"ODI A MUNA"
“ODI A MUNA.”
di Manuel Omar Triscari.
0) VENERE NERA (PREAMBOLO DI FEDERICA CUNEGO).
La silloge “Odi a Muna”
è un'opera che, con uno stile che evoca al contempo la poesia classica, quella
leopardiana e il realismo sporco di Bukowski, racconta una storia d'amore
universale, in cui la carnalità e l'ossessione sono parti integranti della
bellezza e delle contraddizioni dello stare insieme. La struttura di
quest'opera, dall'incedere quasi prosaico, accompagna il lettore tra le sinuose
strade del corpo di Muna, autentica Venere nera, e le più intricate di quella
faccenda complessa chiamata amore.
A
Memunatu Mohammed Salisu,
la
mia Muna e la mia Musa,
il
mio sogno e il mio desiderio.
0) CONFESSO
CHE HO VISSUTO (PROLOGO).
Cara Muna, anche stavolta inizierò raccontandoti una storia. E anche stavolta si tratterà di una storia che probabilmente già conosci. È la storia di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe nell’omonimo romanzo del quale proprio in questi giorni mi è capitata tra le mani una copia. Sono arrivato a pagina 140 circa, allorché Crusoe, passeggiando sulla spiaggia, fece una scoperta destinata a stravolgere la sua esistenza quotidiana: <<Un giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai, come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>. Ma facciamo un salto indietro e ripercorriamo dall’inizio la storia per rinfrescare la memoria. Non te la farò molto lunga, non temere!
Dopo
alcuni anni vissuti in Brasile e costellati da discreti successi economici,
Robinson Crusoe avvertì la nostalgia del mare e decise di imbarcarsi in una
nuova attività commerciale che lo avrebbe portato lontano dalle coste a cui era
approdato dopo molteplici peripezie in giro per il Mediterraneo (il nostro
Robinson era inglese di nascita). Fu durante questo viaggio che si verificò la
circostanza decisiva della sua vita: una violenta tempesta, tanto terribile
quanto importuna, lo sorprese al largo di Trinidad consegnandolo alle fauci
voraci del mare, che fortunatamente e fortunosamente lo risputò sulle coste di
un’isoletta, apparentemente deserta. Presto il nostro protagonista imparò a
sopravvivere con il poco o niente che trovava sull’isola: un ombrello di foglie
di palma per ripararsi dal sole; un rifugio all’interno del quale proteggersi
da vento, pioggia, freddo e belve; un docile gregge di capre del cui latte
nutrirsi; e sulla spalla il suo inseparabile pappagallo. Insomma, detto in
poche parole, Crusoe fu capace di cavarsela anche in un ambiente decisamente
ostile e in completa solitudine. Viveva bene da solo, contento delle proprie
abilità e della propria forza d’animo e credo che, per un attimo, si sia anche reputato
veramente felice, parendogli che non gli mancasse proprio niente. Ma un giorno,
all’improvviso, senza alcun preavviso né sentore, ebbe un sussulto, e subito la
fronte si fece madida di sudore, tremanti le mani. Lì, nella sabbia bianca,
anzi dorata, della sua isola, il nostro Robinson rinvenne una forma che
rivoluzionò l’intera sua pacifica (non dico monotona, ma pacifica) esistenza:
l’impronta di un piede umano. E per la prima volta Robinson Crusoe fu costretto
a fare i conti con se stesso: dopo esser naufragato, e aver dovuto ricominciare
da zero e da solo, la presenza di un’altra forma di vita simile lo costrinse a riflettere e rimodulare i termini del suo
stare al mondo. Robinson dovette allora esulare dai meri problemi pratici e ben
altro tipo di problemi cominciò ad affastellarsi nella sua testa. Di chi sarà
quell’impronta? Uomo o donna? Amico o nemico? Bianco o nero? La questione non fu
più quella di rispondere alle domande pratiche circa che cosa mangiare, dove
dormire, e come ripararsi dal sole o dalla pioggia, poiché da quel momento
divenne essenziale per Robinson (vitale, direi)
modulare i propri gesti e la propria vita a partire dall’alterità di quella persona
diversa da sé e di cui egli naufrago dovette (r)imparare a capire stati
d’animo, bisogni, esigenze, sentimenti riappropriandosi faticosamente del
concetto stando al quale ciò che rende vera (e umana) la vita è la vicinanza
con altre persone (Lo diceva già Aristotele che l’uomo è un animale sociale.) e
il rispetto e l’affetto che si ispira in questi. È un compito arduo e
difficile: gli umani vanno trattati con cautela cioè con quell’attenzione che
si mette nel manipolare le cose fragili. Eppure non c’è sensazione più gioiosa
che conquistare la fiducia, il rispetto, e l’amore di una persona ed essere
ricambiato. Nulla di meglio dell’essere amato, dell’incrociare gli occhi di una
persona che ci guardi con lo stesso amore con cui noi guardiamo quella persona.
Se hai questo, allora il resto più non conta. E presto Robinson Crusoe se ne
accorse. E presto me ne sono reso conto anche io. Precisamente quando ti ho
conosciuto e ti ho vista ridere per la prima volta.
Con
te ho pensato, per la prima volta nella mia vita, che l’esistenza non sia un
mero fatto di sopravvivenza, che non basti proteggersi dalla pioggia, nutrirsi,
avere una casa, godere dei piaceri più o meno effimeri, ripararsi dalle
intemperie, per poter dire di aver vissuto. Con te ho imparato che sprecare il
lato umano della vita (sembra paradossale) è senza dubbio di gran lunga più
fastidioso che perdere la vita stessa (il che è già un gran bel fastidio!).
La
vita è una marcia nella notte buia. Nemici invisibili si palesano da ogni dove
e ci circondano. Dobbiamo approfittare di ogni ancorché minimo scorcio di
felicità, di ogni minuscolo sprazzo di bellezza, di ogni intangibile e
impalpabile barbaglio di allegria.
Con
te io ho raggiunto il mio angolo di paradiso, quella meta che pochi possono
sperare di raggiungere e in cui pochissimi sosteranno a lungo. Nessuno sforzo è
stato vano, nessun sacrificio insopportabile, poiché vivendo e scoprendo te, io
ho vissuto e scoperto me stesso. Folle, con te ridevo per il puro fatto di
ridere.
<<Un
giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con
somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai,
come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>. Tu sei stata
per me il fulmine, che, in un baleno improvviso e abbacinante, ha inondato di
luce la mia notte. Proprio tu, che nella pelle hai la notte! A te, dunque,
queste poesie.
Impossibilmente
tuo, Manu.
<<Se
dell’eterne idee
l’una
sei tu cui di sensibil forma
sdegni
l’eterno senno esser vestita
e
fra caduche spoglie
provar
gli affanni di funerea vita;
o
s’altra terra ne’ superni giri
fra’
mondi innumerabili t’accoglie
e
più vaga del Sol prossima stella
t’irraggia
e più benigno etere spiri;
di
qua dove son gli anni infausti e brevi
questo
d’ignoto amante inno ricevi.>>
(Giacomo Leopardi: “Canti”: “Alla sua
donna”).
1) ODI
ALLA MIA DONNA.
ALLA
MIA DONNA.
E
così succede che il tempo passa.
E
passa il tempo, passa:
passa
su terre e mari,
passa
su pietre e fossi,
su
cieli e sassi
su
odi e amori,
su
odi e madrigali,
su
questa mia mente spenta che più non pensa,
su
questo mio cuore che affannato non ragiona,
su
questo mio corpo che affamato non perdona.
E passa,
passa il tempo, passa:
passa
su fanti rami e foglie,
su
nubi scioperi e feste,
su
tombe guerre e terremoti,
su
strade e monti;
passa
su D’Annunzio, Palazzeschi e sorelle
ma
non passa su Saffo e Catullo,
passa
su cartelle esattoriali e tasse,
passa
sulla Stampa e sul Fatto
ma
non passa su questo dolore maledetto,
passa
su uomini cieli e paludi,
sui
pigmei satelliti della ragione,
su
cipressi malati, teologi e poeti laureati,
passa
sulla Destra e pure sulla Sinistra,
sui
cimiteri e sulla pubblica opinione,
passa
sulla tua mancanza e passa sulla mia testa,
passa
sulle soglie delle foresta e sulle foglie della minestra,
su
parole dette e non pensate,
sulle
arse salmastre tamerici e sugl’irti e scagliosi pini,
sui
divini mirti e sulle fulgide ginestre,
sui
rossi fiori e sui melograni in fiore,
passa
sugli olidi ginepri e sui rovi selvatici,
sulle
nostre mani e sui nostri vestimenti leggeri,
sui
nostri pensieri più neri,
sulle
piangenti cicale e sulle operose formiche,
su
cicaleggianti dottori e aureolati professori,
su
questo cielo di cenere,
sulla
plumbea terra e sull’acciaio del mare,
su
secolari arbori e sul mio volto incartapecorito,
sulle
mie stolide mani,
e
sul mio stolido corpo disfatto,
sulla
mia pelle sporca e sulle mie palpebre,
passa
sul mio sesso distorto e perverso,
sulle
acerbe mandorle amare
e
sugli amori sbiaditi,
passa
sulle segrete celle del cuore
privo
di vergogna e pudore,
passa
sui cortili abbandonati e sui nostri occhi miopi,
passa
sul cielo autunnale e sulla prole dei boschi,
su
arnie di luci e venti,
passa
sulla nostra prole sterile
e
passa sul siderale sperma australe,
su
fratte anfratti antri e spelonche,
passa
sui teneri interstizi vaginali
e
sui cazzi croscianti dei ragazzi dai mille lazzi,
passa
su questo sole tremante vacillante fuggente morente.
Il
tempo passa sulla mia testa
e
più passa e più io non sento
donna
dormire nuda al mio fianco
e
così nel pensiero la fingo
viso
di rosa
labbra di pesca
profumo di porpora e amaranto
e
mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso
ferita
della notte
collana
di perle
falce
di luna crescente
e
il suo odore immaginato e immaginario
effonde
e sciama
suscitando
oscuri viziosi pensieri
che
invadono la mia notte
la
notte che rimembra la sua pelle
la
sua pelle che profuma
di
dolcissima frutta matura,
di
antichi pomeriggi al sole
e
d’infantili marachelle.
BENVENUTA.
Estati
e Inverni interi ti ho attesa,
e
giorni e notti a non finire,
e ho
visto le stagioni nascere e morire,
e i
giorni accorciarsi preannunciando l’Autunno.
Perché
hai tardato così tanto?
Ma ora
finalmente arrivi
e
mi preparo a riceverti:
la
mia porta spalancata ti attende,
sul
tavolo acqua e pane, e miele e noci,
sul
letto lenzuola nuove di lino,
e
sulla soglia io che ti aspetto.
Sulla
soglia io sempre ti aspetto
sempre
ti aspetto senza pretese
sempre
pensando al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
Benvenuta
dunque, fanciulla mia,
finalmente
posi lo sguardo sulla mia vita
e
le paure divengono uccelli,
nubi
dorate gli incubi;
finalmente
posi il piede nella mia casa
e
le mura divengono alberi
e
prato il cemento del suolo.
Benvenuta,
ragazza mia,
forse
tu non sai chi io sia né chi fui
né
quale sole in volto mi arse,
né
quale amore bruciò le mie palpebre,
né
quali donne spartirono con me il giaciglio
nelle
mie notti senza alba,
né
quali mani mi scossero dal torpore
o
quali baci mi addormentarono;
forse
non sai la morte
che
il mio cuore ogni giorno vive
ma
sappi questo:
che
oggi sono qui per te
certo
che verrai
a cogliere
margherite
e
inseguire farfalle
con
me.
Benvenuta,
Muna mia,
forse
sarai stanca,
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa;
forse
avrai sete,
mi
trasformerei in acqua
per
dissetarti;
forse
avrai sonno,
e
allora un arco di lino per cullarti
con
le mie braccia farei.
Benvenuta,
anima mia,
benvenuta
bella come una libertà,
benvenuta
calda come una notte di Luglio,
dolce
come un vento estivo,
dolce
come un frutto estivo,
vera
più di un sogno.
IO.
Io
sono lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,
lo
sconosciuto dalla faccia lunga e scura che ti fissa e non parla,
il
malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,
sono
il cane bastardo che ti morde la mano
se
la tendi per una carezza,
sono
il nomade col cuore riarso dal sole,
lo
sfortunato anemone marino in balia dei flutti.
La
sorte mi ha affidato all’egre cure dell’accasciante necessità,
i neri
affanni mi hanno incanutito,
le
fatiche e i perigli hanno increspato il mio volto.
Io
sono niente:
solo
membra in frantumi,
mente
in frantumi,
cuore
in frantumi,
tendini
lacerati,
giunture
slogate,
ossa
frante
e
rabbia latente
che
sale d’abissi di disperazione incombente.
Ma,
come brace ascosa sotto la grigia cenere,
brucio
nel fango di questa umida città,
tra
puttane corrose dalla sifilide e tossici corrosi dal crac,
brucio
in questa truce città e nell’atroce sua notte,
brucio
senza soldi, senza luce, senza gas,
brucio
mentre in fiamme esplodo
sogni
a raggiera
e
paure e incubi e desideri
e
istinti e sospiri e gemiti
che
uguali a lapilli colano
di
vulcano incandescenti
e
che raccolgo e tengo in serbo per te:
su,
vieni
a
vedere
la
notte
con
me.
QUANDO
T’INCONTRAI.
Fu
per caso,
forse
per scherzo,
quasi
per gioco,
e
ora sei distesa sul mio letto
come
luna in mare,
e
come luna in mare
la
tua pelle trema
con
sapore d’amaranto,
e
con voce d’amarena
mi
chiama la tua bocca,
e
io non voglio altro
che
perdermi
nel
buio della tua pelle,
dissolvermi
nel silenzio
dei
tuoi occhi.
POSSO
AMARTI.
Io,
uomo meridiano contemplante notturni paralleli
e inferne
geometrie, regalarti non posso
altro
che sorrisi e scherzi,
e
sogni gorgoglianti
dal
profondo cuore.
Io posso
amare
solo
tra attorte onde avvolgenti
tra
torrenti e selvatiche acque fiumali.
Io
posso amare solo
con
questo mio cuore affondato
con
questo mio corpo scoppiato
con
questa mia mente annebbiata
con
questa mia vita distrutta
con
questa coscienza putrida
con
queste mani neghittose
con
questi occhi stanchi
con
questa anima inerte
e logora.
Io posso
amarti
solo
con baci e poesie,
con
una notturna voce
che
dispiega grida disperate,
con
soffocati singhiozzi
e
stanca voluttà.
Ma,
se ti basta,
allora
corri,
corri
bianco-vestita
con
la tua anima alla mia anima
e
tieni il mio cuore
tra
le tue dita di rosa:
io
posso amarti.
IN
RIVA AL MARE.
Non
mi ammalia più l’ora della partenza,
né più
mi seducono le soavi voci proibite
dei
torbidi amori,
né
gli ambigui richiami dei sordidi piaceri,
né
più attendo mirabili imprese:
sulla
riva del mare è bello stare muto,
senza
ambizioni e senza desideri,
sentendo
nel silenzio beltà e morte
lavorare
su di me.
Spero
solo che presto tu
venga
a tenermi compagnia
e
far niente con me.
GIÀ
SCENDE LA NOTTE.
Già
scende la notte
e
stende su di noi il suo drappo di stelle.
Ma
tu, Muna, nuda negra luna,
caccia
dagli occhi il sonno
e
con me aspetta
che
il giorno sopravanzi la notte
e
stenda la propria luce albina.
Lascia
da parte impegni e affari
e
sul prato stenditi con me
e
giunta l’aurora non andare
ma
rimani ancora
finché
una nuova notte
stenderà
il suo nero manto
su
di noi.
Resta
con me
ora
tra
queste stelle che nulla significa
in
questo prato che nulla significa
in
questa notte bellissima che nulla significa
e
inutile come il vento
a
nulla ci porta dal nulla avanzando.
MUNA
LUNA.
Muna,
nuda
negra
luna,
vieni
vieni
a me
vieni
anche triste
vieni
anche arrabbiata
vieni
anche imbronciata
e
amami
e
stringimi
poiché
breve è la vita
e
fugge il tempo
(oh
sì, il tempo fugge,
fugge
il tempo, fugge).
Siedi
accanto a me
ad
aspettare la prima stella della sera
scherzando
e ridendo dolcemente,
e
poi resta ancora
quando
il sole avrà sciolto il trucco della notte
finché
non vedremo la prima stella mattutina
dall’ala
bianca annunciare il sole,
e
poi continuiamo
finché
le nostre notti si confonderanno con i nostri giorni
e
giorno e notte non saranno altro
che
parole.
CON
TE.
Con
te potrei anche smettere di avere fretta.
Non
m’importerebbe tornare a casa stanco,
né
contare quante camicie pulite mi son rimaste
per
capire se caricare una lavatrice a quaranta gradi.
Con
te potrei anche permettermi il lusso
di
fare le cose senza starci a pensare,
tipo
lasciarti trovare il letto disfatto
quando
vieni a trovarmi.
Con
te potrei anche lasciarmi convincere
che
nelle cose che faccio sono bravo.
Potrei
persino chiederti di aiutarmi
a
piegare le lenzuola pulite
senza
domandarmi se non sia troppa intimità,
o
lasciarti guardare mentre piango
e
poi mi prendi la testa tra le mani.
2) ODI
(IM)MORALI
<<Lentamente muore chi non si concede,
almeno
una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati>>
(Martha Medeiros: “Una morte lenta”).
1.
Chi
ama i piaceri deve amare anche i dolori:
l’allegria
non va d’accordo con l’anestesia.
Non
crogiolandoti nel dolore
sappi
che senza dolore non v’è piacere.
Che
la stessa allegria di avere un corpo
diventerà
anch’essa un giorno dolore.
2.
Come
l’acqua nel fiume
come
il vento nella pianura
passano
i giorni della nostra vita.
Non
preoccupiamoci di quello che passato non tornerà
né
di quello che verrà poiché ancora non esiste
ma godiamoci
questa notte, amore mio,
e questo
silenzio che ci unisce
e
questo buio che ci stringe
fermiamolo
e intrappoliamolo
nella
rete dei nostri baci
e
del domani non diamoci pensiero
poiché
la vita è oggi
e
il domani non esiste.
Ricorda:
la vita è oggi.
Il
domani non esiste.
3.
Allegra
poiché non sai da dove vieni,
stai
allegra poiché non sai dove vai.
Perché
tutto questo affannarsi per il denaro
e
tormentarsi per questo mondo?
hai
mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?
Questi
uno o due soffi di vita
che
sono nel tuo corpo
sono
un prestito.
Ricevuta
una cosa in prestito
quale
prestito vivila.
4.
Oh,
cuore,
giacché
il destino ci contrista
e un
giorno la pura anima si dipartirà dal corpo
siedi
sul prato e baciami,
prima
che l'erba verde sbocci
dalla
nostra polvere.
Cogliamo
questo tempo d’un attimo
giacché
non siamo quell’erba fresca
che
falciano ed ella torna a spuntare.
Cogliamo
ogni fiore
poiché
già il giorno muore
e
la notte trascorre in fretta.
5.
Coloro
che sono prigionieri del buonsenso e della morale
e si
struggono nell’affanno dell’essere e del non-essere,
costoro
hanno mille occhi e mille mani per additarci,
e
mille orecchi per ascoltare i nostri discorsi e i nostri gemiti,
e
con mille dita contano i nostri baci per schernirci con invidia.
Ma
c’è un campo pieno di vita poco più in là,
nascosto
alla vista e al sicuro dagli sguardi:
lì
io ti aspetterò per correre scapigliati
a
inseguire farfalle e cogliere ortiche.
6.
Desidera
poco e vivi contenta,
sciogliendo
ogni vincolo col bene e col male.
Prendi
in mano questa sabbia
e
le mie mani che ti amano
poiché
presto questi giorni svaniranno.
Non
lasciare che l’angoscia ti tenga in pugno
e
il cruccio di ciò che è assurdo sperare
occupi
il tuo tempo:
con
me sul margine del fiume siedi
o
sulla riva del mare
e
goditi questa calda Estate.
Sappi
che in questo mondo vive un uomo
che
pensa che la sua vita sia perfetta
se
ci sei tu
e vorrebbe
solo
sedere
innanzi al tuo volto di paradiso
e
perdersi nel calore del tuo sguardo,
nell’interrogativo
delle tue labbra dischiuse,
nell’ansito
affannoso del tuo respiro,
carezzando
la tua guancia di elleboro.
Poiché
in ultima istanza sei il nulla,
reputa
il non-essere pari all’essere
e
spensierata vivi e felice:
solo
accettando questa premessa
sarai
libera di vivere la vita
alle
tue condizioni.
7.
Il mio
tempo infamatosi nelle strade
tra
puttane drogato-ossessive
e
matti alcolizzato-aggressivi,
in
ogni modo l’ho sperequato
dietro
ogni avventura,
a
ogni angolo, a ogni trivio.
Ora
il velo della del mio buon nome
si
è talmente lacerato e squarciato
che
non si può più rammendare,
ogni
penitenza fatta è stata disattesa di nuovo,
la
porta della (buona) reputazione
me
la sono richiusa addosso di nuovo,
e ho
ripreso il costume della dissolutezza.
Corri
dunque a me
e
godiamoci questo tramonto
ché
non altro mi resta,
ché
nient’altro conta,
ché
nient’atro ho da offrirti.
8.
Fino
a quando continueranno a parlare
di
esistenza, di dio, e di morale?
Quanto
ancora staranno a cianciare
di
affanni e angosce, di affari e business?
Perché
non si svegliano
e
non trascorrono in letizia la propria vita?
Loro
non sanno
ma
io so
che
nulla può sostituire i tuoi baci:
teoria
e pratica hanno trasceso ogni mia capacità.
Ogni
arduo problema lo risolve la tua bocca.
3) ODI
SENSUALI.
LA
CASA DELL’AMORE.
Nella
casa dell’amore,
oltre
la sala grande
ove
ordinatamente si celebrano gli ordinari amori,
sono
oscure camere segrete
che
si ha vergogna solo di nominare:
su
quei letti osceni io ti aspetterò,
disteso
e supino,
il
corpo trepidante di voluttà,
il
sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere,
per
festeggiare il nostro oscuro avaro amore amaro.
MI
CHIAMA LA TUA BOCCA.
Stesa
sul mio letto come luna in mare,
come
luna in mare adesso tremi,
e
la tua pelle effonde dappertutto
sapore
di zucchero e cannella.
A
te inesorabilmente mi chiama,
con
voce d’amarena,
la
tua bocca.
NOTTETEMPO.
Il
candido lume del giorno brunisce
e
si trasforma in sangue coagulato
mentre
lontana una sera lenta s’annera.
Finalmente
le appartate membrane
della
notte ci accolgono
sudario
ai nostri corpi madidi e affannosi.
Non
indugiare dunque,
ma
spogliati
ché
la carne reclama il proprio piacere
e
la notte non dura che un soffio.
Sali,
cavalca
questa notte,
e ingoia
i ritegni.
FUOCO-COLORE-CALORE.
Finalmente
a te sono giunto,
dolce,
soave, leggiadra creatura,
finalmente
a te sono giunto,
ansante,
affannato, affamato.
Per
te ho attraversato rupi di spine
e montagne
d’insidie, per te
ho
scavalcato alte mura.
Ora
finalmente ti guardo negli occhi
e
guardandoti negli occhi
finalmente
mi sento riscaldare.
Ora
tu mi guardi senza parlare,
tu
non parli ma i tuoi occhi parlano
e
dicono che gli uomini seri hanno paura del fuoco
e per
questo inventano i pompieri
e
vestono di grigio
cioè
di nessun colore,
ma tu
sei fuoco e come il fuoco sei senza parole,
come
una fiamma solo colore e calore,
e
ti saltano dallo sguardo scintille
e
faville a dieci a cento a mille.
Tu
puoi con gli occhi bruciare
tutto
il mondo, tutto il mondo,
e
sembra che ti abbia creato il sole
ché
solo a guardarti brucio.
Il
tuo colore mi da calore,
il
tuo calore mi da ardore,
il
tuo ardore mi da valore,
e
mi sento correre un brivido per le vene
e
mi ravvivo quando avido guardo la tua fiamma
e
sento salirmi una vampa alla testa
come
se bruciasse il mio cervello.
Oh,
gli uomini che temono il fuoco:
poveri
esseri di paglia!
ORGASMO.
Era
sera,
e
già la luna stendeva il suo sottile strato d’argento
sulle
fronde sull’erbe e sul fango,
e
i crini e le cime si agitavano ondeggiando,
e
il nostro piacere si mescolava fluttuando,
come
un’enorme onda
tumultuosa,
turgida e minacciosa
pronta
a gettarsi su di noi per annegarci,
e
la nostra stanza non era più una stanza
ma
una muraglia verde e foltissima
esuberante
e intricata di tronchi e rami contorti,
di
frasche e tralci immobili nella luce lunare,
e
i nostri discorsi erano discorsi di sordidi bravacci,
e
il nostro letto una barca
che
ci conduceva verso le profondità
di
un deserto desolato, profondo e vuoto,
e
i nostri sussurri erano bestemmie alla morte in agguato
che
si allungavano in tremuli prolungati lamenti
di
lugubre terrore e sconfinata disperazione,
e
i nostri corpi sudati s’addentravano
in
quella immensità selvaggia che si chiudeva dietro di noi,
ed
era come viaggiare indietro nel tempo a 300mila km orari
in
un’aria calda, pesante e torbida,
verso
cupe lontananze rocciose e limiti elusivi
che
ci tagliavano fuori dalla logica e dalla ragione
relegandoci
in una terra che non è più terrestre
dove
fameliche iene intaccavano i cadaveri
di
un campo di battaglia
rosicchiando
i resti delle armi e delle spade luccicanti
dei
fucili e delle pistole
e
defecando il bronzo esausto dei proiettili
in
una putrida oscurità inerte
dove
scivolavamo io e te come fantasmi pieni di stupore
e
segretamente sgomenti di fronte a quel tremante tumulto,
come
assistere a uno scoppio di frenesia dentro un manicomio,
come
procedere in una torbida acqua fluviale
costipata
da tronchi sommersi e bassure traditrici,
una
terra dove le parole quanto il silenzio non hanno più senso
e
le voci attentano ai nostri più agghiaccianti pensieri
e
l’essenziale è invisibile agli occhi e sta oltre
la
nostra portata e ogni possibilità d’intervento,
e
poi di colpo scese definitivamente la notte
e
noi fummo ciechi andando tentoni
lungo
una parete infinitamente liscia e digitata
alla
ricerca di un indizio
un’apertura
una
fessura che ci illuminasse mondi a noi familiari
e
ci conducesse a un sole
un
sole che all’inizio era una forma confusa
incerta
tra nebbie salse e umili foschie
e
poi divenne accecante
ancor
più accecante dell’oscurità
mentre
le mani si contraevano
e
i nervi erano tutti tesi
e
le palpebre dimenticavano di battere
e
i sessi fluttuavano nell’aria
e
sembrava che stessero per dilacerarsi
in
una sorda esplosione di onda franta contro gli scogli
in
un bagno di scintille iridescenti-opalescenti
e
fu come essere inghiottiti
come
se il mare si chiudesse sopra le nostre teste
un
mare infuocato d’acciaio e amaranto
che
ci piombava addosso con mille aghi confitti nella pelle
implacabile
e sfrenato, invincibile e crudele annegandoci
nell’abisso
di acque bollenti e nel baratro di pensieri-stagno
nell’acqua
degli zampilli e nell’acqua degli specchi
nell’acqua
dei laghi e nei laghi degli occhi
nell’acqua
dei bacini e nell’acqua delle piogge torrenziali
nell’acqua
delle chiuse
e
nell’acqua delle dighe
e
nell’acqua delle dune
nelle
acque torrenti e nelle acque correnti
nelle
acque correnti e nelle acque contro-corrente
nell’acqua
delle terre ghiacciate e dei mari assolati
nell’acqua
delle caldaie e nell’acqua del vapore
nell’acqua
ruvida e in quella tumida
nell’acqua
fantasiosa scabrosa vertiginosa
nell’acqua
quieta e inquieta
nell’acqua
sessuale dei cazzi e nell’acqua dura degli acquazzi
nell’acqua
degli acquazzoni e nell’acqua degli uragani
nell’acqua
degli acquarelli e nell’acquaforte delle incisioni
nell’acqua
dei flussi migratori e dei reflussi gastro-esofagei
nell’acqua
dei corsi d’acqua e dei ricorsi storici
nell’acqua
dei rubinetti e dei diamanti
nell’acqua
delle caraffe, delle fontane e degli abbeveratoi
nell’acquolina
in bocca e nell’acqua seminale
che
rotola goccioloni in un eterno pozzo senza fondo
nell’acqua
della luna che affoga nel pozzo
nell’acqua
di un oasi del deserto
che
ci annega e ci trascina in superficie per la cruna di un ago
attraverso
cui non passa nemmeno il crine di un capello
dove
un pertentacolare mostro perpendicolare
vorace
ci divora e sputa le nostre ossa sul greto del letto
riconsegnandoci
a un nuovo silenzio che
scacciato
dal nostro trapestio infoiato
rifluisce
di nuovo dai recessi di un buio
che
ci risucchia nel proprio imbuto
adagiandosi
sulla nostra pelle
come
la caligosa bruma notturna sulle foglie
consegnandoci
a un quieto sonno
che
è un sogno
e
vibra la pelle
come
la luna illumina il mare nero,
un
sogno che scuote la pelle
come
un’increspatura alla superficie di un enigma insondabile,
un
sogno-sonno a cui ci abbandoniamo senza resistenze io e te
stanchi
e sudati
in
un fremito
esausto.
IL
FIORE DELLE TUE CARNI.
Ricordo
quando ti ebbi per la prima volta:
il
vetro albume dei tuoi occhi affiorante dall’atroce viso
come
l’aurora scialba sbuca fuori al termine della notte;
il
segreto del tuo cuore rampollante dagli occhi alburni
come
un’altra te che, brillante e lucente,
si
affacci da un pozzo nero;
i
tuoi fianchi arroganti
terminanti
in una protuberanza voluttuosa ed eccessiva,
il
fiore delle tue carni, selvaggio e violento,
penzolante
come una goccia fresca di rosso sangue
dal
ventre rigonfio e accogliente;
e
io che con le mani sfioravo
gli
interminabili spazi del tuo corpo,
e
con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe,
con
la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’ stantia;
e,
come fiore di agave mortale, turgido il clitoride
che
si ergeva dalle ninfe carnose quando godevi
tremando
come luna nell’acqua.
Ah
misteriosa rossa carnosa bocca,
ninfea
voluttuosa tra floride ninfe,
fiore
delle tue carni,
carne
del mio desiderio...
POSTAMPLESSO.
Pallida
e scarmigliata,
il
tuo aguzzo scorpione aculeato
a
trafiggermi il petto,
il
tuo sesso scabroso ancora rigonfio
e dischiuso
per il recente amplesso,
e
nella tua bocca il mio freddo
inerte
seme.
LACRIMA
DI PIACERE.
Sigaretta
postamplesso,
sonno
postamplesso,
tu
discinta e nuda,
sesso
ancor dischiuso
per
il recente orgasmo
e ancora
stillante
la
sua lacrima di piacere,
e
io alla ricerca di una vecchia maglia logora
per
andare al mare
e
finalmente annegare
la
cospirazione
del
desiderio.
4) ODI
ANATOMICHE.
ODE
AL TUO CLITORIDE.
Fiore
di agave mortale, il clito si erge turgido dalle ninfe carnose
quando
con le mani sfioro gli interminabili spazi del tuo corpo,
quando
con la bocca misuro la distesa delle gambe,
con
la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’ stantia,
e
tu godi, tremante come luna nell’acqua.
Oh,
ninfea voluttuosa tra floride ninfe,
misteriosa
rossa rorida carnosa bocca,
sboccata
e spavalda nella poderosa pienezza della carne,
voluttuoso
fiore rampollante dai fianchi arroganti,
penzolante
come lingua di cane
o come
goccia fresca di rosso sangue,
rosso
sorgendo dal suo monte
come
l’aurora scialba sorge all’orizzonte,
come
una luna che, brillante e lucente,
si
affacci da un nero pozzo.
ODE
AL TUO SORRISO.
Come
il lampo incendia la tenebra
così
l’oscura e atroce notte tu
sorridendo
candisci.
Il
tuo sorriso è una falce d’argento
che
miete i miei sogni
e falcidia
le mie paure.
Collana
di perle,
ferita
della notte,
falce
di luna crescente,
il
tuo sorriso esplode
illuminando
l’oscurità.
Il
tuo corpo è una notte luminosa,
i tuoi
occhi due splendide stelle,
e
il tuo sorriso una meravigliosa luna.
La
falce del tuo sorriso
disegna
una ferita sulla pelle
come
la falce della luna
è
una ferita nel volto della notte.
Il
tuo sorriso è una ferita sulla tua pelle
come
la luna è una ferita
nel
volto della notte.
Il
tuo sorriso è una ferita aperta nella pelle
come
la luna in cielo
è una
ferita aperta
nel
volto della notte.
Il
tuo sorriso illumina la tua pelle
come
la luna illumina la notte.
Oh,
Muna,
quando
sorridi
la
mia pelle trema
come
notturno mare
dalla
luna illuminato,
dappertutto
effondendo
metallico
sapore d’amaranto.
ODE
AI TUOI OCCHI.
Io
so tutto,
io so
tutto,
io
so
tutto,
io
so
tutto:
la
vita
la
morte
le
città
i
mari
i
sogni
gli
incubi
le
paure,
ma
non so
i
tuoi occhi:
i
tuoi occhi
rimangono
per me un mistero,
un
indecifrabile punto interrogativo,
un
turgido enigma.
Davanti
ai tuoi occhi
la
mia ragione sbanda:
senza
domande
tu m’interroghi
e i
tuoi occhi sono solo
un’umida
domanda
a
cui non so
rispondere.
Mi
chiedi
perché
il giorno
perché
la notte
perché
la vita e le stelle
perché
la morte e il dolore
perché
i fiori e gli arbori
perché
i poeti e gli assassini
perché
le rose e le viole
e
le mie parole
svaniscono
e
non lo
so.
Perché
mi
chiedi
e
io non rispondo
perché
d’improvviso
nulla
so fuorché
quello
che
non
vivo.
Io
so tutto
so
la vita e la morte
la
notte e i suoi arcipelaghi meridiani
la
botanica e la farmacologia
il
gineceo dei nostri peccati
il
più e il meno della matematica
i
pro e i contro della statistica
il
guscio irreale ed eterno della noce
la
bontà ignota forse ignorata del coccodrillo
il
lampo azzurro-freddo che precede la morte.
So
tutte queste cose e molte altre,
ma
ancora i tuoi occhi non so:
sul
vertiginoso distacco
dei
tuoi occhi la mia ragione slitta
e
così solo la vertigine dei tuoi occhi so,
la
gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi occhi,
e
mi sembra che le parole le abbia stravolte,
mangiate,
rose, il tuo sguardo,
e
soltanto questo ormai so.
Viviamo
solo se l’amore lacera le viscere,
mentre
gli dei sonnacchiosi stanno a guardare,
e i
demoni malvagi in silenzio aspettano
calpitando
furiosi.
ODE
SECONDA AI TUOI OCCHI.
Occhi
di solitudine e di abbandono,
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza,
i tuoi
occhi sono un vago tumulto,
un
vago fluttuare di come tra nebbia lampi,
un vago
sogno nell’illusione della vita,
un vago
guizzare di pesci nel piombo dell’oceano di piombo,
occhi
di fossile compattezza e angolare monomania,
occhi
di vita, occhi di paura,
occhi
senza riparo, occhi senza pretese,
occhi
senza ritorno a cui tutto torna,
rattratto
attorto sillogismo e polvere da sparo,
gloria
in excelsis e concerto in busillis,
infernale
be-bop frondeggiante proteiforme
involuto
come il cielo dei fessi
grondante
nel cielo dei fossi.
ODE
AL TUO SGUARDO.
Il
tuo sguardo è una calma accesa
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
E la
calma del tuo sguardo
un
nimbo di pace
quando
un’ora serena cerco.
Eppure
mi spaura il tuo sguardo
poiché
quanto prima non esisteva
rende
visibile ai miei occhi
e
al mio cieco cuore.
E
io, spaventato di perderti
e
perdutamente felice di averti,
nei
tuoi occhi silenziosi
chiedo
solo di finire
e
non finire mai più.
ODE
SECONDA AL TUO SGUARDO.
Io
ti guardo,
e
il tuo sguardo è un funambolo sul filo di un rasoio
un
Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un
sistema finanziario sul ciglio del baratro
un
ubriaco che biascica parole inconsulte
un
pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una
puttana che finge piacere per far piacere
una
treno che deraglia e si accartoccia come una foglia
una
rosa che ha roso il mio cuore e s’è mangiata
un
sole bruciato dal troppo calore
un
pesce con l’ala spezzata
una
rondine ingabbiata tra le quattro mura del mio cervello
una
cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un
cane che ulula alla morte
una
volpe con una zampa tra i denti
e
il cuore nello stomaco.
Ti
guardo,
e
il tuo viso è come un cielo autunnale:
rannuvolato
un momento
e
subito dopo sereno.
Ti
guardo lunatica,
e
sul tuo volto di luna
vedo
sorrisi e cipigli rincorrersi
come
il sole e l’ombra
su
una rada battuta dal vento.
ODE
ALLE TUE LABBRA.
Baciarti
è come addentare la polpa
di
un dolce frutto estivo,
come
respirare l’aria trafitta di azzurro dell’Estate,
come
sprofondare nel fodero di seta
della
notte incostante.
Baciarti
è come addentare la polpa,
e
mentre ti bacio
io
entro nei tuoi occhi
come
un viaggiatore in un luogo sconosciuto,
ed entro
nella tua carne
come
in un giardino pieno di sole e ciliege,
ed entro
nella tua anima
come
in un bosco fresco e silente,
ed entro
in te come in un sogno.
Sei
la mia luna:
mentre
passo tra i palazzi e le strade
cammino
e tu con me cammini
mi
segui e segui ogni mio passo
ti
guardo e mi guardi
mi
fermo e ti fermi.
Baciarti
e
baciare le tue labbra
e
baciare il tuo seno
e
baciare il tuo sesso
e
baciare la tua pelle
e
baciare i tuoi piedi
e
baciare le tue mani
e
baciare la tua fronte
e
baciare la tua schiena
e
baciare le tue gambe
e
baciare il tuo collo
è
come addentare la polpa,
la
polpa della vita.
ODE
ALLA TUA MANO.
E
anche la tua mano,
brezza
- latte - lanugine - levamen,
anche
la tua mano sento posarsi,
ora
che scende la sera,
dolce
e tuttavia piena
sulla
mia fronte
premendo
infinitamente
digitata
sulla
mia fronte
infinitamente
madida.
Sento
la tua mano
e
il mio infinito morto sudore,
mentre
squillanti jazz saettano-dardeggiano
frondeggiando
nella camera buia
e
tutto ciò a nulla giova
e
pure io a nulla giovo
benché
mi provi con tutto me stesso
nell’inficiarmi-trasgredirmi
del punirmi.
La
tua mano mi abbraccia
mi
affonda, mi assorbe, e mi annega,
e
io mi lascio andare
con
paurosa trepidazione.
Nella
camera buia vagola
brancola
si
agita senza posa
la
tua mano che non si vede
e
si posa lieve
quando
mi adagio a notte.
Enorme
mano morbida e morbosa
che
gira e rigira nella mia mente
fatalmente
forzuta
fatalmente
voluttuosa
incredibilmente
affettuosa
ancorché
fortissima,
mano
che potrebbe stritolare
ora
mi accarezza,
mano
che ieri poteva abbracciare
e
invece preferiva stritolare.
La
tua mano mi liscia i capelli
mi
solca la fronte e le tempie
mi
socchiude le palpebre
e
mi rintuzza i pensieri,
mi
tira indietro il collo
mi
palpa la nuca
quasi
a cercare
più
forte
più
dentro
e
mi afferra stretta al collo
e
io non vedo più,
non
ci vedo più,
non
sento più:
la tua
mano mi trascina lontano
in
una oscura oscura
oscura
via.
È
buio fuori
le
strade sono bagnate
e
languidi i lampioni:
ora
la mano mi molla
per
un attimo
ma poi
ricomincia
e
mi affonda il muso nel fango
mi
sbatte la testa contro il muro
ed
ecco che ora si trasforma
non
è più la mano robusta che conoscevo
quell’unico
bruno fascio
di
tendini e nervi che amavo
ma
è divenuta flaccida e pigra e floscia
ma
sempre mi ronza in testa.
La
tua mano
la
tua mano
la
tua mano,
la
tua mano mi aleggia sulla testa
e
io sto a guardare
con
compostezza
poi
d’improvviso s’innervosisce e mi getta
per
le scale,
io
non reagisco e sto a guardare,
la
tua mano mi corre dietro
fin
sull’orlo del precipizio
poi
sul ciglio del baratro mi riprende
e
io non reagisco
e
mi lascio trasportare,
mi
pare di sentire il mare
l’onda
dell’ombra
e
la terribile agonia del buio.
Poi
la mano ritorna
e
penetra
le
sue unghie acutissime
dentro
i miei occhi
e
io la lascio fare
(non
ho più la forza nemmeno di respirare),
le
unghie aprono fessure e varchi spazio-temporali
che
mai potevo mai immaginare,
brandello
dopo brandello
giungono
all’estremo lembo
del
cervello
ed
è un’esplosione:
lampi
di luce giallo-viola-azzurro
mi
balenano nei bulbi cerebrali,
le
tempie pulsano
e
un enorme vuoto oculare davanti a me
spalanca
la sua bocca e mostra
un
vortice immenso e rosso
come
il sole
più
dinamico del sole,
un
immenso vortice rosso
che
mulinella davanti a me
impazzito
e
mi attrae a sé e mi risucchia
e
mi è addosso e mi acceca
immenso
e rosso
accecante
sfavillante.
ODE
ALLA TUA PELLE.
Oh
Muna,
oscura
notte è la tua pelle
e
luna il tuo sorriso:
se
sorridi
il
tuo volto brilla
come
notturno mare
dalla
luna illuminato.
I tuoi
occhi sono un vago tumulto:
quando
mi guardi
l’anima
trema
come
luna nel mare.
Il
tuo volto è oscura notte
e
luna il tuo sorriso:
se
sorridi
la
tua pelle brilla
con
sapore
d’amaranto.
I
tuoi occhi sono
due
splendide stelle:
se
mi guardi
trema
l’anima
come
luna in mare.
Viluppo
di sogni è il tuo crine:
quando
sciogli i capelli
effonde
la notte
con
un aroma di frutta matura
dolce
e un po’ stantia.
Oh
Muna,
il
tuo sorriso è la mia luna
i
tuoi occhi sono le mie stelle
la
tua pelle la mia notte:
quando
l’alba mi sorprende
nell’aroma
della tua pelle
con
la mia bocca nella tua bocca
e
le mani preso nella rete dei tuoi capelli
allora
per me s’inizia il giorno
e la
vita effonde la sua luce
cristallina.
Ragazza
nera,
occhi
di serpente
chioma
di scorpione
e
pelle di pantera,
nella
pelle rechi la notte
e
negli occhi hai il giorno.
ODE
AL TUO ODORE.
Di
che cosa odora la tua pelle?
Un
frutto?
Una
spezia?
Un aroma?
Un
fiore?
Odora
di rosa e di sambuco
di
zucchero e garofano
di
zagara e cannella
di
porpora e amarena
del
mormorio del mare al mattino
la
tua pelle.
Dai
piedi fino ai capelli
dalle
ginocchia fino alla nuca
dalla
fodera della vulva alla bocca
emana
sapore d’amaranto
la
tua pelle.
In
tutta la sua furiosa
feroce
selvaggia
erratica
estensione
è
una coltellata di gelsomino
una
pugnalata di zagara
una
revolverata d’incenso
un’impetuosa
zaffata di garofano
un’onda
di seta purissima
la
tua pelle.
È
odore di sole sulla pelle,
odore
di sale sulla pelle,
l’odore
della tua pelle.
ODE
AL TUO SUDORE.
Mi
piace quando di notte nel sonno
ti
stringi a me, nuda e madida,
premendo
il viso contro il mio petto,
affondando
i denti nel mio cuore.
E mi
piace quando nella notte,
anch’essa
nuda e rorida come te,
ti
abbandoni alla stanchezza
e
tranquilla e placida russi
e
un rigagnolo di saliva
ti
rivola giù dall’angolo della bocca
rigandoti
il volto.
E mi
piace quando tu dormi
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
nell’aroma
di frutta matura e un po’ stantia
della
tua bocca.
E mi
piace anche svegliarmi, al mattino,
con
la mia bocca preso nella rete dei tuoi capelli,
sorprendendomi
nel riflesso incerto della tua pelle
tremante
di sogno e aurora.
Ma,
più di tutto, mi piacciono i letti stretti
dove
io e te giacciamo attaccati,
fusi
senza respiro in un solo respiro,
così
vicini che posso quasi sentirti i pensieri
e
sotto le palpebre chiuse i tuoi occhi brillare
come
scaglie in mezzo al mare.
E
così, mi piace quando dormi
stringerti
forte, più forte
per
sentirti dentro, più dentro,
fino
al sangue e al midollo
anzi,
oltre il sangue e il midollo:
fino
alle paure e agli incubi,
ai
sogni segreti più segreti.
Mi
piaci addormentata
perché
sei il mio segreto
e
il mio sogno: sveglia
sei
reale e di tutti.
Ma quando
dormi
sei
il mio piacere vero e immaginato
tangibile
e inafferrabile
fuggente
e impalpabile
per
metà concreto e per metà ipotetico
errante
ed erratico
ma
sempre ossessivamente
vagante
e martellante nella mia testa
finché
non ti desti
e
quella muta selvaggia immensa
paura
di perderti
scivola
e scompare
nell’imbuto
del tuo sorriso.
ODE
A TE.
A
te,
e al
tuo viso,
al
tuo sorriso,
al
tuo sguardo,
ai
tuoi capelli,
alle
tue labbra,
alle
tue gambe,
alla
tua schiena,
alla
tua pelle,
alla
silente enfasi dei tuoi occhi,
al
tuo sapore che si riversa nelle mie vene,
al
mio torpore risvegliato dal tuo sussurro,
agli
indecisi angoli della tua bocca,
all’oscura
linea del tuo corpo,
alla
solenne curva dei tuoi fianchi,
alla
setosa fodera della tua vagina,
alla
mia mano sul tuo seno,
alla
mia mano sul tuo sesso,
alla
mia mano sul tuo corpo,
al
tuo corpo sul mio corpo.
Soprattutto,
al tuo corpo sul mio corpo.
5) ODI
MINIME.
AL
TUO VENTRE.
Con
la lingua esploro la tua bocca e il tuo ventre,
con
le labbra sfioro i tuoi capelli e la tua pelle,
che
odora di frutta matura e dolcissima,
misurando
gli interminati spazi delle tue gambe,
e
con la lingua lecco l’acre umore del tuo sesso selvaggio,
carnoso
e arrogante come la violenta fioritura dell’agave suicida.
ALLE
TUE GAMBE.
All’atroce
bellezza delle tue gambe,
strazio
ai miei sogni agitati.
All’inerte
voluttà delle tue gambe,
strazio
al mio amore malsano.
Alla
pura forma-peso delle tue gambe,
strazio
alla mia abietta lasciva libidine.
Alla
dolce curva delle tue gambe,
che
ripete all’infinito
l’assioma
del mio
turpe
desiderio.
AI
TUOI SENI.
I
tuoi seni sono due calici
di
vino forte:
li
succhio e m’inebrio
del piacere riservato
ai maestri del piacere,
ai campioni del piacere.
AI
TUOI CAPELLI.
Ninfa
dal marmoreo corpo,
ti
sogno in sfrenate corse
lungo
albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
mentre
i tuoi capelli si sciolgono
alla
brezza.
ANCORA
AI TUOI CAPELLI.
Come
un Luglio caldo,
più
caldi di un Luglio,
i
tuoi capelli mi solleticano,
quando
leggeri il mio volto carezzano
petali
di elabro delicati.
AL
TUO VOLTO.
Il
tuo volto è la mia luna,
il
tuo corpo è la mia notte,
il
tuo sorriso le mie stelle,
i
tuoi occhi il mio sole:
quando
al mattino apri gli occhi e mi guardi
e
una nuova tua alba penetra in me
allora
per me inizia il giorno
effondendo
la sua luce
azzurrina.
ALLA
TUA SALIVA.
Vino
mi è la tua saliva:
quando
ti bacio e mi baci
la
mia anima si ubriaca
e
vola leggera ancorché ebbra.
ALLA
TUA PELLE.
La
tua pelle reca la notte
e
negli occhi hai il giorno,
al
tuo cospetto l’alba affosca
e
pure l’ostro oscura e l’avorio perde:
sembri
una notte stellata
ornata
con i monili del cielo,
il
tuo sorriso è un drappo di stelle
come
se gli astri
stupiti
dalla tua bellezza
avessero
deciso di abbandonare il cielo
e
cadere nella tua bocca.
AL
TUO MADORE.
Mi
eccita durante l’amplesso
leccare
il madore dal tuo negro corpo selvaggio
cosparso
le olide tracce sull’ansimante petto,
rigato
di acqua sessuale che cola in mille sudici rivoli
che
intridono di sesso e tingono la pelle
già
umida di molle voluttà.
Mi
piace leccare dalla pelle il tuo madore,
al
tuo calice bere la tua acqua seminale,
alle
tue coppe la vita.
Sesso
liquido, sesso odoroso:
a
volte basta poco
per
essere felici.
ALLA
TUA VOCE.
La
tua voce risuona fulgida
più
di speranze e sogni
e
in questo nulla volere
e
nulla avere
ti
cerco
ultimo
appiglio.
ALLA
TUA BELLEZZA.
Bellezza
profonda nella tua fronte
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
d’isola lambita dal mare
nell’onda
dei tuoi capelli frondosi,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso,
dura
bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
ALLA
TUA ANIMA.
In
te ascondo i miei pensieri
che
non posso rivelare
e
le mie follie che non posso urlare,
in
te le mie paure occulto
che
non posso confessare,
in
te i miei sogni celo
che
più rivelano me stesso,
più
di ogni poema
più
del più bel verso
più
della metafisica dei libri
e
delle opere dotte.
AL
TUO CORPO.
Il
tuo corpo è un eco muto che sale da morte stagioni,
un
colpo di pistola nel vacuo nulla,
un
deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole,
una
pura linea di acciaio fuso
che
il tuo sorriso improvviso illumina
come
il lampo che di notte rivela contorni aguzzi di roccia.
E
sono ellebori odorosi le tue mani affusolate
dai
petali morbidi, soavi di tepore.
ANCORA
AL TUO CORPO.
Soave
linea di baci fuggitivi
il
tuo corpo è una pura linea d’acciaio
che
il tuo sorriso illumina
come
lampo nella notte
rivelando
contorni acuti di roccia
e
cocci aguzzi di bottiglia
come
diamanti in cima
alla
scalcinata muraglia.
Sulla
furtiva linea del tuo corpo
corpo
ideale del piacere
è
scritto il canto dell’amore
vago
come brivido
sulla
pelle.
A
TE.
A
te
e
all’atroce bellezza delle tue gambe
strazio
ai miei sogni agitati.
A
te
e all’inerte
voluttà delle tue gambe
strazio
al mio amore malsano.
A
te
e
alla pura forma-peso delle tue gambe
strazio
alla mia abietta lasciva libidine.
A
te
e
alla dolce curva delle tue gambe
che
ripete all’infinito
l’assioma
del mio turpe desiderio.
6) ODI
AMOROSE.
NOTIZIARIO.
Ormai
è noto il fatto,
di
pubblico dominio la notizia,
le
fronde degli alberi l’hanno diffusa,
e
il vento l’ha sparpagliata
agli
angoli della città.
Già
sanno le foglie delle pareti
e
le sedie e il tavolo e i tappeti
e
le tende e lo scrittoio e i quadri,
già
sanno i bicchieri e i lumi e le finestre
e
le porte, gli ombrelli, i guanti e i cappotti
e
le strade e i palazzi e gli specchi e le valigie
e i
moduli, i certificati, i permessi e i documenti
e
gli occhiali da sole, i cervelli e i cuori di vetro
e
la terra e i fiori e i ruscelli colore del miele,
e
ormai bisbigliano i prati e i campi,
e vociferano
gli steli e le frutte
con
insistenza, con invidia, con arroganza
che
io e te dormimmo la nostra notte senz’alba.
Già
sa il sole in cielo,
già
sa l’acqua del mare,
già
sa il sale nella ferita
e
il sangue nelle vene,
già
sa la rugiada sull’asfalto
e
il rosso delle mele,
già
sanno anche le rondini
in
ginocchio sulla riva
e i
pesci fulgenti nelle loro scaglie,
il
nostro oscuro avaro amore amaro.
SERA.
Piove,
e
l’acqua che cade a goccioloni,
l’acqua
che goccia a goccia stria il mio volto,
l’acqua
che brontola e croscia,
è stasera
un cascame di aghi,
una
pioggia densa di affilati aculei,
una
spada scheggiata in mille stalattiti,
l’acqua
che pioggia è stasera una voce sorda senza eco
che
rimbomba il tuo nome nel ticchettio di mille telescriventi
impazzite
che ripetono il tuo nome, il tuo nome, il tuo nome
nella
tastiera del cielo, del cielo, del cielo
più
nero, più nero, più nero.
Piove,
e
la pioggia marcisce la sera,
e
la sera è la veste di velluto che tu indossi,
le
stelle sono i denti di madreperla della tua bocca,
nel
cuore della sera una piaga rossastra-violacea
languida
squittisce.
Piove,
e
trema la fatua umida sera
e
tremula pure tu mi guardi,
e il
tuo volto è un sinuoso zig-zag
anatomico,
un’oscura
luna appena al soffitto,
una
candida riga nell’azzurro-cielo
presa
tra persi voli,
persa
in mille presaghi disvoli.
MI
ATTARDO.
Mi
attardo per spazi e gradini come pensili giardini
pencolanti
ai miei piedi che vanno
nel
diffuso torpore dei venti e delle correnti
come
foschie di sogni e foschi sonni,
ed
è un fiume immaginato trasecolato
in
perenne transito
in
perenne dialogo
in
perenne dialettica col greto amazonico
che
anfitrionico sale
e a
me viene leggero e caparbio
nell’ostinazione
tremante della sua superficie
nell’esitazione
intrepida del suo dorso
nella
distrazione tragica del suo ristoro,
e
mi rapisce l’orizzonte,
e
gioie d’Autunno si spargono sul mio capo
come
effusioni di foglie in catartica tregua
o
come tremore di ore disposte all’oblio.
Oh anima
di brina, anima di rena, anima di arnia,
sei
un grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba
e
stordisce la mia gioia e sciupa il mio vivere:
lasciarmi
andare a decomposte onde ineroiche
eroico
io vorrei ma non posso.
Sei
il primo elemento
di
una proposizione moritura e imprecisa
persa
in oscuri uteri di luce,
sei
lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,
sei
soffio sugli occhi,
brace,
rischio, piega e piaga che prega
e
nel suo suppurare mostra elitre di mosca
superstiti
(in fine),
sei
torbido scrigno di occhi-sguardi
e confuso
volitare di pensieri
che
non sanno l’amore.
Eppure
in questa natura ambigua e alchemica
che
seppi essere solo menzogna
rabbioso
e protervo io mi attardo.
(MICRO-)ETERNITÀ.
Miriadi
di parole
parole
su parole
parole
e ancora parole
non
possono dire
la (micro-)eternità
del
tuo bacio
quando
mi baci
chiudendo
gli occhi
stringendo
i pugni.
TI
GUARDO.
Ti
guardo ridere,
dolcemente
armonica e amica,
e
in petto muore il cuore,
di
pietra si fa la lingua
e
brucia la pelle,
gli
occhi più non vedono
e
suda la fronte,
in
mente è il buio
e
offuscato il cuore più non ragiona,
scalpita
il sesso
e
sbanda la ragione.
Ti
guardo e
fumo
un’altra sigaretta.
TU
MI GUARDI.
Tu
mi guardi, e il tuo sguardo
è
un funambolo sul filo del rasoio
un
Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un
ubriaco che biascica parole inconsulte
un
pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una
puttana che finge piacere per far piacere
un
treno che deraglia e si accartoccia come una foglia
una
rosa che ha roso e il mio cuore s’è mangiata
un
pesce con l’ala spezzata
una
rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello
un
cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un
cane che ulula alla notte e ringhia alla morte
una
volpe con la zampa tra i denti
e
il cuore nello stomaco.
Tu
mi guardi
e
il tuo viso è un cielo autunnale
rannuvolato
un momento
e
subito dopo sereno.
Tu
mi guardi, lunatica,
e
sul tuo volto di luna
sorrisi
e cipigli si rincorrono
come
il sole e l’ombra
s’una
rada battuta dal vento.
HO
GUARDATO.
Ho
guardato
con
i miei occhi,
con
le mie labbra,
con
la mia testa,
con
il mio cuore,
con
amore,
con
terrore,
nel
pozzo infinito
infinitamente
buio
dei
tuoi segreti
delle
tue paure
dei
tuoi sogni
curvandomi
sullo
specchio della tua anima
come
un secchio vuoto
che
la carrucola discende
nel
cerchio del pozzo nero:
tremola
un ricordo in superficie
un
volto incerto e pensoso
mi
fissa che si deforma
si
fa vecchio:
è
il tuo volto
che
fissa il mio volto
come
un eco che stride da lontano
e
lancia il grido
delle
nostre coscienze sporche.
Il
mio volto, il tuo volto:
due
volti che si uniscono
mentre
una distanza li divide
che
impercettibile perdura
come
una eco perduta
che
sale dal dentro del profondo
e
ridiscende nel più del dentro
e
ancora più dentro.
In
quella distanza infinita
nelle
onde dei tuoi segreti
nel
buio dei tuoi silenzi
in
quel pozzo il mio cervello
come
una zattera
affonda
affonda affonda
spezzate
le vele
divelte
le vele
lacerate
le vele.
IN
QUESTO ISTANTE.
In
questo istante
molti
uomini muoiono
molte
donne partoriscono
e
molti bambini nascono,
le
ragazze si fanno belle per la sera
e
le puttane scopano
(e
qualche volta godono).
In
questo istante
il
freddo solitario e sincero è di un celeste-cielo,
l’aria
è una coppa di brina mattutina,
un
calice di vetro inciso nel diamante,
e
il mio orologio segna le 21,15:
tra
45 minuti arriverai
e
vederti, semplicemente rivederti,
come
ogni sera sarà il solito
colpo
di .45 al cuore.
In
questo istante
il
lampo suona il gong sulfureo della
tempesta
i
manichini dei grandi magazzini sono più tristi
e
il giorno finisce per poi domani ritornare.
In
questo istante
i
gatti del quartiere rantolano e il macellaio affetta la carne,
i
gelsi sono già ingialliti e i fichi sono ancora verdi e acerbi,
i
malati guardano attraverso i vetri degli ospedali
e
matti urlano e urlano e urlano nei mattatoi,
gli
sbirri passeggiano arroganti nella loro schifosa divisa
e
il mio viso arrossisce di collera e vergogna
una
collera con le mani e i piedi legati
e
le viscere incatenate.
In
questo istante
i
vecchi ragazzi si staranno amando
nascosti
dietro le nere membrane della notte,
e
mia madre starà marcendo nel freddo della tomba
senza
dubbio senza un fremito e senza incertezze,
perché
è così la morte: di colpo la luce si spegne
e
poi più nulla, solo la morte, il buio,
il
nulla, il niente, il nihil
impazzito.
In
questo istante
la
passione del traditore
l’ansia
dello studente
il
ghigno selvaggio del sicario
e
il sussurro incatenato degli amanti
che
nulla chiede
solo
di non essere dimenticato.
In
questo istante è l’alba:
s’illumina
il mondo
e
pure le tue gote,
il
cielo inalbera le sue impurità,
il
giorno è trasparente e senza macchia
effonde
odore di semi per le strade,
il
vento cala e poi se ne va,
c’è
un usignolo che canta,
e
ride la gazza nera
sugli
aranci.
In
questo istante
guardo
in ginocchio la terra
e
l’insetto
e
il fiore
e
il cielo
e i
rami degli alberi che volano
e
le rondini che sfrecciano nel cielo
il
fuoco che divampa nella notte
la
luna che salta da una nuvola all’altra
da
un palazzo all’altro
e
il cuore che batte tremendo.
In
questo istante
io
ti guardo e tu mi guardi
io
guardo te e tu guardi me
e
come luna mi segui
da
un palazzo all’altro
da
una nuvola all’altra.
In
questo istante
i
legumi cuociono nella pentola
e
le sardine sfrigolano nell’olio
e
le serrature si aprono-chiudono.
In
questo istante
tu
sei di fronte a me
nel
chiarore indefinito dell’aurora
e le
tue lacrime sono bionde gocce di pioggia,
lunghi
filamenti d’argento i tuoi sorrisi.
In
questo istante
Garcia-Lorca
viene fucilato
e pure
Dostoevskij viene fucilato
Hikmet
viene esiliato
Bukowski
guida la sua bmw nera
Campana
muore di fame
e Burroughs
spara alla moglie
Prevert
grida sui tetti di Parigi
alle
nere membrane della notte
ed
Ernie spreme il suo cervello
nel
succo d’arancia.
In
questo istante
il
sole è un barattolo di miele
mentre
le tue parole riempiono il tramonto di vane sequele,
le
tue parole allegre
le
tue parole amare
le
tue parole euforiche
le
tue parole malinconiche
le
tue parole eterne come il mare e la materia
pesanti
come un pugno ben centrato
vuote
come la mia testa
dure
come il mio cuore,
e
la mia tristezza è solo un logora camicia di tela,
e
tutto è un tumulto e uno strepito,
uno
sfolgorio acceso.
In
questo istante
tutto
nasce e muore
nella
profondità dei chilometri
nella
dispersione dei chilometri
nella
disperazione dei chilometri dei chilometri
con
cruore, con speranza e con un po’ di amarezza
ma senza
scoppio e senza rumore,
senza
rugghio di motore
tutto
nasce e poi muore:
uomo,
donna, bambino,
stella,
albero, rancore,
aria,
sole, terra e mare,
bugia,
inganno e tradimento,
gabbiano,
rimorso e rimpianto,
bellezza
e morte,
gloria
e dolore.
In questo
istante
la
foglia sul ramo
il
pesce nell’acqua
e
nel mio cuore tu,
tu
che sei la mia schiavitù e la mia libertà
la
mia ebbrezza e il mio oblio
la
mia solitudine e il mio abbandono
la
mia pena e la mia rabbia.
In
questo istante
dove
sei?
Mi
sogni?
Mi
ami?
Oh
sì, mi ami!
In
questo istante tu mi ami
come
non hai mai amato
nessun
altro
e anche
io
ti
amo
io
che non ho mai
amato.
In
questo momento
sei
sdraiata al mio fianco
e
il mondo non conta più nulla.
In
questo attimo mi parli
e
il mio cuore
libero
da menzogne
si
libra ardito e sorridente
su
questo prato verdicante.
In
questo istante,
proprio
in questo istante e mai più,
i
tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso,
un
tramonto di fine Settembre,
uno
sbadiglio di bambino infreddolito,
i tuoi
occhi immensamente grandi e rotondi
sono
d’Autunno le grandi foreste,
i
tuoi occhi inaccessibili e duri
come
le fredde terre del Nord.
IN
QUESTA NOTTE.
In
questa notte di Luglio
che
il fiume scorre placido e inerte
sotto
l’incandescente luna estiva,
e
le stelle a mille a mille
sembrano
una pioggia bionda e fine
di
lapilli di vulcano roventi,
i
lampioni illuminano le strade
e
una puttana bianco-vestita
sorride
docile e gentile;
in
questa notte di tiglio
che
i prati sono molli di umidore
e i
muri si appoggiano stanchi al chiarore lunare,
e
l’oscuro fiume della notte
ci
trasporta in assurdi spazi claustrofobici,
e
le finestre dormono ritte in piedi,
e
tu ti stringi forte a me e ti afferri
serrandoti
di gioia e stupore
e
ripeti le due parole le più trite e ritrite;
in
questa notte di pietra
che
il mio cuore giace inerme
sospeso
al ramo del tuo amore inerte;
in
questa notte di Luglio
in
questa notte di tiglio
in
questa notte di pietra
in
questa notte di seta
in
questa notte di sale
io
ti amo
e scoppio
di felicità
che
fischietterei pure
una
stupida canzonetta
d’amore
trita e ritrita
come
quelle due parole
da
noi mai dette
mai
pronunciate
mai.
LE
STAGIONI.
Anche
d’Estate amami,
con
la vastità delle tue gambe
con
la misura del tuo vacillamento
con
il fiume del tuo respiro
con
il trepidante tesoro del tuo ventre,
arnia
e alvo del mio desiderio,
con
tutto l’oro che ti cresce in bocca
e
ne trabocca.
Amami
d’Autunno,
con
il tuo vestito scuro
del
colore dell’ostro e dell’amaranto,
con
la secca precisione dei tuoi gesti
e
la gelida tangente del tuo sguardo.
Amami
d’Inverno,
con
tutta la tempesta che serbi in petto,
con
il sogno e l’acqua
che
tremano nel calice del tuo grembo,
con
tutti i tuoi fantasmi
che
sciamano di notte sul tuo letto,
con
i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri
e
fanno il paio con i miei stupidi desideri,
con
l’artiglio minerale della miseria,
con
le accigliate angosce delle tue cicatrici,
con
gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe
e del
tuo cuore spigoloso,
con
le invalicabili barriere della tua anima.
Amami
in Primavera,
nei
suoi giorni di alluminio, fatti di nebbia e turchese,
con
le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci
con
la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni
con
la tua dura bellezza di pietra
con
un fiore notturno
profumato
del tuo aroma.
Amami,
anche
senza amore
anche
senza la mia mano sul tuo seno
anche
senza il tuo fiato sul mio corpo
anche
senza la tregua della tua presenza
anche
senza la gioia del tuo volto di rosa
anche
senza il piacere delle tue labbra ideali
modellate
per donare piacere
amami.
Amami
anche quando meno me lo aspetto
perché
è in quel momento che il cuore
sarà
più pronto per riceverti,
amami
quando ho voglia di fuggire e scappare via
perché
in quel momento avrò bisogno
di
una buona compagnia e di tutta la tua energia
ché
mi spinga oltre le onde dell’angoscia,
amami
quando non parlo e sto muto
perché
in quel momento io non taccio
ma
in silenzio mi preparo a viverti,
amami
anche con tutte le cicatrici che mi sfigurano
perché
è solo così che le mie ferite guariranno,
amami
soprattutto quando meno me lo merito
perché
è allora che ne avrò più bisogno.
IL CIELO.
Oggi
è grigio e sonnolento il cielo,
quasi
timoroso, o forse solo annoiato e stanco,
e
nuvoloso pencola indeciso dai tetti
grondando
umido dalle foglie degli alberi
come
una forma di liquida aria vibrante,
e
poi d’improvviso si spalanca
e
illuminato di tutti i colori dell’iride balenante
s’impiglia ai rami.
Tutto
il cielo è nei rami di un albero
e
di molti alberi
e
scivola dalle foglie e permea la terra
effondendo
dolce sopore di bosco.
È
in un chicco d’uva
e in
un granello di sabbia,
in
una mica di pane
e
nella tua anima peregrina,
nello
specchio degli occhi
che
stilla gocce di scintillante bellezza
di
uno squisito azzurro-gioia,
in
tutto il dolore del tuo volto che muta
e
pare un lago capovolto di acciaio fuso.
Io
marinaio e tu acqua viva,
tu
acqua viva, io acqua morta,
tu
incudine, io martello,
tu
sabbia, io clessidra,
tu
diamante, io minatore,
tu
piacere, io dolore,
ma,
dei due, il solo vero amore,
per
quanto demente e schizofrenico,
era
il tuo.
SEMPRE MI TORNI IN MENTE.
Sempre
mi torni in mente,
pur
quando non ci sei,
pur
quando non ci sono,
e
le tue membra in mente fingo
e
il tuo passo alacre e svelto
e
la dolcezza delle tue spalle
e
le tue mani brancolanti
tra
dubbi e domande
a
cercare un equilibrio
un
baricentro
un
appiglio
nella
tua anima confusa e fluida.
Sempre
ai miei occhi torni
pur
se non vuoi, pur se non voglio,
con
la curva solenne dei tuoi fianchi
e
il tuo desiderio lì sospeso
che
nulla chiede,
solo
di non finire
mai.
FRA
CENT’ANNI.
<<Vorrei
incontrarti fra cent’anni>>
diceva
una canzone vecchia di cent’anni,
ma
non penserò al mondo fra cent’anni,
ripenserò
solo ai tuoi occhi fieri
più
bui e profondi dei miei pensieri,
e
al tuo ventre e alla tua bocca,
alle
tue mani e alla tua pelle,
al
tuo dolce sorriso di ieri
e ai
tuoi capelli neri neri
(chissà
come saranno cambiati,
saranno
ormai imbiancati...).
Ripenserò
ai tuoi seni come due pomi lunati,
e
ai tuoi piedi inarcati
quando
mi amavi
e a
me ti donavi,
e a
quello che mi dicevi,
e a
quanto scrupolo ti facevi.
Ripenserò
a te fra cent’anni
e
la mia solitudine sarà solo
la
tua assenza.
Ma in
fondo,
che
sono poi cent’anni?
Non
un granché: solo un soffio
quando
l’ala della notte ci avvolgerà
in
un sogno eterno.
FORSE
CHE.
Ma
dove va la notte quando se ne va,
e dove
si nasconde quando è giorno?
Dove
finisce la notte quando finisce?
Si
rifugia nella tua pelle,
tutta
coagulata nella matrice del tuo corpo,
come
una metallica forma liquida
che
rapprendendosi fa di te
un acino
di uva bruna e dolcissima,
la
notte che ti prende quando ti addormenti
e
con te si addormenta anche il sole.
Finisce
dove cominci tu
la
notte che, al sorgere dell’aurora,
nella
matrice del tuo corpo si coagula
come
una pura forma di metallo fuso,
acquattata
nelle tue nere membra
come
se in te tutta dormisse, vivesse tutta.
LA
CASA.
Quando
dormi, anche la casa dorme,
e
le sedie dormono accanto al tavolo,
il
tavolo addossato alla parete
e
le scarpe sdraiate sul pavimento,
e lo
specchio si rabbuia e non riflette più,
anche
la balconata dorme, e le piante
con
i loro lunghi colli pencolanti nel vuoto,
e
anche i fiori più loquaci tacciono,
e i
pomodori e gli aranci sopiti aspettano gioiosi
il
coltello con cui domani li taglierai,
e i
vestiti pure dormono in tua attesa
in
piedi come manichini senza vita,
e
anche i tetti dormono, e i gatti
prendono
una tregua dal loro miagolio,
e
il fiume smette le vanitose paillettes
del giorno
e
indossa un vestito lungo e nero,
e
le nubi dormono avvolgendo la luna
nelle
loro spire di lieve bambagia.
Ma
poi la luce del mattino si accende,
e
riversa i propri raggi dorati sui tuoi capelli,
colando
dalle tue mani
scivola
lenta lungo i tuoi fianchi
fino
ai piedi candidi d’incenso,
e
così ti desti,
e
allora anche la casa si desta,
e
aprono gli occhi luminosi le finestre,
e
le sedie carponi zampettano allegre,
e
il tavolo bofonchia in attesa del pranzo,
e
le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi
che
presto le riscalderanno con il loro profumo di vaniglia,
e il
piombo dello specchio sprizza la gioia sensuale
del
tuo incedere delicato nella curva sinuosa
dei
tuoi bruni fianchi d’amaranto,
e
pure il ballatoio distende le gambe,
e
il fiume indossa la propria veste d’argento,
e
le piante stiracchiando il loro collo salutano il sole
(le
più caciarone hanno già ripreso a chiacchierare),
e
le rondini cinguettano alacri il tuo sorriso,
e
il mio cuore pure cinguetta
le
sue solite scemenze:
chissà
se mi avrà sognato stanotte
chissà
se mi avrà pensato stanotte
chissà
se le sarà mancato il mio abbraccio.
Chissà...
chissà... chi sa?
SENZ’ALCUNA
RAGIONE.
Senz’alcuna
ragione
passano
le stagioni e vengono gli Inverni,
e gli
alberi del viale squamano le proprie foglie
e
madidi stillano la propria rugiada,
i
rami bisbigliano frondosi
e
il vento solo sa che cosa si dicano,
le
foglie stormiscono nostalgia,
soprattutto
quando cadono al crepuscolo
soprattutto
quando cadono sferzate dalla pioggia grigia
soprattutto
quando cadono in tua assenza,
e il
cuore fa male.
Senz’alcuna
ragione
il
sole mi batte in fronte e il cuore mi batte in petto
senz’alcuna
ragione il cane abbaia
e il
pesciolino rosso galleggia nell’ampolla
e le
stelle girano sulle nostre teste e stride il mare
e il
sole si spegne nell’imo cadendo
e le
strade corrono veloci sotto le ruote
e
il tempo scorre lento sulla strada
e il
vento dondola l’altalena
e non
c’è arcobaleno di notte né farfalla sulla neve
e lo
specchio riflette le mie rughe nel suo lago di piombo
e le
ore corrono di albero in albero
e
di palo in frasca nel frutteto del tempo
e verrà
il tramonto e scenderà la sera
e i
tuoi occhi illumineranno
il
mio sentiero al di là della notte
e
oltre il confine.
Senz’alcuna
ragione il mio cervello ti pensa
senz’alcuna
ragione la mia pelle ti cerca
senz’alcuna
ragione il mio cuore ti aspetta
e senz’alcuna
ragione io ti amo,
ora,
in questo luogo al di là del bene e del male
dove
ci attende il sapore di nuovi azzurri mattini
e
altri infiniti eldoradi.
Senz’alcuna
ragione
qualcosa
si rompe in me
e
mi soffoca in gola i pensieri,
stasera
nell’ora che lenta volge al desio
e
cruda e fiera annera e dispera.
RIFLESSI.
Il
lago riflette i raggi della luna,
lo
specchio accoglie la tua bellezza,
il
medaglione che hai al collo la serba
con
cura nel cuore del proprio quarzo,
e
gli occhi riflettono l’immagine del mondo,
ma
il riflesso più abbagliante
il
barbaglio più reale
l’immagine
più vera
è
il tuo riflesso
sulla
mia pelle.
UNA TANTUM.
Ti sei
svegliata presto stamattina
e
di corsa sei uscita
per
pagare la retta universitaria:
500
euro una tantum, mi dicesti.
Beh,
nulla accade due volte
nulla
si ripete due volte
(nulla
si ripete due volte):
non
giorno che ritorni uguale
non
la stessa notte che si ripresenti
non
due parole dette nello stesso modo
né
due baci somiglianti
o
due sguardi tali e quali
non
lo stesso sole ci riscalderà domani
né
lo stesso fiume ci bagnerà
non
la stessa aria ci arrufferà i capelli
non
la stessa vita vivremo di oggi.
E
come due gemelli omozigoti
o
come due gocce d’acqua
anche
noi identici
eppur
diversi.
EPIGRAMMA.
Il tuo
nome inciso oggi sulla mia pelle
come
sulla scabrosa scorza di un albero
domani
ritroverai marchiato a fuoco
sul
mio cuore.
EPIGRAMMA
SECONDO.
Amore
in palpebre languido
con
azzurri occhi di mare mi guarda
e
con oscure dolcezze mi spinge
nella
reti inestricabile dei tuoi capelli
conducendomi
al mistero dei tuoi occhi
dove,
come in un aurora,
il
rosa e il viola si fondono in oro.
¿ODI?
È
notte: non rumore, non passo, non strepito,
tutto
tace, tranquillo e placido,
e sui
secchi rami tacciono ancora le brune tortore.
Nel
silenzio assoluto solo si odono
sottili
raggi di luna
picchiare
ai vetri delle finestre.
SCHERZO.
Soave,
sei bella tra le belle
come
una luna ridente tra le stelle,
la
tua luce le altre caccia e impaura
come
il sole che la luna oscura.
Alle
altre donne la tua luce risplende
come
il sole la luna sospende.
E
si desta il mondo quando tu ti desti,
e scoppia
l’aurora e rabbuia il sole distante,
e
implodono le costellazioni ed esplodono le stelle,
e io
muoio alla vista del tuo sguardo bruciante
che
con mille brividi si adagia sulla mia pelle
come
una conflagrazione di atomi furibondi,
mentre
un sogno perdura, di gemiti profondi.
Raggiante
e luminosa, sei tu la mia alba:
al
tuo cospetto pure il sole scialba.
La
tua bellezza come una scure
falcidia
le mie imposture
e
pure le perle rende insicure.
OGNI
NOTTE.
Sei
così bella quando dormi
che
non riesco a credere alla morte
benché
la tema
e sappia
che un giorno verrà
in
cui non vedrò più i tuoi occhi
brillare
al mio fianco di notte
(e
questo mi secca).
Così
ogni
notte
quando
tu dormi
io
non dormo
e in
silenzio
al
buio ti guardo dormire
per
serbare un ricordo,
e ti
accarezzo
e
accarezzo il tuo viso di pesca
che
come una pesca reca una tenue peluria,
e
accarezzo il tuo corpo nudo
sprofondato
nella vasta notte
coperto
solo di due sottili foglie di palpebre,
e
accarezzo pure la tua pelle bruna
che
si mischia alla notte
e
in essa si confonde.
Di
notte
quando
dormi
io non
dormo ma ti osservo,
oppure
capita che mi stringa a te
per
far calore al mio corpo col tuo corpo,
e
allora la stanza esplode di sogni
uguali
a lapilli di vulcano incandescenti
e
il mio cuore urla e batte
con
la stella più lontana
e
luminosa.
Poi
finalmente mi addormento
ma anche
quando dormo
sono
certo che tu rimani bellissima:
bellissima
come una stella che splende magnifica
ancorché
i ciechi non la vedano.
OGNI
MATTINA.
Ogni
mattina l’alba riappare
e
caccia dai tuoi occhi il trucco delle tenebre
sorprendendomi
con la bocca nella tua bocca
intrappolato
nella rete dei tuoi capelli.
Allora
un nuovo tuo giorno penetra in me,
e i
demoni scompaiono
(solo
per un attimo),
gli
dei sorridono,
e
anche la signora morte
sembra
più bella.
QUANDO
TI SVEGLI.
Quando
ti svegli e i tuoi occhi profumati sbocciano
come
due fiori umidi di rugiada e amaranto,
e
la curva solenne dei tuoi fianchi riprende forma e vita,
e
un nuovo giorno penetra in me, e mi sorprende
nell’olido
aroma di frutta matura della tua bocca,
allora
mi sembra che il sole sorga nel mio letto
e
il tempo si ferma,
gli
dei sorridono
e
anche la Signora appare più bella,
anche
se solo per un attimo.
QUANDO
SCIOGLI I CAPELLI.
Quando
a sera sciogli i capelli
il
sole scema e la notte lucida effonde
e
ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla
terra come un mare di tenebra.
Io
sono lago e tu sole:
quando
ti rispecchi nelle mie acque
acquisto
fulgore e bellezza.
Quieta
tu serbi tempesta in grembo
e
vita riversi dai calici del tuo petto:
sei
dolcezza e violenza
odio
e amore
distanza
non colmabile,
come
un mare di tenebra
la
cui sponda baci con il piede.
Il
tuo sudore è vino forte
pieno
di fermento invisibile,
la
tua bocca un calice
da
cui io bevo la vita,
la
tua saliva un’acqua limpida e pura
che
lenisce il mio bruciore,
le
tue palpebre scrigni
serbanti
l’impronta dei miei baci.
Quando
abbandono il mio capo al tuo ventre
sento
il mio desiderio gravare il tuo grembo,
quando
appoggio il mio volto al tuo volto
e a
occhi chiusi ti bacio
sento
oltre le tue palpebre
i
miei sogni palpitare.
La
tua rosa è protetta da un temibile scorpione.
Con
dolce mormorio la tua voce a me sale
risillabando
come il reboante murmure del mare.
Muna,
sei così bella
che
metti di malumore.
QUANDO
DORMI.
Mi
piace quando di notte
nel
sonno ti stringi a me,
nuda
e fresca come una pesca,
premendo
il naso contro il mio petto,
affondando
il viso nel mio cuore.
Mi
piace, quando tu dormi,
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
con
la bocca nella tua bocca
che
sa di frutta matura e dolcissima.
Mi piace,
svegliandomi,
trovarmi
con la bocca
intrappolato
nella rete dei tuoi capelli.
Mi
piace, quando dormi,
ascoltare
la tua pelle
tremante
di sogno e aurora.
Ma
più di tutto
mi
piacciono i letti stretti
in
cui io e te giacciamo abbracciati,
fusi
in un sol respiro,
così
vicini che posso quasi sentirti sognare
e
sentire i tuoi occhi sotto le palpebre guizzare.
Mi
piaci addormentata
perché
sei il mio sogno
e
il mio segreto:
sveglia
sei
reale
e
di tutti,
ma quando
dormi
sei
il mio piacere vero e immaginato
tangibile
e inafferrabile
fuggente
e impalpabile
errante
ed erratico
per
metà ipotetico e per metà concreto
ma
sempre ossessivamente
martellante
nel
cervello.
ADDORMENTATA.
Addormentata,
sul tuo corpo non procedo
come
assetato nel deserto:
acqua
per sopravvivere sulle tue dune
le
mie mani non cercano ma inganni,
una
scure per falciare il freddo inganno della ragione,
una
pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine,
una
emozione che faccia svanire
la
fredda equazione dell’esistenza.
Nei
vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza
come
da un finestrino aperto di vettura in corsa,
nella
tua voce un crepitio di fiamme,
nelle
tue vene un grido profondo di vita,
nella
tua bocca il canto vellutato della notte,
nei
tuoi occhi l’enfasi silenziosa della gioia
come
quando poco prima di un forte temporale
cadono
i venti e l’aria diviene di metallo denso-fuso,
nei
tuoi capelli i riflessi della digitale luna eburnea,
nell’acqua
seminale del tuo sesso un sapore d’amarena,
negli
interstizi delle tue labbra la rossa pena della vita,
nel
tuo talento il mio talento di essere
senza
talento, senza portento, senza contento,
nel
tuo sguardo un contrassegno del mio dolore
come
il contrassegno apposto dal doganiere
a
una valigia distrattamente frugata.
Vedi?
Sono come luna:
come
luna so brillare solo di luce altrui.
Io so
vivere solo di vita altrui.
Lentamente
mi muovo sul tuo corpo
attento
a non svegliarti, pregando che non ti desti:
addormentato,
giaccio nella tua ombra
che
implacabile fissa il mio destino;
sveglio,
mi rivolto nella tua essenza d’aurora
che
un nuovo giorno accende in me
dolce
di zucchero e cannella.
INSONNIA.
Tu
dormi, io insonne ti guardo dormire:
il
tuo corpo disteso s’un fianco
è
una pura forma di acciaio,
la
tua pelle un tamburo forsennato
che
si confonde con la notte,
e
con la notte si confonde pure
il
tuo negro crine corvino,
e fulgide
stelle mostrano le dischiuse tue labbra,
come
se la notte
nel
tuo alvo discesa
abbia
discinto il manto
a
coprire le tue membra
dimenticando
nella tua bocca
i propri
monili.
Amore
mio,
tu
sogni, io non dormo,
e
insonne ti guardo sognare.
Quali
mondi sogni?
In
quale universo ora sei?
Da
quali pianeti è minacciata la tua luna?
Forse
sei in compagnia di un altro uomo?
Amore
mio,
tu
sorridi, io impazzisco,
e a
te sorridente il mio guardo
rivolgo
tremulo e nebuloso
per
il pianto che mi sorge sul ciglio:
a quale
uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?
O
mi ami anche dormendo?
Non
lo so,
poiché
anche vicina mi sei lontana,
ed
è come se tu non ci fossi
e
mi sfuggi
anche
se sento battere il tuo cuore
sotto
la mia mano,
ma è
che non so se batte per me,
non
lo so e questo mi fa soffrire
mentre
tu sogni e io ti guardo dormire.
Questo
solo so:
che
se tu smettessi di amarmi
vorrei
che il tuo cuore
smettesse
di battere.
Così,
tutte le notti piango:
tu
dormi e io piango
tu
sogni e io piango
tu
sorridi e io piango.
Come
alga dolcemente accarezzata dal vento
nel
mare del tuo letto ora ti agiti sognando,
nei
tuoi occhi due onde per annegarmi.
PIACERI.
Il primo
caffè del mattino,
le
poesie di Kavafis e Neruda,
le
passeggiate in bicicletta,
una
camminata nel torrido sole del meriggio,
il
mare e la pioggia battente,
le
sigarette e le uova sode,
il
tuo abbraccio nel cuore della notte,
tu
che addormentandoti mi dici
<<Vorrei
che questa notte non finisse mai.>>
tu
che svegliandoti mi dici
<<Vorrei
starti attaccata così per tutta la vita.>>
la
tua tristezza e il tuo dolore,
il
tuo sesso palpitante nel buio,
il
tuo respiro quando dormi,
la
tua pelle,
le
tue labbra,
le
tue gambe,
i
tuoi piedi,
le
tue mani,
il
tuo sguardo,
il
tuo sorriso,
le
tue palpebre,
i
tuoi capelli,
la
curva arrogante dei tuoi fianchi,
le
tue linee aerodinamiche,
la
tua pura forma d’acciaio,
le
mie labbra sulle tue labbra,
la
mia mano sul tuo seno,
la
mia mano sul tuo sesso,
la
mia mano sul tuo corpo,
il
tuo corpo sul mio corpo.
Soprattutto,
il tuo corpo sul mio corpo.
L’AMORE.
Campana
che sventola contro l’azzurro-cielo,
fruttuo
risveglio tutto fruttare-fratturare,
stritolamenti
profondi e baci in centrifuga fruttescenza,
fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo
m’immillanto
mi
ammollo
mi
ammalo
m’innamoro
e m’indoro
inodoro,
orzo
biondo-spento contro il lapillante papavero rosso
e strapiombo
da cui risalgo per ghiacci e guani,
parestesia-anestesia
diffusa di semi-presenze sempre assenti,
agnizione
in tralice e riapparizione di straforo,
il
momento d’oro e lo scilicet,
il
male oscuro - il male nervoso - il male nevoso,
gioco
di sbieco e intermittenza dei sorrisi,
paresi
di cloni, paresi di eoni,
virginea
tristezza quale erbetta da cena, verzura,
pungenti
venti settembrini e vini agretti,
cane
testardo che rotea fiuta adocchia
e
alza la zampa al cippo del mio memento,
testa
di cane che abbia morta:
l’amore
mi perseguita
come
un cane incimurrito
e
in agguato dietro la siepe
mi
attende per azzannarmi.
L’AMORE
COME UN VECCHIO.
L’amore
come un vecchio,
sguardo
furbesco e sigaretta
tra
le labbra sogghignanti,
mi
guarda spavaldo.
Certo
un giorno lo ucciderò
e
fumerò la sua
sigaretta.
AMORE.
Amore:
non dico questa parola invano.
Amore,
non dico il tuo nome invano:
solo
a te cede il mio orgoglio
solo
a te cede il mio sesso
solo
a te cede il mio cuore.
Amore:
non dico questa parola invano.
Amore,
non dico il tuo nome invano:
ogni
volta che assoggetto il mio orgoglio al tuo volere,
ogni
volta che piange l’anima i tuoi inganni e tradimenti,
ogni
volta che sopporta stillicidio il cervello,
ogni
volta che distogli da me lo sguardo,
il
cuore urla la sua sentenza.
Amore:
non dico questa parola invano.
Amore,
non dico il tuo nome invano.
POESIA
DEL COME.
Come
l’alba scioglie il trucco della notte
come
la notte cancella gli affanni del giorno
come
il giorno cancella le paure della notte:
così
tu spazzi le mie paure i miei affanni,
dissolvi
i miei trucchi e le mie imposture.
Come
la notte si perde nel giorno
come
il giorno scema nel tramonto
come
il tramonto si consuma nella notte
come
la notte dissolve nel giorno
come
il giorno scioglie i nodi della notte:
così
io mi annullo in te.
Come
il tuffatore si getta nel fiume
come
il fiume si getta nel mare
come
il mare rigetta trombe di schiume attorte
come
le schiume del mare si rigettano sulla terra
come
la terra accoglie l’occaso di rame
come
l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena
come
la sera si fonde col mare d’amaranto
risucchiano
nel suo imbuto l’occaso di rame:
così
io mi abbandono a te.
COME
UN INNESTO.
Amore,
come
un innesto,
col
tuo cuore dentro il mio cuore,
formeremo
un piccolo giardino:
i
tuoi baci il sole
la
mia bocca il fiore
che
al mattino la luce dischiude.
COME
TI AMO.
Come
l’acqua con le bollicine
come
il pane spruzzato di sale
come
l’acqua dopo una corsa
come
una poesia soave e leggera
come
il tramonto estivo
come
il latte
come
il vino nella botte
come
il tempo che batte e chiede il conto
come
il tempo che non aspetta
come
il mio computer e le mie parole
come
succhiare un grappolo d’uva
come
essere svegliato da un raggio di sole sul viso
come
dormire in riva al mare di notte
come
una cavalcata in moto a 200/h
come
fumare una sigaretta alle 3,30 della notte
come
una passeggiata in bicicletta
come
la nuda terra che brucia nei giorni d’Estate
come
la nuda carne che brucia nelle notti d’Estate
come
la mia pelle.
Così
ti amo.
COME
PER MIRACOLO.
Come
per miracolo il sole gira
come
per miracolo uccelli volano
come
per miracolo il mare ruggisce
come
per miracolo la pioggia cade
come
per miracolo la sigaretta brucia
come
per miracolo il giorno splende
e
come per miracolo splendi anche tu
e
allora la mia vita si desta e corre.
Come
per miracolo mi guardi
come
per miracolo mi sorridi
come
per miracolo mi abbracci
come
per miracolo mi tocchi
come
per miracolo mi baci
come
per miracolo mi ami
come
per miracolo
quando
mi guardasti per la prima volta
comprasti
la mia nuda proprietà,
e
come per miracolo
come
in un sogno
ora
vivo in un corpo che non è mio
in
compagnia di una mente che non ragiona
e
ti pensa anche quando non voglio,
e vivo
con occhi che non dirigo
e
ti guardano anche quando non voglio,
con
un cuore che non comando
e
ti ama anche quando non ti amo
e
gli ordino di non amarti.
VIVO,
NON VIVO.
Da
eterni esili eternamente ritorno,
fatto
duro, fatto oscuro,
e
con i giorni e con le notti mi confondo,
divelto
cuore tra erbe e prati affondato
che
a silenzi confidati si volge,
mentre
io tra i tuoi occhi di stella
come
in lune e mari d’Ottobre
mi
perdo.
Vivo
per te
vivo
per te
vivo
per te,
e
per te mi aggiro e mi raggiro
fuori
dal mondo
fuori
contesto
fuori
luogo
tra
vivide distese d’Aprile
e
azzurri prati di vano amore febbrile.
Vivo
per te,
ma più
vivo per te e meno vivo per me,
più
vivo per te, più non vivo per me,
e
amo e sono infelice:
più
ti amo più sono infelice
più
non ti amo più sono infelice
più
sono infelice più non vivo
più
non vivo più ti amo,
poiché
come luna so vivere solo di luce altrui.
Come
luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri
che
esplodono nella notte uniforme
uguali
a fuochi d’artificio colorati.
Là nel cielo
là
nel terrore
mutati
sono i contorni
i
confini del mondo
ora
che la tua luce si affievolisce
e
s’offusca la parola
e
la mente sfolla
e
l’anima crolla.
Ossessione
il tuo nome
che
come oscuro rivo di sangue
nelle
mie vene gorgoglia,
oscuro
cemento rappreso
in
povere sillabe tessute di enigmi,
grumo
di tumori nel mio deluso
disilluso
ottuso cerebro leso.
LA
MIA POESIA.
Fanciulla
dalle
lunghe ciglia come le ariste dell’orzo,
quando
ti guardo io divento pura forma corporea
senza
ambizione e senza desideri,
senza
rimorsi e senza rimpianti,
e
senza stimoli.
Ragazza,
la
mia poesia vive solo nello spazio da me a te
per
il breve istante d’eternità apparente d’un bacio,
come
il fulmine vive solo nel breve lampo di luce
che
lo separa dall’albero.
Donna,
tutti
ti bramano
ma
tu sai che le tue labbra
sono
bagnate dai soli baci
degni
della tua bocca selvaggia.
TU
SEI PER ME LA RABBIA.
Amore
mio,
finché
gireranno gli astri e le stelle,
e
sorgeranno i giorni e le notti,
allora
anche tu esisterai
e
la mia ragione e la mia rabbia sarai,
mia
magnetica visione,
mio
sesso e castità,
mio
impeto e mio chiodo fisso,
mio
elabro in mutande...
Amore
mio,
finché
tu esisterai,
esisteranno
paura e angoscia,
poiché
non è altra pena
fuorché
sapere che tu vivi e possa soffrire.
E
allora nessun tormento mi sarà estraneo,
poiché
su te dovrò vegliare
e
ogni possibile male annientare.
Ma,
amore mio,
quando
tu più non sarai,
allora
per me sarà il buio,
poiché
non è altra luce
se
non quella che tu irradi
quando
mi guardi
e
dolcemente sorridi.
Il
tuo volto è la mia luna,
il
tuo corpo è la mia notte,
il
tuo sorriso le mie stelle,
e
tu, tu sei la mia rabbia:
finché
vivi e vivo,
non
esiste pena più grande
fuorché
sapere che tu esisti
e
possa soffrire.
Tu
sei la mia schiavitù di saperti viva
sei
la mia ossessione di saperti tangibile
sei
la mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel
momento stesso in cui ti afferro,
ombra
fuggitiva d’ideale piacere.
Tu
sei
per me
la
rabbia.
REIETTI
E RINNEGATI.
E
infine saremo lì,
lì
tra i reietti e i rinnegati,
tra
gli emarginati,
certamente
non voluti e non graditi,
tra
quelli che non sanno come comportarsi,
tra
quelli che non sanno che cosa si debba dire e non dire,
tra
quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,
saremo
lì
certamente
non voluti
certamente
non desiderati
certamente
disperati
soli
io
e
te
su
questa strada
viziosa
oscena
sordida
drogata
scandalosa
vergognosa
sucida
e suicida
saremo
insieme
su
non battute strade
su
non percorsi sentieri
senza
soldi
senza
mete
senza
ideali
e
senza veri desideri,
ambendo
solo a vivere.
Soli
e
lontani,
lontani
da tutto,
lontani
da questo spietato mondo allucinante
e
da questa perfida gente
che
ci fraintende
che
ci aborre
ci
disprezza
ci
maldice
ci
esclude
e
ci vuole rinnegati ed espunti.
E
noi
noi
saremo lì
rinnegati
espunti
e
cancellati
soli
e
felici
della
nostra sola assenza
della
nostra reciproca presenza
della
nostra pura essenza
ambendo
a nient’altro che a vivere
a
vivere malgrado tutto
nonostante
tutto
contro
tutto
e
tutti
mentre
la notte brucia tra le fiamme
e
il nostro amore corre come un cane
con
il cuore in bocca
e
un ghigno
tra
i denti.
ALCHIMIA.
Davanti
a me stendi a fuoco la meravigliosa vita
distraendo
i maligni malvagi demoni
e
gemma arida e pura rendi la morte.
Sei
la verità che si posa sulla mia fronte
e
tocca e arde e insegue e fruga ogni ruga.
Gemma
del deserto sei,
anzi
fiore del deserto,
e
come fiore effondi soave sapore di libertà
quando
muovi i tuoi agili fianchi bruni.
Mirifico
occhio di mosca sei,
selva
ondosa ondulata di verde-frescura,
labbra
vibratili di moscerino,
radiante
sole dentellato,
plurimo
proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi,
arnia
porosa di dolcissimo miele,
offuscato
labirinto di rugiade,
cicaleggio
di mille splendidi soli
e
perpetuo promanare di sillabe-fame,
stupro
dell’occhio incapace di guardarti,
puro
raggio di miraggio-destino,
energia
che si dissangua e mi dissangua,
egro
barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso,
respiro
spirante in sospiro
e
sospiro spirante in sogno,
fresca
pienezza di frutto maturo,
frutto
di te stessa
nell’esiziale
linfa del crepuscolo icosaedrico
allorché
il giorno guerreggia alle tenebre
e
ombre di morte si spandono sulla terra
e
pensieri volano come ali senza ombra
e
risuona l’ultimo rimasuglio dell’Estate
affollata
di brezza marese
e
ogni azione diviene fioca paralisi
ogni
volontà aberrante franosa rovina
ogni
saluto una esiliata lontananza
arcaica
prosaica demoniaca.
2,34
A. M.
Piove
stanotte:
l’acqua
buia trafigge i tetti
e
inonda la nostra camera
bagnando
il letto e le nostre fragili esistenze
mentre
il sangue continua a scorrere
nelle
nostre vuote teste.
Pioverà
forse tutta la notte
e
noi dormiremo trafitti
dall’acqua
buia che rimbomba sulla nostra pelle
come
un tamburo forsennato,
quest’acqua
che non lenisce le nostre pene
ma
come una macchina per scrivere
batte
contro le finestre
inesorabilmente
il
proprio ticchettio di telescrivente
e
insistente ci ricorda
quello
che non siamo
quello
che non fummo
quello
che non saremo.
Com’è
triste
alle
2,34 della notte
pensare
a quello che saremmo potuti essere
senza
aver saputo mai che cosa essere.
3,40
A. M.
3,40
del mattino:
ancora
sveglio,
occhi
sbarrati,
uccelli
cinguettano nell’alba incombente,
cani
randagi che frugano nella spazzatura,
sigaretta
che morde le labbra
come
un tempo faceva il tuo amore,
tutto
il resto che placido tace,
tetti
e case,
strade
e macchine,
vetture
e vettori,
veicoli
e velivoli,
foglie
e lampioni,
puttane
e cinedi,
tutto
uguale
tutto
come sempre
e
pure tu, come sempre
sempre
presente e sempre assente,
che
come lucertola fuggisti
lasciandomi
la coda tra le dita.
Volli
serbarti solo per me,
troppo
forte ti strinsi,
soffocandoti,
e
anche ora che non sei più qui
non
ci sei eppure non passi mai.
Ma
non confondere questo con la felicità:
quando
parlo non parlo io
ma
è la tua voce che in me parla,
quando
rido non io rido
ma
in me ride il tuo sorriso,
quando
piango non sono io a piangere,
e
la mia solitudine
è
solo la tua
assenza.
La
tua assenza
mi
spia ogni attimo,
la
tua assenza m’insegue
ogni
giorno
ogni
ora
ogni
minuto.
Io
scappo e corro via
ma
lei mi raggiunge
non
posso sfuggirle,
e
quando ci provo
lei
mi fa lo sgambetto
e
mi piega in ginocchio.
La
tua assenza dondola nell’aria come un’ape,
è
un ponte indistruttibile tra noi
che,
più sottile di un capello
più
affilato di un coltello
e
più forte di un martello,
taglia
il filo dei miei pensieri.
La
tua assenza
come
la luce del giorno ogni ora mi perseguita,
ogni
mattino mi piomba sulla testa e mi sveglia,
si
riversa sui miei capelli,
mi
cola tra le mani,
fino
a cingermi
la
vita.
QUELLO
CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.
Dolcezza
fummo
violenta
armonia
di contrari, di opposti, di antipodi,
come
due tropici, come due emisferi,
austro
e bora,
chimico
incontro e labile psichismo,
mare
d’Inverno e papavero raggiante,
tu la
rabbia che l’amore esaspera,
io il
coltello che la rabbia affila.
Amore
senza fine, amore inerte fummo,
sangue
senza corpo,
forza
senza sfogo,
luce
senza spiraglio
acqua-fiume
senza sbocco,
livellato
compromesso,
composito
coacervo colloidale di occhiute iridi gemmate.
Ma più
di tutto tu fosti per me
febbricitante
fabbro di orgasmi,
singultoso
afflato di morte
insufflato
in soffi di buio-freddo,
agghiacciato
da tardive nevi primaverili
su
sabbie, su spiagge
di
conchiglie, di miraggi
tu
fosti per me.
Ma
non credere silenzio il mio silenzio
poiché
quando taccio non sono in quiete
ma taciturno
mi preparo a viverti.
E
allora basterà un tuo sospiro
e
come fiore al sole esploderò
dischiudendo
i miei petali
al
richiamo della tua voce.
Basterà
un tuo sussurro
e
sarà torma che turba e disorienta
e
agguati di tentacolari piaceri,
sarà
grido e strepito
ed
eccesso di accesi sessi,
cascame
fronzuto di stelle
e
sanguinante crepuscolo vorace,
sanguinante
coagulo di forme madide,
liquido
proteiforme palinsesto
dove
ogni giorno ci rincontreremo rinascendo
e conoscendoci-scoprendoci
nuovamente,
tu rete
da pesca
io mare
che la rete taglia e non imbriglia.
Non
credere silenzio il mio silenzio.
Poiché
quando taccio non sono in quiete.
Ma
taciturno mi preparo a viverti.
Non
credere silenzio il mio silenzio:
quando
taccio non sono in quiete:
taciturno
mi preparo a viverti.
Non
credere silenzio il mio silenzio.
Quando
taccio non sono in quiete.
Taciturno
mi preparo a viverti.
Taciturno
io mi preparo a viverti.
7) ODI
ALL’AMOR PERDUTO.
L’AMORE
COME UN PAPPAGALLO.
L’amore
come un pappagallo
ripete
che io ti amo
e
che tu mi ami,
che
io ti amo e che tu mi ami,
che
io ti amo
che
tu mi ami,
che
tu mi ami e che io ti amo,
ti
amo... ti amo... ti amo...
mi
ami... mi ami... mi ami...
e
lo ripete ancora e ancora,
e
ancora sempre la stessa fastidiosa nenia
sempre
la stessa importuna cantilena
sempre
la stessa opprimente melodia
sempre
la stessa tediosa musica
sempre
la stessa uggiosa litania
sempre
la stessa molesta solfa
sempre
la stessa tiritera
che
svanisce tra le nebbie del tempo
lentamente
scemante nelle sabbie del ricordo.
L’uccello
del perduto amore
domani
lo strozzerò.
PIOVE.
Piove,
e
uno stillicidio di gocce
come
un immenso invisibile esercito marcia sui tetti,
e
improvviso il cielo chiude gli occhi e ruggisce,
e
dura una pioggia rovescia e offusca case e pietre,
e
la luce galoppante percuote notte e cielo
con
il suo sulfureo lampo-tuono-gong,
e
candidi fulmini-folgori
come
scintillanti sciabole lacerano il volto alla notte,
e
il vento rauco cupido guerriero
fischia
urla e ulula sconvolgendo ombre e arbori
con
strepito furente e crepitando alle porte
esplode
i suoi secchi colpi di pistola
contro
le membrane del cielo,
e
il mare ribolle schiumando
in
eburnee braci e plumbee onde di metallici flutti
e digrigna
i propri denti voraci
e
mordendo le rive terribile si leva come una torre
che
croda e risorge in continuazione
senza
sosta e senza pace
mostrando
le mandibole
nello
spasmo delle sue abissali volute,
e
come brividi scivolano sul dorso del mare
alghe
e rottami
e
l’oceano ringhia e romba
e
croscia squassa palpita e sciaborda
mostrando
tra deliranti diademi
le
voraci fauci alle foci della notte:
così
piomba
il tuo ricordo
piomba
nella mia testa
precipita
nel mio cuore
pesante
come lampo-tuono,
abbagliante
tagliente come coltello,
violento
come la notte
quando
la notte è violenta,
violento
come il mare
quando
il mare è violento,
violento
come l’amore
quando
l’amore è.
LE
VOCI.
Come
quando è tempesta
e
il cielo si fa di un biancore osseo,
e
il sole tramuta in rame,
e
le stelle stridono
all’occaso
precipitando in mare,
e poi
un intervallo di profondo sordo silenzio,
e infine
il vento
che
con tumulto dal nulla provenendo
al
nulla avanza picchiando i suoi zoccoli
sul
feroce mare e sul mio cupo cuore senza voce
come
un eco che sale da morte stagioni,
così
dagli abissi della memoria
sale
a me la tua voce
stasera
in quest’ora
che
la notte trascorre e scema,
e
l’aurora di rosa scioglie i nodi della tenebra,
e
la luna tramonta lontana,
e
nitido e impalpabile a me giunge
il
suono del murmure marino,
e
io vorrei che alla stessa maniera la mia voce
a
te giungesse che dormi tranquilla
più
lontana della luna
e
intangibile.
MENTRE
IO BEVEVO ALLE TUE COPPE.
In
precipiti lontananze capovolte
e
specchi verberanti rubate immagini
io
e tu unico affanno fummo,
unico
oblio.
Dove
il fiume diveniva mare,
e
il mare giocava con il vento
facendo
onde-spume e cavalloni,
e
le schiume lambivano i tuoi piedi,
lì
sulla sabbia vergine-lattice
con
te giacevo
preso
nella rete dei tuoi capelli
perso
nel buio silenzio dei tuoi occhi
mentre
l’aurea vampa-fosforo del sole
si
adagiava stanca sulla riva.
Lì
con te io
ERO
e
pura energia divenivo,
statura-mole-anima-frizione
degna
di misurarsi con gli dei,
lì nelle
notti di resina e di latte
una
tremenda voglia di vivere mi assaliva
e profumo
bevevo alle tue coppe
mentre
senza colpo ferire
scorreva
il mare-notte
e io
bevevo alle tue coppe...
IO,
TU.
Io
non sono oggetto e non sono soggetto,
non
sono obbietto e non sono subbietto,
non
sono glottico furore, non sono ardore,
non
sono quiete, non sono moto,
io sono,
non sono, sono, non
sono.
Non
sono e non suono:
sordo
vacuo tamburo sono,
incapace
persino di affondare
gli
occhi nella cruna dell’ago,
incapace
di negarsi abbastanza
io
sono e non sono,
sono
e non sono,
ma
credo con forza e forma
in
tutto il mio nulla.
Tu
sei nodo alla gola
che
mi lega e mi avvince
e
mi eccita e sconvolge,
pattern non decifrabile,
sei
linfa senza fiele,
linpha senza phiala,
linfa
senza fine,
fine
senza lieto-fine,
ma
credi con tutta te stessa
nel
tuo inesistente
tutto.
Più
ti perdo più mi perdo,
più
mi perdo più ti perdo,
più
ti allontani
più
mi sei simile,
con
la tua non-volenza
con
la tua mozza armonia
con
i tuoi grumi infantili d’odio
con
i tuoi pensieri pronti all’anancasmo
con
il tuo fremito che tutto corre,
dal
coccige all’occipite.
Superstite
uguale a me, superstite uguale a te,
possiamo
solo indurre
a
fondali eternizzati di pellicole trasparenti,
a celesti
altori d’infinito non-finito,
a
ignei orizzonti sublimizzati
aizzati
oltre ogni pulviscolare nube polverizzata
oltre
il firmamento degli inverni
oltre
in firmamento degl’inferni
oltre
il firmamento degl’infermi.
Ma
morire
per
farci superstiti
si
può?
PAROLE.
Parole
parole parole
mi
chiedi che non conosco
e
anche una sillaba ti basterebbe
ma
già pietra è l’anima
e
solo il tuo inganno in mente rimbomba
in
vena gorgogliando.
A
VOLTE.
A
volte, succede che io mi stanchi,
mi
stanchi di essere uomo,
sperma
e sudore,
di
essere questa mente
e questo
nome qui.
(Ma
d’altronde che cosa è un nome?
Ciò
che diciamo “rosa”
avrebbe
lo stesso profumo
anche
con un altro nome.)
A
volte, succede che io mi stanchi di essere
questa
sporca coscienza
questa
ambivalente coscienza
questa
ambigua coscienza
queste
lunghe mani
queste
lunghe gambe
questa
faccia dilacerata
questa
pelle macchiata
questo
stolido pene
e
questa stolida testa,
di
essere libero e indipendente
da
tutto e tutti,
di
essere libero da te
di
essermi liberato di te
di
essere senza te
di
essere libero
da te:
senza
te quanto minacciosi sembrano le nubi all’orizzonte,
senza
te quanto tenebrosi i nomi dei mesi,
e
lugubre e insopportabile la parola Inverno,
senza
te quanto penosa la vita,
inutile
il tempo,
insignificante
il
sole.
A
volte, succede che vorrei solo
intrecciare
la mia lingua alla tua lingua,
fondere
la mia pelle alla tua pelle,
unire
i tuoi respiri ai miei ansiti,
e
così, con i miei sospiri e i tuoi sospiri,
fare
un viluppo di gemiti col cuore nel cuore-in-gola
in
continua progressiva geminazione-germinazione.
Angoscia
è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe
distese
e ferme come dure acque di ruscello,
angoscia
è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi
e
che troppo distante non mi riscalda,
angoscia
è pensare al sangue che ti scorre nelle vene
anche
se non sei con me,
angoscia
il tuo impercettibile respiro quando dormi
e
io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba,
angoscia
immaginarti versare nel buio il tuo miele ostinato,
angoscia
il tuo sesso che piange lente lacrime sporche
appese
come piccoli ragni a un filo metallico.
A volte,
vorrei solo che il mio silenzio
fosse
il tuo stesso silenzio,
il
mio sesso il tuo stesso sesso,
il
mio piacere il tuo piacere,
la
mia rabbia la tua rabbia,
le
mie paure le mie paure,
i
miei sogni i tuoi.
Anche
se mi basterebbe
ad
essere felice
infinitamente
felice
indebitamente
felice
che
i tuoi sogni
semplicemente
fossero
poiché
irragionevolmente
i
tuoi sogni sono
i
miei sogni.
ORA
CHE NON CI SEI.
Nera,
eppure
per me eri l’alba,
eri
l’aurora, e i tuoi occhi erano due soli.
Quando
ti destavi,
e
un nuovo giorno penetrava in me,
l’anima
tremava
come
luna nel mare.
Quando
mi guardavi,
e
un nuovo tuo giorno penetrava in me,
la
pelle brillava
con
sapore di amaranto.
Ora
che non ci sei è il buio,
poiché
non è altra luce
di
quella che tu irradi.
INSOPPORTABILE
È LA NOTTE.
Ora
che non sei più con me,
insopportabile
è la notte,
e mi
avvilisco e mi svilisco,
e a
capofitto nel vizio vivo abbietto,
e in
un mare di errori mi ritrovano l’alba,
e
suadenti profumi non possiede più il mio giardino
ma erba
secca e schiocchi di serpi.
Solo
mi distrae,
di
tanto in tanto,
il
ricordo del tuo profumo
che
si adagia sulla mia pelle
come
il buio sui prati quando è notte
e
mi rimembra la tua erotica forma
e il
tuo giovane amato corpo adorato
goduto
in mille folli notti di ebbrezza.
Ma
so che in qualche luogo
esiste
un’afrodite dai seni lunati come pomi
che
amò guardarmi e far nulla con me.
E
so pure ch’esiste sentimento senza compimento
come
esiste amore senza amplesso
e
amplesso senza corpo.
FARSI
UNA SEGA.
Quando
sei con una donna che ti piace
e
che ti ama e anche tu la ami,
il
sesso è diverso, è bello,
c'è
qualcosa che succede
dietro
l’atto in sé:
una
specie di scambio di anime.
Farsi
una sega
dista
un pelo dalla cosa vera:
eccoti
lì
che
ti stai masturbando,
e
fantastichi sullo scoparti una donna
da
cima a fondo,
e
poi quell’orrendo coso viola
con
le vene in rilievo
sborra,
e tutto
finisce così come è iniziato,
e tu
ti stendi e ti rilassi
e
pensi <<Beh, non è stato poi tanto male...>>
ma dentro
manca qualcosa:
è quello
scambio di anime,
come
rimanere nel letto abbracciati
e
parlare ancora un po’,
come
svegliarsi e fare colazione insieme al mattino
o
fare una passeggiata al parco,
come
guardare la televisione sdraiati s’un divano
a
parlare del più e del meno,
e,
infine, stanchi ed esausti addormentarsi,
mano
nella mano,
bocca
nella bocca,
fiato
nel fiato,
pelle
nella pelle.
Sono
queste le cose che ti mancano:
cose
un po’ sdolcinate,
cose
gentili,
affettuose,
cose
così.
BASTEREBBE.
Amore
mio,
ora
che la sera lenta s’annera,
basterebbe
che mi toccassi il cuore
perché
la notte ardesse tra le fiamme
e
il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
Amore
mio,
basterebbe
una tua carezza
affinché
il mio sangue risillabasse ancora
desideri
e sogni nelle vene da tempo occluse,
e
questo cervello di stagno risuonasse ancora
di
cicale crocidanti e crepiti di sole,
e
la mia anima ardita-inaridita rigorgogliasse di nuovo
amore.
Amore
mio,
basterebbe
solo un tuo soffio
perché
questo mio cuore,
questo
mio scordato cuore,
questo
polveroso mio cuore,
questo
mio avaro cuore amaro,
si
ridestasse, acerbo e intatto.
E
risuonerebbe, questo mio cuore,
con
scroscio di pioggia e sciabordio di acque,
con
crepitio di fuoco e scoppio di mortaretti,
risuonerebbe
tra sogni reali e piaceri inafferrabili,
tra
rami spezzati e pioggia scalpicciante,
risuonerebbe
questo polveroso mio cuore
bucando
il tempo e la mia mente drogata,
risuonerebbe
in questa sera
che
lenta l’ora s’annera
e
scialbando all’occaso
la
chiaria dispera.
TI
CERCO.
Ti
cerco: ti cerco e non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,
ti
cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio,
ti
cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
Vieni,
vieni, amore mio vero,
vieni,
amica mia cara,
slanciata
in raggi d’aurora:
ti
bacerò sulle labbra e sui seni,
i
tuoi dolci seni più dolci del vino,
e
bacerò la tua pulviscolare fluida reticolare
natura
vegetale.
Vieni
nei prati e nei boschi della mia anima debole-lurida
là
- sotto - dentro - giù - nel profondo
a
impaludare i miei sogni
nel
pozzo senza fondo
fili
- fiati - unghie - schegge - muschi
vischi
scompaginati
sparsi
sparpagliati
arpionati.
VIENI.
Amore
mio,
se
a me più bella e leggiadra domani venissi
uguale
a oggi io ti vorrei
e
quella stessa bocca bacerei.
Ma
tu non vieni né bella né brutta.
Perché
dunque non vieni?
Perché?
Perché non vieni?
Più
di morire non si può,
ma
tu non sei morta,
non
è forse vero?
E
allora perché non vieni,
né
bella né brutta?
Vieni,
vieni
così come credi
vieni
bella o brutta che sei
vieni
né bella né brutta
vieni
anche con occhi ciechi
pur
pallida e negletta
vieni,
bella come una libertà
calda
come una notte di Luglio
dolce
come un dolce vento estivo
affinché
io non creda che tu più non sei.
SE
TU VENISSI.
Amore
mio,
se
stasera tu a me venissi,
sull’orlo
del mio letto ti farei sedere,
e
accosterei la mia coperta alle tue spalle
e
con la mia pelle di serpente
farei
scudo alla tua pelle di pantera,
e
col mio cuore di ghiaccio
farei
giaciglio alle tue membra di freddo-gelo,
e
con le mani farei un cuscino per il tuo viso,
e
con le mie braccia un arco per cullare il tuo sonno,
e
monili con le mie lacrime per il tuo docile collo,
e
poi rimarrei così, a guardarti e guardarti ancora,
a
guardarti, a guardarti per ore e ore,
mentre
ti stringi a me
e
l’erba cresce nei prati
e
l’animo urla i suoi suicidi
e
il sesso ridesta nuove erezioni
e
il leone sbadiglia alle porte della notte.
Vieni,
e stringimi,
ché
non so viverlo questo mondo
crudele
e imperfetto,
e
tienimi la mano
quando
questo cielo di stelle
mi
trafiggerà con mille cuspidi di lancia,
e
amami
anche
quando meno lo merito
perché
è allora che ne avrò più bisogno.
Vieni,
e come si affonda nell’acqua
immergiti
nel sonno accanto a me.
Ma
nel tuo sogno non dimenticarti
di
me.
8) ODI
OSSESSIVE.
1.
Al
limitare del giorno,
allorché
la notte fa senza pudore
del
mio corpo un fiore discosto,
in
assurdi spazi claustrofobici trasvolo e sudo
dove
resto solo,
trafitto
da nuove perversioni,
e
il mio sesso si erge morboso
e
mi spinge contro le calde spire della notte isterica
tra
distese d’immondizia e siringhe.
Al
limitare del sonno,
quando
il sole affretta l’agonia della notte
e
l’orina preme nella vescica
e i
suoi colori turgidi veste il giorno
che
fa del tuo corpo un fiore discosto
spaventoso
e ossessionante,
mi
viene incontro il sesso e ridesta
nuove
erezioni.
2.
Di
notte mi sveglio di soprassalto,
madido
nell’alvo dei miei errori
e
dei miei sogni confusionari e patetici,
con
in bocca un sapore di veleno che non uccide,
smarrito
nei tuoi grandi occhi neri
che
mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere
appeso
alla ragnatela dei miei pensieri ambigui
intrappolato
nella rete dei miei sordidi piaceri
soffocando
nell’aria che non posso respirare
di
desideri insani.
Era
un luogo in cui io e tu eravamo previsti:
di
notte mi sveglio e provo a immaginare
che
cosa di noi sarebbe stato
se
tanta disperanza dentro
non
m’avesse divorato.
3.
Sterile
figlio della notte infeconda il rimorso
vaga
nei labirinti della mia insonnia
appeso
ai filamenti di latte coagulato del ricordo
come
un ragno appeso alle aragne del rimpianto
teso
come una “spada di Damocle” sul mio sonno.
È
un albatro che canta le sue orribili odiose nenie
tra
le nere coltri della notte,
le
sue grandi ali
non
frangono al muro della droga e dell’alcol.
Spavaldo
e protervo mi conduce a sperduti liti
dove
t’incontro di nuovo,
perduto
amore,
e
la tua stellata fronte rivedo
e i
tuoi occhi scolorati bacio.
Lì
mi chiama,
con
la sua voce maledetta,
Amore.
4.
Cammino,
sempre
cammino,
per
strade povere e sterri,
disgraziato
e folle,
fratello
dei cani,
andando
con i miei piedi
laddove
desidero andare.
Sempre
cammino
e
cammino
ma
a mete conclusive
mai
arrivo.
Percorro
albe
trame strade
su
treni carri e scafi
ma
luoghi dolci non trovo:
solo
rimorsi e rimpianti,
amanti
notturni come angeli,
e
in testa una lesa cadenza
d’idiota.
Sempre
cammino
con
passo straniero e amico
nei
deserti della notte puttana
senza
nessun conforto
senza
nessuna meta
senza
nessun reale obbietto
senza
nessun reale desiderio
senza
nessun dovere
senza
nessun limite
se
non la notte e il giorno.
Sempre
parto
e
cammino
ma
mai arrivo
e
per eccitarmi ancora
in
eterei e sucidi amori suicidi indugio
a
disdicevoli torture amore sacrificando
all’inganno
amare disperando
e
solo mi rimane d’ignoti corpi
il
dolce maledetto tormento.
5.
Non
fu amore prima di te:
come
calore e chiarore di fuoco
nascono
insieme dalla stessa fiamma
così
amore sorse in me al tuo apparire.
E
ora che più non sei qui
la
sera resto aspettando
la
tua telefonata,
e
la mattina m’illudo svegliandomi
di
ridestarmi accanto ai tuoi occhi,
e
non posso fare altro che ricordarti
e
contemplarti
senza
poterti vedere,
mia
strana amante.
Eravamo
un unico grido,
un
unico fiume che attraversa una landa desolata
circolare
e infinita:
che
cosa ci è successo?
Seni
d’ambra,
denti
di giglio e viso pure di giglio,
tu,
mio giglio in mutande,
mia
visione magnetica eri,
mia
redenzione e condanna,
mia
salvazione e pazzia,
canzone
e veleno,
vigilia
e sonno,
terrore
e miracolo,
pericolo
ed estasi.
Bruni
fianchi incombenti come neri cirri,
profumo
ridente di membra innocenti,
elettro-magnetico
fulgore di capelli
e
brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi,
i
tuoi occhi d’aurora mi abbacinavano.
Tu
eri la quiete e lo scandalo,
l’incontro
e la fuga,
il candore
e la colpa,
l’infinito
e l’informe,
la memoria
e lo specchio.
Eri
sconfitta e risata,
impeto
e vergogna,
divario
e quotidiano,
ragione
per l’insolito e cagione dell’affanno,
quando
la vita stanca si annoiava e sbandava.
Eri
la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio,
quando
sotto il tuo crudo amore mi sentivo morire,
e
il tuo sguardo era per me fragranza di remoto rossore,
ultima
fiamma che si dissolve e scema,
lieve
saluto di vagabondo,
sguardo
fraterno di condannato,
calda
complicità di maledizione,
fragile
caparbietà di speranza,
patria
infinita dell’apolide.
Dal
tuo amore nasceva la mia angoscia,
nel
tuo affetto la mia solitudine,
nella
tua lontananza il mio attaccamento
e
la mia paura di perderti.
Il
tuo amore mi rendeva schiavo,
eri
la mia schiavitù e la mia desolazione,
e ora
che tu più non sei un antico e greve gelo
preme
alle pareti del mio cuore,
e
io, solo e solingo, solitudine cerco e solitudine trovo
nel
casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro.
Quale
terrore senza tempo adesso mi spinge
dopo
tutto a evocarti in questa poesia
immobile
al bivio d’infiniti spaventi?
Il
passato è quello che ho perduto,
il
presente solo quello che ho vinto,
il
futuro l’ho già vissuto nei sogni e nelle ambizioni:
questa
è la sorte che io affronto
poiché
vengo dall’inferno.
Anche
il più sordido orrore possiede il proprio incanti,
le
grandi ambizioni sono delle grandi scemenze-demenze,
la
vita è rischio oppure astinenza,
esiste
un solo luogo per Vivere: l’impossibile.
TRAMONTA.
Tramonta,
e i miei incubi iniziano a cinguettare scemenze,
ma
tra poco arriverai e il mio cuore rinascerà,
così
poggio l’orecchio alla porta e aspetto
in
attesa dei tuoi passi,
ma
sento solo il rumore delle scale
battute
dal mio cuore rotto
e i
suoi passi corrosi
dalla
speranza.
Annotta,
e ancora non arrivi,
la
tua voce assume il tono impalpabile dell’eco,
e
con stento sento la sua cadenza,
e
ora che la luna ha scacciato il giorno
mi
accorgo di quanto sei lontana:
più
della luna intangibile
lontana
adesso sei.
Con
rumore di ala spezzata cade il giorno,
e
la luna riporta quanto disperde l’aurora:
riporta
gli armenti dal pasco
riporta
la barca in porto
riporta
il contadino dai campi
ma
a me non riporta
il
tuo amore.
Oh,
luna di acciaio, luna di Febbraio
luna
di Luglio, luna di maglio
luna
oscura come la sua pelle
luna
silenziosa come i suoi occhi
luna
imbronciata
nuda
luna
incudine
e martello
pozza
di latte coagulato
occhio
della notte
capezzolo
del cielo
parte
visibile del nulla
puro
peso e pura forma,
riporta
al cuore di chi non va
l’amore
di chi non torna.
VERRÀ
IL GIORNO.
Verrà
il giorno in cui sarò arso
nella
frode che ogni cosa corrode
e
più significato non avranno gl’impegni
e
le coincidenze, gli orari e gli appuntamenti,
gl’inganni
e i tradimenti,
e
allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore
e
abbandonarmi senza freni ai piaceri
per
metà reali e per metà erratici
ma
sempre ossessivamente
concretamente
vaganti
errabondi,
erratici
nel
cervello.
Verrà
il giorno in cui non più varranno gl’inganni
di
chi crede che la realtà sia quella che si vede,
e
allora avrò l’invenzione e il movimento e l’amore
e
soprattutto avrò te.
Verrà
poi il giorno che non conterà più l’amore
e
allora ti guiderò nel sole di un Luglio rovente
e
lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del mio nome.
Verrà
il giorno che non conterà più nemmeno il sole
e
allora conosceremo l’arte dell’esistere in questo mondo
(non
già quella di essere, mistero imperscrutabile)
poiché
tutto avremo conosciuto
maestramente.
Verrà,
ancora, il giorno in cui non varrà la conoscenza,
e
allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo
di
morte stagioni e infinitivi universi negativi
e
sarà inutile dire, fare e pensare
poiché
tutto mi dirà di te.
Verrà
infine il giorno in cui non più saremo,
e
quella sarà l’ora dei vacui fuochi
e
delle vacue larve e dei fatui fati,
ora
di nigredo e di fimo plorante,
di
mutacico liquame,
ma
sempre per me sarai la bambina
dalla
faccia piccola e rotonda
che
dai suoi grandi occhi e rotondi
sempre
lancia l’urlo della propria solitudine,
delle
proprie cicatrici e della propria vita
importuna
e inopportuna.
Ma
giunto che sarà quel giorno,
tu
splenderai come sempre,
bellissima
come una pesca matura,
lanciando
bagliori d’alloro.
VERRÀ
LA NOTTE.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore,
il
tuo odore che m’inebria,
il
tuo odore che mi perseguita
da
mane a sera.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore,
quest’odore
che mi accompagna dappertutto
nascondendosi
tra le lenzuola e i vestiti,
impigliandosi
ai miei capelli, ai miei tatuaggi,
intrappolato
tra i minuti e le ore.
Quest’odore
zucchero e cannella
che
spunta all’improvviso
come
una macchia sulla camicia.
Quest’odore
che s’incolla come una mollica al palato
e
come brivido si muove sotto pelle.
Verrà
la notte e avrà i tuoi occhi,
i
tuoi umidi occhi,
questi
occhi che mi spiano
anche
quando non ci sei,
e mi
seguono da mane a sera
come
l’ombra segue il sole.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore:
tu
dormirai senza sospetto
ma
i tuoi seni saranno spaventati nel buio,
si
sentiranno i passi sugli scalini,
su
udirà il cigolìo della porta,
e
guarderanno le ombre sulle finestre
per
tutta la notte.
Verrà
la notte e mi coglierà di sorpresa,
come
il tuo odore.
Verrà
la notte e sarà un momento (come la morte),
giusto
il tempo per finire questi versi e dirti che,
quando
sciogli i capelli, allora per me inizia la notte
esplodendo
nel suo scintillante manto di stelle.
VERRÀ
LA MORTE.
Un
giorno,
presto
o tardi,
mattina
o sera,
Estate
o Inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
allora non sarò più in alcun luogo,
e non
potrò più camminare,
non
potrò più partire né tornare,
non
potrò più scriverti una poesia o una lettera
non
potrò più telefonarti o sentire
la
tua dolce risata.
Un
giorno,
presto
o tardi,
mattina
o sera,
Estate
o Inverno,
verrà
la morte,
amore
mio,
e
il tempo sarà come congelato
così
rigido e immobile
che
lo si potrà appendere a un chiodo
o
tagliarlo con un coltello.
Quel
giorno io porterò sotterra
soltanto
il rimpianto
del
nostro canto interrotto, spezzato.
Un
giorno,
presto
o tardi,
mattina
o sera,
Estate
o Inverno,
verrà
la morte,
amore
mio,
e
avrà i tuoi occhi
i
tuoi occhi più dolci
del
miele.
Un
giorno,
presto
o tardi,
mattina
o sera,
Estate
o Inverno,
verrà
la morte,
amore
mio.
ALBA.
Finita
è la nostra notte
e
tu, come luna in cielo,
intangibile
e lontana
adesso
sei.
Eppure
ancora ti sogno,
ninfa
dal marmoreo corpo,
in
sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
e i
tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
SENZA
DUBBIO.
Mai più ci troveremo
a parlare
sotto la pensilina
di una stazione
in mezzo alla città
vuota e desolata (per noi),
dicendoci quanto è
profondo il sereno del giorno
o quanto è intenso
il profumo dei fiori,
mentre le ore e i
giorni e i treni passano e se ne vanno
per siepi e strade e
campi e luoghi astrusi e reconditi,
lasciando sul tuo
volto enigmi insondabili
e segnali
indecifrabili d’illeggibili radici lontane.
Eppure,
sarebbe senza dubbio splendido
passeggiare
ancora una volta con te in un luogo azzurro,
o
fumare un’altra sigaretta insieme
seduti
in terra
guardando
il cielo correre e il tempo trascorrere,
io pensando
con egoismo al mio lavoro e al tramonto che passa,
e
tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi
esali
un’antica armonica ed emani una soave nostalgia
che
si aggruma nella ferita del tuo sorriso,
inutile
sigillo di frustrazione e desiderio.
Sarebbe
senza dubbio splendido,
svegliarmi
al mattino e vedere il tuo sole
impregnare
di stupore le mie dita,
stare
ad ascoltare con te la notte che scende
e
ci risucchia nel suo imbuto
mentre
i diamanti della tua bocca imperlano la mia pelle,
e,
infine, addormentarci insieme
mentre
tu mi guardi
con
il tuo sguardo che mi disintegra
e
io aspetto in silenzio e invano
nella
stanza del mio cuore
che
tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano
e
venga a riscaldarmi.
È
freddo fuori, e c’è la nebbia,
c’è
la nebbia e tutte le cose sono offuscate
da
uno enigma-stupore che non riesco a decifrare:
nella
nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi e ti perdi:
ti
perdi e ti perdo, ti perdo e mi perdo.
<<Quando
tu sarai vecchia e grigia e sonnolenta,
col
capo tentennante accanto al fuoco,
prendi
questo libro,
e
lentamente leggilo, e sogna del tenero sguardo
che gli occhi tuoi ebbero un tempo, e delle loro ombre
profonde;
quanti furono a amare i tuoi attimi
di
grazia felice, e quanti amarono,
con falso o vero amore,
la
tua bellezza; ma uno solo amò l’anima peregrina
che era in te, e il dolore del tuo volto che muta.
Curva
di fronte ai ceppi risplendenti mormora,
con
lieve tristezza, come Amore fuggì, come percorse,
passando,
i monti che ci stanno alti sul capo,
e nascose il suo viso fra un nuvolo di stelle.>>
(William Butler Yeats: “La rosa”: “Quando sarai vecchia”).
Anno 2019
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