"IL TEMA DELLA MORTE IN LEOPARDI" (2a edizione)
Manuel Omar Triscari
IL TEMA DELLA MORTE IN LEOPARDI.
A mia madre, Olimpia
Eri l’alba, eri l’aurora, i tuoi occhi erano
due soli: quando ti destavi e mi guardavi, e un nuovo tuo giorno penetrava in
me, l’anima tremava come luna nel mare e la pelle brillava con sapore d’amaranto.
Ora non ci sei. Sono solo. È notte.
Ringraziamenti
A Filippo Triscari, mio padre, per il miglior
caffè che abbia mai bevuto, senza il quale non avrei potuto continuare a
scrivere quando le dita pestavano ormai deboli sui tasti e la stanchezza
bruciava gli occhi.
Ai miei cugini Gabriel, Giulia, Marika e
Serena, per tutte le risate e i ricordi, con l’augurio di vivere una vita
ribelle, ma ribelle nel profondo. Cioè: seguite solo il vostro cuore.
E a Muna, fonte perpetua e inesauribile di
quiete accesa, come una finestra illuminata nel cuore della notte, per avermi mostrato
che, in fondo, la vita può essere un sogno e come un sogno possiamo viverla. Molto
ci siamo amati, ma è stato un amore velato e senza parole il nostro amore, che
ora grida, poichè l’amore sempre ignora la sua profondità fino al giorno della
separazione. Sei stata un meriggio nel mio crepuscolo, un sole nelle notti buie
dell’anima. Nella mia solitudine irraggiungibile hai tenuto compagnia ai miei
giorni, nell’insonnia mi hai udito piangere e ridere nel sonno. La tua
giovinezza mi ha donato desideri da sognare e sogni da desiderare. Grazie
soprattutto a te, dunque. Per tutto questo. E per qualcos’altro che trascende
le parole.
INTRODUZIONE
***
IL TEMA DELLA MORTE NELL’OPERA
LEOPARDIANA
Il tema della morte in Leopardi è da
intendere non come contenuto peculiare, ma come elemento strutturale e
fondamentale di un intertesto che comprende tutta l’opera leopardiana, dalle
scritture giovanili allo Zibaldone
alle operette morali ai canti.
Il tema è trattato esplicitamente in molti
passi dello Zibaldone, nelle
composizioni poi espunte dall’edizione dei canti - la canzone per una donna
inferma di malattia lunga e mortale, nella morte di una donna fatta trucidare
col suo portato dal corruttore per mano e arte di un chirurgo - e nella cantica
appressamento della morte; è motivo dominante, tra le operette morali, dei dialoghi
della moda e della morte di Federico Ruysch e delle sue mummie, di Plotino e
Porfirio; è ancora il motivo dominante tra i canti di Amore e Morte di sopra un
bassorilievo antico sepolcrale e di sopra il ritratto di una bella donna.
Il tema percorre implicitamente come un filo
rosso tutta l’opera del recanatese e si colgono nella scrittura echi,
allusioni, richiami, rimandi che si rispondono in un circuito che sembra il
segno di una vera e propria ossessione.
La radice del privilegiamento di tale tema è
da individuare sia sul piano esistenziale sia su quello delle suggestioni
letterarie coeve e precedenti, ma soprattutto è da intendere come uno strumento
di conoscenza della condizione umana e di disvelamento delle illusioni e
particolarmente della più perniciosa di tutte, quella spiritualistica.
L’insistente discorso di morte tradisce
tuttavia un’intensa volontà di vita: nell’epistolario col Giordani il
ricorrente desiderio quasi disperato della morte manifesta all’inverso un
vitalismo quasi esasperato, reso ancora più acuto dalla presa di coscienza
della deformità fisica.
L’autore si rende conto che nell’impossibilità
di vivere una vita normale potrà condurre un’esistenza precaria ed esposta alla
malattia.
“Ho
potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, né ingannandomi, ché
il lusingarmi e l’ingannarmi pur troppo m’è impossibile, che in me veramente
non vi è cagione necessaria di morir presto, e purché m’abbia infinita cura,
potrò vivere, bensì trascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso
appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in
pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi o
mi uccida.”[1]
La condizione della deformità e della
malattia non fu nel Leopardi
“un
motivo di lamento individuale, un fatto privato e meramente biografico… ma
divenne un formidabile strumento conoscitivo”[2]
E ancora in un notevole passo dello Zibaldone l’autore sottolinea che
“le
opere di genio… quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose,
quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile
infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni,
tuttavia a un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo
abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle
più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti
passioni, sia a qualunque altra cosa) servono sempre di consolazione,
raccendono l’entusiasmo, e non trattando e non rappresentando altro che la
morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta (5
ottobre 1820)”[3]
In tale nota è presente una precisa
indicazione di poetica: la poesia, anche se tratta del nulla e della morte, ha
un effetto positivo sul lettore perché vi è uno spiraglio luminoso anche nel
mare dell’infelicità.
È già in nuce nell’esperienze dell’infanzia l’idea
ossessiva della morte che al Leopardi si presentava in modi terribilmente reali
con la scomparsa precoce dei fratelli: Luigi muore nel 1803, a soli nove anni,
Francesco Saverio muore alla età di due anni quando Giacomo ha undici anni e
altri tre fratelli muoiono subito dopo la nascita quando il poeta è
adolescente. Il padre nel proprio diario scrive, a proposito della morte di
Luigi:
“prima
che uscisse di casa ho voluto che i suoi fratelli lo vedessero e lo baciassero,
e Giacomo Taldegardo ne ha pianto dirottamente la perdita, quantunque in età di
soli quattro anni e mezzo”[4]
Il poeta che mitizzò l’infanzia come il tempo
della ingenua felicità, della simbiosi tra l’essere umano e una natura ancora benevola
e materna, estendendo all’infanzia dell’umanità tale condizione di felicità e
di vivace immaginazione (si pensi alla canzone alla primavera o delle favole
antiche risalente al Gennaio 1822), in realtà visse l’infanzia tra lutti
fraterni che gli arrecarono un oscuro quanto assurdo sentimento di colpa per
non essere morto al posto dei fratelli. A livello inconscio, al complesso di
colpa si accompagnava la paura della punizione da parte del padre. Nel canto
delle memorie, le ricordanze, estremamente indicativa e illuminante è l’espressione
“assidui
terrorimi rimembra, alle mie notti,
quando
fanciullo, nella buia stanza,
per
assidui terrori io vigilava,
sospirando
il mattin.”
Questo antico stato d’animo di angoscia e di
paura, trasposto liricamente, era stato fermato nella scrittura dello Zibaldone:
“Sento
dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle
notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera
oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentivo battere un
tale orologio. O pure situazione trasportata alla profondità della notte o al
mattino ancora silenzioso e all’età consistente.” [5]
E nel capitolo ottavo del saggio sopra gli
errori popolari degli antichi, del 1815, intitolato dei terrori notturni, il
poeta attribuisce agli antichi terrori della sua infanzia
“Ombre,
larve, spettri, fantasmi, visioni, ecco gli oggetti terribili che facevano
tremare i poveri antichi e che, convien pur dirlo, ispirano a noi dello
spavento.” [6]
Il motivo della camera oscura suscitatrice di
terrori è sottolineato dal Bonifazi:
“C’è
la paura degli spettri, una paura spirituale, e si sa come sia facile identificare in
questa paura quella dei genitori e del loro castigo (e, nel caso del piccolo
Giacomo, un castigo che gli si configura come punizione per la morte dei
frattellini; c’è la paura del lupo cattivo, come corrispondente paterno; c’è
infine la paura archetipica dei temporali e dei tuoni, che prospettano l’ipotesi
di una punizione.” [7]
Al costituirsi del tema della morte come asse
centrale del pensiero poetante del Leopardi, concorsero anche le suggestioni di
modelli letterari precedenti e coevi: dal Giordani, autore di testi funebri,
orazioni in funere, alla letteratura
preromantica e romantica, nella quale il tema della morte aleggiava quale vero
e proprio mito poetico.
Quanto alle suggestioni straniere, Leopardi
esprime un giudizio positivo sulla letteratura straniera inglese, anche se
temperato da qualche riserva su quella più recente:
“la
letteratura forse più libera d’Europa… Parlo della sua letteratura propria,
cioè della moderna e dell’antica di Shakespeare ecc. e non di quella intermedia
presa da lei in prestito dalla Francia. E parlo ancora delle letterature
formate e stabilite e adulte; e non delle informi e nascenti.” [8]
Benché le riserve sulle forme letterarie informi o nascenti comunque è
sorprendente l’affinità del tema leopardiano della morte con quello della morte calma di Keats: pensiamo a ode to
Nightingale:
“E
se tante volte
sono
stato quasi innamorato della morte
calma.”
E a settant’anni prima della nota dello Zibaldone risale tutto il repertorio
tematico funebre della poesia inglese: dai famosi pensieri notturni di E. Young
alla meravigliosa elegia scritta su un cimitero campestre che
“ebbe
un’immensa risonanza, ispirò al Foscolo i Sepolcri, creò cadenze che si
ritrovano nelle odi del Keats”[9]
Quanto alla letteratura tedesca, Leopardi
osserva che
“laddove
l’altre nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano
filosofando”[10]
Tuttavia il desiderio di morte del poeta, che
aveva scritto a Giordani Pietro che la
“speranza
della morte… mi pare la sola uscita di questa miseria”[11]
E di questo assunto sembra trovare conferma
nelle parole del giovane Werther:
“Lo
sa Iddio! Spesso mi corico col desiderio, anzi qualche volta con la speranza di
non ridestarmi più: e la mattina riapro gli occhi e sono sconsolato. È stata
questa notte che ha determinato, consolidato la mia decisione: voglio morire!”[12]
Sul Werther, nello Zibaldone, il poeta scrive:
“io
so che letto Werther mi sono trovato caldissimo nella mia disperazione.”[13]
Movendo dalle matrici ideologiche che sono
alla base della sua formazione, il materialismo e il sensismo di origine
settecentesca e illuministica, il Leopardi si serve dell’idea della morte come
potente strumento di demistificazione delle illusioni e di conoscenza della
verità della condizione umana, pervenendo a conclusioni di assoluta
originalità.
Nel 1819 nell’autore si andava intensificando
l’interesse per la meditazione filosofica e se l’anno precedente aveva scritto
che
“la
ragione è nemica di ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura
è grande, la ragione è piccola”[14]
Ancora nel 1821 sottolinea sulla onda della
teoria del piacere che ogni vivente tende a una illuminata felicità che non può
essere soddisfatta.
“La
somma della teoria del piacere, e si può dir anche, della natura dell’animo
nostro e di qualunque vivente, è questa. Il vivente si ama senza limite
nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il
bene, e si desidera il bene senza limiti. Questo bene in sostanza non è altro
che il piacere. Qualunque piacere ancorché grande, ancorché reale, ha limiti.
Dunque nessun piacere possibile è proporzionato e uguale alla misura dell’amore
che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun piacere può soddisfare il
vivente.”[15]
Nella ferrea coerenza del processo
meditativo, Leopardi scopre un’insanabile contraddizione tra vita ed esistenza,
per cui negli anni tra il ’23 e il ’24 cadono definitivamente tutti gli aspetti
legati a una positiva immagine della natura, cosicché in una nota dello Zibaldone del mese di Aprile del 1825
può scrivere:
“Bisogna
distinguere tra il fine della natura in generale e quello della umana, il fine
dell’esistenza universale e quello dell’esistenza umana, o per meglio dire, il
fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo
e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentito, non è né può
essere altro che la felicità, e quindi il pacere suo proprio; e questo è anche
il fine unico del vivente, in quanto a tutta la somma della sua vita, azione,
pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura
nel dargliela e nel modificargliela… non é certamente in niun modo la felicità
né il piacere dei viventi, non solo perché questa felicità è impossibile
(teoria del piacere) ma anche perché sebbene la natura nella modificazione di
ciascun animale e delle altre cose per rapporto a loro… Dunque la natura, la
esistenza non ha in niun modo per fine il paicere né la felicità degli animali,
piuttosto al contrario; ma ciò non toglie che ogni animale abbia di sua natura
per necessario, perpetuo e solo suo fine il piacere… contraddizione evidente e
innegabile nell’ordine delle cose e nel modo della esistenza, contraddizione
spaventevole; non perciò men vera.”[16]
In questo itinerario di corriva ricerca della
verità Leopardi stigmatizza la natura colpevole prendendo coscienza che il suo
processo meditativo si configura come una vera e propria filosofia.
“La
mia filosofia fa rea di ogni cosa la natura, e discolpa gli uomini totalmente,
rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine
vera dei mali dei viventi etc.”[17]
Da questo momento il Leopardi applica all’analisi
della società contemporanea la sua filosofia, avvivandola con una polemica
diretta contro gli hegeliani di Napoli, illusi sostenitori di un progresso
quale veicolo di miglioramento della società. Con ragione C. Luporini scrisse
che
“il
problema politico, il problema della società è al centro dell’interesse umano
del Leopardi e costituisce il corpo e la carne intorno all’ossatura della
iniziale e fondamentale antitesi di ragione e natura”[18]
In tale temperie spirituale e in tale
dimensione mentale, l’autore scrive, probabilmente nel 1835, le due Sepolcrali,
sopra un bassorilievo e sopra il ritratto di una bella donna, ove fa esplodere
la contraddizione tra vita ed esistenza, incentrando la sua analisi, nella
prima canzone, sull’assurdità della morte che disgiunge persone legate da
vincoli di sangue e di affetto, e nella seconda sulla dicotomia tra il destino
del nostro corpo che si corrompe dopo la morte e che in vita è sede di pensieri
e sentimenti nobili ed elevati.
Dobbiamo a questo punto seguire in linea
diacronica lo svolgersi del tema della morte in Leopardi soffermandoci sulle
diverse opere leopardiane in cui esso è dominante e sottolineando le diverse
fasi nelle quali l’idea leopardiana si articola definendosi in modi diversi e
sempre più ricchi di imperiosa persuasione.
Già nel 1809 Leopardi aveva composto il
sonetto la morte di Ettore; in
seguito, dalle puerilia fino alla fine dell’itinerario lirico svolto dai canti,
l’idea della morte da mito letterario e da ossessione inconscia tramuta via via
in fulcro centrale della meditazione filosofica del poeta. Oltre a la morte di Ettore, le Puerilia
comprendono il sonetto la morte, l’epigramma christi mors in lingua latina, il sonetto la morte di Cesare, le stanze la morte di Saul e la morte di Catone.
Benché si tratta di esercizi letterari comunque sono esempi di una eccezionale
capacità di scrittura. In particolare il sonetto la morte di Ettore, che nasce sulla onda della suggestione della
lettura di Omero e ha come modello i poeti settecenteschi caratterizzati da una
tematica di gusto epico-grandioso: il sonetto vuol riprodurre il duello tra
Ettore e Achille e si caratterizza per un certo dinamismo mimetico dovuto allo
irrompere incanzante di Achille su Ettore. Il sonetto la morte è invece una visione quasi allucinata il cui tema si
personifica nelle seimboliche figure minacciose della Peste e Febbre, e la scarnata tisi. L’epigramma christi mors è anch’esso una visione ove
si colgono echi e suggestioni di Dante, del Varano e del Monti: la scena si
apre con l’immagine del Cristo sulla croce nel momento in cui esala l’ultimo
respiro cui fa da contraltare il risveglio di Adamo dal suo lungo sonno e l’osservazione
del primo uomo, carica di recriminazione e di rimorso per il peccato originale:
“Heu
crimine nostro
numine…
genitus ligno cruento perit”
(Ohimé
per il nostro peccato il figlio di Dio muore sul legno insanguinato).
Nel sonetto la morte di Cesare il poeta
sottolinea come colui che fece tremare l’universo (l’espressione Quegli… che con l’aspetto spaventoso e fiero
fe’ tremar l’universo riecheggia il verso dantesco Colui ch’a tutto ‘l mondo fe’ paura [D. Alighieri: comedia: paradiso: xi: 69]) giaccia morto e a
esso si contrappone la sdegnosa ombra di Bruto, personaggio che tornerà quale
protagonista del canto Bruto minore. La morte di Saul riflette chiaramente
suggestioni alfieriane anche nel linguaggio mosso, spezzato, dinamico, ove la
fulmineità dell’azione s’intreccia col turbinio dei pensieri del protagonista
che corrono alla morte. È presente un eco dantesco anche nel componimento la morte di Catone ove si svolge il
motivo della libertà che avrà una successiva ripresa nei canti patriottici e
particolarmente in all’Italia (significativo
il riscontro tra il verso E vedasi spirar
con me la libertà latina e il verso della canzone all’Italia: L’armi, qua l’armi:
io solo / Combatterò, procomberò sol io). Catone si suicida per rivendicare
la libertà ai romani e il poeta, novello eroe della libertà, proclama la sua
disponibilità al sacrificio della vita affinché
“possa
esser foco agl’italici petti
il
sangue mio”.
Come i personaggi letterari e i personaggi
istorici così l’immagine di Cristo e la figura macabra della morte sono tutti
accomunati dallo stesso tema indicativo delle scelte dell’autore nell’ambito
delle suggestioni culturali che gli derivano dalle sue letture in direzione del
motivo dominante della fine dell’esistenza colta in situazioni drammatiche e
violente.
Nell’anno 1813 e quindi all’età di quindici
anni, il giovane Leopardi recita nella congregazione dei nobili in San Vito di
Recanati un brano che si caratterizza per un linguaggio visivo, concitato, dall’andamento
drammatico, fitto di espressioni icastiche, con una certa indulgenza
descrittiva dei momenti più crudi della crocifissione:
“a
colpi di grave martello gli trapassan quei carnefici i piedi, e, disnodando
dell’altro le congiunture, le mani esse pure conficcano con acuti chiodi alla
croce; e quindi, movendo con funi il doloroso patibolo, lo sollevano, lo
trabalzano, lo inalberano e, nello scuotersi delle fibre convulse e nel
trepidar del petto anelante e nell’allargarsi delle ferite, giù lo piombanoo
nella fossa che tosto rosseggiar si vede del sangue che a rivi scorre dalle
vene dilacerate del Nazareno Signore.”
In questa fase dell’esperienza umana e
poetica del Leopardi, l’idea della morte non è sostenuta da alcuna idea di
religiosità, anzi in lui la commemorazione della morte di Cristo è occasione
per la ricerca di effetti e di presa immediata sugli ascoltatori, quasi a
scrollarsi di dosso il peso di un’educazione bigotta ricevuta nell’ambiente
familiare. Possiamo convenire col Piovene che gli scritti religiosi di Leopardi
riflettono in trasparenza il peso della
“religione
dell’ambiente infantile, proprio perché ossessiva, impressionante”[19]
Nella primavera del 1816, il poeta scrive l’idillio
funebre le rimembranze e dopo il 16
novembre, forse angosciato da un pensiero di morte imminente che nasceva dalle precarie
condizioni di salute, conclude la cantica appressamento della morte con questi
versi:
“O
Padre o Redentor, se tuo perdono
Vestirà
l’alma, sì ch’io mora poi
Venga
timido spirto anzi a tuo trono
E
se il mondo cangiar co’ premi tuoi
Deggio
morendo e con tua santa schiera,
Giunga
il sospir di morte, e poi che ‘l vuoi,
Mi
copra un sasso, e mia memoria pera”.
L’incipit subirà una trasformazione parecchi
anni più tardi. La prima persona del poeta volto
a cercar l’eccelsa meta si muterà nella terza persona di una donna volta all’amorosa meta.
Considerevolemente corretta, divenne il frammento spento il diurno raggio ed
entrò nell’edizione Starita del 1835 (vd. G. Leopardi: i canti (a. c. di F. Flora; Mondadori, Milano, 1941]: 25).
Ne le
rimembranze il poeta affronta il tema di un lutto domestico in uno scenario
pastorale: il padre rievoca al figlio minore la figura scomparsa del fratello.
Il piccolo Dameta, ripensando ai giochi infantili nei quali aveva come compagno
il fratello, nel pianto invoca la morte:
“Oh
quanto ci amavamo! Ah tutto tutto
è
finito per noi. Caro fratello
tu
mi lasciasti… al giuoco, in casa io sempre
solo
restar dovrò? No, che la vita
menar
più non potrei…. Caro Filino. Ah tu moristi. Ah morir voglio anch’io”.
Il poeta sembra qui voler esprimere una
situazione di deprivazione affettiva, cui forse non è estraneo il complesso di
colpa per la morte dei fratellini e vi é ancora
“la
paura, l’angoscia di una punizione che si sente mortale.”[20]
Nella cantica appressamento della morte recante
quale epigrafe un verso di Vittoria Colonna Certi
non d’altro mai che di morire la scena è quella di una landa deserta
colpita da una tempesta sulla quale torreggia alcuna figura luminosa che è l’angelo
custode e addita al poeta una galleria di figure della storia e del mito che
trascorrono come fantasmi.
Percorre il compimento insieme a riminiscenze
dantesche un’insistente angoscia per un’oscura aspettazione della morte che
arreca l’oblio di sé e della propria presenza nel mondo:
“Mentre
invan mi lusingo e ‘van ragiono,
Tutto
dispare, e mi vien morte innante,
E
mi lascia mia speme in abbandono.
Ahi
mio nome morrà. Sì come infante
che
parlato non abbia i’ vedrò sera,
E
mia morte al natal sarà sembiante.”
qui il tema della morte è sentito quale
perdita dell’identità e annullamento totale dell’essere stato come se il
momento della nascita e quello della morte coincidessero nel nulla.
Più tardi, nell’idillio le ricordanze, composto nel 1829, il poeta sottolinea, presentando
il personaggio di Nerina, che nel tratto ambientale si alternano continuamente
vite umane e che la vita fugge come un sogno:
“Passasti.
Ad altri
il
passar per la terra oggi è sortito,
e l’abitar
questi odorati colli.
Ma
rapida passasti; e come un sogno fu la vita”.
Nell’anno 1819 incipiente, l’idea della morte
si fa terribilmente concreta, si cala nella realtà, scende dalle suggestioni
letterarie facendosi addirittura momento di cronaca nera nelle due canzoni per
una donna inferma di malattia lunga e mortale e nella morte di una donna fatta
trucidare col suo portato dal corruttore per mano e arte di un chirurgo. Nella
prima canzone, il poeta distingue, nell’ambito del tema della morte, evento
ormai accettato dalla coscienza, il caso della morte che colpisce le persone in
giovane età: in tal caso l’evento della morte arreca con sé un conforto, quello
di morire innocente; il nucleo tematico della composizione di riflette sul
piano stilistico nella figura retorica dell’anafora, capace di connotare per
successive stratificazioni il valore semantico del termine innocente:
“Ma
questo ti conforti
Sopra
ogni cosa, ch’innocente mori…
Non
l’innocenza della corsa vita
Non
ti torrà, né morte
Né
il cielo né possanza altra che sia…
Cara,
cara beltà, mori innocente”.
Il tema della morte acquista quindi un nuovo
aspetto che sembra preludere in quanto evita l’ingresso nell’orribile
vecchiaia, che costituirà il leitmotiv
de il passero solitario: il sintagma nefanda vecchiezza della canzone
anticipa i versi 50-52 dell’idillio che difatti recitano un motto molto vicino
alla canzone antica:
“se
di vecchiezza
La
detestata soglia
evitar
non impetro”;
e pur nella seconda canzone, il tema della
morte è sentito come violenza, delitto e scempio da un’artefice nefando… scellerato amante ove si nota un’insistente
attrazione per l’orrido, per il macabro, per le tinte forti che avranno un loro
eco in certi esperimenti narrativi romantici:
“Misera,
invan le braccia
Spasimate
stendesti, e ambe invano
Sanguinasti
le palme a stringer volte,
Come
il dolor le caccia.
Gli
smaniosi squarci e l’empia mano”.
Nello stesso anno 1819 il poeta dà inizio a
un abbozzo di autobiografia costituito da una serie di appunti giustapposti che
avrebbero dovuto costituire la base per una successiva stesura. Il titolo di
questi appunti è ricordi d’infanzia e di
adolescenza e vi ricorre rapsodicamente il tema della morte. Intanto, nel
Gennaio del 1817, il poeta aveva già dato notizia della sua lettura dell’Alamanni, e del Monti nell’aspettazione
della morte e più oltre parla del suo
desiderio della morte lontana e del timore
della vicina malattia sottolineando con ciò un dato proprio della natura
umana, consistente nel desiderare la morte quando essa è lontana e nel temerla
quando è vicina; accenna dunque alla dimenticanza che segue la scomparsa di un
essere umano e in tale situazione immagina se stesso dopo la sua morte (si discorrerà per due momenti di questa
piccola città della mia morte e poi…) compara quindi la rinascita della
natura col rinnovellarsi del ciclo delle stagioni al mancato rinnovamento della
vita umana dopo la primavera della giovinezza:
“comparare
la vita della natura e la sua eterna giovinezza e rinnovamento al suo morire
senza rinnovamento appunto nella primavera della giovinezza”.
Il particolare significato che riveste tale
motivo sarà ripreso ne il tramonto della
luna ove si svolge la meditazione sulla diversità tra la rerum natura e il
destino dell’uomo. In questo canto, al tramonto della luna l’oscurità della
notte è percorsa dall’attesa della luce del sole mentre la vita dell’uomo dopo
il tramonto della giovinezza si concluderà con la morte.
“Ma
la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza
sparì, non si colora
D’altra
luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova
è insino al fine; e alla notte
Che
l’altre etadi oscura,
Segno
poser gli dei la sepoltura”.
Se è vero che, stando alla testimonianza del
Ranieri, la parola sepoltura sia
stata l’ultima scritta dal Leopardi allòr è evidente che il termine
semanticamente direttamente collegato all’idea della morte si può porre a
epigrafe del pensiero del recanatese. Ancora il poeta sottolinea l’interesse da
lui provato per i morti giovani fino all’attesa della morte per se stesso, e
ciò in occasione della morte di Teresa Fattorini, che darà vita al grande
idillio dedicato a Silvia.
“Storia
di Teresa da me poco conosciuta e interesse ch’io ne prendeva come di tutti i
morti giovani in quello aspettar la morte per me”.
La fanciulla era morta l’anno precedente, a
ventuno anni e, sull’onda della commozione procuratagli dalla lettura dell’Ortis
di Foscolo, il poeta annota del suo
“spavento
dell’oblivione e della morte totale ecc.”[21]
Nell’ambito del discorso sulla morte dei
giovanissimi è interessante rileggere un appunto in cui il Leopardi sottolinea
che è ancora più straziante una morte preceduta da un lungo male e da
insopportabili dolori, per cui i parenti si consolano della morte stessa in
quanto pone fine alle sofferenze del congiunto; d’altro canto “
“era
chiaro che una giovanetta ecc… morire ecc… così ella per la lunghezza del suo
male sperimentò la consolazione dei genitori ecc. circa la sua morte… non ebbe
neppure il bene di morire tranquillamente ma stravolta da fieri dolori la
poverina.”[22]
E successivamente istituisce un paragone tra
la morte dei giovani e il vandalismo operato nei confronti della vegetazione
nel momento del suo fiorire:
“mio
dolore vedere morire un giovine come segare una messe verde verde o sbattere
giù da un albero i pomi bianchi ed acerbi”[23]
Qui il poeta esprime il suo vitalismo e la
sua tenerezza per l’età della giovinezza, l’età
verde come dirà ne le ricordanze
(verso 28: Né mi diceva il cor che l’età
verde). L’attributo verde connota
qui la vita umana e quella della natura, che appaiono quindi raccordate in
simbiosi, senza che intervenga la constatazione dell’irriducibile diversità tra
il mondo della natura e quello umano, che sarà il motivo dominante della sua
meditazione.
Nello stesso 1819 nel Leopardi si va
insinuando l’idea della morte quale evento risolutorio di una vita sentita come
fastidio e pena e caratterizzata dalla noia più plumbea. Infatti, in un
significativo passo dello Zibaldone,
iniziato già da due anni, egli sottolinea che la tendenza al suicidio
scaturisce dal disprezzo di se stesso, dall’amor proprio che preferisce la
morte a una vita assolutamente priva di senso:
“Non
v’ha forse cosa tanto conducente al suicidio quanto il disprezzo di se
medesimo. Esempio di quel mio amico che andò a Roma deliberato di gittarsi nel
Tevere perché sentiva dirsi ch’era un da nulla. Esempio mio stimolantissimo a
espormi a quanti pericoli potessi e anche uccidermi, la prima volta che mi
venni in disprezzo. Effetto dell’amor proprio che preferisce la morte alla
cognizione del proprio niente, ecc. onde quanto più uno sarà egoista tanto più
fortemente e costantemente sarà spinto in questo caso a uccidersi. E infatti l’amor
della vita è l’amor del proprio bene; ora essa non parendo più un bene ecc. ecc.”[24]
Nella linea diacronica della riflessione
leopardiana, l’idea della morte assume dunque un nuovo significato ed essa
appare preferibile a una vita vacua dominata dalla noia sia pur con la violenza
verso se stessi, cioè tramite il suicidio. E in una lettera a Pietro Giordani
del 19 Novembre confessa la sua assenza di desiderio della nota e del timore della
morte:
“non
ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perch’io la
tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita,
dove non viene più a consolarmi neppure il dolore”[25]
Forse del 1820 è l’abbozzo pubblicato col
titolo frammento sul suicidio, apparso successivamente nel 1835 nella notizia
intorno a queste Operette dell’editore
Starita. In tale scritto il Leopardi si chiede il motivo dell’aumento del
numero dei suicidi e distingue il suicidio degli antichi che era una scelta
fatta per eroismo o anche per illusioni o per violente passioni (e pertanto
aveva in sé qualcosa di glorioso) dal suicidio dei moderni che è dovuto per lo
più a una più profonda conoscenza della condizione umana:
“Che
cosa dimostrano tante morti volontarie ecc. se non che gli uomini sono stanchi
e disperati di questa esistenza? Anticamente gli uomini si uccidevano per
eroismo per illusioni per violente passioni ecc. e le loro morti erano illustri
ecc. Ma ora che l’eroismo e le illusioni sono sparite, e le passioni così
indebolite, che vuol dire che il numero dei suicidi è tanto maggiore, e non
solamente nelle persone illustri per grandi sventure come una volta, e nutrite
di grandi immaginazioni ma in ogni classe, tanto che queste morti neanche sono
più illustri?Vuol dire che la cognizione delle cose conduce il desiderio della
morte ecc. E ora si vedono morti volontarie fatte con tutta freddezza.”[26]
Il motivo del suicidio sarà orchestrato nella
canzone bruto minore scritta nel dicembre del ’21 e nell’ultimo canto di Saffo
del Maggio 1822. Echi ricorrenti del motivo del suicidio saranno presenti nelle
ricordanze (pensoso di cessar dentro
quell’acque la speme e il dolor mio). I componimenti Bruto minore e ultimo canto
di Saffo sono stati definiti canzoni filosofiche e già tra il 1816 e il
1817 era avvenuta nel Leopardi la conversione filosofica, cioè il passaggio dal
bello al vero. Bruto si suicida per affermare contro il destino avverso la sua
nobiltà di sentire e il valore della libertà, rifiutando la gloria come ombra
vana e vuole che il suo corpo, il suo stesso nome e la memoria dell’essere
stato al mondo si dissolva:
“A
me d’intorno
le
penne il bruno augello avido roti;
prema
la fera, e il nembo
tratti
l’ignota spoglia;
e l’aura
il nome e la memoria accoglia”.
In questo passo è evidente il rifiuto da
parte del poeta della religione foscoliana della tomba, in direzione di una
concezione distruttiva degli stessi resti dell’esistenza sia corporei che
memoriali. Insomma, gli eroi antichi vivevano nel momento della morte in una
suprema affermazione di sé mentre i moderni sono come morti durante la stessa
vita:
“O
siano cose antiche o non antiche il fatto sta che quelle convenivano all’uomo e
queste no, e che allora si viveva anche morendo e ora si muore vivendo, e che
non ci sono altri mezzi che quegli antichi per tornare ad amare e sentir la
vita”[27]
In un passo dello Zibaldone precedente l’8 Gennaio 1820, Leopardi scrive:
“Se
la sventura arriva al colmo… l’uomo passa a odiare la vita l’esistenza e se
stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove
sventure, e l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi
barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga a uccidersi essendone
impedito da altrui”.
E in un altro passo dello Zibaldone del 19 Marzo 1821, il Leopardi
stigmatizza la contraddizione esistente tra la ripugnanza al suicidio come
fatto insito nella natura umana e la situazione esistenziale nella quale l’infelicità
totale fa preferire la vita alla morte:
“Io
so bene che la natura ripugna con tutte le sue forze al suicidio, so che questo
rompe tutte le di lei leggi più gravemente che qualunque altra colpa umana; ma
da che la natura è del tutto alterata, da che la nostra vita ha cessato di
essere naturale, da che la felicità che la natura ci avea destinata è fuggita
per sempre, e noi siam fatti incurabilmente infelici, da che quel desiderio
della morte, che non dovevamo mai, secondo natura, neppur concepire, in
dispetto della natura, e per forza di ragione, s’è anzi impossessato di noi,
perché questa stessa ragione c’impedisce di soddisfarlo, e di riparare nell’unico
modo possibile ai danni ch’ella stessa e sola ci ha fatti? La ripugnanza
naturale della morte è distrutta negli estremamente infelici, quasi del tutto.
Perché dunque debbono astenersi dal morire per ubbidienza alla natura? Quest’idea
è la più barbara cosa che possa esser nata nella mente dell’uomo: è il parto
mostruoso della ragione il più spietato”[28]
Precedentemente, nello Zibaldone era stato detto che
“la
natura… è grande, la ragione è piccola e nemica di quelle grandi azioni che la
natura ispira”.
Proseguendo nella disamina dello stesso
motivo, il poeta pone il caso in cui il seguire la ragione è disumano e il
seguire invece la natura è irrazionale ma ha in sé un valore sacrale:
“Uno
dei casi nei quali il seguir la ragione è barbaro e il seguir la natura è
irragionevole, ma religioso però, è di un vero padre, per esempio, che veda il
figlio così affetto da dover essere assolutamente infelice vivendo, da dover
penare sempre e senza riparo, tra dolori acuti, tra mancanza di tutti i
piaceri, tra una noia perenne, tra una vergona cocente per le imperfezioni
fisiche ecc. Desiderar la morte a questo figlio, poniamo caso anche malato,
anche disperato da’ medici, anche moribondo, o vero non solo desiderarla ma non
dolersene non piangerne amaramente, è ragionevole e barbaro, e come barbaro e
snaturato, così anche contrario ai principi della religione.”[29]
In questo passo Leopardi sembra accettare l’ottica
religiosa anche se irrazionale. Tra il 1819 e il 1821 Leopardi cercava una
conciliazione tra le proprie posizioni di laico e il cristianesimo (il progetto
degli inni cristiani nasce proprio da questo proposito): nella religione cristiana
egli vede delle illusioni che possono consolare l’uomo ma le va sempre più
svuotando di efficacia e contemporaneamente respinge la morale cristiana che
demanda la felicità a una presunta e di fatto inesistente compensazione
ultramondana. È comunque negli anni suddetti che il Leopardi va sempre più
prendendo coscienza della malvagità che si annida nella natura stessa. Già nel
’19 egli è in preda a una drammatica crisi di pensiero e afferma che
“la
natura è madre benignissima del tutto… ma non degli individui. Questi servono
sovente a loro spese al bene del genere, della specie, o del tutto, al quale
serve pura talvota con proprio danno la specie e il genere stesso. È già notato
che la morte serve alla vita, e che l’ordine naturale, è un cerchio di distruzione,
e riproduzione, e di cangiamenti regolari e costanti quanto al tutto, ma non
per quanto alle parti, le quali accidentalmente servono agli stessi fini in un
modo ora in un altro”[30]
È l’elemento, l’individuo che serve al tutto
e a volte quest’individuo pur nella sua finitezza è biologicamente mal
riuscito, è un errore della stessa natura. Si pensi a Saffo, altra eroina del
mondo classico, che come Bruto si dà la morte per sfuggire alla vita: ma qui le
ragioni della scelta del non-ritorno sono diverse da quelle dell’eroe della
libertà: Saffo è una eroina positiva che ha rivendicato a se stessa la libertà
di uccidersi poiché si trovava in una condizione di assoluta infelicità.
Attraverso le parole di Saffo il poeta lancia una profonda accusa alla natura,
vista come divinità ostile verso i suoi stessi figli: il contrasto tra la
bellezza della natura e la deformità del personaggio della protagonista è
assolutamente stridente e non si comprende perché la natura non debba essere
responsabile degli errori o dei misfatti che essa stessa commette. La scelta
della morte allora appare come assolutamente legittima, anzi appare come un
atto di coraggio; peraltro il poeta attraverso le coscienze infelici di Bruto e
Saffo corregge la primitiva idea dell’età infelice degli antichi e mette in
crisi l’illusione di un passato in cui l’uomo viveva simbioticamente con la
natura. A questo punto, a partire dal ’22, la ragione viene riconsiderata e
valutata come strumento di conoscenza demistificante le illusioni e le superstizioni
e capace di far cogliere le contraddizioni in cui è impigliata la stessa
condizione umana. È per questo che Leopardi distinguerà vita da esistenza: in un
frammento dello Zibaldone datato 29
Novembre 1823, anniversario della morte di sua nonna, il poeta scrive che
“la
natura non è vita, ma esistenza, e a questa tende, non a quella”[31]
Al concetto di natura si sostituisce così il
concetto di una nemica e beffarda, sempre indifferente e cagione all’uomo di
dolore e nullità. Nel Marzo del ’22 il poeta scrive la comparazione delle
sentenze di Bruto e di Teofrasto vicini a morte, pubblicata per la prima volta
nelle canzoni del 1824 come premessa al Bruto minore: in questo scritto sono
rievocati e messi a confronto due personaggi dell’antichità prossimi alla
morte: essi emettono un giudizio sulla vita umana e le cose del mondo che, pur
essendo pronunciato nel momento della verità, quello del distacco, dovrebbe
apparire come una profonda filosofia, senza mistificazioni e infingimenti.
Bruto avrebbe apostrofato la virtù perché
sottomessa alle vicende del caso (O virtù
miserabile, eri una parola nuda, e io ti seguiva come tu fossi una cosa: ma tu
sottostavi alla fortuna) e Leopardi conferma di tale espressione il
significato letterale, in quanto l’eroe nell’ora stessa in cui si divide in
eterno dagli altri uomini non insegue certamente il fantasma della gloria,
tanto più che egli si dà volontariamente la morte per disprezzo della vita.
Diversa è invece la posizione di Teofrasto,
il quale non è un suicida come Bruto ma è prossimo alla morte per vecchiaia e
ai discepoli che lo interrogano, che gli chiedono di lasciare loro una massima
che possa servire come chiave di lettura della vita, il filosofo risponde che l’uomo
a causa del fantasma della gloria getta via tante occasioni di gioia e di
piacere e li invita a considerare che l’uomo
“così
tosto incomincia a vivere, che la morte gli sopravviene”[32]
Siamo già nell’atmosfera delle Operette morali, la maggior parte delle
quali il Leopardi scrive nel 1824, a esclusione del Frammento apocrifo di
Stratone di Lampsaco, del 1825, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di
Porfirio, composti nel ’27, per citare quelle in cui più traspare il motivo
della morte.
Nel Dialogo della moda e della morte del
15-18 febbraio del 24, la moda è considerata sorella della morte in quanto l’una
e l’altra nascono dalla stessa madre, cioè la condizione umana caduca ed
effimera. Tuttavia vi è qualcosa di più: nel tempo presente la moda corre così
vertiginosamente da non permettere nessuna gloria duratura dopo la morte. La
moda svolge quindi lo stesso compito della morte e costringe
“tutti
gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e
spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che si
portano”.
Nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue
mummie, del 16-23 agosto ’24, che ha come incipit la scena surreale del
risveglio dei morti allo scoccare dell’anno matematico, il momento della morte
non solo non è doloroso ma è vicino al piacere
e il morente non ha coscienza del trapasso in quanto il morire è non
“molto
dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno nel
tempo che si vengono addormentando”.
Nel Frammento apocrifo di Stratone di
Lampsaco dell’anno successivo il Leopardi attraverso la voce del filosofo
antico, contemporaneo di Aristotele, esprime la sua concezione dichiaratamente
materialistica, di ascendenza illuministica, sottolineando che la fine del
mondo non comporterà la fine della materia di cui il mondo è fatto in quanto
questa si trasformerà in
“nuovi
ordini delle cose e un nuovo mondo”.
Del settembre del 1827 è il Dialogo di
Plotino e di Porfirio ed è lo stesso anno in cui vengono pubblicate le Operette morali in Milano dall’editore
Stella. In questo dialogo torna il tema del suicidio visto non più come scelta
del non-ritorno per disprezzo della sorte avversa come in Bruto o per orrore
della propria deformità fisica e il tormento del sentirsi respinti dalla natura
come in Saffo: il suicidio non è una soluzione in quanto
“la
vita è cosa di tanto poco rilievo che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe
essere molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla”[33]
Tuttavia prima il poeta sottolinea il valore
dell’aiuto reciproco tra gli uomini e il piacere derivante dalla compagnia dei
familiari e degli amici e l’amore di essi che segue l’uomo oltre la vita:
“E
perché anche non vorremmo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei
congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie;
delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran
tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre; e non sentiremo in cuor
nostro dolore alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che
sentiranno essi e per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità
del caso?”[34]
Questa conclusione costituisce una svolta
nell’idea leopardiana della morte e sembra anticipare il tema della universal catena della fraternità della
Ginestra.
Già nel ’27 quindi Leopardi rifiutava il
suicidio come soluzione a una vita vacua e intessuta dalla noia, intesa come
assenza totale di qualunque sentimento anche se negativo, con altre ragioni che
non siano quelle dell’indifferenza alla vita stessa.
Si insinua nel Leopardi come un sentimento di
pietà per i familiari superstiti, congiunto al tremendo rovello del pensiero
sul significato dell’essere stati al mondo e poi scomparsi.
In un passo Zibaldonesco del 9 aprile, Lunedì santo, del 1827, Leopardi scrive:
“Noi
piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona
che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perché ha cessato di
vivere, perché ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa
alcuna, ma che egli abbia sofferta quest’ultima ma irreparabile disgrazia
(secondo noi) di esser privato della vita e dell’essere. Questa disgrazia
accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro
pianto. Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non lui.
In verità
se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa
nell’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo
che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli
non è più, io non lo vedrò più, e qui ricorriamo colla mente le cose, le
azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e noi; e il dir tra noi
stessi: queste cose sono passate; non saranno mai più; ci fa piangere. Nel qual
pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non piccola, un ritorno
sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però egoistico),
che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual sentimento proviene quel
ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di
cose o persone indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l’ultima
volta: ciò non avrà luogo mai più: io no lo vedrò più mai: o vero: questo è
passato per sempre. Di modo che nel dolore che si prova per morti, il pensiero
dominante e principale è, insieme colla rimembranza, e su di essa fondato, il
pensiero della caducità umana”[35]
Dopo il ’30, il Leopardi, uscendo
definitivamente da Recanati, partecipa da protagonista al dibattito ideologico
di quegli anni, si scontra prima con gli spiritualisti di Toscana e poi dopo il
’34 con gli hegeliani di Napoli, demistificando degli uni e degli altri l’idea
di progresso, ribadendo coraggiosamente la sua concezione materialistica, in
direzione di una scelta eroica che accetta la condizione umana senza illusione
e consolazione alcuna. Già nel ’29, in una nota dello Zibaldone del gennaio, il Leopardi difende la sua filosofia
materialista da coloro che lo accusano di condurre l’uomo alla misantropia;
laddove, invece, implicitamente dovrebbe condurre alla presa di coscienza che è
la natura la causa di tutti i mali e che gli uomini che ne sono vittime
dovrebbero in qualche modo evitare il male che essi si arrecano l’un l’altro.
“La
mia filosofia non solo non è conducente alla misantropia… di sua natura tende a
sanare, a spegnere (…) quell’odio… che tanti e tanti (…) portano però
cordialmente a’ loro simili”[36]
Nel ’32 Leopardi scrive il Dialogo di Tristano e di un amico e nell’estate
dello stesso anno Amore e morte. Nel
dialogo il poeta si considera morto spiritualmente e rifiuta l’idea di dover
continuare a vivere solo fisicamente:
“Troppo
sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così
morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni parte la favola
della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti mi sono minacciati
dalla natura, al solo pensiero di questa cosa, io rabbrividisco… Se mi fosse
proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da
ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi,
morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi”.
Il poeta che parla per bocca di Tristano, in
Amore e morte vede l’uno e l’altra come fratelli in quanto l’uno solleva, ma
momentaneamente, dal tedio dell’esistenza, l’altra definitivamente.
Sembra che il poeta vada alla ricerca di
similitudini e antitesi tra l’evento della morte e altre realtà, così come nel
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie la morte era stata imparentata al
sonno.
Nel tentativo di assimilare la morte ad altre
realtà percepibili e sperimentabili quali l’amore e il sonno, Leopardi tenta di
esorcizzare la morte stessa, di penetrare nel suo terribile segreto. Allo
svolgimento della meditazione leopardiana sulla morte fa riscontro sul piano
stilistico un procedimento retorico caratterizzato dalla ricerca di elementi
contrapposti: amore e morte, il sonno e la morte, ragione e natura, giovinezza
e vecchiezza, con predilezione per la figura dell’ossimoro.
Nello stesso anno ’32, il poeta termina lo Zibaldone. Probabilmente già nel ’31
aveva iniziato a Firenze i Paralipomeni
alla Batracomiomachia, lavoro terminato a Napoli nel ’35. In un linguaggio
ironico che a volte si fa sarcastico e graffiante, egli attacca le illusioni
dei liberali sia l’autoritarismo dei reazionari e raggiunge l’acme della satira
nella descrizione dell’oltretomba dei topi capovolgendo e affondando nel
grottesco quell’altissimo tema di meditazione sulla morte espresso nel Coro dei
morti e nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.
Nei Paralipomeni,
in una figurazione allegorica, in un tono violentemente parodistico e
irridente, il poeta ci presenta i topi morti che, sfigurati e simili a larve
che incutono ribrezzo, rispondono al personaggio di Leccafondi che li interroga
sulla speranza di un rinnovamento politico, con una sinistra risata che taglia
alla radice ogni illusione patriottica.
“Ma
primamente allor su per la notte
Perpetuo
si diffuse un suon giocondo.
Che
di secolo alle grotte
Più
remote pervenne insino al fondo.
I destini
tremar non forse rotte
Fosser
le leggi imposte all’altro mondo,
E
non potente l’accigliato Eliso,
udito
il conte, a ritenere il riso”[37]
Probabilmente del giugno 1833 è l’abbozzo
dell’Inno ad Arimane, il dio del male nella tradizione religiosa persiana, il
cui tono si collega a quello dei Paralipomeni. Il poeta riprende il progetto
giovanile degli Inni cristiani ma lo capovolge secondo una prospettiva di
blasfema irreligiosità. Arimane è quindi un’altra personificazione della
natura, nella cui essenza è insita un’assurda contraddizione in quanto deve
dare la morte per dar posto a nuove vite:
“produzione
e distruzione ecc. per uccider partorisce ecc. sistema del mondo, tutto
patimen. Natura è come un bambino che disfa subito il fatto”[38]
Il poeta come sacerdote di Arimane non chiede
al Dio del male nessuno dei beni chiesti dal volgo alla divinità, neanche l’amore
che appare l’unico momento positivo dell’esistenza, ma la morte:
“Se
mai grazia fu chiesta ad Arimane ecc. concedimi ch’io non passi il 7° lustro.
Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore ecc. l’apostolo della tua
religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama
beni: chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte. (Non ti chiedo
ricchezze ecc. non amore, solo causa degna di vivere ecc.) Non posso, non posso
più della vita.”[39]
In questo componimento si colgono quindi
alcuni motivi che si orchestrano nelle due canzoni sepolcrali: in particolare,
il motivo della natura malvagia che condanna l’uomo al decadimento fisico della
malattia e alla morte. Scritte probabilmente tra la fine del soggiorno
fiorentino e l’inizio di quello napoletano, nella primavera del ‘35, le due
canzoni Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove un giovane morta è
rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi e Sopra il ritratto
di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima nascono da
una nuova poetica, sulla linea di sviluppo del pensiero-poesia del Leopardi.
Nella prima, il poeta ribadisce
“la
sorte degli uomini nati per la morte cui invano troppi mortali credono di
sottrarsi”[40]
Nella seconda, la bellezza femminile viene
dissolta, nella prospettiva funerea, in una cruda descrizione della
decomposizione fisica dopo la morte (polve
e scheletro sei, or fango e ossa sei).
Nella prima canzone Leopardi s’imbatte in un
nodo problematico, insolubile, in una contraddizione insanabile, quella di una
natura che dà la vita agli esseri per poi ucciderli:
“Madre
temuta e pianta
dal
nascer già dell’animal famiglia,
natura,
illaudabil meraviglia, che per uccider partorisci e nutri…”
Nell’Inno ad Arimane aveva scritto
“produzione
e distruzione ecc. per uccider partorisce ecc… Natura è come un bambino che
disfa subito il fatto”.
Tuttavia la contraddizione è ancora più
stridente ove si consideri che se la morte precoce per gli esseri umani è un
danno, come può la natura consentire che quel danno colpisca esseri umani nell’età
giovanile?
“…
se danno è del mortale
immaturo
perir, come il consentì
in
quei capi innocenti?”
Il riferimento alle figure di Silvia dell’idillio
omonimo e di Nerina delle Ricordanze è evidente: peraltro questi due nomi di
fanciulle morte nel fiore degli anni presentano una radice etimologica (Silvia
da silva e Nerina da nemus), e una stessa area semantica che
rimanda alla selva, al bosco e ai giovani virgulti che vi attecchiscono. Si
pensi al famoso passo dei Ricordi d’infanzia
e di adolescenza in cui il poeta si duole di veder morire un giovine come segare una messe verde verde… o al
famoso passo dello Zibaldone sul
giardino malato.
“Entrate
in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia
nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna
parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali
è in stato di souffrance, qual individuo più qual meno. Là quella rosa è offesa
dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel
giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più
vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone,
virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza
strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio,
quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella
scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso
nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è
roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti… in verità
questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo
ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo
dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere”[41]
Nella seconda canzone la contraddizione
scaturisce dalla sproporzione tra la sostanza fragile della materia corporea e
la tensione verso
“desideri
infiniti
E
visioni altere”.
propria della condizione umana:
“Natura
umana, or come, se frale in tutto e vile, se polve e ombra sei, tant’alto
senti?”
In una lettera indirizzata al padre, del 27
maggio 1837, l’anno stesso della morte, confessa di augurarsi che il suo debole
spirito vitale non opponga più resistenza alla morte:
“…spero
che superata finalmente la piccola resistenza che oppone loro il moribondo mio
corpo, mi condurranno all’eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non
per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo… abbraccio i fratelli, e
prego loro tutti a raccomandarmi a Dio acciocché dopo ch’io gli avrò riveduti
una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire
altrimenti…”
[Tutte
le Opere, cit., I, p. 1419].
La meditazione leopardiana sulla morte s’intreccia
quindi indissolubilmente con la presa di coscienza della sua stessa condizione
esistenziale, percorsa dalla malattia e da infinite sofferenze; ma è probabile
che questa situazione abbia favorito in lui una maggiore lucidità
interpretativa della condizione umana. Nella disamina e nello snodarsi dell’idea
della morte nelle sue varie fasi e sfaccettature rimane inalterata comunque una
morale eroica che ripropone la dignità dell’uomo in un sistema fondato su una
filosofia materialistica. Il Leopardi non manifesta mai alcun segno di
titubanza o di ripiegamento vittimistico, accettando con coraggio il male di
vivere e il destino di morte.
***
la disseminazione
semantica del sintagma morte nello Zibaldone
Lo Zibaldone
scandisce l’esperienza intellettuale ed esistenziale del Leopardi, che ferma in
annotazioni, a volte articolate, a volte e più spesso sintetiche, concise e
quasi fulminee, l’itinerario del suo pensiero che viene così sottratto alla
dimenticanza che il tempo potrebbe provocare e alla deformazione delle idee e
delle intuizioni, dovuta all’accumulo di altre esperienze.
È importante, quindi, che il Leopardi abbia
trascritto immediatamente e quasi di getto idee, impressioni e sensazioni, e le
abbia diligentemente annotate corredandole, dopo una fase iniziale, del dato
cronologico: si potrebbe dire allora che questo scartafaccio è un’opera aperta che ha quasi un suo respiro
biologico-intellettuale, è la trasposizione nella parola della sua stessa vita.
Lo Zibaldone
preannuncia o accompagna ogni altra composizione del Leopardi e in particolare
le Operette Morali, ove la
meditazione del poeta si situa in grandi immagini surreali, sia gli stessi Canti che a volte muovono da uno spunto,
da un nucleo meditativo, da un appunto dello Zibaldone. Lo Zibaldone
quindi è quasi uno scrigno in cui sembra che siano ancora in incubazione e in
nuce gli spunti conoscitivi dell’autore delle Operette e i motivi d’ispirazione dell’autore dei Canti.
Leggendo lo Zibaldone, anche rapsodicamente, si rimane colpiti dal particolare
tono dello stile, caratterizzato da un andamento raziocinante di estrema
coerenza, da una linea meditativa che con certezza quasi matematica, raggiunge
la dimostrazione della verità.
Come è noto, Leopardi tra il luglio e l’ottobre
del 1827 con un lavoro certosino si dedicò alla compilazione degli indici del
suo Zibaldone, annotando le diverse
voci e i luoghi in cui quelle voci venivano trattate e in cui davano vita a
temi e riflessioni particolari.
Alla voce morte
il Leopardi nell’Indice del mio Zibaldone
di pensieri cominciato agli undici di Luglio 1827, in Firenze, annota
cinque luoghi:
1) Desiderio della morte, 66, I
2) Creduto da Diogene non sensibile, 660, I
3) Non è penosa, 2182, I
4) Creduta sempre lontana, 2638, I
5) Dolore delle morti dei nostri cari o
conoscenti, che ragione abbia, 4277, I.
In effetti, i luoghi dello Zibaldone in cui Leopardi tratta del
tema della morte sono molti di più, ma il poeta avrà creduto di fermare la sua
attenzione su questi cinque momenti che gli saranno sembrati i più direttamente
consoni al tema. E in 66, 1, Leopardi scrive:
“Io
mi trovava orribilmente annoiato della vita e in grandissimo desiderio di
uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel
momento in cui io desiderava di morire: immediatamente mi posi in apprensione e
ansietà per quel timore. Non ho mai con più forza sentita la discordanza
assoluta degli elementi de quali è formata la presente condizione umana,
forzata a temere per la sua vita e a procurare in tutti i modi di conservarla,
proprio allora che l’è più grave, e che facilmente si risolverebbe a privarsene
di sua volontà (ma no per forza d’altre cagioni). E vidi come sia evidente che
(se non vogliamo supporre la natura tanto savia e coerente in tutto il resto,
ché l’analogia è uno de’ fondamenti della filosofia moderna e anche della
stessa nostra cognizione e discorso, affatto pazza e contraddittoria nella sua
principale opera) l’uomo non doveva per nessun conto accorgersi della sua
assoluta e necessaria infelicità in questa vita, ma solamente delle accidentali
(come i fanciulli e le bestie); e l’essersene accorto è contro natura, ripugna
ai suoi principii costituenti comuni anche a tutti gli altri esseri (come dire
l’amor della vita), e turba l’ordine delle cose (poiché spinge infatti al
suicidio la cosa più contro natura che si possa immaginare)”[42].
In questo passo, il Leopardi sottolinea la
noia orribile che domina la sua vita, da cui deriva un imperioso desiderio di
sottrarsi a essa, e avverte che un certo indizio di malattia che potrebbe
condurlo alla morte, paradossalmente induce in lui un certo senso di timore: il
desiderio di morire si scontra quindi col timore della morte ed è questa
contraddizione insita nella condizione umana che lo fa riflettere sulla
assurdità di una situazione nella quale da una parte l’uomo teme per la sua
vita e cerca in tutti i modi di conservarla, proprio nel momento in cui essa è
in pericolo e in cui facilmente potrebbe perderla, mentre dall’altra potrebbe
privarsi della vita stessa con la sua volontà. Appare quindi di estrema
evidenza l’incoerenza della natura che ha costretto l’uomo ad accorgersi e dell’infelicità
insita nella vita stessa mentre dall’altra parte ha infuso in lui l’istinto
vitale che Leopardi definisce l’amor
della vita: solo i fanciulli e gli animali non si accorgono dell’infelicità
della vita, e pertanto non rimangono impigliati in questa contraddizione.
Nel secondo passo ove la morte è
“creduta
da Diogene non sensibile”[43]
Leopardi riporta il passo di Diogene Cynico, VI, 68 annotando che
“Dalla
nota del Menagio si rileva ch’egli l’ha inteso della insensibilità dell’atto
della morte”[44].
Diogene, quindi interrogato se la morte fosse
un male,
“come
può essere un male, risponde, se nel momento in cui essa si presenta non viene
avvertita?”.
È qui in nuce quel passo del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue
mummie, ma con una differenza sostanziale. Nel passo zibaldonesco, Leopardi
insiste sull’insensibilità che sopraggiunge nel momento della morte, laddove
nel Dialogo anche se il personaggio
del morto rivela che la morte, così come il sonno, non arreca né piacere né
dolore, successivamente comunica che la morte arreca un certo languore, come
all’approssimarsi del sonno e pertanto arreca come un certo piacere.
“(…)
Nell’ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come
né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore perché il
dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la
morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può
bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi
forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di
languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso
all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza è piacere;
massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di
qualunque dolore o disagio, è piacere per se medesima. Sicché il languore della
morte debba esser più grato secondo che libera l’uomo da maggior patimento. Per
me, se bene all’ora della morte non posi molta attenzione a quel che io
sentiva, perché mi era proibito dai medici di affaticare il cervello; mi ricordo
però che il senso che provai, non fu molto dissimile dal diletto che è
cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono
addormentando”[45].
Nella terza nota sul tema della morte dell’Indice dello Zibaldone compilato dal Leopardi, il poeta sostiene che essa non è penosa (2181, 1).
“È
cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi,
sogliono esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale
insensibilità, ma che questi sono segni certi, e quasi immancabili (io credo
certo immancabili) di morte vicina. Laonde tanto è lungi che la morte sia un
punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi
gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi che siano (e
quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e il momento
della morte, e quelli che immediatamente la precedono (2183) sono assolutamente
momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori sono
le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si
deve pur necessariamente estendere allo spirituale perché quando l’insensibilità
del paziente è giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore
corporale, per grandi che siano le cagioni a che dovrebbero produrlo, il che
immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l’anima essendo quasi
fuori de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’ sensi spirituali, che non
operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di
pensiero. E infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita
della parola, e da una totale insensibilità e incapacità di attendere e di
concepire, come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a
chi dorme ecc. E questo letargo precursore (2184) immancabilissimo della morte,
è forse, almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente e acute, che
nella lente, compassionando così la natura alle pene de’ mortali, e togliendo
loro maturamente la forza di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza
di patire. (28 novembre 1821)[46].”
Sorprende la curiosità (e la competenza)
fisio-patologica con cui Leopardi accompagna e descrive il momento della morte:
egli ci appare un esperto di tanatologia; ma ciò che più importa è che il
poeta, in armonia con la sua teoria del piacere, si sforzi di dimostrare che la
morte per sé non arreca alcun dolore, anzi l’insensibilità è il segno che
precede la morte stessa.
Leopardi vuol convincere i suoi lettori a non
aver paura della morte che non arreca alcun dolore fisico, convinto com’è che
gli uomini ricerchino sempre e comunque il piacere e abbiano una profonda
ripugnanza per il dolore. La fenomenologia descrittiva della morte qui si fa
circostanziata e sembra esser quasi dettata da una attenta semeiotica clinica
del processo di dissoluzione della vita, con una straordinaria incisività
rappresentativa e icasticità di linguaggio.
Poiché l’uomo tende al piacere, laddove è
afflitto dai dolori di una malattia che conduce a morte, è indotto a preferire
quest’ultima in quanto all’approssimarsi di essa gli insostenibili dolori.
scompaiono come per incanto e subentra quel particolare piacere che nasce dall’assenza
di dolore. La morte è creduta sempre
lontana, sostiene il Leopardi nell’annotazione zibaldonesca 2638, 1: il
poeta cita l’orazione II per la Lega
di Giovanni Della Casa. Recita la citazione:
“Ma
senza alcun fallo gli uomini comunemente hanno questo difetto, e tutti
generalmente in ciò pecchiamo, che noi della nostra vita speriamo assai, e il
nostro tempo largo misuriamo, e dello altrui per lo contrario sempre temiamo, e
siamone scarsi e solleciti, debole e breve reputandolo. Perocché chi è quello
che tanto oltre sia o che così vicino alla fossa abbia il piede, che non si
faccia a credere di dover quattro o sei anni poter (2639) compare”[47].
Mediante la citazione del Casa, il Leopardi
sottolinea un dato psicologico abbastanza comune, che i latini avevano
sintetizzato nel motto spes ultima dea
e alla speranza Leopardi dedica moltissimi luoghi dello Zibaldone, definendola nell’Indice da lui stesso compilato continua, inseparabile dalla vita sentita e
pensante (4145,4).
L’ultima annotazione dell’Indice ha come
titolo Dolore delle morti dei nostri cari
o conoscenti, che ragione abbia (4277,1). La caratteristica inversione
sintattica dell’enunciato pone maggiormente in risalto il significato della
riflessione:
“Allegano
in favore della immortalità dell’animo il consenso degli uomini. A me pare di
potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più di
ragione, quanto che il sentimento ch’io sono per dire è un effetto della sola
natura, e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è
un puro sentimento e non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perché i morti
si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari,
e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun caso ha
men luogo l’egoismo che in questo.
Coloro
medesimi che dalla morte di alcuni ricevono qualche grandissimo danno, se non
hanno altra cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se
piangono, non pensano, non si ricordano punto questo danno, mentre dura il lor
pianto. Noi c’inteneriamo veramente sopra gli estinti. Noi naturalmente, e
senza ragionare; avanti il ragionamento, e malgrado della ragione; gli stimiamo
infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per misero il loro caso, e
la morte per una sciagura. Così gli antichi; presso i quali si teneva al tutto
inumano il dir male dei morti, e l’offendere la memoria loro; e prescrivevano i
saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiurassero, congiungendo i miseri e i
morti come somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e
sempre sarà. Ma perché aver compassione ai morti, perché stimarli infelici, se
gli uomini sono immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che
questi si trovi in luogo e in stato di punizione: in tal caso non potrebbe
piangerlo: l’odierebbe, perché lo stimerebbe reo. Almeno quel dolore sarebbe
misto di orrore e di avversione: e ciascuno sa per esperienza che il dolor che
si prova per morti non è né misto di orrore o avversione, né proveniente da tal
causa, né di tal genere in modo alcuno. Da che vien dunque la compassione che
abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e senza
un ragionare, che essi abbiano perduto la vita (4278) e l’essere”[48].
Qui il poeta mette in luce le contraddizioni
del comportamento di coloro che credono nell’immortalità dell’anima ma al tempo
stesso piangono i morti come se fossero stato colpiti da una sventura immane.
Per il Leopardi ciò è assolutamente
irrazionale: in questo passo, la contraddizione coinvolge non solo i moderni ma
anche gli antichi che ritenevano simile la condizione degli infelici e quella
dei morti. È assurdo pensare che un morto si trovi in uno stato di punizione e
in ciò il poeta stigmatizza l’idea dell’Inferno, propria dei cattolici; per
altro, chi viene punito è certamente colpevole e i colpevoli sono oggetto di
avversione, non certo di pianto. In effetti, irrazionalmente e quasi
inconsciamente, noi pensiamo che la vita è un bene e quindi compiangiamo coloro
che l’hanno perduta.
Fin qui le notazioni zibaldonesche sul tema
della morte incluse nell’Indice leopardiano. Il tema si dispiega però in tanti
altri luoghi dell’opera frammisto a considerazioni sulla varia fenomenologia
della condizione umana che fanno del Leopardi uno dei più grandi moralisti
della letteratura italiana. A differenza del passo precedentemente indicato
(4277-4278) ove gli antichi sono accomunati ai moderni nel ritenere infelice
chi muore, in un pensiero contenuto nelle prime pagine dello Zibaldone il poeta sottolinea che presso
gli antichi
“un
morto si consolava cogli emblemi della vita, coi giuochi i più energici, colla
lode di avere incontrata una sventura ver minore o nulla morendo per la patria,
per la gloria, per passioni vive, morendo dirò quasi per la vita. La
consolazione loro anche della morte non era nella morte, ma nella vita”[49].
Sul piano stilistico è da notare l’ossimoro: morendo… per la vita; la consolazione… non era nella morte, ma
nella vita. Gli antichi quindi quasi esorcizzavano la morte immettendo nell’aldilà
immagini di vita, valevoli a contrastarla, a ridurne lo spazio, a cacciarla ai
margini. Non per nulla nelle necropoli antiche si ritrovano oggetti-segni della
vita quotidiana cari al morto e in ogni caso se ne esaltava la presenza in vita
con iscrizioni funerarie e monumenti. Leopardi avvertirà invece che i monumenti
funerari sono squallide immagini di morte, anzi sono squallidi simboli della
precarietà della condizione umana. Si vedano gli ultimi versi del canto A Silvia (… e con la mano, la fredda morte e una tomba ignuda/Mostrarvi di
lontano) o i canti sepolcrali ove sia Sopra
un bassorilievo antico sepolcrale sia Sopra
il ritratto di una bella donna, lungi dal suggerire immagini di vita,
diffondono invece un’atmosfera di angoscia e di vuoto. In un’altra annotazione,
citando il romanzo Corinne di Madame
de Staël, ne riporta l’osservazione secondo la quale gli abitanti del
Mezzogiorno temono molto la morte e sono quasi morbosamente attratti dalla sua
idea e immagine.
Ed è proprio la Staël, con la sua distinzione
tra la letteratura degli antichi e quella dei moderni (De l’Allemagne 1813), che probabilmente gli suggerisce la
riflessione sull’idea della morte che nutrivano gli antichi, tutti proiettati
verso la vita e portati a considerare la morte come un esilio nei Campi Elisi
foderati d’asfodelo, al contrario dei cristiani per i quali invece è un esilio,
è l’agostiniana civitas terrena nella quale l’uomo aspira alla civitas Dei.
“Gli
antichi supponevano che i morti non avessero altri pensieri che de’ negozi di
questa vita, e la rimembranza de’ loro fatti gli occupasse continuamente, e s’attristassero
o rallegrassero secondo che aveano goduto o patito quassù, in maniera che,
secondo essi, questo mondo era la patri degli uomini, e l’altra vita un esilio,
al contrario de’ cristiani.
(8 Giugno 1820)”[50].
Nel quadro della Querelle des anciens et des modernes Leopardi nello Zibaldone a più riprese sembra preferire
la concezione che gli antichi ebbero della morte, pur con notevoli
oscillazioni. Il poeta annota che per Sofocle, Bacchilide, Cicerone, essa era
considerata la più grande felicità (2672) e riporta in francese quel brano dell’Edipo a Colono di Sofocle ove è detto
che il più grande dei mali è il nascere, il più grande dei beni il morire:
pensiero condiviso da Bacchilide e da Cicerone nelle Tusculanae[51].
In un altro luogo dello Zibaldone però Leopardi ritiene che gli antichi, a causa del
vitalismo insito nella loro stessa visione del mondo, considerassero la morte
una sventura e che i morti stessi fossero desiderosi di vita e come relegati in
un mondo ove si aggiravano come pallide ombre.
“Come
gli antichi riponessero la consolazione, anche della morte, non in altro che
nella vita, (del che ho detto altrove), e giudicassero la morte una sventura
appunto in quanto privazion della vita, e che il morto fosse avido della vita e
dell’azione, e prendesse assai più parte, almeno col desiderio e coll’interesse,
alle cose di questo mondo che di quello nel quale stimavano pure ch’egli
abitasse e dovesse eternamente abitare, e di cui lo stimavano divenuto per
sempre un membro, si può vedere ancora in quell’antichissimo costume di onorar
l’esequie e gli anniversari ecc. di (2944) un morto coi giuochi funebri. I
quali giuochi erano le opere più vivaci, più forti, più energiche, più solenni,
più giovanili, più vigorose, più vitali che si potessero fare. Quasi volessero
intrattenere il morto collo spettacolo più energico della più energia e florida
e vivida vita, e credessero che poich’egli non poteva più prender parte attiva
in essa vita, si dilettasse e disannoiasse a contemplarne gli effetti e l’esercizio
in altrui. (11 Luglio 1823)”[52].
È estremamente accattivante la particolare
semantica che Leopardi attribuisce ai ludi funebri, come se il morto godesse
dell’esercizio fisico degli atleti che è poi un modo indiretto e quasi per
delega di esaltazione della vita. Sorge spontaneo l’accostamento al canto A un vincitore nel pallone, scritto a
Recanati nel novembre del 1821, ove il poeta sottolinea che la vita è intrisa
di felicità nel momento in cui è posta in pericolo; nell’imminenza del momento
in cui si può perderla, la si assapora di più.
“Beata
allor che ne’ perigli avvolta.
Se
stessa oblia, né delle putri e lente
Ore
il danno misura e il flutto ascolta;
Beata
allor che il piede
Spinto
al varco leteo, più grata riede”.
A proposito della canzone, Giulio Natali
scrive:
“…
il fine è quello di riattacarsi alla vita dopo averla è messa in pericolo, di
vincere il tedio della vita con la gioia del pericolo felicemente affrontato,
del rischio superato; di arrischiare infine la vita per sentire la vita”[53].
Il
vitalismo leopardiano prorompe in una domanda sconvolgente che il poeta fa a se
stesso:
“è
egli possibile che nella morte v’abbia niente di vivo? Anzi ch’ella sia un non
so che di vivo per natura sua? “(2566)[54].
E ancora in un altro passo zibaldonesco il
poeta esalta gli antichi ai quali il morire per la paria e per la gloria
appariva bello e dolce; nei tempi moderni, invece, il timore della morte, in
modo paradossale, è cresciuto proporzionalmente alla misera qualità della vita
stessa. È come se il poeta istituisce una proporzione matematica: per gli
antichi, quanto più piena era la vita, tanto meno intensa era la paura della
morte; per i moderni, quanto più misera è la vita, tanto più acuta è la paura
della morte. In 3029 si legge:
“La
vita umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser bella e
dolce anche la morte, né mai gli uomini vissero più volentieri che quando
furono apparecchiati e desiderosi di morire per la patria e per la gloria”. (25
luglio, dì di San Giacomo, 1823)[55].
“Quando
gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicità o di minore infelicità ch’al
presente, quando perdendo la vita, perdevano pur qualche cosa, essi l’avventuravano
spesso e facilmente e di buona voglia, non temevano, anzi cercavano i pericoli,
non si spaventavano della morte, anzi l’affrontavano tutto dì ven van an o coi
nemici o tra loro, e godevano sopra ogni cosa e stimavano il sommo bene, di
morire gloriosamente. Ora il timor dei pericoli è tanto maggiore quanto
maggiore è l’infelicità o il fastidio di cui la morte ci libererebbe, o se non
altro, quanto è più nullo quello che morendo abbiamo a perdere. E l’amor della
vita e il timor della morte è cresciuto nel genere umano e mo pre el cresce in
ciascuna nazione secondo che la vita val meno. Il coraggio è tanto minore
quanto minori beni egli avventura, e quanto meno ci dovrebbe costare. La morte
che per gli antichi così attivi, e di vita, se non altro, così piena, era
talora il sommo bene, è stimata e chiamata più comunemente il sommo male quanto
la vita è più misera.” (3030).
E infine, sempre nell’ambito della concezione
della morte presso gli antichi, Leopardi in un pensiero del 14 ottobre 1828
sembra abbandonare l’idea secondo la quale nell’antichità la morte eroica era
considerata un privilegio in quanto il desiderio della vita non abbandonava mai
i morti e l’aldilà altro non era quindi che un
“soggiorno
di lutto, di malinconia, un esilio… La morte consideravasi dagli antichi come
il ne maggior de’ mali; le consolazioni degli antichi non erano che nella vita;
i loro morti non avevano altro conforto che d’imitar la vita perduta; il
soggiorno dell’anime, buone o triste, era un soggiorno di lutto, di malinconia,
un esilio; esse richiamavano di continuo la vita con desiderio, ecc. ecc.”[56]
La distinzione tra gli antichi e i moderni
quindi vacilla, pur nelle sfumature della diversificata diversificate.
Weltanschauung degli uni e degli altri. La morte è una realtà identica a se
stessa nel passato, nel presente e nel futuro e pertanto, in modo quasi
paradossale, poiché non è in nessun modo esorcizzabile, il non essere finisce
addirittura per essere l’unico bene ai mortali.
In un altro passo zibaldonesco del 19 aprile
1826 Leopardi annotava:
“Non
v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che quel che non è…”[57]
Il tema è talmente ossessivo che il Leopardi
procede attraverso variazioni sul tema stesso. La sfaccettata fenomenologia
della morte gli suggerisce acutissime osservazioni, come quel nucleo meditativo
nel quale il poeta avverte che, al contrario di come comunemente si fa, si
debba piangere il giorno della nascita e gioire in quello della morte:
“Panger
si de’ il nascente ch’incomincia Or a solcare il mar di tanti mali, e con gioia
al sepolcro s’accompagni, l’uscito de travagli della vita. Poeta antico, appo
Plutarco…” (10 Febbraio 1823)[58].
È in
nuce qui il motivo conclusivo del Canto
notturno espresso nell’ultimo verso dal tono epigrafico: E funesto a chi nasce il dì natale. Ora,
poiché la morte è opera della natura e nulla gli uomini possono contro di essa,
ai superstiti è concessa almeno la custodia dei resti mortali:
“Natura
insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o
conoscenti per sangue o per circostanze ecc. e l’onorar quelli di chi fu in
vita onorato ecc. Ma ella non insegna di seppellirli né di abbruciarli, né di
torcerli in altro modo davanti agli occhi. Anzi a questo la natura ripugna,
perché il separarci perpetuamente da’ cadaveri de’ nostri é, naturalmente
parlando, separazione più dolorosa che la morte loro, la quale non facciam noi,
ma questa è volontaria e opera nostra (…) I poeti, oltre all’aver insegnato che
nella morte ver sopravvive una parte dell’uomo, anzi la principale è quella che
costituisce la persona, e che questa parte va in luogo a’ vivi non accessibile
e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i cadaveri de’ morti, non
fossero i morti stessi, né il solo né il più che di loro avanzava; oltre, dico,
di questo, insegnarono che l’anime degl’insepolti erano in istato di pena, non
potendo niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti me di terra, passare al
luogo destinatogli nell’altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i
morti o le loro ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com’era utile e necessario
ai vivi, così stimato utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che
paresse opera d’amore verso i morti quello che per se sarebbe stato segno di
disamore, e opera d’egoismo…” (3430-3431), (15 Settembre 1823).[59]
Sembra che il Leopardi in quella situazione
di impossibilità di ogni altra possibilità che è la morte, voglia riservare ai
superstiti un certo margine d’azione che consiste nel culto dei morti come
espressione d’amore: se i poeti antichi immaginarono che il morto insepolto si
trovava in una condizione di pena che non cessava fino a che il corpo non fosse
sepolto, in effetti per i moderni le tombe servono, foscolianamente, ai vivi.
In un passo successivo Leopardi sottolinea il comportamento dei timidi, di coloro
che sono eccessivamente attenti al giudizio altrui, vittime della temuta
sanzione sociale. È solo per timore del discredito che possa colpire la loro
memoria che costoro, pur vivendo in situazione di estrema infelicità, non si
danno la morte: si tratta di una delle tante contraddizioni psicologiche in cui
s’impiglia la condizione umana, tanto più irrazionale ove si pensi che dopo la
morte nulla può ormai a interessare colui che non è più.
“ I
timidi (cioé paurosi della vergogna, soggetti alla “δυαωπία”, mauvaise honte)”
è estremamente indicativo del particolare
atteggiarsi della meditazione leopardiana il significato che egli dà al termine
greco “δυαωπία”, cioé pudore, timore, falsa e indondata vergogna, cui sente il
bisogno di aggiungere il sintagma in lingua francese mauvaise honte, turpe onta, a specificare meglio il pensiero
“non
solo sono capaci di non temere né fuggire il pericolo, il danno, il sacrifizio,
ma eziando di cercarlo, di desiderarlo, di amarlo, di bramar la morte, di
proccurarsela colle proprie mani. Le stesse qualità morali o fisiche che
portano sovente alla timidezza (ciò sono fra l’altre la riflessione, la
delicatezza (3942) e profondità di spirito ecc. onde Rousseau era
trabocchevolmente e invincibilmente timido), portano ancora alla noia della
vita, al disinganno, all’infelicità e quindi alla a disperazione. È veramente
mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che non solo non teme né
fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è disperato di se stesso,
che conta già la vita e le cose umane per nulla, un uomo ch’è risoluto eziandio
di morire, tema ancor tuttavia l’aspetto degli uomini, si perda di coraggio
nella società, si spaventi del rischio di essere ridicolo…”[60].
Leopardi, citando Rousseau, si ricorda di un
passo delle Confessioni, ove il
ginevrino confessa la propria irrimediabile goffaggine, dovuta alla timidezza,
nella conversazione mondana:
“Mi
affretto a balbettare subito delle parole senza idee, felicissimo quando esse
non significano completamente niente. Per voler vincere o nascondere la mia
incapacità raramente manco di mostrarla”[61].
La notazione autobiografica roussoviana sulla
propria timidezza, che Leopardi ricorda (onde
Rousseau era straboccevolmente e invincibilmente timido) costituisce per il
recanatese occasione per soffermarsi sulla timidezza, intesa come eccessiva
preoccupazione per il giudizio altrui; ma con un potentissimo scatto di
pensiero, il recanatese associa tale considerazione all’idea della morte, che è
il leit motiv del suo itinerario mentale.
“È
mirabile che un uomo desideroso o (3493) risoluto di morire, un uomo che ripone
il suo meglio nel non essere, che non trova per lui miglior cosa che il
rinunziare a ogni cosa; stimi ancor di avere qualche cosa a perdere, e cosa
tanto importante, ch’egli tema sommamente di perderla; e che questa opinione e
questo timore gli renda impossibile la franchezza, e il gittarsi disperatamente
nella vita ch’ei nulla stima; ch’egli ami meglio rinunziare decisamente a ogni
cosa e perdere ogni cosa, che mettersi, com’ei si crede, al pericolo di perdere
quella tal cosa, cioè quella riputazione e quella stima altrui che l’uomo
timido teme a ogni momento di perdere”[62].
La concitazione dell’itinerario mentale si
esprime nella figura retorica dell’anafora che si dispone in climax: rinunziare decisamente a ogni cosa… perdere
quella tal cosa. E nello stesso passo scrive più avanti:
“Ma
quanto al temere ancora la vergogna desiderando la morte o essendo disposto di
procurarsela, si spiega col vedere che quel coraggio il quale non nasce da
cause fisiche, né da atto o abito naturale o acquisito d’irriflessione, ma per
lo contrario nasce da riflessione accompagnata col sentimento d’onore, e da
delicatezza d’animo (non da grossezza, come quell’altro), preferisce
effettivamente la morte alla vergogna, e tanto più pauroso di questa che di
quella, che a occhi aperti e deliberamente sceglie in fatto la prima piuttosto
che la seconda, e antepone il non vivere alla pena di vergognarsi vivendo (22
settembre 1823)”[63].
In altra situazione quindi, se continuare a
vivere debba comportare la perdita dell’onore, colui che è dotato di quel
coraggio che nasce da delicatezza d’animo, sceglie volontariamente la morte,
anteponendola stoicamente a una vita dominata dalla vergogna e dalla perdita
della stima di sé, che è indispensabile all’essere umano.
In un altro passo zibaldonesco Leopardi
sottolinea che ci vuol coraggio a morire: e accosta il coraggio al riso, con
una di quelle fulminee associazioni di idee che costituiscono il grande fascino
del Leopardi moralista.
“Ridete
franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due
persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi
sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con
rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno
mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi e superbi, perderanno tutta
la loro baldanza e superbia Ver verso di voi, in fine il semplice rider alto vi
dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti e circostanti, senza
eccezione. Terribile e awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di
ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (23 settembre
1828)”[64].
È da sottolineare l’espressione terribile e awful (in inglese, terribile, pieno di timore e rispetto -
sembra che nei momenti più intensi del suo discorso il Leopardi voglia
potenziare semanticamente l’aggettivo con il suo corrispondente in una lingua
europea, francese o inglese; si veda il termine francese mauvaise della notazione precedentemente citata) è la potenza del riso: non si può non
pensare alla risata agghiacciante dell’oltretomba topesco nei Paralipomeni della Batrocomiomachia, il poema eroicomico iniziato probabilmente
a Firenze tre anni dopo la notazione zibaldonesca, che sarà definito libro terribile dal cattolico Gioberti,
che mutuò quindi l’attributo dallo stesso Leopardi, ma con una valutazione di
dissenso. Per Leopardi chi ha il coraggio
di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire: l’associazione
tra il coraggio di ridere e il coraggio di morire nasce dalla consapevolezza
della superiorità di colui che irride le illusioni del mondo, senza distogliere
lo sguardo dall’arido vero, ed è capace di irridere la stessa vita: penso al
riso irriverente di Bruto, nei confronti della natura e del destino, che maligno alle nere ombre sorride. Il
vitalismo leopardiano non può accettare che la vita non debba essere pienamente
vissuta, che non si debba assaporare il piacere del vivere: la teoria del
piacere innerva e definisce lo stesso tema della morte.
In un pensiero del 31 ottobre 1823 il poeta
sottolinea che la pienezza di vita, sensisticamente goduta, e la morte sono
termini inconciliabili.
“L’amor
della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell’aspetto della vita ecc.
delle quali cose altrove, è ben consentaneo negli animali. La natura è vita.
Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i modi la vita, e
tende in ogni sua operazione alla vita. Perciocch’ella esiste e vive. Se la
natura fosse morte, ella non sarebbe. Esser morte, son termini contraddittorii.
S’ella tendesse in alcun modo alla morte, se in alcun modo la procurasse, ella
tenderebbe e procurerebbe contro stessa (…). Quello che noi chiamiamo natura
non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita, sensitiva o non
sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa né fine più naturale, né
più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la
vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore più naturale, né
naturalmente maggiore che quel della vita. La felicità non è che la perfezione,
il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà né
diversi generi di cose esistenti, quindi ell’è in certo modo la vita o l’esistenza
stessa, siccome l’infelicità in certo modo è lo stesso che morte, o non vita,
perché non secondo il suo essere, e vita imperfetta ecc. (…) E il piacere non è
altro che vita ecc. E la vita è piacere necessariamente, o maggior piacere,
quanto essa vita è maggiore e più viva (…). Sicché l’uomo, l’animale ecc. ama
le sensazioni vive ecc. e vi prova piacere, perch’egli ama se stesso” (31
ottobre 1823)[65].
In questo importantissimo passo Leopardi, con
un rigoroso procedimento logico-deduttivo sottolinea che la vita è piacere
quanto più essa è intensa, ricca di sensazioni
vive, e quindi felice. Ne deriva e
contrario che se essa è vissuta con fatica e con pena, con una troppo bassa
percentuale di vitalità, non arreca più piacere, anzi diventa fastidiosa e
insopportabile; il pensiero va allora a ciò che della vita è il contrario, cioè
la morte, che paradossalmente finisce per richiamare a sé il piacere: nell’itinerario
meditativo del Leopardi assume la consistenza di un dato reale il piacere della
morte, un piacere certo non vivo ma
languidissimo.
Già prima, nel diverso contesto di un
pensiero zibaldonesco, che ho citato, aveva scritto:
“Così
non si deve creder nemmeno che quel piacere fisico ch’io affermo esser nella
morte, sia un piacere vivo, ma languidissimo” (2566).
Il piacere consiste quindi non solo nel
sentir la propria vitalità ma anche (ed è una forma di piacere diverso) nell’avvertire
come disciogliersi lo spirito vitale. Del resto, alla domanda su cosa sia la
vita, osservando realisticamente la condizione umana, Leopardi risponde:
“Che
cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico
in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e
difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole,
cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate (4163) per
arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quasi inevitabilmente cadere
(Bologna, 17 gennaio 1826)”[66].
Lo scritto zibaldonesco si dispiegherà
poeticamente nella splendida ipotiposi del vecchierel
bianco, infermo del Canto notturno
e il precipizio o fosso della nota zibaldonesca
diventerà l’abisso orrido, immenso, / ov’ei
precipitando, il tutto oblia: qui il precipitare nella morte è anche oblio
totale, annullamento di qualunque parvenza memoriale di ciò che fu la vita.
Eppure gli uomini non crederanno mai di non aver nulla da sperare dopo la
morte. (4525)
“Due
verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper
nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza
dalla seconda; di non aver nulla a sperare ec. non aver dopo la morte”[67].
La massima è compresa tra le altre due,
datate rispettivamente 23 maggio e 16 settembre 1832.
Nel Dialogo
di Tristano e di un amico, dello stesso anno, Tristano, il cui nome si
riferisce all’area semantica della tristezza, ricalca quasi la notazione zibaldonesca:
“Il
genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né
di non saper nulla, né di non esser nulla, né di non aver nulla a sperare”[68].
Nella nota dello Zibaldone è un’aggiunta al passo dell’Operetta morale, dopo la morte: la notazione avrà assunto
nel Tristano una significazione più
ampia, il carattere di una sentenza morale sulla sciocchezza e superbia degli
uomini. Nel pensiero zibaldonesco invece il tema dominante e ossessivo è quello
della nullità dell’uomo, che non sa nulla, che è nulla, che piomberà nel nulla,
e la morte è l’annullamento della speranza.
Leopardi, le cui proposizioni zibaldonesche
sono scopertamente nichilistiche, fa discendere la terza verità dalla seconda, ove viene ridicolizzata e stigmatizzata la
persuasione, assolutamente infondata, di contare qualcosa nella macchina
naturale.
Nella satira I nuovi credenti composta a Napoli, con un linguaggio antifrastico
percorso da un violento sarcasmo, Leopardi stigmatizza la volgarità e l’edonismo
degli sciocchi:
“Voi
prodi e forti, a cui la vita é cara,
a
cui grava il morir; noi femminette,
cara
a ava Cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi
saggi, voi felici: anime elette
A
goder delle cose: in voi natura
Le
intenzioni sue vide perfette”[69].
Chiosa il Mineo:
“Bisogna
saper vedere nell’insieme della satira la denuncia di un male ancora più
profondo che sottostà alla convergenza di opportunismo, viltà, stoltezza, e conve
bisogna convincersi che questa intuizione segni un ulteriore spostamento all’interno
del sistema di pensiero del Leopardi. Insomma, la scoperta del nesso non
valore-felicità lo porta alla comprensione dei presupposti e della situazione
della coscienza felice e della sua negatività. È chiaro che quella dei
personaggi oggetto della satira è un modo degradato di ricerca della felicità,
e il riconoscimento della sua efficacia è intessuto di sarcasmo. E quella
felicità, come indica tutto lo svolgimento del discorso, è inautentica,
mistificata, cattiva (…). Al negativo della coscienza felice risponde il
positivo, tutto interiore ed eroicamente vissuto, della coscienza infelice”[70].
L’ultima pagina dello Zibaldone, la 4525, è del ’32. Probabilmente tra il ’31 e il ’35
Leopardi lavorò ai centoundici Pensieri,
ove l’andamento aforistico sembra echeggiare la serrata meditazione dello Zibaldone.
La meditazione sulla morte si prolunga in
qualcuno dei Pensieri. Nel VI, il
Leopardi scrive:
“La
morte non è un male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme, coi beni
gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di
tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori.
Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza”[71].
I riscontri con lo Zibaldone sono immediati ed evidenti. Si pensi a quel passo che
prende l’avvio dalla lettura di una pagina della Storia naturale di Buffon. Il 16 ottobre 1820 Leopardi riporta
nello Zibaldone l’opinione espressa
dal naturalista francese nel suo scritto Della
vecchiezza e della morte, ove si sostiene che la morte non può essere
dolorosa e che quindi il temerla è assurdo: tra la vita e la morte non esiste
una netta separazione, poiché, come abbiamo cominciato a vivere per gradi, così
per gradi finiamo di morire.
Il Leopardi fa propria la tesi del
naturalista, aggiungendo che l’anima non può svellersi violentemente e con
dolore dal corpo perché, essendo simile a una fiamma (nel Coro dei morti è detta fiamma
vitale, v. 28) si spegne perché non trova più alimento nel corpo: perciò la
morte, non essendo un fenomeno caratterizzato da un distacco traumatico, non è
dolorosa.
“Il
Buffon, Histoire naturelle de l’homme, combatte coloro i quali credono che la
separazione dell’anima del corpo debba essere dolorosissima per se stessa. A’
suoi argomenti aggiungi questo (…). Se volessimo considerar l’anima come
materiale, già non si tratterebbe più di separazione e la morte non sarebbe
altro che un’estinzione (282) della forza vitale, in qualunque cosa consista,
certo facilissima a spegnersi. Ma considerandola come spirituale, è ella forse
un membro del corpo, che s’abbia a staccare, e perciò con gran dolore? (…) La
morte nel caso della spiritualità dell’anima non è una cosa positiva, ma
negativa, non una forza che la stacchi dal corpo, ma un impedimento che le
vieta di più rimanervi. (…) Come l’uomo non s’accorge né sente il principio
della sua esistenza, così non sente né s’accorge del fine, né v’è istante
determinato per la prima conoscenza e sentimento di quello né di questo[72].”
E più avanti:
“(290)…
L’uomo non si avvede mai precisamente del punto in cui egli si addormenta per
quanto voglia procurarlo. (…) Che il torpore sia dilettevole l’ho notato già in
questi pensieri nella teoria del piacere, e assegnatane la ragione. Credo che
su questo fondamento il napoletano (291) Cirillo[73]
abbia un non so che di dilettevole, nel che sono interamente con lui, e non
dubito che l’uomo (e qualunque animale) non provi un certo conforto, e un tal
qual piacere nella morte”[74].
Si tratta di un’osservazione di estrema
importanza che induce a ritenere che Leopardi andasse nell’itinerario meditativo
persuadendosi del piacere della morte, e in modi balenanti e criptici qua e là
nello Zibaldone oppure in modi
espliciti come in questo passo e in un altro della pagina zibaldonesca. In 2566
leggiamo infatti:
“io
affermo nella morte, sia un piacere vivo, ma languidissimo”.
Il discorso tanatologico si prolunga nel VII
dei Pensieri[75],
ove si distingue tra il disprezzo della morte negli uomini magnanimi e in
coloro che per denaro pongono a rischio la vita:
“Havvi,
cosa strana a dirsi, un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e più
disprezzabile mo che la paura: ed è quello de negozianti e altri uomini dediti
a far danari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi
risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro
conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili,
periscono con morte virtuperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti
esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti, nell’occasione
della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha flagellata la
specie umana in questi ultimi anni”.
Si coglie, nel primo caso, il disprezzo della
morte nell’eroe, un immediato riscontro nel canto All’Italia nell’epicedio di Simonide che esalta i caduti delle
Termopili:
“Nell’armi
e ne’ perigli
qual
tanto amor le giovanette menti,
qual
nell’acerbo fato amor vi trasse?”
Nel secondo caso, l’abietto coraggio del
mercante, il riferimento intertestuale è dato da quei versi, pieni di graffiante
ironia, della Palinodia al Marchese Gino
Capponi:
“…
ferate vie, molteplici commerci,
vapor,
tipi e cholera i più divisi
popoli
e climi stringeranno insieme”[76]
Quanto ai negozianti…
che si mettono a pericoli estremi, è forse sottesa alla frase una memoria
oraziana (Luctantem Icariis fluctibus
Africum/mercator metuens…[77])
ma è presente sopratutto il disprezzo del pensatore nichilista per l’illusoria
idea di progresso, che maschera la precarietà della condizione umana, sulla
quale incombe il destino di morte.
L’esperienza
del negativo è la strada che incrina le ragioni dell’ottimismo illuminista[78]:
Leopardi, al di là delle mistificazioni della civiltà a lui contemporanea, riscopre, sull’onda del sentimento del
vivere degli antichi, la corporosità, la radice biologica del desiderio, nell’ambito
della teoria del piacere.
Antonio Prete propone una suggestiva chiave
di lettura del tema leopardiano del desiderio, cui non è estraneo l’influsso di
un libro fondamentale del padre della psicanalisi, il freudiano Al di là del principio di piacere:
“Il
desiderio leopardiano è una pulsione se termina solamente con la
vita? Se nessun piacere colma il
desiderio, è forse perché le sue domande sono altre da quelle vitali che pure esso si rappresenta e ricerca? E se
il suo cammino, dietro l’apparente rinnovarsi e spingersi avanti, inseguisse di fatto un ritorno? Quello
stesso adombrato nell’eros, cui si dà il nome di morte?”[79].
Con la presa di coscienza della illimitatezza
del desiderio, della impossibilità di soddisfarlo, con l’esperienza
totalizzante del negativo nell’esistenza umana, il desiderio stesso non
potrebbe diventare desiderio di morte?
“A
motivare (…) il richiamo alla pulsione di morte non c’è solo la netta
esclusione della trascendenza dal terminale del desiderio leopardiano (…). Il
desiderio di morte, nel deserto della vita, sarà la sola critica possibile nell’universo chiuso dell’ottimismo
civile”[80].
La tesi dello studioso, un po’ discutibile
perché troppo caratterizzata da un’ottica freudiana induce comunque a cogliere
il rapporto tra il tema della a morte in Leopardi e la sua cosiddetta teoria del piacere, la cui prima
esposizione nello Zibaldone è
contenuta nella notazione 165 del luglio 1820.
“Il
sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri
a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non
comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che
spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre
essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere,
ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo
desiderio e questa tendenza non ha limiti, perché ingenita o congenita coll’esistenza,
e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere
infinito, ma solamente termina colla vita”[81].
La teoria del piacere si conclude con la
meditazione del 31 maggio 1829:
“Manuale
di filosofia pratica. Memorie della mia vita. Come i piaceri non dilettano se
non hanno un fine fuori di essi, secondo dico altrove, così neanche la vita,
per piena che sia di piaceri, se non ha un fine in totale ecc. Bisogna proporre
un fine alla propria vita per vivere felice. (…) Io non ho mai potuto concepire
che cosa possano godere, come possano vivere quegli scioperatie spensierati che
(anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in
trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza
aver mai detto, fissato tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho
saputo immaginare che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che
aspettano. (…) Molto vagliano i mezzi, le occupazioni, la speranza, l’immaginarseli
come gran beni a forza di assuefazione, di pensare a essi e di procurarli. L’uomo
può e ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tale modo”[82].
Nel pensiero zibaldonesco 649-650 del 12
febbraio 1821 Leopardi scriveva:
“Quindi
l’attività massimamente è il maggior mezzo di felicità possibile. Oltre l’attività,
altri mezzi meno universali o durevoli o valevoli ma pur mezzi, sono gli altri
da me notati nella teoria del piacere (…) dalla immaginazione, dell’estasi che
deriva dalla fantasia, da un sentimento indefinito, dalla bella natura ecc. e
vedi la teoria del piacere (…)”[83]
In termini freudiani, Leopardi passa dal
principio di piacere al principio di realtà, ma una realtà fatta di attività (e
si pensi al canto A un vincitore del
pallone) e sopratutto di immaginazione, di estasi che deriva dalla fantasia. A proposito dell’idea e della
morte e dell’immaginazione che porta al suicidio, Lea Canducci sottolinea che
“tale
concetto del suicidio è analogo a quello che svilupperà la psicologia dinamica:
massimo meccanismo di difesa patologico, che comunque sottostà al principio di
piacere… È questo un modo di congiungersi immaginariamente alla felice realtà
prenatale. (…) Leopardi canone ormai i suoi mezzi, i più sublimanti dei quali
sono la sua creatività poetica, il suo rigore formale, la sua possibilità di conoscenza.”[84]
La coscienza
infelice[85]
del Leopardi attraverso questi mezzi sembra poter aver ragione anche del
destino di morte. La meditazione leopardiana sul piacere sembra impigliarsi in
una contraddizione, in quanto i viventi da una parte hanno una tendenza
illimitata alla felicità e dall’altra non possono veramente godere di piacere
alcuno. La stessa condizione di esistenza è quindi strutturalmente causa di
infelicità. Leopardi quindi supera il principio di non contraddizione dinanzi a
questa verità. Scrive Arcangelo Leone De Castris:
“Questa
tendenza del vivente non può terminare con il piacere, ché ogni volta l’insoddisfazione
lo acuisce. Può terminare solo con la vita. Così il bisogno della felicità non
si appaga se non con la morte. (…) La natura è matrigna. Non vede l’uomo.
Conserva la specie. La sua indifferenza è spietata. Schiaccia i viventi, purché
sia assicurata e duri l’esistenza, la legge dell’esistere, del vivere per
morire.”[86]
Lo studioso, citando quindi il Dialogo della natura e di un Islandese e
il celebre passo del giardino malato[87],
sottolinea che
“il
logorio della morte non gualcisce la vitalità e il colore delle creature… Morte
e vita si avvicendano negli stessi oggetti, li compongono. Che è poi, com’è
evidente, la straordinaria realtà della forza espressiva leopardiana, del suo
modo di comunicare come viva e struggente una esperienza inseguita dal nulla e
dalla morte.”[88]
Il tema della morte, disseminato nelle
disiecta membra dello Zibaldone, sarà
ripreso come un teorema nel linguaggio di sapore quasi galileiano e rema negli
scenari surreali di alcune Operette
Morali.
***
L’IDEA DELLA MORTE MORE GEOMETRICO DEMONSTRATA NELLE OPERETTE MORALI
Il discorso leopardiano sulla morte nelle Operette morali abbandona l’andamento
quasi aforistico che connotava lo Zibaldone
e assume un tono dimostrativo quasi da teorema con i suoi corollari, nelle
diverse sfaccettature tematiche che innervano le singole Operette, legate dal
filo rosso di una filosofia negativa.
Quanto alla preistoria del nucleo meditativo
sulla morte che si orchestrerà in alcune Operette
morali, quali il Dialogo della Moda e
della Morte, il Dialogo della Natura
e di un Islandese, il Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie, e i più tardi Dialogo di Plotino e di Porfirio e il Dialogo di Tristano e di un amico, ove più direttamente il tema è
oggetto di trattazione, e sui quali ho rivolto particolarmente la mia
riflessione, è da sottolineare che già nel marzo del 1822 Leopardi componeva
quell’intrigante scritto che è la Comparazione
delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte[89],
ove il poeta attribuisce a Teofrasto la sconsolata certezza della vacuità dell’esistenza
e delle cose, ricondotte alla loro scheletrica essenza:
“Questi
tali rinnegamenti, o vogliamo dire, apostasie da quegli errori magnanimi che
abbelliscono o più veramente compongono la nostra vita, cioè tutto quello che
ha della vita piuttosto che della morte, riescono ordinatissimi e giornalieri
dopo che l’intelletto umano coll’andare dei secoli ha scoperto, non dico la
nudità, ma fino agli scheletri delle cose…”[90]
è motivo questo che presiede alla genesi
delle Operette e ne innerva la scrittura.
La concezione leopardiana si snoda e
definisce in un continuo andirivieni tra i poli dell’esperienza e la
riflessione sulla weltanschauung
degli antichi, che conferisce alle pagine delle Operette quella caratteristica
e originalissima mescidanza di tono arcaizzante da una parte e di dissimulato
(e per questo lancinante) autobiografismo dall’altra.
Agli inizi del maggio 1823 Leopardi era
tornato da Roma a Recanati: la delusione del soggiorno romano e l’attenzione
rivolta dal poeta da un lato ai moralisti e agli scrittori di aforismi della
classicità (Luciano, Isocrate, Cicerone) e dall’altro agli illuministi
(Voltaire, D’Alambert) dirigono la meditazione leopardiana verso una
prospettiva di filosofia morale di immediata persuasione ed evidenza, calata
nel vivo dell’esistenza, anche se raffigurata talora in quadri simbolici e
surreali, che permea le Operette morali.
Lo stato d’animo del poeta immediatamente
precedente l’esplosione inventiva e la stesura delle prime venti Operette è
testimoniato da un passo dello Zibaldone
del 5 novembre 1823, che sembra oltremodo significativo del clima psicologico e spirituale in cui
maturano le Operette e che si conclude col sintagma la morte morale. Nello Zibaldone
Leopardi chiosa:
“(3837)
Il giovane che al suo ingresso nella vita, si trova, per qualunque causa e
circostanza e in qual che sia modo, ributtato dal mondo, innanzi di aver
deposta la tenerezza verso se stesso, propria di quell’età, propria di quell’età
e di aver fatto l’abito e il callo alle contrarietà, alle persecuzioni e
malignità degli uomini, agli oltraggi, punture, smacchi, dispiaceri che si
ricevono nello uso della vita sociale, alle sventure, ai cattivi successi nella
società e nella vita civile; il giovane, dico, che o da parenti, come spesso
accade, o da que’ di fuori, si trova ributtato e escluso va dalla vita, o
serrata la strada ai godimenti (di qualsivoglia sorta)”
è sempre presente e ossessiva la cosiddetta
teoria del piacere
“o
più che agli altri o al comune de’ giovani non suole accadere; o tanto che tali
ostacoli vengano a essere straordinari e ad avere maggior forza che non
sogliono, a causa di una sua non ordinaria sensibilità, immaginazione,
suscettibilità, delicatezza di spirito e d’indole, vita interna, e quindi
straordinaria tenerezza verso se stesso, maggiore amor proprio, maggiore amor
proprio, maggiore smania e bisogno di felicità e di godimento, maggior capacità
e facilità di soffrire, maggior delicatezza sopra ogni offesa, ogni danno, ogn’ingiuria,
ogni disprezzo, ogni puntura e ogni lesione del suo amor proprio; un tal
giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l’ardore e la morale e fisica
forza o generale della sua età, o particolare della sua indole, o l’uno e l’altro
insieme, tutta, dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la
felicità, l’azione, la vita, ei la rivolge a procurarsi l’infelicità, l’inattività,
la morte morale.”[91]
È un ritratto sorprendentemente
autobiografico, indicativo di una peculiare condizione psicologica e morale: su
di essa si innesta, quasi a compensazione, lo scatto intellettuale, il
finissimo riso demolitore dell’autore
delle Operette. Dal 19 gennaio al 13 dicembre del 1824 Leopardi ne compone le
prime venti (la stragrande maggioranza) fra le quali il Dialogo della Moda e della Morte, il Dialogo della Natura e di un Islandese, il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Nel febbraio del
1827 Leopardi corregge le bozze dello scritto, il 23 aprile parte da Recanati
per Bologna, ove nel giugno l’editore Stella dà alle stampe le Operette Morali. È da ipotizzare che
subito dopo la pubblicazione in Leopardi urgesse il bisogno di ampliarne il
disegno, se nel settembre dello stesso anno il poeta compone il Dialogo di Plotino e di Porfirio. Lo
stato d’animo e la situazione ambientale sono diversi da quelli del ’24: il 20
giugno era partito da Bologna per Firenze, si era inserito nella vita culturale
della città toscana, aveva intrecciato rapporti con gli intellettuali del
Gabinetto Vieusseux; e scopre che l’estraneità ai luoghi, che era una costante
della sua indole, si va attenuando con l’abitudine e l’assuefazione.
In una nota dello Zibaldone, composta da Firenze il 23 luglio 1827, scrive:
“Memorie
della mia vita. Cangiando spesso il luogo della mia dimora, e fermandomi dove
più dove meno o mesi o anni, m’avvidi che io non mi trovava mai contento, mai
nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo,
finattantoché io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo. (…)
Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi mesi, e coll’andar del
tempo io mi trovava (4287) sempre divenuto contento e affezionato a quel luogo
(Firenze, 23 luglio 1827). Colla rimembranza egli mi diveniva quasi il luogo
natio”[92].
Gli incontri con gli intellettuali
fiorentini, la conoscenza del Manzoni, il rifiuto dell’ideologia spiritualista
e il volgersi della letteratura italiana in direzione romantico-cristiana con
la novità e il successo del romanzo storico, avranno ribadito nel Leopardi la
fedeltà a una sua idea di letteratura classicistico-illuministica nel cui
ambito riprendeva vita il disegno e la continuazione delle Operette Morali: nel settembre dello stesso 1827 è la composizione
del Dialogo di Plotino e di Porfirio,
Operetta che, come quelle del ’24 e forse più di quelle, andava controcorrente e
apriva una pagina nuova con la prospettiva del superamento del suicidio in nome
di un solidale reciproco conforto tra gli uomini; che è cosa ben diversa dalla
solidarietà cristiana, avvolta dal manto provvidenzialistico, del caposcuola
romantico Manzoni.
Nel ’32, a Firenze, la filosofia
antispiritualistica leopardiana in un continuo crescendo di operazione
demistificante sia le consolazioni religiose menzognere sia i falsi miti del
progresso, ribadisce la realtà e le esigenze della corporeità, e il corpo è l’uomo, dice Tristano e
sottolinea che il sommo bene è la morte, superiore alla fama e la fortuna di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia[93].
Tristano può dire di sé:
“Ho
il coraggio di accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma
vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera
compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà
del destino umano.”[94]
Nessuna illusione spiritualistica o fiducia
in quelle che Leopardi sarcasticamente definirà magnifiche sorti e progressive vale a esorcizzare la coperta e misteriosa crudeltà del destino
umano. Il prenderne coscienza è già un acquisto di saggezza. Se nelle
parole di Tristano risuona spesso la parola morte
o la sua area semantica e si insiste ossessivamente sul nulla che assedia l’esistenza
umana, tuttavia la negatività del pensiero è decantata dal fascino della
poesia.
Leopardi stesso in un passo dello Zibaldone ne sottolinea la felice
contraddizione:
“Hanno
questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la
nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile
infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni,
tuttavia a un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo
abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle
più acerbe e mortifere disgrazie (…) non trattando né rappresentando altro che
la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta.”[95]
Il pensiero
poetante delle Operette morali s’incentra
sull’idea forte che causa dell’infelicità umana è essenzialmente una realtà fisico-biologica[96],
anche se il Leopardi mette in bocca a Tristano la definizione delle Operette come un libro di sogni poetici, di
invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità
dell’autore[97].
L’ideologia negativa leopardiana che informa
le Operette Morali esclude ogni
intenzionalità parenetica ancor presente in taluni risvolti della scrittura
dello Zibaldone, ove lo scrittore
sembra a volte voler dimostrare l’assunto razionale e incontrovertibile delle
sue proposizioni.
Nelle Operette il Leopardi sembra osservare
la condizione umana da una specola lontana che gli consente la visione nitida e
reale di tale condizione che può essere raffigurata in grandi quadri surreali,
fissata in miti di immediata evidenza simbolica: ma si tratta di miti che hanno
insita una profonda carica eversiva.
Non per nulla nel 1836 il governo borbonico
farà sequestrare l’edizione delle Operette Morali, insieme ai Canti dell’editore
Saverio Starita, uscita nell’estate dell’anno precedente.
Anche se le Operette sono prive di quegli
accenti intenzionalmente persuasivi presenti qua e là nello Zibaldone, tuttavia il riscontro
sincronico con le pagine diaristiche è illuminante. Dal 1824 in poi, data di
composizione di venti Operette su ventiquattro, le pagine dello Zibaldone sembrano corollari e sviluppi
dei temi delle Operette e soprattutto del grande tema della morte. L’universo
leopardiano nelle Operette Morali è privo di qualunque fremito di vita, è una
landa desolata senza confini, uno spazio deserto come dopo l’apocalisse
atomica; la stessa morte non ha più quella violenza in qualche modo vitale che
traspare dalle pagine dello Zibaldone
fino al 24 ma è una sostanza fredda che avvolge il mondo e lo permea del suo
squallore. Dice la Moda alla Morte:
“Oltre
di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa,
così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta che viva: tanto che
questo secolo si può dire con verità il secolo della morte.”[98]
Il sintagma il secolo della morte ricalca il
secol morto del verso 4 della canzone Ad
Angelo Mai, composta nel gennaio del 1820. Nel rapporto vita-morte, è quest’ultima
che ha decisamente il primato: nel Dialogo
di Federico Ruysch e delle sue mummie il personaggio del Morto che è
portavoce dei suoi consimili si chiede:
“come
può essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? Anzi, che la stessa
morte sia per propria qualità un sentimento vivo?”[99]
La risposta implicita non può essere che
negativa. Dice il Folletto allo Gnomo:
“Voglio
inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta (…) non si trova
più né regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché
sono tutti sfumati, non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano o l’uno
all’altro come uovo a uovo.”[100]
L’universo non è fatto per gli uomini. Il
Folletto anticipa[101]
la comunicazione della natura all’Islandese sulla superfluità della presenza
umana nel mondo:
“Ma
ora che ci sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i
fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire
alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.[102]”
E la Natura:
“Immaginavi
tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle
fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi
e ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità.
Quando io vi offendo in qualunque modo o con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo,
ve se non rarissime volte: le come, on ordinariamente, se io vi diletto o vi
benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o
non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, anche se mi
avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”[103]
In una nota dello Zibaldone del 2 giugno 1824 Leopardi cita il suo Dialogo della Natura e di un Islandese
accompagnando la citazione con la presa di coscienza della tremenda
contraddizione insista nell’esistenza:
“Non
si può meglio spiegare l’orribile mistero delle cose e della esistenza
universale (vedi il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in
fine) che dicendo essere insufficienti e anche falsi, non solo la estensione,
la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione.
Per esempio quel principio Non può una cosa insieme essere e non essere, pare
assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono
in natura.”[104]
E sempre nello Zibaldone insiste sulla contraddizione tra la tendenza al piacere
degli esseri viventi e l’estraneità della natura:
“…
Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere, né la
felicità degli animali: piuttosto al contrario; ma ciò non toglie che ogni
animale abbia di sua natura per necessario, perpetuo e solo suo fine il suo
piacere e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme e così la
universalità dei viventi.”[105]
Se il destino degli esseri viventi è quello
della morte, questa è funzionale al modo stesso di essere della natura, che
svolge l’ufficio di compiere incessantemente il ciclo di
distruzione-produzione; e non è detto che nell’ambito di tale ciclo sia essenziale
la stessa precaria esistenza umana. Pertanto la morte è preferibile alla vita:
Malambruno assicura Farfarello che assolutamente
parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere[106]
e il personaggio del Morto nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie aggiunge che la morte è piuttosto piacere che altro: ne consegue
che quel piacere che la Natura nega all’essere vivente a questo è dato
paradossalmente dalla morte.
In una nota dello Zibaldone del 19 aprile 1826 Leopardi scriveva:
“Non
v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buon che quel che non è (…).
L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione,
un’irregolarità, una mostruosità…”[107]
Per Luigi Blasucci[108]
le Operette Morali si collocano in una particolare fase del pessimismo
leopardiano, collocabile all’incirca fra
il 1822 e il 24, ma che trova le sue premesse già in alcune pagine del 1820-21.
Si tratterebbe per il critico di una fase
che mentre esaurisce in sé le ultime ragioni del cosiddetto pessimismo storico, non può ancora identificarsi
con quel pessimismo materialistico integrale o cosmico che viene generalmente considerato come l’approdo
definitivo della meditazione leopardiana.[109]
Al di là della fortunata ma riduttiva formula
dell’articolazione delle fasi del pessimismo leopardiano, non si può che
concordare col critico che si tratta di un
pessimismo radicale a base essenzialmente sensistica, incentrato sulla famosa
ma non abbastanza considerata teoria del piacere. Se all’abissale
sproporzione tra il desiderio illimitato di felicità e lo scacco continuo della
banalità e insignificanza della vita quotidiana si aggiungono le malattie, i
colpi avversi della fortuna e così via, il gioco dell’esistenza è veramente
sconcertante.
In una nota dello Zibaldone del 22 dicembre 1820 una Leopardi scriveva:
“L’uomo
può essere anche infelice accidentalmente per forze esterne, che gli
impediscano di conformare le azioni alle credenze, cioè di far quello che egli
giudica buono per lui, o non far quello ch’egli giudica e crede cattivo. Tali
forse sono le malattie, le violenze fattegli da altri individui, o da altre
specie, o dagli elementi ecc. ecc. ecc. Quest’infelicità non entra nel nostro
discorso. Essa è appresso a poco l’infelicità antica.”[110]
Gli antichi dunque erano infelici a causa di
qualcosa che per accidente li colpisse, non lo erano strutturalmente in quanto
in essi la ragione non era ancora intervenuta a corrompere la visione del
mondo.
E in una nota zibaldonesca scritta
probabilmente nel 1819, citando Rousseau, con cui si dichiara d’accordo,
Leopardi sottolinea l’impossibilità della felicità dal momento che nell’età
contemporanea la forza demistificatrice della ragione non consente lo star bene
nell’ambito della natura:
“Ma
non già credo che noi siamo più capaci di questa felicità da che abbiamo
conosciuto il voto delle cose e le illusioni e il niente di questi stessi
piaceri naturali, del che non dovevamo neppure sospettare: «Tout homme qui
pense est un être corrompu» dice il Rousseau, e noi siamo già tali.”[111]
Scrive ancora Blasucci:
“Nella
fase posteriore di cui ci stiamo occupando, col prevalere della visione dell’uomo
in sé, della sua infelicità costituzionale, la stessa considerazione dei mali
reali tende ad acquistare un rilievo maggiore: essi vengono in quella visione
ad aggiungersi come motivo complementare d’infelicità al motivo principale dell’impossibile
felicità, more geometrico demonstrata, per compiere il quadro dell’irreparabile
miseria dell’uomo.”[112]
Se il piacere non è mai presente in quanto
non è concesso all’uomo perché essere pensante, esso, frammentato in istanti,
potrebbe slittare verso il futuro o verso il passato.
Nei Detti
memorabili di Filippo Ottonieri il protagonista caratterizza il piacere
come memoria come speranza:
“Rispondendo
a uno che l’interrogò, qual fosse il peggior momento della vita umana, disse:
eccetto il tempo del dolore, come eziandio del timore, io per me crederei che i
peggiori momenti fossero quelli del piacere: perché la speranza e la
rimembranza di questi momenti, le quali occupano il resto della vita, sono cose
migliori e più dolci assai degli stessi diletti.”[113]
Del resto nella visione della vita degli
antichi, che costituisce il modello archetipo anche se ormai improponibile nell’età
presente, questi pensavano i morti come assorti e protesi nel ricordo alla
vita:
“Gli
antichi supponevano che i morti non avessero altri pensieri che de’ negozi di
questa vita, e la rimembranza dei loro fatti gli occupasse continuamente.”[114]
Sul piano autobiografico, l’anno successivo
la composizione delle venti Operette, Leopardi mette a nudo la sua condizione
corporeo-esistenziale in una nota dello Zibaldone:
“Io
sono, mi si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me
un uomo morto, un cuore sensibilissimo che più non sente.”[115]
La via d’uscita è una sola e il Leopardi la
percorre con sempre maggiore consapevolezza: porre l’oggetto del desiderio nel
passato, anche solo immaginato, porre come diaframma a esso la morte, l’impossibilità
di ogni possibilità e l’assenza definitiva.
Scrive Franco Ferrucci:
“La
logica dell’impotenza è qui al lavoro: distanziare l’oggetto del desiderio,
renderlo irraggiungibile, farlo sorgere dal passato e dalla morte…”[116]
Il discorso della morte è dunque la tessitura
che trama le Operette, in una continua associazione mentale con l’idea del
Nulla. Nella Storia del genere umano,
composta dal 19 gennaio al 7 febbraio del 1824, che apre la raccolta, i primi
esseri umani per l’assuefazione perdono quella meraviglia che li aveva inondati
di gioia all’inizio e sempre più scoprono il mondo troppo limitato, monotono e
sempre uguale, sicché presi dalla disperazione, si privano della vita in un
suicidio collettivo.
“E
di mano in mano nell’età virile, e maggiormente in sul declinare degli anni,
convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non
sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto
amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono.
Parve orrendo questo caso agli Dei, che da creature viventi la morte fosse
preposta alla vita…”[117]
Il tarlo tremendo della noia del vivere che
innesca il desiderio di morte è il motivo ossessivo dell’Operetta.
E nel Dialogo
di un Fisico e di un Metafisico, composto dal 14 al 19 maggio 1824, il
popolo degli Iperborei sceglie il suicidio collettivo, pur potendo essi essere
immortali.
“Gli
iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per
terra né per acqua; ricchi di ogni bene (…) potendo, se io non m’inganno,
essere immortali; perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie
né carestie né vizi né colpe; con tutto ciò muoiono tutti: perché, in capo a
mille anni di vita circa; sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa
rupe in mare, e vi si annegano.”[118]
E nella stessa Operetta, poco prima, cita il
caso, mutuato dal Dialogo di Menippo e di
Chirone di Luciano, dello stesso Chirone che si stancò della vita e, pur
essendo immortale, ottenne di poter morire:
“Dirò
dunque che il saggio Chirone, che era Dio, coll’andar del tempo si annoiò della
vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì. Or pensa, se l’immortalità
rincresce agli dei, che farebbe agli uomini.”[119]
Una siffatta idea ossessiva di morte si
colloca in uno stato d’animo di insensibilità e di indifferenza confessate in
una nota dello Zibaldone del 29
giugno 1824, nello stesso periodo di composizione delle Operette:
“L’infelicità
abituale e anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che
lusingano l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita
ogni immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita e attività e forza, e
quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile
disperazione, e contrasto feroce e doloroso colla necessità, finalmente
riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, né altro
produce in lui la natura stessa e il tempo, che un abito di tener continuamente
represso e prostrato l’amor proprio, perché l’infelicità offenda meno e sia
tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e insensibilità
verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell’anima
e delle sue facoltà.”[120]
Per Blasucci,
“il
saggio leopardiano delle Operette è l’uomo sensibile e colto, ricchissimo di
vita interiore, che proprio dall’esperienza ripetuta di una frustrazione della
sua richiesta insaziata di amore e di felicità ha dedotto una norma di ferma
rassegnazione e di stoica rinuncia.”[121]
Il Galimberti definisce questo stato d’animo
leopardiano sentimento di non esistenza[122].
Su questo asse concettuale, la Moda, con la sua essenza effimera e precaria, è
sorella della Morte che instancabilmente cancella ogni cosa[123]
e l’Islandese si lamenta che le malattie lo hanno posto in pericolo di morte:
“Io
non ho potuto fare di non incorrere in molte diverse malattie: delle quali
alcune mi hanno posto in pericolo della morte.”[124]
La conclusione narrativa del Dialogo della Natura e di un Islandese
nella duplice alternativa versione dei due leoni sfiniti per l’inedia che,
divorando l’Islandese, sopravvivono per qualche giorno o della mummificazione
del personaggio a opera del vento del deserto, pur nel divertissement ironico, pongono definitivamente in crisi, come sottolinea
Luigi Blasucci, il pessimismo leopardiano di matrice sensitiva per approdare a
un materialismo totale, di estremo rigore gnoseologico, che interessa non solo
l’uomo, ma tutti i viventi. Il carattere essenzialmente antropocentrico del
pessimismo sensistico esistenziale ha ceduto il posto a questa nuova visione cosmica di un pessimismo materialistico
integrale[125].
Lo stesso Islandese sottolinea che la Natura ha collocato tutti gli esseri
viventi nel mondo per tormentarli, nessuno escluso:
“E
questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri
animali e di ogni creatura.”[126]
È lo stesso pensiero che conclude il Canto notturno:
“forse
in qual forma, in quale
stato
che sia, dentro covile o cuna
è
funesto a chi nasce il dì natale”[127]
Destino di tutti i viventi è quello di
correre verso la morte (cfr. l’ouverture lirica del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: Sola nel mondo eterna, a cui si volve / Ogni creata cosa, / In te,
morte, si posa / Nostra ignuda natura).
La varia fenomenologia della morte che si
evidenzia in innumerevoli forme nella realtà si essenzializza quasi come idea
platonica nel Coro del Ruysch: Sola nel
mondo eterna. L’idea della morte è immersa in una dimensione onirica, è
come una memoria ancestrale, inconscia, il sogno di un’ombra sempre presente;
come per i morti la vita, così è per i vivi la morte:
“Cosa
arcana e stupenda
Oggi
è la vita al pensier nostro, e tale
Qual
è de vivi al pensiero
L’ignota
morte appar…”
“Anche
il Coro dei morti come da una parte non arriva a essere un inno alla morte,
dall’altra si tiene lontano dall’immaginazione funzionale d’una ballata appunto
per quella fantasia seconda e più segreta, che lo permea d’un’immaginazione,
come dire, prenatale. “Confusa ricordanza”, “Cosa arcana e stupenda…”[128]
Il Cantico
del Gallo silvestre ammonisce i mortali che il sonno è necessario a
sopportare la vita, è un’indispensabile soluzione di continuità nella fatica
del vivere, è una simulazione di morte.
“Tal
cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno a ora a ora, deponendola,
ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di
morte. Pare che l’essere delle cose abbia come suo proprio e unico obbietto il
morire.”[129]
Nello Zibaldone,
a proposito del sonno, il Leopardi aveva scritto successivamente alla nota del
4 luglio 1820:
“Gran
magistero della natura fu quello d’interrompere, per modo di dire la vita col
sonno. Questa interruzione è quasi una rinnovazione, e il risvegliarsi come un
rinascimento. Infatti anche la giornata ha la sua gioventù ecc. oltre alla gran
varietà che nasce da questi continui interrompimenti, che fanno di una vita
sola come tante vite. E lo staccare una giornata dall’altra è un sommo rimedio
contro la monotonia dell’esistenza. Né questa si poteva diversificare e variare
maggiormente, che componendola in (194) gran parte quasi del suo contrario,
cioè di una specie di morte.”[130]
Leopardi cerca, in un incessante assedio alla
morte per capirne l’essenza e il significato, di trovare nell’esperienza
sensibile dei sostituti di essa, delle realtà che in qualche modo le
assomiglino: tali realtà saranno il Sonno nel Cantico del Gallo silvestre e altre realtà sempre più vivine alla
morte, quasi legate a essa da legami strettissimi, quali sono i legami di sangue:
sarà allora la Moda, sorella della Morte, in quanto tutte e due… nate dalla Caducità[131]
nell’estroso e graffiante Dialogo della
Moda e della Morte o, su un piano di estatico struggimento lirico, l’Amore
fratello della Morte in Amore e Morte:
“Fratelli,
a un tempo stesso,
Amore
e Morte ingenerò la sorte.”[132]
La meditazione sulla morte nasce dalla presa
di coscienza che
“il
pensiero… è l’occhio che vede la morte di tutte le cose… si fa innanzi, in
tutta la sua forza, il principio che tutto si annienta ed esce dal niente.”[133]
Nel Cantico
del Gallo silvestre Leopardi scrive che
“dal
nulla scaturiscono le cose che sono.”[134]
Il discorso leopardiano sulla morte, per
forza di coerenza logica, ha un impianto quasi matematico; il poeta nello Zibaldone scriveva:
“La
ragion e la facoltà più materiale che sussista in noi, e le sue operazioni
materialissime e matematiche si potrebbero attribuire in qualche modo anche
alla materia…”[135]
E ancora:
“…
non c’è cosa… più materiale della ragione giacché il raziocinio è una
operazione matematica dell’intelletto, e materializza e geometrizza anche le
nozioni più astratte”[136]
“Il
pensiero di Leopardi si rivolge all’essenza della matematica: non solo a ciò
che è presente in ogni forma specifica del sapere matematico e la sorregge e ne
costituisce il senso fondamentale, ma alla matematica, di cui le stesse scienze matematiche, nel
loro complesso, sono una specificazione.”[137]
Se la struttura concettuale delle Operette ha
una ferrea logica matematica, esse si iscrivono, quanto al genere letterario,
nella prosa d’invenzione morale e impongono al lettore un processo di
decodificazione, tenendo sempre presente che si tratta di un testo da decodificare come ironico[138];
dal sapore secentesco del Dialogo della
Moda e della Morte al linguaggio solenne di sapore biblico del Cantico del Gallo silvestre alla
scrittura di tipo teatrale del Dialogo di
10 Federico Ruysch e delle sue mummie, l’intenzione parodica, finissima e
come in filigrana nel testo, è avvolta da una felicissima dissimulazione, ma vi
è anche
“come
una mimetizzazione e uno schermo prudenza, autocensura, quando non addirittura
vecchiaia, ripiegamento, riflussi, una maniera, insomma, che fa velo alla
verità.”[139]
Né può sfuggire il carattere politico, progressivo, delle Operette Morali,
sequestrate nell’edizione Starita (non è inutile il ricordarlo) dal governo
borbonico. Se il tema della morte si evidenzia quindi più intensamente nelle
sfaccettature di alcune Operette Morali,
il libro mantiene comunque una sua unità, come è riconosciuto dalla critica, a
partire dai due contributi più noti, anche se ideologicamente in modo diverso
orientati. Mi riferisco alle letture leopardiane di Giovanni Getto e di Walter
Binni.
Il primo nel saggio Poesia e letteratura nelle Operette Morali[140]
individua quale filo conduttore di temi diversi la presa di coscienza del nulla
e della morte, un senso di
“commozione
trepida che è propria delle autentiche esperienze mistiche, o se si preferisce,
quel sentimento del numinoso che ci fa rabbrividire davanti al mistero
affascinante e tremendo che ci circonda e ci sovrasta.”[141]
I modi di lettura delle Operette,
privilegiati dal Getto, appaiono condizionati da un’idea di poesia religiosa
che va alla ricerca dell’assoluto, per cui in a alcune Operette quali la Storia del genere umano, il Cantico del Gallo silvestre il critico
coglie la dolorosa partecipazione e la
contemplazione assorta della realtà dell’uomo e del mondo[142],
mentre ad esempio, nel Dialogo di un
Folletto e di uno gnomo o nel Dialogo
di Federico Ruysch e delle sue mummie (ove si eccettui il Coro dei morti, che è pagina di
altissima poesia) l’ironia sembra far velo alla poesia. Per Walter Binni[143]
sarebbe un grave errore
“considerare
le Operette come prodotti fra loro separati, sia come singole intuizioni
mitico-poetiche sia come corollari sporadici del pensiero dello Zibaldone, e
perdere così l’attrito dinamico del loro sviluppo, il crescere o flettersi
della interna pressione dinamica intellettuale-fantastica.”[144]
Per Mario Marti[145]
solo le venti Operette del
“24
si presentano come opere organicamente strutturate mentre il Dialogo
di Tristano e di un amico come una sorta
di manifesto ideologico a posteriori… veniva a creare degli scompensi,
facilmente individuabili, nella struttura generale del libro.”[146]
Rossella Regni[147]
sottolinea che lo stesso Leopardi, considerando che singole Operette venivano
pubblicate sull’Antologia, mirava
“a
rivendicare la necessità di una lettura unitaria dell’opera, suggerisce l’esistenza
di una traccia precisa, di una logica interna che organizza l’insieme delle
prose in un sistema inalterabile, in cui le singole parti assolvono una
funzione precisa.”[148]
Le Operette Morali si concludono col Dialogo di Tristano e di un amico:
Tristano è l’alter ego di Leopardi, più forse di Filippo Ottonieri (o di Giulio
Rivalta o di Silvio Sarno), il personaggio escluso dalla società del suo tempo
e perciò in grado di comprenderla appieno dalla specola dell’estraneità.
Scrive Sergio Campailla[149]
che il Tristano-Leopardi
“per
questa esclusione si trova contemporaneo ai grandi spiriti che anche loro non
hanno pagato l’offa a scuole e interessi e anche loro non sono stati
contemporanei per gli uomini con cui si sono trovati a vivere. Perciò Tristano
capisce finalmente che la sua inattualità è la vera la sola attualità, quella
che lo unisce idealmente al di là del tempo e dello spazio agli altri inattuali
che lo hanno preceduto e che lo seguiranno”[150];
Tristano sopporta
con animo renitente il peso tristissimo di una tragica verità[151].
L’atteggiamento di renitenza al destino di Tristano (E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia
infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli
altri uomini; e ardisco desiderare la morte…) ha il suo più immediato
riscontro intertestuale nei versi 108-116 di Amore e Morte, ove l’invocazione e l’attesa della morte troverà il
poeta renitente al fato:
“Me
certo troverai, qual si sia l’ora
che
tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta
la tua fronte, armato,
e
renitente al fato,
la
man che flagellando si colora
nel
mio sangue innocente
non
ricolmar di lode,
non
benedir, com’usa
per
antica viltà l’umana gente…”
Acquisita dalla più autorevole critica
leopardiana dal Gentile[152]
in poi (con l’esclusione del Fubini[153])
la tesi dell’unità delle Operette Morali, una disamina puntuale di quelle
Operette ove più traspare il tema della morte mi sembra sia utile all’economia
del presente lavoro.
Il Dialogo
della Moda e della Morte, composto dal 15 al 18 febbraio ’24, si apre con
la scena della Moda che insegue la Morte chiamandola a gran voce per ben due
volte e gratificandola dell’epiteto di Madama,
mentre nelle edizioni precedenti quella dello Starita del 1835, l’epiteto era Madonna. Dei due personaggi, quello che
viene investito dalla satira del Leopardi è la Moda che, proponendosi come è
sorella della Morte, è colpevole se non altro di millantato credito.
La Morte, che non ha memoria, non può
ricordare che la madre comune è la Caducità e cerca di procrastinare il
colloquio con la presunta sorella:
“Morte…
alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’
denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se
non sai, non mi serve meglio che la vista”.
La Moda comunque persuade la Morte che l’una
e l’altra svolgono il compito, sebbene con procedimenti diversi, di disfare e
di mutare continuamente le cose di questo mondo. Dimostra infatti che anch’essa
abbrevia la vita degli uomini, sforacchiando orecchi, labbra e nasi, per
adornarli con anelli e con ciondoli, sformando le teste dei bambini, storpiando
i piedi con calzature strette, togliendo il fiato con la strettura dei bustini, provocando infreddature, febbri e talora
anche la morte, eppure tutti le ubbidiscono e l’amano. Per altro, la Moda
continuamente aiuta la Morte, concorrendo generosamente al lavoro e allo scopo
di sua sorella: infatti, sconvolge tutte le usanze, pur non avendo mai lasciato smettere in nessun luogo la
pratica di morire; ha fatto sì che andassero in disuso gli esercizi ginnici
che irrobustiscono il corpo, ha introdotto tali costumi che la vita stessa è più morta che viva; tanto che questo
secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte.
Ha ancora fatto in modo che tutte le persone
intelligenti e moderne, invece di odiare la morte, la lodano, la pregiano più
della vita, la invocano come la migliore delle loro speranze. Nel tono ironico,
Leopardi svolge ancora il motivo che la condizione di morte sia preferibile
alla vita: si confronti come il motivo viene ripreso nel Canto notturno (“… in quale /
stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale”)
e in Amore e Morte (“Fin la negletta plebe, / l’uom della villa,
ignaro / d’ogni virtù che da saper deriva,… osa ferro e veleno ‘l meditar
lungamente, / e nell’indotta mente / la gentilezza del morir comprende”).
Quindi anche gli indotti corteggiano la morte, come gli uomini di genio: la
Moda è riuscita ancora a eliminare tra gli uomini l’usanza di cercare l’immortalità
e anche di concederla ai pochi meritevoli (è cancellato definitivamente l’oraziano
non omnis moriar).
“Finalmente
perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non
morire interi, perché una buona parte di se non ti sarebbe capitata sotto le
mani, io quantunque i sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o
altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e
non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura;
a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché
parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di
cercare la l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la
meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne
resta un briciolo che non sia morto…”
La morte è qui intesa come dimenticanza
totale della vita, come assenza.
Franco Ferrucci osserva che nel Dialogo della Moda e della Morte il
movimento viene considerato nefasto. Nella figura della Morte è una
personificazione della natura e in quella della Moda l’immagine riassuntiva della civiltà, ridicolizzata come teatro di un
effimero disordine che non riuscirà a eguagliare e a raggiungere l’immensa e
distruttiva attività naturale. Nel dialogo tra la Moda e la Morte, poiché
quest’ultima è la suprema regolatrice del
movimento, ogni conclusione è destinata a mutare nel senso che il correre verso la morte riafferma il suo
imperio. Leopardi avrebbe individuato nel movimento la caratteristica catastrofica della storia umana[154].
Il moto del progresso (le magnifiche sorti e progressive), il
movimento della civiltà non solo
produce omologazione (la moda!) ma trasforma
la differenza in disuguaglianza, e fa passare questa per naturale…
Il lavoro della moda, che s’accompagna alla
morte chiamandola sorella, mentre ha sostituito nel moderno la coppia classica di Amore e Morte, riproduce del moderno
la strategia dell’uniformità, della uguaglianza di superficie, dell’azione sul
corpo come spiritualizzazione del suo
sapere che è sapere della morte. Diritto della differenza e critica della moda,
mondana controfigura di superficie della eguagliatrice morte[155].
Nel Dialogo di Ercole e di Atlante,
scritto poco prima dal 10 al 13 febbraio ’24, Atlante sospetta addirittura che
il mondo fosse morto, dal momento che finì
di fare ogni moto e ogni rumore sensibile, (e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse morto,
aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e pensava come e
in che luogo lo potessi seppellire e l’epitaffio che gli dovessi porre)
finché non si persuade che forse è avvenuta una metamorfosi dalla vita animale
a quella vegetale, cioè in uno stadio più vicino al non essere.
La polemica contro il secol morto della canzone Ad
Angelo Mai (verso 5) è graffiante, anche se il poeta si chiede (e nell’interrogazione
è un filo di speranza):
“in
tutto
non
siam periti?”[156]
Scrive a riguardo Giovanni Gentile:
“Morti
gli uomini, spenta la forza dei corpi, infranto il vigore degli animi. L’Accademia
dei Sillografi[157]
ne fa la satira col suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione di tre
macchine, che restituiscano quel che agli occhi del Poeta costituisce il pregio
maggiore della vita, anzi la vita stessa, quale fu una volta: l’amicizia, lo
spirito delle opere virtuose e magnanime…”[158]
La macchina sostituirà l’uomo:
“Questa
è la morte dell’uomo: la morte dell’amicizia e dell’amore, la morte degli
ideali che già fecero virtuoso e magnanimo l’uomo antico…”[159]
È abbastanza significativa la tesi di
Emanuele Severino che pone Leopardi alla fine dell’età della tecnica[160]:
il recanatese avrebbe intuito il fallimento della tecnica e dell’idea di
progresso (le magnifiche sorti e
progressive) e ribadendo la verità del nulla e della morte avrebbe colto la
follia della cosiddetta civiltà tecnologica.
Il Folletto[161]
annunzia allo Gnomo, che sta cercando di sapere che cosa mai stiano macchinando
quei furfanti degli uomini, i quali da un pezzo non gli danno fastidio (anzi
neppure uno di essi si fa vedere in giro), che sono tutti morti e la razza è perduta. Lo Gnomo è preso dallo
stupore e si preoccupa che non si potranno avere più notizie del mondo ma il
Folletto lo rassicura, sottolineando che restano come prima i fenomeni naturali
e tutti gli anni si assomigliano come uovo a uovo. Lo Gnomo, spinto dalla
curiosità, non demorde e vorrebbe sapere come hanno fatto a morire tutti gli
uomini e l’interlocutore gli dice che sono morti o guerreggiandosi, o
navigando, o uccidendosi di propria mano, stillandosi il cervello sui libri o
gozzovigliando, e tutti agendo con ogni mezzo contro la propria natura, come
spinti da un incoercibile istinto autolesionista. Se il Folletto in tale
situazione pensa che ci siano dei vantaggi, col prolungare la finzione della
giovinezza e, vecchissimi, col non dover aspettare la morte di giorno in giorno, in quanto ormai non si dovrà più
tener il conto degli anni (ma il venditore di almanacchi propaganda la sua
merce fondata appunto sul conto degli anni!), lo Gnomo pensa alla meraviglia che
proverebbero gli uomini, se qualcuno di essi potesse risuscitare, nel dover
constatare che il mondo procede ugualmente facendo a meno di essi, mentre
credevano che fosse stato fatto per loro soli. E afferrati da una orgogliosa
presunzione (“Magnanimo animale / non
credo io già, ma stolto, / quel che nato a perir, nutrito in pene, /dice, a
goder son fatto, / e di fetido orgoglio, empie le carte”: La Ginestra, vv. 98-103) s’inabissano
sotterra e rapivano la roba agli gnomi dicendo che apparteneva al genere umano;
chiamavano rivoluzioni del mondo le loro vicende, storie del mondo quelle delle
loro genti; credevano che animali e piante fossero fatti per loro uso e
consumo; e quando scoprivano, coi loro cannocchiali, qualche stella o qualche
pianeta, li catalogavano tra le loro masserizie: (a contrasto “quegli ancor senz’alcun fin remoti / nodi
quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia”: La Ginestra, vv. 175-177). Ora che gli uomini sono spariti, la
terra sente che non le manca nulla; e i fiumi, gli astri, il sole continuano
regolarmente il corso della loro esistenza. Il Gentile così commenta:
“Lo
svegliarsi dell’intelligenza… è il principio della perdizione. E invano l’uomo
cercherà col pensiero di restaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e
cara piaggia di un tempo.”[162]
Il leitmotiv è dato dalla fantasia della
morte del genere umano che potrebbe scomparire senza lasciare traccia, in una
sorta di apocalisse, e l’Operetta è perciò, nei modi di una fiaba, una satira
impietosa dell’antropocentrismo e dei miti del progresso.
Nel Dialogo
di Malambruno e Farfarello Malambruno, osserva che dalla nascita fino alla
morte l’infelicità connaturata alla condizione umana non può cessare neanche
per un istante:
“Tanto
che dalla nascita insino alla morte, l’infelicità nostra non può cessare per
ispazio, non che altro, di un solo istante”,
da cui si deduce che l’infelicità cessa solo
con la morte. E Farfarello gli fa notare che vi è soluzione di continuità all’infelicità
durante il sonno, purché questo sia senza sogni:
“Sì:
cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie uno sfinimento o altro
che v’interrompa l’uso dei sensi”:
è lo stesso nucleo di pensiero presente nel Cantico del Gallo silvestre:
“Per
ora non vi è concessa la morte; solo di tratto in è tratto vi è consentita per
qualche spazio di tempo una somiglianza di quella.”[163]
Nella precisazione del sonno senza sogni è
presente forse un’eco shakespeariana, là dove Amleto pensa che la morte sia
come il dormire ma è subito preso dallo sgomento che il sonno possa comportare
il sogno e quindi la tremenda responsabilità della veglia e del vivere:
“Amleto.
Essere o non essere; questo è il problema… Morire, dormire, nient’altro…
dormire, forse sognare, e qui è l’intoppo… perché in quel sonno della morte
quali sogni possono venire… deve farci riflettere…”[164]
Leopardi nello Zibaldone cita a più riprese Shakespeare e in una nota (2098) del
15 novembre una nove 1821 lo definisce scrittore
veramente nazionale. Vediamo articolarmente la fabula dell’Operetta.
Malambruno chiede l’intervento di un diavolo, quale che sia, purché abbia
ottenuto da Belzebù tutti i poteri per operare con tutta le forze d’inferno al
suo servizio. Sopraggiunge Farfarello, al quale Malambruno, avuta l’assicurazione
che egli può fare per lui quanto potrebbe il re dell’inferno in persona, chiede
che lo faccia felice almeno per un momento. Tuttavia Farfarello risponde che
non gli è possibile accontentarlo; non lo potrebbe accontentare neppure Belzebù
con tutte le bolge; e poiché l’altro gli chiede di liberarlo almeno dall’infelicità,
non potendo farlo felice nemmeno per un attimo, Farfarello lo assicura di
poterlo in ciò esaudire, a patto però che Malambruno non ami immensamente se
stesso, ma Malambruno deve ammettere che l’amore di se stesso può cessare solo
con la morte: Cotesto lo potrò dopo morto.
Farfarello gli spiega allora come, amandosi immensamente, non può non
desiderare la propria felicità e siccome felice non potrà esserlo mai, in
nessun modo potrà non essere infelice, poiché la privazione della felicità,
anche nel tempo dei piaceri, comporta infelicità. Il ragionamento di Farfarello
è di un’estrema coerenza, è un teorema le cui premesse conducono
necessariamente alla conseguenza dell’impossibilità della felicità (Farfarello
è proprio un diavolo logico ed è
reminiscenza del diavolo dantesco)[165].
Nello Zibaldone
Leopardi annota lo stesso concetto dell’impossibilità della felicità:
“Il
detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perché, come ho detto,
non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non
provasse questo desiderio. Non ha limiti per estensione perché è sostanziale in
noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come desiderio del piacere.
Ora una tal natura porta con sé materialmente l’infinità, perché ogni piacere è
circoscritto, ma non il piacere, la cui estensione è indeterminata, e l’anima
amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione immaginabile di
questo sentimento, senza poterla neppur concepire, perché non si può formare
idea chiara di una cosa ch’ella desidera illimitata.”[166]
La conclusione di Malambruno è scontata:
“Di
modo che, assolutamente parlando, il non vivere è Viver sempre meglio del
vivere”.
Il personaggio del Morto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue
mummie dichiarerà che la morte è piuttosto
piacere che altro.
“La
vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima conclusione di quella premessa, che
la felicità o valore della vita consista nel diletto; il quale non può essere
altro che limitato, e quindi mai mero diletto, senza mistura d’amarezza.”[167]
Nel Dialogo
di un Fisico e di un Metafisico, scritto dal 14 al 19 maggio 1824, il
Metafisico sostiene che la vita debb’esser
vita, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio.
Una vita ricca di sensazioni intense è l’unica
che meriti di essere vissuta: è la stessa idea che informa altre opere
leopardiane; si pensi al Canto A un
vincitore del pallone, ove la vita si assapora dopo averla messa a rischio
(“Nostra vita a che val? sol a
spregiarla: / beata allor che ne’ parigli avvolta, / se a stessa oblia… / beata
allor che il piede / spinto al varco leteo, più grata riede” vv. 60-65):
quanto più la vita si avvicina al passo del Lete, il fiume dell’oblio, alle
soglie della morte, allora soltanto la si assapora. E nella nota dello Zibaldone del 29 agosto 1821 il poeta
sottolineava che
“dalla
mia teoria del piacere risulta che infatti, stante l’amor proprio, non conviene
alla felicità possibile dell’uomo che uno stato o di piena vita o di piena
morte.”[168]
Focalizza il leitmotiv dell’Operetta ancora
il Gentile:
“La
vita vacua, che è la vita piena d’ozio
e di tedio, è morte; anzi peggio della
morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso Metafisico (che ha cominciato
negando che la felicità sia vivere), la vita debb’essere viva: cioè la vera felicità, in fondo, è sì
nella vita; ma la vita (il Leopardi così sente) non è vita; è la morte; quella
morte di cui s’è acquistata la certezza nelle Operette del primo gruppo; e che
non è pura morte, ma la morte sentita; la morte nella coscienza dell’uomo, che
non conosce altra realtà che l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può
sperare perciò di far nulla che abbia valore. La morte è dolore perché è tedio:
quel vuoto dove dovrebbe essere il pieno: la morte al posto della vita.”[169]
Il Fisico scioccamente ritiene di aver
trovato il modo di prolungare la vita ma il Metafisico ribatte che, se si vuol
veramente aiutare gli uomini, bisogna trovare un’arte che riempia la vita di
intense sensazioni:
“Ma
se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente trova un’arte
per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le a sensazioni e le
azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo
quegli smisurati intervalli di tempo nelle quali il nostro essere è piuttosto
durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla.”[170]
Alla base dell’Operetta è un assunto di
matrice sensistica, per cui l’uomo si può realizzare pienamente in una
dimensione assolutamente vitalistica, ma la natura ha concesso all’uomo non una
vera vita ma una tormentata
esistenza. Ancora nello Zibaldone, in
una nota dell’8 febbraio 1821, il Leopardi scriveva:
“Oltracciò
domando: la somma vera della vita, dov’è maggiore? In quello stato dove
ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e inattiva,
sarebbe (com’è realmente) esistenza, ma non vita, (627) anzi nel fatto, un
sinonimo di morte? Ovvero in quello stato, dove l’esistenza ancorché più breve,
tutta però sarebbe vera vita? Anche ponendo dall’una era parte cento anni di
esistenza, e dall’altra non più di quaranta, o trenta di vita, la somma della
vita, non sarebbe maggiore in quest’ultima? Trenta anni di vita non contengono
maggior vita di cento di morta esistenza?”[171]
I motivi delle Operette Morali, sovrastati
dal motivo dominante della morte in quelle ove esso è più trasparente, si
rispondono e si aggregano in un continuum che tutte le lega. Così come nel Dialogo della Moda e della Morte tutti
gli uomini intelligenti lodano la morte e la invocano (“chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti
vuol tanto bene che sempre ti chiama e tivolge gli occhi come alla sua maggiore
speranza”), nel Parini ovvero della
gloria gli scrittori di genio, isolati dal mondo, vivono una vita
umbratile, simile alla morte, quasi
anticipando in vita la morte stessa:
“Gli
scrittori grandi, incapaci, per natura o per abito, di molti piaceri umani;
privi di altri molti per volontà; non di rado negletti nel consorzio degli
uomini… hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se
pur l’ottengono, dopo sepolti”:
ove è possibile, ma può è anche non esserlo,
che vivano dopo essere morti.
Nell’indagine intertestuale affiora per altro
che il motivo della non necessaria presenza degli uomini senza IO nella macchina naturale, presente nel
Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo
(“Gnomo. Sia come tu dici. Ben avrei caro
che uno o due di quella ciurmaglia risuscitasse, e sapere quello che penserebbero
vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano
e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e
mantenuto per loro soli”) è alla genesi del Dialogo della Natura e di un Islandese, ma con altri sviluppi ed
esiti tematici.
Nella gigantesca figura antropomorfica della
Natura si potrebbe vedere la proiezione della figura di Adelaide Antici, la
madre totalmente estranea al figlio, che pur lei stessa ha generato: una famosa
pagina dello Zibaldone sembra
autorizzare la genesi autobiografica dell’immagine medusea della Natura:
“Io
ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto
superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli
esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori
che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente
perché questi erano volati al paradiso senza pericoli… Trovandosi più volte in
pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li
facesse morire perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente… Le
malattie, le morti le più compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior dell’età,
fra le più belle speranze… non la toccavano in verun modo… E parlava di queste
disgrazie con una freddezza marmorea.”[172]
Può darsi vi sia, a livello inconscio, una
componente autobiografica nella figurazione plastica della forma smisurata di donna seduta
in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna, e
non finta ma viva, ma il progetto inventivo dell’Operetta è di natura
concettuale, filosofica. La natura in quanto è un ordine non rivolto al bene degli esseri creati, deve essere
giudicata con il criterio antropocentrico espresso dal protagonista del Dialogo
della Natura e di un Islandese[173].
In una tarda nota zibaldonesca dell’11 aprile
una 1829, e quindi cinque anni dopo la composizione dell’Operetta, Leopardi
scriverà:
“La
natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione e per
conservare lo stato attuale dell’universo è essenzialmente regolarmente e
perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gl’individui d’ogni genere
e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in
cui gli ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale
delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di ciò che è o fu autore di
tale ordine.”[174]
Forse chi
è o fu autore di tale ordine è Arimane
“re
delle cose, autore del mondo, arcana
Malvagità,
sommo potere o somma
Intelligenza,
eterno
Dator
de mali…”[175]
L’Islandese interpella la natura, l’accusa ma
dinanzi alle argomentazioni di questa e anche perché suggestionato dall’indifferenza
di quel volto mezzo tra bello e terribile
ammutolisce, viene annichilito, costretto a constatare il suo fallimento, prima
di morire (e la vicenda della sua morte ha una duplice versione, segno ancora
della assoluta insignificanza della sua vita!) La scrittura dialogica ha un
andamento in crescendo, che riflette il progressivo sgomento del protagonista,
le cui ragioni s’infrangono sul muro del muro non-senso. Fin da giovane, egli
si convinse della vanità della vita e della stoltezza degli uomini e dell’impossibilità
di raggiungere la felicità; perciò decise, non dando molestia ad alcuno, di
vivere una vita oscura e tranquilla, senza piaceri e sperando di tenersi lontano dai patimenti. Vivendo in
solitudine, si è liberato dalla molestia degli uomini ma non si è potuto
liberare dalle sofferenze causate dal caldo, dal freddo e da tutti gli altri
fenomeni della Natura nonché dai pericoli delle bestie selvagge e delle
malattie, alcune delle quali lo hanno
posto in pericolo della morte, finché si è convinto che la Natura, senza
alcun motivo, non tralascia occasione di incalzare gli uomini, finché li
opprime. La risposta della Natura è agghiacciante: essa non si accorge neanche
se arreca offesa agli uomini, anzi non si accorgerebbe nemmeno se per caso le
accadesse di distruggere il genere umano. L’Islandese le obbietta che avendolo
voluto creare lei, senza che egli lo volesse, dovrebbe trattarlo bene e non
male ma la Natura replica la vita di
quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione sicché la
distruzione e la morte sono funzionali alla conservazione del mondo: a questo
punto l’Islandese deve ammettere che quel
che è distrutto patisce ma non può darsi una ragione di tale assurda realtà
ed è tormentato dal cui prodest.
“A
chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata
con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?”
L’Islandese è vittima di un pregiudizio
finalistico e non si avvede che la Natura è, senza alcun fine, e coincide col
Nulla. L’operetta fu composta, secondo l’autografo leopardiano[176],
il 21, 27 e il 30 maggio 1824.
Nello Zibaldone,
in una nota del 5-6 aprile, Leopardi scrive:
“Bisogna
distinguere tra il fine della natura generale e quella umana, il fine dell’esistenza
universale e quello dell’esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale
dell’uomo e quello della sua esistenza (…), il fine della natura universale è
la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione,
conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di
ogni animale entra nel fine della detta natura almeno tanto quanto la
conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si
vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno
animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione; in quanto naturalmente
nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la declinazione e la
consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche prima
dei trent’anni) che tutte le altre età insieme
(vedi Dialogo della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo Silvestre)”[177]
E ancora:
“La
natura tutta, e l’ordine eterno delle cose, non è in alcun modo diretto alla
felicità degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi contrario. Non
vi è neppur diretta la natura loro propria e l’ordine eterno del loro essere.
Gli enti sensibili sono per natura enti souffrants, una parte essenzialmente
suffrante dell’universo.”[178]
La sofferenza, la morte degli esseri viventi
è indispensabile alla conservazione del
mondo. Ora, il pensiero materialistico settecentesco con il Système de la nature di D’Olbach, libro
pubblicato a Londra nel 1770, sosteneva che qu’il
ne peut avoir ni désordre ni mal réel dans une nature où tout suit les lois de
sa proprie existence[179]
(Non vi può essere né disordine né male in una natura dove risiedono tutte le
leggi della sua stessa esistenza).
Giustamente il Biral osserva che Leopardi
mette in crisi il materialismo ottimistico dell’Illuminismo, introducendovi un
pensiero che rovescia quello ottimistico,
“poiché
la natura non tiene conto che di se stessa, nel suo gioco insensato essa è la
causa di terribili mali che affliggono l’uomo dalla nascita alla morte (…). Per
Leopardi è un orribile assurdo che la vita sia destinata alla morte.”[180]
Nell’abbozzo
dell’inno Ad Arimane del 1833 il
poeta con ripugnanza e sgomento annoterà:
“produzione
e distruzione ecc. per uccider partorisce ecc. sistema del mondo, tutto patimen.”[181]
Per altro, la fabula del Dialogo della Natura e di un Islandese si conclude, nella seconda
versione, con un’ironia che assume, nella indiavolata invenzione, le forme del
grottesco. La morte dell’Islandese, abbattuto da un fierissimo vento e trasformato in una bella mummia, poi esposta dal museo di una non ben identificata
città europea, ha forse un peculiare significato, contiene una morale: l’Islandese
morendo non alimenta con la dissoluzione del suo corpo il ciclo
riproduzione-distruzione ma è come punito dalla natura per aver osato mettere
in forse le sue leggi ed è quindi una sorta di testimonianza di morte o un
oggetto di curiosità per i visitatori del museo. E un museo di mummie è lo
studio di Federico Ruysch: nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie, scritto tra il 16 e il 23 agosto 1824,
è un vero e proprio trionfo della morte.
Nelle note al Dialogo[182],
Leopardi cita una delle sue fonti:
“vedi,
tra gli altri, queste famose mummie, che il linguaggio scientifico si direbbero
preparazione anatomiche, il Fontenelle, Éloge de mons. Ruysch”;
ma nello Zibaldone
fa un preciso riferimento a Buffon:
“il
Buffon Histoire naturelle de l’homme, combatte coloro i quali credono che la
separazione dell’anima dal corpo debba essere dolorosissima per se stessa.”[183]
Il motivo dominante dell’Operetta è
incentrato sul desiderio di conoscere cosa si prova in punto di morte. Agli interrogativi della naturalista rivolte
alle sue mummie si aggiunge un interrogativo inquietante del lettore di
Leopardi: a che serve sapere cosa si prova in quel momento, forse il saperlo,
fa acquistare il coraggio di morire?
L’ouverture, con lo struggente Coro dei morti pone i vivi destinati
alla morte e i morti in una condizione di assoluta equidistanza: nel pensiero
dei morti la vita è cosa arcana e
stupenda e tale l’ignota morte
appare al pensiero dei vivi. La condizione degli opposti (vivi e morti) finisce
per coincidere[184]:
la vita, vista dai morti, è un punto lontanissimo che non li tocca, e così è
sentita, come un punto indecifrabile, oscuro, la morte per i vivi. Comunque (è
la conclusione del coro) gli uni e gli altri, i mortali e i morti (la condizione
dei primi presto o tardi sarà quella dei secondi) sono accomunati dal destino
della impossibilità della felicità:
“Però
ch’esser beato
nega
ai mortali e nega a’ morti il fato”:
qui prima i mortali che diventeranno morti,
mentre nell’edizione del ’27 Leopardi farà precedere i morti ai mortali:
“nega
agli estinti ed ai mortali il fato”
(forse perché la condizione di morte è quella
definitiva).
Eppure una differenza fondamentale tra la
condizione di vita e quella di morte c’è, a vantaggio di quest’ultima: l’ignuda natura dei morti, pur non essendo
lieta, è però sicura dall’antico dolor,
non può più essere toccata dall’ansia, dal dispiacere, dall’angoscia, non è più
travagliata dal desiderio del piacere (che invece non lascia mai neppure per un
istante i viventi) e, cosa per nulla irrilevante, dalla stessa paura della
morte. Una profonda notte avvolge la mente confusa dei morti e in questo sonno
plumbeo (senza sogni, come ammoniva Farfarello) la speranza, il desiderio non
feriscono più: così d’affanno e di
temenza è sciolto. È come se si tornasse nell’utero materno, senza più il
percorso aleatorio della vita, dopo la venuta alla luce. Scrive il Bigongiari a
riguardo:
“Il
Coro dei morti come da una parte non arriva a essere un inno alla morte, dall’altra
si tiene lontano dall’immaginazione funzionale d’una ballata appunto per quella
fantasia seconda e più segreta, che lo permea d’un’immaginazione, come dire,
prenatale.”[185]
La condizione dei morti è quella
“di
una insensibilità illimitata che importa per lo spirito una liberazione dal
dolore attivo, prima ancora che dal tedio della vita.”[186]
Sul piano esistenziale, Leopardi confessa in
una nota dello Zibaldone di aver
desiderato una simile condizione di insensibilità, una condizione quasi di
morte:
“Io
bene spesso trovandomi in gravi travagli corporali o morali, ho desiderato non
solamente il riposo, ma la mia anima senza sforzo e senza eroismo, si
compiaceva naturalmente nell’idea di un’insensibilità illimitata e perpetua, di
un riposo, di una continua inazione dell’anima e del corpo, la qual cosa… mi
ero nominata dalla ragione col nome espresso di morte.”[187]
Il Dialogo
di Federico Ruysch e delle sue mummie ha una struttura e un andamento
teatrali: la scena si apre col coro dei morti, che produce immediatamente nel
lettore un effetto di straniamento in quanto il punto di vista è straniato,
essendo quello dei morti che non dovrebbero avere alcun punto di vista.
Il naturalista, che è comprimario dell’azione
scenica in quanto protagonista è il Morto che assume la funzione di corifèo e
ha l’approvazione incondizionata dei suoi consimili, dapprima, colpito dalla
sorpresa per il canto inusitato, spia i morti dall’uscio socchiuso, finché non
dialoga con il loro portavoce, insistendo per sapere cosa si prova in punto di
morte. La situazione è quella di un tragico umorismo che sconfina nel
grottesco: i morti non appaiono per nulla contenti di essere risvegliati alla
vita, sia pure per poco, alla scadenza dell’anno matematico.
Il riso sardonico del Leopardi sembra già
annunciare che la curiosità di Ruysch (che è poi la curiosità di tutti gli
uomini) di sapere in definitiva cosa sia la morte andrà delusa.
Come la vita non disvela il mistero della
morte, così la morte non disvela il mistero della vita:
“Che
fu quel punto acerbo
che
di vita ebbe nome?”
Si tratta di due misteri, quello della vita e
quello della morte: ci si aspetterebbe che nella condizione di morte finalmente
si potrebbe svelare il mistero della vita e della morte stessa, ma non è così:
il materialismo del Leopardi dichiara che la morte è il Nulla, come il Nulla è
la vita stessa, e senza alcun significato: produzione
e distruzione ecc. per uccidere partorisce ecc. sistema del mondo (Ad Arimane).
La domanda che Ruysch rivolge alle sue mummie
è irrimediabilmente viziata da una curiosità scientista eppure il contenuto
della domanda è lo stesso che il semplice
pastore rivolge alla luna nel Canto
notturno, ma con ben altra tragica intensità:
“Pur
tu, solinga, eterna peregrina,
che
sì pensosa sei, tu forse intendi…
che
sia questo morir, questo supremo
scolorar
del sembiante…”[188]
Se l’attenzione del lettore è rivolta all’ambiente
chiuso del gabinetto scientifico del dottor Ruysch, il Morto allarga lo spazio
e il tempo, con la comunicazione che nel quarto d’ora dell’anno matematico
“in
ogni cimitero, in ogni sepolcro, giù nel fondo del mare, sotto la neve e la
rena, a cielo aperto, e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla
mezza notte, hanno cantato come noi quella canzoncina che hai sentita”.
È una visione apocalittica di trionfo della
morte, anticipata nel Dialogo di un
Folletto e di uno Gnomo (“Folletto -
Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”);
nella favola del suicidio collettivo degli Iperborei del Dialogo di un Fisico e di un Metafisico (“Gli Iperborei… muoiono tutti… sazi della terra, saltano spontaneamente
da una certa rupe in mare, e vi si annegano”); nel Dialogo della Natura e di un Islandese (“Natura… se anche mi avvenisse di estinguere la vostra specie, io non
me ne avvedrei”); ed eseguita nel Cantico
del Gallo silvestre (“un silenzio
nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano
mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato
né inteso, si dileguerà e perderassi”).
Ci vuol ben altro che Ruysch, con la sua
capacità di imbalsamare i morti, per scoprire il mistero dell’universo, sembra
ammiccare il Leopardi. Giustamente Domenico De Robertis osserva che il dialogo non è propriamente tra morti, ma coi
morti[189],
e, sulle domande di Rusysch, sottolinea che
“l’interrogazione
è su ciò che i morti sanno (e i vivi non sanno) ma non come partecipi, anche da
morti, della vita dei vivi, o della vita che resta, o della vita che non
vivremo, ma del futuro; l’interrogazione è sulla morte in quanto cessazione
della vita, nel punto che questa viene meno e subentra il misterioso altro da
essa; nella percepibilità di questo punto.”[190]
E questo punto non è per nulla doloroso, anzi
è un momento quasi di piacere (Morto - Piuttosto
piacere che altro): in una nota dello Zibaldone
del 19 aprile, Lunedì di Pasqua, 1824,
e quindi quattro mesi prima del Ruysch, Leopardi aveva scritto:
“Il
piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e
di morte… Egli è quasi un’imitazione della insensibilità e della morte, un
accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita e alla privazione di
essa…”[191]
È da osservare per altro che alla confusa
memoria dei morti la vita, quale che sia stata la sua durata, appare un punto,
anzi un punto acerbo (“Che fu quel punto acerbo / Che di vita ebbe
nome?”): la vita è un quid
estremamente effimero e immediatamente transeunte.
Leopardi inviterà Silvia a richiamare alla
memoria il tempo della sua vita mortale, troncata al limitare della giovinezza:
un punto dunque, ma un punto è la vita per tutti; per coloro che muoiono vecchi
poi si allunga il tempo dell’infelicità; per ciò muore giovane colui che al
cielo è caro: il poeta può ben porre il verso di Meandro (cose scritte in greco) a epigrafe di Amore e Morte.
Il brivido magico e stregonesco della vicenda
di Ruysch dura poco: il naturalista si accerta che i suoi ospiti (che egli
chiama figliuoli, quasi un captatio
benevolentiae affinché non abbiano il capriccio di resuscitare ancora) siano rimorti ben bene così da non incutergli
paura un’altra volta e torna a dormire.
Come all’improvviso si è levato il coro dei
morti, di colpo cessa: così avviene perché, aveva annotato Leopardi,
“il
passaggio dal conoscere al non conoscere, dall’essere al non essere, dalla cosa
quantunque menoma al nulla, non ammette gradazione, ma si fa necessariamente
per salto e istantaneamente.”[192]
Un alzarsi repentino è il momento della morte
nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri:
“Diceva
altresì che ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in
un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente,
comincia a rivolgersi, sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura
a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla
fine un poco di sonno, e alcune volte credendo di essere in punto di
addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.”[193]
Osserva Giovanni Cecchetti:
“…quella
chiusa si leva, definitiva e immutabile, che crea l’immagine di una mossa
rapidissima, quasi il salto di un atleta; una maniera straordinaria di
raffigurare l’uomo al momento della morte.”[194]
Nella stessa operetta è il celebre passo
della lunga malattia che distrugge a poco a poco e conduce infine alla morte.
“In
proposito di certa disavventura occorsagli, disse: il perdere una persona
amata, per via di qualche accidente repentino, o per malattia breve e rapida,
non è tanto acerbo, quanto è vedersela struggere a poco a poco (e questo era
accaduto lui) da una infermità lunga, dalla quale ella non sia prima estinta,
che mutata di corpo e d’animo, e ridotta già quasi un’altra da quella di prima.
Cosa pienissima di miseria: perocché in tal caso la persona amata non ti si
dilegua dinanzi lasciandoti, in cambio di sé, la immagine che tu ne serbi nell’animo,
non meno amabile che fosse per lo passato; ma ti resta in sugli occhi tutta
diversa da quella che tu per l’addietro amavi:… e quando ella poi ti si parte
per sempre dalla presenza, quell’immagine prima, che tu avevi di lei nel
pensiero, si trova essere scancellata dalla nuova. Così vieni a perdere la
persona amata interamente; come quella che non ti può sopravvivere neanche
nella immaginativa.”[195]
L’Ottonieri
fu scritto dal 29 agosto al 26 settembre 1824: in una nota zibaldonesca dell’8
gennaio 1821 Leopardi aveva scritto:
“Il
veder morire una persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire
e trasformarsi nel corpo e nell’animo da malattia (o anche da altra cagione). Perché?
Perché nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono, e vi sono
intieramente annullate e strappate a viva forza. La persona amata, dopo la sua
morte, sussiste ancora tal qual era, e così amabile come prima, nella nostra
immaginazione. Ma nell’altro caso, la persona amata si perde affatto, sottentra
un’altra persona, e quella di prima, quella persona amabile e cara, non può più
sussistere neanche per nessuna forza d’illusione, perché la presenza della
realtà, e di quella stessa persona trasformata per malattia cronica… ci
disinganna violentemente e crudelmente; e la perdita dell’oggetto amato non è
risarcita neppur dall’immaginazione, anzi neanche dalla disperazione, o dal
riposo sopra lo stesso eccesso di dolore, come nel caso di morte…”[196]
Il riscontro dell’Operetta con lo Zibaldone è puntuale e in certe
preposizioni l’Operetta quasi un ricalco del pensiero diaristico:
“ti
resta in sugli occhi tutta diversa da quella che tu per l’addietro amavi” (Ottonieri);
“la
persona amata si perde affatto, sottentra un’altra persona” (Zibaldone).
Il riscontro tematico è dato anche dalla
canzone Per una donna inferma di malattia
lunga e mortale, scritta nel gennaio 1819 (insieme all’altra Nella morte di una donna fatta trucidare col
suo portato): segno di un’ossessione, che avrà la sua trasfigurazione
poetica nel canto A Silvia:
“da
chiuso morbo combattuta e vinta”.
Già nell’Ottinieri
affiora quel senso dell’animo[197]
che innerva il Dialogo di Plotino e di
Profirio, composto nel 1827. Nel Cantico
del Gallo silvestre (composto da 10 al 16 novembre 1824) la morte è ancora
un velo funereo che avvolge tutto l’universo e il sonno è una particella di
morte, per portare la vita:
“Tal
cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola,
ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con gusto e quasi una particella di
morte.”[198]
E ancora:
“Le
creature animate… si affaticano, se non per giungere a questo solo intento
della natura, che è la morte… in qualunque genere di creature mortali, la massima
parte del vivere è un appassire, tanto in ogni opera sua la Natura è intenta e
indirizzata alla morte… ogni parte dell’universo, si affretta infaticabilmente
alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile… Tempo verrà che esso
universo, e la natura medesima, sarà spenta.”[199]
“Il
Cantico
del Gallo Silvestre riprende a distanza e
sintetizza liricamente,… la prospettiva pessimistica svolta drammaticamente
nell’Islandese, venendo così a dare all’intero corso delle Operette un finale
suggello cosmico-materialistico.”[200]
Il sonno è una particella di morte fino a che l’universo, invecchiando, non sarà
spento.
“Il
gallo silvestre chiama i mortali a destarsi, perché ben presto, essi moriranno
e l’universo stesso si spegnerà.”[201]
La fine del mondo, speculare all’origine del
mondo stesso, costituisce la seconda parte del Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, scritto probabilmente
nell’autunno del 1825; qui, però, a differenza dell’Operetta precedente, che si
conclude con la visione di un silenzio
nudo e una quiete altissima che empieranno
lo spazio immenso, si ipotizza che dalla morte dell’universo possa nascere
un nuovo mondo, in una palingenesi che non offre comunque alcun conforto agli
esseri umani.
“Venuti
meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si
formeranno, di questa, nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie,
e nasceranno per le forze eterne della materia, nuovi ordini delle cose e un
nuovo mondo”[202]
Nel Cantico del Gallo silvestre e nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco
si tocca il punto più alto del tema della morte, visto come distruzione totale:
le due Operette costituiscono un intermezzo di apocalisse, di fine del mondo,
tra la visione della morte individuale, vista come conclusione di una malattia
lunga e mortale, che colpisce una persona cara, con la conseguenza di apportare
strazio e disperazione nei superstiti del famoso passo dell’Ottonieri e la visione della morte del Dialogo di Plotino e di Porfirio ove è
condannato il suicidio in quanto l’uomo non può tradire i legami di amore e di
amicizia con gli altri.
Nonostante la nullità delle cose, il senso
dell’animo suggerisce con un’intensità e una forza immensa agli uomini il
conforto che viene dato dall’assaporamento degli affetti, dallo stare vicini ai
familiari e agli amici, la necessità della solidarietà reciproca per sofferir la vita.
“Viviamo,
Porfirio mio, e confrontiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte
che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene
attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando
mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica
della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà,
allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci
conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi
molte volte ci ricorderanno e ci ameranno ancora.”[203]
Può
sembrare lo stesso processo del pensiero foscoliano, dal tema del suicidio di
Ortis alla corrispondenza d’amorosi sensi
del carme De’ sepolcri, ma la
differenza è sostanziale: il suicidio di Ortis è quello di un intellettuale
sradicato, il cui gesto ha carattere di protesta, è quello di un eroe tragico
che lascia in eredità all’innamorata e in particolare al signor T. (figura
sostitutiva del padre) un immedicabile complesso di colpa; la tentazione di
Profilio di levarsi di vita è causata
da un fastidio della vita, dal vedere, gustare, toccare la vanità di ogni
cosa, dalla presa di coscienza della vacuità dell’esistenza e dell’assedio
del Nulla. Nello Zibaldone Leopardi
aveva scritto:
“Il
suicidio è contro natura. Ma viviamo noi secondo natura? Non l’abbiamo al tutto
abbandonata per seguire la ragione? La ragione non ci mostra a evidenza l’utilità
di morire?”[204]
E ancora in una nota del 5 luglio 1822:
“La
questione se il suicidio giovi o non giovi all’uomo (al che si riduce il sapere
se sia o non ragionevole e prêleggibile), si ristringe in questi puri termini.
Qual delle due cose è la migliore, il patire o il non patire”.
È
chiaro che è più ragionevole il non patire e conseguenzialmente la
scelta del suicidio ma tale scelta provoca il
patire nei familiari e negli amici con l’azione deliberata dal
“venir
meno
a
ogni usata, amante compagnia”[205]
Il Dialogo
di Tristano e di un amico, composto nel 1832,
“è
insieme testamento spirituale e apologia delle Operette; le affermazioni vi
assumono dunque necessariamente un tono generale e perentorio; ma è,
necessariamente, una perentorietà negativa…”[206]
L’inserimento finale del dialogo nella
struttura delle Operette nell’intenzione del Leopardi doveva costituire una
“sorta
di manifesto, ideologico a posteriori che desse una giustificazione ideale a tutte le operette.”[207]
È il Dialogo della chiaroveggenza: gli errori
sono stati individuati e rimossi; la vita è sofferenza e non ha alcun senso. La
morte quindi è la benvenuta per chi non attende più nulla nel tempo
esistenziale e nel non-tempo dell’aldilà.
Tristano rifiuta l’autoinganno e con un
linguaggio antifrastico, violentemente ironico, finge di plaudire alla
modernità, all’omologazione di una società di massa e alla cultura effimera dei
giornali:
“Tristano
- Credo e abbraccio la profonda filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni
altra letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono
maestri e luce dell’età presente. Non è vero?”[208]
È di cruda attualità la posizione
leopardiana, sorprendentemente anticipatrice della critica che viene oggi
rivolta alla cosiddetta cultura mass-mediologica. Il riscontro intertestuale
più evidente e immediato si coglie nella Palinodia
al marchese Gino Capponi:
“Ma
novo e quasi
divin
consiglio ritrovar gli eccelsi
spiriti
del secol mio; che, non potendo
felice
in terra far persona alcuna,
l’uomo
obbliando, a ricercar si diero
una
comun felicitade; e quella
trovata
agevolmente, essi di molti
tristi
e miseri tutti, un popol fanno
lieto
e felice: e tal portento, ancora
da
pamphlets, da riviste e da gazzette
non
dichiarato, il civil gregge ammira” [209]
Non resta che desiderare fermamente la morte,
già invocata nel Coro dei morti del
Ruysch e nel Cantico del Gallo silvestre:
Tristano non piega il capo al destino,
o viene seco a patti e dichiara che
la morte è il suo oggetto del desiderio:
“Ardisco
desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa… troppo sono maturo alla
morte… invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione
piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade, nella mia
solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non
sa uscire… Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se
mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo.”[210]
Le
proposizioni conclusive dell’Operetta, ove il sintagma morte o i suoi sostitutivi semantici s’infittiscono, si
essenzializzano poeticamente nelle cadenze musicali, nell’elegia struggente di Amore e Morte:
“…
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre
onorata invoco,
bella
morte…
Non
tardar più, t’inchina
a
disusati preghi,
chiudi
alla luce omai
questi
occhi tristi, o dell’età reina.” [211]
La morte, dell’età
reina (regina del tempo) è desiderata dal Leopardi più del fratello (“Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
/ ingenerò la sorte”: vv. 1-2): la morte è il vero amore del poeta.
***
L’ARS
MORIENDI[212]
NEI CANTI
Il fermo atteggiamento laico e materialista
del poeta dinanzi alla morte gli consente una riflessione lucida e spassionata
sulla condizione umana, senza atteggiamenti vittimistici né richiesta di
compensazione spiritualistica, e si traduce in una conoscenza demistificatrice
delle illusioni, di cui la più perniciosa si rivela quella religiosa.
La sua ars
moriendi trova la sua espressione (e comunicazione) più compiuta nella
parola lirica dei Canti, sia come tema dominante in alcuni sia come momenti del
discorso poetico in altri, ma innerva tutta la poesia del Leopardi, intesa come
sintesi di ragione e immaginazione.
La sofferta esperienza umana del Leopardi, la
sua tensione alla verità senza infingimenti, espressa nei modi della diaristica
nello Zibaldone e nella prosa d’invenzione
morale[213]
delle Operette, ritrova una dimensione più ferma e duratura nella scrittura
poetica dei Canti, ai quali è affidata una più ampia capacità di persuasione e
una più consapevole voce di resistenza allo strapotere
del Tempo e della Morte[214].
Intorno al ’24, l’anno di composizione della
maggior parte delle Operette Morali,
Leopardi ritiene probabilmente di poter incidere sui modelli culturali dei suoi
contemporanei, di poter correggere stereotipi, errori e atteggiamenti
fideistici e ingenui, ma via via quella convinzione si indebolisce e appena
pochi anni dopo, nel periodo 1828-30 di composizione dei Grandi Idilli, il
poeta avverte che il risarcimento per l’attesa delusa può essere dato dall’invenzione
poetica, ove la verità acquisita più intensa capacità di suggestione nella
misura cantabile dell’idillio.
Successivamente, nel ’32, nel Tristano, l’urgenza di comunicare la
verità fa di questo personaggio delle Operette
Morali il portavoce del poeta.
“La
maturità alla morte non è fuga dagli uomini ma contestazione del brutto potere
che a comune danno impera, e contestazione contro coloro che non vogliono
rendersi conto di quel potere e di quell’imperio e continuano a perpetrare le
stragi fraterne…”[215]
Il messaggio del Tristano-Leopardi, affidato
alla prosa d’invenzione morale dell’Operetta, è tradotto poi nella Ginestra, testamento spirituale del
poeta. Occorreva però che Tristano-Leopardi coltivasse l’ars moriendi per poter essere la voce della verità:
“Tristano
non ha più nulla in comune con il letterato che unisce gioco a impegno ma non
mette in discussione le strutture mondane da cui è partito. Tristano mette
tutto in discussione; ferito a morte, in un mondo illune funestato dalle stragi
che preparano l’avvento incontrastato di Thanatos, egli si offre pubblicamente
con una testimonianza escatologica che è contestazione e passione.”[216]
Dopo il ’27, con la considerazione espressa
dal Leopardi per bocca di Plotino (Viviamo,
Porfirio mio, e confrontiamoci insieme)[217],
la meditazione della morte esula dall’idea del suicidio, su cui poggiava la
germinazione inventiva del Bruto minore
e dell’Ultimo canto di Saffo,
rispettivamente del ’21 e del ’22. Bruto e Saffo sono i grandi suicidi dell’antichità,
in un tempo in cui non ci si uccideva per amore, per melanconia, per noia.
“Non
si è mai letto di nessun antico che si sia ucciso per noia della vita, laddove
si legge di molti moderni… Anzi gli antichi si uccidevano e disperavano appunto
per l’opinione e la persuasione di non potere, a causa di sventure individuali,
conseguire e godere quei beni ch’essi stimavano ch’esistessero (10 gennaio
1821)”[218]
“L’odio
della vita… viene considerato dal Leopardi come una caratteristica degli ultimi
secoli della storia occidentale.”[219]
La religione cristiana, col demandare la
felicità a una dimensione ultraterrena, del resto del tutto opinabile per gli
uomini dotati di ragione, non poteva
“non
entrare in crisi quando si fosse concettualmente ammesso che anche sulla terra
l’uomo poteva e doveva in qualche modo essere felice”,
nella nuova visione del mondo che si
accompagnava alla svolta filosofica ch’era
maturata nel corso del Settecento[220];
“Agli
antichi, ad esempio, la felicità non pareva un sogno… Se si prendono di nuovo
gli antichi come termine di paragone si può affermare che non temevano il
morire… La pienezza dell’esistere rendeva bensì dolce ed accettabile il morire
e viceversa.”[221]
Eppure anche nel mondo antico vi era una
sorta di invidia degli dei (la erodotea φθόνος
τῶν θεῶν) per coloro che avessero fatta la scelta di morte:
“Spiace
agli dei chi violento irrompe
nel
Tartaro…
A
voi, fra quante
stirpi
il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli
di Prometeo, la vita increbbe;
a
voi le morte ripe,
se
il fato ignavo pende,
soli,
o miseri, a voi Giove contende”[222]
In un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera[223],
Marco Santagata sottolinea che in Leopardi, immediatamente dopo le canzoni politiche All’Italia e Sopra il
monumento di Dante, del 1818,
“la
volontà civile viene meno, cade l’idea baldanzosa e a suo modo eroica della
possibilità di intervenire e di rimediare, sull’esempio degli antichi, alla
crisi e alla decadenza del tempo”.
La chiave di volta
“è
la scoperta del pessimismo degli antichi, raccontata nel Bruto
minore. Fino ad allora c’era il fantasma
della virtù, che si spostava sempre più nel tempo all’indietro ma che restava
operante. Nel Bruto scopre che la
virtù è un vuoto nome, non ha sostanza. A questo punto viene meno il pilastro
della Roma repubblicana. Cade la storia, cade il sostegno degli “exempla” del
passato per la modernità”.
In una nota zibaldonesca del 1 luglio 1820,
di sapore vichiano, il poeta scriveva:
“Nella
carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano
in generale. Da principio il mio forte era la fantasia… non avea ancora
meditato intorno alle cose, e della filosofia non avea che un barlume, e questo
in grande, e con quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che nel
mondo e nella vita ci debba esser sempre un’eccezione a favore nostro. Sono
stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi
disperavano perché mi pareva (non veramente alla ragione ma a una saldissima
immaginazione) che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che
godessero. Insomma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello
degli antichi… La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al
moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819 dove, privato dell’uso
della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la
mia infelicità in modo assai più tenebroso, cominciai ad abbanonar la speranza,
a riflettere profondamente sopra le cose… a divenir filosofo di professione (di
poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di
conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più
mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni.”[224]
L’ombra
del moderno[225]
sembra assediare Leopardi che nel Bruto
minore esprime il crollo del sogno della virtù e di tutte le utopie e si
aggrappa ad un gesto disperato di ultima sfida al destino avverso, che corrode
finanche la consolazione del sepolcro, cui gli antichi tenevano tanto, nel
momento che la morte appare qui nella sua più macabra presenza, nello squarcio
finale ove il protagonista anticipa la visione del suo cadavere dilaniato dai
corvi e dalle fiere, nell’imperversare della tempesta:
“A
me dintorno
le
penne il bruno augello avido roti;
prema
la fiera, e il nembo
tratti
l’ignota spoglia;
l’aura
il nome e la memoria accoglia”[226]
La canzone, che si apre su uno scenario di
morte,
“in
un consimile scenario di morte si chiude, percorso però questa volta, più che
dalle voci del futuro, da quelle del passato. Con l’ultima parola di Bruto e
con il suo ultimo respiro di vita si chiude anche, storicamente e poeticamente,
un’età: quella in cui la felicità umana, le sue virtù come le sue illusioni,
erano almeno possibili. Bruto ne è consapevole e sceglie la morte.”[227]
Anche nell’Ultimo canto di Saffo la protagonista decide di darsi la morte, ma
con una fondamentale differenza rispetto all’altra grande figura di suicida
dell’antichità.
“Nel
Bruto avevi l’eroe che con la morte della virtù predice la catastrofe della
Repubblica romana, del mondo e, più leopardianamente, della Storia; nello Ultimo
canto di Saffo hai l’eroina… che prima di
discendere - di naufragare nell’atra
notte e nella silente riva del Tartaro eleva la sua protesta per l’esclusione
alla quale, a causa della sua forma sgraziata, è stata condannata dalla natura.”[228]
È la stessa scelta di auto-annientamento e di
morte volontaria di Bruto, ma con qualcosa di più e di diverso: nella canzone
vibra un sentimento tutto femminile di fragilità di fronte al destino avverso,
di delicatezza e quasi di pudore, pur nella fermezza della decisione
irrevocabile, quasi gridata nell’incipit della quarta stanza della canzone,
nella sequenza sintattica costituita solo da un futuro, Morremo, che referenzialmente vuol significare l’imminente suicidio
ma nell’area semantica che si diffonde allarga il significato ad un destino di
morte comune a tutti.
Saffo non si uccide per amore, come un
personaggio femminile romantico: la sua scelta di morire nasce dal rifiuto
della vita perché questa è delusione e scacco esistenziale. La decisione del
suicidio in Saffo non irrompe improvvisa, come se fosse una sorta di raptus
momentaneo, ma è preparata da un’assorta presa di coscienza delle
contraddizioni insite nella sua condizione esistenziale e più ampiamente nella
condizione umana. Il plurale maiestatis del Morremo
del verso 55 è una ripresa del Moriemur
della virgiliana Didone (Eneide, libro IV, v. 659); ma nella Saffo leopardiana
il suicidio è come la correzione di un errore (“e il crudo fallo emenderà dal cieco / Dispensator de’ casi” vv.
57-58) e pertanto il corpo deforme va eliminato da colei alla quale il cieco dispensator de’ casi l’ha
assegnato, da colei che, anima sensibilissima, quel corpo abita, avvertendo
tutto lo stridore di tale contraddizioni. Per ciò
“il
velo indegno a terra sparto,
rifuggirà
l’ignudo animo a Dite”[229]
E quindi, nella conclusione della canzone, s’infittiscono
le immagini di morte, in un processo di accumulazione, in una sequenza di
variazioni che denominano la stessa imminente discesa nel regno delle ombre: l’ombra gelida della morte, ove spicca l’allitterazione
tra ombra e morte, il Tartaro, la tenaria Diva, l’atra notte, la silente riva.
Per Muscetta[230],
Leopardi, soprattutto negli anni 1819-1820, è vicino psicologicamente alla
protagonista. Il poeta rivolgeva la sua attenzione a eroi positivi che vedeva
nelle creature poetiche di antichi suicidi e rivendicava contro gli assurdi divieti della religione cristiana la libertà di
uccidersi per gli uomini moderni che sono del
tutto alienati dalla natura, e quindi infelicissimi e nelle condizioni
migliori per attuare un gesto, che in genere sarebbe da considerare contro
natura.
Il vivere è un morbo che trapassa velocissimamente in vecchiezza e in gelo di morte. E la
divinità della morte accoglierà in un abbraccio profondo questo ingegno la cui prodezza si afferma, suprema, nel
suicidio. La precisazione di Muscetta sull’atteggiamento anticristiano del
Leopardi è fondamentale. Se evidente è l’identificazione autobiografica del
poeta con Saffo, la canzone però assurge, nella parte conclusiva, a una
profonda meditazione della condizione di morte, rappresentata dalla teoria
delle immagini lugubri che la evocano, immagini di un immenso sepolcro.
La mitografia poetica del personaggio
femminile di Saffo ha in sé una fortissima valenza eroica ma è questo un
personaggio che appartiene all’antichità, nella quale erano connaturate agli
uomini le doti di coraggio e di fermezza; nell’età moderna il personaggio
femminile, quale si palesa nelle fanciulle della lirica Il sogno nonché nella figura di Silvia e in quella Nerina, porta
con sé un precoce destino di morte, è una vittima predestinata della Natura,
alla quale non reagisce, ma dilegua rapidamente nel pieno della giovinezza, in
una situazione di estrema precarietà esistenziale e di assoluta mancanza di
difesa.
Nella poesia leopardiana si accampa il tema
della giovane donna morta: nelle figure di Silvia e Nerina
“realtà
e simbolo procedono di pari passo, lasciando in chi legge come un senso di
dolorosa e struggente nostalgia, nostalgia per ciò che più non esiste, per le
cose che muoiono, per la vita stessa che passa e lentamente si spegne.”[231]
Potrebbe trattarsi di uno slittamento del
topos romantico del fanciullo morto[232],
ma in una accezione semantica totalmente diversa da quella dei poeti inglesi,
particolarmente Shelley e Keats, in quanto Leopardi non circonfonde
assolutamente di un’aura di sacralità la morte precoce, anzi la stigmatizza e
la condanna, e per altro affida alla vicenda di morte di Silvia e di Nerina
significati altamente simbolici, che investono la condizione umana nella sua
totalità.
Scrive Franco Ferrucci:
“È
qui il paradosso genetico della poesia del Leopardi: la ferita giovane, l’arresto
della poesia del Leopardi: la ferita giovanile, l’arresto della crescita, non
creano un fantasma di gioia ma di interruzione perenne… La poesia non è la
vittoria della gioia ma la testimonianza del dolore. La fanciulla morta non
abita l’anima leopardiana, si limita a visitarla nei trasalimenti del ricordo.
In questo illuminista è in atto la stessa lacerazione romantica che separa la
giovinezza dalla maturità. Tuttavia il poeta entra in un’età adulta secca e
desertica e abitata da fantasmi. Silvia e Nerina sono appunto una nostalgia,
quindi un’assenza, non una presenza; l’intelligenza di Leopardi scardina
inconsapevolmente un mito romantico, pur soggiacendo alle sue leggi emotive.”[233]
Se per Keats le fanciulle di marmo effigiate
nell’urna non invecchieranno come le creature femminili di carne e di sangue (Quando la vecchiezza darà il guasto a questa
generazione: “Ode sopra un’urna greca”,
v. 46 in Iperion, Odi, sonetti, trad. di R. Piccoli, Sansoni, Firenze, 1943),
per Leopardi la giovane morta effigiata sopra un bassorilievo antico sepolcrale
in atto di accomiatarsi dai suoi esprime la lacerazione profonda che la natura
provoca degli affetti più cari, separando per sempre con la morte persone
congiunte da legami di sangue e di affetto. La stessa Silvia nella chiusa del
canto sembra assumere, con un intenso slittamento di immagine e di senso, la
configurazione plastica di una figura marmorea, che con la mano la fredda morte e una tomba ignuda addita di lontano, ove l’avverbio finale assume
una connotazione di abissale distacco.
Il tema della donna morta, stroncata nel
fiore degli anni, incarnata dalle figure di Silvia e di Nerina nella stagione
dei canti pisano-recanatesi, ha la sua prefigurazione nella fanciulla del Sogno, che appare al poeta in una
dimensione tutta onirica: l’idillio, di forte intonazione petrarchesca, fu
composto tra la fine del 1820 e l’inizio del 1821.
“Morta
non mi parea, ma trista, e quale
degli
infelici è la sembianza. Al capo
appressommi
la destra, e sospirando
vivi,
mi disse, e ricordanza alcuna
serbi
di noi? Donde, risposi, e come
vieni,
o cara beltà?”[234]
“Or
dimmi, e che t’avvenne?
Sei
tu quella di prima? E che ti strugge
internamente?
Obblivione ingombra
i
tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
disse
colei. Son morta, e mi vedesti / l’ultima volta, or son più lune”[235]
Nei Ricordi
d’infanzia e di adolescenza il poeta così descrive il sogno:
“Sogno
di quella notte e mio vero paradiso in parlar con lei ed esserne interrogato e
ascoltato con viso ridente e poi domandarle io la mano a baciare ed ella
torcendo non so di che filo porgermela guardandomi con aria semplicissima e
candidissima e io baciarla senza ardire di toccarla con tale diletto ch’io
allora solo in sogno per la primissima volta provai di che cosa sia questa
sorta di consolazioni con tal verità che svegliatomi subito e riscosso
pienamente vidi che il piacere era stato appunto qual sarebbe reale e vivo e
restai attonito e conobbi come sia vero che…”[236]
È sintomatico che, nonostante il modello
petrarchesco (la canzone CCCLIX delle Rime
- Quando il soave mio fido conforto, e
il capitolo del Trionfo della morte -
Morte bella parea nel suo bel viso),
il poeta riveda la fanciulla in una situazione onirica che ha però tratti e
spessore di presenza reale e viva. Il Leopardi ripropone il tema in una dimensione
caratterizzata da un altissimo tasso di verosimiglianza e di realismo: la
figura femminile non è abbellita dalla morte ma trista, e quale degli infelici è la sembianza. Egli intende
“la
morte, e quella di una persona nel fiore degli anni, come un evento tanto più
crudele quanto più distruttivo di una giovinezza ancora inesperta degli inganni
della vita e della natura.”[237]
Nell’idillio affiora un fondamentale nodo
problematico, destinato ad avere successivi sviluppi nella tematica poetica
leopardiana, la morte dei giovani:
“nel
fior degli anni estinta,
quand’è
il viver più dolce, e pria che il core
certo
si renda com’è tutta indarno
l’umana
speme”[238]
“ma
sconsolata arriva
la
morte ai giovinetti, e duro è il fato
di
quella speme che sotterra è spenta”[239]
“oh
quante volte
in
ripensar che più non vivi, e mai
non
avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,
creder
nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
che
morte s’addimanda?”[240]
Il poeta si chiede in modo angoscioso (e non
finirà di chiederselo) che cos’è la morte dei giovani, se sia un bene o sia un
male, se sia un privilegio o una condanna, oscillando tra l’una e l’altra
valutazione: ad esempio della prima, porrà a epigrafe di Amore e morte il famoso verso di Menandro Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος; della seconda l’apostrofe
violenta alla natura del canto A Silvia:
“O
natura, o natura,
perché
non rendi poi
quel
che prometti allor?
Perché
di tanto
inganni
i figli tuoi?”[241]
L’inganno è tanto più mostruoso in quanto all’età
giovanile è connaturata la pienezza vitalistica e la suggestione dell’appuntamento
con la felicità, che come un canto di sirena accompagna la giovinezza stessa.
All’altezza della composizione della lirica A Silvia, scritta di getto dal 19 al 20
aprile 1828 a Pisa, il poeta avverte l’esigenza di
“distanziare
l’oggetto del desiderio; renderlo irraggiungibile, farlo sorgere dal passato e
dalla morte.”[242]
Se questo è vero, è vero anche che non è
venuto meno il rovello dell’interrogare e dell’interrogarsi, che troverà una
definitiva risposta nella conclusione del Canto
notturno, ove il vivere, e non solo per i giovani e per tutti gli esseri
umani ma per tutti i viventi, è un correre verso la morte:
“è
funesto a chi nasce il dì natale”[243]
È con la morte della fanciulla
“che
Silvia comincia ad agire sull’animo leopardiano… Poetica della memoria, ma di
una memoria problematica e anche drammatica, il che spiega tutto il movimento
riflessivo della seconda parte del canto e la sua funebre chiusa.”[244]
Già nell’incipit del canto spicca il sintagma
tua vita mortale, che ovviamente non
presuppone, data la concezione materialistica del poeta, alcuna vita immortale,
l’altra vita e, sul piano referenziale, vuol dire vita destinata alla morte,
come è destino degli esseri umani, tanto più triste per Silvia perché prematura
fu la sua fine, ma vuol esprimere una più vaga e suggestiva area semantica,
come se Silvia, dalla distanza abissale in cui si trova, dall’infinito spazio
del Nulla venisse chiamata a colloquio, sollecitata a far aggallare dalla
memoria che non perisce quel tempo
illuminato della giovinezza, lo spazio delle vie dorate e gli orti.
È ovvio che Leopardi presta a Silvia la sua
memoria di quel tempo, ove il
dimostrativo circoscrive e colora il tempo evocato in uno spazio quasi
favoloso. Anche Nerina nelle Ricordanze
è, come Silvia, la fanciulla morta al culmine della giovinezza e il simbolo
della giovinezza che appare e subito scompare (Ivi danzando, verso 152).
Nell’ultima strofa del canto ossessiva si fa
la certezza della irrevocabilità del passato, di ciò che non è più, non può
tornare, per il quale non è possibile alcun risarcimento.
Nel contesto semantico il verbo passasti è spia del motivo dominante ed
è ripetuto ben quattro volte: Passasti
(v. 149), ma rapida passasti (v.
152); Ahi tu passasti (v. 169); Passasti (v. 170). Non resta che la
memoria, ma essa è acerba (la rimembranza acerba), e l’attributo
che conclude la lirica sta a significare che il poeta non crede più al
risarcimento e alla consolazione del ricordo.
Già in una nota dello Zibaldone del 10 dicembre 1821, il Leopardi aveva scritto:
“Ogni
uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di
malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre,
massime s’ella è stata al tempo suo familiare a lui. Dico di qualunque cosa
soggetta a finire, come la vita o la compagnia della persona la più
indifferente per lui (e anche molesta, anche odiosa) la gioventù della
medesima; un’usanza, un metodo di vita… La cagione di questi sentimenti, è
quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al
di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non
tornerà mai più.”[245]
In antitesi alla fanciulla che è vittima
della morte si pone la fanciulla che dà la morte, che è la morte. Molto
suggestiva è l’interpretazione di Alvaro Valentini[246]
della donzelletta del Sabato del villaggio. Lo studioso
ricollega quel celebre passo zibaldonesco nel quale una fanciulla provoca senza
pensarci la morte dei fiori (ma non è la stessa Natura che alle rimostranze
dell’Islandese risponde che non se n’avvede, se non rarissime volte?) alla giovinetta che torna gioiosa dal
lavoro dei campi, con
“in
mano
un
mazzolin di rose e di viole”.
Scriveva Leopardi nel famoso squarcio del
giardino in stato di souffrance:
“Quella
donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli.”[247]
L’immagine della donzelletta, che irrompe
nell’incipit del Sabato del villaggio,
è un
“innocente
strumento di morte; è la morte per le rose e per le viole che ha raccolto
scegliendole, così, come volle il destino… Ebbene, sulla base del ricordo che
nasce dal giardino en souffrance, questa donzelletta è la stessa donzelletta
sensibile e gentile che ha sterpato fiori, che ha infranto steli: una ingenua
creatura che si muta nella terribile metafora della morte.”[248]
In Leopardi la figura della morte è dotata di
una spiccata ambivalenza, per cui è esecrata ma può essere anche dolce, sorella
d’amore come in Amore e Morte, la
casta fanciulla nel cui virgineo seno
il poeta aspetta serenamente di piegare il volto addormentato:
“solo
aspettar sereno
quel
dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel
tuo virgineo seno”[249]
Se ancora nelle Ricordanze affiora la memoria di una pulsione di morte (“E già nel primo giovanil tumulto / di
contenti, d’angoscie e di desio / morte chiamai più volte, e lungamente / mi
sedetti colà su la fontana / pensoso di cessar dentro quell’acque / la speme e
il dolor mio”, vv. 103-109) in Amore
e Morte, la morte è oggetto d’amore, è bella:
un intenso sentimento d’amore suscita uno struggente desiderio di morte:
“Tanto
alla morte inchina
d’amor
la disciplina…”[250]
“La
morte non spaventa più, si sente indeterminatamente in essa come un fondo di
luce e di allegria, un desiderio che sopravvive ormai Vive
innocente e rende piacevole e dolce
il naufragare nel mare immaginario, metaforico, della pena scontata e dell’amore
ritrovato.”[251]
Il Bonifazi, da cui si riporta questa
citazione, nell’espressione pena scontata
intende riferirsi all’impostazione generale del suo saggio, condotto in chiave
psicanalitica e incentrato sul complesso infantile di colpa del poeta per la
morte precoce dei fratellini.
Al di là di una siffatta interpretazione, all’altezza
di Amore e Morte, la morte è certo
per il Leopardi bellissima fanciulla,
dolce a veder: il raccogliersi nella morte, al riparo dalle tempeste della
vita, è promessa di felicità. La disposizione d’animo che è alla radice dell’invenzione
di Amore e Morte permea il Pensiero dominante, composto probabilmente
tra la primavera vera e l’estate del 1831 e quindi immediatamente precedente,
se Amore e Morte è dell’autunno del
1832. Il pensiero dominante, che
riflette con Amore e Morte
“una
stessa esaltante e mortuaria ispirazione amorosa”[252]
è il primo dei canti fiorentini e canta un pensiero d’amore totalmente assorbente
ogni altro pensiero e sentimento: è un amore tutto mentale (“Dolcissimo, possente / Dominator di mia
profonda mente”) ma tale da assicurare, sia pur raramente, pienezza di
significato all’esistenza e suscita un senso come di sbigottimento, di
smarrimento e di smemoratezza che induce alla morte.
“Un’esperienza
di tal fatta, così prepotente e passionata, così al limite… della umane
possibilità, non può che esser fatta una sola volta; ed è pertanto naturale che
il canto d’amore - di questo amore non già metafisico ma metaforico, vale a
dire allusivo all’unica possibile pienezza della vita e dalla vita, al
contempo, continuamente minacciato e come insultato - richiami il pensiero
della morte, e che in esso si spenga.”[253]
In una nota dello Zibaldone non posteriore all’8 gennaio 1820 Leopardi aveva scritto:
“Quando
l’uomo concepisce amore tutto il mondo si dilegua dagli occhi suoi, non si vede
più se non l’oggetto amato, si sta in mezzo alla moltitudine alle conversazioni
ecc. come si stasse in solitudine, astratti e facendo quei gesti che v’ispira
il vostro pensiero sempre immobile e potentissimo senza curarsi della
meraviglia né del disprezzo altrui, tutto si dimentica e riesce noioso ecc.
fuorché quel solo pensiero e quella vista. Non ho mai provato pensiero che
astragga l’animo così potentemente da tutte le cose circostanti, come l’amore,
e dico in assenza dell’oggetto amato, nella cui presenza non accade dire che
cosa avvenga, fuor solamente alcuna volta il gran timore che forse gli potrà
essere paragonato.”[254]
L’osservazione psicologica zibaldonesca più
di dieci anni dopo si orchestrerà come leitmotiv del canto e occasione di pensiero poetante. Eppure nel Pensiero dominante è rimasta una spoglia
lessicale di quella lontana indicazione (il superlativo potentissimo e l’avverbio corrispondente potentemente tornano, in una situazione semantica più incisiva e
più ampia, nel possente del primo
verso che si pone in endiadi e con una più intensa carica di significato con l’attributo
dolcissimo, che costituisce l’incipit
del canto).
Questa intensa forza d’amore consente al
poeta di considerare come irrilevante la morte, necessitade estrema, e di accogliere con un sorriso ironico le sue minacce:
“Oggi
mi pare un gioco
quella
che il mondo inetto,
talor
lodando, ognora abborre e trema,
necessitade
estrema;
e
se periglio appar, con un sorriso
le
sue minacce a contemplar m’affiso”[255]
Il non-senso della morte sembra essere quasi
riscattato da una vita che prende senso dall’amore, da un amore totalizzante,
che respinge e disprezza l’umana viltà,
questa età superba (si pensi al Secol superbo e sciocco, La Ginestra, verso 53), che si nutre di vote speranze (con una fortissima
intonazione di condanna dello spiritualismo degli ambienti intellettuali
fiorentini):
“Move
l’alma ogni esempio
dell’umana
viltà subito a sdegno.
Di
questa età superba,
che
di vote speranze si nutrica,
vaga
di ciance, e di virtù nemica;
stolta…
Maggior
mi sento”[256]
Scrive Antonio Prete:
“Il
contemptus mundi passa attraverso il disprezzo di chi nel mondo e nei suoi
intrighi e nei suoi affanni naviga con una ragione compromissoria e pavida.”[257]
Se l’amore così inteso restituisce a chi da esso è posseduto, il senso della
vita[258]
ne deriva una conseguenza singolare, per cui un’esistenza siffatta, illuminata
e quasi mossa dall’amore che vi infonde il suo soffio vitale è più gentile della morte stessa, e non
per la gente mediocre e i cuori vili, che si aggrappano alla vita, ma anche per
il saggio che all’insignificanza della vita preferisce di gran lunga la morte
(e Leopardi lo ha testimoniato più volte):
“Solo
per cui talvolta,
non
alla gente stolta, al cor non vile
la
vita della morte è più gentile”[259]
Il poeta non può che augurarsi che la dolce
ossessione d’amore che assume figura e spessore di realtà possa accompagnarlo
sino alla morte:
“…
perché sì viva e forte,
che
incontro al ver tenacemente dura,
e
spesso al ver s’adegua,
né
si dilegua pria, che in grembo a morte”[260]
si augura che il dominator di sua profondamente, consustanziato com’è in lui, alle
radici del suo stesso essere, sia spento dalla morte unitamente a lui:
“E
tu per certo, o mio pensier, tu solo
vitale
ai giorni miei,
cagion
diletta d’infiniti affanni,
meco
sarai per morte a un tempo spento”[261]
La maledizione sarebbe quella dell’assenza di
amore che, pur facendo soffrire (cagion
diletta d’infiniti affanni) è ragione di vita e forse di felicità, in
questa estatica e quasi allucinata dimensione del vivere, che esclude ogni
sensazione o impressione come elemento estraneo a tale orizzonte di concentrata
contemplazione interiore.
Al di là di tale orizzonte, ogni cosa, ogni
evento è insignificante e disturbante, appartiene all’infinita vanità del tutto (A
se stesso). La dislocazione dell’amore in quest’aura di sacralità introduce
il lettore ad Amore e Morte, dove e amore risveglia il coraggio, sì, ma di
morire[262].
L’amore con la sua stessa presenza, per una sorta di smisuratezza che infrange
i limitati confini della quotidianeità, fa nascere il desiderio di morire:
“Quando
novellamente
nasce
nel cor profondo
un
amoroso affetto,
languido
e stanco insiem con esso al petto
un
desiderio di morir si sente:
come
non so: ma tale
d’amor
vero e possente è il primo effetto”[263]
Scrive ancora Bonifazi:
“L’amore
leopardiano è in una formulazione antica, fanciullesca, illusoria, in una
scienza del morire, che comporta il sogno di non esser mai nato, per non
doversi allontanare… da quell’età non irreale e amorosa, che la realtà e la
vita deludono e minacciano, e che solo la poesia può restituire, e rendere
dolce e innocente”[264].
E per Franco Ferrucci,
“malgrado
i soprassalti d’amore che rendono così patetico il ciclo di Aspasia, tutta la
poesia leopardiana batte su un chiodo, l’attesa della morte. Anche il
sentimento d’amore (che aveva ispirato, oltre Aspasia, il pensiero dominante)
trova la sua degna epigrafe in Amore e Morte: l’amore è un preannuncio di
morte, un estremo viatico.”[265]
Nella lettera a Fanny Targioni Tozzetti del
16 agosto 1832 Leopardi aveva scritto:
“…
E pur certamente l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e
le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l’amore fa l’uomo
infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne dell’uomo…”[266]
Se per Walter Binni
“nel
Pensiero dominante (a voler precisare la caratteristica situazione di Amore
e Morte al di là della comune poetica)
era ammessa poi la possibilità di una scelta tra morte e vita… il punto nuovo
di Amore e Morte è il superamento di
ogni meditazione, l’adeguamento immediato di amore come sentimento assoluto e
di morte come stato assoluto di libertà”[267]
per Piero Bigongiari
“Leopardi
aveva composto Amore e Morte seguendo la parabola del Pensiero dominante.”[268]
In effetti la seconda composizione poetica si
collega strettamente alla prima nello svolgimento del tema della morte e se il
pensiero dominante dà a tratti l’impressione di un tono di ieraticità, Amore e Morte sembra essere
caratterizzata invece da un tono di diffusa liricità.
Per Luigi Blasucci,
“in
Amore
e Morte è proposta un relazione…
soprattutto è da parlare di una ipostatizzazione mitica, essendo le due entità
viste come due figure da bassorilievo neoclassico… la poesia leopardiana
investe la realtà di una potente carica figurale; il fatto fisico… diventa figura di una situazione esistenziale.”[269]
Il canto sembra essere il preludio delle
sepolcrali, introdotte dalla figura di bassorilievo della prima e dall’effigie
marmorea della seconda. Se l’incipit di Amore
e Morte presenta nel fratello e nella sorella due figure graziose di mito,
già nella terza strofa gli effetti d’amore sono devastanti e per la tempestosa
potenza dell’amore l’affaticato innamorato invoca decisamente la morte:
“Poi,
quando tutto avvolge
la
formidabil possa,
e
fulmina nel cor l’invitta cura,
quante
volte implorata
con
desiderio intenso,
Morte,
sei tu dall’affannoso amante!”[270]
E più avanti si apre la scena di quel
funerale, con le campane che suonano a morto, con quel canto che accompagna in
processione chi non è più (“E spesso al
suono della funebre squilla, / al canto che conduce / la gente morta al
sempiterno obblio, / con più sospiri ardenti / dall’imo petto invidiò colui /
che tra gli spenti ad abitar sen giva”, vv. 55-61). L’amante tormentato
dalla passione invidia chi cambia domicilio per l’eternità. E pur nell’apparente
levigatezza del canto, che si conclude con l’immagine ma di quella fanciulla
dal virgineo seno, irrompe ancora una
volta il trionfo della morte, e questa volta della morte per amore, nei due
modi in cui questa avviene: o perché l’innamorato non riesce a sostenere la
tempesta dell’animo e pertanto si consuma e perisce o la passione tormentosa
che s’insinua alla radici stesse della vita spinge al crudele spietato gesto
del suicidio anche la tenera donzella:
“Anco
sovente,
a
tal venuto il gran travaglio interno
che
sostener nol può forza mortale,
o
cede il corpo frale
ai
terribili moti, e in questa forma
pel
fraterno poter Morte prevale;
o
così sprona Amor là nel profondo,
che
da se stessi il villanello ignaro,
la
tenera donzella
con
la man violenta
pongono
le membra giovanili in terra”[271]
I due fratelli (Amore e Morte) sono legati
indissolubilmente e si pongono in un rapporto dialettico: l’amore,
insostenibile, conduce alla morte o per consunzione o per una scelta senza
scampo e consegna alla sorella (la morte) le vittime sacrificali. Anche se
nella conclusione del canto la morte sprigiona il fascino della divina vergine
fanciulla, nella tessitura interna del canto affiorano le sue caratteristiche
di sempre, dell’estrema manifestazione della natura matrigna. L’atmosfera delle
due sepolcrali non è lontana.
“Nel
ricordo della legge mortale della natura e del fato, che fa morire e quasi
uccide i giovani (spargendo il loro sangue innocente) e li priva in modo
violento dell’amore e del piacere prematuramente… Leopardi trova i suoi versi
migliori, il leitmotiv della sua poesia.”[272]
Nella canzone Sopra un bassorilievo antico sepolcrale il poeta bussa ancora ma
invano alle porte del mistero della inconciliabile contraddizione alla quale la
natura ha condannato l’uomo, dibattuto in una continua oscillazione tra il
desiderio e l’orrore della morte. Non è possibile stabilire se la giovane morta sia misera, perché la morte prematura deve essere ritenuta un male, o fortunata, perché muor giovane colui che al cielo è caro, come è detto nell’epigrafe
menandrea di Amore e Morte:
“né
forse al mondo
S’intese
ancor, se in disfavore al cielo,
se
cara esser nomata,
se
misera tu debbi o fortunata”[273]
È significativo il fatto che dalla fanciulla
del sogno (“Morta non mi parea, ma
trista, e quale / degl’infelici è la sembianza…” vv. 9-10), a Silvia e
Nerine e fino alle fanciulle delle Sepolcrali, alle figure femminili è affidato
il compito di rappresentare la morte, quasi di testimoniarle in absentia con la
loro scomparsa dalla vita.
Ai fini dell’invenzione genetica della
canzone, non è molto significativa la suggestione che poté derivare al Leopardi
dalla visita dello studio dello scultore Pietro Tenerani, ove il poeta
“vide
il
bassorilievo per la sepoltura di una giovane, pieno di dolore e di costanza
sublime (come egli stesso scrisse all’amica
Carlotta Lenzoni il 29 ottobre 1831): il bassorilievo per Clelia Severini,
morta a 19 anni (che oggi si trova nell’atrio della chiesa di San Lorenzo in
Lucina)”[274]
Per altro, se Foscolo nelle Grazie intendeva gareggiare per mezzo
della parola, l’arcana armoniosa melodia
pittrice[275]
con l’amico scultore Canova, artefice di
numi, se Foscolo
“animava
nelle Grazie il marmo, passava dalla statua al mito della bellezza. Leopardi
dall’animata beltà trascorre verso il muto simulacro, capovolgendo dunque il
processo genetico.”[276]
D’altra parte, non molta importanza avranno
avuto sul Leopardi le suggestioni letterarie, dalle Visioni sacre e morali di Alfonso Varano alle Notti romane al sepolcro degli Scipioni di Alessandro Verri (il
Varano nello Zibaldone è citato come
imitatore di Dante[277]
per fermezza e forza d’opinion religiosa
e superstiziosa[278]
e il Verri per le vere arti di dar virtù
ed efficacia allo stile, e di far quasi provare quello che tu racconti[279]).
Significativa invece appare l’annotazione leopardiana Poesia in morte di una giovane in Memorie e disegni letterari[280],
cui segue l’altra Poesia sopra la mia
morte, Addio al mondo[281]:
segno che la bella e giovane defunta… è
accomunata alla sorte del poeta… in modo che il poeta possa piangere, possa
dirsi infelice e voglia morire anche lui…[282]
Del resto il poeta aveva accomunato il suo
destino a quello di Silvia, l’altra fanciulla, come quella del bassorilievo,
morta giovane:
“Anche
peria fra poco
la
speranza mia dolce: agli anni miei
anco
negaro i fati
la
giovanezza.”[283]
Nella prima sepolcrale, oltre allo scoppiare
della contraddizione tra la ragione e il cuore, poiché la prima suggerisce che il
morir giovane evita il perdurare dell’infelicità che si acuisce nella vecchiaia
(“A me, se di vecchiezza/la detestata
soglia/evitar non impetro…”, Il
passero solitario, vv. 50-52) mentre il secondo respinge con forza tale
eventualità, sia per l’insopprimibile impulso alla vita sia per lo strazio che
la morte procura nei familiari e negli amici, si tocca quasi con mano che la
natura è doppiamente colpevole, sia per aver assegnato all’uomo un’esistenza
infelice sia per aver reso anche infelice il momento della fine dell’esistenza
stessa, col dolore e il rimpianto dei familiari che inseguono la persona
scomparsa oltre la morte.
“Che
d’altra parte Leopardi dovesse, dopo la scomparsa di Amore, dirigersi verso la
Morte, verso la sua contemplazione e i suoi problemi, era un cammino, anche da
un punto di vista psicologico, pressoché inevitabile.”[284]
La ferma contemplazione del Nulla che permea
la condizione umana consente al poeta un tono assertivo e deciso, insistito
nella negazione della vita:
“Al
nido onde ti parti,
Non
tornerai”[285]
“L’aspetto
de’
tuoi dolci parenti
lasci
per sempre”[286]
“il
loco
a
cui movi, è sotterra”[287]
Non
tornerai, lasci per sempre,
sotterra contrassegnano non solo sul
piano semantico ma anche come elementi timbrici sul piano fonologico la condizione
di morte, fino all’assorta e sgomenta osservazione del cambiamento-sostituzione
del futuro con la morte:
“E
cangiar con gli oscuri
Silenzi
della tomba i dì futuri”[288]
Il motivo fondamentale sembra però
incentrarsi sugli affetti che la morte della persona cara ferisce:
“Come,
hai come, o natura, il cor ti soffre
Di
strappar dalle braccia
All’amico
l’amico,
Al
fratello il fratello,
La
prole al genitore,
All’amante
l’amore: e l’uno estinto,
L’altro
in vita serbar? Come potesti
Far
necessario in noi
Tanto
dolor, che sopravviva amando
Al
mortale il mortal?”[289]
Se nel Canto
notturno la morte è prefigurata dall’angolazione di chi muore (“Che sia questo morir, questo supremo /
Scolorar del sembiante,/ E perir della terra, e venir meno/ Ad ogni usata, amante
compagnia”: Canto notturno, vv.
65-68), nella prima sepolcrale la morte à è vista dall’angolazione di chi
resta. Ed è significativo che il poeta abbia usato lo stesso termine compagnia nel : Canto notturno e nella canzone sepolcrale: A ogni usata, amante compagnia (Canto
notturno)
“All’ore
ai lochi usati
Rimemorar
la scorsa compagnia?”[290]
È significativo che nella sepolcrale l’io che pensa alla propria morte dia
luogo agli altri, a quelli che restano, amici, fratelli, figli, amanti: la vita
dell’uomo allora non è bloccata nella solitudine ma s’intreccia con legami d’affetto
a quella dei familiari e delle persone che amiamo e che ci amano. Già nel 1827
il poeta avvertiva che
“aver
per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi,
dei compagni, o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno, non è
di sapiente ma di barbaro.”[291]
A tale presa di coscienza della morte come
strazio e dolore comuni, come evento di lutto, come perdita irrisarcibile e
trauma non superabile per chi resta, non è forse estranea l’esperienza della
morte del fratello Luigi, per cui così scrive al padre da Pisa, il 17 giugno
1828:
“Io
entro con tutta l’anima in ciascuna particolarità del dolor suo. Mi sarebbe
impossibile di decidere se nella pena che ho provato e che provo, abbia più
parte il sentimento mio proprio della nostra disgrazia comune, o la riflessione
che fa nell’animo mio il dolor loro. Ma come potrei deciderlo, se la disgrazia
è tanto grande, che io posso dire di non averla mai intesa bene, e di non
intenderla ancora? Ho pianto macchinalmente; senza quasi sapere il perché,
senza nessun pensiero determinato che mi commuovesse… dobbiamo aver cura alla
nostra salute, non più per noi stessi, ma gli uni per amor degli altri.”[292]
Ciò che colpisce è l’enormità dell’evento di
morte (“io posso dire di non averla
intesa bene, e di non intenderla ancora”), che è il corrispettivo nella
scrittura epistolare della constatazione incontrovertibile della mostruosità
della natura che
“altro
negli atti suoi
che
nostro male o nostro ben si cura”[293]
“Nel
’28, dunque, il poeta avverte la necessità di memorizzare un tema che associava
in sé esperienze personali e letterarie, il cui sviluppo e la cui
configurazione definitiva, quale appare nelle due Sepolcrali… vengono in un
certo senso determinate dalle esperienze interessanti e decisive del ’31-’32,
periodo della loro - ideale - anche se non reale - composizione.”[294]
La natura, con il lutto che provoca
strappando alla vita una persona cara, intorbida la vita stessa, uccide non
soltanto una persona ma anche quella tendenza degli esseri umani, sia pur
illusoria, al piacere, che è l’unica pulsione di vita.
Il pensiero poetante leopardiano, all’altezza
della prima sepolcrale, s’incentra sulla dimostrazione che la morte è
“in
ultima istanza logicamente inaccettabile proprio perché intrinseca alla vita…
alla fine del componimento, la morte e la vita finiscono per diventare la causa
reciproca della propria incapacità a risolvere il dilemma, perché, ove si
volesse postulare - come fa Plotino - una pur preferibile accettazione dell’esistenza
umana, la morte verrebbe comunque a intorbidarne le giornate, sia sotto la
specie di un costante memento reso ancor più spaventoso dalla lugubre scenografia cimiteriale, sia
sotto quella del compianto dei morti da parte di chi istintivamente (proprio
perché è vivo) ripensa ai defunti come stati vivi, e soprattutto ne subisce la perdita oggettiva restando scemo… di
se stesso - (vv. 87-88) - solitario
abbandonato in terra - (verso 95) -, cioè
in uno stato di innaturale absence (guardando attorno, all’ore ai lochi
usati - (verso 96), bloccato nella
tensione spasmodica del suo desiderio senza oggetto.”[295]
È quindi inaccettabile la coesistenza e quasi
la complementarità tra la morte e la vita. L’illogicità è ancor più grande
perché la natura, pur essendo altro dall’uomo, lo sostanzia in quanto l’essere
umano è corpo e quindi corruttibile, soggetto alla morte, a quella legge per
cui la natura per uccider partorisce e
nutre (Sopra un bassorilievo, v.
47).
Nello Zibaldone
il poeta si era posto il dilemma, senza per altro risolverlo:
“Quello
che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere,
la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose.”[296]
Per ciò la circolarità vita-morte è un
non-senso. Maria Nieves Muñiz in un articolo molto stimolante respinge la tesi
che collega la prima sepolcrale agli idilli pisano-recanatesi e alla situazione
poetica del ciclo di Aspasia[297]
e sottolinea che la filosofia dolorosa ma
vera, fondata sulla constatazione che la natura per uccider partorisce, comunque già definita nella
primavera-estate del 1829, non si dispiegò nella fase degli Idilli perché era
ancora predominante in Leopardi un tono di soggettività
sentimentale.
“Quell’intento
falli allora perché - quando l’eccesso di sofferenza spinse Leopardi nuovamente
a poetare - egli non trovò subito la necessaria mediazione fra l’io che patisce
e l’io che descrive, fra il dolore personale e l’orrore universale, tra la
poetica antica e la nuova visione della natura.”[298]
Anche nel Canto
notturno il poeta attutisce
“l’orribile
verità senza oltrepassare i limiti della vaga allusione al mostro, vale a dire
della rappresentazione del ciclo arimanico di produzione-distruzione… Il principio di
soggettività sentimentale su cui erano finora cresciuti i Canti venne così
salvato in extremis insieme alla struttura dell’idillio che presuppone la
bellezza bucolica della natura. Era però una soluzione precaria e provvisoria,
ancor distante dalle implicazioni ultime del pensiero.”[299]
La prima sepolcrale invece svolge il processo
di disvelamento del mostro,
“pone
precisamente al proprio centro questo nodo (la morte come massima
contraddizione fisica e logica) facendone oggetto di dolorosa protesta, e
soprattutto di inorridita riflessione…”[300]
“Nel
Bassorilievo antico la morte sprigiona, infatti, tutta la sua malefica
polisemia: massima sventura se vista in rapporto all’essere (ed ecco la
protesta contro immaturo perir dei giovinetti); sommo bene se messa a confronto dell’essere-infelice
(e allora, scandalo di fronte allo strazio insanabile recato ai sopravvissuti,
che converte quella grazia estrema
nel peggiore dei mali): monstrum logico…”[301]
Se la morte ha corroso quella reina bellezza dispiegata nelle membra e nel volto (vv. 29-30), la
figura di bassorilievo conserva l’avvenenza della bellissima donzella (v. 3): il riscontro con Silvia è inevitabile.
Alla reina bellezza che si manifesta
come il diffondersi di una forza vitale
attraverso le membra della giovane[302],
corrisponde ma in una situazione totalmente diversa e con diversa area
semantica l’immagine di Silvia riassunta nell’espressione
“Quando
beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”:
la donna morta del bassorilievo è fermata
nell’immagine iconografica, Silvia è immagine figurale della morte, che presto sopraggiungerà, perché il male è
in incubazione nel suo corpo giovane, perché essa da chiuso morbo sarà combattuta
e vinta.
La reina
bellezza della giovane morte anticipa il ritratto di una bella donna della seconda sepolcrale: la morte è ancor più
colpevole perché distrugge la bellezza corporea femminile, nel momento del suo
fiorire; è come se si aggiungesse mistero a mistero:
“Misterio
eterno dell’esser nostro”[303]
Un mistero orribile, destinato a restar tale:
“Non
si può meglio spiegare l’orribile misterio delle cose e della esistenza
universale… che dicendo essere insufficienti e anche falsi… i principii stessi
fondamentali della nostra ragione… Quel principio Non può una cosa insieme
essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le
contraddizioni palpabili che sono in natura.”[304]
Eppure la natura che crea la bellezza si
affretta a distruggerla ed è ancor più stridente la metamorfosi dal quasi angelico aspetto in polve e scheletro. È come se la natura
invidiosa volesse punire la bellezza muliebre, come un dono non dovuto, come se
fosse un errore nella catena di produzione distruzione, qualcosa di non
necessario nella funzione di colei che per uccider partorisce e nutre.
È ancora il motivo della erodotea φθόνος θεών, che ho sottolineato a
proposito del Bruto minore, ma con
qualcosa di più cupo, di più terribile, come se la natura sostituitasi agli
dei, come era invece nel Bruto minore,
manifestasse il suo sadismo:
“diman,
per lieve forza,
sozzo
a vedere, abominoso, abbietto
diviene
quel che fu dianzi
quasi
angelico aspetto”[305]
In una nota zibaldonesca il poeta aveva
accennato all’invidia degli dei:
“Solone,
appo Erodoto, I, c. 32, parlando a Creso della costui prosperità chiama la
divinità invidiosa (29 giugno 1828)”[306]
Successivamente, meno di un anno dopo,
attribuisce la malignità della divinità a un principio cattivo delle religioni orientali:
“Il
dogma dell’invidia degli Dei verso gli uomini celebrato in Omero, e soprattutto
in Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale, o
divulgato principalmente in Oriente. Poiché esso attiene alla dottrina del
principio cattivo, e a quelle idee che rappresentavano le divinità come
malefiche e terribili; dottrina e idee aliene dalla religione della Grecia a’
tempi omerici ed erodotei” (31 marzo 1829)[307].
Pur nelle forme di un’osservazione
apparentemente dettata da una curiosità erudita, non siamo distanti dalla
tensione meditativa dell’Inno ad Arimane:
“produzione
e distruzione ec. per uccider partorisce ecc. sistema del mondo, tutto patimen.
Natura è come un bambino che disfa subito il fatto”[308]
ove il sintagma per uccider partorisce è ripreso nella prima sepolcrale:
“che
per uccider partorisci e nutri”[309]
Per altro, i tempi sono ravvicinati, se l’Inno
ad Arimane è del 1833 e le sepolcrali furono composte tra il 1834 e il 1835. In
Sopra il ritratto di una bella donna
l’antitesi di fondo tra la bellezza della donna e il disfacimento del suo corpo
sozzo a vedere, abominoso, abbietto,
non esclude l’indugiare dello sguardo memoriale del poeta sulla bellezza della
donna, con un tono di sensualità permeata dal senso di morte:
“Quel
dolce sguardo,
che
tremar fe’, se, come or sembra, immoto
in
altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto
par,
come d’urna piena,
traboccare
il piacer; quel collo, cinto
già
di desio; quell’amorosa mano,
che
spesso, ove fu porta,
sentì
gelida far la man che strinse;
e
il seno, onde la gente
visibilmente
di pallor si tinse,
furo
alcun tempo: or fango
e
ossa sei: la vista
vituperosa
e trista un sasso asconde”[310]
L’atmosfera sepolcrale di queste espressioni
nasce anch’essa da una matrice sensuale,
giacché la sensualità si esprime anche in immagini di voluttuosità per così
dire funebre[311].
La morte sembra godere degli effetti distruttivi dell’azione da lei compiuta
sulla persona bella. Resta lo stupore e l’angoscia del poeta per l’estrema
fragilità della bellezza e, in modo più radicale e perentorio, della vita
stessa, la presa di coscienza che all’interno della stessa materia naturale sono
presenti aspetti che irradiano un’intensa suggestione d’amore (la bellezza
della donna) e un’invincibile ripugnanza (il disfacimento di quella stessa
bellezza corporea).
Dal ritratto della bella donna che ovviamente
ne riproduce i lineamenti del volto (solo il titolo allude a una donna
considerata nella sua individualità) il poeta trapassa a una considerazione
generale sulla trasformazione della bellezza in polve e scheletro. Egli
“allontana
un’immagine di donna presente e coinvolgente e giunge a un’idea di donna in sé…
come metafora della materia naturale e corporea, della bellezza sensibile che,
sottoposta alle implacabili leggi di natura, si decompone fino al rovesciamento
integrale di sé.”[312]
È come se la bellezza corporea della donna
contenesse insito in sé, in incubazione, un programma biologico di
disgregazione, nel momento del suo pieno fiorire:
“se
il corpo, anche il più bello, si compie definitivamente in una degradazione che
precipita in annullamento, e se questa è legge fatale, la bellezza corporea è
una forma inquietante e ammonitrice di prefigurazione della morte.”[313]
Quanto alla datazione delle due sepolcrali,
Fernando Gioviale ritiene che la prima si ponga sulla linea tematica dei canti
pisano-recanatesi e delle più tarde Operette
Morali, mentre la seconda può essere contemporanea o appena posteriore ad Aspasia, diversamente dalla posizione
della Muñiz prima esposta. Il motivo dominante della seconda sepolcrale è
espresso nell’ultima strofa, nel martellante interrogativo senza risposta sul
senso e il fine della dolorosa avventura umana, su un’altra insanabile
contraddizione del misterio eterno dell’esser
nostro. Se la natura umana è fragile e di nessun valore, è polvere e ombra[314],
come è verificato dalla dissoluzione del corpo dopo la morte, come è possibile,
se essa in parte ha una sua intrinseca nobiltà, dal momento che è capace di
altissimi pensieri e di delicati sentimenti, che tali moti dell’intelligenza e
dell’anima siano destati e annullati così facilmente dalla presenza che si
tramuta subito in assenza di una bellezza muliebre, fatta di materia
marcescente? (“Natura umana, or come, /
se frale in tutto e vile, / se polve e ombra sei, tant’alto senti? / Se in
parte anco gentile, / Come i più degni tuoi moti e pensieri / Son così di leggeri
/ Da sì basse cagioni e desti e spenti?”: vv. 49-56). Si tratta del
contrasto tra intelligenza, sentimenti, moti dell’animo, tutto ciò che
indichiamo col termine spirito e
materia, della contraddizione di una materia che è insieme spirito. In una nota
dello Zibaldone del 26 settembre 1826
Leopardi scriveva:
“È
chiaro e noto che l’idea e la voce spirito non si può insomma e in conclusione
definire altrimenti che sostanza che non è materia… il definire lo spirito,
sostanza che non è materia, è precisamente lo stesso che definirla sostanza che
non è di quelle che noi conosciamo o possiamo conoscere e concepire, e questo è
quel solo che noi veniamo a dire e a pensare ogni volta che diciamo spirito, o
che pensiamo a questa idea, la quale non si può, come ho detto, definire
altrimenti. Frattanto questo spirito, non essendo altro che quello che abbiam
veduto, è stato per lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in sé tutta
la realtà delle cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e
quanto possiamo conoscere e concepire, è stata creduta non esser altro che
apparenza, sogno, vanità appetto allo spirito. È impossibile non deplorar la
miseria dell’intelletto umano considerando un così fatto delirio.” (26
settembre 1826)[315]
E successivamente:
“Qui
davvero che il povero intelletto umano si è portato da fanciullo quanto mai in
alcuna cosa. E pur la verità gli era innanzi agli occhi. Il fatto gli diceva:
la natura pensa e sente; perché tu vedi al mondo cose che pensano e sentono, e
tu non conosci cose che non siano materia; non conosci al mondo, anzi per
qualunque sforzo puoi concepire, altro che materia. Ma non conoscendo il come
la materia pensasse e sentisse, ha negato alla materia questo potere.” (9 marzo
1827)[316]
Quindi le nostre stesse facoltà mentali, il
nostro mondo interiore è materia, in un’accezione filosofica, quale il Leopardi
mostra di professare, rigorosamente materialistica.
“Contraddizione
evidente e innegabile, ma non perciò men vera, misterio grande da non potersi
mai spiegare”[317]
è
“il
circolo produzione-distruzione che è procura dolore quando si manifesta come
morte dei cari, ma anche un freddo orrore quando crea e distrugge le belle
sembianze mostrando l’identità tra il bello e il brutto.”[318]
Leopardi opera il disvelamento della
contraddizione, consegnandola a quella che madre
è di parto e di voler matrigna (La
Ginestra, v. 125). Eppure il poeta non può non rilevare la distanza tra la
vita della natura nel suo complesso e la vita interiore, la storia dell’anima
degli esseri umani, con la loro O tensione alla felicità, che sembra
particolarmente vicina nell’età della giovinezza.
Nei Ricordi
d’infanzia e di adolescenza aveva scritto:
“comparare
la vita della natura e la sua eterna giovinezza e rinnovamento col suo morire senza
rinnovamento appunto nella primavera della giovinezza.”[319]
È il motivo dominante del Tramonto della luna, ove la vita mortale, una volta sparita la
giovinezza, piomba nella notte e nella morte
“e
alla notte
che
l’altre etadi oscura,
segno
poser gli Dei la sepoltura”[320]
Il sintagma sepoltura richiama la tomba
ignuda del canto A Silvia e segno, nel senso di termine ultimo, è una ripresa dell’unità lessicale, con lo stesso
valore semantico e la stessa carica di suggestione, nel senso di inevitabile
conclusione, come sinonimo della morte, della canzone Sopra un bassorilievo antico sepolcrale ove si dice:
“ai
mali unico schermo
La
morte; e questa inevitabil segno,
Questa,
immutata legge
Ponesti
all’uman corso…”[321]
“Con
quel vocabolo finale, sepoltura,
il canto chiude il varco a qualsiasi ritorno di speranza e risuona tetramente,
direi più che nelle canzoni sepolcrali, come una condanna irrevocabile,
definitiva…”[322]
L’idea di morte del Leopardi, la sua ars moriendi trascorre dalle sepolcrali
al Tramonto della luna alla Ginestra: le riprese lessicali ne sono
precisi e preziosi indicatori e l’analisi delle concordanze ce lo conferma. La
morte, che è un evento che colpisce un essere umano preso singolarmente e
segnatamente una fanciulla nel fiore degli anni, come avviene in Il sogno, A Silvia, Le Ricordanze,
nelle due sepolcrali, o un atto violento che l’individuo rivolge contro se
stesso (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo) o ancora
presentimento della fine Appressamento
della morte[323]
balenante pensiero di autoannientamento del poeta (“pensoso di cessar dentro quell’acque / la speme e il dolor mio” - Le Ricordanze, vv. 108-109) o struggente
oggetto del desiderio (“E tu, cui già dal
cominciar degli anni/sempre onorata invoco/bella morte” - Amore e Morte, vv. 96-98) nella Ginestra è un tragico evento collettivo,
è violenza della natura che commette il delitto di strage, che in un attimo
distrugge quella realtà del vivere civile che gli uomini hanno faticosamente
creato.
La morte assume qui una dimensione plateale,
è furia aggressiva gratuita, allo stato puro: ed è significativo che il
sintagma scheletro di Sopra il ritratto di una bella donna (“polve e scheletro sei” v. 2), scheletro
di una persona, ritorni nella Ginestra
a indicare una morta città, che conserva in sé tante morti di persone bloccate
nell’ultimo istante di vita e ricoperte dalla lava (“Pompei, come sepolto scheletro”: La Ginestra, vv. 271-272).
All’occasione esterna della genesi della Ginestra avrà concorso in Leopardi la
suggestione esercitata dalla lettura del Poème
sur le désastre de Lisbonne del Voltaire, espressamente citato nello Zibaldone:
“Cosa
certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che
compongono l’universo e quindi è ben difficile il supporre ch’ella non sia un
male anche per l’universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come
fanno i filosofi, Des malheurs de chaque étre un bonheur général. Voltaire,
Epitre sur le désastre de Lisbonne.”[324]
È assurdo pensare che dal male di singoli
esseri possa derivare il bene universale: l’infelicità, il male sono
connaturati all’ente nella sua individualità (la morte colpisce l’individuo),
ma anche all’esistenza dei viventi nella sua totalità (la natura arreca la
morte collettiva): nel poema voltairiano col terremoto, nella lirica
leopardiana con l’eruzione vulcanica. È significativa la corrispondenza di
alcune considerazioni del filosofo francese con la filosofia negativa del
Leopardi: “Siamo da ogni parte circondati
dalla crudeltà del fato, dalle furie dei malvagi, dalle insidie della morte. È
orgoglio, voi dite, l’orgoglio ribelle, a pretendere, stando male, di poter
stare meglio… nessuno vorrebbe morire…”[325]
Se Voltaire approda al deismo, Leopardi
ribadisce il suo materialismo e stigmatizza colui che
“di
fetido orgoglio
empie
le carte…”[326]
Il destino dell’uomo è quello di correre
verso la morte e
“la
musa di Leopardi ha raggiunto la morte come sua destinazione finale, come porto
di requie e salvezza.”[327]
“È
la morte a costituire la leggibilità stessa dei
Canti… è essa a istituire la
contraddizione di un’opera indirizzata come scrittura alla morte in opera
indirizzata come possibilità di lettura a un continuo e opposto atto di
smentita, in un contrappunto vitale…”[328]
Nei Canti
trascorre il pensiero poetante del Leopardi che, nel ribadire l’arido vero
della condanna degli esseri umani all’infelicità e alla morte, vince con la
poesia la morte stessa, fa del tema della morte un’occasione di felicità
mentale e di canto.
***
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[1] Lettera al Giordani del 2
Marzo 1818.
[2] S. Timpanaro: classicismo e illuminismo nell’Ottocento
italiano (1965; Nistri-Lischi, Pisa, 1977): 35.
[3] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
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[4] M. Leopardi in cronologia della vita e delle opere di
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a cura di N. Gallo e C. Garboli (1962; Einaudi, Torino, 1993): 5.
[5] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. W. Binni ed
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[6] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): i: 798.
[7] N. Bonifazi: Leopardi. L’immagine antica (Einaudi,
Torino, 1991): 73.
[8] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[9] M. Praz.
[10] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
Ghidetti; Sansoni , Firenze , 1969): ii: 667.
[11] lettera a Giordani Pietro
del 26 aprile 1819.
[12] W. Goethe: i dolori del giovane Werther.
[13] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[14] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[15] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[16] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[17] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni ed E.
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[18] C. Luporini: Leopardi progressivo (1947; Editori
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[19] G. Piovene: Manzoni e Leopardi in La Stampa, Torino, 1971.
[20] N. Bonifazi: Leopardi.
L’immagine antica (Einaudi, Torino, 1991): 64.
[21] v. Ortis 25 Maggio 1798
sul fine.
[22] G. Leopardi: ricordi d’infanzia e di adolescenza in
G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di
W. Binni e E. Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): i: 362.
[23] G. Leopardi: ricordi d’infanzia e di adolescenza in
G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di
W. Binni e E. Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): i: 363.
[24] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 45.
[25] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 98.
[26] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 198 - 199.
[27] frammento sul suicidio:
199.
[28] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 240 - 241.
[29] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 240 - 241.
[30] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 433 – 434.
[31] G. Leopardi: Zibaldone in G. Leopardi: tutte le opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti - Sansoni, Firenze, 1969): ii: 1000.
[32] Leopardi, Tutte le Opere, cit. I, p. 205 sgg. 48.
[33] G. Leopardi, Tutte le
Opere, cit. I, p. 179.
[34] G. Leopardi, op. cit. 1,
p. 178.
[35] Zib. op. cit. pp.
1144-1145.
[36] Zib. (4428), (2 gennaio 1829),
op. cit. II, p. 1199.
[37] Paralipomeni, in L. op. cit. I, p. 289, ottava 25.
[38] Ad Arimane, in op. cit. I, p. 350.
[39] Ad Arimane, ivi.
[40] W. Binni: La poesia di Leopardi negli anni napoletani,
in Rassegna della letteratura italiana, n.3, sett-dic. 1980.
[41] Zibaldone, in op. cit. II, (4175-4177) (Bologna, 22 aprile 1826),
p. 1098.
[42] G. Leopardi, Tutte Le Opere, cit. II, (66,1), p. 43.
[43] 660, I
[44] G. Leopardi: Tutte le Opere, cit. II, p. 208.
[45] G. Leopardi, Tutte le Opere, II, cit. p. 136.
[46] G. Leopardi, Tutte le Opere, cit. vol.II, pp.
573-574.
[47] Zib. cit. pp. 671-672.
[48] Zib. cit. p. 1144.
[49] Zib. cit. (79), p. 48.
[50] Zib. cit. (116), p. 62.
[51] Zib. cit. p. 679.
[52] Zib. cit. p. 742.
[53] Giulio Natali, Corso e ricorso della lirica leopardiana,
Signorelli, Roma, 1948, 56.
[54] Zib. cit. p. 656.
[55] Zib. cit. 762.
[56] Zib. cit. (4410), p. 1193.
[57] Zib. cit. (4174), p. 1097.
[58] Zib. cit. (2673), p. 679.
[59] Zib. cit. pp. 856-857.
[60] Zib. cit. p. 871.
[61] Jean-Jacques Rousseau, Le Confessioni, trad. di Valeria Sottile
Scaduto, in Opere, a cura di Paolo
Rossi, Sansoni editore, 1972, p. 810.
[62] Zib. ivi, p. 871.
[63] Zib. ivi, p. 872.
[64] Zib. cit. (4391), p. 1187.
[65] Zib. cit. (3813-3815), pp.
956-957.
[66] Zib. cit. p. 1092.
[67] Zib. cit. p. 1239.
[68] G. Leopardi, Operette morali, Rizzoli, Milano 1922
(1976), p. 292.
[69] G. Leopardi, Tutte le opere, cit. vol. I, I nuovi credenti, p. 325.
[70] N. Mineo, La felicità della coscienza infelice. I nuovi credenti di Giacomo Leopardi,
in Siculorum Gymnasium nn. 1-2, 1989.
[71] Giacomo Leopardi, Pensieri, a cura di Antonio Prete,
Feltrinelli, Milano, 1994, p. 40.
[72] Zib. cit. p. 116.
[73] Leopardi cita Domenico
Cirillo per il libro “Sensazioni de' moribondi”.
[74] Zib. cit. p. 118.
[75] Giacomo Leopardi, Pensieri, a cura di Antonio Prete, cit.
p. 41.
[76] vv. 43-45
[77] Orazio, Odi, 1.1, vv. 15-16.
[78] Antonio Prete, Il pensiero poetante, Saggio su Leopardi,
Feltrinelli, Milano, 1984, (1980), p. 17.
[79] A. Prete, op. cit. p. 17.
[80] A. Prete, op. cit. p. 18.
[81] Zib.. cit. pp. 79-80.
[82] Zib. cit. p. 1236.
[83] Zib. cit. p. 205.
[84] Lea Canducci, Giacomo Leopardi. Autoanalisi di un poeta,
Bulzoni, Roma, 1978, pp. 72-73.
[85] N. Mineo, cit. 79.
[86] Arcangelo Leone De
Castris, Leopardi: una critica del
moderno in Allegoria, n.13, anno
V, Nuova serie 1993, pp. 43-44.
[87] Zib. cit. (4175-4176), p.
1098.
[88] A. L. De Castris, ivi.
[89] G. Leopardi, Notizia sulle Operette e Appendice, in Leopardi, Tutte le Opere, cit. vol. I,
p. 205.
[90] Ivi, p. 207.
[91] Zib. cit. pp. 965-966.
[92] Zib. cit. p. 1148.
[93] Dialogo di Tristano e di un amico, in G. Leopardi, Operette Morali, Rizzoli, Milano, 1992
(1976), p. 299.
[94] Dialogo di Tristano e di un amico, in G. Leopardi, Operette Morali, cit. p. 293.
[95] Zib. cit. (259-260), in Tutte le Opere, cit. p. 110.
[96] S. Timpanaro, Classicismo e Illuminismo nell'Ottocento
italiano, Pisa, 1965.
[97] Dialogo di Tristano e di un amico, cit. p. 299.
[98] Dialogo della Moda e della Morte, in Leopardi, Operette Morali, cit. p. 92.
[99] G. Leopardi, Operette Morali, cit. p. 195.
[100] Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Operette Morali, cit. p. 101.
[101] Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, fu composto dal 2 al 6 marzo
del 1824 e il Dialogo della Natura e di
un Islandese fu composto, sulla base dell'autografo, il 21, 27 e 30 maggio
dello stesso anno.
[102] Dialogo di un Folletto e
di uno Gnomo
[103] Dialogo della Natura e di
un Islandese
[104] Zib. cit. pp. 1064-1065.
[105] Zib. cit. (4129), pp.
1077-1078.
[106] Dialogo di Malambruno e di Farfarello, Operette Morali cit. p. 107.
[107] Zib. cit. pp. 1097-1098.
[108] Luigi Blasucci, La posizione ideologica delle Operette Morali, in Leopardi e i segnali dell'infinito, Il
Mulino, Bologna, 1985.
[109] L. Blasucci, cit. pp. 172-173.
[110] Zib. cit. (446-447), p.
159.
[111] Zib. cit. (56), p. 38.
[112] L. Blasucci, op. cit. p.
180.
[113] G. Leopardi, Operette morali, cit. p. 203 VALER
[114] Zib. cit. (116), 8 giugno 1820,
p. 62.
[115] Zib. cit. (Bologna,
“novembre 1825), p. 1086.
[116] F. Ferrucci, “Il sogno del prigioniero", in Addio
al Parnaso, Bompiani, Milano, 1971, p. 131.
[117] Operette Morali, cit. p.
66.
[118] Operette Morali, cit. p.
137.
[119] Operette Morali, cit. ivi.
[120] Zib. cit. (4015), p. 1067.
[121] L. Blasucci, cit. p. 200.
[122] C. Galimberti, Linguaggio del vero in Leopardi,
Olschki, 1959, p. 130.
[123] “Dialogo della Moda e della Morte”.
[124] “Dialogo della Natura e di
un Islandese”, Operette Morali, cit.
p. 155.
[125] L. Blasucci, cit. p. 21.
[126] “Dialogo della Natura e di
un Islandese”, Operette Morali, cit. p. 158.
[127] vv. 141-143
[128] Piero Bigongiari, “Dal
Logos al Dialogos", in Leopardi, La Nuova Italia, Firenze, 1976, p. 501.
[129] Operette Morali, cit. p.
241.
[130] Zib. cit. p. 90.
[131] Operette Morali, cit. p.
241.
[132] G. Leopardi, Canti, Einaudi, Torino, 1993 (1962) vv.
1-21.
[133] Emanuele Severino, Il Nulla e la poesia alla fine dell'età
della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990, p. 66.
[134] Operette Morali, cit. p.
241.
[135] Zib. cit. (107), p. 59.
[136] Zib. cit. (181), p. 85.
[137] E. Severino, cit. p. 283.
[138] Liana Cellerino, “Prosa
d'invenzione morale”, in Letteratura italiana. Le forme del testo, II, La
prosa, Einaudi, 1986, Torino, p. 1034.
[139] L. Cellerino, cit. p.
1038.
[140] Giovanni Getto, Saggi leopardiani, Vallecchi, Firenze,
1977 (1966).
[141] G. Getto, ivi, p. 88.
[142] G. Getto, ivi, p. 79; si
veda anche L. Blasucci, Capitoli di
critica leopardiana, in Leopardi e i
segnali dell'infinito, cit.
[143] WALTER BINNI, “Leopardi
pocta delle generose illusioni e della eroica persuasione”, in G. L. Tutte le
Opere, cit. I, pp. XI CXX.
[144] W. BINNI, ivi, p. LXXVI.
[145] MARIO MARTI, Cronologia
dinamica delle Operette Morali di Giacomo Leopardi, in “Giornale storico della
letteratura italiana”, 2, aprile giugno 1979, pp. 203-228.
[146] In EMILIO GIORDANO, I
labirinto leopardiano, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1986, p. 133.
[147] ROSSELLA REGNI, Ragione
architettonica delle Operette Morali, in “Rassegna della letteratura italiana”,
3, sett.-dic. 1981, pp. 501-510.
[148] R. REGNI, ivi, pp.
501-502.
[149] SERGIO CAMPAILLA, La
vocazione di Tristano, Patron, Bologna, 1977.
[150] S. CAMPAILLA, ivi, p. 326.
[151] BRUNO BIRAL, La posizione
storica di Giacomo Einaudi, Torino 1978 (1974), p. 152.
[152] GIOVANNI GENTILE, Manzoni
e Leopardi, Treves, Milano, 1928.
[153] MARIO FUBINI, Introduzione
alle “Operette Morali”, Torino, 1966 (1931).
[154] F. FERRUCCI, I moto, la
quiete: Leopardi e il principio di contraddizione. in “Lettere italiane”, n. 4,
ottobre-dicembre 1992.
[155] ANTONIO PRETE, Il pensiero
poetante. Saggio sul Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1980), pp. 114-115.
[156] vv. 32-33
[157] Operette Morali, cit.
“Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi”.
[158] G. GENTILE, Manzoni e
Leopardi. cit. p. 134.
[159] G. GENTILE, ivi, pp.
134-135.
[160] E. SEVERINO, Il Nulla e la
poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, cit.
[161] Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo.
[162] G. GENTILE, cit. p. 137.
[163] Operette Morali, cit. pp.
240-241.
[164] SHAKESPEARE, Teatro.
Sansoni, Firenze.
[165] Dante, Inferno, canti XXI
e XXII.
[166] ZIBALDONE, cit. (165), p.
80.
[167] G. GENTILE, Manzoni e
Leopardi. cit. p. 138.
[168] ZIBALDONE, cit. (1585), p.
446.
[169] G. GENTILE, op. cit. p.
141.
[170] Dialogo di un Fisico e di un Metafisico, Operette Morali, cit. p.
141.
[171] Zib. cit. (626), p. 200.
[172] Zib. cit. (353-355), pp.
134-135.
[173] BRUNO BIRAL, Le due facce del sistema di Stratone, in
La posizione storica di Giacomo
Leopardi, Einaudi, Torino 1978, p. 148.
[174] Zib. cit. (4485-4486), p.
1222.
[175] “Ad Arimane”, in Leopardi,
Tutte le Opere, cit. I, p. 350.
[176] G. Leopardi, Operette
Morali, cit. p. 151, nota 1.
[177] Zib. cit. (4123-4128), pp.
1077-1078.
[178] Zib. cit. (4133), p. 1079.
[179]B. Biral, La posizione storica di Giacomo Leopardi, cit. p. 149.
[180] B. BIRAL, cit. p. 150.
[181] G. LEOPARDI, Tutte le Opere, cit. p.
350.
[182]G. Leopardi, Operette Morali, cit. p. 386, nota 1.
[183]Zib. cit. (281), p. 116.
[184] G. GORNI, “Coincidentia oppositorum”: il Coro
dei morti di Leopardi, in Forme e
vicende. Per Giovanni Pozzi,
Antenore, Padova, 1988.
[185]P. BIGONGIARI, Leopardi, cit. p. 501.
[186]LUIGI BLASUCCI, Leopardi e i segnali dell'infinito.
[187]Zib. cit. (291-292), pp. 118-119.
[188] vv. 61-65
[189] DOMENICO DE ROBERTIS, Sul “Coro dei
morti” di Leopardi, in “Rivista di Letteratura Italiana”, 1896-IV, 2, p. 262.
[190] D. DE ROBERTIS. ivi, p. 263.
[191]Zib. cit. (4074), p. 1056.
[192]Zib. cit. (292-293), (21 ottobre 1820),
p. 119.
[193]“Detti memorabili di Filippo
Ottonieri”, cap. II, “Operette Morali”, cit. pp. 203-204.
[194]G. CECCHETTI, “Lettura del Parini o dei
Detti Memorabili”, in Leopardi e Verga.
Sette studi, La Nuova Italia, Firenze, 1962, pp. 77.
[195] Detti
memorabili di Filippo Ottonieri, cap. III, Operette Morali, cit. pp. 206-207.
[196] Zib. cit. (479-480), p. 167.
[197] Dialogo
di Plotino e di Porfirio, Operette
Morali, cit. p. 285.
[198] Cantico
del Gallo silvestre, Operette Morali,
cit. p. 241.
[199] Cantico
del Gallo silvestre, Operette Morali,
cit. p. 241-242.
[200] L. BLASUCCI, Leopardi e i segnali dell'infinito, cit. p. 223.
[201] IRIS ORIGO, Leopardi, Rizzoli, Milano, 1994 (1974), p. 246.
[202] Operette
Morali, cit. Frammento apocrifo di
Stratone da Lampasco, p. 248.
[203] Dialogo
di Plotino e di Porfirio, Operette
Morali, cit. p. 286.
[204] Zib. cit. (1978), (23 ottobre 1821),
p. 553.
[205] Canto notturno, vv. 67-68.
[206] CESARE GALIMBERTI, Linguaggio del vero, in Leopardi, cit. p. 127.
[207] EMILIO GIORDANO, Il labirinto leopardiano, Bibliografia 1976-1983, Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli, 1986, p. 133.
[208] Dialogo
di Tristano e di un amico, Operette
Morali, cit. p. 296.
[209] vv. 197-207
[210] Dialogo
di Tristano e di un amico, Operette
Morali, cit. p. 300.
[211] vv. 96-106
[212] Mutuo il titolo del presente capitolo
dal volume di Franco Brioschi “Ars
amandi, ars moriendi, La poesia senza
nome. Saggio su Leopardi (Il Saggiatore, Milano, 1980).
[213] L. CELLERINO, Prosa d'invenzione morale, Letteratura italiana, Einaudi, II, 1984.
[214] S. CAMPAILLA, La vocazione di Tristano, Patron, Bologna, 1977, p. 7.
[215] S. CAMPAILLA, La vocazione di Tristano, cit.
p.347.
[216] S. CAMPAILLA, op. cit. p.348.
[217] Dialogo
di Plotino e di Porfirio, Operette
Morali, op. cit. p. 286.
[218] Zib. cit. (484-485), pp. 168-169.
[219] ALBERTO TENENTI, Il senso della morte e l'edonismo, in Letteratura italiana Einaudi, V, 1986, p. 573.
[220] A. TENENTI, cit. p. 574.
[221] A. TENENTI, ibidem.
[222] Bruto minore: vv. 70-75
[223] Ecco
Leopardi per il verso giusto, di Paolo Di Stefano, Corriere della sera, 16 settembre 1994.
[224] ZIBALDONE,
cit. (144-145), p. 71.
[225] È il titolo di un volume di NUNZIO
ZAGO, L'ombra del moderno. Da Leopardi a Sciascia, Sciascia,
Caltanissetta-Roma, 1992.
[226] Bruto minore, vv.116-120
[227] UGO DOTTI (a cura di), Giacomo
Leopardi, I Canti, Feltrinelli, Milano, 1993, p. 32.
[228] UGO DOTTI, cit. p. 40.
[229] vv. 54-55
[230] CARLO MUSCETTA, L'ultimo canto di Saffo, in La
rassegna della letteraura italiana, n. 2, maggio-agosto 1959.
[231] E. GIORDANO, Tra illusione ricordo e realtà. La donna di Leopardi: appunti su Silvia
e Nerina, in Sìlarus, 91,
sett.-ott. 1980, p. 67.
[232] F. FERRUCCI, Una mitologia romantica: il fanciullo morto, in Intersezioni, I, gennaio-aprile 1983,
citazione da EMILIO GIORDANO, Il
labirinto leopardiano, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1986.
[233] F. FERRUCCI, Una mitologia romantica: il fanciullo morto, cit. p. 64.
[234] vv. 10-14
[235] vv. 19-24
[236] G. LEOPARDI, Ricordi di infanzia e di adolescenza in Tutte le Opere, I , cit. p. 364.
[237] UGO DOTTI (a cura), G. Leopardi, I Canti, cit. p. 64.
[238] Il Sogno: vv. 26-29
[239] vv. 31-33
[240] vv. 44-48
[241] vv. 36-39
[242] F. FERRUCCI, “Il sogno del
prigioniero”, in Addio al Parnaso,
Bompiani, Milano, 1971, p. 131.
[243] v. 143
[244] UGO DOTTI (a cura di), cit. p. 82.
[245] ZIBALDONE,
cit. (2242-2243), p. 585.
[246] ALVARO VALENTINI, L'io poetante,
Bulzoni, Roma, 1983, (citazione tratta da EMILIO GIORDANO, Il labirinto
leopardiano, cit. p. 78).
[247] ZIBALDONE,
cit. (4176), Bologna, 19 aprile 1826, p. 1098.
[248] A. VALENTINI, L'io poetante, cit. p. 28.
[249] vv. 122-124
[250] vv. 73-74)
[251] N. BONIFAZI, L'immagine
antica, cit. p. 133.
[252] G. LEOPARDI, Canti, a cura
di N. Gallo e C. Garboli, cit. p. 133.
[253] UGO DOTTI (a cura di),
Giacomo Leopardi, I, Canti, cit. pp. 113-114.
[254] ZIBALDONE, cit. (59), p. 40.
[255] Il pensiero dominante, vv. 47-52
[256] vv. 57-65
[257] A. PRETE, Il demone dell'analogia. Da Leopardi a
Valéry: studi di poetica, Feltrinelli, Milano, 1986, p. 40.
[258] A. PRETE, cit. ivi, p. 42.
[259] vv. 85-87
[260] vv. 113-116
[261] vv. 117-120
[262] N. BONIFAZI, cit. p. 184.
[263] Amore e Morte, vv. 27-33
[264] N. BONIFAZI, ivi, pp.
184-185.
[265] FRANCO FERRUCCI, op. cit.
p. 139.
[266] G. LEOPARDI, Storia di un'anima. Scelta dall'epistolario,
Rizzoli, Milano, 1982, p. 523.
[267] W. BINNI, La nuova poetica leopardiana, Sansoni,
Firenze 1962 (1947).
[268] P. BIGONGIARI, cit. p.
209.
[269] L. BLASUCCI, I titoli dei Canti leopardiani, in Italianistica; anno XVI, n. 3,
settembre-dicembre 1987, p. 335.
[270] vv. 45-50
[271] vv. 75-87
[272] N. BONIFAZI, Leopardi, L'immagine antica, cit. p.
186.
[273] Sopra un bassorilievo vv.
14-17
[274] UGO DOTTI (a cura di),
GIACOMO LEOPARDI, I Canti, op. cit. p. 128.
[275] U. FOSCOLO, Le Grazie, Inno I, verso 5.
[276] PIERO BIGONGIARI, Leopardi, cit. p. 240.
[277] ZIBALDONE, cit. (3014), p.
759.
[278] ZIBALDONE, cit (4419), p.
1196.
[279] ZIBALDONE, cit. (82), p.
49.
[280] Memorie e disegni letterari, in LEOPARDI, Tutte le opere, cil. I,
p. 372.
[281] Ivi.
[282] N. BONIFAZI, L'immagine
antica, cit. p. 187.
[283] A Silvia, vv. 49-52
[284] U. DOTTI (a cura di), G.
LEOPARDI, Canti, cit. p. 130.
[285] vv. 19-20
[286] vv. 19-21
[287] vv. 21-22
[288] vv. 39-40
[289] vv. 97-107
[290] Sopra un bassorilievo, vv. 95-96
[291] Dialogo di Plotino e di Porfirio, Operette Morali, cit. p. 286.
[292] GIACOMO LEOPARDI, Storia di un'anima scelta dall’Epistolario,
Rizzoli, Milano, 1982, p. 415.
[293] versi conclusivi 108 e
109
[294] ANNA VERGELLI, Genesi e linguaggio delle sepolcrali
leopardiane, Bulzoni editore, Roma, 1977, p. 18.
[295] Maria De Las Nieves Muniz
Muniz, Leopardi: la logica della prima
sepolcrale, in Leitere italiane,
n. 3, luglio settembre 1992, pp. 446-447.
[296] ZIBALDONE, cit. 13813) (31
ottobre 1823), p. 957.
[297] MARIA NIEVES MUÑIZ, “Per
uccider partorisce" nella cronologia leopardianu. in "Belfagor",
fascicolo IV, anno IL, 31 lugli 1994.
[298] Ibidem, p. 408.
[299] Ibidem, p. 408.
[300] Ibidem, p. 409.
[301] Ibidem, p. 410.
[302] Ibidem, p. 413.
[303] Sopra il ritratto di una bella donna, vv. 22-23
[304] ZIBALDONE (4099), PP. 1064-1065.
[305] Sopra il ritratto di una bella donna, vv. 33-35
[306] ZIBALDONE, cit. (4309), p. 1158.
[307] ZIBALDONE, cit. (4478), p. 1219.
[308] Ad Arimane, in LEOPARDI,
Tutte le Opere, cil. 1, p. 350.
[309] Sopra un bassorilievo, v. 46
[310] vv. 9-19
[311] ANNA VERGELLI, Genesi e linguaggio delle sepolcrali
leopardiane, cit. p. 43.
[312] FERNANDO GIOVIALE, Il corpo, la morte, i desideri infiniti
della poesia. Lettura di Sopra il
ritratto di una bella donna, in “O110-Novecento,
n. 2, marzo-aprile 1988.
[313] F. GIOVIALE, Il corpo... ivi.
[314] Vi è un eco
dell'espressione oraziana pulvis et umbra
del Carme IV, 7: “Nos, ubi decidimus/quo
pius Aeneas, quo Tullus dives et Ancus/pulvis et umbra sumus” (Odi, IV, 7,
vv. 14-16).
[315] ZIBALDONE, cit. (4207), p. 1111.
[316] ZIBALDONE, cit. (4253), pp. 1132-1133.
[317] ZIBALDONE, cit. (4129), p. 1078.
[318] MARIA NIEVES MUÑIZ, Per uccider partorisce nella cronologia
leopardiana, cit. p. 421.
[319] Ricordi d'infanzia e di adolescenza, in LEOPARDI, Tutte le Opere, cit. I, p. 361.
[320] Tramonto della luna, vv. 66-68
[321] vv. 62-64
[322] GIORGIO PETROCCHI, Il Tramonto della luna, in Italianistica; anno XVI, n. 3,
settembre-dicembre 1987, p. 354.
[323] Come è noto, L’appressamento della morte non è
incluso nei Canti.
[324] ZIBALDONE,
cit. (4175), p. 1098.
[325] VOLTAIRE, Poème sur le désastre de Lisbonne, trad. italiana di D. Cecchetti.
[326] La Ginestra, vv. 102-103
[327] FRANCO FERRUCCI, Addio al Parnaso, cit. p. 140.

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