"IO DONNA"
“IO DONNA:
pensieri e riflessioni
al Femminile
di un giovane maschio
bianco etero occidentale.”
di Manuel Omar Triscari.
DIFFICOLTÀ DI DONNA. (PROLOGO.)
Che
cosa penserei se fossi donna? Come penserei se fossi donna? Come sentirei? Come
agirei e come reagirei? Questi gli interrogativi alla base di questa opera, che
giudico leggiadra e soavissima per tematiche e composizione tra le mie opere.
C’è
qualcosa di ridondante e misterioso in tutte quelle riflessioni che hanno come
fulcro la femminilità che, non a caso, è stata centro e motore di ampia
letteratura e saggistica, poesia e teatro.
Se le
donne sono state spesso in minoranza nel tentativo di realizzare la loro
potenzialità creativa, altrettanto spesso sono state protagoniste epocali e
indiscusse dell’arte di altri.
I
personaggi femminili segnano il tempo in cui nascono: da Tolstoij a Flaubert,
uno stuolo di donne ha riempito lo spazio scenico, le librerie e la nostra
memoria di lettori e spettatori.
Se è
vero che l’uomo è animale sociale e che, in particolare, le donne sembrano
definirsi meglio in relazione all’altro, in qualità di figlie, compagne o madri,
cosa non vera per il cosiddetto maschio, fiero e certo del suo posizionamento
nel mondo, è pur vero che rimane costante la ricerca di una autonoma
affermazione di sé.
Ma, al
di là dell’essere per qualcuno o per qualcosa, le donne desiderano essere,
semplicemente: Ifigenia cerca nella morte per mano paterna la possibilità di
diventare eroina; Alcesta trova nella rinuncia a se stessa la possibilità di
essere santa; e Medea, con l’omicidio dei figli, può farsi dea, che decide di
vita e di morte.
Donne
sacrificate a qualcuno, per qualcosa, donne sacre e sacrificanti il loro bene
più prezioso, donne senza potere che pure possono qualunque cosa. Donne il cui
nome viene dimenticato. Donne le cui lacrime sono potenti come eserciti. Una
riflessione sul sacrificio e sul potere che da esso deriva. Di questo si parla.
<<Ci sono 486 specie animali che contemplano l’omosessualità. Quindi questa non è una caratteristica puramente umana. Non è una devianza, ma fa parte della natura. L’omosessualità è un’attitudine umana.>>
(Benvenuto Italo Castellani).
CIRCOLO
ZODIACO.
Quanti
Ariete sono necessari per cambiare una lampadina?
Solo
uno, però ci vogliono molte lampadine.
Quanti
Toro sono necessari per cambiare una lampadina?
Nessuno,
al Toro non piace cambiare niente.
Quanti
Gemelli sono necessari per cambiare una lampadina?
Due,
probabilmente. Aspettano fino al week-end,
ma alla fine la lampadina è al centro dell’attenzione, parla francese e dà luce
del colore preferito a chi entra nella stanza.
Quanti
Cancro sono necessari per cambiare una lampadina?
Solo
uno, ma dovrà mettersi in terapia per superare il trauma.
Quanti
Leone sono necessari per cambiare una lampadina?
Un
Leone non cambia lampadine, al massimo le tiene ferme mentre il mondo gira
intorno a lui.
Quanti
Vergine sono necessari per cambiare una lampadina?
Vediamo:
uno per preparare la lampadina, un altro per prendere nota di quando la
lampadina si è fulminata e della data in cui fu acquistata, un altro per
decidere di chi è la colpa se la lampadina si è bruciata, dieci per ripulire la
casa mentre gli altri cambiano la lampadina.
Quanti
Bilancia sono necessari per cambiare una lampadina?
In
realtà non si sa. Dipende da quando la lampadina ha smesso di funzionare. Forse
uno solo è sufficiente se si tratta di una lampadina qualsiasi, due se la
persona non sa dove trovare una lampadina nuova.
E quale
sarà la migliore? Molti dubbi e molte ansie!
Quanti
Scorpione ci vogliono per cambiare una lampadina?
E chi
può saperlo? Perché volete saperlo? Siete forse della polizia?
Quanti
Sagittario sono necessari per cambiare una lampadina?
Il sole
brilla, c’è bel tempo, abbiamo tutta la vita davanti e voi vi preoccupate per
una stupida lampadina?
Quanti
Capricorno sono necessari per cambiare una lampadina?
Nessuno.
I Capricorno non cambiano lampadine perché con una buona e sana chiacchierata
la lampadina capirà che è più logico che si cambi da sola.
Quanti
Acquario sono necessari per cambiare una lampadina?
Arrivano
frotte di Acquario, in competizione per stabilire chi di loro sarà l’unico
capace di ridare la luce al mondo.
Quanti
Pesci sono necessari per cambiare una lampadina?
Perché,
è forse mancata la luce?
VOGLIO
UN UOMO.
Quello
di cui ho bisogno è un uomo che mi dia sicurezza.
Che mi
tolga i pantaloni e mi faccia indossare una gonna, un uomo che mi trovi
soluzioni e non problemi.
Un uomo
che mi appartenga, che sia mio e non devo dividere con nessuna situazione
passata e presente.
Voglio
un uomo che mi incute passione, che la notte non mi faccia dormire perché non
riesco a fare a meno di pensarlo.
Un uomo
che possegga i miei sentimenti, la mia femminilità, la mia passione, che sia in
grado d’amare la furia che c’è in me.
Un uomo
che quando mi bacia sa anche baciarmi dentro nel profondo, che quando mi tocca
mi faccia tremare le carni e mi porti una tachicardia tremenda di felicità.
Io
voglio quest’uomo.
Lo
desidero, lo bramo, scrivo di lui ovunque.
Lo vedo
nelle ombre dei miei ricatti. Ho bisogno di un uomo che quando sono padrona si
lasci dominare, che sia il faraone dei miei occhi possenti magnetici neri
profondi e che si perda in essi e si senta prigioniero di una galera che ama.
Io ho
bisogna di quest’uomo. Adesso, ora, che sia mio, dall’otto di Marzo alla
prossima eclissi, d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. A qualunque
solstizio, in qualunque aurora boreale, astrale, universale.
Io
pretendo quest’uomo di marmo greco scolpito dai miei stessi occhi e messo li
apposta per me. Che io sia sua e lui sia mio e che noi diventiamo nostri, uno
nel calco dell’altro sino a solidificarci cosi sospesi tra un tuo bacio e un
mio abbraccio.
Così ti
voglio. Così voglio.
NON M’IMPORTA
QUANTO TU SIA MASCHIO.
Non m’importa
quanto sei spirituale. O per quanto tempo riesci a resistere in una Capanna del
Sudore. O quanti viaggi sciamanici hai fatto con il peyote uscendo fuori di
testa o quanto bene riesci a tenere la Posa del Corvo. Davvero. Non m’interessa.
E non
mi importa quali Pianeti cadono in quali Case nella tua carta natale o quanti
cristalli possiedi o quanto è vegana la tua dieta.
Non m’importa
quanto tu sia uomo: voglio sapere quanta umanità possiedi, se sai sederti,
nonostante il disagio, accanto a chi sta morendo, se sai stare con il tuo
dolore o il mio, senza cercare di dare consigli o trovare una soluzione
immediata o di trattenerlo. Voglio sapere se hai il coraggio di mostrarti e di
farti vedere per chi sei veramente, al di là di quanto tu possa essere
illuminato, allineato con i tuoi chakra o completo. Se riesci a mantenere uno
spazio amorevole per la persona che ami mentre curi le tue stesse ferite, senza
sforzarti.
Non ha
nessun potere di seduzione su di me il numero dei training online che hai collezionato o se vivi nel deserto o in una
capanna di tronchi o se conosci alla perfezione l’arte del Tantra.
Ciò che
mi emoziona sono le mani che agiscono e piantano radici. Mi emoziona il fatto
che tu riesca a fare quella telefonata, a salire su quell’aereo, ad amare i
tuoi figli e a dare da mangiare alla tua famiglia, nonostante tutta la
stanchezza.
Non mi
interessa quanto tu sappia ascendere alla Quinta Dimensione, viaggiare in
astrale o fare sesso fuori dal corpo. Voglio vedere con quanta bellezza ti
integri nella realtà ordinaria con la tua magia unica, quanta gratitudine e
bellezza riesci a trovare in ciò che ti circonda e quanto sai essere presente
nelle tue relazioni. Voglio sapere che sai esserci e prenderti cura sia delle
cose difficili che di quelle sante su questa Terra meravigliosamente
disordinata. Voglio vedere che sai essere sincero, radicato e compassionevole e
allo stesso tempo fiero del tuo potere, della tua passione e del tuo
magnetismo. Voglio sapere se anche durante i tuoi successi, sai fare un passo
indietro ed essere abbastanza umile da tornare studente.
Ciò che
è bello, sexy e autentico per me è la
tua capacità di gioire e celebrare i successi degli altri, al di là della tua
grandezza. Ciò che è veramente seducente è quanta capacità di dare possiedi
dopo esser diventato pieno di te. Ciò che è veramente prezioso è quanto tu ti
stia impegnando per diventare un essere umano migliore in un mondo che sta in
bilico sul materialismo spirituale e usa la scusa della “libertà” per evitare
ogni responsabilità.
Alla
fine di tutto, non mi interessa quanto sei coraggioso. Quanto sei produttivo,
quanto famoso o quanto illuminato. Alla fine, voglio sapere che sei stato
gentile. Che sei stato autentico. Voglio sapere che di tanto in tanto puoi
scendere dal tuo piedistallo per baciare la terra e lasciare che i tuoi capelli
si sporchino e che i tuoi piedi sguazzino nel fango per unirti alla danza di una
stella che balla nella bellezza di un mondo caotico e insensato.
ESSERE
DONNA.
Questa
notte ho avuto un attacco di ansia fortissimo. Diciamo un terremoto privato con
epicentro all’altezza del cuore.
Era da
tempo che non mi succedeva con questa violenza. Se fossi stata la stessa di
qualche anno fa, mi sarei alzata di corsa, avrei cominciato a passeggiare
nervosamente per tutta casa, sarei andata in bagno e poi a bere, poi di nuovo
in bagno, poi di nuovo a bere. Avrei acceso un po’ di luci, avrei cercato aiuto
in ogni dove. Mi sarei spaventata a morte, temendola, la morte.
Invece
sono rimasta nel letto per capire che cosa stesse accadendo, evitando di
fuggire. Come si fa nei terremoti, mi sono rannicchiato sotto qualcosa di
solido, di portante. Qualcosa di difficile da far crollare. Credo d’aver scelto
l’anima. Da lì ho domandato, ho chiesto all’ansia cosa volesse, per svegliarmi
nel pieno della notte “urlando” come una pazza. Nel frattempo respiravo,
cercando di non strozzarmi per la fame d’aria. Essere donna stanca.
Ha
risposto lei, che lo sapevo bene e non ce c’era affatto bisogno che me lo
ricordasse. Aveva ragione. Che era tornata per tirarmi le orecchie, perché da
un po’ di tempo, a forza di <<Ma sì, ci penserò più in là...>> ho
accumulato un bel po’ di domande e non ho le risposte. Perché dice che non c’era
bisogno di arrivare allo scontro, sarebbe bastato rallentare, fare spazio a
quel bisogno di pace, di calma, di serenità che troppo spesso allontano <<perché
c’è troppo da lavorare.>>. Perché dice che è ora di liberarsi da un po’
di ostacoli, di riprendere a vivere veramente e di smetterla di ripetermi che
va tutto bene, che tutto si sistemerà. E aveva di nuovo ragione lei.
L’ansia
ha (quasi) sempre ragione.
Sono
rimasta in silenzio, come quando la persona che hai davanti e chi ti ama, ha
finito di sbatterti in faccia il suo amore e ti lascia sfinita. E ti ricorda
che nessuno può prendersi cura di te, se non scegli di farlo tu, per primo. Che
rimandare quasi sempre equivale a far finta di non vedere, che prendersi cura
dei propri limiti non è una scelta, ma una responsabilità. Ho fatto la conta
dei danni, quella che giustamente va fatta alla fine di ogni terremoto.
Sono
piuttosto ‘acciaccata’ oggi. Sono stanca. Il corpo impiega una quantità di
energia spropositata per fronteggiare la paura. L’ansia. Il panico. Ho bisogno
di riposarmi, di recuperare le forze e di rimettermi in viaggio, per la mia
felicità. Non ho bisogno di altro che del mio Essere. Del mio essere Donna.
Femmina. Madre, Amante e Amica. Di essere io. Di essere, semplicemente, me
stessa.
VOGLIO
UN UOMO.
Quello
di cui ho bisogno è un uomo che mi dia sicurezza.
Che mi
tolga i pantaloni e mi faccia indossare una gonna, un uomo che mi trovi
soluzioni e non problemi.
Un uomo
che mi appartenga, che sia mio e non devo dividere con nessuna situazione
passata e presente.
Voglio
un uomo che mi incute passione, che la notte non mi faccia dormire perché non
riesco a fare a meno di pensarlo.
Un uomo
che possegga i miei sentimenti, la mia femminilità, la mia passione, che sia in
grado d’amare la furia che c’è in me.
Un uomo
che quando mi bacia sa anche baciarmi dentro nel profondo, che quando mi tocca
mi faccia tremare le carni e mi porti una tachicardia tremenda di felicità.
Io
voglio quest’uomo.
Lo
desidero, lo bramo, scrivo di lui ovunque.
Lo vedo
nelle ombre dei miei ricatti. Ho bisogno di un uomo che quando sono padrona si
lasci dominare, che sia il faraone dei miei occhi possenti magnetici neri
profondi e che si perda in essi e si senta prigioniero di una galera che ama.
Io ho
bisogna di quest’uomo. Adesso, ora, che sia mio, dall’otto di Marzo alla
prossima eclissi, d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. A qualunque
solstizio, in qualunque aurora boreale, astrale, universale.
Io
pretendo quest’uomo di marmo greco scolpito dai miei stessi occhi e messo li
apposta per me. Che io sia sua e lui sia mio e che noi diventiamo nostri, uno
nel calco dell’altro sino a solidificarci cosi sospesi tra un tuo bacio e un
mio abbraccio.
Così ti
voglio. Così voglio.
TRA
PANCIA E CUORE.
Quand’ero
piccola avevo sviluppato una strategia per sentire meno dolore tra il cuore e
la pancia. Non era un dolore propriamente fisico ma tornava a visitarmi
quotidianamente o quasi. Era un dolore imperturbabile, non conoscevo la sua
origine né la sua direzione o quando si sarebbe esaurito. Questo dolore
infausto non aveva un orario di partenza, approdava così da un istante all’altro
cavalcando la striscia di arrivo e giuro vinceva sempre, era sempre il primo in
assoluto, allora capì che non avevo molte chances
con esso, capii oltremodo che presentandosi da un istante all’altro con una
frequenza così convinta mi avrebbe sottratto un gran numero di energie. Ma c’era
un luogo dove quel dolore si affievoliva, diminuiva e si attenuava. Era un
luogo in cui tutto o quasi assumeva lo spazio che io avevo di me.
Si apriva
con abile facilità e una volta dentro assicurava il controllo di tutto lo
spazio, il dolore si alleggeriva e il respiro tornava nella norma. Mia madre lo
chiamava l’armadio, per me era la scala anti-incendio a tutti i miei rovi. Il
dolore che si destreggiava tra pancia e cuore. Un giorno si presentò, <<Mi
chiamo Vulvodinia.>> mi disse e aggiunse che era una piccola crepa
(spiegandomi che tutti abbiamo delle crepe) e che lui nello specifico era il
trauma dell’abbandono e che non mi sarei dovuta preoccupare perché lui non mi
avrebbe abbandonato mai.
Mi
spiegò anche che la vulvodinia non era altro che un grosso buco nero nella
quale cadevano tutte le mie certezze e le mie sicurezze e questo vuoto in cui
cadeva tutto a volte faceva un gran baccano ecco spiegato il dolore. Mi disse
anche che crescendo in quell’armadio sarebbe stato un po’ faticoso entrarci e
che quel buco sarebbe diventato sempre più famelico ed indomabile e che l’armadio
non avrebbe svolto il suo ruolo per sempre perché in quell’armadio crescendo
non ci sarei più entrata per questioni di ‘quantità’.
Una
volta al corrente di questa verità iniziai a guardarmi attorno per cercare
nuovi rifugi, ma poi il dolore mi fermò dicendomi non c’era via di scampo, che
bastava stringersi la mano e capire i propri spazi, essere comprensivi del
fatto che nessuno spazio avrebbe potuto contenerci o nasconderci, che bastava
accostare il mio ‘trauma’ a quello di qualcun’altro per annullarli. Per riempire
quel vuoto non basta nascondersi: bisogna guardarlo e riempirlo di noi, solo
così cesserà di far rumore.
COME LA
LUNA.
Mi
chiedete di spiegarmi, ma sono talmente lontana dalle parole, dalla logica, dal
pensiero discorsivo, dall’intelletto...
Mi
trovo in uno stato segreto e indicibile, sono il mistero dove ha inizio ogni
conoscenza profonda, quando vi immergete nelle mie acque silenziose senza
chiedere nulla, senza cercare di definire nulla, al di fuori di qualsiasi luce.
Sono
come la luna: più entrate dentro di me, più vi attraggo. Non vi è nulla di
chiaro in me. Sono senza fondo, sono tutta sfumature, mi estendo nel regno dell’ombra.
Sono un pantano dall’incommensurabile ricchezza, contengo tutti i totem, gli dèi preistorici, i tesori dei
tempi passati e futuri. Sono la matrice.
Al di
là dell’Inconscio sono la creazione stessa. Sfuggo a qualsiasi definizione.
So che
mi hanno adorata. Da quando gli esseri umani hanno sviluppato una scintilla di
Coscienza, mi hanno identificato con essa. Come un cuore d’argento perfetto,
illuminavo le tenebre della notte. Ero la luce che secondo il loro vago
sospetto regnava nel profondo delle anime cieche. Mi ero tuffata in tutte le
oscurità dell’universo. Là dove le entità avide guatavano la più piccola
scintilla di Coscienza, dimensioni di follia, di solitudine assoluta, di
delirio gelido, di quel silenzio doloroso che si chiama Poesia, ho dovuto
riconoscere che per esistere dovevo andare là dove non c’ero.
Sono
caduta dentro me stessa, sempre più giù. Mi perdevo scendendo verso nessun
luogo finché alla fine io, l’oscura, ho cessato di esistere. O meglio, ero una
concavità infinita, una bocca spalancata che conteneva tutta la sete del mondo.
Una vagina senza limiti divenuta aspirazione totale.
Allora,
in questa vacuità, in questa assenza di contorni, finalmente ho potuto
riflettere la totalità della luce. Una luce ardente che ho trasformato nel suo
freddo riflesso, non la luce che genera bensì la luce che illumina.
Non
insemino, indico soltanto. Chi riceve la mia luce sa quello che è, niente di
più. È più che sufficiente. Per diventare ricezione totale, ho dovuto
rifiutarmi di dare. Nella notte, qualunque forma rigida viene annichilita dalla
mia luce, a cominciare dal cuore.
Al mio
chiarore, l’angelo è angelo, la belva è belva, il pazzo è pazzo, il santo è
santo.
Sono lo
specchio universale: chiunque può vedersi in me.
IL
PENSIERO.
Sai
dirmi quanto può pesare un pensiero? E il pensare? Il pensiero è la conseguenza
della stessa azione: PENSARE.
Potesse
avere un peso, il pensiero sarebbe la cosa più pesante e ingombrante al mondo e
la gente di nascosto andrebbe ad inquinare oceani, foreste, ogni benedizione
terrestre di pensieri, del resto chi non se ne disfarebbe?
Vedi,
il punto è proprio questo: i pensieri pesano più di qualsiasi cosa materiale,
non hanno forma e non hanno consistenza, colore o sapore questo è vero, ma
posso assicurarti che come pesano i pensieri non pesa null’altro. Disponiamo di
milioni di armi in grado di poter distruggere qualsiasi cosa, armi di armi, per
creare milioni di armi, l’arma più potente che avrebbe e potrebbe rendere
libertà vera ad ogni futuro e presente è stata (giustamente) resa priva di ogni
potere, di ogni funzione, di ogni vera sua natura.
T’immagini
discariche logore di pensieri, vallate colme di pensieri ammassati che ovunque
si posi lo sguardo uno di loro è pronto ad afferrarla. Mari pieni di pensieri
non più di plastica, aria logora di pensieri. E non più di smog di polveri e di veleni. T’immagini una cosa del genere?
Mattoni di pensieri, mura di pensieri, tavole imbandite di pensieri, pensieri
ovunque un po’ cosi com’è d’altronde. Pensieri di pensieri su pensieri per
pensieri... Va’, oh, pensiero!
A te
capita mai di pensare? Se sì, a cosa? Io sono qui che penso e tu te ne stai lì
immobile, dato il fatal sospiro, senza dir nulla. Non hai colore d’occhi e non
dai calore alle tue parole, il silenzio ti ha inglobato, non ti esprimi, non hai
opinioni, rimani lì in silenzio. A che cosa stai pensando?
Spesso
nella mia esistenza mi è capitato di pensare... Spesso ho pensato al vuoto che
popola l’esistenza di ognuno di noi. (Altro inquinamento quello. Ora immagina
per un istante lo scenario di prima togliendo il pensiero e mettendoci al posto
suo il vuoto, uno sfacelo.) Ad ogni modo pur di non percepirlo questo vuoto, di
non abbandonarci ad esso siamo capaci di imbottirci l’esistenza di qualsiasi
detrazione o peggio di imbruttirci ancor più di quanto già lo siamo,
paradossalmente è stupido pensare quanto ognuno di noi sia spaventato da sé
stesso e come questa paura ci imbruttisca sempre più. Ad esempio, una volta pur
di non accusare, di non patire il peso del vuoto mi sono impegnata a contare quante
volte nella mia esistenza avessi usato lo spazzolino con la stessa frequenza di
velocità ed energia impiegata nel compiere l’azione. Mi dirai che sono matta.
Ti dirò che la paura fa brutti scherzi. Poi conta e conta ci si rende conto che
per quanto pauroso possa essere bisogna lasciarsi andare a questo vuoto, a
questo senso di nulla, spesso si allungano solo i tempi ma prima o poi ci si
immerge dentro, un po’ come accade con l’amore insomma. Hai mai amato?
SOTTO
LA PELLE.
Avevo
sempre sospettato di lui che fosse un uomo strano, apatico, fatalista a tratti
quasi fuori da ogni normalità. Ancora oggi ho il coraggio di chiedermi se
esista o meglio che cosa sia la normalità. Lui era un uomo di circa trentasei
anni dalla corporatura nella norma, aveva due mani, due piedi, due orecchie,
insomma tutto nella norma. Aveva anche due occhi, due occhi a cui non sfuggiva
nulla, piccoli e sottili ma sempre vispi, in allerta costante. Ho sempre
sostenuto che questi occhi portassero dentro una profondità paragonabile al
tutto e al nulla. Questi occhi quasi non potevano far a meno di cibarsi di
tutti i più impercettibili particolari, e quando per caso ci si imbatteva in
quello sguardo era chiaro che stessero urlando <<Abbiamo fame!>>.
Erano
occhi potenti, occhi che non s’incontrano ogni giorno, che ti privano di ogni
sicurezza, ti imbarazzano, ti graffiano e inizi a sperare di non incrociarli
più due occhi così... abbacinanti, stupendi (nel senso etimologico della
parola: che rendono stupidi chi li guarda).
Nel
caso ci si imbatteva in quello sguardo le possibilità erano due: o si era
poveri di empatia e sensibilità da riuscire a non riconoscere la potenza di
tale sguardo e quindi percepirlo innocuo o peggio simile a tanti altri quindi
sostenibile, affabile, digeribile o se si fosse in possesso di un briciolo di
sensibilità tale da scorgere quei globi oculari della loro vera natura si
veniva risucchiati da essi sprofondando in una danza tachicardia di imbarazzo e
silenzio.
A volte
esplodeva la magia, altre volte tutto restava immobile, neutro, in continua
analisi. Altre volte accadeva qualcosa di più profondo e ostinato della magia,
accadeva spesso che il silenzio venisse a fargli visita, e quando ciò accadeva
con una frequenza quotidiana ad ogni rumore non sussisteva più nessun udito che
ascoltava, le parole come soldatini di piombo cadevano a terra disarmati,
sconfitti. L’aria spaventata cominciava a camminare in punta di piedi, lo
sguardo diveniva il padrone eterno di ogni bisogno.
Accadeva
pressappoco così, giungeva il silenzio e gli occhi divenivano polmoni che
immagazzinavano l’aria, le orecchie pronte a sterminare ogni tiepido rumore, le
labbra buttavano giù la serranda e chiudevano le inferriate, tutti divenivano i
servi di questi occhi protagonisti assoluti del silenzio. Come due amanti, che
ad ogni incontro spinti da un a passione troppo grande, forte, affamata, vorace
freneticamente cercavano uno l’angolo dell’altro dove incastrarsi e chiudersi
in sé.
Accadeva
così tra il silenzio e i suoi occhi. Avveniva sempre qualcosa: forse ciò che
deve accadere accade, qualcosa cambia, qualcosa decide di essere, di esistere.
LE
PAROLE.
Le
parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole
chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date,
scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole
ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei
giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e
nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano,
impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle
parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole
che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone
fanno il contrario di quello che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
Ci sono molte parole.
E ci
sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio
instabile grazie ad una sintassi precaria, fino alla conclusione del “dissi”.
Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si
lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi,
orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi,
ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono
allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico, per questa via
entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea
affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole
scorrono fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il
pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. È
il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche.
La
terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che
urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di
tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile,
baritoni trasbordanti, mezzi contralti. Negli intervalli, si ode il
suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come
le tempeste solari. Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è
detta perchè non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma.
La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde
che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi
bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per
questo urge mondare le parole, perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le
parole siano strumenti di morte, o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò
che vale il silenzio dell’atto.
C’è
anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il
silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il
silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto
la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e
quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane. Di questo
mondo e degli altri.
PAZIENZA.
Ciò che
conta davvero nella vita richiede tempo, non ci sono scorciatoie.
Viviamo
nell’era della gratificazione istantanea, del tutto-e-subito. Il progresso,
specialmente quello tecnologico, ci consente di non dover più aspettare per
ottenere ciò che vogliamo, perché quasi ogni cosa che desideriamo è diventata
accessibile immediatamente.
È un
discorso che ormai vale per ogni aspetto delle nostre vite. Pensiamo anche solo
ai medicinali: se oggi hai mal di testa, prendi una pillola e ti passa subito.
Non hai certamente risolto il problema che causa il mal di testa ma hai fatto
sparire i sintomi. Ti senti subito bene e non importa se avrai nuovamente mal
di testa in futuro, a te importa stare meglio ora.
Lo
stesso vale per le relazioni con le persone. Pur essendo tanti su questo
pianeta e pur godendo di un benessere mai visto prima, non siamo mai stati così
soli. La solitudine e l’isolamento personale renderanno la depressione la
malattia più diffusa al mondo.
Tante
persone si sentono sole ma invece di andare a cercare un contatto umano reale,
preferiscono quello virtuale dei social network. Magari scrivono a decine di
amici solo per ottenere una risposta, una qualsiasi risposta, e sentirsi meno
soli. Oppure cercano, attraverso un like
o un commento, di sentirsi valorizzati (nonostante l’errore più grande che tu
possa fare è permettere agli altri di decidere il tuo valore).
La
gente non va più ai concerti ma ascolta la musica in cuffia; non telefona ma
scrive in chat; non fa sesso ma
guarda i porno; non cucina più, ma va a mangiare fuori; non ripara le cose ma
le butta e ne compra di nuove; non si impegna a riparare una relazione ma passa
subito alla successiva.
Così
funziona il meccanismo della gratificazione istantanea: invece di dedicare del
tempo a se stesso, agli altri e ai propri progetti e sogni, ci spinge a
scegliere la strada più veloce e immediata. Così si vive meglio, pensano in
molti. Eppure la realtà è ben diversa: certe cose della vita, quelle belle e
importanti, richiedono tempo.
Non
esistono scorciatoie per la felicità.
Per
quanto ti possano provare a convincere del contrario, non esistono scorciatoie
per la felicità. Per avere una vita serena, nella quale ti svegli contento di
iniziare una nuova giornata e vai a dormire soddisfatto, una vita in cui hai
relazioni forti e sane, tante passioni e nessun grande rimpianto, ci vuole del
tempo.
Nell’era
della gratificazione istantanea, sembra un discorso vecchio e inutile. Per
molte cose ti basta tirare fuori lo smartofono,
perché mai dovresti aspettare? Perché sprecare tempo?
La
risposta è che il tempo che impieghi per qualcosa di importante, non è mai
tempo sprecato. In fondo è tutta una questione di valore: le cose che valgono
di più nella vita non si possono ottenere subito.
Ciò che
conta davvero richiede tempo.
Ecco,
per mettere in atto un cambiamento del genere, non basta studiare. Non basta
programmare. Non basta volerlo. Bisogna dedicare il proprio tempo al proprio
sogno. Solo con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni arrivano i
risultati che speravi. Non puoi ottenere tutto ciò subito, in alcun modo.
Oppure
pensa alla prospettiva di cambiare vita e lavoro. Pensi di poterlo fare dall’oggi
al domani? Ovviamente no, anche in questo caso è necessario del tempo.
Pensa
al viaggio: oggi le persone vanno in vacanza, che significa prendere un aereo e
ritrovarsi catapultati dall’altra parte del mondo su una spiaggia paradisiaca,
circondati da mille comfort. La
vacanza è immediata, il viaggio no, perché il viaggio richiede il tuo tempo,
per spostarti ma anche per visitare un luogo e coglierne la vera essenza.
O
ancora, pensa al tuo benessere fisico: credi che esista un medicinale, un
integratore o un rimedio naturale in grado di farti tornare in forma in un paio
di giorni? Ovviamente non esiste niente del genere. Solo prendendoti cura del
tuo corpo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, riuscirai ad
avere un corpo in ottima forma.
Essere
pazienti è la chiave.
La
gratificazione istantanea funziona solo per le cose illusorie e superficiali
della vita. Solo impiegare il tuo tempo può darti accesso a ciò che di più
prezioso esiste. Se vuoi avere un’esistenza piena e soddisfacente, dovresti
ritrovare e coltivare un’antica dote tipica di saggi e maestri: la pazienza.
Sii
paziente e costante e accetta il fatto che non tutto possa essere disponibile
subito. Fai del tuo meglio con quello che hai e cerca di migliorare la tua
situazione ogni giorno, almeno un po’. Per valorizzare il tuo tempo, devi
dedicare proprio il tuo tempo a costruire qualcosa di importante. Non ci sono
scorciatoie per raggiungere ciò che conta davvero.
10 EFFETTI
COLLATERALI DELLA CONSAPEVOLEZZA.
1) La
cerchia dei vostri amici si restringerà. I soliti discorsi vi sembreranno
sempre meno interessanti. Non potrete sostenere le conversazioni sul mondo che
va sempre di male in peggio, sulla colpa di quel tizio, eccetera. Diventerete
scomodi per i vostri amici, perché rovinerete il solito gioco.
2) Vi
sarà pesante fare il lavoro che non amate o fare ciò che non ha senso. Perciò,
sceglierete o di cambiare tutto, radicalmente, o di accettare e di impegnarvi
al massimo. Mancheranno i fattori che prima vi tenevano sul vostro lavoro (la
necessità, la paura, l’abitudine).
3)
Anche le vostre relazioni subiranno un colpo. La maggioranza delle relazioni
non sono unioni degli uguali, ma un insieme delle dipendenze e delle
compensazioni.
4) Vi
sentirete soli, perché saranno tagliati i rapporti costruiti sul vuoto, sull’egoismo,
sul consumismo. E questo nuovo vuoto prima vi spaventerà, ma presto si riempirà
con tutte le cose vive e vere che voi avete dentro.
5) Non
potrete più ingannare voi stessi o gli altri, sentirete qualsiasi bugia
interiore nelle parole, nei pensieri, nelle azioni.
6)
Capirete che la gente intorno a voi sta soffrendo. Non è la loro vita pesante
che crea questa sofferenza, ma il sentore che qualcosa non va, nella vita. Se
prima eravate molto occupati a vivere la vostra sofferenza, ora non ne avrete
più, e perciò potrete aiutare gli altri, nei modi che riuscirete a trovare.
7) Vi
vergognerete per le vostre parole e azioni del passato, perché capirete che la
fonte dei vostri problemi siete voi e non gli altri. Ma dopo che lo avrete
capito, la vergogna se ne andrà e arriverà una calma interiore.
8)
Parlerete meno, perché non ci sarà più posto alle parole pronunciate per paura,
per invidia, per egoismo. Non scriverete dei commenti pieni di indignazione nei
social, non li sentirete importanti. Capirete che il silenzio è veramente quell’oro
che prima non riuscivate a vedere.
9)
Crollerà il vostro quadro della realtà. Capirete che non esiste soltanto una
vostra opinione, l’unica giusta, e tutte le altre ingiuste, ma uno spazio
infinito delle varianti e delle possibilità. State vivendo quella vita che
meritate, e non ne avrete altra se non diventerete responsabili di ciò che
state facendo.
10)
Giorno dopo giorno, tutto ciò che è vero crescerà, si rafforzerà e metterà le
radici. Non è un processo piacevole, spesso si tratta della rottura delle
annose abitudini e degli stereotipi. Ma quando emergerete dalle macerie dei
cliché mentali, capirete che ne valeva la pena.
IL
BIDONE E GLI ALIENI.
Quand’ero
piccola, molto piccola, mia madre mi ripeteva sempre che non ero sua figlia,
che mi aveva trovato in un bidone. Suppongo (spero!) che lei scherzasse, ma non
può immaginare cosa sia accaduto alla mia infanzia da quando tirò fuori questa
storia. Insomma, chi mi aveva lasciato nel bidone? E perché? Inizialmente presi
la cosa in modo poco positivo, ricordo gli occhi lucidi sul mio bel visino in
carne e quella maledetta frangia che sono stata costretta a portare sino alla
prima elementare. Lacrime amare. Poi pensavo sempre al bidone, il bidone vicino
casa. Quando passavo da lì lo guardavo con gli occhi sbarrati. Insomma, per
giorni, forse mesi, entrai in uno stato di ansia precoce che a quattro anni non
è assolutamente una cosa bella. Poi successe qualcosa, qualcosa che fece traboccare
ogni mia speranza.
Oltre
che essere stata trovata in un bidone della monnezza ero pure figlia di alieni.
A quattro anni alieni non ricordo bene cosa poteva significare nella mia testa,
cosi presi coraggio e andai da mio zio (che all’epoca studiava all’università e
quindi sapeva tutto, oltre al fatto che lui mi capiva bene) e chiesi cosa
fossero gli alieni. Lui mi disse testuali parole: esseri viventi non
identificati che si suppone provengano da altri pianeti. Poi seguì: perché mi
chiedi questo? Ma data la situazione ero davvero occupata a riempire il mio
viso di lacrime e siccome odiavo farmi vedere piangere da lui scappai via.
Insomma, da quel giorno non aveva importanza più nulla, né l’uomo nero, né la
paura di Babbo Natale, addirittura non piangevo più la mattina quando mi
portavano alle suore (e non era per nulla cosa semplice andare all’asilo e
stare con le suore). Iniziai anche a fare gli incubi, anzi un solo, unico,
ricorrente incubo: mentre camminavo mano nella mano di mia madre e mia zia
qualcuno mi portava via. Una disgrazia era esplosa nel mio cervello. Caspita,
mi dicevo, ma allora sono orfana per giunta di esseri viventi non
identificati... Un tremendo mutismo si impossessò di me! Iniziai a vivere in un
silenzio costante, a volte mi nascondevo negli armadi con la paura che questi
esseri non identificati venissero a riprendermi dato che ero roba loro. Una
tragedia nella tragedia.
Naturalmente,
la tragedia più tremenda di tutta questa storia era la mia sensibilità e la mia
immaginazione. Poi negli anni crescendo questa storia andò smielando perché
quesiti di importanza maggiore avevano preso un posto fondamentale nella mia
esistenza. Uno di questi fu la mia dedizione per gli animali: avevo una missione
dovevo salvarli tutti. Non c’era più tempo per pensare agli alieni anche se
quando uscivo per strada e vedevo il bidone di fronte casa con accurata
destrezza passavo di lì con una velocità inaudita che neanche i Power Ranger!
Perché io in fin dei conti ero un alieno ed avevo i poteri sovrannaturali.
RIVOLUZIONARIA.
Sono
sempre stata una rivoluzionaria. Già il fatto di essere nata con organi
riproduttivi femminili era di per sé una rivoluzione.
Da
bambina ero però una rivoluzionaria silenziosa: tutta la rivoluzione era nella
mia testa: ho sempre avuto un immaginazione sin troppo elaborata. Una mania
esasperata per gli animali. Dovevo salvarli tutti, che fossero belli o meno,
anche i più ripugnanti volevo salvare. E così quando arrivava l’estate
nascondevo il sale a mia nonna affinché non lo buttasse sulle lumache senza
guscio. Quando giungeva il periodo della raccolta delle lumache c’era mio padre
che le metteva nella rete e io facevo la magia e la rete diventava vuota la
mattina dopo con lanci fenomenali nei vari giardini. Portare un topo in casa
mentre pioveva perché non potevo lasciarlo così per strada fu l’apice più
disgustoso per la gente che assistette a questa opera di sana follia.
I
ricordi che mi portano a questa mistica missione scoppiatami dentro risalgono
sin da tenera età quando frequentavo le suore, avrò avuto tre anni, e dopo ogni
temporale nel boschetto che in fin dei conti bosco non era ma era semplicemente
il giardino dell’asilo mi avventuravo a salvare ranocchi e passerotti sempre
con la paura che la statua di don Bosco mi beccasse in flagrante. Una miriade
di cuccioli di cani e gatti ficcati nello zaino della scuola per portarli in
casa senza essere sorpresa da mia madre che aveva un terrore indomabile per
ogni forma di vita non umana. Indiscutibilmente affetta dalla sindrome di Mosè,
volevo salvarli tutti!
A conti
fatti ho gli anni di Cristo e continuo a fare San Francesco anche se il taglio
di capelli non è proprio simile. Dovevo salvarli tutti... Ma oggi mi rendo
conto di come i miei cani abbiano salvato me.
IO
VOGLIO AMARE.
Tutti
sanno quello che non vogliono, concentrandosi esattamente su quello che non
desiderano magari spendendo una buona percentuale delle loro energie in ciò. Io
invece so esattamente cosa voglio.
Voglio
che le nuvole attraversino il cielo ogni giorno con una frequenza differente,
voglio che i temporali mi mettano ancora timore, voglio sentire a giorni
alterni il sole ed il vento, voglio godere dei mie cani ed anche dei loro peli,
del sorriso silenzioso di un passante che non sa nulla di me che in qualche
modo mi ha già capito.
Voglio
che quelle poche relazioni che ho siano però profonde e desidero sentire le
vertigini e la paura di quella profondità. Voglio che ogni giorno le mie amiche
sottolineano quanto io sia scema ed inusuale, che ogni giorno mi suonino le
orecchie perché mia nonna mi pensa ogni benedetto giorno che Dio ha creato,
anche se non mi manda un whatsapp.
Voglio che mia madre ogni santo giorno mi chieda se va tutto bene, ogni giorno
voglio avere incertezza di quello che accadrà. Voglio essere sempre così come
sono, come mi sono voluta, anche se significherà pagarne lo scotto. Voglio che
mio padre un giorno di questi venga e mi abbracci e mi dica che mi vuole bene
anche se già lo so e non sapeva come dirlo. Voglio che tutte le persone
ascoltino più loro stesse e ciò che le circonda. Voglio che tutto sia sempre
così complicato da poter mettere in discussione tutto e tutti e da una
complessità voglio che nasca la semplicità. Voglio amare con la carne, con le
ossa, con gli occhi, con l’ascolto voglio fare di tutto un capolavoro. Ma più
di tutto voglio avere un figlio. Voglio avere un figlio, per vederlo soffrire,
quando morirò. Per portarmi via qualcosa invece di andarmene a mani vuote. Per
avere qualcuno che soffra quando spirerò e non morire da solo.
ALLERGIE.
Ho
scoperto di essere allergica a molte cose superati i trent’anni. Ad alcune di
queste lo sono sempre stata; per quanto riguarda le altre sono venute fuori con
il tempo.
Ho
scoperto di essere allergica al qualunquismo già da piccola, al menefreghismo,
al qui e ora, al prendere senza mai donare, al non ascoltare ad essere uno
diversi dagli altri ma fine a se stessi, a vivere in un mondo bello d’immagine
e brutto di dentro.
Ho
scoperto di essere allergica ai finti sentimenti, alla gente che chiede e che
non sa svelarsi, a chi fugge pur di non incontrarsi, a quelli che si sentono in
pace con tutto e non sono in pace con loro stessi.
Sono
allergica al buonismo di mercato, a chi preferisce il buio alla luce del sole e
chi a tutti i costi cerca di creare luce quando è notte.
Sono
allergica al momento sbagliato, alla scarsa sincerità. Ho scoperto di essere
persino allergica a me stessa. Quest’ ultima è un allergia di accumulo: ci sono
periodi in cui sono un capolavoro e periodi in cui bisogna davvero lavorare
duro.
Ultimamente,
ho scoperto di essere anche allergica a te pur avendoti abbracciato. Dopo averti
abbracciato.
CRISI
ALLERGICA.
Parecchi
anni fa ho avuto una crisi allergica.
Nel
tragitto tra la stazione e la scuola di teatro che frequentavo, il prurito era
diventato insopportabile, mi lacrimavano gli occhi e meditavo di staccarmi il
naso. Arrivata dove dovevo arrivare mi si era gonfiato il collo ed era nata una
costellazione di bolle.
Avevo
diversi amici in quella scuola e altri che conoscevo poco. Tra quelli che
conoscevo poco ce n’era uno che pareva simpatico, ma poi chi lo sa, non ci
avevo mai parlato.
Il
tizio in questione viene con fare risoluto e dice, senti, è meglio se vai al
pronto soccorso. E io, ma no, dai, non è niente. E lui, guarda che è meglio, lo
so. E io, no, senti, lascia stare.
E lui:
è successo anche a mia cugina. Ti porto io.
Di
passaggi così, a caso, io, nella mia vita, ne ho accettati davvero pochi.
Perché poi dell’altro ti puoi pure fidare, ma chissà, magari ti molla a un
angolo di strada o è noioso da morire o ti vuol rubar qualcosa o dice A per
dire B o ti tratta male o alza la voce o boh.
Insomma,
l’altro alla fine fa quel che gli pare.
E
bisogna starci attenti. All’altro.
Però
quella volta, il passaggio l’ho accettato.
Un po’
di cortisone e il naso, le orecchie, la bocca e il collo sono tornati al posto
loro.
Riportandomi
a casa, il tizio, che conoscevo poco ma ora aveva un nome, mi ha detto, sai, la
storia di mia cugina non era vera, però tu al pronto soccorso comunque ci
dovevi andare.
Ecco, l’altro
magari si inventa le cugine, ma a volte val la pena fidarsi.
E visto
che domani tutti quanti, più o meno, si esce di casa, io me lo ripeto: val la
pena fidarsi. In tanti casi. E in tutte le fasi. Dell’altro vale la pena
fidarsi.
N.B. Io
e il tizio si è amici da mezza vita. Nonostante non avesse una cugina.
IL MALE
È UOMO.
Ho
fatto un incubo stanotte e mi sono svegliata alle cinque, roba di persecuzioni,
pensieri e persone del passato che tornano, ma invece di lasciare che l’angoscia
s’impossessasse di me ho letto alcune pagine di Dostoevskij e ho riflettuto sul
male (se ne parla poco, in effetti, ma c’è, ed è subdolo) che un uomo può fare
a una donna riaprendole antiche ferite. Ecco, quella precisa mancanza di tatto,
comunemente definita stupidità, potremmo anche chiamarla crudeltà
inconsapevole. Myškin è forse il più affascinante personaggio letterario di
tutti i tempi, in effetti non esistono uomini così, non so se Gesù Cristo fosse
così, se lo fosse Siddharta. I profeti, i santi, probabilmente nel dono
assoluto di sé sanno essere completamente puri. Ma gli uomini no. Gli uomini
sono per lo più meschini, e spesso mi trovo a combattere con la loro
meschinità, e sicuramente anche con la mia. Una persona stupida non è una
persona estremamente buona, o ingenua; una persona stupida è capace di
qualunque crudeltà, senza neppure rendersene conto. La stupidità è l’arte della
mancanza di tatto. Quanti ne ho conosciuti così! Uomini stupidi e meschini. Chi
usa la tua sofferenza contro di te sta solo degradando sé stesso, e non
crediate che non paghi. Nessuna vendetta personale, sarebbe sciocco appunto.
Tutto si paga, non si sfugge alla legge, tutto il male si paga sempre, anche
quello che ci si infligge da sé.
ACQUA
BOLLENTE.
Mi sono
scottata una mano con l’acqua bollente. Io mi scotto SEMPRE le mani quando non
sto attenta o quando dovrei essere più attenta, che è la stessa cosa ma non del
tutto, perché una è già passata mentre l’altra la posso fare domani, domani
posso stare più attenta.
Ho
mandato a mia mamma una cosa che ho scritto, lei ha detto, è bellissimo, io ho
detto, mi pare così naif, lei ha
detto, no, va bene, e mia mamma non fa i complimenti a caso.
Ho
trovato un insetto nel bagno, non era uno scarafaggio e nemmeno qualcosa che
punge, ho pensato, perché nel mio bagno?, che brutto, ma poi ho pensato anche,
capita.
Ho un
cane che non stava bene, ma ora sta meglio, mi dico, che triste però essere
lontana da lui, ma il cane ora dice, sto meglio, dai, non rompere, ti aspetto.
Mi sono
successe così tante cose (mi succedono così tante cose) che dovevano avere un
finale e poi invece ne hanno un altro, che alla fine, mi dico, che senso ha aver
paura di quel che è stato? O di quel che sarà.
FOTOGRAFIE.
Ci sono
posti che in foto non vengono mai bene. Perché sono posti felici. E i posti
felici non si fanno fotografare.
Il mio
posto felice è una spiaggia della mia Sicilia che si chiama La Playa, con la
sabbia finissima e dorata che pare di stare alla Hawaii.
Ed è un
posto così felice che mi sono fatta una foto in cui sono davvero felice, ed è
una cosa stranissima perché io in foto quasi mai sono felice. Mio fratello
Gabrio (come lo chiamo io, ma in realtà lui si chiama Gabriel, e non è nemmeno
mio fratello ma mio cugino, ma io lo amo come se fosse un fratello o anche di
più, come se fosse un figlio, non lo so, non è che l’amore lo puoi misurare
precisamente, ma quando lo guardo mi viene da piangere perchè penso a quando
era piccolo e io lo portavo in braccio, penso a tante cose belle e a tante cose
brutte, ma la vita è così, bellezza e terrore, ma forse è più bellezza che
terrore perchè in fondo essere vivi è essere felici, come diceva mia mamma, che
però adesso è morta, ma questo non importa, perchè quello che dici rimane per
sempre, e questo è triste, perchè se dici una cosa brutta questa se la
ricorderanno per sempre tutti e a me questo non piace, anzi non lo accetto
proprio), comunque mio fratello Gabrio dice <<Ma non sei mai felice nelle
foto!>> e ha ragione: non sono mai felice nelle foto. Mai. Eppure in
questa foto lo sono.
Perché
le cose felici magari non si fanno fotografare, ma le persone felici si vedono.
E sono belle (e fortunate, lo so). In fondo, essere vivi è essere felici.
Fidatevi di mia madre, che non diceva le cose a caso.
IN-DEBITO.
Una mia
amica dice che ci sono due tipi di persone, quelle che si sentono sempre in
debito e quelle che si sentono sempre in credito.
Io e te
ci sentiamo sempre in debito, dice la mia amica. A noi, dice, se una cosa va
male, viene da pensare che è perché ce ne è andata una bene e, insomma, bisogna
equiparare. A noi, dice la mia amica, pare tutto da conquistare, quasi niente,
ripete, da guadagnare e si ci trattano male, alla fine, si vede che ce lo
stavamo a meritare.
Una
volta, mi ricordo, mi ha detto che alle cose belle seguono sempre quelle
brutte. E ho provato, ad obiettare, ma la questione era logica, sul piano del
bene e del male, quindi non mi è restato che imparare.
E così
mi sono abituata a pesare le cose per quel che danno e tolgono, a tutte le
ragioni per cui non ci si può fidare e al domani che ti viene a cercare per
chiedere il conto di una mezza felicità che hai sentito arrivare.
Così mi
rimane, nella testa e un po’ anche nel fiato, il desiderio di far parte di
quell’altro lato. Il lato di quelli che esigono la parola e il dono e il
corrispettivo dell’impegno e il cestino di frutta e il bacio sulle labbra. Il
lato di quelli che senza chiedere ti prendono la mano e con la mano il cuore,
anche se non glielo hai dato e non se lo sono guadagnato. E mi piacerebbe, sì,
sapere, come loro sanno, chiedere quel che non ho conquistato.
Ma in
fondo, comunque, quel che desidero più forte è solo qualcuno che non sta da
nessun lato.
CAFFÈ.
C’è un bar, carino, dove bevo sempre un caffè
quando vado in un tale posto a una certa ora che è l’ora giusta per bere il
caffè.
Sono
gentili. Mi dicono, cara, non te lo do lo zucchero che lo so che lo bevi amaro
che è diverse volte che vieni e ti riconosciamo pure con la mascherina e i
capelli stropicciati o legati, cara, te lo porto io il caffè al tavolino, anche
se noi non si fa il servizio al tavolo, cara, te lo portiamo noi, il caffè,
arriviamo, vai tranquilla, noi ci siamo.
Il bar carino. Che aveva tenuto il caffè a
un euro anche post chiusura perché sai, cara, poi uno alza il prezzo ma se vuoi
tenere i tuoi clienti mica puoi fargliela pagare a loro (loro cosa c’entrano),
cara, che è colpa della pandemia del sistema di mia zia.
Colpa
di tutti e di nessuno, cara mia.
Per cui
un euro prego, grazie, prego, alla prossima, cara, a domani, a domani l’altro,
a quando vieni come vuoi. Ciao.
Eppure
oggi il caffè carino nel posto carino costava un euro e venti.
Ho
pensato, ma non era che non si doveva, che non si poteva, che non si faceva: di
alzare il prezzo del caffè?
Eppure
lui era gentile come prima con l’aria lieve di prima col caffè buono come prima
e con me davanti (che ero esattamente come prima), e allora mi è passato tutto.
Era tutto come prima. Tutto uguale a prima.
E mi
sono detta che forse si fa meglio a essere clementi, con chi cambia l’idea di
prima.
Che
magari lo fa proprio per quello, per tenere per mano quello che era bello.
CINEMA.
Oggi
sono andata al cinema da sola, che è una delle cose che mi piace di più insieme
a carezzare il mio cane e a fare il bagno (in ordine sparso, non di
importanza). E ci sono andata tutta contenta e fiera, con grande anticipo e il
posto prenotato e la musica nelle orecchie e l’aria gelata sulla faccia che
finalmente fa il freddo giusto di Novembre.
Ci sono
andata concentrata sui miei piedi e sul mio film e sui miei capelli raccolti e
sul cappotto.
E poi
sono anche arrivata e ho fatto la coda perché lo puoi anche prenotare, il
biglietto, ma la coda la fai lo stesso ed è giusto così, così te lo godi il
film, lo hai conquistato.
Buongiorno,
dico. La signora alla cassa mi guarda. Buongiorno, ridico, ho il posto X
prenotato per il mio film che vedrò da sola, fieramente, col mio cappotto sulle
ginocchia e il tuppo.
La
signora parla, io sento la sua voce lontana, lontanissima. Eh? dico. La signora
mi parla di nuovo, severa. Io prendo il portafoglio. Lei mi riguarda, più
severa.
Non mi
sente perché ha le cuffie, dice, lei non mi sente perché ha le cuffie.
Sì, ho
le cuffie (e sono concentrata sul mio film, il mio cappotto e i miei capelli).
Ho le cuffie e sono da un’altra parte, in un angolo remoto di me stessa, fatto
da me e me solamente, per cui no, non me ne sono accorta di avere le cuffie,
sto in un altro luogo tempo momento, in un antro del mio cervello dove tutto
quello che è fuori di me non mi riguarda non mi tocca non suona alle mie
orecchie.
Mi
scusi, dico, mi sono dimenticata di avere le cuffie.
(E
anche di stare in un mondo più largo del mio, vorrei aggiungere.)
RAPE.
Oggi ho
imparato due cose. La prima è che mi piacciono le rape. L’inverno scorso lo
avevo sospettato, ma adesso, dopo averle comprate al mercato, lo so con
certezza. Mi piacciono le rape lesse, che sembrano patate ma sanno di rape.
La
seconda è la questione dei posti a sedere sul treno. Io, tutte (tutte) le volte
che ho il posto prenotato sul treno sono assalita dall’ansia della truffa. La
truffa consiste nel fatto che: o sbaglio carrozza e verrò cacciata, o ho letto
male il numero del posto e verrò cacciata, o ho proprio preso un treno che va
da un’altra parte quindi non solo verrò cacciata ma verrò anche fatta scendere
dal treno, arriveranno dei poliziotti (o controllori, è uguale) che mi
prenderanno sottobraccio come i gendarmi di Pinocchio, mi porteranno in una
stanza con le sedie di plastica, telefoneranno a mio padre, non mi daranno da
bere per tre giorni e per tre notti, e poi mi rilasceranno sulla banchina. Senza
biglietto.
Comunque,
la cosa che ho imparato sulla questione del posto sbagliato sul treno (che è,
evidentemente, una paranoia) è che è la metafora della mia vita. Perché io
sempre, sempre, credo di stare nel posto dove non dovrei stare. E sto, eh, non
è che non sto, ma so perfettamente che il mio numero è un altro, che il mio
sedere dovrebbe essere su un sedile che non è il mio, che il mio treno era
prima o dopo o ieri l’altro. Che non sto guardando l’orizzonte giusto, che ho
sbagliato tempo, che ho detto no ma dovevo dire sì, che se facevo A dovevo fare
B, che ho tagliato i capelli ma i capelli mi stanno bene lunghi. Un inferno! Mi
sento sempre fuori posto, e mi pare che tutto quello che mi riguardi sia anch’esso
fuori posto: per esempio mi sento sempre il cuore in gola e le farfalle nello
stomaco. Ma le farfalle non dovrebbero stare nello stomaco, dovrebbero stare in
aria a danzare sui giardini. Un vero inferno!
Però le
rape sono state un’illuminazione. Perché sulle rape non ho mai avuto alcuna
aspettativa né proiezione, non ho mai detto, mangio le patate ma dovrei
mangiare le rape, conosco le carote eppure dovrei interessarmi alle rape. No,
non l’ho mai fatto. Le rape sono venute da sole, senza che io facessi niente.
Mi è bastato avere abbastanza fiducia da comprarne cinque al mercato per capire
che loro, le rape, erano una buona scelta.
Mi è
bastato pensare di fare una cosa giusta, per non pensare di farne una
sbagliata. È un buon trucco, aver fiducia del fatto che si è capaci di fare la
cosa giusta. Un buon trucco. E questa credo che sia stata la terza cosa che ho
imparato.
A BASSA
VOCE.
Comunque,
le cose che ho imparato, le ho imparate a bassa voce. Me le hanno dovute dire
piano. Nessuna esplosione e nessun urlo. Piccoli fuochi, leggeri, che non
scottano.
Le cose
che ho imparato, le ho imparate casualmente, dolcemente, come parole nuove. E
le parole nuove van dette in punta di labbra, altrimenti scappano e non le
trovi più.
Le cose
che ho imparato le ho imparate a passi cauti, guardando bene il cielo e la
terra. Le ho imparate senza correre, per non calpestare i fiori. Sono delicati,
i fiori appena nati.
Le cose
che ho imparato non le ricordo tutte, come si fa a ricordarle tutte?, mi dico.
Ma ne ricordo alcune. Ricordo le cose che mi hanno insegnato con cura, con
cautela, senza rabbia.
Non ho
imparato dalle ferite, io. Ho imparato dai baci sottili e dalle carezze fini. E
allora, pretendo dal mondo una certa grazia. E poco dolore.
PELLE.
Ogni
tanto mi guardo e penso che ho la pelle sottile che aveva mia nonna. Proprio la
sua. Una pelle così sottile che delle mani intuivi le ossa e delle braccia
vedevi il ricamo del tempo.
Una
pelle semplice, in fondo.
Quando
la vedo, però, la mia pelle sottile non mi piace molto, porta le linee del mio
umore e quelle dei giorni. Non si difende, la pelle sottile. Ho sempre pensato
che la mia pelle, che lascia intravedere il percorso del mio sangue, fosse
troppo vulnerabile. Quelle linee viola e blu delle quali non intuivo, non
sapevo né la partenza né l’arrivo, mi mettevano a disagio. Mi sembra tutto
fragile, come la luce indaco che per un attimo solamente apre il giorno.
Questo
reticolo bluastro dove cerco di leggere lettere figure e nomi- che leggo
solamente frastagliati, a me proprio non piace. Vorrei essere scura, grattarmi
senza creare autostrade rosse, vorrei essere anche un po’ tracotante, stare al
sole senza morire di bolle, con le gambe ambrate a tinta unita... Invece no... sono
trasparente, come la busta delle verdure all’Esselunga!
La
vorrei dura, coriacea, liscia, lucida come una lastra di marmo, d’acciaio, o
meglio ancora d’oro, questa mia pelle.
Solo
che poi, lo so, non avrei più quel languore. Quel languore delle cose che
vibrano sotto le dita di chi ha la pelle sottile.
Sotto
le dita di quelli senza armatura.
Esposti
al vento, al cielo, alla vita.
Sì,
pure a quella, perché no?
NANCY.
Mi è
venuta in mente quella volta in cui mi sono persa, a Nancy. Ero lì perché
facevano una presentazione di un mio testo e quando è finito, che era sera, non
tanto tardi ma comunque sera e buio, sono andata verso l’hotel. E mi sono persa.
Ho
iniziato a girare attorno a una piazza dove c’era una specie di luna-park (con le lucine e l’odore di
frittelle e tutto quanto) e ogni tanto prendevo una via ma era sbagliata, e
allora ne prendevo un’altra, ma era sbagliata pure quella, e non avevo internet sul telefono e non sapevo dire
niente in francese e c’era molta gente che si divertiva e a me la gente che si
diverte fa sempre un po’ paura, che lo so che non è razionale che faccia paura
la gente che si diverte, ma è così, sono così, a me più di cinque persone per
volta fanno paura, hanno sempre fatto paura, e infatti chi mi conosce sa che mi
deve invitare solo a tête-à-tête, che è lì che do il mio meglio, non in mezzo
alla folla, no no.
Insomma,
mi sono persa. E ho chiamato mio padre. Mio padre, che non è una bussola e
stava a mille chilometri, ha detto: sei lì, hai visto una cosa tua, che importa
se ti sei persa, tanto ti ritrovi, non è bello? E infatti era bellissimo. E mi
son ritrovata.
Conviene
sempre pensare alla cosa più bella, quando ci si perde.
Così torni
lì.
E ti
ritrovi.
CASA.
Se
fossi molto ricca avrei tante case. Una per ogni posto che mi piace, per ogni
posto che ho attraversato, un po’ a zonzo, come faccio io.
Se
fossi molto ricca mi porterei il mio cane dappertutto, in tutte le case
comprate, in ogni via vicino alle case comprate, su tutti i treni che dovrei
prendere per andare alle mie case comprate.
Se
fossi molto ricca avrei gli occhi affacciati alle finestre di tante persone
perché, avendo molte case comprate, potrei vedere un sacco di cucine e corridoi
e luci della sera sempre diverse, standomene comodamente seduta nei miei tanti
salotti delle mie tante case.
Le case
comprate.
Ma non
sono molto ricca e non ho (ancora) tante case comprate, così faccio di dove sto
un piccolo rifugio antiaereo, un avamposto della felicità, un inizio.
E ci
sto bene, anche senza le case comprate che (forse) un giorno comprerò.
Perché
mi piace così, stare a casa dove sto.
L’ACCENDINO.
Succede
che ho un po’ di tempo e allora bevo un caffè (da asporto, sì sì) e poi penso,
ecco, mi metto qui tra le auto, appartata, a 11 metri da chiunque altro, faccia
al muro, e mi fumo una sigaretta.
Ma ho l’accendino
sbagliato.
Ne
avevo due, uno giusto e uno sbagliato, e io ho preso quello che fa cic cic e non si accende, quindi ho
preso quello sbagliato anche se ha il colore più bello dell’altro, quello
giusto. Insomma, non posso accendere.
Che
faccio?
Non si
chiede più l’accendino, in questo periodo, mi dico, non ci si può stringere la
mano, si aprono le porte con il gomito, si chiude l’ascensore con un piede, si
tengono i soldi con il mignolo. Se chiedo da accendere a qualcuno probabilmente
sgrana gli occhi, mi fissa come fossi un cane ferocissimo e fa finta di essere
sordo.
Ma c’è
un ragazzo carino vestito a puntino che cammina impavido. Fumando.
Scusa,
mi fai accendere?
Mi
guarda.
Io
abbozzo, eh, lo so, in questo periodo... (Ma che ho detto? Che ho detto? L’ho
detto davvero!?)
Sì, fa
lui.
E mi
passa l’accendino.
Accendo.
Tra me
e lui il suo braccio e il mio braccio a tenere la giusta distanza, solo l’accendino
ci unisce. Per un microsecondo.
Tienilo,
dice.
E io ci
rimango male.
Per un
gesto gentile, ci rimango male. Penso, ecco, vedi, ha paura, non gli va di
toccare una cosa che ha toccato un altro, adesso gli do l’amuchina, ce l’ho,
gli dico che se è preoccupato ho il disinfettante, che grazie, ma non è che si
deve esagerare e regalare un accendino perché stai in ansia, voglio dire, al
supermercato tocchi cose che hanno toccato altri e poi ti lavi le mani e a
posto. No?
Ma lui
dice: ne ho due.
E ne
tira fuori uno verde.
Grazie,
faccio io. Con una voce squillante che più squillante non avrei potuto. (Grazie
che sei solo gentile, che hai due accendini, che mi dai quello giallo che a me
il verde piace meno, grazie perché alla fine non tutto gira intorno al
disinfettante per le mani. Grazie.)
Prego,
dice lui. E se ne va.
Per un
minuto ho creduto che fosse una strategia. Hai due accendini così se qualcuno
te lo chiede tu glielo regali e sei a posto, al sicuro. Una buona strategia.
Poi ho
immaginato persone che vanno in giro con una sporta di accendini, per scampare
il pericolo.
E alla
fine ho pensato a me. Al mio nuovo accendino giallo come il sole.
E mi
son detta che il rischio maggiore no, non era l’accendino.
Era la
paura della paura.
LA
TABACCAIA.
C’è una
tabaccaia. E abbiamo fatto amicizia perché lei compra le gauloises solo per me. Una stecca a settimana, ma in questi giorni
di feste ne ha prese due, per sicurezza, che lei lo sa cosa vuol dire per una
fumatrice non avere le sigarette. Anche se c’è da dire che ha tenuto aperto il
negozio persino la mattina di Natale, perché se uno riceve un regalo e non ha
da ricambiare almeno può andare da lei e da lei è pieno di piccoli doni, dalle
calze alle saponette, passando per una quantità spropositata di caramelle.
Comunque,
io e la tabaccaia non siamo poi così distanti d’età, ma lei mi ha chiesto se
sono ancora studentessa. E ho dovuto ammettere di no, a malincuore. Scrivo, le
ho detto, poesie e romanzi. Mi ha guardato seria, del resto con la mascherina
se uno ha gli occhi seri lo noti subito, e ha detto: bello. Senza nessun tipo
di stupore o meraviglia o pregiudizio o invidia o boh. Ha detto bello solo
perché le sembrava bello. E poi mi ha spiegato che lei ha studiato lingue e
anche adesso se deve imparare una lingua è velocissima e che voleva insegnare,
quando si è laureata, ma non c’erano concorsi per entrare in ruolo, e che poi
si è sposata e ha avuto un figlio e ha rilevato la tabaccheria e adesso ce l’ha
e quindi basta con le lingue e l’insegnamento.
E
allora anche io ho fatto gli occhi seri, che lei avrà visto grazie (grazie)
alla mascherina, e stavo per dire, dai, magari lo potresti pure fare adesso il
concorso e sì lo so è difficile, se hai pure un figlio allora devi occuparti di
lui e quindi eh, ti capisco, alla fine hai dovuto stare qui con la tua
tabaccheria, la vita a volte, eh, già, cavoli, però...
Ma lei
ha detto un’altra cosa, ha detto: è bello.
Lo ha
detto senza nessun giudizio, rimpianto, recriminazione, malinconia.
E io ho
chiuso la bocca.
E per
fortuna (per fortuna) c’era la mascherina, così non ha visto che ero lì,
pronta, a raccontarle com’era la sua vita.
Bello,
ho detto anche io. Bello.
E
quando sono uscita ho pensato che la prossima volta che qualcuno mi racconta
qualcosa, mi fa il dono di raccontarmi un pezzetto della sua vita, io lo
ascolto. Lo ascolto e basta. E non ci appiccico sopra la mia idea della
felicità.
Perché
non la conosco, la felicità degli altri.
E mi
son sentita leggera, ma leggera eh. Che per fortuna il mondo è molto più ampio
del mio cervello.
REGALO
DI NATALE.
Qualche
anno fa, per Natale, volevo tantissimo un vocabolario. Un Devoto-Oli spesso
come una scatola di scarpe (scarponcini numero 45, almeno) e alto più di tutte
le mensole della mia libreria. Un librone magico, un amuleto di verbi, nomi,
pronomi, aggettivi eccetera eccetera. Fantasticavo di cercarvi una parola al
giorno, di aprirlo a caso per trovare un segno, un senso, la risposta ad una
domanda, un’invenzione, un lampo.
Ecco,
quest’anno lo avrei voluto di nuovo, un vocabolario. Anche se non sono più così
legata al Devoto-Oli e Google sforna
significati senza bisogno di girare pagine, lo avrei voluto proprio. Un
vocabolario spesso some una montagna, scritto piccolo piccolo come si scrivono
i segreti. Un vocabolario pieno di parole. Che io quelle vecchie non le voglio
più.
UN
VECCHIO.
Quel
signore camminava piano. L’ombrello a fare da bastone. Camminava lento, ma più
veloce di me sulla salita. Piedi allenati al bosco, mi sono detta: i miei passi
sanno solo di città. L’ho seguito mantenendo una certa distanza, non si
disturba la solitudine, quando è quieta.
Il
punto di non ritorno è stato all’incrocio di tre sentieri. Ha esitato. Ha
poggiato con forza l’ombrello sulla terra. Si è spostato il cappello. E mi ha
guardato.
Mi sono
fermata. Ho fatto un cenno, piccolo, un cenno che era un po’ mi scusi, non
volevo. Non volevo guardarla, non volevo essere qui nel suo silenzio, non
volevo vedere il suo ombrello. Non volevo.
E lui
ha sorriso forte. Buongiorno, ha detto. Poi si è girato, ha preso la sua strada
tra gli alberi, ed è sparito.
Io non
so perché mi dimentico sempre che il mondo è di tutti.
Per
fortuna ogni tanto incontro qualcuno che se lo ricorda.
PRECAUZIONI.
La
signora che sceglieva le verdure era piuttosto contrariata. Non riusciva ad
aprire il sacchetto. Non si può aprire il sacchetto con quei guanti lì, perché
non sono guanti, sono sacchetti anche loro. Sacchetti in cui infili mani che
diventano sacchetti che non aprono più sacchetti.
Era
molto, molto contrariata, la signora.
Era
contrariata quando aspettavo il mio turno per pesare i mie sacchetti che avevo
miracolosamente aperto con i miei guanti-sacchetto. Era contrariata quando ci
siamo incontrate al reparto frigo. Era contrariata quando sceglievamo il caffè.
Ed era contrariata quando stavamo alle casse.
Era
contrariata.
Il
confine del contagio è ogni giorno più sottile, ho pensato.
Ed ero
contrariata pure io.
Ma
adesso mi dico che forse la signora aveva avuto solo una brutta giornata, e
quando si ha una brutta giornata si ha bisogno di un abbraccio.
Però di
questi tempi gli abbracci sono pericolosi.
A
pensarci bene, è un buon motivo, per essere contrariati.
(Senta,
signora, domani sarà meglio. Io lo so.)
LONTANO
LONTANO.
Vi ho
già parlato di mio fratello, che si chiama Gabriel ma io lo chiamo Gabrio e in
realtà non è mio fratello ma mio cugino ma io, se avessi avuto un fratello, lo
avrei voluto proprio come lui, ma che dico? lui è proprio come mio fratello. Comunque,
mio fratello è uno schianto. Non per dire: è proprio uno schianto. È bellissimo,
chiaro di capelli, forte, con gli occhi verde smeraldo come il mare di
Agrigento, anzi come due smeraldi, e lo sguardo imbronciato che hanno quelli
intelligenti. O, almeno, così io me lo immagino.
Mio
fratello è un artista e me ne frego se gli dicono che deve fare un’altra cosa
per guadagnare perché io lo so che lui è un’artista. E lo sanno almeno altre
mille persone che lo conoscono e almeno un altro milione che in parte lo
conosce e in parte di sicuro lo conoscerà. Solo lui non lo sa.
Mio
fratello dice che lui la mattina apre una cerniera che ha sul petto (non si
vede quando è vestito e non si vede nemmeno quando è nudo perché è magica) e da
lì esco io, che faccio la metà del suo peso e due terzi della sua altezza,
quindi ci sto benissimo.
Mio
fratello dice di essere la mia custodia. Ed è vero. Anche se quando era piccolo
gli davo i pizzicotti forte e lo incolpavo di avere sporcato coi pennarelli la
trapunta nuova, e invece ero stata io.
Mio
fratello mi chiama “amore” e io chiamo “amorino” lui (ma solo perchè è più
piccolo d’età, non d’amore).
Mio
fratello ha un’apertura d’ali così grande che quando sono triste mi prende e mi
porta via. E voliamo insieme. Via. Lontani. Lontano da tutto e da tutti.
Lontano da questo mondo che non ci vuole. Lontano lontano.
IL
CATINO.
Il mio
cane, la prima notte che era con me, ha dormito in un catino. Uno di quei
catini che si usano per il bucato. Un catino blu, per essere precisi. Diametro
quaranta centimetri, direi.
Il mio
cane, già allora, era troppo grande per stare in quaranta centimetri, infatti
ci stava stretto. Ma lui ci teneva, a stare nel catino. Così, per tutta la
notte, io ho sentito BUBUMBUBUBUM. Era lui, che cercava di allargarlo, il
catino. Io gli dicevo, dai, su, vieni fuori, non fare così. Ma niente: mi
guardava con gli occhi da cane che pensa, tu non capisci, non sai che brutto è
fuori di qui.
Poi, ha
deciso che era il momento ed è uscito. Così, come se niente fosse. Il catino
non si allarga, si sarà detto, devo pensarci io.
A volte
siamo disposti a stare in spazi piccolissimi. Ma dopo un po’ ci stufiamo. Per
fortuna.
LE
CHIAVI DI CASA.
Mi
capita di dimenticare le chiavi fuori dalla porta. Come a dire, siete invitati,
potete entrare.
Una
volta le ho abbandonate tutto il giorno. Sono uscita, ho lavorato, ho
incontrato persone, ho fatto cose, ho pensato, e alla sera sono tornata. Non le
ho nemmeno dovute cercare, le chiavi, mi aspettavano. Come a dire, nessuno
entra se tu non sei in casa.
Non ho
capito se lasciare le chiavi fuori dalla porta, nella toppa, pronte, è segno di
fiducia, di coraggio o di distrazione. Non ho ancora capito.
Quel
che ho capito, però, è che se lasci le chiavi fuori dalla porta nessuno avrà
voglia di scardinarla. E vale per le case, ma pure per le persone. Se avessi la
chiave di me, mi piacerebbe dimenticarla sull’uscio. Per provare.
LIBERTÀ.
Che
cosa significa libertà? Che cosa comprende la libertà? Che limite ha la
libertà?
E poi.
Chi stabilisce quel limite? Che cosa stabilisce quel limite? Essere liberi,
fare una scelta libera, volere la libertà sono movimenti che tendono allo
stesso obiettivo? E quell’obiettivo è necessariamente buono? La mia libertà può
davvero tenere conto della tua? Oppure, deve, comunque, tenere conto della tua?
Io non
lo so. Non lo so bene, intendo. O comunque, non so rispondere con un sì o con
un no. A nessuna di queste domande.
Però
penso che, liberamente, si possa scegliere di fare qualcosa che ci sembra bene
(anche se poi è male). E che, liberamente, si possa scegliere di fare male
(anche pensando che sia per un bene).
E poi
penso che, in ogni caso e sempre, si sia responsabili della propria libertà.
Della sua cattiveria e della sua bontà. Dei feriti che lascia. Delle felicità
che dona. Di tutto, insomma.
Alcune
persone intendono la libertà come una sorta di legittimazione ad atti che
legittimi non possono essere, mai. Atti come fare del male, fare soffrire,
abbandonare, tradire. Uccidere, persino.
Io non l’ho
fatto. Non l’ho fatto perché questi atti legittimi non sono. Non lo sono per la
legge, non lo sono per il dolore che provocano. Non lo sono per l’etica e per
la morale. E non lo sono nemmeno per me.
Eppure,
al di là della mia (nostra) volontà e al di là della mia (nostra) opinione,
questi atti sono. Ci sono. Accadono.
E non
sempre hanno una ragione, non hanno sempre un senso, non hanno un perché. E
spesso nemmeno una colpa o qualcuno da punire.
(Questo
sì, dovrebbe fare paura, il senso che non c’è.)
Quindi,
a dire la verità, credere che compierli o non compierli sia una decisione del
tutto umana (in cui Dio, la società, la legge, la povertà, il destino e
vattelapesca non c’entrano nulla) è qualcosa che mi rassicura molto. Perché io,
in ogni caso, ho fiducia nell’umano. E ho fiducia nell’umano perché l’uomo è
libero. Libero di fare bene e libero di fare male. E almeno al cinquanta per
cento delle probabilità, farà bene.
E il
cinquanta per cento delle probabilità è molto più delle probabilità che abbiamo
di vincere alla lotteria.
MANCATA
BONTÀ.
L’ho
mancata non so quando esattamente. Vorrei saperlo.
L’ho
mancata una mattina a colazione, perché ho scoperto che non mi piaceva il
latte. E siccome il latte è buono deve piacere a chi è buono.
L’ho
mancata una sera in cui ho scarabocchiato sulla trapunta di mio fratello e poi ho
dato la colpa a lui.
L’ho
mancata perché ho guardato la televisione di nascosto, ho desiderato la
coca-cola a pranzo e il gelato al mattino. L’ho mancata perché ho detto che
avevo portato a passeggio il cane e non lo avevo fatto, perché ho perso una collana
e non l’ho mai confessato.
Perché
ho nascosto più di un amore, parlato alle spalle, scritto segreti in diari che
volevo venissero letti, detto insulti in solitudine, amato canzoni improbabili
e vergognose.
Perché
ho sempre studiato troppo e non sono mai andata a scuola impreparata. Perché ho
molti cappotti e un odioso cuore di cane. Perché per anni non ho saputo chi
erano i Led Zeppelin.
Perché
ho la pelle troppo chiara, i polsi troppo sottili e il fiato di sigarette.
Perché mi arrabbio troppo poco e medito vendetta, ma poi non la applico. Perché
certi pensieri li censuro prima di formularli, e non fa bene. Perché non sempre
ho un’opinione, oppure non ho voglia di dirla.
La mia
mancata bontà sta nella pazienza che non ho mai perso del tutto, in quello che
voglio fare e faccio fatica a dire. E nel cuore oltre l’ostacolo che poi, oltre
l’ostacolo, non riesco a buttare.
Oggi
festeggio la mia mancata bontà. Alè.
CONTROLLATI
O CONTROLLORI?
Qualità
o quantità. Qualità versus quantità.
Un tema
scottante. Attuale. Uno di quei temi da talk
show, da eco-finanza illuminata e da teatranti alle prese con i contributi
pubblici.
Il tema
degli inetti e dei bravi studenti. Il tema dei primi della classe. il tema di
chi si mette l’asticella sempre più in alto, di chi vuole superare il tempo
migliore, di chi non si accontenta. Ma anche il tema dei fannulloni, di quelli
che giocano al ribasso, dei famosi imboscati. E degli intrallazzoni.
Perché
la questione è evidente, lapalissiana (parola odiosa), eppure assai dibattuta.
La qualità non è quantificabile. La quantità non è qualificabile.
Ovvero:
chi controlla i controllori? I controllori sono incontrollabili!
Alla
fine trattasi di fede (non di fiducia) la stessa fede che si applica ai dogmi,
agli ideali, e alla nascita dell’universo.
Quel
che non si può controllare è oggetto di atto di fede.
Abbiate
fede (speranza e carità sono la diretta conseguenza), sappiate che chi giudica
se la vostra quantità si tramuterà in qualità o la vostra qualità si farà
quantità numerabile (dieci, venti cento punti qualità, olé!) è il vostro
controllore.
Amatelo
per questo.
Il
padre buono o cattivo, reale o putativo, che valuterà, e di voi deciderà (che
poi decidere ha la stessa forma di recidere, che, pensa un po’, significa tagliare...
Ah, le parole che grande invenzione!).
Ma no,
scusate, non esageriamo. Stiamo sottovalutando un aspetto fondamentale: l’imponderabile.
Ovvero,
anche lo spazio di manovra dei controllori è limitato: dal contesto.
Il
contesto determina, definisce, impone. Il controllore si muove nei meandri del
contesto, è costretto a barbatrucchi di ogni sorta per arginarlo, muoversi ai
suoi limiti, recuperare una piccola parte di libertà... È difficile, ma è un
lavoro necessario.
E così,
tra controllori in cui aver fede, numerini e numeretti, che sono comunque
relativi... un po’ come le distanze, perché se mi sembra difficile andare a
piedi da casa mia a Roma, direi che è cosa fattibile paragonata al percorso tra
me e la stella XY, ai margini del sistema solare... Insomma, tra queste cose,
io, personalmente, mi sento un po’ schiacciata.
Non è
colpa di nessuno. Ovvio. Sarà il contesto, sarà l’incontrollabilità dell’altro
che sempre mi terrorizza e affascina, sarà il sistema in cui sono inserita (e l’ho
voluto io, non mi lamento).
Sarà
quel che sarà, ma alla fine mi sembra sempre più che tutti, proprio tutti, si
sentano in balia di forze sovrumane.
Controllati
e controllori. In questo senso siamo tutti uguali.
SE
FOSSI IN ME.
Mi sono
ferita la mano destra. La mano destra è quella della penna. E io scrivo.
Sono
andata al mare. Sono andata via. Ed io non sopporto quelli che se ne vanno.
Ho
comprato tabacco invece del solito pacchetto rigorosamente morbido (che sennò
porta male). E sono innamorata dei miei pollici che non sanno arrotolare la
cartina e fanno una sigaretta sbilenca e molliccia, che sa di legno e fumo di
camino. Non di smog e piombo e paura.
Ho i
capelli di una lunghezza quasi femminile. Nell’ultimo anno non li ho mai
tagliati. E penso di farli crescere ancora fino alle spalle.
Ho
voglia di essere vista. Anche se amo l’invisibilità. E ho comprato un nuovo
vestito. Rosso. Non nero, non grigio, non blu. Spudoratamente rosso!
Ho
pensieri vaghi, arrotolati, nebbiosi, che si sciolgono di colpo nei momenti meno
probabili e mi fanno dire “ho capito”. Ma poi dura un attimo, perché il
pensiero che non si sincronizza vince e mi porta via. E non so continuare la
frase, la conversazione, la relazione, il progetto.
Ho la
sensazione di non concludere. Il bersaglio è lì, vicino, lo conosco, l’ho
trovato, lo vedo. Ma non si fa afferrare. Corre, più veloce di me. E alla fine
è sempre una questione di tempo, sempre a quello torno.
Cerco
indizi. Le vite degli altri mi risultano illeggibili ma ho voglia di abitarle
per un po’.
Io, se
fossi altro da me, oggi, mi troverei bene.
Un
uomo, uno straniero, uno sportivo, un senza famiglia, un casanova seriale, un
viaggiatore.
Se
fossi altro da me, oggi, sarei me.
Ci sto
lavorando. Annuso persone che non mi sarebbero mai piaciute. Mi faccio annusare
da chi mai avrei fatto avvicinare. Guardo. E poi mi butto. Non troppo. Un po’.
Qualche volta. Se ce la faccio. Quando riesco.
Io
fuori di me. Io altro da me. Tabacco. Abito rosso. Capelli lunghi. Io.
Ma oggi
mi prendo una pausa.
Arrotolare
le sigarette mi irrita. I capelli lunghi mi fanno bambola. E i casanova seriali
stiano a casa loro.
Mi
prendo cura della mano destra, che è l’unica cosa che conta.
IL
SALTO (OVVERO, TANTI CARI SALUTI).
Tra l’intenzione
e l’azione c’è di mezzo: l’azione.
Non è
una tautologia, non voglio nemmeno girarci intorno, non amo i giochi di parole
(con le parole sì, quelli sì).
Tra l’intenzione
e l’azione c’è di mezzo la riflessione.
É
quello che mi frega. Penso tantissimo, capisco moltissimo, riformulo benissimo,
ma poi, non salto mai. Non mi butto. Non mi lancio.
Prendo
le misure con tale cura da perderci la vista, calcolo le mosse dell’avversario
con tale attenzione da non accorgermi del colpo mortale che mi sta assestando.
Io sono
per le lunghe strategie, per l’azione-reazione calcolata al millimetro, io sono
convinta che se faccio X risponderanno Y.
E mi
sbaglio, puntualmente. Mi sbaglio. E allora riprovo. Non mi arrendo.
Mi
dico, ho frainteso, mi devo concentrare meglio, mi devo impegnare di più, devo
essere più brava, più attenta, più perspicace, più sensibile, più intelligente,
più simpatica. Devo esserci, esserci di più e meglio, sempre e comunque.
Essere
presente, pronta, rispondente.
(Che
parola è rispondente? Da dove mi viene? Da quale vocabolario contemporaneo che
mi parla di impresa e successo e soldi e furbizia e popolarità? Non lo so. Non
è una parola mia, ma la uso perché esprime bene il concetto.)
La
presenza è la mia condanna. Per quello mi piace tanto parlare di assenza.
Perché è il mio desiderio segreto, la mia utopia: la sparizione.
Dimenticate.
Dimentichiamoci. Lasciatemi tranquilla. Non obbligatemi a capirvi, a pensarvi,
a sedurvi, a piacervi. Non obbligatemi ad essere buona o brava, non obbligatemi
a formulare un pensiero compiuto che mi (o vi) definisca, indirizzi, e dica che
cosa fare.
Voglio
essere sciolta da tutto, da tutti.
Assolta.
Finalmente
assolta, allora, agirò. Oltrepasserò il limite della pazienza, farò straboccare
il vaso bucato che sono, alzerò la voce più del dovuto ed anche le mani, per
dire basta.
Basta.
Che l’intenzione
diventi azione, che si azzittisca il pensiero, che inizi il salto.
Ma con
amore.
Perché
è con amore che si saluta l’altro, con amore, anche per l’avversario.
E poi,
solo poi, si salta.
Impariamo
a salutare, o a saltare.
Da
oggi.
FUORI
TEMPO.
In
tempo. Nel tempo. A tempo. Con il tempo. Nel contempo. Dare tempo al tempo.
Mio padre
dice: non faremo a tempo. È sbagliato, ma poetico. Non faremo a tempo, saremo
fuori ritmo, in anticipo o in ritardo, in levare e non in battere. Non faremo a
tempo, perché saremo stonati, incrinati, non accordati.
Io non
sono a tempo. Praticamente mai. Non sono a tempo e rincorro il tempo. Non sono
a tempo e ammazzo il tempo. Sono in anticipo. Sono in ritardo. Non sono a tempo
e cerco altrove un tempo giusto. Non lo trovo.
A volte
parto dallo spazio, per provare a se-durre il tempo. Cambio luogo e cerco
destinazione.
Questo
per me è un tempo fuori dal tempo, ma non solo per me. Ho amici che cambiano
spazio per cambiare tempo. Ho amici che in questo tempo sono altrove per
trovare il loro tempo.
Ci deve
essere un mancato allineamento di stelle, un cortocircuito tra pianeti nella
loro rivoluzione o rotazione. Ci deve essere un orologio rotto, da qualche
parte, fermo, o rallentato. Se lo trovassi cambierei le pile, muoverei le
lancette, lo sincronizzerei con l’adesso che non trovo, che non si trova.
E poi c’è
la mancanza di sonno, ma non di sogni, che ha deciso di confondere la mia ora
interiore, e così il tempo si disfa ancora di più. É vero o l’ho sognato? É
successo o l’ho immaginato?
Mi
capitava solo da bambina (un altro tempo) di confondere il reale, di stare nel
sogno come si sta davanti alla televisione. E ora, da qualche giorno, cerco
indizi che risolvano questo jet lag.
Cerco
il tasto giusto, spero che il mio software
interiore si connetta da solo all’ora legale o all’ora solare.
Avrei
bisogno un reset. Solo allora, forse,
sarei a tempo.
Ma
sempre e solo al mio tempo. E gli altri si adegueranno. E basta.
LASCIAMI
DORMIRE.
Da
qualche tempo la notte mi sveglia.
Letteralmente,
la notte mi sveglia. La sera e la mattina mi addormentano, la notte mi sveglia.
Occhi aperti e buio di cui prima non mi ero accorta. Orecchie spalancate e
rumori che non sapevo fossero così prepotenti o invadenti o semplicemente
presenti. Movimento di pensiero irrefrenabile, non del tutto gentile con me.
Frasi
nella testa che si inanellano l’una con l’altra per relazione causale o casuale,
spesso troppo veloce per poter essere definita.
Il
corpo della notte è leggero e pesante, tendenzialmente caldo, lascia gelate le
punta delle dita. Il corpo della notte è svestito, quasi sempre, e vivo. In un
modo che mi fa pensare a Schopenhauer, non so perché, quando dice che i nervi
periferici, nel giorno spesso silenti, si risvegliano e mandano segnali morse a
una mente addormentata, si fanno sogno e visione confondendosi con rimasugli di
ricordi. Perché il sogno è corpo, dice lui, prima di essere mente.
La
notte mi sveglia ed io provo a stare nella notte, ancora un po’, ancora un po’.
A volte
ci riesco, il corpo sprofonda, il pensiero è fluttuante, mi addormento di nuovo
e poi spalanco gli occhi di colpo, ben oltre il termine della sveglia.
A volte
invece la notte vince su di me. E iniziamo un dialogo serrato, la odio e la
amo.
É la
possibilità di un tempo perduto e, insieme, una tortura immotivata.
Notte,
questa notte lasciami dormire.
Lasciami
svegliare dal giorno. Lasciami andare. Non mi abbracciare stretta, ho bisogno
di spazio. Non mi toccare, il sonno pretende solitudine. Non mi parlare, ho
bisogno di silenzio. Non mi gelare, non mi scaldare, non mi sfiorare, non mi
annusare. Non spalancarmi gli occhi con le dita, non accarezzarmi.
Chiudi
la porta quando esci, parla piano e restituiscimi le chiavi di casa.
Abbandonami.
Adesso.
MI
OFFRO PER LETTERA.
Ho
questa idea da un po’.
E credo
che riguardi due parti di me.
Il
desiderio di essere più possibilità di quelle che io sola posso essere.
E la
voglia di sapere, almeno in parte e con assoluta riservatezza (ovviamente), il
pensiero degli altri.
Quell’altro
da me, di volta in volta incarnato.
Mi
offro per dare parole a quel che non si riesce a dire.
Mi
offro per lettere d’amore, disamore, odio, incontro e addio. Mi offro per
scrivere quel che volete, a chi volete.
Mi
offro per dare corpo (verbale) a segreti che non si riesce a svelare. A
sentimenti da smascherare, a voglie da pronunciare.
Le vite
degli altri, titolava quel film. Ma io non ho intenzione di spiare. Solo,
eventualmente, di accogliere e traslare.
Ho una
deformazione che è professionale e personale. Una deriva virtuale che tanto mi
rende facile la parola scritta, tanto mi porta ad un accatastamento di parole, come
si rincorressero l’una con l’altra, tanto mi obbliga a lunghi epistolari.
Ho
scatole piene di lettere, non importa che siano di o per amanti, padri,
fratelli, amici dimenticati e lontani.
Ho
suscitato scambi di missive con i soggetti meno probabili, i più
insospettabili.
Che sia
virtù o condanna, non lo saprei dire.
C’è
sempre il rischio di esaurire la vita nella carta, più che la carta nella vita.
Ma che
importa?
Io mi
offro. Chi vuole mi chieda una missiva. Scriverò per lui. L’anonimato è d’obbligo
e la procedura molto semplice: solo poche indicazioni.
Mittente
e destinatario con brevi note ad identificare la relazione. Nodo della lettera.
Stato d’animo di chi la invia.
QUANDO
IL GIOCO SI FA DURO...
Ecco.
Io al fatto che ci si possa parlare solo tra simili credo poco. Al fatto che se
non si guarda il mondo dallo stesso lato sia impossibile collaborare, ci credo
ancora meno. E comunque che insopportabile noia sarebbe parlare solo con chi
pensa quello che pensi tu.
- Che
bello quell’albero.
- Molto
bello.
- Che
brutta la pioggia.
- Molto
brutta.
Una
noia mortale.
A me
invece è venuta una enorme curiosità per il dissimile, il contrasto, il
contrapposto, il diverso. Perché è lì che si gioca l’intelligenza.
Trova l’uguaglianza
nella differenza. É il gioco della settimana enigmistica al contrario.
Ma
questo è solo l’inizio. Perché è solo dopo, che il gioco si fa duro. Quando,
trovati i punti di incontro, si decide che cosa farne.
É solo
lì che, come dice il saggio Belushi, i duri cominciano a giocare.
IL
TEMPO CHE PASSA.
C’è una
questione che non riesco a risolvere.
La
questione del tempo che passa (o non passa).
Il
tempo reale che conta sempre meno del tempo percepito. Il tempo che ancora non
è memoria e rimane bruciante, ben oltre quel presente che ne ha causato la
ferita.
Il
tempo del ricordo che si ripropone ogni mattina. Il tempo di quel tizio o di
quella tizia che non c’è più, ma prima c’era, e ha cambiato le lancette al tuo
orologio interiore per sempre. E tu non puoi farci niente.
Il
tempo che non inizia. E quindi fatica a finire.
Il
tempo che non cambia.
Anche
se poi all’improvviso ti ritrovi più grasso o più magro o più triste o più
scemo o con più rughe o più libero.
E
allora sì, qualcosa in effetti deve essere successo.
Ecco.
Io e
questo tempo conduciamo una lotta senza tregua.
Lui mi
fa piangere e io gli rendo la vita difficile.
Lui è
convinto di avermi e invece io credo che mi debba delle scuse. O, per lo meno,
delle attenzioni particolari.
Ma
adesso basta. Adesso non ce la faccio più. Mi sono stancata di aspettarlo,
comprenderlo, perdonarlo. E gliel’ho detto. Chiaro e tondo. Basta, non ti
voglio più.
Lui mi
ha riso in faccia.
Ma
poi si è messo accanto a me e m’ha baciato gentile.
Forse
forse, mi vuole persino bene.
BUON
ANNO, BUONA VITA.
Nel
2015 ho fatto almeno tre rivoluzioni.
La
prima, quella più faticosa, ha provocato qualche ferito. Una piccola cicatrice
sulla mano destra e un solco più profondo nella terra dove cammino.
La
seconda è profumata. La annuso continuamente. Odora di aria. Con un retrogusto
di mare. E una nota predominante di casa.
La
terza ha leso la mia onestà e la mia pazienza.
Questa
triplice rivoluzione è durata un decennio, ma è venuta alla luce in pochi
giorni e poi è passata. Passata, come tutti gli anni che sono passati.
Eppure
cose vecchie da bruciare non ne ho trovate. Non riesco a distinguere che cosa
sia finito e che cosa sia iniziato. E nemmeno quando sia finito e quando sia
iniziato. Non voglio quantificare la distanza percorsa, se poi c’è, e comunque
non trovo il metro adatto a misurare i ricordi.
La mia
memoria non ha quantità, ha solo qualità.
Così,
senza aver bruciato niente, me ne sto con un piede nel passato e uno nel futuro
e ho scritto su un foglio i propositi del 2016.
Il
primo punto è: Imparare ad andare.
L’ultimo
punto è: Imparare a stare.
In mezzo
c’è un’altra rivoluzione.
Buon
anno. Buona vita.
SPIONE,
MIO SPIONE.
Il me
spione allunga l’occhio alle agende altrui.
Il me
spione aguzza l’udito allo squillare del telefono, ovviamente non il suo.
Il me
spione si interessa di cose che non lo riguardano.
Il me
spione mi accompagna da molti anni.
La
prima volta che ha dato traccia di sé stava frugando in un armadio.
Scartabellava
in faldoni segreti contenenti carteggi segreti con parole segrete che lui
leggeva segretamente.
Il me
spione ha sempre un’opinione su quello che succede. Un’idea precisa del come
del quando e del chi.
E
conosce anche il perché.
Lui
procede per soluzioni, non per alternative. Ha sempre una sola, univoca, immodificabile
versione dei fatti.
Il me
spione conosce il mio stato d’animo.
Sa come
mi sento, sa come devo sentirmi (di solito maluccio, dopo che mi ha raccontato
le sue scoperte, ma lui mi ama di più quando sono triste, dice che la tristezza
mi rende bella).
Il me
spione è un po’ invadente. Parecchio invadente. Mi sta addosso fino a togliermi
il respiro. Mi convince a ad aprire i cassetti chiusi e ad annusare i vestiti
altrui a spiare le foto, le bacheche, i diari, i gps, gli msn, gli sms, le app, i whatsapp, le call, le phone, i time e le doppie
spunte.
Il
me spione è sicuramente internazionale ed esperto di informatica.
Intuire,
scoprire, omettere. Sono i principi base dello spione doc.
La
prima regola è quella di non dire mai quello che mi rivela. Devo stare zitta.
Il me spione si beve le mie parole. Tutte.
Mi
lascia muta.
Eppure
in questi giorni mi ha lasciato campo libero.
Non so
esattamente cosa gli sia successo, ma comunque non c’è.
Allora
ho deciso di ricambiarlo con la stessa moneta e ho spiato nei suoi diari.
Sono
vuoti. Tutti vuoti. Nemmeno un segreto. Nemmeno un segreto piccolino. Nulla.
Così li
ho rubati. E adesso ci scrivo io, quello che mi pare.
(Per
dirla tutta, ho anche buttato via la chiave dell’armadio. Così non mi vengono
tentazioni. Né a me, né a lui. )
BU BU
SETTETE.
Ovvero,
come imparare a scomparire.
Da
bambini si gioca. Io non ci sono. Mamma tu non mi vedi. I genitori stanno al
gioco, quando sono genitori spiritosi. In alcuni casi purtroppo esagerano,
creando piccoli traumi ai loro figlioletti che finiscono per sentirsi
invisibili persino da adulti.
Comunque.
Si può
sparire in vari modi. Smettendo di rispondere al telefono o dandosi alla
macchia, per esempio (anche se io annovero questi comportamenti più tra le
fughe...), lavorando sulla propria magrezza fisica (atteggiamento un po’
patologico), oppure, semplicemente, assumendo una posizione neutrale.
Un po’
come fanno gli animali che hanno paura e, accecati dai fari di un’auto, se ne
stanno fermi, immobili.
Se non
mi muovo, se non fiato, se non respiro, forse non mi vedranno, forse non
esisto.
Sicuramente
non mi succederà nulla di male.
Una
meravigliosa fantasia.
Perché
se l’automobilista non è molto sensibile, estremamente pronto di riflessi e
completamente sobrio, l’impatto è pressoché inevitabile.
Esistere
e riuscire a non esistere è cosa non comune.
Per
questo forse ho sempre anelato alla sparizione. Sparire non è umano, è divino.
E a nessuno piace sentirsi normale, per non dire mortale.
Ultimamente
sto cambiando idea.
Non
appena intravedo i fari dell’auto che sta per investirmi mi interrogo su quale
sia la reazione migliore da avere.
Forse
potrei sbracciarmi, mi dico, o urlare o scrivere velocemente <<Sono
qui>> s’un cartello, o buttarmi a lato della strada, o lanciarmi contro
alla macchina in corsa sperando di avere dalla mia la forza dell’attacco.
Ma
mentre rifletto la macchina si avvicina.
Pericolosamente.
Ecco.
Sui tempi di reazione devo ancora lavorare.
VECCHIACCIA.
Ho
sognato una donna brutta, anziana ma non troppo, con la pelle rovinata e quell’espressione
amara delle labbra, quell’espressione che hanno le persone tristi, sole e forse
cattive.
Ho
sognato che stava nella mia casa ed io dovevo prendermene cura. Ho sognato che
aveva i capelli ispidi, come i miei, e la bocca carnosa, come la mia, e gli
occhi d’acqua, uguali a quelli che ho quando sono triste o c’è il il sole e
guardo il mare.
Ho
sognato che mi faceva ribrezzo. E poi tenerezza. E che non volevo prendermene
cura.
Ho
sognato le sue lacrime e il suo silenzio.
Ho
sognato tutto questo. E il mattino dopo me ne sono dimenticata. Facendo
colazione non la ricordavo più.
Poi ho
visto nello specchio che ho due linee dure tra il naso e la bocca. E che i miei
occhi sono chiari ma cerchiati di scuro, attorno all’iride. Che la mia pelle è
bianca con righe sottili. Che i miei capelli sono lievi e lisci anche se li
vorrei forti e mossi (capelli in cui passare le dita e rimanere incastrati,
invece si scivola via, dai miei capelli e da me si scivola via).
E poi
ho pensato a tutte le volte che sto in silenzio. Di parole ne ho tante. Ma sto
in silenzio.
E ho
pensato a cosa vorrei dire, che non è mai una cosa sola, ma sono tante. Così
tante che non hanno suono. Solo un mormorio sottile. Una vibrazione di
sottofondo.
E ho
pensato che non importa. Chi vuole ascolta. Al di là del rumore di sottofondo,
chi vuole ascolta.
E poi
però è successo che qualcuno (che non leggerà) mi ha detto che stavo scambiando
la paura e la timidezza con la superbia
Non
dire. Non fare. Non respirare. E presupporre che qualcuno ascolterà quello che
non hai detto e amerà quello che non hai fatto.
Un atto
di superbia
La
pretesa di essere capiti. La pretesa di essere accuditi.
La
pretesa degli dei.
Una
bella pretesa.
Allora,
solo allora, mi sono ricordata di quella vecchia e delle sue lacrime dense. Quella
vecchia senza timidezza o paura, che chiedeva a gran voce.
Con la
sua bruttezza e le sue rughe.
E sono
andata a cercarla.
Quella
vecchiaccia.
La sto
cercando.
Per
prendermene cura.
FRANGIA.
C’ero,
ma non c’ero. E poi non c’ero, ma c’ero. Perché mi cercavo.
Ora ci
sono?
Non
tutti i pezzi sono uniti. Ma quasi tutti i pezzi. Separati, ma vagamente
dialoganti. Vagamente. A intermittenza. Ogni tanto un blackout. Ma la luce poi torna o no?
Forse.
Forse.
È che
non sempre le connessioni funzionano. Non sempre. Non funzionano quelle tra
quello che voglio e quello che faccio. Ma poi mi sforzo un po’ ed ecco, forse,
i collegamenti ci sono. Non funzionano le connessioni tra il corpo e la testa.
Ma poi ho amici che mi coccolano e tagliano i capelli e mi fanno la frangia. E
la testa si riposiziona sopra il collo.
Che cosa
ci sia sotto è un po’ confuso, ma ci sto lavorando.
Ci sto
lavorando.
Sotto,
al buio, ci sono io.
E l’io
è la cosa più difficile da definire. Si sono inventati la psicoanalisi, la
filosofia, la logica, la medicina e pure la fotografia per farlo.
Sotto
ci sono io. E che cosa io sia è molto incerto.
E beata
me, che sono incerta.
E
abbasso chi è sicuro. Abbasso chi sa cosa fare. Abbasso chi conosce il bianco e
il nero e il grigio non lo sceglie mai. Abbasso chi sa quando dire sì e quando
dire no. E non sbaglia. Abbasso chi non sbaglia mai, appunto. Abbasso chi ha
ragione. Abbasso l’io monolitico che sa sempre dove mettere le mani, pure al
buio.
Io non
lo so. Non lo so mai dove le metto. Ma ogni tanto lo scopro.
Mi
morde una tarantola, una pantera, una serpe ingrata, oppure mi becca un
uccellino o mi bacia una farfalla.
É nel
rischio che sta la possibilità. Nelle mani in pasta. E non è detto che l’impasto
sia granché. Ma tant’è. Io provo.
Nel
caso trovassi una torta, o della nutella, o litri di oro liquido, lo dirò a
tutti.
E mi
leccherò le dita.
Blackout o meno non c’è differenza.
Io mi
leccherò le dita.
SI FA
COSÌ. NO: SI FA COSÌ!
Sono
stata bambina ubbidiente, ma un po’ triste. Adolescente arrabbiata, ma solo con
se stessa. Preadulta silenziosa, ma bonaria (non bonacciona), mediatrice,
paziente, gentile.
E poi,
alla soglia del trentesimo anno, ho iniziato a soffrire di una strana
inquietudine. E di molto mal di stomaco. E di parole che mi affollavano la
testa e premevano all’altezza del diaframma.
Così,
improvvisamente, mi sono raggiunta.
Giovane
lo ero (giovane lo sono?) eppure quella cavolo di età sulla carta di identità
era improvvisamente e realmente la mia.
Adulta,
quasi adulta. Adulta.
E l’altro
giorno ho incontrato una persona che non vedevo da anni.
Sei
cambiata, mi ha detto, eri proprio una bambina quando ci siamo conosciuti.
Quando
ci siamo conosciuti avevo ventiquattro anni.
A ventiquattro
anni mia madre aveva me, era sposata, era una insegnate di ruolo, vale a dire
che aveva un contratto a tempo indeterminato.
Ma io,
a ventiquattro anni, ero una bambina.
Sono
stata una bambina quasi fino a ieri, fino a oggi.
Poi ho
iniziato a mettere i tacchi.
Davvero.
Credo che sia stata quella la differenza.
Ho
iniziato a mettere i tacchi (saltuariamente) e mi sono allenata a perdere la
pazienza.
E a
parlare.
Un
allenamento difficile e molto stancante.
Un
allenamento alla differenza.
Io sono
me, mi sono detta. La mia età è la mia, la mia testa è la mia, la mia cavolo di
pancia è la mia, le mie mani, quello che scrivo, il mio lavoro. Me. Sono solo
me.
Epperò
essere sé non è così scontato. Per essere sé si fa sempre una certa fatica.
Comunque.
La
morale è che sto facendo esercizi giornalieri. Chi mi vuole mi segua. Chi mi
ama mi ami. Chi c’è c’è.
É molto
liberatorio. Mi fa sentire più alta, più intelligente, più bionda.
E mi
terrorizza. Mi terrorizza.
AL
LIMITE.
Perché
limite deriva da limes. E Limes, per i Latini, significava
confine. E il confine è una linea di prossimità. Non divide, ma separa, c’è una
bella differenza. Due zone (tempi, luoghi, corpi o materie) se ne stanno una
accanto all’altra, si sfiorano, ma non si toccano, non possono compenetrarsi.
Il
confine è sacro (questo lo dicevano sempre i Latini), è una soglia che si può
solo attraversare, ma su cui è impossibile soffermarsi.
La
pelle è un confine.
Ma io
ho un confine che non è solo la pelle.
Io sono
io. Tu sei tu. Facile.
Io mi
chiamo così. Tu come ti chiami?
Tu sei
altro da me. Non necessariamente l’altro da me, ma comunque altro.
E se è
vero che è l’altro a definire il nostro limite (con il suo corpo, la sua testa,
la sua puzza, la sua voce) vero è, al contempo, che continuamente cerchiamo di
spingere un po’ più in là la linea di separazione.
Posso
andare oltre la pelle, molto oltre la mia pelle
Io
posso di più. Io penso di più. Io sono di più.
E
allora forse non ho limite.
Posso
lavorare mille e mille ore al giorno, posso alzare l’asticella del salto un
millimetro alla volta, all’infinito, posso dimenticarmi di mangiare, bere,
dormire, parlare. Posso correre più veloce di Bolt. Posso perdonare l’imperdonabile,
prendere sempre la decisione giusta, accettare la rabbia, la paura, l’insulto,
l’abbandono e la sciatteria. Posso convincerti di tutto. Posso cambiarti,
salvarti, trasformarti. Posso riparare quello che è rotto.
Posso.
Comunque posso. Vedrai che ce la faccio. Non c’è problema. Vedrai.
Il
bello è agire al di là dei propri limiti (non si dice così?), andare oltre,
indagare la zona del disequilibrio, non accontentarsi.
Già.
Già.
Se non
fosse che ad alzare troppo l’asticella potrei farmi male. Se non fosse che a
forza di perdonarti smetterò di sopportarti. Se non fosse che sono magra e se
non mangio divento ancora più magra.
Se non
fosse che fumo troppo, davvero troppo, e a quello sì dovrei dare un limite.
Che
poi, a non darlo, maledetto limite, pure la pelle non si vedrà più.
E l’altro
da me, ad invadermi, ci metterà una frazione di secondo.
I GATTI
LO SANNO.
C’è un
gatto nero, bruttarello e spelacchiato, che cammina elegante sul muretto del
mio giardino. Cammina lentamente, avanti e indietro, in una sorta di
passeggiata zen. Non l’ho mai visto invertire la marcia, mai, eppure lo deve
fare visto che cammina da destra a sinistra e poi da sinistra a destra e,
soprattutto, non lo fa andando a ritroso come un gambero. Però io non l’ho mai
visto. Ha un talento particolare nell’ipnotizzarmi proprio nell’attimo in cui
svolta. Lui lo fa, io non lo vedo.
Questo
gatto nero frequenta un gatto bianco e grigio, più bellino e molto meno
spelacchiato. Il bellino bianco e grigio è anche molto più socievole, una volta
gli ho persino fatto un grattino. Lui ha molto apprezzato.
Questi
due gatti bene rappresentano una differenza di stato sociale (uno randagio e l’altro
no, evidentemente), di orientamento culturale (uno ama i muretti e l’altro i
grattini) nonché, potrei azzardare, di razza (uno brutto, l’altro bello; uno
nero, l’altro bianco, perché in fondo la bellezza è sempre bianca) e, come
spesso accade a chi ha avuto esperienze differenti, vivono tra loro momenti di
grande conflitto.
Urla
lancinanti squarciano la silenziosa notte siciliana: sono loro, che a gran voce
fanno valere ciascuno le proprie ragioni.
Io,
tutte le volte che li sento, mi immagino che uno dei due sia definitivamente
deceduto sotto le armi letali dell’altro.
Invece
no. No.
La
mattina dopo ci sono tutti e due, accovacciati a terra, distanti tra loro
nemmeno un metro.
Odi et amo.
Esattamente.
Ma poi
prevale amo.
Non
male, la saggezza dei gatti.
AMORE
CHE VIENI, AMORE CHE VAI.
Oggi ho
fatto una passeggiata. Ché qui fare le passeggiate è bello.
Ma
siccome quando passeggio io guardo poco in giro e tanto nella mia testa ho
iniziato a pensare, e mi è venuta in mente una cosa: ci sono degli amori che
non ti passeranno mai.
Non si
tratta necessariamente di amore verso qualcuno, può essere anche amore per un
tempo o un luogo che abbiamo attraversato, verso un oggetto che abbiamo
desiderato o posseduto. Verso qualunque cosa.
Però,
deve essere un amore che, a un certo punto della nostra vita, abbiamo anche
odiato.
Quegli
amori lì, proprio non si dimenticano.
Se ne
stanno nascosti sotto i cappotti più pesanti, oppure confusi con le calze
spaiate nel cassetto, oppure abbandonati in un libro o in una tasca, e poi,
quando non li cerchi più, quando era tanto tempo che non li pensavi, ritornano.
Sono
gli amori che ti sei dimenticato di amare.
Ma loro
sono sempre stati lì, nella tua casa o nella tua valigia.
Sono
amori tiepidi, gentili, spesso malinconici. E liberi.
Sono
gli amori più liberi di tutti, perché non dipendono più da te. Si sono
semplicemente infilati nella tua vita, nelle pieghe delle tue braccia, nelle
tue giunture.
Sono
te.
Ed è
per questo che li puoi finalmente, dolcemente, salutare.
TU SEI
LIBERA.
É la
frase che appare sul mio telefono quando mi suona la sveglia. L’ho scelta io,
quasi un anno fa.
“Tu sei
libera” è quello che mi ripeto, mentre guardo questo cielo molto blu e respiro.
Respiro forte e penso a questo tempo, che è un tempo che mi sono guadagnata. E
me lo sono guadagnata con tutto quello che ho fatto e pure con quello che non
ho fatto. Me lo sono guadagnata attraversando tutto quel tempo in cui ho
pensato di non avere tempo. Lo so, sembra complesso, ma non lo è. É
meraviglioso.
1 + 1 =
11.
Questa
cosa qui, dell’uno più uno che fa undici, me l’ha detta una persona importante.
E me l’ha detta tante di quelle volte che poi non ho più capito che cosa voleva
dire.
Ma
stasera c’è vento. E c’è così tanto vento che non so se è già primavera o
ancora inverno e nemmeno se sono davvero a Torino o in riva al mare della mia amata
Sicilia lontana. (Perché al mare il cielo è largo e lì c’è l’uno più uno che è
il mare più il cielo). E ho pensato che alla fine era una cosa facile che
diceva, lui, diceva solo che quell’uno lì sono io.
Mi sa
che era questo, che diceva.
E anche
se sto a contare i pezzi di me sul marciapiede e nelle finestre illuminate del
palazzo di fronte, anche se sto a contare i pezzi di me a pezzettini nel mio
stomaco, che non li digerisce, o i pezzuncoli di me che il mio cane accarezza
con le zampe fini, i pezzini di me sul comodino (una crema finita, un anello,
due libri e una penna senza inchiostro) nessuno li metterà insieme questi
frammenti. Devo pensarci io. Mannaggia.
Devo
proprio pensarci io.
Il
risultato sarà un Picasso. O un Basquiat. O un omino di Giacometti. Non so. Ma
accetto suggerimenti. (In ogni caso, non sarà una copia dal vero. Il vero non
lo sa nessuno. Non lo so nemmeno io. Che sono solo uno, più molti uno.)
FERITE.
Per
anni ho avuto una riga dritta tra i seni e l’ombelico. Orizzontale e all’altezza
dello stomaco, o dello sterno, non so.
Una
linea precisa, come di matita. Ma era pelle. La mia.
Un
tizio mi ha detto, è un blocco, un blocco di emozioni, sei divisa. Io ci ho
riflettuto. Me la riguardavo allo specchio, mi chiedevo in quale momento, in
quale esatto momento, le mie gambe avessero smesso di essere connesse alla mia
testa. O al mio cuore. Ci ho pensato parecchio. La riga stava lì.
Ma
adesso non c’è più. Non so dove sia andata. La cerco. Da qualche parte deve
essere finita. Forse è diventata una ruga, all’angolo della bocca. O una linea
sul collo. Oppure se n’è andata sulla schiena, per quello non la vedo.
Comunque.
Non la
trovo.
E
allora ogni tanto mi viene un dubbio, non è che quel tizio mi ha detto una
sonora cazzata? Una idiozia, una sciocchezza. Non è che la riga era solo una
riga e pure carina? Non è che io non avevo un blocco di niente e quello voleva
solo definirmi in un modo a caso, perché non capiva una mazza di me?
In
effetti la riga è sparita. Punto. E pure il tizio.
In
effetti.
Vorrà
dire qualcosa.
Sì.
Vuol
dire che, se anche c’era una ferita, si è rimarginata. Perché le ferite si
rimarginano, quasi sempre.
E se
non si rimarginano di certo non hanno bisogno di un tizio qualunque che le
faccia sanguinare.
Quindi
se lo ritrovo, quel tizio, gli dico di pensare alle righe sue. Che alle mie ci
penso io. E ne ho cura.
Che le
righe e le ferite vanno curate, non hanno bisogno di uno che ci infili il dito.
Quindi
viva le righe, viva le ferite e abbasso i tizi che stanno a guardare la pelle
degli altri. Guardino la loro.
L’ALTRO
(NON) È.
A me
gli altri piacciono. Sono sempre piaciuti. Gli altri, in generale, mi
interessano, mi incuriosiscono. Spesso mi dicono cose in confidenza perché io
in effetti ascolto. Oppure mi sorridono, perché gli faccio simpatia.
Il
barista del bar sotto casa mi ha
raccontato che voleva disegnare fumetti, ma poi ha fatto il barista, peccato,
ma anche no, perché fa i fumetti ai bambini che vanno con le mamme al bar e
loro sono contenti. Bello, ho detto. L’ho anche pensato.
Gli
altri mi piacciono davvero. Davvero. Però ogni tanto gli altri pensano che
siccome li ascolto e parlo poco possono dire sempre quello che vogliono e
fregarsene di quello che dicono e che lo stanno dicendo a me. Ed è allora che
vanno un po’ più in là del mio limite, che è sottile ma severissimo, e mi
feriscono. Niente di grave eh. Niente di grave. Ma stasera mi sono accorta che
sto sviluppando un callo sempre più spesso e che gli altri mi piacciono, sì, ma
un po’ meno. E che per tutto questo confronto con gli altri dovrei avere una
pelle più forte e forse adesso mi sta anche venendo. Una pelle-corazza che dice
stammi un po’ più lontano tu, non rompere, non ti voglio sentire.
Poi mi
regalano dei fiori con un biglietto, oppure mi dicono io ci sono, non
preoccuparti, oppure cercano di convincermi a bere un bicchiere di vino, oppure
stanno al telefono anche se muoiono di sonno, oppure, semplicemente, sono
quello che sono.
E
allora ho deciso che la corazza la metterò ogni tanto. Solo ogni tanto.
E che
gli altri mi piacciono comunque.
Quasi
sempre.
LA
PAURA.
C’è una
malattia che abbiamo tutti. Tutti. Anche quelli che fanno i ganzi, i gaggi, gli
spacchiosi, e dicono no, io no. Quella malattia è la paura. Non si tratta dell’uomo
nero (non necessariamente), non si tratta di brutti sogni (non solo), non si
tratta di quella lieve sensazione di inquietudine che boh la cantina in effetti
è pericolosa (non sempre). No, la paura è la paura punto. La paura è quella
tremarella per cui vorremmo fermare tutti, il tempo, i parenti, gli amici, gli
innamorati, i vicini sul bus. La
paura è quella roba per cui hai sempre solo un paio di persone da chiamare. La
paura è quella roba per cui ti prego dai guardami abbracciami coccolami
stringimi dimmi che va bene. La paura siamo noi (o, almeno, sono io). Per
questo in sere (o notti) come questa io alla paura ci parlo. E le dico, lo so
che mi vuoi bene. Fai solo la sua parte.
E anche
questa volta, la perdono.
Viva.
Evviva. La paura.
L’AMICO.
Allora:
a me piace fare le cose da sola. Mi piace così tanto, fare le cose da sola, che
se mi sembra che qualcuno stia facendo qualcosa per me, solo per me, mi viene
un’ansia da pazzi. Una di quelle ansie che devi nasconderti sotto il lenzuolo o
mettere la testa nel cuscino o sparire in un muro. Sono così da sempre. Non
sono peggiorata con l’età, è una malattia che ho dalla nascita.
Poi,
non molto tempo fa, un amico mi ha detto: ma guarda che non è che devi stare da
sola, è solo che devi trovarti un centro e poi gli altri vedrai che ti faranno
meno paura e non l’avrai (no, no) tutta quest’ansia di fare da te, per te, solo
con te medesima.
Insomma,
io ci ho creduto, ma non sapevo bene come fare. Allora ho solo fatto passare il
tempo, per vedere come andava.
Ed è successo
che non sono stata bene, così, all’improvviso (che a volte capita eh, non è che
si può prevedere sempre tutto), e uno è corso subito a tenermi la mano, un
altro mi ha fatto da mangiare sempre, un altro ancora mi ha scritto tanti
messaggi e olmo si è seduto sotto la mia sedia per uno o due giorni. Così, per
avere cura.
Solo
per avere cura l’hanno fatto. Nient’altro.
Allora
ho pensato che va bene fare tutto da soli, ma far le cose da soli con qualcuno
che ti passa l’acqua e ti dice “Vai vai!” (come alle maratone) è comunque
meglio.
L’amico
aveva ragione.
Infatti,
è un amico.
IL
MERLO.
Il
fatto è, che abbiamo un merlo in casa. Un merlo col becco giallo e le piume
nere che entra dalla finestra della cucina e si mette appollaiato sulla ciotola
del cane. E mangia le sue crocchette. Le mangia, dico.
Il cane
ne ha paura e se lo vede scappa. Il cane non ha capito chi sia il cane e chi
sia il pennuto, e teme di essere aggredito.
Io,
quando lo vedo, faccio gridolini come se avessi visto un topo o uno scarafaggio
e il merlo nero becco giallo si schianta sulla finestra. Il merlo nero becco
giallo non ha capito la differenza tra il vetro e il cielo, credo.
Ma,
nonostante tutto, noi abbiamo un merlo in casa. Un merlo che torna. Che ci
aspetta. Che ci ha scelto. Che vuole le nostre crocchette. Noi abbiamo un
merlo. Che comunque ci ama. Oppure semplicemente pensa che siamo dei cretini.
Con le nostre finestre a sostituire il cielo.
LIBERAMENTE.
Esercizio
di libertà è non scrivere niente per qualche giorno e sentire il cervello che
non risponde e avere un po’ paura (ché anche la paura è un esercizio di libertà
e il cervello, si sa, risponde come vuole).
Esercizio
di libertà è nutrire un cuore avvizzito e guardare il cielo dal terrazzo (la
luna è a metà, proprio oggi) e preparare la valigia e coccolare il mio cane.
Esercizi
di libertà. O amore. Che amore e vuol dire tante cose (già già, non solo una). Vuol
dire farsi una carezza e fare ciao ciao alla notte. Benvenuta, notte. Domani è
già arrivato. Ed è una bellezza, sì.
LA COSA
GIUSTA.
Fai
quello che vuoi, ma fai la cosa giusta.
Fai
quello che vuoi. Cioè, fai quello che devi.
Me lo
hanno sempre detto (o me lo sono, sempre detta). E così il giusto lo cercavo.
Un po’ qui e un po’ là.
Ma non
lo trovavo.
Non so
se stava nascosto o non voleva incontrarmi, in ogni caso non si manifestava
come avrebbe dovuto. Insomma, non diceva: son qui, son giusto, sceglimi. Non
diceva un niente di niente.
E io a
cercare. Cerca cerca trova trova.
Ma
niente. Appunto.
E
allora sceglievo a sentimento oppure sceglievo di non scegliere (per sicurezza)
oppure mi facevo scegliere e poi mi lamentavo (che è una cosa che capita a
tutti, suvvia!).
Quindi
poi ho capito che l’unica cosa da fare era fermarsi prima. Dire: fai quello che
vuoi. E basta.
Basta.
La cosa
giusta è giusta se l’hai scelta, non rompere.
Così,
se adesso mi chiedono cosa voglio per cena o che cosa voglio votare o come
penso di vestirmi o perché questo e non quello, rispondo: posso fare quello che
voglio, grazie, ciao.
La cosa
giusta è dietro l’angolo, ma non è che posso passare la vita a cercarla.
Ho da
fare.
L’ESERCIZIO
DI LIBERTÀ.
L’esercizio
di libertà contempla che se piove tu non abbia l’ombrello e che se c’è il sole
tu abbia un ombrello molto evidente.
L’esercizio
di libertà permette che il tuo cane stia sul divano e che tu possa arrivare in
ritardo almeno una volta su tre (non troppo in ritardo).
L’esercizio
di libertà prevede che tu possa scendere da un tram troppo affollato e bloccato perché forse qualcuno è stato
scippato e salga (furbamente) sul tram successivo. Ma poi contempla pure che
sul tram successivo, che tu hai
(furbamente) preso, ci sia proprio lo scippatore e che una volante insegua il
suddetto tram e lo fermi.
E così
l’esercizio di libertà fa in modo che tu abbia preso due tram, entrambi bloccati, per assistere nella sua interezza alla
storia del presunto scippo (che per la cronaca secondo me non c’era, ma in
questo caso sto solo mettendo in pratica il mio esercizio di libertà).
Comunque,
l’esercizio di libertà vuole che tu abbia una camicia bianca larga che ti piace
moltissimo e venti centesimi in tasca e diverse cose da risolvere che non sai
risolvere e che tu sia in ogni caso molto contento.
Contento
di esercitare la tua libertà.
Perché
mica tutti possono, no, non tutti possono.
IL MIO
CANE.
Il mio
cane non ha mai avuto paura del temporale. Mai.
Ha
avuto paura delle persone, delle biciclette, delle auto posteggiate, dei nastri
rossi e bianchi di divieto di sosta, dei passeggini, dei bambini, delle signore
con il bastone. Delle vetrine, dei portoni aperti, di chi bussava alla porta,
di chi si avvicinava. Di tutto.
Ma mai
dei temporali.
Eppure
oggi non ha quasi più paura di niente, tranne che dei temporali sì. Di quelli
sì. Ancora sì. Per il resto ha capito che la signora con il bastone è diventata
annusabile, i nastri bianchi e rossi sono simpatici, i grattini sulla pancia
fanno felici e le vecchiette potenzialmente regalano biscotti, ma odia i
temporali.
E così
si mette nell’angolo tra il letto il muro e mi guarda come a dire che bisogna
fare qualcosa.
Basta
temporali. Per sempre, basta, ti prego.
Io gli
spiego che non si può fare. Ma lui non capisce. Non vuole capire.
E devo
dire che lo ammiro.
La sua
perseveranza farà sparire i temporali.
E
allora andremo insieme sotto una pioggia silenziosa, diventeremo i re delle
biciclette, delle vecchiette, dei nastri bianchi e rossi, di tutto.
I re
dei re.
Che a
noi non ci farà paura niente e se ci farà paura ce la faremo passare. Subito.
Perché
noi abbiamo capito come si fa, a far passare le paure.
CASA.
Io ho
sempre spiato le case altrui. Sempre.
(E
ringrazio pubblicamente chi non mette tende e mi permette di guardare la sua
vita.)
Frammenti
di librerie, di tavole, di soffitti, di braccia.
Io sto
lì, spio.
E
immagino di abitare un’altra casa.
Dove
indosserei altri vestiti, attraverserei altre stanze, cucinerei (ché io
cucinare non cucino, non mi piace, ma se vivessi la vita di un altro forse
allora lo farei), avrei un gatto e non un cane, di professione farei la
dottoressa o la principessa o la commessa o un’altra cosa.
Sarei
altro da me, che alle volte non è male.
Ma poi
capita che in sere come questa prendo il tram quattordici e mi ricordo che casa
è dove sono io, ovunque io sia.
E anche
questo non è male per niente.
Anzi.
ROTOLARE.
L’altro
giorno ho camminato per mezza città a passo spedito, collo leggero e gambe
svelte.
Ed è
successo che il mondo è sceso dalle mie spalle, senza avvisarmi.
Me ne
sono accorta per caso tra Porta Palatina e Porta Nuova.
Insomma,
ho avuto il mondo sulle spalle per un ventennio o giù di lì e adesso no.
No.
Il
mondo è sceso dalle mie spalle ed ora sta ad aspettarmi rotolando felice
davanti a me. Vieni, mi dice. E io rotolo dietro a lui.
Se lo
raggiungo o no è tutta un’altra storia, lo so.
NON
RIPASSARE.
Mia
nonna dice: non ripassare. Me lo dice ogni volta che mi sento impreparata
(quindi, sempre). Non ripassare, mi dice, sai già tutto. Io tutto non lo so, so
solo qualcosa, qualcosina, epperò non ripasso perché la nonna ha ragione
sempre, tutte le volte tutte. E poi se ripasso va a finire che imparo a memoria
e faccio come la bambina sulla sedia con la sua poesiola che è una noia
infinita, una noia così noia che si muore di noia. Quindi non ripasso, no. E se
sbaglio chissenefrega!
Se non
vai bene a qualcuno è un problema suo, dice sempre la nonna.
La
nonna ha ragione. Non ripasso.
Ci
vuole grazia ad improvvisare. Molta di più che a ripassare.
PER CHI
VUOLE ESSERE FARFALLA.
Insomma.
Io la partita non l’ho vista. Epperò tenevo alla Croazia. Anche se pure la
Francia mi sta simpatica (per ragioni che non sto a dire, ma sono buone
ragioni).
Ma
tenevo alla Croazia perché la Croazia ai Mondiali non ci va mica spesso (mi
hanno detto amici che se ne intendono) ed è un paese piccolino e recente con
una storia complicata (come nazione, dico). E siccome a me piace Nanni Moretti
che dice che lui sta sempre dalla parte delle minoranze (come me, appunto) io
pensavo che era come tenere alla squadra di quelli che si impegnano ma hanno
pochi soldi e mica che gli capita di nuovo subito di tornare ai mondiali e
quindi bisogna tifarli. Ecco, sì: era giusto.
Insomma.
Tifavo Croazia.
Ma la
Croazia non ha vinto.
E ho
questo senso di colpa inutile che io non l’ho guardata ma avrei dovuto. Perché
magari anche un tifoso in più faceva la differenza e comunque uno non può
tenere a qualcosa e poi non curarsene (come ho fatto io oggi che me ne sono stata
in terrazzo a pensare ad altro e poi mi lamento pure che la Croazia non ha
vinto).
In ogni
caso.
Anche
se non ho visto la partita io volevo dire alla Croazia che per me ha fatto
comunque un miracolo, una poesia. E che l’autorete non l’ho vista, ma ho visto
che quello dell’autorete poi ha fatto rete. E anche questa è poesia. Poesia
pura.
E che
mentre la Croazia giocava, sul terrazzo dove stavo, è venuta una farfalla,
bellissima eh, ed io ho pensato che era la farfalla della Croazia. Meglio, la
farfalla di tutti quelli che il mondo li dà per spacciati, all’inizio, ma poi
sono dei fighi pazzeschi, di tutti quelli che vivono un giorno (come le
farfalle, appunto) ma loro poi sì che ci sono, con i loro errori e gli autogoal e la bellezza svolazzante e il
fallimento che si recupera con l’impegno.
Insomma.
Io
nella Croazia ho visto la saggezza delle farfalle.
Non
hanno vinto. Ma sono dei vincitori.
Come le
farfalle.
Perché
si può essere belli come le modelle di Victoria Secret, ma belli come le
farfalle lo si è raramente.
L’ALLENAMENTO.
L’allenamento
è accorciare la distanza tra quello che voglio fare e quello che faccio. L’allenamento
è fare quello che voglio sapendo quello che voglio. L’allenamento è comprare
spaghetti di riso che non so cucinare. L’allenamento è aumentare le
possibilità. L’allenamento è aspettare che il mio cane annusi tutto quello che
vuole senza che io lo trascini via per la fretta. L’allenamento è sognare senza
spaventarsi.
L’allenamento
è partenze e ritorni.
L’allenamento
è “ti odio”. Ma poi non ti odio più.
L’allenamento
ha bisogno di un sacco di allenamento.
Ed è
sempre “per”, sempre “pro”.
Mai “contro”.
ME.
E poi
mi dico: perché fai andare così veloci le dita sul computer? Perché usi il tempo dei viaggi per amare i non luoghi?
Perché non sai fare la spesa in modo logico e puntuale? Perché stai in terrazzo
fino a che fa buio? Perché hai pudore delle risposte semplici e vergogna alle
domande semplici? Perché non credi alle buone notizie? Perché soffri di
vertigini? Perché fuggi ma poi torni?
Perché?
Ed è allora che capisco che non mi raggiungerò
mai.
Sarò
sempre un passo indietro, o avanti, o di lato, a me stessa.
E
comunque non è male.
FARE LA
CONTA.
Individuare
il punto esatto della salvezza, in questi giorni, è una missione.
Io
faccio la conta. Conto quando schiaccio il pulsante dell’ascensore. Uno. Conto
quando apro il portone di casa. Due. Conto quando apro il cancelletto dell’area
cani. Tre. Conto se uso il telefono (forse l’ho appoggiato quando ho pagato le
sigarette o mentre ero alla cassa del supermercato, forse è contaminato).
Quattro, cinque, sei. Conto i passi tra me e quella persona incontrata per
caso, sette, otto, nove (ma non ne doveva bastare uno?).
Non ho
mai contato con tanta attenzione. Conto gli sfioramenti, i tocchi, le invasioni
di campo. I metri.
Per
difendersi si proteggono i confini, per sopravvivere si demarcano i confini,
per vincere si costruiscono confini. E gli esseri umani sono territori con la
pelle sottile. Quindi, va bene, rispettiamo i limiti e facciamo tutto come si
deve: usciamo poco, cerchiamo di essere cauti, responsabili, attenti.
Ma
facciamolo con grazia. Non servono armi, non è una guerra. Teniamoci per mano.
Teniamo per mano anche chi si mette a contare (come me), chi prende il treno
perché è soffocato dall’angoscia, chi non sa affrontare il silenzio della sua
casa, chi ha bambini a cui spiegare che le città si fermano ma il tempo no, chi
riempie il frigo e svuota il supermercato, chi si droga di amuchina, chi cerca
di salvare se stesso pensando che è colpa dello stato, dei cinesi, della
globalizzazione, dei giornali e sempre, sempre, degli altri. Ecco, teniamo per
mano, soprattutto, chi pensa che la colpa sia degli altri. Gli altri siamo noi.
Teniamoci per mano con cautela e rispetto. Con mani da cui abbiamo tolto la
rabbia e la paura. Con mani lavate e volto bendato.
COSE
CHE HO IMPARATO.
Le cose
che ho imparato, le ho imparate a bassa voce. Me le hanno dovute dire piano.
Nessuna esplosione e nessun urlo. Piccoli fuochi, leggeri, che non scottano.
Le cose
che ho imparato, le ho imparate casualmente, dolcemente, come parole nuove. E
le parole nuove van dette in punta di labbra, altrimenti scappano e non le
trovi più.
Le cose
che ho imparato le ho imparate a passi cauti, guardando bene il cielo e la
terra. Le ho imparate senza correre, per non calpestare i fiori.
Son
delicati, i fiori appena nati.
Le cose
che ho imparato non le ricordo tutte, come si fa a ricordarle tutte, mi dico.
Ma ne ricordo alcune.
Ricordo
le cose che mi hanno insegnato con cura, con cautela, senza rabbia.
Non ho
imparato dalle ferite, io. Ho imparato dai baci sottili e dalle carezze fini.
Per
questo, pretendo dal mondo una certa grazia. E poco dolore.
LIBRI.
Lui ha
qualche libro, li tiene in ordine, impilati l’uno sull’altro. Due o tre coperte
ben piegate. Un po’ di bicchieri di plastica, non li butta dopo averli usati,
li tiene da parte, saranno utili. Ha anche un paio di scatole, ma piccole, e servono
per le cose importanti. Lui, il signore che vive sotto la pensilina della 61 (o
della 58 o della 50, non ricordo), raccoglie la sua vita con cura. Tutte le
mattine.
Ha
anche un pupazzo (era la prima cosa che volevo dire, in realtà). Un pupazzo che
è un cane-lombrico a strisce nere e bianche. Con il naso rosso. Naso rosso e
muso triste.
Mi
chiedo se lo abbraccia, quando dorme. Vorrei che lo abbracciasse, quando dorme.
Lui, il
signore della pensilina, ha attraversato la fase uno silenziosamente, senza
andare al parco perché non si poteva.
E il
mondo l’ha lasciato tranquillo.
Ma
adesso il cantiere della metropolitana è ripartito e l’aria non profuma più di
maggio.
Mi
dispiace. Anche se il profumo di maggio, in effetti, è durato solo tre giorni e
c’è da esser comunque contenti, perché il profumo di maggio, io, in Borgo Dora,
non l’avevo sentito mai.
E
secondo me neppure lui.
Ma è la
fase due e le cose cambiano, va bene così.
Abbia
pazienza, vorrei dirgli, abbia pazienza lei, signore della pensilina, presto ci
sembrerà tutto normale. Tutto ci sembrerà di nuovo normale.
Vorrei
dirglielo.
Ma la
cosa più probabile è che lui lo sappia già.
E che
per questo, ogni giorno, sistemi la sua casa.
Non
serve avere una porta, per lasciar fuori il rumore.
LA MIA
NONNA.
Mia
nonna mi viene in mente spesso. La nonna che non c’è. Mi viene in mente quando
non la penso.
Così mi
è venuta in mente mentre leggevo un articolo di Agamben.
Diceva
che in questo momento la religione e la giustizia hanno abdicato alla scienza.
In nome
della scienza abbiamo accettato, senza alcuna ribellione, di non vedere i
nostri morti morire.
Abbiamo
accettato di farne numero, conteggio, grafico.
In nome
della scienza, nuova divinità e nuova giurisdizione, abbiamo accettato che un
pericolo potenziale legittimasse l’assenza di commiato. E di compassione.
Abbiamo
accettato che non ci fossero corpi né funerali.
Solo
ceneri.
La
nuova comunione si compie chiusi in casa, ci hanno detto.
Nessuna
condivisione. Nessun rito. Nessuna visione.
In nome
della scienza lo hanno imposto. E noi lo abbiamo accettato.
Del
resto non abbiamo mai voluto vederla, la morte.
Ora ci
hanno finalmente detto che è anche giusto, non vederla.
Quando
mia nonna è morta ero lì.
Anche
se la mano non gliela tenevo io, ma la teneva lei a me, come a farmi coraggio,
come a dirmi che si muore, è normale. Ero lì quando abbiamo raccolto le sue
cose, quando l’hanno portata alla camera ardente e le hanno fatto la veglia e
io le ho cantato “Buonanotte, fiorellino”
piano piano, nell’orecchio.
Ero lì
prima ed ero lì dopo.
Ero lì.
A
vedere che si muore.
Lo
sapevo che si muore, ma non lo avevo mai visto prima.
Non
vedere fa paura.
E la
paura è un’ottima arma per tenere in ostaggio il pensiero.
La
paura fa accettare tutto. Per questo bisogna combatterla con tutta la forza che
abbiamo a disposizione, anche quando non ne abbiamo nemmeno un po’, e tremare
sarebbe la cosa più facile. Ma bisogna resistere. Resistere per combattere la
morte.
Me lo
ha insegnato mia nonna. Che si chiamava Illuminata (ma la chiamavamo Tina) ed è
morta il 14 Febbraio del 1999. Proprio il giorno di San Valentino.
E ora? Da
quel momento a questo: sono ventitrè anni, ma nella mia testa è solo il tempo
di una filastrocca, come lontana nella notte una musica che, dileguando, per un
istante fa ritorno con l’eco della tua voce. <<È da tanto tempo ormai che
sognavo questo, di poter vivere solo di vento, sole e acqua. La vita non
conclude, bambina mia. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo
di foglie nuove. Adesso sono quest’albero. Domani mi ritroverai in quella nuvola,
in quel libro che accarezzi o in quel vento che ti sfoglia. Butta tutto fuori, vagabonda. Ricorda:
amarsi una volta è amarsi per sempre, basta un amore per non morire. E stai
tranquilla, tra noi, come ieri, nulla è cambiato: come ieri non abbiamo niente
e ci sembra tutto.>>.
E forse
hai ragione, nonna. Forse il tempo ci ha divise nel momento giusto, separandoci
prima che ci mutasse il tempo. Così, sempre sarai per me l’orgogliosa donna dai
capelli forti e lo sguardo vigile: gli anni non passeranno mai sul tuo volto. Il
tuo viso che sempre terrò dentro l’anima, conficcato nel profondo del cervello,
mentre i giorni invernali si disferanno, lasciando spazio a panorami azzurri di
alti eldoradi. Il tuo viso come un cielo autunnale, rannuvolato un momento e
subito dopo sereno. La tua pelle di gelsomino e la dolce rudezza delle tue mani
ruvide con cui mi strofinavi il viso dicendomi <<Sei sporca.>>.
Quanto
a me, sono sempre la stessa bambina, dalla faccia rotonda e sporca, che a ogni
passo ti molesta con il suo <<Mi dai una monetina?>>. Sono sempre
la stessa bambina, dalla faccia rotonda e sporca, senza dubbio inopportuna, che
da lontano contempla le macchine che passano. Sono sempre quella sgradevole
bambina (senza dubbio inopportuna, senza dubbio) dalla faccia rotonda e sporca,
che davanti ai grandi fari illuminati proietta l’insulto della sua faccia
rotonda e sporca. Sono sempre la stessa bambina che, avvolta in lamentose
combinazioni, pone una nota scura nel cielo. Sono sempre la stessa bambina di
sempre, sola e sporca, che lancia l’insulto della stessa furiosa bambina di
sempre che, davanti a panorami d’imminente spavento, disperazione latente,
rabbia incombente, impone ardue e sinistre rivoluzioni per poi continuare con
la sua faccia ancora più rotonda e sporca.
Io sono
sempre quella vecchia bambina di sempre, disgustosa e sporca, che improvvisa un
letto con vecchi cartoni e aspetta, sicura, che tu venga a tenergli compagnia.
CENERE.
Mia
nonna mi viene in mente spesso. La nonna che non c’è. Mi viene in mente quando
non la penso.
Così mi
è venuta in mente mentre leggevo un articolo di Agamben. Diceva che in questo
momento la religione e la giustizia hanno abdicato alla scienza. In nome della
scienza abbiamo accettato, senza alcuna ribellione, di non vedere i nostri
morti morire. Abbiamo accettato di farne numero, conteggio, grafico. In nome
della scienza, nuova divinità e nuova giurisdizione, abbiamo accettato che un
pericolo potenziale legittimasse l’assenza di commiato. E di compassione.
Abbiamo accettato che non ci fossero corpi né funerali. Solo ceneri e cenere. La
nuova comunione si compie chiusi in casa, ci hanno detto. Nessuna condivisione.
Nessun rito. Nessuna visione. In nome della scienza lo hanno imposto. E noi lo
abbiamo accettato. Del resto non abbiamo mai voluto vederla, la morte. Ora ci
hanno finalmente detto che è anche giusto, non vederla.
Quando
mia nonna è morta ero lì. Anche se la mano non gliela tenevo io, ma mia cugina
piccola, ero lì. Ero lì quando abbiamo raccolto le sue cose, quando l’hanno
portata alla camera ardente e le ho detto l’ultima cosa nell’orecchio. Ero lì
prima ed ero lì dopo. Ero lì. A vedere che si muore. Lo sapevo che si muore, ma
non lo avevo mai visto prima. Non vedere fa paura. E la paura è un’ottima arma
per tenere in ostaggio il pensiero. La paura fa accettare tutto.
Me lo
ha insegnato mia nonna. Che per fortuna è morta senza vedere.
LA
SIGNORA DEL PALAZZO DI FRONTE.
La
signora di fronte, al primo piano, ha sempre le tapparelle abbassate e l’inferriata
della finestra sul balcone chiusa. Sempre. Io pensavo che non ci fosse. O che
non esistesse.
Poi è
arrivata la sua voce.
Disobbedienti,
ha gridato. Disobbedienti!
Mi pare
che quello dei disobbedienti fosse un movimento post G8, ricordo, vagamente,
una cosa così, quindi mi affaccio (finalmente posso esprimere senza vergogna
tutto il mio voyeurismo per la vita altrui) e guardo giù.
Non
capisco.
Guardo
meglio.
Non
sono i disobbedienti che mi aspettavo, gente con gli striscioni, urlatori,
cinque provocatori tutti insieme a sfidare il sistema.
BAMBINA
DISOBBEDIENTE.
No.
I
disobbedienti sono una mamma e una bambina di tre anni che camminano su un
marciapiedi deserto. A onor del vero, devo dire, il padre c’era, circa cinque
metri più avanti, con un sacchetto della spesa.
La
signora urla, andate a casa non si esce in tre.
Tre in
tutto, in tutta la strada, noto io.
La
mamma urla, ma cosa vuole mio marito ha fatto la spesa.
La signora
rilancia, come no con quel sacchettino che spesa avete fatto!
La
bambina guarda.
Lei
guarda tutti.
E
continua a guardare anche quando la signora torna nel suo rifugio, con la sua
paura, con la sua rabbia, con se stessa e con la sua storia. Che non conosco, è
vero.
La
bambina guarda. Anche quando il papà la prende in braccio e la mamma si
lamenta.
La
bambina guarda e non capisce niente.
Mi
viene in mente la figlia di una mia amica che mi ha detto, al telefono, hai
presente, no, quel virus? Quel virus pericolosissimo che contagia
tutti.
Ecco,
adesso l’ho presente quel virus. È il
virus del tutti contro tutti.
E si
salvi chi può.
Io tifo
per la bambina.
È suo
il mondo, non nostro.
AL MARE.
Il mare
della mia infanzia era un mare brutto, pieno di case brutte, pieno di alghe
brutte. Ma era mio e c’era vento.
A
marzo, c’era sempre vento.
La
mattina si andava a prendere il sole appoggiati ai muretti, al riparo dalla
sabbia, in faccia alla luce. Mia nonna voleva il caffè al tavolino del bar, mia mamma diceva togliti le scarpe
che si riempiono di sabbia. Mio fratello non so, non mi ricordo.
Ci sarà
ancora quel posto, adesso? Ci sarà ancora il vento?
Vorrei
andare a verificare per non avere paura di un altrove sparito. Ma non posso.
Così,
da un paio di settimane, mi siedo accanto alla finestra aperta e ascolto.
Ascolto
il suono del mare.
E non m’importa
niente che sia il rumore di un telo di cellophane sul balcone del vicino. Non
mi importa quasi niente.
Tutti i
posti in cui io non sono comunque ci sono, mi dico.
Ci
sono, anche se io non li guardo.
Ci
sono. Nonostante la mia assenza.
E il
vento arriva dappertutto.
LA
SIGNORA CON IL CANE.
La
signora con il cane piccolo che si chiama Luna mi ha spiegato che ieri la
polizia l’ha fermata, attraversando il parco sulla sua volante, e le ha detto
che no, non deve proprio fare entrare il cane in area cani.
Mai.
Anche
se è da sola non lo deve fare. Mai.
Lei
deve camminare sul marciapiedi. Sempre.
E non
fare più di duecento metri.
Mai.
Immagino
che la polizia li avrà contati in passi molto precisi, quei 200 metri, oppure
con un metro molto lungo e molto flessibile o forse li ha misurati in linea d’aria
con quella lucina rossa, tipo laser.
Non so.
Comunque,
l’area cani oggi era deserta mentre sul marciapiedi eravamo almeno in cinque.
Quindi
sono entrata, con il cane mio, la piccola Luna e la signora.
Lei era
contenta, credo che si sentisse come quando a quattordici anni andava a fumare
sul balcone per non farsi vedere dalla mamma. Una mamma molto severa.
Però se
ne è andata dopo due minuti. Dicendomi che le faceva paura la polizia.
Le
faceva paura la polizia, più della malattia.
Allora
ho capito che no. Dai. No.
La
paura dei virus, del buio, degli
incubi, delle strade strette da cui non puoi scappare, la paura di morire, va
bene.
Ma la
paura di esistere no.
Quella
no.
Perché
io, insomma, li faccio i miei esercizi di libertà e le trovo le cose piccole,
sottili e buone come l’aria pulita di un marzo che gela le mani.
Quindi
no.
E ora
la smetto di tenere gli occhi bassi, perché non li sto tenendo bassi per
tristezza, li sto tenendo bassi perché mi sento in colpa.
Ma non
ho colpa di niente. Non abbiamo colpa di un bel niente. A parte la colpa di
vivere. E quella ce l’hanno tutti. Pure i poliziotti. Anche se non se lo
ricordano più.
BAMBINI.
Se io
avessi dei bambini, oggi, proprio non saprei che dirgli.
Dopo il
mondo colorato sopra un foglio, dopo la cerimonia del thé con l’acqua del
rubinetto, dopo i giochi, dopo il sonno, dopo infiniti abbracci, io, per far
passare la paura, proprio non saprei che fare, e per far passare il tempo, non
avrei dove andare, e per spiegare, non avrei inizio da cui cominciare.
Forse
allora gli parlerei soltanto di quante persone potranno dopo incontrare, di
quanta aria c’è da respirare. E del mare.
E loro
direbbero che tutte queste cose si possono già immaginare e che sono solo i
grandi a dubitare, perché, oltre il muro di casa, non sanno proprio guardare.
ARRESTIAMOLO!
Arrestiamolo.
Così
mettiamo fine a questi post, ai video
in diretta e ai deliri. (È un ministro degli interni di una repubblica
democratica. Non un monarca e nemmeno Dio, ché solo Dio ha fermato un esodo,
tanto per dire.)
Arrestiamolo.
Già.
Arrestiamolo.
Su una
nave, per qualche giorno (cosa vuoi che sia), gli diamo da mangiare e da bere e
pure 35 euro al dì, perché lui è italiano e se li merita anche se non è sulla
terra ferma.
Arrestiamolo.
E poi
diciamo all’Europa di intervenire. Qualcuno se lo prenderà. Non possiamo essere
gli unici a farcene carico.
Insomma,
per una volta facciamo come dice: arrestiamolo!
Subito.
Così ci leviamo il pensiero.
Arrestiamolo.
HIT PARADE.
La mia
personale (e, vorrei, universale) hit
parade è:
1) non
fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso, tipo essere
numerato, discriminato, additato, stigmatizzato (e stare una decina di giorni
su una nave con il mare mosso, quando pensavi di poter scendere);
2)
cerca di essere umano (non solo di essere UN umano, ché purtroppo gli umani
fanno anche cose disumane e umanamente non tollerabili);
3) non
rompere le palle dicendo che prima non c’era niente di meglio e che il prima ha
causato l’oggi (sai che novità);
4)
ricordati che il futuro è sempre dei figli, anche se non li hai, e i figli
saranno misti, immigrati, emigrati, bianchi, neri, gay, musulmani, cristiani, ebrei, atei, biondi, mori, buoni, scemi,
intelligentissimi, stanziali, zingari, brutti e belli (proprio come noi, pensa
un po’, proprio come noi);
5) dopo
di che, se ancora pensi che il problema siano le banche, i monopoli, le ONG, la
DC, il PD, Berlusconi e la zia Mariuccia, guarda il cielo: le teste sono piccole,
ma l’orizzonte è largo;
6) fai
quello che vuoi: cioè, scegli quello che devi.
FINE
DEL COPRIFUOCO.
Appena
finisce l’ordinanza di uscire solo per le cose necessarie, voglio fare un tour. Sì, proprio un tour! Andare in tutti quei posti dove
andavo prima; che so, a Piazza Santa Giulia, per esempio, con vicino Via degli
Artisti e i suoi negozietti vintage,
e prendere la pizza bianca del forno che solo lì sanno fare bassa e croccante e
piena di olio, che a pensarci mi commuovo.
Quando
alzeranno le loro serrande impolverate, voglio essere in prima fila, come se
fossi davanti a uno spettacolo teatrale, una pièce tanto attesa con i biglietti andati a ruba, adagiata su una
poltrona in velluto rosso, e mettermi a guardare le vetrine dei negozi con i
nuovi arrivi: i sandali, i top che
lasciano scoperte le spalle, i vestitini colorati. Che colore andrà quest’estate?
E di fronte a quello spettacolo: voglio battere le mani, ma batterle davvero
forte, fino a spellarmele. Battere le mani e lanciare fischi di approvazione,
come al passaggio di una bella donna. Ma fisserò ipnotizzata le vetrine con gli
abiti estivi, oppure gli arrivi autunno–inverno?
Appena
finisce questo coprifuoco indosserò le mie scarpe più comode, e voglio proprio
andarmene in tour e camminare tanto,
tantissimo, solo per il gusto di camminare, come ho sempre fatto. Camminare e
godere nell’ascoltare il rumore che fanno i miei tacchi su l’asfalto, e
fermarmi a prendere un gelato, e leccarmelo mentre passeggio. Un cono gelato
pieno di gusti con la panna montata in cima. Voglio mangiarlo lentamente,
immersa in un alone di beatitudine, tra santità e peccato, lentamente fino a
sentire la crema che si scioglie e mi cola sulla mano. Non si può leccare un
gelato con la mascherina calcata sul viso, non fate scherzi eh?
Appena
finisce quest’incubo voglio andarmene in tour
e uscire la sera, in una di quelle calde e soffocanti serate estive, umide e
appiccicose, e arrivare trepidante per l’emozione in un cinema all’aperto, con
le lucciole che volteggiano tutt’intorno allo schermo. Sedermi sulla sedia
traballante di plastica rigida e aspettare. Aspettare che si spengano le luci
dei faretti e che si illumini lo schermo. Lanciare un primo sospiro davanti a
una bellezza che mi si sta mostrando togliendosi un pezzo alla volta, prima di
rimanere nuda. E poi avvertire lo scricchiolio della pellicola consumata che arriva
insieme ai titoli di testa, e che si mischia alla musica. Sospirare, ancora,
con voluttà, alla presenza della prima immagine, all’apparizione di quei
fotogrammi che si uniscono al battito del mio cuore. Sentire, in lontananza, il
rumore del traffico lungo la strada che avvolge la finzione alla realtà.
Quando
comincerò il mio tour, voglio scendere
al Balôn
e battere tutti i locali e bere, anche se sono mezza astemia, alzare il
bicchiere al cielo mentre mi parrà di vedere cadere le stelle come se fosse il
10 agosto. Sentire un canto corale: <<Guarda! C’è una stella che sta
cadendo! Esprimi subito un desiderio!>>. Ubriacarmi di birra, di vino,
tutta la notte, mentre le stelle mi cascano addosso come pioggia battente.
Dimenticare tutti i miei desideri, perché sono tanti accalcati e si scavalcano
euforici, e non si sa a quale dare la precedenza.
Appena
finisce tutto ho deciso che voglio andare in tour, truccarmi gli occhi con un glitter argentato passato sulle palpebre, arrivare ai Murazzi e sul
Lungo Po, e poi scendere i gradini di marmo, irradiati dalla luce del sole del
tramonto, che portano fino alla banchina. Scenderli a tempo di funk, muovendo braccia e gambe a ritmo,
tenendo serrata tra le labbra una sigaretta, anche se ho smesso di fumare.
Girovagare sulla banchina, e ammirare il volo dei gabbiani che planano sulla
corrente del fiume, e salutarli uno per uno. Perché chissà da quanto tempo,
aspettavano qualcuno che scendesse a salutarli. Magari pensavano che l’umanità
si fosse estinta. Osservare un uomo che avanza coi suoi capelli lunghi di un
biondo sbiadito, la faccia consumata dalle rughe incastrate nel corpo
muscoloso.
Porterò
con me una bottiglia di spumante, per brindare alla nuova vita. E se sarà
possibile, faremo nuovamente dei fuochi d’artificio, brillanti e scoppiettanti
come popcorn. Faremo finta di ricominciare tutto. Dovrò spiegare ai miei figli che
qualcosa è andato storto. Dovremo rifare il conto alla rovescia.
Esco
poco, una o due volte alla settimana, al massimo. E, sin dal mattino, mi sale
una specie di eccitazione all’idea di andare fuori. Mi preparo per questo
momento di festa, mi trucco attentamente e mi vesto con i miei abiti più
carini, perché voglio essere bella per questa uscita, voglio essere bella per
il mondo. Una volta fuori, basta un poco, dieci minuti tutt’al più, e sento
salire una viva delusione, mi sparisce il sorriso, per quello che ho immaginato
come un momento di festa, e comincia a fluttuare, dentro di me, una sensazione
di nausea. Mi gira la testa, mentre mi sforzo di non vedere. Vorrei mettere una
mascherina sugli occhi, invece che sulla bocca. Non voglio vedere le persone
senza una faccia, non voglio vedere le file. Non voglio. Inghiotto la
sensazione di nausea, sperando passi. Non desidero vomitare dietro l’angolo. È
uno spettacolo da fare in privato, tra le mura del proprio gabinetto.
E poi
voglio davvero prepararmi al meglio per il mio tour per la città. Lo sogno a occhi aperti. Andrò in giro a firmare
autografi come fossi una rock-star, a
stringere mani sudate, a fare selfie
con lo sguardo febbrile e strafatto. Voglio fare le valigie e metterle sul
pianerottolo, e guardarle prima di chiudermi la porta alle spalle e rientrare a
casa. Voglio salire su un vagone della metropolitana e vedere scorrere tutte le
fermate, da capolinea a capolinea, e contare le persone perché è davvero
parecchio che non vedo tanta gente. Fermarmi ad aspettare alla fermata la
Circolare destra che fa quel magnifico giro per la città. E, se non dovessi
fare in tempo a prenderlo, vederlo ripartire e corrergli dietro, per un po’,
passando sotto gli archi di Porta Nuova. Come ho fatto tante volte. E sbuffare:
<<Vabbè, prenderò il prossimo!>> come ho fatto tante volte...
Chi è l’ultimo
della fila? L’ultimo della fila? Chi è? Penso, mentre scorgo la faccia
mascherata della cassiera del supermercato, tra il rettilineo sbilenco dei
carrelli.
THE TRUMAN SHOW.
La
bellezza è ovunque. Sono nata a Torino, ho vissuto in Atene, Salonicco, Oviedo
e Roma, ma Catania è la città dove sono cresciuta. Ed è il posto dove continuo
a cogliere fiori profumati e pieni di colori. In tutte le stagioni: autunno, inverno,
primavera, estate. Fiori che crescono tra il delirio del traffico, tra lo smog e l’immondizia che si mostra oscena
dai cassonetti, le strade sporche e i cantieri perennemente aperti. Fiori che
il mio quartiere mi fa trovare, ogni giorno, sul davanzale della mia anima. Tempo
fa erano comparsi, sui muri, una serie di volantini con la scritta <<Librino
Mon Amour>>. Negli ultimi 20 anni sono circa 10 i film girati in questo
quartiere. Durante il periodo del neorealismo siciliano: i suoi scenari furono considerati
perfetti da immortalare con la macchina da presa. Il “ciak, si gira!” una frase da far riecheggiare sovente.
Anche
Roma ho molto amata. Muoversi tra quelle strade ha qualcosa di mistico, si
coglie appieno la sensazione: di che cosa può diventare immortale. Come se mi
comparisse davanti Pasolini che, con la sua voce sottile, parla a Sergio Citti,
che darà il suo volto sofferto ad “Accattone”.
Quando vado al tabaccaio mi pare di vedere, in fondo alla via, Anna Magnani che
corre e urla disperata dietro un camion,
mentre Rossellini pensa che avvenire avrà il suo “Roma città aperta”. Oppure, tra il passaggio di un tram e l’altro, intravedo Pietro Germi
che stringe tra le labbra un sigaro toscano, con negli occhi la stessa
malinconia che non abbandonerà mai il suo Ferroviere.
Cose così
di ordinaria immaginazione. Anche i gatti che vagabondano qui hanno capito che
questa è un’oasi sicura per loro. Troveranno sempre ciotole piene di cibo, e
potranno rifugiarsi al caldo dentro qualche posto. C’è Eva, piccola pantera
dagli occhi verde smeraldo, che miagola a chiunque passi: come se lo volesse
traghettare lungo le vie.
Il
quartiere di Roma che più amo è però il Pigneto. Con il passare degli anni,
questo, si è trasformato in un quartiere cool,
meta di passaggi turistici non solo da parte di chi viene da fuori, ma anche da
chi vive a Roma. Perché al Pigneto si trovano locali di ogni genere. Un giorno
mi sono divertita a contarli tutti, o meglio quasi tutti, e tra pizzerie,
ristoranti, pub, sale da tè, librerie-caffè sono arrivata a 55, e ne sono
rimasti fuori tanti, come quelli che affiorano insolenti da qualche vicolo o
stradina defilata e meno illuminata.
Ecco che
cosa era prima questo luogo. Un quartiere ammiccante, che strizzava l’occhio a
chiunque passasse, anche solo un attimo per scendere con la scala mobile, e
andare a prendere la metro C.
Poi,
piano piano, un evento terribile e inaspettato ha trascinato via tutto, come
una burrasca. Una serranda si è abbassata, come se fosse scattato un black-out che, insieme alla luce, ha
tolto anche l’anima e la bellezza.
Ora l’orologio
è fermo su altri orari, altri stili di vita. Parole antiche come coprifuoco
sono entrate a far parte di un nuovo linguaggio datato 2020. Fino alle ore 18
poi tutti a casa. Si chiude. Girare dopo le 18 in un quartiere cool, ai tempi del morbo, è struggente.
Ha lo stesso colore delle foglie autunnali, parcheggiate sul cemento. Complice
l’ora legale e il buio che cala, frettolosamente, come una mannaia. Si possono
incontrare solo fantasmi. Perché non si riconosce più nessuno. Tra cappotti,
baveri alzati e mascherine che soffocano ogni sorriso, e l’impronta di un bacio
sulla pelle. Il rumore dei passi è cambiato, ha un suono poco vivace, e si
muove sulle note stonate di un pentagramma dove, prima, era invece possibile:
costruire un commento musicale pieno di ritmo.
Soltanto
la televisione è rimasta perennemente accesa, 24 ore su 24, su questa nuova
serie a puntate, una serie di fama mondiale, dove come nel film “the
truman show” un regista invisibile sceglie le linee guida della
narrazione. Indimenticabile il protagonista, Truman Burbank (con la faccia di
Jim Carrey) che riesce a vincere la sua paura per l’acqua e decide di fuggire
attraverso il mare aperto, con una piccola imbarcazione a vela si mette alla
prova. Questo non piace a Christof, il regista, che mette in atto tutto il suo
potere, come un Dio incontestabile, e decide di scatenare un temporale, con
tuoni e fulmini, per cercare di capovolgere la barca. Intanto, il mondo osserva
Truman mentre il mare in tempesta lo travolge, e tutti fanno il tifo per lui,
con le lacrime agli occhi lo seguono e pregano perché non venga travolto da
quelle onde altissime. E Truman continua a lottare, bagnato fradicio: anche
quando cade in acqua: si rialza con lo sguardo fiero, pronto a riprendere il
suo viaggio. Il regista si piega di fronte a quella volontà, e a quel tifo
impazzito e imprevedibile del pubblico, e in un attimo fa uscire il sole. Una
nuova alba si apre alla vita. Truman è finalmente libero. Libero di andare per
la sua strada. Libero di andare dove gli pare.
Ho
pensato che Truman, per molto tempo, non si è reso conto di quello che stava
accadendo. Tutto era normale. Poi, ha cominciato a gridare che non era normale,
non poteva esserlo. Perché l’essere umano nasce libero, e desidera da sempre
decidere del proprio destino, nonostante le tante paure. E chiunque, per quanto
lo si possa rendere prigioniero, non potrà essere in gabbia in eterno. Mi
domando quanta verità ci possa essere, in questo momento, quanta verità pura,
intendo. Vedo in giro troppi Christof
presi da delirio di onnipotenza. Truman aveva il suo sogno da affrontare, la
sua terra promessa da toccare. Ora, invece, per noi tutto è precluso e mari in
tempesta sono creati, ovunque.
Il filosofo
tedesco Husserl sosteneva che il fatto che la scienza ci permetta di
raggiungere, matematicamente, la verità delle cose, non significa che quella
scienza sia il mezzo per raggiungere anche la verità dell’uomo, che è qualcosa
di molto più profondo e, appunto, umano.
VERTIGINI.
Mi
avvicinai a lui, avevo bisogno di calore umano. Aveva bisogno di sentirmi
vicina. Si avvicinò sempre di più col viso. Mi diede un bacio sulla guancia.
Cuore in gola. Non me lo aspettavo. Mi cinse la vita col braccio e rimanemmo in
silenzio sulla nostra panchina a guardare la gente passare. Cuore in gola. Di
nuovo. Vuoto d’aria.
L’amore
ci frega tutti e ci rende piccoli e indifesi in balia del mondo. Ci rende
uguali. Opposti. In guerra. E ogni volta che l’amore ci delude è come se
venissimo al mondo completamente soli, senza l’uso della parola, piangendo per
respirare.
Lui
appoggiò la testa sulla mia spalla. Aveva un sacco di capelli che mi finirono
in bocca, negli occhi. Sorrisi. Era da tanto tempo che non mi veniva un sorriso
così spontaneo, disteso. Assenza di emozioni totale, per mesi. Nulla mi aveva
più smosso.
Poi
alzò la testa e si scostò da me. Il sole stava scendendo. Avevamo quasi
esaurito il giorno insieme. Non me n’ero accorta.
<<Non
te ne andare...>> sperai per un attimo. Un pensiero veloce, quasi
impercettibile. Lui mi abbracciò forte forte. Sentii il suo corpo sul mio. C’era
qualcosa di erotico nel modo in cui mi stringeva. Vuoto d’aria nello stomaco.
Mi schioccò un bacio sulla guancia destra e uno subito su quella sinistra, si
scostò da me poi mi riabbracciò subito. <<Resta.>> pensai <<Per
favore.>>.
Poi si
voltò e se ne andò. Lo aspettavano, lo sapevo già, ma mentre andava via non mi
ero mai sentita così sola. Il sole scendeva oltre le montagne e il mondo era
rosa, giallo e arancione. Le ombre si allungavano e lui non era mai stato così
bello mentre si allontanava. Non mi ero mai accorta dei suoi occhi, delle sue
mani, delle sue gambe. Non mi ero mai del tutto accorta di molte cose. Vuoto d’aria
nello stomaco mentre la sua sagoma scomparve dietro l’angolo. Mille vite ho
vissuto mentre lui andava via. In piedi su una fune guardavo il vuoto sotto di
me. Vertigini. Raccolsi le emozioni e con attenzione le conservai lontane il
più possibile, per paura che potessero affiorare. Non è questo il tempo. Non è
questo il modo. Ancora Vertigini. I colori dell’autunno nei suoi capelli. Mille
vite ho vissuto mentre lui andava via.
FAME.
È
durata poco ma non esisteva fame, e non era un tentativo estetico, non hai mai
avuto freni, ma in quel periodo non avevi fame. Eri stata brutalmente
ingannata, usata come un animale e poi gettata una volta consunta, e ti sentivi
inchiodata all’assenza, non importava davvero di chi. Non avevi fame. Le
viscere risucchiate. Ti alzavi per inerzia, vagavi per un quartiere
residenziale senza trovare pace. Non avevi fame. Non avevi sonno. Non avevi
altro che mancanza. Ti eri specchiata in una pozzanghera nera e il corpo
spariva, ti sembrava bello che lo facesse, avevi sempre avuto il problema
opposto: il tarlo della carne, troppa. E della fame, troppa. Ora invece non c’era
più, dissolta. Ogni istinto vitale dissolto. Ti sentivi invulnerabile nel fondo
dell’assenza: una cosa che non ha bisogno di niente, un ordigno fuori perfetto
e dentro strappato, rattrappito, pieno di fili sconnessi e tagliati. Ma finché
restava perfetto fuori andava bene. Ti sembrava che la corda spezzata, i
brandelli, le viscere cave fossero ben nascoste dalla freddezza dello sguardo e
dalle ossa. Nelle ossa eri forte. Uno scheletro di cartapesta; il fantasma che
veniva a farti visita da bambina era diventato te, sovrannaturale, metafisica,
incapace di legarti, avevi costruito la maschera aurea. Se qualcuno aveva osato
abbandonarti, adesso ti eri nascosta nella parte oscura dello specchio: nessuno
può distruggere un meccanismo guasto, saresti stata sempre tu da un lato e dall’altro.
Fuggire, più d’ogni cosa, amare sì, ma solo per gioco. Ingannare fino a non
poterne più. L’involucro era pieno e il contenuto cavo ma sparivi prima che
qualcuno potesse riconoscerlo. E poi, le maschere ti si sono sfasciate addosso:
l’inverno. In ogni solco, in ogni libbra di carne recuperata ti si legge il
vuoto. Raggeli. Cosa è rimasto? Una donna, non una dea, piena di strappi,
saldature malferme, suture slabbrate. In questo perdere e slabbrare è entrato
uno spiraglio. Amare, perdere, piangere. Non sei la vacca o il maiale, sei una
donna, nessuno di speciale, ti chiamano signora e allo specchio non ti
riconosci quasi più, ma riconosci un altro in te, è più potente del muro che
avevi costruito intorno alle frane. Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i
cocci e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza (della tua).
(Dedicato a tutte le donne vittime di
disturbi alimentari.)
LIPOSUZIONE.
Mai
avrei potuto immaginare di non poter vivere senza un uomo. Mi sembrava di
averne troppi intorno, mi sembravano superflui. Non ne potevo più e così me ne
sono sbarazzata, di mio marito come di tutti i miei amanti. Mi sono sentita
giovane, forte, bellissima vedendoli così disperati. L’esultanza è durata poco.
Pensavo
che ritrovarmi sola sarebbe bastato per liberare la mia creatività, e ho
comperato tela e pennelli, poi della terra per modellare; ho comprato una
chitarra e alla fine una macchina da cucire e poi una macchina da scrivere.
Niente di niente!
Mi sono accorta allora che non riuscivo a
riempire il vuoto che mi avevano lasciato. Ho dovuto ammettere che la sola cosa
per la quale sono veramente dotata è riscaldare le lenzuola, e pensare che
avevo buttato via tutto per orgoglio.
Il
problema con gli uomini è che quando ne hai uno, gli altri ti girano intorno,
quando ne hai diversi ce ne sono ancora di più che si domandano che cosa avrai
mai, e vogliono provarci anche loro.
È una
ronda che si autoalimenta e che si arresta bruscamente quando, per una ragione
o un’altra, rimani sola. Allora cominciano a trovarti invecchiata, inacidita e
noiosa. I capricci che prima li mandavano in solluchero, adesso li trovano
irritanti.
Credono
che tu sia stata abbandonata e puoi affermare il contrario quanto vuoi, e
questo contrario può anche essere la pura verità, inutilmente. Una donna è sola
perché nessuno la vuole e dunque deve per forza esserci una ragione.
Così
diventi minacciosa, la piovra che spia l’ingenuo che avanza nel suo territorio,
per accalappiarlo e succhiargli il sangue. Gli atteggiamenti che prima
sembravano sensuali adesso sono considerati volgari.
Esitano
a invitarti per non dare adito a situazioni imbarazzanti con le altre donne che
hanno un uomo, loro, e preferiscono tenerselo. Ogni volta che ne avvicini uno,
di qualsiasi tipo e di qualsiasi età, si immaginano che tu voglia sedurlo, e
non è sempre vero.
In
effetti appena mi sono resa conto che il mio telefono non suonava più, e che i
sabati e le domeniche erano ormai riempite dai concerti e dalle mostre, che le
giornate un tempo dedicate ai preparativi per la sera erano adesso tutte per
me, cioè vuote, e che tutti gli sforzi fatti per interessarmi a qualcosa di
diverso dalla seduzione non erano serviti, allora ho cercato di ripristinare la
situazione precedente.
Ma
nulla ritorna mai come prima.
I miei
antichi amanti avevano ormai altri interessi e soprattutto erano sorpresi che
li chiamassi io per prima, mentre di solito dovevano insistere diverse volte
prima che mi degnassi di rispondere.
L’aura
magnetica che attirava gli uomini senza sforzo si era dissolta.
Allora
ho cercato di adattarmi alla nuova situazione. Bisogna pur vivere.
Qualche
incontro interessante tramite internet, con gente che non era del mio ceto
sociale, con cui mi sarei vergognata a uscire a cena. Ciò mi ha almeno quietato
i sensi, e non è poco. Ne ho tenuto un paio sottomano per i periodi di crisi,
ma ho avuto paura di lasciarmi irretire da qualche gigolò, cosa che, per una
donna della mia età e della mia bellezza, sarebbe il massimo dell’umiliazione.
La cosa
più fruttuosa è stata il ballo, mi sono impuntata di imparare il tango e lì ho
avuto molto successo. Il telefono ha ricominciato a suonare come ai vecchi
tempi, che importa se erano tipi un po’ grossolani, avevo l’impressione di
vivere di nuovo, mi sono comperata delle scarpe rosse e ho cambiato profumo;
sfortunatamente sono capitata su un giovane piuttosto bello, che mi ha di nuovo
obbligato a lasciar perdere tutti gli altri. Indebolita dall’amore ho obbedito,
e quando l’ultimo spasimante se ne è andato, mi ha lasciato anche lui. Avevo
davvero perso la mano. Non ce la facevo più a riprendermi.
Ho
passato delle giornate intere chiusa in camera, con le tende tirate e la luce
spenta, per non vedere le mie guance sgonfie nello specchio.
Fissavo
la scatola di medicine accanto al letto e una volta le ho sgranate ad una ad
una sul palmo della mano. Brillavano scivolose, sembravano vive, tremavano come
perle. Le ho messe tutte insieme in bocca, lo zucchero che le avvolgeva
cominciava già a fondere, e stavo quasi per inghiottire, quando un’idea
magnifica mi ha attraversato la testa all’improvviso, sono corsa a sputare
tutto nel gabinetto e ho deciso di farmi un lifting.
Ero
sorpresa che una soluzione così semplice ai miei problemi non mi fosse venuta
in mente prima. Avevo la felicità a portata di mano e non la vedevo. Mentre
prendevo appuntamento mi sentivo già più giovane e più sicura di me. Mi
guardavo allo specchio con occhio disincantato ed era evidente che, dopo il
viso, con altre due o tre piccole operazioni alle cosce, al ventre e al seno
avrei riacquisito il mio aspetto normale.
La vita
aveva ancora tante buone cose da offrirmi.
Tutto è
andato come volevo: il viso non è stato affatto doloroso, ed è un successo,
nessuno ha notato niente di strano, mi dicono solo che ho l’aria davvero in
forma.
Per la
pancia invece è stato più difficile e le cicatrici si vedono ancora, ma la
silhouette è ridiventata perfetta e indosso le gonne strette di quando ero
ragazza. Non smetto mai di guardarmi allo specchio e di comperarmi vestiti
nuovi. Stranamente gli uomini sono diventati secondari in questa storia, il
fatto di vedermi bella mi basta.
Devo perfezionare
il tutto con la liposuzione, per togliere le ultime tracce di cellulite e poi
si vedrà.
Una
serenità mai provata mi pervade, ho l’impressione adesso, di appartenermi
davvero, di essermi presa in mano per la prima volta nella mia vita. Finalmente
amo il mio corpo per quello che è e non come uno strumento di potere sugli
altri. Mi ungo di creme per il piacere dell’odorato, mi masturbo senza pensare
a niente, come un’alga che galleggia sulle onde della dolcezza.
Cammino
per la strada senza più preoccuparmi degli sguardi degli altri, sono solo
assorbita da me stessa. Ho l’impressione di essere speciale. Questa sensazione
è sempre esistita, ma prima era legata al riconoscimento degli uomini, adesso è
solo mia.
Qualcuno
ha ricominciato a invitarmi a cena, e sono già andata a letto con un paio di
loro con il mio nuovo corpo, con un certo successo. Ma non mi interessa più,
qualcosa di assolutamente imprevedibile è accaduto dopo le operazioni. Forse le
cure delle infermiere in clinica hanno contribuito al fenomeno, o allora ciò
covava dentro di me da molto tempo.
L’altro
giorno sono andata a riprendere i vestiti in lavanderia e mentre l’impiegata li
imballava nella plastica, ho notato che sotto al suo viso piuttosto comune
aveva dei seni di una bellezza eccezionale. E infatti li esibiva con uno scollo
al limite della decenza. Mi ha turbato a tal punto che al momento di pagare mi
sono sbagliata, ho fatto cadere tutto in terra e lei mi ha aiutata a raccattare
chinandosi in modo che i suoi capezzoli rosa sono diventati perfettamente
visibili. L’ha fatto apposta? Ha l’abitudine di suscitare il desiderio?
Da
allora ci ritorno spesso, per fortuna è primavera e non c’è niente di strano se
porto a lavare le tende, i tappeti, i cappotti. Poi un giorno l’ho aspettata
dopo l’ora di chiusura seduta al caffè di fronte, e appena mi ha visto si è
seduta accanto a me. Come se non avesse sperato altro. Me la sono portata a
casa e questa volta ho davvero perso la testa. Non mi era mai successo con gli
uomini, non è passione, è uno stato di benessere intenso che perdura. Lei è
sposata, ha dei figli, ma ha già avuto delle esperienze di questo tipo. Non ha
mai goduto con un uomo, mi ha detto, mentre con me basta poco. E per me è lo
stesso. Viene da altrove, è diffuso in tutto il corpo, è così intenso, mi
ricorda i brividi che sentivo da bambina quando il cane mi mordicchiava i
piedi.
Le do
un po’ di soldi, ma non è un rapporto commerciale, so che ne ha bisogno e lo
faccio volentieri. È una donna davvero gentile, che trova la nostra relazione
naturale, mi domando perché aver aspettato tanto.
SCACCO
MATTO.
Vidi il
Re nero salire le scale al buio e, per non cadere, tastare il bordo pietroso
dei gradini con la punta della scarpa. Dentro l’involucro di cuoio, i piedi
erano forchette con i denti piegati. Il vecchio avanzava con una mano poggiata
al muro e con il palmo si dava a ogni passo una spinta. Nell’altra mano reggeva
la lucerna che aveva acceso solo per un istante, sulla soglia, e aveva poi
spento subito con una smorfia d’orrore; dallo stoppino si alzava e si
scioglieva l’ultimo nodo di fumo. Sentii l’odore dell’olio di oliva e dell’ottone.
Sentii le dita dei piedi raggricciarsi quando scivolò sull’ultimo gradino. Non
cadde, si aggrappò all’estremo pomello della ringhiera; ma di mano gli sfuggì l’inutile
luce spenta. Udii il frastuono del metallo. Quel suono, troppo grande nel
silenzio, fu il primo traditore.
Dietro
la tenda, che oscurava la finestra al termine della scalinata, c’era la Donna
nera. Ghirigori porpora e d’oro nascondevano la sagoma della regina, ma da
sotto le frange di velluto s’intravedevano le punte dei calzari. Le vidi, io. E
le guardavo già da un po’. Erano le scarpe dell’Alfiere, nere come la divisa;
rubate; compromesse. Di vederle, il Re non ne ebbe il tempo.
La
lucerna ruzzolava ancora sferragliando, giù per i gradini a ritroso, e lui si
era appena voltato a guardarla cadere, sempre con la stessa contrazione di
orrore e commiserazione ad alzargli gli zigomi, quando la gola gli si aprì come
una sacca e rigettò il vecchio fuori da sé, sul pavimento, in un laghetto
denso; lo vomitò poi dalla bocca, da sopra e da sotto la lingua, mentre la
testa si abbassava e la guancia si appoggiava sulla pietra. Un fiumiciattolo
toccò le scarpe della Donna, la pulsazione del fluido ne impregnò le impronte.
Vidi la
luce spegnersi in un occhio del vecchio. E lui si chiuse per sempre, ma
semplicemente, come una porta. Impiccarono l’Alfiere. Sulla corte cadeva il
biancore dell’alba, gli stendardi trattenevano il gelo della notte. La forca
non era più uno sterpo solitario ma il palchetto di uno spettacolo intorno a
cui, a una certa distanza, si erano schierati tutti i pezzi del teatrino: le
Donne dell’una e dell’altra parte, gli Alfieri bianchi e neri e i Cavalli
bardati a condanna e i Pedoni un poco più indietro.
Vidi,
come videro tutti, il cappio aggrapparsi al gargarozzo sotto la goletta di
tela, stringerlo e tirarlo quando l’Alfiere cadde e poggiò il mento sullo
sterno, il collo allungato, gommoso. E udii, come udirono tutti, lo schiocco e
subito a seguire un applauso stanco. Non parlò nessuno.
Le mura
hanno occhi e orecchie, ma della scacchiera io sono l’unico pezzo che non ha
voce. Io sono la Torre.
ADOLESCENZA.
Afferrai
la lucertola appena decapitata, si dimenava tra le mie dita serrate, nel suo
ultimo fulmine di esistenza.
Gli
altri si tenevano a distanza di sicurezza come fossi protetta da una barriera
invisibile, ma era solo lo schifo. I soliti cagasotto.
Iniziai
a inseguirli per i vicoletti, urlavamo spaventati e felici, frinivamo come
grilli nell’oblio del futuro inverno.
D’un
tratto mi accorsi di star costeggiando il muro della fabbrica di viscosa. Lì ci
lavorava mio padre, lo immaginai chino su qualche macchinario, la faccia
sporca, le sue mani giganti indaffarate a schiacciare goffamente qualche
pulsante di cui comprendeva a malapena la funzione.
Non
sentivo più le grida degli altri bambini, svoltai in vicolo de’ Bottai. Mi
trovai di fronte Ruggero.
Se ne
stava lì, lungo e secco come un chiodo, mi fissava.
<<Tu
non hai paura di me.>>
<<Perché
io so le cose, la paura ce l’ha chi non le sa.>>
<<Sei
un po’ presuntuosa.>>
<<E
tu? Hai paura?>>
Mi
piaceva provocare Ruggero. Dava la stessa sensazione di un ramoscello, di
quelli che quando cerchi di spezzarli si rivelano inaspettatamente coriacei.
Tutti gli altri erano terrorizzati da lui, sia perché si picchiava con chiunque.
<<Io?
Sempre! Ho paura che non riusciremo a pregare abbastanza da farlo tornare, a
salvarvi, a salvarci.>>
Parole
non sue, questo si capiva. Recitava una parte che gli avevano insegnato quelli
della Società.
Spuntarono
gli altri e, senza che Ruggero se ne accorgesse, gli arrivarono alle spalle e
gli infilarono un lombrico dentro il collo del maglione blu, il maglione
sempreblu di Ruggero, altri non ne aveva. Cacciò un urlo e quelli si misero a
ridere. Gli altri non mettevano piede fuori dalla chiesa, non da soli. Ruggero
era l’unico.
Mollò
una botta sul naso a Gigi, che si mise a piangere come la schiappa che era. Poi
se ne scappò via sulle sue gambe da trampoliere.
La sera
cercai di trascrivere la mia giornata usando i simboli della logica modale.
Volevo essere come Saul Kripke, avere un assioma tutto mio. Un genio,
Kripke. A sei anni insegnava ebraico antico, a diciassette scrisse il suo
primo teorema di completezza della logica modale. Io di anni ne avevo tredici,
c’era ancora tempo.
Quando
mio padre tornava era stanco morto e non spiccicava una parola, mi guardava e
chiedeva:
<<Hai
studiato?>>
<<Sempre.>>
rispondevo.
<<Brava,
così non finisci come me.>>
A mia
madre neanche la guardava, lei ci stava male. Nessuno dei due mi aveva voluta.
MATURITÀ.
Tornare
al paese dopo aver vissuto a New York non è un’esperienza semplice da spiegare.
Neanche tornarci con ottanta chili in più. O con la testa imbottita di
Modafinil per stare al passo con le aspettative che tu stessa ti sei creata.
Forse sapere che in questo mondo nessuno dei miei genitori mi voleva mi ha
portato a studiare la logica modale:
la
logica della possibilità e della necessità.
Necessariamente
sono figlia dei miei genitori, ad esempio. Sapevo anche che c’era un mondo
possibile in cui mio padre amava me e mia madre, in cui la mia nascita era
frutto di una volontà precisa.
Facevo
un sogno ricorrente: tenevo tra le mani una di quelle sfere di vetro da agitare
per far cadere la neve. Dentro c’era mio padre con me e mia madre, nella nostra
casa di campagna a Donoratico.
Non ero
diventata la nuova Saul Kripke. Non avevo scoperto un nuovo assioma. In
compenso a New York avevo sviluppato un rapporto morboso con i cupcakes, gli sloppy joe e la pizza newyorkese.
Mangiando
mi facevo enorme, pronta a contenere in me ogni possibilità, pronta a
inglobarla, assaporarla, sentire il gusto dolceamaro di ciò che potrebbe essere
ma non è, non qui almeno.
Incontrai
Ruggero per caso, sulla tramvia. Sempre magrissimo. Scriveva a pioggia su un
blocchetto, il bianco della pagina soffocato da orde di lettere nere che ti
scrutavano come infiniti occhi di ragno.
Mi
terrorizzava, e mi piaceva.
SCOPARE.
È
troppo tempo che sto chiusa a chiave. Mi scoperei tutti ma proprio tutti,
ognuno per un motivo diverso.
Ci sono
momenti così dove senti la vita esplodere come un orgasmo. E il mio uomo pure
vorrebbe visitare tutte le vagine come stanze, come ascensori, come cessi.
Io mi
scoperei il mondo forse perché in un angolo del cuore ho un fottuto freddo.
Quando qualcosa si ferma nella gola e non va né su né giù. A volte il sesso
serve a dimenticare la morte eppure quando godi tanto ti sembra di scomparire
dal mondo.
Anestetizzerei
i ricordi e la gente, cancellerei il dolore dell’umanità con un bel rutto
fragoroso che sa di birra moretti. È tutto così squallido e lo vestiamo di
colori sfavillanti, è tutto così marcio e fingiamo di amarci quando vorremmo
solo sparire da questa città e rinascere in qualche luogo lontano.
Il
senso di appartenenza a volte è una prigione. Bisogna coprirsi dall’inferno ed
insieme visitarlo con amiche puttane e sottane corte.
L’amico
ti dice che puoi essere felice e secondo te non è neanche lui così tanto sicuro
ma tu gli credi.
Perché
sì: per vivere bisogna avere l’alibi di un sogno. Anche se è un sogno
multiforme e impossibile da realizzare.
Mi
scoperei tutti per non dovere più conoscere nessuno, neanche me stessa.
LA VITA
FRESCA.
Sveglia
appena; sui manici delle spine, come quelle delle rose appena sbocciate. Ho
cercato invano di stabilizzarmi in una campagna anni fa, a vedere i bombi
roteare, e tenere a freno quella mia aria da bimba spaventata, e a mangiare
pane e pomodoro sulle scalinate della casetta, rifugio e covo di vita,
acciambellata come un liquido di latte, con l’alba fuori, come nei quadri di
Munch, la malinconia mentre si passa al viola-blu. Ho sempre desiderato questa
vita fresca d’aria pura, per togliermi di dosso le tritature d’osso nauseabonde
che mi permeano in continuazione anima e tratti facciali. Sì, perché assomiglio
tanto a quelle donnette lombrosiane, con gli incavi sotto gli occhi,
malaugurate e scarne, anche se di grasso ne ho da vendere, o sarà solo la
dismorfofobia a parlare per me. Non so mai scindere le due cose che hanno
qualche pezzo di dolore attaccato alle membra e tutti passando riescono a
vederlo.
SOSPENSIONE.
Nell’attimo
microeterno che durò qualche giorno provai una ulteriore sospensione. È molto
tempo che siamo in attesa, sotto la pensilina con lo scrosciare della pioggia.
Guardando speranzosi in lontananza, nella giusta direzione. L’acqua che bagna e
rapisce l’orlo dei pantaloni, l’attesa di un tram ferroso, umido, appannato. Un
altro giorno di attesa sotto la pensilina, e quel desiderio che si chiama tram.
Conosciamo
ormai tutti troppo bene il sapore di quell’attesa. Ma ci fu una manciata di
giorni che la sospensione si manifestò concretamente. Una sospensione di
chiglia, messa di sbieco, in un canale che è un capolavoro d’ingegneria, eppure
servono altrettanti capolavori anzi miracoli quotidiani per attraversarlo. Perchè
quel canale è davvero la cuna dell’ago, e i fili sono cime marinare.
In
quella ulteriore sospensione Oriente e Occidente non erano più collegati.
Quanto precari siamo a questo mondo che crediamo di avere in mano e sotto
controllo, così rapido nell’ottenere qualsiasi cosa eppure un’onda, la nebbia,
la marea, l’avaria, l’inaffondabile affonda, spezie e broccati incagliati.
Capitano e adesso? Siamo il tappo del canale, sud e nord in attesa, marinai
lontani, perduti, in ostaggio della risacca. E nella testa e nell’animo di ogni
singolo marinaio nasce solo un pensiero: la mancanza.
Manca
correre a vele spiegate, manca tornare e partire, e tornare ancora per
ripartire. Mancano le notti. Manca il tutto potenziale che sprecammo. Poter
tutto a qualsiasi ora. E manchi anche tu, poeta. Che eri poeta di notte, poeta
del meriggio e anche del mattino. Poeta della pioggia e poeta dell’asfalto.
Poeta dell’alfabeto e dell’alcole, poeta di forbici e megafoni. Siamo sotto una
pensilina: il tram è finalmente
arrivato. Avere la certezza che non sarai già sopra, seduto sui sedili di legno,
toglie il fiato.
LA LUNA
E GLI OCCHI.
La
monotonia viziava, e feconda del suo momento stava diventando il pretesto
perfetto per scappare via e tuffarsi nel cielo. Così, senza stare troppo a
pensarci, con un balzo da fracassare la consuetudine, gli occhi si proiettarono
dritti dritti nella stratosfera! La controparte terrena però non era da meno,
così cangiante di viole, con quei papaveri insanguinati e i narcisi che
parevano i protagonisti di un funerale fin troppo sincero.
Intanto
che volavano si sentiva un ritornello inesprimibile a parole, quasi gutturale,
che dava una voglia d’esistere certamente audace e che agli occhi non pareva
nulla di preoccupante, anzi tutt’altro: dava da pensare che il nocciolo della
libertà fosse proprio quello. Ma le orecchie, spaventate e inorridite, bisogna
calmarle, dirgli che c’è di peggio nella vita, e che non si può stare sempre
chiusi dentro il proprio angoletto sicuro.
Manco
il tempo di pensarlo che gli piomba in pieno bulbo un crostone luminoso e
purulento che pareva marmellata: la Luna! Che fissando gli occhi che la
fissavano parve meravigliarsi. Ma poi disse - Perchè mi guardate? Non è me che
cercate. Voi cercate l’eterno nulla di cui io sono la parte visibile, voi
cercate l’amore di cui io sono solo il capezzolo. Siete così placidi che vorrei
strapparvi alle grinfie della materia e del divenire e portarvi con me in questo
nulla eternamente presente fatto di cielo infinitamente finto, infinitamente
digitato. – e, così detto, in fine sparì.
In
fondo, che cosa sia davvero un occhio non lo si scopre scavando l’orbita con un
cucchiaio da caffè.
MADRE.
Non bastava strappare dalla placenta un corpo,
sfiancato dal presagio del vagito finale. Bisognava sparare
in bocca un silenzio definitivo all’infante, stroncare il desiderio di infinito, fracassargli le ossa nello
stillicidio di giorni identici nel dolore. Trepidante attesa per la scena madre
di quest’opera inconclusa.
Nel
sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre: vi infilai biglie
trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo. Mi ci ficcai dentro, ricucii
tutto sperando di rinascere pura, preziosa, profumata. E che fosse felice dell’albero
come del frutto. Pensavo che sarebbe rinata insieme a me invece più io crescevo
più lei sfioriva. Ricordai che dentro il ventre di mia madre ero un limone: piangevo,
le mie lacrime cadevano sulle sue ferite. Non capirò mai perché quando si nasce
ci si sente subito soli. Le ferite ci separano invece che unirci.
Il
nostro amore è in putrefazione.
-
Facciamo un gioco: prendi una cosa che ami. – disse mia Madre.
Sul
letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.
-
Staccagli il braccio. - disse mia Madre.
- Non
voglio fargli male. - risposi.
- Se
impari a distruggere tu stessa la cosa che ami nessun altro potrà farlo, nessun
altro avrà questo potere. - disse mia Madre.
Chiusi
gli occhi, abbracciai il Coccolino. Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia
Madre. Feroci. Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel
cesso, insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone. Il Coccolino
restava a terra, inservibile. Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di
mia Madre.
Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del suo
dolore, la attende sull’uscio con ali spiegate, le
gambe accavallate, i lustrini della festa, il ventre vizzo, i seni riarsi, la seduce
e <<Vieni.>> dice. La
persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa. Madre non si dialoga, si subisce. Figlia
ritorna, diventa Madre e si spezza continuamente. E, spezzandosi, continua. L’unico
atto idoneo alla vita è il silenzio. O un grido di disperazione. Per uscire dal bianco di questo inferno
basterebbe un grido feroce, o un battito d’ali. Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile, questa piccola
donna sdraiata immota ha barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali
bucate. Ebbra di stanchezza,
sfianca troppa bellezza, s’addormenta accanto al mozzicone acceso, un’ala si
brucia e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso. Apre gli occhi come chi muore senza aver mai
saputo il volo nessuno al capezzale. Non chiama l’infermiera, si sfila le ali,
le butta dal balcone. Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal
dolore di chi resta, sonnecchiando in attesa del prossimo morire. Non ci si abitua all’umiliazione
di morire, o di guardare chi muore. Bacio
le labbra estinte di qualcuno che ho amato, senza toccarlo accolgo il rumore
rappreso di sangue stinto. Posso solo guardare. Mi ferisce troppo amore la sera
di chi resta solo. Mi ferisce
sapere. Non poterlo (potermi) salvare.
Se si spezza la Parola sul binario non voltarti. Io sono di quelli che non avanzano, lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento. Io resto, do not go beyond the yellow
line, il braccio sempre teso
oltre la linea di confine, brandelli
di cuore appesi alla banchina. Alle
9.35 consumo l’ultimo fischio d’Addio, sul mio labbro sbreccato nessuno si siede. Se mi cerchi, sono la Cosa
che giace al binario 2. Il
silenzio è tempesta di buio che pesa, non so (non oso) parlare, non oso (non so) la Parola (perduta) per dire la Cosa. Deraglia, sbiadisce, perde peso. Il
buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale. Nessuno grida, nessuno intima, nessuno che
dice <<Fermate l’esecuzione!>>. All’alba la parola resta sola sotto la lama, senza più suono, senza nessuno che la dica,
perdura spezzata.
(A mia madre,
Olimpia.)
NON SI MUORE
PER AMORE.
Parliamo
un po’ di Pavese. Cesare Pavese è l’autore che ha sempre visto il ritorno come
la macerazione, la raccolta dei miti, dei simboli, e un po’ lo è sempre stata
la mia vita, il continuo ritorno fin da quando ero bambino e vivevo in
collegio, e in quel collegio sono ancora, ho anche vissuto un anno a Velletri
in collegio.
Pavese
aveva fatto otto mesi di confino ma non per questioni politiche, semplicemente
perché lui aveva custodito la lettera della donna rauca, la donna che l’ha
ossessionato per tutta la vita, per la quale appunto ha fatto otto mesi di
confino, e nel frattempo (il giorno prima del suo ritorno) lei si era sposata
con un altro. Come gli uomini erano machisti, in quegli anni lo erano anche le
donne, o forse le donne che lui ha incontrato, la donna dalla voce rauca, per
finire alla Constance Dowling, per la quale ha scritto “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, erano donne che non
sopportavano il tipo d’uomo come Pavese.
Non ci
si uccide per un amore, ma perché un amore ti mette a confronto con la tua
nudità, la tua miseria. Che cosa accade allora quando si arriva a compiere un
atto così atroce contro sé stessi? Non è lo stesso per tutti, non ci si uccide
tutti per la stessa cosa, ma forse un fondo di verità comune va ricercato nell’idea
di fallimento, di vuoto. Non il vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla
morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile.
Certo,
non possiamo considerare Cesare Pavese un uomo che ha fallito, né una persona
con un vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio,
slabbrato, incolmabile. Voglio un attimo fermarmi e parlare del vuoto, del
baratro, del suicidio, di un senso intimo di fallimento che non può essere
annientato da nessuna carriera, da nessun amore, da nessun premio. Il vuoto primigenio
che grava su alcuni (molti, di questi tempi sempre di più) e che viene per lo
più sbeffeggiato, ignorato, annientato in frasi fatte. Pensa a chi sta peggio...
Di che ti lamenti... In fondo non stai così male... Non esisti solo tu... E
dirvi che quel vuoto, l’oblio di sé che si traduce in autocommiserazione e
autodistruttività non va punito o giudicato, e neppure represso (come si usa spesso)
con le parole delle malelingue, l’esclusione e l’irrisione. Lo stesso vuoto può
appartenere a un genio come Pavese, e a un signor nessuno, ammesso che esista
davvero qualcuno degno di meritare l’appellativo di nessuno.
Ho
letto di recente “La conquista dell’identità”
di Giovanni Jervis, ci sono aspetti importanti che la stragrande maggioranza
delle persone ignora: ciò che ai più può apparire come antipatia, eccentricità,
rancore o aggressività è in realtà indice di una profonda sofferenza che
consiste nella mancata individuazione di sé, nella insicurezza ontologica circa
la propria esistenza. Questa sofferenza non deve essere stigmatizzata, non
bisogna farlo, perché altrimenti si riapre la strada per le istituzioni totali.
Questa sofferenza, insicurezza, diversità, eccentricità va compresa e accettata
così come si accetta che esistano esseri umani con diversi tratti somatici allo
stesso modo bisogna accettare esseri umani con un’anima più fragile.
In
tempi bui come quelli che stiamo vivendo c’è un tale sconforto! Lo sento nell’aria,
pesantissimo. Stiamo vivendo nella morte. Siamo tutti sotto stress, sotto
farmaci, disperati e pazzi d’illusione che in fondo proprio noi ce la faremo.
Ma se ce la fa uno non serve. Non può più essere questo il modo di stare al
mondo. Siamo alla resa dei conti definitiva con la nostra umanità-mostruosità.
Solo l’amore
può colmare il vuoto (e neanche per intero). Solo un immenso, sconfinato amore
che dona senza nulla chiedere.
(Dedicato a tutte le donne vittime di
dipendenza affettiva.)
UOMO, IO
TI LIBERO.
Ti
libero dalla storia in cui devi sempre essere il principe azzurro, il
coraggioso o il soccorritore.
Ti
libero dalla storia in cui cerchi, salvi e ami solo una principessa. Che ne
dici, se invece, amassi la strega, il drago o la contadina, quella che si salva
da sola, quella che non vive nel castello o quella che non è la più bella
tranne che per i tuoi occhi? Abbiamo già imparato a salvarci. Non siamo tutte
fragili principesse, non siamo più addormentate o intrappolate nella nostra
storia.
Ti
libero dalla storia in cui devi essere un colore: il blu. Che modo assurdo di
classificarti con un mondo di colori, sapori e opportunità per te. Vesti il colore
che vuoi! Rosso, giallo, nero, arcobaleno, quello che vuoi!
Ti
libero dalla storia in cui sei sempre il più forte, il più coraggioso, il più
bello e quello che ovviamente possiede già un castello. Anche tu sei stato
danneggiato e hai imposto stereotipi di coraggio, possesso e forza...
Ti
libero dalla storia in cui non ti è mai permesso di piangere, dove non
esisterebbero confusione, caos e sconfitta, dove hai capito che tuo padre non è
un re. E se tu non volessi essere l’eroe? Forse vuoi essere il cattivo, quello
che non può, quello che rinuncia a tutto, quello che si salva e quello che non
vuole avere una principessa o una storia da “e vissero felici e contenti”.
Ti
libero dalla storia in cui ci sono sempre mille battaglie, mostri, draghi,
oscurità, e con essa lo slogan “tutto
è guerra e competizione”. Quanto deve essere stancante essere un cavaliere in
guerra per l’eternità!
Ti
libero dalla storia, dall’incantesimo e dall’amore magico e imposto, in modo
che tu possa costruire meglio il tuo mondo a modo tuo, come scegli e dalla tua
identità.
Ti
esonero dalla storia e ti dico: Abbiamo già imparato a salvarci. Non siamo
tutte fragili principesse, non siamo più addormentate o intrappolate nella
nostra storia.
Amiamo
l’uomo che ride, gioca, è intelligente, ironico, sensibile, e a volte pauroso e
piagnucoloso. Come noi. Come tutti a questo mondo. Abbiamo già lasciato la
storia e ti aspettiamo da questa parte, nella vita reale dove tu puoi essere tu
e io posso essere me. Senza tante storie!
<<L’omosessualità è semplicemente
qualcosa che sta in tutti noi da sempre. Per questo si innerva (come realtà
sconosciuta sfiorata, elusa, metaforizzata, taciuta, ambita, tabuizzata,
perseguitata, implicata in altri
discorsi...) anche nello scrittore più eterosessuale.>>
(Tommaso Giartosio).
Anno 2022
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