"LIBRO D'AMORE"
“LIBRO D’AMORE.”
di Manuel Omar Triscari.
A Lara D’Amelia.
<<E così, su binari, in tondo
gira illudendo la ragione
questo trenino a molla
che si chiama cuore.>>
Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[1]
IL PRIMO INCONTRO.
L’una di notte,
forse l’una e
mezza,
fragrante il
Luglio conflagrava,
poi noi due in
fondo al bancone
che riarsi e
strutti dalla lussuria
divenimmo ignari
di cautele
abbandonandoci
alla brama:
discinte le vesti
e neglette
le bocche
s’incontrarono in un ansito di piacere,
le mani a cercare
un appiglio confuso nel buio della sala,
il fruire delle
carni e il godere delle membra,
il veloce
spogliarsi dei corpi e il lento denudarsi dell’anima,
poi il pauroso
coito
che in silenzio
consumammo
al lucore di una
fiamma
che appena
rischiarava.
Ah, ho sempre
amato la voluttà che si raggiunge faticosamente
e rovinosamente si
ottiene,
agli ordinari e
ordinati amori ho sempre preferito la perversione
che assai di rado
trova il corpo trepido del palpito agognato
e che offre una
tensione erotica insana e indecente
morbosa e crudele...
TU.
Tu dal calido
seno che nutre,
tu dalla docile
frutta nella gola,
tu dalla dolce
polpa nelle gambe,
tu dal bronzeo
collo curioso,
tu il più fragile
cristallo del sogno,
tu il più tenue
corallo del desiderio,
tu prole
selvaggia delle selvatiche piogge,
tu dura bellezza
di pietra e tagliente luce di ossidiana,
timido passo di
bambina e fascino sprezzante di ragazzo,
tu cuore in gola
e pugno nello stomaco,
tu salto nel
vuoto e buco nell’acqua,
tu calma accesa
come una finestra
illuminata nel cuore della notte scura,
tu viaggio a
ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione
come una notte nel
deserto,
come un tamburo
forsennato gioia infiammante tu,
pingue germoglio
di bosco e candida rosa dei venti,
venere di
cannella e bruna fanciulla d’uva
coperta solo di
due tenere foglie di palpebra,
tu corpo ideale
dell’amore e sostanza soave del piacere,
erotica visione di
magnetica attrazione.
Tu dai morbidi capelli
setosi
sparsi sull’affannoso
petto,
tu seduta
scosciata in fondo alla notte,
tu che hai
usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,
tu dagli occhi
come monetine da cinquanta,
tu sempre
sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio,
tu unica vita fra
i già-morti
(lugubri uomini
con luride boccacce di fogna,
occhi di carta
igienica e cuore di cartone),
tu in questo
letto di lussuria
flessuosa reclami
abbracci
sussurrando bugie
amiche e parole di passione,
e le tue unghie
sprofondando nel mio cervello
e mi rodono il
cuore divorandomi l’amore
e mi deridono
l’amore sbranandomi il cuore.
Tu sguardo
bruciante, tu furente, tu fremente
tu che ruggisci
alle nere membrane della notte
tu ansimante di
fieni e aspri profumi e scalcinati riposi meridiani
tu nell’acqua di
una bria caduta in agguati di luce
tu che vaghi
innocua in vacui meandri di bosco
tu ansiosa e
perduta in povertà mal-placate
tu soffocata in
ambigui canti
tu
piovuta-affogata e poi spenta nell’imo stridente all’occaso
tu in perenne
aspettanza del nulla
tu dal nulla
sopraffatta mentre spade di luce affettano i giorni e le notti
tu zampa in bocca
e cuore in gola come una volpe in fuga
mentre fonti
zampillano e galassie sciano
e ruote girano e
cuori scoppiano
e i crepuscoli
aspettano a valve aperte
e le ore setose
suggono rugiade-fragole
e i cupidi boschi
aspettano e aspetta pure la morte
che a piccoli
passi si avvicina,
tu sei il
coltello puntato a la gola.
Tu sei per me il
coltello,
mentre i fonti
zampillano e le galassie sciamano e le ruote girano
e i cuori
scoppiano e i crepuscoli aspettano a valve aperte l’atro
e le ore setose
suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi
e aspetta la
morte avvicinandosi con piccoli passi
ai nostri
calcagni.
PRIMO AMORE.
Finito il lavoro
che m’inchiodava
tutto il maledetto giorno
stanco e spossato
uscii dal miserabile ufficio e presi a camminare
senza meta
indugiando per le strade
e senza la voglia
di rincasare.
Avevo 31 anni e
nessuna voglia di lavorare,
giunto com’ero
nel culmine della maturità sessuale
e alla resa dei
sensi più matura,
mentre con aria
tranquilla bighellonavo per la strada
senza gioia e
senza particolare dolore
senza ambizioni e
senza specifici desideri
lungo le viuzze
sucide che portavano a casa
felice per il
solo fatto di esserci ed esistere,
bravamente vivido
e vitale,
e un incanto mi
sospingeva colorandomi il volto:
l’incanto della
spensierata libertà
(ma a che prezzo
guadagnata)
dopo le lunghe
ore di squallido lavoro malpagato
che mi
prostravano chiuso e chino tutto il giorno
prostituito nel
maledetto buco di un fosso
per pochi
spiccioli al mese.
Girovagavo dunque
per la città, ancora bello e interessante,
tra i poveri
vicoli e i maestosi palazzi,
quando passai
davanti a un piccolo bar,
sulla soglia
scorgendovi un viso di giglio
che m’indusse a
fermarmi
e dissimulando
interesse per la sconosciuta rigogliosa bellezza,
florida di
carnale suggestione,
entrai e ordinai
un drink
con voce
soffocata e quasi spenta dal desiderio
come le risposte:
assorte, a bassa voce,
quasi sussurrate,
con tacito acconsentimento.
Ma era solo un
pretesto
distratto da un
sottinteso di complicità manifesto
al solo scopo di
toccarsi le dita e accostare il viso al viso
e le labbra come
per caso
in uno sfiorarsi
improvviso
rapido e furtivo.
Poi i nostri
sguardi s’incontrarono per caso (o per sorte)
e subito si dissero
la brama vietata della carne
subito confessandosi
la vieta brama del corpo
timidamente-dubitosamente
i nostri occhi si
toccarono
e fu un attimo:
sulla soglia
pochi passi
d’ansia
poi il sorriso
che lieve accennammo,
il fondersi degli
sguardi confusi,
il sensuoso tatto
delle mani,
l’accostare
sensuale delle membra trepidanti
lungo la fredda
tangente di uno scontro fortuito,
l’intrecciarsi
delle dita smarrite tra i grani e i chiodi,
e il desiderio
proibito della carne lo esprimemmo timidi
esitando fino al
sorriso di un lieve cenno...
E mentre io
ancora mostravo indifferenza
già i suoi capelli
del colore del vino
mi colmarono i
gangli e m’inebriarono il cervello,
le sinapsi
cerebrali dal liquido profilo consunte allo spasmo,
mentre della sua bellezza
l’alma già satolla sapeva,
già sapeva il cuore
e sapeva il corpo e la carne pure
che nelle nostre notti
senz’alba
una lieta
insonnia di voluttà l’uno nell’altra avremmo trovato:
era dipinto nel
cielo e scritto nella sabbia
che entrambi vivessimo
dell’amore
d’una luna che si
oppone al mondo.
Concluso velocemente
l’affare carnale,
timidi e impacciati
ci salutammo,
e io mi
allontanai per rientrare nella strada,
ma un nuovo
incanto mi sospingeva
e mi screziava ora
il volto:
l’incanto di un altro
amore.
FORSE IO E TE DOVREMMO
FARE L’AMORE.
Hey, facciamo due
passi?
Facciamo due
passi, ti va?
Insieme io e te
sotto la pioggia
che va!
No?
E perchè?
Perchè no, dici?
Dai, facciamo due
passi
insieme soli io e
te!
Che ne dici: ti
sta?
Facciamo due
passi
sotto la pioggia
che va!
No? E perchè? Perchè?
Perchè no, dici?
E perchè perchè no?
Te lo dico io che
lo so:
perchè dovremmo
fare l’amore,
dovremmo fare
l’amore io e te!
Io con te
lo sai?
non ci capisco
niente,
non ci capisco
proprio niente
però mi piace un sacco
mi piace quando
ti vedo,
bella da morire
e vestita da
uccidere.
Io da te mi sento attratto,
quando ti guardo mi
sento proprio un mentecatto,
quando ti siedo
accanto mi sento un portento,
come avere un
siluro dentro:
devo fare
qualcosa per averti
devo fare
qualcosa per fermarti
devo farti
qualcosa
a tutti i costi
altrimenti io qui
schiatto
altrimenti io qui
mi schianto
in un pianto a
dirotto,
ma è che non so
che fare:
ci sono persone
che sanno tutto
e questo è tutto
quel che sanno,
io invece quando
mi guardi
non lo so ma è
come se muoio...
E allora, dimmi,
perchè non
facciamo due passi?
Magari poi ci
sposiamo!
Lo so che forse
sto correndo
ma a me sembra di
sognare,
forse sto proprio
sognando.
A me non piace il
cioccolato
ma mi piace molto
la tua pelle di vaniglia,
mi piace il colore
giallo ma non mi piace il canto del gallo,
non mi piace il
canto del gallo
ma mi piace il
ghigno del vulcano a mezzanotte,
mi piacciono le
ore infuocate del meriggio
ma non mi piace l’alba
e nemmeno il tramonto
poichè tutto
cambia e si trasforma
e a me non piace
vedere le cose cambiare
né sentire il
tempo correre e passare,
e per questo non
mi piace l’alba e nemmeno il tramonto
ma mi piace il
vento
soprattutto
quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,
non mi piace
vedere piovere sul bagnato
né piangere sul
latte versato
ma mi piace il caffè
macchiato
e preferisco le
eccezioni alle regole,
preferisco il
ridicolo di scrivere canzoni e poesie
al ridicolo di
non scrivere né canzoni né poesie,
preferisco una
bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,
preferisco i
paesi conquistati ai paesi conquistatorî,
preferisco avere
delle (buone) riserve,
preferisco l’inferno
del caos al caos dell’inferno,
preferiscono le
favole e le filastrocche agli editoriali,
ai fiori morti, strappati
alla terra e imbalsamati in vetrina,
preferisco i
fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,
ai fiori senza
foglie le foglie senza fiori,
preferisco i cani
con la coda e le orecchie non tagliate,
preferisco gli
occhi chiari e azzurri poichè io li ho scuri,
preferisco gli
zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,
preferisco essere
meno di uno zero
che la radice
quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,
preferisco non
sapere come o dove
né per quanto
ancora o quando,
preferisco
godermi l’attimo e sapere perchè,
preferisco
prendere in considerazione la (rischiosa) possibilità
che l’Essere
abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,
preferisco
chiamare audacemente le cose per nome,
preferisco le
analisi spinte alle sintesi pudiche,
preferisco più la
caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,
preferisco il
palpeggiamento lascivo di temi scabrosi
e la crapula
delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,
preferisco i
frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita
alle viete natiche
rosee dei rotocalchi,
preferisco i
libri scarabocchiati sgualciti e consumati
a quelli intonsi,
negletti e dimenticati,
all’infinito
preferisco il ritmo circolare di una nenia antica,
alle scalate
finanziarie preferisco le scale musicali,
all’armonia delle
sfere celesti la dissonanza
di una nota
capovolta, stonata e dissonante,
e mi trovo
benissimo nelle crepe del pensiero,
negli interstizî tra causa ed effetto,
nelle fessure tra
teoria e prassi.
E a te che cosa
piace?
Non lo so,
non so ancora
niente di te
ma so che vorrei
fare l’amore
perchè, sai, forse
io e te dovremmo fare l’amore:
sarebbe
bellissimo fare l’amore con te
sarebbe
bellissimo fare l’amore io e te!
Fare l’amore in
un mattino di sole
mentre i gatti
passeggiano sul tetto,
fare l’amore
mentre fuori piove
e un aeroplano
scivola via senza fretta,
fare l’amore
sopra un vicolo stretto
mentre poveracci
rovistano nella spazzatura,
fare l’amore in
una stanza d’albergo,
fare l’amore nel
viola di un tramonto ferale
o farlo s’un
tappeto verde di note,
fare l’amore
piano,
fare l’amore come
se suonassimo il piano,
fare l’amore a
scale
che prima si
scende e poi si sale,
fare l’amore
senza farsi male
col profumo della
tua pelle che mi assale,
fare l’amore
accanto a un pacco di Marlboro
o davanti a una
vecchia fotografia di Torino
mentre i passanti
ci scrutano confusi e stupiti
i loro sguardi attoniti
e smarriti,
fare l’amore
mentre gli altri lavorano
e poi fumare una
sigaretta
seduti alle
crepìdini del silenzio
ascoltando la
notte
la notte che
scende
battuta tra
l’incudine e il martello,
e poi, ancora, rivederti
al mattino
e sentire l’odore
della tua bocca
che sa di frutta
matura e dolcissima,
e scoprire le mie
dita ancora impregnate
del tuo aroma di
vaniglia,
e con piacere
ritrovare la tua allegria
impigliata alle
mie ciglia.
Ma davvero io e
te dovremmo fare l’amore?
Ci penso e ci
ripenso
e più ci ripenso e
più mi accorgo
che forse l’amore
noi due
l’amore noi lo abbiamo
già fatto:
chi lo dice che
debba toglierti i vestiti?
Per fare l’amore
non serve spogliarsi
per fare l’amore
basta parlarsi
parlarsi per ore
parlarsi fino
all’alba
fino a stancarsi
alla luce che scialba,
guardarsi negli
occhi e provare a decifrarsi,
imparare tutto a
memoria
prima che sorga
l’aurora
anche i segreti
più faceti
anche i sogni
meno concreti,
imparare gli
occhi a menadito
e a braccio leggere
i silenzi,
vedere tra le
mani i sogni scoppiare
e dalla nuca i
ricordi riaffiorare.
Su, vieni, vestita
o nuda che tu sia,
coperta solo di
due sottili foglie di palpebre
o liquefatta nel globo
di un soffione:
voglio vederti danzare
sul grembo affamato
di un pasto nudo
volteggiando leggera
e leggiadra
tra gli spigoli
aguzzi e gli angoli acuti
del tuo cuore.
E quando i corpi
finalmente s’incontreranno
sarà in un sogno,
sarà come un sogno:
il mio bacio e il
tuo bacio
come un’unica
bocca,
il mio volto e il
tuo volto
come due gocce d’acqua
identiche seppur diverse
identici eppur
diversi
come due gocce di
pioggia,
il mio e il tuo
corpo
isterici di
passione
come un eco che
sale dal dentro del profondo
e ripete
all’infinito l’assioma
del nostro avaro
desiderio
che nulla vuole e
nulla chiede
solo di non
finire
solo di non
finire
mai mai mai...
E quando le mani
si troveranno
sarà all’improvviso
e intrecciandosi
in un sorriso
formeranno un
serto di luce aggrondata,
le bocche
parleranno
e confidandosi nel
cuore della notte più buia che c’è
diranno il fiore
del nostro segreto
e con rabbia
grideranno il nome del desiderio,
mentre le mie
labbra
febbrili di
passione
esulteranno
lungo le linee
aguzze del tuo acciaio,
le dita
incastrate nei tuoi ingranaggi
prese tra gli spigoli
irregolari della tua anima
e gli angoli
acuti del cuore,
il silenzio
impigliato alle svolte del respiro.
ASPETTO NELLA
PIOGGIA CHE VA.
Perso nella
pioggia che va aspetto
la tua lingua come
uno stiletto
e lotto con gli
spasmi del buio
nascosto tra la lucente
cortina delle stelle
e il nero drappo
delle tenebre.
Aspetto nella
pioggia che va
affilati coltelli
come la tua lingua
e vedo clown e buffoni fare le smorfie,
uomini tristi con
facce da bancarotta,
l’odore della
loro (putrida) essenza
è solo un fetido
vapore nauseante
mentre tutti i
tamburi dell’inferno suonano
ma non possono
risvegliare
un ritmo in me.
Io sono finito,
finito:
morte in me
mi guarda fissa
nel centro del
cervello
come un qualsiasi
rifiuto umano.
Io sono solo un
rifiuto umano:
vorrei essere
speciale (per te)
vorrei sapere
come sorprenderti
con un improvviso
salto all’incontrario
o col gesto
inatteso di un bacio rubato
ma io sono solo
un reietto
solo un rifiuto
umano
lo sterco del
mondo e lo scarto della vita
matto come uno
scarafaggio
mentre aumentano
i suicidi e il perchè non lo sapremo mai
e io aspetto
nella pioggia che va
coltelli
taglienti come la tua lingua
o la tua lingua
come una lama spietata
e mi accorgo di
essere proprio finito
come un guado che
taglia un fiume
sono proprio
finito
ora e sempre
finito,
questa maledetta
attesa mi uccide
che al fondo urla
e chiede vittoria,
le mie mani
aperte e impassibili
prima che tutto
sia finito
prima della morte
in me:
puzza stantia di morte
in me
e nella mia
scarpa destra.
Ci sono tanti giorni
così:
la vita proprio
non va
come un pugile finito
siede all’angolo e sembra che rifletta,
come una macchina
guasta accosta ferma e aspetta,
e a me non rimane
altro da fare (questo lo sai già)
che sedere con
lei e aspettare
come un treno
fermo all’altolà.
Ma io non mi fermo,
continuo ad
andare
e mi domando dove
va
la vita quando si
ferma.
Tu sai dove
finisce
la vita quando se
ne va?
Dimmi tu dove va
la musica quando svanisce.
PIOGGIA CHE VA.
Piove
e la pioggia che va non torna,
brilla il freddo
solitario
e l’aria è una coppa
di brina incisa nel vetro della brezza
mentre il
tramonto si riempie di vane sequele
come le vele le
vele le vele...
Quando è la sera e
fuori piove
dentro casa io mi
preparo a riceverti:
cambio le
lenzuola e rifaccio il letto,
la brace che arde
nel caminetto,
e come la mia
porta spalancata che ti attende
anche io sulla
soglia mi metto e ti aspetto:
sulla soglia io
sempre ti aspetto
ti aspetto senza
pretese
pensando al tuo
sguardo
al tuo sguardo
che non ha paese.
È già sera fuori,
piove e fa freddo,
e tu ancora non
arrivi
ma, quando finalmente
arriverai
e il piede nella
mia casa poserai,
il ticchettìo da
telescrivente dei tuoi passi
sarà un colpo al
cuore
e la tua voce sarà
un’autentica rivelazione
e tu, tu sarai
per me una liberazione
come una
catartica espiazione,
e le paure
diverranno uccelli
e nubi dorate gli
incubi,
alberi le mura
e prato il
cemento del suolo.
QUANDO FUORI
PIOVE.
Piove
e la pioggia che
va non torna,
mormora l’acqua infreddolita
tra i rami
e marcisce la
sera tra i madidi sentieri,
brilla il freddo
solitario dell’azzurro-cielo
e l’aria è una
coppa di brina incisa nel vetro,
mentre il
tramonto si riempie di vane sequele
come le vele le
vele le vele...
Piove
e la pioggia va
che non torna
mentre un buio
sale dai reconditi
come un cieco
fiume che gonfia
nell’ora che
lenta s’annera.
Piove
e la pioggia che
va non torna:
le nere membrane
della notte
nascondono brune
gocce di brina
come occhi di
massacrante nullità
appesi alla
ragnatela dei pensieri.
Piove
e la pioggia che
va non torna
mentre gocce
cadono sul tuo corpo
e perle sembrano sulla
tua pelle.
Piove
e la pioggia che
scorre se ne va
come la vita
sanguina e scivola via,
la sera che
scende
con il suo manto
di freddo-gelo,
e io che dentro
mi preparo a riceverti
e cambio le
lenzuola e rifaccio il letto
e poi sulla
soglia mi metto e ti aspetto:
sulla soglia io
sempre ti aspetto
ti aspetto senza
pretese
pensando al tuo
sguardo
al tuo sguardo
che non ha paese.
Entra dunque:
spalancato è
l’uscio,
da tempo la mia
porta ti attende,
e non importa
perchè hai tardato così tanto
poichè ora sei qui
e solo questo conta.
Entra, dunque, e accomodati.
Forse avrai fame:
sul tavolo acqua
e pane
e miele e noci.
Sicuramente sarai
stanca:
vorrei lavarti i
piedi
ma non ho acqua
di rosa.
O forse avrai
sete:
mi trasformerei
in fiume
pur di dissetarti.
O forse avrai
sonno
e solo voglia di
dormire:
un arco di lino
per cullarti
con le mie
braccia farò.
BENVENUTA.
Benvenuta,
ragazza mia,
finalmente sei
arrivata,
il piede nella
mia casa hai posato
e le paure sono
divenute uccelli
e nubi dorate gli
incubi,
alberi le mura
e prato il cemento
del suolo.
Benvenuta,
ragazza mia,
forse avrai fame,
sul tavolo acqua
e pane
e miele e noci;
forse sarai
stanca,
vorrei lavarti i
piedi
ma non ho acqua
di rosa;
forse avrai sete,
mi trasformerei
in fiume
pur di
dissetarti;
o forse avrai
solo sonno e voglia di dormire,
un arco di lino
per cullarti
con le mie
braccia farò.
LA CASA
DELL’AMORE.
Nella casa
dell’amore
oltre la sala
grande
adibita agli
ordinarî amori
sono oscure
camere segrete
che si ha
vergogna solo a nominare:
su quei letti
osceni io ti aspetterò
disteso e supino
il corpo
trepidante di voluttà
il sesso
scandaloso a reclamare il proprio piacere
per celebrare
l’indebito amore
del nostro avaro
cuore amaro.
E questo, se si
vuole, posso aggiungere:
là dove alto
sulle nostre teste corre il fiume
scorrendo vicino
ai tuoi pomi lunati,
lì con te fra le
erbe giacerò
ma non sarà un
amore d’erba il nostro amore:
sarà un sogno, un
fato, un destino,
qualcosa che
cresce dentro, come un bambino,
come una lucente
clorofilla
che nel mattino
il sole distilla.
LA PRIMA NOTTE.
Ricordi?
La casa era
povera, volgare e squallida,
nascosta tra un
vicolo infimo e una strada contorta
ritorta e ricurva
come una mezza-luna distesa
coricata sul
selciato,
e dalla finestra si
vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi
fare su e giù nel
fagocitante amplesso del sucido mercato.
Lì in quella casa
così misera e grama
(lo ricordo come
se fosse ieri)
sopra un letto
d’ebano giacevi,
sodiva e armoniosa
e incosciente,
perfettamente
sana e serenamente felice nelle tue placide membra
che ancora oggi vibrano
alla mia idea del Bello,
e per le finestre
spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto
fiero e forte
nella pienezza delle carni
turgido nel bel
vigore della gagliarda eccitazione
prendeva la luce
dalla candida luna
sepolcro ai
nostri segreti amplessi
alle nostre
baccanali follie testo.
E lì io ebbi il
corpo voluttuoso dell’amore
e le labbra rosse
d’ebbrezza
rosse di una tale
ebbrezza che anche ora che scrivo
ancora sente il
cuore la sua vertigine
e vola leggera l’alma
ancorchè satolla e ubriaca.
E ora?
Da quel momento a
questo
potrebbero essere
anni
ma nella mia
testa è solo il tempo di un ritornello,
come lontana
nella notte una musica che dileguando
per un istante fa
ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:
<<Abbiamo fatto
l’amore e nulla è cambiato:
come ieri abbiamo
niente e ci sembra tutto.>>.
SCUSAMI.
Scusami se ancora
non sorrido
ma mi hanno
piantato dentro così tanti coltelli
che quando mi
regalano un fiore
all’inizio non
capisco neanche che cos’è;
e scusami se non
ti stringo
forte come
vorresti
ma la vita mi ha
bruciato
e ora non ho più
pelle
tranne che per le
carezze;
e scusami se a
volte sembro come assente
ma è che mi hanno
spento
così tante
sigarette addosso
che non sento più
e non ho più
tatto né udito
né mani od
orecchie;
e scusami se sono
sempre così serio
ma è che sei così
bella che metti di malumore
(il tuo volto è
una pura forma d’acciaio:
quando sorridi mi
fai male);
e
scusami se a volte sembro perfino triste
ma è che l’amore
è una schiavitù
e un dolore la
bellezza.
L’ORIGINE.
Non mi trattenni
infine:
mi abbandonai e
mi lasciai andare
senza freni,
senza bride e senza briglie,
ai godimenti per
metà reali e per metà ipotetici
erranti ed
erratici nel mio cervello come un mulinello impazzito,
mi diedi alla
notte luminosa
e bevvi vini
forti
di quelli che
bevono gli audaci del piacere
ardimentosi
capaci di bruciare senza pena e senza dolore
nella vampa della
lussuria
che assale e
consuma.
Mi lasciai andare
e mi abbandonai completamente,
un’amorosa visione
e un’erotica vertigine mi ebbero
che furono
all’origine della sfrenata passione,
e così l’atto
della voluttà proibita venne compiuto:
troppo virtuosa
la società (e ridicola all’eccesso) per capire
ma molto più vale
il godere di bellezza che di reputazione
quando avverte
ebbrezza l’anima.
Eppure quanto il
pregiudizio ridicolo e ottuso pesa
della società fin
troppo virtuosa:
lasciato il letto
senza parlare frettolosi ci rivestimmo
e via dalla casa
alla chetichella uscimmo,
uno dopo l’altro
di nascosto ce la filammo
guardandoci un
po’ inquieti attorno
come sospettando
che qualcosa addosso ci tradisse
e rivelasse in
che sorta di giaciglio eravamo distesi
appena adesso.
Però quanto ne ha
guadagnato la vita del poeta!
Da qui
scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,
qui ebbe origine
la miracolosa passione che ne avvinse.
Cerca di
fermarle, oh poeta,
le tue erotiche
visioni
nel dolce
fraseggio di questo ritornello
seminascoste nel
monotono solfeggio del meriggio
o illuminate
esplodile
nel fulgore della
notte abbacinante
poichè poche di
cose come queste si possono fermare.
E tu ritorna, oh
sensazione,
ritorna e
prendimi, oh amata sensazione,
ritorna e
prendimi, ora che desta il ricordo del corpo
e l’antico
desiderio rifluisce e scorre nel sangue,
ora che le labbra
e la pelle rammentano
e sentono le mani
come se ancora toccassero.
E tu tali e quali
serbami, oh memoria,
il vago tumulto
dei suoi occhi all’addiaccio
e il dolce morso
del suo cuore al galoppo.
Oh sì... sento
che torna... ora sta tornando...
ora che le labbra
ricordano
e la pelle effonde
di nuovo il suo aroma sensuale
e il corpo di
nuovo esulta rotolando a goccioloni
la sua acqua
sessuale...
Oh gioia e mirra
della vita il ricordo di quell’ora
in cui trovai l’orgasmo
come lo cercavo,
oh mirra e
delizia della vita il ricordo di quell’ora
in cui ebbi il
godimento come lo volevo
(e come lo
trattenni forte a me),
oh delizia ed
essenza della vita
per me che
disdegno i consueti piaceri
il nostro rifuggire
da ogni ordinario amore.
AFONIA DI MUTISMI.
Oggi non ho nulla
da buttare giù,
non una parola
non un verso
non una nota
non una melodia
che sia decente
e nemmeno un
bicchiere:
in gola mille
aghi di mutismo.
Non ho coraggio
oggi
nella bruciante
strettoia
che come zolfo
brucia
e corrode e
intorpidisce
ma ugualmente
tenterò
la traccia di un
amore
fuori nel buio
pesto
dei preteriti
boschi
del passato
anche se so che
non ti piace
vedere piovere
sul bagnato
così come a me
non piace andare a Patrasso
né vedere che si
portino civette ad Atene
o legna al bosco e
rovi al rogo
ma ora piove
e per questo
assai bizzarro
il tagliarti mi
pare
il cesoiarti
queste schegge di
legno d’ardere al sole:
quanto migliore
sarebbe un tacere-tonfo sordo.
Ma fuori spari di
fucile
e scoppi di mine
in cortile
e detonare di
lampi di tuono e soffi di luce
in una eterna
danza di sangue
in vortici di freddo-vento
fin dentro le
nubi più furiose
o nel più raro
vuoto
delle campagne e
delle strade
nell’iperuranio dei
mondi e nel silenzio degli iperspazi,
davanti a me una
sola strada
per quanto labile
e proteiforme
come nel mezzo di
un banco di nebbie
e non so se sono
andato dritto
o se ho deviato
per errore (?).
Nel tuo chiuderti
a riccio
dentro un astuto capriccio
nel tuo renderti sempre
presente benchè assente
sempre il
contrario di tutto e l’opposto di niente
e rami e radici
salici e
mangrovie
tra loro
aggrovigliati
avviluppati nella
selva
sempre accessibile-inaccessibile
sempre facile,
sempre difficile
sempre uguale eppur
diversa.
Mai più ci
troveremo a parlare
sotto la
pensilina di una stazione
in mezzo alla
città
deserta per noi
guardando con
stupore
il sereno del giorno
mentre le ore e i
giorni se ne vanno
e pure i treni
passano e vanno
lasciando sul
volto enigmi e radici
illeggibili e
lontane
segnali
indecifrabili
come enigmi
insondabili:
la vita ci ha
sospinti
e noi non ce ne
siamo accorti
presi in trappole
diverse.
Eppure ti aspetto
ancora
a sud di nessun nord come alla periferia di nessun centro,
all’alba di ogni
tramonto come all’occaso di ogni primavera,
nel
quassù-quaggiù di questo non-luogo
alba pratalia e
champs élisées
bianche distese
di cielo
sempre più guasti
sentendo un nulla
che tutto mi
attraversa
e tutto in me si
travasa
e anche ora che
non ti amo
in realtà io
sempre ti amo.
Ricorda:
non è un amore il
nostro amore
ma un destino.
VERME.
Ciao, oggi ho
casa libera:
perchè non vieni
da me?
Mi piacerebbe che
venissi
che mi venissi a
cercare
che mi venissi a
trovare
e ti fermassi un
po’
qui con me;
mi piacerebbe
fare un giro in centro,
vedere la gente
che va e viene come le onde del mare,
fermarmi a osservare
i ragazzi che avvinghiati si abbracciano
nell’abbagliante
splendore del loro primo amore
e in piedi dietro
le nere membrane della notte si amano
e contro le porte
del tempo si scambiano un bacio lento
(per forza deve
essere lento: l’amore non ha tempo,
cioè ha tutto il
tempo),
percorrere senza
fretta il viale del tramonto,
o al crepuscolo correre
come saette sulle sabbie del tempo
(per forza
sarebbe una corsa: sempre il tempo ci sfugge).
Ma poi ti
accorgeresti che non vado bene:
non vado bene per
te
non vado bene per
me
non vado bene per
niente.
Umano, troppo
umano
io sono troppo
maleducato
troppo
disadattato
troppo volgare
troppo inadatto,
e le loro voci mi
tormentano
mi penetrano in
testa
con il rumore di
cento chiodi
con il fragore di
cento passi,
il loro disprezzo
mi brucia
il sangue nelle
vene
e mi brucia il
cuore
come il fuoco di
cento cannoni.
La vita mi ha
bruciato
e ora non ho più
pelle
tranne che per le
carezze:
limitato, troppo
limitato
limitato e
primitivo
primitivo e bleso
io sono inadatto,
troppo inadatto
troppo brusco per
i poeti, troppo lirico per gli scrittori,
troppo pop per i jazzisti, troppo rock per i cantautori,
troppo vecchio
per i bar, troppo giovane per le carte,
troppo duro per
l’amore, troppo stanco per la notte.
Invecchiato come
il bullo di un vecchio film
guido per le
strade di città,
sigaretta che
morde le labbra
come un tempo
faceva l’amore,
inadatto, troppo inadatto
troppo volgare
per i salotti
troppo stanco per
la strada
troppo leale per
il commercio
troppo vigliacco
per pensarci,
mi sento inadeguato,
soprattutto quando penso
che nessuna
ragione giustifichi una menzogna
e che la
cattiveria sia sempre una realtà disdicevole.
Umano, troppo
umano
sono impreparato
all’onere di
vivere
e reggo a fatica
il ritmo
dell’azione,
il mio modo di
fare è troppo provinciale,
i miei istinti
quelli di un dilettante,
e sento come
crudeli le attenuanti
mentre inciampo a
ogni passo nella mia ignoranza.
Inadatto, troppo
inadatto
qualunque cosa io
faccia
si muta sempre
in ciò che non ho
fatto,
e come luna so
brillare
solo di luce
altrui:
io sono l’esito
insoluto
di un fulmine a
ciel sereno
che spento
nell’imo
stridendo schianta
in mare
e va bene così.
SE SOLO LO VORRAI.
Se solo lo vorrai
come archeologo
guarderò in gola al tuo terrore,
e dei tuoi
silenzi esplorerò i labirinti e i labili meandri,
e leggerò nei
tuoi occhi quali furono i panorami
che più ti
colpirono ed emozionarono,
quali nelle tue
paure i traumi,
e nelle ansie i
tuoi desideri.
Spogliati,
spogliati tutta,
mostrami serena
le rughe e le piaghe
e non temere:
anch’io sono ferito dalla vita.
Strappa con coraggio
i veli che ti proteggono
e nascondono i
tuoi lividi e le tue ferite,
mostrati fiera nell’acciaio
dei tuoi lineamenti.
E, quando sarai nuda
come un albero d’autunno
e indifesa come
un bambino,
ti mostrerò le
ricchezze che
nascoste in un
forziere di ghiaccio
ho tenuto in
serbo per te;
ti donerò sincero
tutta la mia fragilità e le mie insicurezze,
le paure
ancestrali e le impurità nascoste;
e sopra un
vassoio di rose bianche infine ti porgerò
con tutto l’amore
che posso
tutta la purezza
di cui sono capace.
Mostrami il tuo
non-so-che
e carpirò ogni
dettaglio
di quello che ti
aspettavi dalla vita e dalla sorte,
svelami i tuoi
frammenti e i tuoi drammi più intimi
un qualche caduco
capello sparso in terra
e ti dirò chi eri
e come sei arrivata fin qui.
In fondo può bastare
anche meno,
ancor meno: le
tracce di sangue
e i minuscoli
frammenti di sogni
restano per
sempre indelebili,
mentre la
menzogna riluce
e dubbi e
intenzioni si palesano.
Mostrami dunque il
tuo nulla
che ti sei
lasciata dentro:
ne farò un bosco
e un’autostrada,
una selva e un
aeroporto,
una bassezza e
un’altezza,
una bellezza e un
terrore.
Donami il tuo
nulla
che ti sei
lasciata dentro
e domani ne farò
bellezza
bellezza e
terrore.
Dimmi quello non
hai avuto
il coraggio di
tentare:
ne farò gioia e
dolore.
Lascia che tutto
ti accada
quanto non hai
voluto.
OR TUTTO INTORNO
UNA RUINA INVOLVE.[2]
Io curo molto il
mio lavoro e lo amo un sacco
anzi io lo adoro:
compongo!
E vivo la vita a
scale
che prima si
scende e poi si sale
ma oggi mi avvilisce
la lentezza del comporre
il giorno mi è di
peso
una presenza
sempre più scura
e in più piove e
tira vento.
Ultimamente però ogni
giorno è sempre più monotono
e il giorno
noioso da un altro giorno tedioso e uguale è seguito
sempre le stesse
cose che accadono
e il passato si
ripresenta e chiede di nuovo il conto
identici momenti
come due gocce d’acqua incombono
e subito
dileguano: sono le solite cose preterite e fastidiose
i mesi passano e
portano solo altri mesi
niente cambia
tutto è scontato
e banale
intuibile e
prevedibile
e il domani finisce
che non somiglia neanche più un domani.
Così, sempre più
spesso, ultimamente mi domando
fino a quando la
mia mente fluttuerà in questa polta,
perchè solo nere
rovine di anni perduti e gettati al vento
scialacquati
dissipati e sperequati
dovunque rivolga
il mio occhio,
se in altre terre
e per altro mare
un’altra città non
ci sia bella come questa
pronta ad
accogliermi,
e sempre una voce
mi risponde:
<<Non troverai
altri luoghi, altri mari non esistono per te
che disperato
sempre sarai perseguitato dalla medesima città,
nelle medesime
strade vagherai,
negli stessi bar invecchierai,
e tra le medesime
mura candirai,
e sempre in
questa città ritornerai,
e per il resto
non sperare: non è nave per te, non è via:
la vita che
perdesti
in questo
sperduto angolo
in questa
sperduta plaga dimenticata dal dio
in tutta la terra
tu la sciupasti.>>
e mi accorgo che
ogni mio sforzo è una condanna già scritta:
ascoso in un
porto sepolto il mio cuore
in perpetuo ascolto
giace
nella pausa di
una perenne attesa
mentre tutto
intorno una ruina involve.
Così
più che il
parlare mi appaga
in giorni come
questi
e mi è dolce il
ricordare:
allora mi fermo a
immaginarti
e resto a lungo
così.
Oh memoria,
ridammi il giorno
che dormimmo la nostra prima notte d’amore
ridammi i suoi
occhi neri neri
oh memoria ciò
che puoi di lei ridammi
ciò che puoi di
quel mio lontano amore stasera dammelo
ciò che puoi di
quel corpo del piacere stasera restituiscimelo
dell’antica
voluttà un ancor vivido virgulto...
Ecco, in occhi
vividi passano le mie visioni d’un tempo:
è il meriggio e
tu dormi sdraiata s’un fianco,
e sembra che il
divino sonno abbia catturato in un sogno...
le tue carni
armoniose e sode,
le labbra piene e
sensuali che tremano di passione
e vibrano alla
mia idea di Bellezza,
i tuoi occhi come
un vago tumulto,
i baci ansimanti
che mordono le labbra
mentre con
maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre
celano il tuo
letto alla vista degli uomini
ma nulla possono
all’affilato bruciore della luce
e alla sua
chiarìa tagliente cedono che accarezza
le tue membra
ideali
modellate per
donare il godimento al corpo
che adagiate e
distese si agitano nel mare del tuo letto
come flutti mossi
dal vento
o alghe pungolate
dalle correnti,
i desideri chiari
e brillanti negli occhi per te
come ondeggiano
in delicati filamenti di luce iridata
tremanti nella
voce da un qualche ostacolo casualmente impediti
come luccicano
negli occhi fissi su te e nella voce
come fervono
trepidi per te...
E così di bel
nuovo nell’arte mi riposo dal lavorìo dell’arte.
LA SCONOSCIUTA.
Pietà grida il
mio cuore,
amore cerca
l’alma e calore il mio sangue:
senza riguardo
senza vergogna senza pudore né pietà
mi ersero alti e
profondi muri intorno
finchè credetti
che non avrei potuto fare altro che impazzire,
finchè credetti di
essere già completamente pazzo,
e disperato sedevo
da solo al buio, in un angolo nudo e freddo,
mentre il cuore e
il cervello mi rodeva questa mia sorte
e la condanna: molte
cose, fuori, avevo ancora da fare.
Come non me ne
avvidi
mentre lavoravano
per tagliarmi fuori dal mondo.
Eppure non sentii
rumore né vocìo né alcun fruscìo
mentre mi costruivano
muri forti e robusti intorno:
insensibilmente
(da parte mia)
impassibilmente
(da parte loro)
indolenti mi
chiusero fuori
dal mondo
mi esclusero.
In quelle buie
grigie stanze
passavo giorni
soffocanti e notti insonni
brancolando alla
ricerca di finestre
ma finestre non trovavo
e se anche ci
fossero state
non avrei avuto
il coraggio per aprirle:
murato fuori dal
mondo
se anche una sola
ne avessi tentato
sarebbe stata un’ulteriore
dolorosa rivelazione:
chissà quante
cose nuove mi avrebbero rivelate
che non avrei
capite,
chissà quali
nuovi tormenti avrebbe portato la luce.
Meglio così
dunque:
in guerra con il
terrore
preda di paura e
sospetto
e panico e angoscia
con la mente confusa
mi dissolvevo
in febbrili
progetti per fuggire un minaccioso pericolo,
e mi smarrivo
dovunque andassi
comunque errando
e sbagliando
poichè non questo
mi spettava:
bugiardi i
dispacci
(mal recepiti o
mal percepiti
non saprei dire
se mal recapitati
o mal capitati)
altra catastrofe
non immaginabile
improvvisa e
violenta
incombeva su di me
e disarmato mi
coglieva e prostrava.
Ma poi un bel
giorno sei arrivata tu
che sei venuta a
me con il tuo fascino incerto
affinchè libero
potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi e sognandoti comunque tu fossi:
il tuo viso possedeva
la grazia mirabile del sogno
ed era un guanto
di pece il tuo corpo,
manto di lattice la
tua pelle e mantice di latte il tuo alito,
mentre serpi
imboscate nella gola
ti agitavano
senza tregua
lingue di fuoco nella
bocca
mostrando allo
sguardo molecole di nessuna fretta
invischiate in
costellazioni di nessun ritegno.
Imprevista e
improvvisa sei arrivata un bel giorno
ed è stata una
rivelazione e una rivoluzione:
con te ho capito che
se non la puoi la vita come la vuoi
devi cercare
almeno
per quanto sta in
te
di non sciuparla
nel troppo commercio con la gente,
con troppe parole
in un via-vai frenetico d’insensati contatti
e assurdi
dialoghi.
Non sciuparla, questa
vita
portandola in
giro in perenne balìa del quotidiano
gioco balordo
degli incontri degli inviti e delle ipocrisie
fini a farne una
stucchevole sconosciuta.
Fatto così savio
di tante esperienze,
se anche mi
fecero del male e altro ancora vorranno farmene,
con le parole con
il piglio e con i modi saprò farmi corazza
affinchè nessuno
altro scopra il mio tallone d’Achille
fasciato come
sarò dalle menzogne
ché ormai altra
difesa non ho.
Sei arrivata in un
bel giorno d’estate,
era Giugno o
forse Luglio,
e sei venuta a me
con il tuo passo sicuro e il tuo fascino incerto,
affinchè libero
potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi e sognandoti comunque fossi,
il tuo viso possedeva
la grazia mirabile del sogno...
DOLCENERA.
Dolce
sarai la mia cura,
la mia creatura
più pura,
sarai la mia strettoia
più dura.
Nera
nei capelli ma
per me sei l’alba,
sei l’aurora,
e i tuoi occhi sono
due soli.
Soave
la tua luce mi
mette già paura
come il sole che
la luna oscura:
sarai bella tra
le belle
come una luna
ridente tra le stelle.
E quando ti
desterai
e un nuovo tuo
giorno penetrerà in me
allora una nuova
vita nascerà in me
e l’anima tremerà
come luna in mare
la pelle vibrando
con sapore squisito di zenzero e vaniglia.
I tuoi bruni fianchi
culleranno i miei sogni
e il tuo grembo
salato sazierà i miei giorni,
il tuo ventre alato
alti farà volare i miei desideri,
e come una scure la
tua bellezza reciderà le mie imposture.
ÉRATO ED APOLLO.
Sei Érato per me e
sei Apollo,
amore e aroma,
mantiglia e
cadeniglia
sui miei occhi
stanchi.
Diciamoci la
verità:
tu sai creare
bellezza
e splendidi i
tuoi bagliori
splendidi i foschi
bagliori che manda la tua pelle cupa
e magnifici pure
i nugoli che esplodi dal petto
nell’alba aurata.
Maestra del caos e del contrasto
fra silenzio e
fracasso
fra rosso e
bianco
nel mezzo del
vorto risucchi ogni impeto di vento,
risucchi ogni
stile d’impeto nel mio petto
e ogni mia disposizione
a tacere
nell’imbuto del
tuo sorriso.
Acuti ghiacci
avvizziti di febbri e alghe balenano sul tuo volto,
assetata di
polvere e di fiamma s’impenna la tua sera
alle svolte del
respiro e nelle crepe nell’abisso:
i tuoi solitari
elementi sono la mia sparsa gloria
e sono ebbre del
tuo liquore le mie notti d’amore.
Negli abissi tuoi
cercarti m’è caro
in ogni tua forma
giaccio sepolto
del tuo sangue
ogni mio fonte esulta
che al mio amore
più non si adagia.
Le tue bocche
sono solo sangue
e nevi macchiate
di sangue i tuoi cuori,
le tue mani sono
solamente immagini inferme
nella sera inerme
che lenta s’annera,
nell’ora che
dispera
e miti vittime
miete in seno.
E anche io inerme
sto
in sere-serti e sirti
inerti
il tuono
echeggiando in valli ascose:
mentre fisso
nella memoria questo azzurro guasto di sgomenti
divengo uno
spazio ermo e deserto, desolato e solitario
frequentato solo
dal tuo sole-deserto.
Vieni a chiedermi
dove
vieni a gridarmi
la tua solitudine
gridami la tua
solitudine
gridami
solitudine,
e in cambio ti
offrirò ghirlande di vento
intrecciate con
arcobaleni di sale.
QUANTA NOTTE.
Quanta notte è
passata sulle nostre teste,
quanta vita
vedendoti-vedendomi
e quante le tue
cose che conobbi
e tante quelle
che non scopersi
tradite dal
sogno.
E quanto abbiamo
insieme varcato la soglia
(ammesso che
fosse vera soglia)
trovandoci
sull’altra sponda
(ammesso che vi
approdammo, all’altra sponda,
e ammesso che vi
fosse davvero, un’altra sponda),
e quanti abbiamo
attraversato ponti
(sempre che fossero
veri ponti),
e quanti giorni (giorni
belli e giorni brutti) abbiamo trascorso
(belli perchè vi
furono e brutti solo perchè non vi furono),
e quanta della
nostra comune sorte non abbiamo saputo
(ammesso che
fosse comune e che fosse una sorte),
e quante notti
dormimmo insieme
cadendo nel più
profondo fra i sogni.
Quanto tu sai
dirlo, sai quantificarlo, quanto?
(ammesso che la
domanda abbia senso e valore la quantità.)
Io non di certo
e per questo
taccio,
per questo non ho
più voluto la notte dopo di te,
per questo non sono
più uscito ad aspettare i prati ospiti del vento
né più sono
riuscito ad aspettare i convogli ventosi
ancora in viaggio
al termine della notte
né i lumi dove
per te sola solo io muoio,
ma ho chiuso le
porte per allontanarti
e mi sono scordato
di tutti i sorrisi
riflessi alle mie
spalle dalla tua grazia
poichè sempre la
notte mi riconduce intorno
ai varchi e alle
rovine franose del tuo povero cuore.
Avevamo tutto (se
la parola non è riduttiva)
davanti a noi (se
non dietro)
e lo abbiamo sprecato
(per non dire sporcato):
siamo saltati dal
vagone in stallo del tempo in corsa
mesti svanendo in
lontananza
(se ci si può
fidare della prospettiva),
attenti e intenti
solo a quello a cui ci costringeva l’assenza
(se solo a quello
davvero).
Ma non ce l’ho
con te,
non ho rancore,
non pretendo
alcun cambiamento,
e d’altronde non
ho fretta.
Una cosa soltanto
non accetto:
il privilegio del
ricordo,
il ritornare
della mia mente a te,
il tuo sempre
tornarmi in mente
e sospingermi a
una meta sempre assente.
Questo non
sopporto:
ti sono
sopravvissuto quanto basta
per pensarti da
lontano
e questo non lo
accetto,
anzi ci rinuncio.
ALBA.
Si sfalda il mare
scagliando e le acque,
mentre antichi
abitatori camminano in solitudine
nella solitudine
di ancestrali sonni abbagliati
e alla struttura
del vento aprico
appassiscono i
miei rischi,
alle ustioni
della luce
si rifugia il
freddo vento dell’inverno,
e cinto il grembo
dagl’insoliti fiumi
il vento bruca la
scarseggiante primavera,
pluvie briganti
sciamano e incombono
su remoti
disarmonici colli,
la sera è un
midollo tenebroso,
tutto è invaso
dal passato,
tumultuate da
vortici sassosi di tramonto
docili labbri
mostrano fanciulle
perdute in
martoriati mattini.
Là tra prove di
vuoto e giochi di pericolo-fuoco
al silenzio si
appoggiano le clausole della memoria infelice
insensibili
sfaceli affidando al vento
che senza
parsimonia colma i volti e i sorrisi.
È l’alba:
la notte si è
ridotta
acuminata in ogni
sua lancia
e lenta ora
inclina i vertici dello spazio,
la luce divide le
parti perdute del mondo dalle parti recuperate,
gli artifici del
fosforo sorprendono l’ombra dentuta del vento
consegnando alle
dubitose vie delle lumache
l’argento
curvo-cavo della luna e il diamante poroso del cielo,
i pallidi petali
madidi che con cammini di costellazione
lambiscono quanto
è rovescio
quanto umilia e
atterrisce,
già il sole
penetra le cieche gallerie delle finestre,
ma indugia ancora
la parvenza
nelle crepe dei
muri e nel disegno del pavimento.
Lì in albe criminali
camminai
ascendendo su
tesori erbacei
marciti-guastati
dalla pioggia
e nevi raggiunsi
sub anditi e volte
in questo luogo
di legno olido e oscuro
dove le nevi
luminose-continue tremano e i sensi feriti languono
e le pietre levigano
ai fianchi cedimenti e scoscendimenti
che sono
solamente la tua ombra e il sole mi ricorda.
Non temetti le
salite le alture e le discese
né il lungo
cammino e la fame,
camminai nel
solco lasciato dal sole-deserto
e le tue membra
volgenti a tramonti di solitudine sognai
e risognai e il
tuo volto
con lo sguardo
vieto di sgomento e martirio.
La febbre mi
vuotò
e un sonno
sublime mi distrusse il volto,
un mare tentò il
mio corpo con cupe foglie,
un’ala fece nido nel
mio fronte,
un nido piumoso che
io piansi con tutto quanto il mio pianto,
che come un fonte
ancora pullula e rampolla
nel dolore che
non molla.
IL MIO E IL TUO.
Nell’aurea bulla promulgata dall’imperatore
bizantino
Alessio Comneno (1048-1118)
per rendere
omaggio alla saggia madre
Anna Dalassena
(1025-1105)
nei costumi e
nell’opre perfetta
vi sono elogî ed encomi a iosa
ma una frase
spicca su tutte:
<<Il mio e
il tuo, fredde parole da noi mai dette.>>.
È così che voglio
ricordarti per sempre
e imprimerti
nella memoria:
con queste due gelide
parole
da noi mai pensate.
Come quelle altre
due parole
le più trite e
ritrite
da noi mai dette,
mai pronunciate, mai,
ma per sempre
sepolte in fondo al cuore,
nel più profondo
del cuore,
dove un battito perenne
costantemente le ravviva.
Il mio e il tuo, il
mio e il tuo,
come un eco che
sale da dentro
e disperato urla la
propria sentenza:
senza mio e tuo
che vita dolcissima!
IL CASO (NON
ESISTE).
Il 12 Luglio del
2020:
una delle tante
date che non mi dicono più nulla
benchè sia di una
certa rilevanza per me
essendo la
ricorrenza del mio genetliaco:
dove sono mai
andato quel giorno,
che cosa ho fatto
mai,
dove mi ero rintanato,
dove mi ero
cacciato?
Non lo so,
e se lì vicino vi
fosse stato un omicidio o un qualche delitto
io non avrei
alcun alibi.
Eppure il sole
sfolgorò e si spense anche per me
sebbene non vi
feci caso,
e la terrà ruotò
e non ne presi nota,
ma non ero un
fantasma dopotutto:
respiravo,
mangiavo, si sentiva il rumore dei miei passi
e certo le mie
dita imprimevano la propria impronta
sulle maniglie e
sui vetri e sui portoni,
e lo specchio
rifletteva la mia immagine,
e indossavo un
qualche abito di un qualche colore,
e certamente più
d’uno mi vide,
forse trovai una
cosa perduta e persi una che avrei poi ritrovato,
ed ero colmo di
emozioni e sogni e incubi e paure (certamente),
eppure adesso
tutto questo è come (...).
Alla stessa
maniera
come me anche tu,
Lara,
sei convinta che
un sentimento improvviso ci unì:
è bella una tale
certezza
ma è ancora più
bella l’incertezza.
Non conoscendoci crediamo
che nulla sia mai successo tra noi,
ma c’inganniamo:
lo dicono le strade le scale i corridoi gli anditi
gli angiporti i
trivi e i quadrivi dove da tempo c’incrociavamo.
Ma se anche facessimo
lo sforzo di ricordare
di un
faccia-a-faccia in qualche porta girevole
o di uno “scusa”
nella ressa del mercato non ricorderemmo,
e ci stupirebbe
molto sapere che già da parecchio tempo
il caso giocava
con noi.
Non ancora del
tutto pronto a mutarsi in destino
ci avvicinava
intanto e ci allontanava allo stesso tempo,
ci tagliava la
strada al semaforo e con un salto si scansava
soffocando in petto
una risata derisoria.
eppure vi furono segni
e segnali
anche se
indecifrabili,
e forse tre anni
addietro o solo mercoledì scorso
una foglia volò
sulle nostre teste
ed entrambi ci
estasiammo al raggio di sole che la trafisse,
e probabilmente
vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava s’un tocco,
e una impronta
digitale cancellava l’altra,
una notte forse
anche lo stesso sogno
poi confuso al
risveglio,
sicuramente il
sole esplose per noi nello stesso momento
senza che però vi
facessimo caso,
e la terra ruotò
per entrambi nello stesso attimo
senza che ne
prendessimo nota,
e inoltre
respiravamo mangiavamo e dormivamo,
e il suolo
riverberava il rumore dei passi,
e le impronte
delle dita restavano sulle maniglie,
e lo specchio
rifletteva la nostra immagine,
e indossavamo
certamente qualcosa d’un qualche colore,
e certamente più
d’uno ci vide
e posò il proprio
sguardo sulla nostra pelle,
entrambi perdemmo
qualcosa che poi avremmo ritrovato
o ritrovammo qualche
cosa che credevamo perduta,
ed eravamo colmi
di emozioni ed impressioni che traboccavano,
ma tutto questo è
ora una serie insignificante di punti fra parentesi:
fra le dita del
caso lo spazio si srotola e arrotola,
nel cielo
infinito di un piano cartesiano il caso rotola
si allarga e si
restringe, si avvolge e si dipana,
il caso gira fra
le mani un caleidoscopio
in cui luccicano
miliardi di vetrini colorati
ed è avvolto in
un mantello che divora le cose che vi si perdono,
il buco nero del
caso ci guarda a fondo negli occhi
e noi chini fissiamo
quell’oscurità
e veniamo come
inghiottiti,
e allora la testa
comincia a farsi pesante
le palpebre si
socchiudono,
ci viene voglia
di ridere e piangere insieme,
e una gioia ci
pervade
raggiante e
illusoria,
è davvero
incredibile
ma deve esserci
un senso:
forse che tutto
questo avvenga in un laboratorio sperimentale,
sotto una lampada
perpetua?
Forse che noi
siamo liquori trasfusi da un vaso all’altro,
scossi in alambicchi,
osservati non soltanto da occhi,
e infine presi a
uno a uno con le pinzette?
O forse è
altrimenti e non c’è alcun intervento esterno
e i cambiamenti
avvengono da sé
in conformità al
piano, allo schema,
e alla logica del
sistema?
Ma ecco una
ragazzina che si ferma in mezzo al marciapiede,
si volta a destra
e si rassetta il cappellino
specchiandosi a
una vetrina:
il libro degli
eventi è sempre aperto a metà,
ogni inizio è
solo un seguito.
FARE
L’AMORE.
Fare
l’amore nel sole mattutino,
fare
l’amore in una stanza d’albergo,
fare
l’amore in una lurida alcova,
fare
l’amore in un talamo grazioso,
fare
l’amore s’un tappeto rosso e renderlo ancora più rosso,
fare
l’amore nella squallida camera in affitto
di
uno sporco appartamento da quattro soldi,
fare l’amore mentre poveracci razzolano nel vicolo angusto,
tra il pattume e le scorie, in cerca di una cicca
o
degli avanzi di una pagnotta ammuffita,
fare
l’amore s’un tappeto rosso
più
rosso del sangue,
fare
l’amore mentre Fellini gira un film,
fare
l’amore mentre gli altri lavorano,
fare
l’amore mentre la pioggia trafigge il vento
e
percuote gli alberi
e
gli alberi piovono il proprio manto di foglie
che
si sfalda a scaglia a scaglia,
fare
l’amore davanti a una cartolina sbiadita di Parigi
o
accanto a un pacco di Marlboro rosse.
Fare
l’amore cioè costruire l’amore,
amarsi
una volta ed essersi amati per sempre,
amarsi
una volta è amarsi per sempre.
SUDORE.
Che belli i
mattini d’estate
che ci
sorprendono abbracciati
stretti in un
solo respiro
umidi di sudore e
acqua sessuale
mentre il tuo
liquido profilo si staglia all’occaso
come una
ghirlanda di sale scolpita dal vento,
invischiata in
costellazioni di ghiaccio.
Che belli i
mattini d’estate
che ci
sorprendono madidi e sudati,
avvinghiati e
riversi in un bagno di sudore
che s’insinua tra
le pieghe morbide del collo
e gli angoli
acuti del cuore,
e poi sulle vaste
plaghe della pelle
ancora tremante
d’isterica passione
si perde in mille
rivoli
di febbrile eccitazione.
Che belli i
mattini d’estate
in cui io e te ci
svegliamo madidi e sudati,
i corpi esultanti
di gioia per il recente amplesso,
i capelli ancora
danzanti di elettrica eccitazione,
la pelle tremante
di gloria,
i corpi isterici
di desiderio
sconvolti dal
ripetuto orgasmo
che ancora
indugia sui volti
con collane di
sudore
e perline di acqua
sessuale.
Che belli i
mattini d’estate
che ci trovano nudi
e discinti,
spogliati i veli
adornanti e le maschere di ghiaccio
con cui
occultiamo le nostre paure e celiamo i segreti,
coperti solo di
due sottili foglie di palpebre,
abbandonati nei
nostri puri lineamenti
come un albero in
autunno,
indifesi e
verginali come bambini addormentati
eppur fieri delle
nostre segrete ricchezze
nascoste in un
forziere di vetro,
orgogliosi delle
nostre fragilità e delle nostre insicurezze,
di tutte le
impurità nascoste e le ancestrali paure,
avvinghiati l’uno
all’altra come muschio alla penombra,
fluttuando
dolcemente come boe sul mare del nostro letto,
come alghe mosse
dalle correnti agitati dal vento della passione,
o come il giorno
e la notte fusi nella chiaria dell’alba,
che sfuma e in un
attimo si consuma
e fa dei nostri
sessi due fiori discosti,
ripiegati l’uno
sull’altra come petali sullo stame.
Linfa ed essenza
della (mia) vita
i mattini
d’estate che ci ritrovano stretti e avvinghiati
in un amplesso
madido di sudore che brilla
come la mia acqua
sessuale che stilla la sua vitale clorofilla
lungo le linee
sinuose del tuo sensuoso collo di ancella.
Essenza e gioia della
vita
i mattini che ci
sorprendono bocca nella bocca al risveglio:
il letto in cui
io e te giacciamo distesi non è solo un letto,
è una spiaggia, è
una terra promessa,
un lembo di paradiso
che divide parti
di luci e le confonde
con molecole di
nessuna fretta.
Gioia ed delizia
della vita i mattini estivi
che ti
sorprendono nuda e abbandonata accanto a me,
il petto
imperlato di una sottile collana di acqua sessuale,
i capelli
scarmigliati nell’impalpabile globo di un soffione,
le tue mani come
lancinanti aculei di sogno:
in quel momento
nulla è più vero del tuo odore,
e i tuoi alti
seni sono una gloriosa vertigine di carne...
Delizia ed
euforia della vita i mattini estivi
quando ti desti al
mio fianco
e a me volgi lo
sguardo:
il tuo sguardo è
una frustata di amaranto,
i tuoi occhi sono
una pugnalata
e mi trafiggono
con mille aghi di gelosia.
Euforia e
salvezza della vita i mattini estivi
poichè quello che
spunta lento
e gli uomini
comunemente chiamano giorno
per noi non è che
una diversa declinazione della notte
che disvela ai
nostri occhi stanchi lo stesso mistero.
Ma l’immenso ci
sovrasta
e sulle nostre
teste si scaglia,
ai capelli sempre
s’impiglia e addensa,
e la sua abbacinante
infinitezza ci abbaglia:
faremmo meglio a
richiuderci l’uno sull’altra
come petali
attorno allo stame
e rifare la notte
che, vuota e
silente,
paurosamente
estranea e solitaria,
ci fa suoi
colmandoci di
mille gridi e gemiti
lacerati dai
denti e dalle fauci.
Ma anche mentre
l’uno all’altra ci stringiamo
per non vedere la
minaccia che incombe
non consideriamo
che il pericolo potrebbe giungere da noi,
da me o da te,
poichè sempre le
nostre anime vivono di tradimento.
L’APPARTAMENTO.
Quante volte in
quell’appartamento c’incontrammo
e ci appartammo
per amarci e scopare.
Ci sono ripassato
qualche mese fa,
ora è affittato a
uno studio legale,
ma prima fu
nostro,
e io lo ricordo
ancora come fosse ieri:
vicino alla porta
il divano,
accanto alla
finestra il letto
dove tante volte
ci amammo e io ti presi,
a destra un canterano,
a sinistra un
piccolo armadio a specchio in arte povera,
un tappeto al
centro
e in mezzo il
tavolo dove scrivevo,
lambito fino a
sera dal sole del meriggio.
In quella camera
luminosa e splendida
quante volte ci
amammo?
Infinite volte su
quel letto ci amammo
ed io ebbi le
labbra ideali e le splendide membra di sogno,
modellate per
donare il piacere al corpo;
infinite volte su
quel letto ci amammo presi
nell’impeto della
passione;
un milione di
volte la vampa della lussuria ci assalì
e consunse infine
su quelle lenzuola umide e sporche,
infuse e tinte di
sperma, sangue e sudore;
mille baci ci
scambiammo e poi altri cento
dentro quelle
quattro mura,
e ancora altri
mille e di nuovo cento,
finchè i nostri
baci non si confusero con le stelle;
infinite volte,
su quel divano, passò l’amore
nella carne
stupenda e nella bocca da baciare,
nella carne che
era tutta bellezza quante volte
passò la febbrile
eccitazione che brucia
dando senza
remore forma alle fantasie del piacere;
infinite volte
arse la carne la brama esiziale
e nella tensione
bella si dischiuse il fiore della voluttà,
nel letto godendo
delle sospirate forme il piacere.
Poi un giorno,
erano le 4 del
pomeriggio,
dopo aver fatto
una volta ancora l’amore,
ci salutammo e
con un abbraccio ci separammo:
doveva essere solo
una pausa,
ed eterna è
divenuta quella pausa,
sicchè ancora
vivo come sospeso
nel ricordo di
quell’amore.
Colpa delle
circostanze,
o forse del
nostro amore:
ormai affievolito
e certo non più
forte e gagliardo come quello d’un tempo
languiva lo
slancio e l’impeto carnale
ormai.
O forse il fato
dimostrandosi per
una volta benevolo e signore
ci separò prima
che si spegnesse amore e ci mutasse il tempo
affinchè gli anni
non passassero mai
e io restassi
sempre per te il bell’uomo di trent’anni
e tu per la bella
ragazza atletica e soda, armoniosa e incosciente,
nei cui occhi
ancora inesperti passavano
l’erotiche
visioni carnali d’un tempo di sogno.
Tutta sentimento
ti sei fatta, per me,
e nella gioia e
nel dolore di questi versi ti ho ricreata,
con ricordi e
parole.
ESTASI.
Era passata la
mezzanotte
quando finalmente
mi addormentai
e con il sonno
venne anche il sogno
e nel sogno il
tuo viso bello e la tua giovinezza squisita
che il mio
sensuoso desiderio esaltò e accese
e d’un tratto
stanchezza crucci e riflessioni dileguarono
e subito
tutti gioia e
forza
e sentimento e
lussuria
andammo
in un luogo di
malaffare molto riservato,
che col tempo
divenne nostro
e chiedemmo una
camera e bevande costose
e bevemmo e
brindammo e
giunte che furono
le quattro
nell’amore
c’immergemmo
impavidi temerari
e felici.
QUELLO ERA IL
LUOGO.
Metti una piccola
camera ammobiliata, volgare e squallida,
nascosta nel
sotto-tetto di una bettola equivoca e sospetta
infrattata in un vicolo
angustioso e lurido dei bassi-fondi
da cui salivano
sussurri d’illeciti affari e frastuono di pravi;
aggiungi una
notte luminosa, gravida di lussureggianti promesse
e fantasie di
perversione e meravigliose visioni erotiche:
lì, sul vile e miserabile
giaciglio, il corpo dell’amore,
lì sul letto
schifoso ebbi la bocca voluttuosa e famelica e rossa,
rossa di una tale
ebbrezza che ancora ora che scrivo
sento la mia
anima volare, leggera ancorchè ebbra...
Quello era il
luogo,
quella era la
cosa giusta da fare.
<<Perchè, dunque,
la metti giù così dura?>>
mi chiedi.
È tutto quello
spazio,
tutto quello
spazio tra vita e poesia,
tutta quella
distanza tra la vita e le storie:
è insopportabile.
Sembra che ogni
volta che ti accendi
loro vogliano
abbagliarti per spegnerti.
Vedi, le altre
persone vogliono solo controllarti,
vogliono solo
sedersi e guardarti e ridere di te,
così possono
tornare a casa e dire
che in fondo non
era niente di che.
Sparano, sparano
sentenze,
giudizi, insulti,
ma non fanno
niente.
Anche tu ne fai
parte,
questa poesia
parla di noi:
se credi in
qualcosa,
in che cosa
credi?
Allora difenditi!
O c’è qualcosa
che non va in te?
<<Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.>>
Fernando Pessoa: “autopsicografia”[3].
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.
[1] Tratto
da “Una sola moltitudine” di
Fernando Antonio Nogueira Pessoa a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè
de Lancastre (Adelphi, Milano,
1979).
[2] Giacomo Leopardi: “La ginestra”: v. 32-33.
[3] Tratto
da “Una sola moltitudine” di
Fernando Antonio Nogueira Pessoa a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè
de Lancastre (Adelphi, Milano,
1979).

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