"POLVERE DI DIAMANTE"

 

“POLVERE DI DIAMANTE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 




<<Ecco una florida bellezza,

il cui seno è cosparso di cipria di abìr.

Ha guance vellutate di voluttà e occhi dolci e languidi.

Sorridendo, ti mostra fiori di camomilla,

al cui confronto impallidisce lo splendore del sole.

Le sue trecce sembrano serpi che nuotano in uno stagno.

Mai vino fu mesciuto per la bevuta del mattino,

con muschio forte e miele fresco purissimo,

migliore della saliva della sua bocca.

Si schiude la rosa della guancia sul ramo della sua persona

e ivi fiorisce la camomilla del suo sorriso.

Ascoltare la sua parola è gradevole diletto,

come il vino o un canto improvvisato.

Quando le Pleiadi adornano il sommo della notte

offrendo nelle mani dell’alba un mucchietto di stelle

trovo le sue labbra dolci come infuse di vino e mirto.  

Giardino di fiori ornato non esiste

che sia più profumato delle rosse sue labbra.>>

 

(Iben Andìs[1]).

 

 

 

 

 

quando furtivamente per la prima volta c’incontrammo

esaltasti la bellezza dei tuoi occhi tingendoli di kohl

e fu avvelenato lo strale d’Amore

che micidiale mi sferzasti al cuore.

 

 

 

 

 

tu non sai chi io sia né chi fui

né quale sole in volto mi arse

né quale amore bruciò le mie palpebre

né quali donne spartirono con me il giaciglio

nelle mie notti senza alba

né quali mani mi scossero dal torpore

o quali baci mi addormentarono.

 

 

 

 

 

cammino

sempre cammino

per strade povere e sterri

disgraziato e folle

figlio delle stelle e fratello dei cani

andando con i miei piedi

laddove desidero andare.

 

 

 

 

 

l’acqua fresca mormora tra i rami

effondendo profonda quiete.

 

 

 

 

 

il vento stormisce tra le foglie

spargendo il malvaceo odore della sera.

 

 

 

 

 

in valli e vette non voce risuona

e ultimo si ode il flessibile fruscio della serpe che rintana

e da terre luce fugge fluendo in un cieco fiume senza fine

e i miei incubi cinguettano scemenze.

 

 

 

 

 

la violacea violenta luce del tramonto offusca il giorno

e il tramonto è screziato di ostro e avorio

e la mia ombra mi scivola accanto in una pozza d’inchiostro

e il tramonto è trafitto dal fulmine rosso sole

e il vento tormenta mari e monti

e ci ulula addosso dal nulla furioso avanzando al nulla.

 

 

 

 

 

le verdi chiome degli alberi

sono battute dagli zoccoli del vento galoppante

e le acque gonfiano nubi e fiumi

e i nembi incombono

e impetuose tempeste rombano

e le bufere cupamente procellano

piovendo su tetti e alvi

e crodando alberi e case.

 

 

 

 

 

il grido dell’uccello annunziante il verno

cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso

percorso da lame taglienti

brandenti il cielo che frastaglia

e scaglia a scaglia lento si annera

nella sera crepitando e vomitando

una nera nera tromba attorta

di schiume morte

quale oscura ghiera

nera nera.

 

 

 

 

 

io

fatto parole

dissolto in milioni di parole

non so più parlare.

 

 

 

 

 

sera estiva

scaglie di vetro iridescenti

occaso striato da filamenti di luce coagulata

agonizzante sanguinoso crepuscolo

vespro cruente come cruda carne

stelle opaline come lampade nel cielo pecioso

roco lamento di fronde morte

pallenti nella mota di prati morienti

pluviosi smeraldi stillanti

su arborei scheletri opalescenti

trilli di grilli scoppiettanti

rugghio di noiose cicale

schiocco di serpi

fruscio di sterpi

ronzio di vespe

e silenzio di bambagia che soffoca

la violacea fiamma vespertina

in un grigiore di bracia.

 

 

 

 

 

in uno spastico vespro opalescenti

quali su arborei scheletri smeraldi

stillano pluviali gocce.

 

 

 

 

 

su arborei scheletri opalescenti

gocce e gocce stilla pioggia

 

 

 

 

 

su arborei scheletri

opalescenti smeraldi

stilla la piova la ploia la pluvia

che schianta, che croscia,

che stianta e che striscia.

 

 

 

 

 

ora che tu più non sei

un antico e greve gelo

preme alle pareti del mio cuore

e io solo e solingo

solitudine cerco e solitudine trovo

nel casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro

e le mie fragili meningi dai perigliosi pensieri proteggo

una voce o un segno modulando per saggiare

che anche gli altri non siano già morti

e che anche io non sia già morto

senza saperlo.

 

 

 

 

 

di notte mi sveglio di soprassalto

madido nell’alvo dei miei errori

e dei miei sogni confusionari e patetici

con in bocca un sapore di veleno che non uccide

solo confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri ambigui

intrappolato nella rete dei miei piaceri sordidi

soffocando nell’aria che non posso respirare

di desideri insani.

 

 

 

 

 

mattino

e la mano splendida dell’aurora

dissolve i nodi delle tenebre

l’occaso trafitto da cuspidi argentee

l’orto ha già in bocca l’oro

il sole come mare in tempesta

scalpicciante sotto gli zoccoli del vento

e nel lembo ultimo della notte

come brillanti scudi

in groppa a negri corsieri in fuga

le stelle.

 

 

 

 

 

pomeriggio

 

strada

sole

odore di incenso,

di nuovo solo

di una furiosa solitudine rodente,

morte in agguato

follia latente

disperanza incombente

caligine densa di buio.

 

 

 

 

 

tramonto

 

e il giorno declina in un placido splendore

il cielo unica immensa pura forma di benigna luce

solo una leggera bruma a screziare il sole

e l’occaso radioso sembra un tessuto calante da ignote alture

ad ammantare case palazzi persone nelle sue diafane pieghe.

 

 

 

 

 

a sera

 

nella sua impercettibile curva

il sole si china a baciare la terra

e il suo candido sfolgorio muta in un rosso smorto

come sangue rappreso

e sembra un negro accoltellato che perda sangue.

 

infine

il cielo diviene del colore del fumo

e il giorno finisce in una serenità immobile.

 

 

 

 

 

il mio ozio di passeggero indolente

il mio isolamento di marinaro in un mare oleoso e languido

l’uniforme cupezza di una costa in lontananza

e la mia ignavia inerte

sembrano escludermi dalla verità delle cose

lasciandomi languire nell’angoscia

di una assurda allucinazione.

 

 

 

 

 

dormi, supina e bellissima

un braccio piegato sotto la guancia di pesca

e l’altro che discendendo lungo il lombo sinistro

sparisce all’altezza del ventre in prossimità del pube:

 

irripetibile.

 

 

 

 

 

l’aria sempre più carica del profumo inebriante dell’estate

argentee le strade lunari, la notte scandalosa,

dietro le frasche una coppia di drogati si buca

e poco più in là un camionista piscia ai muri della notte

mentre le macchine borbottano sottovoce

e un cane randagio si perde nella foschia.

 

 

 

 

 

so che è imbarazzante ammetterlo

e confessarlo ad alta voce

ma indubbiamente al mondo esistono

quelli nati per comandare

quelli nati per obbedire

e i primi comandano

e i secondi obbediscono:

triste ma funziona così.

 

e poi ci sono io

che non voglio comandare

e non posso obbedire

 

a nessuno

 

nemmeno a me stesso.





 

 

 

 

adoro gli amori fugaci

gli amori fugaci sono deliziosi

poichè non hanno passato né futuro

e non creano aspettative.

 

 

 

 

 

io ho sempre vissuto tutto d’un fiato

fino all’ultimo respiro

senza respiro.

 

 

 

 

 

come l’acqua nel fiume

come il vento nella pianura

passano i giorni della nostra vita.

 

 

 

 

 

non preoccupiamoci di quello che passato non tornerà

né di quello venturo poiché non esiste

ma godiamo di questa notte

amore mio,

e questo silenzio che ci unisce

e questo buio che ci stringe

fermiamolo e intrappoliamolo

nella rete dei nostri baci

e del domani non diamoci pensiero

poichè la vita è oggi

e il domani non esiste.

 

 

 

 

 

allegra poiché non sai da dove vieni

stai allegra poiché non sai dove vai.

 

¿perchè tutto questo affannarsi per il denaro

e tormentarsi per questo mondo?

 

¿hai mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?

 

questi uno o due soffi di vita

che sono nel tuo corpo

sono un prestito:

 

ricevuta una cosa in prestito

quale prestito vivila.

 

 

 

 

 

coloro che sono prigionieri della morale e del buonsenso

e si struggono nell’affanno dell’essere e del non essere

costoro hanno mille occhi e mille orecchi

e contano i nostri baci per schernirci

con invidia.

 

ma c’è un campo poco più in la

nascosto alla vista e al sicuro dagli sguardi

pieno di vita e fiori,

e noi lì saremo

amanti imprevisti,

amanti e imprevisti,

a correre scapigliati

inseguendo farfalle.

 

 

 

 

 

sappi che in questo mondo vive un uomo

che pensa che la sua vita sia perfetta

se ci sei tu e vorrebbe solo

sedere innanzi al tuo volto di paradiso

e perdersi nel calore del tuo sguardo,

nell’interrogativo delle tue labbra dischiuse,

nell’ansito affannoso del tuo respiro,

e accarezzare la tua guancia di elleboro.

 

 

 

 

 

ogni penitenza fatta è stata disattesa,

la porta della (buona) reputazione

me la sono richiusa addosso,

e ho ripreso il costume della dissolutezza.

 

corri dunque a me

e godiamoci questo tramonto

ché nient’altro mi resta

ché nient’altro conta

ché nient’atro ho da offrirti.

 

 

 

 

 

al limitare del sonno,

quando il sole affretta l’agonia della notte,

e l’urina preme nella vescica,

e i suoi colori turgidi veste il giorno

che fa del tuo corpo un fiore discosto,

spaventoso e ossessionante,

mi viene incontro il sesso

e ridesta nuove erezioni.

 

 

 

 

 

di notte mi sveglio di soprassalto

madido nell’alvo dei miei errori

e dei miei sogni confusionari e patetici

con in bocca un sapore di veleno che non uccide

solo confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri ambigui

intrappolato nella rete dei miei sordidi piaceri

soffocando nell’aria che non posso respirare

di desideri insani.

 

 

 

 

 

sempre cammino

con passo straniero e amico

nei deserti della notte puttana

senza nessun conforto

senza nessuna meta

senza nessun reale obbietto

senza nessun reale desiderio

senza nessun dovere

senza nessun limite

se non la notte e il giorno.

 

 

 

 

 

già scende la notte

ma tu, nuda come luna,

siedi con me su questo prato

e aspetta la prima stella della sera

scherzando e ridendo dolcemente

e poi resta ancora

quando il sole avrà sciolto il trucco della notte

finchè non vedremo l’ala bianca del mattino

annunciare il sole

e poi continuiamo

finchè le nostre notti si confonderanno

con i nostri giorni

e giorno e notte non saranno altro

che parole.

 

 

 

 

 

e i tuoi occhi profumati sbocciano

come due fiori umidi di rugiada e amaranto

e la curva solenne dei tuoi fianchi riprende vita

e un nuovo tuo giorno penetra in me e mi sorprende

nell’olido aroma di frutta matura della tua bocca,

allora il sole sorge nel mio letto, e il tempo si ferma,

e i demoni siedono all’angolo e aspettano

gli dei sorridono e anche la Signora appare più bella,

anche se solo per un momento.

 

 

 

 

 

la tua pelle è un tamburo forsennato

che si confonde con la notte

e con la notte si confonde pure

il tuo negro crine corvino 

e fulgide stelle mostrano le dischiuse tue labbra

come se la notte puttana amante

stanca d’inseguire il suo sposo passeggero

nel tuo alvo discesa abbia discinto il manto

a coprire le tue membra

dimenticando nella tua bocca

i propri monili.

 

 

 

 

 

come il tuffatore si getta nel fiume

come il fiume si getta nel mare

come il mare rigetta trombe di schiume attorte

come le schiume del mare si rigettano sulla terra

come la terra accoglie l’occaso di rame

come l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena

come la sera si fonde col mare d’amaranto

risucchiando nel suo imbuto il sole

così io mi abbandono in te.

 

 

 

 

 

quando t’incontrai

fu per caso

forse per scherzo

quasi per gioco

e ora sei distesa sul mio letto

come luna in mare

e come luna in mare

la tua pelle trema

con sapore d’amaranto

e con voce d’amarena

mi chiama la tua bocca

e io non voglio altro

che perdermi

nel buio della tua pelle,

dissolvermi nel silenzio

dei tuoi occhi.

 

 

 

 

 

io

posso amare

solo tra attorte onde avvolgenti

tra torrenti e selvatiche acque fiumali

con questo mio cuore scordato

con questo mio corpo affondato

con questa mia mente annebbiata

con questa mia vita distrutta

con questa coscienza putrida

con queste mani neghittose

con questi occhi stanchi

con questa anima inerte.

 

 

 

 

 

siedi accanto a me

ad aspettare la prima stella della sera

scherzando e ridendo dolcemente

e poi resta ancora quando il sole avrà sciolto

il trucco della notte

finchè non vedremo la prima stella mattutina

dall’ala bianca annunciare il sole

e poi continuiamo

finchè le nostre notti si confonderanno

con i nostri giorni

e giorno e notte non saranno altro

che parole.

 

 

 

 

 

nella casa dell’amore

oltre la sala grande

ove ordinatamente si celebrano

gli ordinari amori

sono oscure camere segrete

che si ha vergogna solo di nominare:

 

su quei letti osceni io ti aspetterò

disteso e supino

il corpo trepidante di voluttà

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere

per festeggiare il nostro oscuro amore avaro.

 

 

 

 

 

tu puoi con gli occhi bruciare

tutto il mondo, tutto il mondo

e sembra che ti abbia creato il sole

ché solo a guardarti brucio

e mi sento correre un brivido per le vene

e sottopelle godo e mi ravvivo

quando avido guardo la tua fiamma

e sento salirmi una vampa alla testa

come se bruciasse il mio cervello.

 

 

 

 

 

l’atroce bellezza delle tue gambe

è strazio ai miei sogni agitati

 

l’inerte voluttà delle tue gambe

è strazio al mio amore malsano

 

la pura forma-peso delle tue gambe

è strazio alla mia abietta lasciva libidine

 

la dolce curva delle tue gambe

ripete all’infinito l’assioma del mio turpe desiderio.

 

 

 

 

 

quando al mattino apri gli occhi e mi guardi

un nuovo tuo giorno penetra in me

effondendo la sua luce azzurrina.

 

 

 

 

 

il tuo sorriso è una falce d’argento

che miete i miei sogni,

falcidia le mie paure.

 

 

 

 

 

il tuo sorriso

è il ferro perduto dal nero corsiero della notte in fuga

come se il nero destriero della notte fuggendo

avesse perduto un ferro degli zoccoli.

 

 

 

 

 

occhi di solitudine e di abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago fluttuare di lampi tra nebbia

vago sogno nell’illusione della vita

vago guizzare di pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo

occhi di fossile compattezza angolare e monomania

occhi di onice, occhi di poesia

occhi senza riparo, occhi senza scampo

occhi senza ritorno a cui tutto torna

rattratto attorto sillogismo e polvere da sparo

gloria in excelsis e concerto in busillis

infernale be-bop frondeggiante proteiforme

non-voluto involuto devoluto come il cielo dei fossi

grondante nel cielo dei fessi.

 

 

 

 

 

baciarti è come addentare la polpa

e mentre ti bacio io entro in te

ed entro nei tuoi occhi come in un luogo sconosciuto

entro nella tua carne come in un giardino pieno di sole e ciliege

entro nella tua anima come in un bosco fresco e silente

entro in te come in un sogno.

 

 

 

 

 

¿di che cosa odora la tua pelle?

 

¿un frutto, una spezia, un aroma, un fiore?

 

odora di rosa e di sambuco

di zucchero e garofano

di zagara e cannella

di porpora e amarena

di frutta matura e dolcissima

del mormorio del mare al mattino

la tua pelle.

 

 

 

 

 

in tutta la sua furiosa estensione

è una coltellata di gelsomino

una pugnalata di zagara

una revolverata d’incenso

un’impetuosa zaffata di garofano

un’onda di seta purissima

la tua pelle.

 

 

 

 

 

mi eccita durante l’amplesso

leccare il sudore dal tuo negro corpo selvaggio

cosparso le olide tracce sull’ansimante petto

rigato di sudore che cola in mille madidi rivoli

che intridono di sesso e tingono la pelle

già umida di molle voluttà.

 

 

 

 

 

mi piace leccare il tuo sudore

bere il tuo sudore.

 

sesso liquido, sesso odoroso.

 

a volte basta davvero poco

per essere felici.

 

 

 

 

 

sei il mio piacere vero e immaginato

tangibile e inafferrabile

fuggente e impalpabile

per metà concreto e

per metà ipotetico

errante ed erratico

ma sempre ossessivamente

vagante e martellante

nella mia testa

finchè non ti desti

e quella muta selvaggia immensa

paura di perderti

scivola e scompare

nell’imbuto del tuo sorriso.

 

 

 

 

 

la tua voce risuona fulgida

più di speranze e sogni 

e in questo nulla volere

e nulla avere

ti cerco

ultimo appiglio.

 

 

 

 

 

bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre

 

bellezza d’isola lambita dal mare

nell’onda dei tuoi capelli fronduti

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso

 

dura bellezza di pietra nelle tue mani

 

candore sincero di ragazzo

 

e bruno passo di bambina.

 

 

 

 

 

in te ascondo i miei pensieri

che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare

in te le mie paure occulto

che non posso confessare

in te i miei sogni celo

che più rivelano me stesso

più di ogni poema

più del più bel verso

più della metafisica dei libri

e delle opere dei dotti.

 

 

 

 

 

il tuo corpo è un eco muto che sale da morte stagioni

un colpo di pistola nel vacuo silenzio del bosco

un deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso improvviso illumina

come il lampo di notte

che rivela contorni aguzzi di roccia.

 

 

 

 

 

soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea d’acciaio

aguzza che il tuo sorriso

improvvido e improvviso

illumina come lampo di notte

rivelando contorni aguzzi di roccia

e cocci aguzzi di bottiglia

come diamanti in cima

alla scalcinata muraglia.

 

 

 

 

 

a te

e al tuo viso

e alle tue labbra

e al tuo sudore stillante nella notte afosa

e al tuo sapore che si riversa nelle mie vene

e al tuo sussurro che desta il mio torpore

e al tuo desiderio clamante nel notturno silore

e agli indecisi angoli della tua bocca

e all’oscura linea del tuo corpo

e alla solenne curva dei tuoi fianchi

e alla setosa fodera della tua vagina

e alla mia mano sul tuo seno

e alla mia mano sul tuo sesso

e alla mia mano sul tuo corpo

e al tuo corpo sul mio corpo.

 

soprattutto, al tuo corpo sul mio corpo.

 

 

 

 

 

alla silente enfasi della vita

e alla silente enfasi della rosa

e al rumore del vento crosciante

contro le nere membra della notte

e alla calida curva della luna

alla luminosa infinitiva luna

alla luna che illumina

alla luna sorridente

alla luna imbronciata

e a te, delle mie notti nuda negra luna,

occhio della notte,

capezzolo del cielo

e parte visibile del nulla.

 

 

                   

 

 

 

già sa il sole in cielo

già sa l’acqua del mare

già sa il sale nella ferita

già sa la rugiada sull’asfalto

e il rosso delle mele

già sanno anche le rondini

in ginocchio sulla riva

e i pesci fulgenti nelle loro scaglie

già sanno questo nostro oscuro amore.

 

 

 

 

 

piove

e trema la fatua umida sera

e tremula pure tu

faccia

zig-zag anatomico

oscura luna appena al soffitto

profondata tra le coltri del letto

candida riga nell’azzurro-cielo

persi voli

presaghi disvoli.

 

 

 

 

 

ho guardato

con i miei occhi

e con le mie labbra

con la mia testa

con il mio cuore

con amore

con terrore

nel pozzo infinito

infinitamente buio

dei tuoi segreti

delle tue paure

dei tuoi sogni

curvandomi

sullo specchio della tua anima

come un secchio vuoto

che la carrucola discende

nel cerchio di un pozzo nero.

 

 

 

 

 

tremola un ricordo in superficie

un volto incerto e pensoso

mi fissa che si deforma

si fa vecchio.

 

è il tuo volto

che fissa il mio volto

come un eco che stride

da lontano

e lancia il grido

delle nostre sporche vite.

 

 

 

 

 

il mio volto, il tuo volto

due volti che si uniscono

mentre una distanza li divide

che impercettibile

perduta perdura

come un eco

più dentro, più dentro.

 

 

 

 

 

in quella distanza infinita

nelle onde dei tuoi segreti

nel buio dei tuoi silenzi

in quel pozzo il mio cervello

come una zattera

affonda affonda affonda

spezzate le vele

divelte le vele

le vele...

 

 

 

 

 

in questo istante

le tue parole, le tue parole

come vele, come vele, come vele

riempiono il tramonto di vane sequele

le tue parole allegre

le tue parole amare

le tue parole euforiche

le tue parole malinconiche

le tue parole eterne come il mare e la materia

pesanti come un pugno ben centrato

vuote come la mia testa

dure come il mio cuore

e la mia tristezza è solo un logora camicia di tela

e tutto è tumulto e strepito e sfolgorio.

 

 

 

 

 

in questo attimo mi parli

e il mio cuore libero di menzogne

si libra ardito e sorridente

su questo prato verdicante.

in questo istante, proprio in questo istante e mai più

i tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso,

un tramonto di fine settembre,

uno sbadiglio di bambino infreddolito,

i tuoi occhi immensamente grandi

e rotondi sono d’autunno le grandi foreste,

i tuoi occhi sono inaccessibili e duri

come le fredde terre del nord.

 

 

 

 

 

in questo momento

sei sdraiata al mio fianco

e il mondo non conta più nulla.

 

 

 

 

 

in questa notte di Luglio

che il fiume scorre placido e inerte

e i prati sono molli di umidore

e i muri si appoggiano stanchi

al chiarore lunare

e l’oscuro fiume della notte

ci trasporta in assurdi spazi claustrofobici

e le finestre dormono ritte in piedi

e tu ti stringi a me e ti afferri

serrandoti di gioia e stupore

e ripeti le due parole

le più trite e ritrite.  

 

 

 

 

 

in questa notte di pietra

il mio cuore giace inerme-inerte

dondolando impiccato sospeso

al ramo del tuo amore.

 

in questa notte di Luglio

in questa notte di tiglio

in questa notte di pietra

in questa notte di seta

in questa notte di sale.

 

 

 

 

 

in questa notte io ti amo

e scoppio di felicità

che fischietterei pure

una stupida canzonetta

d’amore trita e ritrita

come quelle due parole

le più trite e ritrite

da noi mai dette

mai pronunciate.

 

 

 

 

 

anche d’estate amami

con la vastità delle tue gambe

con la misura del tuo vacillamento

con il fiume del tuo respiro

con il trepidante tesoro del tuo ventre

arnia e alvo del mio desiderio

con tutto l’oro che ti cresce in bocca

e ne trabocca.

 

 

 

 

 

amami d’autunno

con il tuo vestito scuro

del colore dell’ostro e dell’amaranto

con la secca precisione dei tuoi gesti

e la gelida tangente del tuo sguardo.

 

 

 

 

 

amami d’inverno

con tutta la tempesta che serbi in petto,

con il sogno e l’acqua che tremano nel calice del tuo grembo,

con tutti i tuoi fantasmi che sciamano di notte sul tuo letto,

con i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri

e fanno il paio con i miei stupidi pensieri,

con l’artiglio minerale della miseria,

con le accigliate angosce delle tue cicatrici,

con gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe

e del tuo cuore spigoloso

e le invalicabili barriere della tua anima.

 

 

 

 

 

amami in primavera

nei suoi giorni d’oceano, fatti di nebbia e turchese,

con le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci,

con la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni,

con i tuoi ricci neri neri,

incalzati dai venti veloci come negri corsieri,

con la tua bellezza dura di pietra,

con un fiore notturno profumato del tuo aroma.

 

 

 

 

 

amami,

anche senza amore,

amami anche senza la mia mano sul tuo seno,

anche senza il tuo fiato sul mio corpo,

anche senza la tregua della tua presenza,

anche senza la gioia del tuo volto di rosa,

anche senza il piacere delle tue labbra ideali

modellate per donare piacere,

purchè mi ami.

 

 

 

 

 

io marinaio e tu acqua viva

tu acqua viva, io acqua morta

tu incudine, io martello

tu sabbia, io clessidra

tu diamante, io minatore

tu piacere, io dolore,

ma tra i due il solo vero amore

per quanto demente e schizofrenico

era il mio.

 

 

 

 

 

chissà se le sarà mancato il mio abbraccio

 

chissà se mi avrà sognato stanotte

 

chissà se mi avrà pensato

 

stanotte

 

chissà

 

chi

 

sa

 

¿

 

?

 

 

 

 

 

 

senz’alcuna ragione

qualcosa si rompe in me

e mi soffoca in gola i pensieri,

stasera nell’ora che lenta s’annera

e volge al desio e cruda e fiera

annera la mia anima che dispera.

 

 

 

 

 

il lago riflette i raggi della luna

lo specchio accoglie la tua bellezza

il medaglione che hai al collo la serba

con cura nel cuore del proprio quarzo

e gli occhi riflettono l’immagine del mondo

ma il riflesso più abbagliante

il barbaglio più reale

l’immagine più vera

è il tuo riflesso nei miei occhi.

 

 

 

 

 

nulla accade due volte

nulla si ripete due volte

nulla si ripete due volte:

 

non giorno che ritorni uguale,

non la stessa notte che si ripresenti,

non due baci somiglianti,

né due parole dette nello stesso modo

o due sguardi tali e quali;

 

non lo stesso sole ci riscalderà domani,

né lo stesso fiume ci bagnerà,

non la stessa aria ci arrufferà i capelli,

non la stessa vita vivremo di oggi;

 

e come due gemelli omozigoti o due gocce d’acqua

anche noi identici eppur diversi.

 

 

 

 

 

il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle con lettere minute

come sulla scabrosa scorza di un albero

domani ritroverai marchiato a fuoco

sul mio cuore.

 

 

 

 

 

<<A te, lontana dagli uomini, viene la mia gioia:

sei tu, malgrado la sorte, il fine della mia poesia.

E nulla ha occupato il mio animo, tranne,

per il ricordo di te, voglia di vivere e gioia.

La mia vita per te: ti aspetto paziente

come, assetato, aspetto l’acqua limpida.

Ho una speranza, il cui albero (se tacessero

i malevoli) offrirebbe il frutto del successo,

e mi meraviglierei di come prevalesse su di me un nemico

contro il quale la tua soddisfazione è l’arma più efficace.

Quando ti facesse apparire all’improvviso la sorte,

nel tempo per me stabilito, vedrei sorgere il sole dietro il velo

e il salice d’Egitto pavoneggiarsi dei suoi colori...

Se potessi, volerei da te con desiderio:

ma come può volare chi ha le ali recise?

Che ci incontriamo o ci evitiamo,

ci avviciniamo l’un l’altro o ci allontaniamo,

mi basterebbe che le mie speranze ti apparissero

nelle tue lontane regioni, a sera o al mattino,

(ché il cuore non è libero da tristezza per te,

l’animo non si è ripreso dall’ebbrezza del tuo amore)

e che mi mandi il saluto di tanto in tanto,

seppure su sparsi aliti di vento.>>

 

(Iben Zaidùn: “mi basta che tu sia contenta”[2]).

 

 

 

 Anno 2020

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[1] Ibn Ḥamdīs: “La polvere di diamante” a cura di Andrea Borruso (Salerno, Roma, 1994).


[2] In Giulio Lancioni: “Liriche arabe di Spagna” (Salerno, Roma, 1993).