"DANZA MACABRA"
Manuel Omar Triscari
DANZA MACABRA.
Sognai che la verità
veniva a cercarmi
e la mia anima non era
pronta.
Nascosto sotto una
coltre di neve
il mio io cercò scampo
nella
falsa verità dei molti.
1.
<<Il ministro russo degli affari esteri Nicolaj Chalimov
è rimasto vittima di un attentato mentre si recava a Madrid per il Consiglio
sulla sicurezza globale. Lo statista, chiacchierato per la frequentazione di
alcuni noti oligarchi, viaggiava su un bireattore Jansen 115 che è esploso
precipitando nelle foreste della Selva Boema. L’attentato è stato rivendicato
dal fronte contro la colonizzazione di Marte. Si prevedono rappresaglie nelle
prossime ore.
Alle 11,30 p.m. ora locale, l’incendio di alcuni
condensatori ha interrotto il flusso energetico dalla centrale elettrica di
Città del Capo, presso Table Mountain. Durante la notte, le sacche più
emarginate della popolazione hanno preso d’assalto i negozi, alcuni droidi
portavalori e persino gli uffici governativi. Al momento, il massiccio
intervento di divisioni motocorazzate e reparti antisommossa, ha ristabilito
l’ordine.
E ora le notizie dai mercati azionari.>>.
Se vuoi fare un salto nella follia umana, ti consiglio di accendere
il televisore sul notiziario del mattino!
L’Emperor Automation Company, nonostante il nome altisonante,
occupava uno stabilimento piuttosto fatiscente, situato nell’estremo suburbio
cittadino che era chiamato dagli abitanti semplicemente The Barrier.
Non lontano scorreva un canale refluo e l’asfalto della
strada non era ancora stato completato a distanza di vent’anni. Ad ogni angolo,
venditori improvvisati offrivano “miscele originali moderatamente
allucinogene”, vale a dire droghe prodotte dalla multinazionale Authecs
(Authorized Ecstasy) e legalizzate per porre un freno allo spaccio di letali
stupefacenti sintetici.
Vicino all’ingresso notai i resti di un volante con airbag e di un sedile sportivo.
Imboccai una ripida rampa di scale. I gradini in resina
proteica erano logori e attraversati da profonde crepe, un po’ dappertutto si
vedevano gruppetti di operai intenti a parlottare con tono ora mesto, ora
agitato.
Lungo il corridoio fui bloccato da un agente che, alla vista
del mio distintivo si ritrasse: <<Passi pure tenente Demsay, la stanno
aspettando.>>.
Quell’area del magazzino era caratterizzata da una volta
molto alta disseminata di lucernai e grosse lampade a led. C’erano imponenti scaffalature verniciate di rosso e mezzi
operativi, per lo più robot. La mia
attenzione fu rapita da un corpo esanime che giaceva supino in una pozza di
sangue.
L’ispettore Horse stava succhiando una caramellona atabagica
in grado di svezzare all’uso del fumo e sbiancare un po’ i denti. Mi salutò
molto cordialmente, com’era sua abitudine. Ricambiai con un sorriso abbastanza
spontaneo.
<<Non capisco perchè ti abbiano buttato giù dal letto
a quest’ora.>>, disse Horse, e aggiunse <<Da quando per un suicidio
si scomoda il nucleo speciale anticrimine?>>, <<Evidentemente le
cose non stanno proprio così...>> replicai. L’ispettore era un ragazzone
buono, ma certo nessuno l’avrebbe mai candidato ad un eventuale Nobel per
l’intelligenza. Inoltre, a volte tendeva
a semplificare un po’ i casi in cui si imbatteva. <<Eppure a me sembra
tutto chiaro: il magazziniere si è lanciato dal mezzo trasloelevatore e l’ha
fatta finita.>>, <<Il mezzo trasloelevatore?>> domandai
alzando lo sguardo, <<Esatto.>> rispose Horse, <<Si tratta di
un sistema robotizzato che si muove in orizzontale e verticale lungo la
struttura tubolare servendosi di un motore elettrico. Il capo magazziniere mi
ha detto che è in grado di stoccare fino a 3000 prodotti in meno di un’ora>>
aggiunse soddisfatto, <<Se il sistema è robotizzato cosa ci faceva
quell’uomo lassù?>>, <<Quando il responsabile ha aperto il portone
del magazzino come ogni mattina si è trovato davanti la stessa scena che vediamo
noi. Abbiamo controllato.>> precisò il tenente, <<La vittima è
entrata da un ingresso secondario forzando la serratura; l’uomo ha quindi attivato
il traslo, è arrivato fino alla massima altezza raggiungibile e si è lanciato
giù.>>, <<Durante la notte la struttura non è controllata da
guardie o robot sorveglianti?>> chiesi, <<No, purtroppo il servizio
sarebbe troppo oneroso.>>.
La risposta giunse da un uomo basso e tarchiato comparso dal
nulla. L’uomo si qualificò. Era il responsabile del magazzino, signor Stamp.
<<Signor Stamp, mi dica, che tipo di uomo era la
vittima?>> dissi.
L’uomo incrociò per un attimo il mio sguardo con i suoi
occhi sfuggenti.
<<Kurt Petersen era un buon operaio.>> disse,
<<Non ha mai creato problemi, anzi, era un uomo molto silenzioso e
puntuale. Mi dispiace ma non ho nulla di particolare da segnalarvi.>>.
Congedai il responsabile e mi appartai a parlare con Horse.
<<Mi riservo di decidere se il caso rientra nella giurisdizione del
nucleo anticrimine entro ventiquattrore. Fai trasferire sul mio terminale di
servizio una copia di tutti i rilevamenti effettuati, eventuali riprese delle
telecamere e un rapporto dettagliato.>>, <<Come vuoi Demsay, io non
mi complicherei le cose fino a questo punto ma farò come mi chiedi.>>.
Ringraziai Horse per la fattiva collaborazione e lasciai
quel luogo piuttosto ansiogeno.
2.
Erano quasi le sette di sera di un Ottobre già freddo e il
cielo plumbeo e greve non prometteva nulla di buono.
Dopo aver attraversato il tunnel sotto l’East Canal, proseguii lungo la quattordicesima
strada.
Il grattacielo occupava un’estremità di Schneider Square ed
era molto elegante, come tutti quelli della zona, del resto. Aveva,
quell’edificio, un raffinato sistema di climatizzazione e riscaldamento che
funzionava indifferentemente a energia solare o con l’idrogeno.
Mark venne ad aprire in accappatoio. I miei occhi si
posarono sui suoi, azzurri e bellissimi, e sull’accenno di pettorali che
s’intravedevano sotto la stoffa.
Lo salutai baciandolo sulle labbra, mi tolsi la giacca e ci
sedemmo s’un divano rivestito di sontuosa seta Tussah che Mark aveva ereditato
dalla nonna, dall’amata nonna.
<<Vorrei sapere perchè un illustre medico legale del
dipartimento mi ha fatto precipitare nel più triste angolo della città alle sei
del mattino. In pratica la prima persona che ho incontrato è stato l’ispettore
Horse.>> dissi in tono falsamente polemico, <<Avanti Jack, non mi
dirai che ci sono le prove incontrovertibili per attestare che quel poveraccio
si è suicidato.>>.
Notai che Mark era piuttosto agitato.
<<Resta il fatto che non ti sei fidato del nostro
arguto ispettore. Certo Horse è sempre propenso a cercare qualche scorciatoia,
ma se nel corso delle indagini si fosse imbattuto in qualche evidenza di reato
ce l’avrebbe detto.>>, <<Appena sono giunto in quel posto ho avuto
una terribile sensazione.>> replicò Mark,
<<C’erano bruttissime vibrazioni là dentro, non quelle
che avverto di solito; qualcosa di peggio, Jack.>>.
Ormai mi ero rassegnato alla sensitività di Mark.
La conversazione mi rese abbastanza inquieto, anche perchè
l’uomo non era paranoico e, quasi sempre, le sue sensazioni si rivelavano
fondate.
Abbracciai Mark e gli promisi che avrei indagato per quanto
possibile su quella brutta storia.
<<David è in casa?>> domandai.
Monique, la moglie di Mark, era morta da poco più di un anno
in seguito ad una straziante malattia.
Mark si era chiuso per mesi nel suo dolore senza frequentare
nessuno, ma, pian piano, si era riaffacciato alla vita e questo mi aveva
permesso di conoscerlo e scoprirlo.
La moglie di Mark aveva sempre saputo della sua bisessualità
e l’aveva accettata con grande serenità.
Anche David, il figlio di 14 anni, aveva dimostrato una
grande forza e un’eccezionale capacità di comprensione.
<<David è in camera sua.>> rispose Mark.
<<E io credo che ci passi troppo tempo. Come al solito ha poco appetito e
il dottore gli ha prescritto una dieta ricca di protogelatina, sai per via
dell’alto potere nutritivo e della digeribilità.>>, <<Già...>>
replicai io. <<Protogelatina energia dalla mattina, Protogelatina è tanto
buona e genuina, ed ora anche Protogelatina è la migliore medicina.>>. L’uomo
sorrise stancamente e poi disse: <<Mi farebbe piacere se tu gli parlassi
un po’.>>, <<Allora vado! Spero che là dentro non faccia troppo
freddo per me.>>. Percorsi le scale a chiocciola come avevo già fatto
diverse volte negli ultimi mesi. Ormai sapevo che se camminavi al centro gli
scalini scricchiolavano un po’. Sono dettagli che solitamente notano i
ragazzini o gli investigatori. Mi fermai sul pianerottolo e mi trovai davanti a
due porte chiuse: la seconda, più stretta, dava su un capiente ripostiglio.
Cercai di assumere un’aria gioviale, nonostante la stanchezza accumulata
durante la giornata, e bussai piano alla prima porta.
David era disteso sul letto, vicino alla finestra panoramica.
Nel vedermi spiccicò un “Ciao” non proprio entusiasmante.
A dispetto dell’età il ragazzo aveva una visione piuttosto
pragmatica della vita, e anche la sua stanza rispecchiava questo desiderio di
ordine. Di fronte al letto c’era una grossa libreria di pino cembro con i
ripiani ad altezza variabile che ospitavano numerosi libri e audio-libri. Sulle
pareti si vedeva un bel poster
tridimensionale di Oakland ed alcune stampe naturalistiche.
In sottofondo si sentivano le note di “brown shoes don’t make it” di Frank
Zappa.
Non si poteva certo dire che il ragazzo avesse cattivo gusto
o che si facesse influenzare dai coetanei.
Mi sedetti sul bordo del materasso e domandai a David come
stesse.
<<Non va male, ma a dire il vero credo di non essere
molto di compagnia in questi ultimi tempi.>>, <<Questo non è un
problema: il bello di essere amici è che non sei obbligato a fingere di essere
felice e sereno quando in realtà vorresti prendere a calci nel culo mezzo
mondo.>>.
David accennò un sorriso. Sembrava così saggio quando,
finalmente, si concedeva un sorriso.
Tacqui per un attimo e poi mi venne un’idea per proseguire
la conversazione.
<<Ultimamente hai letto qualcosa d’interessante?>>,
<<Beh direi di si: c’erano delle belle storie negli ultimi libri che mi
hai regalato: ti ringrazio, mi sono stati utili.>>, <<Mi fa piacere
sentirtelo dire, nel scegliere quali titoli regalarti ho sperato che ti
avrebbero emozionato come hanno fatto con me un po’ di anni fa.>>, io tacqui
un attimo e poi aggiunsi: <<È importante che coltivi la passione per la
lettura, tuttavia sarebbe ancora meglio se tu passassi un po’ più di tempo
fuori da questa stanza, in giro, con ragazzi della tua età magari.>>, <<Messaggio
ricevuto.>> rispose David. <<Sappi che sono felice di averti come
amico e non mi dispiacerebbe se tu e papà decideste di fare sul serio.>>,
<<È la prima volta che ti sbilanci così sull’argomento e devo dire che la
cosa mi rende felicissimo, orgoglioso e anche un po’ più rilassato.>> dissi
terminando con una risata che sciolse definitivamente le tensioni, <<Felice
di essere stato utile.>> replicò David ironico.
Prima di lasciare la stanza posai un bacio sulla fronte di
David, sperando che alla sua età lo avrebbe ancora accolto di buon grado.
Dabbasso tranquillizzai Mark. Trascorremmo la notte
insieme. Poco prima dell’alba lui ebbe
un bruttissimo incubo, popolato da creature sinistre e oscure premonizioni.
3.
Lo sceriffo Trevor Ferrara stava tornando ad Evermore alla
guida di una vettura ibrida Mercury blu e bianca. La contea aveva speso circa
quarantamila dollari per acquistarla e dotarla dei dispositivi indispensabili
per il servizio.
Trevor pensava che fossero soldi assolutamente ben spesi. Certo,
ad alcuni suoi colleghi avevano rifilato delle scatolette elettriche cinesi più
economiche, ma Trevor era decisamente conservatore e a suo parere la tecnica e
lo stile americani non si potevano discutere.
Mentre stava costeggiando la riva del lago Taller, il
pubblico ufficiale premette a fondo il pedale del freno e arrestò bruscamente
l’auto. Poi Scese frettolosamente e recuperò dal portabagagli un fucile di
precisione. Si avvicinò allo specchio d’acqua e prese la mira, ma, dopo un attimo
abbassò la canna imprecando. Gli era stato affidato il compito di narcotizzare
e inanellare i pochi castori che ancora abitavano il lago. Sfortunatamente quest’operazione
era tutt’altro che semplice: quei vispi animaletti, di solito, lo fissavano per
un attimo con i loro occhietti languidi, per poi rituffarsi nelle fredde acque
del Taller prima che Trevor potesse sparare la siringa narcotizzante.
<<Finirò per odiarli.>> sbottò lo sceriffo.
<<Proprio io che sono iscritto a Greenpeace da vent’anni.>>.
C’è da precisare che lo sceriffo non aveva molte occasioni
di sfoderare le armi: la contea era veramente un luogo tranquillo. Trevor
ripose il fucile e fece per risalire in auto quando si accorse che Husky era
scomparso. Provò a cercarlo nei dintorni, chiamandolo con tutto il fiato che
aveva in gola, ma non lo trovò.
Husky era il cane pastore tedesco in dotazione alla polizia
di Evermore e Trevor lo considerava alla stregua di un figlio.
4.
Nell’ufficio del capitano Master c’erano undici poliziotti. Finalmente
il comandante arrivò, salutando tutti con un frettoloso “buongiorno”. Poi appoggiò
sulla scrivania un tablet e varie
autorizzazioni e amenità burocratiche che aveva in mano e si lasciò cadere
sulla poltrona, dietro la scrivania. Infine, dopo essersi assicurato l’attenzione
di tutti, iniziò a parlare.
<<Il senatore Joseph Faulkner era da tempo tenuto
sotto sorveglianza per ordine del procuratore distrettuale. Grazie al lavoro
degli investigatori abbiamo raccolto sufficienti prove per collegarlo al gruppo
eversivo chiamato “Esercito di Mezzanotte”. Il procuratore ha deciso che la
pericolosità sociale di Faulkner è tale da giustificarne l’immediato arresto.
Il comando dell’operazione sarà affidato al tenente Demsay. Ricordate che come
membro del Congresso, il senatore occupa una villetta dotata di porte e
finestre blindate; chiaramente il perimetro è vigilato da un impianto di
videosorveglianza. Demsay, ti invio sul tablet
tutte le specifiche e le informazioni necessarie. Non ci aspettiamo resistenza
ma non possiamo escluderla e soprattutto è della massima importanza che il
senatore non sfugga all’arresto: abbiamo addosso gli occhi di tutte le agenzie
governative.>>.
<<Perfetto.>>, bofonchiai avvicinandomi a
Master. <<Assaltare fortezze di prima mattina è sempre stato uno dei miei
passatempi preferiti.>>.
La villa con giardino del senatore occupava un intero
isolato di Florence Boulevard. Un drone della polizia sorvolava l’area e mi
forniva una panoramica eloquente. Il politico non aveva neppure rinunciato ad
una piccola spiaggia artificiale di sabbia nivea a grumosa che lambiva una
grande piscina.
Per prima cosa bloccammo la guardia all’ingresso che era
nella guardiola. Confermò che il senatore non si era mosso da casa, cosa che
per altro sapevamo già, poichè l’abitazione era sorvegliata da settimane. Muovendoci
rapidamente attraversammo poi il giardino, piantato a magnolie e fiori di calicanto,
e in meno di un minuto circondammo il perimetro della villa. L’ingresso
principale era contornato da folta edera, che si abbarbicava fino al tetto. Raggiunta
la porta applicai una piastra detonante alla serratura magnetica e mi misi al
sicuro insieme ai quattro agenti rimasti con me.
Dopo qualche secondo una lamina bruciacchiata e un cilindro
metallico volarono a circa un metro di distanza; sulla porta rimase solo un
mucchietto fumante di resisto-plastica e fili.
Due agenti con un ariete assestarono alla porta il colpo fatale
che ne decretò la caduta. Armi in pugno entrammo.
Nell’ampio ingresso, la prima cosa che notammo fu una serie
di schermi a circuito chiuso correvano sulla parete senza che nessuno stesse a
controllarli. Passammo in un salottino elegantemente arredato: anche qui
nessuno. Una pregevole pendola di cristallo rintoccò le 9.
Entrammo in quello che doveva essere lo studio privato del
senatore e lì lo trovammo, seduto dietro la sua scrivania in noce Hickory,
morto.
Feci chiamare immediatamente Mark che sopraggiunse in poco
più di mezz’ora per redigere il referto.
<<Identità del defunto: Paul Faulkner
Codice chip sanitario: 89956782148
Anni: 61
Luogo del rinvenimento: abitazione privata
Ora del decesso: 6,49 a. m.
Circostanze del rinvenimento: azione di polizia
Causa del decesso: infarto al miocardio riconducibile,
secondo un primo esame, ad un violento shock
nervoso. Verificata cardiopatia pregressa tramite chip impiantato nel soggetto.
Nota bene che il soggetto, al momento del rinvenimento,
indossava dispositivo per la realtà virtuale non omologato. Si giudica
necessaria verifica del dispositivo; si giudica necessario esame autoptico.>>.
<<In altre parole,>> mi disse Mark, <<credo
che il senatore possa essere letteralmente morto di paura. Questo è quello che
posso dirti da una prima lettura del chip
sanitario e dalle mie osservazioni, ma potrò essere più precisa dopo
l’autopsia.>>, <<Morto di paura, dici? Non a causa della nostra
irruzione, immagino.>>, <<No, non c’è alcuna relazione col vostro
arrivo. Io presterei molta attenzione a quell’apparecchiatura per la realtà
virtuale.>>, <<Logica deduzione od oracolare intuizione?>>, <<Diciamo
entrambe le cose. Ora vorrei andare Jack: qui dentro fa freddo, molto freddo, e
non certo a causa del riscaldamento troppo basso.>>.
5.
Philip Custer possedeva il più vecchio e curioso negozio di
tutta Evermore. Vi si potevano ancora trovare saponi a base di lisciva e sego,
pipe di schiuma, candele di cera d’api, profumatissime creme da barba alle
mandorle dolci, nonchè tabacco inglese fra i più stagionati.
Il punto è che Philip non aveva studiato un simile
assortimento per assecondare le mode nostalgiche degli ultimi tempi; molto più
semplicemente, l’uomo pensava che il futuro potesse attendere, e così lo
lasciava fuori, al di là della soglia della propria bottega.
Nessun adulto resisteva alla tentazione di acquistare
qualcuno di quegli articoli, ormai così rari, e nessun bambino rimaneva
insensibile al singolare fascino esercitato dal vecchio arredamento, piuttosto
impolverato, eppure così piacevole da toccare e annusare. (Si, perchè ogni
angolo del piccolo negozio emanava un profumo di legno e cuoio, di cera, di
miele o ti tabacco.)
Bastian era il figlio tredicenne del farmacista del paese. Come
suo solito, si era aggirato a lungo rapito fra i banconi di legno scuro e, dopo
attenta valutazione, aveva comperato uno yo-yo
di faggio per la modica somma di tre draconi.
Ora stava percorrendo a lunghi passi la strada verso casa
quando la macchina dello sceriffo Ferrara lo affiancò.
<<Salve sceriffo!>>, <<Ciao Bastian, ti va
un passaggio fino a casa?>>, <<Non c’è nemmeno da chiederlo!>>
rispose Bastian che non vedeva l’ora di salire su una vera auto della polizia! <<Tutto
bene, sceriffo?>> domandò poco dopo mentre allacciava la cintura di sicurezza,
<<Per la verità avrei un problema. Ti ricordi di Husky?>>, <<Certo.
È proprio un bel cagnone. Come mai adesso non è con lei?>>, <<Purtroppo
è scomparso questa mattina nel bosco.>>, rispose Ferrara: <<L’ho
cercato ovunque, l’ho chiamato, ma nulla, non lo trovo. È proprio di questo che
volevo parlarti: il tuo cane... com’è che si chiama?>>, “Shadow, signore,
si chiama Shadow.>>, <<Ecco, Shadow è molto in gamba e tuo padre
una volta mi ha detto che è anche addestrato. Io pensavo che forse potrebbe
aiutarmi a ritrovare Husky.>>, <<Sono certo che il mio cane>>
sottolineò Bastian con orgoglio <<sarà felicissimo di rendersi
utile.>>, <<Ci contavo!>> disse lo sceriffo, <<Se per
te va bene passerò a prendervi domani verso le 15, così avremo un po’ di tempo
per fare le ricerche prima che il sole tramonti. Naturalmente questa sera farò
una telefonata a tuo padre per avvisarlo ed avere il suo consenso.>>,
<<Mi sta bene, sceriffo!>>, disse Bastian, mentre scendeva dalla
vettura. <<Le auguro che Husky ritorni a casa da solo stasera stessa e
che il nostro aiuto non serva.>>.
6.
Erano le nove e quaranta del mattino allorchè, dal mio
ufficio, telefonai al laboratorio del dipartimento per avere qualche notizia in
più sull’apparecchio per la realtà virtuale rinvenuto in casa di Faulkner.
Mi rispose una voce gaia e gioviale: <<Qui laboratorio
ricerche e perizie, parla Pitrel.>>.
L’immagine apparsa sullo schermo lcd sembrava quella di un adolescente imberbe, capelli
piuttosto lunghi e folti, pelle liscia, qualche brufoletto che sopravviveva
sulla fronte alta.
Io e John Pitrel avevamo frequentato insieme il liceo e tra
noi c’era un rapporto di buona stima reciproca; aveva risposto in maniera così
formale perchè come al solito rispondeva al telefono distrattamente senza
guardare lo schermo.
Dopo uno scambio di battute, durante il quale non fummo mai
costretti a ricorrere a convenevoli forzati, domandai a John se aveva dato un’occhiata
all’apparecchio che m’interessava.
<<Sì, Jack, gli ho dato un’occhiata preliminare: è un
modello che non ho mai visto prima, privo di marchi o riferimenti commerciali:
sicuramente un assemblato. Non ho ancora inoltrato alcun rapporto ma se vuoi
passa a trovarmi in laboratorio quando hai un momento libero.>>, <<Farò
così! Grazie, John. A presto.>>.
Poco dopo la telefonata, mentre rispondevo ad un paio di
mail ricevetti l’inattesa ma gradita visita di Mark. Osservando il suo viso
pallido e tirato, era facile intuire che non aveva dormito molto.
Al distretto quasi tutti sapevano che tra noi c’era più di
una simpatia. Ciononostante, sul posto di lavoro, non lasciavamo ovviamente
spazio ad effusioni.
Mi venne spontaneo sincerarmi sulle sue condizioni di
salute.
<<Sto bene. È da poco terminata l’autopsia sul corpo
di Faulkner e ci sono novità di cui volevo informarti subito.>>, <<Siediti
e raccontami tutto, ti prego.>>.
Mark si sedette pur precisando che poteva fermarsi poco e
cominciò a parlare.
<<Credo che la morte di Kurt Petersen, l’operaio dato
per suicida e di Faulkner siano in qualche modo collegate. Ho scoperto che
entrambi avevano uno strano segno sulla spalla destra.>>, <<Vuoi
dire che tutti e due avevano lo stesso tatuaggio?>>, <<Non si
tratta di un tatuaggio, sembrano piuttosto le cicatrici lasciate da un grosso
artiglio; non ho mai visto nulla di simile. Ho scattato una foto e l’ho immessa
nell’elaboratore per vedere se riesco a cavarne qualche informazione utile. Ora
devo proprio andare Jack, sono in terribile ritardo per una riunione. Ti prego
fai molta attenzione durante queste indagini.>>, <<Te lo
prometto.>>.
Giunsi al laboratorio intorno alle dieci e trenta. Chiesi di
John ad un laconico giovanotto di nome Whitaker. Questi mi rispose che il mio
amico era fuori ufficio e mi raggelò affermando che non poteva divulgare nessun
tipo d’informazione in assenza del capo.
Stavo valutando se tentare di carpire le informazioni con le
buone o con le cattive quando un uomo fece ingresso da una porta laterale: era
John.
<<Ciao Jack! Tutto bene?>>, <<Ciao!
Veramente il ragazzo qui, non mi ha permesso di accedere al tuo
rapporto.>>, <<Il ragazzo è nuovo e si ostina ad applicare il
regolamento alla lettera.>>, disse sogghignando John rivolto a Whitaker
che si dileguò in un secondo. John scelse con cura un dei fogli che aveva sulla
scrivania e cominciò a leggere. Quando ebbe finito non ne sapevo molto più di
prima. Il fatto che emergeva con più evidenza era che la tecnica costruttiva
del visore non rispondeva ad alcuno standard conosciuto.
Divagammo per un momento verso i ricordi delle superiori.
Nei minuti che seguirono parlammo della gita nella capitale, del bull-dog dell’allenatore Hogan e di
Lilly la tettona. John era sempre stato un buon amico e considerai con
rammarico il fatto che oramai ci vedessimo esclusivamente per lavoro. A ben
pensarci due sono le cose che mancano di più alla mia generazione: il tempo e
lo spazio; concorderete tutti sul fatto che il tempo è importantissimo,
ciononostante, se sottraete alla giornata le ore per il lavoro, gli
spostamenti, l’aggiornamento, le commissioni, i bisogni primari, ne rimarranno
davvero poche per una relazione e ancor meno per coltivare le proprie passioni.
Lo spazio è un fattore altrettanto importante, eppure, quante ore al giorno
trascorriamo in uno spazio davvero confortevole? Non molte. Mi riscossi subito
(Le mie elucubrazioni sono frequenti ma brevi, per fortuna.) e dissi: <<Sono
stanco di non avere risposte: dobbiamo provare il visore, adesso.>>.
Pronunciai queste parole guardando John dritto negli occhi. Pochi minuti dopo
eravamo già nell’ufficio del capitano.
<<È essenziale che qualcuno provi il visore!>> protestai
spostando il mio sguardo da John al capitano Master, <<Certo potrebbe
essere pericoloso:>> replicò John, <<non sappiamo ancora se è
programmato per cagionare qualche tipo di danno all’utilizzatore.>>,
<<Sciocchezze: non credo che delle immagini possano fare grossi
danni.>>, <<Per la verità la casistica riguardante individui che
perdono il contatto con la realtà a causa dell’esposizione a emissioni luminose
è in costante crescita.>>.
In realtà non ignoravo affatto le informazioni che mi stava
snocciolando il mio amico e, se volete saperla tutta, non ho mai amato
particolarmente le diavolerie per la realtà virtuale. Ripresi comunque la mia
opera di convincimento.
<<D’accordo, il senatore Faulkner è morto ma aveva
almeno vent’anni più di me ed era cardiopatico, inoltre per ora stiamo solo
ipotizzando che il visore abbia svolto un ruolo nella sua morte.>>,
<<In questa faccenda ci sono ancora troppi lati oscuri; voglio però
essere sicuro che tu non corra rischi, altrimenti cercheremo un’altra strada.>>
disse il capitano, ma John venne in mio soccorso: <<Il visore potrebbe
non essere più pericoloso di un qualsiasi dispositivo per la realtà virtuale
non omologato. Il punto è che non c’è modo di analizzarlo meglio senza danneggiarlo
irrimediabilmente.>>, <<Autorizzatemi a provarlo!>> incalzai,
<<Oltretutto è improbabile che quello che abbiamo scoperto sia un
esemplare unico; non vi pare che dovremmo sapere di cosa si tratta esattamente?
Anche sezionando l’apparecchio in mille pezzi non otterreste mai le informazioni
che potrei fornirvi io, pensateci.>>.
Non so bene quale fu l’argomentazione decisiva ma alla fine
ottenni quello che volevo. Non mi soffermerò a descrivere l’oggetto della
nostra discussione poichè, tutto sommato, era poca cosa rispetto alle mostruose
e rilucenti apparecchiature virtuali nipponiche che si trovavano in molti
locali e salotti cittadini.
Mentre mi accomodavo sulla poltrona del capitano e indossavo
il visore pensai a quante persone sarebbero venute a trovarmi in un centro per
aberrazioni mentali: un po’ poche. Trassi un respiro e spinsi un piccolo,
semplice tasto sul lato sinistro del visore.
Nel sogno ero
tornato adolescente. E nella mia adolescenza non c’erano lezioni più tediose (e
per me anche oscure) che quelle tenute dalla professoressa Rita Mable.
<<Vi esorto a
seguire attentamente questa spiegazione:>> disse, <<vi servirà per
il test di giovedì. Sebbene non fosse necessario, ho chiesto al vostro
insegnante di ginnastica di posticipare i suoi preziosi insegnamenti per
consentirvi di rispondere senza fretta ai trenta brevi quesiti. Ovviamente non
mi aspetto ringraziamenti: sono avvezza alla scarsa gratitudine dei
giovani.>>.
La professoressa
aveva non pochi problemi a pronunciare la lettera Elle, quindi cercava di
utilizzare solo parole che non contenessero tale consonante.
Il primo giorno di
scuola, esasperata dalle risatine degli allievi, aveva spiegato che il suo era
un piccolo difetto che si chiamava lambdacismo, ma era riuscita ad imporre il
silenzio solo ricorrendo al pugno di ferro.
<<Nei giorni
precedenti abbiamo disquisito dell’antica istituzione cavalleresca. Chi desidera
ripetere ciò che ricorda?>>.
Ci fu un lungo
silenzio, poi l’insegnante di storia riprese a parlare: <<Non ha
importanza. Darò per scontato che non vi occorrano chiarimenti. Riprendiamo da
pagina 161.>>.
La spiegazione
iniziò, stuporosa come sempre: <<Come saprete, I cavalieri erano spesso
dei disperati alla ricerca...>>. La professoressa, che fino a quel
momento aveva passeggiato avanti e indietro, si sedette e si sfilò dalla
cintura del vestito un contapassi di ultima generazione.
Mi tornò in mente
il primo giorno di scuola. Quel lunedì di settembre io e i miei compagni
avevamo gareggiato nell’indovinare che cosa potesse essere quell’oggettino
color antracite: un cercapersone? Una bussola? Soltanto il mio vicino di banco,
Danny Weston aveva capito subito di cosa si trattava.
<<Durante I
combattimenti indossavano una corazza, usata insieme allo scudo, per
proteggersi dalle aggressioni dei nemici. Le corazze erano molto pesanti e
rendevano faticoso ogni movimento. Forse vi domanderete perchè gli armaioli non
forgiassero armature resistenti ma pesanti poco più di una piuma; ebbene vi
assicuro che in quell’epoca le tecniche metallurgiche erano piuttosto
arretrate.>>.
Una ragazza della
penultima fila alzò timidamente la mano.
<<Dimmi pure,
Chambers.>> concesse la professoressa, <<Mi scusi: chi ha detto che
erano gli armaioli?>>, <<Mi sembra chiaro: erano gli artigiani che
forgiavano le armature.>> rispose la Mable, digrignando i denti,
contraendo i muscoli facciali, tutti tesi in una espressione contrariata di
fastidio unito ai postumi di vari esaurimenti nervosi che la colpivano di tanto
in tanto. <<Ma beata vergine, anche tu che mi sembravi una ragazza
intelligentina, mi fai di queste domande?>>. Alba Chambers divenne
scarlatta, mentre il resto della classe se la rideva.
Io, però, sorrisi
appena: ero troppo assorto a guardare, attraverso i vetri, la cupola verdastra
della palestra. Più la osservavo e più mi sembrava un drago addormentato. E i
lucernari sulla cima? Non potevano che essere le taglienti placche ossee!
Archi di luce,
macchie solari, fuochi eterni, ghiaccio che brucia, immagini che risvegliano
terrori atavici sopiti.
Percepisco un
torrente di luce: sta attraversando la mia carne come un coltello caldo taglia
il burro.
Avverto un sussulto
nella mia anima. Il vuoto mi circonda. I miei occhi vedono un esercito di
stelle che avanza. Nel gelo più totale avverto la presenza di una creatura
persa in un sonno-sogno catartico.
Non posso resistere,
devo abbandonare la materia.
<<Chi sei tu?>>
La voce è gutturale, non del tutto umana. <<Tu piuttosto,
che sei entrato nel mio sogno. >>, <<Chi sei intruso? Come sei
arrivato a me? >>, <<Non so spiegarlo. Ma tu, cosa sei
veramente?>>, <<Sei pronto a morire?>>, <<Credo
che nessuno si mai veramente pronto.>>, <<Vedrai cose che
non è dato vedere e probabilmente morirai.>>, <<No,
non voglio guardare. Non voglio...>>.
Quando tornai alla
realtà mi sentii un po’ rintronato.
<<Pupille dilatate, battito accelerato. Riesce
a sentirmi tenente?>>,
<<Si la vedo e la sento. Mi gira la testa.>> risposi alla
dottoressa Theresa Miller che mi stava tastando il polso con aria preoccupata.
John mi stava guardando con aria interrogativa: <<Ad
un certo punto ti sei messo ad urlare ed abbiamo deciso di interrompere la
seduta. Sicuro di stare bene? Non ti ho mai visto così pallido.>>,
<<Sto... sto abbastanza bene, credo.>>, <<Sei in grado di
raccontarci cos’hai visto?>> chiese Master.
Avevo rivissuto un episodio della mia infanzia nei minimi
dettagli e con un realismo impressionante: potevo perfino avvertire il profumo
dei capelli di Elise Finch, una ragazzina che all’epoca pensavo di amare
follemente, e avevo riprovato sincero affetto per il mio amico Danny. Poi, come
se tutto questo non fosse abbastanza strano, ero stato strappato dal mio sogno
da una specie di entità arcaica e crudele.
Il capitano ripeté la domanda. <<È complicato da
spiegare.>>, risposi senza mentire, <<Quest’apparecchio provoca
visioni realistiche e suggestive, scava nei cassetti della memoria del
soggetto, ma la cosa più strana è che lì, nella mia visione, c’era qualcosa di
senziente che ha comunicato con me.>>.
7.
La vettura dello
sceriffo arrestò sul bordo della strada. In quella zona la vegetazione era così
fitta che la luce del sole faticava a filtrare.
<<Ora direi
di proseguire a piedi.>> disse Ferrara.
Shadow fu ben lieto
di scendere dall’auto e non si vergognò certo a dimostrarlo. Era più irrequieto
del solito, come se, in qualche modo, intuisse la missione che lo attendeva.
<<Dove ha
visto Husky per l’ultima volta?>> domandò Bastian, <<La
mia auto era ferma proprio qui.>> indicò lo sceriffo, <<Vedi, ci
sono le impronte degli pneumatici.>>, <<Sì, sì vedono
chiaramente.>>, <<So che non è scontato che il mio cane sia ancora
nei dintorni e che il tuo Shadow lo possa ritrovare, ma non voglio lasciare
nulla d’intentato. Ho già tappezzato il paese di volantini con la foto e la
descrizione di Husky e, oltre a questo, non mi viene in mente nient’altro che
si possa fare.>>, <<Ha portato con sè qualcosa che appartiene a
Husky?>>, <<Si, certo, aspetta un attimo.>>.
Ferrara tornò poco
dopo con un plaid che aveva recuperato dal bagagliaio.
<<Questo:>> disse, <<Husky ci ha dormito sopra centinaia di
volte.>>.
Bastian notò che lo
sceriffo aveva gli occhi lucidi. Il ragazzo fece giocare Shadow con la
copertina. Dopo qualche minuto si chinò, accarezzò dolcemente l’animale e lo
prese per il muso: <<Annusa bello, lo senti l’odore? Trova Husky. Hai
capito? Cercalo!>>. Shadow abbaiò in maniera abbastanza convincente un
paio di volte e cominciò a correre costeggiando il lago. <<Visto? Che ci
voleva?>> disse Bastian che l’aveva visto fare al padre durante
l’addestramento. <<Sì, ma vai più piano.>> lo scongiurò lo sceriffo
che faticava non poco a stargli dietro.
Man mano che
proseguivano lo specchio d’acqua si restringeva, mentre la vegetazione
s’infittiva. Il cane si allontanò progressivamente dalle sponde del lago per
addentrarsi in una boscaglia, lasciandosi dietro una scia polverosa, e polvere
era quella che stava mangiando Ferrara nel tentativo di non perdere terreno
rispetto a Shadow e Bastian.
La zona non aveva
certo l’aspetto di un’area da scampagnata, disseminata com’era di rovi e sassi
e priva di qualunque sentiero battuto.
Bastian continuava
a seguire l’instancabile Shadow, mentre lo sceriffo si fece distanziare sempre
di più. La corsa s’interruppe quando il padrone
cadde, insieme al padrone, dentro una buca.
Sebbene lo sceriffo
seguisse ad una certa distanza, ci mise poco a capire che era successo qualcosa
e il suo primo pensiero fu che in caso d’incidente al ragazzo e al suo cane la
colpa sarebbe stata sua e solo sua.
Corse a perdifiato
arrivando in prossimità della buca e si avvicinò con cautela, temendo che il
terreno potesse franare.
<<State bene?>>
urlò con la voce rotta dall’affanno e dalla preoccupazione. <<Stavo
meglio prima, ma non mi sono fatto nulla di grave. Credo che anche Shadow stia
bene a parte lo spavento.>>, <<Grazie a Dio. Puoi
muoverti?>>, <<Si, ma ho la caviglia che mi fa male,
sceriffo.>>.
Lo sceriffo notò
che la buca era di forma regolare ed era stata occultata con frasche e zolle di
terra. Non poté notare molto di più, poiché la zona era in penombra a causa
delle compatte chiome degli alberi. Dopo qualche attimo di riflessione, Ferrara
disse a Bastian di tenere duro: sarebbe tornato di lì a poco con una torcia ed
una fune. Mentre seguiva il percorso a ritroso per tornare all’auto chiamò
un’ambulanza.
8.
Mi erano state affidate le indagini sul caso Petersen e sul
caso Faulkner. I federali facevano il diavolo a quattro per poter indagare sul
caso del senatore e il capitano mi faceva costanti pressioni perchè gli portassi
significativi progressi. Eppure, nulla faceva presagire che i due casi
potessero trovare una rapida risoluzione.
Come ogni mattina, controllai il database che veniva continuamente aggiornato e conteneva i rapporti
di tutte le operazioni di polizia portate a termine nello Stato: rapina, liti
in famiglia e violenze domestiche, incendio doloso, suicidio... La mia
attenzione fu rapita da un rapporto riguardante eventi avvenuti nella cittadina
di Evermore: lo sceriffo aveva fortuitamente scoperto una buca occultata nel
fitto sottobosco. La fossa era collegata, tramite uno stretto cunicolo, ad una
ambiente ipogeo più grande. In questa cavità era stato trovato un altare di
legno e pietra ollare, oltre che le ossa di alcuni animali e il cane dello
sceriffo eviscerato. Su una parete macchiata di sangue faceva bella mostra una
sorta di simbolo che era stato fotografato: era il segno di un artiglio molto
simile a quello rinvenuto sui corpi di Petersen e Faulkner.
Composi immediatamente il numero dello sceriffo.
<<Sceriffo Ferrara, in cosa posso esserle
utile?>>. Mi qualificai e dissi allo sceriffo che avrebbe potuto essermi
utilissimo. Tentai di spiegargli, nella maniera più sintetica e convincente
possibile, perchè la sua scoperta poteva rivelarsi tanto importante; dopo
l’iniziale diffidenza, tipica dei provinciali, mi assicurò la sua
collaborazione. <<Ha rimosso qualcosa da quella specie di caverna?>>
domandai, <<Ho delimitato la zona ed ho portato via solo quello che
restava del mio povero cane. Non potevo... Lei capisce...>>, <<Capisco,
capisco. Ora ascolti attentamente: è necessario che rimetta tutto come l’ha
trovato, eccetto i resti del cane naturalmente; richiuda la buca e faccia
appostare i suoi uomini. Se qualcuno si farà vivo dovrete essere lì ad
aspettarlo. Quanti agenti ha a disposizione?>>, <<Tenente Demsay,
lei corre troppo. Qui siamo solo io e il mio vice sceriffo e quest’ultimo è
appena in grado di compilare le multe.>>, <<Ma certo, avrei dovuto
immaginarlo! Quanti abitanti ha Evermore? Un migliaio?>>, <<Evermore
conta 974 anime.>>, <<Capisco sceriffo. Entro domani cercherò di
raggiungervi con una squadra di agenti. Fino ad allora cerchi di vigilare come
meglio può senza dare nell’occhio e niente giornalisti!>>, <<Farò
come mi chiede. Vorrei sapere con cosa abbiamo a che fare: si tratta di una
specie di dannata setta o qualcosa del genere?>>, <<È quello che
sto cercando di capire. Usi ogni cautela: penso che possa essere gente molto
pericolosa.>>. Mi congedai dallo sceriffo e corsi a parlare col capitano
Master.
9.
L’appostamento si protraeva ormai da quattro giorni. Avevo
ottenuto l’ausilio di cinque agenti scelti. Eravamo divisi in coppie che
effettuavano turni di guardia di otto ore, il che ci permetteva di vigilare
sulla zona giorno e notte, anche con l’ausilio di un drone grande poco più di
una farfalla e totalmente silenziato. Lo
sceriffo, dopo essersi consultato telefonicamente col mio superiore, ci aveva
dato carta bianca e assicurato massima collaborazione; ciclicamente mi chiamava
per essere ragguagliato sulla situazione quando i suoi impegni di servizio
glielo permettevano.
Io e l’agente Martin coprivamo il turno dalle due alle dieci
di sera. Lo sceriffo chiudeva il suo ufficio intorno alle otto, andava a
mangiare un boccone in un ritrovo vicino, e rientrava in tempo per vedere il
notiziario sportivo che veniva trasmesso ogni sera, dopo il telegiornale, da una
emittente locale.
Quella sera, finito il turno di guardia, mi recai a casa di
Ferrara, rispondendo così ad un suo invito che mi aveva rivolto il giorno
prima.
La cucina dello sceriffo era una delizia. I bei mobili erano
realizzati in noce molto scuro. Facevano eccezione delle mensole di legno
d’acacia che ospitavano oggetti provenienti da ogni parte del mondo: Trevor mi
descrisse un totem balinese, una
statua lignea di Buddha e una minuta scultura in vetro di Murano; mi spiegò che
si trattava di souvenir collezionati
nel corso dei viaggi che amava fare con sua moglie Tabitha e aggiunse
mestamente che era mancata da circa due anni senza aggiungere altro.
Prese dal frigo quattro bottiglie e mi disse di seguirlo in
veranda. C’era da scegliere tra una nota birra irlandese ed un’altra belga
formulata secondo la tradizione dei monaci trappisti. Spinti dalla nostra sete
di conoscenza, provammo entrambe, non senza una certa soddisfazione.
Venne fuori che Trevor, oltre che ospitale, era anche un
brillante conversatore.
Ad un certo punto mi chiese se avevo appetito. Risposi che
ero a posto.
<<Sai Jack, quando sono a casa mangio quasi
esclusivamente legumi e verdura, più raramente pesce ed uova. Mi concedo la
carne solo quando ho intenzione di assaggiare un buon vino.>>,
<<Insomma sei un salutista.>> risposi, <<Non mi definirei
esattamente così. Diciamo che cerco di mangiare ciò che mi gratifica di più.
Anche per quanto riguarda la compagnia, cerco di prediligere la qualità alla
quantità, anche se questo può voler dire trascorrere molto tempo da
solo.>>, <<Già.>> risposi, <<Qui non si fa molta vita
mondana eh?>>, <<A me va bene così, Jack! Evermore non è poi così
lontana da grandi metropoli ma qui ho ritrovato la mia serenità; questa piccola
comunità è organizzata in modo cher ognuno sia di sostegno agli altri e non
baratterei tutto questo con nessuna comodità cittadina.>>. Annuii, dicendo
a Trevor che potevo capirlo. Lo sceriffo finì di trangugiare la sua birra e mi
guardò dritto negli occhi: <<Sai tenente, questa tua indagine mi ha reso
piuttosto apprensivo. Qui da noi non c’è un omicidio da anni e da quando presto
servizio avrò dovuto estrarre la pistola non più di tre volte.>>,
<<Forse è proprio per questa ragione che questi criminali hanno scelto I
dintorni di Evermore per svolgere le proprie attività: questo paese non è
esattamente una località segnata in neretto sulle guide turistiche e non è
neppure una zona pattugliata assiduamente dalle forze dell’ordine.>>,
<<Ora lo è, grazie a te!>> rispose Trevor, <<Vorrei sapere
che razza d’uomo può ridurre così una bestiola per il solo piacere di
uccidere.>>. Lo sceriffo si riferiva, evidentemente, al suo Graetz.
Il mio cellulare squillò pochi secondi dopo. L’agente
Downing m’informo faticando a dominare una certa concitazione che un gruppo di
uomini era appena sceso da una vettura e si stava dirigendo verso il luogo
sottoposto a sorveglianza. Aggiunse che due degli uomini stavano trascinando una
grossa sacca di colore nero. Gli ordinai, salvo emergenze, di non intervenire
prima del mio arrivo.
<<Vieni con me?>>, chiesi rivolgendomi a Trevor,
<<Andiamo a vedere che faccia hanno questi pazzi criminali.>>. Trevor
annuì: <<Aspetta, prendo la pistola.>>.
Lasciai l’auto a debita distanza e coprimmo il restante
tragitto a piedi. Era una notte illune, il che se da un lato aumentava le
nostre chances di mimetizzarci, dall’altra rendeva maledettamente difficile muoversi
in mezzo alla boscaglia. Lo sceriffo, che conosceva meglio la zona, mi passò
davanti. Finalmente raggiungemmo l’agente Downing che ci stava aspettando nello
stesso punto dove lo avevo lasciato alle dieci. Nonostante l’orario, il modo in
cui era scattato al nostro sopraggiungere e i suoi occhi guizzanti, indicavano
che l’agente era perfettamente sveglio e pronto all’azione.
Mi disse che un collega, Costantine, si era spinto un po’
più vicino al gruppo e ci fece strada.
Andrew Costantine era seduto con la schiena contro un grosso
tronco. Il suo corpo era completamente nascosto da fusti di robinia e stava
osservando il gruppo con un visore ad infrarossi.
Guardai nella stessa direzione e compresi perchè l’agente
era così attratto dagli avvenimenti: circa a venti metri da noi era stato
acceso un fuoco di legna, che ardeva producendo vapori verdognoli; attorno al
focolare c’erano sei uomini che ne respiravano gli effluvi con il capo
reclinato all’indietro.
Mentre camminavo nella boscaglia e facevo attenzione a non
produrre alcun rumore, avevo registrato distrattamente il verso di alcuni
animali notturni; in quel posto e in quel momento, notai con un brivido che non
si sentiva più nulla.
Il rituale andò ancora avanti per una decina di minuti, poi
i membri della bizzarra brigata si alzarono in piedi: sembravano tutti e sei
piuttosto ben piazzati.
La grande sacca nera che fino a quel momento era rimasta
abbandonata accanto a loro fu trascinata più vicina al fuoco; uno degli uomini
si chinò, fece scorrere la cerniera e la aprì.
Fu in quel momento che strappai il visore notturno dalle
mani di Costantine e vidi con chiarezza che quello che stavano tirando fuori
dalla sacca era un corpo umano.
Il corpo fu adagiato a terra e vidi che uno degli uomini
aveva impugnato un pugnale con la lama ricurva.
<<Trevor,>> dissi a voce bassa <<credo che
sia il caso che tu estragga la pistola per la quarta volta.>>.
I sei furono colti di sorpresa dal nostro intervento e
opposero una minima resistenza. Erano palesemente sotto l’effetto di droghe e,
mentre li ammanettavamo, farfugliarono atroci minacce.
Rimasero alcune ore piantonati nella cella presso l’ufficio
dello sceriffo prima di venire trasferiti nel penitenziario della contea.
L’uomo nella sacca per fortuna non era morto ma era solo
sotto narcosi; fu ricoverato in ospedale per accertamenti e venne fuori che era
il postino di un vicino paesetto che tutti cercavano da alcuni giorni.
Arrivò il momento di congedarmi dallo sceriffo. Sapevo che
mi stavo allontanando da una persona davvero in gamba e mi dispiacque. Gli
promisi che sarei tornato a trovarlo ogni tanto e che avrei davvero fatto il
possibile per mantenere la promessa.
10.
Il capitano Master mi raggiunse in ufficio il giorno
successivo all’operazione, nel tardo pomeriggio.
<<Ho appena finito di leggere il rapporto>> mi
disse <<e non posso fare a meno di manifestarti l’apprezzamento mio e dei
miei superiori. Hai avuto le intuizioni giuste e sei riuscito a sgominare
quella banda di fanatici!>>, (Ho sempre pensato che il capitano avesse un
modo particolarmente appropriato, direi quasi calcolato, se non addirittura
paludato, di esprimersi.), <<Grazie capitano. Speriamo che ci forniscano
informazioni su altre eventuali cellule attive nel paese.>>, <<L’operazione
in ogni caso è stata un grande successo. Ora vedremo che cosa racconteranno
agli investigatori che li stanno interrogando. Sono già in contatto col
procuratore distrettuale e la lista delle accuse si preannuncia ben
nutrita.>>.
A fine giornata tornai a casa per farmi una doccia e
cambiarmi e mi recai da Mark. Era sabato sera e David avrebbe dormito a casa di
un compagno di scuola.
<<È qui che si offrono squisite cenette a lume di
candela e giochetti sessuali niente male a iosa?>> domandai, nel momento
in cui Mark mi faceva entrare. Lui sorrise. In quel modo che lo faceva apparire
tanto bello e senza età. Era capace, con un unico sorriso puro e ingenuo,
d’illuminare la stanza e la mia giornata.
Mark era molto bravo ai fornelli e si stava cimentando con
piatti cinesi ed etnici in generale: io apprezzavo sempre molto. Per gran parte
della serata parlammo di lavoro e di David, bevendo qualche bicchiere di un
buon vino rosso che mi era costato una piccola fortuna.
<<Jack, sei pronto per il dolce?>> mi domandò
Mark ad un certo punto, <<Sono troppo pieno per il dolce ma accetterei di
buon grado le tue dolcezze...>>, <<Ah, ma questo è un altro tipo di
appetito ragazzo mio!>>, <<Beh il guardiano del fortino non c’è e
tu mi guardi in quel certo modo...>>.
Quella notte fu sesso: dolce, essenziale, indimenticabile. Alle
tre del mattino eravamo ancora svegli ed io mi stavo dedicando ad accarezzargli
i capelli e le mani.
<<Sai Jack, vorrei essere più forte. A volte mi sento
così inadeguato...>>, <<Mark tu sei forte quanto basta e non sei
solo, mai. Stai facendo un ottimo lavoro con David, inoltre sei riuscito ad
accalappiare uno come me, ti sembra poco!?>> dissi quasi ridendo, Mark
fece una risata fresca e linda delle sue, si abbandonò fra le mie braccia e di
lì a poco s’addormentò. Per una volta non fece sogni inquietanti. Ognuno di noi
conserva per sé qualche piccolo segreto: qualcuno dorme col dito in bocca o si
è segato sulla foto di una cugina o magari da piccolo ha ucciso il gatto della
vicina (il che lo rende un perfetto candidato alla psicopatologia). Mark, beh
Mark ascoltava ogni mattina, ogni fottuta mattina, appena in piedi, una vecchia
vecchia canzone del 1973, intitolata “if
you want me to stay”, di Sly Stone. Ogni cazzo di mattina!
Domenica mattina passammo a prendere David ed il suo
compagno di scuola. La destinazione era un interessante parco ludico
scientifico interattivo inaugurato da poco in periferia. Mi aveva subito
colpito favorevolmente perchè i progettisti avevano saputo esprimere al meglio
il coniugio tra natura e scienza. Prima di accedere a qualunque gioco bisognava
compiere un percorso didattico che ti spiegava un qualche principio scientifico
o avvenimento del passato. Le pareti traslucide s’illuminavano al nostro
passaggio per mostrarci il sistema solare, immergerci in un’illusoria foresta
di mangrovie o farci camminare accanto all’uomo primitivo. Per i ragazzi fu
un’autentica doccia di emozioni e, a dirla tutta, anche per Mark, che
commentava entusiasta ogni cosa al pari dei ragazzi. Dovetti praticamente
trascinarli fuori dopo tre ore e mezza di visita. Rincasai nel tardo pomeriggio
poichè sapevo che all’indomani mi aspettava una giornata pesante.
11.
La sveglia non aveva ancora suonato, quando il mio sonno fu
interrotto da una spazzatrice automatica un po’ troppo cigolante.
Mi stiracchiai e rivoltolai su me stesso pensando alla
giornata che mi aspettava non appena avessi poggiato i piedi sul freddo e duro
pavimento: alle 9,30 avrei dovuto testimoniare all’udienza preliminare del
processo contro il gruppo arrestato ad Evermore.
Mi alzai e mandai giù una capsula di vitamina c, una di vitamina d e una di multiminerale trovate accanto
ad una confezione di fiocchi d’avena irlandesi iposodici, quindi scartai e
mangiai velocemente una barretta energetica a base di cioccolata fondente e
alga spirulina.
Poi nell’ordine pisciai, mi lavai il viso con l’acqua
fredda, feci uno sciacquo col collutorio fito-cosmetico ed iniziai a vestirmi.
A un certo punto mi accorsi che mancavano i calzini: ne trovai un paio
sgualcito che pendeva dal cassetto del comodino. Quasi tuffandomi
avventurosamente sotto il letto estraibile, recuperai le scarpe in viva-pelle.
La mia berlina Stable Kw era in officina, così dovetti
prendere posto su una minuscola vetturetta fornitami come mezzo sostitutivo:
altro non era che un guscio polimerico incollato sullo chassis d’alluminio che ospitava anche un piccolo motore elettrico.
Spingendo a tavoletta non si superavano le 50 miglia orarie
ma la velocità era più che sufficiente dati i limiti vigenti in città. Mi
inserii pazientemente in coda e attivai l’autopilota. Poi estrassi dal
pacchetto argentato una “lunga durata” alle alghe aromatizzate ed attesi che si
accendesse: dopo qualche secondo dalla sigaretta scaturì un filo di fumo azzurrognolo.
Poco più avanti scoprii la causa della lunga coda: c’era un
posto di blocco istituito dalla polizia. (Nel mio caso si limitarono a
tele-identificarmi.)
Superato il presidio e imboccata Eland Street, potei
finalmente escludere l’autopilota e pigiare sull’acceleratore; stavo
sopraggiungendo ad un trivio, quando notai che il semaforo intelligente era
fuori servizio: avevo comunque la precedenza e decisi di rallentare soltanto un
po’.
E che cazzo! Un auto proveniente da sinistra aveva
inchiodato proprio in mezzo all’incrocio! Prima che avessi il tempo di reagire
il computatore agì provvidenzialmente sui freni mentre io cedetti all’istinto
di sterzare ed evitai per poco di ribaltarmi per evitare la Convair che avevo
davanti.
Paonazzo, mi avvicinai alla vettura squaliforme per vedere
la faccia del pirata della strada e scoprii che si trattava di una distinta
signora di mezza età. L’odore che usciva dalla sua sigaretta elettronica
lasciava pochi dubbi: si era fatta di qualcosa che evidentemente provocava
torpore. Decisi che non potevo farla andare in giro in quelle condizioni. Mi
qualificai e la feci spostare sul lato passeggero, poi spostai la Convair
accanto alle elettrovie Willet e chiamai una pattuglia della municipale perchè
venisse a prelevare la signora che nel frattempo si stava addormentando farfugliando
lamenti incomprensibili. Giunsi di fronte all’imponente palazzo di giustizia
fatto di mattoni rossi, cemento e vetro con qualche minuto di ritardo.
Vidi che Master mi stava aspettando sulla scalinata con un
paio di colleghi e allungai il passo.
<<Cosa ci fate ancora qui?>> domandai <<L’udienza
non è ancora iniziata?>>, <<Mi hanno appena dato una notizia e
stavo per chiamarti.>> disse Master, <<Che cos’è successo?>>,
<<Si tratta di Mark: potrebbe essere stato rapito. È scomparso.>>,
<<Merda.>>, <<Puoi dirlo forte.>>.
12.
Sebbene il capitano fosse contrario ad affidarmi le indagini
poichè sapeva che ero troppo coinvolto emotivamente, alla fine cedette, ma
insistette per affiancarmi due investigatori esperti in episodi di rapimento:
Tara Watson e Paul Borgman.
Nell’abitazione di Mark c’erano segni di colluttazione: una
lampada, alcuni libri e un vaso con una pianta di elleboro nero erano stati
rovesciati a terra. La ragazza del vivaio aveva spiegato a Mark che quella
pianta era difficile da coltivare in casa ma lui sapeva essere veramente
testardo ed era rimasto incantato dai quei bellissimi fiori scuri.
Un vicino di casa (era stato lui ad allertare il 911), raccontò
di aver visto due uomini che spingevano Mark dentro una monovolume con i vetri
oscurati. L’uomo aggiunse che Mark non aveva tentato di divincolarsi ma che,
comunque, la scena gli era sembrata sospetta.
David doveva essere uscito di casa per recarsi a scuola pochi
minuti prima che Mark fosse aggredito: mandai una pattuglia affinchè lo
prelevasse e lo accompagnasse a casa della nonna materna.
Feci compiere tutti i rilevamenti opportuni ed interrogai
personalmente vicini di casa, abitatori del condominio, gente del quartiere, e
commercianti della zona nella speranza che avessero visto qualcosa. Una
descrizione del monovolume fu comunicata a tutte le pattuglie dello Stato,
inoltre la foto di Mark giunse istantaneamente ad ogni agente ed in ogni
aeroporto e stazione.
In assenza d’indizi e rivendicazioni mi sentivo
tremendamente impotente. Durante la serata mi recai da Loraine, la madre di
Mark. Rassicurai la donna e David che non mi sarei dato pace fino a quando Mark
non fosse tornato a casa, ed era la verità. Quella notte cercai di dormire
qualche ora: sapevo che era necessario mantenere la forma e la lucidità mentale
per dare il meglio nelle indagini. Feci un sogno strano, popolato da una
presenza che sembrava voler comunicare in un idioma sconosciuto. La sveglia
suonò presto, strappandomi al sogno e in un attimo fui in piedi, in preda
all’inquietudine e madido di sudore.
Poco dopo l’alba uscii di casa e raggiunsi il distretto a
piedi. Passai la mattina studiando tutti i documenti presenti sul computatore
di Mark nella speranza di trovare qualcosa di utile alle indagini. Nel
frattempo si faceva strada nella mia mente l’ipotesi che Mark fosse stato
rapito per colpire me. Qualcuno voleva forse che il processo contro i membri
della setta fosse sospeso? Qualcuno voleva indurmi al silenzio o punirmi?
Tramite il capitano chiesi al procuratore l’autorizzazione
d’urgenza ad interrogare gli uomini tratti in arresto ad Evermore.
In tarda mattinata arrivò una segnalazione che verificai
personalmente, ma si rivelò un buco nell’acqua.
Mi consultai con la Watson e con Borgman. Entrambi si lamentarono della mia scarsa
collaborazione ma a parte questo non emersero novità rilevanti. Vaffanculo.
Poco dopo le sei di sera m’informarono che il corpo di un
uomo, che poteva essere Mark, era stato ripescato dal fiume Platte. Mi
precipitai all’obitorio.
Il giovane ed acneico medico di turno mi condusse, in un
silenzio penoso e irreale, fino alla stanza dove una fila di celle frigorifere
ospitava corpi che poco prima erano stati caldi e vitali: aprì uno sportello
d’acciaio ed estrasse il lettino: capii all’istante che non si trattava di Mark
e nello stesso momento le mie gambe <<si sciolsero>> fino a farmi
vacillare.
Stavo cadendo in uno stato di prostrazione mentale e fisica,
dovuta alla tensione ed alla frustrante attesa di qualche sviluppo nelle
indagini; quella sera andai perfino in alcuni dei locali più malfamati della
città per fare qualche domanda e mostrare la foto di Mark. Crollai nel letto a
tarda notte e sognai.
Nel sonno sognai un capannone industriale abbandonato e
uomini incappucciati, vidi una enorme grua corrosa dalla ruggine, uno spiazzo
terroso coperto dalle sterpaglie ed un cancello dalle sbarre ricurve e
minacciose…
<<Avanti
Jack, muoviti a saltare, cazzo. Non vorrai rimanere a cavalcioni del cancello
per ammirare il panorama.>>, <<A dire il vero il panorama fa
cacare. Il fatto è che questa è proprietà privata e potrebbe esserci un bel
cane che ci aspetta.>>, <<Se ne dovessimo incontrare uno gli
ricorderemo che è il miglior amico dell’uomo e, se non dovesse funzionare,
batteremo il record mondiale di risalita del cancello.>>. Mi convinsi e spiccai
un salto e fui dall’altra parte. Io ed il mio amico Danny Weston ci trovavamo
nel piazzale delle già falegnamerie Duncan. Io indossavo una maglietta verde
militare di mio padre di una taglia notevolmente abbondante, pantaloncini neri
ed un paio d’anfibi. Il mio amico sfoggiava con orgoglio una felpa con
cappuccio che recava stampata sulla schiena la scritta fbi. Avevamo 14 anni.
Erano quasi le
dieci di un’afosa sera di Agosto. I nostri genitori ci aspettavano a casa entro
le undici e, soprattutto, si aspettavano che non ci mettessimo nei guai.
Il piano, studiato
e rimandato da settimane, era di esplorare lo stabilimento. In più avevamo portato
con noi le pistole ad aria compressa e speravamo che il piazzale potesse
trasformarsi nello scenario ideale per i nostri giochi guerreschi: il gioco
consisteva nello sfuggire al proprio avversario, tendendogli magari
un’imboscata nella penombra, oppure nel conquistare un’immaginaria bandierina
senza essere colpiti. I pallini di plastica facevano discretamente male se
sparati da distanza ravvicinata e, dopo un po’, imparavi senz’altro ad
evitarli.
La facciata del
capannone era quasi completamente scrostata: in alcuni punti il cemento si
andava sgretolando e si potevano vedere i ferri arrugginiti utilizzati per
rinforzare la costruzione. Camminando guardinghi sulla ghiaia notammo alcuni
tronchi, taniche vuote e un pezzo di quello che sembrava un motore industriale.
L’erba stava crescendo in chiazze disordinate, ma pareva ben determinata a
conquistare tutto il terreno.
Nel cielo si
addensavano nubi minacciose e si sentiva il rombo sordo di qualche tuono in
lontananza.
<<Non abbiamo
molto tempo. Propongo di dividerci e di esplorare il territorio.>> disse
Danny <<Io andrò a controllare il retro dello stabilimento, tu dai
un’occhiata all’interno facendo attenzione a dove metti I piedi. Va
bene?>>, <<Va bene. E se c’è qualcosa che non
va urliamo.>> risposi.
Il grande portone
carrabile era soltanto accostato. Un cartello ormai consunto dalle intemperie
faceva da monito ricordando che l’accesso era vietato ai non addetti ai lavori,
ma il vigore del divieto si era sbiadito, insieme alla vernice. Entrai
cautamente. L’ambiente era buio e polveroso.
Aiutandomi con la
luce del cellulare potevo appena intravedere lunghi nastri trasportatori,
minacciose seghe circolari ed altri macchinari dal nome sconosciuto. Valutai
che non fosse un luogo adatto per giocare. Ciononostante decisi di continuare
ancora un po’ la mia esplorazione.
Svoltai a sinistra
per osservare più da vicino le lame che dovevano essere ancora piuttosto
affilate: nessuno mi aveva mai raccontato d’incidenti avvenuti alla
falegnameria, ma avevo sufficiente immaginazione da figurarmi che effetto
potessero avere sull’arto di un uomo quei tremendi attrezzi.
A breve distanza
trovai qualcosa di più attuale che mi fece inorridire: c’era una nutria appesa
ad una catena col petto squarciato. Sotto la povera creaturina alcuni simboli
strani erano stati tracciati col sangue.
Mi parve di
avvertire un voce sussurrare: che cosa ci fanno due nutrie in un bar?
Una merenda nutriente, Jack, fanno una merenda nutri-ente! Ah ah.
Mi ricacciai un
urlo in gola e cominciai a correre verso l’uscita. Appena fuori cercai di
calmarmi. Decisi che l’unica cosa da fare era trovare subito Danny e andarcene
da quel posto. Chiamai Danny ma non ricevetti risposta. <<Avanti Danny,
dobbiamo andarcene da questo posto!>>. Nulla. Mi arrestai a pochi metri
da un albero maestoso che non avevo notato all’arrivo. Ero sicuro di aver visto
qualcosa. Forse poteva essere un oggetto lasciato lì dai proprietari della
falegnameria; oppure poteva essere un fungo gigantesco: avevo letto da qualche
parte che ne esistevano di molto, molto grandi. Ma tutte quelle supposizioni
non mi rassicuravano molto. Almeno non dopo quello che avevo visto nel
capannone. A quel punto udii un suono gutturale che mi gelò il sangue nelle
vene. Urlai e iniziai a correre verso il cancello. L’essere che mi spiava ora
mi stava inseguendo. Inizialmente non ebbi il coraggio di voltarmi. Continuai a
correre a perdifiato. Avvertendo i passi dietro di me. Ma non potevo lasciare
Danny da solo: decisi che dovevo vedere con chi o che cosa avevo a che fare e
valutare se potevo affrontarlo in qualche modo. Proprio in quel momento una
pietra, una maledetta pietra, più grossa delle altre, mi fece inciampare e
cadere.
Mi voltai di scatto,
ansimante, il viso rigato dalle lacrime e dalle prime gocce di pioggia, e vidi
Danny. <<Ti sei fatto male?>> mi domandò con aria preoccupata.
Poi mi svegliai col cuore in gola e la certezza che avrei
trovato Mark nella vecchia zona industriale.
13.
Non potevo correre rischi inutili. All’alba di un mattino
umido e nuvoloso uscii da solo per andare a cercare Mark. Parcheggiai ad un
isolato di distanza dalla zona industriale dismessa e proseguii a piedi. Non
avevo più pensato all’episodio avvenuto nelle falegnamerie Duncan da molti
anni. Nulla sembrava essere cambiato, a cominciare dal cancello, nero ed in
qualche maniera minaccioso. Stavo per cimentarmi nello scavalcare il cancello,
quando mi accorsi che la maglia metallica della recinzione era stata tagliata
in un paio di punti. Passai a fatica attraverso uno dei varchi e mi diressi
verso il capannone, di nuovo, dopo tanti anni. Gli alberi c’erano ancora, ma
apparivano deboli e molto malati: neppure i colori dell’autunno riuscivano a
donargli un po’ di vitalità. Prima d’ogni altra cosa dovevo riuscire ad
osservare la situazione dentro il capannone senza rivelare la mia presenza. Vidi
che una scaletta metallica conduceva al tetto piano. Aveva un aspetto
tutt’altro che solido, tuttavia cominciai ad arrampicarmi cautamente. Portavo
con me due pistole e un arnese in grado di aprire le più comuni serrature. Arrivato
sul tetto, mi avvicinai ad un lucernaio e rimossi con la mano la polvere e lo
sporco che si erano accumulati sulla lastra in policarbonato. Purtroppo il
materiale si era deteriorato col passare degli anni ed aveva perduto molta della
sua originaria trasparenza. Provai a spostarmi verso un altro lucernaio; in
questo caso la lastra era attraversata da fessure grazie alle quali potei
intravvedere lo scenario sottostante, comunque troppo poco per avere le idee
chiare. Scesi nuovamente lungo la scaletta ed aggirai la costruzione con l’idea
di entrare dal retro. Il portone d’ingresso era chiuso con una catena munita
d’un robusto lucchetto: mi ci vollero alcuni minuti per violare la serratura. Schiusi
la porta ed entrai con la pistola in pugno. Per quel poco che ricordavo anche
all’interno non era cambiato nulla. Speravo soltanto di non ritrovarmi di
fronte i resti della nutria. Esattamente come la prima volta, svoltai a
sinistra, dirigendomi verso le minacciose lame dentate. Mark era lì,
imbavagliato e legato al nastro trasportatore, ma vivo! La sua testa era
bloccata a non più di un centimetro da una sega circolare completamente
arrugginita. Lo liberai dal bavaglio e lo baciai: era evidente che la prigionia
l’aveva provato duramente. <<Jack, in nome del cielo, andiamocene subito.
Torneranno. Torneranno presto.>>.
Cominciai a liberarlo dalla stretta della corda,
maledicendomi per non aver portato con me un buon coltello. In quel momento
avvertii un rumore alle mie spalle e mi voltai di scatto: quattro uomini erano
entrati e si stavano muovendo rapidamente verso di noi. <<Rimanga dove si
trova, tenente. A quanto pare il responsabile dei nostri problemi ha deciso di
consegnarsi spontaneamente per espiare i suoi peccati.>>. Un uomo in nero
mi teneva sotto tiro con una pistola. Gli altri tre brandivano lunghi coltelli.
Valutai che una mia reazione avrebbe messo sicuramente a rischio la vita di
Mark, oltre che la mia, e mi arresi.
Fui perquisito e privato di entrambe le armi. <<Vedo
che mi conoscete.>> dissi <<Non credevo di essere così popolare nella
comunità dei pazzi maniaci.>>, <<Certo che la conosciamo. Penso sia
giusto che anche io mi presenti: il mio nome da rinato è Netal. Voi mi
definireste il capo spirituale degli adoratori di Yar. Da anni agiamo
nell’ombra, con discrezione, per far crescere il potere del nostro Dio e lei,
tenente, si è immischiato, portando dolore ai membri della nostra congrega. A
Yar piacendo, oggi celebreremo due sacrifici rituali.>>.
In quel momento un colpo d’arma da fuoco colpì il braccio di
Netal, che lasciò cadere la pistola. Nello stesso istante una granata stordente
esplose. Gli agenti Watson e Borgman e il capitano Master si materializzarono
in quel momento ed ebbero la meglio sugli adepti che furono resi innocui. Corsi
a liberare Mark, frastornato ma felice. Il capitano ci raggiunse per sincerarsi
sulle nostre condizioni.
<<Non so come ringraziarla, capitano. Sono stato un
idiota ad agire da solo.>>. Feci un attimo di pausa per riflettere e poi
domandai: <<Ma come diavolo ha fatto a trovarmi?>>. <<Non
puoi neanche immaginarlo...>> rispose Master.
14.
Malgrado l’estate fosse ormai un lontano ricordo, il clima
era ancora godibile. Io e Mark avevamo appena terminato di fare un veloce bagno
e ci stavamo asciugando al sole.
<<Stai tentando di dirmi che quell’entità superiore, o
come diavolo vogliamo chiamarla, ci ha guidati aiutandoci a eliminare i suoi
adoratori?>> domandai rivolto a Mark, <<È esattamente quello che
sto ipotizzando.>>, <<E hai anche una teoria immagino...?>>,
<<Non lo so Jack. Forse questi adepti stavano compiendo efferatezze che
l’entità non poteva tollerare. Ah
dimenticavo: secondo me è una lei, è una dea.>>, <<Va bene.>>
dissi scuotendo la testa con poca convinzione <<Questa vicenda è talmente
assurda che credo accetterò questo epilogo senza oppormi. D’ora in poi, in ogni
caso, spero di tornare a fare sogni più semplici ed innocui.>>.
Il piccolo Bulldog francese entrato da poco a far parte
della nostra famiglia arrivò correndo per leccare la faccia a Mark.
<<Non ti dispiace se continuo a chiamarlo botolo,
vero?>> disse Mark ridendo, <<Ah ah, no, in fondo è proprio un
adorabile botolo. Ma il suo nome ufficiale sarà Husky.>>,
<<Amore,>> disse Mark <<qualunque cosa ci riservi il futuro,
l’affronteremo insieme.>>, <<Vuoi forse dire che stai prendendo in
considerazione la possibilità di diventare il signor Demsay?>>, <<Diciamo
che sto seriamente valutando questa ipotesi.>> disse Mark sorridendo. Emisi
un sospiro soddisfatto e mi distesi sulla sabbia, incrociando le mani dietro la
nuca.
<<Ehi, Jack, vuoi venire a giocare?>>. David
stava dando spettacolo con un pallone. <<Ti spiace se sto un po’ con
David?>> domandai a Mark <<Ultimamente ho avuto l’opportunità di
ricordare molto bene cosa vuol dire avere quattordici anni.>>.
Ebbro di false virtù
per un attimo aprii gli
occhi
e agguantai la verità
Ma l’uccello della
ragione
piombò su di me
e mi carpì il segreto
in una notte buia.

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