"IO DONNA"

 

“IO DONNA:

 

pensieri e riflessioni al Femminile

di un giovane maschio bianco etero occidentale.”

 

 

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 



DIFFICOLTÀ DI DONNA. (PROLOGO.)

 

Che cosa penserei se fossi donna? Come penserei se fossi donna? Come sentirei? Come agirei e come reagirei? Questi gli interrogativi alla base di questa opera, che giudico leggiadra e soavissima per tematiche e composizione tra le mie opere.

C’è qualcosa di ridondante e misterioso in tutte quelle riflessioni che hanno come fulcro la femminilità che, non a caso, è stata centro e motore di ampia letteratura e saggistica, poesia e teatro.

Se le donne sono state spesso in minoranza nel tentativo di realizzare la loro potenzialità creativa, altrettanto spesso sono state protagoniste epocali e indiscusse dell’arte di altri.

I personaggi femminili segnano il tempo in cui nascono: da Tolstoij a Flaubert, uno stuolo di donne ha riempito lo spazio scenico, le librerie e la nostra memoria di lettori e spettatori.

Se è vero che l’uomo è animale sociale e che, in particolare, le donne sembrano definirsi meglio in relazione all’altro, in qualità di figlie, compagne o madri, cosa non vera per il cosiddetto maschio, fiero e certo del suo posizionamento nel mondo, è pur vero che rimane costante la ricerca di una autonoma affermazione di sé.

Ma, al di là dell’essere per qualcuno o per qualcosa, le donne desiderano essere, semplicemente: Ifigenia cerca nella morte per mano paterna la possibilità di diventare eroina; Alcesta trova nella rinuncia a se stessa la possibilità di essere santa; e Medea, con l’omicidio dei figli, può farsi dea, che decide di vita e di morte.

Donne sacrificate a qualcuno, per qualcosa, donne sacre e sacrificanti il loro bene più prezioso, donne senza potere che pure possono qualunque cosa. Donne il cui nome viene dimenticato. Donne le cui lacrime sono potenti come eserciti. Una riflessione sul sacrificio e sul potere che da esso deriva. Di questo si parla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Ci sono 486 specie animali che contemplano l’omosessualità. Quindi questa non è una caratteristica puramente umana. Non è una devianza, ma fa parte della natura. L’omosessualità è un’attitudine umana.>>

 

(Benvenuto Italo Castellani).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CIRCOLO ZODIACO.

 

Quanti Ariete sono necessari per cambiare una lampadina?

Solo uno, però ci vogliono molte lampadine.

 

Quanti Toro sono necessari per cambiare una lampadina?

Nessuno, al Toro non piace cambiare niente.

 

Quanti Gemelli sono necessari per cambiare una lampadina?

Due, probabilmente. Aspettano fino al week-end, ma alla fine la lampadina è al centro dell’attenzione, parla francese e dà luce del colore preferito a chi entra nella stanza.

 

Quanti Cancro sono necessari per cambiare una lampadina?

Solo uno, ma dovrà mettersi in terapia per superare il trauma.

 

Quanti Leone sono necessari per cambiare una lampadina?

Un Leone non cambia lampadine, al massimo le tiene ferme mentre il mondo gira intorno a lui.

 

Quanti Vergine sono necessari per cambiare una lampadina?

Vediamo: uno per preparare la lampadina, un altro per prendere nota di quando la lampadina si è fulminata e della data in cui fu acquistata, un altro per decidere di chi è la colpa se la lampadina si è bruciata, dieci per ripulire la casa mentre gli altri cambiano la lampadina.

 

Quanti Bilancia sono necessari per cambiare una lampadina?

In realtà non si sa. Dipende da quando la lampadina ha smesso di funzionare. Forse uno solo è sufficiente se si tratta di una lampadina qualsiasi, due se la persona non sa dove trovare una lampadina nuova.

E quale sarà la migliore? Molti dubbi e molte ansie!

 

Quanti Scorpione ci vogliono per cambiare una lampadina?

E chi può saperlo? Perché volete saperlo? Siete forse della polizia?

 

Quanti Sagittario sono necessari per cambiare una lampadina?

Il sole brilla, c’è bel tempo, abbiamo tutta la vita davanti e voi vi preoccupate per una stupida lampadina?

 

Quanti Capricorno sono necessari per cambiare una lampadina?

Nessuno. I Capricorno non cambiano lampadine perché con una buona e sana chiacchierata la lampadina capirà che è più logico che si cambi da sola.

 

Quanti Acquario sono necessari per cambiare una lampadina?

Arrivano frotte di Acquario, in competizione per stabilire chi di loro sarà l’unico capace di ridare la luce al mondo.

 

Quanti Pesci sono necessari per cambiare una lampadina?

Perché, è forse mancata la luce?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VOGLIO UN UOMO.

 

Quello di cui ho bisogno è un uomo che mi dia sicurezza.

Che mi tolga i pantaloni e mi faccia indossare una gonna, un uomo che mi trovi soluzioni e non problemi.

Un uomo che mi appartenga, che sia mio e non devo dividere con nessuna situazione passata e presente.

Voglio un uomo che mi incute passione, che la notte non mi faccia dormire perché non riesco a fare a meno di pensarlo.

Un uomo che possegga i miei sentimenti, la mia femminilità, la mia passione, che sia in grado d’amare la furia che c’è in me.

Un uomo che quando mi bacia sa anche baciarmi dentro nel profondo, che quando mi tocca mi faccia tremare le carni e mi porti una tachicardia tremenda di felicità.

Io voglio quest’uomo.

Lo desidero, lo bramo, scrivo di lui ovunque.

Lo vedo nelle ombre dei miei ricatti. Ho bisogno di un uomo che quando sono padrona si lasci dominare, che sia il faraone dei miei occhi possenti magnetici neri profondi e che si perda in essi e si senta prigioniero di una galera che ama.

Io ho bisogna di quest’uomo. Adesso, ora, che sia mio, dall’otto di Marzo alla prossima eclissi, d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. A qualunque solstizio, in qualunque aurora boreale, astrale, universale.

Io pretendo quest’uomo di marmo greco scolpito dai miei stessi occhi e messo li apposta per me. Che io sia sua e lui sia mio e che noi diventiamo nostri, uno nel calco dell’altro sino a solidificarci cosi sospesi tra un tuo bacio e un mio abbraccio.

Così ti voglio. Così voglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON M’IMPORTA QUANTO TU SIA MASCHIO.

 

Non m’importa quanto sei spirituale. O per quanto tempo riesci a resistere in una Capanna del Sudore. O quanti viaggi sciamanici hai fatto con il peyote uscendo fuori di testa o quanto bene riesci a tenere la Posa del Corvo. Davvero. Non m’interessa.

E non mi importa quali Pianeti cadono in quali Case nella tua carta natale o quanti cristalli possiedi o quanto è vegana la tua dieta.

Non m’importa quanto tu sia uomo: voglio sapere quanta umanità possiedi, se sai sederti, nonostante il disagio, accanto a chi sta morendo, se sai stare con il tuo dolore o il mio, senza cercare di dare consigli o trovare una soluzione immediata o di trattenerlo. Voglio sapere se hai il coraggio di mostrarti e di farti vedere per chi sei veramente, al di là di quanto tu possa essere illuminato, allineato con i tuoi chakra o completo. Se riesci a mantenere uno spazio amorevole per la persona che ami mentre curi le tue stesse ferite, senza sforzarti.

Non ha nessun potere di seduzione su di me il numero dei training online che hai collezionato o se vivi nel deserto o in una capanna di tronchi o se conosci alla perfezione l’arte del Tantra.

Ciò che mi emoziona sono le mani che agiscono e piantano radici. Mi emoziona il fatto che tu riesca a fare quella telefonata, a salire su quell’aereo, ad amare i tuoi figli e a dare da mangiare alla tua famiglia, nonostante tutta la stanchezza.

Non mi interessa quanto tu sappia ascendere alla Quinta Dimensione, viaggiare in astrale o fare sesso fuori dal corpo. Voglio vedere con quanta bellezza ti integri nella realtà ordinaria con la tua magia unica, quanta gratitudine e bellezza riesci a trovare in ciò che ti circonda e quanto sai essere presente nelle tue relazioni. Voglio sapere che sai esserci e prenderti cura sia delle cose difficili che di quelle sante su questa Terra meravigliosamente disordinata. Voglio vedere che sai essere sincero, radicato e compassionevole e allo stesso tempo fiero del tuo potere, della tua passione e del tuo magnetismo. Voglio sapere se anche durante i tuoi successi, sai fare un passo indietro ed essere abbastanza umile da tornare studente.

Ciò che è bello, sexy e autentico per me è la tua capacità di gioire e celebrare i successi degli altri, al di là della tua grandezza. Ciò che è veramente seducente è quanta capacità di dare possiedi dopo esser diventato pieno di te. Ciò che è veramente prezioso è quanto tu ti stia impegnando per diventare un essere umano migliore in un mondo che sta in bilico sul materialismo spirituale e usa la scusa della “libertà” per evitare ogni responsabilità.

Alla fine di tutto, non mi interessa quanto sei coraggioso. Quanto sei produttivo, quanto famoso o quanto illuminato. Alla fine, voglio sapere che sei stato gentile. Che sei stato autentico. Voglio sapere che di tanto in tanto puoi scendere dal tuo piedistallo per baciare la terra e lasciare che i tuoi capelli si sporchino e che i tuoi piedi sguazzino nel fango per unirti alla danza di una stella che balla nella bellezza di un mondo caotico e insensato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESSERE DONNA.

 

Questa notte ho avuto un attacco di ansia fortissimo. Diciamo un terremoto privato con epicentro all’altezza del cuore.

Era da tempo che non mi succedeva con questa violenza. Se fossi stata la stessa di qualche anno fa, mi sarei alzata di corsa, avrei cominciato a passeggiare nervosamente per tutta casa, sarei andata in bagno e poi a bere, poi di nuovo in bagno, poi di nuovo a bere. Avrei acceso un po’ di luci, avrei cercato aiuto in ogni dove. Mi sarei spaventata a morte, temendola, la morte.

Invece sono rimasta nel letto per capire che cosa stesse accadendo, evitando di fuggire. Come si fa nei terremoti, mi sono rannicchiato sotto qualcosa di solido, di portante. Qualcosa di difficile da far crollare. Credo d’aver scelto l’anima. Da lì ho domandato, ho chiesto all’ansia cosa volesse, per svegliarmi nel pieno della notte “urlando” come una pazza. Nel frattempo respiravo, cercando di non strozzarmi per la fame d’aria. Essere donna stanca.

Ha risposto lei, che lo sapevo bene e non ce c’era affatto bisogno che me lo ricordasse. Aveva ragione. Che era tornata per tirarmi le orecchie, perché da un po’ di tempo, a forza di <<Ma sì, ci penserò più in là...>> ho accumulato un bel po’ di domande e non ho le risposte. Perché dice che non c’era bisogno di arrivare allo scontro, sarebbe bastato rallentare, fare spazio a quel bisogno di pace, di calma, di serenità che troppo spesso allontano <<perché c’è troppo da lavorare.>>. Perché dice che è ora di liberarsi da un po’ di ostacoli, di riprendere a vivere veramente e di smetterla di ripetermi che va tutto bene, che tutto si sistemerà. E aveva di nuovo ragione lei.

L’ansia ha (quasi) sempre ragione.

Sono rimasta in silenzio, come quando la persona che hai davanti e chi ti ama, ha finito di sbatterti in faccia il suo amore e ti lascia sfinita. E ti ricorda che nessuno può prendersi cura di te, se non scegli di farlo tu, per primo. Che rimandare quasi sempre equivale a far finta di non vedere, che prendersi cura dei propri limiti non è una scelta, ma una responsabilità. Ho fatto la conta dei danni, quella che giustamente va fatta alla fine di ogni terremoto.

Sono piuttosto ‘acciaccata’ oggi. Sono stanca. Il corpo impiega una quantità di energia spropositata per fronteggiare la paura. L’ansia. Il panico. Ho bisogno di riposarmi, di recuperare le forze e di rimettermi in viaggio, per la mia felicità. Non ho bisogno di altro che del mio Essere. Del mio essere Donna. Femmina. Madre, Amante e Amica. Di essere io. Di essere, semplicemente, me stessa.

VOGLIO UN UOMO.

 

Quello di cui ho bisogno è un uomo che mi dia sicurezza.

Che mi tolga i pantaloni e mi faccia indossare una gonna, un uomo che mi trovi soluzioni e non problemi.

Un uomo che mi appartenga, che sia mio e non devo dividere con nessuna situazione passata e presente.

Voglio un uomo che mi incute passione, che la notte non mi faccia dormire perché non riesco a fare a meno di pensarlo.

Un uomo che possegga i miei sentimenti, la mia femminilità, la mia passione, che sia in grado d’amare la furia che c’è in me.

Un uomo che quando mi bacia sa anche baciarmi dentro nel profondo, che quando mi tocca mi faccia tremare le carni e mi porti una tachicardia tremenda di felicità.

Io voglio quest’uomo.

Lo desidero, lo bramo, scrivo di lui ovunque.

Lo vedo nelle ombre dei miei ricatti. Ho bisogno di un uomo che quando sono padrona si lasci dominare, che sia il faraone dei miei occhi possenti magnetici neri profondi e che si perda in essi e si senta prigioniero di una galera che ama.

Io ho bisogna di quest’uomo. Adesso, ora, che sia mio, dall’otto di Marzo alla prossima eclissi, d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. A qualunque solstizio, in qualunque aurora boreale, astrale, universale.

Io pretendo quest’uomo di marmo greco scolpito dai miei stessi occhi e messo li apposta per me. Che io sia sua e lui sia mio e che noi diventiamo nostri, uno nel calco dell’altro sino a solidificarci cosi sospesi tra un tuo bacio e un mio abbraccio.

Così ti voglio. Così voglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRA PANCIA E CUORE.

 

Quand’ero piccola avevo sviluppato una strategia per sentire meno dolore tra il cuore e la pancia. Non era un dolore propriamente fisico ma tornava a visitarmi quotidianamente o quasi. Era un dolore imperturbabile, non conoscevo la sua origine né la sua direzione o quando si sarebbe esaurito. Questo dolore infausto non aveva un orario di partenza, approdava così da un istante all’altro cavalcando la striscia di arrivo e giuro vinceva sempre, era sempre il primo in assoluto, allora capì che non avevo molte chances con esso, capii oltremodo che presentandosi da un istante all’altro con una frequenza così convinta mi avrebbe sottratto un gran numero di energie. Ma c’era un luogo dove quel dolore si affievoliva, diminuiva e si attenuava. Era un luogo in cui tutto o quasi assumeva lo spazio che io avevo di me.

Si apriva con abile facilità e una volta dentro assicurava il controllo di tutto lo spazio, il dolore si alleggeriva e il respiro tornava nella norma. Mia madre lo chiamava l’armadio, per me era la scala anti-incendio a tutti i miei rovi. Il dolore che si destreggiava tra pancia e cuore. Un giorno si presentò, <<Mi chiamo Vulvodinia.>> mi disse e aggiunse che era una piccola crepa (spiegandomi che tutti abbiamo delle crepe) e che lui nello specifico era il trauma dell’abbandono e che non mi sarei dovuta preoccupare perché lui non mi avrebbe abbandonato mai.

Mi spiegò anche che la vulvodinia non era altro che un grosso buco nero nella quale cadevano tutte le mie certezze e le mie sicurezze e questo vuoto in cui cadeva tutto a volte faceva un gran baccano ecco spiegato il dolore. Mi disse anche che crescendo in quell’armadio sarebbe stato un po’ faticoso entrarci e che quel buco sarebbe diventato sempre più famelico ed indomabile e che l’armadio non avrebbe svolto il suo ruolo per sempre perché in quell’armadio crescendo non ci sarei più entrata per questioni di ‘quantità’.

Una volta al corrente di questa verità iniziai a guardarmi attorno per cercare nuovi rifugi, ma poi il dolore mi fermò dicendomi non c’era via di scampo, che bastava stringersi la mano e capire i propri spazi, essere comprensivi del fatto che nessuno spazio avrebbe potuto contenerci o nasconderci, che bastava accostare il mio ‘trauma’ a quello di qualcun’altro per annullarli. Per riempire quel vuoto non basta nascondersi: bisogna guardarlo e riempirlo di noi, solo così cesserà di far rumore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COME LA LUNA.

 

Mi chiedete di spiegarmi, ma sono talmente lontana dalle parole, dalla logica, dal pensiero discorsivo, dall’intelletto...

Mi trovo in uno stato segreto e indicibile, sono il mistero dove ha inizio ogni conoscenza profonda, quando vi immergete nelle mie acque silenziose senza chiedere nulla, senza cercare di definire nulla, al di fuori di qualsiasi luce.

Sono come la luna: più entrate dentro di me, più vi attraggo. Non vi è nulla di chiaro in me. Sono senza fondo, sono tutta sfumature, mi estendo nel regno dell’ombra. Sono un pantano dall’incommensura­bile ricchezza, contengo tutti i totem, gli dèi preistorici, i tesori dei tempi passati e futuri. Sono la matrice.

Al di là dell’Inconscio sono la creazione stessa. Sfuggo a qualsiasi definizione.

So che mi hanno adorata. Da quando gli esseri umani hanno sviluppato una scintilla di Coscienza, mi hanno identificato con essa. Come un cuore d’argento perfetto, illuminavo le tenebre della notte. Ero la luce che secondo il loro vago sospetto regnava nel profondo delle anime cieche. Mi ero tuffata in tutte le oscurità dell’universo. Là dove le entità avide guatavano la più piccola scintilla di Coscienza, dimensioni di follia, di solitudine assoluta, di delirio gelido, di quel silenzio doloroso che si chiama Poesia, ho dovuto riconoscere che per esistere dovevo andare là dove non c’ero.

Sono caduta dentro me stessa, sempre più giù. Mi perdevo scendendo verso nessun luogo finché alla fine io, l’oscura, ho cessato di esistere. O meglio, ero una concavità infinita, una bocca spalancata che conteneva tutta la sete del mondo. Una vagina senza limiti divenuta aspirazione totale.

Allora, in questa vacuità, in questa assenza di contorni, finalmente ho potuto riflettere la totalità della luce. Una luce ardente che ho trasformato nel suo freddo riflesso, non la luce che genera bensì la luce che illumina.

Non insemino, indico soltanto. Chi riceve la mia luce sa quello che è, niente di più. È più che sufficiente. Per diventare ricezione totale, ho dovuto rifiutarmi di dare. Nella notte, qualunque forma rigida viene annichilita dalla mia luce, a cominciare dal cuore.

Al mio chiarore, l’angelo è angelo, la belva è belva, il pazzo è pazzo, il santo è santo.

Sono lo specchio universale: chiunque può vedersi in me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PENSIERO.

 

Sai dirmi quanto può pesare un pensiero? E il pensare? Il pensiero è la conseguenza della stessa azione: PENSARE.

Potesse avere un peso, il pensiero sarebbe la cosa più pesante e ingombrante al mondo e la gente di nascosto andrebbe ad inquinare oceani, foreste, ogni benedizione terrestre di pensieri, del resto chi non se ne disfarebbe?

Vedi, il punto è proprio questo: i pensieri pesano più di qualsiasi cosa materiale, non hanno forma e non hanno consistenza, colore o sapore questo è vero, ma posso assicurarti che come pesano i pensieri non pesa null’altro. Disponiamo di milioni di armi in grado di poter distruggere qualsiasi cosa, armi di armi, per creare milioni di armi, l’arma più potente che avrebbe e potrebbe rendere libertà vera ad ogni futuro e presente è stata (giustamente) resa priva di ogni potere, di ogni funzione, di ogni vera sua natura.

T’immagini discariche logore di pensieri, vallate colme di pensieri ammassati che ovunque si posi lo sguardo uno di loro è pronto ad afferrarla. Mari pieni di pensieri non più di plastica, aria logora di pensieri. E non più di smog di polveri e di veleni. T’immagini una cosa del genere? Mattoni di pensieri, mura di pensieri, tavole imbandite di pensieri, pensieri ovunque un po’ cosi com’è d’altronde. Pensieri di pensieri su pensieri per pensieri... Va’, oh, pensiero!

A te capita mai di pensare? Se sì, a cosa? Io sono qui che penso e tu te ne stai lì immobile, dato il fatal sospiro, senza dir nulla. Non hai colore d’occhi e non dai calore alle tue parole, il silenzio ti ha inglobato, non ti esprimi, non hai opinioni, rimani lì in silenzio. A che cosa stai pensando?

Spesso nella mia esistenza mi è capitato di pensare... Spesso ho pensato al vuoto che popola l’esistenza di ognuno di noi. (Altro inquinamento quello. Ora immagina per un istante lo scenario di prima togliendo il pensiero e mettendoci al posto suo il vuoto, uno sfacelo.) Ad ogni modo pur di non percepirlo questo vuoto, di non abbandonarci ad esso siamo capaci di imbottirci l’esistenza di qualsiasi detrazione o peggio di imbruttirci ancor più di quanto già lo siamo, paradossalmente è stupido pensare quanto ognuno di noi sia spaventato da sé stesso e come questa paura ci imbruttisca sempre più. Ad esempio, una volta pur di non accusare, di non patire il peso del vuoto mi sono impegnata a contare quante volte nella mia esistenza avessi usato lo spazzolino con la stessa frequenza di velocità ed energia impiegata nel compiere l’azione. Mi dirai che sono matta. Ti dirò che la paura fa brutti scherzi. Poi conta e conta ci si rende conto che per quanto pauroso possa essere bisogna lasciarsi andare a questo vuoto, a questo senso di nulla, spesso si allungano solo i tempi ma prima o poi ci si immerge dentro, un po’ come accade con l’amore insomma. Hai mai amato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOTTO LA PELLE.

 

Avevo sempre sospettato di lui che fosse un uomo strano, apatico, fatalista a tratti quasi fuori da ogni normalità. Ancora oggi ho il coraggio di chiedermi se esista o meglio che cosa sia la normalità. Lui era un uomo di circa trentasei anni dalla corporatura nella norma, aveva due mani, due piedi, due orecchie, insomma tutto nella norma. Aveva anche due occhi, due occhi a cui non sfuggiva nulla, piccoli e sottili ma sempre vispi, in allerta costante. Ho sempre sostenuto che questi occhi portassero dentro una profondità paragonabile al tutto e al nulla. Questi occhi quasi non potevano far a meno di cibarsi di tutti i più impercettibili particolari, e quando per caso ci si imbatteva in quello sguardo era chiaro che stessero urlando <<Abbiamo fame!>>.

Erano occhi potenti, occhi che non s’incontrano ogni giorno, che ti privano di ogni sicurezza, ti imbarazzano, ti graffiano e inizi a sperare di non incrociarli più due occhi così... abbacinanti, stupendi (nel senso etimologico della parola: che rendono stupidi chi li guarda).

Nel caso ci si imbatteva in quello sguardo le possibilità erano due: o si era poveri di empatia e sensibilità da riuscire a non riconoscere la potenza di tale sguardo e quindi percepirlo innocuo o peggio simile a tanti altri quindi sostenibile, affabile, digeribile o se si fosse in possesso di un briciolo di sensibilità tale da scorgere quei globi oculari della loro vera natura si veniva risucchiati da essi sprofondando in una danza tachicardia di imbarazzo e silenzio.

A volte esplodeva la magia, altre volte tutto restava immobile, neutro, in continua analisi. Altre volte accadeva qualcosa di più profondo e ostinato della magia, accadeva spesso che il silenzio venisse a fargli visita, e quando ciò accadeva con una frequenza quotidiana ad ogni rumore non sussisteva più nessun udito che ascoltava, le parole come soldatini di piombo cadevano a terra disarmati, sconfitti. L’aria spaventata cominciava a camminare in punta di piedi, lo sguardo diveniva il padrone eterno di ogni bisogno.

Accadeva pressappoco così, giungeva il silenzio e gli occhi divenivano polmoni che immagazzinavano l’aria, le orecchie pronte a sterminare ogni tiepido rumore, le labbra buttavano giù la serranda e chiudevano le inferriate, tutti divenivano i servi di questi occhi protagonisti assoluti del silenzio. Come due amanti, che ad ogni incontro spinti da un a passione troppo grande, forte, affamata, vorace freneticamente cercavano uno l’angolo dell’altro dove incastrarsi e chiudersi in sé.

Accadeva così tra il silenzio e i suoi occhi. Avveniva sempre qualcosa: forse ciò che deve accadere accade, qualcosa cambia, qualcosa decide di essere, di esistere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PAROLE.

 

Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quello che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.

E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie ad una sintassi precaria, fino alla conclusione del “dissi”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico, per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. È il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche.

La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzi contralti. Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.

Per questo urge mondare le parole, perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumenti di morte, o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.

C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane. Di questo mondo e degli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAZIENZA.

 

Ciò che conta davvero nella vita richiede tempo, non ci sono scorciatoie.

Viviamo nell’era della gratificazione istantanea, del tutto-e-subito. Il progresso, specialmente quello tecnologico, ci consente di non dover più aspettare per ottenere ciò che vogliamo, perché quasi ogni cosa che desideriamo è diventata accessibile immediatamente.

È un discorso che ormai vale per ogni aspetto delle nostre vite. Pensiamo anche solo ai medicinali: se oggi hai mal di testa, prendi una pillola e ti passa subito. Non hai certamente risolto il problema che causa il mal di testa ma hai fatto sparire i sintomi. Ti senti subito bene e non importa se avrai nuovamente mal di testa in futuro, a te importa stare meglio ora.

Lo stesso vale per le relazioni con le persone. Pur essendo tanti su questo pianeta e pur godendo di un benessere mai visto prima, non siamo mai stati così soli. La solitudine e l’isolamento personale renderanno la depressione la malattia più diffusa al mondo.

Tante persone si sentono sole ma invece di andare a cercare un contatto umano reale, preferiscono quello virtuale dei social network. Magari scrivono a decine di amici solo per ottenere una risposta, una qualsiasi risposta, e sentirsi meno soli. Oppure cercano, attraverso un like o un commento, di sentirsi valorizzati (nonostante l’errore più grande che tu possa fare è permettere agli altri di decidere il tuo valore).

La gente non va più ai concerti ma ascolta la musica in cuffia; non telefona ma scrive in chat; non fa sesso ma guarda i porno; non cucina più, ma va a mangiare fuori; non ripara le cose ma le butta e ne compra di nuove; non si impegna a riparare una relazione ma passa subito alla successiva.

Così funziona il meccanismo della gratificazione istantanea: invece di dedicare del tempo a se stesso, agli altri e ai propri progetti e sogni, ci spinge a scegliere la strada più veloce e immediata. Così si vive meglio, pensano in molti. Eppure la realtà è ben diversa: certe cose della vita, quelle belle e importanti, richiedono tempo.

Non esistono scorciatoie per la felicità.

Per quanto ti possano provare a convincere del contrario, non esistono scorciatoie per la felicità. Per avere una vita serena, nella quale ti svegli contento di iniziare una nuova giornata e vai a dormire soddisfatto, una vita in cui hai relazioni forti e sane, tante passioni e nessun grande rimpianto, ci vuole del tempo.

Nell’era della gratificazione istantanea, sembra un discorso vecchio e inutile. Per molte cose ti basta tirare fuori lo smartofono, perché mai dovresti aspettare? Perché sprecare tempo?

La risposta è che il tempo che impieghi per qualcosa di importante, non è mai tempo sprecato. In fondo è tutta una questione di valore: le cose che valgono di più nella vita non si possono ottenere subito.

Ciò che conta davvero richiede tempo.

Ecco, per mettere in atto un cambiamento del genere, non basta studiare. Non basta programmare. Non basta volerlo. Bisogna dedicare il proprio tempo al proprio sogno. Solo con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni arrivano i risultati che speravi. Non puoi ottenere tutto ciò subito, in alcun modo.

Oppure pensa alla prospettiva di cambiare vita e lavoro. Pensi di poterlo fare dall’oggi al domani? Ovviamente no, anche in questo caso è necessario del tempo.

Pensa al viaggio: oggi le persone vanno in vacanza, che significa prendere un aereo e ritrovarsi catapultati dall’altra parte del mondo su una spiaggia paradisiaca, circondati da mille comfort. La vacanza è immediata, il viaggio no, perché il viaggio richiede il tuo tempo, per spostarti ma anche per visitare un luogo e coglierne la vera essenza.

O ancora, pensa al tuo benessere fisico: credi che esista un medicinale, un integratore o un rimedio naturale in grado di farti tornare in forma in un paio di giorni? Ovviamente non esiste niente del genere. Solo prendendoti cura del tuo corpo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, riuscirai ad avere un corpo in ottima forma.

Essere pazienti è la chiave.

La gratificazione istantanea funziona solo per le cose illusorie e superficiali della vita. Solo impiegare il tuo tempo può darti accesso a ciò che di più prezioso esiste. Se vuoi avere un’esistenza piena e soddisfacente, dovresti ritrovare e coltivare un’antica dote tipica di saggi e maestri: la pazienza.

Sii paziente e costante e accetta il fatto che non tutto possa essere disponibile subito. Fai del tuo meglio con quello che hai e cerca di migliorare la tua situazione ogni giorno, almeno un po’. Per valorizzare il tuo tempo, devi dedicare proprio il tuo tempo a costruire qualcosa di importante. Non ci sono scorciatoie per raggiungere ciò che conta davvero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 EFFETTI COLLATERALI DELLA CONSAPEVOLEZZA.

 

1) La cerchia dei vostri amici si restringerà. I soliti discorsi vi sembreranno sempre meno interessanti. Non potrete sostenere le conversazioni sul mondo che va sempre di male in peggio, sulla colpa di quel tizio, eccetera. Diventerete scomodi per i vostri amici, perché rovinerete il solito gioco.

2) Vi sarà pesante fare il lavoro che non amate o fare ciò che non ha senso. Perciò, sceglierete o di cambiare tutto, radicalmente, o di accettare e di impegnarvi al massimo. Mancheranno i fattori che prima vi tenevano sul vostro lavoro (la necessità, la paura, l’abitudine).

3) Anche le vostre relazioni subiranno un colpo. La maggioranza delle relazioni non sono unioni degli uguali, ma un insieme delle dipendenze e delle compensazioni.

4) Vi sentirete soli, perché saranno tagliati i rapporti costruiti sul vuoto, sull’egoismo, sul consumismo. E questo nuovo vuoto prima vi spaventerà, ma presto si riempirà con tutte le cose vive e vere che voi avete dentro.

5) Non potrete più ingannare voi stessi o gli altri, sentirete qualsiasi bugia interiore nelle parole, nei pensieri, nelle azioni.

6) Capirete che la gente intorno a voi sta soffrendo. Non è la loro vita pesante che crea questa sofferenza, ma il sentore che qualcosa non va, nella vita. Se prima eravate molto occupati a vivere la vostra sofferenza, ora non ne avrete più, e perciò potrete aiutare gli altri, nei modi che riuscirete a trovare.

7) Vi vergognerete per le vostre parole e azioni del passato, perché capirete che la fonte dei vostri problemi siete voi e non gli altri. Ma dopo che lo avrete capito, la vergogna se ne andrà e arriverà una calma interiore.

8) Parlerete meno, perché non ci sarà più posto alle parole pronunciate per paura, per invidia, per egoismo. Non scriverete dei commenti pieni di indignazione nei social, non li sentirete importanti. Capirete che il silenzio è veramente quell’oro che prima non riuscivate a vedere.

9) Crollerà il vostro quadro della realtà. Capirete che non esiste soltanto una vostra opinione, l’unica giusta, e tutte le altre ingiuste, ma uno spazio infinito delle varianti e delle possibilità. State vivendo quella vita che meritate, e non ne avrete altra se non diventerete responsabili di ciò che state facendo.

10) Giorno dopo giorno, tutto ciò che è vero crescerà, si rafforzerà e metterà le radici. Non è un processo piacevole, spesso si tratta della rottura delle annose abitudini e degli stereotipi. Ma quando emergerete dalle macerie dei cliché mentali, capirete che ne valeva la pena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL BIDONE E GLI ALIENI.

 

Quand’ero piccola, molto piccola, mia madre mi ripeteva sempre che non ero sua figlia, che mi aveva trovato in un bidone. Suppongo (spero!) che lei scherzasse, ma non può immaginare cosa sia accaduto alla mia infanzia da quando tirò fuori questa storia. Insomma, chi mi aveva lasciato nel bidone? E perché? Inizialmente presi la cosa in modo poco positivo, ricordo gli occhi lucidi sul mio bel visino in carne e quella maledetta frangia che sono stata costretta a portare sino alla prima elementare. Lacrime amare. Poi pensavo sempre al bidone, il bidone vicino casa. Quando passavo da lì lo guardavo con gli occhi sbarrati. Insomma, per giorni, forse mesi, entrai in uno stato di ansia precoce che a quattro anni non è assolutamente una cosa bella. Poi successe qualcosa, qualcosa che fece traboccare ogni mia speranza.

Oltre che essere stata trovata in un bidone della monnezza ero pure figlia di alieni. A quattro anni alieni non ricordo bene cosa poteva significare nella mia testa, cosi presi coraggio e andai da mio zio (che all’epoca studiava all’università e quindi sapeva tutto, oltre al fatto che lui mi capiva bene) e chiesi cosa fossero gli alieni. Lui mi disse testuali parole: esseri viventi non identificati che si suppone provengano da altri pianeti. Poi seguì: perché mi chiedi questo? Ma data la situazione ero davvero occupata a riempire il mio viso di lacrime e siccome odiavo farmi vedere piangere da lui scappai via. Insomma, da quel giorno non aveva importanza più nulla, né l’uomo nero, né la paura di Babbo Natale, addirittura non piangevo più la mattina quando mi portavano alle suore (e non era per nulla cosa semplice andare all’asilo e stare con le suore). Iniziai anche a fare gli incubi, anzi un solo, unico, ricorrente incubo: mentre camminavo mano nella mano di mia madre e mia zia qualcuno mi portava via. Una disgrazia era esplosa nel mio cervello. Caspita, mi dicevo, ma allora sono orfana per giunta di esseri viventi non identificati... Un tremendo mutismo si impossessò di me! Iniziai a vivere in un silenzio costante, a volte mi nascondevo negli armadi con la paura che questi esseri non identificati venissero a riprendermi dato che ero roba loro. Una tragedia nella tragedia.

Naturalmente, la tragedia più tremenda di tutta questa storia era la mia sensibilità e la mia immaginazione. Poi negli anni crescendo questa storia andò smielando perché quesiti di importanza maggiore avevano preso un posto fondamentale nella mia esistenza. Uno di questi fu la mia dedizione per gli animali: avevo una missione dovevo salvarli tutti. Non c’era più tempo per pensare agli alieni anche se quando uscivo per strada e vedevo il bidone di fronte casa con accurata destrezza passavo di lì con una velocità inaudita che neanche i Power Ranger! Perché io in fin dei conti ero un alieno ed avevo i poteri sovrannaturali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIVOLUZIONARIA.

 

Sono sempre stata una rivoluzionaria. Già il fatto di essere nata con organi riproduttivi femminili era di per sé una rivoluzione.

Da bambina ero però una rivoluzionaria silenziosa: tutta la rivoluzione era nella mia testa: ho sempre avuto un immaginazione sin troppo elaborata. Una mania esasperata per gli animali. Dovevo salvarli tutti, che fossero belli o meno, anche i più ripugnanti volevo salvare. E così quando arrivava l’estate nascondevo il sale a mia nonna affinché non lo buttasse sulle lumache senza guscio. Quando giungeva il periodo della raccolta delle lumache c’era mio padre che le metteva nella rete e io facevo la magia e la rete diventava vuota la mattina dopo con lanci fenomenali nei vari giardini. Portare un topo in casa mentre pioveva perché non potevo lasciarlo così per strada fu l’apice più disgustoso per la gente che assistette a questa opera di sana follia.

I ricordi che mi portano a questa mistica missione scoppiatami dentro risalgono sin da tenera età quando frequentavo le suore, avrò avuto tre anni, e dopo ogni temporale nel boschetto che in fin dei conti bosco non era ma era semplicemente il giardino dell’asilo mi avventuravo a salvare ranocchi e passerotti sempre con la paura che la statua di don Bosco mi beccasse in flagrante. Una miriade di cuccioli di cani e gatti ficcati nello zaino della scuola per portarli in casa senza essere sorpresa da mia madre che aveva un terrore indomabile per ogni forma di vita non umana. Indiscutibilmente affetta dalla sindrome di Mosè, volevo salvarli tutti!

A conti fatti ho gli anni di Cristo e continuo a fare San Francesco anche se il taglio di capelli non è proprio simile. Dovevo salvarli tutti... Ma oggi mi rendo conto di come i miei cani abbiano salvato me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IO VOGLIO AMARE.

 

Tutti sanno quello che non vogliono, concentrandosi esattamente su quello che non desiderano magari spendendo una buona percentuale delle loro energie in ciò. Io invece so esattamente cosa voglio.

Voglio che le nuvole attraversino il cielo ogni giorno con una frequenza differente, voglio che i temporali mi mettano ancora timore, voglio sentire a giorni alterni il sole ed il vento, voglio godere dei mie cani ed anche dei loro peli, del sorriso silenzioso di un passante che non sa nulla di me che in qualche modo mi ha già capito.

Voglio che quelle poche relazioni che ho siano però profonde e desidero sentire le vertigini e la paura di quella profondità. Voglio che ogni giorno le mie amiche sottolineano quanto io sia scema ed inusuale, che ogni giorno mi suonino le orecchie perché mia nonna mi pensa ogni benedetto giorno che Dio ha creato, anche se non mi manda un whatsapp. Voglio che mia madre ogni santo giorno mi chieda se va tutto bene, ogni giorno voglio avere incertezza di quello che accadrà. Voglio essere sempre così come sono, come mi sono voluta, anche se significherà pagarne lo scotto. Voglio che mio padre un giorno di questi venga e mi abbracci e mi dica che mi vuole bene anche se già lo so e non sapeva come dirlo. Voglio che tutte le persone ascoltino più loro stesse e ciò che le circonda. Voglio che tutto sia sempre così complicato da poter mettere in discussione tutto e tutti e da una complessità voglio che nasca la semplicità. Voglio amare con la carne, con le ossa, con gli occhi, con l’ascolto voglio fare di tutto un capolavoro. Ma più di tutto voglio avere un figlio. Voglio avere un figlio, per vederlo soffrire, quando morirò. Per portarmi via qualcosa invece di andarmene a mani vuote. Per avere qualcuno che soffra quando spirerò e non morire da solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ALLERGIE.

 

Ho scoperto di essere allergica a molte cose superati i trent’anni. Ad alcune di queste lo sono sempre stata; per quanto riguarda le altre sono venute fuori con il tempo.

Ho scoperto di essere allergica al qualunquismo già da piccola, al menefreghismo, al qui e ora, al prendere senza mai donare, al non ascoltare ad essere uno diversi dagli altri ma fine a se stessi, a vivere in un mondo bello d’immagine e brutto di dentro.

Ho scoperto di essere allergica ai finti sentimenti, alla gente che chiede e che non sa svelarsi, a chi fugge pur di non incontrarsi, a quelli che si sentono in pace con tutto e non sono in pace con loro stessi.

Sono allergica al buonismo di mercato, a chi preferisce il buio alla luce del sole e chi a tutti i costi cerca di creare luce quando è notte.

Sono allergica al momento sbagliato, alla scarsa sincerità. Ho scoperto di essere persino allergica a me stessa. Quest’ ultima è un allergia di accumulo: ci sono periodi in cui sono un capolavoro e periodi in cui bisogna davvero lavorare duro.

Ultimamente, ho scoperto di essere anche allergica a te pur avendoti abbracciato. Dopo averti abbracciato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CRISI ALLERGICA.

 

Parecchi anni fa ho avuto una crisi allergica.

Nel tragitto tra la stazione e la scuola di teatro che frequentavo, il prurito era diventato insopportabile, mi lacrimavano gli occhi e meditavo di staccarmi il naso. Arrivata dove dovevo arrivare mi si era gonfiato il collo ed era nata una costellazione di bolle.

Avevo diversi amici in quella scuola e altri che conoscevo poco. Tra quelli che conoscevo poco ce n’era uno che pareva simpatico, ma poi chi lo sa, non ci avevo mai parlato.

Il tizio in questione viene con fare risoluto e dice, senti, è meglio se vai al pronto soccorso. E io, ma no, dai, non è niente. E lui, guarda che è meglio, lo so. E io, no, senti, lascia stare.

E lui: è successo anche a mia cugina. Ti porto io.

Di passaggi così, a caso, io, nella mia vita, ne ho accettati davvero pochi. Perché poi dell’altro ti puoi pure fidare, ma chissà, magari ti molla a un angolo di strada o è noioso da morire o ti vuol rubar qualcosa o dice A per dire B o ti tratta male o alza la voce o boh.

Insomma, l’altro alla fine fa quel che gli pare.

E bisogna starci attenti. All’altro.

Però quella volta, il passaggio l’ho accettato.

Un po’ di cortisone e il naso, le orecchie, la bocca e il collo sono tornati al posto loro.

Riportandomi a casa, il tizio, che conoscevo poco ma ora aveva un nome, mi ha detto, sai, la storia di mia cugina non era vera, però tu al pronto soccorso comunque ci dovevi andare.

Ecco, l’altro magari si inventa le cugine, ma a volte val la pena fidarsi.

E visto che domani tutti quanti, più o meno, si esce di casa, io me lo ripeto: val la pena fidarsi. In tanti casi. E in tutte le fasi. Dell’altro vale la pena fidarsi.

N.B. Io e il tizio si è amici da mezza vita. Nonostante non avesse una cugina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MALE È UOMO.

 

Ho fatto un incubo stanotte e mi sono svegliata alle cinque, roba di persecuzioni, pensieri e persone del passato che tornano, ma invece di lasciare che l’angoscia s’impossessasse di me ho letto alcune pagine di Dostoevskij e ho riflettuto sul male (se ne parla poco, in effetti, ma c’è, ed è subdolo) che un uomo può fare a una donna riaprendole antiche ferite. Ecco, quella precisa mancanza di tatto, comunemente definita stupidità, potremmo anche chiamarla crudeltà inconsapevole. Myškin è forse il più affascinante personaggio letterario di tutti i tempi, in effetti non esistono uomini così, non so se Gesù Cristo fosse così, se lo fosse Siddharta. I profeti, i santi, probabilmente nel dono assoluto di sé sanno essere completamente puri. Ma gli uomini no. Gli uomini sono per lo più meschini, e spesso mi trovo a combattere con la loro meschinità, e sicuramente anche con la mia. Una persona stupida non è una persona estremamente buona, o ingenua; una persona stupida è capace di qualunque crudeltà, senza neppure rendersene conto. La stupidità è l’arte della mancanza di tatto. Quanti ne ho conosciuti così! Uomini stupidi e meschini. Chi usa la tua sofferenza contro di te sta solo degradando sé stesso, e non crediate che non paghi. Nessuna vendetta personale, sarebbe sciocco appunto. Tutto si paga, non si sfugge alla legge, tutto il male si paga sempre, anche quello che ci si infligge da sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ACQUA BOLLENTE.

 

Mi sono scottata una mano con l’acqua bollente. Io mi scotto SEMPRE le mani quando non sto attenta o quando dovrei essere più attenta, che è la stessa cosa ma non del tutto, perché una è già passata mentre l’altra la posso fare domani, domani posso stare più attenta.

Ho mandato a mia mamma una cosa che ho scritto, lei ha detto, è bellissimo, io ho detto, mi pare così naif, lei ha detto, no, va bene, e mia mamma non fa i complimenti a caso.

Ho trovato un insetto nel bagno, non era uno scarafaggio e nemmeno qualcosa che punge, ho pensato, perché nel mio bagno?, che brutto, ma poi ho pensato anche, capita.

Ho un cane che non stava bene, ma ora sta meglio, mi dico, che triste però essere lontana da lui, ma il cane ora dice, sto meglio, dai, non rompere, ti aspetto.

Mi sono successe così tante cose (mi succedono così tante cose) che dovevano avere un finale e poi invece ne hanno un altro, che alla fine, mi dico, che senso ha aver paura di quel che è stato? O di quel che sarà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTOGRAFIE.

 

Ci sono posti che in foto non vengono mai bene. Perché sono posti felici. E i posti felici non si fanno fotografare.

Il mio posto felice è una spiaggia della mia Sicilia che si chiama La Playa, con la sabbia finissima e dorata che pare di stare alla Hawaii.

Ed è un posto così felice che mi sono fatta una foto in cui sono davvero felice, ed è una cosa stranissima perché io in foto quasi mai sono felice. Mio fratello Gabrio (come lo chiamo io, ma in realtà lui si chiama Gabriel, e non è nemmeno mio fratello ma mio cugino, ma io lo amo come se fosse un fratello o anche di più, come se fosse un figlio, non lo so, non è che l’amore lo puoi misurare precisamente, ma quando lo guardo mi viene da piangere perchè penso a quando era piccolo e io lo portavo in braccio, penso a tante cose belle e a tante cose brutte, ma la vita è così, bellezza e terrore, ma forse è più bellezza che terrore perchè in fondo essere vivi è essere felici, come diceva mia mamma, che però adesso è morta, ma questo non importa, perchè quello che dici rimane per sempre, e questo è triste, perchè se dici una cosa brutta questa se la ricorderanno per sempre tutti e a me questo non piace, anzi non lo accetto proprio), comunque mio fratello Gabrio dice <<Ma non sei mai felice nelle foto!>> e ha ragione: non sono mai felice nelle foto. Mai. Eppure in questa foto lo sono.

Perché le cose felici magari non si fanno fotografare, ma le persone felici si vedono. E sono belle (e fortunate, lo so). In fondo, essere vivi è essere felici. Fidatevi di mia madre, che non diceva le cose a caso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN-DEBITO.

 

Una mia amica dice che ci sono due tipi di persone, quelle che si sentono sempre in debito e quelle che si sentono sempre in credito.

Io e te ci sentiamo sempre in debito, dice la mia amica. A noi, dice, se una cosa va male, viene da pensare che è perché ce ne è andata una bene e, insomma, bisogna equiparare. A noi, dice la mia amica, pare tutto da conquistare, quasi niente, ripete, da guadagnare e si ci trattano male, alla fine, si vede che ce lo stavamo a meritare.

Una volta, mi ricordo, mi ha detto che alle cose belle seguono sempre quelle brutte. E ho provato, ad obiettare, ma la questione era logica, sul piano del bene e del male, quindi non mi è restato che imparare.

E così mi sono abituata a pesare le cose per quel che danno e tolgono, a tutte le ragioni per cui non ci si può fidare e al domani che ti viene a cercare per chiedere il conto di una mezza felicità che hai sentito arrivare.

Così mi rimane, nella testa e un po’ anche nel fiato, il desiderio di far parte di quell’altro lato. Il lato di quelli che esigono la parola e il dono e il corrispettivo dell’impegno e il cestino di frutta e il bacio sulle labbra. Il lato di quelli che senza chiedere ti prendono la mano e con la mano il cuore, anche se non glielo hai dato e non se lo sono guadagnato. E mi piacerebbe, sì, sapere, come loro sanno, chiedere quel che non ho conquistato.

Ma in fondo, comunque, quel che desidero più forte è solo qualcuno che non sta da nessun lato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAFFÈ.

 

C’è un bar, carino, dove bevo sempre un caffè quando vado in un tale posto a una certa ora che è l’ora giusta per bere il caffè.

Sono gentili. Mi dicono, cara, non te lo do lo zucchero che lo so che lo bevi amaro che è diverse volte che vieni e ti riconosciamo pure con la mascherina e i capelli stropicciati o legati, cara, te lo porto io il caffè al tavolino, anche se noi non si fa il servizio al tavolo, cara, te lo portiamo noi, il caffè, arriviamo, vai tranquilla, noi ci siamo.

Il bar carino. Che aveva tenuto il caffè a un euro anche post chiusura perché sai, cara, poi uno alza il prezzo ma se vuoi tenere i tuoi clienti mica puoi fargliela pagare a loro (loro cosa c’entrano), cara, che è colpa della pandemia del sistema di mia zia.

Colpa di tutti e di nessuno, cara mia.

Per cui un euro prego, grazie, prego, alla prossima, cara, a domani, a domani l’altro, a quando vieni come vuoi. Ciao.

Eppure oggi il caffè carino nel posto carino costava un euro e venti.

Ho pensato, ma non era che non si doveva, che non si poteva, che non si faceva: di alzare il prezzo del caffè?

Eppure lui era gentile come prima con l’aria lieve di prima col caffè buono come prima e con me davanti (che ero esattamente come prima), e allora mi è passato tutto. Era tutto come prima. Tutto uguale a prima.

E mi sono detta che forse si fa meglio a essere clementi, con chi cambia l’idea di prima.

Che magari lo fa proprio per quello, per tenere per mano quello che era bello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CINEMA.

 

Oggi sono andata al cinema da sola, che è una delle cose che mi piace di più insieme a carezzare il mio cane e a fare il bagno (in ordine sparso, non di importanza). E ci sono andata tutta contenta e fiera, con grande anticipo e il posto prenotato e la musica nelle orecchie e l’aria gelata sulla faccia che finalmente fa il freddo giusto di Novembre.

Ci sono andata concentrata sui miei piedi e sul mio film e sui miei capelli raccolti e sul cappotto.

E poi sono anche arrivata e ho fatto la coda perché lo puoi anche prenotare, il biglietto, ma la coda la fai lo stesso ed è giusto così, così te lo godi il film, lo hai conquistato.

Buongiorno, dico. La signora alla cassa mi guarda. Buongiorno, ridico, ho il posto X prenotato per il mio film che vedrò da sola, fieramente, col mio cappotto sulle ginocchia e il tuppo.

La signora parla, io sento la sua voce lontana, lontanissima. Eh? dico. La signora mi parla di nuovo, severa. Io prendo il portafoglio. Lei mi riguarda, più severa.

Non mi sente perché ha le cuffie, dice, lei non mi sente perché ha le cuffie.

Sì, ho le cuffie (e sono concentrata sul mio film, il mio cappotto e i miei capelli). Ho le cuffie e sono da un’altra parte, in un angolo remoto di me stessa, fatto da me e me solamente, per cui no, non me ne sono accorta di avere le cuffie, sto in un altro luogo tempo momento, in un antro del mio cervello dove tutto quello che è fuori di me non mi riguarda non mi tocca non suona alle mie orecchie.

Mi scusi, dico, mi sono dimenticata di avere le cuffie.

(E anche di stare in un mondo più largo del mio, vorrei aggiungere.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RAPE.

 

Oggi ho imparato due cose. La prima è che mi piacciono le rape. L’inverno scorso lo avevo sospettato, ma adesso, dopo averle comprate al mercato, lo so con certezza. Mi piacciono le rape lesse, che sembrano patate ma sanno di rape.

La seconda è la questione dei posti a sedere sul treno. Io, tutte (tutte) le volte che ho il posto prenotato sul treno sono assalita dall’ansia della truffa. La truffa consiste nel fatto che: o sbaglio carrozza e verrò cacciata, o ho letto male il numero del posto e verrò cacciata, o ho proprio preso un treno che va da un’altra parte quindi non solo verrò cacciata ma verrò anche fatta scendere dal treno, arriveranno dei poliziotti (o controllori, è uguale) che mi prenderanno sottobraccio come i gendarmi di Pinocchio, mi porteranno in una stanza con le sedie di plastica, telefoneranno a mio padre, non mi daranno da bere per tre giorni e per tre notti, e poi mi rilasceranno sulla banchina. Senza biglietto.

Comunque, la cosa che ho imparato sulla questione del posto sbagliato sul treno (che è, evidentemente, una paranoia) è che è la metafora della mia vita. Perché io sempre, sempre, credo di stare nel posto dove non dovrei stare. E sto, eh, non è che non sto, ma so perfettamente che il mio numero è un altro, che il mio sedere dovrebbe essere su un sedile che non è il mio, che il mio treno era prima o dopo o ieri l’altro. Che non sto guardando l’orizzonte giusto, che ho sbagliato tempo, che ho detto no ma dovevo dire sì, che se facevo A dovevo fare B, che ho tagliato i capelli ma i capelli mi stanno bene lunghi. Un inferno! Mi sento sempre fuori posto, e mi pare che tutto quello che mi riguardi sia anch’esso fuori posto: per esempio mi sento sempre il cuore in gola e le farfalle nello stomaco. Ma le farfalle non dovrebbero stare nello stomaco, dovrebbero stare in aria a danzare sui giardini. Un vero inferno!

Però le rape sono state un’illuminazione. Perché sulle rape non ho mai avuto alcuna aspettativa né proiezione, non ho mai detto, mangio le patate ma dovrei mangiare le rape, conosco le carote eppure dovrei interessarmi alle rape. No, non l’ho mai fatto. Le rape sono venute da sole, senza che io facessi niente. Mi è bastato avere abbastanza fiducia da comprarne cinque al mercato per capire che loro, le rape, erano una buona scelta.

Mi è bastato pensare di fare una cosa giusta, per non pensare di farne una sbagliata. È un buon trucco, aver fiducia del fatto che si è capaci di fare la cosa giusta. Un buon trucco. E questa credo che sia stata la terza cosa che ho imparato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A BASSA VOCE.

 

Comunque, le cose che ho imparato, le ho imparate a bassa voce. Me le hanno dovute dire piano. Nessuna esplosione e nessun urlo. Piccoli fuochi, leggeri, che non scottano.

Le cose che ho imparato, le ho imparate casualmente, dolcemente, come parole nuove. E le parole nuove van dette in punta di labbra, altrimenti scappano e non le trovi più.

Le cose che ho imparato le ho imparate a passi cauti, guardando bene il cielo e la terra. Le ho imparate senza correre, per non calpestare i fiori. Sono delicati, i fiori appena nati.

Le cose che ho imparato non le ricordo tutte, come si fa a ricordarle tutte?, mi dico. Ma ne ricordo alcune. Ricordo le cose che mi hanno insegnato con cura, con cautela, senza rabbia.

Non ho imparato dalle ferite, io. Ho imparato dai baci sottili e dalle carezze fini. E allora, pretendo dal mondo una certa grazia. E poco dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PELLE.

 

Ogni tanto mi guardo e penso che ho la pelle sottile che aveva mia nonna. Proprio la sua. Una pelle così sottile che delle mani intuivi le ossa e delle braccia vedevi il ricamo del tempo.

Una pelle semplice, in fondo.

Quando la vedo, però, la mia pelle sottile non mi piace molto, porta le linee del mio umore e quelle dei giorni. Non si difende, la pelle sottile. Ho sempre pensato che la mia pelle, che lascia intravedere il percorso del mio sangue, fosse troppo vulnerabile. Quelle linee viola e blu delle quali non intuivo, non sapevo né la partenza né l’arrivo, mi mettevano a disagio. Mi sembra tutto fragile, come la luce indaco che per un attimo solamente apre il giorno.

Questo reticolo bluastro dove cerco di leggere lettere figure e nomi- che leggo solamente frastagliati, a me proprio non piace. Vorrei essere scura, grattarmi senza creare autostrade rosse, vorrei essere anche un po’ tracotante, stare al sole senza morire di bolle, con le gambe ambrate a tinta unita... Invece no... sono trasparente, come la busta delle verdure all’Esselunga!

La vorrei dura, coriacea, liscia, lucida come una lastra di marmo, d’acciaio, o meglio ancora d’oro, questa mia pelle.

Solo che poi, lo so, non avrei più quel languore. Quel languore delle cose che vibrano sotto le dita di chi ha la pelle sottile.

Sotto le dita di quelli senza armatura.

Esposti al vento, al cielo, alla vita.

Sì, pure a quella, perché no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NANCY.

 

Mi è venuta in mente quella volta in cui mi sono persa, a Nancy. Ero lì perché facevano una presentazione di un mio testo e quando è finito, che era sera, non tanto tardi ma comunque sera e buio, sono andata verso l’hotel. E mi sono persa.

Ho iniziato a girare attorno a una piazza dove c’era una specie di luna-park (con le lucine e l’odore di frittelle e tutto quanto) e ogni tanto prendevo una via ma era sbagliata, e allora ne prendevo un’altra, ma era sbagliata pure quella, e non avevo internet sul telefono e non sapevo dire niente in francese e c’era molta gente che si divertiva e a me la gente che si diverte fa sempre un po’ paura, che lo so che non è razionale che faccia paura la gente che si diverte, ma è così, sono così, a me più di cinque persone per volta fanno paura, hanno sempre fatto paura, e infatti chi mi conosce sa che mi deve invitare solo a tête-à-tête, che è lì che do il mio meglio, non in mezzo alla folla, no no.

Insomma, mi sono persa. E ho chiamato mio padre. Mio padre, che non è una bussola e stava a mille chilometri, ha detto: sei lì, hai visto una cosa tua, che importa se ti sei persa, tanto ti ritrovi, non è bello? E infatti era bellissimo. E mi son ritrovata.

Conviene sempre pensare alla cosa più bella, quando ci si perde.

Così torni lì.

E ti ritrovi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CASA.

 

Se fossi molto ricca avrei tante case. Una per ogni posto che mi piace, per ogni posto che ho attraversato, un po’ a zonzo, come faccio io.

Se fossi molto ricca mi porterei il mio cane dappertutto, in tutte le case comprate, in ogni via vicino alle case comprate, su tutti i treni che dovrei prendere per andare alle mie case comprate.

Se fossi molto ricca avrei gli occhi affacciati alle finestre di tante persone perché, avendo molte case comprate, potrei vedere un sacco di cucine e corridoi e luci della sera sempre diverse, standomene comodamente seduta nei miei tanti salotti delle mie tante case.

Le case comprate.

Ma non sono molto ricca e non ho (ancora) tante case comprate, così faccio di dove sto un piccolo rifugio antiaereo, un avamposto della felicità, un inizio.

E ci sto bene, anche senza le case comprate che (forse) un giorno comprerò.

Perché mi piace così, stare a casa dove sto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ACCENDINO.

 

Succede che ho un po’ di tempo e allora bevo un caffè (da asporto, sì sì) e poi penso, ecco, mi metto qui tra le auto, appartata, a 11 metri da chiunque altro, faccia al muro, e mi fumo una sigaretta.

Ma ho l’accendino sbagliato.

Ne avevo due, uno giusto e uno sbagliato, e io ho preso quello che fa cic cic e non si accende, quindi ho preso quello sbagliato anche se ha il colore più bello dell’altro, quello giusto. Insomma, non posso accendere.

Che faccio?

Non si chiede più l’accendino, in questo periodo, mi dico, non ci si può stringere la mano, si aprono le porte con il gomito, si chiude l’ascensore con un piede, si tengono i soldi con il mignolo. Se chiedo da accendere a qualcuno probabilmente sgrana gli occhi, mi fissa come fossi un cane ferocissimo e fa finta di essere sordo.

Ma c’è un ragazzo carino vestito a puntino che cammina impavido. Fumando.

Scusa, mi fai accendere?

Mi guarda.

Io abbozzo, eh, lo so, in questo periodo... (Ma che ho detto? Che ho detto? L’ho detto davvero!?)

Sì, fa lui.

E mi passa l’accendino.

Accendo.

Tra me e lui il suo braccio e il mio braccio a tenere la giusta distanza, solo l’accendino ci unisce. Per un microsecondo.

Tienilo, dice.

E io ci rimango male.

Per un gesto gentile, ci rimango male. Penso, ecco, vedi, ha paura, non gli va di toccare una cosa che ha toccato un altro, adesso gli do l’amuchina, ce l’ho, gli dico che se è preoccupato ho il disinfettante, che grazie, ma non è che si deve esagerare e regalare un accendino perché stai in ansia, voglio dire, al supermercato tocchi cose che hanno toccato altri e poi ti lavi le mani e a posto. No?

Ma lui dice: ne ho due.

E ne tira fuori uno verde.

Grazie, faccio io. Con una voce squillante che più squillante non avrei potuto. (Grazie che sei solo gentile, che hai due accendini, che mi dai quello giallo che a me il verde piace meno, grazie perché alla fine non tutto gira intorno al disinfettante per le mani. Grazie.)

Prego, dice lui. E se ne va.

Per un minuto ho creduto che fosse una strategia. Hai due accendini così se qualcuno te lo chiede tu glielo regali e sei a posto, al sicuro. Una buona strategia.

Poi ho immaginato persone che vanno in giro con una sporta di accendini, per scampare il pericolo.

E alla fine ho pensato a me. Al mio nuovo accendino giallo come il sole.

E mi son detta che il rischio maggiore no, non era l’accendino.

Era la paura della paura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA TABACCAIA.

 

C’è una tabaccaia. E abbiamo fatto amicizia perché lei compra le gauloises solo per me. Una stecca a settimana, ma in questi giorni di feste ne ha prese due, per sicurezza, che lei lo sa cosa vuol dire per una fumatrice non avere le sigarette. Anche se c’è da dire che ha tenuto aperto il negozio persino la mattina di Natale, perché se uno riceve un regalo e non ha da ricambiare almeno può andare da lei e da lei è pieno di piccoli doni, dalle calze alle saponette, passando per una quantità spropositata di caramelle.

Comunque, io e la tabaccaia non siamo poi così distanti d’età, ma lei mi ha chiesto se sono ancora studentessa. E ho dovuto ammettere di no, a malincuore. Scrivo, le ho detto, poesie e romanzi. Mi ha guardato seria, del resto con la mascherina se uno ha gli occhi seri lo noti subito, e ha detto: bello. Senza nessun tipo di stupore o meraviglia o pregiudizio o invidia o boh. Ha detto bello solo perché le sembrava bello. E poi mi ha spiegato che lei ha studiato lingue e anche adesso se deve imparare una lingua è velocissima e che voleva insegnare, quando si è laureata, ma non c’erano concorsi per entrare in ruolo, e che poi si è sposata e ha avuto un figlio e ha rilevato la tabaccheria e adesso ce l’ha e quindi basta con le lingue e l’insegnamento.

E allora anche io ho fatto gli occhi seri, che lei avrà visto grazie (grazie) alla mascherina, e stavo per dire, dai, magari lo potresti pure fare adesso il concorso e sì lo so è difficile, se hai pure un figlio allora devi occuparti di lui e quindi eh, ti capisco, alla fine hai dovuto stare qui con la tua tabaccheria, la vita a volte, eh, già, cavoli, però...

Ma lei ha detto un’altra cosa, ha detto: è bello.

Lo ha detto senza nessun giudizio, rimpianto, recriminazione, malinconia.

E io ho chiuso la bocca.

E per fortuna (per fortuna) c’era la mascherina, così non ha visto che ero lì, pronta, a raccontarle com’era la sua vita.

Bello, ho detto anche io. Bello.

E quando sono uscita ho pensato che la prossima volta che qualcuno mi racconta qualcosa, mi fa il dono di raccontarmi un pezzetto della sua vita, io lo ascolto. Lo ascolto e basta. E non ci appiccico sopra la mia idea della felicità.

Perché non la conosco, la felicità degli altri.

E mi son sentita leggera, ma leggera eh. Che per fortuna il mondo è molto più ampio del mio cervello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

REGALO DI NATALE.

 

Qualche anno fa, per Natale, volevo tantissimo un vocabolario. Un Devoto-Oli spesso come una scatola di scarpe (scarponcini numero 45, almeno) e alto più di tutte le mensole della mia libreria. Un librone magico, un amuleto di verbi, nomi, pronomi, aggettivi eccetera eccetera. Fantasticavo di cercarvi una parola al giorno, di aprirlo a caso per trovare un segno, un senso, la risposta ad una domanda, un’invenzione, un lampo.

Ecco, quest’anno lo avrei voluto di nuovo, un vocabolario. Anche se non sono più così legata al Devoto-Oli e Google sforna significati senza bisogno di girare pagine, lo avrei voluto proprio. Un vocabolario spesso some una montagna, scritto piccolo piccolo come si scrivono i segreti. Un vocabolario pieno di parole. Che io quelle vecchie non le voglio più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN VECCHIO.

 

Quel signore camminava piano. L’ombrello a fare da bastone. Camminava lento, ma più veloce di me sulla salita. Piedi allenati al bosco, mi sono detta: i miei passi sanno solo di città. L’ho seguito mantenendo una certa distanza, non si disturba la solitudine, quando è quieta.

Il punto di non ritorno è stato all’incrocio di tre sentieri. Ha esitato. Ha poggiato con forza l’ombrello sulla terra. Si è spostato il cappello. E mi ha guardato.

Mi sono fermata. Ho fatto un cenno, piccolo, un cenno che era un po’ mi scusi, non volevo. Non volevo guardarla, non volevo essere qui nel suo silenzio, non volevo vedere il suo ombrello. Non volevo.

E lui ha sorriso forte. Buongiorno, ha detto. Poi si è girato, ha preso la sua strada tra gli alberi, ed è sparito.

Io non so perché mi dimentico sempre che il mondo è di tutti.

Per fortuna ogni tanto incontro qualcuno che se lo ricorda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRECAUZIONI.

 

La signora che sceglieva le verdure era piuttosto contrariata. Non riusciva ad aprire il sacchetto. Non si può aprire il sacchetto con quei guanti lì, perché non sono guanti, sono sacchetti anche loro. Sacchetti in cui infili mani che diventano sacchetti che non aprono più sacchetti.

Era molto, molto contrariata, la signora.

Era contrariata quando aspettavo il mio turno per pesare i mie sacchetti che avevo miracolosamente aperto con i miei guanti-sacchetto. Era contrariata quando ci siamo incontrate al reparto frigo. Era contrariata quando sceglievamo il caffè. Ed era contrariata quando stavamo alle casse.

Era contrariata.

Il confine del contagio è ogni giorno più sottile, ho pensato.

Ed ero contrariata pure io.

Ma adesso mi dico che forse la signora aveva avuto solo una brutta giornata, e quando si ha una brutta giornata si ha bisogno di un abbraccio.

Però di questi tempi gli abbracci sono pericolosi.

A pensarci bene, è un buon motivo, per essere contrariati.

(Senta, signora, domani sarà meglio. Io lo so.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LONTANO LONTANO.

 

Vi ho già parlato di mio fratello, che si chiama Gabriel ma io lo chiamo Gabrio e in realtà non è mio fratello ma mio cugino ma io, se avessi avuto un fratello, lo avrei voluto proprio come lui, ma che dico? lui è proprio come mio fratello. Comunque, mio fratello è uno schianto. Non per dire: è proprio uno schianto. È bellissimo, chiaro di capelli, forte, con gli occhi verde smeraldo come il mare di Agrigento, anzi come due smeraldi, e lo sguardo imbronciato che hanno quelli intelligenti. O, almeno, così io me lo immagino.

Mio fratello è un artista e me ne frego se gli dicono che deve fare un’altra cosa per guadagnare perché io lo so che lui è un’artista. E lo sanno almeno altre mille persone che lo conoscono e almeno un altro milione che in parte lo conosce e in parte di sicuro lo conoscerà. Solo lui non lo sa.

Mio fratello dice che lui la mattina apre una cerniera che ha sul petto (non si vede quando è vestito e non si vede nemmeno quando è nudo perché è magica) e da lì esco io, che faccio la metà del suo peso e due terzi della sua altezza, quindi ci sto benissimo.

Mio fratello dice di essere la mia custodia. Ed è vero. Anche se quando era piccolo gli davo i pizzicotti forte e lo incolpavo di avere sporcato coi pennarelli la trapunta nuova, e invece ero stata io.

Mio fratello mi chiama “amore” e io chiamo “amorino” lui (ma solo perchè è più piccolo d’età, non d’amore).

Mio fratello ha un’apertura d’ali così grande che quando sono triste mi prende e mi porta via. E voliamo insieme. Via. Lontani. Lontano da tutto e da tutti. Lontano da questo mondo che non ci vuole. Lontano lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CATINO.

 

Il mio cane, la prima notte che era con me, ha dormito in un catino. Uno di quei catini che si usano per il bucato. Un catino blu, per essere precisi. Diametro quaranta centimetri, direi.

Il mio cane, già allora, era troppo grande per stare in quaranta centimetri, infatti ci stava stretto. Ma lui ci teneva, a stare nel catino. Così, per tutta la notte, io ho sentito BUBUMBUBUBUM. Era lui, che cercava di allargarlo, il catino. Io gli dicevo, dai, su, vieni fuori, non fare così. Ma niente: mi guardava con gli occhi da cane che pensa, tu non capisci, non sai che brutto è fuori di qui.

Poi, ha deciso che era il momento ed è uscito. Così, come se niente fosse. Il catino non si allarga, si sarà detto, devo pensarci io.

A volte siamo disposti a stare in spazi piccolissimi. Ma dopo un po’ ci stufiamo. Per fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE CHIAVI DI CASA.

 

Mi capita di dimenticare le chiavi fuori dalla porta. Come a dire, siete invitati, potete entrare.

Una volta le ho abbandonate tutto il giorno. Sono uscita, ho lavorato, ho incontrato persone, ho fatto cose, ho pensato, e alla sera sono tornata. Non le ho nemmeno dovute cercare, le chiavi, mi aspettavano. Come a dire, nessuno entra se tu non sei in casa.

Non ho capito se lasciare le chiavi fuori dalla porta, nella toppa, pronte, è segno di fiducia, di coraggio o di distrazione. Non ho ancora capito.

Quel che ho capito, però, è che se lasci le chiavi fuori dalla porta nessuno avrà voglia di scardinarla. E vale per le case, ma pure per le persone. Se avessi la chiave di me, mi piacerebbe dimenticarla sull’uscio. Per provare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBERTÀ.

 

Che cosa significa libertà? Che cosa comprende la libertà? Che limite ha la libertà?

E poi. Chi stabilisce quel limite? Che cosa stabilisce quel limite? Essere liberi, fare una scelta libera, volere la libertà sono movimenti che tendono allo stesso obiettivo? E quell’obiettivo è necessariamente buono? La mia libertà può davvero tenere conto della tua? Oppure, deve, comunque, tenere conto della tua?

Io non lo so. Non lo so bene, intendo. O comunque, non so rispondere con un sì o con un no. A nessuna di queste domande.

Però penso che, liberamente, si possa scegliere di fare qualcosa che ci sembra bene (anche se poi è male). E che, liberamente, si possa scegliere di fare male (anche pensando che sia per un bene).

E poi penso che, in ogni caso e sempre, si sia responsabili della propria libertà. Della sua cattiveria e della sua bontà. Dei feriti che lascia. Delle felicità che dona. Di tutto, insomma.

Alcune persone intendono la libertà come una sorta di legittimazione ad atti che legittimi non possono essere, mai. Atti come fare del male, fare soffrire, abbandonare, tradire. Uccidere, persino.

Io non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché questi atti legittimi non sono. Non lo sono per la legge, non lo sono per il dolore che provocano. Non lo sono per l’etica e per la morale. E non lo sono nemmeno per me.

Eppure, al di là della mia (nostra) volontà e al di là della mia (nostra) opinione, questi atti sono. Ci sono. Accadono.

E non sempre hanno una ragione, non hanno sempre un senso, non hanno un perché. E spesso nemmeno una colpa o qualcuno da punire.

(Questo sì, dovrebbe fare paura, il senso che non c’è.)

Quindi, a dire la verità, credere che compierli o non compierli sia una decisione del tutto umana (in cui Dio, la società, la legge, la povertà, il destino e vattelapesca non c’entrano nulla) è qualcosa che mi rassicura molto. Perché io, in ogni caso, ho fiducia nell’umano. E ho fiducia nell’umano perché l’uomo è libero. Libero di fare bene e libero di fare male. E almeno al cinquanta per cento delle probabilità, farà bene.

E il cinquanta per cento delle probabilità è molto più delle probabilità che abbiamo di vincere alla lotteria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MANCATA BONTÀ.

 

L’ho mancata non so quando esattamente. Vorrei saperlo.

L’ho mancata una mattina a colazione, perché ho scoperto che non mi piaceva il latte. E siccome il latte è buono deve piacere a chi è buono.

L’ho mancata una sera in cui ho scarabocchiato sulla trapunta di mio fratello e poi ho dato la colpa a lui.

L’ho mancata perché ho guardato la televisione di nascosto, ho desiderato la coca-cola a pranzo e il gelato al mattino. L’ho mancata perché ho detto che avevo portato a passeggio il cane e non lo avevo fatto, perché ho perso una collana e non l’ho mai confessato.

Perché ho nascosto più di un amore, parlato alle spalle, scritto segreti in diari che volevo venissero letti, detto insulti in solitudine, amato canzoni improbabili e vergognose.

Perché ho sempre studiato troppo e non sono mai andata a scuola impreparata. Perché ho molti cappotti e un odioso cuore di cane. Perché per anni non ho saputo chi erano i Led Zeppelin.

Perché ho la pelle troppo chiara, i polsi troppo sottili e il fiato di sigarette. Perché mi arrabbio troppo poco e medito vendetta, ma poi non la applico. Perché certi pensieri li censuro prima di formularli, e non fa bene. Perché non sempre ho un’opinione, oppure non ho voglia di dirla.

La mia mancata bontà sta nella pazienza che non ho mai perso del tutto, in quello che voglio fare e faccio fatica a dire. E nel cuore oltre l’ostacolo che poi, oltre l’ostacolo, non riesco a buttare.

Oggi festeggio la mia mancata bontà. Alè.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTROLLATI O CONTROLLORI?

 

Qualità o quantità. Qualità versus quantità.

Un tema scottante. Attuale. Uno di quei temi da talk show, da eco-finanza illuminata e da teatranti alle prese con i contributi pubblici.

Il tema degli inetti e dei bravi studenti. Il tema dei primi della classe. il tema di chi si mette l’asticella sempre più in alto, di chi vuole superare il tempo migliore, di chi non si accontenta. Ma anche il tema dei fannulloni, di quelli che giocano al ribasso, dei famosi imboscati. E degli intrallazzoni.

Perché la questione è evidente, lapalissiana (parola odiosa), eppure assai dibattuta. La qualità non è quantificabile. La quantità non è qualificabile.

Ovvero: chi controlla i controllori? I controllori sono incontrollabili!

Alla fine trattasi di fede (non di fiducia) la stessa fede che si applica ai dogmi, agli ideali, e alla nascita dell’universo.

Quel che non si può controllare è oggetto di atto di fede.

Abbiate fede (speranza e carità sono la diretta conseguenza), sappiate che chi giudica se la vostra quantità si tramuterà in qualità o la vostra qualità si farà quantità numerabile (dieci, venti cento punti qualità, olé!) è il vostro controllore.

Amatelo per questo.

Il padre buono o cattivo, reale o putativo, che valuterà, e di voi deciderà (che poi decidere ha la stessa forma di recidere, che, pensa un po’, significa tagliare... Ah, le parole che grande invenzione!).

Ma no, scusate, non esageriamo. Stiamo sottovalutando un aspetto fondamentale: l’imponderabile.

Ovvero, anche lo spazio di manovra dei controllori è limitato: dal contesto.

Il contesto determina, definisce, impone. Il controllore si muove nei meandri del contesto, è costretto a barbatrucchi di ogni sorta per arginarlo, muoversi ai suoi limiti, recuperare una piccola parte di libertà... È difficile, ma è un lavoro necessario.

E così, tra controllori in cui aver fede, numerini e numeretti, che sono comunque relativi... un po’ come le distanze, perché se mi sembra difficile andare a piedi da casa mia a Roma, direi che è cosa fattibile paragonata al percorso tra me e la stella XY, ai margini del sistema solare... Insomma, tra queste cose, io, personalmente, mi sento un po’ schiacciata.

Non è colpa di nessuno. Ovvio. Sarà il contesto, sarà l’incontrollabilità dell’altro che sempre mi terrorizza e affascina, sarà il sistema in cui sono inserita (e l’ho voluto io, non mi lamento).

Sarà quel che sarà, ma alla fine mi sembra sempre più che tutti, proprio tutti, si sentano in balia di forze sovrumane.

Controllati e controllori. In questo senso siamo tutti uguali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SE FOSSI IN ME.

 

Mi sono ferita la mano destra. La mano destra è quella della penna. E io scrivo.

Sono andata al mare. Sono andata via. Ed io non sopporto quelli che se ne vanno.

Ho comprato tabacco invece del solito pacchetto rigorosamente morbido (che sennò porta male). E sono innamorata dei miei pollici che non sanno arrotolare la cartina e fanno una sigaretta sbilenca e molliccia, che sa di legno e fumo di camino. Non di smog e piombo e paura.

Ho i capelli di una lunghezza quasi femminile. Nell’ultimo anno non li ho mai tagliati. E penso di farli crescere ancora fino alle spalle.

Ho voglia di essere vista. Anche se amo l’invisibilità. E ho comprato un nuovo vestito. Rosso. Non nero, non grigio, non blu. Spudoratamente rosso!

Ho pensieri vaghi, arrotolati, nebbiosi, che si sciolgono di colpo nei momenti meno probabili e mi fanno dire “ho capito”. Ma poi dura un attimo, perché il pensiero che non si sincronizza vince e mi porta via. E non so continuare la frase, la conversazione, la relazione, il progetto.

Ho la sensazione di non concludere. Il bersaglio è lì, vicino, lo conosco, l’ho trovato, lo vedo. Ma non si fa afferrare. Corre, più veloce di me. E alla fine è sempre una questione di tempo, sempre a quello torno.

Cerco indizi. Le vite degli altri mi risultano illeggibili ma ho voglia di abitarle per un po’.

Io, se fossi altro da me, oggi, mi troverei bene.

Un uomo, uno straniero, uno sportivo, un senza famiglia, un casanova seriale, un viaggiatore.

Se fossi altro da me, oggi, sarei me.

Ci sto lavorando. Annuso persone che non mi sarebbero mai piaciute. Mi faccio annusare da chi mai avrei fatto avvicinare. Guardo. E poi mi butto. Non troppo. Un po’. Qualche volta. Se ce la faccio. Quando riesco.

Io fuori di me. Io altro da me. Tabacco. Abito rosso. Capelli lunghi. Io.

Ma oggi mi prendo una pausa.

Arrotolare le sigarette mi irrita. I capelli lunghi mi fanno bambola. E i casanova seriali stiano a casa loro.

Mi prendo cura della mano destra, che è l’unica cosa che conta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SALTO (OVVERO, TANTI CARI SALUTI).

 

Tra l’intenzione e l’azione c’è di mezzo: l’azione.

Non è una tautologia, non voglio nemmeno girarci intorno, non amo i giochi di parole (con le parole sì, quelli sì).

Tra l’intenzione e l’azione c’è di mezzo la riflessione.

É quello che mi frega. Penso tantissimo, capisco moltissimo, riformulo benissimo, ma poi, non salto mai. Non mi butto. Non mi lancio.

Prendo le misure con tale cura da perderci la vista, calcolo le mosse dell’avversario con tale attenzione da non accorgermi del colpo mortale che mi sta assestando.

Io sono per le lunghe strategie, per l’azione-reazione calcolata al millimetro, io sono convinta che se faccio X risponderanno Y.

E mi sbaglio, puntualmente. Mi sbaglio. E allora riprovo. Non mi arrendo.

Mi dico, ho frainteso, mi devo concentrare meglio, mi devo impegnare di più, devo essere più brava, più attenta, più perspicace, più sensibile, più intelligente, più simpatica. Devo esserci, esserci di più e meglio, sempre e comunque.

Essere presente, pronta, rispondente.

(Che parola è rispondente? Da dove mi viene? Da quale vocabolario contemporaneo che mi parla di impresa e successo e soldi e furbizia e popolarità? Non lo so. Non è una parola mia, ma la uso perché esprime bene il concetto.)

La presenza è la mia condanna. Per quello mi piace tanto parlare di assenza. Perché è il mio desiderio segreto, la mia utopia: la sparizione.

Dimenticate. Dimentichiamoci. Lasciatemi tranquilla. Non obbligatemi a capirvi, a pensarvi, a sedurvi, a piacervi. Non obbligatemi ad essere buona o brava, non obbligatemi a formulare un pensiero compiuto che mi (o vi) definisca, indirizzi, e dica che cosa fare.

Voglio essere sciolta da tutto, da tutti.

Assolta.

Finalmente assolta, allora, agirò. Oltrepasserò il limite della pazienza, farò straboccare il vaso bucato che sono, alzerò la voce più del dovuto ed anche le mani, per dire basta.

Basta.

Che l’intenzione diventi azione, che si azzittisca il pensiero, che inizi il salto.

Ma con amore.

Perché è con amore che si saluta l’altro, con amore, anche per l’avversario.

E poi, solo poi, si salta.

Impariamo a salutare, o a saltare.

Da oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FUORI TEMPO.

 

In tempo. Nel tempo. A tempo. Con il tempo. Nel contempo. Dare tempo al tempo.

Mio padre dice: non faremo a tempo. È sbagliato, ma poetico. Non faremo a tempo, saremo fuori ritmo, in anticipo o in ritardo, in levare e non in battere. Non faremo a tempo, perché saremo stonati, incrinati, non accordati.

Io non sono a tempo. Praticamente mai. Non sono a tempo e rincorro il tempo. Non sono a tempo e ammazzo il tempo. Sono in anticipo. Sono in ritardo. Non sono a tempo e cerco altrove un tempo giusto. Non lo trovo.

A volte parto dallo spazio, per provare a se-durre il tempo. Cambio luogo e cerco destinazione.

Questo per me è un tempo fuori dal tempo, ma non solo per me. Ho amici che cambiano spazio per cambiare tempo. Ho amici che in questo tempo sono altrove per trovare il loro tempo.

Ci deve essere un mancato allineamento di stelle, un cortocircuito tra pianeti nella loro rivoluzione o rotazione. Ci deve essere un orologio rotto, da qualche parte, fermo, o rallentato. Se lo trovassi cambierei le pile, muoverei le lancette, lo sincronizzerei con l’adesso che non trovo, che non si trova.

E poi c’è la mancanza di sonno, ma non di sogni, che ha deciso di confondere la mia ora interiore, e così il tempo si disfa ancora di più. É vero o l’ho sognato? É successo o l’ho immaginato?

Mi capitava solo da bambina (un altro tempo) di confondere il reale, di stare nel sogno come si sta davanti alla televisione. E ora, da qualche giorno, cerco indizi che risolvano questo jet lag.

Cerco il tasto giusto, spero che il mio software interiore si connetta da solo all’ora legale o all’ora solare.

Avrei bisogno un reset. Solo allora, forse, sarei a tempo.

Ma sempre e solo al mio tempo. E gli altri si adegueranno. E basta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LASCIAMI DORMIRE.

 

Da qualche tempo la notte mi sveglia.

Letteralmente, la notte mi sveglia. La sera e la mattina mi addormentano, la notte mi sveglia. Occhi aperti e buio di cui prima non mi ero accorta. Orecchie spalancate e rumori che non sapevo fossero così prepotenti o invadenti o semplicemente presenti. Movimento di pensiero irrefrenabile, non del tutto gentile con me.

Frasi nella testa che si inanellano l’una con l’altra per relazione causale o casuale, spesso troppo veloce per poter essere definita.

Il corpo della notte è leggero e pesante, tendenzialmente caldo, lascia gelate le punta delle dita. Il corpo della notte è svestito, quasi sempre, e vivo. In un modo che mi fa pensare a Schopenhauer, non so perché, quando dice che i nervi periferici, nel giorno spesso silenti, si risvegliano e mandano segnali morse a una mente addormentata, si fanno sogno e visione confondendosi con rimasugli di ricordi. Perché il sogno è corpo, dice lui, prima di essere mente.

La notte mi sveglia ed io provo a stare nella notte, ancora un po’, ancora un po’.

A volte ci riesco, il corpo sprofonda, il pensiero è fluttuante, mi addormento di nuovo e poi spalanco gli occhi di colpo, ben oltre il termine della sveglia.

A volte invece la notte vince su di me. E iniziamo un dialogo serrato, la odio e la amo.

É la possibilità di un tempo perduto e, insieme, una tortura immotivata.

Notte, questa notte lasciami dormire.

Lasciami svegliare dal giorno. Lasciami andare. Non mi abbracciare stretta, ho bisogno di spazio. Non mi toccare, il sonno pretende solitudine. Non mi parlare, ho bisogno di silenzio. Non mi gelare, non mi scaldare, non mi sfiorare, non mi annusare. Non spalancarmi gli occhi con le dita, non accarezzarmi.

Chiudi la porta quando esci, parla piano e restituiscimi le chiavi di casa.

Abbandonami.

Adesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MI OFFRO PER LETTERA.

 

Ho questa idea da un po’.

E credo che riguardi due parti di me.

Il desiderio di essere più possibilità di quelle che io sola posso essere.

E la voglia di sapere, almeno in parte e con assoluta riservatezza (ovviamente), il pensiero degli altri.

Quell’altro da me, di volta in volta incarnato.

Mi offro per dare parole a quel che non si riesce a dire.

Mi offro per lettere d’amore, disamore, odio, incontro e addio. Mi offro per scrivere quel che volete, a chi volete.

Mi offro per dare corpo (verbale) a segreti che non si riesce a svelare. A sentimenti da smascherare, a voglie da pronunciare.

Le vite degli altri, titolava quel film. Ma io non ho intenzione di spiare. Solo, eventualmente, di accogliere e traslare.

Ho una deformazione che è professionale e personale. Una deriva virtuale che tanto mi rende facile la parola scritta, tanto mi porta ad un accatastamento di parole, come si rincorressero l’una con l’altra, tanto mi obbliga a lunghi epistolari.

Ho scatole piene di lettere, non importa che siano di o per amanti, padri, fratelli, amici dimenticati e lontani.

Ho suscitato scambi di missive con i soggetti meno probabili, i più insospettabili.

Che sia virtù o condanna, non lo saprei dire.

C’è sempre il rischio di esaurire la vita nella carta, più che la carta nella vita.

Ma che importa?

Io mi offro. Chi vuole mi chieda una missiva. Scriverò per lui. L’anonimato è d’obbligo e la procedura molto semplice: solo poche indicazioni.

Mittente e destinatario con brevi note ad identificare la relazione. Nodo della lettera. Stato d’animo di chi la invia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO...

 

Ecco. Io al fatto che ci si possa parlare solo tra simili credo poco. Al fatto che se non si guarda il mondo dallo stesso lato sia impossibile collaborare, ci credo ancora meno. E comunque che insopportabile noia sarebbe parlare solo con chi pensa quello che pensi tu.

- Che bello quell’albero.

- Molto bello.

- Che brutta la pioggia.

- Molto brutta.

Una noia mortale.

A me invece è venuta una enorme curiosità per il dissimile, il contrasto, il contrapposto, il diverso. Perché è lì che si gioca l’intelligenza.

Trova l’uguaglianza nella differenza. É il gioco della settimana enigmistica al contrario.

Ma questo è solo l’inizio. Perché è solo dopo, che il gioco si fa duro. Quando, trovati i punti di incontro, si decide che cosa farne.

É solo lì che, come dice il saggio Belushi, i duri cominciano a giocare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TEMPO CHE PASSA.

 

C’è una questione che non riesco a risolvere.

La questione del tempo che passa (o non passa).

Il tempo reale che conta sempre meno del tempo percepito. Il tempo che ancora non è memoria e rimane bruciante, ben oltre quel presente che ne ha causato la ferita.

Il tempo del ricordo che si ripropone ogni mattina. Il tempo di quel tizio o di quella tizia che non c’è più, ma prima c’era, e ha cambiato le lancette al tuo orologio interiore per sempre. E tu non puoi farci niente.

Il tempo che non inizia. E quindi fatica a finire.

Il tempo che non cambia.

Anche se poi all’improvviso ti ritrovi più grasso o più magro o più triste o più scemo o con più rughe o più libero.

E allora sì, qualcosa in effetti deve essere successo.

Ecco.

Io e questo tempo conduciamo una lotta senza tregua.

Lui mi fa piangere e io gli rendo la vita difficile.

Lui è convinto di avermi e invece io credo che mi debba delle scuse. O, per lo meno, delle attenzioni particolari.

Ma adesso basta. Adesso non ce la faccio più. Mi sono stancata di aspettarlo, comprenderlo, perdonarlo. E gliel’ho detto. Chiaro e tondo. Basta, non ti voglio più.

Lui mi ha riso in faccia.

Ma poi si è messo accanto a me e m’ha baciato gentile.

Forse forse, mi vuole persino bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BUON ANNO, BUONA VITA.

 

Nel 2015 ho fatto almeno tre rivoluzioni.

La prima, quella più faticosa, ha provocato qualche ferito. Una piccola cicatrice sulla mano destra e un solco più profondo nella terra dove cammino.

La seconda è profumata. La annuso continuamente. Odora di aria. Con un retrogusto di mare. E una nota predominante di casa.

La terza ha leso la mia onestà e la mia pazienza.

Questa triplice rivoluzione è durata un decennio, ma è venuta alla luce in pochi giorni e poi è passata. Passata, come tutti gli anni che sono passati.

Eppure cose vecchie da bruciare non ne ho trovate. Non riesco a distinguere che cosa sia finito e che cosa sia iniziato. E nemmeno quando sia finito e quando sia iniziato. Non voglio quantificare la distanza percorsa, se poi c’è, e comunque non trovo il metro adatto a misurare i ricordi.

La mia memoria non ha quantità, ha solo qualità.

Così, senza aver bruciato niente, me ne sto con un piede nel passato e uno nel futuro e ho scritto su un foglio i propositi del 2016.

Il primo punto è: Imparare ad andare.

L’ultimo punto è: Imparare a stare.

In mezzo c’è un’altra rivoluzione.

Buon anno. Buona vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPIONE, MIO SPIONE.

 

Il me spione allunga l’occhio alle agende altrui.

Il me spione aguzza l’udito allo squillare del telefono, ovviamente non il suo.

Il me spione si interessa di cose che non lo riguardano.

Il me spione mi accompagna da molti anni.

La prima volta che ha dato traccia di sé stava frugando in un armadio.

Scartabellava in faldoni segreti contenenti carteggi segreti con parole segrete che lui leggeva segretamente.

Il me spione ha sempre un’opinione su quello che succede. Un’idea precisa del come del quando e del chi.

E conosce anche il perché.

Lui procede per soluzioni, non per alternative. Ha sempre una sola, univoca, immodificabile versione dei fatti.

Il me spione conosce il mio stato d’animo.

Sa come mi sento, sa come devo sentirmi (di solito maluccio, dopo che mi ha raccontato le sue scoperte, ma lui mi ama di più quando sono triste, dice che la tristezza mi rende bella).

Il me spione è un po’ invadente. Parecchio invadente. Mi sta addosso fino a togliermi il respiro. Mi convince a ad aprire i cassetti chiusi e ad annusare i vestiti altrui a spiare le foto, le bacheche, i diari, i gps, gli msn, gli sms, le app, i whatsapp, le call, le phone, i time e le doppie spunte.

Il me spione è sicuramente internazionale ed esperto di informatica.

Intuire, scoprire, omettere. Sono i principi base dello spione doc.

La prima regola è quella di non dire mai quello che mi rivela. Devo stare zitta. Il me spione si beve le mie parole. Tutte.

Mi lascia muta.

Eppure in questi giorni mi ha lasciato campo libero.

Non so esattamente cosa gli sia successo, ma comunque non c’è.

Allora ho deciso di ricambiarlo con la stessa moneta e ho spiato nei suoi diari.

Sono vuoti. Tutti vuoti. Nemmeno un segreto. Nemmeno un segreto piccolino. Nulla.

Così li ho rubati. E adesso ci scrivo io, quello che mi pare.

(Per dirla tutta, ho anche buttato via la chiave dell’armadio. Così non mi vengono tentazioni. Né a me, né a lui. )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BU BU SETTETE.

 

Ovvero, come imparare a scomparire.

Da bambini si gioca. Io non ci sono. Mamma tu non mi vedi. I genitori stanno al gioco, quando sono genitori spiritosi. In alcuni casi purtroppo esagerano, creando piccoli traumi ai loro figlioletti che finiscono per sentirsi invisibili persino da adulti.

Comunque.

Si può sparire in vari modi. Smettendo di rispondere al telefono o dandosi alla macchia, per esempio (anche se io annovero questi comportamenti più tra le fughe...), lavorando sulla propria magrezza fisica (atteggiamento un po’ patologico), oppure, semplicemente, assumendo una posizione neutrale.

Un po’ come fanno gli animali che hanno paura e, accecati dai fari di un’auto, se ne stanno fermi, immobili.

Se non mi muovo, se non fiato, se non respiro, forse non mi vedranno, forse non esisto.

Sicuramente non mi succederà nulla di male.

Una meravigliosa fantasia.

Perché se l’automobilista non è molto sensibile, estremamente pronto di riflessi e completamente sobrio, l’impatto è pressoché inevitabile.

Esistere e riuscire a non esistere è cosa non comune.

Per questo forse ho sempre anelato alla sparizione. Sparire non è umano, è divino. E a nessuno piace sentirsi normale, per non dire mortale.

Ultimamente sto cambiando idea.

Non appena intravedo i fari dell’auto che sta per investirmi mi interrogo su quale sia la reazione migliore da avere.

Forse potrei sbracciarmi, mi dico, o urlare o scrivere velocemente <<Sono qui>> s’un cartello, o buttarmi a lato della strada, o lanciarmi contro alla macchina in corsa sperando di avere dalla mia la forza dell’attacco.

Ma mentre rifletto la macchina si avvicina.

Pericolosamente.

Ecco. Sui tempi di reazione devo ancora lavorare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VECCHIACCIA.

 

Ho sognato una donna brutta, anziana ma non troppo, con la pelle rovinata e quell’espressione amara delle labbra, quell’espressione che hanno le persone tristi, sole e forse cattive.

Ho sognato che stava nella mia casa ed io dovevo prendermene cura. Ho sognato che aveva i capelli ispidi, come i miei, e la bocca carnosa, come la mia, e gli occhi d’acqua, uguali a quelli che ho quando sono triste o c’è il il sole e guardo il mare.

Ho sognato che mi faceva ribrezzo. E poi tenerezza. E che non volevo prendermene cura.

Ho sognato le sue lacrime e il suo silenzio.

Ho sognato tutto questo. E il mattino dopo me ne sono dimenticata. Facendo colazione non la ricordavo più.

Poi ho visto nello specchio che ho due linee dure tra il naso e la bocca. E che i miei occhi sono chiari ma cerchiati di scuro, attorno all’iride. Che la mia pelle è bianca con righe sottili. Che i miei capelli sono lievi e lisci anche se li vorrei forti e mossi (capelli in cui passare le dita e rimanere incastrati, invece si scivola via, dai miei capelli e da me si scivola via).

E poi ho pensato a tutte le volte che sto in silenzio. Di parole ne ho tante. Ma sto in silenzio.

E ho pensato a cosa vorrei dire, che non è mai una cosa sola, ma sono tante. Così tante che non hanno suono. Solo un mormorio sottile. Una vibrazione di sottofondo.

E ho pensato che non importa. Chi vuole ascolta. Al di là del rumore di sottofondo, chi vuole ascolta.

E poi però è successo che qualcuno (che non leggerà) mi ha detto che stavo scambiando la paura e la timidezza con la superbia

Non dire. Non fare. Non respirare. E presupporre che qualcuno ascolterà quello che non hai detto e amerà quello che non hai fatto.

Un atto di superbia

La pretesa di essere capiti. La pretesa di essere accuditi.

La pretesa degli dei.

Una bella pretesa.

Allora, solo allora, mi sono ricordata di quella vecchia e delle sue lacrime dense. Quella vecchia senza timidezza o paura, che chiedeva a gran voce.

Con la sua bruttezza e le sue rughe.

E sono andata a cercarla.

Quella vecchiaccia.

La sto cercando.

Per prendermene cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANGIA.

 

C’ero, ma non c’ero. E poi non c’ero, ma c’ero. Perché mi cercavo.

Ora ci sono?

Non tutti i pezzi sono uniti. Ma quasi tutti i pezzi. Separati, ma vagamente dialoganti. Vagamente. A intermittenza. Ogni tanto un blackout. Ma la luce poi torna o no?

Forse. Forse.

È che non sempre le connessioni funzionano. Non sempre. Non funzionano quelle tra quello che voglio e quello che faccio. Ma poi mi sforzo un po’ ed ecco, forse, i collegamenti ci sono. Non funzionano le connessioni tra il corpo e la testa. Ma poi ho amici che mi coccolano e tagliano i capelli e mi fanno la frangia. E la testa si riposiziona sopra il collo.

Che cosa ci sia sotto è un po’ confuso, ma ci sto lavorando.

Ci sto lavorando.

Sotto, al buio, ci sono io.

E l’io è la cosa più difficile da definire. Si sono inventati la psicoanalisi, la filosofia, la logica, la medicina e pure la fotografia per farlo.

Sotto ci sono io. E che cosa io sia è molto incerto.

E beata me, che sono incerta.

E abbasso chi è sicuro. Abbasso chi sa cosa fare. Abbasso chi conosce il bianco e il nero e il grigio non lo sceglie mai. Abbasso chi sa quando dire sì e quando dire no. E non sbaglia. Abbasso chi non sbaglia mai, appunto. Abbasso chi ha ragione. Abbasso l’io monolitico che sa sempre dove mettere le mani, pure al buio.

Io non lo so. Non lo so mai dove le metto. Ma ogni tanto lo scopro.

Mi morde una tarantola, una pantera, una serpe ingrata, oppure mi becca un uccellino o mi bacia una farfalla.

É nel rischio che sta la possibilità. Nelle mani in pasta. E non è detto che l’impasto sia granché. Ma tant’è. Io provo.

Nel caso trovassi una torta, o della nutella, o litri di oro liquido, lo dirò a tutti.

E mi leccherò le dita.

Blackout o meno non c’è differenza.

Io mi leccherò le dita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SI FA COSÌ. NO: SI FA COSÌ!

 

Sono stata bambina ubbidiente, ma un po’ triste. Adolescente arrabbiata, ma solo con se stessa. Preadulta silenziosa, ma bonaria (non bonacciona), mediatrice, paziente, gentile.

E poi, alla soglia del trentesimo anno, ho iniziato a soffrire di una strana inquietudine. E di molto mal di stomaco. E di parole che mi affollavano la testa e premevano all’altezza del diaframma.

Così, improvvisamente, mi sono raggiunta.

Giovane lo ero (giovane lo sono?) eppure quella cavolo di età sulla carta di identità era improvvisamente e realmente la mia.

Adulta, quasi adulta. Adulta.

E l’altro giorno ho incontrato una persona che non vedevo da anni.

Sei cambiata, mi ha detto, eri proprio una bambina quando ci siamo conosciuti.

Quando ci siamo conosciuti avevo ventiquattro anni.

A ventiquattro anni mia madre aveva me, era sposata, era una insegnate di ruolo, vale a dire che aveva un contratto a tempo indeterminato.

Ma io, a ventiquattro anni, ero una bambina.

Sono stata una bambina quasi fino a ieri, fino a oggi.

Poi ho iniziato a mettere i tacchi.

Davvero. Credo che sia stata quella la differenza.

Ho iniziato a mettere i tacchi (saltuariamente) e mi sono allenata a perdere la pazienza.

E a parlare.

Un allenamento difficile e molto stancante.

Un allenamento alla differenza.

Io sono me, mi sono detta. La mia età è la mia, la mia testa è la mia, la mia cavolo di pancia è la mia, le mie mani, quello che scrivo, il mio lavoro. Me. Sono solo me.

Epperò essere sé non è così scontato. Per essere sé si fa sempre una certa fatica.

Comunque.

La morale è che sto facendo esercizi giornalieri. Chi mi vuole mi segua. Chi mi ama mi ami. Chi c’è c’è.

É molto liberatorio. Mi fa sentire più alta, più intelligente, più bionda.

E mi terrorizza. Mi terrorizza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AL LIMITE.

 

Perché limite deriva da limes. E Limes, per i Latini, significava confine. E il confine è una linea di prossimità. Non divide, ma separa, c’è una bella differenza. Due zone (tempi, luoghi, corpi o materie) se ne stanno una accanto all’altra, si sfiorano, ma non si toccano, non possono compenetrarsi.

Il confine è sacro (questo lo dicevano sempre i Latini), è una soglia che si può solo attraversare, ma su cui è impossibile soffermarsi.

La pelle è un confine.

Ma io ho un confine che non è solo la pelle.

Io sono io. Tu sei tu. Facile.

Io mi chiamo così. Tu come ti chiami?

Tu sei altro da me. Non necessariamente l’altro da me, ma comunque altro.

E se è vero che è l’altro a definire il nostro limite (con il suo corpo, la sua testa, la sua puzza, la sua voce) vero è, al contempo, che continuamente cerchiamo di spingere un po’ più in là la linea di separazione.

Posso andare oltre la pelle, molto oltre la mia pelle

Io posso di più. Io penso di più. Io sono di più.

E allora forse non ho limite.

Posso lavorare mille e mille ore al giorno, posso alzare l’asticella del salto un millimetro alla volta, all’infinito, posso dimenticarmi di mangiare, bere, dormire, parlare. Posso correre più veloce di Bolt. Posso perdonare l’imperdonabile, prendere sempre la decisione giusta, accettare la rabbia, la paura, l’insulto, l’abbandono e la sciatteria. Posso convincerti di tutto. Posso cambiarti, salvarti, trasformarti. Posso riparare quello che è rotto.

Posso. Comunque posso. Vedrai che ce la faccio. Non c’è problema. Vedrai.

Il bello è agire al di là dei propri limiti (non si dice così?), andare oltre, indagare la zona del disequilibrio, non accontentarsi.

Già. Già.

Se non fosse che ad alzare troppo l’asticella potrei farmi male. Se non fosse che a forza di perdonarti smetterò di sopportarti. Se non fosse che sono magra e se non mangio divento ancora più magra.

Se non fosse che fumo troppo, davvero troppo, e a quello sì dovrei dare un limite.

Che poi, a non darlo, maledetto limite, pure la pelle non si vedrà più.

E l’altro da me, ad invadermi, ci metterà una frazione di secondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I GATTI LO SANNO.

 

C’è un gatto nero, bruttarello e spelacchiato, che cammina elegante sul muretto del mio giardino. Cammina lentamente, avanti e indietro, in una sorta di passeggiata zen. Non l’ho mai visto invertire la marcia, mai, eppure lo deve fare visto che cammina da destra a sinistra e poi da sinistra a destra e, soprattutto, non lo fa andando a ritroso come un gambero. Però io non l’ho mai visto. Ha un talento particolare nell’ipnotizzarmi proprio nell’attimo in cui svolta. Lui lo fa, io non lo vedo.

Questo gatto nero frequenta un gatto bianco e grigio, più bellino e molto meno spelacchiato. Il bellino bianco e grigio è anche molto più socievole, una volta gli ho persino fatto un grattino. Lui ha molto apprezzato.

Questi due gatti bene rappresentano una differenza di stato sociale (uno randagio e l’altro no, evidentemente), di orientamento culturale (uno ama i muretti e l’altro i grattini) nonché, potrei azzardare, di razza (uno brutto, l’altro bello; uno nero, l’altro bianco, perché in fondo la bellezza è sempre bianca) e, come spesso accade a chi ha avuto esperienze differenti, vivono tra loro momenti di grande conflitto.

Urla lancinanti squarciano la silenziosa notte siciliana: sono loro, che a gran voce fanno valere ciascuno le proprie ragioni.

Io, tutte le volte che li sento, mi immagino che uno dei due sia definitivamente deceduto sotto le armi letali dell’altro.

Invece no. No.

La mattina dopo ci sono tutti e due, accovacciati a terra, distanti tra loro nemmeno un metro.

Odi et amo.

Esattamente.

Ma poi prevale amo.

Non male, la saggezza dei gatti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMORE CHE VIENI, AMORE CHE VAI.

 

Oggi ho fatto una passeggiata. Ché qui fare le passeggiate è bello.

Ma siccome quando passeggio io guardo poco in giro e tanto nella mia testa ho iniziato a pensare, e mi è venuta in mente una cosa: ci sono degli amori che non ti passeranno mai.

Non si tratta necessariamente di amore verso qualcuno, può essere anche amore per un tempo o un luogo che abbiamo attraversato, verso un oggetto che abbiamo desiderato o posseduto. Verso qualunque cosa.

Però, deve essere un amore che, a un certo punto della nostra vita, abbiamo anche odiato.

Quegli amori lì, proprio non si dimenticano.

Se ne stanno nascosti sotto i cappotti più pesanti, oppure confusi con le calze spaiate nel cassetto, oppure abbandonati in un libro o in una tasca, e poi, quando non li cerchi più, quando era tanto tempo che non li pensavi, ritornano.

Sono gli amori che ti sei dimenticato di amare.

Ma loro sono sempre stati lì, nella tua casa o nella tua valigia.

Sono amori tiepidi, gentili, spesso malinconici. E liberi.

Sono gli amori più liberi di tutti, perché non dipendono più da te. Si sono semplicemente infilati nella tua vita, nelle pieghe delle tue braccia, nelle tue giunture.

Sono te.

Ed è per questo che li puoi finalmente, dolcemente, salutare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TU SEI LIBERA.

 

É la frase che appare sul mio telefono quando mi suona la sveglia. L’ho scelta io, quasi un anno fa.

“Tu sei libera” è quello che mi ripeto, mentre guardo questo cielo molto blu e respiro. Respiro forte e penso a questo tempo, che è un tempo che mi sono guadagnata. E me lo sono guadagnata con tutto quello che ho fatto e pure con quello che non ho fatto. Me lo sono guadagnata attraversando tutto quel tempo in cui ho pensato di non avere tempo. Lo so, sembra complesso, ma non lo è. É meraviglioso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 + 1 = 11.

 

Questa cosa qui, dell’uno più uno che fa undici, me l’ha detta una persona importante. E me l’ha detta tante di quelle volte che poi non ho più capito che cosa voleva dire.

Ma stasera c’è vento. E c’è così tanto vento che non so se è già primavera o ancora inverno e nemmeno se sono davvero a Torino o in riva al mare della mia amata Sicilia lontana. (Perché al mare il cielo è largo e lì c’è l’uno più uno che è il mare più il cielo). E ho pensato che alla fine era una cosa facile che diceva, lui, diceva solo che quell’uno lì sono io.

Mi sa che era questo, che diceva.

E anche se sto a contare i pezzi di me sul marciapiede e nelle finestre illuminate del palazzo di fronte, anche se sto a contare i pezzi di me a pezzettini nel mio stomaco, che non li digerisce, o i pezzuncoli di me che il mio cane accarezza con le zampe fini, i pezzini di me sul comodino (una crema finita, un anello, due libri e una penna senza inchiostro) nessuno li metterà insieme questi frammenti. Devo pensarci io. Mannaggia.

Devo proprio pensarci io.

Il risultato sarà un Picasso. O un Basquiat. O un omino di Giacometti. Non so. Ma accetto suggerimenti. (In ogni caso, non sarà una copia dal vero. Il vero non lo sa nessuno. Non lo so nemmeno io. Che sono solo uno, più molti uno.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FERITE.

 

Per anni ho avuto una riga dritta tra i seni e l’ombelico. Orizzontale e all’altezza dello stomaco, o dello sterno, non so.

Una linea precisa, come di matita. Ma era pelle. La mia.

Un tizio mi ha detto, è un blocco, un blocco di emozioni, sei divisa. Io ci ho riflettuto. Me la riguardavo allo specchio, mi chiedevo in quale momento, in quale esatto momento, le mie gambe avessero smesso di essere connesse alla mia testa. O al mio cuore. Ci ho pensato parecchio. La riga stava lì.

Ma adesso non c’è più. Non so dove sia andata. La cerco. Da qualche parte deve essere finita. Forse è diventata una ruga, all’angolo della bocca. O una linea sul collo. Oppure se n’è andata sulla schiena, per quello non la vedo.

Comunque.

Non la trovo.

E allora ogni tanto mi viene un dubbio, non è che quel tizio mi ha detto una sonora cazzata? Una idiozia, una sciocchezza. Non è che la riga era solo una riga e pure carina? Non è che io non avevo un blocco di niente e quello voleva solo definirmi in un modo a caso, perché non capiva una mazza di me?

In effetti la riga è sparita. Punto. E pure il tizio.

In effetti.

Vorrà dire qualcosa.

Sì.

Vuol dire che, se anche c’era una ferita, si è rimarginata. Perché le ferite si rimarginano, quasi sempre.

E se non si rimarginano di certo non hanno bisogno di un tizio qualunque che le faccia sanguinare.

Quindi se lo ritrovo, quel tizio, gli dico di pensare alle righe sue. Che alle mie ci penso io. E ne ho cura.

Che le righe e le ferite vanno curate, non hanno bisogno di uno che ci infili il dito.

Quindi viva le righe, viva le ferite e abbasso i tizi che stanno a guardare la pelle degli altri. Guardino la loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ALTRO (NON) È.

 

A me gli altri piacciono. Sono sempre piaciuti. Gli altri, in generale, mi interessano, mi incuriosiscono. Spesso mi dicono cose in confidenza perché io in effetti ascolto. Oppure mi sorridono, perché gli faccio simpatia.

Il barista del bar sotto casa mi ha raccontato che voleva disegnare fumetti, ma poi ha fatto il barista, peccato, ma anche no, perché fa i fumetti ai bambini che vanno con le mamme al bar e loro sono contenti. Bello, ho detto. L’ho anche pensato.

Gli altri mi piacciono davvero. Davvero. Però ogni tanto gli altri pensano che siccome li ascolto e parlo poco possono dire sempre quello che vogliono e fregarsene di quello che dicono e che lo stanno dicendo a me. Ed è allora che vanno un po’ più in là del mio limite, che è sottile ma severissimo, e mi feriscono. Niente di grave eh. Niente di grave. Ma stasera mi sono accorta che sto sviluppando un callo sempre più spesso e che gli altri mi piacciono, sì, ma un po’ meno. E che per tutto questo confronto con gli altri dovrei avere una pelle più forte e forse adesso mi sta anche venendo. Una pelle-corazza che dice stammi un po’ più lontano tu, non rompere, non ti voglio sentire.

Poi mi regalano dei fiori con un biglietto, oppure mi dicono io ci sono, non preoccuparti, oppure cercano di convincermi a bere un bicchiere di vino, oppure stanno al telefono anche se muoiono di sonno, oppure, semplicemente, sono quello che sono.

E allora ho deciso che la corazza la metterò ogni tanto. Solo ogni tanto.

E che gli altri mi piacciono comunque.

Quasi sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PAURA.

 

C’è una malattia che abbiamo tutti. Tutti. Anche quelli che fanno i ganzi, i gaggi, gli spacchiosi, e dicono no, io no. Quella malattia è la paura. Non si tratta dell’uomo nero (non necessariamente), non si tratta di brutti sogni (non solo), non si tratta di quella lieve sensazione di inquietudine che boh la cantina in effetti è pericolosa (non sempre). No, la paura è la paura punto. La paura è quella tremarella per cui vorremmo fermare tutti, il tempo, i parenti, gli amici, gli innamorati, i vicini sul bus. La paura è quella roba per cui hai sempre solo un paio di persone da chiamare. La paura è quella roba per cui ti prego dai guardami abbracciami coccolami stringimi dimmi che va bene. La paura siamo noi (o, almeno, sono io). Per questo in sere (o notti) come questa io alla paura ci parlo. E le dico, lo so che mi vuoi bene. Fai solo la sua parte.

E anche questa volta, la perdono.

Viva. Evviva. La paura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’AMICO.

 

Allora: a me piace fare le cose da sola. Mi piace così tanto, fare le cose da sola, che se mi sembra che qualcuno stia facendo qualcosa per me, solo per me, mi viene un’ansia da pazzi. Una di quelle ansie che devi nasconderti sotto il lenzuolo o mettere la testa nel cuscino o sparire in un muro. Sono così da sempre. Non sono peggiorata con l’età, è una malattia che ho dalla nascita.

Poi, non molto tempo fa, un amico mi ha detto: ma guarda che non è che devi stare da sola, è solo che devi trovarti un centro e poi gli altri vedrai che ti faranno meno paura e non l’avrai (no, no) tutta quest’ansia di fare da te, per te, solo con te medesima.

Insomma, io ci ho creduto, ma non sapevo bene come fare. Allora ho solo fatto passare il tempo, per vedere come andava.

Ed è successo che non sono stata bene, così, all’improvviso (che a volte capita eh, non è che si può prevedere sempre tutto), e uno è corso subito a tenermi la mano, un altro mi ha fatto da mangiare sempre, un altro ancora mi ha scritto tanti messaggi e olmo si è seduto sotto la mia sedia per uno o due giorni. Così, per avere cura.

Solo per avere cura l’hanno fatto. Nient’altro.

Allora ho pensato che va bene fare tutto da soli, ma far le cose da soli con qualcuno che ti passa l’acqua e ti dice “Vai vai!” (come alle maratone) è comunque meglio.

L’amico aveva ragione.

Infatti, è un amico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MERLO.

 

Il fatto è, che abbiamo un merlo in casa. Un merlo col becco giallo e le piume nere che entra dalla finestra della cucina e si mette appollaiato sulla ciotola del cane. E mangia le sue crocchette. Le mangia, dico.

Il cane ne ha paura e se lo vede scappa. Il cane non ha capito chi sia il cane e chi sia il pennuto, e teme di essere aggredito.

Io, quando lo vedo, faccio gridolini come se avessi visto un topo o uno scarafaggio e il merlo nero becco giallo si schianta sulla finestra. Il merlo nero becco giallo non ha capito la differenza tra il vetro e il cielo, credo.

Ma, nonostante tutto, noi abbiamo un merlo in casa. Un merlo che torna. Che ci aspetta. Che ci ha scelto. Che vuole le nostre crocchette. Noi abbiamo un merlo. Che comunque ci ama. Oppure semplicemente pensa che siamo dei cretini. Con le nostre finestre a sostituire il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBERAMENTE.

 

Esercizio di libertà è non scrivere niente per qualche giorno e sentire il cervello che non risponde e avere un po’ paura (ché anche la paura è un esercizio di libertà e il cervello, si sa, risponde come vuole).

Esercizio di libertà è nutrire un cuore avvizzito e guardare il cielo dal terrazzo (la luna è a metà, proprio oggi) e preparare la valigia e coccolare il mio cane.

Esercizi di libertà. O amore. Che amore e vuol dire tante cose (già già, non solo una). Vuol dire farsi una carezza e fare ciao ciao alla notte. Benvenuta, notte. Domani è già arrivato. Ed è una bellezza, sì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA COSA GIUSTA.

 

Fai quello che vuoi, ma fai la cosa giusta.

Fai quello che vuoi. Cioè, fai quello che devi.

Me lo hanno sempre detto (o me lo sono, sempre detta). E così il giusto lo cercavo. Un po’ qui e un po’ là.

Ma non lo trovavo.

Non so se stava nascosto o non voleva incontrarmi, in ogni caso non si manifestava come avrebbe dovuto. Insomma, non diceva: son qui, son giusto, sceglimi. Non diceva un niente di niente.

E io a cercare. Cerca cerca trova trova.

Ma niente. Appunto.

E allora sceglievo a sentimento oppure sceglievo di non scegliere (per sicurezza) oppure mi facevo scegliere e poi mi lamentavo (che è una cosa che capita a tutti, suvvia!).

Quindi poi ho capito che l’unica cosa da fare era fermarsi prima. Dire: fai quello che vuoi. E basta.

Basta.

La cosa giusta è giusta se l’hai scelta, non rompere.

Così, se adesso mi chiedono cosa voglio per cena o che cosa voglio votare o come penso di vestirmi o perché questo e non quello, rispondo: posso fare quello che voglio, grazie, ciao.

La cosa giusta è dietro l’angolo, ma non è che posso passare la vita a cercarla.

Ho da fare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ESERCIZIO DI LIBERTÀ.

 

L’esercizio di libertà contempla che se piove tu non abbia l’ombrello e che se c’è il sole tu abbia un ombrello molto evidente.

L’esercizio di libertà permette che il tuo cane stia sul divano e che tu possa arrivare in ritardo almeno una volta su tre (non troppo in ritardo).

L’esercizio di libertà prevede che tu possa scendere da un tram troppo affollato e bloccato perché forse qualcuno è stato scippato e salga (furbamente) sul tram successivo. Ma poi contempla pure che sul tram successivo, che tu hai (furbamente) preso, ci sia proprio lo scippatore e che una volante insegua il suddetto tram e lo fermi.

E così l’esercizio di libertà fa in modo che tu abbia preso due tram, entrambi bloccati, per assistere nella sua interezza alla storia del presunto scippo (che per la cronaca secondo me non c’era, ma in questo caso sto solo mettendo in pratica il mio esercizio di libertà).

Comunque, l’esercizio di libertà vuole che tu abbia una camicia bianca larga che ti piace moltissimo e venti centesimi in tasca e diverse cose da risolvere che non sai risolvere e che tu sia in ogni caso molto contento.

Contento di esercitare la tua libertà.

Perché mica tutti possono, no, non tutti possono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MIO CANE.

 

Il mio cane non ha mai avuto paura del temporale. Mai.

Ha avuto paura delle persone, delle biciclette, delle auto posteggiate, dei nastri rossi e bianchi di divieto di sosta, dei passeggini, dei bambini, delle signore con il bastone. Delle vetrine, dei portoni aperti, di chi bussava alla porta, di chi si avvicinava. Di tutto.

Ma mai dei temporali.

Eppure oggi non ha quasi più paura di niente, tranne che dei temporali sì. Di quelli sì. Ancora sì. Per il resto ha capito che la signora con il bastone è diventata annusabile, i nastri bianchi e rossi sono simpatici, i grattini sulla pancia fanno felici e le vecchiette potenzialmente regalano biscotti, ma odia i temporali.

E così si mette nell’angolo tra il letto il muro e mi guarda come a dire che bisogna fare qualcosa.

Basta temporali. Per sempre, basta, ti prego.

Io gli spiego che non si può fare. Ma lui non capisce. Non vuole capire.

E devo dire che lo ammiro.

La sua perseveranza farà sparire i temporali.

E allora andremo insieme sotto una pioggia silenziosa, diventeremo i re delle biciclette, delle vecchiette, dei nastri bianchi e rossi, di tutto.

I re dei re.

Che a noi non ci farà paura niente e se ci farà paura ce la faremo passare. Subito.

Perché noi abbiamo capito come si fa, a far passare le paure.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CASA.

 

Io ho sempre spiato le case altrui. Sempre.

(E ringrazio pubblicamente chi non mette tende e mi permette di guardare la sua vita.)

Frammenti di librerie, di tavole, di soffitti, di braccia.

Io sto lì, spio.

E immagino di abitare un’altra casa.

Dove indosserei altri vestiti, attraverserei altre stanze, cucinerei (ché io cucinare non cucino, non mi piace, ma se vivessi la vita di un altro forse allora lo farei), avrei un gatto e non un cane, di professione farei la dottoressa o la principessa o la commessa o un’altra cosa.

Sarei altro da me, che alle volte non è male.

Ma poi capita che in sere come questa prendo il tram quattordici e mi ricordo che casa è dove sono io, ovunque io sia.

E anche questo non è male per niente.

Anzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROTOLARE.

 

L’altro giorno ho camminato per mezza città a passo spedito, collo leggero e gambe svelte.

Ed è successo che il mondo è sceso dalle mie spalle, senza avvisarmi.

Me ne sono accorta per caso tra Porta Palatina e Porta Nuova.

Insomma, ho avuto il mondo sulle spalle per un ventennio o giù di lì e adesso no.

No.

Il mondo è sceso dalle mie spalle ed ora sta ad aspettarmi rotolando felice davanti a me. Vieni, mi dice. E io rotolo dietro a lui.

Se lo raggiungo o no è tutta un’altra storia, lo so.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON RIPASSARE.

 

Mia nonna dice: non ripassare. Me lo dice ogni volta che mi sento impreparata (quindi, sempre). Non ripassare, mi dice, sai già tutto. Io tutto non lo so, so solo qualcosa, qualcosina, epperò non ripasso perché la nonna ha ragione sempre, tutte le volte tutte. E poi se ripasso va a finire che imparo a memoria e faccio come la bambina sulla sedia con la sua poesiola che è una noia infinita, una noia così noia che si muore di noia. Quindi non ripasso, no. E se sbaglio chissenefrega!

Se non vai bene a qualcuno è un problema suo, dice sempre la nonna.

La nonna ha ragione. Non ripasso.

Ci vuole grazia ad improvvisare. Molta di più che a ripassare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PER CHI VUOLE ESSERE FARFALLA.

 

Insomma. Io la partita non l’ho vista. Epperò tenevo alla Croazia. Anche se pure la Francia mi sta simpatica (per ragioni che non sto a dire, ma sono buone ragioni).

Ma tenevo alla Croazia perché la Croazia ai Mondiali non ci va mica spesso (mi hanno detto amici che se ne intendono) ed è un paese piccolino e recente con una storia complicata (come nazione, dico). E siccome a me piace Nanni Moretti che dice che lui sta sempre dalla parte delle minoranze (come me, appunto) io pensavo che era come tenere alla squadra di quelli che si impegnano ma hanno pochi soldi e mica che gli capita di nuovo subito di tornare ai mondiali e quindi bisogna tifarli. Ecco, sì: era giusto.

Insomma. Tifavo Croazia.

Ma la Croazia non ha vinto.

E ho questo senso di colpa inutile che io non l’ho guardata ma avrei dovuto. Perché magari anche un tifoso in più faceva la differenza e comunque uno non può tenere a qualcosa e poi non curarsene (come ho fatto io oggi che me ne sono stata in terrazzo a pensare ad altro e poi mi lamento pure che la Croazia non ha vinto).

In ogni caso.

Anche se non ho visto la partita io volevo dire alla Croazia che per me ha fatto comunque un miracolo, una poesia. E che l’autorete non l’ho vista, ma ho visto che quello dell’autorete poi ha fatto rete. E anche questa è poesia. Poesia pura.

E che mentre la Croazia giocava, sul terrazzo dove stavo, è venuta una farfalla, bellissima eh, ed io ho pensato che era la farfalla della Croazia. Meglio, la farfalla di tutti quelli che il mondo li dà per spacciati, all’inizio, ma poi sono dei fighi pazzeschi, di tutti quelli che vivono un giorno (come le farfalle, appunto) ma loro poi sì che ci sono, con i loro errori e gli autogoal e la bellezza svolazzante e il fallimento che si recupera con l’impegno.

Insomma.

Io nella Croazia ho visto la saggezza delle farfalle.

Non hanno vinto. Ma sono dei vincitori.

Come le farfalle.

Perché si può essere belli come le modelle di Victoria Secret, ma belli come le farfalle lo si è raramente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ALLENAMENTO.

 

L’allenamento è accorciare la distanza tra quello che voglio fare e quello che faccio. L’allenamento è fare quello che voglio sapendo quello che voglio. L’allenamento è comprare spaghetti di riso che non so cucinare. L’allenamento è aumentare le possibilità. L’allenamento è aspettare che il mio cane annusi tutto quello che vuole senza che io lo trascini via per la fretta. L’allenamento è sognare senza spaventarsi.

L’allenamento è partenze e ritorni.

L’allenamento è “ti odio”. Ma poi non ti odio più.

L’allenamento ha bisogno di un sacco di allenamento.

Ed è sempre “per”, sempre “pro”.

Mai “contro”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ME.

 

E poi mi dico: perché fai andare così veloci le dita sul computer? Perché usi il tempo dei viaggi per amare i non luoghi? Perché non sai fare la spesa in modo logico e puntuale? Perché stai in terrazzo fino a che fa buio? Perché hai pudore delle risposte semplici e vergogna alle domande semplici? Perché non credi alle buone notizie? Perché soffri di vertigini? Perché fuggi ma poi torni?

Perché?

 Ed è allora che capisco che non mi raggiungerò mai.

Sarò sempre un passo indietro, o avanti, o di lato, a me stessa.

E comunque non è male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FARE LA CONTA.

 

Individuare il punto esatto della salvezza, in questi giorni, è una missione.

Io faccio la conta. Conto quando schiaccio il pulsante dell’ascensore. Uno. Conto quando apro il portone di casa. Due. Conto quando apro il cancelletto dell’area cani. Tre. Conto se uso il telefono (forse l’ho appoggiato quando ho pagato le sigarette o mentre ero alla cassa del supermercato, forse è contaminato). Quattro, cinque, sei. Conto i passi tra me e quella persona incontrata per caso, sette, otto, nove (ma non ne doveva bastare uno?).

Non ho mai contato con tanta attenzione. Conto gli sfioramenti, i tocchi, le invasioni di campo. I metri.

Per difendersi si proteggono i confini, per sopravvivere si demarcano i confini, per vincere si costruiscono confini. E gli esseri umani sono territori con la pelle sottile. Quindi, va bene, rispettiamo i limiti e facciamo tutto come si deve: usciamo poco, cerchiamo di essere cauti, responsabili, attenti.

Ma facciamolo con grazia. Non servono armi, non è una guerra. Teniamoci per mano. Teniamo per mano anche chi si mette a contare (come me), chi prende il treno perché è soffocato dall’angoscia, chi non sa affrontare il silenzio della sua casa, chi ha bambini a cui spiegare che le città si fermano ma il tempo no, chi riempie il frigo e svuota il supermercato, chi si droga di amuchina, chi cerca di salvare se stesso pensando che è colpa dello stato, dei cinesi, della globalizzazione, dei giornali e sempre, sempre, degli altri. Ecco, teniamo per mano, soprattutto, chi pensa che la colpa sia degli altri. Gli altri siamo noi. Teniamoci per mano con cautela e rispetto. Con mani da cui abbiamo tolto la rabbia e la paura. Con mani lavate e volto bendato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSE CHE HO IMPARATO.

 

Le cose che ho imparato, le ho imparate a bassa voce. Me le hanno dovute dire piano. Nessuna esplosione e nessun urlo. Piccoli fuochi, leggeri, che non scottano.

Le cose che ho imparato, le ho imparate casualmente, dolcemente, come parole nuove. E le parole nuove van dette in punta di labbra, altrimenti scappano e non le trovi più.

Le cose che ho imparato le ho imparate a passi cauti, guardando bene il cielo e la terra. Le ho imparate senza correre, per non calpestare i fiori.

Son delicati, i fiori appena nati.

Le cose che ho imparato non le ricordo tutte, come si fa a ricordarle tutte, mi dico. Ma ne ricordo alcune.

Ricordo le cose che mi hanno insegnato con cura, con cautela, senza rabbia.

Non ho imparato dalle ferite, io. Ho imparato dai baci sottili e dalle carezze fini.

Per questo, pretendo dal mondo una certa grazia. E poco dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRI.

 

Lui ha qualche libro, li tiene in ordine, impilati l’uno sull’altro. Due o tre coperte ben piegate. Un po’ di bicchieri di plastica, non li butta dopo averli usati, li tiene da parte, saranno utili. Ha anche un paio di scatole, ma piccole, e servono per le cose importanti. Lui, il signore che vive sotto la pensilina della 61 (o della 58 o della 50, non ricordo), raccoglie la sua vita con cura. Tutte le mattine.

Ha anche un pupazzo (era la prima cosa che volevo dire, in realtà). Un pupazzo che è un cane-lombrico a strisce nere e bianche. Con il naso rosso. Naso rosso e muso triste.

Mi chiedo se lo abbraccia, quando dorme. Vorrei che lo abbracciasse, quando dorme.

Lui, il signore della pensilina, ha attraversato la fase uno silenziosamente, senza andare al parco perché non si poteva.

E il mondo l’ha lasciato tranquillo.

Ma adesso il cantiere della metropolitana è ripartito e l’aria non profuma più di maggio.

Mi dispiace. Anche se il profumo di maggio, in effetti, è durato solo tre giorni e c’è da esser comunque contenti, perché il profumo di maggio, io, in Borgo Dora, non l’avevo sentito mai.

E secondo me neppure lui.

Ma è la fase due e le cose cambiano, va bene così.

Abbia pazienza, vorrei dirgli, abbia pazienza lei, signore della pensilina, presto ci sembrerà tutto normale. Tutto ci sembrerà di nuovo normale.

Vorrei dirglielo.

Ma la cosa più probabile è che lui lo sappia già.

E che per questo, ogni giorno, sistemi la sua casa.

Non serve avere una porta, per lasciar fuori il rumore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MIA NONNA.

 

Mia nonna mi viene in mente spesso. La nonna che non c’è. Mi viene in mente quando non la penso.

Così mi è venuta in mente mentre leggevo un articolo di Agamben.

Diceva che in questo momento la religione e la giustizia hanno abdicato alla scienza.

In nome della scienza abbiamo accettato, senza alcuna ribellione, di non vedere i nostri morti morire.

Abbiamo accettato di farne numero, conteggio, grafico.

In nome della scienza, nuova divinità e nuova giurisdizione, abbiamo accettato che un pericolo potenziale legittimasse l’assenza di commiato. E di compassione.

Abbiamo accettato che non ci fossero corpi né funerali.

Solo ceneri.

La nuova comunione si compie chiusi in casa, ci hanno detto.

Nessuna condivisione. Nessun rito. Nessuna visione.

In nome della scienza lo hanno imposto. E noi lo abbiamo accettato.

Del resto non abbiamo mai voluto vederla, la morte.

Ora ci hanno finalmente detto che è anche giusto, non vederla.

Quando mia nonna è morta ero lì.

Anche se la mano non gliela tenevo io, ma la teneva lei a me, come a farmi coraggio, come a dirmi che si muore, è normale. Ero lì quando abbiamo raccolto le sue cose, quando l’hanno portata alla camera ardente e le hanno fatto la veglia e io le ho cantato “Buonanotte, fiorellino” piano piano, nell’orecchio.

Ero lì prima ed ero lì dopo.

Ero lì.

A vedere che si muore.

Lo sapevo che si muore, ma non lo avevo mai visto prima.

Non vedere fa paura.

E la paura è un’ottima arma per tenere in ostaggio il pensiero.

La paura fa accettare tutto. Per questo bisogna combatterla con tutta la forza che abbiamo a disposizione, anche quando non ne abbiamo nemmeno un po’, e tremare sarebbe la cosa più facile. Ma bisogna resistere. Resistere per combattere la morte.

Me lo ha insegnato mia nonna. Che si chiamava Illuminata (ma la chiamavamo Tina) ed è morta il 14 Febbraio del 1999. Proprio il giorno di San Valentino.

E ora? Da quel momento a questo: sono ventitrè anni, ma nella mia testa è solo il tempo di una filastrocca, come lontana nella notte una musica che, dileguando, per un istante fa ritorno con l’eco della tua voce. <<È da tanto tempo ormai che sognavo questo, di poter vivere solo di vento, sole e acqua. La vita non conclude, bambina mia. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Adesso sono quest’albero. Domani mi ritroverai in quella nuvola, in quel libro che accarezzi o in quel vento che ti sfoglia. Butta tutto fuori, vagabonda. Ricorda: amarsi una volta è amarsi per sempre, basta un amore per non morire. E stai tranquilla, tra noi, come ieri, nulla è cambiato: come ieri non abbiamo niente e ci sembra tutto.>>.

E forse hai ragione, nonna. Forse il tempo ci ha divise nel momento giusto, separandoci prima che ci mutasse il tempo. Così, sempre sarai per me l’orgogliosa donna dai capelli forti e lo sguardo vigile: gli anni non passeranno mai sul tuo volto. Il tuo viso che sempre terrò dentro l’anima, conficcato nel profondo del cervello, mentre i giorni invernali si disferanno, lasciando spazio a panorami azzurri di alti eldoradi. Il tuo viso come un cielo autunnale, rannuvolato un momento e subito dopo sereno. La tua pelle di gelsomino e la dolce rudezza delle tue mani ruvide con cui mi strofinavi il viso dicendomi <<Sei sporca.>>.

Quanto a me, sono sempre la stessa bambina, dalla faccia rotonda e sporca, che a ogni passo ti molesta con il suo <<Mi dai una monetina?>>. Sono sempre la stessa bambina, dalla faccia rotonda e sporca, senza dubbio inopportuna, che da lontano contempla le macchine che passano. Sono sempre quella sgradevole bambina (senza dubbio inopportuna, senza dubbio) dalla faccia rotonda e sporca, che davanti ai grandi fari illuminati proietta l’insulto della sua faccia rotonda e sporca. Sono sempre la stessa bambina che, avvolta in lamentose combinazioni, pone una nota scura nel cielo. Sono sempre la stessa bambina di sempre, sola e sporca, che lancia l’insulto della stessa furiosa bambina di sempre che, davanti a panorami d’imminente spavento, disperazione latente, rabbia incombente, impone ardue e sinistre rivoluzioni per poi continuare con la sua faccia ancora più rotonda e sporca.

Io sono sempre quella vecchia bambina di sempre, disgustosa e sporca, che improvvisa un letto con vecchi cartoni e aspetta, sicura, che tu venga a tenergli compagnia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CENERE.

 

Mia nonna mi viene in mente spesso. La nonna che non c’è. Mi viene in mente quando non la penso.

Così mi è venuta in mente mentre leggevo un articolo di Agamben. Diceva che in questo momento la religione e la giustizia hanno abdicato alla scienza. In nome della scienza abbiamo accettato, senza alcuna ribellione, di non vedere i nostri morti morire. Abbiamo accettato di farne numero, conteggio, grafico. In nome della scienza, nuova divinità e nuova giurisdizione, abbiamo accettato che un pericolo potenziale legittimasse l’assenza di commiato. E di compassione. Abbiamo accettato che non ci fossero corpi né funerali. Solo ceneri e cenere. La nuova comunione si compie chiusi in casa, ci hanno detto. Nessuna condivisione. Nessun rito. Nessuna visione. In nome della scienza lo hanno imposto. E noi lo abbiamo accettato. Del resto non abbiamo mai voluto vederla, la morte. Ora ci hanno finalmente detto che è anche giusto, non vederla.

Quando mia nonna è morta ero lì. Anche se la mano non gliela tenevo io, ma mia cugina piccola, ero lì. Ero lì quando abbiamo raccolto le sue cose, quando l’hanno portata alla camera ardente e le ho detto l’ultima cosa nell’orecchio. Ero lì prima ed ero lì dopo. Ero lì. A vedere che si muore. Lo sapevo che si muore, ma non lo avevo mai visto prima. Non vedere fa paura. E la paura è un’ottima arma per tenere in ostaggio il pensiero. La paura fa accettare tutto.

Me lo ha insegnato mia nonna. Che per fortuna è morta senza vedere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SIGNORA DEL PALAZZO DI FRONTE.

 

La signora di fronte, al primo piano, ha sempre le tapparelle abbassate e l’inferriata della finestra sul balcone chiusa. Sempre. Io pensavo che non ci fosse. O che non esistesse.

Poi è arrivata la sua voce.

Disobbedienti, ha gridato. Disobbedienti!

Mi pare che quello dei disobbedienti fosse un movimento post G8, ricordo, vagamente, una cosa così, quindi mi affaccio (finalmente posso esprimere senza vergogna tutto il mio voyeurismo per la vita altrui) e guardo giù.

Non capisco.

Guardo meglio.

Non sono i disobbedienti che mi aspettavo, gente con gli striscioni, urlatori, cinque provocatori tutti insieme a sfidare il sistema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BAMBINA DISOBBEDIENTE.

 

No.

I disobbedienti sono una mamma e una bambina di tre anni che camminano su un marciapiedi deserto. A onor del vero, devo dire, il padre c’era, circa cinque metri più avanti, con un sacchetto della spesa.

La signora urla, andate a casa non si esce in tre.

Tre in tutto, in tutta la strada, noto io.

La mamma urla, ma cosa vuole mio marito ha fatto la spesa.

La signora rilancia, come no con quel sacchettino che spesa avete fatto!

La bambina guarda.

Lei guarda tutti.

E continua a guardare anche quando la signora torna nel suo rifugio, con la sua paura, con la sua rabbia, con se stessa e con la sua storia. Che non conosco, è vero.

La bambina guarda. Anche quando il papà la prende in braccio e la mamma si lamenta.

La bambina guarda e non capisce niente.

Mi viene in mente la figlia di una mia amica che mi ha detto, al telefono, hai presente, no, quel virus? Quel virus pericolosissimo che contagia tutti.

Ecco, adesso l’ho presente quel virus. È il virus del tutti contro tutti.

E si salvi chi può.

 

Io tifo per la bambina.

È suo il mondo, non nostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AL MARE.

 

Il mare della mia infanzia era un mare brutto, pieno di case brutte, pieno di alghe brutte. Ma era mio e c’era vento.

A marzo, c’era sempre vento.

La mattina si andava a prendere il sole appoggiati ai muretti, al riparo dalla sabbia, in faccia alla luce. Mia nonna voleva il caffè al tavolino del bar, mia mamma diceva togliti le scarpe che si riempiono di sabbia. Mio fratello non so, non mi ricordo.

Ci sarà ancora quel posto, adesso? Ci sarà ancora il vento?

Vorrei andare a verificare per non avere paura di un altrove sparito. Ma non posso.

Così, da un paio di settimane, mi siedo accanto alla finestra aperta e ascolto.

Ascolto il suono del mare.

E non m’importa niente che sia il rumore di un telo di cellophane sul balcone del vicino. Non mi importa quasi niente.

Tutti i posti in cui io non sono comunque ci sono, mi dico.

Ci sono, anche se io non li guardo.

Ci sono. Nonostante la mia assenza.

E il vento arriva dappertutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SIGNORA CON IL CANE.

 

La signora con il cane piccolo che si chiama Luna mi ha spiegato che ieri la polizia l’ha fermata, attraversando il parco sulla sua volante, e le ha detto che no, non deve proprio fare entrare il cane in area cani.

Mai.

Anche se è da sola non lo deve fare. Mai.

Lei deve camminare sul marciapiedi. Sempre.

E non fare più di duecento metri.

Mai.

Immagino che la polizia li avrà contati in passi molto precisi, quei 200 metri, oppure con un metro molto lungo e molto flessibile o forse li ha misurati in linea d’aria con quella lucina rossa, tipo laser. Non so.

Comunque, l’area cani oggi era deserta mentre sul marciapiedi eravamo almeno in cinque.

Quindi sono entrata, con il cane mio, la piccola Luna e la signora.

Lei era contenta, credo che si sentisse come quando a quattordici anni andava a fumare sul balcone per non farsi vedere dalla mamma. Una mamma molto severa.

Però se ne è andata dopo due minuti. Dicendomi che le faceva paura la polizia.

Le faceva paura la polizia, più della malattia.

Allora ho capito che no. Dai. No.

La paura dei virus, del buio, degli incubi, delle strade strette da cui non puoi scappare, la paura di morire, va bene.

Ma la paura di esistere no.

Quella no.

Perché io, insomma, li faccio i miei esercizi di libertà e le trovo le cose piccole, sottili e buone come l’aria pulita di un marzo che gela le mani.

Quindi no.

E ora la smetto di tenere gli occhi bassi, perché non li sto tenendo bassi per tristezza, li sto tenendo bassi perché mi sento in colpa.

Ma non ho colpa di niente. Non abbiamo colpa di un bel niente. A parte la colpa di vivere. E quella ce l’hanno tutti. Pure i poliziotti. Anche se non se lo ricordano più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BAMBINI.

 

Se io avessi dei bambini, oggi, proprio non saprei che dirgli.

Dopo il mondo colorato sopra un foglio, dopo la cerimonia del thé con l’acqua del rubinetto, dopo i giochi, dopo il sonno, dopo infiniti abbracci, io, per far passare la paura, proprio non saprei che fare, e per far passare il tempo, non avrei dove andare, e per spiegare, non avrei inizio da cui cominciare.

Forse allora gli parlerei soltanto di quante persone potranno dopo incontrare, di quanta aria c’è da respirare. E del mare.

E loro direbbero che tutte queste cose si possono già immaginare e che sono solo i grandi a dubitare, perché, oltre il muro di casa, non sanno proprio guardare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ARRESTIAMOLO!

 

Arrestiamolo.

Così mettiamo fine a questi post, ai video in diretta e ai deliri. (È un ministro degli interni di una repubblica democratica. Non un monarca e nemmeno Dio, ché solo Dio ha fermato un esodo, tanto per dire.)

Arrestiamolo. Già.

 

Arrestiamolo.

Su una nave, per qualche giorno (cosa vuoi che sia), gli diamo da mangiare e da bere e pure 35 euro al dì, perché lui è italiano e se li merita anche se non è sulla terra ferma.

 

Arrestiamolo.

E poi diciamo all’Europa di intervenire. Qualcuno se lo prenderà. Non possiamo essere gli unici a farcene carico.

 

Insomma, per una volta facciamo come dice: arrestiamolo!

Subito. Così ci leviamo il pensiero.

 

Arrestiamolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HIT PARADE.

 

La mia personale (e, vorrei, universale) hit parade è:

1) non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso, tipo essere numerato, discriminato, additato, stigmatizzato (e stare una decina di giorni su una nave con il mare mosso, quando pensavi di poter scendere);

2) cerca di essere umano (non solo di essere UN umano, ché purtroppo gli umani fanno anche cose disumane e umanamente non tollerabili);

3) non rompere le palle dicendo che prima non c’era niente di meglio e che il prima ha causato l’oggi (sai che novità);

4) ricordati che il futuro è sempre dei figli, anche se non li hai, e i figli saranno misti, immigrati, emigrati, bianchi, neri, gay, musulmani, cristiani, ebrei, atei, biondi, mori, buoni, scemi, intelligentissimi, stanziali, zingari, brutti e belli (proprio come noi, pensa un po’, proprio come noi);

5) dopo di che, se ancora pensi che il problema siano le banche, i monopoli, le ONG, la DC, il PD, Berlusconi e la zia Mariuccia, guarda il cielo: le teste sono piccole, ma l’orizzonte è largo;

6) fai quello che vuoi: cioè, scegli quello che devi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FINE DEL COPRIFUOCO.

 

Appena finisce l’ordinanza di uscire solo per le cose necessarie, voglio fare un tour. Sì, proprio un tour! Andare in tutti quei posti dove andavo prima; che so, a Piazza Santa Giulia, per esempio, con vicino Via degli Artisti e i suoi negozietti vintage, e prendere la pizza bianca del forno che solo lì sanno fare bassa e croccante e piena di olio, che a pensarci mi commuovo.

Quando alzeranno le loro serrande impolverate, voglio essere in prima fila, come se fossi davanti a uno spettacolo teatrale, una pièce tanto attesa con i biglietti andati a ruba, adagiata su una poltrona in velluto rosso, e mettermi a guardare le vetrine dei negozi con i nuovi arrivi: i sandali, i top che lasciano scoperte le spalle, i vestitini colorati. Che colore andrà quest’estate? E di fronte a quello spettacolo: voglio battere le mani, ma batterle davvero forte, fino a spellarmele. Battere le mani e lanciare fischi di approvazione, come al passaggio di una bella donna. Ma fisserò ipnotizzata le vetrine con gli abiti estivi, oppure gli arrivi autunno–inverno?

Appena finisce questo coprifuoco indosserò le mie scarpe più comode, e voglio proprio andarmene in tour e camminare tanto, tantissimo, solo per il gusto di camminare, come ho sempre fatto. Camminare e godere nell’ascoltare il rumore che fanno i miei tacchi su l’asfalto, e fermarmi a prendere un gelato, e leccarmelo mentre passeggio. Un cono gelato pieno di gusti con la panna montata in cima. Voglio mangiarlo lentamente, immersa in un alone di beatitudine, tra santità e peccato, lentamente fino a sentire la crema che si scioglie e mi cola sulla mano. Non si può leccare un gelato con la mascherina calcata sul viso, non fate scherzi eh?

Appena finisce quest’incubo voglio andarmene in tour e uscire la sera, in una di quelle calde e soffocanti serate estive, umide e appiccicose, e arrivare trepidante per l’emozione in un cinema all’aperto, con le lucciole che volteggiano tutt’intorno allo schermo. Sedermi sulla sedia traballante di plastica rigida e aspettare. Aspettare che si spengano le luci dei faretti e che si illumini lo schermo. Lanciare un primo sospiro davanti a una bellezza che mi si sta mostrando togliendosi un pezzo alla volta, prima di rimanere nuda. E poi avvertire lo scricchiolio della pellicola consumata che arriva insieme ai titoli di testa, e che si mischia alla musica. Sospirare, ancora, con voluttà, alla presenza della prima immagine, all’apparizione di quei fotogrammi che si uniscono al battito del mio cuore. Sentire, in lontananza, il rumore del traffico lungo la strada che avvolge la finzione alla realtà.

Quando comincerò il mio tour, voglio scendere al Balôn e battere tutti i locali e bere, anche se sono mezza astemia, alzare il bicchiere al cielo mentre mi parrà di vedere cadere le stelle come se fosse il 10 agosto. Sentire un canto corale: <<Guarda! C’è una stella che sta cadendo! Esprimi subito un desiderio!>>. Ubriacarmi di birra, di vino, tutta la notte, mentre le stelle mi cascano addosso come pioggia battente. Dimenticare tutti i miei desideri, perché sono tanti accalcati e si scavalcano euforici, e non si sa a quale dare la precedenza.

Appena finisce tutto ho deciso che voglio andare in tour, truccarmi gli occhi con un glitter argentato passato sulle palpebre, arrivare ai Murazzi e sul Lungo Po, e poi scendere i gradini di marmo, irradiati dalla luce del sole del tramonto, che portano fino alla banchina. Scenderli a tempo di funk, muovendo braccia e gambe a ritmo, tenendo serrata tra le labbra una sigaretta, anche se ho smesso di fumare. Girovagare sulla banchina, e ammirare il volo dei gabbiani che planano sulla corrente del fiume, e salutarli uno per uno. Perché chissà da quanto tempo, aspettavano qualcuno che scendesse a salutarli. Magari pensavano che l’umanità si fosse estinta. Osservare un uomo che avanza coi suoi capelli lunghi di un biondo sbiadito, la faccia consumata dalle rughe incastrate nel corpo muscoloso.

Porterò con me una bottiglia di spumante, per brindare alla nuova vita. E se sarà possibile, faremo nuovamente dei fuochi d’artificio, brillanti e scoppiettanti come popcorn. Faremo finta di ricominciare tutto. Dovrò spiegare ai miei figli che qualcosa è andato storto. Dovremo rifare il conto alla rovescia.

Esco poco, una o due volte alla settimana, al massimo. E, sin dal mattino, mi sale una specie di eccitazione all’idea di andare fuori. Mi preparo per questo momento di festa, mi trucco attentamente e mi vesto con i miei abiti più carini, perché voglio essere bella per questa uscita, voglio essere bella per il mondo. Una volta fuori, basta un poco, dieci minuti tutt’al più, e sento salire una viva delusione, mi sparisce il sorriso, per quello che ho immaginato come un momento di festa, e comincia a fluttuare, dentro di me, una sensazione di nausea. Mi gira la testa, mentre mi sforzo di non vedere. Vorrei mettere una mascherina sugli occhi, invece che sulla bocca. Non voglio vedere le persone senza una faccia, non voglio vedere le file. Non voglio. Inghiotto la sensazione di nausea, sperando passi. Non desidero vomitare dietro l’angolo. È uno spettacolo da fare in privato, tra le mura del proprio gabinetto.

E poi voglio davvero prepararmi al meglio per il mio tour per la città. Lo sogno a occhi aperti. Andrò in giro a firmare autografi come fossi una rock-star, a stringere mani sudate, a fare selfie con lo sguardo febbrile e strafatto. Voglio fare le valigie e metterle sul pianerottolo, e guardarle prima di chiudermi la porta alle spalle e rientrare a casa. Voglio salire su un vagone della metropolitana e vedere scorrere tutte le fermate, da capolinea a capolinea, e contare le persone perché è davvero parecchio che non vedo tanta gente. Fermarmi ad aspettare alla fermata la Circolare destra che fa quel magnifico giro per la città. E, se non dovessi fare in tempo a prenderlo, vederlo ripartire e corrergli dietro, per un po’, passando sotto gli archi di Porta Nuova. Come ho fatto tante volte. E sbuffare: <<Vabbè, prenderò il prossimo!>> come ho fatto tante volte...

Chi è l’ultimo della fila? L’ultimo della fila? Chi è? Penso, mentre scorgo la faccia mascherata della cassiera del supermercato, tra il rettilineo sbilenco dei carrelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE TRUMAN SHOW.

 

La bellezza è ovunque. Sono nata a Torino, ho vissuto in Atene, Salonicco, Oviedo e Roma, ma Catania è la città dove sono cresciuta. Ed è il posto dove continuo a cogliere fiori profumati e pieni di colori. In tutte le stagioni: autunno, inverno, primavera, estate. Fiori che crescono tra il delirio del traffico, tra lo smog e l’immondizia che si mostra oscena dai cassonetti, le strade sporche e i cantieri perennemente aperti. Fiori che il mio quartiere mi fa trovare, ogni giorno, sul davanzale della mia anima. Tempo fa erano comparsi, sui muri, una serie di volantini con la scritta <<Librino Mon Amour>>. Negli ultimi 20 anni sono circa 10 i film girati in questo quartiere. Durante il periodo del neorealismo siciliano: i suoi scenari furono considerati perfetti da immortalare con la macchina da presa. Il “ciak, si gira!” una frase da far riecheggiare sovente.

Anche Roma ho molto amata. Muoversi tra quelle strade ha qualcosa di mistico, si coglie appieno la sensazione: di che cosa può diventare immortale. Come se mi comparisse davanti Pasolini che, con la sua voce sottile, parla a Sergio Citti, che darà il suo volto sofferto ad “Accattone”. Quando vado al tabaccaio mi pare di vedere, in fondo alla via, Anna Magnani che corre e urla disperata dietro un camion, mentre Rossellini pensa che avvenire avrà il suo “Roma città aperta”. Oppure, tra il passaggio di un tram e l’altro, intravedo Pietro Germi che stringe tra le labbra un sigaro toscano, con negli occhi la stessa malinconia che non abbandonerà mai il suo Ferroviere.

Cose così di ordinaria immaginazione. Anche i gatti che vagabondano qui hanno capito che questa è un’oasi sicura per loro. Troveranno sempre ciotole piene di cibo, e potranno rifugiarsi al caldo dentro qualche posto. C’è Eva, piccola pantera dagli occhi verde smeraldo, che miagola a chiunque passi: come se lo volesse traghettare lungo le vie.

Il quartiere di Roma che più amo è però il Pigneto. Con il passare degli anni, questo, si è trasformato in un quartiere cool, meta di passaggi turistici non solo da parte di chi viene da fuori, ma anche da chi vive a Roma. Perché al Pigneto si trovano locali di ogni genere. Un giorno mi sono divertita a contarli tutti, o meglio quasi tutti, e tra pizzerie, ristoranti, pub, sale da tè, librerie-caffè sono arrivata a 55, e ne sono rimasti fuori tanti, come quelli che affiorano insolenti da qualche vicolo o stradina defilata e meno illuminata.

Ecco che cosa era prima questo luogo. Un quartiere ammiccante, che strizzava l’occhio a chiunque passasse, anche solo un attimo per scendere con la scala mobile, e andare a prendere la metro C.

Poi, piano piano, un evento terribile e inaspettato ha trascinato via tutto, come una burrasca. Una serranda si è abbassata, come se fosse scattato un black-out che, insieme alla luce, ha tolto anche l’anima e la bellezza.

Ora l’orologio è fermo su altri orari, altri stili di vita. Parole antiche come coprifuoco sono entrate a far parte di un nuovo linguaggio datato 2020. Fino alle ore 18 poi tutti a casa. Si chiude. Girare dopo le 18 in un quartiere cool, ai tempi del morbo, è struggente. Ha lo stesso colore delle foglie autunnali, parcheggiate sul cemento. Complice l’ora legale e il buio che cala, frettolosamente, come una mannaia. Si possono incontrare solo fantasmi. Perché non si riconosce più nessuno. Tra cappotti, baveri alzati e mascherine che soffocano ogni sorriso, e l’impronta di un bacio sulla pelle. Il rumore dei passi è cambiato, ha un suono poco vivace, e si muove sulle note stonate di un pentagramma dove, prima, era invece possibile: costruire un commento musicale pieno di ritmo.

Soltanto la televisione è rimasta perennemente accesa, 24 ore su 24, su questa nuova serie a puntate, una serie di fama mondiale, dove come nel film “the truman show” un regista invisibile sceglie le linee guida della narrazione. Indimenticabile il protagonista, Truman Burbank (con la faccia di Jim Carrey) che riesce a vincere la sua paura per l’acqua e decide di fuggire attraverso il mare aperto, con una piccola imbarcazione a vela si mette alla prova. Questo non piace a Christof, il regista, che mette in atto tutto il suo potere, come un Dio incontestabile, e decide di scatenare un temporale, con tuoni e fulmini, per cercare di capovolgere la barca. Intanto, il mondo osserva Truman mentre il mare in tempesta lo travolge, e tutti fanno il tifo per lui, con le lacrime agli occhi lo seguono e pregano perché non venga travolto da quelle onde altissime. E Truman continua a lottare, bagnato fradicio: anche quando cade in acqua: si rialza con lo sguardo fiero, pronto a riprendere il suo viaggio. Il regista si piega di fronte a quella volontà, e a quel tifo impazzito e imprevedibile del pubblico, e in un attimo fa uscire il sole. Una nuova alba si apre alla vita. Truman è finalmente libero. Libero di andare per la sua strada. Libero di andare dove gli pare.

Ho pensato che Truman, per molto tempo, non si è reso conto di quello che stava accadendo. Tutto era normale. Poi, ha cominciato a gridare che non era normale, non poteva esserlo. Perché l’essere umano nasce libero, e desidera da sempre decidere del proprio destino, nonostante le tante paure. E chiunque, per quanto lo si possa rendere prigioniero, non potrà essere in gabbia in eterno. Mi domando quanta verità ci possa essere, in questo momento, quanta verità pura, intendo. Vedo in giro troppi Christof presi da delirio di onnipotenza. Truman aveva il suo sogno da affrontare, la sua terra promessa da toccare. Ora, invece, per noi tutto è precluso e mari in tempesta sono creati, ovunque.

Il filosofo tedesco Husserl sosteneva che il fatto che la scienza ci permetta di raggiungere, matematicamente, la verità delle cose, non significa che quella scienza sia il mezzo per raggiungere anche la verità dell’uomo, che è qualcosa di molto più profondo e, appunto, umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERTIGINI.

 

Mi avvicinai a lui, avevo bisogno di calore umano. Aveva bisogno di sentirmi vicina. Si avvicinò sempre di più col viso. Mi diede un bacio sulla guancia. Cuore in gola. Non me lo aspettavo. Mi cinse la vita col braccio e rimanemmo in silenzio sulla nostra panchina a guardare la gente passare. Cuore in gola. Di nuovo. Vuoto d’aria.

L’amore ci frega tutti e ci rende piccoli e indifesi in balia del mondo. Ci rende uguali. Opposti. In guerra. E ogni volta che l’amore ci delude è come se venissimo al mondo completamente soli, senza l’uso della parola, piangendo per respirare.

Lui appoggiò la testa sulla mia spalla. Aveva un sacco di capelli che mi finirono in bocca, negli occhi. Sorrisi. Era da tanto tempo che non mi veniva un sorriso così spontaneo, disteso. Assenza di emozioni totale, per mesi. Nulla mi aveva più smosso.

Poi alzò la testa e si scostò da me. Il sole stava scendendo. Avevamo quasi esaurito il giorno insieme. Non me n’ero accorta.

<<Non te ne andare...>> sperai per un attimo. Un pensiero veloce, quasi impercettibile. Lui mi abbracciò forte forte. Sentii il suo corpo sul mio. C’era qualcosa di erotico nel modo in cui mi stringeva. Vuoto d’aria nello stomaco. Mi schioccò un bacio sulla guancia destra e uno subito su quella sinistra, si scostò da me poi mi riabbracciò subito. <<Resta.>> pensai <<Per favore.>>.

Poi si voltò e se ne andò. Lo aspettavano, lo sapevo già, ma mentre andava via non mi ero mai sentita così sola. Il sole scendeva oltre le montagne e il mondo era rosa, giallo e arancione. Le ombre si allungavano e lui non era mai stato così bello mentre si allontanava. Non mi ero mai accorta dei suoi occhi, delle sue mani, delle sue gambe. Non mi ero mai del tutto accorta di molte cose. Vuoto d’aria nello stomaco mentre la sua sagoma scomparve dietro l’angolo. Mille vite ho vissuto mentre lui andava via. In piedi su una fune guardavo il vuoto sotto di me. Vertigini. Raccolsi le emozioni e con attenzione le conservai lontane il più possibile, per paura che potessero affiorare. Non è questo il tempo. Non è questo il modo. Ancora Vertigini. I colori dell’autunno nei suoi capelli. Mille vite ho vissuto mentre lui andava via.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FAME.

 

È durata poco ma non esisteva fame, e non era un tentativo estetico, non hai mai avuto freni, ma in quel periodo non avevi fame. Eri stata brutalmente ingannata, usata come un animale e poi gettata una volta consunta, e ti sentivi inchiodata all’assenza, non importava davvero di chi. Non avevi fame. Le viscere risucchiate. Ti alzavi per inerzia, vagavi per un quartiere residenziale senza trovare pace. Non avevi fame. Non avevi sonno. Non avevi altro che mancanza. Ti eri specchiata in una pozzanghera nera e il corpo spariva, ti sembrava bello che lo facesse, avevi sempre avuto il problema opposto: il tarlo della carne, troppa. E della fame, troppa. Ora invece non c’era più, dissolta. Ogni istinto vitale dissolto. Ti sentivi invulnerabile nel fondo dell’assenza: una cosa che non ha bisogno di niente, un ordigno fuori perfetto e dentro strappato, rattrappito, pieno di fili sconnessi e tagliati. Ma finché restava perfetto fuori andava bene. Ti sembrava che la corda spezzata, i brandelli, le viscere cave fossero ben nascoste dalla freddezza dello sguardo e dalle ossa. Nelle ossa eri forte. Uno scheletro di cartapesta; il fantasma che veniva a farti visita da bambina era diventato te, sovrannaturale, metafisica, incapace di legarti, avevi costruito la maschera aurea. Se qualcuno aveva osato abbandonarti, adesso ti eri nascosta nella parte oscura dello specchio: nessuno può distruggere un meccanismo guasto, saresti stata sempre tu da un lato e dall’altro. Fuggire, più d’ogni cosa, amare sì, ma solo per gioco. Ingannare fino a non poterne più. L’involucro era pieno e il contenuto cavo ma sparivi prima che qualcuno potesse riconoscerlo. E poi, le maschere ti si sono sfasciate addosso: l’inverno. In ogni solco, in ogni libbra di carne recuperata ti si legge il vuoto. Raggeli. Cosa è rimasto? Una donna, non una dea, piena di strappi, saldature malferme, suture slabbrate. In questo perdere e slabbrare è entrato uno spiraglio. Amare, perdere, piangere. Non sei la vacca o il maiale, sei una donna, nessuno di speciale, ti chiamano signora e allo specchio non ti riconosci quasi più, ma riconosci un altro in te, è più potente del muro che avevi costruito intorno alle frane. Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i cocci e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza (della tua).

 

(Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIPOSUZIONE.

 

Mai avrei potuto immaginare di non poter vivere senza un uomo. Mi sembrava di averne troppi intorno, mi sembravano superflui. Non ne potevo più e così me ne sono sbarazzata, di mio marito come di tutti i miei amanti. Mi sono sentita giovane, forte, bellissima vedendoli così disperati. L’esultanza è durata poco.

Pensavo che ritrovarmi sola sarebbe bastato per liberare la mia creatività, e ho comperato tela e pennelli, poi della terra per modellare; ho comprato una chitarra e alla fine una macchina da cucire e poi una macchina da scrivere. Niente di niente!

 Mi sono accorta allora che non riuscivo a riempire il vuoto che mi avevano lasciato. Ho dovuto ammettere che la sola cosa per la quale sono veramente dotata è riscaldare le lenzuola, e pensare che avevo buttato via tutto per orgoglio.

Il problema con gli uomini è che quando ne hai uno, gli altri ti girano intorno, quando ne hai diversi ce ne sono ancora di più che si domandano che cosa avrai mai, e vogliono provarci anche loro.

È una ronda che si autoalimenta e che si arresta bruscamente quando, per una ragione o un’altra, rimani sola. Allora cominciano a trovarti invecchiata, inacidita e noiosa. I capricci che prima li mandavano in solluchero, adesso li trovano irritanti.

Credono che tu sia stata abbandonata e puoi affermare il contrario quanto vuoi, e questo contrario può anche essere la pura verità, inutilmente. Una donna è sola perché nessuno la vuole e dunque deve per forza esserci una ragione.

Così diventi minacciosa, la piovra che spia l’ingenuo che avanza nel suo territorio, per accalappiarlo e succhiargli il sangue. Gli atteggiamenti che prima sembravano sensuali adesso sono considerati volgari.

Esitano a invitarti per non dare adito a situazioni imbarazzanti con le altre donne che hanno un uomo, loro, e preferiscono tenerselo. Ogni volta che ne avvicini uno, di qualsiasi tipo e di qualsiasi età, si immaginano che tu voglia sedurlo, e non è sempre vero.

In effetti appena mi sono resa conto che il mio telefono non suonava più, e che i sabati e le domeniche erano ormai riempite dai concerti e dalle mostre, che le giornate un tempo dedicate ai preparativi per la sera erano adesso tutte per me, cioè vuote, e che tutti gli sforzi fatti per interessarmi a qualcosa di diverso dalla seduzione non erano serviti, allora ho cercato di ripristinare la situazione precedente.

Ma nulla ritorna mai come prima.

I miei antichi amanti avevano ormai altri interessi e soprattutto erano sorpresi che li chiamassi io per prima, mentre di solito dovevano insistere diverse volte prima che mi degnassi di rispondere.

L’aura magnetica che attirava gli uomini senza sforzo si era dissolta.

Allora ho cercato di adattarmi alla nuova situazione. Bisogna pur vivere.

Qualche incontro interessante tramite internet, con gente che non era del mio ceto sociale, con cui mi sarei vergognata a uscire a cena. Ciò mi ha almeno quietato i sensi, e non è poco. Ne ho tenuto un paio sottomano per i periodi di crisi, ma ho avuto paura di lasciarmi irretire da qualche gigolò, cosa che, per una donna della mia età e della mia bellezza, sarebbe il massimo dell’umiliazione.

La cosa più fruttuosa è stata il ballo, mi sono impuntata di imparare il tango e lì ho avuto molto successo. Il telefono ha ricominciato a suonare come ai vecchi tempi, che importa se erano tipi un po’ grossolani, avevo l’impressione di vivere di nuovo, mi sono comperata delle scarpe rosse e ho cambiato profumo; sfortunatamente sono capitata su un giovane piuttosto bello, che mi ha di nuovo obbligato a lasciar perdere tutti gli altri. Indebolita dall’amore ho obbedito, e quando l’ultimo spasimante se ne è andato, mi ha lasciato anche lui. Avevo davvero perso la mano. Non ce la facevo più a riprendermi.

Ho passato delle giornate intere chiusa in camera, con le tende tirate e la luce spenta, per non vedere le mie guance sgonfie nello specchio.

Fissavo la scatola di medicine accanto al letto e una volta le ho sgranate ad una ad una sul palmo della mano. Brillavano scivolose, sembravano vive, tremavano come perle. Le ho messe tutte insieme in bocca, lo zucchero che le avvolgeva cominciava già a fondere, e stavo quasi per inghiottire, quando un’idea magnifica mi ha attraversato la testa all’improvviso, sono corsa a sputare tutto nel gabinetto e ho deciso di farmi un lifting.

Ero sorpresa che una soluzione così semplice ai miei problemi non mi fosse venuta in mente prima. Avevo la felicità a portata di mano e non la vedevo. Mentre prendevo appuntamento mi sentivo già più giovane e più sicura di me. Mi guardavo allo specchio con occhio disincantato ed era evidente che, dopo il viso, con altre due o tre piccole operazioni alle cosce, al ventre e al seno avrei riacquisito il mio aspetto normale.

La vita aveva ancora tante buone cose da offrirmi.

Tutto è andato come volevo: il viso non è stato affatto doloroso, ed è un successo, nessuno ha notato niente di strano, mi dicono solo che ho l’aria davvero in forma.

Per la pancia invece è stato più difficile e le cicatrici si vedono ancora, ma la silhouette è ridiventata perfetta e indosso le gonne strette di quando ero ragazza. Non smetto mai di guardarmi allo specchio e di comperarmi vestiti nuovi. Stranamente gli uomini sono diventati secondari in questa storia, il fatto di vedermi bella mi basta.

Devo perfezionare il tutto con la liposuzione, per togliere le ultime tracce di cellulite e poi si vedrà.

Una serenità mai provata mi pervade, ho l’impressione adesso, di appartenermi davvero, di essermi presa in mano per la prima volta nella mia vita. Finalmente amo il mio corpo per quello che è e non come uno strumento di potere sugli altri. Mi ungo di creme per il piacere dell’odorato, mi masturbo senza pensare a niente, come un’alga che galleggia sulle onde della dolcezza.

Cammino per la strada senza più preoccuparmi degli sguardi degli altri, sono solo assorbita da me stessa. Ho l’impressione di essere speciale. Questa sensazione è sempre esistita, ma prima era legata al riconoscimento degli uomini, adesso è solo mia.

Qualcuno ha ricominciato a invitarmi a cena, e sono già andata a letto con un paio di loro con il mio nuovo corpo, con un certo successo. Ma non mi interessa più, qualcosa di assolutamente imprevedibile è accaduto dopo le operazioni. Forse le cure delle infermiere in clinica hanno contribuito al fenomeno, o allora ciò covava dentro di me da molto tempo.

L’altro giorno sono andata a riprendere i vestiti in lavanderia e mentre l’impiegata li imballava nella plastica, ho notato che sotto al suo viso piuttosto comune aveva dei seni di una bellezza eccezionale. E infatti li esibiva con uno scollo al limite della decenza. Mi ha turbato a tal punto che al momento di pagare mi sono sbagliata, ho fatto cadere tutto in terra e lei mi ha aiutata a raccattare chinandosi in modo che i suoi capezzoli rosa sono diventati perfettamente visibili. L’ha fatto apposta? Ha l’abitudine di suscitare il desiderio?

Da allora ci ritorno spesso, per fortuna è primavera e non c’è niente di strano se porto a lavare le tende, i tappeti, i cappotti. Poi un giorno l’ho aspettata dopo l’ora di chiusura seduta al caffè di fronte, e appena mi ha visto si è seduta accanto a me. Come se non avesse sperato altro. Me la sono portata a casa e questa volta ho davvero perso la testa. Non mi era mai successo con gli uomini, non è passione, è uno stato di benessere intenso che perdura. Lei è sposata, ha dei figli, ma ha già avuto delle esperienze di questo tipo. Non ha mai goduto con un uomo, mi ha detto, mentre con me basta poco. E per me è lo stesso. Viene da altrove, è diffuso in tutto il corpo, è così intenso, mi ricorda i brividi che sentivo da bambina quando il cane mi mordicchiava i piedi.

Le do un po’ di soldi, ma non è un rapporto commerciale, so che ne ha bisogno e lo faccio volentieri. È una donna davvero gentile, che trova la nostra relazione naturale, mi domando perché aver aspettato tanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCACCO MATTO.

 

Vidi il Re nero salire le scale al buio e, per non cadere, tastare il bordo pietroso dei gradini con la punta della scarpa. Dentro l’involucro di cuoio, i piedi erano forchette con i denti piegati. Il vecchio avanzava con una mano poggiata al muro e con il palmo si dava a ogni passo una spinta. Nell’altra mano reggeva la lucerna che aveva acceso solo per un istante, sulla soglia, e aveva poi spento subito con una smorfia d’orrore; dallo stoppino si alzava e si scioglieva l’ultimo nodo di fumo. Sentii l’odore dell’olio di oliva e dell’ottone. Sentii le dita dei piedi raggricciarsi quando scivolò sull’ultimo gradino. Non cadde, si aggrappò all’estremo pomello della ringhiera; ma di mano gli sfuggì l’inutile luce spenta. Udii il frastuono del metallo. Quel suono, troppo grande nel silenzio, fu il primo traditore.

Dietro la tenda, che oscurava la finestra al termine della scalinata, c’era la Donna nera. Ghirigori porpora e d’oro nascondevano la sagoma della regina, ma da sotto le frange di velluto s’intravedevano le punte dei calzari. Le vidi, io. E le guardavo già da un po’. Erano le scarpe dell’Alfiere, nere come la divisa; rubate; compromesse. Di vederle, il Re non ne ebbe il tempo.

La lucerna ruzzolava ancora sferragliando, giù per i gradini a ritroso, e lui si era appena voltato a guardarla cadere, sempre con la stessa contrazione di orrore e commiserazione ad alzargli gli zigomi, quando la gola gli si aprì come una sacca e rigettò il vecchio fuori da sé, sul pavimento, in un laghetto denso; lo vomitò poi dalla bocca, da sopra e da sotto la lingua, mentre la testa si abbassava e la guancia si appoggiava sulla pietra. Un fiumiciattolo toccò le scarpe della Donna, la pulsazione del fluido ne impregnò le impronte.

Vidi la luce spegnersi in un occhio del vecchio. E lui si chiuse per sempre, ma semplicemente, come una porta. Impiccarono l’Alfiere. Sulla corte cadeva il biancore dell’alba, gli stendardi trattenevano il gelo della notte. La forca non era più uno sterpo solitario ma il palchetto di uno spettacolo intorno a cui, a una certa distanza, si erano schierati tutti i pezzi del teatrino: le Donne dell’una e dell’altra parte, gli Alfieri bianchi e neri e i Cavalli bardati a condanna e i Pedoni un poco più indietro.

Vidi, come videro tutti, il cappio aggrapparsi al gargarozzo sotto la goletta di tela, stringerlo e tirarlo quando l’Alfiere cadde e poggiò il mento sullo sterno, il collo allungato, gommoso. E udii, come udirono tutti, lo schiocco e subito a seguire un applauso stanco. Non parlò nessuno.

Le mura hanno occhi e orecchie, ma della scacchiera io sono l’unico pezzo che non ha voce. Io sono la Torre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ADOLESCENZA.

 

Afferrai la lucertola appena decapitata, si dimenava tra le mie dita serrate, nel suo ultimo fulmine di esistenza.

Gli altri si tenevano a distanza di sicurezza come fossi protetta da una barriera invisibile, ma era solo lo schifo. I soliti cagasotto.

Iniziai a inseguirli per i vicoletti, urlavamo spaventati e felici, frinivamo come grilli nell’oblio del futuro inverno.

D’un tratto mi accorsi di star costeggiando il muro della fabbrica di viscosa. Lì ci lavorava mio padre, lo immaginai chino su qualche macchinario, la faccia sporca, le sue mani giganti indaffarate a schiacciare goffamente qualche pulsante di cui comprendeva a malapena la funzione.

Non sentivo più le grida degli altri bambini, svoltai in vicolo de’ Bottai. Mi trovai di fronte Ruggero.

Se ne stava lì, lungo e secco come un chiodo, mi fissava.

<<Tu non hai paura di me.>>

<<Perché io so le cose, la paura ce l’ha chi non le sa.>>

<<Sei un po’ presuntuosa.>>

<<E tu? Hai paura?>>

Mi piaceva provocare Ruggero. Dava la stessa sensazione di un ramoscello, di quelli che quando cerchi di spezzarli si rivelano inaspettatamente coriacei. Tutti gli altri erano terrorizzati da lui, sia perché si picchiava con chiunque.

<<Io? Sempre! Ho paura che non riusciremo a pregare abbastanza da farlo tornare, a salvarvi, a salvarci.>>

Parole non sue, questo si capiva. Recitava una parte che gli avevano insegnato quelli della Società.

Spuntarono gli altri e, senza che Ruggero se ne accorgesse, gli arrivarono alle spalle e gli infilarono un lombrico dentro il collo del maglione blu, il maglione sempreblu di Ruggero, altri non ne aveva. Cacciò un urlo e quelli si misero a ridere. Gli altri non mettevano piede fuori dalla chiesa, non da soli. Ruggero era l’unico.

Mollò una botta sul naso a Gigi, che si mise a piangere come la schiappa che era. Poi se ne scappò via sulle sue gambe da trampoliere.

La sera cercai di trascrivere la mia giornata usando i simboli della logica modale. Volevo essere come Saul Kripke, avere un assioma tutto mio. Un genio, Kripke. A sei anni insegnava ebraico antico, a diciassette scrisse il suo primo teorema di completezza della logica modale. Io di anni ne avevo tredici, c’era ancora tempo.

Quando mio padre tornava era stanco morto e non spiccicava una parola, mi guardava e chiedeva:

<<Hai studiato?>>

<<Sempre.>> rispondevo.

<<Brava, così non finisci come me.>>

A mia madre neanche la guardava, lei ci stava male. Nessuno dei due mi aveva voluta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MATURITÀ.

 

Tornare al paese dopo aver vissuto a New York non è un’esperienza semplice da spiegare. Neanche tornarci con ottanta chili in più. O con la testa imbottita di Modafinil per stare al passo con le aspettative che tu stessa ti sei creata. Forse sapere che in questo mondo nessuno dei miei genitori mi voleva mi ha portato a studiare la logica modale:

la logica della possibilità e della necessità.

Necessariamente sono figlia dei miei genitori, ad esempio. Sapevo anche che c’era un mondo possibile in cui mio padre amava me e mia madre, in cui la mia nascita era frutto di una volontà precisa. 

Facevo un sogno ricorrente: tenevo tra le mani una di quelle sfere di vetro da agitare per far cadere la neve. Dentro c’era mio padre con me e mia madre, nella nostra casa di campagna a Donoratico.

Non ero diventata la nuova Saul Kripke. Non avevo scoperto un nuovo assioma. In compenso a New York avevo sviluppato un rapporto morboso con i cupcakes, gli sloppy joe e la pizza newyorkese. 

Mangiando mi facevo enorme, pronta a contenere in me ogni possibilità, pronta a inglobarla, assaporarla, sentire il gusto dolceamaro di ciò che potrebbe essere ma non è, non qui almeno.

Incontrai Ruggero per caso, sulla tramvia. Sempre magrissimo. Scriveva a pioggia su un blocchetto, il bianco della pagina soffocato da orde di lettere nere che ti scrutavano come infiniti occhi di ragno.

Mi terrorizzava, e mi piaceva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCOPARE.

 

È troppo tempo che sto chiusa a chiave. Mi scoperei tutti ma proprio tutti, ognuno per un motivo diverso.

Ci sono momenti così dove senti la vita esplodere come un orgasmo. E il mio uomo pure vorrebbe visitare tutte le vagine come stanze, come ascensori, come cessi.

Io mi scoperei il mondo forse perché in un angolo del cuore ho un fottuto freddo. Quando qualcosa si ferma nella gola e non va né su né giù. A volte il sesso serve a dimenticare la morte eppure quando godi tanto ti sembra di scomparire dal mondo.

Anestetizzerei i ricordi e la gente, cancellerei il dolore dell’umanità con un bel rutto fragoroso che sa di birra moretti. È tutto così squallido e lo vestiamo di colori sfavillanti, è tutto così marcio e fingiamo di amarci quando vorremmo solo sparire da questa città e rinascere in qualche luogo lontano.

Il senso di appartenenza a volte è una prigione. Bisogna coprirsi dall’inferno ed insieme visitarlo con amiche puttane e sottane corte.

L’amico ti dice che puoi essere felice e secondo te non è neanche lui così tanto sicuro ma tu gli credi.

Perché sì: per vivere bisogna avere l’alibi di un sogno. Anche se è un sogno multiforme e impossibile da realizzare.

Mi scoperei tutti per non dovere più conoscere nessuno, neanche me stessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VITA FRESCA.

 

Sveglia appena; sui manici delle spine, come quelle delle rose appena sbocciate. Ho cercato invano di stabilizzarmi in una campagna anni fa, a vedere i bombi roteare, e tenere a freno quella mia aria da bimba spaventata, e a mangiare pane e pomodoro sulle scalinate della casetta, rifugio e covo di vita, acciambellata come un liquido di latte, con l’alba fuori, come nei quadri di Munch, la malinconia mentre si passa al viola-blu. Ho sempre desiderato questa vita fresca d’aria pura, per togliermi di dosso le tritature d’osso nauseabonde che mi permeano in continuazione anima e tratti facciali. Sì, perché assomiglio tanto a quelle donnette lombrosiane, con gli incavi sotto gli occhi, malaugurate e scarne, anche se di grasso ne ho da vendere, o sarà solo la dismorfofobia a parlare per me. Non so mai scindere le due cose che hanno qualche pezzo di dolore attaccato alle membra e tutti passando riescono a vederlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOSPENSIONE.

 

Nell’attimo microeterno che durò qualche giorno provai una ulteriore sospensione. È molto tempo che siamo in attesa, sotto la pensilina con lo scrosciare della pioggia. Guardando speranzosi in lontananza, nella giusta direzione. L’acqua che bagna e rapisce l’orlo dei pantaloni, l’attesa di un tram ferroso, umido, appannato. Un altro giorno di attesa sotto la pensilina, e quel desiderio che si chiama tram.

Conosciamo ormai tutti troppo bene il sapore di quell’attesa. Ma ci fu una manciata di giorni che la sospensione si manifestò concretamente. Una sospensione di chiglia, messa di sbieco, in un canale che è un capolavoro d’ingegneria, eppure servono altrettanti capolavori anzi miracoli quotidiani per attraversarlo. Perchè quel canale è davvero la cuna dell’ago, e i fili sono cime marinare.

In quella ulteriore sospensione Oriente e Occidente non erano più collegati. Quanto precari siamo a questo mondo che crediamo di avere in mano e sotto controllo, così rapido nell’ottenere qualsiasi cosa eppure un’onda, la nebbia, la marea, l’avaria, l’inaffondabile affonda, spezie e broccati incagliati. Capitano e adesso? Siamo il tappo del canale, sud e nord in attesa, marinai lontani, perduti, in ostaggio della risacca. E nella testa e nell’animo di ogni singolo marinaio nasce solo un pensiero: la mancanza.

Manca correre a vele spiegate, manca tornare e partire, e tornare ancora per ripartire. Mancano le notti. Manca il tutto potenziale che sprecammo. Poter tutto a qualsiasi ora. E manchi anche tu, poeta. Che eri poeta di notte, poeta del meriggio e anche del mattino. Poeta della pioggia e poeta dell’asfalto. Poeta dell’alfabeto e dell’alcole, poeta di forbici e megafoni. Siamo sotto una pensilina: il tram è finalmente arrivato. Avere la certezza che non sarai già sopra, seduto sui sedili di legno, toglie il fiato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LUNA E GLI OCCHI.

 

La monotonia viziava, e feconda del suo momento stava diventando il pretesto perfetto per scappare via e tuffarsi nel cielo. Così, senza stare troppo a pensarci, con un balzo da fracassare la consuetudine, gli occhi si proiettarono dritti dritti nella stratosfera! La controparte terrena però non era da meno, così cangiante di viole, con quei papaveri insanguinati e i narcisi che parevano i protagonisti di un funerale fin troppo sincero.

Intanto che volavano si sentiva un ritornello inesprimibile a parole, quasi gutturale, che dava una voglia d’esistere certamente audace e che agli occhi non pareva nulla di preoccupante, anzi tutt’altro: dava da pensare che il nocciolo della libertà fosse proprio quello. Ma le orecchie, spaventate e inorridite, bisogna calmarle, dirgli che c’è di peggio nella vita, e che non si può stare sempre chiusi dentro il proprio angoletto sicuro.

Manco il tempo di pensarlo che gli piomba in pieno bulbo un crostone luminoso e purulento che pareva marmellata: la Luna! Che fissando gli occhi che la fissavano parve meravigliarsi. Ma poi disse - Perchè mi guardate? Non è me che cercate. Voi cercate l’eterno nulla di cui io sono la parte visibile, voi cercate l’amore di cui io sono solo il capezzolo. Siete così placidi che vorrei strapparvi alle grinfie della materia e del divenire e portarvi con me in questo nulla eternamente presente fatto di cielo infinitamente finto, infinitamente digitato. – e, così detto, in fine sparì.

In fondo, che cosa sia davvero un occhio non lo si scopre scavando l’orbita con un cucchiaio da caffè.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MADRE.

 

Non bastava strappare dalla placenta un corpo, sfiancato dal presagio del vagito finale. Bisognava sparare in bocca un silenzio definitivo all’infante, stroncare il desiderio di infinito, fracassargli le ossa nello stillicidio di giorni identici nel dolore. Trepidante attesa per la scena madre di quest’opera inconclusa.

Nel sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre: vi infilai biglie trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo. Mi ci ficcai dentro, ricucii tutto sperando di rinascere pura, preziosa, profumata. E che fosse felice dell’albero come del frutto. Pensavo che sarebbe rinata insieme a me invece più io crescevo più lei sfioriva. Ricordai che dentro il ventre di mia madre ero un limone: piangevo, le mie lacrime cadevano sulle sue ferite. Non capirò mai perché quando si nasce ci si sente subito soli. Le ferite ci separano invece che unirci.

Il nostro amore è in putrefazione.

- Facciamo un gioco: prendi una cosa che ami. – disse mia Madre.

Sul letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.

- Staccagli il braccio. - disse mia Madre.

- Non voglio fargli male. - risposi.

- Se impari a distruggere tu stessa la cosa che ami nessun altro potrà farlo, nessun altro avrà questo potere. - disse mia Madre.

Chiusi gli occhi, abbracciai il Coccolino. Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia Madre. Feroci. Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel cesso, insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone. Il Coccolino restava a terra, inservibile. Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di mia Madre.

Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del suo dolore, la attende sull’uscio con ali spiegate, le gambe accavallate, i lustrini della festa, il ventre vizzo, i seni riarsi, la seduce e <<Vieni.>> dice. La persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa. Madre non si dialoga, si subisce. Figlia ritorna, diventa Madre e si spezza continuamente. E, spezzandosi, continua. L’unico atto idoneo alla vita è il silenzio. O un grido di disperazione. Per uscire dal bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce, o un battito d’ali. Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile, questa piccola donna sdraiata immota ha barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali bucate. Ebbra di stanchezza, sfianca troppa bellezza, s’addormenta accanto al mozzicone acceso, un’ala si brucia e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso. Apre gli occhi come chi muore senza aver mai saputo il volo nessuno al capezzale. Non chiama l’infermiera, si sfila le ali, le butta dal balcone. Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal dolore di chi resta, sonnecchiando in attesa del prossimo morire. Non ci si abitua all’umiliazione di morire, o di guardare chi muore. Bacio le labbra estinte di qualcuno che ho amato, senza toccarlo accolgo il rumore rappreso di sangue stinto. Posso solo guardare. Mi ferisce troppo amore la sera di chi resta solo. Mi ferisce sapere. Non poterlo (potermi) salvare.

Se si spezza la Parola sul binario non voltarti. Io sono di quelli che non avanzano, lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento. Io resto, do not go beyond the yellow line, il braccio sempre teso oltre la linea di confine, brandelli di cuore appesi alla banchina. Alle 9.35 consumo l’ultimo fischio d’Addio, sul mio labbro sbreccato nessuno si siede. Se mi cerchi, sono la Cosa che giace al binario 2. Il silenzio è tempesta di buio che pesa, non so (non oso) parlare, non oso (non so) la Parola (perduta) per dire la Cosa. Deraglia, sbiadisce, perde peso. Il buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale. Nessuno grida, nessuno intima, nessuno che dice <<Fermate l’esecuzione!>>. All’alba la parola resta sola sotto la lama, senza più suono, senza nessuno che la dica, perdura spezzata.

 

(A mia madre, Olimpia.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON SI MUORE PER AMORE.

 

Parliamo un po’ di Pavese. Cesare Pavese è l’autore che ha sempre visto il ritorno come la macerazione, la raccolta dei miti, dei simboli, e un po’ lo è sempre stata la mia vita, il continuo ritorno fin da quando ero bambino e vivevo in collegio, e in quel collegio sono ancora, ho anche vissuto un anno a Velletri in collegio.

Pavese aveva fatto otto mesi di confino ma non per questioni politiche, semplicemente perché lui aveva custodito la lettera della donna rauca, la donna che l’ha ossessionato per tutta la vita, per la quale appunto ha fatto otto mesi di confino, e nel frattempo (il giorno prima del suo ritorno) lei si era sposata con un altro. Come gli uomini erano machisti, in quegli anni lo erano anche le donne, o forse le donne che lui ha incontrato, la donna dalla voce rauca, per finire alla Constance Dowling, per la quale ha scritto “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, erano donne che non sopportavano il tipo d’uomo come Pavese.

Non ci si uccide per un amore, ma perché un amore ti mette a confronto con la tua nudità, la tua miseria. Che cosa accade allora quando si arriva a compiere un atto così atroce contro sé stessi? Non è lo stesso per tutti, non ci si uccide tutti per la stessa cosa, ma forse un fondo di verità comune va ricercato nell’idea di fallimento, di vuoto. Non il vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile.

Certo, non possiamo considerare Cesare Pavese un uomo che ha fallito, né una persona con un vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile. Voglio un attimo fermarmi e parlare del vuoto, del baratro, del suicidio, di un senso intimo di fallimento che non può essere annientato da nessuna carriera, da nessun amore, da nessun premio. Il vuoto primigenio che grava su alcuni (molti, di questi tempi sempre di più) e che viene per lo più sbeffeggiato, ignorato, annientato in frasi fatte. Pensa a chi sta peggio... Di che ti lamenti... In fondo non stai così male... Non esisti solo tu... E dirvi che quel vuoto, l’oblio di sé che si traduce in autocommiserazione e autodistruttività non va punito o giudicato, e neppure represso (come si usa spesso) con le parole delle malelingue, l’esclusione e l’irrisione. Lo stesso vuoto può appartenere a un genio come Pavese, e a un signor nessuno, ammesso che esista davvero qualcuno degno di meritare l’appellativo di nessuno.

Ho letto di recente “La conquista dell’identità” di Giovanni Jervis, ci sono aspetti importanti che la stragrande maggioranza delle persone ignora: ciò che ai più può apparire come antipatia, eccentricità, rancore o aggressività è in realtà indice di una profonda sofferenza che consiste nella mancata individuazione di sé, nella insicurezza ontologica circa la propria esistenza. Questa sofferenza non deve essere stigmatizzata, non bisogna farlo, perché altrimenti si riapre la strada per le istituzioni totali. Questa sofferenza, insicurezza, diversità, eccentricità va compresa e accettata così come si accetta che esistano esseri umani con diversi tratti somatici allo stesso modo bisogna accettare esseri umani con un’anima più fragile.

In tempi bui come quelli che stiamo vivendo c’è un tale sconforto! Lo sento nell’aria, pesantissimo. Stiamo vivendo nella morte. Siamo tutti sotto stress, sotto farmaci, disperati e pazzi d’illusione che in fondo proprio noi ce la faremo. Ma se ce la fa uno non serve. Non può più essere questo il modo di stare al mondo. Siamo alla resa dei conti definitiva con la nostra umanità-mostruosità.

Solo l’amore può colmare il vuoto (e neanche per intero). Solo un immenso, sconfinato amore che dona senza nulla chiedere.

 

(Dedicato a tutte le donne vittime di dipendenza affettiva.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UOMO, IO TI LIBERO.

 

Ti libero dalla storia in cui devi sempre essere il principe azzurro, il coraggioso o il soccorritore.

Ti libero dalla storia in cui cerchi, salvi e ami solo una principessa. Che ne dici, se invece, amassi la strega, il drago o la contadina, quella che si salva da sola, quella che non vive nel castello o quella che non è la più bella tranne che per i tuoi occhi? Abbiamo già imparato a salvarci. Non siamo tutte fragili principesse, non siamo più addormentate o intrappolate nella nostra storia.

Ti libero dalla storia in cui devi essere un colore: il blu. Che modo assurdo di classificarti con un mondo di colori, sapori e opportunità per te. Vesti il ​​colore che vuoi! Rosso, giallo, nero, arcobaleno, quello che vuoi!

Ti libero dalla storia in cui sei sempre il più forte, il più coraggioso, il più bello e quello che ovviamente possiede già un castello. Anche tu sei stato danneggiato e hai imposto stereotipi di coraggio, possesso e forza...

Ti libero dalla storia in cui non ti è mai permesso di piangere, dove non esisterebbero confusione, caos e sconfitta, dove hai capito che tuo padre non è un re. E se tu non volessi essere l’eroe? Forse vuoi essere il cattivo, quello che non può, quello che rinuncia a tutto, quello che si salva e quello che non vuole avere una principessa o una storia da “e vissero felici e contenti”.

Ti libero dalla storia in cui ci sono sempre mille battaglie, mostri, draghi, oscurità, e con essa lo slogan “tutto è guerra e competizione”. Quanto deve essere stancante essere un cavaliere in guerra per l’eternità!

Ti libero dalla storia, dall’incantesimo e dall’amore magico e imposto, in modo che tu possa costruire meglio il tuo mondo a modo tuo, come scegli e dalla tua identità.

Ti esonero dalla storia e ti dico: Abbiamo già imparato a salvarci. Non siamo tutte fragili principesse, non siamo più addormentate o intrappolate nella nostra storia.

Amiamo l’uomo che ride, gioca, è intelligente, ironico, sensibile, e a volte pauroso e piagnucoloso. Come noi. Come tutti a questo mondo. Abbiamo già lasciato la storia e ti aspettiamo da questa parte, nella vita reale dove tu puoi essere tu e io posso essere me. Senza tante storie!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<L’omosessualità è semplicemente qualcosa che sta in tutti noi da sempre. Per questo si innerva (come realtà sconosciuta sfiorata, elusa, metaforizzata, taciuta, ambita, tabuizzata, perseguitata, implicata in altri discorsi...) anche nello scrittore più eterosessuale.>>

 

(Tommaso Giartosio).

 

 









Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

+39 329 42 57 212

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Post più popolari