"POLVERE DI DIAMANTE"
“POLVERE DI DIAMANTE.”
di Manuel Omar Triscari.
<<Ecco una
florida bellezza,
il cui seno è cosparso
di cipria di abìr.
Ha guance vellutate di
voluttà e occhi dolci e languidi.
Sorridendo, ti mostra
fiori di camomilla,
al cui confronto
impallidisce lo splendore del sole.
Le sue trecce sembrano
serpi che nuotano in uno stagno.
Mai vino fu mesciuto
per la bevuta del mattino,
con muschio forte e
miele fresco purissimo,
migliore della saliva
della sua bocca.
Si schiude la rosa
della guancia sul ramo della sua persona
e ivi fiorisce la
camomilla del suo sorriso.
Ascoltare la sua
parola è gradevole diletto,
come il vino o un
canto improvvisato.
Quando le Pleiadi
adornano il sommo della notte
offrendo nelle mani
dell’alba un mucchietto di stelle
trovo le sue labbra
dolci come infuse di vino e mirto.
Giardino di fiori
ornato non esiste
che sia più profumato
delle rosse sue labbra.>>
(Iben Andìs[1]).
quando furtivamente per la prima volta
c’incontrammo
esaltasti la bellezza dei tuoi occhi tingendoli
di kohl
e fu avvelenato lo strale d’Amore
che micidiale mi sferzasti al cuore.
tu non sai chi io sia né chi fui
né quale sole in volto mi arse
né quale amore bruciò le mie palpebre
né quali donne spartirono con me il
giaciglio
nelle mie notti senza alba
né quali mani mi scossero dal torpore
o quali baci mi addormentarono.
cammino
sempre cammino
per strade povere e sterri
disgraziato e folle
figlio delle stelle e fratello dei cani
andando con i miei piedi
laddove desidero andare.
l’acqua fresca mormora tra i rami
effondendo profonda quiete.
il vento stormisce tra le foglie
spargendo il malvaceo odore della sera.
in valli e vette non voce risuona
e ultimo si ode il flessibile fruscio
della serpe che rintana
e da terre luce fugge fluendo in un
cieco fiume senza fine
e i miei incubi cinguettano scemenze.
la violacea violenta luce del tramonto
offusca il giorno
e il tramonto è screziato di ostro e
avorio
e la mia ombra mi scivola accanto in
una pozza d’inchiostro
e il tramonto è trafitto dal fulmine
rosso sole
e il vento tormenta mari e monti
e ci ulula addosso dal nulla furioso
avanzando al nulla.
le verdi chiome degli alberi
sono battute dagli zoccoli del vento
galoppante
e le acque gonfiano nubi e fiumi
e i nembi incombono
e impetuose tempeste rombano
e le bufere cupamente procellano
piovendo su tetti e alvi
e crodando alberi e case.
il grido dell’uccello annunziante il
verno
cupo percuote il cuore e il bronzeo
occaso
percorso da lame taglienti
brandenti il cielo che frastaglia
e scaglia a scaglia lento si annera
nella sera crepitando e vomitando
una nera nera tromba attorta
di schiume morte
quale oscura ghiera
nera nera.
io
fatto parole
dissolto in milioni di parole
non so più parlare.
sera estiva
scaglie di vetro iridescenti
occaso striato da filamenti di luce
coagulata
agonizzante sanguinoso crepuscolo
vespro cruente come cruda carne
stelle opaline come lampade nel cielo
pecioso
roco lamento di fronde morte
pallenti nella mota di prati morienti
pluviosi smeraldi stillanti
su arborei scheletri opalescenti
trilli di grilli scoppiettanti
rugghio di noiose cicale
schiocco di serpi
fruscio di sterpi
ronzio di vespe
e silenzio di bambagia che soffoca
la violacea fiamma vespertina
in un grigiore di bracia.
in uno spastico vespro opalescenti
quali su arborei scheletri smeraldi
stillano pluviali gocce.
su arborei scheletri opalescenti
gocce e gocce stilla pioggia
su arborei scheletri
opalescenti smeraldi
stilla la piova la ploia la pluvia
che schianta, che croscia,
che stianta e che striscia.
ora che tu più non sei
un antico e greve gelo
preme alle pareti del mio cuore
e io solo e solingo
solitudine cerco e solitudine trovo
nel casalingo silenzio dove la mia
angoscia nutro
e le mie fragili meningi dai perigliosi
pensieri proteggo
una voce o un segno modulando per
saggiare
che anche gli altri non siano già morti
e che anche io non sia già morto
senza saperlo.
di notte mi sveglio di soprassalto
madido nell’alvo dei miei errori
e dei miei sogni confusionari e
patetici
con in bocca un sapore di veleno che
non uccide
solo confuso e smarrito nei tuoi grandi
occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi
guardano non vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
ambigui
intrappolato nella rete dei miei
piaceri sordidi
soffocando nell’aria che non posso
respirare
di desideri insani.
mattino
e la mano splendida dell’aurora
dissolve i nodi delle tenebre
l’occaso trafitto da cuspidi argentee
l’orto ha già in bocca l’oro
il sole come mare in tempesta
scalpicciante sotto gli zoccoli del
vento
e nel lembo ultimo della notte
come brillanti scudi
in groppa a negri corsieri in fuga
le stelle.
pomeriggio
strada
sole
odore di incenso,
di nuovo solo
di una furiosa solitudine rodente,
morte in agguato
follia latente
disperanza incombente
caligine densa di buio.
tramonto
e il giorno declina in un placido
splendore
il cielo unica immensa pura forma di
benigna luce
solo una leggera bruma a screziare il
sole
e l’occaso radioso sembra un tessuto
calante da ignote alture
ad ammantare case palazzi persone nelle
sue diafane pieghe.
a sera
nella sua impercettibile curva
il sole si china a baciare la terra
e il suo candido sfolgorio muta in un
rosso smorto
come sangue rappreso
e sembra un negro accoltellato che
perda sangue.
infine
il cielo diviene del colore del fumo
e il giorno finisce in una serenità
immobile.
il mio ozio di passeggero indolente
il mio isolamento di marinaro in un
mare oleoso e languido
l’uniforme cupezza di una costa in
lontananza
e la mia ignavia inerte
sembrano escludermi dalla verità delle
cose
lasciandomi languire nell’angoscia
di una assurda allucinazione.
dormi, supina e bellissima
un braccio piegato sotto la guancia di
pesca
e l’altro che discendendo lungo il
lombo sinistro
sparisce all’altezza del ventre in
prossimità del pube:
irripetibile.
l’aria
sempre più carica del profumo inebriante dell’estate
argentee le
strade lunari, la notte scandalosa,
dietro le frasche
una coppia di drogati si buca
e poco più
in là un camionista piscia ai muri della notte
mentre le
macchine borbottano sottovoce
e un cane randagio
si perde nella foschia.
so che è
imbarazzante ammetterlo
e
confessarlo ad alta voce
ma
indubbiamente al mondo esistono
quelli
nati per comandare
quelli
nati per obbedire
e i primi
comandano
e i
secondi obbediscono:
triste ma
funziona così.
e poi ci
sono io
che non
voglio comandare
e non
posso obbedire
a nessuno
nemmeno a
me stesso.
adoro gli
amori fugaci
gli amori
fugaci sono deliziosi
poichè non
hanno passato né futuro
e non
creano aspettative.
io ho sempre
vissuto tutto d’un fiato
fino all’ultimo
respiro
senza
respiro.
come l’acqua nel fiume
come il vento nella pianura
passano i giorni della nostra vita.
non preoccupiamoci di quello che
passato non tornerà
né di quello venturo poiché non esiste
ma godiamo di questa notte
amore mio,
e questo silenzio che ci unisce
e questo buio che ci stringe
fermiamolo e intrappoliamolo
nella rete dei nostri baci
e del domani non diamoci pensiero
poichè la vita è oggi
e il domani non esiste.
allegra poiché non sai da dove vieni
stai allegra poiché non sai dove vai.
¿perchè tutto questo affannarsi per il
denaro
e tormentarsi per questo mondo?
¿hai mai visto qualcuno che sia vissuto
in eterno?
questi uno o due soffi di vita
che sono nel tuo corpo
sono un prestito:
ricevuta una cosa in prestito
quale prestito vivila.
coloro che sono prigionieri della
morale e del buonsenso
e si struggono nell’affanno dell’essere
e del non essere
costoro hanno mille occhi e mille
orecchi
e contano i nostri baci per schernirci
con invidia.
ma c’è un campo poco più in la
nascosto alla vista e al sicuro dagli
sguardi
pieno di vita e fiori,
e noi lì saremo
amanti imprevisti,
amanti e imprevisti,
a correre scapigliati
inseguendo farfalle.
sappi che in questo mondo vive un uomo
che pensa che la sua vita sia perfetta
se ci sei tu e vorrebbe solo
sedere innanzi al tuo volto di paradiso
e perdersi nel calore del tuo sguardo,
nell’interrogativo delle tue labbra
dischiuse,
nell’ansito affannoso del tuo respiro,
e accarezzare la tua guancia di elleboro.
ogni penitenza fatta è stata disattesa,
la porta della (buona) reputazione
me la sono richiusa addosso,
e ho ripreso il costume della
dissolutezza.
corri dunque a me
e godiamoci questo tramonto
ché nient’altro mi resta
ché nient’altro conta
ché nient’atro ho da offrirti.
al limitare del sonno,
quando il sole affretta l’agonia della
notte,
e l’urina preme nella vescica,
e i suoi colori turgidi veste il giorno
che fa del tuo corpo un fiore discosto,
spaventoso e ossessionante,
mi viene incontro il sesso
e ridesta nuove erezioni.
di notte mi sveglio di soprassalto
madido nell’alvo dei miei errori
e dei miei sogni confusionari e
patetici
con in bocca un sapore di veleno che
non uccide
solo confuso e smarrito nei tuoi grandi
occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi
guardano non vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
ambigui
intrappolato nella rete dei miei
sordidi piaceri
soffocando nell’aria che non posso
respirare
di desideri insani.
sempre cammino
con passo straniero e amico
nei deserti della notte puttana
senza nessun conforto
senza nessuna meta
senza nessun reale obbietto
senza nessun reale desiderio
senza nessun dovere
senza nessun limite
se non la notte e il giorno.
già scende la notte
ma tu, nuda come luna,
siedi con me su questo prato
e aspetta la prima stella della sera
scherzando e ridendo dolcemente
e poi resta ancora
quando il sole avrà sciolto il trucco
della notte
finchè non vedremo l’ala bianca del
mattino
annunciare il sole
e poi continuiamo
finchè le nostre notti si confonderanno
con i nostri giorni
e giorno e notte non saranno altro
che parole.
e i tuoi occhi profumati sbocciano
come due fiori umidi di rugiada e
amaranto
e la curva solenne dei tuoi fianchi
riprende vita
e un nuovo tuo giorno penetra in me e
mi sorprende
nell’olido aroma di frutta matura della
tua bocca,
allora il sole sorge nel mio letto, e
il tempo si ferma,
e i demoni siedono all’angolo e
aspettano
gli dei sorridono e anche la Signora appare
più bella,
anche se solo per un momento.
la tua pelle è un tamburo forsennato
che si confonde con la notte
e con la notte si confonde pure
il tuo negro crine corvino
e fulgide stelle mostrano le dischiuse
tue labbra
come se la notte puttana amante
stanca d’inseguire il suo sposo
passeggero
nel tuo alvo discesa abbia discinto il
manto
a coprire le tue membra
dimenticando nella tua bocca
i propri monili.
come il
tuffatore si getta nel fiume
come il fiume
si getta nel mare
come il
mare rigetta trombe di schiume attorte
come le
schiume del mare si rigettano sulla terra
come la
terra accoglie l’occaso di rame
come l’occaso
di rame si scioglie nella sera d’amarena
come la
sera si fonde col mare d’amaranto
risucchiando
nel suo imbuto il sole
così io mi
abbandono in te.
quando t’incontrai
fu per caso
forse per scherzo
quasi per gioco
e ora sei distesa sul mio letto
come luna in mare
e come luna in mare
la tua pelle trema
con sapore d’amaranto
e con voce d’amarena
mi chiama la tua bocca
e io non voglio altro
che perdermi
nel buio della tua pelle,
dissolvermi nel silenzio
dei tuoi occhi.
io
posso amare
solo tra attorte onde avvolgenti
tra torrenti e selvatiche acque fiumali
con questo mio cuore scordato
con questo mio corpo affondato
con questa mia mente annebbiata
con questa mia vita distrutta
con questa coscienza putrida
con queste mani neghittose
con questi occhi stanchi
con questa anima inerte.
siedi accanto a me
ad aspettare la prima stella della sera
scherzando e ridendo dolcemente
e poi resta ancora quando il sole avrà
sciolto
il trucco della notte
finchè non vedremo la prima stella
mattutina
dall’ala bianca annunciare il sole
e poi continuiamo
finchè le nostre notti si confonderanno
con i nostri giorni
e giorno e notte non saranno altro
che parole.
nella casa dell’amore
oltre la sala grande
ove ordinatamente si celebrano
gli ordinari amori
sono oscure camere segrete
che si ha vergogna solo di nominare:
su quei letti osceni io ti aspetterò
disteso e supino
il corpo trepidante di voluttà
il sesso scandaloso a reclamare il
proprio piacere
per festeggiare il nostro oscuro amore avaro.
tu puoi con gli occhi bruciare
tutto il mondo, tutto il mondo
e sembra che ti abbia creato il sole
ché solo a guardarti brucio
e mi sento correre un brivido per le
vene
e sottopelle godo e mi ravvivo
quando avido guardo la tua fiamma
e sento salirmi una vampa alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
l’atroce bellezza delle tue gambe
è strazio ai miei sogni agitati
l’inerte voluttà delle tue gambe
è strazio al mio amore malsano
la pura forma-peso delle tue gambe
è strazio alla mia abietta lasciva
libidine
la dolce curva delle tue gambe
ripete all’infinito l’assioma del mio
turpe desiderio.
quando al mattino apri gli occhi e mi
guardi
un nuovo tuo giorno penetra in me
effondendo la sua luce azzurrina.
il tuo sorriso è una falce d’argento
che miete i miei sogni,
falcidia le mie paure.
il tuo sorriso
è il ferro perduto dal nero corsiero
della notte in fuga
come se il nero destriero della notte
fuggendo
avesse perduto un ferro degli zoccoli.
occhi di solitudine e di abbandono
occhi di tenebrosa e offesa bellezza
i tuoi occhi sono un vago tumulto
un vago fluttuare di lampi tra nebbia
vago sogno nell’illusione della vita
vago guizzare di pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo
occhi di fossile compattezza angolare e
monomania
occhi di onice, occhi di poesia
occhi senza riparo, occhi senza scampo
occhi senza ritorno a cui tutto torna
rattratto attorto sillogismo e polvere
da sparo
gloria in excelsis e concerto in busillis
infernale be-bop frondeggiante proteiforme
non-voluto involuto devoluto come il
cielo dei fossi
grondante nel cielo dei fessi.
baciarti è come addentare la polpa
e mentre ti bacio io entro in te
ed entro nei tuoi occhi come in un
luogo sconosciuto
entro nella tua carne come in un
giardino pieno di sole e ciliege
entro nella tua anima come in un bosco
fresco e silente
entro in te come in un sogno.
¿di che cosa odora la tua pelle?
¿un frutto, una spezia, un aroma, un
fiore?
odora di rosa e di sambuco
di zucchero e garofano
di zagara e cannella
di porpora e amarena
di frutta matura e dolcissima
del mormorio del mare al mattino
la tua pelle.
in tutta la sua furiosa estensione
è una coltellata di gelsomino
una pugnalata di zagara
una revolverata d’incenso
un’impetuosa zaffata di garofano
un’onda di seta purissima
la tua pelle.
mi eccita
durante l’amplesso
leccare il
sudore dal tuo negro corpo selvaggio
cosparso
le olide tracce sull’ansimante petto
rigato di
sudore che cola in mille madidi rivoli
che
intridono di sesso e tingono la pelle
già umida
di molle voluttà.
mi piace
leccare il tuo sudore
bere il
tuo sudore.
sesso
liquido, sesso odoroso.
a volte
basta davvero poco
per essere
felici.
sei il mio piacere vero e immaginato
tangibile e inafferrabile
fuggente e impalpabile
per metà concreto e
per metà ipotetico
errante ed erratico
ma sempre ossessivamente
vagante e martellante
nella mia testa
finchè non ti desti
e quella muta selvaggia immensa
paura di perderti
scivola e scompare
nell’imbuto del tuo sorriso.
la tua voce risuona fulgida
più di speranze e sogni
e in questo nulla volere
e nulla avere
ti cerco
ultimo appiglio.
bellezza profonda nella tua fronte
come una notte fonda di ombre
bellezza d’isola lambita dal mare
nell’onda dei tuoi capelli fronduti
bellezza di ladro torbida nel tuo viso
dura bellezza di pietra nelle tue mani
candore sincero di ragazzo
e bruno passo di bambina.
in te ascondo i miei pensieri
che non posso rivelare
e le mie follie che non posso urlare
in te le mie paure occulto
che non posso confessare
in te i miei sogni celo
che più rivelano me stesso
più di ogni poema
più del più bel verso
più della metafisica dei libri
e delle opere dei dotti.
il tuo corpo è un eco muto che sale da
morte stagioni
un colpo di pistola nel vacuo silenzio
del bosco
un deserto di nuvole trafitto da un
tenue raggio di sole
una pura linea di acciaio fuso
che il tuo sorriso improvviso illumina
come il lampo di notte
che rivela contorni aguzzi di roccia.
soave linea di baci fuggitivi
il tuo corpo è una pura linea d’acciaio
aguzza che il tuo sorriso
improvvido e improvviso
illumina come lampo di notte
rivelando contorni aguzzi di roccia
e cocci aguzzi di bottiglia
come diamanti in cima
alla scalcinata muraglia.
a te
e al tuo viso
e alle tue labbra
e al tuo sudore stillante nella notte
afosa
e al tuo sapore che si riversa nelle
mie vene
e al tuo sussurro che desta il mio torpore
e al tuo desiderio clamante nel
notturno silore
e agli indecisi angoli della tua bocca
e all’oscura linea del tuo corpo
e alla solenne curva dei tuoi fianchi
e alla setosa fodera della tua vagina
e alla mia mano sul tuo seno
e alla mia mano sul tuo sesso
e alla mia mano sul tuo corpo
e al tuo corpo sul mio corpo.
soprattutto, al tuo corpo sul mio corpo.
alla silente enfasi della vita
e alla silente enfasi della rosa
e al rumore del vento crosciante
contro le nere membra della notte
e alla calida curva della luna
alla luminosa infinitiva luna
alla luna che illumina
alla luna sorridente
alla luna imbronciata
e a te, delle mie notti nuda negra luna,
occhio della notte,
capezzolo del cielo
e parte visibile del nulla.
già sa il sole in cielo
già sa l’acqua del mare
già sa il sale nella ferita
già sa la rugiada sull’asfalto
e il rosso delle mele
già sanno anche le rondini
in ginocchio sulla riva
e i pesci fulgenti nelle loro scaglie
già sanno questo nostro oscuro amore.
piove
e trema la fatua umida sera
e tremula pure tu
faccia
zig-zag anatomico
oscura luna appena al soffitto
profondata tra le coltri del letto
candida riga nell’azzurro-cielo
persi voli
presaghi disvoli.
ho guardato
con i miei occhi
e con le mie labbra
con la mia testa
con il mio cuore
con amore
con terrore
nel pozzo infinito
infinitamente buio
dei tuoi segreti
delle tue paure
dei tuoi sogni
curvandomi
sullo specchio della tua anima
come un secchio vuoto
che la carrucola discende
nel cerchio di un pozzo nero.
tremola un ricordo in superficie
un volto incerto e pensoso
mi fissa che si deforma
si fa vecchio.
è il tuo volto
che fissa il mio volto
come un eco che stride
da lontano
e lancia il grido
delle nostre sporche vite.
il mio volto, il tuo volto
due volti che si uniscono
mentre una distanza li divide
che impercettibile
perduta perdura
come un eco
più dentro, più dentro.
in quella distanza infinita
nelle onde dei tuoi segreti
nel buio dei tuoi silenzi
in quel pozzo il mio cervello
come una zattera
affonda affonda affonda
spezzate le vele
divelte le vele
le vele...
in questo istante
le tue parole, le tue parole
come vele, come vele, come vele
riempiono il tramonto di vane sequele
le tue parole allegre
le tue parole amare
le tue parole euforiche
le tue parole malinconiche
le tue parole eterne come il mare e la
materia
pesanti come un pugno ben centrato
vuote come la mia testa
dure come il mio cuore
e la mia tristezza è solo un logora
camicia di tela
e tutto è tumulto e strepito e sfolgorio.
in questo attimo mi parli
e il mio cuore libero di menzogne
si libra ardito e sorridente
su questo prato verdicante.
in questo istante, proprio in questo istante
e mai più
i tuoi occhi sono due laghi di metallo
fuso,
un tramonto di fine settembre,
uno sbadiglio di bambino infreddolito,
i tuoi occhi immensamente grandi
e rotondi sono d’autunno le grandi
foreste,
i tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come le fredde terre del nord.
in questo momento
sei sdraiata al mio fianco
e il mondo non conta più nulla.
in questa notte di Luglio
che il fiume scorre placido e inerte
e i prati sono molli di umidore
e i muri si appoggiano stanchi
al chiarore lunare
e l’oscuro fiume della notte
ci trasporta in assurdi spazi
claustrofobici
e le finestre dormono ritte in piedi
e tu ti stringi a me e ti afferri
serrandoti di gioia e stupore
e ripeti le due parole
le più trite e ritrite.
in questa notte di pietra
il mio cuore giace inerme-inerte
dondolando impiccato sospeso
al ramo del tuo amore.
in questa notte di Luglio
in questa notte di tiglio
in questa notte di pietra
in questa notte di seta
in questa notte di sale.
in questa notte io ti amo
e scoppio di felicità
che fischietterei pure
una stupida canzonetta
d’amore trita e ritrita
come quelle due parole
le più trite e ritrite
da noi mai dette
mai pronunciate.
anche d’estate amami
con la vastità delle tue gambe
con la misura del tuo vacillamento
con il fiume del tuo respiro
con il trepidante tesoro del tuo ventre
arnia e
alvo del mio desiderio
con tutto l’oro che ti cresce in bocca
e ne trabocca.
amami d’autunno
con il tuo vestito scuro
del colore dell’ostro e dell’amaranto
con la secca precisione dei tuoi gesti
e la gelida tangente del tuo sguardo.
amami d’inverno
con tutta la tempesta che serbi in
petto,
con il sogno e l’acqua che tremano nel
calice del tuo grembo,
con tutti i tuoi fantasmi che sciamano
di notte sul tuo letto,
con i tuoi stolidi pensieri che non
sono pensieri
e fanno il paio con i miei stupidi
pensieri,
con l’artiglio minerale della miseria,
con le accigliate angosce delle tue
cicatrici,
con gli scabrosi angoli perfetti delle
tue gambe
e del tuo cuore spigoloso
e le invalicabili barriere della tua
anima.
amami in primavera
nei suoi giorni d’oceano, fatti di
nebbia e turchese,
con le tue palpebre che recano l’impronta
dei miei baci,
con la tua fronte che reca l’impronta
dei miei sogni,
con i tuoi ricci neri neri,
incalzati dai venti veloci come negri
corsieri,
con la tua bellezza dura di pietra,
con un fiore notturno profumato del tuo
aroma.
amami,
anche senza amore,
amami anche senza la mia mano sul tuo
seno,
anche senza il tuo fiato sul mio corpo,
anche senza la tregua della tua
presenza,
anche senza la gioia del tuo volto di
rosa,
anche senza il piacere delle tue labbra
ideali
modellate per donare piacere,
purchè mi ami.
io marinaio e tu acqua viva
tu acqua viva, io acqua morta
tu incudine, io martello
tu sabbia, io clessidra
tu diamante, io minatore
tu piacere, io dolore,
ma tra i due il solo vero amore
per quanto demente e schizofrenico
era il mio.
chissà se le sarà mancato il mio
abbraccio
chissà se mi avrà sognato stanotte
chissà se mi avrà pensato
stanotte
chissà
chi
sa
¿
?
senz’alcuna ragione
qualcosa si rompe in me
e mi soffoca in gola i pensieri,
stasera nell’ora che lenta s’annera
e volge al desio e cruda e fiera
annera la mia anima che dispera.
il lago riflette i raggi della luna
lo specchio accoglie la tua bellezza
il medaglione che hai al collo la serba
con cura nel cuore del proprio quarzo
e gli occhi riflettono l’immagine del
mondo
ma il riflesso più abbagliante
il barbaglio più reale
l’immagine più vera
è il tuo riflesso nei miei occhi.
nulla accade due volte
nulla si ripete due volte
nulla si ripete due volte:
non giorno che ritorni uguale,
non la stessa notte che si ripresenti,
non due baci somiglianti,
né due parole dette nello stesso modo
o due sguardi tali e quali;
non lo stesso sole ci riscalderà domani,
né lo stesso fiume ci bagnerà,
non la stessa aria ci arrufferà i
capelli,
non la stessa vita vivremo di oggi;
e come due gemelli omozigoti o due
gocce d’acqua
anche noi identici eppur diversi.
il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle
con lettere minute
come sulla scabrosa scorza di un albero
domani ritroverai marchiato a fuoco
sul mio cuore.
<<A te, lontana
dagli uomini, viene la mia gioia:
sei tu, malgrado la
sorte, il fine della mia poesia.
E nulla ha occupato il
mio animo, tranne,
per il ricordo di te, voglia
di vivere e gioia.
La mia vita per te: ti
aspetto paziente
come, assetato,
aspetto l’acqua limpida.
Ho una speranza, il
cui albero (se tacessero
i malevoli) offrirebbe
il frutto del successo,
e mi meraviglierei di
come prevalesse su di me un nemico
contro il quale la tua
soddisfazione è l’arma più efficace.
Quando ti facesse
apparire all’improvviso la sorte,
nel tempo per me stabilito,
vedrei sorgere il sole dietro il velo
e il salice d’Egitto pavoneggiarsi
dei suoi colori...
Se potessi, volerei da
te con desiderio:
ma come può volare chi
ha le ali recise?
Che ci incontriamo o
ci evitiamo,
ci avviciniamo l’un l’altro
o ci allontaniamo,
mi basterebbe che le
mie speranze ti apparissero
nelle tue lontane
regioni, a sera o al mattino,
(ché il cuore non è
libero da tristezza per te,
l’animo non si è
ripreso dall’ebbrezza del tuo amore)
e che mi mandi il
saluto di tanto in tanto,
seppure su sparsi
aliti di vento.>>
(Iben Zaidùn: “mi basta che tu sia contenta”[2]).
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