieme con l’opera, la carta
eratostenica, se ne conoscono alcuni elementi fondamentali: linea-base di essa
il διάϕραγμα, corrente iri senso Ovest-Est, dalle colonne d’Ercole alle
montagne dell’Asia centrale, già utilizzato da Dicearco. In conclusione la
geografia, quale ci appare dall’opera di Eratostene, pur coordinando i suoi
oggetti intorno al problema massimo della costruzione della carta del mondo,
contiene già gli elementi di una geografia matematica e fisica generale e di
una geografia descrittiva regionale, l’una e l’altra appoggiate, non a pure
speculazioni teoriche, ma a dati di osservazione e a notizie di fatto.
Eratostene può considerarsi come il massimo dei geografi greci, e il carattere,
ora accennato, che la scienza geografica assume nella sua opera, ebbe larga
risonanza anche in avvenire.
La seconda
metà del sec. 3° è certamente l’epoca più splendida per la scienza geografica
antica. Allargatisi enormemente gli spazî conosciuti, note la forma e le
dimensioni dell’orbe, si giunge anche, attraverso una serie d’ipotesi sempre
più vicine al vero (con Eraclide), alla prima bozza della concezione del
sistema eliocentrico, per opera di Aristarco di Samo, il quale intravvide forse anche i principi della rotazione del nostro
pianeta. Né le terre e gli oceani appaiono più barriere invalicabili ai
viaggiatori e ai naviganti, resi fiduciosi dall’esperienza di fortunati
ardimenti; lo stimolo della ricerca scientifica si acuisce, e compaiono opere
particolari di meteorologia, di orografia, d’idrografia, di geografia botanica;
si rinnovano, più voluminosi e ricchi di ogni sorta d’indicazioni, i Peripli ad
uso degli uomini di mare.
L’indirizzo,
che può dirsi eratostenico, ebbe avversarî e continuatori. Tra gli avversarî si
annovera di solito uno dei maggiori astronomi greci, Ipparco (circa 190-125),
il quale muoveva critiche principalmente alla carta di Eratostene, trovandone
insufficienti i fondamenti astronomici, i soli sicuri; ma, non potendo egli
stesso offrirne di più esatti, si dedicava a preparare, con sottile e paziente
lavoro, i materiali dai quali i posteri avrebbero potuto trarre, con facili
osservazioni, le basi per delineare carte più rigorose. Tra i continuatori può
ascriversi lo stoico Posidonio di Apamea (circa 140-65 a. C.), il quale, all’esperienza
accumulata in numerosi viaggi scientifici, accoppiava una visione ancor più
larga della scienza geografica. Nel suo libro “περι
Ωκεανού” egli corroborava e allargava con più ampio
suffragio di dati di osservazione le dottrine fondamentali di Eratostene,
trattando dei fenomeni dell’oceano (a lui si deve una teoria delle maree
elaborata in base a osservazioni personali eseguite a Cadice) e considerando
anche problemi non trattati da Eratostene (per esempio, i vulcani e i
terremoti); ai fenomeni atmosferici nel senso più largo dedicava un’opera
speciale, la “meteorologia”.
L’unità e continuità dell’Oceano già affermata da Eratostene, è confermata da
Posidonio in base anche alle notizie sulle navigazioni di Eudosso di Cizico
(120-115 a. C.) lungo le coste africane. Notevole è pure in Posidonio l’accenno
a ricerche d’indole etnologica e allo studio di taluni fatti relativi all’influenza
dell’ambiente sull’uomo (già studiati del resto, ma sotto un altro punto di
vista, da Ippocrate e
dalla sua scuola e che rientrano oggi nel dominio dell’odierna antropo-geografia)
sicchè potrebbe dirsi che con Posidonio si delinei forse la più vasta e
completa concezione della scienza geografica che l’evo antico abbia elaborato e
formulato e a noi tràdito. Ciò nondimeno l’influenza di Posidonio sul
successivo svolgimento della nostra scienza, fu inferiore a quella di
Eratostene, poiché il primo, esponendo i risultati delle sue ricerche in
parecchie opere diverse, non eseguì un vero e proprio lavoro generale di
sintesi, dal quale potesse emergere una più completa determinazione dell’oggetto
e dell’indirizzo della geografia. Ma soprattutto è da por mente al rivolgimento
che si preparava nella concezione generale di tutte le scienze, nel periodo
durante il quale, col graduale affermarsi dell’egemonia di Roma, lo spirito
greco, più proclive alla pura indagine scientifica, venne a contatto con lo
spirito romano, tendente piuttosto a fini pratici.
Le campagne
militari che condussero al consolidamento del dominio romano sui paesi
mediterranei, dalla seconda metà del sec. 2° a. C., ai primi decennî dell’era
volgare, giovarono grandemente anche ai progressi delle conoscenze geografiche.
I Greci, popolo essenzialmente marinaro, avevano riconosciuto i paesi costieri:
ora la carta del mondo si riempie e si precisa per la migliore conoscenza dei
paesi interni. Si acquista, per esempio, cognizione larga e sicura delle
regioni alpine, prima note assai imperfettamente, della Gallia e delle parti
più interne e meno accessibili dell’Iberia, e si schiudono pure la Britannia e
la Germania. Si esplorano inoltre vaste plaghe dell’Africa settentrionale, dall’altipiano
etiopico e dall’alta valle del Nilo risalita sotto Nerone assai a monte della
confluenza dei due rami principali, alla Libia frugata da più spedizioni
militari fin nel cuore del Sahara, all’Atlante, valicato fino al centro dell’attuale
Marocco. E ancora: in Asia si riconoscono le regioni montuose (segregate) dell’Armenia,
l’Arabia, i territorî di là dal Ponto; nel sec. I d. C. si riannodano relazioni
coi paesi dell’Oceano meridionale rimasti sino allora fuori del mondo romano.
Eco lontana giunge d’isole sperdute ai confini dell’abitabile: la remota Taprobane
nell’Oceano meridionale, le Isole Fortunate e forse Madera, ubertose e feconde
nel grembo dell’Oceano occidentale, una Scania e altri gruppi inaccessi nell’estremo
Nord, presso la remotissima Tule,
velata dalla leggenda. E giungono rinnovate novelle dei paesi dei Seri e dei
Sini, popolosi e industriosi, ma rifuggenti da contatti con altre genti; si
modificano le concezioni sull’inabitabilità della zona torrida, spesso
affermata in passato, mentre ora si apprende l’esistenza di numerose genti
etiopiche disseminate di là dai deserti africani; si comincia anche ad aver
sentore di tribù nomadi popolanti le gelide distese del Settentrione europeo,
presso le sedi dei favolosi Iperborei.
A Roma,
dove queste notizie erano raccolte avidamente nel mondo delle persone colte, si
elaborano nuove sintesi generali delle conoscenze geografiche, soprattutto nell’epoca
di Augusto e immediatamente dopo. Scrittori latini o vissuti nell’ambiente
latino si erano occupati di geografia anche precedentemente: Polibio, per esempio,
aveva introdotto nella sua grande opera storica numerosi excursus geografici,
seguendo un esempio che risaliva ad Erodoto ed era stato poi seguito spesso da
altri (per esempio Timeo) e lasciarono scritti geografici, oggi perduti, anche Varrone
e Sallustio. Ma al tempo di Augusto la redazione di opere riassuntive anche nel
campo geografico è favorita da tutto il lavoro di riordinamento e di
sistemazione dell’impero romano, promosso da Augusto stesso, e al quale si
collegano opere itinerarie, catastali, descrizioni ufficiali delle provincie, e
simili. Il grande coadiutore di Augusto, Agrippa, fa incidere ed esporre al
pubblico, in un portico di Roma (la Porticus Pollae), una carta
dell’impero; pochi anni dopo, Strabone scrive in greco, ma ad uso dei Romani,
la sua “geografia” in
17 libri, Plinio il Vecchio inserisce nella “naturalis
historia” una descrizione dell’orbe (libri 2°-4°), e infine
Pomponio Mela scrive il “de situ orbis”.
Di queste tre opere, non le ultime due, inspirate a intendimenti speciali e
circoscritti (mi riferisco a Mela e Plinio), bensì la
prima giova a illustrare il concetto romano della geografia. Secondo Strabone
questa scienza, lasciando all’astronomia, alla geometria, alla fisica le
indagini particolari sulla forma e le dimensioni del globo e in genere sui
fenomeni naturali, e limitandosi ad accoglierne, come fondamenti necessarî, i
risultati generali, ha per intento di descrivere gli spazî accessibili della terra
e del mare, che sono la sede dell’umana attività: illustra cioè i singoli paesi
nella loro situazione, nelle loro caratteristiche climatiche e biologiche, nei
prodotti e in tutto quanto ha attinenza con gli abitanti, con le loro
istituzioni e peculiarità della vita pubblica e sociale. Fine supremo della
geografia sarebbe quello di mostrare l’influsso che le condizioni naturali di ogni
paese esercitano sui costumi, i modi di vita, gli ordinamenti degli abitanti; e
ciò risponde a un concetto filosofico della nostra scienza, quale si ritroverà,
chiaramente espresso, solo molto più tardi, alla fine del sec. 18° o al
principio del 19°. Ma l’intento pratico più importante, il solo che veramente
preoccupi Strabone, è quello di fornire un insieme ben coordinato di notizie
utili agli uomini di stato e di governo, ai capi di spedizioni militari, ai
rettori delle provincie, e simili ai quali, secondo l’autore, la geografia è
soprattutto necessaria. Ne consegue che l’opera straboniana, pur molto
voluminosa (la più ampia, anzi, che tra le opere geografiche antiche sia giunta
a noi) si attiene ancora in sostanza all’ordinamento di quelle opere di carattere
più schiettamente pratico quali i Peripli, di cui la letteratura greca era
dotata, come si è visto, da tempi antichi e che dalla primitiva sobrietà erano
a poco a poco cresciuti d’importanza e di estensione, fino a raggiungere la
mole del “periplo” di Artemidoro
(circa 100 a. C.), in 11 libri, probabilmente appunto una delle fonti
principali di Strabone.
Omettendo
qui l’accenno a minori opere romane più tarde, che accentuano ancor più il
carattere pratico della geografia e rivelano per contro una sempre maggior
deficienza nel lavoro di critica e di elaborazione scientifica dei dati (si
vedano ad esempio, i “collectanea” di Giulio Solino), e lasciando da parte la letteratura degl’Itinerarî, scritti o
disegnati, si vuol ricordare che anche dopo l’epoca di Strabone e di Plinio, le
conoscenze geografiche si estendono nuovamente, soprattutto in virtù delle
spedizioni militari, che allargarono l’Impero di Roma ai suoi massimi confini,
e del movimento commerciale che ne conseguì; specialmente sui paesi del Settentrione
e dell’Oriente europeo, su quelli dell’Asia centrale e quelli circostanti all’Oceano
meridionale si apprendono nuovi particolari: popoli e città, vie commerciali ed
emporî marittimi. Corrisponde all’incirca all’epoca della massima estensione
dell’Impero romano l’opera del geografo Marino di Tiro, che noi conosciamo
unicamente attraverso quella, di poco posteriore, e che, a detta del suo stesso
autore, è da considerarsene come un perfezionamento, la “γεωγραϕικη υϕηγησις” di Claudio Tolomeo (intorno alla metà del
sec. 2° d. C.). Secondo Tolomeo la geografia, lasciando, come si è già detto,
la descrizione delle singole regioni terrestri alla corografia, ha per unico
compito la descrizione grafica di tutta l’ecumene, lo studio dei fondamenti
matematici di questa nonchè quindi la preparazione critica dei materiali
relativi. Null’altro contiene la sua opera geografica, giunta intera fino a noi
e accompagnata da carte (che peraltro è dubbio se e quanto mantengano della
redazione originale), sintesi grafica delle conoscenze acquistate nel periodo
in cui l’ecumene nota agli antichi raggiunse i più larghi confini. Tale sintesi
è per vero elaborata, non in Roma, ma in Alessandria e da un dotto vivente
(come il suo precursore Marino) nell’ambiente orientale, del che bisogna forse
tener conto per spiegare come le parti relative all’Africa e all’Oriente
contengano spesso elementi originali più copiosi e più attendibili di quelle
relative all’occidente o al settentrione europeo. Infatti, mentre il geografo
alessandrino ha informazioni imperfette sulla forma e le dimensioni della
Britannia (pur circumnavigata dalla flotta di Agricola nell’80 d. C.) e
manifesta lacune ed errori riguardo ai paesi prospicienti al Mare del Nord e al Baltico (che ritiene un seno
dell’Oceano), egli viceversa (o meglio il suo precursore): conosce molte cose,
attraverso informazioni di mercanti, sul paese dei Seri e sulla via “della seta”
traversante l’Asia centrale; ha larghe, se pur indirette, notizie anche delle
coste sud-orientali dell’Asia
(Indocina e Isole Malesi); conosce inoltre dell’Africa molti paesi trans-sahariani,
il Niger, i laghi sorgentiferi del Nilo, e le coste orientali fin verso
Zanzibar e più oltre, sebbene, per un errore di cui è pur difficile dare
spiegazione, ritenga l’Oceano Indiano un mare chiuso a Sud da una orbe incognita riunente l’Africa orientale all’Asia. Le
dimensioni dell’ecumene calcola Tolomeo in 40,000 stadî nel senso della
latitudine (circa 80 gradi da Agisymba, l’estremo paese conosciuto a Sud, 16°25′ S. fino a Tule e 63° N.) e
90,000 stadî nel senso della longitudine (180° dalle Isole Fortunate alla metropoli
dei Seri); tali cifre, enormemente esagerate per le longitudini (e Tolomeo
riduce assai i dati ancor più esagerati di Marino), ci additano dunque quale
apparisse la misura dell’abitabile alla mente dei dotti nel periodo che ne
ebbe, di tutta l’età classica, la visione più larga e completa.
Tolomeo,
come già Ipparco, vede il compito della geografia più da astronomo che da
geografo. Prescindendo dalla sua concezione, si può forse affermare che la
geografia dell’evo antico presenta essenzialmente due indirizzi: quello che può
dirsì eratostenico, più comprensivo e più generale, in quanto attrae nel suo
campo d’indagine tutti i fenomeni del globo terraqueo anche nelle loro
correlazioni, pur ponendo in prima linea il compito cartografico; quello che
può dirsi straboniano, più limitato, più descrittivo e pratico, che fa oggetto
precipuo della nostra scienza l’orbe abitata, considerata nelle varie parti o
regioni in cui si divide. Non si tratta tuttavia, per dire il vero, d’indirizzi
opposti: l’opera di Eratostene conteneva pure, come si è accennato, lo schema
di una geografia descrittiva, mentre quella di Strabone si apre con due libri
dedicati ad esporre le questioni teoriche di geografia generale. Diversi sono
piuttosto gl’intenti, che rispondono in fondo a diverse tendenze dello spirito
greco e del romano ed anche a necessità diverse dei tempi. Comune è il
fondamento della scienza: l’elaborazione dei dati di fatto, procurati dall’osservazione
e dall’esperienza. Pertanto la geografia nell’età classica ci appare come una
scienza positiva, le cui fasi di sviluppo sono costantemente legate a progressi
delle conoscenze spaziali (esplorazioni, viaggi, spedizioni, e simili), e come
una scienza sintetica, che prospera soprattutto là dove siano centri civili e
focolari di studio a cui convergano i risultati dell’attività esploratrice e
nei quali si esplichi il lavoro di critici atti all’opera di coordinazione, di
selezione, di elaborazione dei materiali raccolti.
IL MEDIEVO
L’opera
di Tolomeo chiuse
la fioritura di studi geografici e cartografici dell’antichità. Dimenticata
anch’essa nei secoli successivi, la sua opera fu riscoperta in seguito e restò
una fonte indiscussa fino al Cinquecento: infatti, per tutto l’Alto Medioevo,
non solo la geografia non compì progressi, ma andarono perdute molte delle
intuizioni degli studiosi greci, compresa quella della sfericità dell’orbe. La
diminuzione dei contatti tra i gruppi umani stanziati nelle varie parti d’Europa
e sui bordi africani e asiatici del Mediterraneo ostacolava gli scambi di idee
e di conoscenze; la mancanza di grandi centri culturali impediva il sorgere di
scuole. La vivace cultura arabo-islamica stimolò redazioni di giornali di
viaggio, che però furono solo suggestive opere di geografia descrittiva. Con la
scolastica rinacque l’interesse per questioni cosmografiche e geografiche e si
cominciò a guardare al patrimonio culturale del passato con occhio più libero,
preparando così la strada alle grandi scoperte. I lunghi viaggi terrestri e
soprattutto le navigazioni dal 15° al 18° secolo dischiusero e dispiegarono
agli Europei tutti i mari del mondo e permisero di delineare con buona approssimazione
i contorni di quasi tutte le terre: per lungo tempo, storia delle esplorazioni
e storia della conoscenza geografica coincisero. I frutti delle nuove
cognizioni furono soprattutto cartografici: dalle carte nautiche, senza
reticolato geografico ma tanto più esatte delle vecchie carte tolemaiche, ai
vari mappamondi, ai grandi atlanti fiamminghi di geografia di G. Mercatore e di A. Ortelio. I progressi delle conoscenze non ebbero invece riflesso in valide opere
scritte, tra le quali troviamo solo interessanti relazioni di viaggio o vaste
descrizioni divulgative, come quella di S. Münster. La geografia, quindi, esaltava il suo momento grafico e descrittivo,
mentre non diede luogo a costruzioni razionali, non ricercò leggi, non si fece
scienza; occorre arrivare alla metà del 16° secolo per trovare un’opera che
tenti una sistemazione e una generalizzazione razionalizzante, quale fu quella
di Varenio, la quale, peraltro, passò quasi inosservata. Bisogna anzitutto aver
presenti i fatti e i caratteri generali ora segnalati, che hanno riscontro
anche, come vedremo, nelle ulteriori fasi di sviluppo della nostra scienza
quando si voglia esaminare e vagliare criticamente le condizioni della
geografia del Medioevo.
Veramente
una scienza geografica nel senso classico della parola, nel Medioevo, non
esiste, in nessuno degl’indirizzi già veduti: la stessa parola “geografia” è usata molto
di rado; le maggiori opere geografiche antiche, per esempio, quelle di
Eratostene, di Posidonio, di Strabone, dello stesso Tolomeo, sono quasi del
tutto dimenticate. Non è esatto indicare, come spesso si fa, quale causa
principale di questa decadenza, il restringersi dell’orizzonte geografico. I
Bizantini prima, gli Arabi poi ebbero di taluni paesi dell’Oriente asiatico e
dell’Africa notizie più larghe di quelle che non si avessero in qualunque
periodo dell’evo classico; i Normanni conobbero le terre nordiche e l’Atlantico
settentrionale come mai si conobbero dagli antichi. E nel Medioevo si viaggiava
anche molto di più di quanto comunemente non si creda. Ma è, piuttosto, che le
relazioni fra le varie parti dell’orbe s’interruppero o si rallentarono: la
meravigliosa unità di vita civile e politica creata dai Romani si spezzò, non
il mondo conosciuto si restrinse, ma piuttosto si scisse in tanti mondi chiusi.
E venne a mancare assai presto, nel mondo occidentale almeno, un centro
intellettuale universale, che esercitasse, nel campo del sapere, la funzione
esercitata nell’antichità da Atene, da Alessandria, da Roma; la scienza si
ridusse nei conventi; venne meno o si attenuò lo spirito di osservazione del
mondo che ci circonda e anche l’interessamento per i fenomeni terrestri, base
fondamentale della geografia, come di tutte le scienze della natura. Ond’è che
le concezioni cosmiche generali si riducono talora a immaginazioni che a noi
sembrano infantili e nelle quali, sotto l’influenza d’idee religiose, hanno
gran parte concetti simbolici (per Cosma Indicopleuste, per esempio, il
tabernacolo ebraico dà lo schema della forma del cosmo); nozioni che sembravano
definitivamente acquisite, come quella della sfericità terrestre, talvolta si
annebbiano, mentre si radicano nuovamente antiche opinioni errate, come quella
dell’inabitabilità della zona torrida. Le rappresentazioni cartografiche del
mondo conosciuto, influenzate sovente da concetti religiosi e cristallizzate in
schemi che non hanno quasi più nulla di comune con la realtà risuscitano forme
e tipi che richiamano per taluni caratteri quelli delle figurazioni greche più
antiche. Le opere nelle quali si tratta di geografia (soprattutto gli scritti
di S. Isidoro, di Beda e di altri Padri della Chiesa, nonchè l’”imago mundi” di Onorio), ridotte
spesso a cataloghi di nomi per uso delle scuole, sono attinte in prevalenza
alle fonti meno autorevoli dell’età romana (quali Plinio, Mela, e Solino) o
rielaborano materiale itinerario pure di provenienza romana (come nel caso
della “cosmografia” del cosiddetto Anonimo
Ravennate): relativamente rari sono gli scritti contenenti notizie geografiche
di sapore originale o riflessi di vita contemporanea (tra quesie possiamo
citare solo il “liber de mensura orbis
et terrae” del monaco Dicuil).
Quanto alla
conoscenza spaziale della superficie terrestre, si può far cenno anzitutto dei
risultati derivati dal grande movimento di propaganda del cristianesimo, che,
tra la fine del sec. 5° e la fine del 9°, guadagna i paesi germanici fino all’Elba,
la Danimarca, la Svezia e taluni paesi slavi, come la Boemia. Un grande centro
d’irradiazione è l’Irlanda, donde muovono ardite navigazioni alla ricerca di
terre da evangelizzare in seno all’Atlantico; si scoprono così le Shetland, le
Faerør, l’Islanda e forse altre terre più lontane, delle quali peraltro non
rimase più nozione sicura. Non sono rari, neppure nei secoli che passano per i
più oscuri, i pellegrinaggi in Terrasanta, che dànno luogo a una notevole
letteratura d’itinerarî (Eteria intorno al 535, Antonino intorno al 570,
Arculfo intorno al 680, e Willibaldo nel 725); taluno visita anche l’Egitto e
si spinge fino alla Mesopotamia. Più oltre giungono mercanti bizantini o
viaggiatori egiziani: Cosma Indicopleuste s’inoltra fino all’odierna Silon (la Taprobane delle fonti
antiche), Zemarco fino al Tien shan
in Turkestan (nel 568). Ma le notizie
arrecate da questi ed altri viaggiatori rimasero circoscritte in ambienti molto
limitati e non arrecarono frutti durevoli.
Ebbero
grandi focolari di vita civile gli Arabi, come ebbero grandi viaggiatori;
presso di loro fiorì infatti una ricca letteratura geografica di carattere
essenzialmente descrittivo. Ma le opere dei geografi arabi furono solo
scarsamente e tardivamente conosciute; presso di loro rimasero estranee all’evoluzione
dottrinale della scienza, quale a noi interessa seguirla in occidente. Tuttavia
merito singolare degli Arabi, che giovò anche agli Occidentali, fu di aver
conservato l’opera astronomica di Tolomeo, il famoso Almagesto che fu la base
principale delle loro dottrine astronomiche; e merito non minore quello di
avere, pur attraverso le manipolazioni dei commentatori, perpetuato fra noi le
dottrine fisiche e naturali di Aristotele.
Queste
tendenze furono portate all’esagerazione in Occidente nel periodo scolastico,
quando si riprese l’esame dei problemi intorno al globo terraqueo sulla
falsariga dei principî fisici di Aristotele e del sistema cosmico di Tolomeo,
fra loro insieme compenetrati, e inquadrati poi nell’organismo delle dottrine
religiose cristiane. Appunto perché le dottrine aristotelico-tolemaiche sul cosmo,
sulla situazione dell’orbe in esso, sulle sfere celesti e sugli elementi, ben
si armonizzavano con i fondamenti teologici del cristianesimo, i nomi dei due
dotti greci crebbero fino ad acquistare un’autorità assoluta: Alberto Magno,
Vincenzo di Beauvais, e altri grandi scrittori del periodo scolastico, che si
occuparono anche di problemi geografici, furono paghi di ricollegare le loro
teorie coi supremi principî della fisica aristotelica, senza curarsi se esse
rispondessero alla realtà dei fatti osservati.
La
scarsezza dei rapporti intellettuali fra i varî paesi e più il fatto che,
almeno in Occidente, la maggioranza degli studiosi proviene pur sempre dal
mondo ecclesiastico, e vive perciò in ambienti segregati, ritardarono assai il
diffondersi delle conoscenze nuove, anche quando, dopo il Mille, si ripresero
gradualmente i viaggi in paesi lontani. Mirabili furono ad esempio, le
navigazioni dei Normanni nell’Atlantico settentrionale, le quali, dopo la
definitiva colonizzazione dell’Islanda (nel sec. 9°) e la scoperta della
Groenlandia (nel sec. 10°), condussero, sui primordi del secolo 11°, all’inconsapevole
scoperta di alcuni lembi del continente americano; ma i risultati di esse non
uscirono dal mondo nordico e nessuna eco ne giunse ai centri civili del
Mediterraneo. Vantaggio molto maggiore venne al progresso delle conoscenze
geografiche da tutto quel movimento che si collega con le Crociate, soprattutto
per le relazioni commerciali che alcune delle nostre repubbliche marinare (sin
dal sec. 9° in rapporto di traffici coi porti africani e asiatici del
Mediterraneo) allacciarono con tutto il vicino Oriente, dove, per gli aiuti
dati alle imprese di Terrasanta, acquistarono fattorie, fondachi e privilegi d’ogni
sorta. Forse fino alla metà del sec. 13° nessun commerciante occidentale valicò
le frontiere della Siria o dell’Armenia; ma ai porti del Levante e del Mar
Nero, frequentati da Pisani, Genovesi e Veneziani, come da Provenzali e
Catalani, affluivano, per vie carovaniere, le merci non pur dalla Mesopotamia,
dall’Arabia, dalla Persia, ma sì anche dall’India e dalla Cina; e con le merci,
notizie, sia pure indirette, dei paesi di origine.
E dopo la
metà del sec. 13°, quietatosi il torrente impetuoso dell’invasione mongolica
che, per qualche tempo, parve dovesse tutto travolgere, anche il più lontano
Oriente si aprì ai popoli mediterranei: viaggi di missionarî, a cominciare da
Giovanni da Pian del Carpine e da Rubruck, e di mercanti a cominciare da
Niccolò, Matteo e Marco Polo (1271-95), rivelano tutta l’Asia meridionale e
orientale e la Cina intera, percorsa da Marco fin nelle più riposte province,
insieme con i paesi contermini, dal Tibet alla Cocincina. Nuova messe di
notizie procurano Oderico da Pordenone, Giovanni de’ Marignolli, e tutta la
folla anonima dei mercanti, ai quali si deve il moltiplicarsi dei traffici, per
strade divenute in breve volger di tempo agevoli e familiari, nonostante le
tappe lunghissime; giunge novella anche dell’Oceano che bagna ad oriente la
Cina, delle numerosissime isole in quello disseminate e del lontano e
meravigliosamente ricco paese del Cipangu (Giappone). In pari tempo navigatori
italiani, in prima linea genovesi, sfidando il mistero dell’oceano occidentale,
rimasto per tutto il Medioevo barriera inaccessibile, si spingono lungo le
coste africane, osano di tentare la circumnavigazione dell’Africa (celebre l’impresa
dei fratelli Vivaldi nel 1291), ritrovano le Canarie e Madera, e, avventuratisi
in mare aperto, scoprono le Azzorre (nella prima metà del sec. 13°).
Tuttavia l’attenzione
dei dotti (chiusi ancora nella cerchia delle speculazioni astratte) non sembra
ridestarsi; più d’uno dei maggiori viaggiatori, in prima linea lo stesso Marco
Polo, è tacciato di ciarlatano; le nuove carte elaborate da studiosi monaci
nell’ombra dei chiostri, anche se ormai lontane dal rozzo schematismo di quelle
dell’alto Medioevo, ignorano del tutto le scoperte nuove.
Ma sono
necessità d’ordine pratico quelle che avviano, sia pure per cammini indiretti,
il risorgere della geografia. I moltiplicati bisogni della navigazione,
enormemente sviluppata, producono anzitutto le nuove carte nautiche, che
appaiono quasi improvvisamente dopo la metà del sec. 13° e sono di tutt’altro
stile e di una superiorità incomparabile rispetto a tutti i prodotti
cartografici medievali. Sono rilievi dei mari e delle coste più frequentemente
navigate (dapprima le sole coste del Mediterraneo, poi anche le coste
atlantiche dell’Europa e dell’Africa) ma quelle figurano con meravigliosa
esattezza e con dovizia grande di particolari. La loro diffusione, dai primordi
del sec. 13° a tutto il 16° fa passi giganteschi. Insieme con l’invenzione
della bussola marina e con l’ardimentoso estendersi della navigazione che ne
consegue, le carte nautiche, e i portolani che in certo modo le integrano, sono
appunto i segni annunziatori della nuova scienza geografica.
L’ETÀ MODERNA
Come detto,
nel Medioevo la geografia registra scarso interesse
proprio per l’attenzione rivolta principalmente alle questioni teologiche e non
alle altre scienze. L’interesse per i classici, specifico dell’Umanesimo e del
Rinascimento, fa riscoprire appunto i testi antichi di Strabone e di Tolomeo,
ma l’impulso agli studi geografici è dato pure dai viaggi e dalle scoperte
geografiche. I classici vengono tradotti e interpretati per recuperare le
conoscenze del passato, mentre le scoperte geografiche imprimono una svolta
decisiva nella conoscenza del mondo. La scoperta di nuovi territori e nuovi
mondi valorizzano le conoscenze cartografiche utili per la costruzione di mappe
attendibili. L’opera di Tolomeo diventa popolare ed utile per la navigazione.
Sono inoltre affrontati alcuni problemi fondamentali: la forma e le dimensioni
della Terra, la distribuzione dei mari e delle terre emerse. In relazione a questi fattori il termine
geografia si diffonde e gradatamente questo sapere acquista una sua rilevanza,
sempre in relazione con la cartografia. Questa relazione è evidenziata nei
Paesi Bassi da Gerhard Kremer (1512-1594), noto anche Gerardo Mercatore, e da
Abraham Oertel (1528-1598), italianizzato in Abramo Ortelio, che predispongono
interessanti rappresentazioni cartografiche. Il primo è notissimo per la sua
proiezione cartografica isogona particolarmente utile per navigare (Per
proiezione cartografica si intende un insieme di regole che permettono di
riportare sul piano della carta ogni punto della superficie terrestre
rappresentata; una carta isogonica mantiene rispetto alla realtà conserva
inalterati gli angoli. Grazie a questa caratteristica la proiezione elaborata
da Mercatore è utile per la navigazione.), il secondo è autore di un celebre atlante
“theatrum orbis terrarum” opera
del 1570 che raccoglie carte di tutto il mondo. In Italia Giovanni Antonio
Magini (1555-1617) si preoccupa di curare un’edizione italiana della “geografia”
di Tolomeo e di realizzare l’”atlante geografico d’Italia”, poi stampato
dopo la sua morte nel 1620. Il Seicento raccoglie le sollecitazioni dell’Umanesimo
e del Rinascimento. Infatti, Philipp Clüver (1580-1622) è il fondatore della
geografia storica, poiché si dedica alla descrizione del paesaggio dei tempi
classici. Bernhardt Varen, o Varenio (1622-1650), è autore di un’importante
opera “geographia generalis”,
sintesi del sapere geografico del tempo. Per Varenio la Geografia si articola
in universale o generale e in speciale o corografia. La prima considera la Terra
nei suoi diversi componenti, la seconda tratta gli aspetti specifici di ogni
singola regione. Egli quindi chiarisce i compiti della geografia: descrivere la
Terra nei suoi tratti generali, ma anche illustrare in modo approfondito le
diverse regioni. Si dà così nuovo impulso alla corografia, appunto alla
descrizione di ambiti specifici. Sempre nel Seicento grazie al rinnovato
interesse per gli studi sperimentali, si va affermando la geodesìa, cioè la
scienza che si occupa della misurazione della Terra in base a precise
misurazioni sul terreno. (La nascita della geodesìa si deve a Willebrod Snell
vissuto tra il 1591 e il 1626.)
Tuttavia il
risorgere della geografia come organismo di dottrine, ben chiaramente
individuato per oggetto e indirizzo, qual’era stata nei periodi più belli dell’età
greca, è più direttamente una conseguenza di quella meravigliosa successione di
scoperte, di navigazioni, di viaggi, che, tra la metà del sec. 15° e la metà
del 16°, allargarono rapidamente e smisuratamente agli occhi dell’Europa
attonita l’orizzonte del mondo conosciuto, quanto mai per l’innanzi era
avvenuto in così breve volgere di tempo, e travolsero d’un tratto una folla di
erronee opinioni inveterate, aprendo la via a speculazioni originali fondate su
dati di fatto nuovi. I progressi della conoscenza della superficie terrestre
fecero germogliare altre discipline che si staccarono dal tronco originario,
quali la geologia, l’oceanografia, più tardi la geodesìa, mentre la
scienza-madre, la geografia, si ridusse a compiti meramente informativi e
descrittivi. Tale situazione permase fino al 19° secolo, quando si costituì la
scienza geografica moderna; tuttavia non si deve trascurare l’apporto dato nel
Settecento da studiosi isolati, da cultori di altre discipline e, soprattutto,
da pensatori quali Montesquieu, I. Kant, J. G. von Herder, i quali guardarono con attenzione alle
reciproche interdipendenze tra l’uomo e l’ambiente. L’Illuminismo accresce l’interesse per l’ambiente e per le scienze
ponendo anche il problema del rapporto fra l’uomo e la natura, tra le società
umane e l’ambiente. Sebbene gli illuministi risolvano questa relazione in modo
semplicistico, tuttavia la geografia conosce nuovi sviluppi. Naturalisti,
botanici, viaggiatori contribuiscono a mettere a punto un patrimonio di
conoscenze. Per questi motivi la geografia si coniuga con la statistica, questa
nuova scienza che dalla Francia si propaga in Europa. Nella Francia napoleonica
la statistica e la pubblica amministrazione diventano un tutt’uno, anche perché
qui si mettono a punto gli strumenti necessari per la rilevazione scientifica.
Passi avanti si realizzano anche nella cartografia con Guillaume Delisle
(1675-1726) e Cesare Francesco Cassini (1714-1784). Il primo è noto per la sua
proiezione prospettica di sviluppo conica modificata (si tratta, in buona
sostanza, di una proiezione che utilizza come figura geometrica il cono), utile
per rappresentare carte generali di Paesi europei ed extraeuropei; Cassini
progetta la carta topografica della Francia.
L’Illuminismo favorisce gli studi geografici grazie all’interesse che
vi è per la natura e l’agricoltura, per cui si dà maggior rilievo alla
geografia fisica. Nell’”enciclopedia” è inserita la voce “geografia”
curata da M. Desmarest che afferma che la <<la geografia è la descrizione
della terra.”. La geografia fisica sembra predominare e si presenta come la
descrizione ragionata della terra nelle sue partizioni. In questo quadro
diventa fondamentale l’impulso dato da Immanuel Kant (1724-1894) che nell’introduzione
all’opera “geografia
fisica” (1802) chiarisce che essa insegna a conoscere l’”officina della terra”. Secondo
Kant essa permette una visione globale della natura ed è propedeutica alle
seguenti branche della geografia: la geografia matematica (che studia forma,
dimensioni e movimenti della Terra e dei suoi rapporti con il sistema solare);
la geografia politica (che studia la struttura politica degli stati); la
geografia morale (usi dei popoli); la geografia commerciale (che si occupa dei
traffici commerciali); la geografia teologica (che si occupa della
distribuzione delle religioni). Come illustra Quaini, la funzione che Kant
assegnava alla geografia risulta dunque molto chiaramente: essa si rivolge alla
formazione del cittadino del mondo. Si comprende dunque come allora la
geografia, in veste civile o militare, si collocasse al centro e al livello più
alto dei problemi e delle preoccupazioni del cittadino, del cittadino del
mondo. Sempre Quaini precisa che proprio i processi storico-culturali di fine
Settecento danno un particolare impulso alla disciplina perché essa non è solo
utile per la descrizione del paesaggio terrestre, ma comincia ad essere
funzionale alla progettazione del territorio. Tale progresso diventa evidente
nel corso dell’Ottocento grazie a geografi come Alexander von Humboldt, Karl
Ritter e Friedrich Ratzel. Alexander von Humboldt (1769-1859) ha una formazione
naturalistica ma si preoccupa di dare slancio all’impostazione metodologica della
geografia, considerando fondamentali alcuni principi nell’analisi geografica:
la localizzazione, la distribuzione dei fenomeni spaziali, ma anche la
reciprocità e la causalità. Scrive un’opera importante in cinque volumi “kosmos” (1828) nella quale sottolinea
l’importanza del clima e dà spazio all’analisi della popolazione, economia,
commercio. Karl Ritter (1779-1859) si interessa alla relazione tra la
superficie terrestre e l’uomo. La sua visione religiosa considera il rapporto
uomo-natura secondo un disegno provvidenziale, ma nello stesso tempo egli si
pone problemi metodologici per individuare la relazione tra la terra e i suoi
abitanti; inoltre intuisce l’importanza della comparazione geografica sia dal
punto di vista spaziale sia temporale. Friedrich Ratzel (1844-1904) è inserito
nel clima filosofico del positivismo e ha una visione deterministica dell’ambiente.
Egli scrive un’opera importante “l’antropo-geografia”,
studiando i modi di distribuzione dei gruppi umani e osservando l’influenza determinata
dall’ambiente naturale sui gruppi umani. A Ratzel si deve anche un’altra opera
fondamentale per la geografia “la geografia politica”, che segna la
nascita della geografia politica moderna, benché lo studioso tratti gli Stati
alla stregua delle piante e degli organismi naturali. Il suo determinismo
ambientale non è stato apprezzato, ma la sua posizione va contestualizzata
perché influenzata dal positivismo; comunque egli ha saputo dare importanza ai
tratti culturali dei gruppi umani. Illustriamo adesso i vari stadi di questo
percorso.
A partire
dal secondo decennio del sec. 15°, i Portoghesi, riprendendo, sotto la spinta
di Enrico il Navigatore, i precedenti tentativi italiani, procedono di tappa in
tappa lungo la costa atlantica dell’Africa, fino a raggiungere il Golfo di
Guinea, poi con progressi sempre più accelerati, la foce del Congo e finalmente
nel 1487 l’estremità meridionale del continente (Bartholomeu Dias); dieci anni più tardi, con la circum-navigazione di Vasco da Gama
(1497-1499) schiudono la nuova via marittima alle Indie, presto assurta all’importanza
di grande arteria del commercio mondiale. Nel 1492 è travalicato, per la
cosciente audacia di Cristoforo Colombo, l’Oceano Atlantico, ritenuto fin
allora invalicabile, ed anche in questo caso, le rotte dell’andata e del
ritorno, sagacemente seguite dal grande ligure, diventano in breve volgere di
anni familiari ai naviganti. I successivi viaggi di Colombo e quelli dei suoi
primi seguaci (in primissima linea i due viaggi di Amerigo Vespucci) come pure,
in paraggi più settentrionali, le navigazioni dei Caboto e di altri sulle loro
orme, rivelano a poco a poco nella sua enorme estensione meridiana, quella
distesa di nuove terre che, dapprima creduta, e non da Colombo soltanto, l’estrema
appendice orientale dell’Asia, si rivela successivamente come un Nuovo Mondo,
cioè una massa continentale indipendente. Per questa fortunata successione di
scoperte, già sul volgere del primo decennio del Cinquecento, la conoscenza
spaziale del nostro globo si era forse più che duplicata rispetto a quella di
settant’anni prima; ed ecco, che, tentandosi il passaggio, di là dalla nuova
massa di terre, all’Asia orientale, pur creduta poco più distante ad Ovest, il memorabile viaggio di
Magellano (1519-1522) rivela invece l’immensità del Grande Oceano, traversato
in tutta la sua estensione, fra l’estremità Sud
dell’America e le Filippine, dalla minuscola flottiglia di navi; tra le quali
una sola superstite, dopo la morte del capo, ritornando per l’Oceano Indiano e
intorno all’Africa fino ai lidi europei, chiude con la prima circumnavigazione,
tutto l’ambito del nostro pianeta.
Appare
questo ora enormemente più grande di quanto non si fosse creduto nel Medioevo,
durante il quale (essendo oscillanti e incerte le idee anche su taluni dei dati
più fondamentali della geografia) si era più generalmente accolta la misura
della circonferenza terrestre accreditata da Tolomeo, molto meno esatta di
quella eratostenica e di gran lunga inferiore al vero. La sfericità dell’orbe è
ormai dimostrata dalla nuova prova inoppugnabile dei fatti; errori radicati per
secoli, come quello dell’inabitabilità della zona torrida, sono smentiti dall’esperienza
e sbanditi d’un tratto; le opinioni più diffuse intorno alla ripartizione
quantitativa delle terre emerse e dei mari sul globo, che in generale
propendevano in favore di un’enorme prevalenza delle terre, sono travolte, pur
senza che per ora si delinei un’intuizione prossima al vero. Una quantità
enorme di conoscenze nuove, di fatti, di fenomeni, si viene accumulando e s’impone:
fatti strani e misteriosi, come il variare della declinazione dell’ago
magnetico avvertito forse da Colombo sin dal primo viaggio; fenomeni per la
prima volta constatati nelle plaghe oceaniche nuovamente percorse, come le
grandi, regolari correnti dell’Atlantico; aspetti mai veduti di terre e poi
tutto il complesso di notizie intorno agli abitatori di codeste nuove terre, ai
prodotti meravigliosi del mondo vegetale ed animale. La curiosità universale si
ridesta, e con essa si riaccende l’amore allo studio del mondo naturale.
L’Umanesimo
ha frattanto per altre vie contribuito a risuscitare l’interesse per il mondo
circostante, ha rieducato lo spirito di osservazione e al tempo stesso, con la
ricerca delle opere classiche, ha riportato alla luce strumenti preziosi del
sapere. Tra questi è ritornata alla luce, al principio del Quattrocento, l’opera
geografica di Tolomeo, quasi dimenticata nel Medioevo; e per la sconfinata
autorità del nome ha acquistato subito una grandissima considerazione: i
problemi in essa trattati vengono ripresi, e dopo la diffusione della stampa,
le edizioni della “geografia” si moltiplicano, e presto si riproducono
anche le carte accompagnanti il testo, le quali, sebbene molto meno esatte,
quanto alla figurazione dei contorni, di quelle nautiche, vengono considerate,
negli ambienti dotti, come l’espressione della più alta perfezione
cartografica, in quanto basate su elementi astronomici e raccomandate da una
tradizione così antica e venerabile. Intanto anche le dottrine fisiche di
Aristotele, inquadrate nell’organismo dottrinario della scolastica, vengono
attaccate, specialmente in Italia, dalle nuove scuole filosofiche (soprattutto
di Telesio e Giordano Bruno); il sistema aristotelico resiste ancora per tutto
il Cinquecento, ma appaiono sempre più manifesti gl’indizî del suo
sgretolamento, man mano che si fa più evidente il disaccordo delle speculazioni
astratte e delle teorie con la realtà dei fatti nuovi osservati sulla faccia
del mondo divenuto tanto più vasto.
Nel campo
cosmografico e geografico in particolare, opere che andavano per la maggiore
divengono in brevissimo volger d’anni del tutto antiquate: si pensi, per
citarne una sola, alla “imago mundi” di
Pietro d’Ailly, che era pur stata il fondamento di tutte le conoscenze
cosmografiche di Colombo e che doveva, pochi decennî dopo, perdere ogni valore.
Ma il
lavoro di raccolta, di coordinazione e di critica di questi fatti nuovi portati
dalle scoperte, dai viaggi, dalle navigazioni, nel campo geografico, doveva
dapprima apparire estremamente arduo, data l’enorme congerie di notizie e di
conoscenze affluenti tumultuosamente da ogni parte e accrescentisi senza
tregua; dato, inoltre, il frequente mescolarsi di elementi fantastici alle
narrazioni veridiche. Si rifletta soltanto alla grandissima difficoltà di
eseguire il lavoro che si presentava come il primo e più elementare, quello
cioè di rappresentare in una carta del mondo i lembi delle nuove terre
successivamente riconosciute, coordinandole spazialmente con la figurazione
dell’antico continente; nell’incertezza delle misure e dei dati fondamentali
sulle dimensioni del globo, l’ardua fatica veniva annullata da ogni nuova
scoperta che venisse a modificare le concezioni pur dianzi formulate. E si
rifletta che, anche dopo chiusa, col viaggio di Magellano, quella che si suol
chiamare l’epoca eroica delle grandi scoperte geografiche, le scoperte tuttavia
continuano, con successione meravigliosa, in tutto il periodo, meno
attentamente considerato di solito, che va fino alla metà del sec. 17°:
pionieri ardimentosi e conquistatori avidi riconoscono le parti interne dell’America
Settentrionale e Meridionale; marinai d’ogni paese frugano i mari e le terre
artiche, alla ricerca di passaggi verso l’Asia orientale; altri percorrono in
più direzioni il Grande Oceano, scoprendo a poco a poco, sin dai primi anni del
Cinquecento, varî lembi dell’Australia creduta l’estremità di un estesissimo
continente australe mercanti russi si spingono nell’Asia settentrionale e in
tappe successive la traversano fino al Mare di Ochotsk, mentre i navigatori,
dalle coste della Cina e del Giappone apertesi per poco al commercio europeo,
tentano di spingersi sempre più verso settentrione. E così varî sono i fatti
osservati, così disparate, lontane e spesso difficilmente controllabili sono le
fonti da cui le notizie provengono, che il lavoro di sintesi scientifica, dal
quale germoglierà la geografia moderna, dovrà necessariamente tardare a lungo.
Come nei
momenti critici dell’evo classico, così anche ora (e il parallelo è
significativo) le prime sintesi delle conoscenze sulle terre e i mari
nuovamente scoperti ed esplorati appaiono, nonostante le difficoltà di cui
sopra si è accennato, nel campo cartografico. Appaiono in Italia, perché l’Italia
è tuttora il maggior centro del movimento di studî e di commerci, e più
specialmente a Venezia e a Roma dopo la metà del sec. 16°. Le carte di Tolomeo,
riprodotte, come si è detto, in diecine di edizioni, non servono più all’uso
quotidiano, sia perché rispecchiano le condizioni dell’evo antico, non del
momento attuale, sia perché non figurano i paesi nuovi, che sono ormai tanta
parte del mondo. Per la prima di queste ragioni nuove tavole di taluni paesi
europei, si erano già accompagnate a edizioni quattrocentesche della “geografia” di
Tolomeo; più tardi appaiono carte dell’Africa, dell’Asia e soprattutto dell’America;
a poco a poco queste tavole moderne si moltiplicano, nelle successive edizioni,
fino a superar di numero le tavole tolemaiche, ormai disusate e perpetuantisi
immutate per la sola venerazione del nome. Spesso alle nuove tavole si
accompagnano brevi descrizioni dei paesi, che vengono a costituire un commento
alla nuova serie di carte. In connessione con ciò anche taluni problemi
generali (dimensioni dell’orbe e misura delle distanze, fondamenti matematici
della cartografia, e simili) si riprendono, in discorsi introduttivi o in
commentarî alle raccolte cartografiche, che hanno pur sempre il nome di
Tolomeo, ovvero anche in opere speciali (ad esempio, il “cosmographicus liber” di
Pietro Apiano, 1524). Un passo più avanti, decisivo, fu fatto, sempre nel campo
cartografico, quando si osò abbandonare definitivamente le vecchie carte di
Tolomeo e comporre una raccolta di sole tavole moderne di geografia; il primo
tentativo di questo genere fu fatto in Italia; indi, in forma più perfetta, nei
Paesi Bassi, col “theatrum orbis
terrarum” di Abramo Ortelio (1570), le cui carte, tutte
moderne, sono pur accompagnate, nelle successive edizioni, da commenti
illustrativi, e meglio ancora, con l’Atlas di G. Mercator,
pubblicato postumo, preceduto da una serie di disquisizioni “cosmographicae meditationes de fabrica mundi et
fabricati figura”. Anche i problemi di cartografia teorica, già trattati da
Tolomeo, sono ripresi: parecchie nuove proiezioni sono proposte e applicate
sicchè la cartografia moderna alla fine del Cinquecento può dirsi già sorta.
Le sintesi
descrittive dei risultati delle nuove scoperte, cioè le opere geografiche nel
senso più ristretto della parola, furono, per le accennate ragioni, più
laboriose. A soddisfare la curiosità del pubblico appaiono dapprima raccolte di
relazioni di viaggiatori e navigatori, come quella celebre di G. B. Ramusio, o anche descrizioni generali di tutto il mondo, come la grande “cosmographia universalis” di
Sebastiano Münster (1544), il cui enorme successo, attestato dal grandissimo
numero di edizioni apparse in varie lingue per circa un secolo, non è tuttavia
pari al valore scientifico, dacché in essa difetta ancor troppo il lavoro di
critica: l’elemento fantastico e meraviglioso è mescolato con l’elemento reale,
derivato da genuine osservazioni e da sicura esperienza di cose vedute. Meglio
appare il lavoro di coordinazione e di critica in opere italiane alquanto più
tarde, come le “relazioni universali” di
G. B. Botero, le quali rappresentano veramente un abile tentativo di sintesi,
per vero soltanto parziale, di elementi statistici e geografici.
Si
moltiplicano intanto nella seconda metà del Cinquecento e ai primi del Seicento
scritti speciali: oltre ad opere di cosmografia e ad altre, assai numerose e
talora voluminose, d’intento pratico, per sussidio ai naviganti e agli uomini
di mare come quelle di Pietro de Medina, Luca Aurigario, W. Barendszoon, B.
Crescenzio, si hanno scritti sull’oceano e sui suoi fenomeni come quelle di
Botero e J. Voss, trattazioni sui fenomeni vulcanici e sismici, e poi una larga
letteratura di descrizioni regionali, riflettenti anche i paesi nuovamente
scoperti e visitati, e perfino dizionarî di geografia.
Le carte di
Tolomeo, divenute inutili come rappresentazioni attuali, restano di uso
larghissimo e di ausilio prezioso per gli studî sull’età classica; anzi,
accanto ad esse altre carte si preparano, con lavoro originale, allo scopo di
rappresentare unicamente le condizioni dell’evo antico, e ad esse si uniscono
commenti sotto varie forme: così dalla geografia moderna si separa, proprio in
questo tempo, la geografia antica o storica, che avrà in Filippo Clüver
(1580-1622) il suo maggior rappresentante.
Ma i tempi
sono ormai maturi anche per una sintesi generale nel campo della geografia
moderna. Scosso ormai dalle basi tutto il vecchio edificio delle dottrine
aristotelico-scolastiche e tramontata definitivamente l’autorità di Tolomeo
anche come astronomo allorché di contro al sistema geocentrico che per tutto il
Medioevo si era perpetuato col suo nome, si eleva la nuova costruzione del sistema
eliocentrico copernicano, l’ambiente è preparato per una completa rinnovazione,
resa ormai possibile dalla sistemazione di tutto il materiale di osservazioni,
di dati e di fatti nuovi accumulatosi per effetto delle grandi scoperte. L’opera
sintetica più degna di considerazione, almeno dal punto di vista metodico,
appare nei Paesi Bassi, ai quali già da qualche tempo era passato, dall’Italia,
il primato nella cartografia: è la “geographia
generalis in qua affectiones generales telluris explicantur” di
Bernardo Varenio (1650). In quest’opera forse per la prima volta, dopo
Eratostene e la sua scuola, la geografia ci appare come scienza bene
individuata, come organismo completo di dottrine con fini e metodi proprî. Nell’opera
del Varenio, che molto si distanzia da qualche tentativo precedente (il famoso “systema geographiae generalis” del
Christiani, risalente al 1645), tutto il materiale delle nuove conoscenze viene
utilizzato per spiegare i fenomeni terrestri, i quali sono indagati nei loro
rapporti causali, secondo un criterio veramente moderno; le correlazioni fra i
varî fatti fisici sono messe, per quanto allora si poteva, in evidenza;
le affectiones telluris (fenomeni geografici in senso lato)
sono divise nelle tre categorie di affectiones
caelestes, terrestres e humanae, onde di qui prende in sostanza
l’origine la tripartizione della geografia, che, ripetuta e divulgata in un’opera
molto nota di Guglielmo Sanson il Giovane (la “introduction à la géographie” del 1681), è rimasta, si può
dire, fino ai nostri giorni. Ma il Varenio non ha veramente trattato di
proposito la geografia umana; il suo è un trattato di geografia matematica e
fisica generale; egli ha in effetto distinto chiaramente fra la geografia
generale, che molti chiamavano ancora Cosmografia, e quella particolare o
regionale (si ricordi il titolo dell’opera, di pochi anni anteriore e di molto
minor levatura, di Paolo Merula: “cosmographiae
generalis libri tres, item
geographiae particitlaris libri quatuor”, 1636). Mentre il Varenio si eleva direttamente all’indagine
dei fenomeni generali e dei principî supremi della scienza, una raccolta
pazientemente ordinata e criticamente elaborata dei dati di fatto relativi a
tutti i problemi matematico-fisici della geografia era consegnata dal gesuita
G.B. Riccioli nella sua “geographia et
hydrographia reformata” (del 1661), e
contemporaneamente un esame di tutti i fenomeni terrestri, ricco d’ipotesi
ardite ma scarsamente appoggiate a elementi probativi, era fatto da un altro
gesuita, Atanasio Kircher, nel suo “mundus
subterraneus” (1664).
Fra tutte
queste opere, quella del Varenio, che ebbe numerose edizioni e traduzioni
(celebre l’edizione del 1672 curata da Isacco Newton), mantiene il primato per
circa un secolo (proprio di cento anni dopo è la “introduzione alla conoscenza matematica e fisica del globo
terrestre”, di un altro olandese, il Lulof, che non rivela alcun
progresso) e ben può dirsi rappresenti, sotto nuova forma, in relazione ai
tempi nuovi, la resurrezione dell’indirizzo eratostenico della geografia, come
in quella del Botero si è voluto vedere, almeno sotto certi aspetti, la
resurrezione dell’indirizzo straboniano.
Ma questo
secondo indirizzo, che nello studio dell’orbe dava maggior peso all’uomo e alla
sua attività, doveva acquistare gradualmente e mantenere a lungo il
sopravvento: appaiono infatti molte opere di geografia descrittiva rispondenti
ai bisogni comuni delle persone colte, mentre la geografia generale nel
significato e nell’oggetto precisato dal Varenio passa in seconda linea, tanto
da farci apparire il dotto olandese come un precursore isolato. A ciò contribuì
anzitutto il fatto che molti gruppi d’indagini, coordinati dal Varenio nell’organismo
della geografia scientifica, mostrano ora una tendenza a individuarsi in corpi
di dottrine separate. In primo luogo i problemi fondamentali della geografia
matematica, cioè quelli sulla forma e le dimensioni dell’orbe, già nel corso
del sec. 17° venivano assunti dalla nascente geodesìa: dopo che
Snellius nel 1617 ebbe applicato per la prima volta il procedimento della
triangolazione, vengono eseguite le prime misure di gradi di meridiani (da
parte di Picard, Cassini, Maupertuis, Clairaut, e La Condamine, nei secoli 17°
e 18°); anche il pendolo viene applicato alla determinazione della forma dell’orbe,
della quale Huygens e Newton affrontano lo studio generale teorico.
Per la
cartografia (salita, come si è detto, in gran fiore nei Paesi Bassi coi
successori di Mercatore Hondio e Blaew ed assurta poi a grande sviluppo anche
in Francia, soprattutto per opera di Nicola Sanson, vissuto tra il 1600 e il
1667) s’inaugura un nuovo periodo, il periodo scientifico moderno, determinato
dall’introduzione dei sistemi di rilievo geodetico-topografici e dallo studio
di nuove proiezioni; nel 1679 s’inizia la grande carta di Francia sulla base
delle determinazioni astronomiche e geodetiche di Picard, De la Hire e Cassini,
nel 1682 si pubblica il famoso planisfero del Cassini; poco dopo Guglielmo
Delisle (1674-1726) rinnova la cartografia generale e speciale d’Europa e dei
paesi europei; la sua opera è continuata in Francia da G. B. Bourguignon d’Anville
(1697-1782).
Dal corpo
materno della geografia si stacca nel sec. 17° anche la geologia. Dopo che
Leonardo da Vinci, Bernardo Palissy e altri avevano riconosciuta la vera natura
dei fossili (e il Palissy, precorrendo i tempi, aveva espresso anche ardite
ipotesi sull’evoluzione del nostro pianeta), dopo che Descartes aveva
affrontato i problemi più generali sullo stato interno dell’orbe, sull’orogenesi,
e simili, basando peraltro le sue speculazioni quasi esclusivamente su
costruzioni teoriche, il danese Nicola Stenone (1631-86), professore a Padova e
poi a Firenze, in base a osservazioni fatte specialmente in Toscana, gettava le
basi della stratigrafia, formulandone chiaramente i principî essenziali. La
scienza si costituisce poi definitivamente nel sec. 18°, per opera di Buffon,
Hutton, De Luc, L. V. Buch, e simili; tuttavia dai primi geologi essa è ancora
talvolta considerata parte della geografia fisica.
Al sec. 17°
risalgono le prime misure di altezza col barometro e i primi studî sulle
variazioni della pressione; Halley trova la formula per la misura delle altezze
e abbozza la prima teoria dei venti costanti; dopo la metà del sec. 18° si
fanno sempre più frequenti le osservazioni di temperatura e di pressione, s’inizia
lo studio sperimentale dei venti e si avvia così il sorgere di una scienza dell’aria
(la meteorologia nel senso moderno della parola). Lo studio del mare tende pure
a costituirsi in una disciplina a parte, soprattutto per opera del bolognese L.
F. Marsigli (a cui si deve, tra le altre opere, l’eccelsa “histoire physique de la mer” del 1711).
Uno studio generale, scientifico, dei problemi geografici relativi ai rapporti
fra l’orbe e l’uomo non è ancora sorto, né poteva per ora sorgere; solo talune
influenze, per esempio quelle del clima, sono da tempo ammesse e indagate. In
tali condizioni la geografia del sec. 18° rimane quasi esclusivamente
rappresentata dall’indirizzo storico e da quello descrittivo, ma il primo
appare legato sempre più alla cartografia (com’è nel caso del “atlas antiquus e géographie ancienne” del D’Anville).
L’indirizzo descrittivo vede come oggetto ultimo della scienza geografica
quello di raccogliere ed esporre ordinatamente il maggior numero possibile di
dati e di fatti, attinti alle fonti più accreditate, sia sui varî elementi
fisici di ogni paese (confini, orografia, fiumi e loro corso), sia soprattutto
sui prodotti d’ogni genere, sulla loro qualità e quantità, sulle industrie, i
commerci, le caratteristiche umane (razze, popoli, lingue, religioni, densità
di popolazione, e simili), sulle istituzioni politiche e sociali dei diversi
stati, sulla loro potenza militare, e simili Per queste ultime parti la
geografia si presentava come ausiliaria delle nuove discipline economiche e
sociali, salite a gran fiore nel sec. 18° specialmente nel periodo del
cosiddetto illuminismo. Così le opere geografiche crescono enormemente di mole,
fino a raggiungere le dimensioni della “neue
erdbeschreibung” di Antonio Büsching (1754; trad. italiana in 29
tomi, Venezia 1774-80), superata del resto da altre successive, e si riempiono
di dati statistici, giovandosi appunto del gran sviluppo che precisamente
allora veniva prendendo la statistica (con Schlözer e Achenwall). Ma, poiché
buona parte dei dati rapidamente invecchiava, l’utilità di simili lavori,
costati spesso lunghi anni di minuziose fatiche, diminuiva in breve tempo; il
che spiega anche la moltitudine di libri di questo tipo apparsi l’uno dopo l’altro,
i posteriori desunti dai precedenti, ma bene spesso cresciuti di mole.
Non v’ha
dubbio che, così concepita, la geografia veniva a perdere gran parte del suo
valore come scienza, dacché, mentre si vedeva sottratti alcuni campi d’indagine
per il sorgere di nuovi rami speciali dello scibile (meteorologia, e simili),
riduceva d’altro lato il suo contenuto a fatti e dati di carattere transitorio,
come tutti quelli che si riferiscono alle varie manifestazioni dell’attività
umana, agli ordinamenti politici, e simili, trascurando lo studio dell’ambiente
naturale, che merita invece la principale considerazione, come quello che forma
il sostrato immutabile (almeno rispetto alla breve nostra esperienza) sul quale
l’uomo si muove, agisce e opera.
Le opere di
geografia fisica del sec. 18° (eccezione fatta per le ideazioni ardite di
qualche spirito indipendente come quelle F. Buache, a cui si devono l’”atlas physique” del 1754 e
gli “essais de géogr. physique” del 1756) o sono
rielaborazioni di materiale vareniano, come la già citata opera del Lulof,
ovvero esorbitano, nonostante il titolo, dai limiti della trattazione
geografica vera e propria, rivelando un concetto indeterminato della geografia
come scienza (così, ad esempio, nelle “lezioni di geografia fisica” di
I Kant; 1ª ed. in 2 vol. del 1802, 2ª ed. in ben 4 vol., del 1805; nelle quali
è introdotto peraltro materiale non proveniente dalle lezioni originali del
grande filosofo). In conclusione alla fine del sec. 18° la geografia traversa
una fase veramente critica: essa ha quasi interamente perduto il suo carattere
di scienza di osservazione e corre il rischio di perdere la sua stessa
individualità, in parte soffocata dalle scienze sorelle, in parte annegata
nella statistica.
IL 19° SECOLO
Nell’Ottocento
si crearono situazioni favorevoli a un nuovo sviluppo della conoscenza dell’orbe.
La Rivoluzione industriale pose esigenze di approvvigionamento di materie prime
e di apertura di mercati che diedero impulso a nuovi viaggi di esplorazione e di
colonizzazione commerciale e politica. Il moltiplicarsi di scuole superiori
comportò anche l’istituzione di cattedre universitarie di geografia. Sorsero
le società geografiche (la prima a Parigi, nel 1821), che in
molti casi promossero studi e spedizioni scientifiche, anche se spesso il loro
ruolo fu più politico che culturale. In Germania maturarono i due studiosi reputati i
fondatori della moderna geografia: A. von Humboldt e C. Ritter. Il primo,
naturalista ed esploratore, cresciuto nel clima del razionalismo settecentesco,
viene comunemente ritenuto l’iniziatore della geografia naturalistica; a lui si
devono soprattutto l’elaborazione di una rigorosa metodologia geografica e l’applicazione
dei principi fondamentali della geografia scientifica. Il secondo, formatosi in
ambienti che già avevano superato l’illuminismo e risentivano dello storicismo
e del teleologismo preromantico, è spesso definito come l’instauratore dell’indirizzo
storico-umanistico; egli arrivò alla formulazione esatta di quei principi che
Humboldt aveva brillantemente applicato. Mentre Humboldt svolse un’intensa
attività promozionale senza tenere scuola, Ritter ricoprì per lunghissimo tempo
la prima cattedra universitaria istituita per la geografia (in Berlino) ed ebbe molti allievi che parvero continuare
la sua opera. In realtà, Humboldt e Ritter furono piuttosto dei precursori che
dei fondatori: né l’uno né l’altro esercitarono vera influenza sui
contemporanei.
La vittoria
dell’indirizzo ritteriano fu più apparente che reale, perché i diretti
discepoli di Ritter non applicarono in modo costruttivo gli insegnamenti del
maestro: anzi, i più dotati di essi, O. Peschel e F. von Richthofen, approdarono per proprio conto alla geografia
fisica, che compì grandiosi progressi nel volgere di pochi decenni, favorita
dall’avanzamento di discipline naturalistiche di cui utilizzò i risultati,
dalla larga messe di dati raccolti nei viaggi di esplorazione all’interno dei
vari continenti, da quanto appreso con le spedizioni oceanografiche e polari,
dallo sviluppo della produzione cartografica. La geografia fisica (in
particolare la morfologia, cui apportarono grandi contributi lo statunitense W. M. Davis, il tedesco A. Penck e
successivamente il francese E. de Martonne) riusciva così a precisare i suoi metodi e i
suoi contenuti, raggiungendo un’indiscussa dignità scientifica.
Più lento e
difficile è stato il cammino della geografia umana, che per qualche decennio fu
coltivata solo da mediocri allievi di Ritter e da cultori di altre scienze,
senza arrivare a chiarirne metodi, oggetto e fini. Essa ebbe una sua
sistemazione solo alla fine del 19° secolo a opera del tedesco F. Ratzel, studioso
proveniente dalle scienze naturali, influenzato dalle idee evoluzionistiche e
cresciuto nel clima del positivismo; egli, per la notevole influenza che
attribuisce allo spazio e all’ambiente naturale sulla distribuzione e sulle
attività dell’uomo, è considerato il primo e più autorevole esponente del
determinismo geografico. Questa concezione, secondo cui tutte le manifestazioni
umane sono rigidamente condizionate dall’ambiente fisico, di fatto era già
presente nel pensiero di Ritter ed è stata portata alle estreme conseguenze non
tanto da Ratzel, quanto da alcuni suoi epigoni, e in particolare dalla
statunitense E. C. Semple. La reazione al determinismo venne solo agli inizi del 20° secolo
dalla Francia.
A
restaurare la nostra scienza, imprimendole un nuovo indirizzo e creandole nuovi
campi d’indagine, sopravviene un nuovo movimento di studî e di idee,
determinato sia dal sorgere della vera e propria ’esplorazione scientifica’, sia dall’opera innovatrice delle
scuole geografiche tedesche. La seconda metà del secolo 18° aveva veduto una
vivace ripresa dei grandi viaggi specialmente marittimi, dai quali risultò il
completo riconoscimento dei lineamenti generali dell’Oceano Pacifico
(soprattutto per merito delle tre grandiose spedizioni di Giacomo Cook,
1768-79, la seconda delle quali in compagnia di R. Forster) e la dimostrazione
dell’inesistenza di una orbe australis incognita di enorme
estensione, da molti ancora a quel tempo affermata; inoltre una più esatta
conoscenza delle coste settentrionali e orientali dell’Asia e dei contorni dell’Australia.
Pertanto alla fine del sec. 18° può per la prima volta fissarsi con qualche
precisione il valore del rapporto quantitativo fra le terre emerse e i mari,
fondamento di qualunque fatto di geografia fisica. Nel sec. 16° aveva preso
consistenza l’opinione che terre emerse e mari si equilibrassero per area alla
superficie del globo, e tale opinione è condivisa dal Varenio; l’accertamento
che gli spazi oceanici occupano invece quasi i tre quarti dell’area totale
viene a sconvolgere del tutto concetti antiquati, ma tuttora assai radicati.
S’iniziano
contemporaneamente le vere e proprie esplorazioni, guidate da intenti puramente
scientifici e con adeguata preparazione dei loro esecutori (C. Niebuhr in
Arabia, 1761-67; S. Pallas in Siberia, 1768-74; J. Bruce nell’Etiopia, 1769-72;
R. Forster con G. Cook nel Pacifico meridionale e nel Mare Polare, 1772-75, e altri).
Nel 1784 sorge in Inghilterra la “Società Asiatica”, nel 1778 l’”Associazione
per l’esplorazione dell’Africa”, la quale, nei primi decennî del sec. 19°
promuove ardite spedizioni specialmente nel bacino del Niger e nel Sudan. Anche
l’interno dell’America, tanto nel Nord
quanto nel Sud, diviene meta di
frequenti viaggi scientifici. Nel 1821 è fondata la Società geografica di
Parigi, nel 1828 quella di Berlino, nel 1830 quella britannica. Con questo
nuovo sviluppo dell’attività esploratrice si collega per varie vie l’opera di
costruzione e di sintesi di Alessandro di Humboldt e di Carlo Ritter, che
possono considerarsi come gl’instauratori della geografia moderna.
Il Humboldt
(1769-1859), naturalista d’origine, è veramente il primo viaggiatore-geografo
nel senso genuino della parola; infatti fondamento della sua opera scientifica
furono le esplorazioni compiute nelle Ande settentrionali, nelle Antille e nel
Messico (1799-1804), cui aggiunse in seguito un viaggio in Siberia. Per la
scienza geografica egli ha anzitutto importanza per avere presa in
considerazione su larga scala la terza dimensione, l’altitudine, e gettate le
basi dello studio scientifico del rilievo terrestre, sulla scia di un movimento
da poco iniziatosi in Europa che vede il proprio padre fondatore nel O. B. De
Saussure, autore dei “voyages dans les Alpes” (Neuchâtel, 1780-1796). Ma egli è anche
il primo a fare osservazioni e misure sistematiche, oltre che sull’altitudine,
sugli elementi del clima (temperatura, piovosità) e altresì studî sui terreni e
la vegetazione, e anche indagini sui fatti umani (tipi e ripartizione delle
abitazioni, e simili). Ma nello studio di qualunque dei su accennati fenomeni,
il Humboldt tende ad assurgere, dall’esame delle condizioni in cui esso si
verifica nella regione visitata, alla ricerca delle altre regioni nelle quali
lo stesso fatto o fenomeno si osserva, indagandone insomma la distribuzione
spaziale e le leggi di questa distribuzione; lo studio della distribuzione
spaziale di un fenomeno, più che del fenomeno in sé, diviene fine precipuo del
geografo. E, accanto a questo fine, un altro, del resto strettamente collegato,
se ne delinea; in quanto lo studio di un dato fenomeno in una data regione
conduce il Humboldt a ricercare tutti gli altri fenomeni che con quello possono
aver relazione di causa a effetto: così, studiando il clima, ne mette in luce i
rapporti con la vegetazione, studiando le sedi umane, cerca indagare i rapporti
di esse col rilievo, col clima, con la vegetazione. Lo studio della
coordinazione dei fenomeni nello spazio e delle loro reciproche connessioni e
interdipendenze diviene con il Humboldt l’oggetto supremo della scienza geografica
e l’elemento che distingue e individua la geografia dalle altre scienze. Nel
campo della bio-geografia il Humboldt appare un novatore col suo suggestivo
libro “ideen zu einer geographie der
pflanzen” (1805), che ha alcuni punti essenziali di contatto
con la “tiergeographie” dello
Zimmermann (1778). Non va dimenticato che sin dal 1775 era comparso il celebre
libretto di E. F. Blumenbach intitolato “de
generis humani varietate nativa”, che contiene lo schema di una
classificazione delle razze umane su base geografica.
Il Ritter
(1779-1859), discepolo di G. G. Herder, è invece un geografo da tavolino e un
maestro. Nella sua opera descrittiva (rimasta interrotta dalla morte dello
studioso, che potè completare solo i primi 10 vol., comprendenti l’Africa e parte
dell’Asia), ciascuna regione non è solo considerata in sé, come di solito nelle
vecchie opere a base statistica, ma come parte d’un unico organismo, il globo
terraqueo, la quale è in continue e necessarie correlazioni con le altre.
Nessuno ha inteso meglio di lui il cosiddetto principio di coordinazione
spaziale; ma questo principio egli lo ha poi specialmente applicato allo studio
dell’azione reciproca dell’uomo sull’ambiente e dell’ambiente sull’uomo:
studiando a fondo l’ambiente fisico d’una
regione cerca di mettere in rilievo l’influsso che esso esercita, mediante l’esame
comparativo delle caratteristiche e delle vicende dei diversi popoli che
abitarono la regione. Anche un altro principio fondamentale della geografia,
quello di causalità, è in tal modo da lui avvertito, ma non sempre applicato
entro giusti limiti.
I caratteri
peculiari che contraddistinguono l’indagine geografica possono dunque dirsi
ormai determinati dopo Humboldt e Ritter. Sennonché gl’indirizzi da loro
avviati erano sostanzialmente diversi e, per molto tempo, in Germania e fuori,
mancò chi sapesse vederne la compenetrazione e la fusione. Humboldt non trovò
subito continuatori dotati di mente altrettanto larga e comprensiva quanto la
sua, laddove Ritter, professore a Berlino per mezzo secolo, educò una folla di
scolari, reclutatati in massima parte fra gli studiosi di scienze storiche e
proclivi sempre più a considerare, sulle orme del maestro, lo studio dell’influenza
dell’ambiente sulla vita e lo sviluppo storico dei popoli (si veda a riguardo l’opera
di C. Kapp “philosophische erdkunde” del 1845).
E così uno scolaro del Ritter, il Guthe, autore d’un diffusissimo manuale di
geografia per le scuole tedesche, scriveva (1868) che la Geografia c’insegna a
conoscere l’orbe come sede e dimora degli uomini. In tal modo la geografia
fisica, nonostante la meravigliosa opera del Humboldt, passava ancora in
seconda linea, a favore della concezione storica della geografia, predominante
tra il 1840 e il 1870. È questo un periodo molto importante giacché in questo
tempo la geografia entrava ufficialmente tra gli insegnamenti universitarî in
molti stati d’Europa; e vi entrava, pertanto, come scienza sussidiaria o
collaterale della storia e di altre scienze morali, di solito nelle facoltà
filologico-storiche.
Senonché
una reazione in favore della geografia fisica si verifica dopo il 1870,
determinata da una felice concomitanza di varie circostanze: 1) i nuovi progressi delle
esplorazioni, soprattutto nelle regioni polari, in quelle a clima desertico,
nelle zone equatoriali, nelle grandi aree montagnose; e ancora l’esplorazione
delle grandi profondità oceaniche; 2)
il nuovo orientamento delle scienze naturali, soprattutto di quelle
biologiche; 3) il grande
sviluppo della cartografia topografica in tutti i paesi civili. Vediamoli nel
dettaglio.
1) L’esplorazione
scientifica, proseguita durante il sec. 19° con grande attività, condusse alla
soluzione di tutti i maggiori problemi relativi all’Africa (scoperta delle
sorgenti del Nilo, esplorazione del bacino del Congo e degli altri grandi
bacini fluviali, traversata e riconoscimento del Sahara, delle zone a foreste
equatoriali, e simili), e in pari tempo al riconoscimento delle aree interne
dell’Asia e dell’Australia, e simili Oggetto particolare dell’attività
esploratrice furono poi le calotte polari: sia quella artica, dove furono riconosciuti
il passaggio di N.E. e quello di N.O., il mondo insulare nordamericano e le
condizioni geografiche e fisiche del Mare Artico, raggiungendosi finalmente
(1903) il polo stesso; sia quella antartica, dove i viaggi diretti ad
avvicinarsi sempre più al Polo (J. Ross, 1842) condussero all’accertamento dell’esistenza
di un vasto continente antartico, noto ormai nei suoi contorni e nei suoi
caratteri generali e sul quale fu anche raggiunto, con spedizioni in slitte
(Amundsen, 1911) il Polo. Con l’esistenza di questo continente è collegata
tutta una serie di problemi morfologici, glaciologici e climatici. Dopo il 1850
cominciò anche, soprattutto per fini pratici (quali per esempio la posa di cavi
telegrafici sottomarini), l’esplorazione delle profondità oceaniche, su cui si
avevano fin allora nozioni errate; il viaggio della nave Challenger (dal 1872 al 1876), quelli delle navi Gazelle e Tuscarora, si può dire che rivelassero misteri del tutto
ignorati, sia nel campo fisico, sia in quello biologico; da allora le
esplorazioni sono continuate e hanno procurato la conoscenza fondamentale delle
condizioni batimetriche, fisiche e biologiche di tutti gli spazî oceanici. Ora
da questo grande movimento di esplorazioni derivò, ancora una volta, una massa
enorme di dati e di fatti nuovi nel campo della geografia. Fatti e aspetti
della superficie terrestre, già ben noti nei paesi europei e in altri di più
antica conoscenza, venivano ora riconosciuti sotto nuove forme e nuovi tipi, in
ambienti diversi dai nostri; per questa via a poco a poco la nozione generale
di tutte queste classi di fatti si completava e se ne poteva iniziare uno
studio sistematico e un tentativo di classificazione. Così lo studio dei
ghiacciai (glaciologia) era già sorto, ma per lungo tempo fu limitato alle
Alpi, dove s’incontrano due o tre tipi di ghiacciai; tutta la glaciologia era
glaciologia alpina. Ma col progresso dell’esplorazione degli altri grandi
sistemi montuosi del globo, si conobbero molti altri tipi di ghiacciai ignoti
alle Alpi e si arrivò a farne uno schema di classificazione. Altrettanto si può
ripetere, ad esempio, per i fiumi, dei quali a lungo si conobbero bene solo i
tipi proprî dei paesi europei e degli altri prossimi al Mediterraneo, per le
forme carsiche, e simili.
2) I
principî generali della mutabilità ed evoluzione delle specie vegetali e
animali in rapporto con l’ambiente, non soltanto fornirono il sostrato per la
costituzione, su nuove basi, della geografia botanica e della geografia
zoologica, ma aprirono l’adito a più larghe concezioni, in quanto se ne poteva
intravedere l’applicazione ai fatti umani studiati dalla geografia, taluni dei
quali si presentavano sotto una luce nuova. In questo campo esercitava
particolare influenza in Germania l’opera di Maurizio Wagner.
3) Dopo la
metà del sec. 19° tutti gli stati civili d’Europa cominciano ad avvertire
imperiosa la necessità (già sentita da taluni alla fine del sec. 18°) di
possedere esatte rappresentazioni cartografiche a grande scala del proprio
territorio, fondate su rilievi topografici. Il valore delle carte topografiche
si rivelò enorme per qualsiasi studio di geografia fisica: esse permettevano di
sostituire, a indagini grossolane e sommarie, investigazioni minuziose e
rigorose, offrendo ovunque una solida base per osservazioni dirette e anche
elementi preziosi a integrazione di quelle, in modo che quasi ogni fenomeno o
ogni categoria di fenomeni della superficie terrestre emersa poteva nuovamente
essere preso in esame con metodi di gran lunga più affinati. E poiché i rilievi
topografici presto si estesero anche a talune grandi aree extraeuropee (ad esempio,
territorî appartenenti a stati europei, come l’India, il Canada, l’Australia, o
paesi civili d’oltremare, come gli Stati Uniti e il Giappone) e i metodi di
rilievo e di rappresentazione si vennero abbastanza uniformando, si rese anche
via via possibile di moltiplicare quelle indagini comparative dei fenomeni, le quali costituiscono una
delle caratteristiche precipue della geografia moderna. Nel 1869, Oscar
Peschel, in origine discepolo del Ritter, pubblicava i suoi studi che più lo
resero famoso (“neue probleme der
vergleichenden erdkunde als versuch einer morphologie der erdoberfläche”), nei quali
(riprendendo uno dei supremi principî del Ritter, quello cioè che il nostro
globo sia da considerare, e nel suo complesso e nelle sue varie parti, come un
organismo vivente) applicava tale principio allo studio dei fenomeni fisici dell’orbe,
affermando che tutti i fenomeni della superficie terrestre debbono essere
studiati, nelle loro reciproche relazioni e connessioni, come altrettante
manifestazioni della vitalità del globo terrestre intimamente e
indissolubilmente legate le une alle altre (concetto “ologeico”); la vita vegetale e animale è uno dei tanti fenomeni
terrestri che la geografia studia, non in sé e per sé, ma nella sua
distribuzione spaziale e nelle connessioni con altri fatti (clima, suolo). La
geografia fisica è dunque concepita come una vera e propria “fisiologia dell’orbe”. Mai prima l’oggetto
e i compiti di questo ramo della geografia né la posizione della bio-geografia
a fianco della geografia fisica erano stati definiti tanto chiaramente. Il
Peschel, autore fecondo e chiaro, fece scuola: tra i molti suoi seguaci,
spinti, talora con esclusivismo, alle indagini di geografia fisica, e gli
ultimi seguaci del Ritter, sempre più dominati da tendenze storiche, sorsero
fiere controversie: per un certo tempo i geografi, in Germania, e anche fuori,
furono divisi fra pescheliani e ritteriani, e si manifestò nella geografia un
dualismo, che in seguito doveva, come vedremo, risultare in realtà inesistente.
Ma le indagini proseguite sopra le solide basi poste dal Peschel mostrarono
sempre meglio come la geografia fisica mettesse in vista gli elementi
permanenti o per lo meno più stabili dell’ambiente nel quale l’uomo si muove e
opera; come perciò anche gli studî relativi ai fatti umani dovessero
necessariamente prender le mosse dall’esame del quadro fisico. Lo sviluppo
degli studî di geografia fisica fu grandemente agevolato anche dai progressi
della geologia e specialmente dal moltiplicarsi dei rilievi geo-litologici a
grande scala iniziati in molti stati civili. I legami tra geografia fisica e
geologia si stringevano sempre più, anzi dal connubio tra le due scienze
nasceva un nuovo ramo di ricerche, che, con espressione già usata dal Peschel,
si disse “morfologia terrestre”;
essa studia la superficie solida dell’orbe nelle sue forme e nei suoi tipi,
nella sua evoluzione, quale risultato dell’opera di agenti che continuamente
lavorano sotto i nostri occhi a plasmarla e a trasformarla. F. V. Richthofen,
E. Suess, E. Brückner, A. Penck, e in Francia E. De Margérie ed E. De
Lapparent, possono considerarsi come i fondatori di questo ramo di studî, cui
si devono i primi tentativi di sistematica delle forme del terreno. Nonostante
questo connubio fra le due scienze dell’orbe, si potevano tuttavia, nel campo
metodico, distinguere i limiti dell’una verso l’altra: lo stesso Richthofen, in
un discorso rimasto celebre (“aufgaben
und methoden der heutigen geographie”, 1885) precisava che la geografia fisica
studia solo la superficie terrestre, lasciando lo studio del sottosuolo alla
geologia; il geografo inglese Mackinder definiva la geografia come la scienza
del presente dell’orbe spiegato col passato, la geologia come la scienza del
passato spiegato col presente; definizione che vale soprattutto a chiarire gli
aiuti vicendevoli che si possono porgere le due scienze, tra le quali esiste
tuttavia un divario profondo, non nell’oggetto, ma nei metodi di ricerca. Prima
e meglio di questi due, l’italiano G. Dalla Vedova tornando ancora alle idee
madri di Humboldt e di Ritter, stabiliva in forma precisa e sicura che il
compito peculiare alla geografia, quello che meglio la individua dalle altre
scienze, consiste nell’accertamento della distribuzione e delle correlazioni
causali fra le forme, i fenomeni, gli esseri che hanno sede sulla superficie
terrestre (“il
concetto scientifico e il concetto popolare della geografia”, 1881). Un
indirizzo estremo della geografia, che tenderebbe a far rientrare tutti gli
argomenti di studio nel campo della geografia fisica (rappresentato, ad esempio,
da G. Gerland), non ebbe molto seguito; ad esso si riattacca tuttavia, in
sostanza, il disegno del primo e finora unico Atlante fisico generale,
completo, quello di H. Berghaus, il quale comprende carte relative non solo a
fatti bio-geografici, ma anche a fatti etnografici.
Dopo il
1880 risorge, nella stessa Germania, con intenti e indirizzi rinnovati, anche
lo studio geografico dei fatti umani, anzi si costituisce un ramo ben definito
della nostra scienza, per il quale si adotta il nome, datole da F. Ratzel, di antropo-geografia
o geografia antropica (in fr. “geografia umana”, in it. “geografia antropica” o
anche “antropo-geografia”). Se il Ratzel non può dirsene a rigore il creatore -
perché molte delle sue idee direttrici si ritrovano precedentemente,
soprattutto presso scrittori italiani del secolo 19° (Melchiorre Gioia, C.
Cattaneo, G. D. Romagnosi), egli ne fu senza dubbio il sistematore, soprattutto
con l’ampio trattato in due volumi “antropo-geografia”
(1882-1891), con altre opere di gran mole (come “geografia politica” del 1897) e con molti altri scritti
minori. Il Ratzel riprende consapevolmente alcuni concetti ritteriani, ma trae
specialmente i suoi principî fondamentali dall’evoluzionista M. Wagner, e, in
quanto cerca di ricondurre l’indagine geografica dei fatti umani ai suoi
fondamenti naturalistici, si riattacca anche al Peschel. Il Ratzel ha collocato
definitivamente l’antropo-geografia al suo vero posto entro l’ambito della bio-geografia,
in quanto ha cercato anzitutto di gettare le basi di una trattazione
comprensiva dei problemi generali che concernono la diffusione e la distribuzione,
sulla superficie terrestre, della vita in genere (senza distinzione di vita
vegetale, animale, umana). Il Ratzel rappresenta la vita come formante uno
strato pressoché continuo, sebbene di spessore diverso, intorno all’orbe; pone
cioè una “biosfera” accanto
all’atmosfera e all’idrosfera. Come l’aria e l’acqua, la vita è in perpetuo
movimento alla superficie terrestre e come fenomeno di movimento presenta, sia
nel suo insieme, sia in ogni suo gruppo o forma, dei limiti, al pari di altri fenomeni del
mondo fisico; lo studio dei limiti dei fenomeni biologici e umani è divenuto,
dopo il Ratzel e per merito suo, un’indagine schiettamente geografica. Nella
biosfera tutti gli organismi, e perciò anche i gruppi umani, vivono e si
muovono entro i limiti di un certo quadro naturale, e hanno bisogno, per
svilupparsi, di un certo spazio. Quegli organismi o quei gruppi di organismi
che dispongono d’un più largo spazio per svilupparsi liberamente, hanno
maggiore probabilità di evolversi e dì progredire: la lotta per l’esistenza si
risolve per il Ratzel in una lotta per lo spazio; questa è, anzi, secondo lui,
la legge dominatrice di tutto lo sviluppo del mondo organico (ed egli la
applicherà, più tardi, anche agli stati, traendone deduzioni di cospicua
importanza politica). In questa lotta l’uomo trionfa sugli altri organismi
viventi, perché, mentre possiede una larghissima facoltà di adattarsi all’ambiente,
ha anche la capacità di reagire verso l’ambiente che lo circonda e di
modificarlo, entro certi limiti, a proprio vantaggio. Perciò nello studio dei
rapporti fra l’orbe e l’uomo, accanto alle influenze dell’ambiente sull’uomo, vi
è luogo a considerare le influenze dell’uomo sull’ambiente. Il Ratzel analizza
per la prima volta in modo concreto le influenze dell’ambiente sull’uomo, cioè
del territorio abitato sui suoi abitatori (situazione del territorio, forma,
estensione, confini; rilievo, acque, costituzione geo-litologica, fattori
climatici; ambiente biologico); come pure indaga, viceversa, la diffusione e la
differenziazione dell’umanità sulla superficie terrestre in relazione con
quelle influenze, e perciò anzitutto l’area e i limiti dell’habitat della
specie umana, o ecumene, la diversa densità di stratificazione dell’uomo
su essa, i caratteri e la distribuzione delle tracce che l’uomo imprime sulla
faccia dell’orbe (dimore, strade, coltivazioni, e simili). Si delinea dunque
una doppia serie di problemi (o forse meglio due opposte facce degli stessi
problemi) che formeranno d’ora in poi il contenuto principale della geografia
antropica.
L’opera del
Ratzel, ben lungi dall’essere perfetta, suscitò fiere critiche anche in
Germania. Troppo dominato da tendenze naturalistiche, egli non appare affatto
esauriente nello studio dei fatti dipendenti dalle reazioni dell’uomo sull’ambiente,
ossia delle trasformazioni che l’uomo produce sull’orbe per il fatto, non solo
di abitarvi, ma di utilizzarne le risorse (del mondo vegetale, animale,
minerale) e di ripartirsi in diversi aggruppamenti etnici, politici, sociali.
Inoltre egli esagera nel ricercare la spiegazione dei fatti umani in cause d’ordine
naturale, trascurando i fattori d’ordine storico e culturale. Dopo il Ratzel l’antropo-geografia
dovrà ancora allargare i suoi campi d’indagine e mutare anche, notevolmente, il
suo orientamento. Ma, nonostante le sue esagerazioni e i suoi difetti, il
Ratzel ebbe grande importanza anche come maestro, dacché, mentre fervevano le
dispute intorno al valore generale delle sue idee dal punto di vista metodico,
molti scolari applicavano i principî generali a tutta una serie di ricerche
monografiche.
Sebbene le
idee del Ratzel non avessero immediatamente un notevole seguito fuori della
Germania, questo paese appare ancora, nell’ultimo quarto del secolo scorso,
alla testa degli studî geografici. Ma anche in altri stati, la geografia,
rinnovata, faceva ormai rapidi e vivaci progressi. In Francia, mentre fiorivano
gli studi di geografia fisica e assumevano un indirizzo più rigoroso le
indagini di geografia regionale, E. Reclus intraprendeva una grande opera di
divulgazione geografica, abbracciante, col titolo “nouvelle géographie universelle” (1875-94), la
descrizione di tutto il mondo basata sullo studio dei rapporti fra il suolo e l’uomo.
L’importanza di questa opera dal punto di vista metodico sta nel suo carattere
scientifico e divulgativo insieme.
Opere di
intenti analoghi appaiono anche altrove (in Italia “la terra”, diretta da G.
Marinelli, scritta da numerosi collaboratori, e pubblicata tra il 1882 e 1901);
si tentano anche intere collezioni organiche di manuali geografici (ad esempio,
la “bibliothek geographischer
handbücher”, fondata da F. Ratzel e poi diretta da A. Penck); si rinnovano
i dizionarî di geografia (il maggiore è il “nuovo dizionario di geografia universale” di P. Vivien de Saint-Martin,
1879-94), e acquistano una straordinaria diffusione gli atlanti di geografia, i
migliori dei quali sono ancora prodotti in Germania (come l’Atlante di Stieler,
1ª ed. 1821; 10ª ed. 1921; e gli Atlanti di André, Debes, e altri simili).
Anche le società geografiche si moltiplicano (Società Geografica di Vienna,
1845; Società Geografica Americana, 1852; Società Geografica Russa, 1865; Società
Geografica Italiana, 1867; Società Geografica di Madrid, 1875); tutti gli stati
civili ne hanno ormai una o parecchie.
In
conclusione, alla fine del sec. 19° la geografia (lasciate ormai definitivamente
ad altre scienze quali astronomia, geodesìa e fisica le ricerche sulla forma e
le dimensioni dell’orbe, sulla posizione di questa nel cosmo e nel sistema
solare, che formavano già la cosiddetta geografia astronomica o matematica)
appare saldamente costituita nei suoi due grandi rami, la geografia fisica e la
geografia antropica, ciascuno individuato da oggetti e compiti proprî.
IL 20° SECOLO
Se noi
esaminiamo un mappamondo, anche di modeste dimensioni, di cento anni fa, cioè
dell’epoca di Humboldt e di Ritter, troviamo ancora, sulle aree emerse, dei
grandi spazî incogniti, che coprono le calotte polari, quasi tutto l’interno
dell’Australia, vastissime regioni dell’Africa e dell’Asia. Oggi queste aree
incognite sono quasi del tutto scomparse; un mappamondo dei nostri giorni non
mostra più che delle piccole macchie bianche nel Sahara, nell’Arabia
meridionale, nell’Australia, e soprattutto, ancora, intorno ai Poli. Per
condurre a termine il riconoscimento di questi ultimi spazî ignoti, l’esplorazione
dispone di nuovi mezzi efficacissimi: l’automobile che si è rivelato di
straordinario ausilio, ad esempio, nella ricognizione delle zone desertiche, i
mezzi aerei, sperimentati con successo in quelle stesse zone, ma soprattutto
nell’Artide e nell’Antartide (voli di Amundsen, Nobile, Wilkins, Byrd, e altri).
Su essi si basano principalmente i programmi d’esplorazione per il prossimo
avvenire. Molto più imperfetta è tuttora la conoscenza del fondo degli oceani:
prima del 1914 gli scandagli fatti nelle aree oceaniche di profondità superiore
a 2000 m. (che si ragguagliano a circa 300 milioni di kmq.), non erano forse
più di 7000, cioè all’ingrosso uno ogni 40-50.000 kmq. (circa 7 misure sole su
un’area pari a quella dell’Italia). Ma anche in questo campo si è acquistato
negli ultimi anni un nuovo meraviglioso mezzo d’indagine, quello degli
scandagli a eco, che permette di eseguire in poche ore decine e decine di
misure (mentre con gli scandagli a fune una sola misura a profondità abissali
richiedeva molte ore). Con questo nuovo procedimento la spedizione tedesca
della Meteor (1925-27) ha effettuato nell’Atlantico centrale e
meridionale 67.000 scandagli; la campagna idrografica italiana, nel Mare delle
Sirti, del 1930, ne ha effettuati, con tre navi, oltre 250.000. Si tratta, in
questi casi, di veri e proprî rilievi topografici del fondo dei mari, che,
quando si saranno sufficientemente moltiplicati, condurranno a risultati forse
inaspettati per la conoscenza della crosta terrestre. Anche l’esplorazione dell’atmosfera,
che interessa direttamente la geografia, perché sede, nei suoi strati
inferiori, di fenomeni e di forze che modificano continuamente la crosta
solida, ha fatto, negli ultimi decennî, nuovi, grandiosi progressi: le
osservazioni meteorologiche sistematiche, effettuate nei varî paesi con
procedimenti e strumenti analoghi e perciò conducenti a risultati comparabili,
si vanno ogni anno moltiplicando: anche qui s’introducono e si perfezionano
nuovi mezzi d’indagine (palloni-piloti, palloni-sonde, e simili). In
conclusione si può affermare che il riconoscimento dei lineamenti fondamentali
del globo terraqueo e dei suoi fenomeni è oggi compiuto; chiusasi l’epoca delle
esplorazioni geografiche estensive, si è invece iniziata quella delle
esplorazioni più circoscritte spazialmente, ma più approfondite, condotte con
metodi e strumenti sempre più affinati. Soltanto dopo aver acquisita la
conoscenza di quei lineamenti fondamentali è divenuto possibile di gettare le
basi di una geografia scientifica: lo studioso, dopo aver riconosciuto l’intero
globo nei suoi aspetti generali, lo ripercorre nuovamente, passo passo,
studiandolo intensivamente, in tutti i particolari della sua mutevole e
variopinta fisionomia. Questa è forse la caratteristica più saliente dell’attuale
scienza geografica e che meglio ne specifica l’indirizzo ai giorni nostri.
La
geografia appare oggi una scienza d’indole complessa, in quanto attrae nel
campo delle proprie indagini fatti d’interdipendenza e di reciproche
connessioni e relazioni: correlazioni di oggetti e fenomeni fisici fra loro; di
fenomeni biologici e umani fra loro e ancora di fenomeni fisici con fenomeni
biologici e umani, e viceversa: correlazioni che hanno la loro radice nel fatto
fondamentale che questi oggetti e fenomeni coesistono nel medesimo spazio e s’influenzano
a vicenda, onde derivano forme e aspetti continuamente modificati della
superficie terrestre, ossia quelli che con termine frequentemente usato si
chiamano paesaggi geografici.
Un’altra
caratteristica della geografia contemporanea, che merita d’essere posta in
rilievo, è la scomparsa di quel dualismo che alcuni decennî fa sembrava
esistere fra i due rami principali della scienza, la geografia fisica e l’antropica:
esse appaiono invece, ormai, accomunate dall’unità dei metodi d’indagine e dall’oggetto
finale, che è in sostanza la descrizione, spiegazione e classificazione dei
varî aspetti della superficie terrestre, quali risultano dall’opera degli
agenti fisici, dalla presenza e dalla differenziazione delle associazioni
biologiche, dalla presenza e dall’attività dell’uomo.
Come detto,
la reazione al determinismo ottocentesco venne solo agli inizi del Novecento,
allorchè Vidal de La Blache andava organizzando le ricerche e l’insegnamento
della geografia; dai suoi scritti emerge una concezione ben diversa che, in
seguito, lo storico L. Febvre denominò
“possibilismo”, secondo la quale le società umane non sono schiave dell’ambiente
naturale, ma possono scegliere in una più o meno ampia gamma di possibilità da
esso offerte. Il determinismo fisico-ambientale
dell’Ottocento entra in crisi perché in Francia, alla fine del secolo, si
sviluppa una nuova corrente presso la Scuola Normale Superiore di Parigi, formata
da sociologi e geografi, tra i quali si distingue Vidal de La Blache
(1845-1918). Egli non si pone in opposizione rispetto al determinismo, ma ne
riprende il fattore principale, cioè la piena considerazione della realtà, però
si differenzia dal momento che non si limita a trarre conclusioni univoche e predeterminate.
Il suo metodo si basa su due aspetti: l’analisi dei rapporti spazio-temporali
del fenomeno studiato e la ricerca delle cause che li provocano. Egli dà
particolare importanza allo studio dei “generi
di vita” che egli definisce come i comportamenti abituali dei
gruppi umani, i quali si concretizzano nelle forme di insediamento e di
utilizzazione dello spazio. In tal senso egli dà vita ad una concezione per cui
i gruppi umani sono liberi di utilizzare le risorse a loro disposizione e, a
parità di risorse, due comunità diverse possono trarre benefici differenti. La
natura quindi non pone vincoli ma offre all’uomo un ventaglio di possibilità.
Questa impostazione valorizza due concetti importanti per la geografia: il
concetto di paesaggio, come insieme dei tratti materiali e immateriali di un
territorio, e il concetto di regione come porzione di un territorio con proprie
componenti differenti da quelle di altre regioni.
Altri
studiosi francesi hanno poi dato notevolissimi contributi alla geografia umana,
conducendo soprattutto studi regionali, che Vidal de La Blache riteneva
necessari per arrivare a una costruzione sistematica di geografia generale; ed
è soprattutto merito della scuola francese se la geografia umana, dopo un lungo
travaglio, è pervenuta anch’essa alla piena dignità scientifica. Emergono però
fra i geografi di tale scuola, e fra altri che ne seguirono le tracce, diverse
tendenze nell’interpretazione della geografia umana, riconducibili a due
fondamentali. Da parte di alcuni si tende a considerare oggetto di ricerca l’uomo
sull’orbe: l’uomo in quanto essere vivente (M. Sorre), l’uomo
in quanto abitatore (A. Demangeon, M. Le Lannou), l’uomo in quanto agente di produzione e di consumo (P. George): è un
indirizzo che in fondo, pur nel netto rifiuto del determinismo, si ricollega in
parte a Ratzel e ha un’impostazione fondamentalmente ecologica. Altri invece,
rifacendosi più da vicino all’idea espressa da Vidal de La Blache (la geografia
è scienza dei luoghi e non degli uomini), escludono quasi del tutto i soggetti
umani e rivolgono la loro attenzione allo spazio umanizzato, modificato dall’azione
dell’uomo. J. Brunhes (il più autorevole rappresentante di questo indirizzo) è stato accusato
di voler fare una geografia umana senza l’uomo; ma l’uomo vi è in realtà ben
presente con la profonda traccia da lui impressa sulla superficie terrestre. Il
possibilismo ha avuto poi ulteriori sviluppi, in parte arricchendosi di
contenuti teleologici (nel “possibilismo finalista”), in parte temprandosi nel “probabilismo”
enunciato dallo statunitense O. H. K. Spate, concezione secondo la quale alcune
delle possibilità offerte dalla natura all’uomo hanno maggiore probabilità di
essere prescelte.
La
geografia possibilista, quella probabilista, e quella volontaria, nata dalla
reazione al positivismo e influenzata dall’idealismo e dallo storicismo
dominanti nei primi decenni del 20° secolo, è eminentemente geografia
idiografica (scienza della differenziazione spaziale dei fenomeni,
secondo la definizione del suo massimo sistematore, lo statunitense R. Hartshorne): essa descrive e interpreta i singoli individui spaziali (regioni e
loro paesaggi), ognuno diverso dall’altro, e non perviene a generalizzazioni. A
partire dal 1950 si sono venute affermando rinnovate correnti di pensiero
positiviste, non senza influenze sulla geografia. Così, dopo la metà del
secolo, soprattutto nel mondo anglosassone, si è manifestata una nuova
concezione, quella funzionalista, incentrata sull’individuazione e sullo studio
di spazi: spazi, appunto, ‘funzionali’, in quanto organizzati da una trama di
centri coordinatori. Poiché l’organizzazione dello spazio procede, almeno in
parte, secondo principi generali, la geografia funzionalista non è
più disciplina esclusivamente idiografica; inoltre, essa si vale di metodi e di
mezzi prima quasi del tutto ignorati, come il ragionamento deduttivo e gli
strumenti matematici diffusi nelle scienze sociali dalla cosiddetta ‘rivoluzione
quantitativa’. La geografia funzionalista, sebbene in parte modificata dall’applicazione
della teoria dei sistemi, è ancora vitale. Tuttavia, essa è stata oggetto di
numerose critiche, così che a partire dagli anni 1970 si sono fatte strada
altre concezioni. Una di queste è la geografia radicale, fondata sulla
critica e sulla contestazione dell’attuale organizzazione dello spazio e in
buona parte ispirata a schemi marxiani. Un’altra è la cosiddetta geografia
umanistica, che privilegia, in luogo dello studio dello spazio oggettivo,
quello dello spazio soggettivo, percepito e vissuto dai singoli soggetti, e che
è strettamente legata ad acquisizioni della psicologia e della sociologia.
Per tutta
la prima metà del Novecento, l’idea di una geografia unitaria è stata accettata
dalla quasi totalità degli studiosi, i quali hanno in gran parte concepito la
disciplina come interpretazione globale del paesaggio. Invece, successivamente
alla seconda guerra mondiale, sia per l’enorme sviluppo assunto dalla
problematica geografica (che ha imposto una sempre crescente specializzazione e
l’adozione di metodi eterogenei) sia per contrapposizioni epistemologiche di
fondo tra studiosi di diversa formazione culturale e di differente impostazione
ideologica, l’antico dualismo è riaffiorato e sono riapparsi i sostenitori dell’assoluta
inesistenza di un’unica disciplina in grado di esaurire l’intera problematica
tradizionale della geografia. In Italia, la geografia unitaria, propugnata e
sistematizzata negli anni 1930 e 1940 da R. Almagià, con un consenso pressoché unanime, negli anni 1950 subì una severa
critica soprattutto da parte di L. Gambi. Tuttavia,
come si vede anche dall’organizzazione dei congressi geografici
internazionali, che continuano ad articolare i propri lavori in tutte le
sezioni tradizionali più alcune di nuova istituzione, l’orientamento della
maggioranza sembra ancora sostanzialmente per una geografia monistica, anche in
virtù dei nuovi temi spaziali che sembrano poter condurre a un’effettiva e
definitiva riunificazione. Infatti, le moderne tendenze, che si valgono
largamente (soprattutto in USA, Gran Bretagna, e Svezia) del metodo deduttivo, delle tecniche
quantitative e dei modelli, sembrano orientarsi sempre più verso uno studio
dello spazio e dei suoi contenuti senza distinguere aprioristicamente se si
tratti o no di contenuti dovuti prevalentemente all’azione dell’uomo.
Sia nell’ambito
della geografia fisica sia in quello della geografia umana hanno preso a
delinearsi già da molto tempo alcuni settori con tendenze decisamente
specialistiche e addirittura centrifughe. Ciò riguarda in particolare la
geografia umana, dove, fin dai tempi di Ratzel e per opera di lui stesso,
la geografia politica ha avuto la tendenza ad assumere connotati
propri: Ratzel, infatti, elaborò un trattato sistematico di geografia politica
improntato alla stessa concezione della sua geografia umana. Le idee del
geografo tedesco, seguite senza apporti originali da alcuni suoi connazionali,
furono combattute ancora una volta dai Francesi, segnatamente da C. Vallaux. In
seguito, riprese e distorte da altri studiosi in parte estranei alla geografia,
finirono con il dar vita alla scuola geo-politica tedesca, legata a momenti
politici nazionali e contingenti e dissoltasi subito dopo la Seconda guerra
mondiale. Da allora la geografia politica è progredita lentamente, mostrando
solo negli ultimi anni del Novecento una tendenza a rinnovarsi nei metodi e nei
contenuti, soprattutto nei paesi anglosassoni.
Diverso è
stato il cammino percorso dalla geografia economica, la quale, a
differenza della geografia politica, non trovò per lungo tempo nessuno studioso
che la elevasse a sistema e restò un ramo umile e utilitario che si occupava,
con il nome di geografia commerciale, di elaborare inventari di risorse
naturali. Ma già in molte delle celebri monografie regionali francesi si dava
largo spazio ai fatti economici, e Brunhes, nella costruzione della sua
geografia umana, teneva in gran conto i risultati delle attività economiche
quali fatti di occupazione della superficie terrestre. In seguito, le attività
economiche sono entrate da protagoniste nella geografia umana proposta da
George, che studia l’uomo in quanto produttore-consumatore; e, anche per
influsso del pensiero marxista, i fenomeni economici e i loro riflessi sono
divenuti oggetto di elezione negli studi geografici. Benché il dibattito sugli
ambiti di studio e sulle metodologie della geografia economica sia sempre
aperto, sono ormai molto numerosi gli studiosi che vedono questo ramo della
geografia come un campo sostanzialmente diverso, soprattutto per metodologia,
dalla geografia umana e tendono ad avvicinarla alla teoria economica.
Accanto
alla geografia politica e alla geografia economica è apparsa da tempo anche
una geografia sociale, la cui nascita risale all’inizio del 20° secolo con
l’elaborazione, da parte di Vidal de La Blache, del concetto di genere di vita,
cioè del complesso di abitudini e di comportamenti derivato a una collettività
dalla lunga simbiosi con il proprio territorio; un concetto che è stato
applicato con grande successo dalla scuola francese, ma che ormai, nel mondo
attuale, è inutilizzabile. Sebbene più legata alla geografia umana di quanto
siano la geografia politica e, soprattutto, quella economica, anche la
geografia sociale ha avuto sviluppi propri, specie nei Paesi Bassi, dove si è accostata alla metodologia sociologica, e più recentemente in
Francia, con J. George, e in Germania, con W. Hartke. Ma anche
questi rami parzialmente autonomi possono rientrare nel vasto ambito di una
geografia umana o addirittura di una geografia tout court, come
studio delle proiezioni territoriali di fatti politici, economici e sociali.
Alla fine
degli anni ‘80 la comunità mondiale dei geografi ufficiali (in larga misura
coincidente con quella dei geografi accademici, con diverse migliaia di
effettivi), non si riconosceva del tutto in orientamenti univoci: per esempio,
i metodi quantitativi riscuotevano grande successo nei paesi influenzati dalla
cultura anglosassone, ma erano guardati con diffidenza in quelli francofoni, in
Germania, in Italia; e il funzionalismo veniva contestato, con argomentazioni a
volte scientifiche a volte ideologiche, dai fautori della geografia umanistica
e della geografia radicale d’ispirazione marxista. Da allora, alcune di tali
tendenze si sono consolidate, mentre altre sono state ridimensionate o
addirittura dimenticate. Si è sostanzialmente rafforzata la geografia
funzionalista, il cui motivo ispiratore, l’interpretazione dello spazio organizzato
dall’uomo attraverso lo studio delle funzioni svolte dagli elementi,
strettamente interconnessi, che lo compongono, soddisfa ampiamente almeno due
esigenze: quella di una geografia applicata, che sia al tempo stesso predittiva
e propositiva; e quella di tener conto di istanze regionali e locali e, dunque,
di essere carica di valenze politiche, assorbendo così alcuni motivi di quella
geografia umanistica che era nata in opposizione a essa. La ricerca
funzionalista può giovarsi largamente dei metodi quantitativi, i quali hanno
cessato di suscitare ingiustificati entusiasmi o infondati timori e non vengono
più considerati né strumenti capaci di rivitalizzare la geografia né tantomeno
corpi estranei e dannosi, bensì semplicemente metodi, spesso utili per
analizzare, misurare e rappresentare processi e fenomeni dell’organizzazione
dello spazio. La geografia funzionalista non dispone di un apparato concettuale
molto solido, essendo per sua natura eminentemente pragmatica, e forse proprio
per questo ha potuto attrarre studiosi di altra ispirazione o altri indirizzi,
risultando alla fine vincente. Un tentativo per rafforzare le basi teoriche
della geografia funzionalista è venuto, sul finire degli anni 1980, dal suo
innesto nella teoria sistemica, particolarmente adatta allo studio dell’organizzazione
del territorio (assai complessa e rispondente ai requisiti del ‘sistema’). In
tale direzione si sono mosse le riflessioni di molti geografi (in Italia quelle
di A. Vallega), con risultati positivi e spesso brillanti, in particolare per quanto
riguarda la precisazione del concetto di regione (intesa come sistema
territoriale) e, dunque, la moderna geografia regionale. Peraltro, anche l’applicazione
della teoria sistemica ha incontrato qualche difficoltà e nel complesso la
geografia procede ora per lo più nell’utilizzazione del funzionalismo
tradizionale.
Nell’excursus ora proposto la
geografia è venuta definendosi e affinandosi, proponendosi come la scienza
della descrizione della terra nei suoi tratti fisici e nella distribuzione
della presenza umana. Ciò ha dato vita a studi che hanno mirato a rappresentare
la terra e le sue partizioni, fornendo così delle sintesi che si accompagnassero
alla produzione cartografica. In qualche modo l’impostazione positivistica e
vidaliana dura nel tempo, ma viene messo in crisi a metà del secolo scorso
anche da parte di un importante geografo italiano quale Lucio Gambi autore di
un’opera fondamentale: “una geografia per la storia” del 1973. Egli chiarisce che
l’analisi del “genere di vita”,
secondo la concezione di Vidal de La Blache, fosse possibile per comunità
elementari o conservative, ma che fosse poco adeguato per esaminare società
evolute. Il geografo italiano pone in evidenza i limiti dell’impostazione
tradizionale e individua nella geografia tre diversi ambiti: la geografia
fisica, intesa come studio dei fenomeni naturali, l’ecologia, che è lo studio
degli esseri viventi, la geografia umana, che è lo studio dell’organizzazione
socio-economica della terra. La novità di Gambi consiste nel superamento della
concezione degli oggetti geografici come luoghi da descrivere e nella necessità
di differenziare la metodologia a seconda di ciascun ambito prima citato. Egli
valorizza lo studio della geografia umana e coglie la stretta relazione con la
storia, cosa che considera necessaria per comprendere le scelte umane. Inoltre,
egli ritiene riduttiva la semplice descrizione dei fenomeni geografici, ma ritiene
che il geografo debba porsi dei problemi e provare a risolverli. Nel corso del
Novecento diversi studiosi avvertono l’esigenza di rinnovare la geografia e si
sviluppano alcuni filoni che andremo ora a esaminare: l’indirizzo idiografico,
l’indirizzo quantitativo, la geografia della percezione, l’indirizzo
storico-marxista, la geografia culturale.
1) L’
indirizzo idiografico è uno degli orientamenti più
importanti degli anni Cinquanta del secolo scorso. L’autore più rappresentativo
è il geografo americano Richard Hartshorne (1899-1992). Egli si pone il
problema di definire la natura scientifica della geografia e analizza il metodo
scientifico di questa scienza ponendola a confronto con le altre. Egli
distingue le discipline scientifiche da quelle umane perché solo le prime hanno
una vera e propria sistematicità ed esprimono delle regole, dei principi e
anche delle leggi che in modo uniforme spiegano i fenomeni. Poi egli si pone il
problema di dove si collochi la geografia dal momento che non è in grado di esprimere
delle leggi universali, tuttavia egli difende la scientificità della disciplina
perché ritiene che non contino solo i risultati ma i criteri utilizzati. Poiché
egli ritiene che la geografia utilizza dei metodi sistematici e scientifici
essa è pari alle altre discipline scientifiche. Da un punto di vista
metodologico, egli ritiene che sia necessario cominciare con l’osservazione,
poi che si debba continuare con l’analisi anche considerando le connessioni tra
le parti, successivamente si formulano delle ipotesi sui rapporti tra gli
elementi spaziali e i processi che li innescano. In buona sostanza, il suo
lavoro consiste in una messa a punto dei metodi per analizzare fenomeni
geografici complessi. Si può scomporre la complessità globale dell’integrazione
costituita da fenomeni interconnessi in un luogo e interconnessi fra luoghi
diversi, attraverso una suddivisione per argomenti d’indagine in segmenti,
ciascuno dei quali consiste di un’integrazione meno complessa e più serrata; e
si può scomporre la complessità delle variazioni spaziali, ciascuna
caratterizzata da una gamma più ristretta di variazioni del segmento d’integrazione
in esame e da una più stretta interconnessione dei fenomeni di un luogo con
quelli di altri. Sicchè la geografia è quella disciplina che cerca di
descrivere e interpretare il carattere mutevole, da luogo a luogo, della terra,
concepita come il mondo dell’uomo. In relazione a queste indicazioni di metodo
si comprende il significato del termine idiografico, cioè studio delle
peculiarità di ciascun luogo, ma da effettuarsi con una metodologia sistematica
e chiara. La visione, che la geografia si interessi della superficie terrestre
come spazio dove si manifestano dei fenomeni, apre la strada all’unicità di
ogni contesto perché le relazioni o i processi che si realizzano in ciascuno di
essi sono unici e irripetibili. Questo indirizzo ha dato impulso al
ragionamento metodologico in geografia e ha cercato di collocare la disciplina
alla pari di altre, tuttavia la critica più evidente è quella di interessarsi
principalmente alla geografia umana. Ancora ha dato vita ad una serie di studi
di ambiti territoriali analizzati nella loro specificità, ma anche questa
scelta è stata criticata perché mancano visioni di carattere generale. In
definitiva, il metodo teorizzato da Hartshorne intende descrivere ciò che di
irripetibile e di originale si presenta nella realtà e ha offerto una serie di
studi e contributi riguardanti diverse regioni geografiche per metterne in
evidenza i tratti peculiari.
2) L’indirizzo neo-quantitativo o neo-geografico,
affermatosi nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso,
voleva superare le impostazioni tradizionali con l’obiettivo di puntare su
modelli teorici di tipo analitico e normativo, anche rifacendosi ad altre
discipline come la statistica, la matematica, l’economia: l’indirizzo
neo-quantitativo o neo-geografico. Esso ha ricevuto largo consenso nei paesi di
cultura anglosassone dove è stata denominato “new geography”. Questo indirizzo si apre ad
altre discipline per avere a disposizione metodi efficaci per analizzare le
dinamiche territoriali. La rivoluzione sta nel punto di partenza, il metodo
deduttivo, a cui si collega l’applicazione di procedimenti matematici e
statistici, nel tentativo di utilizzare gli sviluppo della tecnologia
elettronica e informatica, già introdotti nelle cosiddette scienze esatte e che
ora si vogliono porre alla base degli studi di geografia umana ed economica. L’obiettivo
è quello di effettuare analisi territoriali che diano risultati chiari e
comparabili. Ma obiettivo ancora più importante è quello di avere a
disposizione dei modelli per descrivere la realtà. Insomma il geografo non deve
come riteneva Hartshorne o ancora di più la geografia tradizionale osservare e
raccogliere informazioni qualitative per ricostruire un’unità spaziale, ma dove
avere a disposizione dei modelli o schemi per ricostruire la realtà. Perciò,
questo filone è denominato neoquantitativo in quanto vuole provare a
quantificare i processi geografici. Esempio basilare per questo indirizzo è la “teoria delle località centrali” elaborata
da W. Christaller, geografo tedesco, negli anni Trenta del secolo scorso. Il
suo modello ha poi generato una serie di ricerche utili e ha avviato ampie
discussioni sulle potenzialità ma anche sulle criticità dell’indirizzo
neoquantitativo. Il modello di Christaller si propone di indagare l’esistenza
di leggi che regolano la dimensione, il numero e la distribuzione delle città
nello spazio. Egli spiega la distribuzione di beni e servizi offerti dai centri
urbani ispirandosi al concetto di gerarchia urbana; individua le regole con cui
interpretare i sistemi urbani, spiegando dimensione, frequenza e distanza dei
centri urbani di ogni livello gerarchico. (Gerarchia urbana è la differenziazione
delle città sulla base di criteri che possono essere demografici o economici.)
In pratica, un centro maggiore fornirà maggiori servizi e beni servendo un
territorio più ampio a differenza di un piccolo centro dotato di pochi servizi,
utili solo a chi vi vive. In tal modo secondo Christaller i servizi si
dispongono sul territorio in modo virtualmente ordinato e si assiste ad una
divisione del territorio all’interno del quale si può individuare per ogni
centro l’area di gravitazione, che è maggiore per un centro maggiore, minore
per un centro minore. Questo modello è apparso utile per studiare le relazioni
territoriali, ma ha dei limiti per la sua dimensione ideale, infatti non
considera le situazioni reali e presenta una visione uniforme dello spazio.
Tuttavia proprio a partire da questo modello il geografo italiano Turco
chiarisce che nell’indirizzo neo-quantitativo vi siano elementi propositivi: l’importanza
data a procedure metodologiche statistiche e matematiche, l’utilità di modelli
che permettano comunque di descrivere la realtà. I modelli secondo Turco
stabiliscono una norma ma consentono anche di conoscere le eccezioni, inoltre
sono vantaggiosi per ragionare sulle funzioni e sui processi territoriali. In
tal modo questo indirizzo non vuole solo descrivere ma vuole comprendere
situazioni e processi geografici.
3) L’indirizzo percettivo o costumale. Negli anni Settanta del secolo
scorso le scienze sociali hanno messo in crisi gli approcci razionalisti e
hanno cominciato ad esaltare quello fondato sull’esperienza anche individuale.
Si è quindi formato l’indirizzo della geografia umanistica che propone un
approccio centrato sugli aspetti qualitativi dell’uomo. Questo approccio è
influenzato da correnti filosofiche, come l’esistenzialismo e la fenomenologia,
basate sull’analisi dell’esistenza umana e sullo studio dei fenomeni. Secondo
queste concezioni filosofiche non serve fermarsi all’apparenza ma è opportuno
andare all’essenza delle cose soffermandosi sul mondo soggettivo di ogni
individuo. In tal senso non bisogna limitarsi solo allo studio dell’uomo
raziocinante, ma anche ai sentimenti e emozioni che prova. Questa visione ha
influenzato la geografia umanistica, benché secondo Vallega, già nei geografi
dell’Ottocento troviamo questa visione sorretta dal Romanticismo. In relazione
alla geografia umanistica si è sviluppata l’attenzione dei geografi per la
letteratura. Le opere letterarie possono essere lette non solo per il loro
contenuto letterario ma anche per il modo con cui presentano un’esperienza
capace di trasmettere lo spirito, il tradizionale significato, il valore
storico dei fatti territoriali. Le fonti letterarie esprimono il punto di vista
dei gruppi sociali sulla territorialità, mentre ogni autore, a sua volta,
sceglie la forma simbolica per esprimerla e trasfigurarla. Nell’ambito
umanistico si è sviluppato il filone della geografia della percezione o in
inglese “behavioral revolution”.
Esso va a studiare la percezione individuale e collettiva dello spazio. Questo
indirizzo vuole mettere a fuoco i comportamenti umani, studiando i concetti e
le immagini che gli uomini elaborano del mondo reale. Si rivolge agli aspetti
psicologici e sociali del comportamento nell’ambiente. Uno schema significativo
è proposto da Downs (1970) che studia il rapporto uomo-ambiente. Tale rapporto
viene considerato un processo di interazione in cui l’ambiente costituisce la
sorgente delle informazioni percepite dal soggetto. La rilevanza per la ricerca geografica dell’analisi
psicologica sta nel fatto che gli uomini prendono decisioni circa la
strutturazione dello spazio e dell’ambiente sulla base delle conoscenze di cui
dispongono che a loro volta derivano dall’accuratezza con cui le condizioni
ambientali sono percepite. Ogni soggetto quindi rielabora in modo personale le
informazioni e produce specifiche elaborazioni e visioni. Questa posizione
trova molti riscontri ad esempio negli studi di Lynch (1960) che analizza le
immagini percettive degli abitanti di alcune grandi città americane e dimostra
i differenti punti di vista. Ciò mostra che ognuno venga formandosi proprie
immagini mentali; le differenze sono dovute a diverse cause: età, esperienze,
scolarizzazione, provenienza sociale. In virtù di questi studi alcune ricerche
geografiche hanno esaminato il concetto di “mappa cognitiva”. Il termine mappa cognitiva fu coniato da
Tolman (1948): essa indica le configurazioni mentali dell’ambiente, ma è anche
uno schema percettivo che è di orientamento per ciascuno di noi ed è
suscettibile di modifiche. Saarinen (1966) ha studiato ad esempio la percezione
del rischio della siccità da parte degli agricoltori residenti in una regione
situata tra le montagne rocciose e la pianura del Mississippi. I risultati
della ricerca dimostrarono che la percezione del rischio variava a seconda dell’individuo.
Questo filone di ricerche ha avuto un buon successo e lo spazio maggiormente
studiato è stato quello urbano per osservare come fosse vissuto. Il geografo
francese A. Fremont nell’opera “la regione come spazio vissuto” sostiene
che ogni ricerca geografica deve tener presente le rappresentazioni mentali dei
gruppi sociali, cioè lo “spazio
vissuto” e non solo fattori economici e amministrativi. È dunque
un filone interessante e nuovo che ha offerto l’opportunità di analizzare le
cosiddette micro-geografie e di comprendere come sia utilizzato lo spazio dagli
individui trovando grande riscontro in didattica. Le critiche mosse a questo
indirizzo come ingenuità e empirismo non tengono conto che bisogna valorizzare
aspetti socio-psicologici.
4) L’indirizzo
storicistico-marxista. Sempre negli anni Settanta del secolo
scorso si afferma negli Stati Uniti e poi in Francia, l’approccio
storicistico-marxista. Questo indirizzo mette in crisi l’impostazione razionalista
che cerca modelli e schemi per rappresentare la realtà, mentre ritiene
importante comprendere che ogni struttura socio-territoriale costituisca un
prodotto storico e non un dato naturale. Inoltre, ogni trasformazione che
avviene in un territorio, ha una valenza storica, è l’esito di un conflitto
sociale per cui il territorio assume una funzione rilevante nelle questioni
sociali. Insomma il territorio non è uno spazio asettico e neutrale ma è parte
integrante dei processi socio-politici. Secondo Harvey (1969) gli altri
indirizzi geografici non sono in grado di spiegare i problemi reali presenti
nella società ed è quindi necessaria una diversa impostazione. Si apre così il
confronto con l’epistemologia marxista e sono avviati diversi studi sul
rapporto tra fabbrica e città, sul sottosviluppo, sui contrasti tra gruppi
sociali, sui problemi ambientali. Lo stesso concetto di spazio viene rivisitato
in quanto non è più visto come uno sfondo, ma è considerato come spazio
relazionale nel quale interagiscono azioni o attività ed è impregnato di
contraddizioni storiche. Partendo da questi presupposti i geografi marxisti
hanno rifiutato l’indirizzo idiografico ritenendo limitato il solo obiettivo di
comprendere i fenomeni geografici, volendo invece considerare la geografia come
la scienza che collabora alla pianificazione territoriale. Secondo questi
geografi la disciplina deve assumersi responsabilità sociali, comprendere le
conflittualità territoriali e indicare strategie per risolverle. Come chiarisce
il geografo italiano Dematteis (1980) la geografia marxista vuole dare una
risposta a drammatici problemi politici, sociali, economici ed ecologici. In
Francia questa impostazione ha ottenuto molto successo perché, come chiarisce
Yves Lacoste, la geografia è poco considerata se non fornisce una descrizione
del mondo che risponda alle nostre preoccupazioni. La rivista francese che ha
maggiormente seguito questa impostazione è “Hérodote”. In Italia Massimo Quaini ha
dato un particolare contributo in tale direzione rimodulando anche l’impostazione
della geografia storica, che studia la storia dell’organizzazione sociale dello
spazio e la storia delle strutture territoriali. Secondo Quaini il geografo
dovrebbe privilegiare l’analisi del mutamento geografico nel tempo e la geografia
storica deve porsi compiti interpretativi senza poter prescindere dalla
dimensione temporale. La geografia deve dunque accogliere la componente
temporale e non solo muoversi sul piano spaziale; deve comprendere le ragioni
storiche che agiscono sul territorio e descrivere le trasformazioni e i
cambiamenti che avvengono. Tutto ciò non va fatto nell’ottica del passato ma in
quella del futuro, guardando alla pianificazione territoriale, dal momento che
senza conoscere la storia di un territorio e la sua identità non si può operare
il recupero dei centri storici o la tutela di zone degradate.
5) La
geografia culturale. Nel corso del Novecento i geografi
non solo hanno riflettuto sugli aspetti metodologici ma hanno anche valutato le
possibili interazioni con le problematiche culturali. Nel 1931 il geografo
statunitense Carl Sauer pubblica un breve saggio che segna l’inizio della
geografia culturale. Per Sauer la geografia culturale consiste appunto nell’applicazione
dell’idea di cultura ai problemi geografici e in modo specifico ai seguenti
ambiti: alla distribuzione sul territorio di elementi culturali come le
abitazioni o i toponimi; all’ecologia culturale che si occupa dello
sfruttamento delle risorse naturali; e all’identificazione delle regioni culturali
attraverso lo studio dei componenti del paesaggio. In tal senso cultura rimanda
alle costruzioni materiali, ai manufatti e ai prodotti realizzati dall’uomo e
il geografo ne studia la localizzazione, la distribuzione e la diffusione.
Questa impostazione che negli anni Trenta fu considerata innovativa si è poi
rinnovata nel tempo; infatti negli ultimi decenni del Novecento si è sviluppata
la “nuova geografia culturale”, attenta non solo agli aspetti materiali ma
anche immateriali e simbolici. Importanti sono gli studi di Denis Cisgrove sul
paesaggio, ma si è affermato anche l’indirizzo spiritualista, che si rivolge
alla disamina dei valori spirituali che le culture hanno attribuito ai luoghi.
La geografia culturale nei suoi diversi indirizzi è un ambito affascinante e
Paul Claval, il più noto esponente europeo di essa, spiega chiaramente come l’approccio
culturale capovolga la prospettiva geografica: la disciplina era generalmente
concepita come una scienza naturale, il cui scopo principale era quello di
cogliere un mondo la cui esistenza oggettiva non era messa in dubbio. Oggi si
occupa di come gli uomini percepiscono e vivono il mondo, lo investono delle
loro passioni, lo caricano dei loro interessi e vi sviluppano le loro strategie
poggiandosi su luoghi e territori e modellando il paesaggio.
L’EPOCA CONTEMPORANEA
L’affermarsi
della società post-moderna ha dato l’avvio a nuove impostazioni dagli anni
Ottanta del secolo scorso. Il postmodernismo è una corrente di pensiero che si
contrappone al modernismo, inteso come razionalità, obiettività e progresso. Il
postmodernismo mette in crisi le diverse concezioni che si rifanno all’Illuminismo
e al positivismo. La globalizzazione, voluta dalla presenza dei media, ha
creato una società decentralizzata nella quale non vi sono centri dominanti. La
stessa organizzazione sociale è oggi molto complessa per i tanti flussi
migratori e per la dinamicità dei nostri tempi nei quali i mezzi di trasporto e
di comunicazione azzerano le distanze spaziali. Inoltre, il crollo del sistema
sovietico e i continui cambiamenti dello scenario geo-politico rendono il
quadro internazionale contraddittorio. Lo stesso concetto di sviluppo è entrato
in crisi dal momento che ha finito per danneggiare l’ambiente, per cui la
crescita determinata dall’industrializzazione è oggi soggetta a revisione. In
relazione ad un contesto così complesso, appunto postmoderno, la comunità
scientifica si pone interrogativi diversi. Come chiarisce Minca (in uno studio
del 2001) emergono tre filoni possibili nella geografia postmoderna: un filone
è impegnato a porre in discussione i testi e i discorsi geografici, il secondo
si apre a nuovi approcci come la geografia femminista, la politica dell’identità
o le geografie postcoloniali, il terzo si occupa principalmente dell’evoluzione
attuale della città come luogo nevralgico del cambiamento. Ovviamente solo
alcuni geografi si riconoscono nell’impostazione postmodernista, altri
continuano a privilegiare la geografia umanistica volendo dare spazio alla
dimensione individuale nell’interazione uomo-ambiente. D’altra parte, le
problematiche ambientali sono quanto mai attuali, sicchè studi recenti sono
rivolti alle interazioni tra paesaggio e mutamenti climatici. Ancora il quadro
economico e politico prima delineato richiede oggi la continua attenzione del
geografo. Rimane poi attuale l’interesse per la pianificazione territoriale e
quindi per l’analisi e la progettazione tanto degli ambiti urbani quanto di
quelli rurali. Particolare interesse riscuotono oggi le comunicazioni.
Geografia delle Comunicazioni, Geografia delle Tele-comunicazioni, Geografia
della Società dell’Informazione: le diverse denominazioni indicano la rapida
evoluzione di un settore di ricerca e contemporaneamente la rapidissime trasformazioni
tecnologiche. (La geografia delle comunicazioni prende in considerazione l’insieme
di diverse modalità tecnologiche, ma anche i movimenti tanto di beni e persone
quanto di informazioni.) Le telecomunicazioni, che hanno acquisito particolare
rilievo nelle dell’Informazione tengono conto delle più avanzate formule
tecnologiche. Corna Pellegrini e Paradiso (2009) suggeriscono di ragionare nei
termini di una geografia della comunicazione globale. L’informazione è divenuta
così preponderante rispetto ad altri fenomeni che, agli inizi degli anni
Ottanta del secolo scorso, Claude Raffestin (1981) discuteva le differenze
epistemologiche tra il termine circolazione, volto a indicare la mobilità
spaziale di beni e persone, e il termine comunicazione specifico per le informazioni.
Le relazioni umane rappresentano uno dei fattori infrastrutturali essenziali
della società contemporanea, poiché la produzione massiccia di informazioni e
la loro diffusione sono diventate basilari per l’economia odierna, nonché per l’intera
organizzazione sociale, grazie al telelavoro, alle televendite, all’erogazione
di servizi online. Peraltro, se la radio, la televisione e il telefono
fisso sono ormai mezzi ‘classici’ e in
una certa misura superati, la rapida evoluzione della società dell’informazione,
fondata sulla telefonia mobile, sulle reti wireless, sui sistemi
informatici ha lanciato una sfida scientifica che è stata già raccolta. Maria
Paradiso, coordinatrice del “Network
Italiano di Geografia della Società dell’Informazione”, così sintetizza le fasi
recenti degli studi: una prima rivolta alle tecnologie dell’informazione di per
sé, ossia reti e telecomunicazioni; una seconda indirizzata ai contenuti; una
terza dimensione di studio, aperta di recente, riguarda le politiche e la
pianificazione territoriale nell’era dell’informazione.
Come dunque
si anticipava all’inizio, la geografia da scienza descrittiva si è evoluta e si
colloca oggi come una scienza dinamica e interpretativa. Uno dei più importanti
geografi italiani Giacomo Corna Pellegrini sottolinea come la metodologia della
ricerca geografica sembra oggi adeguarsi alle nuove circostanze, introducendo
una più sistematica osservazione del variabile dinamismo degli eventi
territoriali, oltre alla tradizionale attenzione per la loro localizzazione.
Egli invita a riflettere sui caratteri di una geografia dinamica e
interpretativa che sappia cogliere le principali tendenze al mutamento, dovuto
alle comunicazioni, ai fattori socio-economici o culturali.
Oltrepassata
la metà del 20° secolo, dunque, una rassegna dei progressi della geografia non
ha più da occuparsi in linea preminente dell’esplorazione dell’orbe nel senso
comunemente inteso. L’epoca delle esplorazioni indirizzate alla scoperta o
ricognizione dei lineamenti topografici del nostro pianeta è terminata
sostanzialmente già col secolo scorso, eccetto che per l’Antartide, alcune
terre polari artiche, qualche tratto dei deserti e delle più elevate catene
montuose. Si è aperta una nuova fase, che taluno ha chiamato la terza fase
delle scoperte geografiche, ossia l’indagine non più a grande raggio ma
minuziosa e specializzata, interdisciplinare, talora condotta con squadre di
studiosi di campi diversi.
Le fattezze
generali della superficie terrestre sono ormai fissate con sicurezza, e per
buona parte delle terre emerse anche con minuzia, attraverso la cartografia. Il
progresso dei rilevamenti topografici con metodi classici (del resto acceleratosi
negli ultimi decenni) è stato rapidamente integrato dall’uso dei procedimenti
fotogrammetrici; si è praticamente completata la copertura delle terre emerse
con fotografie aeree e ad esse si sono aggiunte le fotografie riprese dai
satelliti artificiali (che rientrano in quel complesso di operazioni di ricerca
dette remote sensing dagli anglosassoni). La cartografia
ordinaria (a parte quella sintetica degli atlanti) è passata totalmente nelle
mani dei tecnici, ma i geografi hanno trovato un vastissimo campo di lavoro,
che interessa pure studiosi di molte altre discipline, nelle cosiddette carte
tematiche. Indipendentemente dalla costruzione delle carte, la fotografia aerea
è divenuta frattanto comune strumento d’indagine (foto-interpretazione) in geografia
come in altre scienze e fin nelle loro applicazioni.
Spedizioni
vere e proprie, con l’impiego generalmente dei mezzi logistici e scientifici
più moderni, non sono a ogni modo mancate: alle alte catene asiatiche (dall’Hindu-kush
all’Himalaya) e alle Ande, nelle terre artiche e soprattutto nell’Antartide. In
quest’ultimo continente, pur dopo le grandi imprese degli anni Cinquanta e in
particolare quelle connesse con l’Anno geofisico internazionale (1957-58),
hanno gareggiato numerosi paesi (Stati Uniti e Unione Sovietica in primo luogo,
Francia, Norvegia, Giappone, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, e simili, in
qualche caso con la partecipazione pur di studiosi italiani), sia con
spedizioni mobili sia con stazioni semipermanenti. Le ricerche propriamente
geografiche sono ormai passate in secondo piano rispetto a quelle geofisiche,
geologiche, glaciologiche, biologiche. La conoscenza dell’Antartide si è tanto
estesa e approfondita da consentire una prima valida sintesi in forma
cartografica: i sovietici hanno dato in luce (1966) un ottimo atlante dell’Antartide
(carte normali e carte tematiche) e una serie di analoghe carte va pubblicando
la Società geografica americana. Nell’Artide sono stati attivi specialmente i
Russi e gli Americani (Stati Uniti e Canada). Quanto alle spedizioni alle
grandi montagne, molto numerose, le più hanno avuto carattere alpinistico, ma
agli scalatori si sono spesso aggregati alcuni studiosi, riportandone
contributi scientifici di vario genere.
È diventato
tutt’altro che raro che in queste imprese d’esplorazione si trovino a
collaborare studiosi di varia nazionalità. Ma più ancora la collaborazione
internazionale negli studi geografici è segnata da congressi e convegni, sempre
più frequenti, e in special modo quelli promossi dall’Unione Geografica
Internazionale, che nel 1972 ha celebrato il suo cinquantenario. Nello stesso
anno si è tenuto il XXII Congresso geografico internazionale a Montreal, nel
Canada, a circa un secolo dal primo, adunatosi in Anversa nel 1871. Il XXIII ha
avuto per sede Mosca, e i precedenti, nell’ultimo quindicennio, si tennero a
Stoccolma (1960), Londra (1964) e Nuova Delhi (1968). Richiamando che nel 1952
il congresso fu tenuto a Washington e nel 1956 a Rio de Janeiro, risulta
evidente che l’Europa non detiene più il deciso primato nel campo degli studi
geografici e della loro organizzazione. Anche convegni internazionali intermedi
ai congressi ed emanazione della stessa Unione sono stati tenuti in paesi
sparsi un po’ in tutto il mondo (come Messico, Uganda, Malesia e Nuova Zelanda);
essi trattano temi più delimitati e anche la provenienza dei partecipanti è in
genere da un’area più ristretta.
L’Unione
geografica internazionale ha una parte anche nell’orientare le ricerche verso
specifici campi, per mezzo delle sue commissioni di studio, attualmente in
numero di 28, compresi i cosiddetti gruppi di lavoro (commissioni e gruppi
vengono via via rinnovati dopo un periodo più o meno lungo). Come
esemplificazione menzioneremo le Commissioni sugli Atlanti nazionali, la
cartografia geo-morfologica, l’ecologia delle regioni di alta montagna, i
rapporti generali tra uomo e ambiente, la geografia dei trasporti, la geografia
applicata, la storia del pensiero geografico. Esse tengono propri convegni ora
in questa ora in quella sede, oltre alle riunioni in occasione dei congressi.
Lo scambio diretto di informazioni tra gli studiosi e la discussione su
determinati argomenti ha poi luogo anche in altri convegni (spesso denominati
simposî o colloquî) pure internazionali, ma al di fuori dell’Unione
geografica, convegni sempre più numerosi. Dal 1960 opera anche un’Associazione
cartografica internazionale, che si riunisce in periodici convegni, ultimamente
associati ai congressi geografici internazionali. Vi aderiscono diverse
associazioni di singoli paesi, in genere di fondazione recente (per l’Italia, l’“Associazione
Italiana Di Cartografia”, nata nel 1963).
Accanto
alle vecchie società geografiche, di cui talune hanno ora superato il secolo di
vita (la Società di Geografia di Parigi, la più antica, ha celebrato il 150°
anniversario nel 1971 e la Società Geografica Italiana il centenario nel 1967),
altre se ne sono costituite in paesi fino a non molti anni fa del tutto fuori
dagli studi geografici, come gran parte di quelli del Terzo Mondo, dove pure
vanno sorgendo riviste geografiche in lingue occidentali. Comunque le
pubblicazioni geografiche, periodiche o non, si fanno via via più numerose e
disperse, onde sempre più preziosa risulta la “bibliographie géographique internationale”, compilata
mercé una vasta collaborazione e ora anche con l’appoggio dell’UNESCO (le si
affianca l’analoga “bibliographie cartographique internationale”). La difficoltà
opposta dalla lingua è tuttora di qualche ostacolo alla pronta e agevole
circolazione dei risultati delle ricerche: i paesi slavi dell’Europa
centro-orientale e quelli nordici pubblicano ancora in parte in lingue
occidentali, mentre i Russi, nelle loro riviste, si limitano tutt’al più a
brevi riassunti in inglese. Per agevolare l’accesso alla letteratura sovietica,
la Società Geografica Americana ha iniziato nel 1960 la pubblicazione di un
periodico contenente riassunti o traduzioni in inglese: la “soviet geography review”.
I singoli
rami della geografia hanno realizzato progressi o mutamenti d’indirizzo in
varia misura o di vario tipo, nel campo della geografia umana ed economica
anche in rapporto alle nuove situazioni del mondo. In climatologia si è fatta
sempre più sentire l’influenza degli apporti della meteorologia, sviluppando
una “climatologia dinamica”, in cui le “masse d’aria”, definite dalle loro
condizioni fisiche e legate a determinate posizioni sul globo, e i loro
rapporti dinamici giocano una funzione spesso incisiva nella stessa
individuazione e descrizione dei climi regionali. Si tende a mettere meglio in
luce i caratteri stagionali dei climi in ispecie attraverso l’effettivo
succedersi dei tipi di tempo, nascosti dal troppo frequente affidamento alle
medie.
Nello
studio dei mari, continuando le campagne oceanografiche di superficie con mezzi
già collaudati, si allarga l’ispezione subacquea sia con l’immersione personale
in acque poco profonde, sia con tentativi di estenderla fin alle massime
profondità oceaniche mediante batiscafi (nel 1960 il “Trieste 2°” di A. Piccard
è disceso, per iniziativa della marina statunitense, fin oltre 11,000 m. nell’abisso
Challenger della Fossa delle Marianne e un batiscafo della marina francese ha
toccato 9450 m. nella Fossa delle Curili). Si studiano le apparecchiature per
immersioni sempre più lunghe e si stanno progettando laboratori di osservazione
subacquei semi-permanenti. Questi modi di ricerca avvantaggiano soprattutto l’esame
della morfologia del fondo marino e della sedimentazione, al che molto hanno
recentemente contribuito le trivellazioni nel fondo dei mari effettuate per
finalità pratiche (ricerche petrolifere). Ben più diffusa, s’intende, l’ispezione
del fondo per mezzo della fotografia e ora anche di televisori.
La
morfologia terrestre ha affinato i suoi metodi d’indagine, occupandosi più
direttamente e approfonditamente dei processi dinamici da cui risulta il
modellamento del terreno, e sottoponendo anche a esami di laboratorio le
caratteristiche delle rocce in relazione al disfacimento meteorico e all’erosione.
Con ciò sembra allontanarsi dalla geo-morfologia tradizionale, ma d’altro canto
si riaccosta all’orientamento geografico per la considerazione portata ai
fattori climatici. Dell’ultimo ventennio è il deciso sviluppo di una cosiddetta
morfologia climatica, con il riconoscimento di sistemi d’erosione o
morfoclimatici (senza smentire quanto si debba ai fattori strutturali). A ciò
si è pervenuti specialmente in seguito alle indagini nei paesi tropicali.
Continua a richiamare l’attenzione il problema dell’origine delle grandi
superfici di spianamento erosivo (Africa e Australia specialmente); si è riconosciuta
una molteplicità di modi di formazione (pediments e altri tipi).
Gli schemi di W. M. Davis, nonostante ripetuti attacchi, sembrano rimanere non
interamente superati, almeno per le regioni temperate umide. Nell’insieme la geo-morfologia
resta un campo comune alla geografia e alla geologia, anche perché involge l’appello
ai climi del passato e si è inoltre riconosciuta per diversi paesi l’efficienza
della neotettonica.
La maggiore
espansione e le discussioni più frequenti e più accalorate si sono avute nel
vasto campo della geografia umana e della geografia più specificamente
economica; si vede anzi frequentemente affermato che la vera, o unica, geografia
è quella che prende in considerazione l’uomo, abitatore, utilizzatore e
plasmatore della superficie terrestre. Se, a rigore, non sono sorti nell’ultimo
quindicennio campi di studio del tutto nuovi, è bensì vero che taluni argomenti
hanno assunto speciale ampiezza, insieme con la tendenza verso nuove visuali
metodologiche e di collegamenti più stretti con le discipline sociali (in lato
senso) ed economiche. Ciò è avvenuto non soltanto per la naturale evoluzione
della ricerca e delle idee, ma pure sotto lo stimolo delle dimensioni e dell’evidenza
acquistate da diversi problemi delle odierne società umane, in seguito alla
rapida e spesso disarmonica trasformazione del mondo, a sua volta legata a
innovazioni tecnologiche, a impulsi ideologici, a situazioni politiche nuove.
Tra i
problemi scientifici meglio individuati ai quali anche i geografi hanno dedicato
studi particolari e opere di sintesi, spiccano quelli relativi all’aumento
vertiginoso della popolazione mondiale, alla progressiva urbanizzazione, al
deterioramento dell’ambiente fisico e biologico (di cui l’inquinamento è solo
un aspetto), alla tumultuosa industrializzazione, alla decolonizzazione e più
in generale al sottosviluppo, infine alla necessità di un più razionale assetto
del territorio e delle città. Sono temi di larghissima portata, che coinvolgono
la geografia accanto ad altre scienze, naturali, sociali, economiche,
politiche: così i confini della geografia umana, del resto sempre molto
sfumati, si sono fatti ancora più incerti. La geografia economica ha compreso
che le sono necessari più stretti contatti e scambi con la scienza dell’economia,
e ha pure allargato il suo campo agli aspetti distributivi di fatti
propriamente commerciali, a piccolo come a grande raggio, e finanche
finanziari.
Tra i rami
della geografia che hanno richiamato particolare attenzione, è da porre la geografia
urbana, non più concepita come studio delle città in sé, quanto come sistemi di
rapporti funzionali con il territorio e delle città tra loro. Pertanto essa
interferisce con l’urbanistica e con la pianificazione del territorio. Si passa
così alla “geografia applicata”, o “volontaria”, che nell’ultimo ventennio ha
acquistato numerosi sostenitori e ha prodotto contributi teorici e studi
specifici regionali; in certi paesi i geografi vengono ora utilizzati come
professionisti negli enti di pianificazione, insieme con studiosi di altre
discipline e con tecnici. Non vi è tuttavia completo accordo sugli scopi e i
limiti dell’intervento della geografia in applicazioni del genere, taluni
ritenendo che essa debba ridursi a fornire un preciso quadro e una sintesi
delle situazioni di fatto odierne, altri sostenendo che il geografo sia
qualificato a intervenire pur nelle fasi di previsione e di orientamento, se
non addirittura nella fase decisionale per la realizzazione dei piani. I
problemi di una nuova “organizzazione dello spazio” (espressione già usata dai
geografi) hanno dato origine anche a una cosiddetta “scienza dello spazio” o “analisi
spaziale”, con intonazione sostanzialmente tecnica e della quale restano
indeterminati i rapporti verso la geografia. Questi problemi hanno tra l’altro
contribuito a una riconsiderazione del concetto di “regione” da parte dei
geografi, che tante volte ne avevano già discusso.
Qualcuno ha
creduto di scorgere nella geografia applicata (scienza, dunque, a servizio
della società e non più soltanto conoscenza del mondo a fini sostanzialmente
culturali) la giustificazione di tutta la geografia. Ma indipendentemente da
ciò, vuol esser sottolineato il vivace risveglio, nell’ultimo quindicennio,
delle discussioni sull’oggetto della geografia, la sua strutturazione, i suoi
principi dottrinari, i metodi d’indagine, la posizione epistemologica. I
termini essenziali del dibattito non sono nuovi. Anzitutto la questione dell’unità
oppure dualismo di questa disciplina, per alcuni nel senso di rapporto o
distinzione netta tra geografia fisica e geografia umana (addirittura come
campi conoscitivamente distinti senza possibilità di compromesso); per altri
invece nel senso di scienza generale (nomotetica) diretta al riconoscimento di
leggi o tendenze probabilistiche, oppure individuale (idiografica), i suoi
individui essendo rappresentati dalle regioni, da illustrarsi nella loro
peculiarità. Sussiste comunque la questione dei rapporti tra l’umanità e il suo
quadro naturale (anche e ben oltre il rapporto di carattere ecologico), con
interpretazioni varie, ma che difficilmente riescono a eludere del tutto la
necessità di tener conto del secondo (forme di nuovo determinismo); ma si sono
pure introdotti i fattori percezione e comportamento, per ora, tuttavia, più
teoricamente che in studi specifici. Le posizioni dei vari studiosi risultano
assai differenti tra loro, a ogni modo parecchi parlano di un travaglio odierno
della geografia, che dovrebbe modernizzarsi, travaglio scatenato anche dal
rapido progresso di discipline a contatto con essa, rispetto alle quali la geografia
sarebbe rimasta attardata.
Un altro
aspetto del dibattito verte sui metodi d’indagine, involgendo però l’essenza
stessa della disciplina: è sorta una vivace tendenza a sviluppare una “geografia
teoretica”, strettamente connessa con l’uso di metodi quantitativi e
geometrici. Una corrente battagliera sostiene che è nata una “nuova geografia”,
in virtù di una “rivoluzione quantitativa”. Si afferma che la nostra
disciplina, se vuole sollevarsi a “scienza” (s’intende riferirsi soltanto alle
scienze esatte e naturali), deve quantificare le sue variabili e sottoporle a
trattamento matematico (tanto facilitato oggi dagli elaboratori elettronici).
In tal modo le conclusioni raggiunte nell’esame dei vari problemi
acquisterebbero un’esattezza e sicurezza che la geografia tradizionale non può
offrire. La geografia diventerebbe scienza nomotetica e sarebbe anche superato
il dualismo tra la fisica e l’umana. Geografia teoretica e geografia
quantitativa si propongono di costruire “modelli”, da verificare sui dati di
fatto, ma comunque capaci di fornire previsioni. Alcuni seguaci si oppongono
senz’altro alla geografia tradizionale (pur nelle sue forme più moderne) e in
ispecie a quella regionale; altri più moderatamente scendono a compromessi,
pochi ammettono un’effettiva coesistenza. Si osserva però che questo indirizzo
è stato finora applicato a questioni di pura distribuzione spaziale, in genere
trascurando le reali caratteristiche del territorio. Come punto iniziale di
riferimento per tal genere di ricerche è spesso indicato uno studio di W.
Christaller sui cosiddetti “luoghi centrali”, del 1933 ma riscoperto
tardivamente dai geografi. Appare molto dubbio che l’elaborazione matematica
possa estendersi a tutti i fenomeni considerati dalla geografia umana, la quale
d’altronde non può prescindere dagli sviluppi storici. Rimane poi il problema
della scelta delle variabili, tra le tantissime possibili, onde si corre il
pericolo d’un nuovo determinismo. La scuola teorico-quantitativa ha finora
operato quasi soltanto nei paesi anglosassoni, ma pur da questi si sono levate
le critiche; a ogni modo non sembra aver toccato sostanzialmente la pratica
degli studi geografici, come può mostrare una scorsa alle riviste più
autorevoli.
Resta da
ricordare la diffusione e l’importanza assunte nell’ultimo ventennio dalla
presentazione dei risultati nella forma cartografica, mediante le carte
tematiche, che, sintetizzando un gran numero di dati e informazioni, offrono l’immagine
specialmente distributiva di fenomeni diversissimi, naturali e umani. In
particolare ha preso sviluppo l’allestimento di atlanti tematici relativi ai
singoli paesi, detti convenzionalmente “atlanti nazionali” (ma anche analoghi
“atlanti regionali”), per i quali iniziative internazionali si sforzano di
conseguire una relativa uniformità. I sovietici hanno pure realizzato un ampio
“atlante fisico” mondiale, che per
la concezione si rifà al famoso atlante del Berghaus. Ricorderemo infine che è
mancata la pubblicazione di grandi opere complessive di geografia regionale (“geografia
universali”), come quelle comparse tra le due guerre, che nell’attuale fermento
del mondo invecchierebbero troppo precocemente. Abbondanti, invece, le opere su
singoli paesi o gruppi di essi, mentre alla geografia generale è dedicato un
grande trattato in 14 densi volumi edito in Germania sotto la direzione di E.
Obst e J. Schmithüsen a partire dal 1966.
La
necessità di recuperare un ruolo nelle nuove problematiche ambientali ha
portato la geografia a riconsiderare con maggiore attenzione e serenità i
rapporti tra ambiente fisico e azione umana, non negando aprioristicamente
relazioni certamente esistenti. La vecchia geografia idiografica è stata in
certo modo rivalutata e talora utilizzata recuperando in forma più moderna
alcuni dei suoi concetti fondamentali quali, per esempio, quello di paesaggio e
anche quello di genere di vita, in qualche modo riapparso da quando, accanto (e
forse per reazione) alle ricerche geografiche su fatti globali, sono divenuti
frequenti gli studi di fatti locali e localismi. Il dilemma tra l’esistenza o
la mancanza dell’unità della geografia non sembra più appassionare e dividere i
geografi, i quali, da un lato, danno per scontata la necessità della
specializzazione e l’impossibilità che uno stesso studioso padroneggi temi e
metodi così disparati, ma dall’altro riconoscono la necessità che lo studio
dello spazio geografico sia affrontato in modo esaustivo, in tutte le sue
componenti, fisiche e umane: è nell’organizzazione del territorio, oggetto ‘sistemico’
della geografia, che la disciplina si ricompone, restando, appunto, scienza
territoriale; se è scienza sociale, lo è in quanto il territorio è un prodotto
sociale, derivato da una lunga azione esercitata dall’uomo su un substrato
naturale.
Accanto a
lavori di stampo tradizionale (esempi di descrizioni monografiche di frammenti
dello spazio geografico continuano ad apparire, anche se molto meno frequenti),
la pubblicistica geografica degli ultimi 10-15 anni del 20° secolo e dell’inizio
del 21° ha prodotto prevalentemente lavori di carattere tematico, in cui il
lembo territoriale considerato è assunto essenzialmente come caso di studio.
Tra le tematiche affrontate, numerose e spesso di grande momento, alcune
possono genericamente essere definite ambientali: per esempio, il rischio
ambientale, le variazioni climatiche, la desertificazione, la tutela del
patrimonio naturale e culturale; a parte va considerato il tema del cambiamento
globale, che impegna cultori di diversa estrazione disciplinare (geografia,
scienze dell’orbe, ecologia, scienze della vita). Altre tematiche, pure
connesse con gli studi ambientali, sono quelle della gestione delle risorse, in
particolare dell’acqua, la risorsa tra tutte più vitale, a volte contesa, per
la sua scarsità, tra più Stati confinanti e usata addirittura come strumento di
ricatto politico. Altre afferiscono al processo che più incisivamente ha
segnato l’organizzazione dello spazio nella seconda metà del Novecento, e cioè
lo sviluppo urbano. Altre ancora riguardano un fenomeno che ha assunto
dimensioni impreviste, con implicazioni economiche, politiche, culturali
notevolissime, vale a dire quello delle grandi correnti migratorie che
interessano gran parte del mondo, in particolare quelle dall’Africa e da
numerosi paesi asiatici verso l’Europa e dall’America Latina verso gli USA.
Nell’ambito
della geografia fisica, la geo-morfologia è il settore che ha segnato più
progressi e nel quale la ricerca è più intensa, praticata da specialisti che si
muovono nell’ambito del vasto campo interdisciplinare delle scienze dell’orbe,
intrattenendo strette privilegiate relazioni soprattutto con la geologia. Meno
numerose risultano le ricerche di climatologia (peraltro spesso comprese in
quelle sul cambiamento globale) e di idrologia.
Nell’ambito
della geografia umana, gli studi di geografia della popolazione traggono
alimento soprattutto dalle citate migrazioni, così come quelli di geografia
della circolazione, stimolati pure dallo straordinario sviluppo delle
comunicazioni sia materiali (per gli spostamenti di persone e merci) sia
immateriali (per i flussi di informazioni, idee, capitali); pare invece
affievolito l’interesse per la geografia delle sedi, fuorché, ovviamente, per
quanto riguarda le città, che però, non essendo soltanto elementi insediativi,
ma anche economici, politici e culturali, con funzioni di guida e di
coordinamento nell’organizzazione dello spazio, sono diventate oggetto di un
campo di studio proprio, quello della geografia urbana, premessa indispensabile
della geografia regionale. La geografia culturale, un tempo intesa
essenzialmente come geografia delle culture, con particolare attenzione alle
lingue e alle religioni, si è fortemente sviluppata, soprattutto in Francia, a
opera di P. Claval, divenendo
essenzialmente una geografia dei fatti (e dei beni) culturali, riconosciuti
quali componenti essenziali dell’organizzazione territoriale; almeno in parte
connessa con le fortune della geografia culturale è la buona tenuta degli studi
di geografia storica (fra l’altro, sia la geografia culturale sia la geografia
storica sono tornate a occuparsi del tema del paesaggio).
La
geografia economica, che ha continuato a procedere nel suo cammino
sostanzialmente autonomo, se da un lato tende a recuperare vecchi temi
geografici da tempo trascurati e ridivenuti attuali, come quello delle risorse,
dall’altro è fortemente impegnata nello studio delle trasformazioni in atto nel
tessuto territoriale, tra le quali particolarmente significativa la
delocalizzazione (meglio, rilocalizzazione). Afferente per lungo tempo alla
geografia economica, la geografia dello sviluppo si va avvicinando piuttosto
alla geografia sociale e alle problematiche dell’ambiente, in conseguenza dell’ampliamento
del concetto di sviluppo, non più riduttivamente identificato con la sola crescita economica, bensì esteso a fatti socioculturali e
ambientali, nonché delle nuove acquisizioni in fatto di sviluppo sostenibile.
La
geografia politica ha avuto una netta ripresa, dopo il lungo periodo di crisi
che l’ha caratterizzata a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale,
periodo di crisi in gran parte dovuto alla cattiva fama della vecchia
geo-politica con la quale molti la identificavano (anche la geo-politica,
peraltro, è tornata a essere coltivata). È da segnalare pure una rilevante
produzione di lavori di storia della geografia, per quanto riguarda sia il
pensiero geografico sia le esplorazioni.
Tra il 1930
e il 1950, in particolare, l’esplorazione del globo terraqueo ha fatto nuovi
progressi soprattutto nelle regioni polari e nelle aree desertiche; con l’efficace
impiego dei mezzi aerei, sussidiati nel primo caso da navi di particolare tipo,
nel secondo da mezzi automobilistici. Anche nell’esplorazione delle profondità
oceaniche si registrano grandi progressi, specialmente in virtù della
applicazione degli scandagli acustici nell’Oceano Atlantico (dove furono
misurate profondità superiori a 9000 m.), nel Pacifico e nei mari antartici.
Nell’opera di riconoscimento dei restanti spazî terrestri si è venuta sempre
più accentuando la tendenza a circoscrivere le esplorazioni ad aree limitate.
Nel campo metodico, si può constatare che la geografia diviene sempre più
la “scienza del paesaggio”,
nel particolare significato di quest’ultimo termine. Una recente definizione
sintetica della geografia (J. H. Schultze, 1943), la designa semplicemente,
come quella scienza che studia i paesaggi terrestri e gli spazî marini; quest’ultima
aggiunta si comprende a pieno, dato che anche lo studio delle aree marine ha
acquistato negli ultimi decennî carattere geografico, soprattutto per opera di
G. Schott, ma anche di C. Vallaux, R. Almagià e altri. Si comprende pertanto
come acquisti sempre maggiore interesse la questione della divisione dell’orbe
in regioni naturali in connessione appunto col concetto di paesaggio, che per
vero non è ancora inteso da tutti i geografi in egual senso. Di qui la grande
varietà degli schemi di divisione regionale dell’orbe (Herberston, Braun e
Schott, Banse), dei quali l’ultimo tiene conto anche di elementi umani. Nel
1933 lo Hassinger ha proposto uno schema di classificazione in 43 tipi di
paesaggio che rappresenta una semplificazione di un saggio di classificazione,
molto più complesso, esposto dieci anni prima dal geografo tedesco S. Passarge.
Altri ha invece cercato di fissare anche cartograficamente le aree di
localizzazione dei fatti umani (cioè culturali) come base per una
classificazione regionale dal punto di vista antropico (F. Jäger). Un geografo
italiano, R. Biasutti (intendendo come regione naturale un ampio territorio a
caratteri fisionomici abbastanza uniformi, e come paesaggio un tipo che può ritrovarsi in regioni
separate e lontane, ma aventi caratteri fisionomici abbastanza simili) ci ha
dato una chiara descrizione dei principali tipi del paesaggio terrestre dal
punto di vista naturale, con un’applicazione anche agli aspetti corrispondenti
della vita e dell’attività umana (1947). Un’altra caratteristica dell’indirizzo
recente della scienza geografica è l’importanza sempre maggiore che si dà agli
studî di geografia storica intesi a ricostruire il passaggio primitivo o
originario (cioè nel suo aspetto non modificato dall’uomo) e le sue successive
trasformazioni fino all’epoca attuale. Delle tre maggiori opere geografiche a
collaborazione in corso di esecuzione prima della guerra, la “geografia
universale” francese, già diretta da P. Vidal de la Blache è oggi
terminata coi volumi dedicati alla Francia; la sua traspoizione tedesca è
invece rimasta incompiuta per il volume dedicato alla Germania; la “geografia universale” diretta
da R. Almagià manca dei volumi relativi all’Italia e all’Africa. La ricerca
geografica è oggi in molti stati organizzata e diretta da comitati geografici
nazionali: quello italiano, che dipende dal “Consiglio Nazionale Delle
Ricerche” ha dato vita, dopo la seconda Guerra mondiale, a centri di ricerca
creati, per i varî rami della geografia, presso istituti universitarî o altre
istituzioni scientifiche. I varî comitati nazionali sono poi affiliati
alla “unione
geografica internazionale”, che promuove studî e iniziative a
collaborazione internazionale ed organizza anche i congressi internazionali di
geografia. Di questi i più recenti ebbero luogo a Varsavia nel 1934 e ad
Amsterdam nel 1938; il prossimo avrà luogo a Lisbona nel 1949. Più lenta è
stata la ripresa di congressi geografici nazionali: quelli italiani, che si
tenevano ogni tre anni, sono stati ripresi nel 1947 col 14° Congresso, riunito
a Bologna. L’attività delle società geografiche va riprendendo con diversi
orientamenti, ma con intensità in genere assai minore (salvo qualche eccezione)
che nell’anteguerra: in alcuni paesi sono sorte associazioni di geografi, sull’esempio
di quella statunitense esistente già da molti anni e fiorentissima. Per le
riviste geografiche si nota in alcuni paesi (Francia, Svizzera) la tendenza
alla concentrazione (fusione di più periodici in uno solo) suggerita
soprattutto da ragioni economiche. La Bibliographie géographique
internationale ha ripreso le sue pubblicazioni con un volume
riguardante il quinquennio bellico 1939-44 Come scienza sintetica e
coordinatrice, la geografia ha acquistato una importanza sempre maggiore nella
vita e nell’educazione contemporanea: la consapevolezza di tale importanza si
fa sempre più strada, ma i riflessi di ciò negli ordinamenti e nei programmi
scolastici si manifestano ancora in modo inadeguato e tardivo. Nell’insegnamento
universitario si nota una tendenza alla moltiplicazione e differenziazione
delle cattedre: ciò vale soprattutto per i paesi anglosassoni e dell’America
Latina. Notevole la frequente istituzione di cattedre di geografia regionale,
che invece in Italia finora mancano del tutto. In molte università esistono
istituti e laboratorî di geografia, che hanno dato vita anche a collane e
pubblicazioni (tra esse, qualcuna italiana: Roma, Genova, Bari, Firenze, e
simili). La preparazione dei futuri insegnanti di geografia è particolarmente
curata nelle università e nei colleges britannici e americani,
mentre in taluni paesi europei - tra essi purtroppo è da annoverarsi anche l’Italia
- si è a questo riguardo in condizioni meno favorevoli. Nell’insegnamento
secondario dei varî paesi europei ed americani si avvertono tuttora differenze
notevoli non solo nei riguardi della geografia rispetto alle altre discipline,
ma anche dei programmi e degli orarî, e dei criterî stessi dell’insegnamento.
In conclusione la geografia ha conseguito nel secondo Dopoguerra una piena
autonomia, per contenuto e per metodi, fra le varie scienze. Ciò ha per
riflesso determinato una posizione autonoma di questa scienza anche nell’insegnamento
universitario. Per quanto cattedre di geografia vi fossero state già,
saltuariamente, in università italiane nel sec. 18° (a Bologna, a Padova, a
Napoli, e simili), la prima cattedra permanente di geografia fu quella creata
nel 1809 all’università di Berlino per Carlo Ritter. In seguito le cattedre si
moltiplicarono nelle facoltà filosofiche delle università tedesche, mentre in
altri stati le cattedre successivamente fondate venivano di solito aggregate
alle facoltà letterarie. Così avvenne anche in Italia, in seguito alla legge
Casati (1859). Più tardiva fu l’istituzione di cattedre autonome di geografia
nella Gran Bretagna, in alcuni stati dell’Europa orientale, negli Stati Uniti, e
simili; predominando allora l’indirizzo naturalistico della geografia, queste
furono spesso annesse alle facoltà di scienze naturali. Presso tali facoltà
sono sorte poi, quasi ovunque, cattedre speciali di geografia fisica, come sono
sorte cattedre speciali di geografia economica, commerciale, e simili, presso
istituti superiori di commercio, politecnici, facoltà e scuole di scienze
economiche e simili Negli ultimi decennî si sono costituiti, presso alcune
delle maggiori università di varî stati, istituti di geografia e sono sorte
molteplici cattedre specializzate; la Germania resta tuttora il paese dove
questa specializzazione è più progredita (il periodico Petermanns
Mitteil. di Gotha pubblica annualmente l’elenco di tutti i corsi
universitarî che si tengono in università e istituti affini tedeschi). Oggi si
costituiscono qua e là anche seuole di geografia, la cui istituzione è
giustificata soprattutto dalla necessità di fornire ai discenti corsi organici
di studî anche per le discipline ausiliari e collaterali, di provvedere a
esercitazioni di laboratorio con indirizzo particolare, e simili Nelle scuole
medie rimane ancora, in taluni stati, l’eredità del dualismo esistente in
passato nel campo della geografia, in quanto l’insegnamento è affidato ora ai
docenti di scienze naturali, ora a quelli di materie storico-letterarie. Per
divulgare le conoscenze geografiche tra un pubblico più largo s’istituiscono
oggi musei di geografia (Lipsia, Budapest). Ai progressi della scienza
geografica e anche alla sua divulgazione giovano poi i congressi geografici
internazionali, dei quali il primo fu tenuto ad Anversa nel 1876. La serie fu
continuata, a intervalli di tre o quattro anni, fino al 10° congresso, tenuto a
Roma nel 1913. Dopo la conflagrazione mondiale, i congressi geografici internazionali
furono posti sotto la direzione dell’Unione geografica internazionale, sorta
nel 1918 come membro del Consiglio internazionale delle ricerche. Il primo dei
congressi internazionali postbellici fu tenuto al Cairo nel 1925, il secondo a
Cambridge nel 1928, il terzo a Parigi nel 1931. In questi congressi vengono
discussi e avviati anche lavori geografici a collaborazione internazionale,
come la Carta internazionale del mondo a 1 milionesimo, e simili In molti stati
si tengono poi anche congressi geografici nazionali: in Italia tale istituzione
risale al 1892; i congressi hanno luogo da noi di regola ogni tre anni sotto la
sorveglianza di un Comitato geografico nazionale. Ai progressi della geografia
e alla diffusione delle conoscenze geografiche contribuiscono infine le società
geografiche e le riviste di geografia; un elenco delle principali si trova
nella bibliografia che segue.
Nel periodo
1950-1961, invece, ha fatto nuovi grandi progressi l’esplorazione del globo
terracqueo. Essa riguarda in prima linea l’Antartide dove, soprattutto in
connessione con l’Anno Geofisico Internazionale, è stato effettuato uno sforzo
collettivo, con programmi coordinati, per risolvere tutti i maggiori problemi. Molte
esplorazioni sono state eseguite auche nell’Artide, con risultati di prim’ordine
sia per la conoscenza della configurazione del bacino artico del quale oggi si
conoscono a sufficienza le condizioni batimetriche generali, sia per quella
delle terre che lo circondano (specialmente per la Groenlandia e l’Arcipelago
americano artico. Numerosissimi i sorvoli anche in vista della effettuazione,
ormai regolare, di rotte aeree polari. Il Mare Artico è stato anche traversato
da sommergibili.
Rilevantissimi
progressi hanno fatto le conoscenze della morfologia del fondo sottomarino,
mediante il moltiplicarsi degli scandagli acustici: se ne sono avvantaggiati
soprattutto il Pacifico, dove nella Fossa delle Marianne è stato accertato
anche un abisso profondo oltre 11.100 m., massima profondità finora misurata, e
un altro nella Fossa delle Kermadek di oltre 10,000 m., l’Oceano Atlantico
settentrionale, il Mediterraneo, la corona oceanica che circonda l’Antartide.
Nell’abisso delle Marianne è disceso anche fino quasi alla massima profondità
il batiscafo “Trieste” di Piccard. Della carta batimetrica internazionale a 10
milioni elaborata dal “Bureau Hydrographique” di Monaco, è in corso una
edizione interamente rinnovata.
Notevoli
progressi sono stati fatti anche per le conoscenze di regioni desertiche
(Sahara) e di plaghe disabitate della Siberia e del Canada settentrionale,
soprattutto in seguito a prospezioni eseguite a scopo minerario e a rilievi
dall’aereo. Infine sono da menzionare le ricognizioni aeree di alta montagna
anche in concomitanza con ascensioni alpinistiche (Everest, K2, e simili nell’Himalaya;
picchi delle Ande peruviane, argentine, cilene, fuegine, e simili).
Non si
delineano con sicurezza nuovi orientamenti nel campo della metodica geografica.
Si può segnalare una tendenza a considerare i fatti e i problemi
antropologico-etnografici (razze, popoli, culture) da un punto di vista
decisamente geografico: ne è indice la grande opera “razze e popoli della
Terra” di R. Biasutti della quale nel 1959 è uscita una
terza edizione in 4 volumi.
Problemi
demografici, sociali, economici vengono considerati come materia di una “geografia applicata”, che peraltro non ha
ancora trovato una precisa definizione metodica. In grande sviluppo è la
geografia umana e soprattutto quella parte di essa che oggi si denomina “geografia urbana”.
Una nuova
collezione generale col titolo “orbis” è
in corso di pubblicazione in Francia: essa comprende tanto volumi regionali,
quanto monografie dedicate ad argomenti e problemi di attualità nel campo della
Geografia generale.
È
terminata, con la pubblicazione di un volume dedicato all’Africa e di un altro
dedicato all’Italia, la “geografia universale” diretta da R. Almagià.
Numerosi anche i nuovi atlanti mondiali. Tra essi il “grande atlante” (“atlas
mira”) sovietico, del quale sono usciti quattro volumi, e il “times atlas” in 5 volumi
(1955-59). Si moltiplicano anche gli atlanti nazionali. La “bibliographie géographique internationale” ha
continuato le sue pubblicazioni con nuovo ordinamento; al principio del 1960 è
comparso il volume relativo al 1957. Ad essa si affianca dal 1946 una “bibliographie cartographique internationale”, anch’essa
in volumi annuali.
L’“Union
Géographique Internationale” raccoglie un numero sempre maggiore di stati; dal 1950
essa dà notizie della sua attività periodicamente in un bollettino (due
fascicoli l’anno). Essa continua ad organizzare i congressi geografici
internazionali dei quali il 16° ebbe luogo a Lisbona nel 1949, il 17° a
Washington nel 1952, il 18° a Rio de Janeiro nel 1956, il 19° nei paesi
scandinavi nel 1960. In questi congressi hanno sempre più largo posto
iniziative e problemi di interesse mondiale, come la elaborazione di una carta
della utilizzazione del suolo al milionesimo, una della distribuzione della
popolazione alla stessa scala, lo studio delle regioni aride, quello dei
fenomeni carsici, dei fenomeni periglaciali, e simili Queste attività si
esplicano mediante l’opera di commissioni internazionali. L’“Unione Geografica
Internazionale” (UGI) è rappresentata
nei singoli stati aderenti dai rispettivi comitati geografici, o dai consigli
delle ricerche o da altri enti culturali.
IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE
definizione e
significato della geografia
METODOLOGIA
DELLA RICERCA GEOGRAFICA
Se la geografia
può essere considerata una scienza unitaria per oggetto e fini, certamente non
lo è dal punto di vista metodologico. Infatti, dovendo utilizzare dati di
numerose altre scienze, essa deve ricorrere spesso ai loro metodi. Ciò,
peraltro, avviene essenzialmente nella raccolta e nella selezione dei dati, ma,
quando questi dati eterogenei devono essere composti per interpretare il
tessuto territoriale, la geografia si vale indubbiamente di una metodologia
propria. Per lungo tempo si è fondata prevalentemente sull’induzione, partendo
dall’osservazione di fatti particolari per arrivare a conclusioni generali;
dalla metà del Novecento è stato utilizzato in larga misura anche il metodo deduttivo, sul quale poggia
gran parte dell’edificio della geografia teoretico-quantitativa; anche in tal
caso, comunque, l’osservazione torna a essere di primaria importanza per
verificare le ipotesi generali, poiché la geografia non dispone di possibilità
di sperimentazione. Capisaldi della metodologia geografica sono alcuni
principi, per lo più già applicati e formulati dai due studiosi ritenuti i
padri della geografia moderna, A. von Humboldt e C. Ritter: il
principio di causalità, proprio di tutte le scienze empiriche, e quelli d’interdipendenza
e di sintesi, precipui della geografia come scienza che studia oggetti
risultanti dall’interazione di molteplici elementi.
Strumenti
del lavoro geografico, oltre che l’osservazione e la ricognizione diretta, sono
i dati numerici e le rappresentazioni cartografiche, gli uni e le altre
indispensabili come mezzi sia di ricerca sia di presentazione dei risultati. I
dati numerici sono stati già in passato utilizzati, pur con la diffidenza di
chi, come il geografo, sa la difficoltà di quantificare fenomeni in cui hanno
larga parte anche fatti della sfera culturale; ma oggi il loro uso tende a
diffondersi ulteriormente per lo sviluppo dei metodi di elaborazione
elettronica. La cartografia è da sempre il miglior sussidio dello studio
geografico, insostituibile in quanto permette in qualunque momento il riesame
di spazi, anche molto ampi, non direttamente osservabili.
I principî
metodici dell’indagine geografica possono invece ridursi a quattro. Il “principio di estensione” si
concreta nella ricerca dell’area di estensione o di ripartizione d’ un fenomeno
alla superficie terrestre. Ad esempio, mentre il geologo analizza il meccanismo
del fenomeno vulcanico in sé stesso, il geofisico il meccanismo dei ghiacciai,
il geografo studia la distribuzione dei vulcani e dei ghiacciai alla superficie
terrestre e la fisionomia dei paesaggi che ne derivano. La statistica esamina (elaborando
criticamente dati e indici numerici) l’andamento dei fenomeni demografici, la
geografia studia la distribuzione della popolazione sul globo. Nell’indagine di
questi fatti distributivi, le rappresentazioni cartografiche arrecano un
prezioso aiuto. Una spiccata tendenza della geografia attuale è appunto quella
di rappresentare cartograficamente tutti i fatti la cui distribuzione è
suscettibile d’essere messa in evidenza con carte. Questo principio ha trovato
larghissima applicazione anche nell’“Enciclopedia
Italiana”.
Il “principio
di coordinazione” (che
il De Martonne chiama anche “principio della geografia generale”) è stato da
lui formulato come lo studio comparativo di fenomeni geografici attuali o
storici e manifestazioni geografiche plausibili e probabili che possono
manifestarsi in altri punti del globo. Così, ad esempio, l’analisi dei
caratteri delle coste dalmate acquista un valore geografico quando noi possiamo
riavvicinarle ad altre sezioni di coste similari, in modo da mettere in vista
come quella determinata famiglia di coste si possa spiegare in base ai principî
generali della evoluzione delle forme litorali. Come nota il De Martonne, l’applicazione
di questo principio presuppone la conoscenza approfondita d’una gran parte del
globo terrestre; perciò solo da pochi decennî ha cominciato a dare frutti
sicuri. Proprio all’applicazione di questo principio si deve se si è pervenuti
a poco a poco a raggruppare i diversi oggetti e fenomeni geografici in
famiglie, in tipi, in classi, e simili (di forme costiere, come di ghiacciai;
di vulcani, come di centri abitati, e simili); la geografia tende con ciò, come
prima di lei altre scienze naturali e sociali, a classificare scientificamente
i fatti che studia.
Il terzo
principio metodico, o “principio di causalità”,
si applica quando dall’esame d’un fenomeno si risale alle cause che ne
determinano l’estensione e la distribuzione alla superficie terrestre e nello
stesso tempo alle conseguenze di tale ripartizione. Tale ricerca è propria
della geografia e individua questa scienza di fronte alle altre scienze
fisiche, naturali e sociali con le quali essa è in contatto. L’applicazione di
questo principio, avviata già, come si è visto, dal Humboldt, ha impresso una
nuova fisionomia a tutti i diversi rami della geografia. La morfologia
terrestre e l’antropo-geografia ne hanno profittato maggiormente. Ma le cause
della distribuzione attuale dei
fenomeni e degli oggetti che il geografo esamina, non si ritrovano sempre nelle
condizioni presenti; queste debbono essere spiegate col passato. Questa
concezione storica, che fu dapprima applicata da una scuola di geografi
americani allo studio delle forme del terreno, si è estesa con grande profitto
allo studio di tutti i fatti biologici e antropici in specie, poi a quelli
climatici, idrografici, e simili La tendenza a considerare storicamente tutti i
fatti è un altro dei caratteri più salienti della moderna scienza geografica.
Un quarto
principio, che risulta in sostanza dalla combinazione dei primi tre e trova la
sua applicazione soprattutto nella geografia regionale, può dirsi il “principio di correlazione”; esso fu
messo in luce particolarmente dal Peschel, e può enunciarsi dicendo che le varie
parti della superficie terrestre, anche se per comodità di studio vengono
esaminate isolatamente, debbono pensarsi in continue e costanti correlazioni
fra loro, come membri d’un unico organismo.
Una
panoramica delle scuole di pensiero che si disputano attualmente il primato
paradigmatico nella geografia internazionale non può non partire dalla
constatazione della loro grande varietà. Alla geografia tradizionale d’ispirazione
prevalentemente franco-tedesca, pur se divisa in varie correnti abbastanza diversificate,
si è giustapposta, quando non contrapposta, prima una, poi più d’una ‘nuova geografia’,
d’ispirazione soprattutto anglosassone. Ne è derivato un dibattito, talvolta
scomposto e irritante, più spesso denso di contenuti scientifici, che ha agito in
ultima analisi come potente stimolo di progresso per la disciplina nel suo
insieme.
È vero che
la marcata differenziazione epistemologica fra i diversi approcci alla ricerca
geografica ha generato, specie in paesi rimasti più indietro nell’evoluzione scientifica,
moti di rigetto e di severa critica sui reali contenuti geografici delle
tendenze più nuove, o almeno sollecite preoccupazioni per il mantenimento di
una tradizione disciplinare unitaria. Ma nell’insieme si può dire che sia
prevalsa l’accettazione di un nuovo salutare pluralismo teorico, testimoniato
sul piano pratico dal frequente passaggio di studiosi da un approccio all’altro,
dalla fruttuosa adozione di metodi comuni, dal rinnovamento degli stessi
indirizzi tradizionali sotto lo stimolo delle nuove acquisizioni.
Luoghi di
nascita dell’innovazione, come si accennava, sono stati soprattutto i paesi di
lingua inglese (Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada specialmente), cui si sono
affiancati alcuni paesi europei più permeabili alla cultura anglosassone, come
quelli della Scandinavia (Svezia soprattutto) e i Paesi Bassi. Più di recente
sono riemersi in prima linea anche i paesi francofoni, la cui ottima cultura
geografica tradizionale non ha rappresentato un ostacolo ma anzi uno stimolo
alla sperimentazione di nuove strade e di nuove metodologie di ricerca. Invece
la scuola geografica di lingua tedesca è in complesso rimasta più legata alla tradizione,
ma perfezionandola (fra l’altro con una produzione cartografica di molto
elevata qualità) e arricchendola specie con una nutrita serie di ricerche
dirette nei paesi extra-europei meno conosciuti.
INDIRIZZI
DI RICERCA E APPROCCI
la geografia regionale-descrittiva
Fra gli
indirizzi tradizionali e consolidati della geografia resta dominante anche negli
anni Ottanta la scuola regionale-descrittiva, ispirata alle dottrine del
possibilismo idiografico d’impronta francese. I paradigmi di una geografia
unitaria, descrittiva, corografica, che si esprimono attraverso la ricerca sul
terreno, saldamente ancorata ai fatti, e l’affermazione del primato della geografia
umana su quella fisica, nonché della geografia regionale su quella generale,
stanno tuttora alla base della ricerca geografica in gran parte del mondo
francofono e nei paesi da esso comunque influenzati, ma sono largamente diffusi
ovunque, a cominciare dai paesi di lingua tedesca e senza escludere quelli di
lingua inglese. Moltissimi geografi, dunque, ancora interpretano
etimologicamente la disciplina e fanno della “descrizione” dell’orbe e delle sue
regioni l’oggetto del loro lavoro scientifico: una descrizione che, se a volte
può risultare divulgativa se non banale, di solito trae valore dalla paziente
indagine sul campo o dalla costruzione di carte tematiche, dall’“esplorazione”
di luoghi poco conosciuti o dalla “scoperta” di nuovi aspetti dello spazio
geografico.
Il
risultato classico di questo tipo di studi, la “monografia regionale” dedicata
alla descrizione approfondita ed esaustiva di un’unità regionale (per lo più di
piccole dimensioni), continua a essere prodotto, anche se in misura minore che
nel passato e soprattutto con riferimento a regioni agricole e/o poco
sviluppate. Una novità è rappresentata dalla più frequente utilizzazione del
lavoro di gruppo, che permette a un tempo lo studio integrale della regione
presa in considerazione e l’utilizzo delle specifiche competenze di più
ricercatori. Alla base della persistenza di questo approccio di ricerca, che
taluni consideravano esaurito negli anni Sessanta, sta forse l’indubbia utilità
conoscitiva che i suoi risultati, inclusi quelli cartografici, hanno ai fini
della pianificazione territoriale; in questo senso l’approccio
descrittivo-regionale s’intreccia sempre più di frequente, oggi, con quello
funzionalista.
Studi di
questo tipo, poi, risultano particolarmente appropriati se incentrati sui paesi
del Terzo Mondo, stante la carenza che in genere caratterizza l’informazione
geografica di base su di essi: la tradizione francese della “geografia
tropicale” è tuttora vivace, e ad essa si affianca oggi, come si accennava, l’impegno
extra-europeo dei geografi tedeschi.
In Italia,
si valuta che ancora quasi un terzo della produzione scritta dei geografi
apparsa dopo il 1975 sia ascrivibile alla scuola di stampo descrittivistico. Monografie
regionali continuano a essere dedicate a valli alpine e appenniniche, alle
campagne emiliane, alle piane e ai rilievi della Campania. Non sono mancate
descrizioni di territori più ampi, addirittura fino alla scala continentale: in
esse si passa però, gradualmente, dalla ricerca vera e propria all’opera di
sintesi anche di tipo compilativo, finalizzata alla divulgazione o alla
didattica, che è peraltro anch’essa compito legittimo del geografo
regionale-descrittivo. Sono stati pubblicati anche atlanti tematici regionali
(Basilicata, Sardegna, Piemonte), ed è stata avviata la realizzazione di un
atlante tematico nazionale.
Un numero
sempre maggiore di geografi italiani s’impegna comunque in ricerche regionali
anche all’estero, e in particolare in quei paesi sottosviluppati in cui l’approccio
monografico o comunque descrittivo è, come si diceva, opportuno: gli anni
Ottanta hanno visto una buona fioritura di ricerche regionali condotte da
geografi italiani nell’Asia sud-orientale,
nel Maghreb e nel Vicino Oriente, nell’Africa subsahariana, nell’America
latina.
Ai canoni
dell’approccio di cui stiamo parlando s’ispirano in Italia anche i principali
manuali universitari di geografia pubblicati nell’ultimo quindicennio. Va
infine segnalato che dal gruppo di geografi torinesi è emerso, a metà degli
anni Ottanta, un contributo originale anche a livello internazionale, con la
proposta metodologica di una geografia intesa come “scoperta”, che rivaluta in sostanza
l’approccio descrittivo offrendogli nuove prospettive.
la geografia dell’umanizzazione
Una
variante della scuola di tipo descrittivistico, com’è noto, accentua il ruolo
dell’interpretazione storica nello studio dei fatti geografici, vede l’ambiente
fisico esclusivamente in funzione dei valori storicamente attribuitigli dall’uomo
e fa della geografia una storia dell’organizzazione umana degli spazi
terrestri. Questa dottrina ha influenzato indirettamente gli sviluppi della geografia
storica, che è peraltro una partizione della materia e non un tipo di
approccio. Al di là della geografia storica, peraltro, non sembra di poter
scorgere negli ultimi anni un ruolo autonomo di questa impostazione storicista
nel ventaglio degli indirizzi della ricerca geografica. Si potrebbe piuttosto
parlare di un’influenza dello spirito storicista in una parte degli studi di
approccio regionale, o funzionalista, specialmente nei paesi latini; o anche di
un ruolo di ponte svolto da questa corrente, con funzione di passaggio dal
paradigma possibilista agli sviluppi marxisti e umanistici.
Anche in
Italia lo storicismo, che fino ai primi anni Settanta sembrava prendere piede
come scuola a sé, è rimasto poi appannaggio di studiosi assai validi ma
isolati, pur influenzando largamente non soltanto gli studi di geografia
storica e affini, ma anche importanti contributi nel campo della geografia
urbana e sociale, alcuni dei quali sboccheranno poi nella critica radicale o
apriranno la strada al discorso umanistico.
l’ambientalismo e la geografia fisica
Se l’avanguardia
del possibilismo ha prodotto lo storicismo, la sua “retroguardia” (senza che
questo termine assuma alcun significato negativo) caratterizza quella che può
essere definita la geografia “ambientalistica”: una geografia unitaria quanto
quella regionale-descrittiva, ma, al contrario di questa, incline al primato
della geografia fisica su quella umana, della geografia generale su quella
regionale. Definibile come “ecologia dell’uomo”, la geografia ambientalista,
apparentemente in crisi nei decenni precedenti, riprende vigore a partire dagli
anni Settanta anche grazie ai movimenti di opinione pubblica che si richiamano
all’ambiente e all’ecologia. Sul piano scientifico, il suo sviluppo è reso
difficile dalla frattura accademica tra geografia fisica e geografia umana,
esaltata dall’indirizzo storicista ma comunque presente, in misura più o meno
considerevole, nella maggior parte delle scuole geografiche nazionali.
Si rende
tuttavia necessario distinguere, almeno a partire dagli anni Settanta, tra geografia
ambientalista e geografia fisica in senso stretto. La prima vede l’ambiente
come “il mondo dell’uomo”, per usare la terminologia di R. Hartshorne, che
assicura o testimonia collegamenti con il possibilismo classico. La seconda si
sviluppa gradualmente come un insieme di discipline specialistiche che hanno sì
matrici geografiche, ma tendono a integrarsi sempre più con diverse e ben
precise discipline naturalistiche (geologia, meteorologia, e simili). Proprio
la nuova consapevolezza sociale dell’esistenza di valori ambientali globali,
tuttavia, gioca a favore della geografia ambientalista nel suo primo
significato: quello di una disciplina di sintesi che, su basi sostanzialmente
umanistiche, si dedichi allo studio − non più ormai determinista, ma neppure
tanto assurdamente anti-determinista da negare il significato e il valore dell’ambiente
naturale, e dei rapporti fra questo ambiente e l’uomo.
Dal canto
suo, la geografia fisica in senso stretto progredisce autonomamente, negli anni
Ottanta. Essa recepisce le nuove acquisizioni della geologia in fatto di
tettonica a placche e di processi erosivi. Lo studio degli strati profondi dei
ghiacciai e quello dei sedimenti oceanici contribuiscono notevolmente a un
interessantissimo lavoro di ricostruzione della storia del clima. Progressi
importanti si fanno nella conoscenza dei suoli, della copertura vegetale, delle
acque correnti e sotterranee. Ma si tratta pur sempre di elementi naturali
collegati fra loro, e se lo si dimentica intervengono a ricordarcelo le
calamità naturali. Si avverte allora la necessità di una geografia fisica
globale e finalizzata alle esigenze umane. Emerge, in versione critica e
certamente non determinista, la moderna analisi dei geosistemi o sistemi ambientali,
proposta con marcato spirito innovatore da correnti della geografia
anglosassone e sovietica.
In Italia,
le branche specializzate della geografia fisica hanno avuto notevole impulso
negli anni Ottanta. Le cattedre di geografia fisica si sono moltiplicate e
hanno spesso assunto una loro specifica personalità, distinguendosi in ugual
misura da quelle di geografia e da quelle di geologia. Importanti studi sono
stati condotti sull’evoluzione dei bacini fluviali, sui ghiacciai (è stato
accertato l’avvio di una nuova fase di avanzata dei ghiacciai italiani, dopo
una fase di regresso quasi secolare), sui metodi della cartografia geo-morfologica.
Studi che prospettino problemi di utilizzazione armonica e razionale di risorse
ambientali da parte dell’uomo, invece, sono rari. Si devono tuttavia registrare
sforzi non indifferenti, da parte dei geografi fisici, di adeguamento alle
nuove tematiche ambientaliste, sia nel settore geo-morfologico (problemi delle
coste e dell’erosione del suolo) che in quello climatologico (questioni di
aridità e di utilizzazione delle acque), per tacere di studi più generali come
quelli sui parchi e le riserve naturali, le aree verdi, la salvaguardia del
paesaggio e dell’ambiente.
il funzionalismo
La quarta e
più sfumata versione della geografia tradizionale, quella definibile come “funzionalista”,
che intende la geografia come una sorta di scienza (applicata, attiva, o
volontaria) dell’organizzazione del territorio, continua a essere largamente
seguita e professata. La novità degli ultimi lustri, dopo l’ispirazione
regionale d’impronta francofona che aveva inizialmente caratterizzato questa
scuola di pensiero, sta nella sua evoluzione nella direzione “sistemica”,
ispirata alla teoria dei sistemi generali. Da notare anche l’allargarsi della
schiera dei geografi tradizionali che abbracciano l’elastico credo
funzionalista, trasformando gradualmente il paradigma regionale da descrizione
delle forme ad analisi delle funzioni; lo testimonia anche la crescente
diffusione della rivista americana “the
professional geographer”. È anche vero però che, data la labilità e
la pragmaticità delle categorie concettuali funzionaliste, non è facile
stabilire la precisa aderenza di questa o quella specifica ricerca a tale
indirizzo.
È comunque
incontestabile che scopi, metodi e linguaggi del funzionalismo risultano ormai
maggioritari (nelle più svariate aree culturali dell’orbe) in ampi settori
della geografia quali la geografia urbana (dove categorie funzionaliste come
area di gravitazione, rete urbana, contro-urbanizzazione, e simili, trovano da
tempo diffusa applicazione) e la geografia economica. L’indirizzo funzionalista
è inoltre largamente penetrato, dopo aver rivoluzionato lo stesso concetto di
regione sul piano teorico, nel cuore dell’apparato paradigmatico
descrittivo-regionale, ispirando ricerche regionali di taglio nuovo e dando
vita a una fruttuosa serie di studi sulla “regionalizzazione”.
Accettando
e applicando i paradigmi sistemici, la geografia funzionalista si collega
necessariamente con le metodologie quantitative, mentre la stessa cartografia
tematica, rinnovata, tende a divenire strumento di informazione e di
programmazione territoriale. D’altronde, programmare vuol dire anche riferirsi
alle diverse istanze che scaturiscono spontaneamente dalla società civile: ecco
quindi nascere i primi collegamenti con la nuova geografia umanistica.
In Italia,
ben più di un terzo della produzione scritta dei geografi posteriore al 1975 è
genericamente attribuibile a questo indirizzo, che risulta perciò oggi il più
seguito in assoluto. Sono inquadrabili nel paradigma funzionalista molte delle
ricerche volte a indagare sul piano spaziale temi relativamente nuovi per la geografia,
come gli squilibri territoriali, la protezione civile, i beni culturali, il
tempo libero e così via. Dal 1987 è in atto un tentativo di far riconoscere
giuridicamente anche in Italia, con l’istituzione di uno specifico ordine
professionale, l’applicabilità alla vita pratica dell’esperienza dei geografi.
la geografia quantitativa
Com’è noto,
l’espressione “nuova geografia” è stata adoperata per la prima volta verso il
1960 per designare l’apparato paradigmatico nato con la “rivoluzione
quantitativa”. “Quantitativista” e “neogeografo” sono stati a lungo sinonimi,
nel gergo disciplinare. Sul finire degli anni Ottanta, retrospettivamente, la
rivoluzione quantitativa appare sicuramente come un processo che ha scosso in
profondità le fondamenta della disciplina, aprendo la strada a imprevedibili
sviluppi, ma non come l’evento che ha prodotto “la” nuova geografia. Pervenuta
ad acquisizioni importanti e irreversibili (l’impiego di metodi matematici
avanzati e l’applicazione di modelli non vengono più seriamente contestati o
respinti da nessun geografo), la nuova dottrina ha fatto cadere,
fortunatamente, la pretesa di chiudere il discorso con il passato e con il
futuro, evitando di cristallizzarsi come nuova geografia “unica e vera”. Un
effetto collaterale della rivoluzione quantitativa (nata nelle università
angloamericane, nonostante i precursori tedeschi) è stato quello di accelerare
il trasferimento del principale nucleo pensante della geografia internazionale
dall’area franco-tedesca a quella anglosassone. Il diffuso accoglimento dell’uso
delle metodologie analitico-quantitative da parte di molte scuole continentali
europee, sia dell’Ovest (salvo che in
Francia e nei paesi da essa influenzati) come dell’Est, ha incrementato e generalizzato l’accettazione della lingua
inglese quale lingua franca della geografia.
La geografia
quantitativa (o “analisi spaziale”, come viene anche chiamata) ha mostrato
negli ultimi tempi aperta compatibilità con le teorie e metodologie sistemiche,
aprendo così la strada a una convergenza con i nuovi sviluppi che
caratterizzano come si è visto correnti tradizionali quali quella funzionalista
e (nel quadro di una ritrovata prospettiva unitaria ambiente-uomo) quella
ambientalista.
In Italia
la geografia quantitativa non ha trovato molti cultori. Qualche funzionalista l’ha
adottata, mentre le altre correnti della geografia tradizionale hanno preferito
in genere non farsi contaminare dalla logica statistico-matematica, quando non
l’hanno respinta con atteggiamenti assai poco scientifici di sufficienza e di
chiusura. In ogni caso, non si sono avuti contributi originali di geografi
italiani all’indirizzo analitico-quantitativo, ma solo echi, verifiche e
applicazioni di quanto è stato prodotto ed elaborato altrove.
marxismo e geografia
La
rivoluzione quantitativa, contestando la geografia tradizionale, ha aperto la
strada ad altre, più decise contestazioni. Ne sono nate interpretazioni della geografia
che incidevano ancora più profondamente nel corpo consolidato della disciplina.
Se i “quantitativi” presuppongono, non meno dei “qualitativi”, che l’indagine
geografica riguardi l’esistente oggettivo, verso il 1970 sono cominciate ad
affiorare interpretazioni della geografia che vanno al di là dell’uno o dell’altro
di questi termini.
La geografia
radicale, che in alcuni paesi o ambienti diventa principalmente geografia
marxista, critica l’esistente e la sua “descrizione” (non importa se condotta
con i metodi tradizionali o con la modellistica spaziale) e si propone invece
di contribuire al suo cambiamento. La geografia tradizionale (che include
dunque, per i geografi radical-marxisti, anche la quantitativa) viene accusata
di subordinazione al potere e alle classi dominanti; il sapere geografico,
ritenuto di notevole importanza strategica nel quadro della lotta di classe, va
elaborato e utilizzato dalle masse e per le masse. Anche questa corrente nasce
e si sviluppa in buona parte nei paesi anglosassoni (che ‘scoprono’ il marxismo
con notevole ritardo) ma mette radici e si afferma contemporaneamente anche in
Francia. I suoi esponenti sono relativamente poco numerosi ma molto attivi e
capaci, e danno luogo a un intenso dibattito teorico e metodologico “interno”
su riviste come “antipode” negli
Stati Uniti e “Hérodote” in
Francia (non manca un dibattito ‘esterno’ con i geografi tradizionali). La loro
dottrina, va notato, è molto differente dal marxismo di maniera dei geografi
sovietici e dell’Europa orientale, che sono in realtà legati sostanzialmente al
funzionalismo, al quantitativismo e al sistemismo.
È forse
ancora presto per dire se, anche in seguito alla crisi ideologica e politica
che ha investito in via più generale il marxismo, la geografia marxista
radicale sarà in grado di delineare con compiutezza, al di là dell’ideologia e
delle polemiche contingenti, autentici paradigmi scientifici, e se svilupperà
più i motivi marxisti, coerenti con la filosofia marxiana, o quelli
genericamente anarchico-radicali.
In Italia,
se non mancano certamente geografi politicamente di idee marxiste, pochi sono
quelli di essi che s’impegnano nell’elaborazione scientifica di questa nuova
interpretazione della geografia. Tuttavia qualche opera notevole, ascrivibile a
questo filone pur se collegata all’ispirazione storicista, è stata pubblicata,
e una di esse, tradotta all’estero, può essere considerata oggi tra i classici
della corrente. Vita effimera ha avuto un’associazione denominata “geografia democratica”,
mentre una qualche continuità ha contrassegnato la rivista “Erodoto”.
la geografia umanistica
L’ultima
nata delle nuove geografie, la geografia umanistica, accetta l’esistente
soggettivo. Per essa non esiste o non conta uno spazio oggettivo: esiste e
conta una molteplicità di spazi soggettivi, spazi vissuti, rappresentabili attraverso
un’originale cartografia “mentale”, responsabili del comportamento spaziale del
comune mortale come della trasfigurazione letteraria o artistica da parte dello
scrittore, del pittore e così via. Nella complessa e variegata elaborazione di
questa scuola di pensiero trovano posto indirizzi abbastanza distinti fra di
loro, come una geografia della percezione e del comportamento, legata alla
psicologia, e una geografia esistenziale e umanistica in senso stretto. Per la
prima, emersa sulla scena internazionale non molto dopo la rivoluzione
quantitativa, si è parlato di “rivoluzione comportamentistica”; la seconda, che
si afferma soprattutto dopo il 1975, critica i residui positivistici presenti
nel comportamentismo, pur riprendendone in sostanza i temi. La geografia
anglosassone ha avuto naturalmente un ruolo essenziale anche nell’elaborazione
e nell’affermazione di questi nuovi indirizzi di ricerca. Tuttavia per la geografia
della percezione sono importanti anche gli apporti tedeschi, mentre per la geografia
umanistica va segnalata una forte corrente francofona, che fa capo soprattutto
alle università della Svizzera romanda. Anche per queste ultime tendenze, va
rinviato il giudizio sulla loro capacità di esprimere paradigmi consolidati.
In Italia
la geografia umanistica non ha incontrato accoglienze particolarmente calorose.
Tuttavia, motivi umanistici serpeggiano qua e là in scritti d’ispirazione
storicista e anche funzionalista, per esempio nel campo della geografia
elettorale o della geografia del turismo. Un numero limitato di studiosi,
prevalentemente di scuola milanese, ha comunque imboccato questa strada con
serietà e con metodo, ottenendo risultati originali di un certo spessore.
BRANCHE
DELLA GEOGRAFIA
preambolo
Lo studio
geografico, per la sempre crescente necessità di specializzazione, è spesso
settoriale, rivolto ad alcune soltanto delle numerose componenti del
territorio. È quindi opportuno tener presente la tradizionale partizione della geografia
in diverse branche e in particolare nelle due fondamentali, la geografia fisica
e la geografia umana.
La geografia
fisica studia gli aspetti della superficie terrestre legati ai fenomeni
naturali, tra i quali assumono particolare rilevanza le forme del suolo; di
queste la geo-morfologia chiarisce le cause e la genesi, tenendo conto di dati
strutturali e dell’incessante azione esercitata dagli agenti geodinamici. Alla geo-morfologia
si affiancano altri importanti settori di ricerca geografico-fisica: lo studio
delle acque (idrologia marina e continentale), non solo come componenti della
superficie terrestre, ma anche per il loro intervento nella morfo-genesi;
quello dei climi (climatologia), fattori essenziali dei processi morfo-genetici,
della vita vegetale e animale, del popolamento umano e di molte attività
economiche; quello delle formazioni vegetali spontanee e dei loro rapporti con
i climi, con i suoli, con le altre manifestazioni biologiche (fito-geografia).
La geografia umana, invece, si rivolge precipuamente ai complessi rapporti
d’interdipendenza che si stabiliscono tra ambiente naturale e attività umana;
essa prende in esame: la diffusione della specie umana sull’orbe (geografia
della popolazione); l’occupazione dello spazio da parte dell’uomo per l’insediamento
(geografia delle sedi), per gli spostamenti (geografia della circolazione), per
l’utilizzazione delle risorse (geografia economica); l’organizzazione dei
territori da parte delle società umane, amplissimo campo di studio che
comprende la geografia politica, la geografia sociale e anche la geografia
urbana, perché ormai le città non vanno più considerate soltanto come
insediamenti (in tal caso il loro studio si esaurirebbe nella geografia delle
sedi), ma anche e soprattutto come centri di coordinamento e di organizzazione
di territori più o meno vasti, così che all’esame delle forme e delle funzioni
dei centri urbani deve legarsi indissolubilmente quello di organici spazi
individuati dalle loro aree d’influenza. Un settore di grande interesse è poi
quello della geografia storica che, sulla base di materiali vari
(geologici, archeologici, letterari e simili), mira alla ricostruzione
esplicativa dell’organizzazione territoriale del passato e all’interpretazione
genetica di quella attuale. Partiamo da quest’ultima per una disamina più
dettagliata e puntuale.
la geografia fisica
Si è già
accennato che lo studio delle forme e degli aspetti della superficie emersa dell’orbe
o morfologia terrestre si
è definitivamente costituito su basi scientifiche nella seconda metà del sec. 19°
e in stretto connubio con la geologia. Infatti la morfologia terrestre si è
giovata e si giova del fatto che in molti paesi civili si accompagnano oggi ai
rilievi topografici, rilievi geologici e idrografici, cosicché, parallelamente
alle carte topografiche si possiedono carte geo-litologiche, carte dei tipi di
suolo, carte idrografiche, talora alla medesima scala e costruite su base
comune (come avviene in Italia per la carta topografica e quella geologica) e
perfino eseguite contemporaneamente. Sorta, come si è veduto, in Germania, la
morfologia terrestre è stata singolarmente vivificata dalla concezione storica
sviluppata dal geografo americano W. M. Davis e dalla sua scuola, concezione
secondo la quale le singole forme della superficie terrestre sono da
considerarsi come in continua trasformazione, anzi come fasi transitorie di un’evoluzione
più o meno avanzata, la quale tende verso stadî terminali determinati o
determinabili; lo studio del ciclo di questa evoluzione morfologica permette di
distinguere nei rilievi terrestri forme ‘giovani’, ‘mature’, ‘senili’, ‘decrepite’
e anche (poiché il ciclo, una volta compiuto, può in determinate condizioni
riaprirsi) ’ringiovanite’, ’ereditate’, e simili. Gli aspetti,
così profondamente disformi, di taluni rilievi, possono dunque, almeno in
parte, riguardarsi come stadî diversi di uno stesso ciclo morfologico. Tale
ciclo si svolge tuttavia in modo differente a seconda della qualità e della
struttura del terreno e a seconda dell’agente modellatore che prevale (acque correnti,
ghiaccio, vento, e simili), onde si possono distinguere forme dovute all’erosione
fluviale, forme glaciali, eoliche, carsiche, e simili Queste concezioni
ritraggono poi la loro importanza dal fatto che furono dal Davis poste a base d’una
descrizione razionale e d’una classificazione delle forme del terreno.
Le
concezioni fondamentali della scuola morfologica americana sono oggi
vivacemente combattute, soprattutto in Germania, anche da alcuni di coloro che
ne erano prima convinti assertori. E nella stessa Germania si è cercato di
elevarsi, dalla considerazione delle sole forme del terreno, a una descrizione
scientifica di tutto il “paesaggio” (Landschaft) fisico e antropico,
sceverandone i singoli lineamenti fisionomici (determinati dal clima, dal
rivestimento vegetale, dalle forme del terreno, dal suolo, e simili); si è
arrivati per questa via a una classificazione dei paesaggi e si è cercato di
dar vita a un ramo speciale della geografia, la descrizione razionale e
comparata del paesaggio (“vergleichende
landschaftskunde” di S. Passarge). Altri ha tentato altre vie.
Comune a tutti questi tentativi è lo sforzo di porre l’indagine delle forme e
degli aspetti della superficie solida dell’orbe su basi sistematiche e di
addivenire a una descrizione razionale, esplicativa (non solamente espositiva o
rappresentativa) e ad una classificazione di quelle forme e di quegli aspetti.
È troppo presto per poter dire quale delle varie vie finora tentate finirà col
prevalere. Comunque, un altro elemento comune agl’indirizzi moderni della
morfologia è la considerazione degli stretti rapporti fra le forme del terreno
e il clima; si riconosce infatti sempre più come e quanto le forme superficiali
si differenzino, a seconda del differenziarsi dei climi, poiché dalle
condizioni del clima dipende principalmente il prevalere dell’uno o dell’altro
fra gli agenti modellatori della superficie terrestre. Per questa ragione (e
non per questa sola, come vedremo) lo studio del clima, o climatologia, viene oggi considerato
come parte integrante della geografia, e si differenzia sempre più dall’indagine
del meccanismo dei fenomeni atmosferici, che è fatto dalla meteorologia. Ma i
rapporti fra morfologia e climatologia sono molto più complessi, in quanto è
ormai accertato che le forme del terreno, che noi oggi esaminiamo e studiamo in
una data parte della superficie terrestre, sono il risultato, non soltanto
delle forze agenti attualmente, ma anche di quelle che agirono in un passato
geologicamente non lontano, nel quale peraltro le condizioni del clima potevano
essere profondamente diverse. Vi è anzi chi pensa che nelle linee generali le
forme attuali siano prevalentemente il risultato di azioni modellatrici
svoltesi in climi passati e diversi dall’attuale e che solo il modellamento dei
particolari sia opera degli agenti oggi operanti (Jetztzeitformen).
la climatologia
Sviluppatasi
anch’essa solo in epoca molto recente, da quando cioè si possiedono
osservazioni meteorologiche sufficienti ed eseguite con metodi comparabili
sulle varie parti dell’orbe, la climatologia mira oggi principalmente: 1) a distinguere o classificare i
varî tipi di climi e
a indagarne la distribuzione nelle varie parti dell’orbe ; 2) a indagare le variazioni del clima
nelle epoche geologiche passate (almeno nel più recente passato geologico) e
nelle epoche preistoriche e storiche; 3) a mettere in luce i rapporti fra le condizioni di clima e la
distribuzione della vita vegetale, animale e umana alla superficie dell’orbe.
Meno
progredito della morfologia e della climatologia è un terzo capitolo della
geografia fisica, l’idrologia, denominazione che oggi si dà prevalentemente
allo studio scientifico delle acque continentali, studio che tuttavia comprende
anche parti esorbitanti dal campo della nostra scienza. Anche qui l’impronta
geografica deriva dall’applicazione dei principî metodici generali sopra
accennati. Il geografo pertanto, da un lato indaga l’evoluzione e le
trasformazioni della rete idrografica superficiale, dall’altro cerca di
addivenire a una classificazione dei varî tipi di sorgenti e di corsi d’acqua.
Ma i tentativi di classificazione sono da poco usciti dallo stadio preliminare,
soprattutto per la deficienza che finora si lamenta di osservazioni e misure
sistematiche sui caratteri, il regime, e simili, di corsi d’acqua di paesi
lontani e poco noti. Appartiene all’idrologia anche lo studio dei laghi, nel
quale pure trovano applicazione il criterio storico (indagine della genesi ed
evoluzione dei bacini lacustri), il criterio sistematico (classificazione dei
laghi) e il criterio distributivo (associazione e distribuzione dei laghi alla
superficie dell’orbe).
Quanto allo
studio degli spazî oceanici, mentre l’indagine delle proprietà fisiche e
chimiche delle acque marine e quello del meccanismo e delle cause dei movimenti
delle masse acquee, è oggi divenuto compito della fisica terrestre, rientra nel
campo della geografia non soltanto lo studio dei mari come agenti modellatori
della crosta terrestre e come fattori di particolari condizioni climatiche, ma
anche, anzi principalmente, lo studio dei singoli bacini oceanici e marini come
individui a sé, nei loro caratteri morfologici (onde si comincia oggi a parlare
di una “morfologia degli spazî
oceanici”) e nell’insieme delle condizioni derivanti dalle reciproche
relazioni fra tutti i fenomeni coesistenti nello spazio di ciascun oceano o
mare (si veda, ad esempio, per l’Atlantico, la “geographie des atlantischen ozean” di G. Schott).
Se l’avanguardia
del possibilismo ha prodotto lo storicismo, la sua “retroguardia” (senza che
questo termine assuma alcun significato negativo) caratterizza quella che può
essere definita la geografia “ambientalista”: una geografia unitaria quanto
quella regionale-descrittiva, ma, al contrario di questa, incline al primato
della geografia fisica su quella umana, della geografia generale su quella
regionale. Definibile come “ecologia dell’uomo”, la geografia ambientalista,
apparentemente in crisi nei decenni precedenti, riprende vigore a partire dagli
anni Settanta anche grazie ai movimenti di opinione pubblica che si richiamano
all’ambiente e all’ecologia. Sul piano scientifico, il suo sviluppo è reso
difficile dalla frattura accademica tra geografia fisica e geografia umana,
esaltata dall’indirizzo storicista ma comunque presente, in misura più o meno
considerevole, nella maggior parte delle scuole geografiche nazionali.
Si rende
tuttavia necessario distinguere, almeno a partire dagli anni Settanta, tra geografia
ambientalista e geografia fisica in senso stretto. La prima vede l’ambiente come
“il mondo dell’uomo”, per usare la terminologia di R. Hartshorne, che assicura
o testimonia collegamenti con il possibilismo classico. La seconda si sviluppa
gradualmente come un insieme di discipline specialistiche che hanno sì matrici
geografiche, ma tendono a integrarsi sempre più con diverse e ben precise
discipline naturalistiche (geologia, meteorologia, e simili). Proprio la nuova
consapevolezza sociale dell’esistenza di valori ambientali globali, tuttavia,
gioca a favore della geografia ambientalista nel suo primo significato: quello
di una disciplina di sintesi che, su basi sostanzialmente umanistiche, si
dedichi allo studio (non più ormai determinista, ma neppure tanto assurdamente
anti-determinista da negare il significato e il valore dell’ambiente naturale)
dei rapporti fra questo ambiente e l’uomo.
Dal canto
suo, la geografia fisica in senso stretto progredisce autonomamente, negli anni
Ottanta. Essa recepisce le nuove acquisizioni della geologia in fatto di
tettonica a placche e di processi erosivi. Lo studio degli strati profondi dei
ghiacciai e quello dei sedimenti oceanici contribuiscono notevolmente a un
interessantissimo lavoro di ricostruzione della storia del clima. Progressi
importanti si fanno nella conoscenza dei suoli, della copertura vegetale, delle
acque correnti e sotterranee. Ma si tratta pur sempre di elementi naturali
collegati fra loro, e se lo si dimentica intervengono a ricordarcelo le
calamità naturali. Si avverte allora la necessità di una geografia fisica
globale e finalizzata alle esigenze umane. Emerge, in versione critica e
certamente non determinista, la moderna analisi dei geosistemi o sistemi
ambientali, proposta con marcato spirito innovatore da correnti della geografia
anglosassone e sovietica.
In Italia,
le branche specializzate della geografia fisica hanno avuto notevole impulso
negli anni Ottanta. Le cattedre di geografia fisica si sono moltiplicate e
hanno spesso assunto una loro specifica personalità, distinguendosi in ugual
misura da quelle di geografia e da quelle di geologia. Importanti studi sono
stati condotti sull’evoluzione dei bacini fluviali, sui ghiacciai (è stato
accertato l’avvio di una nuova fase di avanzata dei ghiacciai italiani, dopo
una fase di regresso quasi secolare), sui metodi della cartografia geo-morfologica.
Studi che prospettino problemi di utilizzazione armonica e razionale di risorse
ambientali da parte dell’uomo, invece, sono rari. Si devono tuttavia registrare
sforzi non indifferenti, da parte dei geografi fisici, di adeguamento alle
nuove tematiche ambientaliste, sia nel settore geo-morfologico (problemi delle
coste e dell’erosione del suolo) che in quello climatologico (questioni di
aridità e di utilizzazione delle acque), per tacere di studi più generali come
quelli sui parchi e le riserve naturali, le aree verdi, la salvaguardia del
paesaggio e dell’ambiente.
la geografia botanica
Numerose
nozioni sulla provenienza, la distribuzione e le esigenze culturali delle
piante utili erano possedute anche dagli antichi e alcune osservazioni
ecologiche, quali quelle eseguite nel 1540 dal Bembo sulle zone altimetriche
dell’Etna, rimontano a parecchi secoli addietro; non è però possibile parlare
di geografia botanica prima che Linneo, verso la metà del sec. 18°, definisse
la specie vegetale. A lui e ai suoi allievi rimontano infatti le prime flore
redatte secondo criterî moderni e adombranti una classificazione delle stazioni
vegetali e nozioni sui mezzi di dispersione delle specie e sui loro centri d’origine;
materiali che servirono poi a C. Willdenow per un primo schizzo fito-geografico
(1792) e criterî che informarono il vasto schema della distribuzione della
vegetazione sul globo che una mente superiore, una cultura profonda e l’esperienza
di lunghi viaggi, consentirono ad Alessandro di Humboldt di tracciare in
principio del secolo scorso. I vasti quadri fisionomici di Humboldt propongono
i problemi che numerosi fito-geografi hanno poi studiato nella prima metà dell’800,
come J. Schouw (1822) e A. P. De Candolle (1826), tentando la suddivisione
della superficie del globo in regioni floristiche naturali; come lo Schouw
stesso, riconoscendo il rapporto fondamentale intercedente tra forme di
vegetazione e stazione; come F. Unger (1836) e Thurmann (1849), gettando le
basi della discussione sull’importanza rispettiva della struttura fisica e
della composizione chimica del suolo; come A. Grisebach (1838), formulando il
concetto di formazione vegetale; come Unger (1852), tentando di fondare l’interpretazione
della distribuzione delle piante sulla ricostruzione della vegetazione dei
periodi geologici precedenti al nostro. Nel 1855 finalmente la pubblicazione
della “geografia
botanica ragionata” di
A. De Candolle, chiudeva questo primo periodo con una sintesi il cui valore
dura tuttora.
Un secondo
periodo si apre poi con la comparsa della “on the origin of species” di C. Darwin (1859) e con l’importanza
attribuita da lui stesso e da altri viaggiatori naturalisti (Wallace, M.
Wagner, Beccari) alla documentazione fornita dalla distribuzione delle piante
e degli animali alle ipotesi evoluzioniste. La grande opera fito-geografica di
A. Grisebach “die vegetation der
erde” (1872),
deve infatti alla mancata accettazione delle teorie evolutive il suo carattere
statico e la scarsa influenza esercitata, malgrado il reale valore e la ricca
documentazione. Essa è stata presto superata dal libro di A. Engler “versuch einer entwicklungsgeschichte der
pflanzenwelt” (1879-82), raccogliente, in un quadro veramente
superbo, i numerosi dati accumulati dall’analisi sistematica di un grandissimo
materiale, proveniente da tutte le parti del globo, e dai sensibili progressi
compiuti dalla geografia fisica e dalla paleogeografia. Il metodo
sistematico-genetico della scuola di Engler si può considerare come definitivamente
acquisito alla scienza, grazie a una vasta letteratura in continuo progresso e
quantunque in un tempo più recente, dopo la pubblicazione dell’opera di A. W.
Schimper “pflanzengeographie auf
physiologischer grundlage” (1890), sia andato affermandosi,
parallelamente, un secondo indirizzo inteso allo studio più particolare delle
reazioni biologiche delle specie vegetali (auto-ecologia) e delle associazioni
che esse costituiscono (sinecologia) alle condizioni dell’ambiente. Questo
indirizzo, che ha avuto in Italia un precursore in Federico Delpino, possiede
oggi le sue sintesi trattatistiche nelle opere di Drude, Clements, Schroeter e
soprattutto nelle ripetute edizioni dell’opera del Warming, e si è dimostrato
estremamente fecondo in tutti i campi della biologia geografica ed
evoluzionistica, non solo per le numerosissime ricerche che ha promosso in
tutte le parti del globo, ma anche perché, dopo aver descritto e classificato
formazioni vegetali proprie dei più varî climi, utilizzando i progressi della
sistematica, della geografia fisica e della paleontologia del Quaternario, ci
ha assicurato precise nozioni, non solo sui processi di sviluppo e sulle
successioni presentate dai consorzî vegetali, ma anche sulle trasformazioni che
i paesaggi vegetali hanno subito nelle ultime fasi della storia del globo prima
di raggiungere la loro condizione attuale. È inutile insistere sull’importanza
di questi risultati non solo per la conoscenza teorica dell’evoluzione della
vegetazione e delle oscillazioni del clima, ma anche per le norme pratiche che
ne possono trarre l’agricoltura e lo sfruttamento delle materie prime fornite
dal regno vegetale.
la geografia zoologica
La
geografia zoologica si occupa dei caratteri faunistici presentati dalle varie
regioni dell’orbe, e ha lo scopo di dividere l’orbe in regioni e sotto-regioni
zoogeografiche dandone i caratteri e rilevandone le affinità. Queste divisioni
hanno il torto d’essere più o meno artificiali, o perché basate su pure
considerazioni geografiche, come quelle di Moebius (1891) o perché si fondano
sulla distribuzione di determinati gruppi di animali, mostrandosi in disaccordo
con altri gruppi.
Ph. L.
Sclater (1857), basandosi sulla geografia e sulla distribuzione dei passeracei,
divise l’orbe in Paleogèa (comprendente le regioni paleartica, etiopica,
indiana e australiana, ossia il vecchio e il nuovissimo mondo) e Neogèa (comprendente
le regioni neartica e neotropica, ossia le due Americhe). Egli fu seguito da K.
Günther che trovò tale divisione valevole per i rettili; ma Murray (1866) la
trovò non conveniente per i mammiferi. Le regioni di T. H. Huxley (1868),
fondate sulla distribuzione dei gallinacei, ebbero scarso seguito. Si
susseguirono numerosi tentativi di classificazione delle regioni
zoogeografiche. Una data memorabile segnò la classica opera di Wallace “the geographical
distribution of animals” (1876). Wallace riconosce le
seguenti regioni: 1) paleartica, con le subregioni europea, mediterranea,
siberiana e manciuriana; 2) etiopica, con le subregioni orientale-africana, occidentale-africana,
sud-africana e malgascia; 3) orientale,
con le subregioni indiana, ceilonica, indo-cinese, indo-malese; 4) australiana,
con le subregioni austro-malese, australiana, polinesica, neo-zelandese; 5) neo-tropicale,
con le subregioni cileana, brasiliana, messina, antilleana; 6) neartica, con le
subregioni californiana, delle Montagne Rocciose, alleganiana, canadese. Si
deve a Heilprin (1887) la riunione delle regioni paleartica e neartica in un
reame Olartico, che ben corrisponde alle affinità faunistiche generali, nonché
la maggiore importanza data ai tratti di transizione. Trouessart (1890) mise in
giusto rilievo il diverso comportamento dei varî gruppi animali rispetto alla
geografia zoologica. La partizione delle terre in notogea (corrispondente alla
regione australiana) e neogea (comprendente l’America centrale e meridionale,
le Antille e le Galapagos) è dovuta a un anonimo (1893) ed è oggi generalmente
accettata. Tra gli ulteriori classificatori delle regioni zoo-geografiche
terrestri segnaliamo ancora Beddard (1895), Sclater (1899), Trouessart (1922).
Le regioni
zoo-geografiche marine sono state delimitate e caratterizzate da H. Woodward
(1859) in base ai molluschi, da Günther (1880) in base ai pesci, da A. E.
Ortmann (1896) in base soprattutto ai crostacei decapodi, da Sclater (1897) in
base ai mammiferi, e in fine da G. Colosi (1919) in base ai caratteri di
maggiore o minore arcaicità delle faune.
la geografia umana
La
geografia umana (in italiano anche antropo-geografia o geografia antropica) è
il ramo della geografia di più recente sistemazione, per il che non può dirsi vi
sia ancora accordo completo sui suoi limiti e sul suo campo d’indagine. Il
progresso degli studî antropo-geografici nel primo trentennio del secolo
presente è stato singolarmente favorito, sia dall’accrescersi dei materiali e
dei dati fondamentali offerti dai censimenti e dalle altre rilevazioni
statistiche, sempre più ricche e complete in quasi tutti gli stati civili (non
soltanto censimenti demografici propriamente detti, ma censimenti agricoli,
industriali, statistiche delle occupazioni, e simili), sia dal perfezionarsi
delle carte topografiche, le quali oggi prestano un’attenzione sempre maggiore
alla rappresentazione dei fatti umani (distribuzione e tipi delle dimore
permanenti e temporanee, strade, colture, tracce topografiche inerenti allo
sfruttamento minerario, e simili), sia infine dal moltiplicarsi delle ricerche
di dettaglio, fatte dapprima sulle orme del Ratzel, soprattutto in Germania,
poi anche altrove (Francia, Italia, Stati Uniti) con direttive e vedute nuove.
Infatti, mentre le idee del Ratzel, si facevano strada e venivano discusse
anche fuori della Germania, nuovi indirizzi si aprivano alla geografia
antropica, soprattutto in Francia per opera di P. Vidal de la Blache e J. Brunh
per esempio. E proprio il Vidal de la Blache metteva in luce un concetto di
grande importanza dal punto di vista metodico: quello cioè che le
manifestazioni più evidenti dell’azione che la natura esercita sull’uomo e l’uomo
sulla natura, sono quelle che si verificano attraverso il mondo vegetale e
animale. Ad esempio le influenze del clima e del suolo sono avvertite dagli
uomini soprattutto in quanto l’uno e l’altro determinano in un dato territorio
una fisionomia e una distribuzione speciale delle piante e degli animali che l’uomo
può utilizzare, e da ciò dipende il genere
di vita dei gruppi umani abitanti in quel territorio,
dipendono in parte le condizioni economiche, sociali, e simili, uniformate o
adattate a quel genere di vita. Viceversa l’azione modificatrice dell’uomo sull’ambiente
naturale (prescindendo dalle tracce impresse per il semplice fatto che l’uomo abita la superficie
terrestre e in essa si
muove come dimore e loro aggruppamenti, strade, e simili) si
manifesta prevalentemente mediante trasformazioni, artificiali e volute, dell’originario
paesaggio vegetale e animale, in quanto l’uomo favorisce lo sviluppo e la
diffusione di certe specie vegetali e animali a lui utili (un piccolo numero,
in complesso) a detrimento di tutte le altre, inutili o dannose, che vengono
perciò limitate o addirittura distrutte.
Appare
perciò sempre più chiaramente anche per la geografia antropica come l’essenza
delle indagini risieda nell’esame di fatti d’interdipendenza e di reciproca
connessione: clima e suolo determinano il genere di vita di una determinata
frazione dell’umanità; il genere di vita, quando non sia un fatto transitorio,
ma si affermi e si consolidi perfezionandosi in un lungo periodo di tempo,
determina speciali e cospicue trasformazioni del paesaggio vegetale e animale,
ossia di alcuni dei lineamenti più appariscenti della superficie terrestre, e
simili Appare anche sempre più (e ciò fu messo chiaramente in luce soprattutto
per opera di J. Brunhes e della sua scuola) come la geografia antropica prenda
in esame tutti quei fatti derivanti dai rapporti fra orbe e uomo, che lasciano
una traccia sull’orbe stessa: sia fatti derivanti da semplice occupazione del
suolo (dimore, strade), sia fatti derivanti da utilizzazione produttiva del
suolo (agricoltura, allevamento, e simili), ovvero da utilizzazione distruttiva
(caccia, sfruttamento minerario), sia infine fatti inerenti alla costituzione e
allo sviluppo delle grandi società umane (nazioni, stati). È opportuno, a questo
punto (senza entrare particolarmente in argomenti controversi) passare in
rassegna più da vicino i diversi campi di studio della geografia antropica.
1) La
geografia antropica considera in prima linea il modo come l’uomo (inteso come
termine collettivo, cioè come uomo vivente in società, e perciò come sinonimo
di gruppi umani) si
distribuisce alla superficie terrestre, il modo, cioè, come varia quella che fu
chiamata la “coperta umana” della superficie terrestre. Tali variazioni sono
quantitative e qualitative: quantitative, onde lo studio dell’area di
diffusione dell’uomo (habitat della specie umana o ecumene), della diversa densità della
popolazione e delle sue cause; qualitative, onde lo studio della
differenziazione dell’umanità in razze, tipi, e simili, studio che può
rientrare nel campo dell’antropo-geografia, non in quanto analisi dei caratteri
intrinseci di ogni tipo (che è compito riservato all’antropologia), ma sotto un
aspetto del tutto analogo a quello sotto il quale il geografo considera la
distribuzione delle associazioni vegetali: in quanto, cioè, imprimono una
fisionomia caratteristica alle varie regioni dell’orbe. L’indagine della
densità della popolazione e delle sue cause appare oggi uno dei fatti
fondamentali della geografia antropica, perché la densità è spesso l’indice che
traduce numericamente una serie di fatti di ordine climatico, biologico,
economico, e simili, intimamente connessi fra loro. Ma, col differenziarsi
delle condizioni morfologiche, di suolo, di clima, e simili, dall’una all’altra
parte della superficie terrestre, vediamo variare, non solo la densità e i tipi
fisici degli abitanti, ma gli adattamenti materiali dell’uomo all’ambiente:
variano cioè i tipi, le forme, gli aggruppamenti delle dimore, il genere di
vita, e simili, dei singoli gruppi umani. Tutta questa parte della geografia
antropica, che è, in sostanza, una specie di ecologia dell’uomo, si può
chiamare “antropo-geografia ecologica”.
Da un punto di vista più generale, l’influenza predominante su tutti i fatti
che rientrano in questo campo è quella del clima; notevole importanza ha
perciò, anche dal punto di vista antropo-geografico, l’indagine delle eventuali
variazioni del clima in tempi preistorici e storici.
2) L’uomo,
nelle svariate manifestazioni della sua attività, può considerarsi come un
potente ed energico agente modificatore della superficie terrestre sulla quale
imprime durevoli tracce; in questo senso l’attività umana può studiarsi, almeno
fino a un certo punto, alla stessa stregua degli agenti fisici modificatori
della superficie terrestre, e la sua azione, in alcune parti dell’orbe, ci
appare non meno profonda di quella delle acque correnti, dei ghiacci, del
vento, e simili. Si è già accennato alle tracce che l’uomo imprime sull’orbe
per il fatto di abitarvi in dimore,
isolate o aggruppate, che vanno dai rudimentali ricoveri dei primitivi
(utilizzanti talora ripari naturali più o meno trasformati) fino a quelle
enormi e complicate agglomerazioni che sono le grandi città moderne. È
indubitato che per questo fatto la superficie terrestre subisce profonde e
durevoli modificazioni. Se si possedesse una carta topografica esatta del
bacino medio del Reno quale era nell’età romana o nel primo Medioevo e la si
potesse paragonare con una attuale, si vedrebbe che le trasformazioni prodotte
in questa parte dell’Europa centrale per il solo fatto che l’uomo vi si è
sempre più addensato, distribuendosi in una quantità enorme di località
abitate, piccole e grandi, sono certo non meno cospicue di quelle che nello
stesso periodo di tempo, o anche in un periodo molto più lungo, possano avervi
apportato gli agenti fisici modellatori del suolo. Questa parte della geografia
può chiamarsi la “geografia delle
sedi umane” (la siedelungsgeographie dei Tedeschi). Due argomenti
attraggono oggi soprattutto l’attenzione dei geografi: da un lato lo studio
dell’abitazione rurale, in quanto questa, nei suoi diversi tipi, nel modo di
costruzione, nella distribuzione spaziale, e simili, riflette le condizioni
dell’ambiente naturale, culturale, economico; dall’altro lo studio geografico
di quelle più complesse agglomerazioni che sono le grandi città moderne, onde
si parla, soprattutto in Francia, di “geografia urbana” (P. Vidal de la Blache,
J. Brunhes, R. Blanchard, e simili).
3) Altre
profonde e durabili modificazioni apporta l’uomo alla superficie terrestre per
il fatto che, obbedendo alle elementari necessità di nutrirsi e di coprirsi,
sfrutta e utilizza i prodotti del mondo vegetale, animale e minerale. Anche
queste modificazioni sono spessissimo di vasta portata: ad esempio,
distruzione di estesissime aree a foreste (sostituite da coltivazioni), onde
una profonda alterazione dell’originaria coperta vegetale; trasformazione
delle forme del terreno e di tutto l’aspetto primitivo del paesaggio in regioni
d’intenso sfruttamento minerario, con mutamenti così profondi quali nessuna
forza fisica potrebbe operare se non in lunghissimo volgere di tempo. Lo studio
delle condizioni nelle quali si effettua l’utilizzazione delle risorse terrestri
da parte dell’uomo e delle trasformazioni che ne derivano, costituisce quella
parte della geografia antropica alla quale si dà il nome di “geografia economica” (in
senso più stretto “geografia
della produzione”). È noto poi che solo in piccola parte i prodotti del
suolo e del sottosuolo si utilizzano greggi; la parte maggiore viene
trasformata dalle industrie; lo studio della localizzazione e distribuzione
delle industrie e delle cause che la determinano si dice talora “geografia industriale”. Si aggiunga
ancora che, essendo i prodotti del suolo (vegetali e animali) e del sottosuolo
distribuiti sull’orbe in modo enormemente differente per quantità e qualità, l’uomo
si scambia tali prodotti con l’impiego di vie e mezzi, la cui creazione e
costruzione apporta altre profonde modificazioni sulla crosta terrestre (grandi
arterie stradali, ferrovie, porti, canali, e simili). Lo studio di questi fatti
è il compito particolare della “geografia
commerciale” (in francese, con significato più ristretto e meglio
determinato, “géographie de la circulation”, mentre in tedesco verkehrsgeographie), la quale
si può definire lo studio delle relazioni tra i luoghi di produzione, i luoghi
di trasformazione e i luoghi di consumo dei prodotti. La geografia economica (e
la commerciale) ha preso un grande sviluppo ed ha assunto nuovi orientamenti
negli ultimi anni, soprattutto in Germania; mentre in passato vedeva come suo
compito principale la esposizione, ben coordinata, dei prodotti delle varie
regioni dell’orbe, e simili, oggi tende verso l’indagine dei rapporti fra le
diverse forme di vita economica e le caratteristiche fisiche delle varie parti dell’orbe,
cercando anche di addivenire a una divisione dell’orbe in zone e distretti
economici, e simili (Friedrich, Passarge, Sapper).
4) Infine l’uomo
apporta profonde modificazioni alla superficie terrestre per il fatto di vivere
aggruppato in società. I confini e le frontiere, le opere dirette alla
protezione, alla conservazione e allo sviluppo degli stati, arrecano pure
modificazioni notevolissime sulla faccia dell’orbe. La geografia degli stati è
la “geografia politica”.
Sulla superficie terrestre, così come noi la vediamo, gli stati sono degli
oggetti, come i monti, i fiumi, i laghi; sono, anzi (oltre e più che dei semplici
oggetti) degli organismi, che nascono, si accrescono, deperiscono, muoiono,
obbedendo a leggi che hanno nelle condizioni di suolo, o più genericamente nell’ambiente
geografico, la loro radice; leggi che la geografia aiuta a conoscere e a
chiarire. Questa dottrina dello stato-organismo, già chiaramente indicata dal
Ratzel nella sua “geografia politica” (1897),
è stata poi sviluppata soprattutto dal sociologo svedese R. Kiellén (soprattutto
in “der staat als lebensform”, opera del 1912) ed è, più o meno
chiaramente, alla base di tutte le moderne trattazioni di geografia politica
(Maull, Hennig, Dix, De Marchi, e simili). Antropo-geografia generale o
ecologica, geografia delle sedi, geografia economica e commerciale, geografia
politica sono dunque le varie parti costituenti l’edificio della geografia
antropica.
Se si
volesse, nel giro di una breve frase, individuare la geografia antropica di
fronte alla fisica, si potrebbe dire che, mentre quest’ultima descrive
razionalmente e studia il “paesaggio
fisico” (in ted. naturlandschaft), cioè gli
aspetti della superficie terrestre quali sono foggiati e trasformati
esclusivamente da agenti naturali, la geografia antropica descrive e studia
il “paesaggio umano” (ted. kulturlandschaft),
cioè gli aspetti derivanti dalle varie manifestazioni dell’attività umana, le
quali, sovrapponendosi alla fisionomia originaria, l’hanno (specialmente in paesi
di antico sviluppo civile) sì fattamente modificata da trasformarla talora
radicalmente.
Anche nelle
indagini di geografia antropica, la considerazione del momento storico ha
grande importanza; si può anzi essere indotti ad applicare anche alle
modificazioni operate dall’uomo i concetti informatori della scuola morfologica
del Davis. Si potrebbe, cioè, rilevare che sull’orbe vi sono paesaggi ‘giovani’ dal
punto di vista umano, nel senso che le tracce impressevi dall’attività dell’uomo
vi si avvertono ancora debolmente o con scarsa intensità, e paesaggi ‘vecchi’, ossia paesaggi
profondamente, intensamente modificati dall’uomo con opera di millenaria
civiltà. Alcuni dei paesaggi giovani acquisteranno indubbiamente, con l’intensificarvisi
dell’attività trasformatrice dell’uomo, l’aspetto che hanno ora i paesaggi
vecchi. Non si può tuttavia riconoscere, nell’azione modificatrice dell’uomo,
un ciclo, che tenda verso risultati finali determinati o determinabili, come
nel campo della geografia fisica avviene per il ciclo morfologico, secondo il
concetto del Davis; e pertanto il parallelo può servire, se mai, a dimostrare
che il geografo considera oggi sotto lo stesso punto di vista e indaga con gli
stessi metodi fondamentali l’opera degli agenti fisici e quella dell’uomo. Il
dualismo che parve esistere un tempo fra geografia fisica e geografia antropica
è, dunque, dal punto di vista del metodo, scomparso.
Una
variante della scuola di tipo descrittivistico, infine, accentua il ruolo dell’interpretazione
storica nello studio dei fatti geografici, vede l’ambiente fisico
esclusivamente in funzione dei valori storicamente attribuitigli dall’uomo,
intende la geografia come
storia dell’umanizzazione dell’orbe, e fa dunque della geografia una
storia dell’organizzazione umana degli spazi terrestri. Questa dottrina ha
influenzato indirettamente gli sviluppi della geografia storica, che è peraltro
una partizione della materia e non un tipo di approccio. Al di là della geografia
storica, peraltro, non sembra di poter scorgere negli ultimi anni un ruolo
autonomo di questa impostazione storicista nel ventaglio degli indirizzi della
ricerca geografica. Si potrebbe piuttosto parlare di un’influenza dello spirito
storicista in una parte degli studi di approccio regionale, o funzionalista,
specialmente nei paesi latini; o anche di un ruolo di ponte svolto da questa
corrente, con funzione di passaggio dal paradigma possibilista agli sviluppi
marxisti e umanistici. Anche in Italia lo storicismo, che fino ai primi anni
Settanta sembrava prendere piede come scuola a sé, è rimasto poi appannaggio di
studiosi assai validi ma isolati, pur influenzando largamente non soltanto gli
studi di geografia storica e affini, ma anche importanti contributi nel campo
della geografia urbana e sociale, alcuni dei quali sboccheranno poi nella
critica radicale o apriranno la strada al discorso umanistico.
la geografia applicata
Come ogni scienza, la geografia ha il suo momento applicativo, benché sia
stata a lungo considerata una disciplina squisitamente culturale, se non
esclusivamente accademica. In realtà, tutta la storia della geografia è
costellata di episodi che ne rivelano in qualche modo il carattere pratico e
utilitario, fin dalle descrizioni dei logografi greci, che certamente servivano
a fornire notizie su popoli e paesi con i quali il mondo ellenico doveva entrare in
contatto. Venendo a tempi più recenti, gran parte dei viaggi di esplorazione e
delle spedizioni scientifiche ebbero un significato pre-coloniale e furono
stimolati da ambizioni politiche e necessità economiche. Tuttavia, una vera e
consapevole geografia applicata è sorta solo nel 20° secolo, in seguito all’abbandono
della concezione deterministica, che riteneva l’uomo rigidamente condizionato
dall’ambiente naturale, e al sorgere del possibilismo, che ammette invece
facoltà di scelta, e soprattutto del volontarismo, secondo il quale la società
umana può intervenire per organizzare lo spazio nel modo più razionale. Un
ulteriore stimolo alla geografia applicata è venuto dallo stabilirsi su ampi
spazi politici di regimi, per esempio, quello sovietico, che hanno assunto la
gestione totalitaria dell’economia e dalla sempre maggiore ingerenza della mano
pubblica anche in molti paesi capitalisti. Si è in tal modo pervenuti alla
consapevolezza della necessità di regolare i processi spontanei di
utilizzazione delle risorse, di sviluppo economico, di espansione insediativa,
processi che devono invece essere inquadrati in una pianificazione generale il
cui aspetto più importante è forse proprio quello territoriale.
È appunto nella pianificazione territoriale che il geografo può fornire
il maggior contributo applicativo, collaborando strettamente con gli altri
studiosi interessati e valendosi di quella capacità d’interpretazione globale
del territorio che è una sua prerogativa; ma non deve limitarsi alla
pianificazione territoriale stessa, perché vi sono numerosi altri problemi da
risolvere che presuppongono profonde conoscenze geografiche: difesa dell’ambiente,
prevenzione di calamità, ricerca di nuove risorse, riparo ai dissesti idrogeologici
e simili In diversi Stati l’utilizzazione delle conoscenze geografiche a fini
applicativi ha ormai una radicata tradizione e numerosi sono i geografi
professionisti occupati nel mondo operativo con mansioni diverse e spesso di
responsabilità, come negli USA, in molti paesi europei, sia occidentali sia
orientali, e perfino in alcuni stati del terzo mondo. In Italia, invece, i geografi sono ancora in
assoluta prevalenza occupati solo nell’insegnamento e nella ricerca, e la loro
preparazione, fondamentalmente teorica, non li ha ancora dotati dei requisiti
tecnici necessari a collaborare con altri specialisti.
la geografia
generale e geografia regionale
La superficie terrestre si presenta estremamente differenziata per le
varie combinazioni di numerosi elementi interagenti, nonché per i diversi
sedimenti storici; varietà di aspetti che ha esaltato la curiosità geografica e
ha costituito uno dei maggiori incentivi al progresso della disciplina. È sorta
così, fin da tempi antichi, la tendenza a elaborare studi e descrizioni
di geografia regionale, capaci di porre in risalto i tratti originali dei
diversi lembi della superficie terrestre. D’altra parte, la geografia, come
ogni altra scienza, non può limitarsi allo studio di oggetti particolari ed
esimersi da procedimenti di generalizzazione e astrazione volti alla ricerca di
leggi (rigorose per quanto attiene esclusivamente al mondo fisico e tendenziali
quando entrano in gioco le azioni umane). Così, in tempi altrettanto antichi, è
sorta anche una geografia generale. La storia della disciplina dimostra
che geografia generale e geografia regionale (diversi e ugualmente validi
momenti della scienza geografica) si sono sempre mosse su piani distinti, senza
effettiva integrazione. La geografia generale, che ha un antenato illustre nel
greco alessandrino Eratostene, non ha
progredito quasi affatto per molti secoli: solo alla metà del Seicento fu
riproposta all’attenzione della cultura con l’opera del tedesco B. Varenio e
solo con i geografi del tardo Ottocento fu ordinata in alcune opere
sistematiche che, peraltro, spesso assolvevano solo compiti pedagogici e
finivano con il divenire raccolte di dati provenienti da altre scienze
piuttosto che fondamenti geografici. La geografia regionale si è svolta con
maggiore continuità. Nata anch’essa presso i Greci e sviluppata soprattutto
nella vasta opera di Strabone, trovò
alimento nelle relazioni dei viaggiatori arabi e, più tardi, europei, nonché
nelle corografie del 16° e 17° secolo, che però erano spesso ammassi non critici
di notizie in parte errate. Nella prima parte del 20° secolo la geografia
regionale ha vissuto il suo grande momento per merito della brillante scuola
francese di P. Vidal de
La Blache ed è stata considerata da molti come il fine ultimo della
disciplina geografica. Tale fortuna della geografia regionale novecentesca e la
mancanza di valide opere di geografia generale hanno gettato discredito sulla
geografia, facendola ritenere una disciplina volta solo allo studio del
particolare, puramente idiografica. Le più recenti tendenze portano a una rivalutazione
della geografia generale come scienza dello spazio terrestre, che può essere
studiato non certo prescindendo dalle innegabili diversità dei singoli
territori, ma ricercandone tuttavia i tratti comuni. D’altra parte, la
geografia regionale è chiamata ad assolvere nuovi compiti, anche applicativi,
in vista della crescente necessità di politiche locali di organizzazione del
territorio; ma per questo occorre ripensarla su nuove basi, anzitutto definendo
con chiarezza i limiti della regione, che è appunto l’oggetto della geografia
regionale e che non può essere un qualsiasi lembo territoriale arbitrariamente
delimitato.
Tutti i problemi che la geografia studia nei suoi varî rami e capitoli
possono essere considerati in generale, con riguardo cioè all’intero globo
terraqueo, o in particolare, con riguardo a un determinato territorio. Si ha
così la distinzione in “geografia
generale” e “geografia
regionale”; a quest’ultima fu applicato anche il termine “corografia” (dal gr. χῶρα
= “paese”). La distinzione, fatta tuttavia solo da uno speciale punto di vista
(problema cartografico), si trova già, come si è sopra accennato,
esplicitamente in Tolomeo; anzi, nella sostanza è anche anteriore (si delinea
già chiaramente, ad esempio, in Eratostene); essa risorge col rinascere della
scienza geografica nell’età moderna e si perpetua attraverso tutta l’evoluzione
recente della geografia. Nello studio di una regione di limitata estensione si
possono cogliere con maggiore immediatezza ed evidenza le tracce di quelle
correlazioni fra i fatti fisici, biologici e umani che sono per eccellenza il
campo di studio della geografia e che dànno propriamente la fisionomia del
paesaggio. Da ciò qualche studioso moderno fu tratto ad affermare che l’essenza
della geografia sta nello studio regionale, che la sola geografia regionale è
la vera geografia; il che è certamente un’esagerazione. Ma non v’è dubbio che,
in quanto scienza descrittiva, la geografia si concreta allorché scende, dall’esame
dei fenomeni considerati in tutto il globo, allo studio di una determinata
parte di esso, esaminata peraltro, non come interamente isolata dal resto, ma
anzi intimamente connessa, come membro di un solo grande organismo.
Per la geografia regionale un problema preliminare e fondamentale sarebbe
quello di addivenire a una divisione razionale dell’orbe in regioni o individui
geografici, che risponda agli attuali criterî della scienza; ma non si può dire
che il problema, tentato per varie vie, abbia finora ricevuto una soluzione del
tutto soddisfacente. Esso si era affacciato alla mente dei Ritter, che formulava
già il concetto di “regioni
naturali”, nel senso però di grandi individui geografici, ben definiti e
chiaramente rilevabili, nei loro confini e nei loro caratteri essenziali, anche
da una carta geografica; più tardi sul concetto stesso di “regione naturale” e di “regione geografica” si è
discusso a lungo, senza arrivare a un accordo. E perciò anche le proposte di suddivisioni
generali o parziali dell’orbe sono finora molto diverse anche per i principî
dai quali muovono.
Una scuola di geografi tedeschi moderni tende a prendere le mosse da suddivisioni
di limitatissima estensione, cioè da unità spaziali, nelle quali le
correlazioni fra tutti gli elementi (fisici, biologici, umani) del paesaggio
risaltino con immediata evidenza; queste unità, al disotto delle quali non
sarebbe possibile un’ulteriore suddivisione senza rompere quelle correlazioni e
disperdere il concetto stesso di paesaggio geografico, hanno ricevuto il nome
di chore. Associazioni di chore formano poi regioni geografiche di
maggiore estensione, queste a loro volta si raggruppano in individui d’ordine
più elevato, e via di seguito. Ma, anche se questo concetto di “chora” sia
destinato a sopravvivere, siamo tuttavia ben lontani dal poterlo applicare a
tutta o anche a una parte notevole della superficie terrestre, dacché la sua
applicazione implica un’indagine oltremodo minuziosa di ciascuna delle piccole
unità elementari.
Il metodo opposto è seguito da coloro che partono dalla considerazione di
tutto il globo terraqueo, o almeno di tutta la superficie emersa, introducendo
una prima grande divisione in un numero abbastanza limitato di regioni molto
estese e che potremo chiamare di prim’ordine,
per addivenire, se mai, in seguito, a una suddivisione di ciascuna di queste in
regioni di second’ordine, o subregioni, e simili. Ma i tentativi fatti finora,
sia che s’ inquadrino nella tradizionale distinzione delle “parti del mondo”
(Hettner, Lautensach), sia che ne prescindano in tutto o in parte (Herbertson,
Unstead, Braun), dànno sempre soverchia prevalenza agli elementi d’ordine
fisico (morfologia, clima, vegetazione), come criterî di distinzione, anche se
riescano a schemi di suddivisione applicabili poi anche nel campo della
geografia economica o antropica in generale. Anche il tentativo del Banse ha in
sostanza fondamento fisico; “il metodo sintetico” proposto dall’Unstead per
determinare quelle che egli chiama “regioni
geografiche”, non ha dato luogo ad applicazioni estese a tutto il globo.
Ancor meno progredito è il problema della distinzione di regioni
geografiche in seno agli oceani; anzi esso si può forse per ora affrontare
soltanto per l’Oceano Atlantico, perché gli altri sono ancora troppo poco
conosciuti nei loro caratteri particolari; per l’Atlantico uno schema degno di
considerazione si trova già nella “geografia” G. Schott.
Nei paesi ad antica civiltà è frequente il caso di regioni la cui
individualità è determinata da un complesso di ragioni, oltre che geografiche,
anche talora storiche, etniche, e simili, e che sono contraddistinte da nomi di
uso antichissimo e popolare. Lo studio geografico di questi individui regionali
è abbastanza progredito in alcuni paesi, e soprattutto in Francia, in virtù d’un
indirizzo inaugurato da P. Vidal de la Blache e L. Gallois, in Germania per
opera della scuola di A. Hettner, di A. Philippson e ora anche, ma con intenti
diversi, da quella di S. Passarge sulle linee direttrici da lui poste a
fondamento della sua “vergleichende
landschaftskunde”. Alcune delle più importanti opere descrittive di tutta l’orbe
su base corografica sono ricordate nella bibliografia.
A partire dal principio del sec. 19°, e soprattutto nell’ultimo
cinquantennio, quello che può chiamarsi “spirito geografico” si è diffuso sempre più e ha
dato un’impronta speciale ad alcuni rami delle scienze naturali e morali. Lo
spirito geografico può dirsi consista, sia nel localizzare esattamente sulla
superficie terrestre i fatti che si studiano, determinandone la distribuzione
spaziale anche per mezzo di rappresentazioni cartografiche e risalendo poi all’indagine
delle cause di questa distribuzione, sia nel porre i risultati dell’indagine
geografica a fondamento dello studio di problemi e questioni proprie di altre
discipline, particolarmente nel campo delle scienze applicate.
Nel primo senso lo spirito geografico ha validamente contribuito allo
sviluppo delle scienze naturali, come la zoologia e la botanica, nelle quali
gli elementi spazio, estensione, distribuzione, limiti, cioè elementi
essenzialmente geografici, entrano in considerazione a ogni momento.
Spesso si parla di una “geografia
medica”: essa si può intendere come lo studio della distribuzione
geografica delle malattie, che ha effettivamente una grandissima importanza
anche per l’indagine dell’origine e del modo di propagarsi delle malattie
stesse; queste appaiono, infatti, spesso legate direttamente a condizioni di
suolo e di clima, come accade, per citare esempî notissimi, della malaria, di
molte delle cosiddette malattie tropicali, e simili Grandi vantaggi ha portato
il metodo geografico alle scienze sociali, in particolare all’etnografia, la
quale oggi pone tra i primi suoi intenti quello d’indagare la localizzazione e
la distribuzione di determinate forme o tipi di oggetti, strumenti, utensili, o
anche di abbigliamenti, di dimore, e simili.
Particolare sviluppo ha preso negli ultimi decennî la “geografia linguistica”, iniziata da
J. Gilliéron: lo studio della distribuzione dialettale dei termini dello stesso
significato, cartograficamente rappresentati in atlanti linguistici, ha permesso
di distinguere le fasi più recenti dalle più antiche e di ricondurre le singole
innovazioni linguistiche all’azione di determinati centri d’espansione.
In altro senso lo spirito geografico si sviluppa nell’applicazione dei
risultati delle indagini geografiche. Un ramo vero e proprio della geografia
applicata può dirsi la “geografia
militare”, che ha avuto grande sviluppo a partire dall’epoca
napoleonica, dapprima in Francia, poi anche in Germania e altrove. Essa ha
preso le mosse dallo studio del terreno applicato alle operazioni militari
(studio che in Francia si chiama “topologia”);
ma si è estesa poi all’esame di tutti gli altri fatti geografici, in quanto
interessano la strategia, la logistica, la tattica. I trattati di geografia
militare sono ormai numerosi e in molti paesi questo insegnamento ha un posto a
sé nelle scuole militari. In Italia la geografia militare è stata collocata su
solide basi, soprattutto per merito di Carlo Porro, il quale può considerarsi
come l’iniziatore di una scuola nazionale (si veda la sua “guida allo studio
della geografia militare”, Torino 1898, e le “monografie di
geografia militare razionale” di un suo discepolo, D. De
Ambrosis).
la geografia
regionale-descrittiva
Fra gli indirizzi tradizionali e consolidati della geografia resta
dominante anche negli anni Ottanta la scuola regionale-descrittiva, ispirata
alle dottrine del possibilismo idiografico d’impronta francese. I paradigmi di
una geografia unitaria, descrittiva, corografica, che si esprimono attraverso
la ricerca sul terreno, saldamente ancorata ai fatti, e l’affermazione del
primato della geografia umana su quella fisica, nonché della geografia
regionale su quella generale, stanno tuttora alla base della ricerca geografica
in gran parte del mondo francofono e nei paesi da esso comunque influenzati, ma
sono largamente diffusi ovunque, a cominciare dai paesi di lingua tedesca e
senza escludere quelli di lingua inglese. Moltissimi geografi, dunque, ancora
interpretano etimologicamente la disciplina e fanno della “descrizione” dell’orbe
e delle sue regioni l’oggetto del loro lavoro scientifico: una descrizione che,
se a volte può risultare divulgativa se non banale, di solito trae valore dalla
paziente indagine sul campo o dalla costruzione di carte tematiche, dalla “esplorazione”
di luoghi poco conosciuti o dalla “scoperta” di nuovi aspetti dello spazio
geografico.
Il risultato classico di questo tipo di studi, la “monografia regionale”
dedicata alla descrizione approfondita ed esaustiva di un’unità regionale (per
lo più di piccole dimensioni), continua a essere prodotto, anche se in misura
minore che nel passato e soprattutto con riferimento a regioni agricole e/o
poco sviluppate. Una novità è rappresentata dalla più frequente utilizzazione
del lavoro di équipe, che permette a un tempo lo studio integrale
della regione presa in considerazione e l’utilizzo delle specifiche competenze
di più ricercatori. Alla base della persistenza di questo approccio di ricerca,
che taluni consideravano esaurito negli anni Sessanta, sta forse l’indubbia
utilità conoscitiva che i suoi risultati, inclusi quelli cartografici, hanno ai
fini della pianificazione territoriale; in questo senso l’approccio descrittivo-regionale
s’intreccia sempre più di frequente, oggi, con quello funzionalista.
Studi di questo tipo, poi, risultano particolarmente appropriati se
incentrati sui paesi del Terzo Mondo, stante la carenza che in genere
caratterizza l’informazione geografica di base su di essi: la tradizione
francese della “geografia tropicale” è tuttora vivace, e ad essa si affianca
oggi, come si accennava, l’impegno extra-europeo dei geografi tedeschi.
In Italia, si valuta che ancora quasi un terzo della produzione scritta
dei geografi apparsa dopo il 1975 sia ascrivibile alla scuola di stampo
descrittivistico. Monografie regionali continuano a essere dedicate a valli
alpine e appenniniche, alle campagne emiliane, alle piane e ai rilievi della
Campania. Non sono mancate descrizioni di territori più ampi, addirittura fino
alla scala continentale: in esse si passa però, gradualmente, dalla ricerca
vera e propria all’opera di sintesi anche di tipo compilativo, finalizzata alla
divulgazione o alla didattica, che è peraltro anch’essa compito legittimo del
geografo regionale-descrittivo. Sono stati pubblicati anche atlanti tematici
regionali (Basilicata, Sardegna, Piemonte), ed è stata avviata la realizzazione
di un atlante tematico nazionale.
Un numero sempre maggiore di geografi italiani s’impegna comunque in
ricerche regionali anche all’estero, e in particolare in quei paesi
sottosviluppati in cui l’approccio monografico o comunque descrittivo è, come
si diceva, opportuno: gli anni Ottanta hanno visto una buona fioritura di ricerche
regionali condotte da geografi italiani nell’Asia sud-orientale, nel Maghreb e nel Vicino Oriente, nell’Africa subsahariana,
nell’America latina.
Ai canoni dell’approccio di cui stiamo parlando s’ispirano in Italia
anche i principali manuali universitari di geografia pubblicati nell’ultimo
quindicennio. Va infine segnalato che dal gruppo di geografi torinesi è emerso,
a metà degli anni Ottanta, un contributo originale anche a livello
internazionale, con la proposta metodologica di una geografia intesa come “scoperta”,
che rivaluta in sostanza l’approccio descrittivo offrendogli nuove prospettive.
la geografia linguistica
I più importanti strumenti di studio della geografia linguistica, gli
atlanti linguistici, hanno, in questi ultimi anni, fatto ulteriori progressi.
Specialmente notevole il “atlas linguistic român” diretto da S. Puşcariu e
redatto da S. Pop ed E. Petrovici, per le innovazioni metodologiche e tecniche.
Il Pop usò un questionario normale e investigò 400 località, il Petrovici un
questionario molto più ampio e investigò 120 località. I materiali raccolti dal
Pop formano l’Atlante 1°, quelli raccolti dal Petrovici l’Atlante 2° (con carte
di formato ridotto, in modo che una carta del Pop corrisponde, per ampiezza, a
quattro del Petrovici). Un’utilissima innovazione è anche l’aggiunta di un
atlantino piccolo (Atlante 1° e 2°) in cui si dà, in carte a colori, l’elaborazione
fonetica, morfologica, sintattica e lessicale dei fenomeni più importanti
rilevati dall’esame delle carte dell’ALR I e 2°. La guerra ha interrotto
purtroppo anche questa impresa; sono usciti due volumi dell’Atante 1° e un
volume dell’Atlante 2°. L’“atlante
italo-svizzero” (AIS) di K. Jaberg e J. Jud ha completato il suo
materiale cartografico colla pubblicazione del vol. 8° (1940) e nel 1945 ha
stampato un volume di illustrazioni. L’“atlante linguistico
etnografico italiano della Corsica” (ALEIC) del
Bottiglioni si è completato con la pubblicazione del decimo volume (1944). Un
nuovo atlante, molto pregevole, uscito a Providence fra il 1939 e il 1943, è
il “linguistic atlas of New
England” a cura di Hans Kurath (3 volumi più uno di
introduzione). L’“atlante linguistico italiano”,
promosso dalla “Società Filologica Friulana” e diretto da M. Bartoli, U. Pellis
e G. Vidossi, non è ancora uscito dalla fase preparatoria, e la morte dei primi
due direttori ne allontana ancora la pubblicazione.
LA VISIBILE FACCIA DELL’ORBE
la
geografia fisica
PREAMBOLO
Il fine
essenziale della geografia fisica consiste dunque nel definire i paesaggi
naturali e nell’individuare le cause che li determinano. Da questo punto di
vista, alcune branche della geografia fisica, come la climatologia,
intervengono soltanto nella ricerca dei fattori determinanti. Uno di questi è
il clima del suolo, che differisce sensibilmente da quello dell’aria,
specialmente in montagna.
Il rilievo,
il cui studio è compito della geo-morfologia, è la parte essenziale del
paesaggio; esso è rivestito da un mantello vegetale, in cui gli animali
intervengono soltanto nell’equilibrio della catena alimentare. A contatto di
questa ‘copertura vivente’, la roccia subisce alterazioni più o meno profonde,
al cui studio si dedicano i pedologi.
La stessa
nozione di clima ‘attuale’ è difficile da delineare a causa delle variazioni
periodiche di diversa lunghezza d’onda che interessano i suoi principali
elementi (pioggia, temperatura, e simili). Una sua definizione a partire dalle
medie trentennali di misure meteorologiche è naturalmente arbitraria onde
sarebbe più realistico, anche se poco rigoroso, definire un’unità climatica
regionale a partire dalla corrispondente vegetazione ‘climax’.
L’alimentazione
sotterranea dei fiumi ha un’importanza relativa variabile secondo la
permeabilità della roccia (meno del 10% in certi corsi d’acqua dell’alto bacino
della Loira sullo zoccolo cristallino dove la riserva idrica è pari a
28 mm., contro il 90% per piccoli ruscelli che drenano i basalti assai
fessurati dei Monti delle Cascate) e secondo la pendenza (l’importanza del
ruscellamento è tanto più grande quanto più forte è la pendenza) e infine
secondo il clima e la vegetazione (l’importanza del ruscellamento diminuisce
sui versanti ricoperti da foreste). L’alimentazione sotterranea è nulla nei
climi aridi e nelle regioni fredde con suolo permanentemente gelato.
L’entità
della evapo-traspirazione dipende dal valore della radiazione solare
e dell’umidità relativa (anche questa funzione della quantità di vapore
presente nell’aria per evaporazione, della quantità di acqua presente nel suolo
e della capacità della vegetazione di adattarsi ai periodi di siccità mediante
la chiusura degli storni). L’evapo-traspirazione reale si discosta più o meno
da quella potenziale, la quale poco differisce dall’evaporazione fisica da un
recipiente d’acqua. Si è cercato di valutarla con diverse formule fondate in
parte su considerazioni fisiche e in parte su certi adattamenti empirici. La
più famosa è certamente la formula di L. Turc, che, celeberrima, non serve
citare. La formula di Thorthwaite, di impiego internazionale più frequente, si
fonda esclusivamente su misure indirette e presenta una struttura fisica poco
soddisfacente, perché pone la temperatura al denominatore.
I regimi
stagionali del deflusso fluviale possono essere così classificati: 1) nella
zona intertropicale il regime è funzione delle precipitazioni; infatti la
quantità sottratta dall’evapo-traspirazione non dipende affatto dalle
variazioni termiche stagionali, che sono limitate, ma soprattutto dall’umidità
atmosferica e dall’attività biologica, che pure dipendono dall’importanza delle
piogge; 2) nelle medie e alte latitudini il regime dipende principalmente dalle
variazioni termiche stagionali per cause differenti: nelle zone dove le
precipitazioni cadono quasi esclusivamente sotto forma di pioggia l’abbondanza
delle acque fluviali è maggiore durante la stagione fresca, in seguito alla
riduzione dell’evapo-traspirazione; nelle zone dove le precipitazioni cadono
soprattutto sotto forma di neve le fasi di piena sono determinate dalla fusione
delle nevi che avviene in primavera (o in estate là dove la neve si è
trasformata in ghiaccio); 3) alle latitudini intermedie le fasi di piena si
verificano in inverno nell’area del clima mediterraneo, poiché il regime delle
precipitazioni e quello dell’evaporazione sommano i loro effetti, e si verificano
in estate nella zona di clima ‘cinese’, come in quella intertropicale.
Mentre il
botanico volge volentieri la sua attenzione allo studio della distribuzione
delle unità floristiche, il geografo prende come oggetto di studio le forme di
vita come si manifestano nei paesaggi. In questo campo ha avuto un ruolo
determinante la Scuola tedesca, da Schimper a H. Walter e C. Troll.
I principi
molto schematici che sono stati ora esposti si fondano su una correlazione tra
i dati climatici e la vegetazione osservata, così come su un piccolissimo
numero di misurazioni o valutazioni dello stato dell’acqua nel suolo e negli
organismi. Sarebbe opportuno riunire prove più rigorose moltiplicandole e
conducendo ricerche molto avanzate sulle reazioni del proto-plasma all’aridità
e al freddo, campo in cui le nostre conoscenze sono ancora piuttosto scarse. Un
confronto più modesto, a scala media, tra i dati meteorologici mensili o per
decadi e la crescita degli anelli del tronco, oppure semplici osservazioni
fenologiche potrebbero portare un contributo prezioso, in mancanza di studi più
approfonditi eseguiti con l’uso del fitotrone.
introduzione: tipi fondamentali di rilievo
Nella
maggior parte dei continenti il rilievo è formato da un sistema di versanti
gerarchizzati in funzione di una rete di corsi d’acqua ramificati, che
confluiscono in tronchi sempre più importanti. In una struttura omogenea,
questi versanti presentano un profilo convesso-concavo, la cui linea di
interfluvio si abbassa progressivamente verso valle. A queste forme comuni si
contrappongono forme particolari: 1) superfici piane situate nelle zone di
interfluvio (altipiani) oppure disposte lungo i corsi d’acqua (pianure), dove
la pendenza dei versanti è inferiore al 10% su vaste estensioni; 2)
scoscendimenti il cui tracciato presenta una certa autonomia in confronto al
piano della rete idrografica.
Tuttavia
nelle regioni aride o nelle regioni anticamente ricoperte dai ghiacciai, i
versanti non sono più gerarchizzati in funzione di una rete idrografica
confluente in mare, ma esistono numerose contropendenze e depressioni chiuse.
Queste forme si ritrovano anche nelle rocce calcaree delle regioni carsiche.
Le pianure
e i terrazzi di accumulo fluviale sono costituiti da alluvioni deposte negli
stessi letti fluviali, nei laghi o nei delta marittimi. Questi ultimi
continuano verso l’esterno in altre formazioni in cui l’apporto del materiale e
il modellamento delle forme dipende in ‘maniera determinante dai movimenti del
mare: sono gli stagni costieri, le spiagge e i cordoni litoranei.
le tappe della geo-morfologia
Si è
tentato di spiegare le forme del terreno secondo tre procedimenti diversi,
adottati successivamente dai geo-morfologi nel corso di quelle che si possono
chiamare le ‘età’ di questa scienza, secondo una sequenza peraltro molto schematica.
1) Poiché
lo sviluppo della geologia ha preceduto di molto quello della geo-morfologia, è
naturale che l’attenzione sia stata posta dapprima sulle forme che derivano
immediatamente dalla struttura statica. In Francia questo stadio si è espresso
nelle lezioni di geografia fisica di A. de Lapparent, le quali offrono gli
aspetti essenziali di una ‘morfologia strutturale’. Le forme strutturali sono
facili da definire e da spiegare nel campo delle strutture sedimentarie
suborizzontali o piegate, poiché basta conoscere la ripartizione delle rocce
dure e tenere secondo una semplice geometria. L’erosione differenziale,
attaccando di preferenza le rocce tenere che sono inizialmente poste più in
alto, spiega l’escavazione delle depressioni susseguenti e delle conche e il
formarsi di cuestas, di creste, di dorsali e di superfici
strutturali il cui piano stratigrafico corrisponde al tetto di uno strato duro
liberato dello strato tenero che lo sormontava. Tuttavia le forme di erosione
differenziale sono molto più difficili da spiegare nelle strutture formate da
rocce cristalline, perché la scala di durezza non è così evidente come nelle
strutture sedimentarie.
PROCESSI DI
EROSIONE E DI ACCUMULO E FORME ELEMENTARI DIPENDENTI DALL’AZIONE DELL’ACQUA
l’attacco delle rocce da parte
degli agenti atmosferici e la formazione dei suoli di alterazione
La
pedogenesi costituisce il primo capitolo dell’evoluzione morfologica. Si
procede dapprima a un raffronto tra la roccia sana e i suoi prodotti di
alterazione, successivamente si misura il tenore di sostanze
disciolte nelle acque naturali, infine si ricercano i meccanismi fondamentali
di aggressione chimica, imitandoli in esperienze di laboratorio.
Tuttavia
quest’ultimo metodo va incontro a difficoltà notevoli, di cui la principale è
che i processi naturali sono molto lenti; occorrono infatti molti giorni per
misurare la solubilità del calcare e molti mesi per quella dei feldspati. D’altra
parte la materia è estremamente eterogenea. Infatti se si taglia in due un
frammento di roccia e si sottopongono le due parti ad uno stesso trattamento,
si ottengono risultati che possono differire da 1 a 100; ne deriva pertanto la
necessità di esaminare contemporaneamente un gran numero di campioni.
1) La dissoluzione chimica. L’efficacia
della dissoluzione chimica dipende dalla sensibilità di ciascun minerale e
dalla permeabilità della roccia, cioè dalla superficie di contatto con l’acqua
e dalla velocità di circolazione di questa. La quantità disciolta è
proporzionale a √-t (considerando t come il tempo
di contatto) e, più spesso, alla temperatura. Per una lama d’acqua annualmente
drenata, per esempio di 1.000 mm., esiste una permeabilità ottimale che riduce
al minimo il ruscellamento superficiale, ma che permette anche il tempo di
contatto più lungo possibile. Quanto alla sensibilità specifica di ogni
minerale, essa è stata poco considerata dai chimici in genere, donde la
necessità di una ricerca orientata specificatamente verso le necessità dei geo-morfologi
e dei pedologi.
3) Ancora:
l’aloclastia. Erodoto aveva già osservato che il sale di gesso essudato
dalle pietre delle piramidi provocava la loro distruzione. Il dominio naturale
dell’aloclastia è quello dei deserti dove le polveri saline sono trasportate a
grandi distanze e provengono sia dagli chott che dalle coste
rocciose bagnate dall’acqua del mare. Fin dal 1933, partendo dalla sua
esperienza cilena, H. Mortensen ha descritto, tra gli altri, diversi
meccanismi fisici possibili: a) la cristallizzazione delle soluzioni
soprassature nelle rocce porose, con aumento di volume dell’insieme dei
cristalli e della soluzione residua; b) l’assorbimento di acqua in cristalli di
sali idratabili (NaSO4, CaSO4, Na2CO3);
c) la crescita dei cristalli a partire dall’acqua attinta all’esterno del poro.
I due ultimi processi sono i più verosimili e si è ricercato (H. Mortensen, P.
K. Weyl) l’ordine di grandezza delle pressioni sviluppate partendo da modelli
fisici fondati sulle conoscenze che abbiamo sulla pressione di
cristallizzazione (che è regolata dal grado di soprassaturazione). L’esperienza
in laboratorio ha permesso di verificare l’efficacia dei problemi di
aloclastia, con risultati quantitativamente variabili secondo gli autori (P.
Birot, G. Pedro). Esperienze più accurate permetteranno di scegliere tra i
differenti modelli; per esempio si è visto che l’Na2SO4 provoca
la disgregazione prima che abbia avuto il tempo di idratarsi e quindi il
processo veramente attivo sarebbe la crescita del cristallo (F. J. P. M.
Kwaad).
5) L’azione
delle radici. La crescita delle radici delle piante esercita notevoli tensioni
che sono capaci di sconquassare i muri. Lo sfruttamento di diaclasi fini o
dello sfogliettamento ha un ruolo molto importante nell’individuazione di
frammenti calcarei o scistosi. Nella maggior parte dei processi studiati, la
velocità dell’erosione degli agenti meteorici è inversamente proporzionale allo
spessore dei suoli di alterazione esistenti; ciò vale per tutti i casi in cui l’alterazione
è regolata dalla temperatura le cui oscillazioni si attenuano con la profondità
in modo esponenziale: crioclastia, termoclastia, alternanza umidificazione-essiccazione,
e anche alterazione chimica (che cresce essa pure esponenzialmente con la
temperatura). Riguardo a quest’ultimo punto, è notevole il vantaggio degli
strati superficiali soprattutto per le latitudini medie con forti contrasti stagionali,
dove le temperature estive dello strato superficiale sono molto superiori alla
temperatura media annua che regna negli orizzonti profondi: questa differenza
si attenua nella zona tropicale forestale (da 3 a 5 °C). Tuttavia là dove l’acqua
costituisce un fattore limitante (alterazione chimica, crioclastia), esiste uno
spessore minimo di suoli di alterazione al di sotto del quale l’acqua,
circolando troppo rapidamente, lascia il versante prima di essere saturata, o
non umidifica abbastanza la roccia. Infine l’azione biologica è ugualmente
efficace solo in un orizzonte superficiale, poiché gli acidi organici sono
rapidamente biodegradati e l’azione fisico-chimica delle radici si esercita
soprattutto quando queste sono a contatto della roccia sana.
la circolazione dei detriti sui versanti
La
classificazione dei tipi di trasporto proposta qui sotto tiene conto dei
seguenti criteri: ruolo dell’acqua; rapidità del movimento; e movimenti
individuali (che si manifestano soprattutto in superficie) o movimenti
collettivi che interessano una parte di suolo avente un certo spessore. Dopo
Sbarpe, molti autori hanno applicato il termine di creep a
tutti i movimenti lenti (che non superano 1 cm. l’anno).
1) Trasporto in soluzione chimica. Avviene alla velocità della
circolazione ipodermica, cioè di qualche metro al giorno; essa non è quasi
influenzata dalla pendenza. Quest’ultima semmai regola la distribuzione dell’usura
chimica sui versanti. Con forti pendenze e suoli di alterazione sottili l’usura
aumenta in maniera notevole verso valle così come la portata liquida, poiché l’acqua
deve effettuare un lungo percorso prima di saturarsi. Con pendenze deboli e
suoli di alterazione spessi, l’usura è al contrario uniforme su tutto l’insieme.
4) Scivolamenti di massa. Quando la
pressione tangenziale supera bruscamente un certo valore si determina uno
spostamento in massa, che comunque non implica una deformazione del volume
coinvolto. Sulla superficie di rottura si ha la seguente relazione: T>N tg
ϕ+C, indicando T la componente tangenziale della
gravità, N la sua componente normale, C la
coesione e ϕ l’angolo di attrito. L’aumento improvviso della pressione
tangenziale è di solito provocato da quello della percentuale d’acqua, che si
accompagna con la comparsa di una forza idrostatica diretta verso l’alto. Lo
spessore minimo necessario è tale che questo processo interessa i suoli di
alterazione solo nella zona tropicale umida. In tutte le altre zone climatiche
lo smottamento interessa le rocce, soprattutto quelle ricche di argilla
dilatabile. La misura sul terreno dell’attività annua dei movimenti di
trasporto incontra differenti difficoltà. Quella dell’usura chimica globale è
relativamente facile, poiché si tratta di determinare la percentuale degli
elementi disciolti in una sorgente o nell’acqua raccolta da un fossato
artificiale alla base della pendenza, poi di togliere gli ioni contenuti nell’acqua
piovana. Lo stesso procedimento può essere impiegato per misurare gli effetti
del ruscellamento. In un caso come nell’altro bisogna delimitare il perimetro
del bacino di raccolta ed estenderlo fino alla sommità del versante, cosa di
rado realizzata nei pochi impianti esistenti. Il problema è naturalmente più
complicato per i movimenti lenti che interessano uno strato di suolo assai
spesso; ogni segnale di riferimento più o meno ingegnoso è stato tentato (palle
colorate imputrescibili, radioattività, e simili).
il modellamento degli alvei
l’evoluzione del profilo del versante nel
corso del ciclo di erosione
1) L’erosione
fluviale. Nello stadio
di giovinezza si sviluppa normalmente un profilo convesso corrispondente
all’accelerazione dell’erosione fluviale verticale, conformemente alle vedute
di W. Penck, per cui la capacità di trasporto eccede di molto la quantità dei
detriti forniti dalla degradazione meteorica. Se la velocità dell’erosione è
considerevole, pendenze uniformi ripide possono sostituirsi alla convessità
superiore, dando creste concordanti (Steilreliefe), e ciò avviene tanto
più facilmente quanto più le rocce sono tenere (bad lands). L’erosione
laterale ha le stesse conseguenze, ma si applica a un solo lato della valle. Tuttavia,
nel caso inverso non avviene esattamente lo stesso. Anche per un versante
roccioso, la convessità può risultare dalla convergenza delle azioni meteoriche
(variazioni di temperatura e penetrazione dell’acqua) massime sugli angoli
sporgenti. Il termine ultimo dell’evoluzione di un versante roccioso di forte
pendenza, quando l’escavazione dell’alveo si attenua fino ad arrestarsi, è un
profilo rettilineo corrispondente a quello della pendenza di equilibrio dell’attrito
secco (da 35 a 40°). (Nei climi favorevoli alla vegetazione forestale questa si
forma dal momento in cui la pendenza raggiunge i 50°; i tronchi frenano allora
la caduta dei blocchi). Infine l’usura per formazione di ciottoli si arresta e
il versante può perdere materiale solo se i detriti si assottigliano
sufficientemente così da permettere a tutti gli altri modi di trasporto di
intervenire. Il versante regolarizzato è allora percorso da un flusso di
colluvi, la cui portata aumenta verso valle molto lentamente, cioè nella misura
in cui i progressi della degradazione meteorica aggiungono, alla base dei suoli
di alterazione, un nuovo strato di detriti che possono venir messi in moto dato
il loro modesto diametro. L’accrescimento di questo strato è dell’ordine di
grandezza da 1 mm. a 1/100.000 mm. all’anno, mentre la velocità di spostamento
dei detriti in transito va dal centimetro all’ettometro all’anno: quest’ultima
cifra riguarda il ruscellamento. Questo accrescimento varia in funzione dello
spessore dei suoli di alterazione preesistenti e il suo valore massimo dipende
dal clima e dal tipo di alterazione predominante. In ogni punto, l’abbassamento
della superficie del versante è funzione non solo della pendenza e dello
spessore locali, ma anche della velocità di circolazione a monte e a valle. L’evoluzione
in ogni punto può essere definita come la differenza tra la portata dei detriti
che provengono da monte e di quelli che partono verso valle. All’estremità del
versante, in situazione di equilibrio, il corso d’acqua si limita a portare via
ciò che riceve, almeno alla scala del secolo. L’impiego del calcolatore
elettronico ha permesso, dal 1960, la costruzione di modelli rappresentanti la
successione dei profili trasversali nel tempo, a partire da certe ipotesi sui
fattori determinanti la velocità di trasporto (A. Scheidegger, A. Young,
F. Ahnert, H. Gossmann). Tuttavia molti di questi schemi non sono sufficientemente
realistici, perché trascurano, quale più quale meno, il principio per cui una
sezione di versante può retrocedere parallelamente a se stessa solo se i
detriti si spostano sulla sezione a valle. Ciò vale in particolare per molti
modelli di Scheidegger e anche di Young, dove il settore a valle ha una
pendenza quasi nulla. Questo è possibile unicamente quando entra in gioco la
sola usura chimica; inoltre in questo caso le pendenze ripide si fanno ancora
più erte, perché le acque non si saturano sulla verticale in cui cadono. Tuttavia
la costruzione di questi modelli ha permesso di confermare o di precisare bene
relazioni concepite fino allora in modo assai vago. Il creep e
altri modi di trasporto lento, dove la velocità di spostamento dei detriti non
dipende che dalla pendenza, imprimono a tutto l’insieme del versante un
andamento convesso (perché l’esposizione alla degradazione meteorica diminuisce
verso la base). Al contrario, il trasporto per ruscellamento che, come la
portata liquida, cresce verso il basso, e, in modo più generale, ogni forma di
spostamento la cui velocità aumenta in funzione della distanza L dalla
sommità del versante, tendono a sviluppare la concavità. Se in f(L)m., m. è
>1, il versante è interamente concavo; se m. è compreso tra
0 e 1 esso è convesso-concavo (secondo Kirkley che, tuttavia, non tiene conto
della legge di accrescimento di spessore dei suoli di alterazione). In un
regime di equilibrio perfetto, lo spessore del suolo è approssimativamente
eguale dall’alto al basso. È logico che nel settore concavo l’aumento della
percentuale d’acqua e l’assottigliamento dei detriti (quelli che provengono
dalla sommità possono essere stati esposti alle intemperie da più di mille
anni) permettono lo smaltimento di una portata solida tanto maggiore quanto
minore è la pendenza. È normale che nel
corso di questa evoluzione lo spessore dei suoli di alterazione vada aumentando
perché diminuisce la pendenza. La lentezza del deflusso solido si traduce nell’assottigliamento
delle particelle e nell’apparizione di orizzonti distinti nel suolo non
perturbato da movimenti collettivi sensibili. Questa evoluzione è tuttavia
frenata dal fatto che l’aumento di spessore e di finezza dei detriti accresce la
loro velocità di spostamento. Tuttavia la diminuzione della dimensione dei
detriti portati al corso d’acqua e anche la diminuzione della loro quantità
sono responsabili del fatto che il corso d’acqua ritrova una capacità di
erosione, poiché la sua capacità di trasporto non è più saturata. Da ciò un’accelerazione
del flusso dei detriti sul versante, che frena a sua volta l’erosione
verticale. Così il profilo di equilibrio longitudinale provvisorio del corso d’acqua
si approfondisce, ma sempre più lentamente, fino a quello che si avvicina al profilo
definitivo ideale, nel quale i versanti perdono sostanze solo in soluzione.
Queste induzioni si accordano male con la nozione di uno steady
state nel quale le forme non si modificherebbero più con il tempo.
2) L’erosione marina. Fenomeno tipico dei versanti scalzati dal mare. Un caso particolare è quello dei
versanti scalzati alla base dal mare. Per un gran numero di rocce, ivi compresi
i calcari compatti, l’attacco del mare fa indietreggiare la roccia, generando
falesie subverticali. Si tratta soprattutto di un mitragliamento da parte dei
ciottoli, essendo l’azione meccanica delle onde tanto più forte quanto più
lunga è la corsa del vento e della mareggiata. Le pressioni sono massime quando
esistono sacche d’aria che diminuiscono l’energia riflessa e quando interviene
la cavitazione. Vi si aggiunge una disgregazione granulare dovuta ai sali e,
quanto al calcare, una dissoluzione chimica che scava una nicchia al livello
medio dei mari; infine il gelo, alle alte latitudini. Nelle rocce resistenti
come il granito, invece, le falesie sono rare (Costa Brava). Le onde più forti
si limitano a portar via completamente i suoli di alterazione e ad accelerare
la disgregazione granulare. L’erosione differenziale è capace di scolpire forme
di dettaglio (filoni scavati in corridoi che penetrano in grotte), soprattutto
nelle prime fasi della trasgressione; ma nell’insieme l’erosione marina tende a
rettificare le frastagliature della topografia continentale; infatti fenomeni
di rifrazione concentrano la forza delle onde sui promontori, mentre le valli
trasformate in baie sono sbarrate da cordoni litoranei costruiti dalla corrente
di deriva in un settore in cui le onde divergono. Le misure e le osservazioni
precise, in scala storica, hanno dimostrato che non bisognava tenere in conto
eccessivo la velocità di arretramento di una falesia, anche quando si tratta di
una roccia così poco resistente come la craie (Normandia). Ma
non bisognerebbe neppure sottovalutarla. L’esame globale del paesaggio o di una
carta dimostra che l’erosione marina, a partire dalla trasgressione
postglaciale (fino a 10,000 anni fa), è molto più rapida dell’insieme dei
processi continentali: tuttavia la piattaforma di abrasione alla base della
falesia si sviluppa facilmente solo a spese di un bassopiano. Infatti se il
crollo delle rocce a strapiombo raggiunge uno spessore elevato, ci vuole molto
tempo perché questi blocchi siano ridotti a una dimensione tale da poter essere
portati via dalla corrente di deriva litoranea, o portati al largo dal riflusso
delle onde (undertow). Affinché quest’ultima azione si verifichi, è
necessario che la piattaforma di abrasione abbia una pendenza assai forte. orbene,
l’arretramento della falesia riduce ovviamente questa pendenza a meno che
contemporaneamente non si elevi il livello del mare. Ritroviamo qui una
condizione critica che limita l’arretramento di un versante ripido
parallelamente a se stesso. Per queste ragioni si pensa che le superfici di
abrasione marina estese, che sono state fossilizzate in diverse epoche
geologiche, non rappresentino che una modifica delle superfici di spianamento
continentali.
i rilievi carsici
le forme di accumulo fluvio-marine
Certi
autori hanno pensato che ogni riempimento dovrebbe avere un andamento
regressivo, cioè che risale a monte lungo le valli fluviali. Questa ipotesi è
stata contestata in Francia da J. Bourcart e negli Stati Uniti da L. B.
Leopold, la quale si basa sul fatto che il riempimento dei laghi di sbarramento
artificiale non comporta fenomeni di questo genere. È ben chiaro che un
riempimento regressivo può apparire solo se il corso d’acqua subisce un
allungamento che lo porti a diminuire la sua pendenza.
I laghi di
sbarramento colmati sono di dimensione troppo piccola perché questo processo
possa essere verificato; inoltre non si trovano sempre lungo corsi d’acqua in
equilibrio.
il dominio della foresta sempreverde umida
Nella
varietà delle forme, è difficile distinguere quello che è uno ‘scherzo della
natura’ o un adattamento utile. Per esempio la presenza di radici contrafforti
rientra forse in questa seconda categoria in quanto permette agli alberi di
resistere al vento, nonostante il loro apparato radicale spesso superficiale,
che sembra dipendere dal notevole ingombro dei suoli. Questi ultimi, malgrado
lo spessore considerevole del materiale di alterazione (spesso molte decine di
metri) non assicurano che un’alimentazione precaria in N, P, K e Ca; le riserve
in elementi nutritivi, infatti, sono molto scarse, perché le argille
caolinitiche dominanti hanno una debole capacità di scambio, mentre gli ioni H+ e
Al3+ costituiscono gran parte del complesso
adsorbente e la materia organica è rapidamente distrutta dai Batteri.
Infatti la
foresta vive in circuito chiuso, recuperando pian piano le sostanze nate dalla
propria decomposizione, non solo per l’assorbimento delle radici, ma anche
grazie ai micorrizi. Da ciò deriva la difficoltà di ricostituire la foresta,
quando è distrutta, poiché la roccia madre racchiudente le sostanze nutritive
si trova fuori del raggio di azione delle radici.
A causa
della varietà floristica e della grande dimensione degli alberi, la conoscenza
della loro fisiologia si trova in notevole ritardo rispetto a quella della
foresta temperata. Tutt’al più si possono citare misure di traspirazione e di
assimilazione di foglie isolate, con ricerche un po’ più coordinate per ciò che
riguarda un albero del sottobosco, l’albero del cacao. In ragione anche delle
condizioni favorevoli offerte dall’ambiente, sembra che l’attività vitale sia
media. L’assimilazione clorofilliana per unità di superficie non è
particolarmente elevata. Senza dubbio si verifica per tutto l’anno, ma per i
grandi alberi il deficit di
saturazione dell’atmosfera a metà del giorno provoca la chiusura degli stomi.
La respirazione preleva il 75% della CO2 assimilata contro il
50% della foresta di faggi; ciò significa che l’energia impiegata nella
trasformazione degli zuccheri in proteine è relativamente più grande.
La quantità
d’acqua evapo-traspirata da questa massa vegetale è relativamente debole, circa
1,200 mm. l’anno su una precipitazione totale di 2,000 mm. Ciò si deve al fatto
che l’evaporazione si limita da sé in quanto alimenta la nebulosità e l’umidità
dell’aria. Poiché il suolo, molto spesso, racchiude importanti riserve di
umidità malgrado la presenza di radici superficiali, la foresta può sopportare
due o tre mesi di stagione secca durante i quali le precipitazioni scendono al
di sotto di 100 mm.
Sempre
nelle rocce cristalline, nelle regioni a debole rilievo, la cripto-decomposizione
scende a un livello inferiore ai corsi d’acqua principali; la superficie della
roccia intatta offre un rilievo irregolare, che non è sempre conforme al
rilievo superficiale. Ma questa azione chimica è rallentata come la stessa
circolazione sotterranea.
La misura
dell’erosione chimica è data dall’analisi delle percentuali di sostanze
disciolte dalle acque di sorgenti e dai corsi d’acqua; ma offre un’enorme
variabilità. All’inizio queste acque dovrebbero essere più ricche di silice,
perché i suoli di alterazione caolinitici mostrano un processo di
desilicizzazione molto più imponente di quello della zona temperata. Tuttavia
certi corsi d’acqua, come quelli della Costa d’Avorio studiati da G. Rougerie,
non differiscono molto da quelli della zona temperata; si tratta di un altro
esempio di contraddizione apparente tra i risultati di una misura di processo
attuale e i risultati globali di questi processi. Nell’insieme sembrerebbe
sicuro che il rapporto silice/cationi basici sia più elevato nelle foreste
sempreverdi.
Con gli
stessi dati si può avere un’idea della velocità di formazione dei suoli di
alterazione: sembra che occorrano da 30 a 50.000 anni per trasformare in
caolino tutta la silice combinata da una roccia granito-gneissica.
i tipi di rilievo
irregolarità dei letti fluviali
Se si
abbandonano le valli di primo ordine che delimitano mammelloni e demi-oranges,
la cui incisione è precoce, la regolarizzazione del profilo longitudinale dei
corsi d’acqua avviene con difficoltà. Tale profilo, infatti, è interrotto da
cascate e cateratte in corrispondenza delle rocce più dure e ciò anche per
grandi complessi vicini al livello di base. Questo arresto dell’erosione
lineare è stato denunciato da molti autori come la caratteristica climatica più
originale della zona tropicale umida, ivi compresa l’area dei monsoni (J. Tricart,
J. P. Bakker, H. Bremer).
LA ZONA
CALDA A STAGIONI ALTERNATE UMIDE E SECCHE E IL MOSAICO FORESTA-SAVANA
i monsoni
In questi
climi, il più caratteristico dei quali è regolato dai monsoni, le condizioni
del deflusso dell’acqua, i ritmi biologici, i differenti aspetti dell’azione
pedogenetica ed erosiva sono sottoposti a un forte contrasto stagionale. Come
sempre, la nostra conoscenza del destino dell’acqua sopra e sotto i versanti
non è che qualitativa, salvo alcune rare eccezioni. Nelle colline del Dahomey
settentrionale, per esempio, i violenti acquazzoni della stagione piovosa
penetrano nei suoli di alterazione disseccati e bastano ad alimentare una falda
freatica che persiste nella stagione asciutta (inverno), durante la quale la
sommità della falda si abbassa di 8 m. nelle colline, principalmente per
evaporazione. Soltanto i grandi fiumi che vengono dal Sud hanno un corso regolare. Durante la stagione piovosa, la falda
emerge nelle aree basse che sono in tal modo trasformate in acquitrini in meno
di 5 settimane. Una parte piuttosto rilevante dell’acqua caduta scorre (dal 3
al 10% nella savana, dove le foglie delle erbe esercitano una ritenzione dell’acqua
più debole che nella foresta), ma le misure della capacità di trasporto in
prodotti solidi da parte di questo ruscellamento hanno dato risultati molto
differenti, che vanno da un intervallo di 2/10 di mm. a 2/1.000 di mm. (per un’esatta
valutazione, però, bisognerebbe confrontare solo appezzamenti di egual
superficie e occupanti la stessa posizione nel bacino).
L’alterazione
delle rocce avviene come sotto la foresta sempreverde (predominio delle argille
caolinitiche), ma è sospesa nella stagione secca negli strati superiori, e
rallentata entro le falde freatiche che sono immobili, quindi vicino alla
saturazione. Una caratteristica originale è la formazione di croste di accumulo
globale ferruginose sui ripiani terminanti nelle zone basse. La circolazione dei
composti del ferro nella stagione piovosa avviene sotto l’azione di complessi
organici; questi sono poi distrutti dai batteri e il ferro precipita allo stato
di idrossidi di ferro cristallizzati (goethite) o di ossidi di ferro
disidratati (ematite) sui pori aerati, perché il livello della falda si abbassa
lentamente. Per un meccanismo puramente pedologico la crosta può formarsi anche
su pendenze di 15-20°. Un po’ più a valle, negli acquitrini temporanei, si
formano montmorilloniti per sintesi della silice, del magnesio e del ferro
trasportati dal deflusso ipodermico.
il mosaico foresta-savana
Il mosaico
foresta-savana occupa la maggior parte di questo dominio climatico. Esso
compare a partire dal momento in cui la stagione secca supera i 3 mesi. Le
isole forestali sono composte, nelle regioni più piovose, da un insieme di
alberi sempreverdi e di alberi a foglie caduche, che sono in genere i più alti
e quindi i più esposti all’evaporazione. Questi ultimi hanno spesso una
crescita più rapida e un’assimilazione clorofilliana più attiva, per esempio il
teck dell’Asia monsonica. È un fatto noto che gli alberi a foglie caduche
compensano il periodo di riposo con una maggiore attività vitale. Se si allunga
il periodo secco o diminuiscono le precipitazioni totali, si giunge a una
foresta più aperta in cui aumenta la quantità delle piante erbacee nel
sottobosco.
La savana
può trovarsi in contatto con questi differenti tipi di foreste. L’assimilazione
clorofilliana delle Graminacee è intensa nella stagione piovosa, poiché gli
stomi rimangono aperti tutto il giorno fino all’essiccazione. Le proteine che
si trovano nella foglia giovane sono state già incamerate nei rizomi
sotterranei che, nella stagione secca, traspirano debolmente. L’inizio della
nuova generazione di foglie, d’altronde, non attende le prime piogge. Queste
erbe perenni sono associate in proporzioni variabili ad alberi di taglia
ridotta e di lenta crescita, a foglie sia caduche sia xero-morfe sempreverdi. Lo
sviluppo delle ipotesi che spiegano la localizzazione delle savane è un buon
esempio di progresso scientifico a spirale. 1) Poiché il centro di gravità dell’area
delle savane sì pone nel dominio caratterizzato da un’accentuata stagione secca
(da 4 a 8 mesi) la prima spiegazione proposta da Schimper riguardo all’assenza
di foresta era basata unicamente su cause climatiche. Al contrario degli alberi
che hanno importanti organi permanenti superficiali, le erbe si adattano a una
stagione piovosa breve alimentandosi da uno strato di suolo poco spesso. 2) Molto
presto si è visto che in effetti la savana non costituisce una zona, ma si
associa a mosaico con isole di foresta densa a foglie caduche e anche a foresta
mista (con elementi a foglie persistenti). D’altronde i piccoli alberi della
savana sono assuefatti ai fuochi della boscaglia con la loro riproduzione
vegetativa e la loro spessa scorza. Da ciò il concetto sostenuto, in forma
enfatica, da A. Aubreville, secondo il quale l’uomo è responsabile della
distruzione della vegetazione originale, avendo il fuoco eliminato quasi
completamente una foresta aperta a tappeto graminaceo combustibile (che
sopravvive nei boschi sacri o dietro la protezione che le rocce offrono all’avanzare
delle fiamme). Per le savane incluse nella foresta sempreverde, il dissodamento
ha dovuto precedere il fuoco. 3) Tuttavia si è costretti a constatare che la
savana esiste nelle regioni che hanno subito debolmente l’azione dell’uomo
(Australia). Gli studi locali si moltiplicano, mostrando che il mosaico
foresta-savana si sviluppa in una stessa zona climatica, poiché la vegetazione
è differenziata dallo stato dell’acqua nel suolo, esso stesso variabile in
funzione del rilievo e della litologia (sudamerica, lavori del gruppo Orstom in
Africa occidentale). Nel sudamerica, sembra che la savana sia localizzata negli
altipiani e nelle aree basse inondabili.
Dalle
osservazioni precedenti si possono trarre le seguenti conclusioni. 1) La
presenza di una crosta ferruginosa intatta è un ostacolo all’impianto degli
alberi a lunghe radici, i soli che possano sopravvivere nella stagione secca.
Inoltre l’evoluzione pedologica prolungata per decine di milioni d’anni ha
impoverito i suoli degli elementi minerali indispensabili per gli alberi a
rapida crescita. L’importanza di questi ultimi fattori è stata colta
soprattutto dalla Scuola di Sào Paulo, che ha mostrato come i piccoli alberi
rachitici di un cerrado allunghino le loro radici fino in vicinanza di una
falda freatica molto profonda e continuino a traspirare liberamente nella
stagione secca; non si può dunque attribuire la presenza della savana al regime
idrico. 2) Avvicinandosi ai bordi dell’altopiano, le croste sono spesso
intaccate da fenditure che le lunghe radici utilizzano per raggiungere la falda
freatica nella stagione secca: falda che è alimentata grazie a queste stesse
fenditure. Piccole sorgenti appaiono alla base della cornice ferruginosa;
inoltre, sul versante, i suoli sono più giovani, quindi più ricchi in minerali
potassici e calcici. La foresta può svilupparsi a condizione che le argille di
questi suoli trattengano abbastanza acqua durante la stagione secca. Nella
Costa d’Avorio centrale e occidentale, un gruppo Orstom, cercando di verificare
questo concetto, ha mostrato che la foresta densa è possibile là dove la
granulometria è sufficientemente fine, per cui il periodo durante il quale l’umidità
del suolo è inferiore al punto di inaridimento non supera 2 mesi consecutivi al
di sotto di 50 cm. di profondità. Ciò si verifica soprattutto negli scisti. Al
contrario la savana si impianta sulle sabbie granitiche, più permeabili, dove
tutto il suolo si trova al di sotto del punto di inaridimento per 5 o 6 mesi
almeno. Sfortunatamente le misure di umidità sono state fondate su profili di 2
m. di profondità, cioè al di sopra del livello in cui gli alberi a lunghe
radici possono trovare riserve nella stagione secca. 3) Nelle zone basse infine
si ritrova la savana sulle argille a montmorilloniti, trasformate in melma
nella stagione umida e in cemento screpolato nella stagione secca, ben al di
sotto del punto di inaridimento. Gli alberi possono adattarsi all’una o all’altra
di queste situazioni, ma non ad ambedue successivamente, ad eccezione di
alcune palme a pneumatofori. Il confronto tra i punti B e C indica che deve
esistere una granulometria ottimale per la crescita della foresta. Il
disaccordo riguarda l’importanza relativa delle savane originali e delle savane
secondarie. Nell’insieme gli esperti di foreste dell’Africa occidentale
continuano ad attribuire la preminenza alle seconde. Per spiegare le savane
interne, il cui sviluppo a spese della foresta sempreverde è difficile, molti
pensano a soluzioni di compromesso: verso la fine dell’ultimo periodo freddo,
foreste aperte a Graminacee si sarebbero sviluppate nel corso di una fase
climatica molto secca, in una gran parte della zona della foresta sempreverde.
Questa avrebbe successivamente ricolonizzato le regioni fisicamente più
favorevoli e quelle in cui l’azione dell’uomo era più debole. Nelle regioni
marginali dal punto di vista del bilancio idrico (esso stesso risultando dal
clima e dalla granulometria) la foresta aperta è stata sostituita dalla savana
sotto l’azione degli incendi di boscaglia.
Nell’insieme
della zona calda (foresta e savana) le forme di erosione differenziale sono
tanto più attenuate quanto più il clima è umido, conseguenza normale della
prevalenza della decomposizione chimica e del ruolo relativamente debole del
ruscellamento.
Tuttavia
uno dei più importanti tratti del rilievo è costituito da grandi scoscendimenti
di arenarie suborizzontali che hanno il ruolo di rocce dure in rapporto allo
zoccolo cristallino e, dove affiora la roccia nuda, anche nei climi umidi
(Cambogia meridionale, e simili). Bisogna attribuire la loro esistenza al fatto
che: a) l’attacco chimico agisce più lentamente nei grani di quarzo e su un
cemento composto sia di idrossidi di ferro, sia di caolinite, che nei feldspati
delle rocce granito-gneissiche; b) il materiale disgregato è totalmente
sabbioso e non può essere allontanato che tramite un ruscellamento molto
attivo. Nei rilievi molto pronunciati, le pareti sono minate alla base dalle
acque che sgorgano al contatto di banchi impermeabili o dello zoccolo che ha
subito una cripto-alterazione. La ricolonizzazione da parte della vegetazione è
più difficile che nei ‘pan di zucchero’ o inselberge, perché l’alterazione
fornisce poca argilla. Nei rilievi poco pronunciati queste cornici non
esistono, ma l’erosione differenziale chimica mette allo stesso modo in risalto
le arenarie, anche debolmente cementate.
LE REGIONI
ARIDE E SEMIARIDE
il dominio semiarido
Su un
substrato sufficientemente mobile di rocce tenere o di suoli di alterazione, la
distanza degli individui è regolata da questo principio e dalla concorrenza. Là
dove la roccia dura è nuda, le radici possono impiantarsi solo dove le diaclasi
sono distanti, perché devono ricevere l’acqua caduta su una superficie rocciosa
minima che domina il pendio.
Soprattutto
sulle pendenze deboli l’acqua utilizzabile è tanto più abbondante quanto più il
suolo è permeabile. Nelle sabbie si stima che lo strato umido espresso in
centimetri sia all’incirca uguale all’altezza delle precipitazioni espressa in mm.
Quest’acqua che penetra facilmente, risale difficilmente per ascensione capillare.
Così le dune messe in posto durante una fase erosiva più arida sono occupate da
cespugli o ciuffi d’erba, il cui sistema di radici è molto sviluppato.
Salvo nel
caso delle rocce arenacee spesse, l’infiltrazione è insufficiente a permettere
la costituzione di una falda freatica. I corsi d’acqua, che non sono mai
perenni, sono alimentati unicamente dal ruscellamento, prolungato da un
deflusso ipodermico, ma hanno una grande portata per il loro forte tenore di
fango. Al termine dello scorrimento endoreico, l’acqua non viene a mancare ma
si arricchisce in cloruri e in solfati, concentrati per evaporazione e
provenienti dall’acqua piovana e anche, eventualmente, dalle rocce salifere del
bacino. Per un certo numero di piante specializzate, dette alofite, questi ioni
non sono tossici, ma talvolta benefici.
L’aridità è
un fattore fortemente limitante per quel che riguarda la disgregazione delle
rocce compatte, specialmente nei semideserti caldi. Nei deserti a inverno
freddo, anche poveri di neve, la crioclastia esercita invece un’azione non
trascurabile su certi calcari o scisti.
Spesso il
pendio inferiore non fa che sostituirsi al pendio superiore, ma naturalmente i
pendii primitivi sono estesi solo perché la cornice delle rocce dure ha
indietreggiato. La loro frammentazione è stata il risultato sia del gelo (per
gli orizzonti semiaridi a inverno freddo) sia di un’alterazione chimica
limitata alle fessure in un clima forestale antecedente. In un caso e nell’altro
la loro messa in posto implica dei flussi molto irregolari di grande capacità.
I periodi di incisione lineare sono stati rapportati sia a queste fasi
forestali, sia, al contrario, a climi più aridi: sequenze climatiche molto
diverse possono quindi condurre a risultati convergenti.
È un uso
diffuso di riservare il nome di pediment agli spianamenti
dello stesso tipo ma su rocce dure e sane, principalmente arenarie o rocce
cristalline, che hanno la proprietà di passare direttamente dallo stadio di
blocco a quello di sabbia.
A
differenza dei pendii di rocce tenere, i pediments si sviluppano
lentamente. Nell’Ovest degli Stati
Uniti non se ne trova in genere che un piano, che ha cominciato a formarsi alla
fine del Terziario, e che resta funzionale solo nelle regioni endoreiche dove
il riempimento è continuato per la maggior parte del Quaternario; altrove
i pediments subiscono un inizio di dissezione in groppe
rotonde.
Il fattore
limitante dello sviluppo è la paralisi dell’azione chimica, poiché il periodo
di contatto tra acqua e roccia è breve, con la conseguente immunità delle
pendenze ripide e anche delle parti emergenti dal pediment (contrariamente
all’opinione di J. A. Mabbutt in “mantle
controlled formation of pediments” in “American Journal Of Science”,
1966, CCLXIV, pp. 78-91). Quanto alla crioclastia, essa è senza efficacia sui
graniti compatti. Basta una debole modificazione chimica perché le rocce
granito-gneissiche siano ridotte in sabbia sotto l’azione della montmorillonite
(frequente nella zona semiarida calda) o della vermiculite. Alla base dei
versanti ripidi l’imbibizione è più prolungata, a causa delle acque ruscellanti
provenienti dai versanti superiori; la pendenza tende dunque ad aumentare, ma
su una breve distanza verticale, forse di 1 m. Perché questa erosione acquisti
un carattere regressivo, occorre che siano presenti diaclasi di pendenza
superiore a 40°, tali da isolare frammenti suscettibili di scivolare verso
il knick umido per esservi digeriti. L’arretramento dei
versanti ripidi parallelamente a se stessi può portare l’intersezione degli
interfluvi sotto forma di inselberge di posizione. Nei climi
semiaridi, gli inselberge di durezza, refrattari alla
disgregazione granulare (porfidi, apliti, e simili), hanno una straordinaria
longevità a causa dell’immunità delle pendenze ripide. Essi sopravvivono nelle
immediate vicinanze degli alvei principali, e anche nel corso di molti cicli di
pedimentazione (J. Dresch).
Un
carattere comune alle regioni aride e semiaride (ad eccezione dei deserti
oceanici) è la perfezione e la finezza delle forme strutturali. Un banco duro o
un filone di qualche metro di spessore sono messi rigorosamente in rilievo,
quando negli altri climi i loro contatti con le rocce più tenere sono
mascherati dai terreni colluviali. Questi risultano dal fatto che il trasporto
dei detriti è opera del ruscellamento o del vento, agenti molto selettivi.
Quest’ultimo è ancora più efficace perché agisce pure sulle selle e sugli
interfluvi.
2) I caratteri specifici del rilievo.
Anche le forme dei rilievi, proprie del regime desertico, hanno in genere
dislivelli inferiori a 100 m. e dipendono principalmente dal modellamento
eolico, o idro-eolico. Tutti concordemente riconoscono che il vento è un agente
di trasporto potente, ma selettivo, poiché non può trasportare detriti più
grossi delle sabbie. Il meccanismo è stato studiato dapprima sul terreno, poi
nella galleria del vento (Bagnold). Come nei corsi d’acqua, si distingue un
sottile strato in cui lo scorrimento è laminare, al di sopra del quale diventa
turbolento; la distribuzione delle velocità del vento in altezza obbedisce a
una legge logaritmica. I refoli d’aria trasportano i granuli per rotolamento e
saltazione. La velocità negli strati vicini al suolo è inversamente
proporzionale alla rugosità, che è essa stessa proporzionale alla dimensione
dei granuli. Il trascinamento inizia solo in corrispondenza di un certo valore
critico della velocità e delle dimensioni dei granuli. Un vento debole è
incapace di spazzare la sabbia su un reg disseminato di grossi
ciottoli, a causa della sua notevole rugosità; al contrario su un cumulo di
sabbia già costituito, di mediocre rugosità, esso è sufficiente a mettere i
granuli in movimento. Il mucchio di sabbia si spande, poiché non è alimentato
dal reg vicino. Al contrario se il vento è violento, la
velocità tra i grossi ciottoli del reg è sufficiente per
prelevare granuli di sabbia che, rimbalzando, possono subire degli urti
perfettamente elastici e quindi effettuare lunghi percorsi. Ma giungendo sul
mucchio di sabbia già formato, essi incontrano un ambiente molle, dove una
parte dell’energia cinetica viene impiegata nell’infossamento del granulo
spostato. Il mucchio di sabbia riceve quindi più granuli di quanti ne perde.
le plaje
Nelle
regioni aride e semiaride, lo scorrimento endoreico è la regola; cioè a dire,
si ferma a un livello di base locale che può essere di origine tettonica, ma a
volte anche di origine puramente erosiva, come nel caso dei deserti più freddi
(per esempio per alcuni chott del Sud tunisino studiati da R. Coque). Questi scorrimenti temporanei
depositano al loro punto di arrivo gli elementi più mobili, cioè argille e limi
fini; allorché l’evaporazione concentra i prodotti in soluzione, questi
precipitano. I sali sono distribuiti in circoli concentrici nelle tre dimensioni
in funzione della loro solubilità. I carbonati di calcio si trovano nel circolo
esterno, seguiti dai gessi, quindi dai cloruri. Gli ioni di questi ultimi due
corpi chimici provengono dall’atmosfera e dagli strati saliferi dei bacini
versanti. La maggior parte delle plaje sono
ricoperte a seconda delle stagioni da una pellicola d’acqua, che corrisponde
alla risalita della falda freatica (soprattutto quando la cornice montagnosa è
lontana, come nel caso degli chott tunisini), alla quale si
aggiunge l’apporto degli uidian (per esempio nelle plaje dell’Ovest americano dove le montagne sono
vicine). In queste condizioni, la vegetazione si ferma alla periferia
delle plaje, assumendo
delle forme tipiche (cespugli di freatofite, che utilizzano l’acqua della falda
freatica dove i sali hanno ancora un tenore relativamente debole). Nella plaja propriamente detta
la concentrazione dei sali è tale da impedire qualsiasi forma di vita, anche
nei climi semiaridi.
Il micro-rilievo
delle plaje presenta
due aspetti ben distinti. Da una parte si hanno pianure perfettamente lisce con
un suolo sufficientemente compatto da prestarsi assai bene come pista d’atterraggio
(è questo il motivo di carattere militare che ha ispirato ricerche geo-morfologiche
assai precise effettuate su questo tema dagli Stati Uniti), dall’altra parte,
nel quadro della stessa plaja,
vaste superfici hanno un suolo tenero e rugoso, le rugosità essendo costituite
da efflorescenze saline che cementano le particelle argillose. Il primo tipo
corrisponde alle situazioni in cui il carbonato di calcio è il sale essenziale
e la falda freatica è relativamente profonda. Nel secondo tipo di micro-rilievo,
la falda freatica è vicina alla superficie e assai ricca di cloruri o di
solfati, trasportati in superficie dall’ascensione capillare, dove provoca dei
rigonfiamenti.
preambolo
la pedimentazione ciclica
L. King
considera come ‘pedepiani’ tutte le superfici di spianamento della zona calda
che risultano dalla coalescenza di pediments. Il processo richiede
che dapprima siano state incise delle valli giovani (ora sappiamo che nella
zona calda con o senza stagione secca, questo processo è lento); poi sarebbe
avvenuto l’arretramento dei versanti ripidi secondo piani paralleli a se stessi
lasciando posto ai pediments. La conferma è stata completa, salvo
dove rimangono degli inselberge di posizione, tagliati nelle
stesse rocce dei pediments, o degli inselberge di
durezza. Benché King non sia molto esplicito al riguardo, egli sembra porre in
relazione questa evoluzione con le condizioni climatiche. Il sistema bio-climatico
ideale deve unire un’usura rapida delle pendenze ripide e il trasporto dei
detriti su pendenze molto deboli e di larghe superfici, al di fuori dei letti
propriamente detti. Si è pensato a un mosaico dove una foresta densa occupasse
le pendenze ripide che evolvono per frana e la savana (a condizione che sia
certamente una formazione naturale) occupasse le pendenze deboli dove si avesse
il ruscellamento areolare. Ci sono tuttavia tre difficoltà: 1) l’arretramento
dei versanti ripidi è limitato dalla velocità di decomposizione chimica
(occorrono almeno 20.000 anni perché 1 m. di granito-gneiss sia semi-arenizzato,
semi-argillificato); 2) la capacità del ruscellamento in savana non bruciata è
insufficiente a trasportare sabbie non quarzose; 3) non v’è certezza se si possa
ammettere che una savana sia
giustapposta a un versante forestale e sia installata su un pediment nascente
normalmente drenato e il cui suolo non è ancora impoverito. Anche il dominio
privilegiato della pedimentazione è stato spesso cercato in un insieme più
secco, dove le pendenze ripide sono occupate da un popolamento rado di alberi e
di arbusti impiantati nelle diaclasi, con superfici rocciose estese, mentre una
savana rada occupa le pendenze deboli. È questa, sembra, la posizione scelta da
J. Büdel; mentre si approfondisce, lo spostamento attacca, per erosione chimica,
la base del versante che riceve il massimo di umidità e si consuma solo per
desquamazione. Ogni arretramento per scavo, tuttavia, è necessariamente molto
lento.
Se infine
si cerca nel dominio semiarido l’area di formazione dei pedepiani, bisogna constatare
che l’immunità dei versanti ripidi è ancora più grande. Al contrario, basta che
la roccia dura (rocce cristalline e arenarie) si decomponga in sabbie perché la
circolazione dei detriti sia possibile nei pediments, poiché questi
ultimi sono coperti da una vegetazione discontinua. In totale, salvo nei casi
in cui le rocce granito-gneissiche sono particolarmente fessurate, si può
stimare che l’elaborazione di un pedepiano di 100 km. di larghezza a partire da
una rete di valli separate di 5 km., richieda un centinaio di milioni d’anni.
Si rimane sorpresi nel constatare che J. Büdel considera come ‘attivo’ l’arretramento
dei versanti ripidi della zona semiarida e come ‘passivo’ quello degli inselberge della
zona a stagioni alternate (rifiutando completamente il nome di pediment agli
spianamenti che essi dominano). Ci sembra che la situazione sia inversa. D’altra
parte, nelle due zone climatiche considerate, la decomposizione della roccia è
massima alla base del versante, che è bagnato in maniera più durevole (O.
Jessen). Nel caso dei climi a stagioni alternate questa decomposizione è spinta
fino allo stadio della argillificazione, mentre non supera lo stadio di sabbia
in climi semiaridi; ne deriva una pendenza più debole dei pediments nel
primo caso.
Infine se
la pedeplanazione è responsabile degli spianamenti, questi hanno dovuto essere
molto ritoccati: perché infatti in una gran parte della zona intertropicale gli
aspetti di pediments sono assai strettamente localizzati in
vicinanza degli inselberge o degli scoscendimenti che separano
spianamenti disposti a gradinate. Dappertutto altrove si ha a che fare con
dolci ondulazioni convesso-concave di tipo pede-piano. Questo si vede
esaminando i profili trasversali, a condizione che l’ordine degli alvei sia
definito, per esempio il secondo o il terzo ordine. Sfortunatamente non sono
numerosi gli studi di morfometria sistematica a nostra disposizione (5°. Birot
e altri, 1974).
Un certo
numero di autori hanno adottato posizioni più o meno acicliche (H. Louis, H.
Bremer e, almeno nelle sue ultime pubblicazioni, J. Büdel), ritenendo che lo
zoccolo antico si consumi in maniera pressoché uniforme su tutta la sua
superficie. In tal modo le pendenze deboli si abbasserebbero parallelamente a
se stesse, mentre le pendenze ripide si accentuerebbero: questo in un clima a
stagioni alternate, ma la cui copertura vegetale non è specificata.
Infatti le
acque la abbandonano prima di essere saturate ed esse sono meno ricche di Co2.
Se alla base di questi rilievi l’acqua appena ruscellata si aggiunge alla
pioggia caduta, l’umidità è più durevole (differenza sensibile sotto i climi a
stagione secca) e pertanto la decomposizione chimica è più intensa. In totale
la pendenza diventa sempre più ripida. Questo principio giustifica gli
scoscendimenti che separano questi pseudo-pedepiani da elementi di superfici di
spianamento più elevate almeno quando il loro contatto è approssimativamente
rettilineo. Bremer immagina che la sezione della superficie sollevata rimasta
suborizzontale sfugga all’erosione, mentre un ringiovanimento lento intacca un
settore a valle un po’ sollevato. Nella loro forma estrema queste teorie
giungono ad affermare che gli spianamenti avvengono indipendentemente dal
livello di base e che il profilo trasversale delle valli dipende principalmente
dal clima, presentandosi largamente svasate sotto il clima a stagioni alternate
e incassate sotto climi più umidi.
Faremo
delle riserve sulle tesi che il profilo longitudinale dei corsi d’acqua sia un
profilo puro e semplice di alterazione chimica. Nei tronchi assai poco
inclinati i suoli di alterazione sono conservati su un certo spessore. La
pendenza è tale da permettere all’acqua delle piene più forti di trasportare i
ciottoli che coprono un’apprezzabile superficie. Essa non potrebbe abbassarsi
al di sotto di questo valore limite, in mancanza del quale questi ciottoli si
accumulerebbero, benché il loro apporto al fiume per unità di tempo sia
evidentemente modesto. Solo le rapide sfuggono all’autoregolazione della
pendenza da parte del carico solido. Ci sono tuttavia aspetti molto seducenti nella
tesi secondo la quale si potrebbe considerare una gran parte degli spianamenti
di vecchi zoccoli come ‘pede-piani di lento ringiovanimento’ sviluppati in
clima umido a breve stagione secca, dove i versanti restano svasati mentre i
corsi d’acqua raggiungono la roccia nelle rapide. Questo ringiovanimento
sarebbe esso stesso la conseguenza di un leggero movimento di innalzamento
interessante un pede-piano vero che offre dislivelli poco accentuati. Il volume
portato via può essere considerevole; con un drenaggio annuo di 550 mm., l’insieme
della superficie ondulata si abbassa di 1,20 m. ogni 50.000 anni, con il
ruscellamento superficiale e la caolinizzazione che interessano uno strato di 1
m., mentre l’usura chimica seguita dall’accumulo sottrae 20 cm.; ne deriva un’ablazione
di 240 m. in 10 milioni d’anni, su una superficie grande quanto si vuole. Nel
corso di un’alternanza di periodi di resistasia e di biostasia, 5 o 6 milioni d’anni
sarebbero sufficienti.
LE REGIONI
FORESTALI DELLE MEDIE E ALTE LATITUDINI
preambolo
L’attività
dei processi biologici e morfo-genetici obbedisce a un ritmo termico
stagionale. Questa tesi si applica solo in parte all’emisfero Sud dove i contrasti termici stagionali
sono molto attenuati dall’enorme superficie relativa degli oceani e dove non è
esistita la calotta glaciale (inlandsis) nelle medie latitudini (la sua
esistenza nell’altopiano patagonico è stata messa in dubbio). È nota anche una
foresta sempreverde di Nothofagus nella parte occidentale
della Cordigliera di Patagonia in una regione senza estate.
Gli agenti
di trasporto sui versanti sono diversi ma poco efficaci. La copertura erbacea e
la lettiera spessa (mancanza di calore per decomporla) riducono il
ruscellamento a un breve periodo di attività (1 o 2 settimane quando il suolo è
ancora gelato all’inizio della primavera). La frazione fine nei suoli di
alterazione è insufficiente per far sì che il soliflusso e la reptazione
abbiano un effetto sensibile. Si interpreta tuttavia la curvatura dei tronchi
come dovuta alla migrazione d’insieme delle particelle (benché il fatto sia
localizzato e le interpretazioni talvolta discusse). Quanto alla demolizione
dei filoni di quarzo, si può ritenere sia un’eredità del soliflusso
periglaciale.
L’erosione
lineare fluviale è relativamente più attiva e questo si spiega con l’abbondanza
di frammenti rocciosi che raggiungono il corso d’acqua ogni volta che non si
interpone un terrazzo dovuto alla fluttuazione climatica quaternaria. Per
questo motivo, il profilo longitudinale è poco sensibile alla differenza di
resistenza meccanica delle rocce, salvo nelle regioni di alta montagna dove il
ciclo d’erosione è in uno stadio giovanile. Certi autori come Büdel pensano che
l’incisione lineare sia un fenomeno in parte ereditato dai periodi in cui i
fiumi gelavano disgregando la roccia in posto.
La stagione
più lunga è quella calda; si devono comunque distinguere due tipi di foreste
molto diverse.
2) La foresta di tipo ‘cinese’. Nei climi di tipo ‘cinese’ si alternano una lunga
stagione calda e umida, vera trasgressione tropicale, e un inverno nel quale il
gelo è un po’ più rigido che nella foresta mediterranea e dove le temperature
sono sufficientemente basse per cui la scarsità delle precipitazioni non è in se
stessa una causa di paralisi. Nei paesaggi è la stagione calda che lascia
soprattutto la sua impronta. In primo luogo nella foresta di alberi sempreverdi
a latifoglie ai quali si mescolano alberi a foglie caduche le cui affinità
genetiche sono di tipo boreale, ma la cui crescita è molto rapida; gli alberi
sempreverdi devono naturalmente sopravvivere nell’inverno a prezzo del
rallentamento dell’assimilazione clorofilliana. Queste foreste rassomigliano a
quelle della zona tropicale umida anche nelle modalità di alterazione delle
rocce, che portano alla formazione di suoli di alterazione di granulometria
fine, dove domina il caolino. Tuttavia il fronte di alterazione si propaga meno
velocemente che nella zona intertropicale, perché la temperatura media, annua è
più bassa. D’altra parte le temperature estive elevate spiegano come il massimo
di argillificazione si ponga in un orizzonte relativamente superficiale. I
corsi d’acqua sono però più provvisti di ciottoli a causa del gelo invernale e
la loro capacità erosiva è considerevole all’epoca delle grandi piene autunnali
causate dai tifoni. Le forme più evidenti risultano ovviamente come sempre da
una successione di climi nei quali, nel corso del Quaternario, sono intervenute
fasi più fredde. Questo però non ha modificato il senso generale dell’evoluzione,
come testimoniano gli spianamenti a inselberge della zona
pedemontana a mezzogiorno degli Appalachi e il carso a torrette nella
Cina meridionale fino allo Yangtze-Kiang.
Il contatto
tra la foresta e la tundra avviene lungo una fascia di transizione più o meno
larga, perché la taiga penetra nelle valli mentre gli interfluvi sono occupati
dalla tundra. La correlazione con le carte climatiche mostra una coincidenza
approssimativa con l’isoterma di 10 °C per il mese di luglio, qualunque sia l’albero
dominante ai margini. La radiazione deve raggiungere un certo valore durante un
lasso di tempo tale da assicurare il disgelo di uno strato di suolo
sufficientemente spesso così da poter essere occupato dalle radici di un
albero. La temperatura di questo strato deve superare sensibilmente 0 °C perché
le radici assorbano l’acqua sintetizzando gli amminoacidi. La vicinanza di
corsi d’acqua che vengono da Sud
costituisce un vantaggio poiché il suolo si disgela più presto. Più a Nord il periodo vegetativo è troppo
breve e può svilupparsi solo una vegetazione nana, come la tundra. Sul fianco
delle montagne della zona temperata si ritrova un piano forestale di Conifere
analogo a quello della taiga. Il suo limite superiore corrisponde anche qui all’insufficiente
calore dell’estate. Il clima del suolo però è in alta montagna più favorevole
di quello dell’aria. Infatti il permafrost è raro sia per il
notevole spessore della copertura nevosa, sia perché i raggi solari sono vicini
alla verticale e perché la densità dell’aria è minore. Questo vantaggio spiega
anche come la foresta ceda il posto a una vegetazione erbacea molto più densa
di quella della tundra: gli alti pascoli montani.
IL DOMINIO
FREDDO EXTRA-FORESTALE
È un
dominio nel quale la neve non giunge ad accumularsi, poiché le precipitazioni
sono insufficienti a superare la fusione. Il ghiaccio penetra nella roccia o
nei relativi suoli di alterazione, sempre gelati a partire da una profondità
variante tra i 10 cm. e i 2-3 m. Lo spessore e la durata del mantello nevoso,
in funzione dell’esposizione al vento, sono i fattori essenziali della
diversità del mosaico dei vegetali. L’associazione più densa è costituita da
salici nani che senza danno possono essere ricoperti per lungo tempo dalla neve
che li protegge contro i freddi dell’inverno e al tempo stesso costituisce
fonte di umidità durante l’estate. L’assimilazione clorofilliana tuttavia non
dura che per 2 mesi e se la durata dell’innevamento è troppo grande i licheni
stessi non possono assimilare a sufficienza. Gli organi fogliari dei cespugli
legnosi, come Loiseleuria, sopportano invece -30 °C. L’altro motivo
della discontinuità della copertura vegetale è il carattere scheletrico del
suolo abbandonato dai ghiacciai. Su vaste superfici rocciose le piante
vascolari non possono attecchire. Ai licheni, che rappresentano la prima forma
di vegetazione, succedono i muschi capaci di generare un embrione di suolo.
2) Le pianure di accumulo. Le
pianure di accumulo (attivo o morto) sono crivellate di laghi e suddivise in
poligoni da fessure e da cuscinetti marginali. Le alluvioni sono imbevute di
acqua gelata, che non fonde più stagionalmente dal momento che è protetta da un
nuovo strato di alluvioni più recenti, soprattutto quando queste sono poi
ricoperte dalla torba. Piccole lenti orizzontali derivano da una segregazione
(la migrazione dell’acqua verso un fronte freddo stabilizzato a una certa
profondità arricchisce i cristalli) oppure dalla fossilizzazione di antichi
laghi gelati. Frammenti verticali di ghiaccio si formano nelle fessure dei
suoli poligonali. Durante l’inverno l’insieme di ghiaccio e di alluvioni si
contrae a causa della diminuzione della temperatura. L’acqua che si accumula
durante l’estate gela in autunno ingrandendo le fessure e così di seguito. La
datazione col 14C ha mostrato che certi lembi di ghiaccio erano
vecchi di 8.000 anni. Infine il ghiaccio di iniezione consiste in veri ascessi
che provengono dall’acqua sotterranea profonda, non gelata, a causa del suo
alto tenore in sali disciolti. L’afflusso di ghiaccio solleva le alluvioni in
collinette che raggiungono i 100 m. di altezza (pingo). La fusione di
questo ghiaccio del suolo forma depressioni chiuse analoghe a quelle del carso
(termocarso). Gli autori (principalmente sovietici e americani) prospettano qui
due tipi di meccanismi. L’uno segue un andamento ciclico nel quadro del clima
attuale. Nelle depressioni nelle quali l’acqua tende ad accumularsi durante l’estate,
il ghiaccio intergranulare fonde fino a una maggiore profondità, poiché l’acqua
fa da serbatoio di calore. Per autocatalisi appare un vero lago, assai profondo
purché i terreni sottostanti non siano più gelati. Inoltre il vento lo
ingrandisce seguendo particolari direzioni. Tuttavia, tende a operarsi una
certa gerarchizzazione del drenaggio, nel senso che i laghi più elevati si
vuotano nei laghi inferiori oppure le loro acque si infiltrano nelle alluvioni
sabbiose disgelate. Il fondo prosciugato è allora esposto al gelo che vi crea
suoli poligonali con i loro dislivelli e i loro lembi di ghiaccio, e così di
seguito. L’altro meccanismo considerato fa intervenire una perturbazione
bioclimatica e considera i laghi come forme di squilibrio. Questa perturbazione
può essere sia il riscaldamento dell’Artico, sia, al contrario, una distruzione
della foresta situata sulle alluvioni cementate di ghiaccio, che, di conseguenza,
vengono direttamente esposte all’insolazione.
1) Dalla
neve al ghiaccio. Nelle regioni polari, dove le precipitazioni sono sufficientemente
abbondanti, l’accumulo di neve trasformata in ghiaccio sotto l’effetto del
proprio peso forma delle calotte autonome che, nel caso della Groenlandia,
raggiungono i 3.200 m., e nel caso dell’Antartide i 4.000 m. stendendosi su 13
milioni di km2. Soltanto a partire dagli anni cinquanta si è
cominciato a studiarli in profondità. La prospezione geofisica mostra un
substrato roccioso molto ineguale piegato secondo una curvatura concava verso l’alto
per effetto del peso del ghiaccio. La superficie dell’inlandsis, il cui
profilo è parabolico, è influenzata in misura assai esigua dai rilievi
sottostanti. La sua pendenza risulta da un equilibrio tra il deflusso
centrifugo (secondo leggi che si cerca di formulare), e l’apporto di neve.
Verso la periferia la velocità si accresce, soprattutto là dove si forma una
concentrazione in fiumi di ghiaccio; la durata del percorso dal centro della
Groenlandia fino all’Oceano, dove si staccano gli icebergs, viene
valutata a oltre un migliaio d’anni. Le datazioni col 14C,
realizzate nelle perforazioni della calotta fredda di Thule, hanno
mostrato che il ghiaccio basale ha dovuto mettersi in posto circa 100.000 anni
fa. L’inlandsis dell’Antartide risale a circa 5 milioni di anni
almeno. Al di fuori delle zone polari la neve si trasforma più rapidamente in
ghiaccio (un anno nelle Alpi) principalmente per fusione estiva e conseguente
gelo dell’acqua infiltrata. L’accumulo prevale sulla fusione solo nelle regioni
montuose (dall’Alaska all’Himālaya). Ad eccezione di alcune piccole calotte
sommitali, il ghiaccio si accumula nelle valli adattando il suo spessore alle
irregolarità del rilievo preglaciale. La sezione del letto è circa 100.000
volte più grande di quella del letto fluviale, poiché la velocità è dell’ordine
di grandezza di 100 m. all’anno contro i 50 cm. al secondo. Da ciò la
formazione di diffluenze. Soltanto nel corso degli ultimi venti anni le
perforazioni hanno permesso di raccogliere alcuni dati sulla velocità dello
scorrimento di alcuni ghiacciai per tutto lo spessore, sullo stato del ghiaccio
e sul trasporto solido di fondo (per esempio osservazione diretta della parte
inferiore del Blue Glacier nello stato di Washington). Sfortunatamente ci
troviamo attualmente in un periodo di ritiro; sarebbe pertanto imprudente
trarre conclusioni sulla scarsa efficacia dell’erosione glaciale, che ha dovuto
essere molto più attiva durante i periodi di avanzata. D’altra parte si sono
applicati i progressi della reologia, acquisiti soprattutto nello studio dei
metalli, alla formulazione di una fisica dello scorrimento glaciale, sia a
partire dall’esame del profilo verticale delle velocità sia da esperienze di
laboratorio. Queste ultime hanno fornito la legge di velocità di deformazione
del ghiaccio γ, in funzione della forza di cesellamento T : γ = B
• T3,17 (dove B è una costante dipendente dalla
viscosità). Si è così messo in evidenza che il movimento di quasi tutti i
ghiacciai comporta da una parte una deformazione assai simile a quella di un
corpo viscoso-plastico, e dall’altra uno scivolamento in massa (da 40 m. a
1.000 m. l’anno) molto più rapido. Lo scivolamento è relativamente facile
quando la base del ghiacciaio si trova a una temperatura vicina a quella del
punto di fusione, come si verifica in un gran numero di ghiacciai, non solo
nella zona temperata, ma anche nella zona artica: infatti, se lo strato
isolante è sufficientemente spesso, esso impedisce alle frigorie superficiali
di penetrare, mentre la base riceve il flusso di calore terrestre e il calore
prodotto dall’attrito sul fondo del letto. Le variazioni di pressione a monte e
a valle delle protuberanze abbassano o elevano il punto di fusione, e ciò è
servito di base per una teoria dello scivolamento, prospettata fin dal 1850 e
precisata un secolo più tardi da Weertman. A monte la pressione è più forte e
pertanto provoca la fusione del ghiaccio. Il peso spinge l’acqua a valle della
protuberanza dove la pressione è più debole, e ne deriva un abbassamento della
temperatura di fusione che congela la sacca d’acqua; questa è saldata al
ghiacciaio in movimento. Se l’acqua è più abbondante, forma un cuscino sotto il
ghiacciaio che scivola in blocco (L. Lliboutry).
2) I rilievi subglaciali di erosione. Su vaste superfici il rilievo
delle montagne della zona temperata e della zona fredda, a ogni altitudine, è
direttamente ereditato da un mantello glaciale che raggiungeva la dimensione
delle inlandsis nell’America settentrionale e in Europa, e di
tipo alaskano nelle montagne più meridionali come le Alpi. Questi rilievi sono
caratterizzati dall’esistenza di potenti contropendenze, principalmente nelle
valli a doccia glaciale e nei fiordi (soglie e ombelichi), e dalla disordinata
gerarchizzazione delle groppe negli altipiani e nelle medie montagne. Nella
spiegazione di queste forme si incontrano difficoltà particolarmente grandi,
perché i processi sfuggono all’osservazione diretta ancor più dell’erosione
fluviale. Le teorie dell’erosione glaciale sono state principalmente dedotte
dall’esame delle forme stesse, utilizzando leggi molto semplicistiche,
acquisite in laboratorio, sulla fisica del ghiaccio, e dati molto scarsi sullo
scorrimento glaciale superficiale. Tuttavia le soluzioni possibili si sono
delineate dall’inizio del secolo a partire dall’idea che ‘il ghiaccio conserva
i rilievi’, fino alla posizione della Scuola di Grenoble, secondo la quale
esso costituisce uno strumento talmente potente da modificare interamente i
rilievi precedenti con un’intensità il cui solo fattore è la portata. In una
posizione intermedia si pone il principio enunciato da E. de Martonne: il
ghiaccio esalta i contrasti del rilievo preglaciale, perché l’erosione dipende
dallo spessore più che dalla velocità. Si distingue comunemente tra l’erosione
meccanica operata dai frammenti rocciosi trasportati alla base del ghiaccio e
che scalfiscono e levigano il substrato, e lo sradicamento di blocchi (quarrying).
Quest’ultimo fenomeno, nel caso di un frammento di roccia sana e non fessurata,
pone un problema delicato. Infatti è impossibile attribuirlo al semplice
trasporto da parte del ghiaccio che non può trasmettere nessuna pressione che superi
i 2 kg/cm2. D’altronde è ragionevole pensare a una crioclastia
subglaciale in tutti i casi in cui la temperatura è vicina a 0 °C e dove il
ghiaccio scivola secondo il processo studiato da Weertman, effettivamente
osservato all’estremità di una galleria. In queste condizioni di temperatura
però le pressioni sviluppate dal gelo sono insufficienti a rompere le rocce,
dure come il granito. È dunque probabile che l’essenza del quarrying risulti
dalla incorporazione in seno al ghiacciaio di elementi rocciosi già
individualizzati da fessure generatesi secondo tre meccanismi principali; 1)
Per crioclastia proglaciale a bassissime temperature: se il ghiacciaio in
seguito avanza, esso incorpora il materiale, già disgregato, compresi enormi
blocchi che è capace di trasportare; poiché le fluttuazioni dei ghiacciai sono
molteplici, anche nel quadro dell’esperienza storica, si può ritenere che esse
siano assai numerose così da permettere lo scavo progressivo delle docce
glaciali per tagli successivi; 2) la maggior parte delle grandi docce sono
localizzate in fasce anastomizzate di forte fessurazione, come suggerisce il
loro disegno, per esempio nei fiordi della Scandinavia e della Columbia
Britannica: esse hanno già guidato le valli preglaciali, ma il ghiacciaio può sgombrarle
in maniera molto più completa, a causa della sua forte portata e della
larghezza del suo letto; 3) alle diaclasi strutturali si aggiungono diaclasi di
decompressione, che risultano dai progressi dell’erosione stessa (J. Lewis) e
che sono più profonde di quelle delle valli fluviali, perché il ghiaccio ha
scavato più velocemente. Esse saranno sfruttate al momento della prossima
avanzata glaciale. Il ghiaccio è capace di risalire le contropendenze: a)
perché al verificarsi dei movimenti di massa è capace di trasmettere delle
spinte provenienti da monte; la spinta idrostatica dell’acqua subglaciale verso
l’alto, che facilita questo movimento in blocco, è massima negli ombelichi più
scavati, in particolare per quelli dei fiordi; e b) perché, in regime di
scorrimento plastico comprimente, delle linee di flusso si sollevano verso
valle. Infine i torrenti subglaciali circolando sotto pressione sono anch’essi
capaci di scorrere in contropendenza. Inoltre a causa della viscosità dovuta
alle basse temperature, essi trasportano a valle molte sabbie abrasive e la
loro portata molto irregolare può raggiungere valori considerevoli. In
definitiva lo spessore del ghiacciaio sembra il parametro più importante che
favorisce l’escavazione nelle valli profonde, conformemente all’intuizione
fondamentale di de Martonne nel 1910 (che veramente pensava soprattutto all’abrasione).
Per quel che riguarda l’importanza relativa di quest’ultimo processo e della
sua subordinazione all’influenza della velocità e della pendenza non si ha
ancora un’identità di vedute tra gli studiosi.
3) Pianure e colline di accumulo di origine
fluvio-glaciale. La fusione del margine delle inlandsis e
dei ghiacciai di montagna provoca l’accumulo dei detriti trasportati, perché le
acque di fusione hanno una portata e una capacità di trasporti inferiore a
quella del ghiaccio; infatti, benché le acque diano luogo spesso a una rete di
canali anastomizzati (sandr), che copre una superficie assai estesa,
quest’ultima è inferiore a quella del letto subglaciale. Il totale scioglimento
del ghiacciaio lascia sul posto una gran parte dei detriti e pertanto la valle
glaciale presenta numerose contropendenze. All’estremità dei ghiacciai di
montagna la costruzione più caratteristica è un anfiteatro, le cui pareti possono
raggiungere parecchie centinaia di metri di altezza. Il fianco interno è
ripido, perché corrisponde alla pendenza di equilibrio del materiale dopo la
fusione del ghiaccio, mentre il versante esterno si raccorda con un profilo
concavo a una pianura di pedemonte dove le alluvioni si sedimentano nel fondo
del letto fluviale. L’imponenza di questo rilievo si spiega col fatto che il
carico dei ghiacciai di montagna è abbondante, sia a causa dell’erosione
subglaciale sia del materiale fornito dai versanti che emergono dai ghiacciai.
Questa abbondanza è dovuta anche al fatto che il ghiaccio circola rapidamente
in funzione della pendenza e dell’attività dell’ablazione che avviene al di
sotto del limite delle nevi permanenti. Durante le fasi di ritiro la situazione
è diversa; i ghiacciai stagnanti del pedemonte si nascondono a poco a poco
sotto il materiale detritico in modo tale che la loro successiva fusione lascia
una topografia caotica, dove le cavità corrispondono a resti di ghiaccio
sfuggiti più a lungo all’ablazione. Le più vaste pianure dell’emisfero Nord sono dovute a un accumulo
persistente. Su di esse si sovrappongono dal basso verso l’alto morene di inlandsis e
depositi proglaciali fluviali o eolici (löss), talvolta depositi
glaciali marini (Siberia occidentale). Le morene frontali non superano qualche
decina di metri d’altezza a causa della scarsità del trasporto solido e della
lentezza con la quale il ghiaccio defluisce. Esse volgono i loro fianchi ripidi
verso valle quando ghiacci in trasgressione spingono davanti a loro scaglie di
suolo gelato. Si è posta molta attenzione, specialmente in Polonia e in
Germania, alla superficie interna crivellata di laghi dove si intersecano
collinette e cordoni prodotti al momento della fusione rapida della calotta stagnante.
Le alluvioni accumulate negli eskers, cordoni paralleli allo
scorrimento glaciale, sono state deposte da torrenti fortemente carichi di
detriti che circolano nelle fessure superficiali del ghiaccio o invece da
torrenti subglaciali che scorrono sotto pressione?
PROSPETTIVE
DI SVILUPPO DELLA GEOGRAFIA FISICA
Sarebbe dar
prova di eccessivo pessimismo insistere sui modesti progressi compiuti dalla geografia
fisica dagli inizi del nostro secolo ad oggi. Senza dubbio, in senso estensivo,
la nostra conoscenza dell’orbe si è arricchita rapidamente, ma, come scriveva
Goethe, sono i problemi importanti che restano non risolti (per esempio l’origine
delle superfici di spianamento, la reazione dei vegetali di fronte al freddo, e
simili).
In questo
stadio la determinazione dei coefficienti di correlazione semplice o multipla è
un tentativo indispensabile, benché essa non riveli necessariamente la
struttura e la gerarchia dei legami di causalità. È più logico dal punto di
vista economico applicare questi metodi a un gran numero di dati naturali
scelti preliminarmente.
Soltanto
quando questa fase sarà superata si potrà pensare a un’analisi spaziale
integrale del paesaggio che comporti il confronto di carte a grande scala che
rappresentano particolari superfici (cfr., per esempio, F. Verger e altri: “modèle dynamique de la Pointe d’Aråay”, in “mémoires et documents du centre de recherches
et documentation cartographiques et géographiques”, 1972, 12°, pp.
223-263).
FARE COSE CON LA NATURA, NATURA CON
LE COSE
la geografia
del territorio
DAL DETERMINISMO ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE
Nell’affrontare
lo studio dell’evoluzione dei rapporti tra l’uomo e la natura, le scienze in
genere e la geografia in particolare hanno adottato oppure originato movimenti
di pensiero che sono passati da una concezione di dipendenza assoluta dell’uomo
dall’ambiente a una di costume autonomo e addirittura prevaricatorio e
dominatorio sulle forze fisiche e biologiche e poi a una idea di sviluppo compatibile
con la natura. Noi ci troviamo ora nella fase di un ripensamento dei rapporti
con la natura, per rispondere meglio alle esigenze della conservazione della
qualità della vita umana ovunque il suo livello abbia raggiunto uno stadio
evoluto e del suo miglioramento dove è ancora carente.
Lo scopo di
questo capitolo è quello di seguire le successive fasi dell’evoluzione del
pensiero geografico negli ultimi due secoli circa il rapporto tra uomini e
ambiente in cui essi vivono e operano quotidiani interventi, da quella
deterministica che ha improntato la cultura del secolo scorso e dei primi
decenni del nostro, a quella possibilistica che ha preso l’avvio alla fine dell’Ottocento
e si è protratta fino alla seconda guerra mondiale, a quella volontaristica che
si è manifestata con grandi realizzazioni negli anni ‘30 e ha assunto forme
esasperate negli anni ‘60 e ‘70. Siamo quindi arrivati alla rivalutazione dell’ambiente
naturale come reazione alle violenze provocate dal non corretto uso della
tecnologia e financo agli elementi vitali della Terra e sentiamo ora l’esigenza
di rivedere il concetto di sviluppo, di valutare il grado dell’intervento umano
nell’ambiente e di allargare questo alla presenza attiva, materiale e
spirituale, dell’uomo. Il traguardo di uno sviluppo sostenibile, enunciato
nella grande conferenza di Rio de Janeiro con molta enfasi appare lontano da
raggiungere per difficoltà di ordine diverso e sarà la nuova frontiera dei
rapporti tra l’uomo e la natura del prossimo secolo.
La cultura,
nel secolo scorso, fu dominata dal determinismo, frutto dello sviluppo delle
scienze naturali e biologiche, che sottometteva a leggi rigide anche l’uomo e
le sue azioni e applicava con il Ratzel anche alla vita politica e
amministrativa degli stati le teorie della distribuzione geografica di Darwin,
almeno per quanto riguarda le barriere, la politica espansionistica, e la
posizione dei singoli stati all’interno del sistema mondiale. Il territorio con
le sue forme diventava l’elemento fondamentale dello stato, mentre la
popolazione assumeva una importanza secondaria: le guerre franco-tedesche per
il possesso del medio bacino del Reno rispondevano a due logiche diverse che
attribuivano un valore differente all’unità della valle e al solco fluviale per
segnare la linea di confine; le guerre per gli sbocchi al mare della Russia si
ricollegavano alla necessità di assicurarsi una posizione favorevole rispetto
ai traffici internazionali; la prima guerra mondiale e l’assetto politico
conseguente furono regolati dalla tesi che le barriere montuose e altri
elementi naturali fossero alla base della difesa e dello sviluppo degli stati.
La pessimistica conclusione di Giustino Fortunato e di altri studiosi e uomini
politici sulle prospettive di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia agli inizi del ‘900
traeva materia dalla <<triste geografia fisica di cui la malaria era l’esponente
più vero e maggiore al quale sono legati in maniera indissolubile>> (come
diceva uno di questi autori) l’ordinamento politico e la struttura economica, cioè
dalle pessime condizioni naturali e sanitarie delle terre pianeggianti e dal
disordine idrogeologico di quelle collinari e montuose. L’uomo poco o nulla
poteva fare per riscattarle, perchè la natura sfavorevole le condannava al
sotto-sviluppo e all’abbandono. La desolazione e la malaria imperavano nelle
pianure e altre tremende malattie apparivano ribelli a ogni rimedio e falcidiavano
la popolazione.
Verso la
fine del secolo scorso, esattamente nel 1890, in Francia cominciava a farsi
strada una nuova concezione ad opera di Vidal de la Blache, che sarà indicata
come possibilismo dal Fabvre. Alla luce di tale nuova concezione (in base alla
quale gli uomini non obbediscono passivamente alle rigide leggi della natura e
le attività umane hanno più o meno ampie possibilità di autonomia a seconda del
proprio grado di cultura, del proprio sviluppo tecnologico, e della propria
storia) si svilupperanno studi regionali sulle condizioni geografiche, sulla
popolazione e sui suoi interventi territoriali. Si affermava l’idea che le
condizioni naturali, lungi dal determinare l’azione umana, fossero suscettibili
di essere in qualche modo modificate a vantaggio degli uomini, con interventi
coordinati e razionali. Compie i primi passi anche il volontarismo, un
movimento di pensiero che si affermerà con prepotenza nel secondo dopo-guerra
con il rapido sviluppo tecnologico e troverà sensibile anche la geografia nello
studio dei rapporti tra la natura e l’uomo. La concezione volontaristica,
secondo la quale la volontà umana è un fattore prepotente di trasformazione
della superficie terrestre e dell’ambiente naturale, assume una crescente
rilevanza a mano a mano che la scienza e le sue applicazioni tecnologiche hanno
messo a disposizione dell’uomo strumenti sempre più efficienti d’intervento sul
territorio. La volontà a cui faccio riferimento è soprattutto quella dei gruppi
umani organizzati in società e ne è espressione politica: si rapporta al loro
sviluppo culturale, al loro progresso civile e alla loro esperienza storica. La
natura offre all’uomo particolari condizioni ambientali, ma egli non opera allo
stesso modo né in ambienti naturali uguali né in momenti diversi nello stesso
ambiente, perchè la sua azione è legata, oltre che ai fatti naturali, alle doti
intellettive e psichiche dei singoli gruppi, alla loro organizzazione politica
economica sociale religiosa e giuridica e a una presa di coscienza da parte
loro del valore dei propri interventi, alla volontà politica di attuare
determinati programmi di sviluppo e alla suggestione stessa delle scelte da
operare, cioè alla combinazione di molteplici fattori storici e culturali. L’uomo
di cui parliamo non è solo un organismo animale con determinate funzioni
fisiologiche e psichiche legate a fatti naturali da rapporti di azione e
reazione, ma un essere vivente attivo, che pensa, sente e opera, che organizza
le proprie attività e vive in gruppi socialmente differenziati e variamente
legati tra loro, che ha iniziativa e forza di volontà e persevera con tenacia
nelle proprie azioni, ligio sì alle tradizioni, ma anche sensibile alle
innovazioni.
La volontà
politica di intervenire estesamente sul territorio e nell’organizzazione
razionale della produzione degli spazi terrestri registra i primi successi
nella seconda metà degli anni ‘20 e in tutti gli anni ‘30, sotto regimi
politici diversi e con enormi conseguenze geografiche. Il nostro riferimento si
limita qui a tre grandiosi progetti: la bonifica integrale, idraulica e
sanitaria, operata dal fascismo in Italia con una legge della fine del 1928, la
collettivizzazione agraria e il primo piano quinquennale in Unione Sovietica
dello stesso anno, e la valorizzazione della valle del Tennessee negli USA con
l’istituzione nel 1933 di una autorità sovrastatale, la “Tennessee Valley
Authority”. La legge sulla bonifica integrale del 24 Dicembre 1928 coronò vari
provvedimenti legislativi parziali degli ultimi anni esprimendo e sancendo l’impegno
del Governo d’intervenire massicciamente con opere di bonifica idraulica e
sanitaria nel piano di sistemazione montana per ridurre gli effetti disastrosi
del disordine idro-geologico. Fu un atto di volontà politica che maturò da una
lunga esperienza e portò al risanamento, alla valorizzazione agraria, e al
popolamento delle terre più produttive della nostra penisola: testimonia una
presa di coscienza, da parte di uomini culturalmente evoluti, delle enormi
possibilità d’intervento sulla superficie terrestre grazie al contributo che la
scienza dava alla soluzione dei problemi dell’umanità e agli strumenti che la
tecnica metteva a disposizione. I consorzi di bonifica svolsero una funzione di
primo piano nella sistemazione dei singoli bacini, ma le resistenze furono
notevoli, specialmente nel campo della trasformazione fondiaria, per l’opposizione
degli agrari e per le implicazioni politiche che essi riuscivano a porre in
essere nella difesa dei propri interessi. Tra le terre bonificate e popolate si
distinguono per estensione e importanza la Maremma, il Tavoliere delle Puglie,
l’Agro Pontino, le pianure dei fiumi campani, e il comprensorio di Metaponto e
Sibari. In tali aree sorsero in breve tempo città, centro di servizio, e
insediamenti sparsi, e contemporaneamente fu tracciata la rete stradale. In un
ambiente politico diverso, in cui lo stato, per far fronte alle enormi
difficoltà d’incrementare i prodotti agricoli per soddisfare il fabbisogno
alimentare della popolazione e alla necessità di dotarsi di un apparato
industriale efficiente, si appropriava della terra e di tutti i mezzi di
produzione, l’Unione Sovietica ricorreva a leggi drastiche per attuare la
collettivizzazione agraria e lo sviluppo industriale col primo “Piano
Quinquennale 1928-1933”, a mezzo del quale si operò la trasformazione dell’agricoltura
con la creazione di cooperative collettive e statali, con i relativi centri di
servizio e villaggi rurali, e si potenziò la grande industria metallurgica,
meccanica e chimica. L’azione di governo, espressione della volontà politica
del Partito e dell’ideologia marxista, si inquadrava nella consapevolezza che
si potessero invertire i rapporti di dipendenza dell’ambiente naturale e
sociale.
Gli esempi
ricordati riguardano due paesi a regime centralizzato in cui la volontà degli
uomini che impersonavano il partito dominante trovava più agevole e rapida attuazione,
ma anche in quelli a regime democratico vi furono interventi significativi sul
territorio decisi d’apposite autorità. Traiamo qui l’esempio dagli Stati Uniti,
dove all’indomani della grave crisi finanziaria mondiale si varò, ad opera di
Roosevelt, un vasto programma di politica economica a lungo termine (il famoso New Deal) con interventi pubblici in
vari settori produttivi, tra cui in campo agricolo l’istituzione della TVA nel
1933, un ente federale che curò la realizzazione di un grandioso programma di
opere pubbliche lungo tutto il Tennessee. Questo è un fiume di notevoli
dimensioni (ben 1450 km.), affluente dell’Ohio, dal bacino pari a oltre un
terzo dell’Italia, che attraversa vari stati e vari altri ne benefica con le
sue acque, caratterizzato da notevole varietà di suoli, da un clima caldo in
Estate e da una diffusa vegetazione forestale. La sua valorizzazione, affidata
a un’autorità federale sovrastatale avvenne con la costruzione di oltre 30
sbarramenti e bacini lacustri per l’utilizzazione delle sue acque per scopi
irrigui, urbani, idro-elettrici, industriali, per la navigazione e il turismo.
Lo straordinario progresso scientifico realizzato nel periodo successivo alla
guerra in tutti i campi e le sue ricadute tecnologiche dovevano portare a un
radicale cambiamento nella concezione dei rapporti tra l’uomo e la natura,
sicchè si creò l’illusione che qualsiasi danno prodotto nell’ambiente potesse
essere riparato grazie alla tecnologia. Lo stesso Mezzogiorno d’Italia non fu
più visto come il regno dell’abbandono, ma suscettibile di essere trasformato
con un atto di volontà politica e con l’uso dei moderni mezzi tecnici. In
questo cambiamento di prospettiva s’inserisce la legge del 10 Agosto 1950,
legge istitutiva della “Cassa per il Mezzogiorno”, un ente pubblico destinato a
realizzare interventi straordinari per il progresso economico e sociale di
quella parte arretrata del Paese. La Cassa avrebbe dovuto operare per un
decennio ma fu poi prorogata per un trentennio e ha riguardato l’irrigazione e
la trasformazione agraria delle pianure bonificate, la sistemazione dei bacini
montani, la creazione di impianti industriali, strutture turistiche, opere stradali
e ferroviarie, marittime e aeroportuali, acquedotti e fognature. Nonostante gli
enormi sprechi e gli abusi, questo vasto complesso di opere, che ha cambiato il
volto di larga parte del Mezzogiorno e avviato lo sviluppo diverse sue aree,
testimonia l’importanza della volontà politica e della legge nel mutare la
fisionomia del nostro Paese.
Il
volontarismo è frutto del progresso scientifico e tecnologico, specialmente
delle applicazioni nel campo delle costruzioni e in quello sanitario. Grazie
alle realizzazioni della tecnologia e ai trionfi della medicina l’uomo si è
sentito dominatore della natura tanto da ritenere di poterla signoreggiare. In
nome di tale principio sono stati compiuti enormi sconci ambientali, aberranti
progetti urbanistici, irrazionali opere marittime, e assurde localizzazioni
industriali. Si diffondeva sempre più la convinzione che gli strumenti tecnici
disponibili consentissero di far fronte a tutte le evenienze, ai turbamenti
provocati nell’ambiente dall’azione umana, ai limiti imposti dalla natura dei
suoli e dalle condizioni climatiche, e perfino ai fenomeni naturali alquanto
eccezionali. Le nuove pratiche agricole, le colture protette, e le
manipolazioni genetiche incidevano sulla crescita della produzione agraria e
allontanavano lo spettro delle carestie. Il miracolo economico e le ardite
soluzioni tecniche inducevano nell’errore che si potessero trascurare i normali
rapporti tra spazi e volumi nei progetti urbanistici e addirittura le leggi
della fisica e della chimica nello sviluppo industriale.
Le
conseguenze geografiche dell’azione umana sono state sempre più notevoli per
cui si è affermata di pari passo l’esigenza scientifica di fare ricerche sulle
imponenti trasformazioni della superficie terrestre, esigenza che cominciò a
manifestarsi sin dalla fine degli anni ‘60 con l’enunciazione del principio di
conseguenzialità, il quale doveva assumere una importanza pari a quello di
causalità che aveva dominato a lungo la gloriosa fase deterministica e
possibilistica. C’è ampia materia di studio a disposizione delle scienze
applicate per la conoscenza e la soluzione dei numerosi problemi pratici. Si
tratta di trasformazione dei numerosi problemi pratici. Si tratta di
trasformazioni conseguenti nelle stesse aree in cui si è verificato l’intervento
oppure in altre aree anche molto lontane. La concezione volontaristica assunse
forme esasperate nella seconda metà degli anni ‘60 e nella prima metà del
decennio successivo, per cui pareva che bastasse volerlo per realizzare ogni
intervento, anche in dispregio dell’ambiente e di ogni norma di corretta
gestione del territorio. Nessun limite era più tollerato e rispettato, né all’uso
di strumenti tecnici poco ossequiosi delle peculiarità ambientali né al
possesso esclusivo di tratti caratteristici del paesaggio. Una tale
acquisizione era motivo di soddisfazione personale e di prestigio per quanti
avevano raggiunto un’alta base economica da nobilitare sul piano sociale e
culturale. Molti ripensamenti si verificarono poi nel corso della seconda metà
degli anni ‘70 e nel corso di tutti gli ‘80 nei vari campi del sapere sulla
efficacia delle attività produttive ai fini della salute umana e s’uno sviluppo
senza regole precise e basato solo sulla tecnologia e sulla forza del denaro
del potere pubblico. Il volontarismo sfrenato subì una notevole riduzione e un
drastico ridimensionamento in seguito ai fallimenti che si registrarono in
tutti i campi. Alle minacce di distruzioni facevano contrasto per fortuna le
enormi applicazioni della tecnica e più fondate speranze in una vita migliore,
libera dall’indigenza. Con la volontà si può realizzare molto, ma non senza
gravissime conseguenze sulla vita umana, se non si rispettano determinate
regole. Il progresso tecnologico consente grandi trasformazioni della superficie
terrestre, ma non si può prescindere dalla salvaguardia delle risorse
ambientali e dei sistemi ecologici. A metà degli anni ‘70 l’esplosione di
Seveso, avvenuta esattamente nel 1976, provocò la devastante diffusione di
diossina che contaminò una vastissima area ed ebbe grande risonanza mediatica e
scientifica; altri incidenti industriali che causarono più o meno gravi
disastri indussero a ripensare i rapporti tra l’uomo e la natura, che non
possono essere regolati da una volontà senza controllo e da strumenti tecnici
non rispettosi delle leggi del mondo fisico e biologico. Il sistema ecologico
della Terra apparve in pericolo a livello regionale e globale per un cattivo
uso della tecnologia, senza dire che si era accumulata tanta energia nucleare
in arsenali militari e in centrali elettriche, che poteva distruggere le
fattezze della superficie terrestre e l’umanità stessa. La natura andrebbe
studiata e capita nelle sue componenti anche per fissare i limiti agli
interventi umani e per evitare che questi rappresentino altrettante violenze.
Volontà e azione tecnologica non debbono esplicarsi in dispregio delle capacità
di recupero della natura che non può tollerare tutti i danni che l’uomo è in
grado di produrre: esistono delle soglie di tollerabilità per la conservazione
delle risorse naturali, oltre le quali non è conveniente per gli uomini andare
senza subire riflessi negativi sulla propria vita. ‘uso della tecnologia non
deve rovinare l’ambiente, che è la nostra casa comune, ma aiutare a
migliorarlo, nel rispetto dei grandi principi etici ecologici. L’illusione
tecnologica deve insomma confrontarsi con la realtà ecologica, per cui la
conoscenza delle condizioni naturali e delle soglie di tollerabilità ambientale
è fondamentale per qualsiasi razionale intervento sul territorio. Le scienze
naturali sono così chiamate a dare il proprio contributo di conoscenza per
sostenere l’azione umn e ridurre o eliminare il degrado ambientale mentre uno
spazio maggiore si ritagliano le scienze applicate: la moltiplicazione delle
cattedre universitarie di geografia fisica e di discipline naturalistiche, nell’ultimo
trentennio, è una prova del crescente bisogno di approfondimenti sugli elementi
dell’ambiente naturale (quali natura e forma dei suoli, acqua, aria e
vegetazione) per prevenire dissesti idro-geologici, forme di erosione costiera
accelerata, e inquinamento (dell’aria e delle acque). Il periodo in cui aveva
dominato la tecnologia (definito “tecno-centrismo”) trapassa lentamente in un
altro in cui l’arditezza delle soluzioni deve fare i conti con l’ecologia
(sempre più spesso oggi si parla infatti di “eco-centrismo”), con la
conservazione degli equilibri ecologici, con i dissesti territoriali e con l’inquinamento,
che raggiunge livelli tali da compromettere la salute stessa della popolazione.
S’invoca un rapporto di rispetto con la natura da parte dell’uomo. Questi
principi vengono presi a fondamento della propria azione da alcuni movimenti
politici che si fanno paladini della protezione della natura e della lotta all’inquinamento,
alcuni ponendosi su posizioni scientificamente valide, sostenitori d’interventi
compatibili con l’ambiente, altri assumendo comportamenti acritici, aventi
scarsi legami con la realtà fatta di natura, di opere umane e di uomini, che
debbono soddisfare i loro bisogni. Di tali principi ha dovuto tenere conto, in
Italia e in altri paesi, l’attività legislativa dello stato e l’azione politica
del governo nel programmare e nell’attuare le proprie misure di
regolamentazione economica. La creazione in ogni parte d’Italia di parchi e
riserve naturali è la risposta alla esigenza di salvaguardare ambienti e
paesaggi tipici, anche per una loro migliore fruizione. Il Ministero dell’Ambiente,
istituito nel 1986, assunse le funzioni di coordinamento di tutte le attività
rivolte alla protezione del patrimonio naturale per assicurare una coerenza
delle decisioni delle singole autorità e nella esecuzione dei progetti. Nel
1977 un decreto del presidente della repubblica aveva trasferito alle regioni
le competenze in campo urbanistico e territoriale e per la salvaguardia della
natura con riserve e parchi. Per le iniziative assunte a livello regionale si
possono ricordare e prendere a esempio quelle della Liguria, che fin dal 1977
elaborò un piano per la tutela delle parti più significative del suo
territorio, dal punto di vista ambientalistico, per tramandarle integre alle
generazioni future: furono individuati col tempo ben 15 parchi regionali, 10
aree protette (Monte Marcello Magra, Cinque Terre, Portofino, Aveto, Antola,
Beigua, Piana Crixia, Bric Tana, Finalese, Alpi Liguri) e 3 riserve naturali
(Isola Gallinara, Rio Torsero e Bergeggi) per una superficie complessiva pari a
circa un quarto dell’intera regione, e abbastanza ben distribuiti in essa. Si
affermava in tal modo un movimento di pensiero, scientificamente fondato, che
ridimensionava molto la pretesa d’intervenire sul territorio prescindendo dalla
tollerabilità ambientale e nel contempo contrastava le tesi utopistiche degli
ecologisti teorici sostenitori della difesa della natura in tutte le sue
caratteristiche. E si faceva strada la teoria dello sviluppo, non basato solo
sulla forza del progresso tecnologico, ma compatibile con le potenzialità dell’ambiente
inteso in senso ecologico e con la salvaguardia delle risorse disponibili a
vantaggio dell’umanità. E tuttavia si sono adottate leggi talmente restrittive
e assurde che sono state rifiutate da intere comunità: i divieti assoluti sono
una prova dell’incapacità di proporre una razionale utilizzazione del territorio
e non risolvono i problemi. Intere aree sono diventate dominio di grandi
speculazioni edilizie e urbanizzazione incontrollata: di fronte al rifiuto di
concedere licenze per costruzioni di qualsiasi genere, la penisola sorrentina è
diventata un immenso cantiere abusivo in dispregio di qualsivoglia regola in
cui sono sorte migliaia di nuove opere irregolari per soddisfare la domanda di
abitazioni da parte della popolazione. Molte altre aree costiere di pregio
hanno subito un analogo scempio. In nome della compatibilità tra crescita e
ambiente naturale sono sorti in ogni angolo costiero favorevole del
Mediterraneo enormi complessi alberghieri e residenziali: in base allo sviluppo
possibile di tali opere trovano una giustificazione, ma esse non sono compatibili
con la salvaguardia della qualità della vita della popolazione e delle sue
esigenze di movimento e di salute. Della necessità di rapportare gli interventi
ai bisogni della vita umana e non solo alle condizioni ecologiche si sono
andati rendendo conto anche gli studiosi di scienze naturali e applicate,
poichè nei loro progetti l’ambiente ha assunto un carattere sempre più
umanizzato, da ecologico che era prima. A livello mondiale l’avvicinamento a
una concezione antropo-centrica dei rapporti tra l’uomo e la natura, che
ammetta il soddisfacimento dei bisogni umani in modo compatibile con la
protezione dell’ambiente, avviene per tappe successive nel corso dell’ultimo
trentennio. La “dichiarazione di
Stoccolma sull’ambiente umano” del 1972 riconosce che la responsabilità
maggiore per il deterioramento ambientale è dei paesi sviluppati, sottolinea la
necessità di una cooperazione internazionale per la tutela ambientale e fissa
un insieme organico di punti compatibili a un tempo con l’aspirazione fondamentale
delle società umane allo sviluppo e con la tutela delle risorse naturali,
compromesse da un distorto uso della tecnologia. I problemi impellenti della
conservazione della fascia di ozono, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua,
di mari e oceani, della distruzione delle foreste, del degrado ambientale,
della contaminazione chimica e nucleare balzeranno all’attenzione di esperti e
politici e indurranno a riflettere sullo sviluppo e sui suoi limiti. La
commissione delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, che lavorò negli anni
Ottanta, presentava nel 1987 un rapporto sul prossimo futuro che preludeva all’organizzazione
della conferenza delle Nazioni Unite di Rio del 1992 su ambiente e sviluppo
nella quale sarà prodotta una dichiarazione d’intenti in cui l’idea dello
sviluppo sostenibile viene posta come base di qualsiasi politica ambientale a
livello globale, nazionale e regionale. Nei documenti elaborati (dichiarazioni,
convenzioni, rapporti e risoluzioni) in fase di preparazione e chiusura dei
lavori della conferenza da un lato si rafforza l’idea di ambiente come
eco-sistema da salvaguardare su scala planetaria ed eventualmente da migliorare
su base regionale e locale, e dall’altro si fa strada quella di sviluppo
sostenibile, cioè compatibile con l’ambiente così inteso. Il concetto della
sostenibilità dello sviluppo viene mutuato dalla Convenzione sulla diversità
biologica e ben si adatta ad esprimere l’uso delle risorse non rinnovabili o
rinnovabili molto lentamente. Queste idee sono recepite nella “dichiarazione sullo sviluppo sostenibile”
scaturita dalla conferenza (in appendice) nella quale vengono proclamati
obbiettivi nuovi per un’azione politica internazionale e fa dell’uomo il
termine di riferimento centrale della realtà. La sua vita sana e produttiva
assume carattere prioritario ma in un rapporto armonico di interdipendenza con
la natura, come è enunciato nel primo principio della dichiarazione, che
conclude un lungo periodo di ripensamento sui diritti e doveri dell’uomo come
elemento costitutivo della realtà, ma che eredita purtroppo un concetto di
ambiente inteso in senso insufficiente ai livelli regionale, statale e locale.
Alla fase in cui si era ritenuto l’uomo signore della natura, tipica degli anni
Sessanta e dei primi anni Settanta ne è seguita una in cui si è affermata la
concezione dell’ambiente come eco-sistema da rispettare e da preservare come
casa comune della comunità. Negli anni Novanta poi è stata enunciata la teoria
dello sviluppo sostenibile in base alla quale l’uomo e l’ambiente vanno
concepiti come un sistema in equilibrio dinamico, nel quale i due termini di
riferimento assumono pari importanza. Come sempre avviene, le idee nuove recano
in sé una parte di quelle avanzate in passato, come è avvenuto per il concetto
di ambiente o per il diritto degli uomini a fruire delle risorse in modo
paritetico.
Vi ricordate
quando nel 1992 il Parco di Yellowstone bruciò per una forma d’insipienza umana
e fu abbandonato e lasciato isterilito per un’altra forma d’insipienza umana,
propria degli ecologisti che auspicavano una ricostruzione naturale del bosco
originario e per così dire incontaminata ma in realtà impossibile? Ci si
domandò se fosse giusto lasciare che il parco si degradasse in un paesaggio
spettrale e deforestato e contemporaneamente criticare il Brasile per la
deforestazione di aree da destinare all’agricoltura per sfamare una parte della
sua popolazione che tanto colpisce i visitatori di quartieri degradati della
metropoli e del Nordeste? La risposta fu, per fortuna (e ovviamente vorrei
dire, ma non era così,) che non era giusto, e non tanto perchè il problema
delle foreste va visto in modo globale quanto per un principio etico-sociale di
equità tra le comunità umane e perchè lo sviluppo è un diritto fondamentale di
tutti i popoli, anche se vanno regolamentati sia l’utilizzazione delle foreste
sia lo sviluppo. Il tema dello sviluppo sostenibile ha ricevuto una sostanziale
sanzione internazionale nel 1992 durante la conferenza di Rio, che ha permesso
di elaborare un organico programma di principi da realizzare nel quadro di un’auspicata
collaborazione tra stati e popolazioni. Non si tratta però di concetti logici
fondamentali, cioè di leggi universali e immutabili, bensì di obbiettivi da
raggiungere compatibilmente con la situazione politica ed economica
internazionale. La conferenza di Rio, svoltasi tra il 3 e il 14 del Gennaio del
1992, richiese un triennio d’intensa preparazione organizzativa da parte di un
apposito comitato e prese le mosse da una risoluzione delle Nazioni Unite (risalente
al 22 del Dicembre del 1989) nella quale, richiamati i precedenti del problema
ambientale, a cominciare dalla dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano
del 1972 e da un successivo rapporto della commissione mondiale su ambiente e
sviluppo, e sottolineati i risultati dei dibattiti scientifici e politici
avvenuti in più sessioni di lavoro nel corso degli anni Ottanta in particolare
sulla fascia protettiva dell’ozono e sui cambiamenti climatici considerati
preoccupazione comune dell’umanità, venivano rilevati l’aggravamento delle
condizioni ambientali con il pericolo di una catastrofe e la necessità di
misure urgenti a carattere globale per salvaguardare l’equilibrio ecologico
terrestre. Tale risoluzione elenca anche gli obbiettivi da raggiungere nella
conferenza per contrastare e invertire il degrado ambientale e promuovere lo
sviluppo sostenibile a livello mondiale e planetario, statale e regionale,
globale e locale, partendo dalla constatazione che esiste una profonda
divergenza tra i paesi industrializzati, i quali attribuiscono priorità all’ambiente
e reclamano l’impegno di tutti per la salvaguardia ambientale dell’intero
pianeta, e i paesi in via di sviluppo, i quali considerano prioritario lo
sviluppo e sono contrari all’assunzione di responsabilità in materia
ambientale. Carattere collaterale all’organizzazione della conferenza di Rio
assunse la convenzione sulla diversità biologica (formulata nelle conferenze di
Madrid del 1991 e Nairobi del 1992), che nell’articolo secondo definiva sostenibile
l’uso delle risorse biologiche a seconda di modi e ritmi tali da non
comprometterne la conservazione per le generazioni presenti e future. La
dichiarazione sulle foreste, in fine, proprio per i contrastanti punti di
vista, è rimasta allo stato d’indirizzo generico e vago.
La teoria
dello sviluppo sostenibile ha riscosso grandi consensi e suscitato speranze ma
ha pure sollevato notevoli riserve da parte di studiosi e politici circa la sua
compatibilità con la rinnovabilità delle risorse, l’equità della loro
ripartizione tra stati e popolazioni, il consumo di quelle non rinnovabili, la
validità degli interventi e il diritto allo sviluppo. La dichiarazione di Rio è
frutto di compromessi tra paesi ricchi e poveri, paesi industrializzati e paesi
in via di sviluppo, presenta ambiguità proprio perchè l’enunciazioni di
principio non hanno valore assoluto, strettamente connesso con il progresso
delle conoscenze in campo scientifico e tecnologico, ma relativo a situazioni
politiche ed economiche contingenti: il testo stesso risulta elaborato da
politici piuttosto che da scienziati e perciò va discusso nei termini di
riferimento principali del rapporto tra uomo e ambiente e interpretato nella
sua fase attuativa. Esso va esaminato con attenzione con attenzione per capire
la perplessità suscitate, il superamento del concetto di ambiente in senso
fisico e biologico, se non a scala planetaria, almeno a scala locale, e le
prospettive dello sviluppo sostenibile a livello settoriale. La dichiarazione è
inoltre inficiata alla base da un concetto di ambiente espressione della fase
eco-centrica dell’evoluzione della cultura a cui abbiamo prima accennato. Essa
è una enunciazione di orientamenti programmatici da valere a livello mondiale,
la cui attuazione segnerà una tappa importante nella storia dell’umanità e
delle relazioni internazionali, ma poco o nulla ci dice sui concetti assunti a
proprio fondamento, come ad esempio su quello di ambiente e quindi sulla
tipologia delle risorse non rinnovabili, sui ritmi e sulle dimensioni del loro
sfruttamento o uso: se alcuni si possono dedurre dalle enunciazioni dello
sviluppo sostenibile (come i termini di miglioramento delle condizioni
ambientali e umane e di evoluzione migliorativa dei rapporti tra l’uomo e la
natura anche in relazione alla struttura dei bisogni), altri sono da proclamare
(come un concetto moderno di ambiente, quello di sviluppo sostenibile per
settori produttivi e alle varie scale territoriali, e i limiti del diritto alla
fruizione).
Il concetto
attuale di ambiente comprende il mondo fisico e biologico e gli uomini e le
opere umane, amalgamati in un sistema in continua evoluzione a causa dei
continui cambiamenti provocati a un tempo dalle forze naturali e dall’uomo. L’ambiente
è in parte anche il prodotto degli uomini, come testimoniano le forme del
paesaggio, la vegetazione e le tracce lasciate sulla superficie terrestre dalle
loro attività distruttive e costruttive, coscienti ed incoscienti, il mantello
vegetale arricchito con nuovi apporti o impoverito con distruzioni e incendi,
le aree urbanizzate e le stesse manifestazioni della potenza intellettiva e
creativa dello spirito quali opere d’arte e i manufatti artistici. L’uomo non
va dunque considerato solo come responsabile di degrado, ma anche come
modificatore in meglio delle condizioni ambientali, ad esempio, come
costruttore del quadro vegetale con l’introduzione di specie esotiche o utili,
di piante ornamentali o di alto fusto, e con svariate colture. La regione
mediterranea nell’insieme e nelle sue diverse parti offre innumerevoli esempi
di paesaggi costruiti dall’uomo nel corso dei secoli con la diffusione di
piante locali o importate. Si pensi agli orti e ai giardini agrumarî, ai
parchi annessi alle ville, ai viali di molte città, alla vegetazione delle zone
turistiche, alle aree floricole e alle oasi botaniche della riviera ligure di
Ponente o della Costa Azzurra dovute a naturalisti illustri, al paesaggio
toscano caratterizzato da insediamenti di poggio con borghi ville vigneti
oliveti e cipresseti. È difficile, e anzi quasi impossibile, trovare una
qualche area costiera mediterranea a macchia pura ed è illusorio pensare di
ricostruirne l’ambiente originario: si potrà conservarne dei lembi così come ci
sono stati consegnati in eredità dalle generazioni passate. Le risorse non
rinnovabili sono i giacimenti minerari, alcune forme superficiali, come pure i
centri storici e i borghi medievali, le opere umane e i beni culturali, di cui
manca qualsiasi riferimento nella dichiarazione ricordata, in quanto esclusi dal
concetto di ambiente adottato. Eppure lo sviluppo sostenibile, comunque inteso,
non può non tenerne conto: le miniere o le spiagge in arretramento e protette
da scogliere, i versanti e i suoli in erosione e i manufatti contro i dissesti
idro-geologici, la torre di Pisa o la piramide di Cheope, per ricordare due
esempi di opere di cui si è vietata o regolamentata la visita, il Talamone di
Agrigento o la Sfinge, i monumenti della natura e quelli della civiltà, che
aiutano la scienza e la cultura e commuovono il nostro animo, tutti meritano di
essere salvaguardati conservati e restaurati per le generazioni presenti e
future, ancorchè non rientrino in un ecosistema originario, di cui gli
ecologisti e gli ambientalisti tradizionali vorrebbero una ricostruzione, che è
impossibile, perchè prescinderebbe dal naturale processo evolutivo, che
coinvolge tutte le cose. Questi oggetti fanno parte dell’ambiente umanizzato e
hanno una grande importanza a livello locale e nazionale. Molti improntano il
paesaggio geografico, come ad esempio: gl’insediamenti di San Gimignano o di
Positano; gli scavi di Ercolano, Pompei e Pozzuoli; la villa del casale di
Piazza Armerina e la valle dei templi di Agrigento; nonché tutti i monumenti
presenti nelle nostre città. Lo sviluppo sostenibile deve essere compatibile
nello stesso tempo con la migliore qualità possibile della vita umana, per cui
accanto alla centralità dell’ambiente assume rilevanza quella dell’uomo, in
quanto indispensabile termine di riferimento della realtà. Esso trova dei
limiti nelle diverse soglie di tollerabilità ambientali e umane, nel grado di
cultura e di progresso civile e di organizzazione politica e sociale e nella
stessa sensibilità ambientale delle popolazioni interessate, oltre che nei loro
principi giuridici, etici e religiosi. è una concezione nuova e importante che
segna un salto di qualità, in quanto riguarda la relazione tra sviluppo e
ambiente che non ha ancora trovato attuazione, ma che comporta implicazioni
etiche già trascurate nella fase tecno-centrica: ciò che è fattibile per la
tecnologia, non è sempre moralmente ammissibile: una base etica è essenziale
per lo sviluppo sostenibile in tutte le sue forme e a tutti i vari livelli. Il
diritto a una vita sana e produttiva in armonia con l’ambiente, il diritto al
progresso materiale e culturale, alla riduzione della povertà e all’eliminazione
della fame mediante appropriate politiche economiche e demografiche, il diritto
a un alloggio adeguato, il diritto a una convivenza pacifica tra le genti nell’ambito
sia statale sia interstatale, tutto questo rimane ancora una enunciazione di
principio, ma costituisce il fondamento per gettare un ponte verso un futuro
migliore.
Lo sviluppo
sostenibile è da correlare con buone condizioni ambientali come pure con un’alta
qualità della vita umana e contiene in sé il concetto di miglioramento dell’ambiente:
aria pura, mare pulito, vegetazione ricca e florida, spiagge curate, terre non
contaminate. Esso va rapportato a un soddisfacente grado di cultura e a una
condizione sociale elevata, a una buona o discreta conoscenza dei problemi
dello sviluppo connessi con quelli della salvaguardia dell’ambiente; ma sempre
diventa durevole solo se commisurato alla rinnovabilità delle risorse e alla
loro salvaguardia attuale e futura. A livello settoriale deve avvenire in modo
compatibile con lo sviluppo degli altri settori produttivi e di servizio in una
visione armonica di rapporti con i bisogni delle popolazioni interessate
secondo il grado di fruibilità controllata delle risorse; a livello locale va
ricondotto all’azione di piccole comunità, al loro bisogno di salubrità
ambientale, di alloggi, di istruzione, di lavoro, e di pace sociale; a livello
regionale e statale alle migliori politiche espresse dai loro organi
rappresentativi; a livello mondiale con il più alto grado di cooperazione
internazionale. Lo sviluppo sostenibile è soggetto a limitazioni per quanto
riguarda l’uso delle risorse, la loro salvaguardia e il miglioramento delle
situazioni emergenti, si tratti di protezione ambientale, di fruizione limitata
di beni culturali o naturali, dell’uso dell’automobile per riportare entro
limiti accettabili l’inquinamento atmosferico, dei divieti di ulteriori
edificazioni, oppure del miglioramento qualitativo piuttosto che dell’incremento
quantitativo di beni e servizi, o anche dell’azione di strumenti tecnici
adeguati per garantire un migliore livello di salubrità dell’aria e di purezza
del mare, di contaminazione del suolo e delle acque. A livello turistico non
sono ammissibili ulteriori addensamenti di strutture ricettive e afflussi
turistici superiori alle normali capacità di carico, si tratti di città d’arte
o di borghi, di montagne riviere o zone balneari, senza aggravarne
irrimediabilmente il degrado: in Venezia come in Firenze, in Sorrento come in
Ischia, nelle riviere liguri come in Malta e in tante altre località costiere
del Mediterraneo e dell’orbe. Occorrono interventi restrittivi per conseguire
uno sviluppo turistico sostenibile, che abbia i suoi limiti, sicchè è
irragionevole sconsiderato e scellerato cercare di superarli mentre è invece
indispensabile mirare a una più razionale fruizione delle risorse: i problemi
di Capri, Sorrento e molte altre località di grande richiamo non si risolvono
ma si aggravano con l’aumento dell’offerta. Non è più ammissibile (e non
dobbiamo più permetterlo) che la generazione attuale sfrutti a proprio
esclusivo vantaggio tutte le risorse disponibili: ogni abuso sul patrimonio
comune dell’umanità dev’essere giuridicamente perseguibile e perseguito.
Lo sviluppo
sostenibile, in tutte le forme e a tutti i livelli, deve essere controllato e
regolato da una pluralità di restrizioni nella utilizzazione delle risorse e
nella fruizione e nella accessibilità stessa a esse. Sono perciò bene attese e
accette tutte le iniziative che mirano a risanare l’ambiente e i suoi
componenti, a ridurre il gravoso problema della erosione delle coste, a
migliorare la salubrità dell’aria e delle acque, ad arricchire la vegetazione,
a limitare il degrado ambientale, a ridurre la concentrazione dei fattori di
perturbazione, la presenza umana, l’industrializzazione invasiva e l’industria
inquinante e contaminante. In sintesi, fatte salve le precisazioni sul concetto
di ambiente e sulla posizione centrale dell’uomo in esso, lo sviluppo (che
costituisce il secondo termine di paragone) va inteso non solo e non tanto nel
senso di crescita economica, ma di progresso civile complessivo e quello
sostenibile deve assumere carattere globalizzante ed essere compatibile con il
conseguimento o il mantenimento di una decorosa e serena condizione di vita
materiale e spirituale. Un tale sviluppo sostenibile, compatibile a un tempo
con la salvaguardia e il miglioramento dell’ambiente e con una più alta qualità
di vita possibile per le diverse società umana, trova nella dichiarazione di
Rio una valida base programmatica ma rimane (come detto) un ambizioso traguardo
proiettato nel terzo millennio, un traguardo che attende ancora di trovare
attuazione per carenze concettuali e difficoltà oggettive.
TESTO
INTEGRALE DELLA “DICHIARAZIONE DI RIO SULL’AMBIENTE E LO SVILUPPO”
<<La
Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, riunita a Rio de Janeiro
dal 3 al 14 giugno 1992, riaffermando la Dichiarazione della conferenza delle
Nazioni Unite sull’ambiente adottata a Stoccolma il 16 giugno 1972 e nell’intento
di continuare la costruzione iniziata con essa, allo scopo di instaurare una
nuova ed equa partnership globale
attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati, i
settori chiave della società e i popoli, operando in direzione di accordi
internazionali che rispettino gli interessi di tutti e tutelino l’integrità del
sistema globale dell’ambiente e dello sviluppo, riconoscendo la natura
integrale ed interdipendente della Terra, la nostra casa, proclama quanto
segue.
1) Gli
esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo
sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la
natura.
2)
Conformemente alla Carta delle Nazioni ed ai principi del diritto
internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie
risorse secondo le loro politiche ambientali e di sviluppo, ed hanno il dovere
di assicurare che le attività sottoposte alla loro giurisdizione o al loro controllo
non causino danni all’ambiente di altri Stati o di zone situate oltre i limiti
della giurisdizione nazionale.
3) Il
diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le
esigenze relative all’ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e
future.
4) Al fine
di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente costituirà
parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata
separatamente da questo.
5) Tutti gli
Stati e tutti i popoli coopereranno al compito essenziale di eliminare la
povertà, come requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile, al fine di
ridurre le disparità tra i tenori di vita e soddisfare meglio i bisogni della
maggioranza delle popolazioni del mondo.
6) Si
accorderà speciale priorità alla situazione ed alle esigenze specifiche dei
paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più vulnerabili sotto il
profilo ambientale. Le azioni internazionali in materia di ambiente e di
sviluppo dovranno anche prendere in considerazione gli interessi e le esigenze
di tutti i paesi.
7) Gli Stati
coopereranno in uno spirito di partnership
globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l’integrità dell’ecosistema
terrestre. In considerazione del differente contributo al degrado ambientale
globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi
sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento
internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società
esercitano sull’ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui
dispongono.
8) Al fine
di pervenire ad uno sviluppo sostenibile e ad una qualità di vita migliore per
tutti i popoli, gli Stati dovranno ridurre ed eliminare i modi di produzione e
consumo non sostenibili e promuovere politiche demografiche adeguate.
9) Gli Stati
dovranno cooperare al fine di rafforzare le capacità istituzionali endogene per
lo sviluppo sostenibile, migliorando la comprensione scientifica mediante
scambi di conoscenze scientifiche e tecnologiche e facilitando la preparazione,
l’adattamento, la diffusione ed il trasferimento di tecnologie, comprese le
tecnologie nuove e innovative.
10) Il modo
migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la
partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli. Al livello
nazionale, ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni
concernenti l’ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le
informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità, ed
avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali. Gli Stati
faciliteranno ed incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione del
pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Sarà assicurato un
accesso effettivo ai procedimenti giudiziari ed amministrativi, compresi i mezzi
di ricorso e di indennizzo.
11) Gli
Stati adotteranno misure legislative efficaci in materia ambientale. Gli standard ecologici, gli obiettivi e le
priorità di gestione dell’ambiente dovranno riflettere il contesto ambientale e
di sviluppo nel quale si applicano. Gli standard
applicati da alcuni paesi possono essere inadeguati per altri paesi, in
particolare per i paesi in via di sviluppo, e imporre loro un costo economico e
sociale ingiustificato.
12) Gli
Stati dovranno cooperare per promuovere un sistema economico internazionale
aperto e favorevole, idoneo a generare una crescita economica ed uno sviluppo
sostenibile in tutti i paesi ed a consentire una lotta più efficace ai problemi
del degrado ambientale. Le misure di politica commerciale a fini ecologici non
dovranno costituire un mezzo di discriminazione arbitraria o ingiustificata o
una restrizione dissimulata al commercio internazionale. Si dovrà evitare ogni
azione unilaterale diretta a risolvere i grandi problemi ecologici
transfrontalieri o mondiali dovranno essere basate, per quanto possibile, su un
consenso internazionale.
13) Gli
Stati svilupperanno il diritto nazionale in materia di responsabilità e
risarcimento per i danni causati dall’inquinamento e altri danni all’ambiente
e per l’indennizzo delle vittime. Essi coopereranno, in modo rapido e più
determinato, allo sviluppo progressivo del diritto internazionale in materia di
responsabilità e di indennizzo per gli effetti nocivi del danno ambientale
causato da attività svolte nell’ambito della loro giurisdizione o sotto il loro
controllo in zone situate al di fuori della loro giurisdizione.
14) Gli
Stati dovranno cooperare efficacemente per scoraggiare o prevenire la
ricollocazione o il trasferimento in altri Stati di tutte le attività e
sostanze che provocano un grave degrado ambientale o si dimostrano nocive per
la salute umana.
15) Al fine
di proteggere l’ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro
capacità, il principio di precauzione. In caso di rischio di danno grave o
irreversibile, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da
pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in
rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.
16) Le
autorità nazionali dovranno adoprarsi a promuovere l’“internalizzazione” dei
costi per la tutela ambientale e l’uso di strumenti economici, considerando
che, in linea di principio, è l’inquinatore a dover sostenere il costo dell’inquinamento,
tenendo nel debito conto l’interesse pubblico e senza alterare il commercio e
le finanze internazionali.
17) La
valutazione d’impatto ambientale, come strumento nazionale, sarà effettuata nel
caso di attività proposte che siano suscettibili di avere effetti negativi
rilevanti sull’ambiente e dipendano dalla decisione di un’autorità nazionale
competente.
18) Gli
Stati notificheranno immediatamente agli altri Stati ogni catastrofe naturale o
ogni altra situazione di emergenza che sia suscettibile di produrre effetti
nocivi imprevisti sull’ambiente di tali Stati. La comunità internazionale
compirà ogni sforzo per aiutare gli Stati così colpiti.
19) Gli
Stati invieranno notificazione previa e tempestiva agli Stati potenzialmente
coinvolti e comunicheranno loro tutte le informazioni pertinenti sulle attività
che possono avere effetti transfrontalieri seriamente negativi sull’ambiente ed
avvieranno fin dall’inizio con tali Stati consultazioni in buona fede.
20) Le donne
hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo. La loro
piena partecipazione è quindi essenziale per la realizzazione di uno sviluppo
sostenibile.
21) La
creatività, gli ideali e il coraggio dei giovani di tutto il mondo devono
essere mobilitati per creare una partnership
globale idonea a garantire uno sviluppo sostenibile e ad assicurare a ciascuno
un futuro migliore.
22) Le
popolazioni e comunità indigene e le altre collettività locali hanno un ruolo
vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo grazie alle loro conoscenze
e pratiche tradizionali. Gli Stati dovranno riconoscere la loro identità, la
loro cultura ed i loro interessi ed accordare ad esse tutto il sostegno
necessario a consentire la loro efficace partecipazione alla realizzazione di
uno sviluppo sostenibile.
23) L’ambiente
e le risorse naturali dei popoli in stato di oppressione, dominazione ed
occupazione saranno protetti.
24) La
guerra esercita un’azione intrinsecamente distruttiva sullo sviluppo
sostenibile. Gli Stati rispetteranno il diritto internazionale relativo alla
protezione dell’ambiente in tempi di conflitto armato e coopereranno al suo
progressivo sviluppo secondo necessità.
25) La pace,
lo sviluppo e la protezione dell’ambiente sono interdipendenti e indivisibili.
26) Gli
Stati risolveranno le loro controversie ambientali in modo pacifico e con mezzi
adeguati in conformità alla Carta delle Nazioni Unite.
27) Gli
Stati ed i popoli coopereranno in buona fede ed in uno spirito di partnership all’applicazione dei principi
consacrati nella presente dichiarazione ed alla progressiva elaborazione del
diritto internazionale in materia.
“SOLO SUL CUORE DELLA TERRA”
la geografia umana
<<Ognuno
sta solo sul cuore dell’orbe
trafitto da
un raggio di sole:
ed è subito
sera.>>.
Un testo illuminante, che può offrirci più di uno spunto per approcciarci
a questa sfuggente e affascinante diramazione del sapere geografico. La
parafrasi del testo non è particolarmente impegnativa, dal momento che i versi,
nel loro significato letterale, appaiono piuttosto immediati: ogni uomo vive in
solitudine, (credendo di essere) al centro del mondo, colpito da un raggio di
sole. E in un attimo arriva la sera. Il testo è denso di significato, sebbene
sia estremamente breve. La lirica fa riferimento a un soggetto collettivo,
quell’“ognuno” che rende la dolorosa esperienza del poeta l’esperienza che
viviamo tutti noi. Una metafora che spiega in maniera incisiva come quel “ognuno”
sia convinto di essere il centro nevralgico dell’cosmo e delle cose terrestri.
Ecco di che si occupa la geografia umana: dell’uomo nel mondo, e della sua
posizione rispetto al mondo. La geografia umana è oggi una disciplina
multiforme e ambiziosa. Si potrebbe cercare di definirla con una formula lapidaria
dicendo che studia l’uomo sull’orbe, l’uomo e l’orbe o la dimensione spaziale
delle società, ma ci sfuggirebbe così una parte del suo contenuto; è
preferibile allora descrivere nei particolari i suoi metodi attuali.
La geografia umana studia anzitutto la distribuzione degli uomini sull’orbe
e la maniera in cui vivono. Essi traggono dalla natura ciò che è loro
indispensabile per il nutrimento, per la produzione di utensili e attrezzature,
per la costruzione di ripari e case. Con la loro azione modificano
profondamente le piramidi ecologiche in cui s’inseriscono: riescono talvolta ad
attingere solo a risorse rinnovabili, permettendo l’indefinito rigenerarsi del
sistema utilizzato, ma in altri casi lo perturbano in modo irreversibile, dando
origine a forme di terreno, a suoli e a specie vegetali molto diverse da quelle
esistenti prima.
La geografia è una delle più antiche discipline scientifiche coltivate
dall’uomo: il suo iniziatore fu probabilmente Erodoto, ma il suo programma
fu definito soprattutto nell’età ellenistica. La denominazione data a questa
scienza ne esprime chiaramente la finalità: descrivere l’orbe, e a tale scopo
sapere anzitutto ubicare i luoghi. La geografia presenta il mondo: mostra le
articolazioni regionali del pianeta, mette in risalto le affinità che emergono
tra un paese e l’altro, ne ricerca le cause, e inoltre sottolinea ciò che
conferisce a ciascun luogo un aspetto inconfondibile. La geografia di
posizione, indispensabile per cogliere le configurazioni spaziali e per valutare
gli effetti della latitudine, della longitudine e della continentalità, viene
trattata da Tolomeo, mentre l’opera di Strabone è notevole per le sue
descrizioni. In tutto ciò l’uomo non è assente: si enumerano i popoli, se ne
descrivono i costumi, si evidenzia ciò che nella natura e nell’orografia è
favorevole alle loro attività; tuttavia l’accento è posto più sul territorio
che sugli abitanti. Fino al 18° secolo la geografia continua a dedicarsi
soprattutto alla descrizione dell’orbe e alla localizzazione. Lo studio della
società conserva per essa un’importanza limitata. Dopo il 1750 si ha un
cambiamento, legato ai decisivi progressi del rilevamento topografico e alla
determinazione esatta delle longitudini: i problemi di localizzazione diventano
puramente tecnici e non sono più al centro della disciplina. La descrizione dell’orbe
si fa più precisa, grazie agli sviluppi delle scienze naturali: zoologia,
botanica e geologia permettono di denominare animali, piante e rocce e di
individuarne i caratteri specifici. Le ricerche di agronomia portano a
risultati analoghi per quanto riguarda i paesaggi agrari.
La geografia umana, quale si costituisce sul finire del secolo scorso, si
presenta come una disciplina ricca di dinamismo e d’immaginazione, che però
incontra qualche difficoltà nel definire con chiarezza il proprio oggetto. I
suoi cultori lavorano come naturalisti: intendono essere oggettivi e non
attribuire troppa importanza alle idee, alle rappresentazioni e alle
immaginazioni. Descrivono i gruppi umani, analizzano le loro attività, redigono
l’inventario delle trasformazioni prodotte nell’ambiente e delle strutture
realizzate dall’uomo (case, campi, recinzioni, e simili). Questa preoccupazione
positivistica è particolarmente evidente in Jean Brunhes, autore, nel
1910, del primo trattato di geografia umana in lingua francese: egli raccomanda
di attenersi ai fatti primari della geografia umana, quelli dell’occupazione
produttiva o distruttiva del suolo, e accenna solo con cautela agli aspetti
propriamente sociali o etnografici dell’analisi.
Queste incertezze si manifestano nella molteplicità delle definizioni
allora date della geografia umana. Per alcuni questa disciplina esamina il modo
in cui gli uomini hanno stabilito il loro dominio sulla superficie terrestre:
ciò significa restare fedeli ad alcuni dei presupposti evoluzionistici, ponendo
l’accento sui rapporti ‘verticali’ tra l’uomo e l’ambiente e sulla prospettiva
storica. Ma l’uomo non è più visto come in balia dell’ambiente naturale: egli
impara a dominarlo rispettando le sue leggi, secondo la formula classica. Nel
momento in cui le ultime grandi ondate di pionieri europei invadono i nuovi
paesi, il tema dell’assoggettamento del mondo naturale appare seducente. Esso è
presente spesso negli autori americani: Isaiah Bowman è il primo a
mettere in risalto le particolarità geografiche della ‘frontiera’, dei fronti
di dissodamento e delle società che su di essi s’insediano.
Dopo la Rivoluzione d’ottobre i geografi sovietici e alcuni studiosi
comunisti di altri paesi trovano nel tema della conquista della natura un
argomento congeniale e conforme all’ortodossia definita dal partito; non
mancano tuttavia le critiche che sottolineano il carattere parziale e le lacune
di quest’approccio. La conquista del pianeta da parte dell’uomo non avviene in
modo lineare: le avanzate sono seguite talvolta da arretramenti, e i successi
iniziali generano difficoltà dovute alla degradazione, spesso irreversibile,
degli ambienti valorizzati.
Per vivere a lungo non basta produrre a sufficienza, giacché sugli uomini
incombono numerose malattie: i rischi che ne conseguono sono in genere maggiori
dove la vita di relazione è più attiva e negli ambienti in cui prosperano certi
complessi patogeni. La geografia medica rappresenta un altro contributo
importante del metodo classico all’analisi del ruolo degli uomini negli
ecosistemi.
Attraverso l’attenzione per la dimensione espressiva, la geografia dell’inizio
del Novecento si apre, senza esserne consapevole e senza elaborarne una teoria,
all’esperienza vissuta del mondo: quella dei geografi, ma anche quella degli
abitanti delle regioni descritte, nella misura in cui sono attenti al modo di
denominare i luoghi e di percepire le diverse entità regionali. Malgrado questo
tentativo interessante, la geografia come veniva allora praticata era incapace
di studiare il mondo industriale e di elaborare semplici direttive per chi
aspirava a organizzare e trasformare l’esistente. In effetti, nonostante la
volontà naturalistica di lavorare su basi positive, si trattava, più che di un
sapere scientifico, di un’esplorazione prudente e marginale di campi che
saranno oggetto d’indagine nei successivi sviluppi.
IL RINNOVAMENTO DELLA GEOGRAFIA UMANA
A cominciare dai tardi anni quaranta i geografi sono portati, anche per
il cambiamento del clima intellettuale, a rimettere in discussione il paradigma
classico. Mentre all’inizio del secolo le scienze della natura erano imperniate
sulla ricerca di spiegazioni genetiche, ora comprendere la ‘fisiologia degli
eventi’ appare più importante che non sapere da che cosa, perché e come hanno
avuto origine. La conoscenza dei meccanismi che regolano la vita dei diversi
sistemi consente di prevedere le loro condizioni future a partire dalla
situazione attuale: diventa possibile la previsione e ciò facilita gli interventi.
Si sa come e dove agire per dirigere il corso degli avvenimenti. I concetti di
sistema e di struttura sono al centro della mentalità scientifica che negli
anni cinquanta s’impone un po’ dappertutto nelle scienze sociali: queste
adottano uno dei modelli delle scienze positive, il modello sistemico. Esso
permette un profondo rinnovamento delle varie discipline e ne moltiplica le
applicazioni, ma il suo impiego pone ben presto un certo numero di
interrogativi: è sufficiente che una struttura sia stabile perché sia
accettabile? Si deve favorire l’evoluzione di un sistema verso una configurazione
che lo rende più efficiente anche se ciò crea nuove disuguaglianze e
ingiustizie tra i suoi membri? Il paradigma neopositivistico ha qualcosa in
comune con quello naturalistico a cui subentra: anche per esso gli uomini sono
solo pedine nell’ambito di un sistema. Se per i seguaci del naturalismo essi
erano cellule di un tutto organico, per i neopositivisti sono parti di una
macchina. Possono però le scienze sociali ignorare le aspirazioni degli uomini
alla giustizia e alla felicità? Secondo i radicali, critici verso gli sviluppi
degli anni sessanta, la risposta è negativa.
Pertanto i nuovi orientamenti delle scienze sociali non accrescono di
molto la considerazione dell’elemento umano, e parecchi cominciano a chiedersi
se si attribuisca la dovuta importanza agli individui: quest’atteggiamento si
oppone però alla tendenza dominante a occuparsi soprattutto di riproduzione
sociale, di addestramento e di condizionamenti. Anche il marxismo e le teorie
di Freud hanno insegnato a guardare l’uomo con un certo cinismo: da un lato la
scoperta dell’inconscio ha fatto perdere ogni fiducia in ciò che appare troppo
chiaro e razionale, dall’altro si è diventati spesso un po’ frettolosi nel
giudicare mistificatorie le idee della gente sulla società in cui si vive.
Sul finire degli anni sessanta vi è un cambiamento nella sensibilità. Il
fatto di riconoscere all’inconscio un ruolo nel funzionamento della mente umana
non deve portare a ignorare il senso che gli uomini danno alla propria vita:
non esiste società senza una dimensione simbolica. Proprio al recupero di
questa dimensione si adoperano da quasi vent’anni gli studiosi che si
richiamano alla fenomenologia e agli approcci umanistici. Il rinnovamento della
geografia contemporanea s’inserisce in un moto più vasto, che la supera e la
condiziona. Entrando nell’ambito delle scienze sociali, la geografia umana
prende coscienza, ma tardivamente, della necessità di approfondire i principî e
i metodi dell’ecologia: lo studio delle relazioni verticali tra i gruppi umani
e il loro ambiente viene momentaneamente accantonato, e i geografi entrano in
concorrenza con gli etnologi e gli ecologi.
Nel momento in cui si acceleravano le trasformazioni dei paesi sviluppati
e si delineava il decollo del Terzo Mondo, i geografi mal tolleravano di
non poter avanzare proposte: essi sentivano che l’organizzazione del territorio
era di loro competenza, ma non erano consultati. I politici e i tecnici
incaricati di predisporre attrezzature e servizi per soddisfare popolazioni più
numerose, dotate di maggior reddito e di maggiore mobilità chiedono infatti una
chiara valutazione dell’evolversi della domanda nei prossimi cinque, dieci,
venti o trent’anni, in modo da prevedere, ad esempio, quale sarà l’aumento del
traffico su una certa direttrice: sapranno così se la rete stradale
esistente sarà adeguata alla nuova domanda, se dovrà essere migliorata in
alcuni tratti o se sarà necessario adottare un nuovo tracciato. Verso la fine
degli anni quaranta i geografi non sono ancora in grado di eseguire simili
proiezioni, a differenza degli economisti e degli ingegneri, e anche dei
sociologi che rendono servizi analoghi nel campo della domanda di alloggi e di
servizi ricreativi e scolastici. All’inizio del secolo la geografia era
orientata verso l’analisi delle relazioni ‘verticali’ che gli uomini intessono
col proprio ambiente, da cui traggono una parte di ciò che è loro
indispensabile e dove scaricano ciò che hanno smesso di utilizzare; non si
soffermava invece sulle circolazioni, cioè sui flussi e sui movimenti che
collegano ‘in orizzontale’ i gruppi umani tra di loro. Perché la geografia
diventasse applicabile al mondo attuale era necessaria una riconversione:
secondo la tesi che Edward Ullman andava allora esponendo a Seattle a
un gruppo di brillanti allievi dell’University of Washington, occorreva
porre l’accento sull’aspetto sociale della geografia, più che sulla sua
dimensione ecologica. Per i ‘giovani turchi’ della fine degli anni cinquanta e
dei primi anni sessanta la geografia umana deve studiare il ruolo delle
distanze e della lontananza nel funzionamento della macchina sociale. Passano
così in primo piano i fenomeni di circolazione e di mobilità, che riguardano i
grandi aggregati umani e derivano da una molteplicità di decisioni, connesse
tra loro da circuiti di retroazione: l’analisi di questi fenomeni può giovarsi
degli strumenti forniti dai recenti progressi della statistica, e in
particolare della statistica corologica. Le concatenazioni di influssi e di
retroazioni sono suscettibili di un’interpretazione teorica che va verificata.
La ‘nuova geografia’ (questo termine si afferma sul finire degli anni sessanta,
ma il cambiamento è avviato già da un decennio) è allo stesso tempo
quantitativa e teorica e ricorre largamente alla teoria della localizzazione
prendendola spesso a modello. L’ecologia sociale della Scuola di Chicago
suggerisce ai geografi che fanno capo a Brian J.L. Berry un rapido
approfondimento teorico dei problemi posti dagli spazi e dai tessuti urbani.
Geografi, economisti e sociologi lavorano a un’opera comune in cui diventa
difficile distinguere l’apporto di ciascuno, come dimostra il successo della ‘scienza
regionale’, che attira chiunque s’interessi ai problemi dell’inserimento della
società nello spazio e dell’organizzazione del territorio.
Le acquisizioni ben presto accumulate dalla nuova geografia degli anni
sessanta e dalla scienza regionale, che se ne differenzia poco in campo
economico, sono considerevoli. L’influsso delle distanze spiega le regolarità
osservabili nella diffusione delle innovazioni e nelle migrazioni periodiche o
permanenti. I quartieri centrali delle città servono da luoghi d’incontro, cioè
da commutatori di tutte le relazioni sociali: ciò mette in evidenza la logica a
cui obbediscono i ‘poli’ urbani, le reti che essi formano e le strutture regionali
dominate dalla vita di scambio. Sul finire degli anni sessanta, con l’approfondimento
della riflessione teorica, appare chiaro che il compito specifico dei geografi
è di studiare la dimensione spaziale dei sistemi socioeconomici. I progressi
dell’ecologia sono ora legati all’utilizzazione del modello concettuale dell’ecosistema;
associando i due approcci si potrà recuperare l’aspetto naturalistico della
disciplina, inopportunamente trascurato proprio quando in questo campo le
richieste della società si facevano più insistenti. La nuova geografia così
concepita analizza la dimensione spaziale dei sistemi sociali e la loro
integrazione in ecosistemi che essi modificano profondamente. Tutto ciò porta a
una scienza dell’organizzazione globale del territorio che è oggi al centro
dell’attenzione di molti fra i pionieri della nuova geografia, specialmente in
Francia, dove più forte è la tradizione regionale.
Le interpretazioni teoriche proposte o sistematizzate negli ultimi trent’anni
hanno in comune il fatto di soffermarsi soprattutto sulle regolarità: il loro
contributo all’analisi regionale consiste nella conoscenza di ciò che è
ripetitivo e aspecifico. Si tratta di un progresso notevole, che lascia però
insoddisfatti molti geografi, sensibili all’atmosfera dei luoghi e a ciò che li
rende decisamente diversi gli uni dagli altri, almeno sotto certi aspetti. Alla
fine degli anni settanta alcuni autori anglosassoni riscoprono questo problema.
Il movimento parte dal Nordamerica, dove poco dopo il 1970 ci si comincia a
interrogare sul ‘senso’ dei luoghi, per iniziativa di specialisti dell’approccio
storico e di quello culturale, da tempo presenti ai margini della nuova
geografia. Dieci anni dopo la questione interessa molti studiosi che fino
allora si erano occupati solo di fatti ripetutisi in gran numero, e che si
trovano ora in un vicolo cieco: hanno messo infatti in evidenza delle
regolarità sul cui valore non ci sono dubbi, com’è dimostrato dalle
statistiche, ma la cui utilità è limitata, in quanto dall’esistenza di una
correlazione generale tra l’evento A e l’evento B non si può dedurre che in
ogni luogo in cui avviene A si verifichi anche B. Perché ciò accada bisogna che
intervengano certe condizioni accessorie, che non sono soddisfatte dappertutto.
L’applicazione meccanica dei modelli generali urta dunque contro il carattere
particolare delle singole località, come avevano dimostrato fin dall’inizio del
secolo le ricerche di geografia elettorale del tipo di quelle di Siegfried: è
vero che i voti di destra provengono soprattutto dagli ambienti agiati e quelli
di sinistra dal mondo del lavoro, ma tradizioni e memorie conferiscono ad
alcune zone un carattere diverso da quello che ci si aspetterebbe. Per molti
giovani ricercatori d’oggi la geografia umana ha il compito di analizzare la
dimensione spaziale dei sistemi sociali e il modo in cui questi utilizzano la
specificità dei luoghi per permettere lo sviluppo di certe attività, che a loro
volta rafforzano tale specificità. Nei paesi anglosassoni i marxisti, il cui
ruolo si era affermato nel corso degli anni settanta, cominciano all’inizio del
decennio successivo a prendere coscienza dell’inadeguatezza della loro teoria
rispetto alla situazione geografica nel mondo attuale. Sotto l’azione della
filosofia realista di Roy Bhaskar, essi scoprono nell’influsso dei luoghi sul
verificarsi dei fenomeni un motivo per non rinunziare alla loro fede: lo schema
marxista è ora un quadro generale che non è tenuto a spiegare gli eventi nei
loro particolari, giacché questi ultimi dipendono sempre da molteplici cause.
La geografia, che fino allora non aveva un posto nel pantheon delle scienze
sociali marxiste, diviene indispensabile: il suo compito è di fornire le teorie
mediane che completano la teoria costituita dal marxismo medesimo. Le
riflessioni di Allan Scott e di David Harvey sul ruolo economico delle località
s’inseriscono in questa prospettiva.
Nello stesso periodo i responsabili dell’organizzazione territoriale si
trovano di fronte a numerose difficoltà. Fino all’inizio degli anni settanta le
economie occidentali si erano sviluppate spontaneamente, e la programmazione
aveva avuto il compito di orientare verso questa o quella regione meno favorita
investimenti che spontaneamente si sarebbero localizzati altrove; un vasto
repertorio di incentivi, di regolamentazioni e di controlli aveva permesso di
raggiungere più o meno bene gli obiettivi prescelti. Con l’impennata dei prezzi
del petrolio e la conseguente crisi lo sviluppo si arresta e la deindustrializzazione
colpisce in pieno molte regioni un tempo prospere. Nella nuova congiuntura le
formule usuali perdono ogni validità: il problema non consiste più nell’indurre
gli imprenditori a modificare le loro scelte d’insediamento, ma nel creare
degli imprenditori. Nonostante la recessione, in alcuni casi questo scopo viene
raggiunto, senza però che si manifestino delle regole precise nel modo in cui
ciò avviene: tutto dipende dagli individui e dalle condizioni che essi
incontrano sul posto. Vi sono fattori generali che rendono possibile il sorgere
di aziende, ma essi costituiscono solo una delle condizioni necessarie: la
differenza è data dalle energie locali. Lo sviluppo nasce dal basso: è questa
la sostanza della dottrina di Walter Stöhr.
Coloro che riscoprono come tema centrale di riflessione la
differenziazione della superficie terrestre hanno dunque orientamenti diversi,
ma in ogni caso il loro apporto è interessante. Pur attraverso le vicende della
sua evoluzione, l’intento originario di descrivere in modo esauriente la realtà
dell’orbe conserva inalterato il suo valore.
Il movimento radicale nasce da una contestazione di carattere etico. In
origine esso non si appoggia a nessuna teoria sistematica, e ciò costituisce
una lacuna che molti ritengono possa essere colmata dal marxismo. Ma dopo
qualche anno costoro devono ricredersi: la dottrina marxista non attribuisce
molta importanza allo spazio, e le poche strade esplorate dal suo fondatore
sono state trascurate dai seguaci. Il lavoro di Harvey “the limits to capital” (1982),
costituisce un interessante tentativo di aggiornare le basi del ragionamento
marxista introducendovi il concetto di spazio. Il risultato è parziale, ma la
nuova riflessione sui fattori locali consente di attenuare lo scarto fra le
ambizioni esplicative del marxismo e la sua capacità di cogliere la realtà.
Il rinnovamento della geografia dopo il 1960 avviene all’insegna delle
scienze sociali: l’accento può essere posto sulle dimensioni spaziali della
società, sul suo inserimento nell’ecosistema, sull’importanza dei luoghi o
sulle ingiustizie derivanti da istituzioni imperfette, ma in ogni caso è
presente una certa idea del rapporto tra uomo e società. I gruppi umani sono
formati da individui capaci di riflettere, decidere e agire, ma entro confini
così ristretti che le loro iniziative sono sempre limitate e i risultati delle
interazioni a cui esse danno origine sono sempre prevedibili. Anche se ci si
ribella contro le ingiustizie che penalizzano alcuni, si aderisce a una
concezione piuttosto riduttiva dell’uomo: questi è condizionato, manipolato e
dominato dal sistema, il che permette quindi di applicare alla realtà sociale i
procedimenti delle scienze esatte.
Molti geografi non sono però convinti della veridicità di queste tesi.
All’inizio degli anni cinquanta uno studioso isolato, Eric Dardel, dà un’impostazione
diversa alla nostra disciplina, ma il suo breve, mirabile saggio intitolato “l’homme
et la terre” passa
inosservato e viene scoperto solo vent’anni dopo, in Canada. Vero è che le
proposte di Dardel sono molto avanzate: per lui l’orbe non è più l’oggetto
principale della geografia, com’era stato fin dall’antichità, e il problema
essenziale diventa quello del posto che essa occupa nell’esperienza umana. Come
discepolo di Heidegger, Dardel ritiene che non vi sia altra esperienza umana se
non quella dell’esserci, dell’esistere in questo mondo; come protestante, crede
che ogni individuo debba mettere in pratica la propria fede rendendo il mondo
più cristiano. La volontà di tradurre in realtà l’esperienza religiosa è
universale, anche se non assume sempre la stessa forma: nell’ambiente che lo
circonda l’uomo vede agire forze ed esseri soprannaturali, o vi legge l’intelligenza
del Creatore. Studiare geografia non significa solo compilare l’inventario
materiale delle forme osservabili sul pianeta, ma cogliere anche ciò che gli
uomini provano dalla nascita alla morte, nella vita quotidiana o nelle grandi
occasioni; significa vedere come essi concepiscono la loro origine e il loro
divenire, valutare gli scopi che si propongono, comprendere quale senso
attribuiscono alla natura.
la dimensione
ecologica
La geografia dei rapporti tra uomo e ambiente si basa sui contributi
della moderna ecologia, ma tiene conto anche di aspetti che trascendono il
campo delle scienze naturali. Gli attuali problemi dell’ambiente sono
inscindibili dall’ampliamento delle aree di scambio consentito dalla
tecnologia dei trasporti. Il modo in cui tali problemi sono avvertiti e le
reazioni che essi suscitano dipendono da ciò che i gruppi umani pensano della
natura e del mondo: chiarendo i problemi dell’ecologia mediante l’analisi dei
meccanismi socioeconomici e quella delle mentalità e degli atteggiamenti, la
geografia arricchisce in maniera decisiva gli approcci relativi a ciò che ci
circonda.
La localizzazione delle attività produttive è condizionata dalla facilità
d’accesso alle risorse e ai mercati e dalla disposizione delle infrastrutture
destinate a convogliare i flussi di beni, di persone e di informazioni. Per
risolvere in modo soddisfacente i problemi dell’approvvigionamento, per
sventare i pericoli derivanti dalle incertezze del clima, per profittare
delle economie di scala permesse dall’uso di fonti energetiche sempre
più concentrate, la società non può far altro che organizzare una divisione del
lavoro spinta al massimo: la riduzione dei costi di trasporto accresce allora a
sufficienza le possibilità di smaltimento della produzione.
Nella geografia umana l’approccio economico chiarisce dunque prima di
tutto la distribuzione spaziale delle attività produttive: essa deve tener
conto da un lato dell’ubicazione delle risorse, legata alla casualità delle
situazioni naturali, e dall’altro della necessità di rimanere in prossimità dei
centri di consumo per ridurre i costi di trasporto dei prodotti finiti. Su
queste premesse è fondata la teoria classica della localizzazione, che ha
fornito con von Thünen, Alfred Weber, Lösch e Christaller una spiegazione
soddisfacente degli equilibri classici. L’cosmo strumentale di cui ci
circondiamo diviene sempre più complesso: l’organizzazione della produzione e
la distribuzione dei prodotti implicano scambi di informazioni sempre più
intensi. Le ricerche recenti evidenziano l’importanza, a lungo trascurata, dei
problemi di comunicazione nella localizzazione delle aziende: lo sviluppo della
telematica e dei trasporti celeri favorisce la dispersione degli impianti su
aree più estese, ma la conseguente moltiplicazione delle esigenze di contatti
porta a situare i centri direttivi nelle metropoli, strettamente collegate tra
loro da grandi linee aeree. L’integrazione dell’economia su scala mondiale è
associata all’inurbamento metropolitano di una parte della popolazione.
L’economia però è solo una delle attività dei gruppi umani. Nelle società
tradizionali le stratificazioni determinate dalla vita sociale poggiavano sull’esistenza
di status e di ceti ben definiti; nelle società in via di industrializzazione
la distribuzione dei redditi divenne nel corso del 19° secolo il principio
fondamentale di tale stratificazione, prima che le dimensioni culturali ritrovassero
una loro funzione, cosa che caratterizza le società postindustriali. La
distribuzione disomogenea di ricchezza e di status nello spazio è un aspetto
universale, ma variabile, delle civiltà. La geografia politica si occupa del
modo in cui le distanze e la lontananza condizionano l’esercizio del potere,
dell’autorità e della influenza. È molto più facile far funzionare un regime
legittimo che uno tirannico, fondato solo sulla violenza. Poiché il primo si
basa sul consenso ideologico, occorre capire quale sia l’origine delle
ideologie e perché esse vengano accettate. Ma per governare non basta ottenere
il consenso della maggioranza: è sempre necessario anche il controllo dei
devianti e di chi contesta le regole del sistema, e ciò implica la divisione
del territorio in circoscrizioni ben definite, senza le quali sarebbe
impossibile attuare la sorveglianza. Una delle difficoltà del mondo attuale
consiste nel fatto che i principî operanti nella sfera economica sono in
contrasto con quelli che dominano la vita politica: l’integrazione economica a
livello mondiale tende a ridurre l’importanza delle frontiere, oltreché
ovviamente l’autosufficienza delle economie nazionali, mentre la divisione del
territorio in entità distinte rimane indispensabile in ogni strategia di
controllo. Il punto di vista sociale getta dunque una luce interessante sui
problemi del mondo d’oggi: attribuendo un ruolo notevole alle ideologie, esso
ci porta a prendere in considerazione i dati della cultura e la prospettiva
umanista.
Se si evita di concepire gli uomini come semplici pedine o macchine, si
scoprono dimensioni della geografia prima ignorate. Lo spazio geografico non è
differenziato solo dall’orografia, dal clima, dalla vegetazione e dalle opere
in esso create dalle attività umane: esso rivela un’ontologia dello spazio che
è indispensabile per comprendere i rapporti tra uomo e ambiente. La distinzione
fondamentale è tra ciò che è influenzato dal trascendente e ciò che dipende
solo dall’intervento di forze naturali. Nel primo caso affiora il sacro,
testimoniato dall’esistenza di luoghi di culto, di altari e di templi; nel
secondo vi è solo il banale, il profano, l’ordinario. Da una civiltà all’altra
cambia la divisione tra le due categorie di spazi: mentre per gli animisti le
forze soprannaturali sono presenti dappertutto, sono coestensive alla natura e
il mondo è magico, con le religioni rivelate e con le filosofie razionaliste
comincia la demitizzazione, e il sacro non è più onnipresente, ma emerge solo
in alcuni luoghi o nelle creature umane fatte a immagine di Dio. Questa demitizzazione
del mondo è tuttavia meno radicale di quanto comunemente s’immagini, perché le
ideologie sono fondate su principî analoghi a quelli delle religioni che
intendono sostituire: anch’esse accettano l’idea del male, ma ne attribuiscono
per lo più la causa alla società e ai suoi difetti, anziché a un qualche
peccato originale. La redenzione dai peccati non avviene più mediante sacrifici
individuali, la confessione e il pentimento, ma è fondata su sacrifici
collettivi, quelli delle classi che hanno provocato il male. Le ideologie
implicano rivoluzioni, ossia giganteschi olocausti. I luoghi in cui i martiri
della buona causa hanno versato il loro sangue sono venerati come i luoghi
sacri delle religioni tradizionali, sono meta di pellegrinaggi e in essi il sacrificio
viene riattualizzato mediante grandi riti commemorativi. La geografia del
sacro e del profano (per citare solo quest’esempio) ci mette di fronte ad
alcuni dei problemi fondamentali della coscienza moderna.
In passato la geografia umana era orientata più verso le scienze naturali
che verso quelle sociali: anche se i rapporti diretti con gli studiosi di
geologia, di botanica o di pedologia erano tenuti dagli specialisti dell’ambiente
fisico, ogni buon geografo si sentiva in dovere di seguire i progressi di
quelle scienze. Oggi le relazioni si concentrano piuttosto sull’ecologia.
IL TEMPO DEI BILANCI
la geografia economica
L’EREDITÀ DEL PASSATO: DALLA GEOGRAFIA UMANA ALLA GEOGRAFIA ECONOMICA
Il primo geografo fu senza dubbio Adamo, il quale, gettato il primo
sguardo sul Paradiso Terrestre, dovette chiedersi dove si trovava, prima ancora
di ammirare il paesaggio. Da allora miliardi di uomini si sono posti la stessa
domanda. Alcuni, non contenti di conoscere il luogo della propria dimora, hanno
cercato di sapere che cosa vi fosse al di là del fiume, al di là della
montagna, al di là dell’orizzonte e tra le fronde. Altri, dotati di maggior
curiosità e di spirito più scientifico, hanno tentato di misurare le dimensioni
dell’orbe, di definirne la forma, o addirittura di studiare la sua posizione nel
cosmo.
Oggi i cosmonauti descrivono l’orbe e la trovano bella, e i satelliti
artificiali ci inviano ogni giorno migliaia di fotografie. Nella seconda metà
del 20° secolo ci sembra normale vedere l’orbe fotografata nella sua interezza
e con i suoi colori, al di là delle nubi senza le quali essa sarebbe uno
squallido deserto. Quale progresso tra questi due estremi dell’avventura
terrestre degli uomini!
Nel corso dei secoli e dei millenni non sono mai venute meno la curiosità
e l’ansia di comprendere che cosa fosse effettivamente l’orbe, e in particolare
la sua superficie, sulla quale si è sviluppata la vita vegetale, animale e
umana.
Vi sono stati, è vero, periodi in cui tale curiosità si è attenuata,
periodi in cui l’interesse degli uomini si è rivolto più al cielo che all’orbe.
Una sorprendente eclisse della geografia si protrasse dal 2° al 15° secolo
della nostra era; fu per questo che l’opera di Tolomeo restò la base
della conoscenza geografica per ben 1500 anni.
Tuttavia, l’uomo non ha potuto fare a meno di tornare a interessarsi dell’orbe
e di porsi le eterne domande sulla natura dell’ambiente, sull’influenza che
egli stesso vi esercita, sulle proprie capacità di modificarlo.
1) Quando si cambia la scala della conoscenza e il modo di
rappresentazione appaiono lacune e manchevolezze. Mentre nei paesi sviluppati l’intero
territorio è conosciuto e rappresentato a scale comprese tra 1 : 20.000 e 1 :
100.000, la figurazione cartografica della maggior parte dell’orbe è ben
lontana da questo grado di precisione: la conoscenza geografica è per lo più
dell’ordine di grandezza 1 : 500.000 - 1 : 1.000.000 e carte dettagliate
esistono solo per aree esigue. Pertanto i fatti della superficie terrestre sono
accessibili in modo omogeneo solo con l’osservazione diretta. Non è facile
immaginare quanto numerosi siano i dati geografici che restano tuttora
ignorati.
2) La qualità della conoscenza della superficie terrestre dipende, oltre
che dalla scala, anche dall’interpretazione dei fenomeni da parte dell’umanità.
In un primo momento gli uomini vedono i fenomeni, ma non sanno integrarli
concettualmente in un campo d’osservazione scientifica: li vedono con occhi di
uomini, non di scienziati. La descrizione dell’orbe parte necessariamente dalla
scoperta dei fenomeni, ma poi ha bisogno anche dell’elaborazione di concetti,
dell’acquisizione di nomenclature e di metodi che consentano di descrivere e di
classificare. Fino alla metà del 18° secolo la descrizione dei paesaggi ha
posto problemi di cui attualmente non è facile rendersi conto, perché non
esistevano le parole oggi correntemente usate per indicare fatti geografici,
sia fisici sia umani.
3) Ogni metro quadrato della superficie terrestre è in continua
trasformazione. In geografia, come in ogni altra scienza, l’osservazione
statica ha un valore relativo. Soltanto seguendo le evoluzioni e gli
adattamenti, i fenomeni divengono intelligibili. Ma la ricerca geografica ha a
che fare con ritmi di evoluzione diversissimi a seconda che si tratti di
fenomeni d’ordine geologico, biologico, demografico, economico, per tacere
delle calamità naturali (inondazioni, siccità, terremoti) e umane (guerre,
carestie, rivoluzioni). Inoltre l’evoluzione dei fenomeni geografici può
raggiungere dimensioni tali da provocare fratture e mutamenti nella loro stessa
natura. Le città esistono da millenni e il loro studio è uno dei settori più
progrediti della geografia umana. Ma che c’è di comune, di scientificamente
comparabile tra le città di un tempo (e anche le piccole città odierne) da una
parte e dall’altra le grandi megalopoli estese su centinaia di chilometri,
espressione geografica della crisi della nostra civiltà? Peraltro, tutta presa
da interesse per i cambiamenti avvenuti più di recente, la geografia non ha
saputo sempre evitare l’insidia di un’eccessiva attenzione per l’attualità o l’aggiornamento
dei dati, con il rischio di ridursi a svolgere un ruolo informativo. Tra la
scoperta di un fatto e il suo studio geografico s’inseriscono le tappe dell’identificazione
e della rappresentazione. Una delle prime prese di possesso della superficie
terrestre da parte degli uomini si esprime attraverso i nomi dati ai fiumi,
alle cime montuose, agli appezzamenti di terreno, ai paesi, alle coste. Talora
si sottovaluta questa forma di umanizzazione elementare, ma tanto
significativa, della superficie terrestre; eppure questi miliardi di nomi
rivelano bene gli stati d’animo di conquista o di timore, il ricordo dei luoghi
di provenienza, il valore simbolico dei luoghi, l’impressione suscitata dalla
scoperta: insomma le relazioni dell’uomo con le forme, i colori e gli ambienti.
Alla denominazione segue la rappresentazione. La storia della cartografia è un
altro capitolo della storia geografica dell’umanità, del progressivo superamento
delle difficoltà di rappresentazione della sfera sul piano (storia delle
proiezioni), del completamento dei contorni continentali, del riempimento degli
spazi bianchi sulle carte, della soluzione di grandi enigmi quali il tracciato
del Niger, le sorgenti del Nilo, il continente antartico, il
passaggio a Nord-Ovest dell’America settentrionale. Fino all’inizio del 18° secolo,
e quindi in tempi già a noi vicini, tali problemi non avevano ancora trovato
soluzione. La ricerca geografica è antica quanto l’umanità e durerà quanto l’umanità.
Ciò è dovuto al fatto che la geografia non è soltanto un’esigenza della
curiosità umana, ma è anche, per sua natura, una scienza utile, con possibilità
applicative; anzi, questo è un carattere fondamentale della disciplina. La
geografia, infatti, consente di sapere ciò che vi è al di là del campo visivo;
di muoversi non a caso, ma con cognizione di quanto esiste in uno spazio anche
lontano; di conoscere la fertilità dei suoli, la presenza di risorse minerarie,
la posizione delle grandi città, e simili. La geografia è compagna e guida dei
militari, dei conquistatori, degli uomini d’affari, dei viaggiatori e dei
missionari. Fin dai suoi albori essa si rivela una disciplina ‘impegnata’, in
grado di fornire ausilio agli uomini politici. Questa tradizione si è
perpetuata e ai giorni nostri ha preso nuovo vigore con la geografia applicata,
o geografia attiva, operativa, la quale esercita grande fascino sugli studenti,
fuorché su quelli che la considerano una forma di collaborazione con un potere
che rifiutano.
L’applicazione concreta è stata sempre un aspetto essenziale della
geografia, sebbene spesso posto in ombra dalla prevalente funzione pedagogica
della disciplina. I re, gli imperatori, i signori erano bramosi di conoscenze
geografiche e si circondavano di geografi e di cartografi non per puro piacere
intellettuale, ma per disporre di carte dei loro possedimenti, per conoscere le
ricchezze dei loro domini e anche, ovviamente, per studiarne i confini e
intraprendere spedizioni militari.
geografia e
insegnamento
In tal modo la disciplina ha perduto gran parte della sua credibilità
scientifica. Agli occhi dei più essa si identifica quasi esclusivamente col
professore di geografia, di cui gli allievi, da adulti, conservano un ricordo
non molto lusinghiero, derivante dall’inutile studio mnemonico di cose
scarsamente interessanti. C’è, dunque, una profonda discrepanza tra la
geografia quale realmente è e l’immagine che se ne fa chi non è geografo.
Tale discrepanza è dovuta pure a una carenza epistemologica. La
geografia, ferma nella sua tradizione, ha dimenticato per decenni che una
scienza si caratterizza per il possesso di una finalità, di una problematica,
di una metodologia, di un bagaglio teorico; e, invece di proseguire nella
riflessione avviata tra il 1890 e il 1920 dai geografi tedeschi, inglesi,
americani e francesi, ha riposato sugli allori.
2) I geografi hanno elaborato una concezione particolaristica,
idiografica, della loro disciplina. Le descrizioni regionali tendevano
spontaneamente a mettere in luce la personalità originale dello spazio
prescelto. L’autore si ripiegava sulla sua regione, non si occupava di
confrontarla con altre, di scoprire somiglianze; cercava soltanto di porne in
risalto le peculiarità. Questa tendenza che abbiamo definito particolaristica
ha improntato e tuttora impronta di sé, più o meno consapevolmente, la ricerca
geografica. All’origine di ciò sta un’errata interpretazione del pensiero dei
fondatori della geografia moderna. Questi, tra cui in particolar modo per
esempio P. Vidal de La Blache (1845-1918) davano grande importanza
agli studi monografici come metodo di raccolta dei dati, come ‘creazione’ della
materia prima con la quale poter costruire una vera geografia generale.
3) I geografi non hanno approfondito la riflessione metodologica,
accontentandosi dell’esempio fornito dalle scienze naturali, matrice dello sviluppo
scientifico del 19° secolo. Proprio per questa origine naturalistica i
fondatori della geografia umana hanno orientato la loro disciplina verso l’individuazione,
la descrizione, la classificazione dei fenomeni e hanno rivolto particolare
attenzione ai modelli (dai modelli planimetrici delle aziende agrarie ai
modelli di funzioni urbane, dai modelli d’insediamento alle categorie di siti
urbani).
4) I geografi hanno privato la geografia di gran parte della sua capacità
esplicativa e delle sue possibilità di sviluppo con il rifiuto di qualunque
idea d’interpretazione deterministica. La geografia si è sempre posta la
questione dei rapporti tra società e ambiente naturale. Per secoli gli uomini
hanno affrontato questo problema, proponendo talvolta risposte sorprendenti per
acume ed equilibrio. Ma troppo spesso le interpretazioni sono state fraintese,
presentate rozzamente e superficialmente. Così, ad esempio, è avvenuto per Montesquieu,
il quale ha scritto (in “lo spirito della
legge”: 18°: 3) che <<I paesi sono coltivati proporzionalmente
alla loro libertà, non alla loro fertilità; e se si divide idealmente l’orbe ci
si stupirà di trovare, nella maggior parte dei casi, disabitate le sue parti
più ubertose e grande sviluppo umano in quelle dove il terreno sembra rifiutare
tutto.>>. Questa citazione non rivela certo un pensiero deterministico.
Anche altrove Montesquieu esalta esclusivamente i meriti dei governi saggi. Nella
seconda metà del 19° secolo il darwinismo riaprì questa disputa. Ma i concetti
di evoluzione e di adattamento, impiegati a sproposito, alimentarono un
ambientalismo le cui esagerazioni provocarono fatalmente una reazione
eccessiva. Infatti si diffuse, con il nome di determinismo geografico, una
tendenza a spiegare tutti i fenomeni umani, sociali, economici con le sole
cause fisiche, ancorché si trattasse dell’indole dei popoli, delle loro
credenze religiose, delle loro opinioni politiche.
Seguendo quest’orientamento della geografia, polarizzato esclusivamente
sulle società e sulle loro attività, non più sui rapporti tra società e
ambiente e ancor meno sulle espressioni spaziali della società, i geografi
hanno esplorato diversi campi di studio: geografia alimentare, geografia
medica, geografia elettorale, geografia degli investimenti.
La vastità e la varietà del campo percorso dalla geografia tradizionale
assorbivano completamente le energie dei geografi, distogliendoli dalla
riflessione epistemologica, dal problema della validità dei loro studi. Rare
erano le opere di tal genere, e i geografi che studiavano e scrivevano su tali
questioni restavano pressoché inascoltati.
La carenza epistemologica generale si sommava poi alle lacune
metodologiche. Per moltissimo tempo il metodo geografico è stato
semplicisticamente ridotto allo strumento cartografico. La distribuzione del
fenomeno nello spazio giustificava la costruzione e l’interpretazione delle
carte. Bisogna onestamente riconoscere l’eccezionale contributo portato dagli
atlanti: atlanti mondiali, ma anche regionali, e più recentemente atlanti
regionali e urbani. Intanto alcune scuole, come quella britannica, prendevano l’iniziativa
di carte dell’utilizzazione del suolo e alcuni organismi internazionali
costruivano carte della popolazione. Queste imprese, risultato di un’intensa
mobilitazione di energie e di un lavoro collettivo, hanno permesso di elaborare
sintesi di grande utilità pratica.
È sorprendente che queste realizzazioni cartografiche non abbiano
contribuito all’approfondimento dei concetti della geografia. Al contrario, il
costante ricorso alla carta ha rafforzato l’idea che tutto ciò che si può
rappresentare cartograficamente appartiene alla geografia. Ma tutti i fenomeni
terrestri, visibili o invisibili, fissi o mobili, permanenti o temporanei, sono
distribuiti sulla superficie dell’orbe.
Permeati di formazione storica, convinti dell’originalità di ciascun
territorio, per molto tempo i geografi non hanno preso seriamente in
considerazione la possibilità di uno studio teorico, sistematico dell’orbe.
Questo quadro, che rappresenta insieme la situazione della geografia
umana alla metà del nostro secolo e i motivi ricorrenti nel pensiero geografico
coevo, deve essere ormai profondamente riveduto. Infatti, nel lasso di una
ventina d’anni la geografia ha subito mutamenti notevolissimi: è sorta una ‘nuova
geografia’ che, fra l’altro, ha reso necessaria una diversa nomenclatura. È
chiaro che la nuova geografia non è nata all’improvviso, per generazione
spontanea. In passato sono vissuti precursori, uomini diversi per formazione e
attività, che hanno affrontato in modo moderno lo studio della geografia,
attenti ai problemi di localizzazione, di differenziazione e di organizzazione
dello spazio.
La nuova geografia si è sviluppata, a partire dagli anni cinquanta, nel
mondo anglosassone, soprattutto negli Stati Uniti, in un paese, cioè, dove il
peso della tradizione geografica non era grande come in Europa e dove,
diversamente che in Europa, i fatti spaziali potevano essere studiati senza il
duplice condizionamento di una lunghissima storia e di un’estrema eterogeneità
naturale e culturale. Non bisogna però dimenticare il ruolo svolto da studiosi
europei: la teoria delle località centrali è stata elaborata dal geografo
tedesco W. Christaller negli anni trenta e esposta dalla prestigiosa
tribuna del Congresso Geografico Internazionale di Amsterdam. Ma fu negli Stati
Uniti che le idee del Christaller ebbero fortuna; in quel paese, nel 1966, fu pubblicata
una traduzione della sua opera. È un bell’esempio di diffusione delle idee e
del peso esercitato dalle istituzioni universitarie, esempio sul quale gli
storici della geografia farebbero bene a meditare.
La nuova geografia trae origine da due ‘rivoluzioni’, una concettuale, l’altra
metodologica.
La geografia classica descriveva ambienti, regioni, paesaggi, e studiava
la distribuzione di fenomeni. La nuova geografia ha avuto il merito di porre al
centro dell’attenzione lo spazio terrestre: non più una semplice somma di
ambienti o un supporto del paesaggio, ma uno spazio definito, caratterizzato
dalle sue dimensioni, dalla sua accessibilità, dai costi di spostamento sulla
sua superficie (in tempo e in denaro) di persone e di beni; uno spazio che gli
uomini devono popolare, occupare, utilizzare, organizzare allo scopo di crearvi
le condizioni ottimali della loro vita socio-economica, e vivere felici o alla
ricerca dell’immagine che si sono fatti del benessere; uno spazio che in
seguito all’umanizzazione cambia aspetto, acquista nuovi caratteri, si
rimodella secondo nuove strutture.
Mentre l’ambiente, nel senso di ambiente naturale (foresta equatoriale,
steppa, deserto), esiste di per sé, indipendentemente dall’uomo, lo spazio ha
significato solo in relazione alla presenza umana ed è misurato dall’uomo
mediante scale umane di valutazione. Lo spazio assume le sue proprietà in
rapporto all’uomo: lo spazio davanti alla casa, lo spazio al di là del podere.
Lo spazio diviene vicino o lontano, centrale o periferico, a seconda della
posizione del punto considerato in rapporto all’uomo, cioè in rapporto al
podere, alla fabbrica, al villaggio, alla città!
Questo filone di studi si è irrobustito con lo sviluppo delle ricerche
dei nessi causali. Dovendo spiegare fenomeni di localizzazione, di strutture,
di condizioni di utilizzazione, di popolamento, i geografi hanno dedicato
sempre maggiore attenzione ai processi decisionali, alle percezioni e ai
comportamenti dei responsabili delle decisioni.
Per spiegare le localizzazioni e le differenziazioni la nuova geografia
si è rivolta ai processi e ai meccanismi che operano nello spazio assai più che
a quanto è presente nello spazio stesso. L’individuazione dei processi spaziali
(cioè dei fattori di differenziazione, di strutturazione e di organizzazione
dello spazio) è divenuta più importante della descrizione dei fatti che vi si
svolgono.
Ma i cambiamenti più consistenti riguardano la geografia urbana. Le
monografie classiche del periodo tra le due guerre, completate, sul piano
generale, da saggi di tipologia funzionale delle città, sono state sostituite
dapprima da studi delle reti urbane, all’interno di quadri regionali o
nazionali, poi dall’elaborazione di modelli delle reti stesse.
Nella geografia tradizionale (e in particolare negli studi regionali, che
erano considerati l’espressione più alta della geografia) si cercava di enucleare
i caratteri specifici, originali, di una regione o di una città. Con la nuova
geografia, invece, l’attenzione è stata spostata sulle identità e sulle
somiglianze, eliminando, in principio, tutti gli elementi che deformano il
modello teorico. Tutto ciò che è specifico, vale a dire tutto ciò che è dovuto
a fatti ecologici, storici e culturali particolari, verrà esaminato
successivamente per spiegare le deviazioni dal modello stesso.
Partendo da una superficie omogenea, isotropa, priva di rilievi e di fiumi,
si analizzano le condizioni di una distribuzione teorica degli insediamenti,
delle aziende, dei villaggi, delle città. Condizioni simili, del resto,
esistono anche nella realtà, sia per condizioni naturali (per esempio, la
regione francese della Beauce), sia perché create artificialmente (polders).
Successivamente, per supposizione o studiando casi reali, s’introduce nel
modello una valle (o una catena, o un litorale) e se ne studiano gli effetti
sulla trama teorica.
la rivoluzione
metodologica
Com’è ovvio, la geografia umana si è giovata della diffusione dei metodi
matematici nelle scienze umane, metodi già da tempo adottati da alcune scienze
naturali (climatologia, botanica, idrologia). Poiché ogni scienza progredisce
attraverso un continuo alternarsi di momenti induttivi e deduttivi, la nuova
metodologia, sostituendo quella tradizionale (intuitiva ed essenzialmente
induttiva), rispondeva al desiderio di una conoscenza più rigorosa della realtà
geografica; e rispondeva anche all’esigenza di elaborazione teorica e di
astrazione. La pubblicazione, avvenuta nel 1962, del volume “theorical geography” di
W. Bunge è stata la prima manifestazione di questa rivoluzione metodologica.
La diffusione dei metodi quantitativi è stata più rapida nel mondo anglosassone,
più lenta altrove. Partiti dall’impiego dei metodi statistici più semplici,
delle analisi di correlazione, delle analisi matriciali, oggi i geografi sono
arrivati a usare anche quelli dell’analisi multivariata (analisi fattoriale) e
della modellizzazione; i modelli stocastici (o di probabilità), i modelli di
simulazione, l’analisi dei sistemi, il ricorso alla teoria dei
giochi sono tutti argomenti trattati nelle opere geografiche pubblicate
nel decennio 1965-1975.
Siffatta metodologia risponde alla volontà di dominare la realtà
geografica, di coglierla rigorosamente attraverso una ricostruzione teorica a
partire da ipotesi e postulati; ambizione prometeica nel mondo delle scienze
umane, ricerca della via per una qualità autenticamente scientifica.
I nuovi strumenti metodologici hanno contribuito potentemente all’abbandono
dell’antica tendenza della geografia, alla sua evoluzione in scienza
nomotetica; hanno ridotto di molto la predilezione per gli studi monografici,
stimolando invece quelli comparativi; hanno introdotto i metodi di sondaggio e
di campionamento; hanno indotto i geografi a esaminare territori continui e con
aspetti simili, poiché lo scopo essenziale della ricerca è ormai la misura
delle irregolarità e delle deformazioni dei campi spaziali.
Come nelle altre scienze umane, ma in misura assai maggiore, in
geografia il rinnovamento della disciplina è strettamente legato a
quello dei dati e della loro elaborazione (i dati della tele-detenzione, che è
appena agli albori, l’elaborazione informatica dei dati, l’automazione della
cartografia). Sono evidenti la diversità e la ricchezza indiscutibili di questa
nuova geografia, il cui merito fondamentale risiede nel rigore scientifico
delle posizioni di partenza. A distanza di tempo si deve constatare come la
geografia tradizionale, totalmente assorbita dalla sua funzione di descrizione
esplicativa, avesse dimenticato che la ricerca scientifica non può prescindere
dall’identificazione di un problema e dalla formulazione di domande. Certo, la
geografia classica si poneva domande ma erano domande non centrate, non
finalizzate, in definitiva neppure coscienti. Il nuovo orientamento ha dato ai
geografi il conforto di un’assoluta sicurezza intellettuale; la geografia si è
imposta come scienza dello spazio a fianco della storia scienza del tempo: si
ritrovava così la distinzione kantiana.
il tempo dei
bilanci e delle incertezze
Dopo un quarto di secolo si può tentare un bilancio della nuova
geografia, bilancio cui essa stessa contribuisce con un’autocritica. Alcuni di
coloro che ne erano i più accesi sostenitori pensano che ormai la nuova
geografia abbia fatto il suo tempo; e c’è anche chi le rimprovera le stesse
mancanze che venivano attribuite alla geografia tradizionale.
Una prima constatazione riguarda il metodo: il rinnovamento metodologico
ha finito con il prevalere su quello epistemologico. I geografi, e i
matematici che hanno collaborato alle loro ricerche, hanno spesso giocato a
fare gli apprendisti stregoni, orientandosi verso tecniche sempre più raffinate
senza poi ottenere risultati sostanzialmente diversi da quelli già raggiunti
dalla vecchia geografia; e hanno finito così per sembrare più interessati all’applicazione
dei nuovi strumenti (suggestivi per la loro tecnicità) che alla soluzione dei
problemi geografici. La nuova geografia non ha prodotto un corpo organico di
teorie; una delle poche acquisizioni teoriche è stata quella delle località
centrali, vecchia ormai di quarant’anni.
È occorso molto tempo perché i geografi capissero che le tecniche
quantitative conosciute non sono direttamente applicabili ai problemi spaziali,
che gli elementi e le strutture spaziali non sono della stessa natura di quelli
studiati da psicologi ed economisti, ma hanno piuttosto affinità con l’oggetto
delle ricerche dei botanici e dei forestali. E ciò perché l’analisi geografica
deve prendere in esame numerosi e diversi oggetti; e anche perché le serie
statistiche variano nello spazio e interferiscono le une con le altre in modo
estremamente complicato. I fenomeni di autocorrelazione spaziale necessitano,
dunque, di tecniche molto elaborate.
Invece di costruire un corpo di conoscenze utili e suscettibili di
applicazioni, la nuova geografia ha avuto tendenza a chiudersi in un cosmo
troppo teorico e poco accessibile ai non iniziati, a causa del suo vocabolario
e del suo strumentario quantitativo. Sul piano concettuale, lo spazio (oggetto
dell’analisi geografica) appare ancora molto vasto, anche limitandosi alla
superficie terrestre, dato che tutti i fenomeni presenti sulla superficie
terrestre riguardano la geografia e tutti devono necessariamente essere
studiati nelle loro localizzazioni, distribuzioni, proprietà e relazioni
spaziali. La geografia non può trovare la propria finalità nel campo delle sole
proprietà spaziali dei fenomeni, quali che essi siano; e la nuova geografia in
ciò somiglia all’antica. Alcuni geografi, nell’affrontare il problema della
razionalità di una scienza fondata sullo spazio, si sono posti la questione
della realtà stessa del concetto di spazio: lo spazio è un oggetto o una idea?
Inoltre da questo orientamento della nuova geografia è scaturita una
frattura concettuale importante: la frattura tra le reti e gli spazi intermedi.
A forza di concentrare l’interesse sulle reti, le gerarchie, gli assi
strutturanti, i flussi e i traffici, il resto dello spazio (quello fuori della
rete) finisce con l’essere ridotto a un residuo, uno spazio interstiziale; e si
trascura così una parte non indifferente della realtà geografica.
Queste riflessioni e queste posizioni hanno alimentato due correnti di
pensiero che, coscientemente o no, demoliscono del tutto la nuova geografia,
descritta come superata o addirittura reazionaria. Una di esse si pone il
problema dei valori, individuali o sociali, che sottendono la teoria e la
pratica della geografia. Largamente diffusa nelle scienze umane, questa
corrente si fonda sul postulato che una ricerca obiettiva non può esistere,
perché i ricercatori sono individui con caratteristiche psichiche e mentali
specifiche, e lavorano nell’ambito di istituzioni sociali e politiche che
influiscono sugli orientamenti di ricerca e sui contenuti ideologici.
La seconda corrente ritiene che il geografo non debba perdersi in
ricerche prive di utilità sociale, anche se di grande interesse teorico. Troppi
gravi problemi urgono, dal sottosviluppo alle carestie, dagli squilibri dei
redditi alle bidonvilles; il geografo deve impegnarsi a fianco dei
diseredati e non partecipare con i suoi studi e le sue esperienze,
consapevolmente o inconsapevolmente, alle strategie spaziali dei potenti.
La distinzione tra studioso e cittadino militante non ha senso per questi
geografi nei quali la rivolta contro le ineguaglianze e le ingiustizie di
questo mondo prevale sulla curiosità e sul desiderio di investigazione
scientifica, del resto secondo loro impossibile. Addirittura essi ritengono di
non dover dare più alcuna collaborazione alle istituzioni
responsabili dell’oppressione e dello sfruttamento. È un atteggiamento
generoso, e in alcuni paesi coraggioso, che rivela però una certa confusione di
idee e un’interpretazione manichea e alquanto semplicistica della realtà.
Percorrere fino in fondo una tale strada equivale a negare la possibilità di
una qualsiasi ricerca scientifica e la possibilità di comprensione e di
cooperazione tra studiosi provenienti da società e culture diverse.
La vita della geografia negli ultimi venticinque anni è stata, dunque,
molto intensa e movimentata, in netto contrasto con la sicurezza trionfalistica
del periodo tra le due guerre mondiali, caratterizzato da una tranquilla
certezza e da una posizione di privilegio pedagogico. È forse giunto ora il
tempo di una lucida maturità.
LA RIUNIFICAZIONE DELLA GEOGRAFIA
La geografia classica e la nuova geografia sono due momenti fondamentali
nella storia della disciplina, momenti che corrispondono a due tendenze dello
spirito scientifico e rispecchiano la storia delle scienze umane.
Le due geografie si rifanno a due diversi paradigmi: il paradigma della
natura e dei suoi rapporti con le società (l’orbe e la sua umanizzazione); il
paradigma dello spazio e della sua sistemazione (l’organizzazione dello spazio
terrestre).
La geografia classica riserva un interesse prioritario alle società
tradizionali, ai generi di vita, ai paesaggi, che esprimono relazioni
plurisecolari con l’ambiente geografico. La nuova geografia della metà del 20°
secolo, rinnegando (senza dubbio in modo sconsiderato) i suoi precedenti, getta
nuova luce sulle localizzazioni, sulle distribuzioni spaziali, sulle reti, sui
flussi, sulla dinamica delle relazioni sociali ed economiche.
la coppia
natura-spazio
Non si può dissociare ciò che è strettamente integrato. La superficie
terrestre è contemporaneamente ambiente naturale e spazio, quest’ultimo inteso
come campo di localizzazioni e correlazioni organizzato dalle società; è
contemporaneamente opera di natura e di cultura. Gli uomini hanno ben compreso
da tempo che la superficie dell’orbe presenta ambienti naturali diversi; hanno
individuato obiettivamente la foresta equatoriale, la steppa, la tundra, la
taiga; ma le interpretazioni diventavano soggettive allorché si doveva
valutarne le risorse, le possibilità, i vantaggi o gli svantaggi in termini di
utilizzazione e di popolamento. Alcuni di questi ambienti vengono definiti
naturali, nonostante che da millenni gli uomini li abbiano abitati,
modificandoli, arricchendoli o impoverendoli, ampliando o riducendo le loro
dimensioni. In alcuni di questi ambienti il dinamismo ecologico particolarmente
marcato poneva l’uomo in condizione d’inferiorità, così che la sua azione di
dissodamento o di costruzione di piste era poco appariscente e veniva
facilmente cancellata dalla natura. E tuttavia questi ambienti naturali, per la
presenza stessa dell’uomo, divenivano ambienti geografici, e tra essi e l’uomo
si venivano intessendo complessi rapporti di osmosi. Gli ambienti naturali sono
divenuti ambienti geografici, e poi ambienti umanizzati, attraverso l’azione
persistente delle civiltà.
Ma questi ambienti derivati dalla natura e inegualmente umanizzati non
sono le uniche componenti della diversificazione della superficie terrestre.
Anche le società, come la natura, si differenziano in gruppi eterogenei che s’iscrivono
in propri spazi: spazi etnici, spazi sociali, spazi giuridici, spazi economici,
spazi politici, spazi psicologici. Tali spazi umani, combinati tra loro
armonicamente o disarmonicamente, si esprimono con propri limiti e proprie
forme sulla superficie terrestre, diversificandola ulteriormente con la varietà
dei tipi di popolamento, dei tipi di cultura, dei tipi di rapporti con gli
elementi naturali. Se gli ambienti naturali fossero uniformi, omogenei, gli
spazi umani si disporrebbero senza dubbio semplicemente, obbedendo a principi
di distanza, di gradiente, di portata, di attrazione, di gravità, quindi senza
alterazioni e deformazioni notevoli. Ma i fatti spaziali si manifestano in
ambienti geografici che sono insieme attivi e passivi. In altre parole, l’ambiente
geografico derivato dalla natura e lo spazio derivato dalla società si
ritrovano fusi in una sola immagine, in una sola creazione. Le combinazioni
degli ambienti naturali e degli spazi umani comportano l’enorme
differenziazione della superficie terrestre e la sua sempre maggiore
complessità. L’azione umana, intervenendo nella dinamica degli ambienti con una
volontà, con una finalità, con capacità tecniche (e quindi in modo
profondamente diverso dalle azioni delle altre specie animali) ha introdotto
una nuova dimensione nella superficie terrestre.
l’organizzazione
dello spazio
1) Le espressioni dell’organizzazione
territoriale.
1a) In qual modo l’organizzazione dello spazio si esprime
geograficamente, cioè sulla superficie dell’orbe? Si esprime in localizzazioni,
divisioni, organizzazioni.
1b) E che cosa sono le localizzazioni? L’uomo, sia preso individualmente
sia come collettività, s’insedia e opera sulla superficie dell’orbe. Su di essa
costruisce case, fabbriche, fattorie; coltiva, utilizza le risorse; ed è
presente su di essa anzitutto come membro di un gruppo più o meno complesso
(dalla famiglia alla nazione). A ogni presenza umana, a ogni opera umana,
corrispondono localizzazioni. Orbene, la localizzazione non è mai indipendente,
poiché è sempre connessa con ciò che la circonda, con fenomeni dello stesso
tipo e con altri fenomeni; da ciò discende che i caratteri propri del fatto ‘localizzato’
sono completati, modificati, positivamente o negativamente, dalle proprietà
legate all’ubicazione. Accade così che molti organismi collettivi non compiono
efficacemente la propria funzione a causa di un’infelice ubicazione; un’università,
un complesso ospedaliero, un centro amministrativo assolveranno il loro
compito in modo più o meno soddisfacente a seconda che siano bene o male
ubicati, bene o male serviti, bene o male integrati nel tessuto urbano o
immediatamente circostante, bene o male ubicati e collegati rispetto ad altri
organismi dello stesso tipo, più o meno suscettibili di adattarsi agli sviluppi
urbani successivi. Insomma, una localizzazione, qualunque sia e per isolata che
possa apparire, non è mai del tutto autonoma, indipendente; è sempre collegata
con altre, fa parte di un sistema di rapporti e di una rete di distribuzione
senza i quali non avrebbe ragione d’essere. Ogni localizzazione appare dunque
come un elemento di uno di quegli spazi particolari ai quali abbiamo accennato
(spazio universitario, spazio medico, spazio amministrativo), ma è anche uno
degli elementi dello spazio reale, dello spazio geografico, in cui s’incastra
come la tessera di un mosaico; diventa, infine, uno degli elementi di
trasformazione dell’ambiente preesistente, naturale o umano. Ogni
localizzazione corrisponde all’esercizio di una funzione (residenziale,
produttiva, di servizio, di comunicazione, e simili). Tali funzioni si
dispongono gerarchicamente, a livelli molto differenti tra loro, da quello
locale a quello mondiale, passando attraverso i livelli regionali,
interregionali, nazionali, internazionali, intercontinentali. Così avviene per
le strade, per gli aeroporti e in genere per tutti gli organismi di produzione,
preposti ai servizi e alle relazioni. Un’autostrada internazionale che,
attraverso una valle alpina, colleghi l’Europa settentrionale con quella
meridionale, ha un significato di localizzazione d’importanza ben superiore a
quella di una strada secondaria. La localizzazione del maggior aeroporto
internazionale di una grande potenza politica e quella di un aeroporto di terza
categoria pongono problemi diversi, discendono da diversi livelli decisionali e
non danno certo origine agli stessi conflitti di concorrenza territoriale. Queste
funzioni, diverse per natura e per dimensioni, coesistono forzatamente,
inserendo nello spazio un mosaico molto eterogeneo, che fatalmente determina
problemi di coesistenza. Dal momento in cui si decide la localizzazione, la
funzione s’incarna in un elemento morfologico durevole del paesaggio, entra a
far parte della composizione urbana o rurale, modifica la linea dell’orizzonte,
trasforma il luogo e divide gli spazi.
conclusione
Il geografo francese M. Sorre applicava spesso alla geografia
alcune parole di Cristo riferite nel Vangelo di San Giovanni: <<Vi sono
molte celle nella casa del Padre mio.>>. In effetti, con il passar del
tempo i geografi hanno moltiplicato le celle del campo di studio della
geografia, con il rischio di annullare la realtà della casa e la sua unità. È
evidente che la curiosità scientifica non può essere regolamentata e che non si
può vietare agli studiosi l’uno o l’altro indirizzo di ricerca: la storia della
scienza insegna che il progresso cammina più lungo i margini che sulle strade
già tracciate e frequentate. È certo, però, che i geografi hanno esagerato
facendo della geografia una comoda copertura per l’esercizio di attività
scientifiche le quali, in certi casi, non conservavano più alcun rapporto fra
loro e neanche risultavano ormai più utili le une alle altre. L’evoluzione
concettuale e metodologica dell’ultimo venticinquennio ha rappresentato un
progresso importante, ma un progresso unilaterale, imperniato sul concetto di
spazio. Occorre progredire ancora per dotare la geografia di una specifica
connotazione scientifica. In questi ultimi decenni del 20° secolo, quando tutte
le azioni umane stanno ormai costruendo la geografia del 2000, si assiste a una
nuova scoperta dell’orbe: una orbe più piccola, accessibile da ogni parte,
della cui superficie i satelliti artificiali stanno rivelando tutti i
caratteri; una natura terrestre esposta agli effetti e agli eccessi di una
rivoluzione tecnologica appena iniziata; degli ambienti umanizzati che accusano
squilibri dovuti a effetti di saturazione e di congestione nelle megalopoli e
di sotto-popolamento nelle campagne, con aumento degli squilibri tra gli spazi,
le regioni, i continenti. Gli uomini si accorgono di saper molto poco dei
problemi di analisi, di dominio e di gestione della coppia natura-spazio; si
accorgono di essere, come ha scritto il Bunge, “analfabeti dello spazio”. La
geografia, nel suo nuovo volto, si presenta come geonomia e insieme geosofia:
geonomia, cioè scienza dell’organizzazione della superficie terrestre;
geosofia, cioè saggia consapevolezza delle relazioni con l’orbe, capace di
ricondurre gli uomini alle civiltà e alle culture ereditate da secoli di
rapporti con gli ambienti, nonché al rispetto di quanto esiste su questo piccolo
pianeta che accompagna verso il suo destino un’umanità unica nel cosmo.
LA GEOGRAFIA E IL CITTADINO
la geografia
politica
POLITICA,
CITTADINANZA E RAPPRESENTANZA
cittadinanza ed elezioni
Il concetto
moderno di cittadinanza si sviluppa parallelamente alla creazione dello stato.
Secondo Marshall (1950), il concetto moderno di cittadinanza è composto da tre
aspetti, ognuno dei quali implica forme differenti di diritti: civili, politici
e sociali. Storicamente, lo sviluppo di queste diverse forme di diritti segue l’evoluzione
dello stato inglese, dalla forma liberale, passando per quella
liberaldemocratica, fino ad arrivare al welfare
state social-democratico. Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che
la nascita dello stato moderno implichi l’attribuzione ai residenti sul suo
territorio dei pieni diritti di cittadinanza in maniera uniforme. La dimensione
dei diritti civili è connessa alla dottrina liberale della protezione della
libertà individuale. Per il liberalismo, lo stato dovrebbe avere poteri
abbastanza limitati da non restringere in alcun modo le libertà individuali, ma
abbastanza efficaci da garantire queste libertà e proteggerle da altre minacce.
La dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al
governo della società, sia direttamente, che indirettamente (elezione dei
rappresentati). La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da
parte dello stato, del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere
economico e sociale (istituzione di vari servizi all’interno del welfare state).
È importante
considerare questi aspetti della cittadinanza come oggetto di conflitti e di
strategie politiche e sociali e chiarirne gli obiettivi. L’estensione della
cittadinanza nelle varie fasi non è stata garantita dallo stato senza un’esplicita
pressione per l’ampliamento dei diritti espressa dai diversi gruppi sociali, e
senza che si verificassero degli scontri per ottenerlo; del resto, una volta
istituite determinate forme di cittadinanza, queste potevano essere utilizzate
come risorse con le quali lottare per ottenerne altre. Inoltre, c’è un “discorso”
sulla cittadinanza, che viene utilizzato e prodotto dai partecipanti alle
battaglie politiche. Lo stato cerca di definire in modo discorsi chi è un cittadino
e chi non lo è, insistendo sul fatto che, per chi lo è, la cittadinanza è
universale. Per contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso
discorso sulla cittadinanza, lamentando però il fatto che, in realtà, alcuni
gruppi vengono esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche
della cittadinanza sono mutevoli e discutibili.
gli spazi della cittadinanza
I geografi
sono stati i più attivi nel tentativo di contestualizzare le diverse concezioni
della cittadinanza, con lo scopo di concentrarsi sui meccanismi attraverso i
quali alcuni individui vengono esclusi dall’ottenere o dall’esercitare la
propria cittadinanza. Il loro lavoro ha messo in evidenza il fatto che, il
concetto di cittadinanza implica un continuo processo di separazione tra
cittadini e non cittadini. Per concettualizzare quest’idea, si può parlare di
limiti formali e limiti informali alla cittadinanza. I limiti formali si
riferiscono all’estensione legale della cittadinanza, secondo quanto viene
definito in una costituzione. Nello stesso tempo, però, ci sono pratiche e
meccanismi informali, che servono ad escludere determinati individui o gruppi
dall’esercizio dei propri diritti di cittadini. Analogamente, possiamo
distinguere tra cittadinanza de jure
(secondo la legge) e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione
evidenzia il fatto che, anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino
secondo dei parametri legali, ci possono essere delle barriere sociali, che
impediscono a questa persona di prendere parte attivamente alla vita civile;
tuttavia, può avvenire anche l’opposto. Queste definizioni non sono fisse nel
tempo o nello spazio, ma rappresentano strumenti attraverso i quali le
rivendicazioni di cittadinanza dei singoli soggetti possono venire interpretate
in casi specifici.
L’assegnazione
di una cittadinanza de jure o de facto non è politicamente neutrale. L’esclusione
di alcuni individui dall’esercizio dei propri diritti e delle proprie
responsabilità come cittadini viene determinata da caratteristiche come il
genere, la classe sociale, le origini etniche, il credo religioso, l’età, la
disabilità, la sessualità ed il luogo di nascita. Analizzare il significato di
tratti identitari così connotati e mutevoli ha richiesto un paziente sforzo
intellettuale. In prima linea in questo tipo di studi, le autrici femministe
hanno criticato l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi studi hanno quindi
suggerito che il cittadino viene definito in quanto maschio. Al posto di questa
concezione, le studiose femministe hanno dato voce a teorizzazioni più
connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere. Di qui si è
evidenziata la natura patriarcale della società capitalista occidentale, una
struttura che discrimina le donne attraverso l’esclusione dalle posizioni di
potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche
femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose
femministe c’è poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto.
A partite
dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe femministe si sono spostate
dall’interesse specifico per le relazioni di genere, verso una considerazione
più ampia delle esclusioni sociali di quanti deviano dalla visione teorica
dominante di cittadinanza. L’esempio dell’esclusione delle persone sorde
evidenzia la complessità delle geografie della cittadinanza. Da un lato, l’esclusione
de facto dei non udenti dalla cittadinanza britannica, sulla base del fatto che
le loro carenze uditive impediscono l’impegno nei dibattiti pubblici. Dall’altro,
la loro cultura linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi spazi
di cittadinanza, che operano sua su scala locale, che globale. Questo riporta
alle osservazioni di Isin, secondo il quale l’atto di esclusione non è una
semplice negazione, ma potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di
cittadinanza, che agiscono in spazi pubblici alternativi.
Può essere
vero, però, anche il contrario. Ovvero che degli individui, o dei gruppi,
svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile, senza che ad essi
vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute alla
cittadinanza. I lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio
fondamentale di questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro
rappresenta un elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello stato,
senza che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci sono due
aspetti fondamentali da affrontare. Il primo è che i mezzi di comunicazione e
la politica parlano spesso di queste esclusioni in termini economici,
descrivendo le restrizioni nei confronti dei migranti come necessarie a
difendere gli interessi economici dello stato. Gli studi geografici politici e
culturali hanno però sottolineato come queste esclusioni siano in realtà
strettamente connesse alla difesa della mitica omogeneità culturale di ciascuno
stato; sono i confini dello stato ad operare come strumenti che definiscono l’esclusione,
chi è nato all’interno dei confini di un territorio, viene garantita la
cittadinanza de jure, mentre chi
proviene da fuori è spesso soggetto ad un’esclusione dai diritti di
cittadinanza. Il secondo aspetto, è che la cittadinanza degli immigrati genera
tensioni nella nostra visione della cittadinanza come inclusione, o esclusione,
da un certo stato. I lavoratori migranti spesso mantengono legami sociali e
politici con i propri paesi d’origine, creando istituzioni politiche che
travalicano i confini degli stati. Non si sta suggerendo che i legami
transazionali rappresentino un’alternativa adeguata all’estensione dei diritti
dei lavoratori migranti in un paese ospite, ma che le migrazioni creano nuove
reti spaziali di responsabilità e appartenenza, che vanno al di là del binomia stato-cittadino.
cittadinanza insorgente
Un’azione
radicale di cittadinanza è la “cittadinanza insorgente”. Si tratta di una forma
di cittadinanza che agisce con un’opposizione violenta all’autorità costituita
e che cerca di ostacolare l’azione dello stato. Questo no vuole significare che
gli obiettivi di queste forme di azione politica siano necessariamente in
contrapposizione a quelli sanciti dalla costituzione di ogni singolo stato, ma
piuttosto che essi nascono da uno scetticismo radicale nei confronti della
capacità dello stato di assolvere questi doveri. La cittadinanza insorgente,
quindi si fonda sull’azione diretta, come mezzo per reclamare i diritti di
cittadinanza, in un contesto in cui la distinzione tra legalità e illegalità
viene sospesa e sostituita da discorsi di diritti umani e giustizia sociale.
Bisogna però fare molta attenzione nel giudicare gli spazi e le posizioni di
chi partecipa alle cittadinanze insorgenti. I mezzi di comunicazione principali
descrivono spesso questi movimenti come indicativi di un’azione civile “non
autentica”, in contrasto con quella “autentica” che si sviluppa attraverso i
canali formali della politica. La realtà empirica, però, non sostiene una
distinzione così rigida. Gli attivisti cercano di utilizzare i canali formali
per dare voce alle proprie preoccupazioni, ma questi sono stati percepiti come
inefficaci. Per capire la relazione tra la cittadinanza insorgente e la massa,
bisogna rivedere le nostre concezioni di trasformazione politica. In
particolare, è necessario guardare al di là dell’idea di riforme fondata sullo stato
o dei modelli tradizionali di democrazia liberale.
Chatterton
si occupa di come si possano creare visioni del cambiamento politico condivise
tra i gruppi di protesta e gli individui coinvolti direttamente dalle loro
azioni. Lui evidenzia la perdita di fiducia nei confronti dei canali formali e
la conseguente necessità di inventare nuovi spazi per la partecipazione
politica informale. Alla base delle conclusioni di Chatterton emerge l’ansia
dovuta al fatto che la posizione dei manifestanti e quella della gente comune
appaiono in rigida contrapposizione. Chatterton suggerisce che il dualismo tra
attivisti e non attivisti può essere superato, mettendo in evidenza la natura
ibrida e negoziata socialmente delle due posizioni; questo processo si
concentra su nuove scale nuovi luoghi dell’azione politica. Egli sottolinea il
fertile terreno comune che si può sviluppare per mezzo della micro-politica localistica
della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Questa visione del cambiamento
democratico è evidentemente diversa dalle concezioni convenzionali della governance democratica pluralistica, per
le quali i cambiamenti di direzione delle politiche dello stato avvengono per
mezzo della competizione tra partiti che si contendono il voto popolare. In
questo caso, Chatterton si rifà alla concezione di democrazia più radicale,
definita “pluralismo antagonista”, basata su un invocato concetto di società
civile globale, azione collettiva e messa in discussione dello stato e del
potere corporativo.
Questa
discussione sulla “cittadinanza emergente” scompiglia per due motivi la nostra
concezione di cittadinanza come relazione tra un individuo e lo stato. In primo
luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione di etica collettiva che non si
fonda su una riforma dello stato. Secondo, le lotte contro questioni globali
richiedono nuove forme di solidarietà, che si estendono al di là dei confini
dello stato.
la governance
La governance indica una tipologia di
governo fluida ed inclusiva, che tiene conto delle istante provenienti dal
basso e che mobilità contemporaneamente diversi attori. Essi possono essere
pubblici, si parla di governance
multi-livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala
territoriale nella gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con
il principio di sussidiarietà e la promozione di approcci dal basso e di
partenariato pubblico-privato nella definizione e nell’applicazione delle
politiche pubbliche. Rhodes individua sei modi diversi di intendere la governance: 1) minimal state: una ridefinizione della presenza dello stato nell’erogazione
di servizi e nella vita dei cittadini; 2) corporate
governance: in generale, il sistema che gestisce e controlla le
istituzioni, pubbliche e private; 3) new
public management: un modo nuovo di concepire il settore pubblico,
avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato; 4) good governance: come buon sistema di
governo, secondo parametri indicati dalle grandi organizzazioni internazionali;
5) sistema socio-cibernetico: un sistema socio-politico risultante dall’intervento
integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema stesso; 6) Rete
auto-organizzata di istituzioni e di soggetti pubblici e privati che, a diversi
livelli, prendono parte al governo di un territorio e di una società.
I cinque
principi che stanno alla base della buona governance
sono: apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza.
la cittadinanza cosmopolita
La
cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad una comunità politica e
lo stato è considerato da sempre la forma principale di comunità politica.
Questa concezione è ora messa in discussione.
Il
criticismo si concentra su un problema che viene percepito come centrale nella governance internazionale contemporanea.
Mentre la cittadinanza ha una scala statale, molti dei temi politici più
rilevanti oggi trascendono i confini nazionali. Si pensa che la democrazia stia
fallendo a causa del suo essere fondata sullo stato. Definita “deficit democratico”, questa critica si
basa sul fallimento del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di
essere attivi politicamente su scala internazionale.
La
cittadinanza transazionale si può analizzare mettendo in evidenza due concetti,
attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il deficit democratico: una società civile globale ed una democrazia
cosmopolita. Entrambi i concetti si fondano su pratiche politiche ed
istituzioni già esistenti, al fine di indagare meccanismi alternativi di
partecipazione nella sfera internazionale.
Il concetto
di società civile indica dei raggruppamenti sociali che non agiscono né all’interno
dello stato (processo formale di governo), né del mercato (per il profitto). Ma
il concetto di società civile è soggetto a numerose contestazioni. Da un punto
di vista storico, la definizione è nata dal vocabolario dei filosofi politici,
quando si sono occupati di come le persone possano soddisfare bisogni
individuali raggiungendo, nello stesso tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato
interesse politico ed accademico per la società civile negli anni Novanta, può
essere ricondotto alla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale,
nel 1989. La capacità di gruppi pro-democrazia, nel definire le istituzioni
degli stati dell’Europa centrale e orientale, è stata dipinta come una vittoria
della “società civile”. La crescita dell’interesse nei confronti del concetto
di società civile ha portato anche ad un profondo ripensamento della sua stessa
definizione. Alcuni autori hanno cominciato ad analizzare cosa significhi
parlare di società civile in un epoca di interconnessioni crescenti e flussi
transazionali, con i relativi dubbi sulla supremazia dello stato.
Definito per
primi da autori come Kaldor e Keane, il concetto di società civile globale si
focalizza sull’istituzione e la difesa di norme e diritti comuni a tutta l’umanità.
L’idea di società civile, quindi, concentra l’attenzione sulla comparsa di una
coscienza globale comune, in un’epoca di presunta globalizzazione. I
miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti hanno permesso ad organizzazioni
e movimenti molto distanti di unirsi, su tematiche comuni (proteste
ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare in modo critico l’azione
della società civile globale, bisogna riportare nella nostra analisi la
geografia, individuando tre aree di analisi spaziale.
Primo, le
azioni dei movimenti di protesta globale sono dirette verso le politiche di
determinati Stati (movimento per la liberazione del Tibet). Secondo, le azioni
di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi possiede tempo sufficiente e
risorse tecnologiche si trova nella posizione migliore per essere coinvolto e
stabilire le priorità. I movimenti globali sono radicati in determinate
geografie che spesso rispecchiano le geografie del potere (gli uffici di “Amnesty International” sono localizzati
in prossimità dei centri di potere).
In contrasto
con la nozione di società civile globale, i teorici della cittadinanza
cosmopolitica ricercano un modello più formale di partecipazione politica,
strutturato intorno al concetto di cittadinanza globale. I teorici della
democrazia cosmopolitica sostengono che l’aumento del numero degli stati
democratici nel mondo abbia poca importanza per la democratizzazione dell’ordine
mondiale. L’importanza crescente, alla scala globale, delle preoccupazione per
l’ambiente, l’economia e i diritti umani, ha portato a richiede che si dia voce
alla cittadinanza globale, nella definizione delle pratiche delle
organizzazioni internazionali. Tuttavia, ci sono motivi sia logici che
geografici per i quali un ordine democratico globale sarebbe molto difficile da
istituire. In termini logistici, la prospettiva di una singola istituzione, che
abbia la capacità di organizzare delle elezioni globali, solleva molti dubbi.
In termini geografici, l’idea di istituire un governo liberaldemocratico che
agisca al di sopra del livello dello stato, richiederebbe il consenso del
sistema di stati esistente. L’ordine internazionale attuale è costituito in
favore degli stati più potenti. Non si può creare dal nulla un ordine politico
cosmopolita, c’è bisogno di lavorare al sistema attuale, fondato su un potere
distribuito in modo diseguale, e di superarlo. Possiamo, tuttavia, osservare
alcuni esempi di democrazia cosmopolita. Ad esempio, L’UE è pensata come un
forma di organizzazione politica democratica, al di sopra del livello degli
stati nazionali. L’europeizzazione progressiva ha portato nuove forme
democratiche, con alcuni aspetti della sovranità statale ceduti al livello di
governo europeo, mentre lo stato rimane il luogo centrale del potere politico.
Questo ha portato i geografi politici ad evidenziare la nascita, in Europa, di
una cittadinanza multilivello, con i cittadini sottoposti a diversi livelli di
autorità politica contemporaneamente.
geografie elettorali
La geografia
elettorale è una sotto-disciplina della geografia politica, che analizza la
pratica e l’organizzazione delle competizioni elettorali. In genere, tutte le
elezioni prevedono un voto popolare, nel quale una parte della cittadinanza
esprime la propria preferenza riguardo alla rappresentazione politica (governance democratica pluralista).
Le elezioni
politiche in uno stato offrono agli studiosi la possibilità di osservare e
tracciare gli orientamenti politici di una certa popolazione. Il fatto ancora
più importante è che il sistema di voto è di solito costruito su unità
territoriali, la cui distribuzione e struttura può giocare un ruolo significativo
nei risultati delle elezioni.
Ecco alcune
ricerche che si occupano degli aspetti spaziali delle elezioni. Per il geografo
francese Siegfried, la geografia fisica, economica e culturale dei distretti è
vista come un’importante cornice strutturale, in grado di definire le priorità
politiche degli elettori. Gli sono state mosse alcune critiche, innanzitutto i
critici dubitano che lo spettro degli orientamenti politici si possa ridurre al
semplice dualismo tra destra e sinistra. Spesso gli individui possono avere
punti di vista apparentemente contraddittori su diversi temi politici e il
modello di Siegfried non prende in considerazione quest’ipotesi. La seconda
critica riguarda il fatto che le sue conclusioni sembrano sostenere un
determinismo ambientale, ovvero il fatto che sia l’ambiente di vita a
condizionare le attitudini politiche.
Dopo le
ricerche di Siegfried, la geografia politica del 20° secolo ha seguito lo
stesso percorso di tutta la geografia, che possiamo suddividere in due
tendenze. Nella prima, c’è stato un passaggio dalla ricerca di grandi
spiegazioni generali delle tendenze di voto verso un approccio più empirico e
basato sulla ricerca sul campo, che cercava di misurare il comportamento degli
elettori. I geografici della seconda tendenza hanno invece spostato la propria
attenzione sull’analisi delle geografie della rappresentanza, analizzando il
modo in cui l’organizzazione spaziale delle elezioni può servire a influenzarne
i risultati.
Il comportamento degli elettori
Un primo
tentativo di teorizzare in termini quantitativi le tendenze di voto venne fatta
con “l’effetto vicinato” una cornice esplicativa del comportamento degli
elettori. I critici dell’approccio positivista della geografia elettorale
ritengono che ad essa manchi un collegamento con la teoria sociale e, di
conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle dinamiche
politiche spaziali delle elezioni (contro l’empirismo rampante).
Negli ultimi
anni gli studi sul comportamento di voto hanno diversificato i propri
fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di metodologie qualitative.
Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione dell’interazione tra le
dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto, collegando, in modo più sottile,
i concetti di territorio e human agency.
Molta attenzione è stata per esempio posta sul territorio, visto come costruito
socialmente, concentrandosi quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents) nel continuo processo di produzione di territorio. Il
lavoro del geografo politico Agnew ha avuto un’importante influenza nello
sviluppo di concetti teorici più sofisticati, relativi ai comportamenti di
voto. Agnew sostiene che il contesto sia importante soprattutto nel momento in
cui il territorio, a diverse scale geografiche, viene utilizzato come strategia
retorica, da parte dei partiti, come culla per i processi di influenza dei
comportamenti e come elemento della geografia politica delle scelte elettorali.
Quest’analisi sui comportamenti di voto è quindi servita ad arricchire la
nostra capacità di comprendere la specificità storica dei modelli di voto,
mettendo in relazione le variazioni nel sostegno ai partiti con le
trasformazioni economiche e sociali che avvengono a diverse scale geografiche. Alcune
critiche a questo approccio possono essere fatte in relazione al fatto che esso
rispecchia un residuo attaccamento ai dati dei modelli statistici,
necessariamente discontinui, ma non riesce ad essere coerente con l’insieme
degli studi socio-culturali, che hanno messo in luce l’interrelazione e la
costruzione sociale di etichette identitarie. L’interpretazione degli specifici
contesti storici può contribuire ad animare le interrelazioni tra le diverse
posizioni riguardo a quest’argomento, ma per capire i loro effetti politici
più in dettaglio, è necessario un approccio maggiormente qualitativo nei
confronti degli attori coinvolti. In questo caso, la geografia politica può
avviare un rapporto produttivo con l’antropologia politica. L’approccio
etnografico permette di sottolineare l’importanza delle testimonianze,
individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori economici,
sociali e culturali che determinano l’appartenenza politica.
geografie della rappresentanza
Gli aspetti
spaziali delle elezioni hanno rappresentato un interesse di primaria importanza
per i geografi. Ogni sistema elettorali uninominale del mondo divide il proprio
elettorato in collegi definiti su base territoriale. I collegi vengono
costituiti nel tempo e continuamente soggetti a revisioni. Esattamente come la
scelta del sistema elettorale può favorire certi partiti rispetto ad altri,
così anche il disegno dei collegi elettorali può influenzare il risultato delle
elezioni. Il disegno dei confini dei collegi elettorali rappresenta quindi un
tema di grande interesse per la geografia elettorale. Le potenzialità in questo
processo nell’influenzare l’esito delle elezioni, vengono ben descritte dagli
esempi del malapportioning (suddivisione
del territorio in collegi non equa) e del gerrymandering.
Il primo si riferisce ad una disuguaglianza nella rappresentanza, dovuta alle
differenze nelle dimensioni dei collegi, ed è di particolare importanza quando
i partiti dominanti sono due (Usa). Johnston sostiene che il malapportionment si può verificare per
mezzo di volontà intenzionale, se un partito controlla il processo di suddivisione
in collegi, creando collegi più grandi dove il partito oppositore è forte,
oppure di un malapportionment
strisciante, quando i cambiamenti, intervenuti nel corso del tempo, nella suddivisione
in distretti fanno sì che ci siano collegi più piccoli, dove un partito è più
forte. Il gerrymandering si riferisce
invece alla pratica di ridefinire l’estensione, o la popolazione di un
collegio, con il proposito di ottenere un vantaggio elettorale. Questo
espediente prende il nome da un Governatore americano del 19° secolo, Gerry,
che stabilì la ridefinizione dei confini delle contee per ottenere un maggiore
sostegno elettorale. Tuttavia, anche se il gerrymandering
è diventato un tema centrale per i geografici elettorali, dobbiamo suggerire
cautela. All’interno della geografia politica c’è una chiara tendenza a ridurre
le attitudini di voto alla preferenze espresse nel giorno delle elezioni. Anche
se questi sono dati che possono venire registrati, non possiamo mai assumere
che l’espressione del voto sia rappresentativa della visione politica, sottile
e spesso contraddittoria, degli individui. Viene utilizzato il termine “fluidità
partigiana” per richiamare l’attenzione sulla natura mutevole della fedeltà
degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di una ridefinizione dei confini
dei collegi elettorali. Questi processi, infatti, possono a loro volta alterare
le preferenze degli elettori, per il fatto che questi possono perdere fiducia
nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei loro tentativi di
manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche individuali non
sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo fluido di
identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e
geografici.
la geografia elettorale in Italia
Per tutta la Prima Repubblica, appare evidente
la presenza di due aree più o meno omogenee dal punto di vista delle preferenze
politiche, dominate dai due partiti principali dell’epoca: il Nordest “bianco”, caratterizzato da una
netta maggioranza della Dc, ed il Centro “rosso”, roccaforte del Pci. Si tratta
delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di piccole medie imprese e da una
rete di piccole città che fungono da cardini dello sviluppo economico
territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le realtà associative
che fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al movimento operaio ed
alla sinistra, nel secondo. Il resto d’Italia vede invece una tendenza
elettorale molto più variegata, legata alle contingenze temporali e alle
specificità di ciascun territorio.
In seguito
allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica, la geografia
politica italiana si trova di fronte alla “conquista” da parte della “Lega Nord”
delle province nelle quali un tempo dominava la Dc e alla nascita di Fi,
movimento politico dalla struttura aziendale, legato ai mezzi di comunicazione
nazionali e con legami apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi
trova una propria “zona azzurra”, paragonata ad un arcipelago, costituito da “isole”
di concentrazione del voto (Campania, Sicilia e alcune province del Nordovest).
Negli ultimi
anni la geografia elettorale italiana si è trovata a fronteggiare alcune
evoluzioni politiche inedite. La prima è la nascita di due partiti a vocazione
maggioritaria (PD e PDL), che appaiono sempre meno legati al contesto
territoriale, anche se sembrano ricalcare la geografia elettorale dei propri
predecessori. La seconda è la progressiva avanzata del fronte leghista nelle ex
regioni “rosse”, con particolare evidenza nelle province più settentrionali
dell’Emilia Romagna e della Toscana. A questo si possono aggiungere le
concentrazioni geografiche delle presenze di alcuni partiti minori, legate più
alla presenza di leader locali, che a specifiche caratteristiche territoriali.
conclusione
Si è
imparato ad analizzare gli spazi della cittadinanza, della democrazia e delle
elezioni e mostrare il ruolo delle teorie socio-culturali nell’aiutarci a
comprendere meglio questi concetti. È stato fatto ripercorrendo la natura delle
teorie sulla cittadinanza e gli aspetti spaziali delle elezioni. Il percorso ha
dimostrato che è impossibile pensare alla pratica politica al di fuori del
contesto sociale e culturale. La politica viene vissuta e, di conseguenza,
esiste nello spazio.
POLITICA,
GEOGRAFIA E CITTÀ
politiche urbane
Il tipo di
città che si è sviluppato nell’Europa medievale influenza maggiormente la
nostra immagine di come dovrebbe essere una città. Nel Medioevo la città
svolgeva un ruolo di centro amministrativo, politico ed economico per il suo
retroterra rurale. I prodotti agricoli confluivano verso i mercati cittadini
dalle campagne circostanti, dove veniva prodotto più cibo di quanto ne servisse
per nutrire le famiglie di contadini, generando un surplus che poteva venire utilizzato per sostenere la popolazione
urbana non agricola. La nascita delle città, quindi, è il prodotto di un
cambiamento nella geografia della produzione e del consumo.
Oggi quasi
tutte le città sono collegate, dal punto di vista economico, non al territorio
che le circonda, ma a reti più ampie di commerci, investimenti e flussi di
lavoratori, che si estendono su spazi molto vasti, all’interno e all’esterno
dei confini nazionali. Le città fanno parte di un’articolata gerarchia,
politica e amministrativa, con gli stati nazionali che esercitano una forte
influenza, sia sulle politiche della città, che sigli aspetti più minimi della
vita urbana. Piuttosto che presentarsi come un sistema compatto, con una
comunità integrata ed organica, come nel Medioevo, oggi le città sono enormi,
tentacolari, sempre più frammentate (sia dal punto di vista spaziale, che da
quello sociale) diffuse sul territorio e variegate, tanto dal punto di vista
sociale, che culturale (urbanesimo diffuso). Nei paesi industrializzati, la
distinzione fra urbano e rurale sembra essere sempre più confusa e arbitraria.
Tutto ciò rende decisamente complicato definire le politiche urbane. Di
conseguenza, non bisogna considerare come politiche urbane tutte quelle che
hanno luogo in città. Le politiche urbane sono riferite alle politiche che
riguardano tematiche urbane e bisogna distinguerle da quello che è il governo
della città.
Un metodo
per avvicinarsi alla ricerca di una definizione potrebbe essere quello di
considerare le relazioni tra le funzioni urbane e la forma della città. Il
geografo Harvey cerca di fissare delle basi concettuali rigorose per definire
la specificità delle politiche urbane. Lui stabilisce che l’urbanizzazione
dovrebbe venire vista come un processo, non come un oggetto, e, come tale,
necessariamente non ha limiti spaziali fissi, anche se si manifesta spesso all’interno
di un determinato territorio. Il punto di partenza della sua analisi è il
mercato del lavoro urbano, definito in termini di estensione dei movimenti
giornalieri dei pendolari. La diffusione dei mezzi di trasporto motorizzati ha
fatto sì che oggi sia possibile raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro
da un’area che si estende ben al di là del centro cittadino. Harvey sostiene
che i datori di lavoro debbano adattarsi alla disponibilità di forza lavoro all’interno
dei limiti di ogni regione urbana. Nel lungo periodo questi limiti non sono
insormontabili grazie, ad esempio, lo spostamento della produzione in un altro stato.
A breve termine, però, gli imprenditori devono lavorare con la forza lavoro che
hanno a portata di mano, la cui qualità diventa quindi determinante. Formare i
dipendenti costa, e quindi, nel breve periodo, l’insieme delle qualifiche e
capacità della forza lavoro urbana rappresenta una limitazione. I lavoratori
altamente qualificati possono avere il potere di richiedere salari più alti,
mentre i sindacati possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno
qualificati, attraverso l’azione collettiva. Il risultato, secondo Harvey, è un
complesso insieme di lotte ed alleanze tra gli imprenditori, caste urbane, i
lavoratori e le loro famiglie. Inoltre, la gran parte dei guadagni dei
lavoratori viene spesa a livello locale. Ciascun mercato del lavoro urbano,
quindi, sostiene una specifica serie di pratiche di consumo, che vengono
determinate dalla distribuzione dei guadagni tra i diversi gruppi sociali.
I limiti geografici, soprattutto alla scala
urbana, influenzano sia il lavoro, che il capitale, con due risultati. Il primo
è quello che Harvey definisce la tendenza alla “coerenza strutturata” delle
regioni urbane, che riflette il modello dell’insieme di guadagni e consumi,
rafforzato dalle infrastrutture fisiche e sociali della città (fisiche: buoni
trasporti pubblici; sociali: buoni asili d’infanzia). Il secondo risultato è lo
sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed economici, che nascono dai
conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche di consumo, la salvaguardia
dei vantaggi competitivi e l’offerta di infrastrutture fisiche e sociali. Nel
modello della pure competizione non ci sarebbe la necessità di alleanze
politiche ma, nel mondo reale, influenzato dalle condizioni geografiche, le
politiche urbane sono inevitabili.
Questi
processi non implicano il fatto che la città sia un attore politico unico: le
classi sociali e le altre alleanze mutano in continuazione e l’insieme di
limiti ed opportunità esistenti possono generare pressioni contrastanti. L’effetto
principale, però, è la creazione di una regione urbana come spazio all’interno
del quale possano emergere delle politiche urbane relativamente autonome. Da un
lato, questo significa che le città sviluppano le proprie tradizioni politiche
distintive ed interessi politici localizzati. D’altra parte, però, il contenuto
delle politiche della città non può essere derivato direttamente da logiche
economiche, ci sono aspetti che sono al di fuori della logica dell’accumulazione.
Alcuni
geografi politici, compreso Harvey, continuano il discorso, cercando di capire
come le differenze nelle pratiche politiche urbane siano collegate ai processi
di accumulazione del capitale. Altri, cercano invece di approfondire la portata
e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente autonome dalle
dinamiche economiche.
urbanizzazione contemporanea
Le
agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Città del Messico, assomigliano alle
regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano anche una prova
del passaggio dalle città come luoghi ben distinti ad una più generale
urbanizzazione.
L’ammontare
della popolazione non è il solo parametro di misura dell’importanza delle
singole aree urbane. Taylor attribuisce più importanza alle funzioni delle
città e ai collegamenti tra esse. Secondo lui, le città sono state plasmate nel
tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel contesto internazionale. In questo
tipo di approccio, i processi di globalizzazione sono fondamentali in ogni
tentativo di comprendere le città e le loro politiche. Nello specifico, l’approccio
di Taylor tiene conto della “capacità globale” delle città, definita dai
servizi offerti al suo interno, in particolare quelli del settore economico e
finanziario. La graduatoria rispecchia la concentrazione di imprese che offrono
questi servizi in ciascuna delle città considerate. Quest’approccio è utile a
mettere il luce le funzioni e il ruolo globale delle città. È importante
riconoscere però che, anche se le mega-città esercitano una grande influenza
economica, politica e culturale ed inglobano ingenti flussi di denaro, persone,
beni e informazioni, la maggior parte degli abitanti delle città vive in realtà
urbane più piccole e ordinarie. Nel mondo sono circa cinquanta le città che
superano i cinque milioni di abitanti e ospitano complessivamente cinquecento
milioni di persone, cioè solo il 15% della popolazione mondiale. Considerando
solo le mega-città simboliche rischiamo di perdere di vista gran parte della
realtà. È inoltre evidente che non esiste un unico modello di crescita e
sviluppo urbano. Realtà urbane compatte affrontano sfide diverse da quelle di
una metropoli diffusa.
La geografa
Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare più attenzione alle città ordinarie
e all’ordinarietà della vita urbana e che anzi sarebbe utile considerare tutte
le città come se fossero “ordinarie”. Le politiche urbane riguardano i
conflitti e le controversie di tutti i giorni, tanto quanto l’indirizzo della
crescita economica della città. E le politiche che sostengono quest’ultima
spesso sono a loro volta ordinarie, poiché hanno effetto sulle nostre attività
quotidiane e riguardano le attività più banali della vita urbana, tanto quanto
azioni di livello più elevato.
le infrastrutture urbane
Una
crescente consapevolezza dell’importanza delle strutture materiali, che
costituiscono l’ossatura di una città, ha portato lo studio delle
infrastrutture urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della geografia
dei trasporti o della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto di
rilievo nell’ambito della geografia urbana. Quest’evoluzione ha molte ragioni.
Da un certo punto di vista, la repentina crescita urbana di molte città ha
caricato di un peso sempre maggiore le reti materiali dalle quali dipende la
loro vita quotidiana. In secondo luogo, queste reti sono sempre più
interdipendenti. Le infrastrutture sono importanti dal punto di vista tecnico
(lo si nota durante i grandi blackout)
ma sono anche strettamente correlate alle pratiche sociali e politiche. Nell’ambito
degli studi urbani e geografici, c’è una lunga tradizione di lavori che si
occupano delle politiche della fornitura dei servizi collettivi. Negli anni
Settanta e Ottanta, il noto sociologo urbano Castells ha affermato che i
conflitti politici sul “consumo collettivo” costituiscono il vero nucleo
centrale delle politiche urbane (Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale difficoltà
quella dell’accesso a risorse fondamentali come l’acqua, i servizi igienici, l’elettricità,
le scuole). Oggi i concetti di partnership
e partecipazione (della comunità) sono diventati una sorta di mantra, quando ci
si riferisce a nuove forme di realizzazione di servizi ed infrastrutture
locali, in tutto il mondo. Questo discorso evidenzia alcune caratteristiche
fondamentali delle politiche urbane contemporanee. In primo luogo, si mette
particolarmente in risalto il ruolo dello stato come “facilitatore”, piuttosto
che come fornitore di servizi e attrezzature pubbliche (appaltare a società
esterne la fornitura di molti servizi urbani). Secondo, l’esigenza di
organizzare partnership tra enti
pubblici, organizzazioni non governative ed il settore privato è stata una
caratteristica dominante della realizzazione di nuove forme di governance urbana in molte realtà.
Terzo, anche l’interesse per la partecipazione della comunità è diventato una
caratteristica tipica dei tentativi di riforma delle modalità di offerta dei
servizi, in molte città del mondo. La “partecipazione della comunità” viene
anche evocata come componente essenziale in molti altri settori, tra i quali la
pianificazione, la sicurezza, l’istruzione, la protezione dell’ambiente e le
politiche abitative. Infine, la ricerca su Mumbai attira l’attenzione sui
conflitti nell’accesso alla città e alle sue risorse, ponendo il problema del “valore”
dei poveri all’interno della città.
gentrification
Inizialmente
il termine gentrification veniva
utilizzato prevalentemente nel settore immobiliare, riferendosi all’acquisto
di case da parte della classe media in zone della città che fino a poco tempo
prima erano occupate da quartieri operai o da aree industriali.
In molte città europee e nordamericane, verso
la metà del 20° secolo, si è assistito a massicci processi di suburbanizzazione,
grazie all’aumento della diffusione di automobili che rendevano possibile per
molti trasferirsi fuori dal centro città. Lo stile di vita suburbano sembrò
diventare l’alternativa migliore alle città, sporche e sovraffollate. Questo
processo rese le abitazioni del centro città relativamente più economiche e
accessibili per i gruppi sociali più poveri, creando delle nette divisioni
sociali tra le aree urbane interne, più povere, e i quartieri suburbani
benestanti. A partire dagli anni Sessanta, però, cominciò a delinearsi una
controtendenza. Anche se la suburbanizzazione continuava, i quartieri centrali,
iniziarono a vedere il ritorno delle classi medie, dando il via a quel processo
che prese poi il nome di gentrification.
Questo fenomeno si presentava solitamente in due modi: in alcuni casi, erano
gli agenti immobiliari ad acquistare abitazioni o magazzini nelle aree più
povere della città o in zone industriali, ristrutturandoli e rivendendoli a
prezzi molto più alti; altre volte, invece, erano delle singole persone a
comprare delle proprietà, che ristrutturavano per andarci a vivere, generando
la swear equity (in idiomato italiano
“partecipazione del sudore”), ovvero l’aumento del valore di una proprietà
dovuto al sudore della fronte del suo stesso proprietario. In entrambi i casi,
il valore di mercato delle proprietà aumentava, trasformando di conseguenza la
composizione sociale di questi quartieri. Nelle case in affitto, gli inquilini
più poveri venivano costretti a trasferirsi, per mezzo dell’aumento degli
affitti o di sfratti. I proprietari meno facoltosi approfittavano della nuova
domanda di abitazioni della classe media, vendendo le proprie case. Quando l’offerta
di appartamenti ed edifici da ristrutturare cominciò a scarseggiare, gli
immobiliaristi cominciarono a costruirne di nuovi.
Smith, un noto
geografo contemporaneo, sottolinea come la gentrification
sia guidata principalmente da logiche economiche. Essa avrà luogo solo quanto
i guadagni conseguenti allo sfruttamento delle differenze di rendita saranno
superiori ai costi necessari per rinnovare le abitazioni. Altri autori hanno
proposto visioni differenti, suggerendo che la forza motrice della gentrification vada rintracciata nel
cambiamento dei gusti e delle aspirazioni dei consumatori.
Si è
discusso i modo acceso nell’ambito della geografia, riguardo ai diversi modi di
considerare la gentrification, sia
dal lato dell’offerta (economia urbana, immobiliaristi, mercato fondiario), che
dal lato della domanda (correnti culturali, gusti e preferenze dei
consumatori). Di recente, molti ricercatori hanno riconosciuto l’importanza di
entrambi questi elementi, quello che è chiaro, comunque, è che la gentrification ha delle profonde
ripercussioni sulle politiche urbane.
Dal punto di
vista degli urbanisti, degli amministratori cittadini, la gentrification viene solitamente vista molto positivamente, come “rinascimento
urbano”. Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del paesaggio
urbano, vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a fornire l’occasione
per ripianificare in solo colpo vaste porzioni di città, sono i mega-eventi. La
gentrification parrebbe quindi
generare un processo virtuoso di investimenti, miglioramenti dell’ambiente
costruito, arrivo di nuovi residenti, aumento della qualità di vita media e una
prospettiva diffusa che, si spera, possa incoraggiare nuovi ulteriori
investimenti. Ora che il fenomeno si è consolidato gli effetti della gentrification hanno coinvolto molti
aspetti della vita cittadina, oltre che il mercato immobiliare. In ogni caso,
la gentrification non è un fenomeno
esclusivamente positivo: per permettere alla nuova classe media di spostarsi
all’interno della città, i gruppi sociali più poveri ne vengono espulsi
(sfratti, demolizioni). Secondo Smith, la gentrification
e gli spostamenti di abitanti non possono essere considerati separatamente da
una serie di conflitti per gli spazi urbani, come il controllo intensivo dei
comportamenti pubblici, le azioni di allontanamento nei confronti degli
homeless e le discriminazioni nei confronti degli immigrati per quanto riguarda
l’offerta dei servizi pubblici. Questa commistione di cambiamenti sociali,
trasformazioni economiche e regolazione pubblica ha generato secondo la
prospettiva di Smith, la città “revanscista”. Secondo Smith, la gentrification sarebbe proprio una
vendetta della classe media, potente e in crescita, che si riprenderebbe la
città che era stata occupata dai lavoratori, dai poveri e dai gruppi marginali.
Quello dell’appartenenza
di classe non è l’unico fattore di divisione sociale che si collega alla gentrification. Anche il genere è
importante e, in molti casi, la razza. Il
fenomeno della gentrification ci
permette di far emergere molti aspetti chiave delle politiche urbane
contemporanee. Dimostra che le politiche urbane non sono solo quelle che si
determinano all’interno delle istituzioni formali dell’amministrazione
cittadina. La gentrification ci
rivela anche il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato e orientato
al mercato nei confronti dello sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento
mettono l’accento sulla grande quantità di capitale che ora viene investito in
zone prima fatiscenti e ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri
quartieri svantaggiati. I critici puntano invece il dito contro le crescenti
disuguaglianze che derivano dall’eccessiva fiducia nei confronti delle
soluzioni del mercato e sostengono che ci siano ben poche prove della reale
diffusione di effetti positivi in altri quartieri. Tutti sono d’accordo sul
fatto che la gentrification sembra
destinata a continuare, aumentando la propria portata e la propria estensione
territoriale.
public cities
e city publics
È necessaria
qualche riflessione sull’idea di pubblico e sulla sua relazione con gli spazi
urbani. Molti hanno associato i cambiamenti collegati alla gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli
spazi pubblici continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni
sempre più stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per
scontato, ma in realtà sono più complessi. Il pubblico viene fatto
corrispondere a qualcosa di aperto a tutti, oppure di proprietà pubblica,
mentre il privato viene associato a restrizioni nell’accesso o alla gestione di
un individuo o di un’impresa.
Il geografo
Iveson ha analizzato in dettaglio questa problematica, a partire da un’importante
distinzione tra approcci “topografici” e “procedurali” agli spazi pubblici. La
definizione più comune di spazio pubblico urbano è topografica: si riferisce a
determinati luoghi della città che sono aperti a tutte le componenti della
popolazione urbana; tutti gli spazi pubblici collocabili su una mappa. Questo
approccio presenta però due problemi. Il primo è che molte delle tesi in favore
di un migliore accesso agli spazi pubblici vengono formulata in termini di
perdita e rivendicazione. L’accesso agli spazi pubblici è sempre stato limitato
e fonte di conflitti, spesso tra diverse componenti della stessa popolazione
urbana. Il secondo problema dell’approccio topografico è che si tende a far
coincidere il pubblico con lo stare in uno spazio pubblico. Iveson sintetizza
queste problematiche suggerendo che l’approccio topografico combini insieme tre
diversi aspetti del pubblico: il contesto dell’azione (spazio pubblico), il
tipo di azione (orientamento pubblico) e un attore collettivo (il pubblico, la
popolazione). Di qui l’idea che non esista una distinzione netta e rigida tra
pubblico e privato. Una persona può svolgere delle attività pubbliche in uno
spazio privato. Al contrario, in uno spazio pubblico, ci si può occupare di
questioni private.
L’altro
approccio, quello procedurale, definisce come spazio pubblico qualunque luogo
nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento o di tipo pubblico. Con
quest’espressione si possono intendere, per esempio, la comunicazione con un
pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o rappresentazioni
(tenere un discorso in televisione, rappresentazione teatrale in piazza). In questo
caso siamo di fronte ad un paradosso: un’azione pubblica diventa tale solo
perché si sta effettuando in pubblico. Il problema dell’approccio procedurale,
però, è che minimizza l’importanza degli aspetti materiali degli spazi
pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio può diventare pubblico, senza
difficoltà e senza differenze, semplicemente perché viene usato a questo scopo.
Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi materiali
possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di persone da
cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto.
conclusione
Le politiche
urbane si occupano prevalentemente di cosa è pubblico e di cui sono i
fornitori, nell’ambito di visioni contrastanti. Iveson ritiene che non ci sia
una relazione diretta tra attività e tipologie specifiche di spazzi pubblici
urbani. Esiste una relazione dinamica tra le azioni associate al pubblico e i
diversi tipi di luoghi e spazi della città. La città, secondo Iveson, non è un
palcoscenico, sul quale si reciti l’essere pubblico. Piuttosto, la città
pubblica deve essere prodotta attraverso elaborazioni politiche, che cercano di
creare ciò che è pubblico.
POLITICHE
DELL’IDENTITÀ E MOVIMENTI SOCIALI
preambolo
Si è sempre
guardato con molto interesse alle nozioni di identità condivisa o identità
collettiva, per quanto riguarda l’appartenenza a gruppi definiti in base a
caratteristiche sociali o culturali, come il genere, la razza, l’etnia, la
religione o la provenienza. L’identità complessiva di un individuo può venir
vista come il risultato del suo genere della sua classe, delle sue origini
etniche e di altri elementi identitari, diversi da persona a persona.
Possiamo
parlare di politiche dell’identità, quando la diversità identitaria di un gruppo
è fonte di conflitti o diventa l’oggetto intorno al quale ruotano azioni
finalizzate a portare ad un cambiamento sociale (disabili che si organizzano
intorno ad un’identità comune). Le politiche dell’identità costituiscono un’importante
base per molti movimenti sociali.
I movimenti
sociali sono uno degli strumenti più importanti che le persone hanno per
riuscire a “scrivere la propria storia” e ciò che interessa è come “fare la
storia” dipenda da delle geografie e le determini.
i movimenti sociali
Con la
definizione movimenti sociali ci si riferisce a gruppi di persone che
perseguono obiettivi condivisi, richiedendo un cambiamento sociale o politico.
Ovviamente è diversa la portata del cambiamento al quale ambiscono e le parti
della società che ritengono interessate. Un movimento rivoluzionario può
ricercare il completo rovesciamento dell’ordine sociale esistente. I movimenti
sociali sono anche d’opposizione o contenziosi, ossia si oppongono ad uno o più
elementi dell’ordine politico e sociale esistente. Questo significa che sono in
conflitto con altri gruppi o istituzioni della società, che vorrebbero invece
preservare lo status quo. Alcuni
movimenti sociali si occupano di un’unica tematica. Concentrandosi su un unico
asse di conflitto all’interno della società. Per questo motivo, i partiti
politici vengono distinti dai movimenti sociali, poiché cercano di ottenere un
vasto consenso su temi molto diversi tra loro. Ad ogni modo non c’è una
separazione netta tra i due concetti: i movimenti possono diventare partiti e i
partiti possono appoggiare alcuni specifici gruppi d’interesse.
L’azione
politica implica sempre la messa in campo di strategie e questo è vero per i
movimenti sociali, quando cercano di ottenere il cambiamento che vorrebbero
nella società. Secondo il sociologo Giddens, ogni aspetto della vita sociale
necessita di un monitoraggio riflessivo dell’azione: chi appartiene ad un
movimento sociale vuole portare determinati cambiamenti nella società nel suo
insieme è questo implica tentativi espliciti di direzionare le attività del
movimento, alla luce dei suoi successi e dei suoi fallimenti passati.
Secondo
Nicholls, i movimenti sociali posseggono altre due caratteristiche. Primo, sono
reti di individui ed organizzazioni, piuttosto che singole istituzioni.
Significa che le loro geografie possono essere più diffuse di quelle delle
organizzazioni formali, che agiscono in contesti territoriali fissi. Secondo, i
movimenti sociali utilizzano strumenti non convenzionali (proteste,
boicottaggi, manifestazioni) al posto della tradizionale politica elettorale.
La realtà dei movimenti sociali supera, quindi, la distinzione tra politica
formale delle istituzioni ufficiali e quella informale della vita di tutti i
giorni, trasferendo alcuni temi dall’arena informale all’agenda politica
formale. Questo processo determina anche una partecipazione diretta, attiva,
della gente comune alla vita politica.
Molti
studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il risultato di battaglie
all’interno della società. Occupandoci dei movimenti sociali, possiamo capire
più in concreto come sono avvenute queste battaglie e come hanno influenzato la
geografia.
Dagli anni
Settanta, i geografi che studiavano i movimenti sociali hanno dedicato molta
attenzione al concetto di “movimenti sociali urbani”, sviluppato da Castells,
il quale sostiene che la città può venire identificata con l’arena nella quale
avviene la riproduzione sociale della forza lavoro. Con lo sviluppo del
capitalismo, gli strumenti della riproduzione sociale (abitazioni, servizio
sanitario) sono stati sempre più spesso forniti dallo stato e la città è
diventata il luogo di battaglie e conflitti per questi servizi, con le
amministrazioni cittadine che diventano il bersaglio delle lotte dei movimenti
sociali urbani per ottenerne un loro miglioramento. Nei suoi lavori più
recenti, Castells allarga l’oggetto del proprio interesse, ai numerosi nuovi
movimenti sociali (new social movements).
Questa definizione si riferisce a qui movimenti che hanno assunto una particolare
importanza negli anni Sessanta e Settanta (femminismo, ambientalismo, diritti
civili), che hanno preso piede in risposta al crollo delle comunità
tradizionali conseguente allo sviluppo delle grandi città, alla rapida
diffusione del progresso tecnologico ed alle sue crescenti minacce sugli
equilibri ambientali e militari e all’incapacità degli stati di risolvere le
contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi effetti sociali, culturali
ed ambientali.
approcci “oggettivi” e “soggettivi” ai movimenti sociali
Esistono due
diversi approcci all’interpretazione dei movimento sociali: quelli che mettono
l’accento sulle condizioni “oggettive” che portano alla loro nascita e quelli
che si concentrano invece sulle esperienze “soggettive”, che spingono le
persone a prendere parte ai movimenti. Spesso sono le disuguaglianze oggettive
a portare alla mobilitazione sociale.
Entrambe
queste prospettive hanno degli aspetti condivisibili. Chiaramente è probabile
che le condizioni economiche e sociali nelle quali si sviluppano ed agiscono i
movimenti influenzino in modo determinate le loro strategie ed il loro
successo. Allo stesso modo, la politica dei movimenti sociali deve essere vista
anche come il risultato delle visioni, delle emozioni e delle percezioni delle
persone che ne fanno parte. Presi separatamente, però, entrambi questi
approcci hanno dei limiti. Se si enfatizzano le condizioni oggettive, diventa
difficile spiegare perché i movimenti sociali nascano in alcune situazioni e
non in altre con condizioni “oggettive” apparentemente simili. Al contrario, è
difficile rendere conto dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche
analoghe in circostanza molto diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza
all’esperienza soggettiva sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a
questo enigma. Forse, circostanze simili generano risultati diversi perché sono
diverse le persone che partecipano agli eventi, così come le loro idee e le
loro percezioni, che portano a leggere in modo diverso le situazioni. Quest’interpretazione,
però, non spiega come queste idee e queste percezioni si siano formate
inizialmente e poiché è probabile che queste siano fortemente influenzate dalle
circostanze nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di partenza. Può essere
utile, dunque, combinar gli spunti di entrambi gli approcci: certamente le
circostanze economiche e sociali sono importanti, ma se da un lato influenzano
lo sviluppo della coscienza civile, dall’altro essere vengono anche
interpretate, con risultati diversi da questa stessa coincidenza.
Qui, ci si
concentra su come e perché determinati sentimenti umani, come l’appartenenza ad
un gruppo, vengono messi in campo in una mobilitazione “politica” e come i
contesti nei quali nascono questi movimenti sociali vengono utilizzati da
questi per lo sviluppo di strategie politiche.
politiche dell’identità e differenze sociali
Molti
movimenti sociali sono strettamente associati alle identità individuali di chi
ne fa parte ed alla politicizzazione di queste identità. Il femminismo implica
la politicizzazione delle identità delle donne in quanto donne. In casi come
questi, il legame tra il movimento e le identità personali è molto importante.
Altre realtà (movimento ambientalista), al contrario, cercano di fare appello ad
un sentimento condiviso di appartenenza al genere umano ed ambiscono ad essere
universali. La tensione tra universalismo, da un lato, e l’enfasi sulle
differenze d’identità, dall’altro, viene discussa in dettaglio negli studi
della politologa Young, la quale descrive due approcci contrastanti, con i
quali vengono affrontati i problemi delle disuguaglianze e dell’oppressione
sociale. Questi due “paradigmi di liberazione in competizione” sono “l’ideale
dell’assimilazione” e “l’ideale della libertà”. Secondo l’ideale dell’assimilazione,
la liberazione dall’oppressione verrà raggiunta quando le differenze sociali
cesseranno di avere un’importanza politica. L’ideale assimilazione agisce per
una società nella quale tutte le differenze tra i gruppi sociali smettono di
avere qualsiasi tipo di importanza. La Young sostiene il fatto che l’ideale
dell’assimilazione sia stato molto importante in politica, sottolineando, il
pari valore morale di tutte le persone e quindi il diritto di ognuno di
partecipare e di non essere escluso da tutte le istituzioni e le posizioni di
potere. Tuttavia, la Young preferisce l’alternativa “dell’ideale della
diversità”, sottolineando che, anche se la posizione assimilazioni sta ha il
suo fascino, rimane un’utopia e che, nella situazione attuale, i gruppi sociali
considerano gli aspetti distintivi delle proprie identità come una forza. L’ideale
della diversità predica il rispetto delle differenze, piuttosto che il loro
annullamento, insistendo anche sul fatto che le differenze tra alcune componenti
della società debbano portare a trattamenti differenziati.
Secondo
Young, l’importanza dell’enfasi sulle differenze sociali nasce sia dalla
continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia dalla forza politica e
culturale che proviene dalle identità di gruppo. La diversità diventa quindi un
aspetto positivo della società e non deve essere la base di discriminazioni
sistematiche. Altri autori sostengono che accordare eccessiva importanza alle
differenze sociali rischi invece di portare “all’essenzialismo”, ovvero a
concepire le differenze di identità come caratteristiche intrinseche e
permanenti della società. L’essenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda
scelta tra l’oppressione permanente e la separazione.
Young
sostiene che dare importanza alle differenze non significa adottare una nozione
essenziali sta di identità, definendo la differenza in termini di relazioni tra
gruppi, piuttosto che di caratteristiche essenziali di questi. La formazione di
gruppi non è un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono
venire assegnati ad un gruppo sulla base di identità fisse e permanenti, ma, al
contrario, i movimenti sociali basati sulle identità collettive sono porosi e
non esclusivi. La concezione che lei propone delle differenze e dell’identità
conferma che l’identità di ciascuno di noi proviene da diverse fonti. Ciascun
individuo è al centro di una rete di potenziali identità multiple. Però solo
alcune identità costituiscono la base dei movimenti politici, e questo perché
le diverse identità sono politicizzate in modo diverso, in diversi periodi e in
diversi luoghi.
spazi e scale dei movimenti sociali in Italia
Anche in
Italia, a partire dagli anni Sessanta, i movimenti sociali hanno assunto un
ruolo fondamentale nel processo democratico. Questi movimenti hanno riunito le
persone in base a obiettivi comuni che, tuttavia, molto spesso non sono stati,
e non sono, perseguibili su una stessa scala geografica. È stato nel rapporto
con lo spazio geografico che i dibattiti locali hanno assunto importanza
nazionale e dibattiti internazionali sono stati portati sulla scala nazionale.
In sostanza, lo spazio è stato veicolo di transcalarità attraverso cui i
movimenti sociali si sono solidificati, talvolta arrivando al punto di
trasformarsi in partiti politici (Lega Nord e Movimento 5 Stelle, inizialmente
erano movimenti).
I centri
sociali, strettamente legati al territorio, sono stati, più volte simbolo di un
passaggio di scala dal locale al nazionale e all’internazionale. Sulla scala
locale hanno coinvolto movimenti urbani (riqualificazione delle periferie), su
quella nazionale hanno portato avanti campagne politiche comuni (come quella
contro il nucleare), su quella internazionale hanno rappresentato il modo in
cui alcuni movimenti si sono radicati al territorio (quello pacifista). In
definitiva i centri sociali si configurano come organizzatori locali che
collegano movimenti locali e tessono reti globali, permettendo così connessioni
tra più scale.
identità socio-culturali: discorsi e risorse
È possibile
capire perché solo alcune identità socio-culturali vengano politicizzate
considerando le relazioni tra i discorsi e le risorse. L’evoluzione di un
gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva degli
elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto di
rilevanza politica. La capacità di un movimento sociale di capitalizzare questa
politicizzazione dipende però anche dalla combinazione di risorse che è in
grado di mettere in campo. Le costruzioni discorsive che si realizzano in un
movimento sociale possono svilupparsi in diversi modi. Spesso è un evento
simbolico a far partire la scintilla che incendia un movimento. Dopo uno
slancio iniziale, un movimento deve venire sostenuto attraverso un’ulteriore
evoluzione discorsiva. I movimenti sviluppano delle narrazioni riguardo alla
propria storia, ai propri grandi pensatori, ad attivisti particolarmente
importanti, a sconfitte tragiche e vittorie gloriose. Solitamente il movimento
viene rappresentato come una lotta contro l’oppressione o la discriminazione.
Oltre le idee e le storie, per il successo o il fallimento di un movimento sono
determinanti le risorse alle quali esso può attingere per promuovere le proprie
idee. La teoria della mobilitazione delle risorse punta a spiegare il successo
dei movimenti sociali in termini di disponibilità di risorse. Esistono diverse
tipologie di risorse: materiali (denaro) e simboliche (capacità organizzativa,
storie). La teoria della mobilitazione delle risorse si fonda sulla teoria
della scelta razionale, secondo la quale le persone agiscono sulla base di
calcoli razionali relativi ai costi, ai benefici e alle probabili conseguenze
di tutti i propri comportamenti possibili. I critici riabbattono che il
comportamento umano, in realtà, può essere spesso impulsivo, abitudinario o
influenzato dalle emozioni e che in ogni caso noi siamo in possesso di
informazioni troppo scarse per calcolare con precisione in anticipo tutti i
costi e i benefici di un’azione, quindi le nostre azioni possono essere non
intenzionali o impreviste. Quindi è probabile che l’accesso a risorse materiali
e simboliche sia fondamentale per spiegare il successo o il fallimento dei
movimenti sociali, anche se il loro utilizzo potrebbe non essere stato pianificato
razionalmente in anticipo. Tarrow sostiene che anche le opportunità politiche
sono determinanti per la crescita o il declino di un movimento (movimenti che
agiscono in ambiente politico favorevole cresceranno più facilmente).
spazi, luoghi e scale dei movimenti sociali
Ogni
movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di essi agisce ad una
determinata scala geografica o ad una combinazione di scale, ed è probabile che
abbia più o meno forza oppure maggiore successo in alcuni luoghi piuttosto che
in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su base geografica, in
almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si sviluppa in uno
specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le opportunità del suo
sviluppo. Il contesto non è necessariamente ristretto e molte risorse ed
opportunità possono essere disponibili in un’area vasta, ma nessuna è del tutto
ubiquitaria (distribuzione delle possibilità di accesso alla pubblicità è
disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno più facilmente accesso).
Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche molto diverse nelle
varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche condotte in geografia
hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali utilizzino la geografia
per raggiungere i propri obiettivi. Questo può implicare sforzi espliciti di
aumentare la propria scala d’azione, di mettersi in rete con attivisti di altri
territori o di radicare la propria attività in un contesto locale,
concentrandosi su temi specifici del luogo.
la scala
La scala spaziale è un termine usato in
riferimento allo spazio ed alla sua estensione. In geografia ci si riferisce ad
essa, intesa come livello geografico di analisi di un fenomeno o della sua
rappresentazione. Levy distingue tra scala cartografica e scala geografica. La
scala cartografica definisce il rapporto tra la realtà e la sua
rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio con il quale
si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si utilizzerà una
carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei più piccoli dettagli,
oppure una carta a scala più piccola, che permette di visualizzare porzioni
maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie spaziali
di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella dell’individuo
e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale.
Sheppard e
MacMaster individuano cinque tipi diversi di scala: cartografica,
osservazionale (l’estensione spaziale dell’area di studio di un determinato
fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle più piccole parti
distinguibili di un oggetto), operazionale (l’estensione dell’ambito spaziale
entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala costruita nell’azione
sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione con le altre scale.
Uno degli
apporti principali della geografia nello studio della realtà è l’utilizzo di un
approccio multi scalare e transcalare. Il primo termine si riferisce ad uno
sguardo analitico che tenga conto contemporaneamente delle diverse scale alle
quali avviene un fenomeno, mentre il secondo pone l’accento in particolare
sulla relazione tra le diverse scale di riferimento.
le geografie dei movimenti sociali: classe, identità e sindacalismo
I sindacati sono dei movimenti del lavoro,
organizzazioni collettive di lavoratori che operano insieme per far valere i
propri interessi. La loro funzione principale è quella di negoziare con gli
imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le condizioni di lavoro. In
Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come altre associazioni e
società, che offrono dei servizi in cambio di un’iscrizione, anche se le loro
origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli stessi lavoratori.
I movimento
sindacali si fondano su identità costruite a partire dal lavoro e dalla classe
sociale. Come tutte le altre, anche le identità di classe emergono dalla
relazione tra le diverse classi sociali e sono, in parte, il prodotto di
costruzioni discorsive. Molti lavoratori dipendenti sentono fortemente la
propria identità professionale. Affinché ci sia partecipazione ai movimenti
sindacali deve esistere almeno un minimo di sentimento d’identità professionale
che può essere legata ad un’identità di classe già presente, oppure, è la
stessa identità di classe a svilupparsi in seguito alla partecipazione alle
attività sindacali. In entrambi i casi, ciò che sta alla base dei movimenti dei
lavoratori è anche prodotto da una costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri
eroi, proprie vittorie e sconfitte).
spazi, luoghi e movimenti sociali
La nascita
dei movimenti sindacali è parte del cambiamento nella produzione industriale e
della formazione delle economie capitalistiche avvenuto nel 18° secolo, in
relazione al nuovo carattere assunto dagli stati, che hanno cercato di
controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro azione alle questioni
economiche, senza permettere loro di sfidare l’ordine politico. Gli stati hanno
spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha portato, alla nascita del
welfare state.
Il
sindacalismo ha una geografia complessa, che è diventata un interessante
argomenti di ricerca per i geografi, all’interno del campo della geografia del
lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti sindacali in termini
nazionali. Nelle fasi iniziali, però, i sindacati si occupavano di questioni
molto più locali. Nel UK le unioni artigianali agivano spesso solo in
determinate città, dove veniva praticato un certo tipo di artigianato. Il 20°
secolo ha visto la nascita in molti paesi di grandi sindacati generali, che
rappresentavano i lavoratori non solo provenienti da diversi rami e
professioni, ma anche da diversi settori. Si è verificato anche un grande
aumento delle dimensioni del settore pubblico di molti paesi e della
percentuale di forza lavoro al suo interno appartenente ad un sindacato.
Entrambe queste tendenze hanno contribuito all’istituzione dei grandi sindacati
nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i tentativi di segno opposto di molti
governi ed imprenditori, che puntano ad introdurre una maggiore flessibilità
nel mercato del lavoro, incoraggiando o costringendo i sindacati e i lavoratori
a negoziare le condizioni dell’impiego a livello di azienda, stabilimento,
gruppo di lavoro o a livello individuale, anziché su scala nazionale o di
settore.
Una ricerca
di Painter sui sindacati nel settore pubblico britannico ha evidenziato come le
risposte dei sindacati alla minaccia della privatizzazione siano state molto
diverse nelle varie parti del paese; e non dipendenti, solamente, dalle
differenze socio-economiche delle regioni. Queste differenze sono in parte il
risultato di modelli di privatizzazione diversificati, ma sono anche state
fortemente influenzate dalla locale disponibilità di risorse, tra le quali il
tempo messo a disposizione dagli attivisti dei sindacati e dei loro funzionari,
le risorse finanziarie, le infrastrutture organizzative, le tradizioni di
attivismo sindacale e la cultura del lavoro locale.
Questi
risultati confermano la tesi esposta da Herod, ovvero che i movimenti sociali
di lavoratori sono coinvolti attivamente nella produzione dei paesaggi del
capitalismo, ma con modalità geografiche disomogenee.
le geografie del femminismo e dei movimenti femminili: il
femminismo in geografia
A partire
dagli anni Sessanta c’è stato un forte aumento delle attività a sostegno dei
diritti delle donne, contro il continuare delle discriminazioni e delle
disuguaglianze di genere.
I geografi
hanno portato un importante contributo alle idee ed alle pratiche femministe.
Inizialmente, la preoccupazione era quella di “rende visibili” le donne nella
ricerca. La geografia, infatti si era preoccupata soprattutto della spazialità
e dei luoghi degli uomini, ignorando la diversità sistematica delle esperienze
geografiche dell’altra metà dell’umanità.
La geografia
ha anche indagato come le relazioni spaziali, le caratteristiche dei luoghi ed
i paesaggi geografici esprimano, e nello stesso tempo costituiscano,
disuguaglianze di genere. Questo significa che queste disuguaglianze tra uomini
e donne si manifestano nella geografia del mondo (simboli dominanti dei
paesaggi), ma sono anche a loro volta influenzate dalle geografia.
Un filone
della geografia femminista considera anche come le stesse conoscenze
geografiche abbiano delle connotazioni di genere. Il pensiero geografico si
fonda su una visione tipicamente maschile di cosa significhi “conoscere il
mondo” per un geografo.
Se si sono
fatte molte ricerche sulle geografie di genere e sulle connotazioni di genere
della geografia, molta meno attenzione è stata dedicata alle geografie del
femminismo e dei movimenti femminili. Questo si è verificato per ragioni
comprensibili. Molte geografe femministe, infatti, si sono preoccupate di
partecipare ai movimenti delle donne, piuttosto che scrivere di essi. Uno
studio della geografia dei movimenti sociali, deve senza dubbio includere i
movimenti femminili, che hanno rappresentato uno dei movimenti sociali più
influenti del 20° secolo.
geografia, differenze e politiche femministe
Anche i
movimenti femministi si sono sviluppati in modo disomogeneo. Un ambito di
studio della geografia riguarda le differenze del ruolo e delle esperienze
delle donne nei diversi sistemi sociali e culturali del mondo, in particolare
per quanto riguarda la famiglia, la cura dei figli, il rapporto tra le donne ed
il mondo del lavoro e la visione del genere femminile da parte delle tradizioni
religiose. Queste diversità hanno portato alla varietà dei percorsi di sviluppo
dei movimenti femminili nel mondo. Le differenze nell’esperienza delle donne
nelle diverse società sono state indagate a fondo soprattutto negli anni
Ottanta e Novanta. Ad esempio, le femministe nere sostenevano che il pensiero
femminista fino ad allora non aveva dato abbastanza peso alle diversità dell’essere
donna nelle differenti comunità etniche, religiose e culturali. Questa presa di
coscienza delle differenze tra donne ha sollevato diversi interrogativi. La
politologa Fraser ha collegato questi cambiamenti nell’attivismo politico
femminista a mutamenti più generali e di scala maggiore. Essa individua tre
fasi dello sviluppo del femminismo, a partire dagli anni Settanta. La prima è
quella dei “nuovi movimenti sociali”, che determina una critica radicale della
ridefinizione delle strutture della socialdemocrazia dopo la Seconda Guerra
mondiale. La seconda fase si focalizza soprattutto sulle politiche identitarie,
mentre la terza fase, quella attuale, coinvolge forme di politica
transazionali. A ciascuna di queste fasi, corrisponde una geografia specifica:
la prima fase comprende i movimenti nordamericani e dell’Europa Occidentale; la
seconda fase ha trovato espressione negli Usa; e la terza fase si è sviluppata
negli spazi politici transazionali associati “all’Europa”. Secondo Fraser il
passaggio da una fase all’altra non deve essere visto solo come il frutto di
cambiamenti interni al femminismo, ma come l’effetto di trasformazioni
politiche ed economiche più ampie. In particolare, il passaggio alla terza
fase, riflette, da un lato, le nuove possibilità di alleanze transazionali
dovute all’integrazione degli stati europei, dall’altro il clima ostile che le
femministe hanno dovuto affrontare negli Usa dopo l’11 settembre. L’analisi di
Fraser sembra sottovalutare, però, l’importanza dei contributi al movimento
femminista provenienti da altre aree, sottolineando comunque, l’importanza del
rapporto tra le caratteristiche di un movimento sociale ed il suo contesto.
Questo contesto può anche essere considerato alla scala locale, tanto che le
attività dei movimenti femministi si manifestano con delle notevoli differenze,
anche all’interno dello stesso stato. Quindi l’attivismo femminile può anche
essere associato a contesti locali molto specifici (movimento femminista che ha
grande risonanza solo in certe parti di uno stato è facilitato dalla specifica
composizione politica che si ha in quel luogo). Uno degli effetti politici più
importanti dei movimenti femminili è stato quello di estendere la concezione
della politica, fino ad includere la sfera del persona e del privato,
considerata tradizionalmente “femminile”, a differenza di quella pubblica,
vista come “maschile”. Tutto ciò comincia a rivelarci qualcosa delle complesse
geografie dei movimenti femminili: i cambiamenti storici nel loro baricentro
geografico, il loro sviluppo disuguale all’interno dello stesso sistema
politico nazionale, la loro trasgressione delle norme sociali associate a
determinati luoghi ed il rimescolamento che hanno effettuato della tradizionale
divisione tra sfera pubblica e privata.
trasformazione da movimenti sociali alla politica “DIY” (Do It
Self)
Ci sono
partiti politici, gruppi di pressione e molte associazioni di volontariato e
non governative che sono nate come parte di un movimento sociale. Per chi è
interessato a promuovere un cambiamento politico, questo passaggio ha i suoi
pro e i suoi contro. Per chi vuole lavorare all’interno del sistema politico
dominante, istituire delle organizzazioni formali può portare ad una maggiore
legittimazione ed aumentare l’accesso alle risorse e ai processi decisionali.
Altri potrebbero invece temere che questo accesso abbia un costo, mettendo a
repentaglio le reali finalità, gli obiettivi e i principi del movimento. Gli
stati liberaldemocratici spesso sono abili nel soddisfare alcune richieste dei
movimenti di protesta, ottenendo in cambio la loro disponibilità ad agire all’interno
del sistema esistente. Da quanto i movimenti sociali sono maturati o si sono
fossilizzati, sono nate nuove forme di mobilitazione politica, ai margini della
politica formale o, a volte, completamente al di fuori del sistema (eco-guerrieri,
organizzatori di disobbedienza civile). Le geografie dei movimenti militanti
dicono molto delle loro tattiche politiche (Esercito dei Clown). Le
organizzazioni politiche più formali tendono ad agire all’interno di territori
ben definiti e con le loro rappresentanze territoriali che operano all’interno
di una struttura gerarchica. Le organizzazioni di attivisti di base, invece,
spesso agiscono nell’ambito di reti orizzontali e cercano esplicitamente un
collegamento tra il locale ed il globale. Di conseguenza, la definizione “movimenti
antiglobalizzazione” è impropria, dal momento che, di fatto, molti movimenti di
base per la giustizia cercano di diffondere una forma alternativa di
globalizzazione. Questo ha anche delle implicazioni sul modo in cui vengono
viste le geografie del potere. Il geografo Allen ha scritto molto riguardo alla
localizzazione del potere, affermando che diversi tipi di potere portano
diverse geografie. Un potere come l’autorità, ad esempio, può essere esercitato
con maggiore incisività da vicino, mentre uno più debole, come la seduzione,
agisce meglio da lontano (potere seduttivo della pubblicità). Questi diversi
tipi di potere e le loro diverse geografie sono soggetti a diverse forme di
resistenza. Secondo Allen, una delle forme di resistenza all’autorità più
efficaci è proprio il riso (i Clown ci hanno visto giusto).
nazionalismo e regionalismo
Il nazionalismo è una delle forze politiche
più potenti ed ambigue del mondo contemporaneo. Il duplice volto del
nazionalismo è collegato ai suoi elementi allo stesso tempo emancipatori e
repressivi. Se da un lato, infatti, esso ha rappresentato il riferimento
ideologico delle battaglie di liberazione dall’oppressione coloniale, dall’altro
è stato causa di episodi di odio estremo, culminati perfino in genocidi. Oltre a queste differenze politiche, ci sono
anche delle importanti variazioni geografiche nei movimenti e nei conflitti
nazionalisti.
nazioni e identità nazionale
Una delle
prime definizioni di identità nazionale è del filosofo Renan: una nazione è un’anima,
un principio spirituale, costituita veramente da due sole cose, una
appartenente al passato e una al presente. La prima è un ricco patrimonio di
memorie condivise, mentre l’altra è il consenso presente, il desiderio di
vivere insieme, la volontà di continuare ad attribuire valore ad un’eredità
comune. Le nazioni sono quindi raggruppamenti creati su base culturale,
pratiche culturali condivise dai membri di una comunità umana. Nonostante ci
sia un generale accordo sui principi di base di questa definizione, c’è stato
un grande dibattito tra gli studiosi riguardo alle origini storiche e
geografiche delle nazioni. Queste discussioni hanno portato ad un numero
infinito di classificazioni dell’identità nazionale, ognuna delle quali mette
in risalto diversi aspetti politici, culturali, demografici e sociali dell’identità
nazionale. Bisogna capire quando sono nate le prime nazioni per orientarsi in
queste innumerevoli categorizzazioni dell’identità nazionale.
la prospettiva primordialista
Alcuni
studiosi hanno affermato che le nazioni sono intrinseche alle stessa natura
dell’uomo: essere uomini significa anche appartenere ad una nazione. Si fa
spesso riferimento a questa tesi con il termine di primordialismo, in quanto
sostiene che le nazioni siano esistite fin dal principio dell’umanità. In
questa visione, l’identità nazionale viene spesso rappresentata come un tratto
biologico, un modo d’essere determinato dalla genetica. In questa visione l’identità
nazionale non è una costruzione teorica, ma un fenomeno reale e tangibile che
divide la popolazione umana in gruppi.
Questa
prospettiva è stata rifiutata da quasi tutti gli studiosi. Uno dei principali
limiti di questa prospettiva è quello di non riuscire a spiegare le marcate
differenze che si possono riscontrare nel sentimento nazionale e nell’attivismo
nazionalista (se il nazionalismo è biologico come mai qualcuno lo sente di più e
qualcun altro di meno?). Per sostituire le teorie primordialiste, alcuni
studiosi hanno individuato le radici dell’origine del nazionalismo nella
nascita dello stato moderno. Anziché considerare le nazioni come una parte
inevitabile dell’esistenza umana, l’identità nazionale viene dunque vista come
una conseguenza di specifici percorsi di sviluppo sociale, culturale ed
economico. Questo non significa che il nazionalismo debba essere considerato
semplicemente un fenomeno moderno. All’interno di questa posizione, possiamo
individuare due prospettive concettuali: etno-simbolismo e modernista.
la prospettiva etno-simbolista
L’approccio
etno-simbolista è trattato nei lavori del sociologo Smith, secondo il quale la
maggior parte delle nazioni, comprese quelle di origine più antica, sono state
fondate su legami e sentimenti etnici e su tradizioni popolari, che hanno
fornito le risorse culturali per la successiva formazione della nazione. L’utilizzo
del termine “etnico” implica un riferimento a legami di sangue ed origini
genetiche comuni. Queste connotazioni sono molto importanti per gli aspetti
discorsivi dell’identità nazionale ed è importante mettere bene in evidenza
come questa possa essere considerata il frutto di costruzioni discorsive.
Proponendo un approccio etno-simbolista, Smith non rifiuta completamente l’idea
che alcuni aspetti dell’identità nazionale esistano da prima della nascita
dello stato moderno, anche se non accetta che ci si possa riferire con il
termine di nazione. Piuttosto, egli sostiene che le identità nazionali si siano
sviluppate a partire da identità etniche, in seguito a determinati cambiamenti
sociali, economici e politici. In particolare suggerisce che, affinché un
gruppo etnico possa diventare una nazione, deve essere presente una connessione
forte, materiale ed immediata tra questo gruppo ed il “suo” territorio.
Inoltre, mentre un gruppo etnico può esibire alcuni “indicatori culturali
comuni, una nazione deve possedere una vera e propria cultura condivisa. Ecco,
secondo Smith, gli indicatori culturali comuni di etnia: un nome proprio
collettivo; una mitologia legata alle origini comuni; una memoria storica
condivisa; uno o più elementi culturali comuni che le differenzino dalle altre;
l’associazione con una “madrepatria” ben determinata; un senso di solidarietà
tra la popolazione.
Nel suo
lavoro Smith riporta molti esempi di etnie del passato che oggi sono diventate
nazioni, o che sarebbero legittimate a farlo. Il sociologo inglese fa spesso
riferimento ad un passato mitico, sulla quale sono fondate ed alla quale
attingono le identità nazionali contemporanee. Passato mitologico che, in
alcuni, casi è un artificio culturale sul quale si possono basare le moderne
aspirazioni all’indipendenza nazionale (nazione finlandese). Anche se lontane
dagli approcci modernisti, alcuni geografi politici hanno trovato le idee di
Smith adatte a spiegare le rivendicazioni di indipendenza nazionale
contemporanee. Smith, a questo proposito, utilizza una metafora economica,
parlando di un fondo di miti, simboli e valori culturali al quale attingono le
identità nazionali.
L’approccio
etno-simbolista è abbastanza flessibile e può venire applicato a diversi esempi
empirici di identità nazionali. Il ricorso ad “un’età dell’oro” della nazione è
un aspetto praticamente onnipresente delle rivendicazioni di autonomia
nazionale. La concezione etno-simbolista del nazionalismo è chiaramente
differente dalle concezioni primordialiste. L’etno-simbolismo mette in
discussione la pretesa che l’identità nazionale sia una parte intrinseca dell’esistenza
umana. Piuttosto, come suggerisce Smith, il nazionalismo è un fenomeno moderno
e le nazioni sono nate nell’era moderna con i loro peculiari modi di
dominazione, produzione e comunicazione. Il punto focale della nostra analisi
sono le strategie e le tecniche attraverso le quali le nazioni creano
collegamenti con gruppi di persone, costruzioni culturali ed eventi pre-moderni.
Secondo Smith, è difficile pensare che una nazione moderna possa mantenere una
propria identità specifica senza tali mitologie, simbolismi e culture. Il
sociologo inglese, inoltre, vuole concentrare l’attenzione sulla costruzione
discorsiva dell’identità nazionale, in base alla quale determinati concetti e
idee conducono il potere politico a modificare le percezioni, le attitudini e l’identificazione
collettiva (importante per chi si occupa delle geografie immaginarie delle “patrie”).
la prospettiva modernista
I modernisti
ritengono che le nazioni non esistessero prima della nascita degli stati
moderni. La prospettiva modernista vede la nascita delle nazioni come
successiva all’affermazione della sovranità statale. Questa posizione
identifica le nazioni come il prodotto di una specifica epoca dello sviluppo
storico dell’umanità, associata alla modernità. La relazione tra identità
nazionale e modernità fa emergere la dimensione spaziale e le scale alle quali
viene prodotta l’identità nazionale.
Secondo
Gellner, sarebbe necessario studiare le nazioni a partire dalle condizioni nelle
quali si sono sviluppate, ovvero il loro contesto sociale ed economico. Per
lui, la differenziazione fondamentale da prendere in considerazione è quella
tra società agrarie e società industriali. All’interno delle prime, la maggior
parte della popolazione apparteneva a gruppi culturali localizzati, mentre le elites dominanti agivano ad un livello
superiore, estraneo a queste affiliazioni locali. Organizzazioni localizzate di
questo tipo, strutturate su due diversi livelli, operavano contro la formazione
di un’entità nazionale coerente. Al contrario, Gellner vede nell’affermazione
della società industriale l’inizio della diffusione di occupazione e norme
tecniche che hanno incrementato il senso di identità nazionale. Questa tesi
mette in discussione l’importanza che gli approcci etno-simbolisti attribuivano
alle formazioni alla costruzioni pre-moderne. Gellner individua nello sviluppo
dell’istruzione di massa un momento fondamentale della creazione delle identità
nazionali nell’era industriale. Il linguaggio di un sistema educativo produce
una comunità umana uniforme: la nazione. Sviluppando un particolare linguaggio
nazionale, gli individui diventano inclini a lavorare e costruirsi una vita all’interno
di un determinato contesto nazionale, poiché il passaggio in un’altra area
linguistica non è semplice. L’approccio modernista di Gellner indirizza la
nostra attenzione sulla nascita delle nazioni a partire da necessità pratiche
facendo riferimento alla necessità della società industriale di un’educazione
di massa della popolazione. A dare sostegno alle tesi di Gellner ci pensa
Hobsbawm, affermando che l’identità nazionale è una forma di “falsa coscienza”,
che serve a mascherare le vere relazioni sociali: quelle di classe.
Un’autorevole
applicazione delle idee moderniste si può trovare nel saggio di Anderson, il
quale utilizza una prospettiva modernista per sostenere che le nazioni siano “comunità
immaginate”, poiché gli appartenenti ad una nazione non conosceranno mai la
maggior parte dei propri connazionali; eppure nelle menti di ognuno è ben
presente l’idea della loro unità. Non viene utilizzato il termine “immagine”
per affermare che le nazioni esistano solo sul piano puramente immaginario e
che non portino degli effetti anche sul piano concreto. Anderson critica l’idea
che le nazioni siano una costruzione fondata su reali comunità umane e
suggerisce che le comunità umane (al di fuori della famiglia) non dovrebbero
venire distinte in base allo loro falsità o genuinità, ma piuttosto allo “stile
in cui sono immaginate”. Il politologo britannico concentra l’attenzione su
pratiche culturali ripetute, necessarie per produrre e riprodurre l’importanza
delle identità nazionali: dal momento che le nazioni non preesistevano alla
loro identificazione, è necessario riconsiderare continuamente e la nascita dei
mezzi di comunicazione a stampa ha avuto un’influenza determinate nel comunicare
le identità nazionali collettive. Anderson pone la sua attenzione suoi luoghi e
gli spazi nei quali e attraverso i quali viene celebrata e rappresentata l’identità
nazionale (musei, mappe, censimenti).
Riprendendo
questi temi Billing esplora i meccanismi attraverso i quali la nazione viene
comunicata alla cittadinanza, in un processo che definisce flagging. Attraverso le attività quotidiane, la nazione viene
costellata di simboli (flags) e
linguaggi (pagare con banconote su cui è stampata la faccia di un rappresentate
della nazione). Billing è interessato ad identificare le complesse abitudini di
pensiero che rendono naturale il “nostro” nazionalismo, trascurandolo, mentre
si proietta solo sugli altri la visione del nazionalismo come un’entità
irrazionale (movimenti separatisti violenti).
Nell’articolare
diverse spiegazioni per la nascita delle nazioni, le prospettive moderniste spostano
la nostra attenzione sulla connessione casuale tra l’affermazione della
sovranità statale e l’identità nazionale. Questa posizione implica chiaramente
che le nazioni non esistono di per sé, ma vengono create ed è necessario
indagare le dinamiche politiche coinvolte in questo processo di produzione.
Associando le nazioni alla modernità, però,
questo approccio lascia spazio alla prospettiva di un’epoca nella quale le
nazioni potrebbero non rappresentare più un elemento importante dell’identità
individuale, data la crisi delle unità territoriali statali (anche della
cultura unica nazionale) ed al riconoscimento delle differenze culturali locali
e regionali (post-modernisti). In merito a queste tesi, relative al
riconoscimento delle identità e delle collettività subnazionali, è utile
sottolineare soprattutto due elementi. In primo luogo, questo approccio non
dovrebbe essere considerato un netto punto di rottura con la visione del mondo
degli autori modernisti. Le prospettive utilizzate da questi ultimi si basavano
sulla creazione e la rappresentazione di specifiche identità e questo interesse
per la produzione della nazione ha il proprio punto di partenza nell’idea che
nessuna identità è completa, indiscutibile e omogenea. Featherstone ha invece
masso in evidenza un altro aspetto fondamentale, ovvero che le identità sono
sottoposte ad un costante processo di ripensamento e riproduzione, attraverso
le azioni dei singoli individui e delle istituzioni. Ogni tentativo di studiare
questi processi dimostrerebbe che l’identità nazionale è diversa nel tempo e
nello spazio e dovrebbe venire collegata al contesto specifico del suo oggetto
di studio. In secondo luogo, la prospettiva postmoderna mette in luce la natura
plurale dell’identità, cioè il fatto che gli individui possiedono delle
identità locali che si affiancano o sostituiscono quelle nazionali. Questo
aspetto è fondamentale: le identità territoriali sono fluide e contestabili. L’osservazione
della pluralità di identità evidenzia inoltre che l’identità nazionale è solo
una delle molte possibili identità sociali che ciascuno di noi possiede. In
conclusione, l’identità nazionale si fonda sulla formazione di un gruppo
sociale (la nazione), che si differenzia da altri gruppi sociali (le altre
nazioni) e dalle fonti di altri tipi di identità.
il nazionalismo come movimento sociale
La visione
più comune considera, come obiettivo del nazionalismo, quello di ottenere l’autonomia
politica della nazione, attraverso l’istituzione di una comunità politica (stato),
il cui territorio coincida con quello della nazione stessa. A partire da questa
affermazione si individuano due categorie distinte di nazionalismo: quello
etnico e quello civico. Il nazionalismo civico è quello che fa riferimento a
pratiche di costruzione della nazione messe in atto dallo stato, rimandando a
forme di patriottismo o cittadinanza che celebrano l’esistenza di uno stato. Al
contrario, il nazionali etnico, in quanto movimento sociale, determina il
passaggio dalla convinzione dell’esistenza di un determinato gruppo, nazionale
ed etnico, ad una vera attività politica, esercita in relazione ad esso. Questo
può condurre alla nascita di movimenti separatisti, laddove una minoranza
interna ad uno stato ambisca all’indipendenza. Il nazionalismo etnico si definisce
irredentista quando la stessa nazione è suddivisa in minoranze etniche interne
a stati confinanti, le quali cercano di universi per ottenere uno stato
autonomo (Baschi divisi tra Spagna e Francia).
È necessario
usare questo schematismo con cautela per due motivi. Innanzitutto perché la
distinzione tra nazionalismo civico ed etnico viene spesso rappresentata dai
mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica come associata alla divisione
tra Nord e Sud del mondo, identificando il patriottismo ed il senso della
cittadinanza (civico) con i paesi più ricchi e un’identità politica primordiale
(etnico) con i paesi in via di sviluppo. In secondo luogo, i movimenti
nazionali attivi al di fuori dello stato vengono considerati etnici, mentre
quelli supportati dalla burocrazie statali vengono legittimati e definiti
civici. Queste definizioni servono come indicatori del potere relativo dei
diversi movimenti nazionalisti.
In questa
sede si considerano tutti i movimenti nazionalisti come costruiti socialmente,
con il fine di raggiungere determinati obiettivi politici. Il nazionalismo
necessita di discorsi che facciano riferimento all’antichità, a reti familiari
ed appartenenze culturali di lungo corso. Infatti, Hobsbawm e Ranger sostengono
che le nazioni vengono costruite attraverso tradizioni intentare: pratiche
governate da regole accettate apertamente o tatticamente, di natura rituale o
simbolica, che mirano ad inculcare determinati valori e norme di comportamento
attraverso la loro ripetizione, che automaticamente implica una continuità con
il passato.
Molto autori
hanno posto l’accento sulle condizioni sociali ed economiche che possono
favorire lo sviluppo di movimenti nazionalisti, soggetti a consistenti
variazioni su base geografica nel proprio sviluppo, nella propria portata e nel
proprio successo. I geografi hanno cercato spesso di spiegare queste variazioni
facendo riferimento alla diffusione disomogenea di certi processi sociali ed
economici. In molti casi, il nazionalismo di sviluppa in regioni che rimangono
periferiche rispetto alla crescita economica, lontane dalle fonti del potere
statale. Anche se alcune precondizioni sono importanti, tuttavia, non esiste
una regola universale che dica quali problematiche, economiche, sociali o
politiche generino delle reazioni nazionaliste, né esistono tendenze
osservabili che consentono di stabilire se il nazionalismo si sviluppi più
facilmente in aree ricche o povere. Ad esempio, le rivendicazioni d’indipendenza
avanzate dalla Croazia e della Slovenia sono state in parte la conseguenza
delle disparità economiche tra le sei repubbliche jugoslave. Questo esempio,
mette in evidenza tre importanti fattori dell’affermazione dei movimenti
politici nazionalisti. Primo, il contesto economico può giocare un ruolo molto
importante nel far nascere i movimenti nazionalisti, comunque da situare nel
loro contesto storico. Secondo, i programmi politici dei partiti nazionalisti
croati e sloveni non venivano costruiti a partire da valutazioni oggettive
della situazione economica, ma sfruttavano i fattori economici come evidenze
tangibili della dominazione culturale serba. Terzo, la soluzione proposta dai
nazionalisti era la creazione di due stati sovrani indipendenti; essi
sostenevano che l’identità nazionale ed il territorio politico dovessero essere
fatti coincidere, con la creazione di stati-nazione costituiti su base etnica.
Quindi, si
può dire che, diverse circostante possono alimentare la miccia del
nazionalismo, ma è impossibile prevedere sulla base di quali specifiche
circostanze questo accadrà. Probabilmente è più corretto pensare al
nazionalismo come ad una strategia politica, focalizzandosi quindi sull’ambito
politico. Una volta definito il nazionalismo come un progetto politico, che
viene portato avanti da alcuni individui e gruppi sociali interni alla nazione,
sulla base delle risorse che questi sono in grado di utilizzare, si possono
iniziare a spiegare la sua nascita e le sue geografie.
Uno dei
possibili percorsi di ragionamento mette l’accento sul ruolo che le elites etniche svolgono in questo
processo. Le elites etniche sono
spesso ben istruite, dotate di capacità retorica e possiedono una certa
familiarità con le fonti dell’identità culturale, a partire dalle quali vengono
costruite discorsivamente la collettività etnica e la nazione. Esse hanno uno
specifico interesse nel cercare l’indipendenza della nazione, poiché è
probabile che saranno i loro membri a costituire il nuovo apparato dello stato
ed a beneficiare più di altri delle nuove fonti di crescita economica.
il regionalismo
Esistono un
insieme sempre più consistente di lavori, in geografia politica che si occupano
della formazione dell’identità e dei processi politici ad una scala diversa di
analisi: quella regionale. Non bisogna pensare alle regioni semplicemente in
termini spaziali, ma considerarle come configurazioni territoriali costituite
in relazione al potere di governo ed alla formazione di identità esistenti a
livello statale.
Le regioni
sembrano poter rappresentare un’unità territoriale flessibile, da utilizzare
per analizzare i cambiamenti politici, sociali ed economici, qualora lo stato
si dimostrasse non più adatto per questo scopo. Alcuni studiosi hanno visto in
questo nuovo ruolo delle regioni una naturale reazione al venir meno del senso
di analisi su scala statale, in un epoca in cui i flussi globali di capitale
generano marcate differenze regionali ed accentuano l’importanza dei processi
di scala substatale. Secondo l’economista Omhae una soluzione a questa inadeguatezza
dello stato nel rappresentare le dinamiche del mondo moderno, potrebbe essere
quella di prendere in considerazione, al suo posto, le regioni. Il concetto di
regione è abbastanza duttile da consentire territorializzazioni multiple, costruite
in base a criteri economici, politici o culturali. Omhae individua tra i
principali aspetti positivi del ragionare su base regionale il fatto che i
confini della regione non sono stabiliti in modo definitivo dagli interessi
politici, ma vengono tracciati dai mercati globali di beni e servizi.
Le regioni
possono, però, essere anche pensate in termini culturali, per esempio
attraverso la delimitazione della diffusione territoriale di un certo gruppo
linguistico (regioni linguistiche substatali: Vallonia e Fiandre in Belgio). Le
regioni non sono solo delle collettività economiche e culturali che si sono
costituite naturalmente, ma in molti paesi esse sono anche dei territori
definiti politicamente, attraverso i quali il governo esercita il proprio potere.
Spesso queste suddivisioni evidenti dei territori statali vengono scelte come
punto di partenza per molti studi, ma è necessario adottare una grande cautela
nel considerarle come divisioni dello stato naturali e fondate su elementi pre-esistenti,
e domandarsi se si tratta i organizzazioni del territorio decise dal basso o
dall’alto.
La varietà
di approcci nello studio delle regioni porta ad un altrettanto differenziato
panorama di prospettive all’interno della geografia regionale. Dal punto di
vista della geografia politica, è necessario indagare come le regioni vengono
prodotte, in seguito a quali mobilitazioni, quali sono le suddivisioni
territoriali predominanti e perché lo sono. Questo porta ad essere
particolarmente attenti al ruolo del potere nel definire specifiche
configurazioni regionali. Per rendere chiaro questo processo, il geografo Paasi
ha identificato tre modi di concepire le regioni, prevalenti nell’ambito delle
discipline geografiche: prospettive pre-scientifiche; prospettive disciplinari;
prospettive critiche.
L’approccio
pre-scientifico vede pragmaticamente le regioni come un’unità territoriale
data, necessaria per raccogliere e rappresentare i dati statistici, ma alla
quale non viene attribuito nessun ulteriore ruolo concettuale. Questa
prospettiva è diffusa negli studi regionali empirici realizzati in supporto
alle politiche, nei quali le realtà delle diverse regioni vengono messe a
confronto per cercare di ridurre le disuguaglianze regionali.
Le
prospettive disciplinari considerano le regioni come l’oggetto o il risultato
di un processo di ricerca, piuttosto che come fenomeni naturali o pre-esistenti.
Questo approccio vede inoltre le regioni come il risultato di dibattiti
accademici e di relazioni di potere/conoscenza, quando queste vengono
determinate in seguito a degli studi, grazie alla capacità di alcune discipline
di far emergere le dinamiche geografiche e territoriali. Viene quindi suggerito
che è la ricerca a creare le regioni, che diventano suddivisioni riconoscibili
di uno stato. Attraverso questi processi vengono immaginati nuovi territori,
che hanno il potere di modificare la realtà politica (testi scolastici
modificano l’immaginario geografico di una popolazione parlando di connessioni
naturali tra identità e territori).
Il
regionalismo critico sostiene che le regioni siano delle costruzioni sociali.
Come evidenzia Paasi, le regioni, i loro confini, i loro simboli e le loro
istituzioni non sono il risultato di processi evolutivi autonomi, ma l’espressione
di una continua lotta relativa ai significati che vengono attribuiti al
territorio, alla rappresentatività, alla democrazie e al welfare. L’attenzione
nei confronti delle lotte ci porta a considerare la complessità di rappresentazioni,
istituzioni e idee che sostengono determinate configurazioni regionali a
discapito di altre. La prospettiva critica del regionalismo ci spinge a
considerare i processi e le posizioni che sostengono la riproduzione di quelli
definibili come “territori immaginati” (Anderson parla, similmente, di “comunità
immaginate). Le classificazioni regionali, ovvero la definizione di cosa siano
le regioni e la regionalizzazione, sono orientate alla produzione di effetti
sociali e sono intrise di potere. Beck sostiene (analizzando le differenze
nella formazione dell’identità e nei comportamenti politici nella regione basca
spagnola ed in quella francese) che la formazione dell’identità regionale è il
prodotto della relazione tra le regioni e lo stato.
Riguardo
alla discussione generale sulle regioni il lavoro di Beck illustra alcuni punti
molto importanti. Primo: bisogna studiare le regioni all’interno del loro
contesto geografico e storico. Questo vuole essere un tentativo di sottolineare
la natura dinamica, mutevole ed incompleta della formazione delle regioni e
delle identità. Secondo: bisogna essere molto cauti nel mettere a confronto le
pratiche politiche dei diversi contesti regionali, il ragionamento necessita di
essere inquadrato nei termini del contesto degli stati e delle relazioni tra
regioni e stato. Terzo: il caso studio del Paese Basco mette in evidenza la
persistenza temporale dell’importanza della costruzione discorsiva delle
geografie regionali. La rappresentazione delle tradizioni e la creazione di
specifiche costruzioni culturali ha fatto sì che la regione basca sia un
territorio politico individuabile, nonostante questa sia in contraddizione con
i confini statali esistenti.
Bisogna
considerare le regioni come sistemi sociali parziali, collegati da un punto di
vista funzionale agli altri livelli territoriali, piuttosto che come società
globali, che racchiudono in sé tutte le relazioni sociali, alle quali aspirano
tradizionalmente gli stati nazionali.
conclusione
Bisogna
usare le tesi degli autori modernisti, studiando le nazioni come prodotto degli
stati moderni e in particolare delle nuove forme di tecnologia e produzione
della conoscenza, associate all’affermazione del capitalismo nel 19° secolo. Si
è utilizzata la stessa prospettiva critica per analizzare il concetto di
nazionalismo. I movimenti nazionalisti sono stati creati per raggiungere
determinati scopi politici: anche se i nazionalisti sottolineano la natura
autentica ed arcaica delle loro battaglie, è nostro compito contestualizzare ogni
movimento all’interno della propria realtà politica. Infine, si è esaminato le
nuove geografie del regionalismo, cercando di descrivere la produzione di
geografie regionali a diverse scale territoriali. Per ultimo, vorremmo
suggerire una prospettiva che studi le regioni considerandole luoghi vissuti ed
esplori la loro produzione di territori regionali e delle identità ad essi
collegate.
IMPERIALISMO
E POSTCOLONIALISMO
preambolo
L’esportazione
del sistema statuale europeo, attraverso il colonialismo e la successiva
decolonizzazione, non può essere consegnata alla storia, come un fatto del
passato. Ancora oggi si possono vedere gli effetti di pratiche coloniali
ingiuste, messe in atto secoli fa. Oltretutto il colonialismo è stato è un
processo segnato da relazioni squilibrate di potere tra colonizzatori e
colonizzati. La colonizzazione non agisce semplicemente attraverso lo
sfruttamento materiale, come il rifiuto di concedere diritti territoriali o l’appropriazione
delle risorse naturali. Sono fondamentali anche pratiche di rappresentazione
messe in atto dai colonizzatori, attraverso le quali le loro idee e le loro
pratiche vengono accettare e legittimate. La capacità di produrre conoscenza
era strettamente collegata alla capacità di colonizzare territori: i
colonizzatori europei sfruttavano il prestigio delle nuove discipline
scientifiche emergenti, come la geografia, per attribuire legittimità alla loro
avventure coloniali.
Ci si
occuperà dello stretto legame tra la produzione di conoscenza geografica e le
pratiche dell’imperialismo e del colonialismo.
l’espansione dell’Europa: l’incontro con gli altri popoli
È chiaro che
la superiorità geo-politica europea non era un fatto assoluto. Dovunque siano
andati, gli Europei hanno incontrato altri popoli, che spesso vivevano in
società complesse, con alti livelli di tecnologia, di organizzazione politica
di sviluppo culturale. Quindi, il fatto che questi altri popoli non siano
riusciti a governare e dominare il resto del mondo non deriva da una loro
presunta condizione primitiva o da strutture sociali degradate, ma riflette
piuttosto combinazioni molto diverse di circostanze storiche, politiche e
culturali, di priorità economiche e di valori.
Anche se non
si può capire il mondo moderno al di fuori del contesto dell’imperialismo
occidentale, soprattutto per quanto riguarda le relazioni tra i paesi
industrializzati e ricchi del Nord e
quelli poveri del Sud del mondo,
sarebbe un errore pensare che il controllo europeo sia stato diffuso ovunque,
in modo totale o omogeneo. Alcune parti del mondo sono scampate del tutto al
dominio formale dei paesi europei, mentre altre, che formalmente facevano parte
di un impero coloniale, non sono mai state davvero sottomesse. In primo luogo,
c’era il problema logistico di governare porzioni di territorio e popolazioni
che erano più grandi degli stati europei e spesso molto distanti. Quindi, il
dominio imperiale si è affermato tramite compromessi tra le strategie e le
istituzioni dei dominatori e quelle dei dominati, anche se si è trattato di
compromessi iniqui e ingiusti. In secondo luogo, c’è sempre stata resistenza
all’imperialismo. Dovunque siano andati, i colonizzatori europei hanno
sperimentato la resistenza dei popoli ai loro tentativi di governarli.
le cause dell’espansione
Nessuno
studio sull’imperialismo può ignorare il ruolo del commercio. Il capitalismo
mercantile rappresentava il modo di organizzazione economica prevalente nelle
città europee del Medioevo e si basa sul principio di comprare a basso costo e
rivendere ad un prezzo più alto. Molti beni erano prodotti direttamente sul
territorio europeo, utilizzando materie prime locali. Con la crescita delle
città medievali, ed il conseguente sviluppo di un mercato di beni di lusso, si
registrò però la crescita della domanda di materie prime e beni che non
potevano essere prodotti localmente o dei quali l’offerta era troppo scarsa.
Gli europei sapevano già da secoli, nel 1400, che in Asia era possibile
rifornirsi di molti beni di lusso ma, i percorsi via orbe erano insicuri e chi
li percorreva era soggetto a possibili ritardi, perdite di materiale ed all’autorità
di chi governava quei territori da attraversare.
Grazie alle
esplorazioni marittime del 15° secolo, i mercanti dell’Europa Occidentale
potevano commerciare con i territori asiatici, senza i rischi dei difficoltosi
percorsi via orbe che attraversavano il Medio Oriente.
L’espansione
oltremare dei paesi europei ebbe anche motivazioni religiose. Le prime
esplorazioni, condotte da Spagna e Portogallo, furono infatti motivate in parte
anche dalle presunte minacce nei confronti del Cristianesimo cattolico, che
provenivano dall’Islam e dalla Riforma protestante. Nel 17° secolo, furono i
Protestantesimo a cercare la salvezza oltreoceano, con l’insediamento dei
Puritani sulle coste orientai del Nord
America.
La penisola iberica si espande oltre oceano
Le nuove
rotte commerciali marittime verso l’Oriente erano inizialmente controllate dal
Portogallo, i cui esploratori fondarono numerose stazioni commerciali lungo le
coste dell’Africa, dell’Asia meridionale e dell’Estremo Oriente. L’importanza
che essi attribuivano al commercio fece sì che il loro impero fosse costituito
da piccoli possedimenti, mentre non venivano messi in pratica tentavi di
estensioni di territorio dell’entroterra alle spalle delle stazioni
commerciali. Quando i tempi furono maturi, i primi imperi europei di una certa
estensione furono quelli istituiti nel Nuovo Mondo da Spagna e Portogallo. L’espansione
dei due paesi della penisola iberica portò grande ricchezza alle due monarchie,
proveniente soprattutto dai metalli preziosi.
l’ascesa dell’impero britannico
Solo pochi
decenni dopo la sua affermazione, il dominio della Spagna e del Portogallo si
trovò a fronteggiare una seria minaccia. Fin dalla seconda metà del 16° secolo,
infatti, ebbero inizio le esplorazioni del continente nordamericano da parte di
Francia e Gran Bretagna e, sulla costa atlantica, vennero fondato varie colonie
britanniche, francesi e olandesi. I rapporti tra l’Europa e l’Oriente, nel
corso del 17° secolo, furono prevalentemente commerciali.
Il processo
di costruzione dell’impero, inoltre, fu lungo e lento e, per completarlo, fu
necessario più di un secolo di conflitti militari, economici e culturali con le
popolazioni e le istituzioni locali. Con il passare del tempo, l’importanza
attribuita al commercio lasciò gradualmente il posto alla necessità di
stabilire un governo politico-militare, delegando attività commerciali ai
privati. Questo processo culminò nella Rivoluzione Indiana del 1857, con il
trasferimento del potere dalla Compagnia delle Indie alla Corona.
Il tramonto
dell’espansione imperialista era ancora molto al di là da venire: l’Africa
rappresentava infatti un collegamento vitale e sanguinoso, nel commercio
triangolare che portava gli africani ad essere venduti come schiavi in Sudamerica,
per lavorare nelle piantagioni e le materie prime di queste venivano poi
importate in Europa e trasformate in beni finiti, da riesportare a loro volta
nelle colonie. Lungo le coste di tutta l’Africa, gli europei fondarono piccole
città e porti commerciali, mentre, all’inizio del 18° secolo, il resto del
continente era ancora del tutto inesplorato. Fu nei trentacinque anni che
intercorsero tra il 1880 ed il primo conflitto mondiale, che tutto il
continente africano, comprese la sua popolazione e le sue risorse, venne
spartito tra le grandi potenze europee.
Infine, nel
1801, il continente australiano venne circumnavigato, scoprendo così che si
trattava di un’isola e dopo la scoperta delle miniere d’oro divenne la
destinazione di immigrazione, trasformandosi in uno dei principali esportatori
di prodotti agricoli.
la guerra d’indipendenza americana
La guerra d’indipendenza
american (1775-1783), seguita dalla formazione degli Usa, è stato certamente
uno degli avvenimenti cruciali che hanno segnato la nascita del mondo
contemporaneo. In questo periodo vi fu infatti la prima origine dell’impetuoso
sviluppo che doveva fare di questa nuova nazione la potenza dominante del
globo; ma soprattutto il primo riferimento agli ideali di libertà e uguaglianza
contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza; tale documento rappresentò un
modello per tutti qui cittadini europei di ampie vedute che desideravano
liberarsi dal gioco dei sovrani d’antico regime.
le radici imperialiste della geografia: il ruolo dell’imperialismo
nella conoscenza geografica
Nel processo
di espansione imperialista e di colonizzazione dei territori d’oltremare un
ruolo di vitale importanza è stato svolto dalla conoscenza. Se da un lato l’espansione
delle potenze europee ha prodotto nuove conoscenze e nuove cognizioni, dall’altro
era a sua volta dipendente da quelle stesse conoscenze, perché lo sviluppo dei
possedimenti d’oltreoceano richiedeva specifiche informazioni e capacità in
molti campi diversi. Lo sviluppo dell’imperialismo è stato determinato anche
dal modo con cui si guardava agli altri popoli ed ai loro territori: per
rendere accettabili i comportamenti crudeli del colonialismo, era necessario
che gli europei si sentissero superiori rispetto a tutti gli altri. La crudeltà
del colonialismo si fondava, quindi, su una serie di convinzioni,
rappresentazioni e discorsi relativi ai diritti degli europei nei confronti del
resto del mondo.
La geografia
moderna è stata un prodotto dell’imperialismo. In primo luogo, perché la
conoscenza delle caratteristiche della superficie terrestre, dei suoi
continenti e dei suoi oceani, delle sue piante dei suoi animali, dei suoi
popoli e dei loro modi di vita ha vissuto un enorme incremento in seguito all’espansione
degli stati europei, diventando il principale argomento di studio della nuova
geografia. Secondo, perché questa disciplina aveva tra i suoi argomenti
privilegiati di studio molte delle conoscenze pratiche e teoriche che furono
messe in atto durante le esplorazioni e la costruzione dei nuovi insediamenti
(cartografia, pianificazione territoriale). Terzo, la geografia utilizzava
modalità specifiche di conoscenza del mondo che resero possibile e nello stesso
tempo legittimarono la pratica dell’imperialismo.
la questione del clima
Mettere in
relazione il clima con l’evoluzione dell’uomo rappresenta uno dei primi
tentativi di sviluppare un sistema teorico, nell’ambito della geografia umana,
relativamente alla superficie terrestre. Secondo questo sistema di pensiero, le
caratteristiche climatiche dell’ambiente potevano determinare la storia e la
geografia dello sviluppo umano e delle differenze socio-culturali (determinismo
ambientale). All’epoca era comune ritenere che il clima e la morfologia di un
territorio potessero influenzare in maniera uniforme tutta la popolazione che
ci viveva e questo condusse i geografi a discutere delle caratteristiche
razziali dei diversi popoli.
Livingston
ritiene molto importante soffermarsi sul rapporto tra le interpretazioni che i
geografi davano del clima e delle zone climatiche e i discorsi sull’inferiorità
e la superiorità razziale, che svolgevano un ruolo importante nei progetti
imperialisti. Secondo Livingstone, gli studi che i geografi svolgevano sul
clima erano molto distanti da quella validità scientifica che pretendevano gli
venisse attribuita, essendo al contrario molto legati ai giudizi morali,
religiosi e politici allora diffusi. Veniva attribuita una grande importanza
all’impatto delle variazioni climatiche sull’uomo, ritenendo che esso
condizionasse anche i modi di vita e l’apparenza biologica delle persone.
Quella che Livingstone chiama “l’economia morale” del clima e che metteva in
relazione le variazioni climatiche con la presunta suddivisione della specie
umana in diverse razze.
Oggi, gli
scienziati sociali sono molto più scettici riguardo al concetto di razza come
distinzione biologica, sostenendo che non esistono assolutamente fondamenti
biologici soddisfacenti per dividere le persone in base alla loro razza e che
senza dubbio non ci sono delle differenze nel potenziale fisico, mentale ed
emozionale degli appartenenti a queste presunte razze. Per molti decenni,
comunque, si è utilizzata una suddivisione del genere umano in gruppi separati,
differenziati su base biologica. In questo contesto, lo studio dei climi era
importante, poiché era diffusa la convinzione che le differenze razziali
fossero legate alla varietà climatica, sia perché la causa delle prime era da
ricercarsi nelle stesse differenze climatiche, sia perché le razze erano
distribuite da Dio ciascuna nella zona climatica ad essa più appropriata.
Non è
possibile ridurre facilmente queste tesi al frutto barbaro e razzista di una
scienza immatura e non ancora sviluppata, se si considera l’importanza che
essere ebbero in tutto il mondo. Non solo il discorso dell’economia morale dei
climi fornì la giustificazione ed il fondamento teorico a quelle che divennero
pratiche consuete nell’imperialismo del 19° secolo (schiavitù), ma esso ha
anche esercitato un’influenza sorprendentemente duratura sulla geografia come
disciplina accademica.
mappare e dominare
La geografia
come disciplina era coinvolta nei progetti imperialisti anche per finalità
estremamente pratiche. Controllare e governare orbe e popolazioni lontane
richiedeva un alto grado di conoscenza, sia dei territori che dei popoli e,
nelle strategie dei paesi europei nei propri imperi d’oltreoceano svolsero un
ruolo fondamentale la cartografia e la raccolta di dati. Le carte rendevano
questi territori sconosciuti più comprensibili, secondo il modo di pensare
europeo, e consentivano di imporre l’ordine e la razionalità occidentali a
paesaggi umani creati da visioni del mondo molto differenti.
Il
colonialismo europeo cercava di prendere possesso dei nuovi territori,
attribuendo alle loro parti nomi e definizioni, che potevano essere familiari,
quando si utilizzavano termini della propria lingua, oppure volutamente
esotiche, quando si preferiva il linguaggio delle popolazioni locai. In
entrambi i casi, l’azione di denominare i luoghi, di disegnare delle carte
geografiche e di conseguenza di rappresentare linguisticamente il nuovo
territorio, era un’altra strategia, attraverso la quale le nuove terre potevano
essere conosciute e possedute.
I geografi
contemporanei si sono concentrati prevalentemente sull’imperialismo come modo
di considerare il mondo, di costruire identità di se stessi e degli altri e di
cercare di controllare non solo il destino economico e politico di altri popoli
e territori, ma anche la loro evoluzione culturale. È necessario considerare lo
sviluppo dell’imperialismo esaminando le sue pratiche spaziali.
la teoria del sistema mondo
Fornire
delle interpretazione e delle spiegazioni dell’espansione su vasta scale dell’Europa
nel resto del mondo è complicato ed è stato al centro di un acceso dibattito
accademico. Una delle possibili cornici esplicative è quella dell’analisi del
sistema mondo, che è stata sviluppata nel corso di molti anni da Wallerstein.
Secondo
Wallerstein, che condivide l’interesse di Braudel per i cambiamenti di lungo
periodo nelle relazioni sociali ed economiche, le tre forme di scambio
individuate da Polanyi (reciprocità di lignaggio, redistributiva-tributaria,
scambio di mercato) corrispondono a tre tipologie differenti di sistemi
sociali, i soli tre sistemi socio-economici che sono esistiti nella storia: i mini-sistemi,
nei quali gli scambi sono reciproci; gli imperi mondiali, dove lo scambio è
redistributivo; l’economia-mondo capitalista, nella quale è il mercato a
dominare. I mini-sistemi sono stati finora i più numerosi, anche se nel mondo
contemporaneo sono del tutto scomparsi (Indiani d’America). Wallerstein
identifica anche numerosi imperi mondiali, nei quali era presente una vasta
base di produttori agricoli, che fornivano sia i prodotti per la sopravvivenza
alla popolazione, sia i beni di lusso per un piccolo gruppo elitario (impero
romano, sistema feudale). Secondo la sua analisi tutti i mini-sistemi e gli
imperi mondiali sono stati eliminati o assorbiti dall’economia-mondo
capitalista. Dal 16° secolo in poi, il mondo è stato gradualmente dominato dell’economia-mondo
capitalista europea che è diventata però davvero globale solo nel ‘900.
Possiamo
identificare nel pensiero di Wallerstein due importanti idee, che distinguono l’approccio
del sistema-mondo dalle concezioni tradizionali dei cambiamenti economici
globali. La prima è l’idea di una società unica: tradizionalmente le scienze
sociali consideravano il mondo diviso in tante società. L’integrazione delle
attività economiche nel sistema-mondo comporterebbe infatti che oggi esista una
sola società globale. Quest’intuizione è collegata alla seconda, l’errore dello
sviluppismo: lo sviluppo è stato tradizionalmente visto come un percorso lungo
il quale le diverse società passavano da bassi livelli di attività economica a
sistemi più ricchi e complessi. Però, dal momento che oggi esiste una sola
economia, di scala mondiale, le sue singole parti non possono percorrere
automaticamente la scala dello sviluppo: le attività economiche che hanno luogo
in ciascun paese del mondo sono strettamente connesse a quelle che accadono in
tutti gli altri. La capacità di alcuni stati di produrre grandi redditi e di
sostenere alti livelli di standard di vita dipende dall’esistenza di altri
paesi, le cui economie rimango sottosviluppate a causa delle dinamiche dell’economia-mondo,
per sostenere la ricchezza della minoranza più ricca della popolazione
mondiale.
L’approccio
di Wallerstein offre anche una cornice di pensiero più ampia, all’interno della
quale è possibile comprendere l’espansione degli stati europei. È evidente il
parallelismo con l’importanza che abbiamo attribuito al processo storico di
nascita e sviluppo degli imperi d’oltremare. La teoria del sistema-mondo ha
trovato ne mondo accademico ferventi sostenitori e accesi critici, portando una
grande contributo nell’ambito della geografia politica. L’attenzione che queste
teoria pone sulla struttura spaziale dell’economia-mondo, che secondo
Wallerstein si divide in un centro, una semi-periferia ed una periferia, è
molto vicina all’approccio geografico.
le critiche alla teoria del sistema-mondo
Giddens
suggerisce che l’approccio del sistema-mondo abbia soprattutto due difetti
principali. Innanzitutto, sostiene, sarebbe caratterizzato da una sorta di
riduzionismo economico, non nel senso che prende in considerazione solo i
processi economici, ma che, anche quando affronta questioni culturali e
politiche, tende a spiegarle in termini economici. Nella visione di Giddens, le
dinamiche dell’economia-mondo sono fondamentali per spiegare i cambiamenti
globali, ma questi sono anche un prodotto dello sviluppo di un sistema
internazionale di stati, che non può venire preso in considerazione solo dal
punto di vista economico. Questo implica anche che si debba riconsiderare l’idea
di società unica: potrà pur esistere un’unica economia-mondo capitalistica, ma
le varie società continuano ad avere una grande importanza. In sostanza, l’idea
di società unica ha senso quando la società viene considerata come un sistema
di integrazione economica, mentre non funziona altrettanto bene quando si
tiene conto delle relazioni politiche o culturali.
La seconda
falla che Giddens riscontra nelle idee di Wallerstein riguarda gli elementi
funzionalisti presenti al loro interno. Con funzionalismo Giddens intende la
tendenza a spiegare qualcosa a partire dai suoi effetti (tipico delle scienze
biologiche). Lui ritrova il pensiero funzionalista nell’idea di regioni semi-periferiche,
la cui esistenza viene spiegata facendo riferimento alle necessità del sistema-mondo.
Può anche essere vero che l’esistenza di una fascia di stati semi-periferici,
intermedia tra i paesi ricchi e la periferia povera, può contribuire a
stabilizzare l’economia-mondo, ma questa funzione stabilizzatrice non è
sufficiente a spiegare la nascita iniziale di questa semiperiferia, né il fatto
che essa continui ad esistere.
le strategie di dominazione coloniale
Nello
studiare l’espansione imperialista è necessario considerare sia le strategie
dei colonizzatori, che quelle dei colonizzati, in un determinato contesto.
Questo significa anche che l’integrazione dei territori extra-europei nell’economia-mondo
è decisamente meno completa e onnicomprensiva di quanto suggerirebbero gli
scritti di Wallerstein. Il nostro approccio evita di farci cadere nel
riduzionismo economico, sottolineando il fatto che le strategie politiche, e le
risorse dalle quali dipende il potere politico, non sono solo economiche, ma
anche culturali, militari, patriarcali, razziste. In altre parole, l’imperialismo
era più legato alle strategie di dominazione culturale del resto del mondo che
a quelle di sfruttamento e controllo economico.
la dimensione culturale e quella economica
Generalmente
l’annessione di nuovi territori e l’applicazione del potere imperiale nelle
colonie europee d’oltreoceano venivano condotte con mezzi e strategie di tipo
militare, molto diverse dalle varie potenze imperiali.
Secondo
Fieldhouse è evidente che l’Europa abbia ottenuto numerosi profitti economici
nelle prime fasi dell’espansione imperialista ma, successivamente (nel 19°
secolo e all’inizio del 20° secolo) le colonie d’oltreoceano non sarebbero più
state soggette allo sfruttamento economico da parte delle potenze imperialiste.
È vero che quello che sostiene Fieldhouse quando afferma che le colonie
stabilite in Asia e in Africa tropicale nelle ultime fasi dell’imperialismo non
nacquero con l’intenzione di ottenere dei profitti economici. Le singole
colonie potevano essere considerate fonti di guadagno, ma nessun impero ha
avuto una funzione ben precisa, né economica, né di altro tipo. Gli imperi
hanno solo rappresentato una fase particolare delle relazioni, sempre mutevoli,
tra l’Europa ed il resto del mondo e sarebbe fuorviante ricercare delle
analogie con il sistema capitalistico.
Nonostante
le sue perplessità riguardo allo sfruttamento messo in atto dall’imperialismo
dell’ultimo periodo, Fieldhouse identifica sei modalità con le quali questo può
portare dei vantaggi economici, esprimendo le diverse strategie economiche ad
essi sottese: 1) saccheggio delle ricchezze presenti in un territorio occupato;
2) trasferimento in madrepatria dei profitti prodotti nelle colonie; 3)
trasferimento di denaro verso le potenze imperiali; 4) imposizione di regole
inique negli scambi commerciali con le colonie; 5) sfruttamento delle risorse
naturali, senza un’adeguata compensazione; 6) tassi di ritorno degli
investimenti più alti nelle colonie che in patria.
Secondo
Fieldhouse, le prove dell’esistenza o meno di questo tipo di relazioni
economiche sono ambigue. È chiaro che nella prima fase dell’imperialismo, tra
il 16° secolo ed il 18° secolo, gli aspetti economici abbiano ricoperto un
ruolo molto più importante di quanto avvenuto nel periodo successivo (19° e 20°
secolo), ma anche laddove siano stati evidenti i profitti provenienti dalle
colonie, è difficile dire se questi abbiano avuto luogo grazie ai governi
imperialisti, oppure nonostante la loro presenza. Parlando di strategie
politiche, è invece evidente come gli imperi d’oltreoceano siano stati
sostenuti in patria da esponenti del mondo politico e industriale, che
prevedevano di ricavarne possibili ritorni economici. L’imperialismo formale
raggiunse comunque il proprio apice all’inizio del 20° secolo quando il
mantenimento delle complesse strutture di governo, amministrazioni e forze di
sicurezza coloniali in Africa e in Asia già si stava trasformando in un vortice
che risucchiava le finanze delle potenze europee. Questo significa che l’ulteriore
espansione del 20° secolo era mossa da strategie diverse da quelle puramente
legate al profitto economico.
la dimensione culturale e discorsiva
Le strategie
discorsive sono importanti perché incarnano alcune visioni del ruolo e della
natura degli europei e dei popoli che sono stati colonizzati, che hanno
rappresentato le precondizioni necessarie per lo sfruttamento militare ed
economico.
Le strategie
discorsive dell’imperialismo dipendevano infatti dalla costruzione del “resto
del mondo” non solo come inferiore all’Occidente, ma come intrinsecamente
diverso dal punto di vista qualitativo, ad esempio dipingendolo come esotico,
in contrapposizione all’Europa. Questo spesso implicava un esotismo di stampo
erotico, con l’Oriente che viene spesso rappresentato come degenerato
sessualmente o come lo scenario di possibili incontri erotici eccitanti ed
esotici. In queste pratiche retoriche, gli uomini occidentali vengono
presentati come l’incarnazione della virilità e del vigore. Per contrasto, il
mondo al di fuori dell’Europa veniva spesso rappresentato con sembianze
femminili. Per l’Occidente, orgoglioso della propria razionalità maschile,
illuminista, questo simbolismo non solo serviva a rappresentare il Nuovo Mondo
come inferiore, socialmente e culturalmente, ma anche per enfatizzare l’esotismo,
la fertilità e l’ignoto dei quali erano pieni i racconti che si facevano in
Europa del mondo coloniale.
Attraverso
questi elementi discorsivi delle strategie imperialiste venivano giustificate e
legittimate le stesse pratiche imperialiste sia nei confronti dei colonizzatori
che degli stessi popoli colonizzati. Queste strategie non furono comunque
univoche e l’imperialismo trovò ovunque una strenua resistenza.
le strategie anti-coloniali e la fine degli imperi formali
L’imperialismo
occidentale è stato quindi il prodotto di diverse strategie, alcune militari,
alcune economiche, alcune altre discorsive ed è stato contrastato e sfidato da
un altrettanto vario assortimento di strategie e tattiche messe in atto dai
popoli colonizzati. Queste azioni erano condotte da gruppi ed individui che
occupavano, per definizione, posizioni subordinate nella gerarchia sociale e
che non sempre avevano la necessità o la volontà di documentare le proprie
attività, per cui la nostra conoscenza delle forme di opposizione al governo
coloniale è meno approfondita, rispetto a quella delle strategie imperialiste.
La maggior
parte dei materiali a disposizione, quindi, racconta la storia dal punto di
vista del potere coloniale e, anche quanto questi riguardano i processi e le
pratiche della resistenza anti-colonialista, gli episodi che vengono riportati
sono inevitabilmente quelli che hanno preoccupato maggiormente gli occupanti
europei, per esempio per un livello di violenza elevato. Pur non sottovalutando
l’importanza delle rivolte armate dato che sono state spesso determinanti nel
porre fine al potere coloniale, il fatto che esse siano così presenti nei libri
di storia oscura altri eventi quotidiani e ordinari, che spesso rappresentavano
potenti forme di resistenza al potere imperialista.
La Francia
perse la maggior parte dei propri possedimento d’oltremare in seguito a delle
guerre che ebbero luogo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le colonie portoghesi
furono invece quelle dalla vita più lunga in Africa, difese con forza dal
governo di Lisbona, che dovette comunque abbandonare l’Africa intorno alla metà
degli anni Settanta. Con il termine del predominio della minoranza bianca in Sudafrica,
nei primi anni Novanta, si sancì la fine di cinque secoli di dominazione bianca
in Africa. Secondo Fieldhouse l’elemento più interessante della storia degli
imperi coloniali moderni è la rapidità con la quale si dissolsero. Nel 1939
raggiungevano la loro massima estensione, mentre solo nel 1981 avevano cessato
di esistere.
il postcolonialismo
La fine del
controllo politico formale è solo una parte del quadro più complesso: alcuni
autori hanno messo in evidenza l’esistenza di un colonialismo informale, nel
quale i vantaggi economici continuano ad essere diretti verso le ex potenze
coloniali, anche in assenza di un controllo diretto del territorio.
Si consideri
lo sviluppo del postcolonialismo, come posizione politica ed intellettuale.
Una delle
differenze maggiori nel tentativo di identificare le strategie anti-colonialiste
è che queste tendono a far rientrare forzatamente le storie e le geografie dei
popoli colonizzati nella storia raccontata dal punto di vista occidentale. Il
filosofo Chatterjee sostiene che in una situazione di dominio imperialista,
perfino le pratiche discorsive di resistenza ed il dissenso nazionalista
assumono quella stessa visione occidentale del mondo che cercano di ripudiare.
il postcolonialismo e la geografia
Uno degli
aspetti centrali del postcolonialismo è una difficile e complessa relazione tra
i modi d’essere, di pensare, di agire e di parlare occidentali e quelli dei
popoli delle ex colonie europee. Gli autori che si occupano del
postcolonialismo ritengono che la decolonizzazione formale non corrisponda ad
una completa decolonizzazione effettiva: l’imperialismo era molto di più del
formale controllo politico e militare ed il predominio europeo su gran parte
del mondo era anche un predominio di modi di pensare e concepire quello stesso
mondo. Alla fine dell’occupazione formale non ha fatto immediatamente seguito
il ritiro delle categorie colonialiste, delle tecnologie e delle procedure di
dominazione, né l’Europa ha cessato di essere il soggetto principale al quale
fanno riferimento molte storie e geografie postcoloniali.
Crush
suggerisce che, nei tentativi contemporanei di scrivere la geografia da un
punto di vista postcoloniale, possono essere individuati quattro elementi
principali: l’ammissione della complicità della geografia nel dominio coloniale
sui territori; la descrizione delle caratteristiche della rappresentazione
geografica nei discorsi coloniali; la separazione delle geografie locali dalle
teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti; la
riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi nuovi
significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati
più bassi della società coloniale.
La volontà
di esaminare la complicità della geografia nel dominio coloniale sui territori
significa che i geografi dovrebbero prendere in considerazione in modo critico
le modalità con le quali la conoscenza e le competenze della geografia sono state
sfruttate per radicare il colonialismo e l’imperialismo. Mostrare la
rappresentazione geografica nei discorsi coloniali porta alla dimostrazione di
come le pratiche discorsive colonialiste abbiano implicato l’utilizzo di un
certo modo di vedere la geografia e di specifiche rappresentazioni di luoghi e
regioni. I binomi coloniali, come “noi e loro”, o “civiltà e barbarie”, non
sono specchi del mondo, ma atti performativi, che modificano il mondo
attraverso una serie di rappresentazioni. La separazione delle geografie
locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione
totalizzanti, è la proposta di mettere in discussione il modo in cui la stessa
geografia ha subito le conseguenze del colonialismo. I geografi di tutto il
mondo utilizzano prospettive, teorie interpretative occidentali, mentre,
secondo i principi del postcolonialismo, la conoscenza geografica che si
sviluppa in contesti locali differenti non dovrebbe basarsi sul presupposto che
gli approcci occidentali siano gli unici, o i migliori modi di descrivere e
comprendere il mondo. La quarta componente della geografia postcoloniale è la
riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi di nuovi
significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati
più bassi della società coloniale, ovvero il tentativo di scrivere una nuova
geografia, che attribuisca la giusta importanza all’esperienza di chi ha subito
il colonialismo e ai luoghi nei quali queste persone vivono o lavorano.
conclusione
Si è cercato
di identificare le importanti eredità e le continuità attuali delle relazioni,
delle conoscenze e delle pratiche di governo coloniali. Sottolineando in
particolare due elementi, che emergono dai recenti studi sul colonialismo.
Primo, il colonialismo non è solo una forma di dominazione territoriale. La
colonizzazione implicava, oltre che una dominazione attraverso gli apparati
statali degli imperi, anche una dominazione delle forme di produzione della
conoscenza: la geografia è stata scritta dal punto di vista dei colonizzatori,
non dei colonizzati. Gli autori del postcolonialismo hanno cercato di mettere
in luce i meccanismi, le regole e i taciti presupposti che hanno avuto la
funzione di riprodurre queste forme di dominazione coloniale fin ad oggi. La
sfida nei confronti delle forme di produzione della conoscenza occidentali è la
decolonizzazione della mente. Il secondo lascito del passato coloniale,
strettamente legato al primo, è la continuità delle pratiche imperialiste di
potenti attori statali, fino ai giorni nostri.
GEO-POLITICA
(E ANTI-GEO-POLITICA)
preambolo
Le idee
rappresentano le precondizioni dell’azione politica e spesso sono i cittadini a
stabilire se si tratta di buone o cattive idee. Bisogna però essere cauti di
fronte a questi giudizi, apparentemente universali, sulla qualità delle idee:
non esistono punti di vista neutrali, con i quali giudicare, né criteri
naturali che stabiliscano cosa rende un’idea buona o cattiva. È necessario
tenere in grande conto le disparità nel potere di produrre idee. Le idee
provengono da persone ed istituzioni diverse, rispondono ai loro interessi ed è
la posizione che questi occupano nelle gerarchie di potere, la loro
persuasività, la loro capacità di convincere gli altri e la loro vicinanza al
sentire comune a far sì che alcune idee abbiano successo e possano cambiare il
mondo, mentre altre siano destinate ad essere dimenticate.
Nell’ultimo
secolo il termine geo-politica è stato utilizzato spesso per indicare quelle
idee che riguardano la suddivisione della superficie terrestre e le relazioni
tra le sue singole parti. Anche se in alcuni casi la geo-politica enfatizza
soprattutto i risvolti pratici di queste relazioni, come l’invasione di un
paese, queste azioni possono essere spiegate ed interpretate solo attraverso
delle “idee” geo-politiche. Tutti sono costantemente a contatto con la geo-politica:
con varie terminologie (terzo mondo) si da un ordine al mondo, attribuendo ad
esso un significato, attraverso un’opera di denominazione e comunicazione. Considerando
lo stato come unità territoriale principale dello spazio politico, questo
processo di categorizzazione e creazione di un ordine ha spesso determinato l’importanza
della competizione tra stati e della dimensione geografica del potere.
Le idee geo-politiche
implicano l’utilizzo di numerose metafore riguardanti lo spazio. È compito
degli studiosi di Geografia Politica analizzare il processo di produzione di
queste idee e il modo in cui queste rispecchiano le strutture di potere
dominanti. Nel rifiutare di dare per scontate le etichette della geo-politica
si utilizza l’approccio della geo-politica critica (Agnew, O’Tuathail e Dalby).
La geo-politica critica, vede la geo-politica come una pratica discorsiva
attraverso la quale politici ed intellettuali attribuiscono una dimensione
spaziale alle relazioni politiche internazionali, presentandole come un mondo
caratterizzato da determinate tipologie di luoghi, persone ed eventi.
Analizzando a fondo i discorsi della geo-politica, gli appartenenti a questa corrente
si sono soffermati molto sulle rappresentazioni, esaminando criticamente le
pratiche e le immagini attraverso le quali singoli individui o gruppi veicolano
le proprie visioni del mondo.
Anche la geo-politica
possiede una propria storia ed una propria geografia che è strettamente
intrecciata al contesto politico nel quale si è sviluppata.
le radici tradizionali
Il termine geo-politica
ha fatto il proprio ingresso nel lessico accademico nel 1899, grazie allo
scienziato politico svedese Kjellen, secondo il quale i due termini, geografia
e politica, nella parola geo-politica, poteva essere utile per indicare le
radici geografiche dello stato e, in particolare, la sua dotazione di vantaggi
e risorse naturali, ovvero la sua geografia fisica, che nel pensiero di Kjellen
rispecchiava la sua forza potenziale. Le sue idee attingevano dal lavoro del
geografo politico tedesco Ratzel che aveva applicato le teorie evoluzionistiche
di Lamarck e Darwin al comportamento degli stati (Lamarck sottolineava l’influenza
diretta dell’ambiente naturale nel determinare il processo evolutivo). Ratzel
descrive lo stato come un organismo vivente, che lotta con gli altri per
crescere e svilupparsi. Nel fare ciò, il geografo tedesco si sofferma sulla
necessità per ogni stato di avere un proprio spazio vitale, sostenendo che gli
stati più forti dovrebbero espandersi nei territori di altri stati, le cui
popolazioni non sfruttano con la dovuta efficienza le risorse presenti.
Tre aspetti
fondamentali di questa fase iniziale della geo-politica. Primo, i primi
studiosi di geo-politica erano interessati soprattutto alle minacce ed alle
opportunità che uno stato si trovava ad affrontare, attribuendo quindi ad esso
un’importanza fondamentale, come unità territoriale primaria della politica,
alla fine del 19° secolo. Quest’attenzione per le minacce e le opportunità
degli stati possono essere viste come una specifica reazione alle
preoccupazioni delle potenze occidentali di fronte al venir meno della
possibilità di espandere il proprio territorio, attraverso l’occupazione di
nuove colonie. Secondo, è importante il collegamento che la geo-politica
individua tra l’ambiente naturale ed il potenziale politico: le possibilità
future di uno stato sono strettamente connesse alle sue risorse, al suo clima
ed allo spazio che ha a disposizione per espandersi. Questo rapporto tra clima
e sviluppo umano è stato sviluppato a fondo nelle opere dei deterministi
ambientali, i quali sostenevano che il clima ed i fattori ambientali siano
elementi determinanti per la storia e la geografia dell’uomo. Terzo, bisogna
soffermarsi sull’ambizione dei testi geo-politici di proporre spiegazioni e
conclusioni su scala globale, nonostante si occupassero prevalentemente della
natura degli stati. Queste prime opere dichiarano di distaccarsi da visioni
particolari e soggettive, con l’ambizione di sviluppare una vera e propria
scienza delle relazioni internazionali. Questo rispecchia due aspetti, tra loro
legati, del periodo storico in cui si sono sviluppati i primi concetti della geo-politica.
Innanzitutto, si trattava di un momento di grande espansione della geografia
nelle università e della sua istituzionalizzazione come disciplina accademica.
In secondo luogo, gli ultimi anni del 19° secolo rappresentarono il culmine
della modernità, intesa come un’epoca che celebrava il trionfo dell’intelletto
umano sul caos della natura. Le teorie moderniste si incentravano sull’universalità
e sulla sintesi, sulla capacità dello scienziato sociale di osservare la
porzione più ampia possibile della realtà con il proprio sguardo esperto e di
trarne delle conclusioni. È stata probabilmente questa autostima tecnologica ed
epistemologica a permettere alla geo-politica di affermarsi come campo autonomo
di produzione della conoscenza.
sir Halford Mackinder
sir Halford
Mackinder ha svolto un ruolo chiave nel processo di istituzionalizzazione della
geografia nel UK ed è stato una figura fondamentale nella storia della geo-politica.
Le sue pubblicazioni riguardano prevalentemente l’analisi geografica delle
opportunità e delle minacce che la Gran Bretagna si trovava ad affrontare dopo
la fine della scoperta e della conquista di territori oltreoceano. Mackinder
vedeva nelle conoscenze geografiche uno strumento determinante per il
mantenimento del ruolo dominante del UK nel mondo in questo nuovo contesto
storico.
Nella sua
teoria dell’heartland, Mackinder,
sosteneva che il mondo può essere diviso in tre regioni, in base alle
differenze di forza potenziale tra i territori: un’area centrale (pivot area o
area perno, successivamente heartland),
una mezzaluna interna ed una mezzaluna esterna, o insulare. Identificò il “centro
geografico” con il continente eurasiatico, un territorio inaccessibile alla
potenza navale del UK e che, quindi, rappresentava una minaccia per il suo
dominio. Il potenziale dell’heartland
andava individuato nelle sue risorse e Mackinder avvertiva che, quando si fosse
estesa la rete ferroviaria, questa regione avrebbe potuto esercitare un potere
militare ed economico senza pari. Questa previsione lanciava un serio allarme
alle potenze statali ed imperiali del 20° secolo.
È necessario
contestualizzare il pensiero di Mackinder. Egli era un acceso sostenitore del
potere imperiale britannico e le sue idee vanno di conseguenza viste come
tentativi di semplificare la complessità della competizione tra stati,
evidenziando quella che riteneva essere la minaccia principale: un’alleanza strategica
tra Germania e Russia. Le su etesi quindi prendevano direttamente spunto dal
concreto pericolo di un’espansione della Germania (si parla di prima del 1914)
e di un aumento del potere russo, minacce contro le quali propose la creazione
di una serie di stati cuscinetto tra la Germania e la Russia. Le sue tesi sull’heartland riflettono molti aspetti della
geo-politica di Kjellen, fondate come sono sull’interesse per la competizione
fra stati, le potenzialità ambientali di ciascuno di essi ed il desiderio di
creare una grande narrazione del potenziale umano in base ai fattori
geografici. Il lavoro di Mackinder ha avuto grande importanza per la geografia
come disciplina, grazie alla convinzione di offrire modelli di relazioni tra
stati che possano avere validità su scala globale.
Karl Haushofer
L’opera
dello studioso tedesco Haushofer prese spunto dalle idee di Mackinder, con l’obiettivo
di creare un insieme omogeneo di contributi, a cui diede il nome di geopolitik.
Il trattato
di Versailles aveva ridotto notevolmente il territorio tedesco e Haushofer fece
proprie le idee di Ratzel, per spiegare la necessità della Germania di ottenere
un maggiore spazio vitale, giustificando così l’espansione tedesca nei
territori degli stati più piccoli che la circondavano. La geopolitik di Haushofer racchiude quindi al proprio interno le
teorie ratzeliane dello Sato come organismo vivente e le idee di Mackinder
relative alle strategie territoriali degli stati. La geopolitik di Haushofer sarebbe rimasta uno sconosciuto sforzo
accademico se non fosse stato per due aspetti. Il primo è che ha contribuito a
diffondere nell’immaginario collettivo tedesco l’idea delle perdite
territoriali da parte della Germania, che veniva rappresentato come un
organismo ferito, stimolando i sentimenti nazionali popolari. Il secondo è che
Hess, futuro vice di Hitler, fu un allievo di Haushofer. Grazie a questo
collegamento le idee di Haushofer entrarono a far parte della strategia
nazista. Questa connessione tra le geo-politica e l’espansionismo tedesco ha
generato svariate interpretazioni isteriche e paranoiche dell’influenza di
Haushofer sulla politica estera della Germania nazista. È necessario fare
attenzione a non sopravvalutare il ruolo di Haushofer nell’origine dei violenti
crimini messi in atto dal regime nazista, né è possibile associare con
superficialità la geopolitik alla
pericolosa combinazione di antisemitismo e di idee di purezza della razza che
il partito nazista utilizzava come pretesto per azioni violente nei confronti
di alcune categorie di persone. Quello che si può analizzare con serenità è l’effetto
che il coinvolgimento della geografia nelle violenze della filosofia nazista ha
avuto sulla disciplina dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’allontanamento da
teorizzazioni normative, sostituite da approcci più razionali e scientifici.
Isaiah Bowman
È
altrettanto importante, comunque, essere cauti nel tracciare queste separazioni
nette tra approcci normativi e approcci scientifico-razionali. A questo
proposito, ci può essere di grande aiuto il lavoro di Isaiah Bowman, una figura
chiave nel processo di istituzionalizzazione delle geografia negli Usa, nella
prima parte del 20° secolo.
Bowman
studiò geo-morfologia e le sue prime indagini sul capo, in Sudamerica,
riguardarono la mappatura dell’erosione fluviale. Grazie a queste esperienze
Bowman si interessò allo sviluppo umano ed in particolare al ruolo delle
relazioni economiche con gli Usa nel determinare lo sviluppo degli stati sudamericani.
Contrariamente ai suo comportamenti, Bowman prese le distanze dal determinismo
ambientale, per avvicinarsi ad un approccio più empirico e verificabile.
Influenzato da Ratzel, Bowman sosteneva l’importanza di uno spazio vitale
economico per gli Usa, riferendosi alla necessità di superare le forme
precedenti di colonialismo, fondate su un’espansione territoriale, e di
concentrarsi piuttosto sullo sviluppo di relazioni economiche favorevoli agli
interessi americani. Bowman spingeva per la creazione di stati forti nell’Europa
centrale ed orientale, alle negoziazioni di Versaillesempio Era infatti
preoccupato che la nascita di piccoli stati, con poco spazio per espandersi,
avrebbe incrementato rivalità di stampo imperialista. Il geografo americano
raccontò la propria esperienza a Versailles, che descrive l’inizio dell’era
dell’internazionalismo americano, sviluppando la strategia diplomatica e
geografica che Wilson aveva introdotto nelle negoziazioni, e offrendo uno
sguardo generale sulla natura della geografia politica, economica e sociale del
mondo.
A causa dell’associazioni
di questa prospettiva con l’espansioni della Germania nazista, Bowman evitò
accuratamente di usare il termine geo-politica per definire i propri lavori e
descrisse i propri contributi opponendoli apertamente a ricerche simili
condotte in Germania.
Per Bowman,
la geo-politica contiene al suo interno un principio auto-distruttivo: quello
secondo cui, quando gli interessi internazionali sono in conflitto, solo la
forza può determinare la loro soluzione. Egli costruisce una rigida
contrapposizione tra la propria geografia scientifica, fondata su studi
empirici, ed u più generale umanesimo, con riferimento alla natura
imperialista, militarista e ricca di pregiudizi della geopolitik tedesca. Ad un’analisi più approfondita, però, questa
contrapposizione così netta presenta alcune crepe: gli studi e l’attività
diplomatica di Bowman erano indissolubilmente legati agli interessi degli Usa,
nonostante la dichiarata pretesa di apportare un contributo universale, grazie
alla presunta scientificità dell’approccio utilizzato.
Bowman dichiarava
l’oggettività della propria visione del mondo, criticando la parzialità di
quelle proposte dagli altri. Tuttavia, proprio come quello degli altri, anche
il suo punto di vista forniva una lettura della realtà parziale e schierata,
influenzata dagli interessi individuali e collettivi del contesto in cui era
situato.
Quanto detto
sui tre autori cita fin ora può essere riassunto in tra punti fondamentali.
Innanzitutto, sia Mackinder che Haushofer e Bowman, svilupparono le tesi di
Ratzel, in particolare per quanto riguarda la sua concezione biologica delle
pratiche dello stato, visto come organismo costretto a prendere parte alla
lotta per la sopravvivenza, in forza delle proprie caratteristiche ambientali e
fisiche. In secondo luogo, queste prime teorie geo-politiche cercavano di
offrire spiegazioni razionali al comportamento degli stati ed ognuna di essa
accusava le altre di essere parziali o poco scientifiche, proponendo il proprio
approccio come oggettivo e razionale. Terzo, si sottolinea il legame tra geo-politica
e gli interessi degli stati. Il legame tra quegli studi accademici ed il
contesto storico politico nel quale sono nati è tanto stretto da rende
difficile prenderli in considerazione separatamente. È difficile comprendere la
distanza tra gli studiosi e gli stati, per i legami istituzionali e personali
che essi avevano con coloro che erano al potere.
i signori del mondo: competizione
egemonica, assetto geopolitico, equilibro internazionale, governance planetaria, ed egemonia globale
Mettendo a
confronto l’attuale periodo d’instabilità globale con altri precedenti (e a mio
avviso analoghi) periodi nella storia del mondo moderno (quali la transizione
dall’egemonia internazionale veneziana a quella olandese nel 14° secolo, la
transizione dall’egemonia olandese a quella britannica nel 18° secolo, e la
transizione dall’egemonia britannica a quella statunitense tra il tardo 19°
secolo e i primi anni del 20°), possiamo farci una idea sufficientemente
esaustiva dei concetti fondamentali della geo-politica. Gli ultimi anni del 20°
secolo hanno visto la fine dell’ordine politico, economico e sociale formatosi
nell’immediato secondo postguerra. Forse però a giungere a conclusione è un
sistema storico più ampio quale quello dell’Occidente industrializzato se non
addirittura quello dello stato-nazione (o degli stati nazionali che dir si
voglia). Il sentimento della crisi e la consapevolezza di trovarci in una epoca
di profondi mutamenti sono ormai ampiamente condivisi così come l’incertezza
sulla direzione del cambiamento: per orientarsi nella transizione, appare
dunque ineludibile una riflessione sui mutamenti di lungo periodo degli ultimi
secoli. Nel sistema sociale del mondo moderno così come si è storicamente
determinato, è in atto un cambiamento di enormi proporzioni. Eric J. Hobsbawm
definisce gli anni Settanta e Ottanta del Novecento (la fase conclusiva del suo
“secolo breve” che va dal 1914 al 1991) un periodo di crisi universale o
mondiale. Secondo la sua analisi, il crollo dei regimi comunistici ha prodotto
incertezza politica, instabilità, caos
e guerra civile s’un’area enorme del pianeta; e, ancora peggio, questo crollo
ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni
internazionali negli ultimi quarant’anni e messo a nudo la precarietà degli
assetti politici interni dei singoli stati, che si basavano essenzialmente su
quella stabilità internazionale. Ed effettivamente le stesse unità basilari
della vita politica, gli stati nazionali indipendenti che esercitavano la
propria sovranità s’un certo territorio, sono state frantumate dalle forze di
una economia sovranazionale e dalle spinte secessionistiche di particolari
regioni e gruppi etnici. Alcune di queste regioni, ironia della sorte, hanno
preteso di ottenere per sé lo status
giuridico, del tutto illusorio e anacronistico, di stati nazionali sovrani, sia
pure in miniatura. Egualmente palese è la crisi degli assunti razionalistici e
umanistici, condivisi dal capitalismo liberale e dal comunismo, sui quali la
società moderna si è fondata sin da quando i Moderni vinsero la propria
battaglia con gli Antichi all’inizio del Settecento. In una ottica simile,
Immanuel Wallerstein ha dichiarato che il 1989 segna la fine di una intera
epoca politica e culturale, una epoca di spettacolare progresso tecnologico, in
cui gli slogan della rivoluzione
francese rivelano, per la maggioranza degli individui, una ineludibile verità
istorica che si sarebbe realizzata allora o nell’immediato futuro. Come
Hobsbawm, Wallerstein colloca gli sconvolgimenti del 1989 nel contesto del
crescente e autoalimentantesi disordine dei due decenni precedenti. Ma, in
contrasto con Hobsbawm, egli interpreta questo disordine come una forma di cao
sistemico, provocato dal fatto che le contraddizioni del sistema capitalistico
mondiale sono arrivate al punto in cui nessuno dei meccanismi per ristabilire
il normale funzionamento del sistema può essere ancora efficace. In questo
senso, la crisi attuale segna non solo il termine e la conclusione della
particolare epoca politica e culturale avviata dall’Illuminismo e dalla
rivoluzione francese ma anche la fine del sistema mondiale moderno così come
venne alla luce nel corso del ‘lungo’ 16° secolo. Proprio come il sistema
mondiale della economia moderna venne alla luce cinque secoli fa quale stadio
finale del dispiegarsi della crisi del feudalesimo così questo stesso sistema,
ora diffuso su tutto il globo e i cui progressi tecnici e scientifici passano
da un trionfo all’altro, è in evidente crisi sistemica. Partendo da premesse differenti,
Jacques Rosenau concorda con tale conclusione. Nella sua ottica, i parametri
che per secoli hanno fornito le coordinate per l’azione nell’ambito del sistema
internazionale sono stati trasformati così profondamente da dar vita alla prima
vera turbolenza nel sistema politico mondiale da quando una trasformazione
d’intensità simile culminò nel trattato di Vestfalia del 1648. Quale che sia la
epoca a cui si pensa che possa mettere fine (se cioè quella della guerra fredda
o quella più lunga del liberismo e dell’Illuminismo o quella ancor più lunga
del sistema degli stati nazionali) è certo che la incertezza inghiotte il
presente e l’immediato futuro. Mentre i cittadini di questa fine di secolo
cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo
millennio, tutto ciò che sanno con certezza è solo che un’epoca della istoria è
finita. La loro conoscenza, al momento, non va oltre. Alcuni hanno persino
pensato che fosse finita non solo un’epoca, ma la storia stessa. E hanno
pensato che fosse arrivata alla fine non con la crisi bensì con il trionfo del
capitalismo liberale. Con il collasso del comunismo, la democrazia liberale
rimane effettivamente la sola aspirazione politica coerente per regioni e
culture diverse dell’intero pianeta: mentre due generazioni fa erano molte le
persone di buon senso ed elevata cultura che si aspettavano un futuro
socialista radioso in cui la proprietà privata e il capitalismo sarebbero stati
aboliti, invece oggi al contrario noi riusciamo a malapena a immaginarci un
mondo migliore del nostro, o un futuro che non sia sostanzialmente democratico
e capitalistico. Elaborata all’interno del dipartimento di stato americano
durante gli anni di Reagan, la prima versione di questa teoria, formulata e
divulgata dallo studioso Francis Fukuyama nel 1989, trovò un eco vastissimo e
un’applicazione immediata nella visione di un “nuovo ordine mondiale” che il
presidente statunitense George W. Bush evocò di fronte all’invasione del Quwait
da parte di Saddam Hussein. La spettacolare vittoria degli USA e delle Nazioni
Unite nella “guerra del Golfo” diede credito alla idea secondo la quale un
nuovo ordine mondiale fosse davvero in costruzione. Tuttavia, alla luce delle
diffuse e crescenti violenze di matrice etnica, quell’idea si rivelò ben presto
uno scherzo di cattivo gusto. Il motto dello istoriografo australiano Geoffrey
Bainey per cui <<Il periodico ottimismo è un essenziale preludio alla
guerra.>> sembrava ancora una volta confermato dai fatti.
Se quella
attuale è una epoca di declino e crisi dell’egemonia mondiale statunitense,
allora essa condivide importanti analogie con i due precedenti periodi di
transizione dell’egemonia planetaria: la transizione dall’egemonia mondiale
olandese a quella britannica nel 18° secolo e la transizione dall’egemonia
mondiale britannica a quella statunitense a cavallo tra 19° e 20° secolo.
Confrontare le somiglianze e le differenze tra queste due transizioni ormai
concluse ci aiuterà a far luce sulle dinamiche delle attuali trasformazioni. Gli
ambiti d’indagine in cui è possibile rinvenire spie di tale cambiamento
istorico e riallineamento geopolitico sono (almeno) quattro, tra loro
collegati, ed è al loro interno che deve essere inquadrata la nostra indagine:
il primo riguarda i cambiamenti negli equilibri di potere tra gli stati e in
particolare se è probabile o no che emerga un nuovo stato egemonico; il secondo
inerisce gli equilibri di potere tra stati e imprese, e in particolare se la
globalizzazione abbia irrimediabilmente minato alle fondamenta il potere degli
stati; il terzo concerne la forza dei gruppi subordinati, e in particolare se
ci troviamo in piena caduta libera nelle condizioni di lavoro e nel tenore di
vita; il quarto si riferisce infine ai cambiamenti negli equilibri di potere
tra civiltà occidentali e non occidentali, e in particolare se ci stiamo
avvicinando alla fine di 5 secoli di predominio occidentale nel sistema
mondiale moderno. Per quanto riguarda i cambiamenti negli equilibri di potere
tra gli stati, è attualmente in corso un ampio e incerto dibattito sulla
eventualità che stia emergendo un nuovo stato egemonico mondiale e, in questo
caso, su quale stato possa giocare un tale ruolo. Come nota Robert Gilpin, non
c’è accordo su chi abbia di fatto vinto la guerra fredda, sempre che qualcuno
l’abbia vinta. I candidati proposti da diversi studiosi includono gli Stati
Uniti, l’Europa, e il Giappone, mentre altri affermano che tutti gli stati
hanno perso potere di fronte alle organizzazioni economiche e politiche
sovranazionali. La valutazione che oggi si da del potere mondiale degli Stati
Uniti, come conseguenza del crollo del rivale sovietico, varia notevolmente.
Neppure esiste accordo su chi, se non gli Stati Uniti, abbia l’autorità,
l’influenza, e il denaro necessari a sostenere una pressione militare in grado
di produrre risultati positivi in un lasso di tempo ragionevole. Nel 1992,
Lester Thurow pronosticò che l’integrazione del Mercato Comune Europeo, che
sarebbe avvenuta il 1° Gennaio del 1993, avrebbe segnato l’inizio di una nuova
sfida economica, il luogo della vecchia sfida tra capitalismo e comunismo.
Nella nuova sfida in quanto maggiore mercato mondiale del mondo, la ‘casa
comune’ europea avrebbe dovuto, nella visione di Thurow, dettare le regole del
commercio mondiale del 21° secolo, e il resto del mondo non avrebbe potuto fare
altro che semplicemente imparare a giocare questo gioco economico. Nonostante
questa profezia, all’indomani del 1993 gli stati europei videro le cose in una
luce completamente diversa: nel 1996, dalle colonne del Sunday Times, Martin
Jacques ha descritto l’Europa come un continente in declino che doveva
adattarsi una posizione meno preminente; e nel 1997 lo stesso processo di
integrazione economica europea somigliava sempre più a un incubo, a un’allucinazione
capace di generare le più tristi visioni. D’altronde, con l’Europa costretta ad
affrontare enormi problemi economici strutturali, che vanno da una
disoccupazione giovanile del 20% ai costi sempre crescenti e sempre più elevati
ma necessari a sostenere una popolazione che diventa sempre più vecchia, la
tempistica dell’unione monetaria difficilmente avrebbe potuto essere peggiore.
Le conseguenze sono palpabili, tangibili e sotto gli occhi di tutti, ma gli
effetti ci metteranno ancora qualche anno per dispiegare tutta la propria
rovinosa portata. Nella migliore delle ipotesi, la manovra politica per
l’integrazione valutaria sarà stata solo un diversivo, utile solo a ritardare i
dolorosi cambiamenti necessari per rendere l’Europa più competitiva
nell’attuale sistema economico capitalistico globale. Nella peggiore delle
ipotesi, invece, essa avrà irrimediabilmente ostacolato la più generale causa
dell’Europa unita sviluppando un’amplia reazione contro l’integrazione. E a me
pare che si stia andando verso la seconda possibilità, dato che è palese e
manifesto come le condizioni economiche degli stati membri siano gravemente
peggiorate all’indomani della introduzione dell’Euro. Altrettanto poco chiara è
poi la valutazione del potere giapponese a livello mondiale. L’influenza
giapponese nella politica mondiale sembra aver raggiunto il culmine poco prima
del collasso dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) sulla
scia della drastica rivalutazione dello Yen giapponese nei confronti del Dollaro
statunitense messa a punto dal Gruppo dei Sette (G7) all’incontro del Plaza nel
1985. Decisa allo scopo di contenere il deficit
commerciale degli Stati Uniti, la rivalutazione invece portò a un’ascesa
apparentemente irresistibile del denaro giapponese nei mercati finanziari e
immobiliari di tutto il mondo. Le banche giapponesi arrivarono a dominare le
classifiche internazionali sui volumi d’investimenti, e gl’investitoti
istituzionali giapponesi dettavano il passo nel mercato dei titoli del tesoro statunitensi.
Insomma, a Wall Street e nella City di Londra, e intorno ai tavoli di
discussione delle più prestigiose scuole di perfezionamento del mondo, c’era
una presenza nuova, sicura di sé, che nessuno poteva ignorare. Questa presenza
così sicura di sé insieme all’acquisto di proprietà americane di grande valore
simbolico (quali il Rockfeller Center, la Columbia Pictures, la squadra di baseball dei Seattle Mariners, e buona
parte della downtown di Los Angeles)
fece sorgere negli Stati Uniti fosche preoccupazioni circa l’eventualità che le
decisioni riguardanti il futuro della nazione sarebbero state prese a Tokyo e
non a New York o Washington: le passate previsioni circa il configurarsi del
Giappone quale potenza egemonica prima nel mondo sembravano insomma aver ferito
giusto il colpo e centrato il bersaglio. Ma, nel breve volgere di 7 anni,
queste fosche preoccupazioni sembrarono quasi ridicole. Caso mai, i giapponesi
avevano esercitato troppo poco controllo sulle proprie acquisizioni americane,
e avevano subito una perdita di molti miliardi di dollari nella maggior parte
dei loro investimenti. E le perdite giapponesi sugli investimenti esteri
causate da movimenti imprevedibili nei tassi di cambio furono anche peggiori.
In parte come conseguenza di tali perdite, alla fine del 1990 i prezzi alla
borsa di Tokyo crollarono e alla fine del 1992 avevano perso quasi il 55% del
proprio valore. Nel 1991, infine, cioè poco dopo il crollo della borsa di Tokyo
nel 1990, l’invasione irachena del Quwait aprì la crisi del Golfo e rese
manifesta la debolezza politica giapponese. Anche quando la guerra esplose,
agli inizi del 1991, il governo giapponese fu incapace di seguire una propria
linea indipendente, e ancora una volta si accodò alla leadership degli Stati Uniti. Il Giappone era in definitiva una
potenza economica di prima classe ma una entità politica di terza categoria. (Personalmente,
mi sento di includere nel novero dei possibili candidati a raccogliere
l’egemonia globale statunitense e al contempo di poter escludere da esso,
almeno allo stato attuale dei fatti e della nostra conoscenza dei fatti, la
Cina, benché essa sia il candidato ideale sotto tutti gli altri punti di vista,
poiché non rispetta almeno un requisito del concetto di egemonia gramsciano, che
ritengo il più valido come base metodica nello studio della teoria della
politica internazionale e dei sistemi complessi, senza il quale si può parlare
al massimo di “dominio senza egemonia”, per sostenere il quale la Cina non è
ancora, militarmente, pronta.) Le difficoltà incontrate nell’identificare senza
ambiguità uno stato forte nel periodo successivo alla fine della guerra fredda
hanno condotto alcuni studiosi a sostenere che il potere di tutti gli stati
stia declinando sotto l’impatto della sempre più intensa integrazione
economica. Arriviamo così al secondo ambito di ricerca, che può costituire una
ulteriore spia del cambiamento in corso nell’attuale crisi globale.
A riaprire
il dibattito sulla relazione tra stati e capitalismo sono state alcune
dichiarazioni di Charles Kindleberger risalenti al 1969 e atte ad dimostrare
come lo stato-nazione come unità economica abbia fatto il suo tempo a causa
della comparsa di un sistema d’imprese sovranazionali che non nutrono alcun
sentimento di fedeltà nazionale né si sentono a casa propria in alcuno stato.
Ma solo circa 20 anni dopo che la teoria di una generale sottrazione di potere
agli stati da parte di forze economiche sovranazionali ha guadagnato un’ampia
diffusione sotto il nome di “globalizzazione”. Nel periodo intercorso, in
questi 20 anni cioè, l’aumento di operazioni all’estero da parte delle società
multinazionali ha dato inizio a un processo di espansione e integrazione
finanziaria su scala globale che ha acquistato uno slancio autonomo ed è
diventato l’argomento più forte nell’armamentario dei sostenitori della teoria
della globalizzazione. Secondo Fred Bergsten, quando si tenne l’incontro del G7
in Halifax nel 1995, gl’immensi flussi di capitale privato avevano ormai
scoraggiato i funzionari dal fare un qualsiasi sforzo per contrastarli. Dopo
aver citato Bergsten, Erik Peterson si chiede se questi flussi possano davvero
essere contrastati in una qualche maniera, e parla di una imminente egemonia
dei mercati globali. Via via che s’intensifica la competizione per il capitale
globale, forze di mercato deterritorializzate (in primo luogo imprese, ma anche
alcuni singoli individui) pongono vincoli sempre più stretti alle politiche
economiche, anche a quelle delle più grandi nazioni, Stati Uniti inclusi.
Secondo alcuni analisti, tra cui spicca la figura di Erik R. Peterson, tali
organismi avranno un impatto anche sulla capacità degli Stati Uniti di portare
avanti una efficace politica estera e di difesa, e determineranno la misura in
cui Washington sarà in grado di mantenere il proprio ruolo di leadership mondiale. Coloro che
sostengono la teoria della globalizzazione ritengono implicitamente che nessuno
stato o gruppo di stati abbia davvero vinto la guerra fredda, e individuano
piuttosto i vincitori nei detentori di capitali mobili senza vincoli di fedeltà
verso alcuno stato. Nella situazione che si sta configurando, agenzie private
di analisi finanziaria come Moody’s Investors Services esercitano una influenza
che alcuni commentatori hanno paragonato a quella delle superpotenze militari.
Commentando il crollo dei titoli messicani che fece precipitare la crisi
finanziaria del Messico nel 1994-1995, Thomas Friedman ha azzardato che
potremmo trovarci a vivere di nuovo in un mondo diviso tra due superpotenze:
gli Stati Uniti e Moody’s: gli Stati Uniti possono distruggere un paese
radendolo al suolo sotto le bombe, Moody’s può distruggere un paese declassando
i suoi titoli. La teoria della globalizzazione cioè di una generalizzata
perdita di potere da parte degli stati di fronte a forze economiche non
territoriali, surnazionali e/o tranazionali, non è passata indenne da critiche,
anche nelle sue versioni meno estreme. Pochi mettono in dubbio o discutono la
crescente dimensione e velocità dei flussi di capitale attraverso i confini
nazionali, ma molti criticano l’idea che questo incremento costituisca uno
sviluppo qualitativamente nuovo o irreversibile nei rapporti tra stato e
capitale. Alcuni critici hanno fatto notare che gli stati hanno attivamente
partecipato al processo di integrazione e deregolamentazione dei mercati
finanziari, prima segmentati su scala nazionale e regolati da una disciplina
pubblica. Inoltre questa attiva partecipazione è avvenuta sotto l’egida delle
ultime dottrine del nuovo liberismo dello stato minimo che erano state esse
stesse sponsorizzate da alcuni stati
(in particolare e in primo luogo dalla Gran Bretagna di Margaret Tatcher e
dagli USA di Ronald Reagan). Poichè il supporto e l’incoraggiamento dello stato
ha avuto un ruolo indispensabile nel processo di globalizzazione, si conclude
che gli stati abbiano il potere d’invertire il processo, se solo decidessero di
farlo. Senza dubbio, anche se trae origine dall’azione dello stato, la
globalizzazione può aver acquistato un tale slancio da renderne la reversibilità
da parte degli stati impossibile o indesiderabile a causa degli altissimi costi
che implicherebbe. In ogni caso, tra gli studiosi non c’è accordo sulla misura
in cui il processo di globalizzazione, reversibile o no, limiti realmente
l’azione dello stato. Alcuni, addirittura, interpretano questo processo come
l’espressione di un ulteriore rafforzamento degli USA. Anzi, molti aspetti del
trionfo in apparenza globale dell’americanismo scaturito dal crollo dell’URSS
sono essi stessi diffusamente percepiti come manifestazioni della
globalizzazione. Le prove che molti portano a sostegno di questa teoria sono
l’egemonia globale della cultura popolare statunitense e la crescente
importanza di agenzie della governance mondiale
(quali in “consiglio di sicurezza delle nazioni unite”, la NATO, il G7, il
“fondo monetario internazionale”, la “banca mondiale”, e la “World Trade Organization” o WTO)
enormemente influenzati dagli USA e dai loro più stretti alleati. Meno
conosciuta, ma anch’essa assai significativa, è l’ascesa di una nuova dottrina
giuridica nelle transazioni commerciali internazionali dominate dagli studi
legali e dalle concezioni anglo-americane del diritto commerciale. La teoria
per cui la globalizzazione sottrarrebbe potere agli stati è stata messa in
discussione anche da critici che si concentrano sugli aspetti di lungo termine
del fenomeno, e che scorgono molti déjà-vu
nelle presunte novità dei recenti mutamenti nei rapporti tra stato e capitale.
Wallerstein si è spinto fino a sostenere che la relazione fondamentale tra
stato e capitale è rimasta la stessa attraverso tutta la storia del
capitalismo, caratterizzata da imprese tranazionali che da un punto di vista
strutturale mantengono oggi nei confronti degli stati la stessa posizione di
quanto facessero le imprese globali che le precedettero, dai Fugger al
manifatturieri di Manchester del 19° secolo passando per l’olandese “Compagnia
delle Indie Orientali”. Più comune è la teoria secondo cui le trasformazioni
che vanno sotto il nome di “globalizzazione” abbiano la loro origine nel 19°
secolo. Secondo Paul Hirst e Grahame Thompson, se i teorici della
globalizzazione ritengono che oggi abbiamo una economia in cui ogni parte del
mondo è collegata da mercati che condividono informazioni quasi in tempo reale,
allora tutto ciò ha avuto inizio non negli anni ’70 del Novecento ma un secolo
prima: una volta che fu posata la rete di cavi telegrafici submarini, i mercati
finanziari e gli altri principali mercati si trovarono a essere strettamente
integrati, e in una maniera non sostanzialmente diversa dai mercati di oggi,
collegati dai satelliti e dominati dai computatori elettronici. Di fatto, la
differenza tra una economia internazionale in cui l’informazione commerciale
viaggiava su navi a vela e una in cui è trasmessa dalla elettricità non è così
decisiva come si potrebbe pensare. I commentatori ogni tanto dimenticano
insomma che l’economia mondiale aperta di oggi non è una novità di questo
secolo. Dopo avere esaminato le testimonianze esistenti, Robert Zevin conclude
che ogni descrizione disponibile dei mercati finanziari nel tardo 19° e nel
primo 20° secolo suggerisce che essi erano più integrati di quanto lo fossero
mai stati prima e anche di quanto lo sarebbero stati dopo di allora. Di fatto,
verso la fine di questa prima ondata di globalizzazione finanziaria, nel 1920,
Moody’s già classificava titoli emessi da circa 50 governi, un numero che
declinò rapidamente in seguito alla “grande depressione” e alla seconda guerra
mondiale, ritornando su livelli simili sono di recente.
la geo-politica critica
I limiti dei
lavori dei primi esponenti della geo-politica sono tanto evidenti da rende
comprensibile un rifiuto di questo modo di osservare la realtà e la conseguente
scelta di altri approcci intellettuali. Questa è stata la reazione dei geografi
politici dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i presunti legami tra le idee
della geo-politica e l’espansionismo tedesco portarono ad un allontanamento
della teorizzazione di prospettive politiche, sostituite da un numero crescente
di lavori quantitativi e tecnici. La geo-politica aveva sostituito la geografia
politica nel cuore delle politiche imperiali e questo, anche se permise di
ottenere più facilmente finanziamenti e riconoscimenti, portò ad una messa in
discussione della natura indipendente della stessa geografia politica e
determinò un’associazione tra le geografia e le pratica militariste e anti-democratiche
che si erano viste in quei decenni.
A partire
dagli anni Ottanta si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti della
geo-politica, anche se da una prospettiva decisamente diversa da quella dei
primi teorici di questa sotto-disciplina. Questo nuovo approccio ha preso il
nome di geo-politica critica, poiché rifiutava e metteva in discussione le tesi
tradizione, che si rifacevano ai fondatori della geo-politica, riportando la
questione del potere all’interno dello studio dei testi geo-politici. La geo-politica
non era un esercizio naturale, ma piuttosto il rifletto del potere dei geo-politici
di descrivere e suddividere il mondo in un certo modo.
Alla base
della geo-politica critica c’è il rifiuto della geografia come semplice atto
descrittivo di un mondo esterno, che esiste indipendentemente dall’attività del
ricercatore. Al contrario, gli esponenti di questa corrente credono che la
geografia non si una descrizione del mondo, ma una scrittura del mondo. Questo
approccio prende spunto dal filosofo francese Foucault, il quale riteneva che
potere e conoscenza siano indissolubilmente collegati, sostenendo che nessuna
relazione di potere esiste senza la creazione di un campo di conoscenza
corrispondente, né ci può essere conoscenza che non presupponga e costituisca
allo stesso tempo relazioni di potere. Si può quindi affermare che la
prospettiva critica affronta la geo-politica come se fosse un discorso, una
serie di rappresentazioni che svolgono la funzione di organizzare la conoscenza
e dare forma alle azioni. Da questo punto di vista, non si può quindi
considerare le idee della geo-politica come rappresentazioni neutrali del
mondo, ma piuttosto come pratiche discorsive legate a strutture di potere e
privilegi esistenti.
O’Tuathail
mette in evidenza un aspetto ironico della geo-politica, ovvero il fatto che
essa per affermarsi abbia eliminato la geografia e la politica. A questo fine,
egli si concentra in particolare su de elementi della geo-politica stessa. Primo
la geo-politica implica la sistematica cancellazione della geografia: nelle
teoria geo-politiche i luoghi non sono evocati attraverso le loro storie e
geografie eterogenee, ma vengo etichettati e categorizzati all’interno di un
mondo omogeneo fatto di oggetti, attributi e modelli; interi continenti vengono
ridefiniti solo in base alle proprie relazioni con i centri di potere, anziché
sulla base dei conflitti, delle contestazioni e della visione del mondo dei
loro abitanti. La geo-politica semplifica la superficie terrestre,
riorganizzandola in modo essenziale in poche aree, identità e prospettive
differenti. Questo processo di classificazione, in base alle forme di
conoscenza occidentali, eleva il geo-politico ad unico individuo in possesso
dell’autorità per descrivere la complessità di un mondo diviso e pericoloso. Il
secondo fattore è la depoliticizzazione dei processi politici che la geo-politica
mette in atto, presentando la conflittualità tra gli stati come un processo
naturale, inevitabile ed eterno; questo è evidente nell’utilizzo del linguaggio
neo-lamarckiano e della descrizione dei conflitti non come il risultato di
processi economici e sociali complessi, ma come una conseguenza naturale,
inevitabile, dell’ambiente fisico degli stati. In questo modo, la geo-politica
sottrae la facoltà di scelta e la volontarietà delle azioni al conflitto
sociale e preferisce fare affidamento su grandi narrazioni retoriche relative
alla lotta degli stati per la sopravvivenza.
La geo-politica
critica ci fornisce una serie di strumenti utili per analizzare alcune pratiche
della geo-politica tradizionale, mettendo in luce come queste dunque abbiano
cancellato la geografia e siano servite a depoliticizzare i conflitti. Per fare
ciò, gli autori di questa corrente hanno guardato oltre i contributi dei
fondatori della geo-politica classica, ricercando diversi ambiti di produzione
della geo-politica ed individuandone tre: la geo-politica formale; la geo-politica
pratica; la geo-politica popolare.
la geo-politica formale
Questa
definizione si riferisce a quelle teorie che finora sono state descritte come
appartenenti alla geo-politica classica, ovvero quelle prodotte da autori che
definivano se stessi geo-politici. La geografa politica Mamadouh attribuisce ad
esempi di geo-politica formale recenti la definizione di geo-politica classica,
distinta da quella classica poiché si distacca dalla visione dello stato come
organismo vivente in movimento, dal momento che i suoi confini oggi sono molto
più rigidi. Nonostante questa differenza, l’approccio neoclassico continua a
utilizzare termini come “interesse nazionale”, come se lo stato fosse un
individuo, facendo corrispondere a questa visione proposte conseguenti di
strategia politica.
la geo-politica pratica
Appartengono
a questa categoria quelle idee geo-politiche utilizzate dai politici per l’attività
di governo e per la politica estera. Possiamo ritrovarne degli esempi ovunque,
nei discorsi dei leader politici, nelle dichiarazioni ufficiali dei governi,
nelle interviste ai capi di partito. La messa in pratica della geo-politica,
comunque, non è sempre così evidente o categorica e la forza della geo-politica
pratica risiede proprio nella sua ordinarietà. Le idee geo-politiche sono
spesso così semplici da essere invisibili, ma il loro ripetuto utilizzo nella
pratica politica serve a rendere naturali certe categorizzazioni del mondo
(binomio noi/loro, sviluppo/sottosviluppato). Queste frasi possono sembrare
innocue, ma in realtà traducono specifiche prospettive politiche e legittimano
importanti decisioni di politica estera.
la geo-politica popolare
Con questa
definizione ci si riferisce alla comunicazione delle idee della geo-politica
per mezzo della cultura popolare dello stato: cinema, libri, riviste.
Attraverso questi mezzi, la geo-politica cessa di essere riservata alle elites politiche o intellettuali, e vien
riformulata e trasmessa ad un pubblico più ampio, attraverso la pratica
quotidiana. Per sottolineare l’importanza della geo-politica popolare, molti
autori si sono ispirati agli scritti di Gramsci e, in particolare, al suo
concetto di egemonia. Secondo Gramsci l’egemonia rappresenta il fondamento di
un governo forte ed indica la sua capacità di governare la popolazione grazie
al consenso, senza ricorrere alla coercizione. La geografa Sharp ha descritto
il ruolo della cultura popolare nella produzione del consenso: l’egemonia non
si costruisce solo per mezzo delle ideologie politiche, ma anche, in modo più
immediato, attraverso la scrittura di un copione dettagliato delle semplici
attività quotidiane di ciascuno. Il concetto di egemonia espresso da Gramsci
attribuisce un ruolo di grande importanza alla cultura popolare, per la
comprensione del funzionamento della società, grazie all’apparente banalità e
alla scarsa conflittualità di queste produzioni culturali.
Esattamente
come le grandi teorie ed i discorsi politici, anche gli strumenti della cultura
popolare possono contribuire a costruire le idee dell’opinione pubblica sulla
geografia della politica mondiale.
esempi pratici di geo-politica critica
Fin ora si
sono utilizzati gli strumenti della geo-politica critica per attirare l’attenzione
sul ruolo della geo-politica nell’annullare le differenze geografiche e
depoliticizzare i conflitti e sull’influenza che questo ha avuto nella
definizione delle politiche. Però, bisogna sottolineare che non si deve dare
per scontato che i discorsi geo-politici causino determinate reazioni nella
politica sul piano concreto. Piuttosto, la geo-politica influenza il dibattito
politico, in modo da far sì che alcune politiche sembrino sensate e
realizzabili, mentre altre vengono marginalizzate, dipingendole come
irrealizzabili e poco plausibili.
1) La geo-politica
della guerra fredda. Il termine guerra fredda viene utilizzato per indicare il
lungo periodo di contrapposizione diplomatica tra gli Usa e l’Urss durato dal
1947 al 1991. L’immagine dello scontro tra l’ideologia democratica, votata al
libero mercato, degli Usa e l’autoritarismo comunista sovietico è diventata lo
sfondo di gran parte delle politiche globali della seconda metà del ventesimo
secolo. Non dobbiamo però pensare che l’onnipresenza della guerra fredda nei
discorsi corrispondesse alla sua diffusione reale o all’inevitabilità di questa
situazione. Molti dei conflitti che hanno avuto luogo nel mondo in quel periodo
sono stati interpretati alla luce di questa astratta e semplicistica
contrapposizione. Il geografo Agnew ha identificato tre concetti geo-politici,
che hanno svolto un ruolo fondamentale nella retorica americana della guerra
fredda: il contenimento, l’effetto domino e la stabilità egemonica. La dottrina
del contenimento si sviluppa a partire dal rischio che l’influenza dell’Urss,
entità dalle evidenti mire espansionistiche, potesse infettare gli stati
contigui con l’ideologia comunista. L’Urss era descritta come seduttrice e
potenziale stupratrice, i cui istinti repressi potevano esplodere in qualsiasi
punto dei propri confini, se non si fosse esercitata una costante pressione di
contenimento. Il secondo concetto geo-politico individuato da Agnew,
strettamente collegato al primo, è la teoria dell’effetto domino, secondo la
quale ogni minaccia all’ordine mondiale, rappresentata dall’affermazione in uno
stato di un governo comunista, avrebbe potuto diffondersi ad uno stato vicino,
e così, uno dopo l’altro come le tessere del domino, tutti gli stati di una
determinata area sarebbero potuti cadere sotto l’influenza (questo servì a
giustificare l’intervento Usa in Vietnam). Il terzo concetto, è l’idea che gli
Usa fossero i portatori di un’egemonia buona. Si descriveva il buon
funzionamento del sistema economico e politico globale come necessariamente
dipendente dal predominio degli Usa.
2) la
dissoluzione della Jugoslavia. La dissoluzione della Jugoslavia generò aspri
conflitti politici, soprattutto nella repubblica di Bosnia ed Erzegovina,
caratterizzata da una popolazione eterogenea, composta da una mescolanza di
Bosniaci musulmani, Croati e Serbi. Gli appartenenti ai primi due gruppi temevano
ora di trovarsi in una condizione di inferiorità, in una Jugoslavia a
maggioranza serba e, di conseguenza la Bosnia Erzegovina rivendicò la propria
indipendenza. Questo mise in agitazione la minoranza serba in Bosnia, che cercò
di istituire un territorio autonomo serbo in Bosnia, innescando violenti
conflitti che durarono quasi quattro anni. Gli autori delle correnti critiche
hanno studiato il modo in cui la guerra in Bosnia, è stata interpretata e
rappresentata nei discorsi e nei resoconti delle elites politiche occidentali, dimostrando come alcune posizioni
politiche siano state giustificate da questa geo-politica pratica, mentre altre
furono screditate. La visione dominante, tra i leader politici occidentali, era
quella per cui il conflitto in Bosnia era la conseguenza di antichi odi etnici;
il fatto che questa spiegazione a noi possa sembrare quasi plausibile per
giustificare quelle violenze dimostra il potere della geo-politica nel rendere
naturali alcuni espedienti retorici interpretativi. I geo-politici critici
sostengono la necessità di approfondire i presupposti teorici alla base di
questa spiegazione del conflitto e le sue implicazioni per quanto riguarda l’atteggiamento
politico internazionale nei confronti della guerra in Bosnia. La retorica degli
antichi odi etnici depoliticizza il conflitto e annulla le sue specificità
geografiche. Primo, attribuendo la causa della guerra agli antichi odi etnici,
sembra che si suggerisca che la violenza è intrinseca nella popolazione
bosniaca e che si manifesta per ragioni irrazionali e inspiegabili. Anziché far
emergere la natura dei programmi politici nazionalisti, fatti di slogan
opportunistici fondati su concrete preoccupazioni economiche e sociali della
popolazione bosniaca, questa visione sembra assecondare il messaggio di questi
slogan: una democrazia pluralista è impossibile in Bosnia, a causa della
presenza di identità politiche antagoniste incompatibili. Questa
rappresentazione sembra assumere che siano tutti i cittadini bosniaci ad essere
nello stesso tempo vittime e carnefici. Ispirato a quest’immagine, l’intervento
internazionale in Bosnia è stato attuato più in termini di soccorso umanitario,
che di assistenza militare degli obiettivi politici di ciascun gruppo. Il
secondo elemento che si vuole mettere in risalto è il fatto che l’idea degli
antichi odi etnici ha contribuito alla cancellazione dei luoghi della Bosnia.
La ricca storia sociale del paese è stata ridotta alla rappresentazione di un
torbido passato di continui conflitti e aggressioni. Molti autori hanno
evidenziato la creazione di una dicotomia noi/altri all’interno di queste
narrazioni geo-politiche, con la contrapposizione tra un’Europa razionale e
pacifica ed una Bosnia irrazionale e perversa (rappresentazione definita come
balcanismo). Svariati studi hanno considerato criticamente questa dicotomia,
esaminando le rappresentazioni dei Balcani nelle geografie immaginarie di
viaggiato, scrittori, studiosi e politici dell’Europa occidentale. Certi
immaginari letterari vengono spesso ritenuti irrilevanti dalla politica
concreta degli affari internazionali, ma si vuole considerare invece come
possano essere importanti, in due modi. In primo luogo, essi riflettono la geo-politica
popolare, in quanto rappresentazioni culturali che ottengono il consenso del
pubblico grazie a specifiche geografie ed identità inventate. Quando queste
idee vengono arruolate al servizio della politica estera, troviamo più facile
accettarle come vere. In secondo luogo, ci sono dei collegamenti diretti tra la
geo-politica pratica e quella popolare (si dice che Clinton sia stato
influenzato da un libro di Kaplan, che offre una lettura balcanista della
storia della Jugoslavia, nella definizione delle sue politiche nei confronti
dei Balcani).
l’antigeo-politica
La ricerca
nel campo della geo-politica critica ha esaminato a fondo l’importanza delle
relazioni di potere all’interno delle quali viene prodotta la conoscenza geo-politica,
sottolineando in particolare come l’affermazione di una certa visione
territoriale della realtà non sia tanto legata alla veridicità, quanto
piuttosto al potere economico, politico o culturale delle idee del suo autore.
Questa prospettiva, che ha portato l’attenzione sulla natura spaziale delle
idee geo-politiche, rimane però comunque concentrata sulle pratiche e le tesi
delle elites statali. Negli ultimi
anni ha fatto invece la propria apparizione una nuova corrente, che prende
spunto dalle teorie femministe per costruire l’antigeo-politica.
La
prospettiva antigeo-politica mette in luce numero omissioni, presenti sia nella
geo-politica classica, che in quella critica. La prima è l’assenza di
resistenza alle traduzioni concrete della geo-politica. Secondo questi
studiosi, la geo-politica critica offre una chiara decostruzione del discorso
politico dominante, ma in essa raramente è presente la sensazione che esistano
delle alternative. Il secondo limite della geo-politica è che essa è stata un’attività
esclusivamente maschile, che ha annullato il ruolo delle donne, sia nella
produzione delle proprie tesi, sia nelle pratiche di resistenza.
la resistenza
I recenti
studi nel campo dell’antigeo-politica si concentrano sulle pratiche di quegli
individui e quelle istituzioni che hanno cercato di resistere alle narrazioni geo-politiche
egemoniche create all’interno degli apparati statali. Il geografo Routledge ha
suggerito che il termine antigeo-politica faccia riferimento ad una forza
culturale e politica ambigua, che appartiene alla società civile. Il
riferimento alla società civile evidenzia il fatto che la conoscenza dell’antigeo-politica
viene prodotta da realtà esterne allo stato ed agli interessi corporativi. Si
tratta di visioni alternative della storia, che sfidano lo status quo e che vengono poste in due modi. In primo luogo, l’antigeo-politica
sfida il potere geo-politico materiale degli stati o delle organizzazioni
globali, resistendo al modello dominante di produzione capitalista. Inoltre, l’antigeo-politica
resiste alle rappresentazioni geo-politiche imposte dalle elites, create e riprodotte per servire i loro interessi. L’antigeo-politica
può dunque essere vista come un campo alternativo di produzione della
conoscenza, che unisce una grande varietà di gruppi che combattono contro le
idee geo-politiche dominanti dello stato.
Il conflitto
in Bosnia veniva dipinto dai leader occidentali come la conseguenza di antichi
odi etnici, descrivendo la Bosnia lontana, al di fuori delle preoccupazione e
della morale delle popolazioni occidentali. Grazie agli articoli, che parlavano
della cruda realtà in cui erano immersi quei luoghi, provenienti dal campo
della giornalista O’Kane si è potuto squarciare il velo nella quale era stata
avvolta la Bosnia, portando il conflitto bosniaco di fronte alla responsabilità
morale di chi legge. È importante sottolineare come queste corrispondenze,
provenienti direttamente dai luoghi dei quali si parla, mettano in luce l’importanza
della ricerca etnografica nel campo della geo-politica, un lavoro che prende
seriamente in considerazione versioni legate ai luoghi delle narrazioni
territoriali dominanti.
una geo-politica di genere
Recentemente,
alcune geografe politiche femministe hanno provato, in due modi, ad analizzare
la geo-politica dal punto di vista delle sue connotazioni di genere. In primo
luogo è stata messa in luce la grave assenza delle donne tra le figure di
spicco, sia della geo-politica classica, che di quella critica. La pretesa di
oggettività della geo-politica ha mascherato anche la sua ineguale connotazione
di genere, intrinseca ai suoi concetti e alle sue teorie. In secondo luogo, gli
approcci femministi hanno offerto visioni geo-politiche alternative, che
andavano ben al di là delle tradizionali preoccupazioni per la sicurezza degli
stati.
Sia nella geo-politica
classica, che in quella critica, è evidente la quasi totale assenza di donne.
Per quanto riguarda la tradizione classica può essere facilmente spiegato
tenendo conto della natura patriarcale della produzione di conoscenza
geografica degli imperi della fine del 19° secolo. Ma basta uno sguardo ai
testi della geo-politica formale e pratica degli ultimi dieci anni, ancora
dominata dagli uomini, per capire che non è possibile considerare le
disuguaglianze di genere solo come un fenomeno del secolo scorso. L’attenzione
della geo-politica per le politiche formali delle relazioni internazionali ha
quindi escluso le arene informali delle partecipazione politica, nelle quali le
donne svolgono invece un ruolo attivo e fondamentale (migranti lavoratrici).
Secondo le autrici femministe, i geo-politici critici dovrebbero essere più
attenti alla natura parziale della loro stessa produzione di conoscenza, che
avviene all’interno di un ambiente accademico occidentale, a predominanza
maschile.
I contributi
femministi non si limitano ad un’osservazione critica delle discriminazioni di
genere, ma offrono anche visioni geo-politiche alternative, a partire dalla
messa in discussione dei luoghi in cui nasce la geo-politica, rovesciando l’idea
diffusa che questa si svolga solo all’interno delle istituzioni formali, legate
alla politica estera degli stati. Nello specifico, le geografe politiche
femministe hanno spostato l’attenzione sulla natura geo-politica della vita di
tutti i giorni, evidenziando il ruolo di pratiche e identità localizzate nel
sostenere o contestare i discorsi geografici. Le prospettive femministe offrono
quindi una visione alternativa della vita politica, che rifiuta le logiche
scalari della retorica dominante, offrendo al loro posto una serie di racconti
esplicitamente parziali, che rendono evidente la molteplicità di scale e di
luoghi della produzione della conoscenza geo-politica.
conclusione
La geo-politica
si occupa di visioni del mondo. Come tutte le idee, però, queste visioni del
mondo sono condizionate dalla propria origine, sono descrizioni parziali, che
descrivono il mondo in un modo utile a chi le esprime. La geo-politica critica,
una prospettiva nata negli anni Ottanta, ha cercato di utilizzare diverse
teorie sociali e culturali per esaminare e descrivere le relazioni tra potere e
conoscenza, dalle quali deriva la produzione di idee geo-politiche. Alcuni
studi recenti, però, soprattutto quelli legati alla tradizione teorica del
pensiero femminista, hanno criticato la geo-politica critica in due modi: primo,
ci si è chiesto se gli stessi autori della geo-politica critica si siano
sufficientemente interrogati sulla propria posizione privilegiata e sui propri
pregiudizi; secondo, alcune recenti riflessioni metodologiche hanno notato come
spesso i geo-politici critici si siano concentrati soprattutto su testi e
discorsi, tralasciando la realtà concreta. A partire da queste domande, è in
corso un lavoro di correzione e ripensamento in questo campo, grazie anche all’utilizzo,
da parte dei geografi politici, delle metodologie etnografiche, utili a
comprendere la riproduzione e la contestazione quotidiana dei concetti della geo-politica.
AL DI LÀ L’ESPLORAZIONE
la geografia dell’intangibile
METODOLOGIA
DELLA GEOGRAFIA POSTMODERNA: ASPETTI TEORICI, METODOLOGICI E OPERATIVI
Le discipline geografiche hanno conosciuto negli ultimi decenni, e sempre
più intensamente, un distacco pressoché completo tra lo studio degli aspetti
naturalistici, ormai appannaggio di settori di ricerca altamente specializzati,
e lo studio degli aspetti antropici. Si tratta di due grandi ambiti (ampiamente
segmentati anche al loro interno) che utilizzano metodi completamente
differenti e che si pongono obiettivi conoscitivi altrettanto divaricati,
benché da più parti si lamenti il risultato negativo di una perdita di visione
unitaria nello studio del sistema Terra, che non dovrebbe essere considerato se
non in maniera unitaria. Le discipline che compongono il versante antropico
della geografia si vanno collocando in maniera vieppiù decisa tra le scienze
umane e sociali, con ampie intersezioni con la riflessione epistemologica,
sociologica, economica, storiografica, linguistica, storico-letteraria,
estetica, psicologica e via dicendo, per non considerare le implicazioni
operative che hanno portato la geografia a contribuire alla gestione e alla
pianificazione territoriale, urbanistica e politico-economica. Caratteristico
degli ultimi anni è lo sviluppo impetuoso, benché talvolta effimero, di
specifici ambiti di studio, come la geografia visuale o la geografia
emozionale, seguiti massicciamente dalla comunità geografica internazionale.
Nell’ultimo decennio del 20° secolo si è allentata la tensione
epistemologica e, per riflesso, ideologica che aveva caratterizzato il
dibattito geografico a partire dagli anni Settanta, nel contesto disciplinare
italiano e internazionale. Ruolo non secondario, in ciò, ha avuto la
rivoluzione geo-politica che, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, ha
visto l’implosione del sistema regionale ed economico di influenza sovietica,
avvalorando, da un lato, le proiezioni teoriche in materia di entropia dei
sistemi chiusi e ridimensionando, dall’altro, la contrapposizione frontale tra
geografia neopositivista e geografia marxista o radicale. Le posizioni di quest’ultima
sono state in parte raccolte dalla corrente definita come “postmodernismo”. In
generale, la disciplina ha rivalutato la propria unità, avvalorata da posizioni
di pensiero inclini a rivisitarne l’evoluzione e a sottolinearne i caratteri di
prassi.
In tale direzione ha spinto anche il processo di globalizzazione,
sostenuto dallo sviluppo delle reti, soprattutto immateriali, e degli strumenti
connessi. In particolare i GIS (Geographical Information Systems) hanno
accresciuto la domanda di informazione geograficamente referenziata, ossia
riferita ai luoghi e trasferibile in banche dati di formato vettoriale. Il
fatto che, almeno in un primo momento, proprio i geografi ne siano rimasti
quasi paradossalmente estranei ha confermato l’esigenza di abbandonare posizioni
autoreferenziali, che tendevano a estraniare la disciplina dagli interessi del
mondo reale.
L’idea, peraltro, che i nuovi sistemi di comunicazione potessero
annullare le distanze geografiche si è rivelata ben presto illusoria,
restituendo importanti valenze alla geografia descrittiva; mentre le sempre più
frequenti anomalie climatiche, unite a calamità di inusitata violenza (per
esempio, il maremoto che ha colpito l’Asia meridionale nel dicembre 2004),
pongono in evidenza la necessità di una visione complessiva dei fenomeni fisici
e antropici che una specializzazione disciplinare troppo spinta rischierebbe di
vanificare. La geografia dei contrasti e dei rischi naturali costituisce,
pertanto, un campo di ricerca sempre più rilevante, nella misura in cui l’uso
intensivo dello spazio rende maggiormente pesanti le conseguenze, anche
economiche, di tali eventi. Altrettanto accade nell’ambito dell’organizzazione
e pianificazione dello spazio
geografico, dove la capacità di sintesi e la posizione di incrocio della geografia
trovano apprezzamento da parte degli enti territoriali che, anche in Italia
(come da tempo accade in Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Russia), affidano
sempre più di frequente a geografi il coordinamento dei gruppi di lavoro per la
pianificazione di area vasta, nella quale l’ampio spettro delle competenze
geografiche gioca un ruolo strategico.
Dunque, non si pone in discussione l’individualità scientifica della
geografia, proprio alla luce di quel percorso che, passando per una sempre più
vasta interdisciplinarità e fino all’approccio interdisciplinario ai grandi
problemi contemporanei, l’ha portata a consolidare una posizione di
intersezione fra gli insiemi delle scienze naturali, delle scienze sociali e
delle scienze logico-matematiche. Si ripropone, semmai, il problema della
specificità di contenuti e metodi, che tuttavia il principio di sintesi geografica
appare in grado di sostenere; e vale, a conferma, riproporne la classica
definizione ripresa da un caposaldo della letteratura geografica italiana:
<<Le scienze geografiche studiano i fenomeni empirici - distribuiti sulla
superficie terrestre e interconnessi - negli insiemi spaziali da loro posti in
essere.>> (U. Toschi: “geografia economica” [Milano, 1967]:
p. 8). Essa coniuga, da un lato, l’osservazione diretta (metodo induttivo)
delle interrelazioni fra ambiente naturale e società umane, dall’altro, l’analisi
e definizione, a partire da teorie generali e modelli (metodo deduttivo), degli
insiemi identificabili nello spazio regionale. La constatazione che la
geografia deve privilegiare il profilo fattuale rispetto a quello teorico non
induce, pertanto, ad abbandonare la costruzione di modelli derivanti dalla
generalizzazione delle osservazioni empiriche. La descrizione conoscitiva e la
classificazione dei fenomeni, infatti, comportano schemi di riferimento
attraverso i quali l’approccio descrittivo sale di rango e coinvolge relazioni
sempre più articolate. La formalizzazione di queste ultime continua a fare
ricorso alle metodologie quantitative, divenute tuttavia maggiormente
consapevoli della necessità di verifiche sul campo.
Oggetto di rivalutazione è anche il principio di causalità, il quale,
lungi dal configurarsi come mero determinismo, porta ad analizzare catene
coinvolgenti fenomeni fisici e antropici in processi di complessità crescente e
nella diversificazione tra aree: base, a sua volta, di un auspicabile e in
parte già attuale recupero della geografia comparata. Sviluppando il concetto
di processo, si perviene (come detto) all’analisi sistemica, che rappresenta la
saldatura teorica con il contesto interdisciplinare e di cui la fenomenologia geografica
è campo di applicazione per eccellenza.
Per contro, appare eccessiva l’enfasi attribuita alla ’svolta culturalista’ in
geografia, che occupa una parte cospicua della letteratura disciplinare nell’ultimo
decennio del 20° secolo, prefigurando degli orizzonti di rinnovamento
speculari all’abbandono dello scientismo positivista e funzionalista. Per la
verità, concetti come luogo, simbolo, cultura appartengono alla geografia umana
classica, dove già ai primi del Novecento trovavano piena espressione nel
genere di vita e nella regione umanizzata di matrice possibilista. È
altrettanto ovvio che tali concetti vadano reinterpretati alla luce del
cambiamento geo-politico ed economico di fine secolo: per fare un solo esempio,
l’intensificazione delle correnti migratorie comporta nuovi e spesso critici
rapporti interetnici, religiosi, ma anche relazionali e produttivi,
coinvolgendo sistemi urbani e rurali, centrali e periferici, globali e locali.
L’approccio culturale offre strumenti utili a tale reinterpretazione:
tutte le forme di costruzione sociopolitica derivano dalla socializzazione di
percezioni individuali che lo sviluppo economico ha fatto convergere nell’uso
delle risorse e nella gerarchizzazione dei luoghi, alla ricerca di una
mediazione che è mirata, da un lato, alla sopravvivenza delle popolazioni e,
dall’altro lato, alla risoluzione dei conflitti. La modernità, intesa come
paradigma urbano-industriale nell’ottica funzionalista, ha comportato l’omologazione
dei generi di vita e il consolidamento di rapporti territoriali asimmetrici.
All’inizio del 21° secolo, l’ormai avvenuta presa di coscienza dei limiti
di tale modello di sviluppo porta a concetti di sostenibilità che trovano nella
geografia culturale un forte punto di attacco per la valorizzazione dei
localismi, nell’ottica di una più equilibrata utilizzazione del territorio.
Quando, però, si arriva a negare l’oggettività dei luoghi, indulgendo a
interpretazioni simboliche del tutto soggettive e presumendo che ne possa
derivare la liberazione dai meccanismi di produzione del potere, si rievocano
posizioni obsolete di radicalismo ideologico con le quali la geografia si è già
confrontata in passato, senza pervenire a risultati effettivi: dunque, non si
propone alcuna innovazione teorica.
Appare questo il limite fondamentale del postmodernismo geografico,
oggetto anch’esso (secondo la corrente che vi si richiama) di una svolta che
segnerebbe il nuovo approdo della geografia. Il rapporto tra spazio e tempo
viene sostanzialmente ribaltato: la dimensione temporale dei processi che hanno
generato trame, strutture e reti di fenomeni, centrati in vario modo sui
luoghi, tende a essere sottovalutata rispetto alla dimensione simbolica, e
sincronica, dei luoghi stessi. Lo spazio finirebbe così per prevalere sul
tempo, e ciò darebbe maggiore risalto alla funzione della geografia,
sottraendola a una sorta di dipendenza dalla storia. Stridente è il contrasto
con posizioni mature di geografi che hanno attraversato l’intero percorso della
evoluzione teorica della geografia nella seconda metà del 20° secolo: fra
gli altri, P. Claval sottolinea come la dimensione simbolica della vita umana
sia integrata nei processi sociali come pure nelle realtà spaziali,
estendendosi dalle eredità culturali del passato al contesto geografico del
presente e proiettandosi, di conseguenza, nelle scelte per il futuro. Altro
limite dell’approccio postmoderno è l’impossibilità di organizzare il
territorio nella misura in cui quest’ultimo può essere oggetto di un disegno ma
non di un piano, il quale presupporrebbe una connessione razionale fra i
significati simbolici. Si finisce, dunque, per rievocare i limiti di quella
regione umanizzata proposta dalla geografia del primo Novecento, tanto
armoniosa, unica, irripetibile e dunque immodificabile da dover essere
abbandonata non solo dalla ricerca, ma dalla stessa realtà geografica,
causandone il ribaltamento nell’isotropia funzionalista e la conseguente,
altrettanto eccessiva, perdita di identità.
Fra i temi riemergenti nella ricerca geografica dell’ultimo decennio del
secolo scorso è anche il paesaggio, le cui trasformazioni esprimono appieno il
carattere complesso e interdipendente dei fenomeni geografici, rappresentando
non soltanto la stratificazione ma in special modo l’organizzazione degli elementi
territoriali e identificando pertanto, lungo una traiettoria processuale, lo
stato puntuale del sistema regionale a un tempo dato.
Torna a proporsi, dunque, l’unità della geografia al di fuori di schemi e
di correnti che finirebbero con il riprodurre i dualismi presenti nel passato
(determinismo contro possibilismo, geografia ortodossa contro nuova geografia,
approccio descrittivo contro approccio interpretativo) senza possederne i
fondamenti epistemologici. L’apparato concettuale rivendicato dalla geografia
culturale e, in generale, dal postmodernismo non solo non può definirsi
originale, ma ancor meno può imporre la cancellazione dei paradigmi geografici
stratificatisi nel tempo. Dunque, posizioni razionaliste e relativiste devono
convivere e confrontarsi sui problemi reali del rapporto fra ambiente e società
umane, il classico campo della scienza geografica. Si può dunque ben ragionare
di rappresentazioni soggettive conservando un basamento di impianto
positivista.
In questi termini, la base teorica e pragmatica della geografia si
attaglia in pieno alla domanda di conoscenza che, più o meno consapevolmente,
pervade l’intera società. Semmai, l’errore è stato abbandonarla, quasi
rinnegandone la scientificità; o, per converso, limitare all’eccesso i riferimenti
teorici, nella preoccupazione che essi potessero condizionare la libertà di
osservazione del geografo. In quest’ultimo senso può intendersi quella sorta di
isolazionismo che la geografia (ancora una volta, non solo italiana) ha
avvertito, ed essa stessa alimentato, nei confronti di un quadro
interdisciplinare sempre più diviso e addirittura dispersivo: nel tentativo di
affermare la propria indipendenza, i geografi hanno forse trascurato di
mantenere una visione della scienza come corpo unico, finendo con il
frammentare la propria disciplina in componenti solo apparentemente
specialistiche che sono aggregate di volta in volta, con pericolosi
atteggiamenti di subordinazione, a campi disciplinari estranei.
Per tutti questi motivi, la domanda di conoscenza geografica poteva
apparire latente nel momento in cui posizioni quantomeno discutibili
adombravano, nel sistema scolastico italiano, la surrogazione della geografia
da parte di una ‘sommatoria’ fra scienze della terra, sociologia ed economia
(posizioni controbattute nel contributo “perché insegnare la geografia in una rinnovata
scuola moderna e interdisciplinare”
edito nel 1998 a cura del Centro studi del TCI). Al contrario, tale
domanda ha trovato continui riscontri nel campo della divulgazione geografica,
le cui opere non hanno mai cessato di riscuotere successo presso il grande
pubblico. A ulteriore conferma, nella riforma dell’ordinamento universitario
del 2001 la classe di laurea in scienze geografiche ha mantenuto piena
autonomia, consentendo di formare geografi professionali in una decina di
atenei.
In conclusione, tornano attuali parole scritte alla vigilia della crisi
di fine secolo scorso: <<La geografia ha forse oggi capito i suoi confini
e superato la sua crisi di crescenza, proponendosi come disciplina che si
differenzia al variare dei suoi specifici e concreti oggetti territoriali ma si
mantiene unitaria nel porre, a scale diverse, identici sfondi all’interno dei
quali essi sono considerati". E ancora: "tra le varie discipline, la
geografia è forse quella che identifica più abitualmente il proprio linguaggio
scientifico con il parlare comune. Per un geografo, mare è mare, monte è monte:
non ci sono fraintendimenti. È quindi una disciplina molto leggibile, con un
linguaggio a volte pericolosamente semplice. A fronte di discipline mascherate
da codici di comunicazione per addetti ai lavori, sembra talvolta una sorella
povera. Ma uno dei suoi punti di forza sta proprio nella semplicità ed
appropriatezza del linguaggio e nella conseguente possibilità di controllo che
essa offre" (G. Corna Pellegrini: “perché la geografia oggi” in “aspetti e problemi
della geografia” [Milano, 1987]: vol. 1: p. 5).
Il processo di globalizzazione ha conferito una rinnovata centralità alla
dimensione territoriale dell’agire sociale e all’analisi dei fattori di
territorializzazione delle stesse pratiche sociali. La ricerca geografica ha
posto, nel corso degli ultimi quindici anni almeno, una sempre maggiore
attenzione verso lo ‘spazio dei flussi’ e dunque verso l’osservazione e l’analisi
critica di sistemi reticolari e dei connessi fenomeni di mobilità che
attraversano la società e che si traducono in processi di tipo trascalario: dai
movimenti di persone, merci e informazioni, alla circolazione di modelli di
sviluppo e pratiche di governo. Sono questi forse tra i motivi principali che
hanno permesso alla geografia umana di collocarsi al centro dei molteplici
cambiamenti paradigmatici che hanno interessato le scienze sociali negli ultimi
trent’anni: dalla svolta culturale a quella umanistica, da quella linguistica a
quella iconografica si sono effettuate riflessioni costanti e trasversali ai
diversi campi di ricerca sui concetti di territorio e territorialità. Tra le
numerose questioni affrontate, alcune possono essere considerate centrali. La
prima riguarda il grado di integrazione nella geografia umana delle ‘svolte’
nate in altri contesti disciplinari, la seconda attiene all’individuazione
degli ambiti della geografia umana che, più di altri, sono stati coinvolti nei
processi di cambiamento paradigmatico, la terza ha a che fare con la
consapevolezza epistemologica di un’ontologia peculiare che l’essere umano
sulla Terra fonda in ragione di un agire territoriale stimolato da bisogni,
tecniche, sentimenti, visioni, istituzioni.
Nel corso di questi anni molte idee nate nei contesti della teoria
sociale e della filosofia contemporanea sono dunque approdate in ambito
geografico, così come diverse elaborazioni concettuali nate in senso alla
geografia sono state riprese in ambiti disciplinari diversi. Questo intreccio
di conoscenze e metodi della ricerca ha attivato e alimentato feconde linee di
ricerca e nuovi campi teorici circa il ruolo delle pratiche spaziali,
conferendo centralità nuova ai rapporti tra soggetto, attore e individuo. L’importanza
del soggetto quale parte fondante degli studi geografici ha permesso, in
effetti, avanzamenti teorici rilevanti nella geografia sociale e in quella
economica, come testimoniano indagini e proposte teoriche attorno allo sviluppo
locale, agli attori territorializzati, alla geografia della vita quotidiana, ai
processi di governance. Nella stessa direzione possono essere
interpretati gli impulsi generati dalla svolta linguistica, da quella
iconografica, culturale, biografica, narrativa, interpretativa che notevoli
ripercussioni hanno avuto nella geografia tramite l’attivarsi di riflessioni
teoriche sulla geografia visuale, sul rapporto tra territorio e memoria, sull’etica
dell’agire territoriale, sulle relazioni tra legalità e legittimità, sull’ordine
giurisdizionale dei territori, sul controllo simbolico, materiale e
organizzativo. La tradizionale geografia storica sembra aver assunto la
necessità di costruire una narrazione geografica all’intersezione tra
individuo, luogo e società, non solo come costruttori e protagonisti dell’agire
storico, ma anche quali ‘soggetti’ attivi e imprescindibili delle continue
trasformazioni del territorio, del paesaggio e del luogo. La geografia urbana,
dal canto suo, ha operato un processo di ricostruzione degli approcci
metodologici con l’intento di fornire risposte alla complessità delle
trasformazioni urbane contemporanee e alla rinnovata centralità della città e
della vita urbana. Una geografia urbana del soggetto abitante è quella proposta
da alcune linee di ricerca recenti, che mettono in evidenza l’importanza in
termini di conflittualità sociale, di pratiche dal basso, di movimenti politici
e sociali. Uno degli apporti più rilevanti di questo approccio risiede nell’idea
che al centro della riflessione debbano esserci le esperienze spaziali delle
diverse soggettività sociali, con l’integrazione nel discorso del concetto di ‘abitare’
di matrice heideggeriana. In sostanza, si è sviluppata una proposta
teorico-metodologica che vede il soggetto, la soggettività, i linguaggi, le
immagini, i segni, le conflittualità, la costruzione di pratiche dal basso come
parte integrante del contesto urbano.
Non si possono tralasciare, infine, gli avanzamenti teorico-metodologici,
specificatamente di matrice geografica, avvenuti negli studi su ambiente e
paesaggio, nel quadro delle più ampie teorizzazione sui diritti fondamentali e
i beni comuni. In questa direzione, l’ambiente esprime la geograficità di una
natura che non può essere ridotta alle sole funzionalità ecologiche; essa
rappresenta l’insieme delle pratiche, delle visioni, delle aspettative, dei
diritti e degli obblighi che le società umane assumono nei confronti della
natura. Il paesaggio, dal canto suo, si rivela consapevolezza di un’armonia che
regge l’organizzazione del territorio, conquista culturale delle popolazioni
insediate e di quelle che lo fruiscono: un bene di certo non monetizzabile o
commerciabile.
Nella moderna cultura geografica anglosassone, il dibattito sul
postmoderno domina da ormai due decenni, con particolare rilevanza nella
geografia umana e politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma,
riunisce una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia
nel pensiero moderno, che costringe il libero fluire della vita all’interno di
presunte categorie universali. Per la geografia postmoderna non è più possibile
spiegare la realtà con un unico paradigma; perciò essa si propone di
decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce i non detti e dare
spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno attacca ogni pretesa di
oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo, ne riconosce la
natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva solo per mantenere
la propria posizione egemonica. Nell’ambito delle scienze sociali questa
impostazione ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi
della geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che
occupano uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie
alle interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista, come Richard
Peet e David Harvey, hanno contestato al postmodernismo la mancanza di
progettualità politica, esito inevitabile della critica radicale di ogni sapere
come forma di potere che include ed esclude allo stesso tempo. Claudio Minca,
tra gli altri, ha risposto alle critiche, sottolineando come il principale
obiettivo del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione comporta
potere, ma non che sia impossibile eliminarlo. Il progetto è realizzabile a
partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri
interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui il potere è
spazialmente e socialmente determinato. Il dibattito sul postmoderno domina la
cultura geografica anglosassone da ormai due decenni, con particolare rilevanza
nella geografia umana e politica. Il filone nasce dall’incontro tra il
postmoderno statunitense e il poststrutturalismo francese, rifacendosi agli
studi di Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Jean-François
Lyotard. Alcuni degli autori principali di questo filone, spesso provenienti da
una formazione marxista, sono Edward Soja, Brian Harley, Claudio Minca, Michael
Dear e Gearóid Ó Tuathail per la geografia politica. Il postmoderno, più che
essere un paradigma, riunisce una molteplicità di posizioni critiche
caratterizzate dalla sfiducia nelle possibilità del pensiero moderno, accusato
di costringere silenziosamente il libero fluire della vita all’interno di
categorie presuntivamente universali. Per la geografia p. non è più possibile
spiegare la realtà all’interno di un unico paradigma e per questo si propone di
decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce il non detto e dare
spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno critica ogni pretesa di
oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo; ne riconosce la
natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva per mantenere la
propria posizione dominante. Caduta ogni pretesa di oggettività del sapere,
ogni gesto umano cade sotto la lente del punto di vista e diventa politico, in
quanto espressione di una soggettività. Nell’ambito delle scienze sociali
questo ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della
geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano
uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle
interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista come Richard Peet e
David Harvey hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità
politica, esito inevitabile della critica radicale a ogni sapere come forma di
potere che include ed esclude allo stesso tempo, secondo quel processo proprio
al pensiero occidentale che Derrida ha definito di identità e differenza, dove
l’identità stabilisce un campo semantico dal quale escludere l’altro, cioè il
differente. In definitiva, il postmodernismo critica l’autorità denunciando il
sapere che la legittima come forma di potere del dominante sul dominato, così
connotando l’autorità come autoreferenziale e priva di fondamento. Minca, tra
gli altri, ha risposto alle critiche sottolineando come il principale obiettivo
del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione implica un potere.
Il progetto è possibile a partire dall’esplicitazione della nostra posizione e
di quella dei nostri interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui un
potere è spazialmente e socialmente determinato.
CYBER-GEOGRAPHY E CYBER-SPAZIO
La cyber-geography studia le
reti spaziali costruite dalle comunicazioni digitali, innanzitutto Internet,
che creano quello che viene definito cyber-spazio.
I flussi elettronici e telematici che caratterizzano il mondo contemporaneo
portano i geografi a interessarsi delle geografia dei nuovi territori
elettronici. Secondo uno dei pionieri della cyber-geography, Martin
Dodge, esistono diverse geografie del cyber-spazio,
che si occupano dell’impatto delle tecnologie digitali sullo spazio reale, ma
anche dello studio delle infrastrutture fisiche, dei flussi di traffico, dei
caratteri demografici delle comunità che nascono nel cyber-spazio, fino alla percezione degli spazi digitali. Per
esempio, è possibile studiare la rete cartografando la diversa connettività a
livello globale, il traffico di dati e le sue diverse tipologie di uso. Il
tentativo di cartografare i nuovi cyber-spazi
con cyber-mappe ci aiuta a
comprendere i nuovi paesaggi informatici e a navigare al loro interno. I flussi
elettronici evidenziano che esiste uno spazio alternativo a quello fisico,
invisibile, che tende a ricomporre in unità frammenti di spazio fisico, secondo
logiche differenti. La rivoluzione informatica ha permesso la nascita di nuove
articolazioni spaziali delle relazioni di potere, in cui i luoghi si connettono
tra loro senza avere necessariamente contiguità fisica. Si passa così dagli
Stati nazione alle città globali, ossia a una rete di città appartenenti a Stati
diversi, ma unite da funzioni simili. L’interazione sociale si smaterializza e
si separa da ogni ubicazione fissa, al pari del consumo e della produzione. La cyber-geografia porta a guardare lo
spazio con occhi diversi da quelli della tradizione cartesiana, in quanto il cyber-spazio è privo di un centro e di
una forma fisica. I paesaggi virtuali influenzano e obbligano a vivere in modo
diverso quelli fisici, in una coalescenza di visibile e invisibile che comporta
una profonda revisione di ogni elemento della vita umana, dal sociale, al
politico, all’economico.
GEOGRAFIA DI
GENERE (GENDER GEOGRAPHY)
La “geografia di genere” è un filone di studi che propone un diverso
approccio teorico e metodologico, legato alla nozione di genere come categoria
sociale e come espressione di relazioni di potere, posto alla base di ogni
costruzione e gestione dello spazio. Gli studi di genere in geografia hanno
preso origine da interrogativi assai concreti: perché alcuni mestieri sono
prettamente svolti da donne? Perché i ruoli di responsabilità sono soprattutto
ricoperti da uomini? Perché gli utenti dei mezzi pubblici sono in maggioranza
donne? Perché alcuni spazi pubblici di notte diventano appannaggio esclusivo
degli uomini?
L’idea era di mettere in evidenza, come scriveva Simone de Beauvoir in
apertura di “le deuxième sexe” (1949),
che <<non si nasce donna [o uomo]: lo si diventa.>> e che le
differenze tra uomini e donne sono il risultato di una costruzione sociale.
Alla fine degli anni Sessanta del 20° secolo il concetto di genere si fa strada
nel campo della psicoanalisi e della sociologia, soprattutto negli Stati Uniti,
ove le femministe rivendicano la presenza delle ‘donne’ come soggetto e oggetto
di ricerca scientifica, che fino allora si declinava esclusivamente al maschile
neutro. L’odierna accezione di gender
è stata poi puntualizzata da una sociologa anglosassone, Ann Oakley (in “sex, gender and society” del 1972)
e, alla fine del secolo scorso, gli studi di genere in Europa hanno attaccato l’ideologia
naturalista della differenza tra sessi, in base alla quale alla sfera maschile
è in qualche modo assegnato un valore superiore rispetto a quella femminile.
Oggi sono ormai tutte le scienze umane e sociali a occuparsi di
problematiche di genere, non più necessariamente legate alla sola dimensione
femminile, poiché l’orizzonte di ricerca si è allargato alla costruzione
sociale delle differenze di comportamento e di relazione legate al sesso e all’identità
sessuale. Fin dalle prime fasi di socializzazione di bambine e bambini, tale
costruzione delle differenze si evidenzia in tutte le declinazioni spaziali
(usi, percezioni, rappresentazioni, fruizioni differenziate, discriminanti o
addirittura esclusive di certi tipi di luoghi) dell’insieme delle attività
sociali (lavoro professionale e domestico, spostamento, formazione, tempo
libero ecc.). Il genere non è dunque più inteso come un attributo duale, bensì
come un nuovo paradigma, un sistema dinamico che può fungere da chiave per
individuare, entro lo spazio di relazione, le relazioni di potere, così come le
classi, le etnie, l’età e così via.
GEOGRAFIA
VISUALE
Varie sono le sfumature assunte dalla geografia visuale, ma due sono le
principali accezioni del termine. Da una parte, si parla di geografia visuale
quando si fa particolare uso dei supporti visivi nell’ambito della ricerca
geografica, della descrizione e interpretazione, ma soprattutto nella
divulgazione delle informazioni (i supporti visivi in questione comprendono
immagini fisse, quali disegni, fotografie o qualsiasi elaborato grafico, così
come immagini in movimento, quali quelle da filmi, da serie televisive, da
caroselli pubblicitari). Dall’altra, la geografia visuale è per alcuni una
sorta di nuovo filone della geografia, che integra completamente la dimensione
visuale, in tutte le sue espressioni, nella costruzione dei suoi oggetti di
ricerca. Documenti visuali hanno da sempre affiancato gli studi geografici,
caratterizzati da una perenne oscillazione tra scrittura e rappresentazione
grafica del mondo. Le primissime immagini geografiche sono state le carte, ma
non va dimenticata la pittura (rappresentazioni di paesaggi rurali, urbani,
industriali, litorali, reali o inventati). Nel corso del 18° secolo si è
diffuso l’utilizzo delle immagini in rilievo sulle carte (uso del tratteggio
ombreggiato) e nel 19° secolo si sono affermate prima l’incisione e in seguito
la fotografia, passando dalla cartografia tematica a colori a quella in tre
dimensioni, per giungere alla fine del 20° secolo all’immagine animata, interattiva
o puramente virtuale. Ai giorni nostri i geografi, a prescindere dal livello di
adesione alla geografia visuale, si devono confrontare con l’aumento
esponenziale dell’uso che la società fa delle immagini e con la varietà dei
loro supporti e provenienze. Tale profusione di stimoli visivi ha offerto nuove
opportunità scientifiche per osservare, interagire e, soprattutto, per
comprendere la realtà.
Secondo l’impostazione metodologica scelta da chi pratica la geografia
visuale, si ricorre regolarmente ai supporti audiovisivi come importante
strumento di analisi geografica, in particolare nelle ricerche sulla
costruzione territoriale e la relativa organizzazione sociale. In altri casi si
studia invece quanto la sfera visuale stessa partecipi alla costruzione della
realtà geografica, ovvero si studia la dimensione per-formativa delle immagini
(per esempio, come un film o un manifesto pubblicitario inducono in determinati
territori una frequentazione turistica, che comporta poi un cambiamento e una
riorganizzazione di quegli stessi luoghi).
GEOGRAFIA
EMOZIONALE
Orientamento che studia territori e paesaggi sulla base non degli
elementi fisici o sociali oggettivi, ma della percezione soggettiva ed emotiva
che di essi hanno gli individui e le collettività che ne fruiscono stabilmente
(residenti) o temporaneamente (viaggiatori). L’interesse è posto sulle emozioni
che possono essere definite geografiche, che cioè sorgono più o meno
direttamente in dipendenza da motivazioni territoriali, o geograficamente
rilevanti, provocando interventi preventivi o attuativi sul territorio. Un
territorio emotivo è lo spazio geografico che ha generato e rimane in grado di
suscitare emozioni consistenti, e ciò in virtù di due componenti: quella
naturale, cioè gli elementi fisici, biologici, astronomici più caratteristici
del luogo, e quella umana, con il suo corredo storico-culturale e artistico. La
geografia emozionale, che si suole far risalire all’“atlante delle emozioni” di
Giuliana Bruno pubblicato nel 2002, prende le mosse dal mutamento di
prospettiva indotto dalla geografia della percezione sulla spinta dell’epistemologia
filosofico-psicologica, che ha spostato l’attenzione sulla soggettività dell’esperienza
e della conoscenza quale componente di pari importanza rispetto alla tradizionale
scienza positivista e razionalista. La geografia emozionale intende
caratterizzarsi come disciplina a partire dal presupposto che il ‘sentire’
sprigionato dai luoghi rappresenti un aspetto caratterizzante del territorio,
da comprendere e studiare onde restituire un’immagine di esso il più possibile
completa. E questo poiché le emozioni, oltrepassando l’individuo, vanno a
sedimentarsi nella coscienza collettiva, divengono patrimonio culturale e
fattori di identità, assumendo un ruolo profondamente sociale, dato che sono in
grado, agendo sugli individui, di agire anche sui luoghi. Dai presupposti della
geografia emozionale scaturiscono esperienze innovative di cartografia, come
il biomapping, modello cartografico di descrizione dei luoghi
basato sulle reazioni emotive da essi suscitate.
GEO-STORIA
Filone di studi che esamina i temi e i problemi della geografia in
prospettiva storica e che, nelle sue manifestazioni più convinte, tende a
sviluppare modelli di analisi in grado di assumere e restituire insieme
elementi spaziali e temporali.
Tradizionalmente approfonditi, e recentemente inno-vati, sono gli studi
di storia della cartografia e del pensiero geografico, di geografia storica, e
di storia delle esplorazioni, con le conseguenti relazioni di viaggio: con
indagini che mirano a ricostruire le radici del presente con finalità pratiche,
sia nell’esame della comunicazione del sapere, sia nell’analizzare la gestione
del territorio avvenuta in passato, sia nel rintracciare le origini di
tradizioni culturali e materiali del mondo attuale. In tutto questo, sembrano
ormai superate le tradizionali polemiche di matrice nazionalistica attorno a
improbabili ‘primati’ di specifiche scuole cartografiche o di singole persone
impegnate nelle scoperte: il punto di svolta può essere indicato nelle
celebrazioni del 500° anno dalla scoperta dell’America.
Le nuove tecniche di riproduzione digitale dell’immagine hanno permesso
una vera e propria rinascita dell’interesse verso le carte geografiche
realizzate in passato, considerate non soltanto come meri strumenti, ma anche
come apparato simbolico di una percezione complessiva: l’interesse del pubblico
è confermato dal successo delle grandi mostre degli ultimi anni, e da libri che
sono diventati veri e propri best seller. La possibilità di riprodurre mappe
tematiche con nuovi strumenti digitali ha permesso anche in questo ambito che i
documenti fossero a disposizione di una platea di utenti sempre più ampia.
Negli ultimi dieci anni è poi aumentata enormemente la quantità di database e
di scansioni della cartografia storica accessibili, facilitando il reperimento
di fonti idonee alla ricostruzione delle identità geografiche locali a vari
livelli trascalari: dal rione o quartiere, alle aree di produzione tipica,
anche in ambito agroalimentare, fino alle proposte delle cosiddette regioni
alternative.
Recentemente, la geo-storia ha acquistato nuova rilevanza anche nelle
vertenze geo-politiche attuali. Per esempio, i diplomatici cinesi tendono ad
attribuire molta importanza ai documenti cartografici del passato e alle
eredità delle esplorazioni: così, nelle controversie sul possesso delle isole
nel Mar Giallo Meridionale, le parti spesso invocano come ‘prova’ l’attribuzione
di possesso riferita dalla cartografia antica; per altro verso, i diplomatici
cinesi ritengono molto importante presentare la Cina odierna come erede delle
esplorazioni medievali dell’ammiraglio Zheng He, secondo un’interpretazione
storiografica che vorrebbe differenziare il ruolo cinese rispetto alle scoperte
e alle colonizzazioni occidentali, in quanto queste ultime sarebbero state
effettuate dalle potenze imperialiste europee solo per aggressiva avidità.
Questo tipo di ricostruzione geo-storica è funzionale alla propaganda del
cosiddetto “Beijing consensus”.
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