"POLITICA E PROPAGANDA NELL’ATENE PERICLEA"
Manuel
Omar Triscari
POLITICA E PROPAGANDA NELL’ATENE PERICLEA:
il caso thurino.
É opinione largamente condivisa tra gli studiosi che a partire dal 449 aC. l'atteggiamento ateniese in politica estera sia prova di un avvenuto mutamento nell'ambito del progetto politico di Pericle che, abbandonati i sogni espansionistici, si sarebbe rivolto alla conservazione e consolidamento dell'impero già acquisito. In questa ottica il coinvolgimento ateniese nelle imprese coloniarie e militari estere è stato in genere sottovalutato dagli studiosi e ricondotto a una generica attività diplomatica senza alcuna considerazione delle reali implicazioni e obbiettivi espansionistici e imperialistici periclei.
Attraverso
una meticolosa rilettura dei dati che permettono di inferire conclusioni circa
gli interessi, le implicazioni e le ambizioni ateniesi dietro l'accoglimento delle
sfide offerte dalla politica estera mediterranea si sostiene che la politica
estera ateniese di età periclea fu ininterrottamente rivolta al mantenimento
del ruolo di dominio tanto entro i confini dell'impero quanto fuori sebbene
secondo schemi d'intervento che subirono una sostanziale evoluzione in
conseguenza del modificarsi dei rapporti di forza tra le potenze greche.
L'atteggiamento
ateniese in politica estera dopo il 449 è evidente prova non della rinuncia
ateniese all'espansionismo, non dell'arretramento da parte di Pericle dai sogni
imperialistici, non del fatto che sia possibile continuare a riferirsi
all'imperialismo non più come espansionismo ma solo come dispotismo e
conservazione e consolidamento dell'impero già acquisito giacché al di fuori di
questo Atene sarebbe stata costretta ad abbandonare ogni ulteriore ambizione.
Al contrario mi sembra evidente che la politica estera ateniese del periodo
449-429 fu rivolta a mantenere e consolidare dominio tanto entro i confini
dell'impero quanto fuori. Dopo il 449 nella politica interna ed estera iniziò a
manifestarsi l'intreccio tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη ovvero tra istinto di avere più rispetto a quanto si
possiede prevaricando gli altri e violando le leggi, brama di successo e di
potere, e frenetico attivismo il quale intreccio condusse la situazione
politica greca dal bipolarismo non conflittuale tra la potenza terrestre,
conservatrice e immobilista Sparta egemone nel Peloponneso e la potenza
dinamica e talassocratica Atene dominatrice nell'Egeo allo scontro frontale
(che si attestò infatti non casualmente nelle aree interferenziali tra i due
sistemi ovvero nella Grecia centrale, nel golfo saronico e nel golfo corinzio).
Atene assecondò
costantemente durante tutta la fase periclea finalità imperialistiche le quali
mutarono tuttavia i modi nel corso del tempo in conseguenza del variare delle
condizioni politiche e ambientali le quali se da un lato possono avere
influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici, militari, commerciali e
politici preposti a ciascuna iniziativa, dall'altra non deviarono mai Pericle e
Atene dal progetto di base.
La politica estera
periclea mi pare d'altronde una soluzione inedita e originale ai problemi di governance che stringevano la Grecia di
V secolo, una soluzione che solo una <grande> personalità in senso
scheleiermacheriano - caratterizzata da una personalissima visione del mondo e
dalla pervicacia necessaria a tradurre in realtà questa visione - avrebbe
potuto escogitare: Pericle non fu solo un grande politico, stratega, soldato,
statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu anche un <grande uomo> in
senso schleiermacheriano: capace di deviare il corso tradizionale delle cose e
di orientare le decisioni e la vista stessa della propria polis ponendosi come modello e guida nei confronti degli altri
individui, capace di non rassegnarsi alle condizioni date ma dominare le
circostanze creando le condizioni migliori allo sviluppo della comunità, capace
di influenzare e sostanziare col proprio esempio una intera epoca.
La presenza ateniese all'estero
mi sembra insomma tesa a proseguire la politica imperialistica ed
espansionistica e la conquista già attuata o almeno perseguita nel Mediterraneo
orientale e meridionale durante il decennio dal 461 al 449.
Dedica
Quest’opera è il frutto della rielaborazione della mia
tesi di laurea, intitolata “la valenza (geo)politica
della colonia panellenica di Thuri” e discussa nell’Università di
Catania il 31 di Marzo del 2016. Nonostante dubbî e ripensamenti abbiano
condotto a drastiche rielaborazioni, sia formali sia contenutistiche, del testo
originario, desidero tuttavia riportare integralmente la dedica originale,
ancora valida.
<<Questa tesi mi è costata fatica: la sua stesura
è venuta a coincidere per me con una fase particolare della vita, una fase di
passaggio: la transizione dalla gioventù alla maturità. Fase in cui possono
capitare momenti di tedio, stanchezza e scontento tipici di chi non ha ancora
trovato se stesso. Momenti d’irriflessione. Spero che con la fine del mio
percorso universitario s’inizi per me una vita nuova, più ampia e più intensa.
Questa vita l’occhio della mia mente già lo vede: la strada è lunga (sono
lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama) ma, pur con
tutte le sue difficoltà, io la vedo scritta con tratto sicuro in una donna,
senza la quale queste pagine non sarebbero mai state scritte. Forse, nemmeno
gli ultimi mesi della mia vita. A lei, dunque, è dedicata questa tesi. A lei un
“grazie” che trascende le parole. A Simona Venera Todaro.>>.
Ringraziamenti
Nel corso della
stesura di questa opera ho contratto numerosi debiti che mi è quì impossibile
elencare per intero. Tengo però a ringraziare alcuni miei maestri dell’Università
di Catania: il prof. M. Corsaro, mio primo relatore, che questo lavoro ha visto
nascere; il prof. A. D. Tempio, mio secondo relatore, che lo ha visto
compiersi; e la prof.ssa S. V. Todaro che lo ha visto maturare e crescere e che,
con la sua inesausta curiosità, è stata per me fonte di fecondo e costante
stimolo intellettuale. Inutile precisare che senza questi contributi il mio
lavoro non sarebbe stato lo stesso.
Desidero
ringraziare anche Mariano Cirigliano, per l’eccellente lavoro redazionale, e
Olimpia S. G. Mangano per la diligente supervisione linguistica e la meticolosa
rilettura e correzione delle bozze.
Infine, un grazie
speciale a mio padre, Filippo, sempre pronto a fare di una cartaccia una palla
e di una camera d’aria un canotto per andare un po’ più a largo, dove l’acqua é
più scura e fa un po’ più paura, ma dove solo si può sentire il respiro del
mare; un grazie non convenzionale ad Alessandro Russo, per la tremenda voglia
di vivere; e un grazie particolare a Memunatu M. Salisu, per avermi portato
ogni mattina il caffè, il sogno e la poesia.
INDICE
Introduzione: status quaestionis, principi metodologici e modelli di analisi
Capitolo Primo: LA VALENZA DIPLOMATICO-MILITARE DELLA COLONIA DI THURIO
1. La politica estera
periclea
Iniziative espansionistiche nella Grecia continentale
Alleanze e prospettive occidentali
Nuova guerra contro il persiano
Altre iniziative espansionistiche
Osservazioni preliminari: la politica estera periclea
quale politica espansionistica
Il moto coloniale ateniese in età periclea
Caratteri del colonialismo ateniese di età periclea
Valenza politico-propagandistica
Capitolo Secondo: La valenza politico-diplomatica della colonia di Thurio
2.2. Retorica del panellenismo
Capitolo Terzo: LA VALENZA POLITICO-PROPAGANDISTICA DELLA COLONIA DI THURIO
2.
La propaganda ateniese circa la colonia di Thurio
3.
La politica estera periclea
3.2. Nuova guerra contro il
persiano
3.3. Altre iniziative
espansionistiche
3.4. Il moto coloniale
ateniese in età periclea
3.5. Caratteri del
colonialismo ateniese di età periclea
3.6. Osservazioni conclusive:
la politica estera periclea quale politica espansionistica
4.1. Istoria di Thurio dal 510
al 444 a.C.
4.2. Il vero significato di Thurio
PREMESSA:
STATUS QUAESTIONIS, PRINCIPI METODOLOGICI, E MODELLI DI ANALISI.
È opinione largamente diffusa tra
gli studiosi che a partire dal 449 a.C. l’atteggiamento ateniese in politica
estera sia prova di un avvenuto mutamento nell’ambito del progetto politico di
Pericle che, abbandonati i sogni espansionistici, si sarebbe rivolto alla
conservazione e al consolidamento dell’impero già acquisito. In quest’ottica,
il coinvolgimento ateniese nelle imprese coloniali e militari estere è stato in
genere sottovalutato e ricondotto a una generica attività diplomatica, senza
alcuna considerazione delle reali implicazioni e degli obbiettivi
espansionistici e imperialistici periclei.
Attraverso una meticolosa rilettura
dei dati che permettono di inferire conclusioni circa gli interessi e le
implicazioni ateniesi nell’accoglimento delle sfide offerte dalla politica
estera mediterranea, nel presente contributo si sostiene che la politica estera
ateniese di età periclea sia stata ininterrottamente rivolta al mantenimento
del ruolo di dominio, tanto entro i confini dell’impero quanto fuori di esso, benché
secondo schemi d’intervento che subirono una sostanziale evoluzione in
conseguenza del modificarsi dei rapporti di forza tra le potenze greche. In particolare
si propone che la fondazione della colonia panellenica di Thurio sia stata una
geniale mossa strategica di Pericle al fine di raggiungere alcuni obiettivi
specifici:
1) mettere
piede in Ιταλία per una futura azione mirata a creare una propaggine occidentale
dell’impero;
2) inviare
a Sparta e alle restanti città greche un segnale diplomatico 'di distensione'
rivolgendo l’invito a partecipare alla iniziativa coloniaria a tutti i
volontari che manifestassero l'intento di associarvisi, e giustificando
contemporaneamente tale impresa col foedus
iniquum della difesa dall'invasore barbarico così da dissolvere le
(fondate) paure circa eventuali disegni imperialistici ateniesi e infondere nel
contempo nell'opinione internazionale fiducia nella propria politica estera e,
in generale, nel proprio operato;
3) ottenere
la vittoria nell'agone politico con Tucidide figlio di Melesia.
Esistono infatti indizi che non sono stati presi in considerazione e che
permettono un’altra interpretazione, se si leggono con più acribia i dati in
nostro possesso. Per far questo si procederà su due piani, in primo luogo si
cercherà di dimostrare che la politica estera ateniese aveva un’aspirazione
espansionistica e imperialistica anche dopo il 449 a.C., in secondo luogo si evidenzieranno
le analogie fra Thurio e le altre iniziative espansionistiche ateniesi. Infatti
sembra chiaro che esista un fine, anche eminentemente strategico, dietro la
partecipazione alla nuova fondazione di Sibari nel 446 e a quella di Thurio nel
444 a.C.
L’atteggiamento ateniese in
politica estera dopo il 449 a.C. non è prova della rinuncia ateniese all’espansionismo,
o dell’arretramento da parte di Pericle dai sogni imperialistici, né del fatto
che sia possibile continuare a riferirsi all’imperialismo non più come
espansionismo ma solo come dispotismo e conservazione e consolidamento dell’impero
già acquisito, giacché al di fuori di questo Atene sarebbe stata costretta ad
abbandonare ogni ulteriore ambizione. Al contrario, sembra evidente che la
politica estera ateniese dal 449 al 429 a.C. fosse rivolta a mantenere e
consolidare il dominio tanto entro i confini dell’impero quanto fuori di esso.
Dopo il 449 a.C. nella politica interna ed estera iniziò a manifestarsi l’intreccio
tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη,
ovvero tra l’istinto di avere più di quanto si possiede prevaricando gli altri
e violando le leggi, la brama di successo e di potere, e il frenetico attivismo;
questo intreccio condusse la situazione politica greca dal bipolarismo non
conflittuale tra Sparta - la potenza terrestre, conservatrice e immobilista,
egemone nel Peloponneso - e Atene - la potenza dinamica e talassocratica, dominatrice
nell’Egeo - allo scontro frontale; questo si attestò infatti, non casualmente,
nelle aree interferenziali tra i due sistemi ovvero nella Grecia centrale, nel
golfo saronico e nel golfo corinzio.
Atene assecondò costantemente,
durante tutta la fase periclea, finalità imperialistiche, i cui modi mutarono
tuttavia al mutare delle condizioni politiche e ambientali; condizioni che, se da un lato possono avere
influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici, militari, commerciali e
politici preposti a ciascuna iniziativa, dall’altro non hanno mai allontanato
Pericle e Atene dal progetto di base. La presenza ateniese all’estero sembra
insomma tesa a proseguire la politica imperialistica ed espansionistica e la
conquista già attuata, o almeno perseguita, nel Mediterraneo orientale e
meridionale durante il decennio dal 461 al 449 a.C.
Letta in tale ottica, la fondazione
della colonia rappresenterebbe una soluzione inedita e originale ai problemi di
governance che attanagliavano la
Grecia del V secolo a.C., una soluzione che solo una figura “grande” in senso
schleiermacheriano – caratterizzata da una personalissima visione del mondo e
dalla pervicacia necessaria a tradurre in realtà questa visione – avrebbe
potuto escogitare. Pericle non fu solo un grande politico, stratega, soldato,
statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu anche un “grande uomo” capace di deviare
il corso tradizionale delle cose e di orientare le decisioni e la vita stessa
della propria polis, ponendosi come
modello e guida nei confronti degli altri individui; un uomo capace di non
rassegnarsi alle condizioni date, ma di dominare le circostanze, creando le
condizioni migliori allo sviluppo della comunità; un uomo capace di influenzare
e sostanziare col proprio esempio un’intera epoca.
Ipotesi di lavoro e metodologia
L’ipotesi che ha animato e
giustifica queste pagine è che la fondazione panellenica di Thurio sia stata
una geniale mossa strategica dell’eclettico e visionario Pericle, volta a
conseguire i seguenti risultati: in primo luogo, mettere il primo piede in
Ιταλία per una futura (prossima?) azione mirata a creare una propaggine
occidentale dell’impero (obbiettivo militare-diplomatico); in secondo luogo, inviare
a Sparta e alle restanti città greche un segnale diplomatico “distensivo”, estendendo
l’invito a partecipare all’iniziativa coloniale a quanti manifestassero l’intento
di associarvisi, ammantando a un tempo tale impresa (ma più corretto sarebbe
parlare di vero e proprio foedus iniquum!)
di “nazionalismo” e panellenismo, sotto la presunta egida della difesa dall’invasore
barbarico, per dissolvere le (fondate) paure circa i veri disegni
imperialistici ateniesi, per sgomberare il terreno da dubbi, riserve e timori
delle altre polis e per infondere
nell’opinione internazionale fiducia nell’operato e nella politica estera di
Atene (obbiettivo diplomatico-politico); in terzo luogo, ottenere la vittoria
nell’agone politico con Tucidide di Alopece figlio di Melesia (obbiettivo
politico-propagandistico). Tre dunque i fini, due i mezzi e due anche i campi
d’azione entro cui la strategia periclea si dispiegò. E una la mossa necessaria
a innescare il meccanismo. E tutto intimamente collegato e interdipendente come
nel pachinko, dove il risultato dipende
ed è determinato dalla forza impressa dal pollice alla levetta che avvia il
gioco, dalla sveltezza e precisione del colpo “di prima”, dal lampo iniziale e
dalla fortuna della prima esecuzione: solo se il colpo d’avvio è preciso, non
troppo forte e non troppo debole, allora il lancio della biglia libererà la
cascata delle altre biglie. In questo quadro i progetti espansionistici
ateniesi in occidente rappresentano il fine ultimo dell’iniziativa periclea; la
propaganda panellenistica diretta alle polis
nel continente, uno dei mezzi e contemporaneamente uno dei fini; la vittoria
nella contesa interna con Tucidide, il mezzo, il fine e insieme la conseguenza
indiretta del gioco; la politica estera e interna, i campi d’azione della
strategia periclea. Tre pertanto sono i livelli di analisi (militare-diplomatico,
diplomatico-politico, politico-propagandistico) e altrettanti i piani di
lettura delle vicende thurine tra il 444 e il 429 a.C.
Se tra il 462 e il 429 a.C. Pericle
impegnò Atene «in una politica di potenza» e se questo dato è “fin troppo noto
e ovvio perché s’insista sul fatto che la democrazia periclea sospinse Atene
alla realizzazione della massima potenza politica, militare, economica” [Virgilio1990: p. 64], parimente la
fondazione della colonia panellenica di Thurio ricade in un ampio progetto
espansionistico imperialista in occidente. Progetto già inaugurato dalle “alleanze”
stipulate con le città di Leontini, Regio e Neapoli e con gli Elimi di Segesta,
e concepito da Pericle in risposta tanto al problema diplomatico dei rapporti
con Sparta – in quell’epoca diretta e principale rivale di Atene nella lotta
per l’egemonia nel mondo greco – quanto
ai problemi di politica estera e interna che condizionavano la vita politica
ateniese in quel periodo [Asheri1997:
p. 163-181; Bertelli1997: p.
572-581]. Se tale ipotesi è fondata, ci troviamo, come detto, davanti a una soluzione
inedita e originale dei problemi di governance
che stringevano la Grecia del V secolo a.C.
Alcuni cenni metodologici avanti
che s’inizi la discussione: 1) l’assioma che regge le seguenti pagine è che il
divenire (si potrebbe dire la Istoria[1],
ma in questa sede fa lo stesso) è un insieme discontinuo di processi
eterogenei, relazioni e trasformazioni casuali tra gli elementi del sistema [Arrighi2003: p. 27]; 2) il corollario
speculare di questo concetto è che il cambiamento avviene tramite decisioni e
scelte volontaristiche originate al livello delle unità (il singolo individuo
di una comunità) e successivamente accettate e ammesse dalla comunità (tutti
gli individui della stessa comunità) quali soluzioni originali a vecchi
problemi, che rientrano nella sfera delle abitudini definibili con Perelman e
Olbrechts-Tyteca “normali” [Perelman-OlbrechtsTyteca1966:
p. 93], e infine generalizzate, come nuove configurazioni, dal sistema
(le istituzioni della comunità) realizzando in questo modo il «passaggio dal
normale, che esprime una frequenza, un aspetto quantitativo delle cose, alla
norma la quale afferma che questa frequenza è favorevole e che bisogna
conformarvisi» [Perelman-OlbrechtsTyteca1966:
p. 93]; 3) il metodo argomentativo adottato in queste pagine impiega
spesso il procedimento «ipotetico» [Perelman-Olbrechts-Tyteca1966:
p. 154] o «controfattuale» [Kagan1991:
p. X] o – come preferirei – “comparativo” e muove dal confronto tra «ciò che è effettivamente
successo e ciò che sarebbe potuto accadere se “fossero state prese” decisioni
diverse, che avessero portato ad azioni differenti» [Kagan1991: p. X]:
in diversi punti si è impiegato questo metodo storico, essendo convinti «che chi
cerchi di scrivere storia piuttosto che mera cronaca di eventi debba
considerare ciò che sarebbe potuto accadere; si tratta, infatti, di stabilire
ciò che si riesce a rivelare di quanto si sta ricostruendo. […] Non posso dire
che un’impresa è stata grande o folle senza anche dire se è stata peggiore o
migliore di qualche altra impresa che avrei potuto riportare al posto dell’altra.
[…] Tucidide, forse il più grande degli storici, agisce così in più occasioni,
come quando esprime un giudizio sulla strategia di Pericle nella guerra del
Peloponneso: - così abbondanti erano, all’inizio della guerra, le risorse di
Atene che Pericle con molta facilità ha potuto affermare che la città sarebbe
stata in grado di vincere da sola la
popolazione del Peloponneso - [Tucidide:
2: 65: 13] *** rendendo chiaro che ciò che accade veramente non è l’esito
inevitabile di forze sovrumane o misteriose che agiscono insieme agli attori
storici. Ciò che realmente accadde appare piuttosto come il risultato di
decisioni prese da esseri umani i quali agiscono in un mondo che non
controllano interamente. Ciò suggerisce che decisioni ed esiti avrebbero potuto
essere anche diversi» [Kagan1991: pp.
X-XI]; per fare istoria “comparativa” è dunque necessario formulare ipotesi
circa le diverse modalità secondo le quali sarebbe potuto procedere un evento,
poiché tali ipotesi rendono necessario enumerare le condizioni riferibili e le
conseguenze deducibili permettendo che l’evento sia considerato e descritto
correttamente. «In uno dei suoi discorsi, Demostene suppone che Eschine sia l’accusatore,
Filippo il giudice stesso, egli stesso l’accusato. In questa situazione
fittizia egli immagina il comportamento, le reazioni di ciascuno per dedurne il
comportamento e le reazioni nella situazione reale, “naturalmente” la riuscita
è possibile soltanto se la struttura logica dell’ambiente immaginario è la
stessa dell’ambiente “reale” e gli avvenimenti vi producono normalmente le
stesse conseguenze» [Perelman-Olbrechts-Tyteca1966:
p. 154]; per comprendere la portata significativa di un evento è dunque
necessario conoscere tutti gli eventi, i fatti e le decisioni che si sarebbero
potuti attestare in vece dell’evento effettivamente verificatosi, e domandarsi perché
la situazione si evolvette in un senso piuttosto che in un altro.
Modelli
di analisi: principi del cambiamento istorico
Questo
lavoro è il risultato di lunghi pomeriggi di conversazioni avuti col prof.
Corsaro in un percorso di scambio intellettuale libero e franco centrato sulle
moderne teorie politiche, sociologiche e filosofiche aventi per tema il
concetto generale del <cambiamento>. In quel periodo interrogavamo noi
stessi sui principi e le cause del cambiamento dell'attuale politica globale
partendo dalle recenti stimolanti ricerche di I. Wallerstein, T. Hopkins, H.
Friedmann, Abu-Lughod e Taylor [WALLERTSEIN 1988, HOPKINS 1990, FRIEDMAN 1988, ABU-LUGHOD 1989 e TAYLOR 1996] e
dagli altrettanto illuminanti studi nati nell'alveo del progetto intitolato
<<Egemonia E Competizione Nel Sistema Mondiale: Tendenze E Prospettive
Dei Riallineamenti Geopolitici, 1500-2025>> intrapreso dal Comparative Hegemonies Research Working
Group del Fernand Braudel Centre for
the study of Economies, Historical System and Civilization dell'Università
di Binghamton e approdato a opere capitali quali <<l'era Della
Transizione: Le Traiettoria Del Sistema Mondo 1945-2025>> di Hopkins T.
K., Wallerstein I. e altri [WALLERSTEIN
e ALTRI 1996] e giungendo alla conclusione importantissima per la
mia recente ricerca - alla base della quale essa opera e si fa sentire
costantemente quale presupposto fondante - che il cambiamento di un sistema
avviene innanzitutto entro il livello delle unità elementari dello stesso.
Questo ci ha portato anche a indagare altre questioni collaterali ma
fondamentali, al fine di mondare il concetto di cambiamento dal coacervo di
teorie e ipotesi spesso errate e fuorvianti che vi si sono attanagliate in
decenni di ricerca. Purtroppo la mia ricerca è poi proseguita senza il sostegno
insostituibile del mio maestro. Al prof. Corsaro va la mia stima imperitura e
il ringraziamento per avermi istradato sulla giusta via, per avermi fatto comprendere
che lo Storico non può prescindere da conoscenze di economia e sociologia e
anzi deve costantemente incrementare le proprie nozioni a riguardo pena una
visione parziale del mondo, e soprattutto per avermi insegnato che alle domande
della storia non si deve avere la pretesa di rispondere poichè, a prescindere
dai nostri sforzi, un certo grado d'indeterminatezza e vago rimane sempre la
caratteristica fondamentale delle relazioni umane. Di seguito presento pertanto
i concetti e le nozioni basilari che allungano le proprie ombre dietro le
quinte della mia ricerca, convinto di quanto segue: del fatto che in età
periclea la Grecia visse una fase di crisi sistemica e transizione egemonica
che condusse dal dominio ateniese a quello spartano, del fatto che Pericle ha
cambiato il sistema politico e il sistema delle relazioni intestatali greche, e
del fatto che Thurio rappresenta una nuova soluzione al problema delle
relazioni tra stati greci. Prova ne è che nonostante i primi sintomi di un
interesse ateniese per la Magna Grecia risalgano fino a Temistocle il quale
coltivò privatamente il sogno occidentale poichè convinto fermamente delle
potenzialità di una presenza ateniese in tale area e dei vantaggi che sarebbero
derivati ad Atene con l’inserirsi nel solco della tradizione gloriosa della
Magna Grecia sebbene tale interesse fosse limitato a gesti simbolici -
Temistocle diede i nomi Sibari e Italìa a due delle proprie figlie e inoltre
nel 480 minacciò al comandante spartano Euribiade che gli ateniesi avrebbero attaccato,
stando a Erodoto, ‘’Siri la quale é nostra da antico tempo e gli oracoli dicono
che deve essere colonizzata da noi’’ [ERODOTO: 7: 62: 2]
rivedicando ideologicamente il diritto all’eredità di Sibari la quale era stata
padrona almeno parzialmente della siritide - tuttavia occorre scendere fino
all’età periclea per vedere delineata una chiara direttrice operativa mirata
all’Occidente: come dice Lorenzo Braccesi ‘’se alcuni indizi possono lasciar
pensare che già Temistocle avesse elaborato dei progetti occidentali mirati
precisamente sull’area della sibaritide e della siritide, non sembra tuttavia
storicamente fondato ipotizzare una precoce proiezione della politica ateniese
verso Occidente fin dagli inizi degli anni Cinquanta del V secolo’’ [BRACCESI 1999: pag. 196]; la politica occidentale ateniese di questo
periodo é tuttora al centro di un dibattito annoso incentrato sul significato
complessivo attribuibile a tutte queste mosse politiche, strategiche e
diplomatiche culminate nella colonia thurina nel 444 e infine rovinate
malamente con le due guerre sostenute d’Atene in Sicilia nel 427-424 e nel
415-413 nella prospettiva post eventum
delle quali mi pare che la storia dei precedenti assuma rilevanza particolare
rivelando progressione ininterrotta e continuità coerente tali quali inducono a
considerare Thurio non un’avventura estemporanea e improvvisata ma una delle
espressioni più riuscite e sorprendenti di una consapevole linea politica:
solamente riconducendole nell’alveo di questa linea politica finalizzata
all’espansionismo é possibile spiegare l’approccio forte e invasivo al
quadrante nord-occidentale (Sicilia e Italia) e l’assalto finale alla Sicilia e
a Siracusa. Nei periodi di trasformazione sistemica, come ha puntualizzato
Abu-Lughod, ''particolari condizioni locali possono interagire con altre
situazioni contigue, e portare a risultati che non si sarebbero altrimenti
verificati, e capita che forti perturbazioni si esauriscano mentre altre minori
possono a volte amplificarsi violentemente, a seconda di quali siano le
condizioni nel resto del sistema.'' [ABULUGHOD 1989: p. 369]. La logica secondo la quale a uno stesso
effetto corrisponde sempre una stessa causa, la quale è alla base di molti
nostri ragionamenti sul mondo, è mal assortita per comprendere questo tipo di
cambiamenti, e noi dovremmo semmai trarre ispirazione dalla <<teoria del
caos>>. In una ottica simile Rosenau si rifà alla terminologia della
teoria del caos per definire le attuali trasformazioni nella economia politica
mondiale come una <variazione> nel senso in cui Henri Poincarè usò il
termine - da lui stesso coniato - per descrivere il presentarsi di molte
soluzioni a partire da una soluzione data in sistemi di equazioni
differenziali. [BERGÈ-POMEAU-VIDAL1984: p. 271] Evocando questa immagine egli sottolinea come il nuovo
ordine che alla fine scaturisce da un periodo di crisi e turbolenza politica
non è iscritto nei parametri del vecchio ordine che si rompe. Ma fa anche
notare che nel caos c'è ordine: proprio come i fisici hanno usato il concetto
si biforcazione ''per svelare l'ordine intrinseco al collasso di determinate
strutture sistemiche'' [ROSENEAU1990: p. 58]. La
formazione e l'espansione di un sistema avanzano non lungo un unico sentiero
bensì attraverso molti bivi che danno vita a nuovi sentieri aperti da
specifiche volontà politiche. Per prendere a prestito una espressione di
Michael Mann [MANN1986: p. 28]
queste volontà particolari agiscono quali <apripista> [TAYLOR 1994: p. 27] che guidando il sistema in una
nuova imprevista direzione al contempo lo trasformano. La leadership da parte di un particolare attore istituzionale e una
concomitante trasformazione sistemica sono componenti essenziali del concetto
di cambiamento storico sul quale poggia la mia indagine. Come ha fatto notare
Ruggie J. [RUGGIE1983] in un esame della teoria della
politica internazionale di Waltz K. [WALTZ1987],
le teorie sistemiche come quella di Waltz o Wallerstein sono importanti
correttivi dell'errore che consiste nei tentativi di conoscere una totalità attraverso
lo studio delle sue parti. Le totalità infatti hanno particolari proprietà
dette "proprietà sistemiche" che agiscono, nelle parole di Waltz,
''come una forza che vincola e indirizza le unità che interagiscono al loro
interno.'' [WALTZ citato in RUGGIE1983: p. 263]. I sistemi, quindi,
<producono> essi stessi processi al livello delle unità essendone
contemporaneamente il prodotto. Nel ristabilire l'equilibrio però tali teorie
possono facilmente correre il rischio di andare troppo oltre e ritenere che i
processi al livello delle unità non producano nulla e siano totalmente un
prodotto. Il problema con l'atteggiamento di Waltz è che, in qualsiasi sistema
sociale, lo stesso mutamento strutturale è, in ultima analisi, originato dai
processi al livello delle unità. Bandendoli dal dominio della teoria sistemica
Waltz rende esogena la causa prima del cambiamento sistemico. Come risultato,
la teoria della <società> di Waltz ha solo una logica riproduttiva ma non
una logica trasformazionale [RUGGIE 1983: p. 285].
La
critica di Ruggie alla concezione della politica internazionale di Waltz può
anche essere rivolta, parola per parola, al concetto di egemonia interstatale
di Wallerstein secondo il quale ''l'egemonia nel sistema interstatale si
riferisce a quella situazione in cui il confronto in corso tra le cosiddette
grandi potenze è così sbilanciato che una potenza è davvero prima inter pares; cioè una potenza può
in larga misura imporre le proprie regole e le proprie preferenze {...}
nell'arena politica, economica, militare, diplomatica e anche culturale.'' [WALLERSTEIN 1984: p. 38].
L'egemonia è il risultato di lunghi periodi di ''espansione competitiva {...}
che >si concludono< in una particolare concentrazione della forza
economica e politica'' ma viene saldamente assicurata solo raggiungendo una
completa vittoria in una guerra <mondiale> di lungo periodo quali sono
state la guerra peloponnesiaca nel mondo antico, nel mondo moderno la guerra
dei trent'anni, le guerre napoleoniche e le lunghe guerre euro-asiatiche dal
1914-1945. {...} Il vantaggio del vincitore aumenta proprio grazie al conflitto
e il nuovo ordine interstatale postbellico è destinato ad accrescere ancora di
più quel vantaggio, e a proteggerlo dalla erosione'' [WALLERSTEIN 1984: p. 39 e
44].
Come un
crescente numero di studiosi Arrighi deriva invece il proprio concetto di
egemonia dalla idea di Gramsci secondo il quale ''la supremazia di un gruppo
sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e
morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a
liquidare o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi
affini o alleati.'' [GRAMSCI 1929-1935: p. 2010 citato in ARRIGHI 2003: p. 31]. Benchè
dunque il dominio si fondi in primo luogo sulla coercizione tuttavia la
leadership che definisce l'egemonia si fonda sulla capacità del gruppo
dominante di presentarsi ed essere percepito come portatore d'interessi
generali. ''Lo stato è concepito sì come organismo proprio di un gruppo, destinato
a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso ma
questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza
motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte l'energie
<nazionali>''. [GRAMSCI 1929-1935: p. 1584 citato in ARRIGHI 2003: p. 31]. La
egemonia è perciò qualcosa di più e di differente dal dominio puro e semplice:
è il potere addizionale che deriva a un gruppo dominante dalla sua capacità di
guidare la società in una direzione che non solo serve gl'interessi del gruppo
dominante stesso ma ch'è percepita anche dai gruppi subordinati come
finalizzata a un più generale interesse. E' il contrario della nozione di
''deflazione di potere'' utilizzata da Parsons T. [PARSONS 1960] per descrivere quelle situazioni in cui l'autorità
del governo non può essere esercitata se non attraverso l'uso diffuso o la
minaccia della forza. Se i gruppi subordinati hanno fiducia nei propri
governanti allora i sistemi di dominio possono essere gestiti senza ricorrere
alla forza ma se questa fiducia viene a mancare ciò non è più possibile. Per
analogia, la nozione gramsciana di egemonia si può dire che deriva dalla
capacità dei gruppi dominanti di presentare con credibilità il proprio dominio
come funzionale non solo ai propri interessi ma anche a quelli dei gruppi
subordinati. In tal caso parliamo di <egemonia senza potere>. In virtù
dei propri successi uno stato dominante diventa per altri stati il
<modello> da emulare e perciò l'induce a seguire il proprio percorso di
sviluppo. Tutto ciò può accrescere il prestigio quindi il potere dello stato
dominante. Ma nella misura in cui l'emulazione ha davvero successo essa tenderà
a controbilanciare e di conseguenza a provocare una deflazione piuttosto che
una inflazione del potere dello stato egemone, creando dei concorrenti e
riducendo la superiorità dello stato egemonico. Questa <<leadership che
si realizza contro la sua stessa volontà>> secondo la dizione di
Schumpeter J. [SCHUMPETER
1977: p. 99] è sempre presente in situazioni
egemoniche ma di per sè non definisce una situazione come egemonica. Dall'altra
parte il termine egemonia è usato per descrivere il fatto che uno stato
dominante guidi il sistema in una direzione voluta e che sia opinione comune
che facendo così persegua un interesse generale. La leadership in questo senso provoca una <inflazione> del
potere dello stato dominante ed è ciò che si considera la caratteristica
principale dell'egemonie interstatali. Un interesse generale per il sistema nel
suo insieme può nondimeno essere identificato rimodellando secondo la
prospettiva internazionale o interstatale la distinzione operata da Parsons tra
funzioni distributive e collettive del potere. Le prime si riferiscono a una
relazione a somma zero in cui un attore può acquistare potere solo se e quando
altri attori ne perdono (la definizione di Max Weber del potere come
''possibilità di fare valere entro una relazione sociale, anche di fronte a una
opposizione, la propria volontà'' [WEBER 1968: p. 115] si riferisce a queste funzioni distributive del
potere). Le funzioni collettive del potere, al contrario, si riferiscono a una
relazione a somma positiva in cui l'operare insieme fra diversi attori
incrementa il potere di questi nei confronti di terzi: in tal caso l'interesse
generale rappresentato da un attore egemonico non può essere definito in
termini di mutamento nella distribuzione del potere tra le diverse
giurisdizioni politiche ma può essere definito nei termini di un incremento del
potere collettivo nei confronti di terzi da parte dei gruppi dominanti
dell'intero sistema. Tale distinzione tra potere distributivo e potere
collettivo, delineata da Parsons riferendosi a sistemi sociali circoscritti a
una unica giurisdizione politica, rimane valida anche per i sistemi politici
che comprendono più giurisdizioni politiche. In generale, la pretesa di
rappresentare un interesse sistemico generale così definito, per diventare
credibile e perciò provocare una inflazione del potere dell'aspirante stato
egemonico, deve vedere il realizzarsi di due condizioni: la prima è che i
gruppi dominanti di questo stato devono avere sviluppato la capactà di guidare
il sistema nella direzione di nuove forme di solidarietà e divisione del lavoro
interstatale che mettano in grado le unità del sistema di liberarsi da quella
che Waltz ha chiamato ''la tirannia delle piccole decisioni'' [WALTZ1987: p. 209] cioè
superare la tendenza degli stati singoli a perseguire il proprio interesse
nazionale, senza alcun riguardo per i problemi che hanno bisogno di soluzioni
di sistema. In breve, deve esserci una effettiva offerta di capacità di governance internazionale;
secondariamente le soluzioni di sistema a livello degli aspiranti stati
egemonici devono riguardare problemi di sistema che sono diventati così acuti
da creare nei confronti dei gruppi dominanti ancora esistenti oppure di quelli
emergenti una profonda e diffusa domanda di governance
sistemica. Quando queste due condizioni di offerta e di domanda vengano
soddisfatte contemporaneamente allora l'aspirante stato egemonico potrebbe
giocare un ruolo di <<suppletività di governo>> nel promuovere,
organizzare e gestire una espansione del potere collettivo dei gruppi dominanti
del sistema [WALTZ 1987: p. 210].
L'espansioni
sistemiche o cicli egemonici sono dunque inserite in una particolare struttura
egemonica ch'esse tendono a erodere, sono il risultato della interazione tra i
due differenti tipi di leadership che,
presi insieme, definiscono le situazioni egemoniche. La riorganizzazione
sistemica promuove la espansione del sistema egemonico conducendo i gregari a
emulare il blocco imperialistico egemonico. Tale emulazione fornisce ai singoli
stati gregari la spinta motivazionale necessaria a mobilitare risorse ed
energie nella espansione. Vediamo più da vicino il modello dei cicli egemonici
secondo Wallerstein. Il modello - per citare l'elogio di Ruggie della teoria
sistemica di Waltz - ''è un positivo antidoto alla generale superficialità
della proliferante letteratura sulla trasformazione internazionale, secondo cui
la semplice maturazione dei processi spinge la società internazionale verso il
prossimo incontro col destino.'' [RUGGIE 1983: p.
285]. Ma è anche esposto alla stessa critica
che Ruggie rivolge a Waltz cioè che rende esogena la causa prima del
cambiamento sistemico. Particolari blocchi di attori governativi acquistano un
ruolo egemone nel corso di espansioni competitive in virtù della efficienza delle
proprie azioni rispetto a quella di tutti gli altri blocchi in competizione. Ma
quali azioni siano relativamente più efficienti è un mero riflesso delle
proprietà strutturali del sistema su cui le stesse azioni non hanno alcun tipo
d'impatto. Sono soltanto un prodotto e nulla producono. Se, e in quale misura,
i processi al livello delle unità semplicemente recitino fino in fondo una
parte scritta dalle proprietà sistemiche o siano essi stessi autori e perciò
formino e trasformino il sistema è un problema che può essere risolto solo su un
terreno storico-empirico. E' proprio su questo terreno che il modello di
Wallerstein si fa cogliere in fallo poichè secondo G. Arrighi ''il sorgere di
potenze economiche nel mondo moderno non è stato un mero riflesso di proprietà
sistemiche. Le proprietà sistemiche in realtà agiscono come potenti forze che
vincolano e indirizzano la selezione degli stati che diventeranno egemonici.
Ma, in tutti i casi, l'egemonia ha anche comportato una radicale
riorganizzazione del sistema e un mutamento delle sue proprietà'' [ARRIGHI 2003: p. 30]. Arrighi [ARRIGHI 2003]
mette invece in evidenza come le crisi egemoniali sono caratterizzate da tre
processi distinti ma strettamente correlati: l'intensificazione della
competizione tra stati, l'aumento dei conflitti interstatali, e l'emergere
interstiziale di nuove configurazioni del potere. La forma di questi processi
prendono e il modo in cui si relazionano l'uno all'altro variano da crisi in
crisi ma una qualche combinazione dei tre processi può essere riconosciuta sia
nelle transizioni egemoniche oggi concluse - quella dall'egemonia veneziana
all'olandese, quella dall'olandese alla britannica e quelle dalla britannica
alla statunitense - sia in quella tuttora in corso - dalla egemonia
statunitense a una destinazione ancora ignota - sia in quella dalla egemonia
attica alla egemonia spartana sulla Grecia. Non interessa in questa sede
definire le tappe e le cause che correlano i tre processi l'uno all'altro.
Quello che importa è capire come, per motivi vari e secondo forme e
configurazioni spazio-temporali diverse, a un certo momento nella storia di una
egemonia, presto o tardi, una piccola perturbazione fa pendere la bilancia a
favore delle forze che, consapevolmente o no, stanno erodendo la già precaria
stabilità delle strutture esistenti e quindi provocare il crollo della organizzazione
sistemica. É accaduto in tutte le transizioni egemoniche: nel passaggio
dall'egemonia minoica a quella micenea su Creta, da quella ateniese a quella
spartana a quella tebana a quella romana sulla Grecia, e in tutte le
transizioni egemoniche moderne dal 1250 a oggi. Il crollo egemonico è il punto
di svolta decisivo delle transizioni egemoniche. É il momento in cui la
organizzazione sistemica ch'era stata apprestata dalla potenza egemonica in
declino si disintegra e insorge un caos sistemico. Ma è anche il momento in cui
si creano nuove egemonie o blocchi imperialistici. Una crescente
disorganizzazione sistemica riduce il potere collettivo dei gruppi dominanti
all'interno del sistema. La crescente disorganizzazione è accompagnata
dall'emergere di un nuovo blocco di attori governativi dotato di maggiori
capacità organizzative a livello di sistema di quanto non lo fosse il
precedente blocco egemonico. Il crollo di un qualsiasi ordine egemonico è in
ultima analisi dovuto al fatto che l'incremento nel volume e nella densità
dinamica del sistema a un certo punto supera le capacità organizzative del
particolare blocco egemonico che aveva creato le condizioni della espansione
sistemica. In definitiva, quindi, la spirale di disordine che ne consegue può
essere vinta e le condizioni di una nuova espansione sistemica possono essere
create solo s'emerge un nuovo blocco dotato di maggiori capacità sistemiche
rispetto al vecchio blocco egemoniale. Storicamente, gli stessi processi che
hanno generato la maggiore concentrazione di capacità sistemiche che, in
combinazione con quel caos, ha infine portato al costituirsi di una nuova
egemonia. Mentre il nascente potere egemonico guida il sistema nella direzione
di una maggiore attività comune fra le unità del sistema stesso riconducendole
all'interno del proprio percorso di sviluppo, il caos sistemico diminuisce e un
nuovo ciclo egemonico ha inizio. Il modello di Arrighi descrive pertanto uno
schema ricorrente in tre tappe: dalla egemonia alla espansione al caos a una
nuova egemonia. Il ripetersi di questo schema nei secoli è stato più una
questione di contingenza storica che di necessità sistemica. Anzi, è stata
proprio l'evoluzione del sistema a rendere il ripetersi dello schema nei secoli
più problematico di quanto sia stato in passato. Il proposito di stabilire
analogie tra le trasformazioni passate e quelle presenti quindi serve anche per
identificare quelle differenze nelle circostanze storiche e sistemiche che
prevedibilmente porteranno le attuali trasformazioni a un esito diverso da
quello delle transizioni egemoniche del passato. Più saremo capaci di
specificare queste differenze meno vaghe saranno le nostre speculazioni sul
futuro, meno fatui i tentativi di opporsi alla decadenza, alla confusione, alla
incertezza, alla confusione, all'errore e al selvaggio e feroce fanatismo che
ci circondano, meno vacui i tentativi di dissipare almeno un poco di quella
''nebbia globale'' che Hobsbawm vedeva intorno a noi mentre cerchiamo ''la
strada per avanzare nel terzo millennio'' [HOBSBAWM 1995: p.
645].
INTRODUZIONE:
L’ATENE PERICLEA E I PRODROMI
DELL’AVVENTURA THURINA.
Cenni
storici sull’Atene al tempo di Pericle...[2]
L'Età periclea, come noto, inizia
intorno al 461 allorchè Pericle ottiene la prima strategia. Ma il giovane alcmeonide aveva già avuto modo di farsi
notare nel 464 o 462 anno in cui l'allontanamento da Atene di Cimone aveva
aperto la strada ai suoi oppositori Efialte e Pericle i quali approfittano
della temporanea assenza del figlio di Milziade per far approvare dall'ecclesia un decreto che limitava
fortemente il potere politico dell'Areopago a tutto vantaggio della bulè, dei tribunali e dell'ecclesia [LOTZE 1997: p.
377-396]. Dopo l'ostracismo di Cimone e l'assassinio di Efialte iniziò così il
periodo del governo pericleo sotto il quale si consolidava il principio della
partecipazione attiva e diretta dei singoli cittadini alla politica ateniese [LOTZE 1997:
pp. 374-377]. Nel 451 Pericle limitò ancora di più il diritto di cittadinanza
rispetto a quanto voluto da Clistene e impose che fossero riconosciuti
cittadini ateniesi solo i figli di entrambi i genitori ateniesi [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI: 41].
Nell'ambito dei cittadini comunque favorì la piena partecipazione con
l'introduzione della mistoforia per i giudici popolari dei tribunali e per i membri della bulè. L'indennità corrisposta dalla polis in cambio dell'esercizio delle cariche rese possibile anche
ai più poveri l'esercizio dell'attività politica ma impose di reperire nuovi
fondi per il sostentamento di questo sistema, il che portò giocoforza
all'accentuazione della politica imperialistica all'esterno della città proprio
nel momento in cui all'interno si affermava la più alta forma di democrazia
storicamente mai realizzata fino a quel momento: la bulè decideva la politica interna ed estera attraverso il controllo
dei decreti da sottoporre alla discussione dei tribunali e attraverso
dell'amministrazione delle finanze; era compito della bulè anche giudicare l'idoneità dei candidati alle varie cariche ed
esigere da loro un dettagliato rendiconto dopo il mandato; l'elieia esercitava invece il potere
giudiziario e solo il diritto sacro e la giurisdizione sui reati di sangue
restavano all'Areopago, l'ultima roccaforte aristocratica [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI: 41; LOTZE 1997: P. 499-501; HUMPHREYS
1997: pp.
550-566].
Se dunque il 508-507 rappresenta il
momento decisivo per la nascita della democrazia grazie all'azione di ''colui
che istituì per gli ateniesi la democrazia'' [ERODOTO: 6: 131: 1] con
Pericle la democrazia superò la propria ''linea d'ombra'' che ne segnò la
perdita dell'innocenza.
L'entrate della polis tuttavia non bastavano a coprire gli aumentati costi di
esercizio della democrazia. Riprese così la politica delle guerre di conquista
e il governo di Atene, guidato da Pericle, nel 459 ricominciò la guerra contro
la Persia intervenendo in Egitto in appoggio ai Libici ribelli al potere del
Gran Re. Dopo un lungo periodo di scontri dall'esito alterno e mai decisivi i
persiani riuscirono a sconfiggere la flotta ateniese e a catturarne le navi (fu
in questa occasione che, sotto la minaccia di un imminente attacco persiano, il
tesoro della lega delio-attica venne trasferito da Delo ad Atene) [DAVIES1993: p.
247-253].
La guerra contro il persiano riprese
in Cipro ove gli ateniesi riuscirono a vincere sia per mare sia per terra.
Tuttavia Pericle giudicò, a tal punto, imprudente continuare lo scontro e si
risolse per la sottoscrizione di una pace informale che prevedeva una serie di
provvedimenti orientati al riconoscimento ufficiale della potenza ateniese da
parte persiana [DAVIES 1993: p.
231 e 235, ASHERI 1997c].
Nel 457 scoppiò intanto la cd. prima
guerra peloponnesiaca allorchè risultò chiaro che Atene volesse imporre il
proprio predominio su tutta la Grecia: la sottomissione di Egina – costretta a
versare tributi alla lega – è una dimostrazione palmare dell'imperialismo
ateniese che usa la lega – originariamente nata in funzione antipersiana –
quale strumento di autofinanziamento [BERTELLI 1997:
p. 568-569]. Anche la guerra con Sparta venne sospesa (446-445) con un trattato
trentennale il quale sancì il riconoscimento della supremazia ateniese sul mare
e di quella spartana sulla terra e l'impegno a risolvere per via negoziale i
conflitti e a rispettare le libere scelte degli alleati [DAVIES1997: pp. 109-119].
Nel 447 s'iniziò la costruzione del
Partenone, il simbolo della contraddizione ateniese: la bellezza del tempio è
quella perfetta, calcolata e armoniosa dell'intelligenza umana trasformata in
idea, in modello che vive di vita propria fuori dalla contingenza, in quella
specie di spazio ideale che è nella coscienza di ogni uomo ma tale
visualizzazione potente del mito ateniese, questo gioiello di arte fu costruito
con il denaro che Atene, nonostante le proteste degli alleati, prelevava dal
tesoro della lega [HOCKERSCHNEIDER1997:
pp. 1239-1247].
Gli anni che intercorsero tra gli
accordi stretti con persiani e spartani e l'inizio della seconda guerra peloponnesiaca
nel 431 furono, dunque, in apparenza il periodo più splendido per Atene la
quale, governata da Pericle, si pose quale centro della cultura e dell'arte:
Fidia si occupava della costruzione del Partenone mentre i tragici portavano
sulla scena la città, i filosofi la esaminavano e gli storici la descrivevano.
Ma le contraddizioni si facevano sentire in modo pesante come pure la crescente
opposizione degli oligarchi i quali dall'un lato mettevano in discussione
l'imperialismo della politica verso gli alleati ma dall'altro erano anche
impegnati economicamente e interessati all'espansionismo che significava sempre
nuovi mercati [ASHERI 1997c: pp. 176-180, DAVIES 1997: pp. 140-143].
Il demos
urbano, coinvolto nelle attività artigianali e commerciali e partecipe della
vita politica, si contrappose agli oligarchi in una lotta nella quale né gli
uni né gli altri rispettarono l'essenza della città, lo spazio pensato da
Solone e tradotto da Clistene nella realtà: la polis cessò di essere considerata come forma sociale e divenne
sempre più spesso e per un numero sempre maggiore di persone un mezzo per
soddisfare gl'interessi di singoli o di singoli gruppi. L'irrompere del privato
e dell'economico nello spazio dell'idea ne provocò la crisi e facendone
presagire la fine.
Per mediare ancora una volta i
contrasti, Pericle cercò di spostarli s'un piano diverso da quello della città,
all'esterno di essa, e provocò la guerra peloponnesiaca, costretto ad agire in
fretta prima che il malumore e le defezioni degli alleati indebolissero troppo
la potenza di Atene. Verso il 433 violò dunque il trattato concluso nel 446 con
Sparta dapprima offrendo il proprio aiuto sia a Corcira nella lotta contro
Corinto sia a Leontini nella lotta contro Siracusa la quale di Corinto era colonia,
poi con il pesante intervento in Potidea e la chiusura ai megaresi dei porti
della lega.
Su richiesta di Megara e Corinto
Sparta intervenne risolutamente e, dopo avere cercato di risolvere
diplomaticamente le controversie, presentò le armi ad Atene nel 431 la quale
scese in guerra presentandosi quale garante della indipendenza delle polis greche. Pericle riuscì così a
spacciare come difensiva la guerra che aveva cercato per conquistare nuovi
mercati e per risolvere i problemi interni di Atene.
Pericle pensò di sfruttare la
superiorità di Atene sul mare con attacchi e incursioni contro le zone del
Peloponneso rinunciando con ciò allo scontro diretto con Sparta in battaglie di
fanteria o di cavalleria; l'Attica, quando gli spartani la invasero, venne evacuata
e la popolazione delle campagne accolta all'interno delle Lunghe Mura; ma
questo esasperò il demos che, guidato dal demagogo Cleone, giudicò troppo
passiva la tattica di Pericle, all'epoca sempre più incompreso e isolato. Nel
430 Sparta, sostenuta dall'aiuto della Persia, intraprese una nuova spedizione
contro l'Attica ma la sospese perchè in Atene scoppiò la peste che provocò, in
un'allucinata atmosfera da caccia alle streghe, un processo e una condanna di
Pericle e poi, trauma decisivo per l'esistenza stessa della città, la sua morte
nel 429.
Il caos nella città fu totale anche
perchè come afferma Tucidide [TUCIDIDE: 2: 65:
8-12] nessuno dei successori aveva le capacità e la intelligenza di Pericle e
tutti cercavano solamente il proprio interesse privato invece del bene della polis.
Oltre che dalla peste, che distrugge
ogni νόμος [TUCIDIDE: 2: 52:
4], Atene era devastata dalle tensioni sociali ormai non più controllate e
contenute: gli oligarchi, guidati da Nicia, erano in lotta aperta con il demos
capeggiato da Cleone che cercava di continuare la linea politica di Pericle.
Unico punto fermo, in un quadro sociale così disarticolato, è la popolazione
delle campagne che premeva per avere una pace che gli ateniesi avrebbero potuto
ottenere già nel 425, quando gli Spartani furono costretti ad abbandonare
l'Attica e, ridotti a poco più di tremila, disperavano ormai di potere
continuare la guerra; ma le condizioni poste da Cleone, decisamente privo
dell'equilibrio e della lungimiranza politica di Pericle, erano impossibili e
così la guerra riprese con l'apertura, da parte di Atene, di un nuovo fronte in
Sicilia: era una mossa pericolosa già secondo Pericle [TUCIDIDE: 2: 65:
2] e destinata in breve a essere fatale per la città. Non si trattava in realtà
della prima volta giacchè una situazione simile era stata precedentemente
risolta dalla lungimiranza politica di Ermocrate [TUCIDIDE: 3: 88]. In
questo caso, tuttavia, si tratta di un intervento che era giustificato dalla
richiesta di aiuti in Occidente [BRACCESI-MILLINO 2000: p.
292 sg.].
...riflessi
ideologici
Premessa
L'opera politica e culturale di
Pericle nacque dunque all'interno della polis.
La città rappresentava lo spazio nel quale si realizzano libertà, giustizia e
uguaglianza in un ordine garantito dalla legge, che assicura il bene di tutta
la collettività: è il mito della democrazia di Atene. Fuori da questo spazio
solo empietà, illegalità e prepotenza, mancanza di leggi e libertà, ricerca del
puro utile individuale, ferinità, barbarie o tirannide, figure tutte della
negazione della polis. La cultura
dell'età classica e le scelte politiche operate al suo interno non possono
pertanto essere considerate come il prodotto della situazione storica per il
fatto che cultura e polis si danno
vita reciprocamente: è la polis che
fa nascere la letteratura ma è anche la letteratura che crea la città.
Poichè la letteratura greca si
presenta quindi più di ogni altra letteratura quale espressione decisamente
''politica'' nel senso più precisamente etimologico del termine giacchè la
riflessione intorno alla polis è
presente in tutti i generi e periodi della sua storia [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI: 3; POLITICA: 1231A; ESIODO: Opere; OMERO: Odissea: 2] allora è bene cominciare
accostandoci all'Atene del V secolo anche tramite i riflessi letterari e
ideologici che essa lasciò nella letteratura coeva.
Atene è infatti una idea: lo si
avverte anche e soprattutto nei due intelletti che sono il simbolo di questa
età, Euripide e Tucidide, che hanno parlato della propria città con passione ma
anche con l'assillo di una intelligenza critica razionale lucida che impediva
d'ignorare le incrinature e le dissonanze che già si avvertivano in una polis che entrambi scoprirono, da
diverse angolature ideologiche, essere perfetta come idea ma ormai compromessa
come realtà storica.
La polis,
destinata a diventare centro e simbolo della civiltà greca, fu pensata come
''un luogo della coscienza comune'' che fosse ''una risposta politica a una
crisi economica e sociale'' [LANZA D. e VEGETTI M. 1977: pp. 13 e
21], come un
μέσον, uno schema spaziale omogeneo realizzato soprattutto dalle riforme di
Clistene e Pericle [VERNANT J. P. 1970: p. 142]. La polis classica dunque è frutto di una
scelta razionale operata nel momento della crisi della società arcaica aristocratica,
quando l'antico pensiero è sostituito dal pensiero razionale.
Naturalmente, se, come si è osservato,
polis e letteratura greca vivono
condizionandosi reciprocamente è logico che le contraddizioni dell'una passino
nell'altra e viceversa. Succede così che la letteratura testimoni, oltre alla
fede nel mito della città e alla celebrazione degl'ideali che ne sono il
presupposto, anche inquietudini e dubbi e critiche, soprattutto nella seconda
metà del secolo allorchè la guerra del Peloponneso mette in luce idee e
problemi che non possono più essere ignorati, anche se è inevitabile ch'essi
tolgano ogni fondamento alla ideologia della città.
Può sembrare contraddizione ma è vero
che la polis nasce come atto della
ragione e della letteratura ed è alla fine distrutta, resa impossibile e
impraticabile da quanto la ragione scopre ed esprime: questo succede nel
momento in cui gl'intellettuali devono ammettere che Atene, pensata come spazio
collettivo e democrazia, è in realtà spazio del potere e degl'interessi di
parte. A questa conclusione si arriva per vie diverse che partono però tutte da
un medesimo problema.
La linea di cultura che afferma la polis lo fa nella convinzione che la
realtà sia sottoposta al controllo della razionalità dell'uomo e che il nomos che l'uomo ha imposto come base
della convivenza politica sia traduzione nello spazio mondano di quel kosmos che governa anche la natura: da
questa certezza deriva l'idea della città come ordine, come kosmos appunto. Ma già la logografia
ionica registra la esistenza di nomos
diversi presso popoli diversi e la esperienza stessa della vita politica
dimostra che le leggi le fa l'uomo; allora comincia a farsi strada l'idea della
relatività del nomos. E la filosofia,
avviata dai naturalisti alla ricerca di un principio al quale ricondurre la
molteplicità del reale, passa al problema del rapporto tra essere e non essere
nella conoscenza, sensoriale o razionale, e chiama in causa l'uomo in modo
nuovo, perchè non lo considera più solo come una parte del mondo fisico da
ricondurre al principio originario ma lo pone come soggetto, perchè è il
pensiero dell'uomo che ha individuato i problemi. L'uomo, staccato dalla
natura, la osserva e studia.
L'idea
di democrazia[3]
Atene è
dunque innanzitutto il simbolo della democrazia, anche se la sua è stata una
democrazia particolarissima, esistita per breve tempo ma pensata, studiata e
discussa da intellettuali e letterati che paradossalmente usarono il termine
''democrazia'' ben poco e in genere con una connotazione negativa: ancora
Aristotele, quando definisce il carattere delle costituzioni rette, rivolte
verso il bene comune, accanto al regno e all'aristocrazia, per usare il governo
della moltitudine usa il termine <<politeia>>
[ARISTOTELE: POLITICA: 1279B: 37-39].
La democrazia, quella della città come quella della cultura, è solo
<idea> per quanto bellissima e dotata di una vitalità tale che ancora
oggi affascina ed è mito di ogni civile convivenza. La democrazia della città
era l'αρχή di Pericle: se, con
obbiettività, si rinuncia al mito di Atene, si può tradurre il termine usato da
Tucidide [TUCIDIDE: 2: 65] con
<signoria> anche tenendo conto del fatto che Pericle, circondato da una
corte d'intellettuali, è come un principe-filosofo che si occupa del demos pur restando sempre superiore ad
esso [TUCIDIDE: 2: 65: 8]. La
distanza tra Pericle e il demos, tra
una αρχή di fatto e una democrazia
ch'esiste λόγωι, una contraddizione
storica che può sussistere solo per il breve tempo di una illusione.
Tucidide usa il sostantivo
<<democrazia>> in senso positivo e questo non risulta in
contraddizione con la sua appartenenza alla oligarchia moderata, data la natura
particolare della democrazia realizzata da Pericle, che viene descritto come un
capo carismatico, primus indiscusso
per le sue qualità, capace di realizzare un governo che è ''di nome democrazia
ma in realtà {...} archè'' [TUCIDIDE: 2: 65: 9].
Comunque in Tucidide e anche in
Euripide <<democrazia>> indica una serie di valori che delimitano e
rendono chiara la idea di polis,
entità che realizza e prende corpo grazie alla costituzione e ai tropos dei cittadini. La democrazia
ateniese è sintesi armonica di vita privata e pubblica, di economia e cultura,
di valori umani e razionali; è ordine e armonia di elementi diversi e talora
opposti, sintesi di vecchio e nuovo; è sintesi di elementi che, dialetticamente
contrapposti, trovano un momento di equilibrio: libertà e legge, giustizia e aretè sembrano esorcizzare il proprio
contrario, la hybris, che è schiavitù
e bestialità, tirannide, barbarie e anomia, e creano un modello civile, lo
spazio politico di Atene, che in ogni suo aspetto è punto di riferimento e
modello della Grecia intera.
Nelle parole che Euripide fa
pronunciare al suo Teseo, così simile a Pericle, la polis diventa piuttosto il simbolo del progresso e del lungo
cammino che l'uomo ha compiuto per passare da uno stato di vita ferigna a un
sistema organizzato e ordinato [EURIPIDE: SUPPLICI: 201-218]:
sembra chiaro il riferimento al Prometeo di Eschilo [ESCHILO: PROMETEO: 447-471]
e all'Antigone di Sofocle [SOFOCLE: ANTIGONE: 332-375],
reinterpretati in chiave democratica in quella che risulta una delle più alte
celebrazioni della democrazia.
La città è il koinon vissuto come rispetto e consapevolezza di un dovere poichè
il cittadino è moralmente responsabile verso la città ed è chiamato a
partecipare alla politica altrimenti viene giudicato ''non incapace ma
inutile'' [TUCIDIDE: 2: 40: 2].
Luogo della partecipazione è
l'assemblea, che il buon governante deve consultare [EURIPIDE: SUPPLICI: 349- 351] e
che si presenta come immagine visibile del koinon;
chi partecipa consapevolmente a questa collettività deve sapere subordinare il
proprio interesse privato a quello comune [TUCIDIDE: 2: 40: 3-4]
anche a costo di sacrifici: in un passo dell'Eretteo di Euripide riportato da Licurgo, Prassitea, moglie del
mitico re dell'Attica, accetta che sua figlia sia immolata per propiziare la
vittoria sugl'invasori. Ma c'è anche il sacrificio di sè, la morte affrontata
in battaglia con un eroismo che acquista valore supremo perchè è utile κοινῶς
ed è talmente forte che cancella anche i difetti e l'eventuali mancanze
''private'' [TUCIDIDE: 2: 42: 3].
Coloro che cadono per la patria hanno il grande merito di avere dimenticato il
proprio interesse privato accettando di sacrificare la propria vita per la
comunità. L'aretè non è più
affermazione individuale ed eccezionale ma è pur sempre un gesto che conferisce
gloria eterna a chi ne è portatore [TUCIDIDE: 2: 42: 2]
poichè è merito della città ch'educa a un coraggio sicuro i tropos dei propri figli, senza la
necessità d'imporlo con le leggi [TUCIDIDE: 2: 39: 1 e 4]:
diversi da tutti, gli Ateniesi decidono di affrontare il pericolo dopo un
attento calcolo [TUCIDIDE: 2: 40: 3] con
piena coscienza della propria scelta e perfetta contezza dei rischi [TUCIDIDE: 2: 40: 3, 2: 45: 5]: gli
eroi sono tali in quanto corrispondono perfettamente alla polis [TUCIDIDE: 2: 43: 1, 2: 41: 4] e
allora l'eroismo, che è scelta di virtù civile, non è più un fatto
straordinario, che ha bisogno di essere celebrato dai poeti [TUCIDIDE: 2: 41: 4] e che
stupisce [EURIPIDE: SUPPLICI: 909-910].
Il coraggio è garanzia di libertà che
è suprema felicità da difendere anche con la guerra [TUCIDIDE: 2: 43: 4] ma
anche uno stile di vita per gli Ateniesi [TUCIDIDE: 2: 37: 2] ed è
ambito nel quale si realizza la uguaglianza [EURIPIDE: SUPPLICI: 353] che
non è criterio rigido, qualità imposta e preordinata ma libera interpretazione
dei cittadini, i quali realizzano in misura diversa la propria partecipazione
[EURIPIDE: SUPPLICI: 438-444]
e si affermano nella vita pubblica in rapporto alle proprie capacità mentre
resta quale punto fermo e non prescindibile la uguaglianza di fronte alla legge
[TUCIDIDE: 2: 27: 1]. Le
leggi sono allora la norma suprema che regola la vita pubblica, ''sia quelle
che sono poste a difesa di coloro che sono trattati ingiustamente, sia quelle
che, pur non essendo scritte, disonorano agli occhi di tutta la comunità coloro
che non le rispettano'' [TUCIDIDE: 2: 37: 3].
Le leggi scritte, sottratte proprio
grazie alla scrittura all'arbitrio tirannico del singolo [EURIPIDE: SUPPLICI: 429-432]
sono uguaglianza e garantiscono una giustizia imparziale. Accanto alle leggi
scritte esistono anche quelle non scritte che, affidate al giudizio della
intera collettività [TUCIDIDE: 2: 37: 3]
risultano sostanzialmente diverse dai νόμιμα
ἂγραπτα di Antigone. Ed esiste anche una <legge divina>, il nomos panellenico [EURIPIDE: SUPPLICI: 301, 311] che
Atene ha il dovere di garantire e difendere [EURIPIDE: SUPPLICI: 304-312]
accogliendo i deboli e i supplici, perchè Atene è l'unica città che può
prendere su di sè un compito tanto gravoso e difficile [EURIPIDE: SUPPLICI: 185, 189, 319, 342 e 394] ma
pure <santo> [EURIPIDE: SUPPLICI: 373]: la
democrazia consacra Atene come città unica e superiore a tutte le altre [TUCIDIDE: 2: 39;1, 40: 2-5, 42: 2 e 41: 3]
diversa perchè da sempre libera e abitata dalla stessa gente, generazione dopo
generazione [TUCIDIDE: 2: 36: 1].
Il testo anonimo della <<Costituzione
Degli Ateniesi>> rappresenta invece un caso particolare di produzione
letteraria decisamente contraria all'idea di città. Prescindendo dai problemi
che esso lascia aperti (autore, datazione e struttura) è certo che l'opera si
presenta come precisa analisi della democrazia. la democrazia ateniese è
analizzata in modo rigoroso nelle sue strutture istituzionali e nei fenomeni di
costume che da esse derivano. L'assemblea e i tribunali sono strumenti che garantiscono
la conservazione del sistema dato che servono ai democratici per difendere i
propri simili cercando l'utile senza preoccuparsi della ευνομία che, con le
leggi imposte dai migliori e le decisioni prese dai competenti, limiterebbe la
libertà del demos, impedendo che
uomini dissennati siedano nella bulè
e partecipino all'ecclesia. La
partecipazione, favorita da Pericle con il sistema della mistoforia, è
contestata e vuotata perchè ridotta a pura ricerca dell'utile come anche la
partecipazione alla gestione della cosa pubblica poichè non è traduzione
pratica dell'ideale di uguaglianza ma solo ricerca dell'utile e desiderio di
ottenere vantaggi economici senza assumersi responsabilità, visto che le
cariche che richiedono competenza e comportano rischi sono escluse dal
sorteggio e vengono lasciate ai competenti. Inoltre i democratici non si
occupano della politica in modo consapevole ed efficiente dato che la bulè e l'ecclesia non riescono mai ad
assolvere i propri compiti che sono troppi perchè da questi organismi dipende
ogni decisione riguardante la vita della città; e se lenta è l'amministrazione
degli affari pubblici altrettanto lenta è la giustizia. Anche nella vita comune
si avverte la negatività del sistema democratico, che ammette la parità tra cittadini,
meteci e schiavi sempre per la logica dell'utile dato che queste ultime due
categorie hanno un ruolo essenziale ''per la grande quantità di mestieri che
fanno e per le attività legate alla flotta.'' [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI: 1: 13].
Grazie al predominio sul mare, gli ateniesi hanno imparato a parlare nuove
lingue e hanno mutato perfino la propria cucina tradizionale avendo avuto
accesso ai più disparati prodotti e offrono quel divertimento che i poveri non
potrebbero altrimenti pagarsi. La politica estera proietta all'esterno la
negatività dell'assetto interno e dovunque il demos si appoggia ai peggiori. Il risultato è un impero che si
regge incutendo terrore alle città più grandi e sfruttando la debolezza delle
piccole. Nella visione dell'Anonimo gli artefici della democrazia sono indicati
come πονηροί, πένητες, χείρους mentre
gli oligarchi come χρηστοί, πλούσιοι,
βέλτιστοι. Tuttavia sfugge all'Anonimo il carattere fondamentale della polis, il suo aspetto ideale, il fatto
che essa è spazio politico dove si dovrebbe realizzare la mediazione dei conflitti
sociali ed economici. L'Anonimo, lontano da ogni idealismo, esclude la
possibilità di mediazione tra i due gruppi e anche ogni intervento correttivo
della democrazia [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI, 1, 1-19; 2, 7-14; 2,
19-20; 3, 1-11].
L'idea
di libertà
L'ideale di libertà, strettamente
collegato al mito di Atene, nasce forse come reazione della intelligenza e
della ragione alla limitatezza della condizione umana. L'uomo greco sa che
un'armonia, per quanto misteriosa e difficilmente comprensibile talora, governa
la vita umana e che il dolore e la morte sono limiti oggettivi che devono
essere accettati serenamente e coraggiosamente. Quasi per reagire alla
limitatezza della propria condizione, l'uomo trova naturale affermare e
realizzare se stesso liberamente e pienamente quasi a dimostrare che, anche se
il limite può circoscrivere e restringere lo spazio assegnato, dentro questo
spazio l'uomo è libero e può esercitare la volontà e la ragione proprie [PICCIRILLI
2002: pp. 98-101].
Può darsi che libertà sia stata una
parola chiave della propaganda politica degli Alcmeonidi dal tempo di Clistene
fino a Pericle, legato per parte di madre a questa famiglia che ha avuto un
ruolo di primo piano nelle vicende della democrazia ateniese. E' illuminante e
significativo, anche se apparentemente neutro, il cenno che fa Erodoto [ERODOTO: 6: 131: 2] alla
nascita di Pericle concludendo una digressione nella quale gli Alcmeonidi sono
difesi dall'accusa di avere fatto segnali ai persiani fuggitivi dopo Maratona
[ERODOTO: 6: 115-131].
Anche Erodoto sente il fascino e l'importanza della figura di Pericle e fa
opera di efficace propaganda democratica perchè lo ricorda mentre sta parlando
di Maratona, che è mito e storia sacra per gli ateniesi e degli Alcmeonidi
''odiatori della tirannide e liberatori di Atene'' [ERODOTO: 6: 123: 1-2; WATERS 1985: pp. 13-14].
L'idea
di ΦΙΛΟΠΟΛΙΣ
Creatura e creatore della città è il filopolis: il cittadino che vive nella
democrazia un ruolo di maggiore responsabilità e partecipazione accresciuta: la
democrazia è alquanto diversa dallo stato etico che sta sopra il cittadino come
valore assoluto che deve essere accettato e rispettato. La qualità del
cittadino è una aretè assolutamente
nuova che s'identifica nella consapevolezza di appartenere a un koinon, una comunità alla quale il
singolo si rapporta in modo spontaneo e libero. Aretè è la volontà di partecipare attivamente alla vita politica,
portando il contributo della propria intelligenza e l'amore per la città senza
lasciarsi condizionare d'ambizioni o interessi e mantenendo l'autonomia delle
proprie idee senza subire pressioni o compromessi: sono le qualità che hanno
reso grande Pericle [TUCIDIDE: 2: 45: 8-9]. L'aretè insomma acquista valore e senso
solo se difesa di valori civili e sacrificio di sè per il koinon [EURIPIDE: SUPPLICI: 340, TUCIDIDE 2: 43: 2]
altrimenti è disprezzata (Euripide: ''gli spartani, se si toglie loro la
guerra, non hanno più nulla che li renda superiori.'' [EURIPIDE: ANDROMACA: 724-726])
così come è rifiutata l'aretè
asociale e selvaggia delle fatiche di Eracle [EURIPIDE: ERACLE: 348-350]
destinato a vivere nella barbarie, nella ferinità e nella follia se non
intervenisse a salvarlo Teseo che ha conosciuto pure lui belve e mostri
terribili ma ha saputo dare un impegno <civile> alle sue imprese [EURIPIDE: SUPPLICI: 339-341, ISOCRATE: ENCOMIO DI ELENA: 25].
Questa, a grandi linee, l'Atene,
paradossale e contraddittoria, che Pericle visse e plasmò: fomite per noi a
incessante controllo critico e razionale da esercitare sulla nostra vita e
sulle nostre scelte non senza passione, cuore e coraggio.
Addentriamo adesso nella
interpretazione che delle azioni e della personalità di Pericle danno, in
epoche diverse, tre grandi intellettuali quali Aristotele, Plutarco e Tucidide.
Pericle
in Tucidide, Aristotele e Plutarco
Tucidide
La storiografia di Tucidide coglie
nello stravolgimento totale causato dalla guerra, che è ''maestra violenta e
adatta a situazioni più diverse gl'istinti peggiori della massa'' [TUCIDIDE: 3: 82: 2] e
toglie perfino alle parole il loro usuale valore [TUCIDIDE: 3: 83: 4] la
contraddizione interna alla polis
intuendone forse la fine percorrendo gli eventi della storia nello spazio della
cultura. La realtà oggettiva, la città come κόσμος
governato da una legge certa e la fiducia che la ragione possa controllare la
realtà si dissolvono nel caos, nell'incertezza e nella sovversione di ogni
rapporto; il dominio significa avidità e ambizione e perfino gli ''onesti nomi
di uguaglianza politica o di saggia aristocrazia'' sono solo uno schermo che
nasconde gl'interessi dei singoli o dei gruppi che definiscono la giustizia e
l'utile della città in base al loro piacere. [TUCIDIDE: 3: 82] La
contraddizione interna della democrazia, determinata dal suo essere tirannide
sugli alleati, impone di adottare la legge del più forte e la ricerca
dell'utile, rinunciando a ogni ideale e alle <gare d'intelligenza>. La
contraddittorietà di questo sistema, democratico all'interno, repressivo e
autoritario all'esterno, è registrata da Tucidide anche nel discorso che gli
ambasciatori ateniesi pronunciano a Sparta rispondendo ai rappresentanti di
Corinto che denunciano le ingerenze ateniesi a Corcira e Potidea [TUCIDIDE: 1: 73]. Gli
ambasciatori rivendicano ad Atene il merito della vittoria sui persiani e
affermano che la loro città, quando era apparso chiaro che la sorte dei greci
era legata al mare, aveva fornito il maggior numero di navi, lo stratego più
coraggioso e l'audacia necessaria per difendere vittoriosamente la causa comune
di tutti i greci.
È vero che Atene ha un impero ma lo ha
ottenuto senza ricorrere alla violenza e come tutti gli uomini, dopo averlo
accettato, gli ateniesi non possono più lasciarlo, costretti da ragioni
stringenti come l'onore, il timore e l'utilità. Gli ateniesi, accettando e
difendendo la propria αρχή, non inventano un comportamento nuovo, ma si
limitano a rispettare una consuetudine: è legge di natura che il più debole sia
sottoposto al più forte, e bisogna comunque riconoscere agli ateniesi il merito
della moderazione della giustizia nell'esercizio di quel potere che la natura
umana ha concesso alla loro superiorità [TUCIDIDE: 1: 76: 1-3]. In
un altro dialogo famoso, quello tr'ateniesi e melii [TUCIDIDE: 5: 86-111],
la riflessione di Tucidide sul realismo della politica ateniese si fa più
chiara e decisa. Atene, nelle parole dei suoi rappresentanti, è sempre un
impero basato sull'affermazione del diritto del più forte, presentato con i
caratteri della legge che esiste da sempre ed è destinata a restare valida per
l'eternità e non è nemmeno in contraddizione con le idee che gli uomini hanno
circa la divinità: la legge del più forte è un dato della natura che impone al
più debole di sottomettersi in base a una razionale valutazione dei fatti che
non deve essere impedita e condizionata da un malinteso senso dell'onore, onore
che ha un nome ingannevole e può trascinare gli uomini in sventure delle quali
essi sono responsabili perchè rinunciano ad usare la ragione e si rendono così
anche colpevoli oltre che sconfitti. Il motivo nuovo che si riconosce in questo
dialogo è la rinuncia, da parte ateniese, a dimostrare che il loro impero è
giusto e che la supremazia è una specie di tributo dovuto ad Atene per il ruolo
ch'essa ha avuto nella difesa della libertà durante le guerre persiane; con
estremo realismo gli ateniesi lasciano cadere ogni poco credibile ''lungaggine
di parole'' e non pretendono di fare passare il proprio intervento come
reazione a una ingiustizia subita. Accanto a questo realismo razionale e
freddo, che ha rinunciato anche a usare i miti come copertura ideologica,
sembra però che ci sia un desiderio di moderazione e la disponibilità a cercare
un vantaggio che, in misura certo diversa, tocchi sia agli ateniesi sia ai
melii. Certo è che le idee espresse sono una diagnosi della realtà che tale è e
resta benchè non giusta. Si avvertono come un senso di stanchezza e la
consapevolezza che l'uomo vive in una realtà che a volte è contraddittoria.
Anche l'uomo <misura di tutte le cose> non è riuscito a cancellare e a
vincere il senso tipicamente greco della fragilità della condizione umana; al
contrario, questo limite, mai angoscioso e traumatico perchè voluto dalla φύσις, si proietta sulla città.
Pericle, nell'ultimo dei suoi discorsi
riportati da Tucidide, dice: ''la nostra città ha tra gli uomini una fama
grandissima {...} e ha acquistato una immensa potenza della quale, anche se noi
ora cediamo - dovendo tutto infatti per legge di natura anche decadere -
resterà comunque il ricordo perchè noi, elleni, abbiamo avuto potere su
moltissimi elleni >...< e abbiamo abitato la polis più grande di tutte.'' [TUCIDIDE: 2: 64: 3].
Pericle sa che la polis dipende dalle scelte dei cittadini e sa anche ch'essa è
destinata, come l'uomo, a finire in base al <ritmo> che governa le
vicende umane: egli non pensa a un impero universale né a una potenza eterna ma
è certo che, per quanto limitata nel tempo e nello spazio, la polis si proietta oltre la sua naturale
fragilità e, come l'uomo, cerca la sopravvivenza nello spazio che l'ha generata
cioè nello spazio dell'idea che sopravvive nel ricordo dei posteri. Come tutte
le cose anche la δόξα αἰείμνηστος [TUCIDIDE: 2: 64: 5] ha il
suo prezzo, che è il peso dell'odio di coloro che devono subire il dominio di
Atene. Ma, dice Pericle, il risultato vale la spesa: l'odio dura poco mentre il
mito della città sopravvive [TUCIDIDE: 2: 64: 5].
Aristotele
Nella <<Costituzione degli Ateniesi>>
Aristotele parla della decisione di Pericle d'istituire l'indennità (μισθοφορά) per i giudici: un esempio
delle distribuzioni di denaro pubblico (διδόναι
τοῖς πολλοῖς τὰ αὑτῶν) che su consiglio di Damone di Oe Pericle inaugurò
per potere competere con la liberalità dei suoi ricchi predecessori [ARISTOTELE: COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI: 27: 4-5].
Qui sarebbe stata secondo alcuni, dice Aristotele, l'origine di una involuzione
(ἀφ'ῶν αἰτιῶνται τινες χείρω γενέσθαι)
poichè per accedere al sorteggio - la procedura con la quale i nuovi giudici
periclei erano designati - si adoperavano soprattutto i disonesti:
ἤρξατο δὲ μετὰ ταῦτα καὶ τὸδεκάζειν,πρώτου καταδείξαντος Ἀνύτου μετὰ τὴν ἐν Πύλ ῳστρατηγίαν. Κρινόμενος γὰρ ὑπό τινων διὰ τὸ ἀποβαλεῖνΠύλον, δεκάσας τὸ δικαστ ήριον ἀπέφυγεν.
Il malcostume sancito dal
comportamento di Anito era stato avviato da Pericle sul piano più generale dei
rapporti col demos: nel secondo libro
della <<Politica>> egli difende Solone dalle accuse di avere posto
le premesse della deriva democratica ateniese e condanna assolutamente
l'esautorazione dell'Areopago, la indennità dei giudici e il pagamento dei
giurati quali atti della politica periclea della spesa pubblica. La critica di
Aristotele è quindi estesa al complesso dei provvedimenti di Pericle.
Plutarco
Nella <<Vita
di Pericle>> Plutarco limita
il giudizio di Tucidide sul carattere solo formalmente democratico del regime
pericleo [PLUTARCO: VITA DI PERICLE: 9: 1]. Ci
sono tutti gli elementi affinchè si possa parlare di corruzione del popolo da
parte di Pericle: egli l'avrebbe abituato male e reso spendereccio, privo di
misura e godereccio a forza di assegnazioni di lotti e sussidi.
Il topos
di Pericle corruttore delle masse doveva essere molto diffuso, del resto, e
piuttosto antico. Nel <<Gorgia>>, discutendo degli effetti morali
della politica periclea, Socrate riferisce di avere sentito che Pericle ha
infiacchito e reso avidi gli ateniesi per via della concessione della
mistoforia; Callicle gli risponde che queste cose le avrà sentite dagli
<<orecchi pesti>> e cioè nei circoli oligarchici laconizzanti [PLATONE: GORGIA: 515e].
Si tratta dunque di un vecchio tema polemico caro agli avversari della
democrazia radicale.
Nella <<Vita
di Pericle>> [PLUTARCO: VITA DI PERICLE: 3: 9]
Plutarco non si limita a citarlo in maniera criptica come nei <<Praecepta>> ma si avvale
direttamente dei contenuti del Gorgia per la ricostruzione di una prima fase
della politica di Pericle, quella <dissoluta> e demagogica. Nella visione
moralistica di Plutarco Pericle avrebbe cominciato col soddisfare ogni appetito
del popolo ma solo per dominarlo e poterlo quindi indirizzare al bene.
Plutarco, dunque, arriva a giustificare ciò che una tradizione oligarchica
condannava ma da un punto di vista sfavorevole alla democrazia.
Il testo dei <<Praecepta>>, tuttavia, complica il
quadro. Nel capitolo 24 Pericle è il modello di una liberalità parca, che
interrompe con gesti generosi ma non smodati una condotta politica assai
sobria. Per Plutarco, il governante dovrebbe impedire la violenza tra
concittadini, la confisca di beni appartenenti a stranieri e la distribuzione
delle ricchezze pubbliche. Egli deve sapere come contenere le pulsioni del demos che, sbrigliate, portano in quelle
direzioni. Il tipo del cattivo politico è, in questo senso, Cleone, che tali
pulsioni soddisfaceva e promuoveva. Qualora però il popolo chieda, in occasione
di una festa tradizionale o di un rito [PLUTARCO: PRAECEPTA: 24: 818C], uno
spettacolo o una piccola distribuzione o una concessione benevola, un atto di
liberalità insomma, può in tal caso godere dell'abbondanza. Fra i πολιτεύματα
di Pericle, di Demetrio, Cimone e perfino Catone si possono trovare esempi di
questa generosità oculata [PLUTARCO: PRAECEPTA: 24:
818d]. Nel capitolo 30, Plutarco rende esplicito il paradigma platonico della
tripartizione dell'anima: il comportamento generoso non deve stimolare la parte
concupiscibile e nemmeno quella irascibile, ma deve aderire ai principi
dell'anima razionale. In questo spirito avrebbe agito Pericle.
Il
contrasto con la versione della <<Vita
di Pericle>> è flagrante: se
lì si ricordava come Pericle avesse proceduto a una distribuzione di beni
pubblici, a una κοινῶν διανομή invece nei <<Praecepta>> la sua politica <evergetica> si colloca
s'una linea opposta a quella che ammette la κοινῶν
διανέμησις [PLUTARCO: PRAECEPTA: 24: 818C].
Oltre le
molte contraddizioni di Plutarco, nulla di simile pare investire, nella sua
opera, altre figure storiche. Va notato che il ritratto della <<Vita>>
insiste più volte sull'aspetto scopertamente demagogico della politica periclea:
vi è messo in grande evidenza il fatto che i πολιτεύματα architettonici, a
proposito dei quali vengono registrate le critiche a Pericle [PLUTARCO: VITA DI PERICLE: 12:
1], si dovettero all'impiego dei koina.
Plutarco dice anzi che l'insieme assai composito d'interventi e competenze che
concorsero all'abbellimento i Atene comportò una distribuzione capillare della
ricchezza tra i cittadini di ogni età e classe [PLUTARCO: VITA DI PERICLE: 12:
6]; poichè i koina sfruttati da
Pericle sono costituiti dal tesoro della Lega, quello illustrato è un caso di
elargizioni a cui il politico dovrebbe con tutte le proprie forze opporsi [PLUTARCO: PRAECEPTA: 24:
818c].
Sembra dunque che il testo <<Praecepta>> tenda a occultare
certi momenti della politica periclea e nascondere l'aspetto corruttore della
liberalità di Pericle messo invece in chiara evidenza nella <<Vita>>
per stornarlo sugli esiti più radicali della democrazia ateniese del V secolo,
e cioè sulla politica di Cleone.
L'intervallo tra la composizione dei
<<Praecepta>> e quella
della <<Vita>> sembra essere stato breve. Nonostante ciò le due
opere sembrano offrire due versioni opposte e però contemporanee degli stessi
fatti. Questo rende più interessanti e misteriose le discrepanze che non
possono essere giustificate con una evoluzione del pensiero storico plutarcheo.
In realtà il contenuto etico-politico dei <<Praecepta>> e della <<Vita>> è nella sostanza il
medesimo. Plutarco esalta un potere capace di educare le masse, obbligandole a
frenare i propri istinti. Nella <<Vita>> l'aspetto demagogico della
politica interna periclea è considerato un momento di transizione in cui il
capo si sottomette scientemente al popolo per acquistarne il favore e poterlo
poi piegare al bene e alla giustizia. Le distribuzioni sconsiderate dei beni
comuni sono perciò un male necessario. Nel suo insieme il progetto pericleo,
nella <<Vita>>, appare espresso da una visione saggia e temperata.
La lettura dei <<Praecepta>>
conduce alle stesse conclusioni morali ma cambia la strategia argomentativa: le
distribuzioni di koinà e i πολιτεύματα architettonici sono
reinterpretati, senza venire eliminati, come se questi non avessero comportato
uno sperpero di beni pubblici. L'impresa dell'Acropoli, anzichè una esibizione
di potenza, è qui un gesto di pietas.
I <<Praecepta>> dunque
alterano il quadro della <<Vita>> fino a elidere la bipartizione
del corso politico pericleo: gli atti liberali non vi appaiono concentrati in
una fase scopertamente demagogica, interrotta da una censura definitiva ma sono
le pause di un regime stretto, regolate dalla dignità delle occasioni.
Perchè Plutarco racconta due storie
diverse per trasmettere lo stesso messaggio e non distingue nei <<Praecepta>> il secondo periodo del
governo pericleo dal primo facendo di questo uno strumento negativo e
giustificabile solo se legato a fini superiori e di quello un modello ideale?
Le ragioni sembrano molteplici. Innanzitutto perchè Atene fu grandiosa sotto il
primo Pericle e sotto il primo Pericle potè ornare l'Acropoli giacchè disponeva
di un impero. Inoltre Plutarco sa che il Pericle grande fu il demagogo e non
l'aristocratico: non parla, nei <<Praecepta>>,
delle distribuzioni di fondi comuni di cui Pericle si rese colpevole perchè
dovrebbe ripudiare anche ciò che quelle distribuzioni resero possibile: i
grandi monumenti dell'età classica. Sceglie allora di mantenere al risultato il
posto che è suo e traveste i mezzi con cui esso fu ottenuto: la κοινῶν διανομή diventa gesto di normale
liberalità, una φιλοτιμία fra le
tante della storia. Per questo Plutarco associa Pericle a Demetrio Falereo,
Catone e Cimone nel novero degli evergeti saggi [PLUTARCO: PRAECEPTA 24: 818D].
La vicenda thurina: le fonti
storiche
Prima di addentrarci tra i dati
inerenti alla partecipazione ateniese alla fondazione di Thurio nel 444 a.C.
preceduta dall’intervento nella fondazione di Sibari del 446, è necessario
passare velocemente in rassegna le vicende occorse appunto negli anni tra il
446 e il fatidico 444 a.C.
Thurio sorse nel 444 a.C. sul luogo
dell’antica colonia achea Sibari, dopo una delle tante distruzioni che costellarono
la storia di questa travagliata plaga della grecità.
La prima distruzione avvenne nel
510 a.C. ad opera della rivale Crotone; il movente fu l’opposizione crotoniate
all’ingiunzione del tiranno Teli affinché i cinquecento sibariti oppositori
rifugiatisi come supplici in Crotone fossero restituiti, opposizione fondata
sul principio che i supplici fossero in quanto tali intangibili; lo scontro
avvenne presso il fiume Traente (l’odierno Trionto), che forse costituiva allora
il confine tra le due polis; le due
città misero in campo eserciti di sbalordenti proporzioni, rendendo questa la
più spettacolare battaglia della storia magnogreca [4]; i profughi
sibariti si rifugiarono in Lao e in Scidro [Erodoto:
6 XXI 1-2] e anche in Poseidonia, come rivela l’effige con il toro
sibarita usata come emblema sulle monete di alcune di queste polis in pezzi databili entro il VI
secolo a.C. e recanti in alcune serie anche il nome “Is” – presunto ecista di
Sibari – contornato dai più tradizionali contrassegni locali: il simbolo e l’etnico,
abbreviato, posidoniati [Guzzo
1976].
In esilio gli sfollati non smisero la propria identità sibarita, che scemò
neppure quando i profughi originari vennero meno. Essa fu coltivata come
miraggio collettivo e impegno di vita da migliaia d’individui, perpetuandosi
nostalgicamente da padre in figlio, finché non si concretizzò nel 476 a.C., allorché
un manipolo di sibariti, solo in minima parte rappresentanti dei profughi
scampati alla catastrofe del 510, rifondò la città di Sibari, che venne però
prontamente cinta d’assedio e annientata dai crotonesi [Diodoro Siculo: 9: 48: 4-5; Papiro di Ossirinco: Scolio II 29b-29d;
Timeo in FGrHist.: 566 F 93b; Bugno1999: p. 56-79]. Una parte non
indifferente nel cattivo esito, al quale andò incontro l’avventura della Sibari
II o Sibari di Polizelo, la giocò comunque il mancato intervento di Ierone
siracusano, tanto invocato dai sibariti.
La storia si ripeté nel 453-452 a.C.,
quando nuovi sibariti fecero ritorno nella loro terra e provarono a rifondare la
città. Alla Sibari di Tessalo [Diodoro
Siculo 12: 10: 2], o Sibari III [5],
arrise fortuna più duratura, seppur non ferma poichè infatti dopo soli cinque
anni, nel 448-447 a.C., avvenne la riscossa crotoniate che recuperò a Crotone la
sibaritide espellendone di bel nuovo gli antichi abitatori.
I profughi sibariti reduci dalla ultima sfortunata avventura non
demordettero e nel 446 a.C., dopo soli due anni dalla fine della precedente
Sibari, provarono nuovamente a rifondare la città. Per raggiungere il loro
scopo e inibire ogni eventuale contromossa di Crotone, essi ricercarono l’aiuto
delle due massime polis greche, Atene
e Sparta, sfruttando il peso politico e militare delle due città egemoni e
traendo vantaggio dalla pace appena ‘scoppiata’ tra le due superpotenze, pace
che mise fine al conflitto denominato convenzionalmente “prima guerra
peloponnesiaca”. Tuttavia soltanto gli ateniesi risposero positivamente alla
richiesta, inviando dieci navi ed estendendo a numerosi volontari provenienti
da altre regioni greche la partecipazione alla iniziativa [Nafissi2007].
La partecipazione ateniese all’impresa
coloniale sibarita portò dunque, secondo quanto testimoniato dalla tradizione
eforea, alla rifondazione di Sibari nel 446 a.C. e in seguito, nel 444 a.C., alla
fondazione di Thurio, come affermano e la tradizione timaica in Diodoro e i
dati tradizionali sulla biografia di Lisia in Pseudo-Plutarco; questi autori
riferiscono infatti che il logografo si recò a Thurio nell’anno dell’arconte
Prassitele, ovvero nel 444-443 a.C., «dopo che Atene l’aveva mandato a Sibari, la
colonia, il nome della quale era stato poi cambiato in Thurio» [Pseudo-Plutarco: Vita di Lisia: 835d]. Probabilmente
Pericle, grazie all’intervento ateniese nella rifondazione di Sibari, volle
attirarsi le simpatie e i favori dei sibariti, volgendoli ad una eterna e leale
φιλότης. Inoltre la nuova polis
italiota avrebbe potuto essere non solo una sicura e fedele alleata ateniese,
ma anche una solida base e un fermo approdo in Esperia, come principale testa
di ponte ateniese in occidente, quando si fosse palesata un’eventuale azione
espansionistica in quell’area. Tuttavia la convivenza tra gli antichi e i nuovi
sibariti si rivelò subito molto problematica, come testimonia Diodoro Siculo: «vissuti
per breve tempo in concordia […] caddero in grande dissidio non senza motivo: i
sibariti originari infatti attribuivano a se stessi le cariche più importanti,
e quelle poco significative ai cittadini giunti in seguito; e tra le donne
ritenevano che dovessero fare sacrifici agli dei per prime le cittadine
autentiche e per seconde quelle venute dopo; e inoltre ripartivano in lotti il
territorio prossimo alla città per se stessi e il territorio più lontano per
quelli arrivati da fuori. Scoppiato dunque un contrasto per le cause suddette,
i nuovi cittadini, essendo più numerosi e più forti, uccisero quasi tutti i
sibariti originari e occuparono essi stessi la città» [Diodoro Siculo: 11: 12: 1-2]. Il progetto naufragò in
brevissimo tempo e – nonostante l’aiuto di Atene – anche Sibari IV finì nella
più totale disfatta e i suoi profughi vennero massacrasti e cacciati dai nuovi
coloni a causa dei dissidi interni, vertenti sul fatto che la componente
sibarita pretendeva di avere la primazia sulle terre migliori e sulle
magistrature superiori, come conferma Strabone: «“i sibariti” vennero distrutti
dagli ateniesi e dagl’altri greci, i quali, benché venuti con l’intento di
vivere con essi, li odiavano al punto che non solo li massacrarono, ma
trasferirono la città in altro sito e la chiamarono Thurio» [Strabone: 6: 1: 13]. Tuttavia gli
ateniesi rimasti nel territorio, dopo il fallito tentativo di rifondazione, si
spesero nell’organizzare una nuova ἀποικία, ma in scala assai più ampia e
ambiziosa e con l’obbiettivo di riempire definitivamente il vuoto
lasciato da Sibari e chiudere altrettanto definitivamente la corsa all’egemonia
in area achea. Così iniziarono con l’inviare messaggeri in tutta la Grecia per
reclutare nuovi coloni, i quali avrebbero reso Thurio una colonia non ateniese
ma panellenica. La nuova colonia ricoprì parzialmente il sito dell’antica
Sìbari, ma segnalò subito e già dal nome la discontinuità e il distacco dal
passato.
La convivenza si rivelò però
tutt’altro che pacifica a causa dello spirito prevaricatorio dei sibariti, i
quali pretendevano diritti e posizioni privilegiate rispetto agli altri coloni;
tale atteggiamento condusse presto a una στάσις, che si concluse solo quando i
sibariti inizialmente coinvolti nella nuova fondazione vennero sconfitti ed
espulsi. Essi allora preferirono dirigersi verso una zona poco più meridionale rispetto
alla Sibari originaria e qui fondarono la V Sibari o Sibari “sul Traente” dal
nome del fiume – oggi Trionto – presso il quale sorgeva; anche questa
iniziativa ebbe una fortuna evanescente: la città fu distrutta dai Bretti nel
corso del IV secolo; rimase padrone del campo un limitato manipolo ateniese, il
quale sollecitò subito dalla madrepatria l’invio di una ulteriore spedizione
coloniale, che non tardò ad arrivare.
La rifondazione della città come
colonia panellenica con il nome di Thurio avvenne nel 444 a.C. Alla nuova
fondazione parteciparono numerosi contingenti provenienti da varie parti della
Grecia metropolitana e dell’Asia Minore occidentale, i quali, secondo Diodoro, «si
spartirono la città e il territorio. E quelli che vi risiedevano si procurarono
rapidamente grandi ricchezze e, stretto un patto di amicizia con i Crotoniati,
si governavano bene, e, avendo istituito un regime democratico, suddivisero i
cittadini in dieci tribù e a tutte assegnarono i nomi dell’etnie, chiamando le
tre composte dai coloni venuti dal Peloponneso Arcade, Acaide ed Elea; le altre
tre, composte da coloni venuti dall’esterno del Peloponneso, Beotica,
Anfizionide e Doride; e le restanti quattro Ionide, Atenaide, Euboide e
Insulare» [Diodoro Siculo: 12: 11: 2-3].
Le aspettative riposte dagli ateniesi in Thurio furono prestamente deluse: sin
dal 434 a.C. la colonia venne sconvolta da un grave contrasto interno tra la
componente ateniese e quella peloponnesiaca, dovuto al fatto che i thurini
peloponnesiaci contestavano la pretesa dei concittadini già ateniesi a essere
considerati i fondatori della ἀποικία. Tale contrasto spinse le parti a
consultare l’oracolo delfico, il quale rispose che il dio Apollo era l’unico
fondatore della polis, decretando
così una vittoria per la fazione peloponnesiaca e conseguentemente per la parte
oligarchica e stroncando le ambizioni degli ateniesi a controllare e sfruttare Thurio,
giacché tale riconoscimento autorizzò i thurini a non identificare Atene quale
μητρόπολις e dunque a non ritenersi vincolati ad Atene in modo alcuno, né a
sentirsi obbligati verso questa da quei legami “filiali” e da quell’impegno
cooperativo implicito nelle alleanze de
facto fondanti le relazioni tra colonia e madrepatria. Il rapporto tra la causa
e le conseguenze di questo smarcamento è comunque ancora dibattuto, a seconda
che si ammetta il rapporto cronologico caratterizzato dall’anteriorità o dalla contestualità
tra il dissidio nell’alveo della società thurina e l’affrancamento thurino da Atene;
cosicché l’essersi imposto il partito oligarchico thurino oppure un regime
oligarchico tout court può essere
considerato effetto o motivo della defezione thurina da Atene, secondo il
rapporto cronologico ammesso per i due fatti.
Quanto a responsabilità e ideazione
il progetto fu in toto opera di
Pericle; riguardo ciò è importante sottolineare preliminarmente che l’ampia
discussione sviluppatasi su tali questioni e culminata nelle p. 156 e seg. di The outbreak of the Peloponnesian War di
Donald Kagan ha ormai fatto giustizia della vecchia ipotesi di Wade-Gery (la
quale attribuiva un ruolo preponderante a Tucidide di Melesia, oppositore di
Pericle) riconducendo per intero l’iniziativa all’alcmeonide: Thurio è frutto
del genio politico di Pericle [Kagan1969:
p. 156, Wade-Gery1932: p. 205-232,
Moggi1979].
Con la fondazione thurina siamo
così giunti al nocciolo della questione: la politica occidentale ateniese
durante la età periclea è un problema altamente controverso e dibattuto, anche
in ragione della difficoltà che presenta la documentazione letteraria ed
epigrafica disponibile [Meiggs -Lewis1969:
31, 37, 41, 45, 47, 49, 56, 57, 63 e 64]
troppo spesso desultoria e insufficiente.
Giunto a questo punto non rimane
altro se non rimpolpare con la carne le ossa, rendendo corpo uno scheletro e
dunque iniziare l’argomentazione per vagliare con dati probanti le ipotesi qui
riassunte per promemoria: mettere il primo piede in Ιταλία al fine di una futura
(prossima?) azione mirata a creare una propaggine occidentale dell’impero
(obbiettivo militare-diplomatico); inviare a Sparta e alle restanti città
greche un segnale diplomatico distensivo, estendendo l’invito a partecipare all’iniziativa
coloniaria a tutti i volontari che volessero associarvisi, e ammantando
contemporaneamente tale impresa con la cadeniglia (ma meglio sarebbe parlare di
foedus iniquum!) nazionalistica e
panellenistica di difesa dall’invasore barbarico per dissolvere le (fondate)
paure circa eventuali disegni imperialistici ateniesi, per sgomberare i dubbi,
le riserve e i timori delle altre polis
e per infondere nell’opinione internazionale fiducia nel proprio operato e
nella propria politica estera (obbiettivo diplomatico-politico); infine
ottenere la vittoria nell’agone politico con Tucidide di Alopece (obbiettivo
politico-propagandistico).
DIPLOMATICO-MILITARE
DELLA COLONIA di THURIO
Per comprendere appieno l’importanza
della partecipazione ateniese alla fondazione di Sibari nel 446 a.C. e alla successiva
fondazione di Thurio – è necessario considerare le linee di politica estera adottate
da Atene tra il 462 e il 444 a.C. e interpretare i sentimenti e gl’intenti di
Pericle. Questo studio prende in considerazione solo gli atti politico-diplomatici
delineanti il profondo cambiamento dell’imperialismo esasperato che dominò e
orientò la politica estera ateniese nella età periclea. Pericle volle infatti
raggiungere la supremazia sulla penisola greca, sul mare Egeo e sul territorio
persiano, al contrario di Cimone che si era astenuto dall’estendere la lega
alla terraferma, così come dal promuovere l’espansione nei paesi barbarici
soggetti alla Persia.
1. La politica estera periclea
La prima azione così orientata fu
il repentino ritorno alla guerra contro la Persia, che era stata accantonata da
tempo sebbene non fosse mai stato raggiunto alcun accordo formale. Pericle era
convinto che i persiani non potessero resistere a nuove imprese offensive. L’obbiettivo
era duplice: in primo luogo proseguire la guerra senza Sparta e, dopo
l’eventuale esito positivo, sostituirsi all’antica rivale come guida della
grecità, conquistando definitivamente l’egemonia sul mondo greco; in secondo
luogo sostituire Atene alla Persia nel dominio sul Mediterraneo orientale [CulassoGastaldi2001]. La guerra contro
la Persia, intrapresa da Pericle per promuovere l’espansione militare ed
economica nel Mediterraneo orientale ed ampliare l’impero ateniese oltre i
confini ‘nazionali’, presenta analogie e affinità con le azioni intraprese
dallo stesso in occidente, sia per le situazioni in cui il nuovo progetto
guerresco fu ideato (la lotta per la leadership
in area egeo-continentale e insulare in una fase caratterizzata da deficit egemonico sistemico), sia per gli
scopi (conquistare nuovi spazi vitali e nuovi mercati utili a ottenere un surplus finanziario, necessario sia alle
spese per la lotta egemonica sia a conseguire il predominio economico e politico
nell’area), per cui è plausibile estendere la medesima ipotesi interpretativa
anche alle iniziative ateniesi (politiche, diplomatiche, militari e commerciali)
in Sicilia, Neapoli e Thurio. Dunque è ragionevole pensare che Pericle abbia
voluto (e dovuto, per contingenze esterne) applicare la propria politica
orientale anche in occidente, nel momento in cui, come vedremo, gli fu impedita
la via orientale.
Iniziative
espansionistiche nella Grecia continentale
Se l’impresa persiana è l’atto più
eclatante tra le azioni miranti a realizzare l’ambizioso progetto
imperialistico di Pericle, non possono tuttavia essere taciute le iniziative
minori, che denunciano obbiettivi comuni alla guerra persiana, ma,
differentemente da questa, condividono una più spiccata e decisa funzione antispartana,
essendo volte a consolidare la posizione ateniese nel continente attraverso
alleanze difensivo-offensive con città rivali di Sparta. In questa cornice si
colloca non solo l’alleanza con Argo, dove s’intravede essenzialmente una
motivazione geopolitica connessa con la possibilità che Atene si garantisse il
sostegno da parte di questa storica rivale spartana; ma anche l’alleanza con le
aristocrazie tessaliche, ancora piene di rancore verso Sparta a causa della
spedizione punitiva condotta contro la lega Tessalica dal re Leotichida,
sebbene questa amicizia appaia molto meno coerente sotto il profilo ideologico
e molto più carente quanto a solidità e tenuta (i cavalieri tessali avrebbero
tradito già nel 457 a.C.). Anche solo da questi primi accenni è chiaro come la
rivoluzione politica innescatasi ad Atene, in seguito al trionfo di Pericle,
comportò una rivoluzione diplomatica nei rapporti tra gli stati greci. Poco tempo
dopo, nel 461-460 a.C., gli ateniesi rafforzarono le proprie posizioni nel
golfo di Corinto, occupando Naupatto nella Locride occidentale e insediandovi i
Messeni, scampati grazie a un salvacondotto dal Peloponneso. In quale modo
interpretare il nome della nuova colonia Thurio se non in riferimento agl’interessi
ateniesi per l’Acarnania? Il toponimo Θούριοι pone infatti volutamente Atene
(madrepatria di Thurio) in rapporto con la città acarnana Tirreo (Θύῤῥεον)
tramite l’aggettivo etnico relativo Θυριεύς o Θύριυς; ciò corrobora la
testimonianza di Dionisio d’Alicarnasso circa l’interesse ateniese per l’area
Acarnana [Dionisio d’Alicarnasso:
Antichità romane: 1: 50-51].
Il 459 a.C. (se la cronologia
fornita da Tucidide è esatta) è l’anno della spedizione in Egitto, che, sebbene
unanimemente viene ricondotta a fini economici impliciti (conquistare e
controllare il primo produttore granario del mondo antico), tuttavia potrebbe
avere condiviso anche fini strategico-militari, considerati gli alti rischi ai
quali esponeva l’ancora malfermo impero ateniese. È difficile credere che
Pericle si sia impegnato in un teatro tanto lontano e pericoloso solo per
esigenze economiche e non anche per assicurarsi – tramite il soccorso al
principe libico Inaro – un prezioso alleato politico sulla sponda meridionale
dell’Egeo e magari un sicuro approdo. La spedizione nasce infatti come
deviazione su invito di Inaro, quando le forze ateniesi muovevano già verso
Cipro, per difendere l’isola dall’avanzata persiana. Dirottare le prore greche
dalla rotta verso Cipro per affrontare una campagna così impegnativa avrebbe
potuto esporre Atene e la sua politica estera a gravi pericoli, per via di una
decisione così impulsiva e precipitosa. Inoltre l’aver preferito cogliere
un’occasione generatasi in un contesto estraneo come l’Egitto avrebbe certamente
esposto Pericle sia al biasimo, per aver fatto prevalere un’ambizione
personale sull’interesse dello Stato, sia al rischio di essere bollato come
opportunista e cinico, per aver sostituito ai propri obblighi verso la grecità
d’oriente il sostegno a un possibile futuro partner
politico-economico. Benché sia utopistico pensare di scoprire quali ragioni
spinsero Pericle a una scelta non solo rischiosa, ma anche fonte di scontenti
tra gli alleati, tuttavia è possibile leggere la vicenda come il frutto di mire
espansionistiche, rese ancora più allettanti dalle potenzialità commerciali ed
economiche espresse dall’Egitto. Prova, ancorchè indiretta, è il fatto che all’offensiva
ateniese in Egitto agì quale contrappeso il positivo riscontro di Sparta all’appello
rivoltole da Artaserse, affinché invadesse l’Attica, dando avvio alla prima
guerra peloponnesiaca. Considerando che Atene aveva già proficuamente avviato
molte alleanze e iniziative contro Sparta, le vicende egiziane possono aver
costituito per questa un allarme circa i propositi imperialistici di Atene e un
fomite a salvaguardare e garantire preventivamente la propria autonomia e la
propria supremazia continentale. Le contromosse spartane dunque possono essere
lette quale prova obliqua del fatto che la spedizione in Egitto abbia
effettivamente condiviso quei fini strategico-militari supposti. Tutte le
spedizioni ateniesi oltre confine negli anni cinquanta sono infatti dirette
verso regioni lontane: Egitto, Sicilia e Magna Grecia e si presentano quali sogni
grandiosi, tradenti la sfrenata ambizione imperialistica dietro le azioni
diplomatiche della democrazia periclea. Se Sparta non si fosse sentita
minacciata dall’eccessivo attivismo ateniese, avrebbe probabilmente reagito più
pacatamente e non sarebbe ricorsa alle armi in un periodo relativamente
pacifico nei rapporti con Atene. Questa argomentazione, basata sull’uso della
istoriografia “comparativa” o “controfattuale”, può al primo approccio non
apparire concludente, giacché deriva dal paragone tra ciò che è successo
effettivamente e ciò che sarebbe potuto accadere, se fossero state prese
decisioni diverse conducenti ad azioni differenti, ma «credo che chi cerchi di
scrivere storia piuttosto che mera cronaca di eventi debba considerare ciò che
sarebbe potuto accadere; si tratta, infatti, di stabilire ciò che si riesce a
rivelare di quanto si sta ricostruendo [...] questa in fondo è storia
controfattuale» [Kagan1991: p. x]. Sussiste anche un’altra prova
utile ad avallare questa argomentazione: tra le azioni in Egitto e le
operazioni nel Peloponneso si colloca infatti l’attacco sferrato alla Fenicia
con un fine fondamentalmente strategico-militare; sebbene nulla vieta che – come
nel caso dell’Egitto – la conquista abbia avuto negli intenti degli strateghi anche
conseguenze economico-acquisitive. Insomma la dinamica dell’intervento appare
in entrambi i casi prevalentemente strategico-militare: la guerra d’Egitto e la
spedizione in Fenicia non nascono primariamente come guerre di accaparramento.
Alleanze
e prospettive occidentali
Contemporaneamente alla guerra in
Egitto gli ateniesi intervennero in occidente, secondo la politica
espansionistica già tentata nel Mediterraneo orientale. Al periodo compreso tra
il 458 e il 454 a.C. (o al decennio 450-440 a.C.) appartengono le preziose
allenze con gli Elimi di Segesta e con le città (non doriche) Leontini e Regio.
Purtroppo di queste conosciamo esattamente solamente la data di rinnovo: il 433
a.C., il diretto intervento militare nella lotta tra Segesta e Selinunte e i
patti con Nasso e Catania, che, assieme ai precedenti, denunciano i rapporti
privilegiati tra Atene e le polis
calcidesi (anch’esse “figlie” di Atene, secondo la propaganda del V secolo, in
quanto culturalmente ioniche). In data non facilmente definibile (la cronologia
è estremamente dubbia ed è stata altamente dibattuta: i più concordano per il
440 a.C., ma De Sanctis propende per il 454-453 a.C. [DeSanctis1939: p. 258]) venne allestita una flotta per
difendere la città di Neapoli e soccorrere e sostenere ancora una volta l’elemento
calcidese in occidente. Da quel momento Neapoli fu soggetta al protettorato
ateniese, accogliendo anche coloni attici: la spedizione difensiva si trasformò
subito in una spedizione coloniaria e gli ἒποκοι ateniesi e calcidesi, guidati
dallo στρατεγός (o navarco) Diotimo – definito κραίνων ἀπάσης Μόψοπος ναυαρχίας
da Licofrone [Licofrone: Alessandra:
733] –, non tardarono il proprio avvento. A questa azione militare seguirono l’alleanza
con Metaponto, il tentativo di colonizzare la Sardegna e l’amicizia nel 440 a.C.
con il principe messapico Artas, signore di un distretto salentino in posizione
eccellente per controllare il Capo Iapigio, che era il naturale approdo per chi
attraversasse l’odierno canale di Otranto. A tutto ciò si aggiunga che le navi
mercantili attiche, per rifornirsi nei porti di Adria e Spina presso le foci
del Po nell’alto Adriatico, effettuavano la spola tra la Grecia e l’Italia,
garantite dalla benevola neutralità corcirese. L’esistenza di questa spola è suffragata
dalle numerose leggende attestanti statue scolpite da Dedalo lungo tutto l’itinerario
delle navi [Pseudo-Aristotele: le audizioni meravigliose: 100: 81].
Queste storie rivelano tutta la propria matrice ideologica, giacché spesso
Dedalo giocò un ruolo notevole nell’interpretare in senso ateniese i miti che lo
coinvolgevano, essendo egli stesso di Atene.
In merito al tentativo ateniese di
creare una colonia in Sardegna, questa notizia, se storicamente verificabile, accenderebbe
una luce non sperata sul vero significato dell’esperienza thurina aggiungendo un
tassello alle nostre possibilità interpretative e permettendo così di
riconoscere il valore storico di Thurio. Infatti l’esistenza di una colonia
ateniese in Sardegna rappresenterebbe l’unico tentativo di colonizzazione analogo
a quello di Thurio ma, purtroppo, questo
tentativo non è sufficientemente corroborato dall’evidenza archeologica: nonostante
vari studi e indagini territoriali condotti da Berard, Meloni, Nicosia, Pais e Ugas
e Zucca [Pais1880: p. 52-58, Meloni1945: pp. 47-66, Berard1957: p. 258-259, Nicosia1981: p. 421-476, Ugas-Zucca1984: pp. 70-71 e 173-176], la
nostra conoscenza di una possibile presenza ateniese nell’isola riposa
prevalentemente su dati da fonti letterarie, per di più incerte e sparute. La
notizia di una colonia ateniese in Sardegna appare fondata unicamente sui pochi
riferimenti letterari contenuti in Diodoro Siculo, Erodoto, Pomponio Mela,
Pausania, Plinio, Sallustio, Silio Italico e Solino, i quali pongono l’accento
soprattutto sulla valenza ideologica implicita nella nuova colonia, descritta
concordemente come il baluardo difensivo contro il barbaro invasore cartaginese
e contro la schiavitù persiana. La fonte più sicura è certamente Aristofane: in
“Vespe” e “Cavalieri” il commediografo ateniese informa che i confini dell’impero
lambivano la Sardegna a occidente, il Ponto a nord-est, la Caria a oriente e
Cartagine a sud-ovest nel Mediterraneo, denunciando così l’interesse ateniese
per i confini del mondo “civile” e la bramosia per i domini cartaginesi e
autorizzando a porre la Sardegna tra gl’interessi occidentali dell’Atene del V
secolo [Aristofane: Vespe: 700; Cavalieri:
173].
Alla stessa conclusione si giunge
anche esaminando i progetti espansionistici ateniesi precedenti alla spedizione
in Sicilia del 414 a.C. Tucidide, nel discorso di Ermocrate all’assemblea
siracusana, precisa che gli ateniesi miravano a tutta la Sicilia e non solo a
Siracusa, che Alcibiade caldeggiava la spedizione per conquistare non solo la
Sicilia ma anche Cartagine e che congiuntamente egli avrebbe voluto dapprima
rivolgersi all’Italia per poi conquistare l’impero Cartaginese e infine muovere
a conquistare il Peloponneso con le forze raccolte in Sicilia e a Cartagine [Tucidide: 6: 15: 2 e 6: 35: 2]; progetti grandiosi dunque, coinvolgenti
Sicilia, Italia e Cartagine. In modo simile presenta i progetti espansionistici
periclei anche Plutarco, il quale nella Vita
di Alcibiade dice che Alcibiade sognava di conquistare Cartagine e Libia
per dominare l’Italia e il Peloponneso usando la Sicilia come base per gli
approvvigionamenti [Plutarco: Vita di
Alcibiade: 17: 3]. Nella Vita di
Nicia afferma invece che gli ateniesi desideravano la Sicilia per avere una
base sicura durante la lotta contro Cartagine e per sottomettere tutto il Mare
fino alle colonne d’Ercole [Plutarco: Vita
di Nicia: 12: 2]. Infine nella Vita
di Pericle ribadisce il tutto sottolineando che gli ateniesi agognavano
conquidere anche l’Etruria [Plutarco: Vita
di Pericle: 20: 3]. Altra conferma: Pausania riferisce che gli ateniesi «tra
le molte speranze nutrivano anche questa: conquistare tutta l’Italia; tuttavia
la sconfitta impedì a loro la via per lo scontro con i romani» [Pausania: 1: 11: 7]: testimonianza
palese del fatto che nel progetto espansionistico ateniese era compresa pure
Roma. Ulteriori conferme giungono dalla propagandistica ateniese del V secolo:
tutta dedita ad avvalorare la presenza greca a Roma e a ricondurre le origini
di Roma al momento in cui Enea approdò nel Lazio; intenti comuni alla
propagandistica coeva, rinfocolante la leggenda dei troiani attivi in Sardegna
e dei tespiadi-ateniesi, partiti dalla Sardegna a causa dell’affollamento
eccessivo dell’area e passati a Cuma e nel Lazio, dove furono detti “aborigeni”
e dove contribuirono a fondare Roma prestando il proprio aiuto a Enea [Sallustio: Intorno alla congiura di Catilina:
6: 1 e 3: 9]. Entrambe le leggende sono espressione dell’interesse spiccato di
Atene per l’Urbe, interesse che si aggiunge ai più generali interessi ateniesi
per l’occidente, nonché espressione di quelle esigenze politiche che piegano – secondo
modalità del tutto particolari – il mito «alla necessità di presentare,
giustificare e nobilitare le scelte del momento, le novità o la continuità
della politica. Le leggende si stratificano, diventano patrimonio di nuove
realtà [...] facendoci intuire contatti e conoscenze, rapporti e scontri. Il
mito mantiene dunque ancora intatta la sua funzione» [Coppola1995: p. 11].
Nuova
guerra contro il persiano
Nel 450 a.C. si ritorna alla guerra
contro i persiani sotto l’egida di Cimone, sebbene con intenti assai più
limitati. Cimone voleva riconquistare Cipro, ma morì durante l’assedio di Cizio,
prima che avesse portato a termine il proprio compito; così la guerra si
ridusse a un semplice scontro isolato nel quale gli ateniesi ottennero la
celebre vittoria di Salamina. A questo punto Pericle, con duttilità innegabile
e pragmatismo sicuro, mutò risolutamente gli obbiettivi fondamentali della sua
politica orientale e corse sùbito al “tavolo delle trattative” per siglare la
pace con la Persia, anch’essa non più propensa a guerreggiare, ma comunque paga
di avere riconquistato l’Egitto. Così fu fatta la pace di Callia, che troncò
ogni speranza espansionistica in oriente e indirizzò gli esuberanti ateniesi
verso occidente.
Altre
iniziative espansionistiche
Altri indizi comprovanti la
vocazione imperialistica ateniese, finalizzata all’espansione territoriale in
territorio estero, sono offerti dalle vicende coloniali posteriori all’impresa samia,
allorché la politica imperiale ateniese e periclea sembra rivolgersi verso il
Ponto, la Propontide e le coste tracico-macedoni. Nel Chersoneso e nel Mar Nero
lo stesso Pericle guidò due spedizioni, che permisero all’alcmeonide di insediare
coloni in Sinope, Amiso e Astaco e di presentarsi capziosamente come il difensore
delle popolazioni greche contro la minaccia barbarica. Lungo le coste tracico-macedoni
fu inoltre fondata la colonia di Brea e poi quella di Anfìpoli nel 437-436 a.C.,
nella stessa zona dove nel 465 a.C. era avvenuto il tentativo di fondare la
colonia di Εννέα οδοί [6] (come Thurio, anche
questa non esclusivamente ateniese), che avrebbe dovuto essere assai importante
sia strategicamente, poiché praticamente imprendibile data la sua posizione in
cima a una ripida altura, sia economicamente, poiché controllava un ampio
bacino forestale fonte vitale di approvvigionamento di legno [Plutarco: Vita di Cimone: 8: 2];
contemporaneamente fu ammessa nella lega-impero ateniese anche la città Metone.
Sembra insomma fuori discussione che – impedita al piede ateniese la via verso
il Mediterraneo meridionale, verso la Grecia continentale e verso l’Egeo
orientale – Atene rivolse le proprie attenzioni al Mediterraneo settentrionale,
all’Africa del nord e all’Italia.
Osservazioni
preliminari: la politica estera periclea quale politica espansionistica
Gli anni dal 461 al 450 a.C. furono
dunque per Atene anni caratterizzati da un espansionismo esasperato, rivolto
verso i lidi più disparati: «le imprese di questo periodo sono dirette tutte
verso le regioni del Mediterraneo e danno la misura della ricerca del “grande”,
coerente con il clima di esaltazione e di entusiasmo avvertibile tanto negli
atti politici, quanto nella psicologia di massa dell’età periclea» [Musti1989: p. 357]. In questi anni Atene
aveva certamente guadagnato parecchio terreno nella Grecia continentale,
negoziando infine la tregua da una posizione vantaggiosissima. Il grave
disastro in Egitto e la pace calliana segnarono la fine dell’espansionismo nel
versante orientale, dove il progetto imperialistico non fu mai più tentato, se
non quando comparve sulla scena Alessandro Magno. Destatosi Pericle dal sogno
imperialistico nell’Egeo orientale, si registra un cambiamento di rotta della sua
politica estera quando, costretto a rinunciare ai tentativi espansionistici in
territorio persiano, rivolse altrove le proprie mire. Fu un durissimo richiamo
alla realtà: pensare di costruire un impero con le esigue forze di una sola polis sarebbe stato assurdo, e più
assurdo ancora pensare che Atene potesse, per realizzarlo, impegnarsi
contemporaneamente contro le due massime potenze militari del Mediterraneo. «Solo
la smisurata fiducia nelle proprie forze e nella propria superiorità sui
barbari e sui greci spiega come, nell’ebbrezza delle vittorie riportate contro
i persiani [...] gli ateniesi [...] credettero di poter sfidare il mondo intero
“e si lasciarono” travolgere con il loro duce da una eroica follia in una
simile catastrofe; [...] nello sciupio delle forze, nella loro dispersione a
distanze così enormi e in generale nello squilibrio tra le aspirazioni
illimitate e la limitatezza delle forze effettive stava una tale prova di
spensierata audacia che [...] il sopravvenire di un disastro [...] avrebbe
dovuto considerarsi da un osservatore spassionato come caso impreveduto e
imprevedibile» [DeSanctis1942: p.
128]. Non solo, fu anche fonte di nuove imprese politiche e militari: durante
questa seconda fase l’intento di Pericle rimase quello di mantenere lo status quo ove necessario e, ove
possibile, forzare a proprio vantaggio il quadro geopolitico greco e
mediterraneo. Per questo non si può ritenere corretto il giudizio di De Sanctis,
secondo il quale «svanito il sogno di egemonia nella penisola greca, si erano
attuate in pieno le conseguenze della catastrofe d’Egitto e della doppia guerra
voluta dalla democrazia, col totale fallimento della politica periclea su
entrambe le fronti» [DeSanctis1942:
p. 123-124]. Altrettanto fuorviante l’opinione di Musti: questi è convinto che
il nuovo atteggiamento ateniese in politica estera indichi l’incipiente
ritirata ateniese dal Mediterraneo, dopo soli dieci anni, e dunque la
recessione dall’aggressivo, spregiudicato ed esasperato imperialismo perseguito
fino a quel momento da Pericle. Egli è inoltre convinto che il nuovo corso preso
dagli eventi dopo il 449 a.C. indichi la possibilità di continuare a trattare
la politica estera ateniese di quel periodo come altrettanto aggressivamente e
ideologicamente imperialistica, ancorché solo entro i confini dell’impero, dal
momento che «al di fuori di questo Atene è costretta ad abbandonare ogni
ulteriore megalomane e dissennata mira espansionistica» [Musti1989: p. 357]. Per motivi analoghi non
si ritiene soddisfacente nemmeno la tesi di Kagan, secondo il quale gli
obbiettivi e le strategie politiche perseguite da Pericle non tradivano alcun
intento espansionistico. Kagan sostiene che, sebbene «alcuni storici moderni
hanno considerato Pericle un espansionista che non pose freno alle ambizioni
imperiali di Atene [...] l’evidenza mostra il contrario» e in realtà «Pericle
deve avere perseguito obbiettivi e strategie politiche ben differenti» [Kagan1991: p. 158] da quelle
espansionistiche.
Dall’analisi fin qui svolta deriva
un quadro assai diverso: ne risulta infatti che l’atteggiamento ateniese in
politica estera dopo il 449 a.C. non sia prova della rinuncia da parte di
Pericle all’espansionismo o del suo arretramento dai sogni imperialistici; è
prova, invece, soprattutto del fatto che è ormai possibile riferirsi all’imperialismo
proprio come espansionismo, e non più solo come dispotismo, conservazione e
consolidamento dell’impero già acquisito, giacché, senza espansionismo, al di
fuori di questo impero acquisito Atene sarebbe stata costretta ad abbandonare
ogni ulteriore ambizione. Appare del resto evidente che la politica estera
ateniese dopo il 449 a.C. fosse rivolta a mantenere e consolidare il dominio
tanto entro i confini dell’impero quanto al di fuori di esso.
Ancora: dopo la pace di Callia, la lega
delio-attica si evolse rapidamente in impero e le assemblee federali non furono
più convocate, cosicché i membri della lega – sulla cui sostanziale sudditanza «nessun
dubbio può sussistere» [Corsaro-Gallo2010:
p. 123] – non possedevano
ormai nemmeno un organismo federale presso il quale far sentire la propria voce,
giacché tutte le decisioni sulle questioni comuni erano state demandate all’assemblea
ateniese; nell’anno 454 a.C., tramite un arrogante atto di forza da parte della
potenza attica, fu trasferito da Delo ad Atene il tesoro comune della lega e
con esso anche i tributi versati dalle polis
alleate, che furono usati non più per spese belliche ma per il beneplacito
della città; gli alleati, costretti a versare puntualmente un tributo ad Atene
durante le grandi dionisie, perdettero inoltre ogni autonomia, non potendo
distaccarsi dalla συμμαχία; le defezioni erano duramente represse, le polis ribelli o turbolente, come vedremo
tra poco, erano subito ricondotte all’obbedienza e tenute sotto stretta
sorveglianza, grazie a magistrati fedeli, presidi armati e colonie insediate in
territori confiscati con finalità puramente militari, le così dette “cleruchie”;
la potenza ateniese non esitava a ingerirsi negli affari interni delle polis alleate, favorendo la componente
filo-ateniese e i governi graditi e intaccandone l’autonomia soprattutto in
ambito legale, ove Atene tolse alle corti locali la giurisdizione sui reati
particolarmente gravi trasferendola all’elieia, che diventò in questo modo l’unico
tribunale competente a giudicare sui delitti per cui era prevista la pena
capitale: un vero e proprio imperialismo giudiziario insomma; l’autonomia delle
singole polis venne intaccata anche
in altri modi, come si evince dal decreto monetario che vietava alle città
della lega di impiegare valute locali ed imponeva esclusivamente la moneta, i
pesi e le misure di Atene, per favorirne i commerci e facilitare le riscossioni
e pagamenti; meno marcata, seppure non assente, appare l’ingerenza ateniese in
campo istituzionale, dove Atene sembra perseguire nel complesso una politica
pragmatica, cioè rivolta a mantenere l’equilibrio necessario, affinché le polis allineate non subissero eccessive pressioni
ad apportare cambiamenti istituzionali, benchè non mancarono casi nei quali venne
imposto un regime democratico, soprattutto dopo una rivolta, come avvenne a
Mileto intorno alla metà del decennio 450-440 a.C.
Eppure la prepotente e
preponderante superiorità marittima ateniese costrinse gli alleati a
rassegnarsi a tale situazione. Emerge
comunque anche da altri indizi che il fine ultimo di Pericle non fu solo l’allargamento,
ma anche il consolidamento dell’impero. In seno ad esso, dopo il 449 a.C. l’iniziale
egemonia ateniese si tramutò in una αρχή vera e propria sugli alleati, ormai
sempre meno tali e sempre più assoggettati, come testimoniano i numerosi casi
di abuso di potere e le numerose prepotenze ateniesi. Molte furono le
ribellioni e le secessioni, represse in modo estremamente energico e duro, e
numerosi le iniziative e gli interventi favorevoli a un’ottica prettamente
ateniese anziché agli interessi e allo scopo ufficiale dell’alleanza, cioè la
guerra contro la Persia. In diverse occasioni iniziò a manifestarsi l’intreccio
tra la πλεονεξία, l’istinto di avere di più rispetto a quanto si
possiede prevaricando gli altri e violando le leggi, la φιλοτιμία, la brama di successo e di potere, e la πολυπραγματοσύνη,
il frenetico attivismo. Questo intreccio produsse un cambiamento della
situazione politica greca: si passò dal bipolarismo non conflittuale allo
scontro frontale tra Sparta, la potenza terrestre egemone nel Peloponneso,
conservatrice e immobilista, e Atene la potenza dinamica e talassocratica
dominatrice nell’Egeo; scontro che si attestò non casualmente nelle aree
interferenziali tra i due sistemi ovvero nella Grecia centrale, nel golfo
saronico e nel golfo corinzio. La necessità che le alleanze fossero mantenute e
consolidate era direttamente collegata all’uso spregiudicato al quale si
sottoponevano la flotta e la forza militare, come dimostrato chiaramente dalla
guerra samia nel 441-440 a.C. La città di Samo, infatti, dopo varie e complicate
vicende che la portarono a proclamare la propria secessione da Atene nel 441
a.C., conobbe l’assedio ateniese nella primavera del 440 a.C. e venne
sconfitta, dopo numerosi scontri e un blocco durato nove mesi, e costretta a
radere al suolo le mura, a consegnare ostaggi e navi e a pagare una pesante
indennità. Anzi si può dire che l’impiego al quale era sottoposta la flotta
secondava direttamente il fine esclusivo di massimizzare i vantaggi individuali
e comunitari ateniesi: ne è testimonianza il rafforzamento sistematico, che
ottenne la flotta navale ateniese grazie ai fondi prelevati dalle casseforti
federali, impiegati per scopi eterogenei, e il fatto che l’indennità di guerra
inflitta a Samo nel 440 a.C. venne comminata dagli ateniesi e resa a questi e
non al tesoro della lega. La conferma diretta e inequivocabile della vocazione
imperialistica dell’Atene di Pericle, anche all’interno dei confini dell’impero,
è la pace “dei trent’anni”, che riconobbe ad Atene la primazia sugli alleati, solo
nominalmente autonomi, in quanto la loro autonomia era in realtà limitata
sostanzialmente agli affari interni e non rilevanti sotto il profilo
internazionale. Non è un caso che questa Atene venne chiamata da Pericle «tiranna»,
considerando che essa aveva finanziato la propria potenza, prosperità e
bellezza con la guerra «maestro violento» [Tucidide:
3: 82], con le continue prepotenze, aggiogamenti e depredazioni brutali
verso le polis alleate, e con una
politica basata sul principio pleonettico, a cui gli ateniesi non potevano più
rinunciare «giacché ormai è dominio di natura tirannica: acquistare tale dominio
forse è iniquo ma disfarsene è indubbiamente pericoloso» [Tucidide 2: 63: 1-2].
Assodato che la politica estera
ateniese nel Mediterraneo era caratterizzata da un’impronta espansionistico-imperialista,
in questo paragrafo si passerà ad esaminare gli obbiettivi, semplicemente
solidali o effettivamente partecipativi, e le ambizioni, puramente coloniarie
oppure panellenistiche ed imperialistiche, che stavano dietro la decisione
ateniese di accogliere l’appello rivolto sia ad Atene che a Sparta dai sibariti
espulsi nel 448 a.C. La pronta adesione ateniese alla richiesta sibarita
includeva già dall’inizio precisi disegni coloniari? oppure consisteva in un progetto,
con fini strategico-diplomatici, per la fondazione di una colonia panellenica
sotto l’egida ateniese? o in fine è stata concepita in termini più ristretti,
ma non privi di significato, quale appoggio e collaborazione alla rifondazione di
Sibari, come sostengono i più e tra questi soprattutto De Sensi Sestito,
Ehrenberg, Leschhorn e Schachermacher?
Per avvalorare l’ipotesi, che in
questo testo si vuole sostenere, bisogna in primo luogo interpretare
correttamente le mosse ateniesi e periclee in merito all’intervento in Italia,
e in secondo luogo esaminare le fonti per discernere correttamente quanto sia realtà
dei fatti e quanto invece una propaganda interessata o un semplice riflesso di questa.
Il compito si presenta difficoltoso, giacché la vicenda della fondazione di Thurio
compare nella tradizione letteraria per lo più con riferimenti occasionali e
desultori; ne è un esempio indicativo il resoconto di Diodoro, che inquadra
alquanto disordinatamente gli eventi e le dinamiche delle vicende thurine [Diodoro Siculo: 12: 10-11]). Tuttavia i
dati della tradizione inducono ad interpretare l’intervento ateniese in Thurio come
provvisto di un duplice fine: da una parte rispondere alle sollecitazioni
sistemiche, provenienti dalla nuova configurazione politica internazionale, per
porre Atene nelle condizioni strategiche e logistiche migliori in caso di un
nuovo conflitto con Sparta e con le doriche Selinunte, Siracusa e Taranto; dall’altra
soddisfare la necessità ateniese di concretizzare la strategia elaborata per
ottenere la supremazia nel mondo greco e per mantenere quell’impero così
biasimato da Tucidide. La contemporaneità dei fatti descritti prova che tali fini
vennero perseguiti da Pericle unitamente tramite un’unica e geniale mossa
strategica. L’economicità della soluzione, se confrontata con la molteplicità
dei risultati ottenibili o comunque prospettati, restituisce infine l’originalità
insita in tale soluzione, davvero senza precedenti nella storia diplomatica
della Grecia antica.
Come si è detto, il primo degli
obbiettivi che spinsero gli ateniesi a partecipare alla fondazione di Thurio fu
la volontà di fare un salto di qualità nel processo espansionistico in
occidente, tacitamente avviato tra il 458 e il 453 a.C. con le precedenti
iniziative occidentali. Risulta arduo valutare il peso esercitato da questo
evento nella politica estera ateniese, nonché i reali obbiettivi ateniesi nel
momento in cui venne accolta la richiesta sibarita. Le reali intenzioni di
Atene possono essere individuate solo dopo averle mondate dalla propaganda
nazionalistica e panellenica, colente la magnanimità ateniese e la gratuità con
la quale venne fornito aiuto ai profughi sibariti. Secondo il De Sanctis la
fondazione di Thurio rappresenta un «tentativo d’imperialismo pacifico che [...]
si inquadra assai bene con gli intendimenti di Pericle. [...] Qui [...] egli
non aveva ragione [...] allora di temere che, come era avvenuto in Egitto,
forze soverchianti di barbari mettessero a pericolo la potenza e la vita stessa
della colonia» [DeSanctis1942: p.
170]. Queste notazioni, sebbene assai pregnanti e illuminanti, non colgono tuttavia
pienamente il segno. Bisogna infatti chiedersi quali possano essere stati i
motivi della scelta d’impegnarsi in un pericoloso progetto come la fondazione
di una colonia oltremare.
Non potendo ulteriormente mirare
alla Grecia continentale, a causa della tregua trentennale con Sparta e dei
limiti imposti dalla pace, Pericle voleva espandere quanto più possibile l’impero
ateniese annettendo l’Egitto a sud, l’Esperia a ovest e la Persia ad est; osservando
gli eventi sotto quest’ottica, non solamente l’apertura strategica verso l’occidente,
ma pure il panellenismo, implicito nella iniziativa thurina, possono trovare la
giusta collocazione in una situazione in cui «l’iniziativa ateniese e periclea,
che portò alla fondazione di Thurio, appare verosimilmente leggibile quale
risposta a una situazione contingente legata all’appello dei vecchi sibariti,
benché la risposta sia iscritta, in misura sostanziale, nella prospettiva
politica periclea di quegli anni [...] dopo la pace di Callia» [Braccesi1999: p. 196]. L’impero era una
garanzia ferma e sicura per la difesa e il potere ateniesi: esso rappresentava infatti
la sicurezza contro un’ulteriore minaccia persiana e forniva i mezzi per mettersi
al sicuro da qualsiasi sfida proveniente da parte spartana. Le ricchezze, che convergevano
nelle casse ateniesi dalle città dell’impero, erano inoltre fondamentali per i
progetti di Pericle, il quale voleva rendere la capitale dell’Attica la città
più bella, prospera ed evoluta, che si fosse mai conosciuta; il prestigio conseguente
a questo progetto rappresentava un obbiettivo essenziale nella sua visione
politica. L’impero era insomma per Pericle una realtà necessaria: era ancora
reale il timore che i persiani provassero nuovamente a sottomettere i greci,
dato che ci avevano già provato per ben tre volte in due decenni e dato che non
esisteva motivo per ritenere che si sarebbero rassegnati. Altri vantaggi
derivanti dall’impero risultano chiarissimi: vantaggi finanziari derivanti dai
fondi direttamente versati dagli alleati come tributi, indennità e altri
pagamenti non specificati.
La questione che adesso si pone è provare
che Thurio rappresenti effettivamente il primo atto concreto di un progetto
espansionistico occidentale, ancora incipiente, ma già inaugurato dalle
alleanze con le polis calcidesi del
mondo italiota. I primi sintomi di un interesse ateniese per la Magna Grecia si
devono a Temistocle, il quale coltivò privatamente il sogno occidentale, poiché
intimamente convinto e delle potenzialità assicurate da una presenza ateniese
in quell’area e dei vantaggi che ne sarebbero derivanti se Atene si fosse
inserita nel solco della gloriosa tradizione magnogreca. Tale interesse fu comunque
limitato a gesti simbolici: Temistocle diede i nomi di Sibari e Italia a due
proprie figlie e inoltre nel 480 a.C. minacciò al comandante spartano Euribiade
che gli ateniesi avrebbero attaccato Siri, la quale «nostra d’antico tempo, gli
oracoli dicono che deve essere colonizzata da noi» [Erodoto: 7: 62: 2]; in questo modo Temistocle avocava ideologicamente
il diritto ateniese a rivendicare l’eredità sibarita, poiché Sibari era stata
padrona almeno parzialmente della Siritide. Tuttavia occorre arrivare fino all’età
periclea per vedere delineata una chiara direttrice operativa mirata all’occidente:
come dice L. Braccesi «se alcuni indizi possono lasciar pensare che già
Temistocle avesse elaborato dei progetti occidentali, rivolti precisamente all’area
della Sibaritide e della Siritide, non sembra tuttavia storicamente fondato
ipotizzare una precoce proiezione della politica ateniese verso occidente fin
dagli inizi degli anni cinquanta del V secolo» [Braccesi1999:
p. 196]. La politica occidentale ateniese di questo periodo è tuttora al centro
di un dibattito annoso, incentrato sul significato complessivo da attribuire a
tutti gli atti politici e diplomatici, che culminarono nella fondazione della
colonia di Thurio nel 444 a.C. e che infine vennero rovinati malamente dalle
due guerre sostenute da Atene in Sicilia nel 427-424 e nel 415-413 a.C. Nella
prospettiva post eventum delle
spedizioni siciliane, pare che la storia dei precedenti assuma una rilevanza
particolare, rivelando una progressione ininterrotta e una continuità coerente,
che inducono a considerare quella di Thurio non un’avventura estemporanea e improvvisata,
ma una tra le espressioni più riuscite e sorprendenti di una consapevole linea
politica; solamente riconducendoli nell’alveo di questa linea politica,
finalizzata all’espansionismo, è possibile spiegare l’approccio forte e
invasivo al quadrante nord-occidentale (Sicilia e Italia) e l’assalto finale
alla Sicilia e a Siracusa.
Il
moto coloniale ateniese in età periclea
Una prima prova di questa ipotesi è
– per così dire – indiretta e frutto di comparazione di eventi. L’occidente – come
l’Egeo settentrionale (il Ponto, la Propontide, il Chersoneso, coste tracico-macedoni),
l’Egitto, la Fenicia e la Persia – era una zona potenzialmente importantissima
per i commerci e la sussistenza ateniesi; la dipendenza di Atene dalle
importazioni granarie dall’attuale Ucraina, attraverso il mar Nero e i
Dardanelli, significava che anche una limitatissima campagna finalizzata a
conquidere il Bosforo avrebbe potuto tagliare le sue arterie vitali. Per questa
ragione la sua conquista sarebbe potuta risultare fondamentale per realizzare
il sogno imperialistico. Effettivamente Atene si comportò in occidente come
aveva già fatto in queste aree, cosicché se «la certezza del fatto A combinata
con la credenza nel sistema S comporta la certezza del fatto B» cioè se «ammettere
il fatto A + la teoria S conduce ad ammettere il fatto B» [Perelman-OlbrechtsTyteca1966: p. 73-74] allora la certezza che il fine
di Atene fosse espandersi nel Mediterraneo, unitamente alla credenza nella
caratteristica eminentemente imperialistica della politica periclea, comporta
la certezza del fatto che l’intervento in Sibari-Thurio valga quale atto
espansionistico [7]. Tutte le
spedizioni ateniesi in terra straniera comprese fra il 459 e il 440 a.C., così
come la missione a Sibari nel 446 e la fondazione di Thurio nel 444 a.C., condividono
le stesse finalità strategico-militari, rese più allettanti dalle potenzialità
economiche e dalle possibilità e prospettive di accaparramento e conquista
insite in queste aree; fra di esse possono essere ricordate in primis l’Egitto nel 459 a.C.; poi la
Sicilia, dove l’impegno ateniese si concretizzò nelle alleanze del periodo
458-454 a.C. con gli Elimi di Segesta [Diodoro:
7: 78: 4[8]; Alessandri1992] e con le città di Catane,
Leontini, Nasso e Regio; l’Italia, dove si registrò l’alleanza con Neapoli
forse del 454-453 a.C., con Metaponto e con il principe messapico Artas nel 440
a.C.; la Persia, dove venne combattuta la guerra del 450 a.C.; la Fenicia ed
infine il Peloponneso, dove vennero conquistati porti e valli con la prima
guerra peloponnesiaca. A questo fine è importante ricordare che: Neapoli
dominava la pianura campana, Leontini realizzava il controllo sulla piana del
Simeto, Sibari possedeva una pianura grandemente celebrata per la feracità e
redditività delle proprie messi, l’oriente possedeva pingui materie prime
soprattutto metalli. Le finalità economico-acquisitive di Atene, seppure non
primarie, erano insomma compresenti a contesti sempre gravati da pesanti
conflitti politico-militari, che richiedevano puntualmente l’intervento
militare ateniese. Sembra dunque che Atene cercasse di trarre profitto e
vantaggio da queste situazioni contraddittorie: l’intervento ateniese in Egitto
fu sollecitato dal principe libico Inaro per risolvere militarmente una
controversia; Segesta era impegnata in una guerra contro Selinunte; Leontini
era stata coinvolta nei torbidi giochi di potere siracusani, che avevano
provocato scambi tra popolazioni, ricolonizzazioni e rinominazioni tra città;
Regio era in perenne lotta con Messana per il controllo dello stretto; Neapoli
era impegnata in una diatriba militare; il Peloponneso era tutto percorso da
tensioni tra Sparta e Iloti. Si ricordino inoltre le persistenti lacerazioni
nella compagine cittadina di Crotone, la decadenza cumana, il declinante
splendore metapontino. Dalla coalescenza tra la presenza ateniese e le crisi politico-sociali
in contesti magnogreci si può dedurre molto sulle abitudini rapaci e insinuanti
di Atene in politica estera e sulla situazione politico-sociale dei contesti
interessati dalle ambizioni ateniesi; infatti la capitale dell’Attica soleva
orientarsi preferibilmente verso contesti di cui poteva sfruttare a proprio
vantaggio le debolezze per fini espansionistici. Si può allora inferire che,
come l’ingerenza ateniese in una comunità magnogreca può rivelare una crisi in
corso nelle strutture politico-sociali di questa, così la sofferenza di una
compagine cittadina magnogreca può essere segno della presenza o almeno delle
attenzioni di Atene. Approfondiamo la disamina riguardo a queste alleanze. Le
preziose alleanze con gli Elimi di Segesta e con le città, non doriche, di Leontini
e Regio - delle quali purtroppo conosciamo con precisione solo la data di
rinnovo: il 433 a.C. - risalgono al periodo tra il 458 e il 454 a.C. (o al
decennio 450-440), come pure il diretto intervento militare nella lotta tra
Segesta e Selinunte e i patti con Nasso e Catania, che, così come i precedenti,
denunciano rapporti privilegiati tra Atene e le polis calcidesi, anch’esse “figlie” di Atene, secondo la propaganda
del V secolo, in quanto anch’esse culturalmente ioniche. In data non facilmente
definibile (la cronologia resta assai dubbia e altamente dibattuta: i più
concordano sul 440 a.C., ma De Sanctis propende per il 454-453 [DeSanctis1939: p. 258]) venne allestita
una flotta per difendere la città di Neapoli e soccorrere e sostenere ancora
una volta l’elemento calcidese in occidente. Neapoli cadde da quel momento
sotto il protettorato ateniese, ricevendo anche coloni attici, poiché la spedizione
difensiva fu subito trasformata in spedizione coloniaria e gli ἒποκοι ateniesi
e calcidesi guidati dallo στρατεγός (o navarco) Diotimo – definito «κραίνων
ἀπάσης Μόψοπος ναυαρχίας» da Licofrone [Licofrone:
Alessandra: 733] – non tardarono a intervenire. A quest’azione militare,
nel 440 a.C. seguirono le alleanze già noverate (vd. supra p. 81) ma che qui riportiamo per completezza: l’alleanza con
Metaponto, l’amicizia con il principe messapico Artas, signore di un distretto
salentino in posizione eccellente per controllare il Capo Iapigio, che era un naturale
approdo per quanti attraversassero l’odierno canale di Otranto, e il tentativo
coloniario in Sardegna di cui si è già detto. Inoltre le navi mercantili
attiche, dirette a rifornirsi in alto Adriatico, presso le foci del Po nei
porti di Adria e Spina, effettuavano tra Grecia e Italia una spola mai esausta e
garantita dalla benevola neutralità corcirese; questa ipotesi è suffragata
dalle numerose leggende, che testimoniano lungo tutto l’itinerario delle navi
l’esistenza di statue scolpite da Dedalo [Pseudo-Aristotele:
Le audizioni meravigliose 100: 81],
storie che rivelano tutta la propria matrice ideologica, giacché spesso Dedalo
giocò un ruolo notevole nell’interpretare in senso ateniese i miti che lo
coinvolgevano. Tutti i tentativi ateniesi per inserirsi negli affari e negli
equilibri d’Italia e di Sicilia si valorizzano soprattutto nel quadro di un
piano avvolgente, che si chiarisce alla luce delle tappe compiute nel decennio
456-446 a.C. Nel corso della cosiddetta prima guerra peloponnesiaca Atene
acquisì basi militari e alleanze non solo lungo tutto il nord-ovest della
Grecia – in Locride Ozolia, Acarnania e Acaia – ma pure a Zacinto e a Cefalonia;
ne emerge uno scenario coerente e cronologicamente serrato, che testimonia la
volontà di acquisire da un lato appoggi, porti e territori amici stabili e
fidati e dall’altra accessi strategici alla Magna Grecia, alla Sicilia e al Mar
Tirreno, collocati nei punti chiave della rotta dalla Grecia verso l’occidente;
il fine era di stringere in una morsa ferale la volta aspra del Peloponneso, il
golfo corinzio e l’area ionica-acarnana, controllata da Corinto, e così
assicurarsi un “corridoio” diretto verso l’occidente. Appare dunque chiaro come
la politica espansionistica ateniese si mosse su più fronti contemporaneamente,
senza privilegiarne alcuno, ma seguendo parallelamente, seppure
discontinuamente, ogni settore interessante. Questa fu una politica discontinua
ma coerentemente, perseguita e periodicamente ripresa, una tappa fondamentale nel
crescendo di scontri palesi e tacite vendette, che condusse nel 431 a.C. alla
guerra peloponnesiaca. Senza cadere in eccessi deterministici, comunque non si può non vedere nelle
due spedizioni del 427 e del 415 a.C. la logica conseguenza delle premesse
poste da tale politica e dei propositi espansionistici di Pericle in generale:
queste spedizioni non si comprenderebbero in assenza di tali premesse.
La scelta occidentale può anche
essere stata suggerita a Pericle dagli esiti della guerra persiana del 450
a.C., che con la pace di Callia troncarono le mire espansionistiche ateniesi verso
oriente e le indirizzarono verso occidente. Anche le cause scatenanti della
prima guerra peloponnesiaca possono darci qualche indizio utile giacché il
motivo della crisi e della rottura dei rapporti con Sparta fu l’eccessivo
attivismo di Atene in politica estera. Questo attivismo le era imposto da due
esigenze non prescindibili: il consolidamento dell’impero acquisito e il suo rafforzamento.
Anziché fungere da deterrente, come avviene normalmente in qualunque contrapposizione
tra blocchi imperialistici, la politica espansionistica ateniese spinse Sparta
ad accettare l’invito proveniente da Artaserse. Se non si fosse sentita
minacciata dall’aggressività imperialistica ateniese – le cui spedizioni degli
anni cinquanta, che si presentarono come sogni grandiosi e segni inequivocabili
della sfrenata ambizione imperialistica della democrazia periclea, furono
dirette verso regioni e destinazioni lontane (Cipro, Egitto, Fenicia, Magna
Grecia, Persia, Sicilia) – allora forse Sparta non avrebbe reagito così
impulsivamente. Questa interpretazione si basa ancora sul ragionamento secondo cui
la certezza del fatto A (Sparta accettò l’invito di Artaserse per paura di trovarsi
un giorno ad affrontare l’aggressione ateniese), combinata con la credenza nel
sistema S (la politica estera ateniese in età periclea fu una serie di atti
espansionistico-imperialistici) comporta la certezza del fatto B (anche la
fondazione di Thurio fu un atto espansionistico e imperialistico), basandosi
sul principio che fatti e verità, sebbene siano oggetti distinti di accordo,
tuttavia presentano legami, che permettono di trasporre l’accordo stesso [Perelman-OlbrechtsTyteca1966: p. 73].
Caratteri
del colonialismo ateniese di età periclea
Altro argomento probante: Thurio è una
colonia e in quanto tale deve avere condiviso giocoforza gli obbiettivi propri
di qualsiasi altra colonia: «con la fondazione di Thurio Atene insedia infatti
una sua presenza in un’area di particolare interesse, non solo per la sua
ricchezza agricola, ma anche per la posizione strategica, che occupa sulla
rotta marittima che conduce allo Stretto, e può a buon diritto svolgere un
ruolo di rilievo nelle relazioni internazionali della grecità occidentale» [Corsaro-Gallo 2010: p. 130]. Se non sembra
storicamente fondato leggere taluni dati storici come indizi di una precoce
proiezione della politica ateniese verso occidente, come ad esempio ritenere
che Temistocle vi avesse elaborato progetti espansionistici, tuttavia è ineludibile,
sia che si datino al periodo immediatamente precedente la guerra peloponnesiaca
i documenti epigrafici, che attestano trattati tra Atene, Regio e Leontini, sia
che da tempo gli ateniesi – in origine poco interessati al moto coloniale ma ora
incentivati dal sovraffollamento – inviassero coloni a fondare stanziamenti in
aree periferiche e proprio nel 446-445 a.C. si mostrassero particolarmente
attivi in questo campo. Tali invii verso siti strategici del mar Egeo avvenivano
nella maggior parte dei casi per rendere più sicuro l’impero, sebbene non
mancassero spedizioni verso altri luoghi, con l’intento di liberarsi della
popolazione in eccesso. In più di un’occasione gli ateniesi dimostrarono di
preferire al duro tozzo di pane nell’arida e secca patria Attica le vaste,
opime e feraci, ma distanti terre d’oltremare [vd. Culasso-Marchiandi2012].
Non volendo tuttavia cedere alle illusorie, semplici spiegazioni, non si può
concordare con quanti si provano a classificare le colonie greche per modello
insediativo, funzioni, scopi e caratteristiche: considerando che i fatti
sociali presentano contorni non definiti, ma incerti e sfumati differentemente
da quelli fisici, non è credibile infatti che lo studioso possa eludere questa
evidenza e debba invece applicare ai fatti del reale una minuziosa casistica. L’idea
al riguardo è che ogni colonia condivida e comprenda tutte le caratteristiche
del fenomeno comunemente detto colonialismo e che pertanto non sia possibile
individuare nelle colonie modelli insediativi, cause, modalità e scopi diversi,
e distinguerle poi sulla base di tali schemi. Prove:
I) Dal confronto della
documentazione letteraria con quella archeologica emerge che: gli ateniesi si
adattarono secondo necessità alle condizioni ambientali, intendendo con questa
espressione eventuali popolazioni preesistenti o confinanti; il rapporto
strategico tra la zona accogliente i coloni e il mondo limitrofo; le
caratteristiche geomorfologiche del territorio; i condizionamenti imposti da
potenze straniere e soprattutto la duttilità politica della città attica, la
quale doveva calibrare pragmaticamente la propria azione secondo la dimensione
politica del luogo interessato dal progetto coloniario, potendo spesso
affermare liberamente la propria αρχή ma dovendo talvolta limitare invece le
proprie mire, qualora queste cadessero in un contesto politico non favorevole.
Sono queste le variabili di un’esperienza, quella del colonialismo, che muta le
proprie forme e modalità ma non le premesse e gli scopi, portando a una
pluralità di soluzioni concrete le quali hanno indotto già gli antichi
intellettuali, come Sofocle, Aristofane, Erodoto o Tucidide, a distinguere le
colonie ateniesi in αποικίαι, εποικίαι, περαίαι e κλερουχίαι [Marchiandi2002].
II) Come sostengono molti e
autorevolissimi storici, le motivazioni che spinsero i coloni all’estero furono
varie: i nuovi coloni accampavano pretese su aree precise, fertili e feraci ma
anche strategicamente importanti, segno che il loro interesse era insieme
commerciale e politico-strategico (questo è evidente, come già notato, tanto
nel caso della fondazione di Cuma, che dominava la pianura campana, di Leontini
e Catane, che realizzarono il controllo sulla piana del Simeto, di Sibari, la
cui pianura era celebrata per la sua ima feracità e per la redditività delle
proprie messi, di Metaponto, il cui emblema monetale era per l’appunto la spiga
d’orzo, quanto nel caso della fondazione di Crotone, giustificata sulla base di
un pronunciamento dell’oracolo, e in quello della reciproca brama
espansionistica delle polis achee);
altre motivazioni sono quelle politiche e religiose, ma queste mai prescindono
dalle altre, sicché è possibile affermare senza tema di smentita che il fine
economico veniva perseguito congiuntamente a quelli politico e strategico. Se è
così, se sempre uguali erano insomma le cause della colonizzazione, uguali dovevano
per forza di cose essere anche le modalità d’insediamento e gli obbiettivi
coloniali.
III) Se colonialismo significa
accaparramento terriero e se questo accaparramento avviene mediante la forza
per fini non solo commerciali, come sostiene L. Braccesi (secondo il quale «una
colonia implicava occupazione, accaparramento di terre e risorse e, per quanto
le tradizioni greche tendano a presentare le fondazioni come calate entro un vacuum, una eremos chora, l’archeologia
si incarica di dimostrare, e talune tradizioni anche confermano, che così non
era: Cuma in Campania fu fondata con la violenza e gli indigeni primi abitatori
dell’acropoli sparirono. La fondazione di Sibari comportò la fine degli abitati
indigeni [...] a Locri Epizefirii tradizioni di fondazione ed archeologia
confermano analoga sorte per le comunità locali sicule [...] La fondazione di
Taranto avvenne [...] a scapito degli Iapigi primi abitatori del sito. Anche in
Sicilia a Leontini e Catane i calcidesi [...] cacciarono i Siculi. La colonia
insomma distrugge i partners delle
precedenti relazioni commerciali, quando esse vi erano. La terra viene trattata
come bottino [...]» [Braccesi1999:
p. 36]) e Culasso-Gastaldi (stando alla quale «le forme di accesso alla terra
erano caratterizzate da insediamenti sparsi e capillari nella chora» [CulassoGastaldi2007: p. 115] e «nel
periodo compreso tra la fine del primo quarto e il secondo quarto del V secolo “varie
zone del Mediterraneo accolsero” contingenti [...] di ateniesi armati e
attrezzati militarmente» cosicché la colonia si connetteva automaticamente «all’idea
di riduzione in schiavitù di un territorio sottomesso» [CulassoGastaldi2007: p. 115] sebbene la colonia «è regime
di autonomia controllata e sotto la tutela vigile della città madre» [CulassoGastaldi2007: p. 138]) allora
cosa era quello ateniese, se non espansionismo, anzi espansionismo armato per
fini congiuntamente economici, acquisitivi e strategici?
IV) «Due sono gli aspetti dell’espansione
sulla peraia, cioè nel territorio che di solito si trovava εν ηπείρω antistante
all’isola: essa risponde primamente [...] al bisogno di nuove terre da
coltivare [...]; secondariamente essa consentiva il controllo di ambedue le
sponde di un porthmos e quindi il
raggiungimento di posizioni di forza per dominare sui commerci di passaggio» [Giuffrida2000: p. 47];
V) Tucidide: «Tutte le città che
furono costruite negli ultimi tempi [...] furono fondate proprio sulla riva del
mare [...]. Anzi, i fondatori si accaparravano gl’istmi per ragioni di
commercio» [Tucidide: 1: 7]. Da
questi dati emerge chiaramente il carattere composito delle premesse, modalità
e finalità del colonialismo.
VI ) Il fatto che nel caso di Thurio
le modalità con le quali si manifestò la presenza ateniese erano le stesse di
ogni altra colonia, appare comprovabile sulla base dell’evidenze numismatiche. Si
allude alle limitate emissioni monetali con peso attico, consistenti sia in
dracme e trioboli con doppio rilievo recanti sul D/ la testa di Atena con elmo
attico cinto da ulivo e sul R/ il toro sibarita con epigrafe συβαρι, sia in dracme recanti lo stesso
tipo sul D/ e invece sul R/ la stessa epigrafe però associata al toro cozzante,
che individua le successive emissioni thurine. Tale serie persistette fino al
momento della sconfitta ateniese, allorché il distacco di Thurio da Atene era
ormai definitivo e sul D/ della moneta l’effige di Atena con elmo attico cinto
da ulivo fu sostituita dalla immagine di Atena con elmo decorato dalla figura
di Scilla [Kraay1958; Breglia1969;
Pozzi-Paolini1969; Parise1972; Parise1987; Breglia1995;
Parise2007].
Ne consegue che Atene possa aver
assecondato finalità imperialistiche, che mutarono via via nel corso del tempo
in conseguenza del variare delle condizioni politiche e ambientali. Queste, se
da un lato possono avere influenzato e precisato nel tempo gli scopi
strategici, militari, commerciali e politici preposti a ciascuna iniziativa,
dall’altra non deviarono mai dal progetto di base. Se la lettura degli eventi è
corretta, siamo insomma davanti a un importante indizio del fatto che Thurio
rappresentasse nei intenti di Pericle innanzitutto un avamposto coloniale
ateniese atto ad aprire la via all’espansione militare ed economica ateniese in
occidente. Volendo tirare le fila del discorso si può dunque dire che le più
grandi e potenti polis esercitavano
il proprio dominio politico-militare sulle polis
minori su scala regionale più o meno ampia e in forme più o meno mascherate, come
ad esempio la συμμαχία egemoniale espressa nella lega peloponnesiaca guidata da
Sparta e nella lega delio-attica centrata su Atene. Le esperienze “imperialistiche”
non si spinsero mai fino a superare il modello poleico, giacché le forme
statali, monarchiche e federali, trovarono origine in altri orizzonti marginali,
relativamente ad alcuni aspetti e in altre esperienze organizzativo-istituzionali,
come quelle dei κοινά etnici o tribali, dove si svilupparono fino a divenire
protagoniste nella scena politica del mondo ellenistico. Queste esperienze
imperialistiche furono determinate da necessità e interesse, da rapporti di
forza e forme di conflittualità locali e regionali, soprattutto nell’area egeo-metropolitana.
Se i vantaggi apportati dall’“impero” alla polis
egemone furono mirabolanti, comunque non è meno vero che le città minori
trovavano nell’“impero” non pochi vantaggi, nonché la garanzia delle proprie
autonomia e integrità e talvolta della sopravvivenza stessa.
Premessa
Primamente
però è necessaria una premessa sulla correttezza dell’assunto che fossero mera
propaganda gli encomi rivolti dalla pubblicistica allineata e redatti a partire
dalla pace di Callia nel 446 a.C. Tale assunto pare confermato dal fatto che
una interpretazione diversa, stimante Pericle come disinteressato fautore della
collaborazione panellenica, non tiene in debito conto i grandissimi vantaggi
derivanti ad Atene da una nuova base militare in occidente. Se il principio
della storiografia comparativa qui adottato è valido e se possono dunque essere
confrontate azioni effettive ed azioni ipotetiche, allora il fatto che Thurio
rappresentasse una ghiottissima occasione per Atene basta a smentire la
gratuità e magnanimità del soccorso ateniese ai profughi sibariti e a
confermare le brame imperialistiche celate dietro l’implicazione ateniese, non
solo nella fondazione thurina, ma in generale in tutti i progetti politici,
militari o semplicemente diplomatici fuori dal contesto attico.
Gli
sforzi di Pericle in senso propagandistico si accentuarono infatti nel periodo
succedente la pace di Callia, allorché la fine della guerra sottraeva alla lega
delio-attica la stessa ragione di esistere. Pericle cominciò allora a elaborare
giustificazioni atte a mantenere la lega e a consolidare l’impero ateniese;
giustificazioni poco cogenti, ma molto ricche in gradiente persuasivo [Dougherty1993]. Fu allora che venne
forgiata la propaganda inerente il vantaggio derivante dal possedere un impero;
propaganda presto propinata alla cittadinanza ateniese, al resto della grecità
e successivamente riproposta in occidente. Essa verteva su tre argomentazioni: una
libertà politica senza precedenti per tutte le città alleate, un’altrettale
libertà navigatoria nell’Egeo, e infine una partecipazione collettiva al bottino
per i soldati di tutti gli stati federati.
Naturalmente
questi erano solo gli argomenti principali di una pubblicistica molto più ricca
in spunti ragionevoli e sotto il profilo persuasivo; essi sottolineavano da un
lato i benefici collegati ai servizi per i viaggiatori, transitanti ad Atene a
causa delle faccende giuridiche che potevano essere svolte solo nella capitale,
dall’altro i benefici collegati alla così detta “qualità della vita”. Le
testimonianze letterarie a tal riguardo abbondano. Secondo lo Pseudo-Senofonte
con l’impero gli ateniesi scoprirono «varie leccornie; le specialità
gastronomiche della Sicilia, dell’Italia, di Cipro, della Libia,
dell’Ellesponto, del Peloponneso e di ogni altra regione sono tutte giunte ad
Atene grazie al suo dominio dei mari. I suoi cittadini sentono tutti i dialetti
e possono distinguere l’una cosa dall’altra» [Pseudo-Senofonte:
1: 1-8]. Delle leccornie esotiche disponibili agli ateniesi dell’età periclea
ne dà conferma anche il comico Ermippo nel proprio catalogo: «da Cirene silfio
e pelli di bue, dall’Ellesponto sgombro e ogni genere di pesce salato,
dall’Italia sale e costolette di manzo [...] dall’Egitto vele e cordame, dalla
Siria incenso, da Creta cipressi per gli dei; la Libia fornisce abbondante
avorio, Rodi uva e dolci fichi, mentre dall’Eubea vengono pere e mele dolci.
Schiavi dalla Frigia [...] da Pagase schiavi tatuati, dalla Paflagonia datteri
e mandorle oleose, dalla Fenicia ancora datteri e buona farina di frumento, da
Cartagine tappeti e cuscini policromi [...]» [Ermippo:
63 XVI KA].
Gli
ateniesi inoltre non dovevano rendicontare le spese effettuate con il denaro
ricevuto dai propri alleati, giacché questi compravano col proprio tributo la
difesa dai barbari garantita da Atene: «gli alleati non forniscono né cavalli,
né navi né opliti, ma soltanto denaro, che non appartiene a chi lo dá, ma a chi
lo riceve, se questo tiene fede alla parte di spettanza del proprio contratto»
[Tucidide: 1: 99].
Un
altro argomento inerisce il fatto che gli ateniesi assicurarono l’impero in
circostanze non volute: «non abbiamo acquisito questo impero con la forza, ma
solo dopo che voi spartani vi siete rifiutati di opporvi a quanto restava dei
barbari [...]. È stato il corso degli eventi a sviluppare l’impero quale si
presenta adesso, mossi primamente dalla paura, poi dal senso dell’onore, infine
dai vantaggi. [...]. E nessuno può essere biasimato se ha di mira il proprio
vantaggio al cospetto dei massimi pericoli» [Tucidide:
1: 75: 3-5].
Un
ulteriore vantaggio, che la popolazione ateniese ricavò dal mantenere e anzi
allargare l’impero, è evidente: la polis
egemone, grazie ai tributi versatigli dalle città alleate, poté sostenere i
costi del sistema salariale ed edile pubblico; inoltre i cittadini meno
abbienti, che si trasferivano all’estero, ebbero la disponibilità di un lotto
di terra sufficiente, che gli garantiva l’autonomia economica. Un altro dato
probante i benefici apportati dall’impero viene dallo studio di L. Gallo sui
salari nell’Atene del V e IV secolo [Gallo1987].
Secondo questo studioso nell’Atene periclea «i proventi dell’impero
permettevano l’accumulo di ingenti riserve finanziarie (sulle ingenti riserve
finanziarie accumulate da Atene in questo periodo cfr. il discorso di Pericle
in Thuc. 2, 13, 3, ove lo statista, dopo aver sottolineato il ruolo
determinante svolto dalle periousiai nelle guerre, ricorda agli ateniesi che le
riserve dell’Acropoli ammontavano a ben 6.000 talenti, e che avevano
precedentemente raggiunto anche la somma massima di 9.700)» [Gallo1987: p. 45-46]; infatti
«dall’analisi delle fonti [...] si può ricavare chiaramente che un soldo più basso
compare solo in un momento successivo, in un periodo “la prima parte del IV
secolo” caratterizzato da una evidente crisi finanziaria, che non può non
ripercuotersi anche sulle faccende salariali. Avanti questa fase così
movimentata, l’unico importo attestato è quello di una dracma al giorno “per i
militari”: una paga buona decisamente, che viene a costituire, come talvolta è
esplicitamente sottolineato da Tucidide, uno degli incentivi principali che
attirano altri combattenti al fianco degli ateniesi (Thuc. 7, 3, 2; 7, 57,
9-10). Tale salario, che, lungi dall’essere eccezionale, risulta quello
abituale durante la guerra del Peloponneso e probabilmente anche
precedentemente ([...]IG I3 364 = I2 295, l’iscrizione che riporta le spese
sostenute da Atene per la spedizione di Corcira del 433 a.C. [...] è anteriore
di almeno un quindicennio allo scoppio della guerra [...]), mi apre che abbia,
dunque, una collocazione molto precisa in un determinato contesto storico, che
non è difficile focalizzare. Si tratta dell’Atene periclea della seconda metà
del V secolo [...]» [Gallo1987: p.
44-45]. Ecco i dati con cui Gallo sostiene la propria tesi:
1) «basta leggere, del resto, il ben noto
passo di Plutarco, Per., 12, sulla politica periclea di grandi lavori pubblici,
per rendersi conto del legame [...] tra l’abbondanza di ricchezza, dovuta alla
posizione ateniese di egemonia, e l’esistenza, in quest’epoca, di un salario
militare senz’altro discreto [...], che Atene ricava dalla sua posizione
imperiale, “realizzando” così il disegno dell’emmisthos polis [...]. In un’epoca in cui il minimo di sussistenza
‘ufficiale’ è costituito [...] dall’importo di 1 obolo, il misthos di 1 dracma
al giorno versato a soldati e marinai e ancor più quello degli ufficiali,
certamente più alto – significativo in tal senso è il caso della paga di ben 3
dracme attestata da Aristoph., Ach., 602 per i tassiarchi – costituiscono “la
normalità”» [Gallo1987: p. 46-48];
2) «completamente diversa appare la
situazione nell’Atene del IV secolo [...]. La polis ateniese, la cui situazione finanziaria era a quel tempo ben
lontana da quella prosperità caratteristica del V secolo, provvedeva solo in
parte al salario dei soldati, che derivava, per il resto, da altre fonti, quali
il bottino, le razzie o l’imposizione di tasse, decisa dagli στρατεγοί, nelle
regioni dove hanno luogo le campagne militari» [Gallo1987:
p. 48-49];
3) infatti «la paga per i giudici [...]
introdotta da Pericle e portata, poi, da 2 a 3 oboli da Cleone, nel 425 a.C.,
appare ancora della stessa entità all’epoca dell’Ath. Pol. Aristotelica (42,2)
[...]» [Gallo 1987: p. 34]
nonostante il «processo di inflazione» [Gallo1987:
p. 33] fosse assai avanzato;
4) «ma ancor più eclatante [...] appare il
caso di altre paghe militari, quelle per gli opliti e i marinai, su cui
l’evidenza a noi disponibile [...] mostra che al discreto livello raggiunto
nell’ultimo trentennio del V secolo fa riscontro una vera e propria diminuzione
della paga nel secolo successivo» [Gallo1987:
p. 36];
5) «in effetti, durante la
guerra del Peloponneso, la possibilità, che Atene aveva, di disporre di grossi
introiti rappresentati dal tributo della lega [...] è probabilmente il fattore
che spiega il ricorrere di un salario militare decisamente elevato, costituito
da 1 dracma al giorno [...], salario abituale per gli opliti e marinai ateniesi
almeno fino al 412 (Thuc. 6, 8, 1; 6, 31, 3)» [Gallo1987:
p. 36 e 39];
6) «il fatto che per gli “huperetes” la polis versi 1 dracma al giorno “come per
i soldati e marinai” è un indice significativo del livello elevato delle paghe
in questione: basti pensare, infatti, che nei conti di Eleusi, per il
mantenimento degli schiavi pubblici, vengono calcolati, come si è visto, solo 3
oboli al giorno, benché il costo della vita risulti [...] raddoppiato rispetto
al secolo precedente» [Gallo1987:
p. 38: nota 49].
Riguardo
al panellenismo basterebbero le parole di Kagan, il quale afferma che «la
concezione del panellenismo non ha precedenti nella fondazione di colonie greche,
ma è coerente col decreto [...] proposto da Pericle qualche anno prima. Era
stato lui a concepire l’idea di fondare una colonia panellenica» [Kagan1993: p. 158]. Effettivamente
Pericle non smarriva mai il rapporto tra mezzi e fini. Ovunque fosse possibile
raggiungere i propri fini, mediante l’arma diplomatica anziché la forza e le
armi, egli non esitava a essere considerato stratego da tavolino piuttosto che
“generale combattente”, se questo comportava non esporre a inutili rischi la
propria polis. La sua gestione delle
operazioni militari – come la sua politica – era sempre frutto di un calcolo
razionale: egli non si spinse mai oltre il ragionevole e il condivisibile.
Essendo anzitutto un politico e un realista, quindi poco incline a fare
precipitare i conflitti e più interessato a risolvere pacificamente i
contrasti, Pericle si preoccupò di offrire agli avversari spartani tutte le
garanzie affinché questi non avessero motivi per mettere in dubbio la buona
fede ateniese. Ne sono la prova:
1)
A Thurio il gruppo più numeroso del contingente greco partito era costituito da
peloponnesiaci, mentre solo dieci erano le tribù ateniesi. Pericle non voleva
(e non poteva) pilotare questa situazione e ancora meno usarla ai propri scopi,
almeno nel breve periodo. Anche nel caso thurino dunque l’olimpico agì quale
lucido calcolatore e la sua razionalità calcolatrice lo indusse a rendere la
colonia un crogiolo panellenico, proprio per ribadire e suggellare l’armistizio
del 446 a.C.
2)
Le sole dieci navi, inviate secondo la testimonianza diodorea in Italia sotto
il comando di Senocrito e Lampone, non sembrano compatibili con un progetto
espansionistico data la loro esiguità.
3)
Quando, poco dopo la sua fondazione, la città combatté una guerra contro la
colonia spartana di Taranto e venne sconfitta, se Pericle avesse voluto fare
esplicitamente della città il centro irradiatore dell’imperialismo ateniese,
avrebbe allora esortato i propri concittadini o i suoi alleati occidentali a
intervenire; al contrario restò alla finestra e permise a Taranto di ottenere e
ostentare la vittoria durante la festività più importante degli elleni con un
trofeo e il trionfo sui thurini.
4)
L’atteggiamento ateniese verso Thurio fu nuovamente messo alla prova nel 434
a.C., nel pieno della crisi che sarebbe sfociata nella guerra peloponnesiaca,
allorché tra i cittadini di Thurio scoppiò un litigio su chi doveva essere
ritenuto il legittimo cittadino e fondatore della colonia. La diatriba prova
che la colonia non era mai stata considerata ateniese. Quando i thurini –
incapaci di risolvere pacificamente la questione – inviarono messaggeri a Delfi
per dirimere la questione e il dio tuonò ch’egli solo doveva esserne
riconosciuto il fondatore, riaffermando il carattere panellenistico della
colonia, allora gli attici ancora una volta non mossero un dito. Insomma sembra
che Pericle abbia astutamente colto l’occasione per realizzare in Thurio un più
importante obbiettivo, tostoché una semplice colonia. Un semplice rifiuto
d’intervento verso Thurio sarebbe ben presto passato nel dimenticatoio. Avanzando
invece l’idea della colonia panellenistica Pericle lanciava un segnale
diplomatico importantissimo: cioè che Atene non nutriva ambizioni
imperialistiche in occidente e desiderava perseguire una politica di pacifismo
panellenistico. Il suo tentativo sembra avere ferito giusto il segno: quando
nell’estate del 440 a.C. scoppiò tra Samo e Mileto una guerra a cui fecero
séguito varie insurrezioni e ribellioni contro gli ateniesi, gli spartani, se
allora avessero ritenuto la fondazione di Thurio il preludio dell’espansione
ateniese in occidente, avrebbero sicuramente preso vantaggio dalla
straordinaria opportunità offerta dalle ribellioni nell’Egeo. La diplomazia
periclea era giunta al più importante “banco di prova”. Gli spartani non si
mossero per aiutare i ribelli, cosicché Pericle poté liberamente sedare la
ribellione samia uscendone circondato dal massimo prestigio: si era assicurato
una gloria militare, che nulla poteva invidiare a quella di Cimone. Il sostegno
diplomatico da parte dei Peloponnesiaci, silenzioso quello spartano e attivo
quello corinzio, provò decisamente la perfetta misura della sua politica
diplomatica. La moderazione con la quale furono trattati i ribelli e l’avere
impiegato uomini ortodossi e rispettati come Sofocle annullarono le diffidenze
residue dei moderati suscitate da Tucidide figlio di Milesia.
5)
La politica fintamente pacifista, prima di essere duplicata in occidente, fu
messa alla prova in Grecia a ribadire la pace del 446 a.C. Indicativa è al riguardo
la vicenda del congresso panellenico che avrebbe dovuto sancire la pace di
Callia. Se anche Sparta avesse opposto – come fece – un rifiuto al compiersi
del congresso, Atene avrebbe comunque mostrato un forte spirito panellenistico
e una forte devozione alla causa comune e devozione religiosa, assicurandosi
una inequivocabile giustificazione morale per condurre i propri obbiettivi
senza ostacoli e senza opposizioni. Quale occasione migliore quindi per avviare
una politica diplomatica volta ad accrescere quella intesa e quel compromesso,
necessari per mantenere lo status quo?
Per fare questo Pericle chiamò – come abbiamo detto – le menti migliori della
sua epoca, per contribuire alla fondazione dimostrando di essere statista,
diplomatico e pacificatore eccellente. Può infatti sembrare sorprendente che
Lampone fu designato fondatore di Thurio, poiché, malgrado fosse un amico di
Pericle, era anche un’importante figura della vita religiosa ateniese, dunque
di quella tradizione tenuta in bassa considerazione dallo statista razionale e
mondano che era Pericle: in fin dei conti moltissimi ateniesi, soprattutto gli
appartenenti alle classi più povere dalle quali sarebbero venuti i nuovi
coloni, credevano fermamente nella religione. Pericle capiva che ai loro occhi
Lampone, lungi dall’essere soltanto una figura pubblica di rispetto, era anche
il necessario e rassicurante simbolo dell’approvazione e della guida divine.
Anche la scelta del sito del nuovo stanziamento avvenne alla maniera
tradizionale [Moggi1987], seguendo
i consigli dell’oracolo delfico, sebbene poi la città venne progettata dal
pioniere dell’urbanistica greca Ippodamo da Mileto, il quale aveva
precedentemente tracciato i piani del Pireo [Castagnoli1971].
La costituzione della nuova città fu invece affidato a Protagora d’Abdera, il
maggiore teorico politico dell’epoca. Un altro fondatore fu Erodoto
d’Alicarnasso [Raviola1999].
Insomma Pericle – compiuto il necessario atto di omaggio alla tradizione
nominando Lampone fondatore, affidò poi ai propri amici più innovativi e
brillanti, il compito di creare una nuova città secondo principi
razionalistici. Questo era necessario per carpire la fiducia sibarita e fare di
questa una fedele seguace del progetto pericleo.
Del
tutto innovativi furono i modi con i quali veniva presentato alla cittadinanza
ateniese e al resto del mondo greco l’intervento in occidente e Thurio. Il
colonialismo militare ateniese fu presto spacciato come opera dedita a
incivilire i barbari e a esportare i valori della civiltà greca, dunque della
civiltà tout court, in tutte le plaghe ove essa non era ancora arrivata, come
già fatto da Eracle nel suo lungo periplo ai confini del mondo civile. Ciò
avvenne poiché dopo il 449 a.C. la politica estera ateniese, sebbene orientata
dalla stessa voracità imperialistica, non poteva tuttavia più procedere
aggressiva, bellicista, esasperata e onnivora, come nella fase precedente, ma
doveva invece farsi più cauta e sensibile alle esigenze delle polis soggette, le quali chiedevano maggiore
flessibilità rispetto alle consuetudini politiche locali. Interferenze nei
regimi interni delle città alleate si verificarono solo in zone molto vicine,
quali l’Eubea, la Beozia e forse Megara, e solo dopo spontanee trasformazioni
interne, certamente appoggiate e favorite, ma non forzate, da Pericle. Venne
concessa maggiore autonomia sebbene in gergo politico, i “rapporti di forza”
venutisi a determinare tra Atene e le altre città della lega erano ormai tali
da non lasciare spazio alcuno all’autonomia tranne che a poche città quali
Chio, Lesbo, Lemno e Samo, la franchìgia delle quali tendeva comunque a
divenire sempre più teorica, poiché nessuna tra queste polis avrebbe comunque potuto recedere dall’alleanza [CulassoGastaldi 2003, CulassoGastaldi2008, Marchiandi2008 e CulassoGastaldi2015].
Un
analogo thurino è la colonia panellenistica patrocinata da Atene in Sardegna, a
cui si è accennato precedentemente, riferendo i nomi degli autori ai quali si
devono gli scarsi frammenti disponibili: Diodoro, Erodoto, Pomponio Mela,
Pausania, Plinio, Sallustio, Silio Italico e Solino. Sembra che Thurio
condivida gli stessi valori e finalità della colonia sarda, giacché in
quest’ultima si ritrovano alcune caratteristiche architettoniche e ideologiche
visibili anche a Thurio:
1)
una propaganda ateniese propalante l’intervento ateniese quale difesa
ideologica e militare e contro la schiavitù persiana e il barbaro cartaginese;
2)
una completa apertura ateniese alla partecipazione di chiunque all’iniziativa;
3)
un disegno urbanistico razionale, attribuito dalla propagandistica all’ateniese
Dedalo.
Per
estrapolare informazioni corroboranti la nostra ipotesi esaminiamo le fonti
partendo da Erodoto, il quale ricorda che nel VI secolo Biante di Priene invitò
gli ioni a trasferirsi in Sardegna per sfuggire alla schiavitù persiana [Erodoto: 1: 170: 2], come fece
successivamente Aristagora, il quale invitava i greci a recarsi in Sardegna per
sfuggire al gran re [Erodoto: 5:
142: 2]. Analogamente Pausania, rifacendosi a Riano di Bene, rammenta che, nel
tempo della seconda guerra messenica cioè intorno alla metà del VII secolo, fu
progettata una migrazione verso la Sardegna, la quale non sarebbe stata un
fatto isolato, ma sembra ricollegabile a presunti apporti messenici già
effettivi nell’area secondo il periegeta [Pausania:
4: 32: 5]. Già da questi rapidi accenni, che dipingono la Sardegna quale
rifugio (o pegno) di libertà e simbolo contro il barbaro persiano e la
schiavitù cartaginese, caratteristiche non estranee alla colonia di Thurio,
anzi costitutive di questa, sembra deducibile che gli ateniesi, connettendosi
ai precedenti esperimenti coloniari nell’isola, volessero inserirsi in quella
tradizione propagandistica votata a difendere la grecità dalla schiavitù, fosse
quella persiana o quella cartaginese. Infatti Diodoro narra che un oracolo
aveva predetto alla colonia un destino autonomo e un futuro libero dalla
schiavitù: questo si può considerare un indizio certo del fatto che la colonia
ateniese in Sardegna puntava ad assicurare l’autonomia e la libertà dei greci
d’oltremare, creando un avamposto indipendente contro i barbari e contro la
schiavitù. Proprio come Thurio si poneva quale avamposto civile in terra
italica, fornendo un “attrattore” a tutte le altre forze civili della zona.
Ugualmente diodorea è la notizia secondo la quale gli ateniesi non condussero
soli l’impresa coloniaria, ma aprirono l’iniziativa alla partecipazione di
chiunque. Questo incredibile parallelismo con Thurio è suffragato dal fatto
che, anche in una fase successiva della vita della colonia, è ancora possibile
distinguere tra tespiadi e «il resto della popolazione» [Diodoro: 12: 9-11] ed è sufficiente a
datare al V secolo la deduzione coloniale. Stessi modi nell’intervento e stessi
modi nel propagandarlo, dunque stessi fini. La colonia in Sardegna, ampliando
l’impresa ai non ateniesi e ammantando i reali intenti con la cadeniglia
antibarbarica, tendeva sia a realizzare in occidente quella concordia tra
greci, mai stabile e sicura nella madrepatria, che a inviare un segnale
diplomatico distensivo a Sparta, mantenendo lo status quo tanto
ricercato da Pericle; le stesse caratteristiche è possibile riconoscerle in Thurio
e associare negl’ideali, negli scopi e nei modi questa colonia a quella sarda.
A queste caratteristiche deve esserne aggiunta un’altra, che rimanda ugualmente
all’Atene periclea: il razionale disegno urbanistico della città, attribuito
dalla propagandistica all’“ateniese” Dedalo. L’origine ateniese di quest’ultimo
fu spesso usata per interpretare in senso ateniese le leggende che lo vedevano
coinvolto, cosicché possiamo ritenere non casuale la sua presenza in Sardegna.
Un'ulteriore conferma del carattere panellenistico della colonia sarda viene
anche da Pausania, secondo il quale giunsero in Sardegna, dopo Dedalo e gli
ateniesi, genti da Ilio; tale particolare non è presente in Diodoro, ma è
confermato da Sallustio [Sallustio:
Istorie: 2 FR. 8M], Silio Italico [Silio
Italico: 12: 364], Plinio [Plinio:
Istoria naturale: 3: 85], Pomponio Mela [Pomponio
Mela: 2: 7], Solino [Solino: 4:
3] e dallo scoliasta di Dioniso Periegeta [Dioniso
Periegeta: Scolio 458]; un particolare significativo, se considerato
nella prospettiva dei già sfruttati meccanismi propagandistici ateniesi, quando
si dovette giustificare l’impresa thurina all’opinione pubblica. La conferma
ulteriore e definitiva giunge, come già detto, dalla propagandistica ateniese
del V secolo a.C., che era tutta dedita a valorare la presenza greca a Roma e a
ricondurre le origini di Roma al momento in cui Enea approdò nel Lazio. Essa
rivelava chiaramente intenti comuni rispetto alla propagandistica coeva, che rinfocolava
la leggenda sui troiani attivi in Sardegna e sui tespiadi-ateniesi, partiti a
causa dell’affollamento eccessivo, dalla Sardegna e passati a Cuma e nel Lazio,
ove furono detti “aborigeni” e ove contribuirono a fondare Roma prestando il
proprio aiuto a Enea [Sallustio: Intorno
alla congiura di Catilina: 6: 1 E 3 IX]. Entrambe le leggende sono
espressione dell’interesse spiccato di Atene per l’Urbe. Interesse che risulta
concomitante ai più generali interessi ateniesi per l’occidente, nonché
espressione di quelle esigenze politiche che piegano, secondo modalità del
tutto particolari, il mito «alla necessità di presentare, giustificare e
nobilitare le scelte del momento, le novità o la continuità della politica. Le
leggende si stratificano, diventano patrimonio di nuove realtà [...] facendoci
intuire contatti e conoscenze, rapporti e scontri. Il mito mantiene dunque
ancora intatta la sua funzione» [Coppola1995: p. 11].
Oltre
ad aggiungere un tassello al proprio progetto espansionistico in occidente,
Pericle diede prova di essere un eccellente politico, diplomatico e
pacificatore. Può infatti sembrare sorprendente che fosse stato scelto proprio
Lampone quale fondatore di Thurio, poiché, malgrado fosse un amico
dell'olimpico, era anche una figura di spicco della vita religiosa di Atene,
dunque di quella tradizione non tenuta in alcun conto dal razionale e mondano
Pericle. Fu invece una scelta che rispondeva a una logica pregnantissima,
giacché moltissimi ateniesi, soprattutto gli appartenenti alle classi più
povere da cui sarebbero venuti i nuovi coloni, credevano fermamente nella
religione e Pericle capiva che per loro Lampone, lungi dall’essere soltanto una
figura pubblica circondata da rispetto, era anche il necessario e rassicurante
simbolo dell’approvazione e della guida divine. Anche la scelta del sito del
nuovo stanziamento avvenne alla maniera tradizionale [Moggi 1987], seguendo i consigli dell’oracolo Delfico,
sebbene poi la città venne progettata dal pioniere dell’urbanistica greca
Ippodamo di Mileto, che aveva precedentemente tracciato i piani del Pireo [Castagnoli1971]. L’incarico di stendere
la costituzione della nuova città fu invece affidato a Protagora d’Abdera, il
maggiore teorico politico dell’epoca. Un altro fondatore fu Erodoto di
Alicarnasso. Insomma Pericle, compiuto il necessario omaggio alla tradizione
nominando fondatore Lampone, affidò poi ai propri amici più innovativi e
brillanti il compito di creare una nuova città secondo principi razionalistici.
Questo era necessario per carpire la fiducia dei sibariti e rendere Sibari una
fedele seguace del progetto pericleo.
Concludendo
possiamo affermare che nel microcosmo thurino la formula panellenistica, sotto
direzione ateniese, simboleggiava, «con vistoso effetto di propaganda» [Braccesi-Raviola2008: p. 136], la
pretesa e il diritto almeno ideali di Atene alla egemonia sul mondo greco. La
costituzione democratica come ad Atene; l’organizzazione in dieci tribù come ad
Atene; l’insediamento, quale carica esecutiva massima, di un collegio di
στρατεγοί come ad Atene; il coinvolgimento dei più prestigiosi intellettuali
tra quanti operassero in Atene in quella epoca, quali Empedocle, Erodoto, Lampone,
Protagora; il massiccio apporto umano d’Atene stessa furono tutte misure
specifiche, che resero Thurio un esperimento ideologico notevolissimo.
La
tenzone con Tucidide d'Alopece
Considerata una semplice colonia, frutto di una generica attività
coloniaria senza scopi precipui particolari e senza ulteriori sviluppi impliciti
e non dichiarati, Thurio e la sua esperienza coloniale sono state sottovalutate
dagli studiosi. Fondare una nuova colonia panellenica sotto l’egida di
Atene era un progetto tanto più allettante per Pericle, quanta più risonanza
esso avrebbe avuto nella politica interna ateniese, poiché avrebbe permesso di
ottenere il vantaggio nell’agone politico con Tucidide di Alopece figlio di
Melesia, che rivolse a Pericle un attacco furbo e sottile. Il terzo obbiettivo implicito nell'operazione thurina
aveva dunque un fine politico consistente nell'ottenere la vittoria nell’agone
politico con Tucidide di Alopece figlio di Melesia. La fondazione di questa
colonia è stata ricondotta genericamente nell’alveo di un presunto
atteggiamento ripiegatorio della politica estera periclea dopo il 449 a.C.,
interpretato dal De Sanctis come una politica conservatrice, compromissoria e
pacifistica, volta a mantenere, ove necessario, lo status quo e a forzare, ove
possibile, il quadro geopolitico greco e mediterraneo per il vantaggio di Atene.
Malgrado ciò, la partecipazione periclea a Sibari e a Thurio manifesta
caratteri malamente collimanti con l’interpretazione vulgata, stando alla quale
Thurio non fu il frutto di un tentativo espansionistico in Italia, ma il
risultato di una concertazione tra potenze greche, orientata a suggellare la
concordia nazionale senza interessi economici, militari e strategici.
Si deve dunque ammettere un’interpretazione diversa dei fatti svoltisi a
Thurio, poiché la sua fondazione appare perfettamente coerente con tutti gli
atti diplomatici ateniesi succedenti il 449 a.C.; atti che si attagliano
malamente con l’interpretazione desanctiana e che presentano invece gli stessi
caratteri della politica estera precedente al 449 a.C. Tale diversa lettura
sarà corroborata dai dati che seguiranno.
Tucidide non si scagliò contro
l’impero, poiché ciò lo avrebbe alienato dalla simpatia della intera
cittadinanza traente grandi ricchezze e vantaggi dall’impero, ma contro il
φόρος tributato ad Atene dalle città soggette. Egli segnalò apertamente il
principio malamente realistico caratterizzante la politica estera periclea e
indicò scopertamente la spregiudicatezza, l’opportunismo e l’aridità morale del
postulato di tale politica, come si evince dal resoconto plutarcheo, che
riferisce così la sostanza delle contestazioni: «il popolo è disonorato e gode
di cattiva reputazione, perché ha trasferito il denaro degli elleni da Delo ad
Atene. Pericle lo ha privato della migliore giustificazione [...] quella di
avere trasferito i fondi comuni per timore dei barbari e per proteggerlo.
L’Ellade è indubbiamente offesa [...] vedendo che noi adorniamo e orniamo la
nostra città [...] ricoprendola di costose pietre e statue e templi di
altissimo valore pagati con denaro estorto agli Elleni per condurre una guerra»
[Plutarco: Vita di Pericle: 12:
3]. Ciò rese Pericle bersaglio di numerose critiche: il demos o parte di esso, strumentalizzato abilmente dagli oppositori,
rimproverava all’olimpico il condurre una politica troppo prudente e proclive
ai compromessi. Gli alleati lo biasimavano perché pesantemente tassati. Gli
oligarchi lo criticavano per il suo programma edilizio e intanto cresceva nei
suoi confronti il malcontento generale, determinato dal fatto che egli non
proseguiva la guerra contro la Persia e la lotta contro la marineria fenicia. È
probabile che questa situazione possa aver impedito a Pericle la strada per la
riconferma quale στρατεγός e possa avere condotto contemporaneamente Tucidide a
questa carica nel 445/4 a.C. Proprio facendo data al 446-445 a.C. il figlio di
Melesia fu infatti particolarmente attivo, sia nel combattere il modo di
dirigere la politica nel Mediterraneo orientale e nella Grecia centrale, sia
nell’accusare la politica edilizia periclea [Plutarco:
Vita di Pericle: 14: 1], sia nel condannare il trattamento inflitto agli
alleati della lega, sia infine nel denunciare la condotta demagogica perseguita
da Pericle.
Ebbene il vantaggio nella lotta
politica con Tucidide gli fu assicurato certamente anche dal successo thurino.
Nel 444 a.C. Pericle, provando in modo palmare la propria moderazione, la
propria aderenza allo spirito pacifista e i propri sentimenti panellenistici,
rivolse contro il proprio avversario l’argomento antimperialista e
panellenistico, gettando nell’agone politico in corso l’appello dei profughi
sibariti, l’aiuto prestato per difendere la grecità d’occidente, e il proposito
rifondativo. In questo modo provò in modo palmare la propria moderazione, la
propria aderenza allo spirito pacifista e i propri sentimenti panellenistici.
Il buonsenso delle argomentazioni periclee convinse l’assemblea permettendo a
Pericle di ottenere la palma della vittoria: Tucidide fu ostracizzato poco
tempo dopo.
Se anche quest’argomentazione è
valida e compiuta allora la conclusione alla quale essa conduce non può essere
che la seguente: la presenza ateniese, non solo a Thurio ma genericamente in
occidente durante il decennio dal 461 al 449 a.C., era tesa a proseguire una
politica imperialistica ed espansionistica e una conquista già attuata o almeno
perseguita nel Mediterraneo orientale e meridionale. L’iniziativa periclea e
l’intervento nella sibaritide possono essere letti come un’apertura strategica
di Atene all’occidente, considerato come il possibile teatro per una ulteriore
espansione oltre i limiti imposti dalle alleanze sancite nella cd. pace di
Callia.
Tuttavia se nei primissimi anni
della sua storia Thurio fu in qualche misura espressione dei disegni politici
di Atene, fin dall’inizio la colonia venne coinvolta nelle dinamiche
relazionali dell’area insediamentale, nelle tumultuose vicende crotoniati e nei
contrastanti rapporti con i lucani e soprattutto con Taranto cosicchè, dopo
solo un decennio dalla fondazione, Thurio uscì dalla prospettiva ateniese
facendo fallire l’originale progetto pericleo, complice anche l’imminente
guerra peloponnesiaca. Insomma se nel 429 a.C. l’avventura occidentale di Atene
poteva già ritenersi ormai conclusa, tuttavia la vicenda thurina rimase un alto
esempio di perfetta congiuntura tra teoria e prassi politica, sia sotto
l’aspetto più squisitamente diplomatico (suggellò, confermò e rafforzò il
trattato di pace del 446 a.C. tra spartani e ateniesi), sia sotto l’aspetto
politico (permise a Pericle di vincere la sfida politica con Tucidide di
Alopece, e ottenne soprattutto il risultato di avviare l’espansione ateniese in
Italia). Thurio avrebbe rappresentato la realizzazione più compiuta della
visione del mondo periclea, il laboratorio di sperimentazione e progettazione
del suo disegno strategico, il suo capolavoro politico, destinato a rilucere
ben più e ben più a lungo di Atene. Infatti se quest'ultima era un sistema
civico frutto di un processo storico di lunga durata e dell’opera di decine di
generazioni, una città già strutturata e stratificata, dotata di una propria storia,
Thurio era invece una città completamente nuova e ciò avrebbe funto da fomite
per l’ambizione di Pericle di creare dal nulla una città gloriosa e splendida
più di Atene, poiché frutto di un’intelligenza dominatrice e non il risultato
del caso né di contingenze storiche fortuite.
Osservazioni conclusive
Genericamente ricondotta nell’alveo di un presunto atteggiamento
ripiegatorio della politica estera periclea dopo il 449 a.C., sembra incontrovertibile
che la partecipazione periclea in Sibari e Thurio fosse invece volta a
raggiungere tre obbiettivi precipui: mettere il primo piede in Esperia in vista
di futura (prossima?) espansione in area occidentale; inviare a Sparta e alle
restanti città greche un segnale “distensivo” per dissolvere le fondate paure
circa i veri disegni imperialistici ateniesi, per sgomberare i dubbi, le
riserve e i timori delle altre polis
e per infondere nell’opinione internazionale fiducia nel proprio operato e
nella propria diplomazia; ottenere la vittoria nell’agone politico con Tucidide
di Alopece figlio di Melesia.
1. La impresa thurina non appare
dunque una semplice un’azione ispirata a conservare e consolidare l’impero già
acquisito poichè manifesta caratteri malamente collimanti con l’interpretazione
vulgata proposta dal De Sanctis, per il quale non fu il frutto di un tentativo
espansionistico in Italia, ma il risultato di una concertazione tra potenze
greche, orientata a suggellare la concordia nazionale senza interessi economici,
militari e strategici. Si deve dunque ammettere un’interpretazione diversa dei
fatti svoltisi a Thurio, poiché la sua fondazione appare perfettamente coerente
con tutti gli atti diplomatici ateniesi succedenti il 449 a.C.
2. La fondazione della colonia panellenica Thurio
ricade all’interno di un ampio progetto espansionistico-imperialista in Occidente
già inaugurato dalle "alleanze" stipulate con le città di Leontini,
Regio e Neapoli e con gli Elimi di Segesta, e ideato da Pericle in risposta
tanto al problema diplomatico dei rapporti con Sparta - in quell'epoca diretta
e principale rivale di Atene nella lotta per l’egemonia
nel
mondo greco - quanto ai problemi di politica estera e interna che
condizionavano la vita politica ateniese in quel periodo. L’atteggiamento
ateniese in politica estera dopo il 449 non può evidentemente essere assunto a
prova né della rinuncia ateniese all'espansionismo, né dell'arretramento da
parte di Pericle dai sogni imperialistici, né del fatto che sia possìbile
continuare a riferirsi all'imperialismo non più come espansionismo ma solo come
dispotismo e conservazione e consolidamento dell’impero già acquisito giacchè
al di fuori di questo Atene sarebbe stata costretta ad abbandonare ogni
ulteriore ambizione: al contrario mi sembra evidente che la politica estera
ateniese del periodo 449-429 fu rivolta a mantenere e consolidare il dominio
tanto entro i confini dell'impero quanto fuori. Dopo il 449 nella politica
interna ed estera iniziò a manifestarsi l'intreccio tra πλεονεξία, φιλοτιμία e
πολυπραγματοσύνη ovvero tra istinto di avere di più rispetto a quanto si
possiede prevaricando gli altri e violando le leggi, brama di successo e di
potere, e frenetico attivismo. Questo intreccio condusse la situazione politica
greca dal bipolarismo non conflittuale tra Sparta - la potenza terrestre,
conservatrice e immobilista egemone nel Peloponneso – e Atene - la potenza
dinamica e talassocratica dominatrice nell'Egeo - allo scontro frontale (che si
attestò non casualmente nelle aree interferenziali tra i due sistemi ovvero
nella Grecia centrale, nel golfo saronico e nel golfo corinzio). La necessità
che le alleanze fossero mantenute e consolidate era direttamente collegato
all'uso spregiudicato al quale si sottoponeva la flotta e la forza militare
come dimostrato chiaramente dalla guerra samia nel 441-440: l'importante città
isolana, dopo varie complicate vicende originate da circostanze contingenti che
la condussero a proclamare la propria secessione da Atene nel 441, conobbe
l'assedio ateniese nella primavera del 440, cadendo dopo un blocco durato nove
mesi e numerosi scontri e venendo infine costretta a radere al suolo le mura, a
consegnare ostaggi e navi e a pagare una pesante indennità. Si può anzi dire
che l'impiego al quale era sottoposta la flotta secondava direttamente il
precipuo fine di massimizzare i propri vantaggi individuali e comunitari. Non é
un caso che quest'Atene venne chiamata da Pericle "tiranna"
considerando ch'essa aveva finanziato la propria potenza, la propria prosperità
e la propria bellezza tramite la guerra ''maestro violento" [Tucidide: 3: 82], tramite continue
prepotenze, aggiogamenti e depredazioni brutali verso polis
alleate e risorse, tramite dunque una politica basata sul principio pleonettico
alla quale gli ateniesi non potevano più rinunciare ''giacchè ormai é dominio
di natura tirannica: acquistare tale dominio forse é iniquo ma disfarsene é
indubbiamente pericoloso.'' [Tucidide:
2: 63: 1-2]. Atene assecondò costantemente durante tutta la fase periclea
finalità imperialistiche, le quali mutarono nel corso del tempo in conseguenza
del variare delle condizioni politiche e ambientali: se da un lato queste
possono avere influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici, militari,
commerciali e politici preposti a ciascuna iniziativa, dall'altro non deviarono
mai dal progetto di base. Se la lettura degli eventi é corretta, siamo insomma
davanti a un importante indizio del fatto che Thurio non rappresentasse, nei
piani di Pericle, altro se non un avamposto coloniale ateniese atto ad aprire
la via alla espansione militare ed economica ateniese in Occidente. Thurio
avrebbe realizzato tutti gli obbiettivi prefissati da Pericle se non fosse
intervenuta a stravolgere i piani quella τύχη ''la quale sfugge al nostro
dominio'' [Tucidide: 4: 62].
3. Con Thurio ci troviamo infine davanti a una
soluzione inedita e originale ai problemi di governance
che stringevano la Grecia di V secolo, una soluzione che solo una
"grande" personalità in senso scheleiermacheriano - caratterizzata da
una personalissima visione del mondo e dalla pervicacia necessaria a tradurre
in realtà questa visione - avrebbe potuto escogitare: Pericle non fu solo un
grande politico, stratega, soldato, statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu
anche un "grande uomo" in senso schleiermacheriano, capace di deviare
il corso tradizionale delle cose e di orientare le decisioni e la vita stessa
della propria polis
ponendosi come modello e guida nei confronti degli altri individui, capace di
non rassegnarsi alle condizioni date ma dominare le circostanze creando le
condizioni migliori allo sviluppo della comunità, capace di influenzare e
sostanziare col proprio esempio una intera epoca.
4. La presenza ateniese non solo in Thurio ma
genericamente in Occidente era insomma tesa a proseguire la politica
imperialistica ed espansionistica e conquista già attuata o almeno perseguita
nel Mediterraneo orientale e meridionale durante il decennio dal 461 al 449:
l'iniziativa periclea e l'intervento nella sibaritide appaiono verosimilmente
da leggere come apertura strategica ateniese all'Occidente, considerato quale
possibile teatro per una ulteriore espansione oltre i limiti imposti dalle
alleanze sancite nella cd. pace di Callia. Tuttavia se nei primissimi anni
della sua storia Thurio fu in qualche misura espressione dei disegni politici
di Atene, tuttavia già dall'inizio la colonia venne coinvolta nelle dinamiche
relazionali dell'area insediamentale, nelle tumultuose vicende crotoniati, nei
contrastanti rapporti con i lucani e soprattutto con Taranto cosicché dopo solo
un decennio dalla fondazione Thurio uscì dalla prospettiva ateniese facendo
fallire l’originale progetto pericleo complice anche l'imminente guerra
peloponnesiaca. Insomma se nel 429 l'avventura occidentale di Atene poteva già
ritenersi conclusa tuttavia la vicenda thurina rimase comunque un alto esempio
di perfetta congiuntura tra teoria e prassi politica sia sotto l'aspetto più
squisitamente diplomatico (suggellò, confermò e rafforzò il trattato di pace
del 446 tra spartani e ateniesi), sia sotto l'aspetto politico (permise a
Pericle di vincere la sfida politica con Tucidide d'Alopece, e ottenne
soprattutto il risultato di avviare l’espansione ateniese in Italia). Thurio
avrebbe rappresentato la realizzazione più compiuta della visione del mondo
periclea, il laboratorio di sperimentazione e progettazione del suo disegno
politico, il suo capolavoro politico destinato a rilucere ben più e ben più a
lungo di Atene giacchè se questa era un sistema civico frutto di un processo
storico di lunga durata e dell'opera di decine di generazioni, città già
strutturata e stratificata, dotata di una propria istoria invece Thurio era una
città completamente nuova e ciò avrebbe funto da fomite per la sua ambizione di
creare dal nulla una città gloriosa e splendida più di Atene poichè frutto di
un'intelligenza dominatrice e non risultato del caso né di fortuite contingenze
e stratificazioni storiche.
Aristofane, Vespe: 700, Cavalieri: 173;
ARISTOTELE, Politica;
Diodoro
Siculo, 9-12;
DIONISO D'ALICARNASSO, Antichità Romane,
1, 50-51;
Dioniso
Periegeta, 458;
Ermippo, 63 XVI KA;
Erodoto, Storie, 1;
Eschilo, Prometeo;
Euripide, Andromaca,
Eracle, Supplici;
Isocrate, Encomio
di Elena;
Licofrone,
Alessandra, 733;
Papiro di Ossirinco, Scolio II, 29B-29D;
Pausania, 1, 11, 7;
Platone, Gorgia;
Plinio,
Istoria naturale, 3, 85;
Plutarco, Praecepta; Vita di Alcibiade, 17, 3; Vita di
Cimone, 8, 2; Vita di Nicia, 12, 2; Vita di Pericle, 20, 3;
Pomponio Mela, 2, 8;
Pseudo-Aristotele, Le audizioni meravigliose,
100, 81;
Pseudo-Senofonte, Costituzione ateniese,
1, 1-8;
PSEUDO-SENOFONTE, Vita Di Lisia, 835D;
Sallustio, Intorno alla congiura di Catilina,
3, 9-6, 1; Storie, 2, fr. 8D;
Silio Italico, 12, 364;
Sofocle, Antigone;
Solino, 4, 3;
Timeo in FGrHist, 566 fr.
93B;
Tucidide, Storie,
1, 89-2, 65.
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[1] Accolgo la
distinzione gadameriana tra Storia e Istoria per indicare rispettivamente un seguito di vicende reali o immaginarie, personali o relative a un fatto
particolare,
suscettibili di divenire oggetto di un racconto ordinato, oppure
l’esposizione ordinata alla quale si possono
sottoporre i fatti e gli accadimenti umani, nonché le connessioni
reciproche tra
questi mediante le quali è lecito riconoscere in essi sviluppo unitario e coerente.
[2] La trattazione contenuta nel seguente paragrafo é sostanzialmente basata sui contributi di D. Asheri, J. K. Davies e C. Mossè, [DAVIES 1993: P. 64-133, DAVIES 1997, ASHERI 1997c, MOSSÈ 2006: P. 53-119].
[3] La discussione si basa sul discorso svolto in due opere capitali da J. K. Davies e C. Mossè [DAVIES 1993, MOSSÈ 2006].
[4] Se la guerra sia dovuta all’eccessiva ambizione
sibarita oppure alle velleità espansionistiche e ai disegni egemonici della nuova potenza, Crotone, è argomento fortemente
dibattuto e lontano dall’essere risolto; è possibile avanzare una spiegazione plurima, che riconduca a
entrambe le potenze la responsabilità del conflitto: la battaglia del Traente e
la fine di Sibari è possibile che sia dovuta all’aumentare delle reciproche ambizioni
espansionistiche di Crotone e di Sibari e che costituisca il risultato della ‘naturale’ tendenza achea al
controllo degli spazi intermedi tra le fondazioni [greco1990].
[5] Una presunta Sibari “dei
Tessali” sulla quale ci informa
Diodoro [Diodoro Siculo: 11: 90: 3-4]
non mette conto essendo probabile duplicazione.
[6] Località
presso lo Strimone, dove lo stesso Cimone cercò di fondare una colonia ateniese,
che fu invece realizzata con il nome di Anfipoli solo nel 437 a.C. e dove gli
ateniesi «inviarono [...] diecimila coloni, concittadini e alleati, coi quali
intendevano colonizzare la località detta allora Nove Vie e adesso Anfipoli» [Tucidide: 1: 100: 3].
[7] Questo punto merita
una maggiore attenzione rispetto a quella finora datagli: ogni volta che Atene organizzasse una spedizione militare o
pianificasse un intervento fuori dai confini dell’Attica la meta era un’area soggetta a
forti conflitti politico-militari. L’affermazione in proposito di Braccesi e Raviola
è chiara: «se poi si sposta l’attenzione sulla controparte occidentale del
quadro [...]
risulta subito evidente il grave stato di sofferenza degli ambiti a cui Atene
rivolge le proprie attenzioni e di cui sfrutta le debolezza: innanzitutto il
protrarsi delle lacerazioni, o la difficile riappacificazione, nella compagine
cittadina di Crotone; la decadenza di Cuma e lo stentato decollo di Napoli,
bisognosa di rinforzi antropici; le lotte civili a Regio; la perdita di
splendore e vitalità di Metaponto
[...]; per non dimenticare la fine del sogno di ridare
vita a Sibari, del cui definitivo tracollo proprio Atene è politicamente
responsabile. L’ingerenza di Atene è così un altro notevole sintomo della crisi
che va attraversando la Magna Grecia subito dopo la metà del secolo e in
particolar modo l’area achea e le poleis
calcidesi» [Braccesi-Raviola:
pp. 135-136].
[8] Diodoro tramanda che Dedalo fu l’artefice del
tempio di Afrodite nella città elima di Erice; in questo modo tradisce
indirettamente le ambizioni ateniesi per quest’area, celate nelle leggende
circa le peregrinazioni di Dedalo ateniese. Infatti le gesta di questo
personaggio mitologico giocavano un ruolo notevole nell’interpretazione in
senso ateniese delle leggende che lo coinvolgevano, cosicché la sua presenza in
terra elima deve essere stata indotta in modo non certamente casuale ma
interessato.
[9] Mutuo questo titolo da un’opera di Guido Almansi
su Machiavelli [Almansi1979].


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