"LIBRO D'AMORE"

 

“LIBRO D’AMORE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 


 

 

A Lara D’Amelia.

 

 

 

 

 

<<E così, su binari, in tondo

gira illudendo la ragione

questo trenino a molla

che si chiama cuore.>>

 

Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[1]

 

 

 

 

 

IL PRIMO INCONTRO.

 

L’una di notte,

forse l’una e mezza,

fragrante il Luglio conflagrava,

poi noi due in fondo al bancone

che riarsi e strutti dalla lussuria

divenimmo ignari di cautele

abbandonandoci alla brama:

discinte le vesti e neglette

le bocche s’incontrarono in un ansito di piacere,

le mani a cercare un appiglio confuso nel buio della sala,

il fruire delle carni e il godere delle membra,

il veloce spogliarsi dei corpi e il lento denudarsi dell’anima,

poi il pauroso coito

che in silenzio consumammo

al lucore di una fiamma

che appena rischiarava.

 

Ah, ho sempre amato la voluttà che si raggiunge faticosamente

e rovinosamente si ottiene,

agli ordinari e ordinati amori ho sempre preferito la perversione

che assai di rado trova il corpo trepido del palpito agognato

e che offre una tensione erotica insana e indecente

morbosa e crudele...

 

 

 

TU.

 

Tu dal calido seno che nutre,

tu dalla docile frutta nella gola,

tu dalla dolce polpa nelle gambe,

tu dal bronzeo collo curioso,

tu il più fragile cristallo del sogno,

tu il più tenue corallo del desiderio,

tu prole selvaggia delle selvatiche piogge,

tu dura bellezza di pietra e tagliente luce di ossidiana,

timido passo di bambina e fascino sprezzante di ragazzo,

tu cuore in gola e pugno nello stomaco,

tu salto nel vuoto e buco nell’acqua,

tu calma accesa

come una finestra illuminata nel cuore della notte scura,

tu viaggio a ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione

come una notte nel deserto,

come un tamburo forsennato gioia infiammante tu,

pingue germoglio di bosco e candida rosa dei venti,

venere di cannella e bruna fanciulla d’uva

coperta solo di due tenere foglie di palpebra,

tu corpo ideale dell’amore e sostanza soave del piacere,

erotica visione di magnetica attrazione.

 

Tu dai morbidi capelli setosi

sparsi sull’affannoso petto,

tu seduta scosciata in fondo alla notte,

tu che hai usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,

tu dagli occhi come monetine da cinquanta,

tu sempre sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio,

tu unica vita fra i già-morti

(lugubri uomini con luride boccacce di fogna,

occhi di carta igienica e cuore di cartone),

tu in questo letto di lussuria

flessuosa reclami abbracci

sussurrando bugie amiche e parole di passione,

e le tue unghie sprofondando nel mio cervello

e mi rodono il cuore divorandomi l’amore

e mi deridono l’amore sbranandomi il cuore.

 

Tu sguardo bruciante, tu furente, tu fremente

tu che ruggisci alle nere membrane della notte

tu ansimante di fieni e aspri profumi e scalcinati riposi meridiani

tu nell’acqua di una bria caduta in agguati di luce 

tu che vaghi innocua in vacui meandri di bosco

tu ansiosa e perduta in povertà mal-placate

tu soffocata in ambigui canti

tu piovuta-affogata e poi spenta nell’imo stridente all’occaso

tu in perenne aspettanza del nulla

tu dal nulla sopraffatta mentre spade di luce affettano i giorni e le notti

tu zampa in bocca e cuore in gola come una volpe in fuga

mentre fonti zampillano e galassie sciano

e ruote girano e cuori scoppiano

e i crepuscoli aspettano a valve aperte

e le ore setose suggono rugiade-fragole

e i cupidi boschi aspettano e aspetta pure la morte

che a piccoli passi si avvicina,

tu sei il coltello puntato a la gola.

 

Tu sei per me il coltello,

mentre i fonti zampillano e le galassie sciamano e le ruote girano

e i cuori scoppiano e i crepuscoli aspettano a valve aperte l’atro

e le ore setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi

e aspetta la morte avvicinandosi con piccoli passi

ai nostri calcagni.

 

 

 

PRIMO AMORE.

 

Finito il lavoro

che m’inchiodava tutto il maledetto giorno

stanco e spossato uscii dal miserabile ufficio e presi a camminare

senza meta indugiando per le strade

e senza la voglia di rincasare.

 

Avevo 31 anni e nessuna voglia di lavorare,

giunto com’ero nel culmine della maturità sessuale

e alla resa dei sensi più matura,

mentre con aria tranquilla bighellonavo per la strada

senza gioia e senza particolare dolore

senza ambizioni e senza specifici desideri

lungo le viuzze sucide che portavano a casa

felice per il solo fatto di esserci ed esistere,

bravamente vivido e vitale,

e un incanto mi sospingeva colorandomi il volto:

l’incanto della spensierata libertà

(ma a che prezzo guadagnata)

dopo le lunghe ore di squallido lavoro malpagato

che mi prostravano chiuso e chino tutto il giorno

prostituito nel maledetto buco di un fosso

per pochi spiccioli al mese.

 

Girovagavo dunque per la città, ancora bello e interessante,

tra i poveri vicoli e i maestosi palazzi,

quando passai davanti a un piccolo bar,

sulla soglia scorgendovi un viso di giglio

che m’indusse a fermarmi

e dissimulando interesse per la sconosciuta rigogliosa bellezza,

florida di carnale suggestione,

entrai e ordinai un drink

con voce soffocata e quasi spenta dal desiderio

come le risposte: assorte, a bassa voce,

quasi sussurrate, con tacito acconsentimento.

Ma era solo un pretesto

distratto da un sottinteso di complicità manifesto

al solo scopo di toccarsi le dita e accostare il viso al viso

e le labbra come per caso

in uno sfiorarsi improvviso

rapido e furtivo.

 

Poi i nostri sguardi s’incontrarono per caso (o per sorte)

e subito si dissero la brama vietata della carne

subito confessandosi la vieta brama del corpo

timidamente-dubitosamente

i nostri occhi si toccarono

e fu un attimo:

sulla soglia

pochi passi d’ansia

poi il sorriso che lieve accennammo,

il fondersi degli sguardi confusi,

il sensuoso tatto delle mani,

l’accostare sensuale delle membra trepidanti

lungo la fredda tangente di uno scontro fortuito,

l’intrecciarsi delle dita smarrite tra i grani e i chiodi,

e il desiderio proibito della carne lo esprimemmo timidi

esitando fino al sorriso di un lieve cenno...

 

E mentre io ancora mostravo indifferenza

già i suoi capelli del colore del vino

mi colmarono i gangli e m’inebriarono il cervello,

le sinapsi cerebrali dal liquido profilo consunte allo spasmo,

mentre della sua bellezza l’alma già satolla sapeva,

già sapeva il cuore e sapeva il corpo e la carne pure

che nelle nostre notti senz’alba

una lieta insonnia di voluttà l’uno nell’altra avremmo trovato:

era dipinto nel cielo e scritto nella sabbia

che entrambi vivessimo dell’amore

d’una luna che si oppone al mondo.

 

Concluso velocemente l’affare carnale,

timidi e impacciati ci salutammo,

e io mi allontanai per rientrare nella strada,

ma un nuovo incanto mi sospingeva

e mi screziava ora il volto:

l’incanto di un altro amore.

 

 

 

FORSE IO E TE DOVREMMO FARE L’AMORE.

 

Hey, facciamo due passi?

Facciamo due passi, ti va?

Insieme io e te

sotto la pioggia che va!

No?

E perchè?

Perchè no, dici?

Dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

Che ne dici: ti sta?

Facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

No? E perchè? Perchè?

Perchè no, dici?

E perchè perchè no?

Te lo dico io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore,

dovremmo fare l’amore io e te!

 

Io con te

lo sai?

non ci capisco niente,

non ci capisco proprio niente

però mi piace un sacco

mi piace quando ti vedo,

bella da morire

e vestita da uccidere.

 

Io da te mi sento attratto,          

quando ti guardo mi sento proprio un mentecatto,

quando ti siedo accanto mi sento un portento,

come avere un siluro dentro:

devo fare qualcosa per averti

devo fare qualcosa per fermarti

devo farti qualcosa

a tutti i costi

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui mi schianto

in un pianto a dirotto,

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno,

io invece quando mi guardi

non lo so ma è come se muoio...

 

E allora, dimmi,

perchè non facciamo due passi?

Magari poi ci sposiamo!

Lo so che forse sto correndo

ma a me sembra di sognare,

forse sto proprio sognando.

 

A me non piace il cioccolato

ma mi piace molto la tua pelle di vaniglia,

mi piace il colore giallo ma non mi piace il canto del gallo,

non mi piace il canto del gallo

ma mi piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,

mi piacciono le ore infuocate del meriggio

ma non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto

poichè tutto cambia e si trasforma

e a me non piace vedere le cose cambiare

né sentire il tempo correre e passare,

e per questo non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto

ma mi piace il vento

soprattutto quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,

non mi piace vedere piovere sul bagnato

né piangere sul latte versato

ma mi piace il caffè macchiato

e preferisco le eccezioni alle regole,

preferisco il ridicolo di scrivere canzoni e poesie

al ridicolo di non scrivere né canzoni né poesie,

preferisco una bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,

preferisco i paesi conquistati ai paesi conquistatorî,

preferisco avere delle (buone) riserve,

preferisco l’inferno del caos al caos dell’inferno,

preferiscono le favole e le filastrocche agli editoriali,

ai fiori morti, strappati alla terra e imbalsamati in vetrina,

preferisco i fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,

ai fiori senza foglie le foglie senza fiori,

preferisco i cani con la coda e le orecchie non tagliate,

preferisco gli occhi chiari e azzurri poichè io li ho scuri,

preferisco gli zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,

preferisco essere meno di uno zero

che la radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,

preferisco non sapere come o dove

né per quanto ancora o quando,

preferisco godermi l’attimo e sapere perchè,

preferisco prendere in considerazione la (rischiosa) possibilità

che l’Essere abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,

preferisco chiamare audacemente le cose per nome,

preferisco le analisi spinte alle sintesi pudiche,

preferisco più la caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,

preferisco il palpeggiamento lascivo di temi scabrosi

e la crapula delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,

preferisco i frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita

alle viete natiche rosee dei rotocalchi,

preferisco i libri scarabocchiati sgualciti e consumati

a quelli intonsi, negletti e dimenticati,

all’infinito preferisco il ritmo circolare di una nenia antica,

alle scalate finanziarie preferisco le scale musicali,

all’armonia delle sfere celesti la dissonanza

di una nota capovolta, stonata e dissonante,

e mi trovo benissimo nelle crepe del pensiero,

negli interstizî tra causa ed effetto,

nelle fessure tra teoria e prassi.

 

E a te che cosa piace?

Non lo so,

non so ancora niente di te

ma so che vorrei fare l’amore

perchè, sai, forse io e te dovremmo fare l’amore:

sarebbe bellissimo fare l’amore con te

sarebbe bellissimo fare l’amore io e te!

 

Fare l’amore in un mattino di sole

mentre i gatti passeggiano sul tetto,

fare l’amore mentre fuori piove

e un aeroplano scivola via senza fretta,

fare l’amore sopra un vicolo stretto

mentre poveracci rovistano nella spazzatura,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore nel viola di un tramonto ferale

o farlo s’un tappeto verde di note,

fare l’amore piano,

fare l’amore come se suonassimo il piano,

fare l’amore a scale

che prima si scende e poi si sale,

fare l’amore senza farsi male

col profumo della tua pelle che mi assale,

fare l’amore accanto a un pacco di Marlboro

o davanti a una vecchia fotografia di Torino

mentre i passanti ci scrutano confusi e stupiti

i loro sguardi attoniti e smarriti,

fare l’amore mentre gli altri lavorano

e poi fumare una sigaretta

seduti alle crepìdini del silenzio

ascoltando la notte

la notte che scende

battuta tra l’incudine e il martello,

e poi, ancora, rivederti al mattino

e sentire l’odore della tua bocca

che sa di frutta matura e dolcissima,

e scoprire le mie dita ancora impregnate

del tuo aroma di vaniglia,

e con piacere ritrovare la tua allegria

impigliata alle mie ciglia.

 

Ma davvero io e te dovremmo fare l’amore?

Ci penso e ci ripenso

e più ci ripenso e più mi accorgo

che forse l’amore noi due

l’amore noi lo abbiamo già fatto:

chi lo dice che debba toglierti i vestiti?

Per fare l’amore non serve spogliarsi

per fare l’amore basta parlarsi

parlarsi per ore

parlarsi fino all’alba

fino a stancarsi alla luce che scialba,

guardarsi negli occhi e provare a decifrarsi,

imparare tutto a memoria

prima che sorga l’aurora

anche i segreti più faceti

anche i sogni meno concreti,

imparare gli occhi a menadito

e a braccio leggere i silenzi,

vedere tra le mani i sogni scoppiare

e dalla nuca i ricordi riaffiorare.

 

Su, vieni, vestita o nuda che tu sia,

coperta solo di due sottili foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione:

voglio vederti danzare

sul grembo affamato di un pasto nudo

volteggiando leggera e leggiadra

tra gli spigoli aguzzi e gli angoli acuti

del tuo cuore.

 

E quando i corpi finalmente s’incontreranno

sarà in un sogno,

sarà come un sogno:

il mio bacio e il tuo bacio

come un’unica bocca,

il mio volto e il tuo volto

come due gocce d’acqua identiche seppur diverse

identici eppur diversi

come due gocce di pioggia,

il mio e il tuo corpo

isterici di passione

come un eco che sale dal dentro del profondo

e ripete all’infinito l’assioma

del nostro avaro desiderio

che nulla vuole e nulla chiede

solo di non finire

solo di non finire

mai mai mai...

 

E quando le mani si troveranno

sarà all’improvviso

e intrecciandosi in un sorriso

formeranno un serto di luce aggrondata,

le bocche parleranno

e confidandosi nel cuore della notte più buia che c’è

diranno il fiore del nostro segreto

e con rabbia grideranno il nome del desiderio,

mentre le mie labbra

febbrili di passione

esulteranno

lungo le linee aguzze del tuo acciaio,

le dita incastrate nei tuoi ingranaggi

prese tra gli spigoli irregolari della tua anima

e gli angoli acuti del cuore,

il silenzio impigliato alle svolte del respiro.

 

 

 

ASPETTO NELLA PIOGGIA CHE VA.

 

Perso nella pioggia che va aspetto

la tua lingua come uno stiletto

e lotto con gli spasmi del buio

nascosto tra la lucente cortina delle stelle

e il nero drappo delle tenebre.

 

Aspetto nella pioggia che va

affilati coltelli come la tua lingua

e vedo clown e buffoni fare le smorfie,

uomini tristi con facce da bancarotta,

l’odore della loro (putrida) essenza

è solo un fetido vapore nauseante

mentre tutti i tamburi dell’inferno suonano

ma non possono risvegliare

un ritmo in me.

Io sono finito, finito:

morte in me

mi guarda fissa

nel centro del cervello

come un qualsiasi rifiuto umano.

 

Io sono solo un rifiuto umano:

vorrei essere speciale (per te)

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio rubato

ma io sono solo un reietto

solo un rifiuto umano

lo sterco del mondo e lo scarto della vita

matto come uno scarafaggio

mentre aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai

e io aspetto nella pioggia che va

coltelli taglienti come la tua lingua

o la tua lingua come una lama spietata

e mi accorgo di essere proprio finito

come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito

ora e sempre

finito,

questa maledetta attesa mi uccide

che al fondo urla e chiede vittoria,

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito

prima della morte in me:

puzza stantia di morte in me

e nella mia scarpa destra.

 

Ci sono tanti giorni così:

la vita proprio non va

come un pugile finito siede all’angolo e sembra che rifletta,

come una macchina guasta accosta ferma e aspetta,

e a me non rimane altro da fare (questo lo sai già)

che sedere con lei e aspettare

come un treno fermo all’altolà.

 

Ma io non mi fermo,

continuo ad andare

e mi domando dove va

la vita quando si ferma.

 

Tu sai dove finisce

la vita quando se ne va?

Dimmi tu dove va

la musica quando svanisce.

 

 

 

PIOGGIA CHE VA.

 

Piove
e la pioggia che va non torna,

brilla il freddo solitario

e l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro della brezza

mentre il tramonto si riempie di vane sequele

come le vele le vele le vele...

 

Quando è la sera e fuori piove

dentro casa io mi preparo a riceverti:

cambio le lenzuola e rifaccio il letto,

la brace che arde nel caminetto,

e come la mia porta spalancata che ti attende

anche io sulla soglia mi metto e ti aspetto:

sulla soglia io sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

È già sera fuori,

piove e fa freddo,

e tu ancora non arrivi

ma, quando finalmente arriverai

e il piede nella mia casa poserai,

il ticchettìo da telescrivente dei tuoi passi

sarà un colpo al cuore

e la tua voce sarà un’autentica rivelazione

e tu, tu sarai per me una liberazione

come una catartica espiazione,

e le paure diverranno uccelli

e nubi dorate gli incubi,

alberi le mura

e prato il cemento del suolo.

 

 

 

QUANDO FUORI PIOVE.

 

Piove

e la pioggia che va non torna,

mormora l’acqua infreddolita tra i rami

e marcisce la sera tra i madidi sentieri,

brilla il freddo solitario dell’azzurro-cielo

e l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro,

mentre il tramonto si riempie di vane sequele

come le vele le vele le vele...

 

Piove

e la pioggia va che non torna

mentre un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume che gonfia

nell’ora che lenta s’annera.

 

Piove

e la pioggia che va non torna:

le nere membrane della notte

nascondono brune gocce di brina

come occhi di massacrante nullità

appesi alla ragnatela dei pensieri.

 

Piove

e la pioggia che va non torna

mentre gocce cadono sul tuo corpo

e perle sembrano sulla tua pelle.

 

Piove

e la pioggia che scorre se ne va

come la vita sanguina e scivola via,

la sera che scende

con il suo manto di freddo-gelo,

e io che dentro mi preparo a riceverti

e cambio le lenzuola e rifaccio il letto

e poi sulla soglia mi metto e ti aspetto:

sulla soglia io sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

Entra dunque:

spalancato è l’uscio,

da tempo la mia porta ti attende,

e non importa perchè hai tardato così tanto

poichè ora sei qui e solo questo conta.

Entra, dunque, e accomodati.

 

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

Sicuramente sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

O forse avrai sete:

mi trasformerei in fiume

pur di dissetarti.

O forse avrai sonno

e solo voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

BENVENUTA.

 

Benvenuta, ragazza mia,

finalmente sei arrivata,

il piede nella mia casa hai posato

e le paure sono divenute uccelli

e nubi dorate gli incubi,

alberi le mura

e prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, ragazza mia,

forse avrai fame,

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci;

forse sarai stanca,

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

forse avrai sete,

mi trasformerei in fiume

pur di dissetarti;

o forse avrai solo sonno e voglia di dormire,

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

LA CASA DELL’AMORE.

 

Nella casa dell’amore

oltre la sala grande

adibita agli ordinarî amori

sono oscure camere segrete

che si ha vergogna solo a nominare:

su quei letti osceni io ti aspetterò

disteso e supino

il corpo trepidante di voluttà

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere

per celebrare l’indebito amore

del nostro avaro cuore amaro.

 

E questo, se si vuole, posso aggiungere:

là dove alto sulle nostre teste corre il fiume

scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati,

lì con te fra le erbe giacerò

ma non sarà un amore d’erba il nostro amore:

sarà un sogno, un fato, un destino,

qualcosa che cresce dentro, come un bambino,

come una lucente clorofilla

che nel mattino il sole distilla.

 

 

 

LA PRIMA NOTTE.

 

Ricordi?

La casa era povera, volgare e squallida,

nascosta tra un vicolo infimo e una strada contorta

ritorta e ricurva come una mezza-luna distesa

coricata sul selciato,

e dalla finestra si vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi

fare su e giù nel fagocitante amplesso del sucido mercato.

 

Lì in quella casa così misera e grama

(lo ricordo come se fosse ieri)

sopra un letto d’ebano giacevi,

sodiva e armoniosa e incosciente,

perfettamente sana e serenamente felice nelle tue placide membra

che ancora oggi vibrano alla mia idea del Bello,

e per le finestre spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto

fiero e forte nella pienezza delle carni

turgido nel bel vigore della gagliarda eccitazione

prendeva la luce dalla candida luna

sepolcro ai nostri segreti amplessi

alle nostre baccanali follie testo.

 

E lì io ebbi il corpo voluttuoso dell’amore

e le labbra rosse d’ebbrezza

rosse di una tale ebbrezza che anche ora che scrivo

ancora sente il cuore la sua vertigine

e vola leggera l’alma ancorchè satolla e ubriaca.

 

E ora?

Da quel momento a questo

potrebbero essere anni

ma nella mia testa è solo il tempo di un ritornello,

come lontana nella notte una musica che dileguando

per un istante fa ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:

<<Abbiamo fatto l’amore e nulla è cambiato:

come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.>>.

 

 

 

SCUSAMI.

 

Scusami se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è;

 

e scusami se non ti stringo

forte come vorresti

ma la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze;

 

e scusami se a volte sembro come assente

ma è che mi hanno spento

così tante sigarette addosso

che non sento più

e non ho più tatto né udito

né mani od orecchie;

 

e scusami se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore

(il tuo volto è una pura forma d’acciaio:

quando sorridi mi fai male);

 

e scusami se a volte sembro perfino triste                     

ma è che l’amore è una schiavitù

e un dolore la bellezza.

 

 

 

L’ORIGINE.

 

Non mi trattenni infine:

mi abbandonai e mi lasciai andare

senza freni, senza bride e senza briglie,

ai godimenti per metà reali e per metà ipotetici

erranti ed erratici nel mio cervello come un mulinello impazzito,

mi diedi alla notte luminosa

e bevvi vini forti

di quelli che bevono gli audaci del piacere

ardimentosi capaci di bruciare senza pena e senza dolore

nella vampa della lussuria

che assale e consuma.

 

Mi lasciai andare e mi abbandonai completamente,

un’amorosa visione e un’erotica vertigine mi ebbero

che furono all’origine della sfrenata passione,

e così l’atto della voluttà proibita venne compiuto:

troppo virtuosa la società (e ridicola all’eccesso) per capire

ma molto più vale il godere di bellezza che di reputazione

quando avverte ebbrezza l’anima.

 

Eppure quanto il pregiudizio ridicolo e ottuso pesa

della società fin troppo virtuosa:

lasciato il letto senza parlare frettolosi ci rivestimmo

e via dalla casa alla chetichella uscimmo,

uno dopo l’altro di nascosto ce la filammo

guardandoci un po’ inquieti attorno

come sospettando che qualcosa addosso ci tradisse

e rivelasse in che sorta di giaciglio eravamo distesi

appena adesso.

 

Però quanto ne ha guadagnato la vita del poeta!

Da qui scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,

qui ebbe origine la miracolosa passione che ne avvinse.

 

Cerca di fermarle, oh poeta,

le tue erotiche visioni

nel dolce fraseggio di questo ritornello

seminascoste nel monotono solfeggio del meriggio

o illuminate esplodile

nel fulgore della notte abbacinante

poichè poche di cose come queste si possono fermare.

 

E tu ritorna, oh sensazione,

ritorna e prendimi, oh amata sensazione,

ritorna e prendimi, ora che desta il ricordo del corpo

e l’antico desiderio rifluisce e scorre nel sangue,

ora che le labbra e la pelle rammentano

e sentono le mani come se ancora toccassero.

 

E tu tali e quali serbami, oh memoria,

il vago tumulto dei suoi occhi all’addiaccio

e il dolce morso del suo cuore al galoppo.

 

Oh sì... sento che torna... ora sta tornando...

ora che le labbra ricordano

e la pelle effonde di nuovo il suo aroma sensuale

e il corpo di nuovo esulta rotolando a goccioloni

la sua acqua sessuale...

 

Oh gioia e mirra della vita il ricordo di quell’ora

in cui trovai l’orgasmo come lo cercavo,

oh mirra e delizia della vita il ricordo di quell’ora

in cui ebbi il godimento come lo volevo

(e come lo trattenni forte a me),

oh delizia ed essenza della vita

per me che disdegno i consueti piaceri

il nostro rifuggire da ogni ordinario amore.

 

 

 

AFONIA DI MUTISMI.

 

Oggi non ho nulla da buttare giù,

non una parola

non un verso

non una nota

non una melodia

che sia decente

e nemmeno un bicchiere:

in gola mille aghi di mutismo.

 

Non ho coraggio oggi

nella bruciante strettoia

che come zolfo brucia

e corrode e intorpidisce

ma ugualmente tenterò

la traccia di un amore

fuori nel buio pesto

dei preteriti boschi

del passato

anche se so che non ti piace

vedere piovere sul bagnato

così come a me non piace andare a Patrasso

né vedere che si portino civette ad Atene

o legna al bosco e rovi al rogo

ma ora piove

e per questo assai bizzarro

il tagliarti mi pare

il cesoiarti

queste schegge di legno d’ardere al sole:

quanto migliore sarebbe un tacere-tonfo sordo.

 

Ma fuori spari di fucile

e scoppi di mine in cortile

e detonare di lampi di tuono e soffi di luce

in una eterna danza di sangue

in vortici di freddo-vento

fin dentro le nubi più furiose

o nel più raro vuoto

delle campagne e delle strade

nell’iperuranio dei mondi e nel silenzio degli iperspazi,

davanti a me una sola strada

per quanto labile e proteiforme

come nel mezzo di un banco di nebbie

e non so se sono andato dritto

o se ho deviato per errore (?).

 

Nel tuo chiuderti a riccio

dentro un astuto capriccio

nel tuo renderti sempre presente benchè assente

sempre il contrario di tutto e l’opposto di niente

e rami e radici

salici e mangrovie

tra loro aggrovigliati

avviluppati nella selva

sempre accessibile-inaccessibile

sempre facile, sempre difficile

sempre uguale eppur diversa.

 

Mai più ci troveremo a parlare

sotto la pensilina di una stazione

in mezzo alla città

deserta per noi

guardando con stupore

il sereno del giorno

mentre le ore e i giorni se ne vanno

e pure i treni passano e vanno

lasciando sul volto enigmi e radici

illeggibili e lontane

segnali indecifrabili

come enigmi insonda­bili:

la vita ci ha sospinti

e noi non ce ne siamo accorti

presi in trappole diverse.

 

Eppure ti aspetto ancora

a sud di nessun nord come alla periferia di nessun centro,

all’alba di ogni tramonto come all’occaso di ogni primavera,

nel quassù-quaggiù di questo non-luogo

alba pratalia e champs élisées

bianche distese di cielo

sempre più guasti

sentendo un nulla

che tutto mi attraversa

e tutto in me si travasa

e anche ora che non ti amo

in realtà io sempre ti amo.

 

Ricorda:

non è un amore il nostro amore

ma un destino.

 

 

 

VERME.

 

Ciao, oggi ho casa libera:

perchè non vieni da me?

Mi piacerebbe che venissi

che mi venissi a cercare

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’

qui con me;

mi piacerebbe fare un giro in centro,

vedere la gente che va e viene come le onde del mare,

fermarmi a osservare i ragazzi che avvinghiati si abbracciano

nell’abbagliante splendore del loro primo amore

e in piedi dietro le nere membrane della notte si amano

e contro le porte del tempo si scambiano un bacio lento

(per forza deve essere lento: l’amore non ha tempo,

cioè ha tutto il tempo),

percorrere senza fretta il viale del tramonto,

o al crepuscolo correre come saette sulle sabbie del tempo

(per forza sarebbe una corsa: sempre il tempo ci sfugge).

 

Ma poi ti accorgeresti che non vado bene:

non vado bene per te

non vado bene per me

non vado bene per niente.

 

Umano, troppo umano

io sono troppo maleducato

troppo disadattato

troppo volgare

troppo inadatto,

e le loro voci mi tormentano

mi penetrano in testa

con il rumore di cento chiodi

con il fragore di cento passi,

il loro disprezzo mi brucia

il sangue nelle vene

e mi brucia il cuore

come il fuoco di cento cannoni.

 

La vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze:

limitato, troppo limitato

limitato e primitivo

primitivo e bleso

io sono inadatto, troppo inadatto

troppo brusco per i poeti, troppo lirico per gli scrittori,

troppo pop per i jazzisti, troppo rock per i cantautori,

troppo vecchio per i bar, troppo giovane per le carte,

troppo duro per l’amore, troppo stanco per la notte.

 

Invecchiato come il bullo di un vecchio film

guido per le strade di città,

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore,

inadatto, troppo inadatto

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci,

mi sento inadeguato, soprattutto quando penso

che nessuna ragione giustifichi una menzogna

e che la cattiveria sia sempre una realtà disdicevole.

 

Umano, troppo umano

sono impreparato

all’onere di vivere

e reggo a fatica

il ritmo dell’azione,

il mio modo di fare è troppo provinciale,

i miei istinti quelli di un dilettante,

e sento come crudeli le attenuanti

mentre inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.

 

 

Inadatto, troppo inadatto

qualunque cosa io faccia

si muta sempre

in ciò che non ho fatto,

e come luna so brillare

solo di luce altrui:

io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

che spento nell’imo

stridendo schianta in mare

e va bene così.

 

 

 

SE SOLO LO VORRAI.

 

Se solo lo vorrai

come archeologo guarderò in gola al tuo terrore,

e dei tuoi silenzi esplorerò i labirinti e i labili meandri,

e leggerò nei tuoi occhi quali furono i panorami

che più ti colpirono ed emozionarono,

quali nelle tue paure i traumi,

e nelle ansie i tuoi desideri.

 

Spogliati, spogliati tutta,

mostrami serena le rughe e le piaghe

e non temere: anch’io sono ferito dalla vita.

Strappa con coraggio i veli che ti proteggono

e nascondono i tuoi lividi e le tue ferite,

mostrati fiera nell’acciaio dei tuoi lineamenti.

E, quando sarai nuda come un albero d’autunno

e indifesa come un bambino,

ti mostrerò le ricchezze che

nascoste in un forziere di ghiaccio

ho tenuto in serbo per te;

ti donerò sincero tutta la mia fragilità e le mie insicurezze,

le paure ancestrali e le impurità nascoste;

e sopra un vassoio di rose bianche infine ti porgerò

con tutto l’amore che posso

tutta la purezza di cui sono capace.

 

Mostrami il tuo non-so-che

e carpirò ogni dettaglio

di quello che ti aspettavi dalla vita e dalla sorte,

svelami i tuoi frammenti e i tuoi drammi più intimi

un qualche caduco capello sparso in terra

e ti dirò chi eri e come sei arrivata fin qui.

 

In fondo può bastare anche meno,

ancor meno: le tracce di sangue

e i minuscoli frammenti di sogni

restano per sempre indelebili,

mentre la menzogna riluce

e dubbi e intenzioni si palesano.

 

Mostrami dunque il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro:

ne farò un bosco e un’autostrada,

una selva e un aeroporto,

una bassezza e un’altezza,

una bellezza e un terrore.

 

Donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e domani ne farò bellezza

bellezza e terrore.

 

Dimmi quello non hai avuto

il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

Lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

OR TUTTO INTORNO UNA RUINA INVOLVE.[2]

 

Io curo molto il mio lavoro e lo amo un sacco

anzi io lo adoro: compongo!

E vivo la vita a scale

che prima si scende e poi si sale

ma oggi mi avvilisce la lentezza del comporre

il giorno mi è di peso

una presenza sempre più scura

e in più piove e tira vento.

 

Ultimamente però ogni giorno è sempre più monotono

e il giorno noioso da un altro giorno tedioso e uguale è seguito

sempre le stesse cose che accadono

e il passato si ripresenta e chiede di nuovo il conto

identici momenti come due gocce d’acqua incombono

e subito dileguano: sono le solite cose preterite e fastidiose

i mesi passano e portano solo altri mesi

niente cambia

tutto è scontato e banale

intuibile e prevedibile

e il domani finisce che non somiglia neanche più un domani.

 

Così, sempre più spesso, ultimamente mi domando

fino a quando la mia mente fluttuerà in questa polta,

perchè solo nere rovine di anni perduti e gettati al vento

scialacquati dissipati e sperequati

dovunque rivolga il mio occhio,

se in altre terre e per altro mare

un’altra città non ci sia bella come questa

pronta ad accogliermi,

e sempre una voce mi risponde:

<<Non troverai altri luoghi, altri mari non esistono per te

che disperato sempre sarai perseguitato dalla medesima città,

nelle medesime strade vagherai,

negli stessi bar invecchierai,

e tra le medesime mura candirai,

e sempre in questa città ritornerai,

e per il resto non sperare: non è nave per te, non è via:

la vita che perdesti

in questo sperduto angolo

in questa sperduta plaga dimenticata dal dio

in tutta la terra tu la sciupasti.>>

e mi accorgo che ogni mio sforzo è una condanna già scritta:

ascoso in un porto sepolto il mio cuore

in perpetuo ascolto giace

nella pausa di una perenne attesa

mentre tutto intorno una ruina involve.

 

Così

più che il parlare mi appaga

in giorni come questi

e mi è dolce il ricordare:

allora mi fermo a immaginarti

e resto a lungo così.

 

Oh memoria,

ridammi il giorno che dormimmo la nostra prima notte d’amore

ridammi i suoi occhi neri neri

oh memoria ciò che puoi di lei ridammi

ciò che puoi di quel mio lontano amore stasera dammelo

ciò che puoi di quel corpo del piacere stasera restituiscimelo

dell’antica voluttà un ancor vivido virgulto...

 

Ecco, in occhi vividi passano le mie visioni d’un tempo:

è il meriggio e tu dormi sdraiata s’un fianco,

e sembra che il divino sonno abbia catturato in un sogno...

le tue carni armoniose e sode,

le labbra piene e sensuali che tremano di passione

e vibrano alla mia idea di Bellezza,

i tuoi occhi come un vago tumulto,

i baci ansimanti che mordono le labbra

mentre con maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre

celano il tuo letto alla vista degli uomini

ma nulla possono all’affilato bruciore della luce

e alla sua chiarìa tagliente cedono che accarezza

le tue membra ideali

modellate per donare il godimento al corpo

che adagiate e distese si agitano nel mare del tuo letto

come flutti mossi dal vento

o alghe pungolate dalle correnti,

i desideri chiari e brillanti negli occhi per te

come ondeggiano in delicati filamenti di luce iridata

tremanti nella voce da un qualche ostacolo casualmente impediti

come luccicano negli occhi fissi su te e nella voce

come fervono trepidi per te...

 

E così di bel nuovo nell’arte mi riposo dal lavorìo dell’arte.

 

 

 

LA SCONOSCIUTA.

 

Pietà grida il mio cuore,

amore cerca l’alma e calore il mio sangue:

senza riguardo senza vergogna senza pudore né pietà

mi ersero alti e profondi muri intorno

finchè credetti che non avrei potuto fare altro che impazzire,

finchè credetti di essere già completamente pazzo,

e disperato sedevo da solo al buio, in un angolo nudo e freddo,

mentre il cuore e il cervello mi rodeva questa mia sorte

e la condanna: molte cose, fuori, avevo ancora da fare.

 

Come non me ne avvidi

mentre lavoravano per tagliarmi fuori dal mondo.

Eppure non sentii rumore né vocìo né alcun fruscìo

mentre mi costruivano muri forti e robusti intorno:

insensibilmente (da parte mia)

impassibilmente (da parte loro)

indolenti mi chiusero fuori

dal mondo

mi esclusero.

 

In quelle buie grigie stanze

passavo giorni soffocanti e notti insonni

brancolando alla ricerca di finestre

ma finestre non trovavo

e se anche ci fossero state

non avrei avuto il coraggio per aprirle:

murato fuori dal mondo

se anche una sola ne avessi tentato

sarebbe stata un’ulteriore dolorosa rivelazione:

chissà quante cose nuove mi avrebbero rivelate

che non avrei capite,

chissà quali nuovi tormenti avrebbe portato la luce.

 

Meglio così dunque:

in guerra con il terrore

preda di paura e sospetto

e panico e angoscia

con la mente confusa mi dissolvevo

in febbrili progetti per fuggire un minaccioso pericolo,

e mi smarrivo dovunque andassi

comunque errando e sbagliando

poichè non questo mi spettava:

bugiardi i dispacci

(mal recepiti o mal percepiti

non saprei dire 

se mal recapitati o mal capitati)

altra catastrofe non immaginabile

improvvisa e violenta

incombeva su di me

e disarmato mi coglieva e prostrava.

 

Ma poi un bel giorno sei arrivata tu

che sei venuta a me con il tuo fascino incerto

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi e sognandoti comunque tu fossi:

il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno

ed era un guanto di pece il tuo corpo,

manto di lattice la tua pelle e mantice di latte il tuo alito,

mentre serpi imboscate nella gola

ti agitavano senza tregua

lingue di fuoco nella bocca

mostrando allo sguardo molecole di nessuna fretta

invischiate in costellazioni di nessun ritegno.

 

Imprevista e improvvisa sei arrivata un bel giorno

ed è stata una rivelazione e una rivoluzione:

con te ho capito che se non la puoi la vita come la vuoi

devi cercare almeno

per quanto sta in te

di non sciuparla nel troppo commercio con la gente,

con troppe parole in un via-vai frenetico d’insensati contatti

e assurdi dialoghi.

 

Non sciuparla, questa vita

portandola in giro in perenne balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri degli inviti e delle ipocrisie

fini a farne una stucchevole sconosciuta.

 

Fatto così savio di tante esperienze,

se anche mi fecero del male e altro ancora vorranno farmene,

con le parole con il piglio e con i modi saprò farmi corazza

affinchè nessuno altro scopra il mio tallone d’Achille

fasciato come sarò dalle menzogne

ché ormai altra difesa non ho.

 

Sei arrivata in un bel giorno d’estate,

era Giugno o forse Luglio,

e sei venuta a me con il tuo passo sicuro e il tuo fascino incerto,

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi e sognandoti comunque fossi,

il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno...

 

 

 

DOLCENERA.

 

Dolce

sarai la mia cura,

la mia creatura più pura,

sarai la mia strettoia più dura.

 

Nera

nei capelli ma per me sei l’alba,

sei l’aurora,

e i tuoi occhi sono due soli.

 

Soave

la tua luce mi mette già paura

come il sole che la luna oscura:

sarai bella tra le belle

come una luna ridente tra le stelle.

 

E quando ti desterai

e un nuovo tuo giorno penetrerà in me

allora una nuova vita nascerà in me

e l’anima tremerà come luna in mare

la pelle vibrando con sapore squisito di zenzero e vaniglia.

 

I tuoi bruni fianchi culleranno i miei sogni

e il tuo grembo salato sazierà i miei giorni,

il tuo ventre alato alti farà volare i miei desideri,

e come una scure la tua bellezza reciderà le mie imposture.

 

 

 

ÉRATO ED APOLLO.

 

Sei Érato per me e sei Apollo,

amore e aroma,

mantiglia e cadeniglia

sui miei occhi stanchi.

 

Diciamoci la verità:

tu sai creare bellezza

e splendidi i tuoi bagliori

splendidi i foschi bagliori che manda la tua pelle cupa

e magnifici pure i nugoli che esplodi dal petto

nell’alba aurata.

 

Maestra del caos e del contrasto

fra silenzio e fracasso

fra rosso e bianco

nel mezzo del vorto risucchi ogni impeto di vento,

risucchi ogni stile d’impeto nel mio petto

e ogni mia disposizione a tacere

nell’imbuto del tuo sorriso.

 

Acuti ghiacci avvizziti di febbri e alghe balenano sul tuo volto,

assetata di polvere e di fiamma s’impenna la tua sera

alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso:

i tuoi solitari elementi sono la mia sparsa gloria

e sono ebbre del tuo liquore le mie notti d’amore.

 

Negli abissi tuoi cercarti m’è caro

in ogni tua forma giaccio sepolto

del tuo sangue ogni mio fonte esulta

che al mio amore più non si adagia.

 

Le tue bocche sono solo sangue

e nevi macchiate di sangue i tuoi cuori,

le tue mani sono solamente immagini inferme

nella sera inerme che lenta s’annera,

nell’ora che dispera

e miti vittime miete in seno.

E anche io inerme sto

in sere-serti e sirti inerti

il tuono echeggiando in valli ascose:

mentre fisso nella memoria questo azzurro guasto di sgomenti

divengo uno spazio ermo e deserto, desolato e solitario

frequentato solo dal tuo sole-deserto.

 

Vieni a chiedermi dove

vieni a gridarmi la tua solitudine

gridami la tua solitudine

gridami solitudine,

e in cambio ti offrirò ghirlande di vento

intrecciate con arcobaleni di sale.

 

 

 

QUANTA NOTTE.

 

Quanta notte è passata sulle nostre teste,

quanta vita vedendoti-vedendomi

e quante le tue cose che conobbi

e tante quelle che non scopersi

tradite dal sogno.

 

E quanto abbiamo insieme varcato la soglia

(ammesso che fosse vera soglia)

trovandoci sull’altra sponda

(ammesso che vi approdammo, all’altra sponda,

e ammesso che vi fosse davvero, un’altra sponda),

e quanti abbiamo attraversato ponti

(sempre che fossero veri ponti),

e quanti giorni (giorni belli e giorni brutti) abbiamo trascorso

(belli perchè vi furono e brutti solo perchè non vi furono),

e quanta della nostra comune sorte non abbiamo saputo

(ammesso che fosse comune e che fosse una sorte),

e quante notti dormimmo insieme

cadendo nel più profondo fra i sogni.

 

Quanto tu sai dirlo, sai quantificarlo, quanto?

(ammesso che la domanda abbia senso e valore la quantità.)

 

Io non di certo

e per questo taccio,

per questo non ho più voluto la notte dopo di te,

per questo non sono più uscito ad aspettare i prati ospiti del vento

né più sono riuscito ad aspettare i convogli ventosi

ancora in viaggio al termine della notte

né i lumi dove per te sola solo io muoio,

ma ho chiuso le porte per allontanarti

e mi sono scordato di tutti i sorrisi

riflessi alle mie spalle dalla tua grazia

poichè sempre la notte mi riconduce intorno

ai varchi e alle rovine franose del tuo povero cuore.

 

Avevamo tutto (se la parola non è riduttiva)

davanti a noi (se non dietro)

e lo abbiamo sprecato (per non dire sporcato):

siamo saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa

mesti svanendo in lontananza

(se ci si può fidare della prospettiva),

attenti e intenti solo a quello a cui ci costringeva l’assenza

(se solo a quello davvero).

 

Ma non ce l’ho con te,

non ho rancore,

non pretendo alcun cambiamento,

e d’altronde non ho fretta.

Una cosa soltanto non accetto:

il privilegio del ricordo,

il ritornare della mia mente a te,

il tuo sempre tornarmi in mente

e sospingermi a una meta sempre assente.

Questo non sopporto:

ti sono sopravvissuto quanto basta

per pensarti da lontano

e questo non lo accetto,

anzi ci rinuncio.

 

 

 

ALBA.

 

Si sfalda il mare scagliando e le acque,

mentre antichi abitatori camminano in solitudine

nella solitudine di ancestrali sonni abbagliati

e alla struttura del vento aprico

appassiscono i miei rischi,

alle ustioni della luce

si rifugia il freddo vento dell’inverno,

e cinto il grembo dagl’insoliti fiumi

il vento bruca la scarseggiante primavera,

pluvie briganti sciamano e incombono

su remoti disarmonici colli,

la sera è un midollo tenebroso,

tutto è invaso dal passato,

tumultuate da vortici sassosi di tramonto

docili labbri mostrano fanciulle

perdute in martoriati mattini.

 

Là tra prove di vuoto e giochi di pericolo-fuoco

al silenzio si appoggiano le clausole della memoria infelice

insensibili sfaceli affidando al vento

che senza parsimonia colma i volti e i sorrisi.

 

È l’alba:

la notte si è ridotta

acuminata in ogni sua lancia

e lenta ora inclina i vertici dello spazio,

la luce divide le parti perdute del mondo dalle parti recuperate,

gli artifici del fosforo sorprendono l’ombra dentuta del vento

consegnando alle dubitose vie delle lumache

l’argento curvo-cavo della luna e il diamante poroso del cielo,

i pallidi petali madidi che con cammini di costellazione

lambiscono quanto è rovescio

quanto umilia e atterrisce,

già il sole penetra le cieche gallerie delle finestre,

ma indugia ancora la parvenza

nelle crepe dei muri e nel disegno del pavimento.

 

Lì in albe criminali camminai

ascendendo su tesori erbacei

marciti-guastati dalla pioggia

e nevi raggiunsi sub anditi e volte

in questo luogo di legno olido e oscuro

dove le nevi luminose-continue tremano e i sensi feriti languono

e le pietre levigano ai fianchi cedimenti e scoscendimenti

che sono solamente la tua ombra e il sole mi ricorda.

 

Non temetti le salite le alture e le discese

né il lungo cammino e la fame,

camminai nel solco lasciato dal sole-deserto

e le tue membra volgenti a tramonti di solitudine sognai

e risognai e il tuo volto

con lo sguardo vieto di sgomento e martirio.

 

La febbre mi vuotò

e un sonno sublime mi distrusse il volto,

un mare tentò il mio corpo con cupe foglie,

un’ala fece nido nel mio fronte,

un nido piumoso che io piansi con tutto quanto il mio pianto,

che come un fonte ancora pullula e rampolla

nel dolore che non molla.

 

 

 

IL MIO E IL TUO.

 

Nell’aurea bulla promulgata dall’imperatore bizantino

Alessio Comneno (1048-1118)

per rendere omaggio alla saggia madre

Anna Dalassena (1025-1105)

nei costumi e nell’opre perfetta

vi sono elogî ed encomi a iosa

ma una frase spicca su tutte:

<<Il mio e il tuo, fredde parole da noi mai dette.>>.

 

È così che voglio ricordarti per sempre

e imprimerti nella memoria:

con queste due gelide parole

da noi mai pensate.

 

Come quelle altre due parole

le più trite e ritrite

da noi mai dette, mai pronunciate, mai,

ma per sempre sepolte in fondo al cuore,

nel più profondo del cuore,

dove un battito perenne

costantemente le ravviva.

 

Il mio e il tuo, il mio e il tuo,

come un eco che sale da dentro

e disperato urla la propria sentenza:

senza mio e tuo che vita dolcissima!

 

 

 

IL CASO (NON ESISTE).

 

Il 12 Luglio del 2020:

una delle tante date che non mi dicono più nulla

benchè sia di una certa rilevanza per me

essendo la ricorrenza del mio genetliaco:

dove sono mai andato quel giorno,

che cosa ho fatto mai,

dove mi ero rintanato,

dove mi ero cacciato?

Non lo so,

e se lì vicino vi fosse stato un omicidio o un qualche delitto

io non avrei alcun alibi.

Eppure il sole sfolgorò e si spense anche per me

sebbene non vi feci caso,

e la terrà ruotò e non ne presi nota,

ma non ero un fantasma dopotutto:

respiravo, mangiavo, si sentiva il rumore dei miei passi

e certo le mie dita imprimevano la propria impronta

sulle maniglie e sui vetri e sui portoni,

e lo specchio rifletteva la mia immagine,

e indossavo un qualche abito di un qualche colore,

e certamente più d’uno mi vide,

forse trovai una cosa perduta e persi una che avrei poi ritrovato,

ed ero colmo di emozioni e sogni e incubi e paure (certamente),

eppure adesso tutto questo è come (...).

 

Alla stessa maniera

come me anche tu, Lara,

sei convinta che un sentimento improvviso ci unì:

è bella una tale certezza

ma è ancora più bella l’incertezza.

Non conoscendoci crediamo che nulla sia mai successo tra noi,

ma c’inganniamo: lo dicono le strade le scale i corridoi gli anditi

gli angiporti i trivi e i quadrivi dove da tempo c’incrociavamo.

Ma se anche facessimo lo sforzo di ricordare

di un faccia-a-faccia in qualche porta girevole

o di uno “scusa” nella ressa del mercato non ricorderemmo,

e ci stupirebbe molto sapere che già da parecchio tempo

il caso giocava con noi.

Non ancora del tutto pronto a mutarsi in destino

ci avvicinava intanto e ci allontanava allo stesso tempo,

ci tagliava la strada al semaforo e con un salto si scansava

soffocando in petto una risata derisoria.

eppure vi furono segni e segnali

anche se indecifrabili,

e forse tre anni addietro o solo mercoledì scorso

una foglia volò sulle nostre teste

ed entrambi ci estasiammo al raggio di sole che la trafisse,

e probabilmente vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo un tocco si posava s’un tocco,

e una impronta digitale cancellava l’altra,

una notte forse anche lo stesso sogno

poi confuso al risveglio,

sicuramente il sole esplose per noi nello stesso momento

senza che però vi facessimo caso,

e la terra ruotò per entrambi nello stesso attimo

senza che ne prendessimo nota,

e inoltre respiravamo mangiavamo e dormivamo,

e il suolo riverberava il rumore dei passi,

e le impronte delle dita restavano sulle maniglie,

e lo specchio rifletteva la nostra immagine,

e indossavamo certamente qualcosa d’un qualche colore,

e certamente più d’uno ci vide

e posò il proprio sguardo sulla nostra pelle,

entrambi perdemmo qualcosa che poi avremmo ritrovato

o ritrovammo qualche cosa che credevamo perduta,

ed eravamo colmi di emozioni ed impressioni che traboccavano,

ma tutto questo è ora una serie insignificante di punti fra parentesi:

fra le dita del caso lo spazio si srotola e arrotola,

nel cielo infinito di un piano cartesiano il caso rotola

si allarga e si restringe, si avvolge e si dipana,

il caso gira fra le mani un caleidoscopio

in cui luccicano miliardi di vetrini colorati

ed è avvolto in un mantello che divora le cose che vi si perdono,

il buco nero del caso ci guarda a fondo negli occhi

e noi chini fissiamo quell’oscurità

e veniamo come inghiottiti,

e allora la testa comincia a farsi pesante

le palpebre si socchiudono,

ci viene voglia di ridere e piangere insieme,

e una gioia ci pervade

raggiante e illusoria,

è davvero incredibile

ma deve esserci un senso:

forse che tutto questo avvenga in un laboratorio sperimentale,

sotto una lampada perpetua?

 

Forse che noi siamo liquori trasfusi da un vaso all’altro,

scossi in alambicchi, osservati non soltanto da occhi,

e infine presi a uno a uno con le pinzette?

O forse è altrimenti e non c’è alcun intervento esterno

e i cambiamenti avvengono da sé

in conformità al piano, allo schema,

e alla logica del sistema?

 

Ma ecco una ragazzina che si ferma in mezzo al marciapiede,

si volta a destra e si rassetta il cappellino

specchiandosi a una vetrina:

il libro degli eventi è sempre aperto a metà,

ogni inizio è solo un seguito.

 

 

 

FARE L’AMORE.

 

Fare l’amore nel sole mattutino,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore in una lurida alcova,

fare l’amore in un talamo grazioso,

fare l’amore s’un tappeto rosso e renderlo ancora più rosso,

fare l’amore nella squallida camera in affitto

di uno sporco appartamento da quattro soldi,

fare l’amore mentre poveracci razzolano nel vicolo angusto,

tra il pattume e le scorie, in cerca di una cicca

o degli avanzi di una pagnotta ammuffita,

fare l’amore s’un tappeto rosso

più rosso del sangue,

fare l’amore mentre Fellini gira un film,

fare l’amore mentre gli altri lavorano,

fare l’amore mentre la pioggia trafigge il vento

e percuote gli alberi

e gli alberi piovono il proprio manto di foglie

che si sfalda a scaglia a scaglia,

fare l’amore davanti a una cartolina sbiadita di Parigi

o accanto a un pacco di Marlboro rosse.

 

Fare l’amore cioè costruire l’amore,

amarsi una volta ed essersi amati per sempre,

amarsi una volta è amarsi per sempre.

 

 

 

SUDORE.

 

Che belli i mattini d’estate

che ci sorprendono abbracciati

stretti in un solo respiro

umidi di sudore e acqua sessuale

mentre il tuo liquido profilo si staglia all’occaso

come una ghirlanda di sale scolpita dal vento,

invischiata in costellazioni di ghiaccio.

 

Che belli i mattini d’estate

che ci sorprendono madidi e sudati,

avvinghiati e riversi in un bagno di sudore

che s’insinua tra le pieghe morbide del collo

e gli angoli acuti del cuore,

e poi sulle vaste plaghe della pelle

ancora tremante d’isterica passione

si perde in mille rivoli

di febbrile eccitazione.

 

Che belli i mattini d’estate

in cui io e te ci svegliamo madidi e sudati,

i corpi esultanti di gioia per il recente amplesso,

i capelli ancora danzanti di elettrica eccitazione,

la pelle tremante di gloria,

i corpi isterici di desiderio

sconvolti dal ripetuto orgasmo

che ancora indugia sui volti

con collane di sudore

e perline di acqua sessuale.

 

Che belli i mattini d’estate

che ci trovano nudi e discinti,

spogliati i veli adornanti e le maschere di ghiaccio

con cui occultiamo le nostre paure e celiamo i segreti,

coperti solo di due sottili foglie di palpebre,

abbandonati nei nostri puri lineamenti

come un albero in autunno,

indifesi e verginali come bambini addormentati

eppur fieri delle nostre segrete ricchezze

nascoste in un forziere di vetro,

orgogliosi delle nostre fragilità e delle nostre insicurezze,

di tutte le impurità nascoste e le ancestrali paure,

avvinghiati l’uno all’altra come muschio alla penombra,

fluttuando dolcemente come boe sul mare del nostro letto,

come alghe mosse dalle correnti agitati dal vento della passione,

o come il giorno e la notte fusi nella chiaria dell’alba,

che sfuma e in un attimo si consuma

e fa dei nostri sessi due fiori discosti,

ripiegati l’uno sull’altra come petali sullo stame.

 

Linfa ed essenza della (mia) vita

i mattini d’estate che ci ritrovano stretti e avvinghiati

in un amplesso madido di sudore che brilla

come la mia acqua sessuale che stilla la sua vitale clorofilla

lungo le linee sinuose del tuo sensuoso collo di ancella.

 

Essenza e gioia della vita

i mattini che ci sorprendono bocca nella bocca al risveglio:

il letto in cui io e te giacciamo distesi non è solo un letto,

è una spiaggia, è una terra promessa,

un lembo di paradiso

che divide parti di luci e le confonde

con molecole di nessuna fretta.

 

Gioia ed delizia della vita i mattini estivi

che ti sorprendono nuda e abbandonata accanto a me,

il petto imperlato di una sottile collana di acqua sessuale,

i capelli scarmigliati nell’impalpabile globo di un soffione,

le tue mani come lancinanti aculei di sogno:

in quel momento nulla è più vero del tuo odore,

e i tuoi alti seni sono una gloriosa vertigine di carne...

 

Delizia ed euforia della vita i mattini estivi

quando ti desti al mio fianco

e a me volgi lo sguardo:

il tuo sguardo è una frustata di amaranto,

i tuoi occhi sono una pugnalata

e mi trafiggono con mille aghi di gelosia.

 

Euforia e salvezza della vita i mattini estivi

poichè quello che spunta lento

e gli uomini comunemente chiamano giorno

per noi non è che una diversa declinazione della notte

che disvela ai nostri occhi stanchi lo stesso mistero.

 

Ma l’immenso ci sovrasta

e sulle nostre teste si scaglia,

ai capelli sempre s’impiglia e addensa,

e la sua abbacinante infinitezza ci abbaglia:

faremmo meglio a richiuderci l’uno sull’altra

come petali attorno allo stame

e rifare la notte

che, vuota e silente,

paurosamente estranea e solitaria,

ci fa suoi

colmandoci di mille gridi e gemiti

lacerati dai denti e dalle fauci.

 

Ma anche mentre l’uno all’altra ci stringiamo

per non vedere la minaccia che incombe

non consideriamo che il pericolo potrebbe giungere da noi,

da me o da te,

poichè sempre le nostre anime vivono di tradimento.

 

 

 

L’APPARTAMENTO.

 

Quante volte in quell’appartamento c’incontrammo

e ci appartammo per amarci e scopare.

 

Ci sono ripassato qualche mese fa,

ora è affittato a uno studio legale,

ma prima fu nostro,

e io lo ricordo ancora come fosse ieri:

vicino alla porta il divano,

accanto alla finestra il letto

dove tante volte ci amammo e io ti presi,

a destra un canterano,

a sinistra un piccolo armadio a specchio in arte povera,

un tappeto al centro

e in mezzo il tavolo dove scrivevo,

lambito fino a sera dal sole del meriggio.

 

In quella camera luminosa e splendida

quante volte ci amammo?

Infinite volte su quel letto ci amammo

ed io ebbi le labbra ideali e le splendide membra di sogno,

modellate per donare il piacere al corpo;

infinite volte su quel letto ci amammo presi

nell’impeto della passione;

un milione di volte la vampa della lussuria ci assalì

e consunse infine su quelle lenzuola umide e sporche,

infuse e tinte di sperma, sangue e sudore;

mille baci ci scambiammo e poi altri cento

dentro quelle quattro mura,

e ancora altri mille e di nuovo cento,

finchè i nostri baci non si confusero con le stelle;

infinite volte, su quel divano, passò l’amore

nella carne stupenda e nella bocca da baciare,

nella carne che era tutta bellezza quante volte

passò la febbrile eccitazione che brucia

dando senza remore forma alle fantasie del piacere;

infinite volte arse la carne la brama esiziale

e nella tensione bella si dischiuse il fiore della voluttà,

nel letto godendo delle sospirate forme il piacere.

 

Poi un giorno,

erano le 4 del pomeriggio,

dopo aver fatto una volta ancora l’amore,

ci salutammo e con un abbraccio ci separammo:

doveva essere solo una pausa,

ed eterna è divenuta quella pausa,

sicchè ancora vivo come sospeso

nel ricordo di quell’amore.

 

Colpa delle circostanze,

o forse del nostro amore:

ormai affievolito

e certo non più forte e gagliardo come quello d’un tempo

languiva lo slancio e l’impeto carnale

ormai.

O forse il fato

dimostrandosi per una volta benevolo e signore

ci separò prima che si spegnesse amore e ci mutasse il tempo

affinchè gli anni non passassero mai

e io restassi sempre per te il bell’uomo di trent’anni

e tu per la bella ragazza atletica e soda, armoniosa e incosciente,

nei cui occhi ancora inesperti passavano

l’erotiche visioni carnali d’un tempo di sogno.

 

Tutta sentimento ti sei fatta, per me,

e nella gioia e nel dolore di questi versi ti ho ricreata,

con ricordi e parole.

 

 

 

ESTASI.

 

Era passata la mezzanotte

quando finalmente mi addormentai

e con il sonno venne anche il sogno

e nel sogno il tuo viso bello e la tua giovinezza squisita

che il mio sensuoso desiderio esaltò e accese

e d’un tratto stanchezza crucci e riflessioni dileguarono

e subito

tutti gioia e forza

e sentimento e lussuria

andammo

in un luogo di malaffare molto riservato,

che col tempo divenne nostro

e chiedemmo una camera e bevande costose

e bevemmo e brindammo e

giunte che furono le quattro

nell’amore c’immergemmo

impavidi temerari e felici.

 

 

 

QUELLO ERA IL LUOGO.

 

Metti una piccola camera ammobiliata, volgare e squallida,

nascosta nel sotto-tetto di una bettola equivoca e sospetta

infrattata in un vicolo angustioso e lurido dei bassi-fondi

da cui salivano sussurri d’illeciti affari e frastuono di pravi;

aggiungi una notte luminosa, gravida di lussureggianti promesse

e fantasie di perversione e meravigliose visioni erotiche:

lì, sul vile e miserabile giaciglio, il corpo dell’amore,

lì sul letto schifoso ebbi la bocca voluttuosa e famelica e rossa,

rossa di una tale ebbrezza che ancora ora che scrivo

sento la mia anima volare, leggera ancorchè ebbra...

 

Quello era il luogo,

quella era la cosa giusta da fare.

<<Perchè, dunque, la metti giù così dura?>>

mi chiedi.

 

È tutto quello spazio,

tutto quello spazio tra vita e poesia,

tutta quella distanza tra la vita e le storie:

è insopportabile.

 

Sembra che ogni volta che ti accendi

loro vogliano abbagliarti per spegnerti.

Vedi, le altre persone vogliono solo controllarti,

vogliono solo sedersi e guardarti e ridere di te,

così possono tornare a casa e dire

che in fondo non era niente di che.

Sparano, sparano

sentenze, giudizi, insulti,

ma non fanno niente.

Anche tu ne fai parte,

questa poesia parla di noi:

se credi in qualcosa,

in che cosa credi?

Allora difenditi!

O c’è qualcosa che non va in te?

 

 

 

 

 

<<Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,

nel dolore letto sentono proprio

non i due che egli ha provato,

ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo

gira, illudendo la ragione,

questo trenino a molla

che si chiama cuore.>>

 

Fernando Pessoa: “autopsicografia[3].

 

 

 



Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Tratto da “Una sola moltitudine di Fernando Antonio Nogueira Pessoa a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre (Adelphi, Milano, 1979).

[2] Giacomo Leopardi: “La ginestra”: v. 32-33.

[3] Tratto da “Una sola moltitudine di Fernando Antonio Nogueira Pessoa a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre (Adelphi, Milano, 1979).

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