"I BUONI MUOIONO VECCHI"



 

I BUONI MUOIONO VECCHI.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 





0) INDICE.

 

0.1) STORIA (CANOVACCIO).

 

0.1.1) COMPENDIO (SOGGETTO).

0.1.1.1) CONCETTO.

0.1.1.2) IDEA.

 

0.1.2.) TRAMA (ORDITO).

0.1.2.1) FABULA.

0.1.2.2) INTRECCIO.

 

0.2) SCENÀCOLO (SCENEGGIATURA).

0.2.1) PROLOGO.

0.2.2) L’AGENZIA INVESTIGATIVA DI M. BELANE.

0.2.3) IL CASO DI CÉLINE.

0.2.4) IL BAR DEL PORCO ASSETATO.

0.2.5) IL CASO DI CINDY BASS.

0.2.6) IL BAR SENZA NOME.

0.2.7) IL CASO DI JENNY NITRO.

0.2.8) IL BAR DI BLINKY.

0.2.9) IL CASO DEL PASSERO ROSSO.

0.2.10) IL BAR DELL’ADE.

 

 

 

<<L’uomo nasce per morire.

Che significato ha?

Perdere tem­po e aspettare.

Aspettare il primo treno.

Aspettare un paio di tettone

in una notte d’agosto

in una stanza d’albergo a Vegas.

Aspettare il canto del topo.

Aspettare che al serpente spuntino le ali.

Perdere tempo.>>

 

(Charles Bukowski: “Pulp”).

 

 

 

1) STORIA.

 

1.1) COMPENDIO.

 

1.1.1) CONCETTO.

Adattamento cinematografico del romanzo “Pulp” di Charles Bukowski, l’opera riflette l’evi­denza che la morte arriva anche se non ci si pensa, mentre noi, in attesa che il grande burattinaio ci sbatta fuori, vale a dire in attesa di toglierci dai coglioni, non facciamo altro che aspettare. Solo aspettare e perdere tempo, sprecandolo in stupide attività e futili occupazioni.

<<L’uomo nasce per morire. Che significato ha?>> si domanda lo stesso Bukowski nell’opera originale. Tanto, alla fine, si resta sempre solo con un mucchio di mosche in mano e quello che ci aspetta è solo la tomba. Preceduta da una gran quantità di aspettative disattese e speranze deluse, ricordi ossessivi, rimpianti vaghi, speranze ancora più vaghe, qualche illusione, molti sogni, un raro lampo di felicità, poi la disillusione, un po’ di collera, molta sofferenza, e poi, in fine, la pace! Ecco il programma. Bisogna rassegnarsi.

 

1.1.2) IDEA.

L’investigatore privato Mickey Belane è ingaggiato per risolvere quattro casi tanto insoliti, stravaganti e assurdamente bizzarri quanto grottescamente perico­losi: scoprire se Céline è morto o è riuscito a eludere la morte tramite il proprio genio e sgambetta ancora libero scorrazzando indistur­bato in città; rintraccia­re il Passero Rosso; indagare sulla fedeltà coniugale di un’attraente bionda burrosa di nome Cindy Bass; far scomparire l’aliena dello spazio Jenny Nitro. Dopo molteplici peripezie e vicissitu­dini, il nostro investigatore riusci­rà infine a risolvere tutti i casi, ma con la soluzione troverà ad attenderlo anche la Signora Morte, singolare figura di donna felliniana volgare, debordante, eccentrica, ed eccessiva.

 

1.2) TRAMA.

 

1.2.1) FABULA.

Quando squilla il telefono, l’investigatore privato Mickey Belane è seduto alla scrivania del proprio ufficio, ignavo e indolente. Asfissiato dal caldo infernale della torrida Estate californiana, assillato da una tanto critica quanto endemica penuria pecuniaria, e pressato dall’incombenza di un imminente sfratto per morosità, rimugina svogliato e stanco sui molti problemi che lo affliggono, allorché riceve una telefonata destinata a cambiare il corso della sua carriera (e della sua esistenza). All’altro capo del telefono una voce femminile, calida e suadente, che si presenta come la Signora Morte, pit­toresca e singolare figura di donna felliniana, eccessiva, volgare, provocante e debordante: le cuciture che le scop­piano, porta tacchi alti come trampoli, e cammina come una storpia ubriaca. La Signora Morte ingag­gia l’investigatore per risolvere un caso alquanto insolito: scoprire se Céline è morto o è riuscito a eludere la morte tramite il proprio genio e sgambetta ancora libero scorrazzando indisturbato in città. Per il resto, la donna è avara d’informa­zioni: dice solo che il presunto Céline è solito frequentare e bazzicare la libreria di un certo Teodor Korzeniowski. Dalla libreria di Teo partiranno dunque le indagini del nostro picaresco investigatore ineroico atte a scoprire la vera identità del presunto Céline.

Il tramite fra la Signora Morte e Belane è tale John Barton. Dopo aver raccomandato Belane alla Signora Morte, Barton affida all’investigatore un altro incarico, riponendo nell’investigatore una fiducia smodata e nutrendo per Belane una stima incondizionata: rintraccia­re il Passero Rosso. In cambio, 100 dollari al mese per tutta la vita, nel caso in cui riesca a rintracciarlo e consegnare a Barton prove incontrovertibili della sua esistenza. Anche in questo caso il committente è avaro d’informazioni, e Belane non è nemmeno sicuro che il Passero Rosso sia solo un nome in codice che celi una tanto reale quanto fantomatica identità, o se si tratti, piuttosto, letteralmente di un vero e proprio volatile.

Belane decide d’iniziare proprio dal caso di Céline, ma non sa che pesci pigliare né da dove partire: il suo committente è stato criptico ed ermetico come nessun altro, e lui brancola nel buio. Tra l’altro, da una veloce ricerca nel webster, Belane viene a conoscenza che Céline, al secolo Ferdinand Louis Auguste Destouches, è nato nel 1891, sicché è altamente improbabile che sia ancora vivo: dovrebbe avere 102 anni! Ma, determinato a scavare affondo nella verità per risolvere con assoluta certezza il caso rintracciando il vero Céline o smascherando l’impostore, si reca alla libreria di Teo per un primo sopralluogo. In libreria incontra un uomo, tra i 40 e i 45 anni, incredibilmen­te rassomigliante al celebre scrittore francese. Tenta un approccio. Che naufraga però in un nulla-di-fatto: Céline con il suo lucido genio fiuta il pericolo, s’incammina con nonchalance verso l’uscita, entra nella strada e nel traffico, chiama un taxi e vi balza dentro. Il taxi riparte veloce verso Hollywood Boulevard, mentre Belane gli urla dietro qualcosa che il rombo del motore e lo stridio delle ruote sull’asfalto rende confuso e incomprensibile. Céline si limita a sporgere il braccio dal finestrino e ad alzare il dito medio.

Rientrato in ufficio, nel pomeriggio l’investi­gatore riceve una nuova visita e un nuovo incarico: indagare sulla fedeltà coniugale di un’attraente bionda burrosa di nome Cindy Bass. Il caso di Cindy Bass prende l’aire dalla richiesta d’intervento del marito dell’inda­gata, Jack Bass (un uomo sui cinquantacinque anni, elegante q.b., nervoso q.b., stupido q.b., due auto di lusso, due case di lusso, niente figli, piscina e sauna, azionista di borsa, dirigente della “Aztec Petroleum Corporation”), il quale si rivolge a Belane poiché, convinto che la moglie lo tradisca, vuole le prove del tradimento per togliersi l’insoppor­tabile pungolo del dubbio e poter chiedere il divorzio senza pesi sullo stomaco né rimpianti e sensi di colpa. Cindy Bass, donna bellissima e molto più giovane di Jack (e molto giovane anche in termini assoluti: ha sui vent’anni), è stata una modella e comparsa cinematografica. I due coniugi si sono conosciuti al tavolo della roulette di Las Vegas e due giorni dopo si sono sposati, praticamente senza conoscer­si. Ora Bass teme di essere stato ingannato e raggirato dalla donna di cui è innamorato, che ha sposato e che ama. Belane accetta il caso, si fa consegnare un anticipo, e procede subito con le indagini: il mattino seguente è già appostato davanti alla casa dei Bass. Alle 7,20 Jack esce con la propria auto di lusso per recarsi alla propria poltrona dirigenziale nella Aztec Petroleum Corp., mentre Belane rimane acquattato in agguato dentro il proprio maggiolino e, nell’attesa, prende dal sedile posteriore un fascicolo anonimo contenente ritagli di articoli di giornale e cartigli inerenti il caso di Cindy Bass raccolti dalla segretaria Marcela e inizia a sfogliarlo per ripassare le informazioni sulla giovane donna. Cindy Bass, Cindy Maybell da nubile, vincitrice di un concorso minore di bellezza e incoronata “Miss Red Hot Chili Pepper” nel 1990, modella, diverse comparsate cinematografiche, ama sciare, studia pianoforte, le piacciono baseball e pallanuoto, i pisolini pomeridiani postprandiali, i bambini, il jazz, Kant e Schopenhauer, e spe­ra di diventare avvocato. Alle 9,00 un’altra macchina percorre in uscita il vialetto d’ingresso della villetta: è Cindy, a bordo di una Mercedes ultimo modello. Belane decide di pedinarla: ne scaturisce un lungo inseguimento per le strade di Beverly Hills che viene tanto bruscamente quanto miseramente interrotto da una pattuglia di polizia in ricognizione che blocca e multa Belane per eccesso di velocità.

Il giorno seguente, Belane ritorna sul caso Céline e decide di recarsi alla libreria di Teo. Entra nel negozio, e dopo pochi minuti fa capolino anche Céline. Ma anche in questo caso, Belane non riesce a cavare un ragno dal buco: il presunto Céline elegantemente si divincola dalla trappola prepara­tagli da Belane e si defila allontanan­dosi alla svelta. Belane lo segue con lo sguardo e lo vede salire s’una Fiat dell’89 parcheggiata a pochi metri dalla libreria: inforca il proprio maggiolino (per una strana coincidenza parcheg­giato proprio dietro la Fiat di Céline), ingrana la prima, poi la seconda, la terza e via all’inseguimento lungo le strade di Hollywood e fino a Beverly Hills: giunta alla casa di Jack Bass, la Fiat di Céline rallenta, accosta, e arresta. Ne scende Céline, che attraversa la strada, si guarda intorno, si ferma, si guarda di nuovo in giro, poi percorre il vialetto che conduce alla porta d’ingresso, sale sulla veranda, si guarda ancora intorno, e bussa: la porta si apre, e Céline entra. La Mercedes rossa di Cindy è parcheggiata nel vialetto. Belane agguanta la propria videocamera, scende dalla vettura, forza la serratura dell’abitazione, in quarantacinque secondi è dentro, percorre il corridoio, sente delle voci prove­nienti da dietro una porta chiusa, fa irruzione nella camera e vi si catapulta dentro con la videocamera accesa, trovando Cindy e Céline tranquillamen­te seduti a chiacchierare e discutere: Cindy urla, preme l’allarme, scatta una sirena assordante, arriva un colosso mostruoso e gigantesco di nome Brewster che insegue Belane per tutta la casa e cerca di acchiapparlo senza riuscirci, Belane riesce a scap­pare, esce dalla villetta, si fionda in macchina, e parte sgommando.

Il giorno seguente è di nuovo in ufficio: deluso dalla propria inconcludenza, frustrato e abbattuto dalla piega presa dalle indagini intorno ai casi Céline e Cindy Bass, il nostro investigatore si sente completamente inutile, ma poi ha un lampo di genio, e scatta in piedi: Céline stava vendendo a Cindy un’assicu­razione, un’assicurazione sulla vita, un’assicu­razione sulla vita di Jack Bass: insieme l’avrebbero eliminato per intascare il risarcimento! Belane si sente stranamente bene, vicino (come crede) alla soluzione del caso.

Dopo pranzo, decide di ritornare sul luogo del delitto, e si reca alla casa dei Bass: trova la Mercedes di Cindy parcheggiata nel vialetto, e decide di fare nuovamente irruzione nell’abita­zione per cercare di rinvenire una prova forte e inconfutabile: scende furtivamente dall’auto con la videocamera in mano e il cappello abbassato sull’occhio sinistro come solo un vero detective losangelino sa fare, si dirige poi verso la porta, forza la serratura, entra in casa, percorre il corridoio con le orecchie ben tese a captare ogni fiato fruscio o minimo sibilo proveniente dall’interno, sente le voci di un uomo e di una donna provenire dal piano superiore, si ferma ai piedi della scala, decide di salire, sale, silenzio­samente, porta una mano al petto per controllare la fondina ascellare e assicurarsi che la .45 sia al proprio posto: c’è, la migliore erezione che un uomo possa avere. Avvicinandosi gli pare di riconoscere la voce di Cindy Bass gemere e sussurrare parole sconce in preda al furore sessuale così continua a camminare, si ferma dietro la porta da cui provengono le voci (chiaramente la porta della sala del letto), si appropinqua lentamente, sente Cindy ridere, gemere e ansimare al ritmo del rumore cadenzato del sobbalzare delle molle del letto, accende la videocamera, sfonda la porta con un calcio, piomba nella sala del letto, ma quello che trova è solo una Cindy Bass unita nell’amplesso amoroso al marito Jack. Incredulo e attonito Belane arretra, si volta verso le scale, le imbocca, e scappa, inseguito da un Jack Bass furioso che, balzato in piedi, pistola alla mano lo insegue sparando all’impazzata ma, per l’agitazione e il nervosismo, non centra bene la mira e lo manca ripetutamente. Belane zompa sul maggiolino e riesce ad allontanarsi incolume, le gomme stridono contro il marciapiede mentre Bass continua a sparargli a distanza. Poi si ferma in un McDonald, ordina una porzione grande di patatine, un caffè e un panino al pollo.

Il giorno dopo, Belane riceve prima la telefonata e poi la visita di Hal Grovers, che affida a Belane l’incarico di togliergli dai piedi e far scomparire dalla circolazione l’aliena dello spazio Jenny Nitro. Hal Grovers è un ometto insignificante, bassino, settanta chili bagnato, trent’otto anni, occhi grigi con un tic a quello sinistro, baffetti orrendi e gialli di sigaretta, capelli dello stesso colore diradanti in cima, testa perfettamente rotonda. L’uomo è perseguitato da un’aliena dello spazio (che dice di chiamarsi Jenny Nitro e, a detta di Grovers, controlla la sua mente) e vuole liberarsene: per questo contatta Belane. Mentre parlano la porta si spalanca ed entra proprio Jenny Nitro: una donna bellissima, sui trent’anni, incredibile, lunghi capelli che bruciano l’aria, occhi così belli che sorridono, bocca leggermente imbronciata, labbra increspate come se stessero per esplodere in una risata denigratoria per la tua impotenza. La donna scivola nella stanza come una spogliarellista su pattini a rotelle, ordina a Grovers di seguirla fuori dall’ufficio di Belane, pietrifica Belane con i propri superpoteri, e se ne va, portandosi dietro Grovers come una scimmia ammaestrata o un cagnolino ben addestrato.

L’indomani in ufficio Belane è più confuso che persuaso: non sa più chi siano i propri clienti, non sa da dove iniziare, su che cosa concentrarsi, e su chi indagare. Ma all’improvviso ha una geniale intuizione, capendo che in qualche modo Céline, Cindy, Grovers, e il Passero sono tutti collegati, e così fa cuore e riprende fiducia in se stesso. Ma l’entusiasmo dura poco. Giusto il tempo di ricevere la visita notturna dell’aliena dello spazio Jenny che lo redarguisce e lo minaccia di ritorsioni se non abbandona il caso che la riguarda: alla ritrosia e al diniego di Belane Jenny oppone i propri poteri sovrannaturali replicando il numero già eseguito in precedenza e pietrificando con la sola forza dello sguardo l’investigatore, che rimane steso sul letto incapace di muoversi per venti minuti buoni.

Il giorno successivo la faccenda si complica ulteriormen­te: Belane si trova all’ippodromo per rilassarsi un po’ quando è raggiunto da Céline che lo minaccia di morte con una pistola se non accetta di scoprire e rivelargli il nome e la vera identità della donna che vuole toglierlo di mezzo: Belane è costretto ad accettare.

Il giorno successivo l’investigatore si reca al negozio di onoranze funebri di Hal Grovers “Porto Argenteo” per un sopralluogo e rivela a Grovers la propria intuizione (che successiva­mente si rivelerà tuttavia erronea): Jenny Nitro gli si è legata perché vuole piazzare i propri alieni dello spazio nei cadaveri, e usare i corpi dei morti come guscio e tegumento protettivo: gli alieni si nascondono nei corpi morti finché questi vengono tumulati, per poi sgusciare fuori e trovarne altri. Ma, dopo questa sconcertante illuminazione, le cose si fanno ancora più ingarbugliate.

A dire il vero, tutta la faccenda si presenta come una viluppo ingarbugliato e inestricabile: per cercare il bandolo e provare a sciogliere la matassa, Belane tenta l’ultima disperata carta a disposizione nel mazzo: far incontrare Céline e la Signora Morte e lasciare che se la sbrighino da soli. L’incontro è fissato alle 14,30 nel ristorante di Musso. Nel momento fatidico, con un abile stratagemma (una banale scommessa) Belane riesce a carpire l’informazione essenziale per la risoluzione positiva del caso e, facendosi consegnare la patente dal presunto Céline, può facilmente verificare l’identità di quest’ultimo: il presunto Céline è il vero Céline. La Morte fa il resto.

Risolto il primo caso, Belane si sente un vincente, e si getta a capofitto sul secondo, fermo di non perdere nemmeno un prezioso minuto di tempo. Ma l’entusiasmo e la gioia durano pochissimo anche in questo caso: Belane riceve una ulteriore e nefanda quanto infausta visita di Jenny Nitro nel proprio ufficio. La donna gli comunica di appartenere alla prima ondata di un gruppo d’invasori dello spazio provenienti dal pianeta Zaros e venuti a impadronirsi della Terra per deportarvi le frange di popolazione in eccedenza del proprio pianeta sovrappopolato e sovraffolla­to. Jenny Nitro lo informa inoltre che ha deciso di arruolarlo per la causa di Zaros, reputandolo perfetto data la sua creduloneria, faciloneria, egocentricità e mancanza di personalità. Belane le chiede il motivo del legame con Hal Grovers: Jenny confessa che si tratta di un semplice flirt innocente, demolendo così l’originaria tesi investigativa di Belane. La notizia è negativa per l’investigatore, che si ritrova tra i piedi un ulteriore grattacapo da risolvere, ma è positiva per Grovers, che non verrà più scocciato: Belane chiama l’impresario di pompe funebri per comunicargli l’esito delle indagini dichiarando chiuso il caso.

A questo punto non gli rimane che da risolvere il caso di Cindy Bass e quello del Passero Rosso. Naturalmente adesso Jenny Nitro è un suo problema. Ma Céline e Grovers sono ormai storia passata, e possono ormai dirsi archiviati: Belane può adesso liberare tempo ed energie per il caso Cindy Bass e si reca di nuovo in ricognizione nei dintorni della villetta dei Bass.

L’investigatore si apposta a trenta metri dalla casa: la Mercedes rossa di Cindy è nel vialetto. Più tardi Cindy esce da casa, mette in moto, accende i fari, esce in retromarcia dal vialetto, gira la macchina, rotta a Nord, guida fino al motel “Dune Mosse”, entra nel parcheggio, si ferma davanti alla camera numero 9, scende dalla macchina, e bussa. Le apre un uomo giovane e di bell’aspetto. Lei entra, e la porta si richiude alle sue spalle. Belane affitta la camera contigua a quella occupata da Cindy, vi entra, prende un bicchiere e lo aderisce al muro che separa le due camere per origliare attraverso il muro e carpire dalla conversazione in atto nell’altra stanza tra Cindy e lo sconosciuto dettagli importanti per stabilire il tipo di rapporto intrattenuto: quando capisce che è di natura sessuale, senza indugiare né tergiversare esce dalla propria camera armato di videocamera e pistola per fare irruzione nella camera 9. Quando irrompe nella camera numero 9 becca i due nel bel mezzo dell’amplesso amoroso. Belane intima ai due d’interrompere ma l’uomo, di nome Billy, è un alieno dello spazio, precisamente uno zaroniano come Jenny, e come Jenny dotato degli stessi superpoteri: insensibile alle pallottole e dotato di una forza invincibile, si avventa su Belane con l’intento di finirlo strozzandolo. Ma interviene Jenny a salvare l’investigato­re, bloccando ed eliminando fisicamente Billy. E così anche il caso Cindy Bass è risolto.

Rimane l’ultimo incarico: rintracciare il Passero Rosso. Belane chiama disperato Barton per aver maggiori informazioni. Barton lo informa che la sua industria tipografica vuole usare l’immagine del Passero Rosso come logo della compagnia ma per farlo deve accertarsi di possederne gli effettivi diritti di sfruttamento economico: per questo deve assicurarsi che il Passero Rosso di cui ha sentito parlare sia l’unico passero rosso presente in circolazione.

Nel mentre, Jenny Nitro comunica a Belane la decisione della legazione zaroniana di ritirarsi dalla Terra, causa le brutture del pianeta e la malvagità dei suoi abitatori, la cattiveria e la crudeltà degli uomini che rendono il pianeta un luogo invivibile, malsano e mefitico. I due si accommiatano davanti a un drink, durante uno struggente quanto lacerante addio in pieno stile hard-boiled.

E così rimane solo il Passero Rosso. Le ricerche riprendono con una fregatura che segna l’ennesima battuta di arresto nelle indagini: Belane riceve una dritta da un tale Amos che gli cede (in cambio di una somma pecuniaria) un cartiglio recante l’indirizzo di una certa Lena Fontanin assicurandogli che la donna lo porterà dritto al Passero. L’imbroccata si rivela ingannevole, e questo ennesimo tentativo si perde nel vuoto incanalandosi in un vico cieco. Depresso insoddisfatto deluso e disilluso Belane se ne sta in ufficio indeciso incerto e dubitoso sul da farsi, allorché viene contattato da un certo Harry Sanderson, che chiede e ottiene un abboccamento con l’in­vestigatore privato, al fine di offrirgli il Passero Rosso in cambio della considerevole cifra di 10·000 dollari. Belane lo informa di non avere a disposizione il capitale necessario per l’affare. Sanderson gli risponde che può trovargli un prestasoldi disposto a intercedere e fornire in prestito la somma di denaro necessaria al 15% d’inte­resse mensile. Dopo lunghis­sime ed estenuanti trattative, Belane accetta l’usura. Sanderson gli esibisce tutta la documentazione da firmare prima di procedere al prestito e alla consegna del Passero Rosso. Belane scorre l’incomprensi­bile gergo legale del contrat­to, firma per il prestito al 15% d’inte­resse, ma non riceve nulla in cambio. Ancora un’altra ennesima fregatura, la quale però stavolta costa al povero Belane 600 dollari sonanti al mese.

L’indomani Belane riceve la visita di Johnny Stecchino (detto così perchè magro come uno stecchino), un rappresentante dell’Acme Execu­tioners, l’azienda che ha erogato il prestito a Belane in cambio del passero. Stecchino minaccia Belane di morte nel caso in cui non pagasse regolarmente allo scadere del primo mese successivo alla data della stipula del contratto.

Ed effettivamente alla scadenza del primo mese i legati della Acme Executioners irrompono nell’ufficio di Belane pronti a tutto pur di riscuotere il credito. Ma Belane non ha i soldi. Gli uomini della Acme Executioners lo conducono allora in una zona isolata e fuori mano del Griffith Park, intenzionati a farlo fuori. Ma Belane riesce a divincolarsi con un colpo di genio e fortuna, e uccide gli aguzzini. Poi, mentre attraversa un tunnel sotterraneo per uscire dal parco, viene raggiunto da due ragazzi che lo picchiano a morte per rapinarlo, e muore.

  

1.2.2) INTRECCIO.

 

1.2.2.1) L’AGENZIA INVESTIGATIVA DI M. BELANE.

Quando squilla il telefono, l’investigatore privato Mickey Belane siede ignavo e indolente alla scrivania del proprio ufficio, al terzo piano dell’Ajax Building di Los Angeles. Sciatto e trascurato, abiti sdruciti, trippone enorme da birra e cravatta allentata, Mickey Belane, singolare figura d’investigatore privato tipica della vecchia Los Angeles hard-boiled come non ce ne sono più ormai, è un personaggio che non ci si meraviglierebbe d’incontrare seduto in un losco e fumoso bar a bere un drink in compagnia dell’ispettore Marlowe. Asfissiato dal caldo infernale della torrida Estate californiana, assillato da una critica quanto endemica mancanza di soldi e lavoro, e pressato dall’imminenza dello sfratto incombente per morosità, rimugina svogliato e stanco sui molti problemi che lo affliggono, allorché riceve una telefonata destinata a cambiare il corso della sua carriera (e della sua esistenza). All’altro capo del telefono una voce femminile, molto calida e suadente: è la Signora Morte, pit­toresca, iconica e caratteristica figura di donna felliniana, eccessiva e volgare e debordante: le cuciture le scop­piano, porta tacchi alti come trampoli, cammina come una storpia ubriaca. La Signora Morte ingag­gia l’investigatore Mickey Belane per risolvere un caso assai particolare: scoprire se Céline è morto o è riuscito a eludere la morte tramite il proprio genio e sgambetta ancora libero scorrazzando indistur­bato in città. Per il resto, la Signora Morte è avara d’informa­zioni: dice solo che il presunto Céline è solito frequentare e bazzicare la libreria di un certo Teodor Korzeniowski. Dalla libreria di Teo partiranno pertanto le indagini del nostro eroe all’incontrario, atte a svelare la vera identità del presunto Céline.

Il tramite fra la Signora Morte e Belane è tale John Barton. Dopo aver raccomandato Belane alla Signora Morte, Barton affida all’investigatore un altro tanto delicato quanto spinoso incarico, riponendo in Belane una fiducia smodata e nutrendo per il nostro investigatore una stima incondizionata: rintraccia­re il Passero Rosso. In cambio, 100 dollari al mese per tutta la vita, nel caso in cui riesca a reperirlo e fornire una prova certa della sua esistenza. Anche in questo caso il committente è avaro d’informa­zioni: non rivela nemmeno se il fantomatico Passero Rosso sia solo un nome in codice che celi una reale identità o se si tratti piuttosto, letteralmente, di un vero e proprio volatile.

Intanto, l’investigatore riceve un nuovo incarico: indagare sulla fedeltà di un’attraente bionda burrosa di nome Cindy Bass. Il caso Cindy Bass prende l’aire dalla richiesta d’intervento del marito dell’indagata, un uomo sui cinquantacinque anni di nome Jack Bass, elegante q.b., nervoso q.b., stupido q.b., in giacca e cravatta, due auto di lusso, due case di lusso, niente figli, piscina e spa, azionista di borsa e dirigente della Aztec Petroleum Corporation, il quale si rivolge a Belane poiché crede che la moglie Cindy lo tradisca e vuole le prove del tradimento per togliersi l’insopportabile pungolo del dubbio e poter chiedere il divorzio senza pesi sullo stomaco né rimpianti o sensi di colpa. Cindy, donna bellissima e molto più giovane di Jack (e molto giovane anche in termini assoluti: ha sui vent’anni), è una ex modella con alle spalle una serie d’insignificanti comparsate cinematografiche. I due coniugi si sono conosciuti al tavolo della roulette di Las Vegas e due giorni dopo si sono sposati, praticamente senza conoscer­si. Ora Bass teme di essere stato ingannato e raggirato dalla donna di cui è innamorato, che ha sposato e che ama. Belane accetta il caso, si fa consegnare un anticipo, e procede subito con le indagini.

Successiva­mente, Belane riceve la telefonata di Hal Grovers, che affida a Belane il quarto e ultimo incarico per il nostro investigatore: far scomparire l’aliena dello spazio Jenny Nitro. L’uomo sostiene infatti di essere perseguitato da un’aliena dello spazio (che, a detta di Grovers, controlla la sua mente) e vuole liberarsene: per questo contatta Belane.

 

1.2.2.2) IL CASO CÉLINE.

Belane decide d’iniziare dal caso Céline, ma non sa proprio che pesci pigliare e da dove partire: il suo committente è stato criptico ed ermetico come nessuno mai, e lui brancola nel buio. Ma, determinato a risolvere il caso e rintracciare il vero Céline o smascherare il finto impostore, decide di recarsi alla libreria di Teo per un primo sopralluogo.

Appena messo piede in libreria ha un incontro tanto fortuito quanto fortunato con un uomo tra i 40 e i 45 anni incredibilmen­te rassomigliante il celebre scrittore francese. L’uomo, in fondo al negozio, è intento a sfogliare un libro. Belane tenta un approccio, che naufraga: accortosi della presenza di Belane, Céline ripone sullo scaffale il libro che ha tra le mani, si avvia verso l’uscita sbuffando, ed esce rivolgendo un’occhiataccia torva e sprezzante a Teo, il quale ricambia con una sguardata altrettanto cupa e accigliata. Belane lo segue da lontano con la vista: lo pseudo-Céline s’incammina nel viale e si ferma all’edicola all’angolo. Belane decide di avvicinarsi. Celine è ora intento a leggere una rivista. Belane si avvicina ancora, sempre di più: da una visuale più ravvicinata, può notare che si tratta del “The New Yorker. Il presunto Céline si avvede della presenza di Belane e s’insospettisce. Indispettito ripone allora la rivista nella rastrelliera fissando Belane dritto negli occhi, poi ammicca un taxi, e vi balza dentro. Il taxi riparte veloce verso Hollywood Boulevard. Belane gli urla dietro qualcosa che si confonde con il rumore del motore e lo stridore degli pneumatici sull’asfalto divenendo incomprensibile: l’ipotetico Céline si limita a sporgere il braccio dal finestrino alzando il dito medio.

Ritornato in ufficio, l’investigatore ordina alla segreta­ria Marcela di effettuare una veloce ricerca nel webster alla ricerca del maggior numero d’informazioni su Céline: si scopre che Céline, al secolo Ferdinand Louis Auguste Destouches, è nato nel 1981, sicché è altamente improbabile che l’uomo della libreria, non più che cinquantenne, sia Céline. Caso chiuso! Belane chiama la Signora Morte per comunicare l’esito delle indagini e dichiarare chiuso il caso, ma questa non accetta l’esito e sprona l’investigatore ad andare avanti con le ricerche.

Si verifica la prima delle innumerevoli visite sgradite e il primo degli indesiderati incontri e spiacevoli che scandiscono e frastagliano le indagini (peraltro, già di per sé tutt’altro che lineari) del detective: il padrone del locale che ospita l’ufficio dell’agenzia investigativa di Belane, Jimmy McKelvey, si presenta accompagnato da un orribile energumeno di nome Tommy per sfrattare Belane per morosità. Ma l’indagatore, sempre tanto pronto all’azione quanto preparato agli inconvenienti, sfila la propria Luger dal cassetto della scrivania e la punta contro la mastodontica massa di Tommy, costringendo lui e McKelvey a desistere.

L’indomani Belane rischia e torna in ufficio. Dietro la scrivania, e comodamente seduto in poltrona, McKelvey, il quale rivolge all’inquisitore un finto e ipocrita sorriso. Belane si mette subito sulla difensiva, ma McKelvey lo rassicura, comunicandogli che un intero anno di affitto è stato pagato sull’unghia e in contanti da una benefattrice segreta che si nasconde dietro il nome in codice di Signora Morte, per il tramite di un curioso e stralunato personag­gio in completo nero elegantissimo e bombetta. Belane ha guadagnato un anno e può così ritornare ai propri affari. 

Come prima cosa chiama il proprio allibratore, Tony, per piazzare una puntata, che si rivelerà perdente. Poco dopo, due emissari di Tony, Dante e Fante, si presentano a casa di Belane pronti a tutto pur di riscuotere i soldi della nuova e delle vecchie scommesse per una somma totale di 500 dollari. Belane viene nuovamente salvato dalla Signora Morte, che fa la propria miracolosa e inaspettata comparsa proprio nel momento in cui i due bravi stanno per saltare addosso all’investigatore con l’intento di malmenarlo. La Signora Morte con un malefico sortilegio li annienta: Dante e Fante assumono un aspetto tremendamente malmesso e malsano e sono costretti a precipitarsi fuori dall’ufficio in preda a spasmi lancinanti di dolore. Belane li segue per assicurarsi che se ne siano andati. Poi rientra in ufficio. Ma la Signora Morte è già scomparsa: il detective cerca in bagno e nello sgabuzzino, sotto la scrivania e dietro il divano, ma della misteriosa dark lady nessuna traccia.

Belane decide di prendersi qualche ora di pausa, ignaro del fatto che i guai siano ben lungi dall’essere finiti. Si avvia verso il parcheggio, sale in macchina, guida fino a un supermercato: parcheggia, scende dalla macchina, la chiude a chiave, entra nel supermercato, ne esce con alcune buste di roba che ripone nel bagagliaio della macchina per poi ripartire e ripercorre la strada nella direzione opposta fino a casa. Ma le sorprese non sono finite. A casa riceve infatti la visita del proprio vicino di casa Mike, che gli propone una società in un business, a patto che Belane si faccia interamente carico dell’investimento iniziale, che Mike dichiara d’impegnarsi a rifondere per la metà al momento dell’incasso. Belane sente puzza di bruciato e caccia Mike, che però reagisce male. Ne nasce una colluttazione, che si risolve a favore di Belane: Mike non ha nemmeno il tempo di rendersene conto che Belane lo ha già colpito con un pugno in pancia sferrato con il tirapugni. Mike sviene e cade in terra privo di sensi. Belane si china a raccogliere alcuni pezzi di vetro rotto dal pavimento, li infila nella bocca di Mike, gli sfrega le guance e gli molla pure qualche schiaffo, finché il sangue non inizia a sgorgargli dalle labbra. Poi torna al suo pollo con patate. Qualche minuto e Mike ritorna in sensi: si sveglia, si riprende, si erge seduto, sputa qualche frammento di vetro mentre il sangue che gli rivola dalla bocca gli sporca la camicia e gli indumenti, poi comincia a strisciare verso l’uscita con un aspetto penoso e afflitto. Belane gli apre la porta e Mike striscia fuori in silenzio e a volto basso. Belane richiude la porta, si accende una sigaretta, e se la fuma seduto sul divano, finalmente in tranquillità, ma conscio che da questo momento in poi dovrà tuttavia guardarsi le spalle e tenere d’occhio il postino aspettandosi una ritorsione da un momento all’altro. Infine, si alza, si versa un drink, lo vuota d’un fiato e se ne versa subito un altro. Poi stanco, esausto, spossato, provato e distrutto dalla vita e da tutto il resto si stende sul letto e si addormenta, abbattuto solo malinconico e triste.

L’indomani i sinuosi e aguzzi raggi del sole battente contro le persiane s’insinuano fra le fessure delle imposte disegnando una svastica sul viso di Belane il quale, pungolato dai raggi del sole sottili e piccanti come aghi, si ridesta madido e ansimoso. Preda dell’ansia e con espressione massimamente depressa in volto spalanca gli occhi, ansimando in un bagno di sudore. Poi si alza e si reca al bagno guardandosi allo specchio e quella che ne riceve è una impressione di squallore depressione e sconfitta: lo specchio mostra un uomo abbattuto e triste, con grosse borse cascanti e scure sotto gli occhi, occhi da roditore in trappola, sopracciglia dementi, e aspetto generale alquanto malandato, trasandato e nel complesso decisamente disgustoso. Poi si lava la faccia, si gira verso il cesso per pisciare, piscia, ma sbaglia mira e bagna la tavoletta e il pavimento. Cerca allora di tamponare tutto alla bell’e meglio con carta igienica e cotone idrofilo. Getta infine tutto nella tazza del cesso e tira lo scarico. Poi si volge alla finestra, vede un gatto sul tetto dirimpetto, lo osserva e lo segue con lo sguardo finché questo non scompare, poi si volta al lavabo, prende lo spazzolino e il dentifricio, preme il tubetto della pasta dentifricia, la distribuisce uniformemente sulle spazzole dell’utensile, lava i denti, sciacqua la bocca, ripone lo spazzolino, ed esce dal bagno. Ritorna a letto e si rimette a fissare il soffitto con aria meditabonda. Il sole riverbera sul soffitto, stagliando raccapriccianti cupe e minacciose immagini, generate dalla rifrazione dei raggi solari attraverso le molteplici crepe e pieghe del tegumento, le quali gli scorrono davanti agli occhi come in un film animato: Belane vede nitidamente una donna con un capello, una medusa, un bufalo che si avventa su qualcosa, e un serpente con un elefante in bocca. Poi sente squillare il telefono, ma lo lascia squillare, e non si alza per rispondere. Si riaddormenta. Si risveglia alle 12,25 ed esce.

Prende la macchina, mette in moto, e parte. Guida lungo Alameda Street, Imperial, Western Avenue e Century. È una giornata calda e tranquilla. Guida fino all’ippodromo dell’Hollywood Park, entra nel parcheggio dell’ippodromo, parcheggia e scende. Giunge alla fine della terza corsa. Dentro prende il programma delle corse e si siede in tranquilla attesa della corsa successiva. Intanto apre il programma, lo sfoglia, lo esamina velocemente, lo ripiega e lo adagia s’un tavolino. Poi sente un rumore dietro di sé: si volta, e scorge Céline, il quale sorride mirando nella sua direzione: Belane si rigira senza salutarlo; Céline allora si alza, si muover verso di lui, ne attira l’attenzione con un insulto, gli punta contro una pistola, e gl’intima di scoprire l’identità della Signora Morte se non vuole ritrovarsi con un buco in pancia; Belane rifiuta e allora Céline rincara la dosa e lo minaccia di morte se non accetta l’inca­rico di scoprire e rivelargli il nome e la vera identità della donna che vuole farlo fuori e di eliminarla fisicamente e toglierla di mezzo definitiva­mente: Belane è costretto ad accettare. Poi Céline si alza, esce dalla fila, e scompare. Belane riprende il pro­gramma delle corse ed esamina la quinta gara.

Tutta la faccenda ha preso una strana e pericolosa piega e si presenta ora come una matassa massimamente avviluppata intralciata ingarbu­gliata intricata e inestricabile. Nessuna tregua. Per cercare il bandolo e provare a dipanarla Belane tenta una mossa disperata: far incontrare Céline e la Signora Morte e lasciare che se la sbrighino da soli. L’incontro ha luogo alle 14,30 nel ristorante di Musso: con un’abile mossa e un banale stratagemma, Belane riesce a carpire l’informazione essenziale per la risoluzione del caso e, facendosi consegnare la patente del presunto Céline, riesce agevolmente a verifi­care l’identità di quest’ultimo: il presunto Céline è il vero Céline. La Morte fa il resto. L’indomani mattina, Belane siede in ufficio, i piedi sul tavolo e un costoso sigaro ficcato nel cranio. Ma l’entusiasmo dura solo fintantoché Belane non viene raggiunto al telefono dalla Signora Morte che lo informa che presto si rivedranno. Belane decide di ritornare a casa.

Stanco, esausto, rassegnato, con espressione depressa e abbattuta in volto, entra in casa, si reca mogio, ramingo e tapino all’angolo bar, e si versa un drink. Lo scola tutto d’un fiato e se ne versa subito un altro bevendosi così il resto del pomeriggio e fumandosi poi l’intera serata, che passa inutile e priva di scopo e d’intenti: zero azione, zero colpi di scena, zero novità: Belane si ubriaca e, quando ormai sul piano della scrivania si sono accumulate e affastellate svariate bottiglie vuote di alcole (Tequila, Gin, Whiskey e Rhum), si addormenta sul divano, sopraffatto dalla sbronza e dai cattivi pensieri, e soverchiato da una irresistibile spossatezza causata dall’alcole, dai farmaci, dal calo di adrenalina, dalle forti emozioni e dalla tensione accumulata nell’arco della giornata si abbandona al sonno.

Si sveglia nel cuore della notte per un attacco di panico e decide di uscire. Si veste in fretta, apre l’uscio, si chiude la porta dietro le spalle, ed esce. Sale in macchina, guida lungo l’Hollywood Boulevard, e percorre la Hollywood Freeway per poi imboccare l’auto­strada di San Diego fino al raccordo con la Harbor Freeway: qui s’immette sulla 110a verso Sud e prosegue incerto e indeciso sull’itinerario: ritorna sull’Harbor Freeway, la percorre fino alla fine e si trova in San Pedro: qui prende la Gaffey Road, svolta a sinistra sulla Settima, prosegue per un paio d’isolati, poi svolta a destra sulla Pacific e continua a guidare finché non vede un bar, il Porco Assetato, come si legge dall’insegna affissa allo scalcinato muro del locale recante il nome del bar in caratteri al neon mezzi fulminati, e decide di fermarsi per un drink. Entra nel parcheggio, parcheggia, scende dalla macchina, ed entra nel locale.

 

1.2.2.3) IL BAR DEL PORCO ASSETATO.

Il maggiolino di Belane entra nell’ampio spiazzo semideserto del parcheggio del bar del Porco Assetato. Sciatto e trascurato, abiti sdruciti, trippone enorme da birra, cravatta allentata e barba di tre giorni Belane scende dalla macchina ed entra nel locale. E davvero sembra uno di quei personaggi hard-boiled da romanzo noir che non ci si meraviglierebbe di incontrare a bere un drink in compagnia dell’ispettore Marlowe in un losco bar e fumoso della vecchia Hollywood anni ‘20.

L’orologio segna le 23,00. Il bar è molto buio. Il barista, sugli ottanta, canuto e candido. Oltre al barista, solo altri due vecchi, anche loro bianchi di gesso. Tutti immobili in una bianca staticità ondeggiano in una nebulosa atmosfera sfumata e onirica.

Più tardi, due uomini con volto coperto e pistola in mano entrano nel bar. L’orologio segna le 02,00. Dopo aver rapinato clienti, bar e barista, l’uno dei due malviventi fugge, mentre l’altro indugia e, colto da un accesso di follia e ira del tutto immotivate, punta la pistola contro il barista sparando tre colpi che per tre volte centrano il barista e per tre volte gli bucano il ventre: il barista sussulta tre volte e poi cade in terra senza vita. L’omicida viene poi fermato e abbattuto dal proprio socio, con un colpo di pistola che prima gli attraversa il naso e poi gli esce dalla nuca uccidendolo sul colpo. Il rapinatore si guarda poi intorno ed esce di corsa dalla porta. Dopo pochi secondi anche Belane si precipita fuori dal bar.

In un attimo è in macchina: apre, sale, accende, ingrana la prima, sgomma, e vola via. In lontananza si sentono sfrecciare le sirene della polizia. Tranquillizza­tosi, accende un sigaro e la radio, scanala le stazioni, e si ferma a una radio che trasmette un buon jazz.

Guidando percorre il tragitto a ritroso: uscito dal parcheggio del Porco Assetato e fatto un giro di ricognizione attorno all’isolato, prende la Pacific, poi svolta a sinistra sulla Settima, la percorre finché non svolta a destra sulla Gaffey Road ed è di nuovo in San Pedro: da qui imbocca la 110a in direzione di Cadillac Avenue, esce di nuovo sulla Settima, percorre il Cienega Boulevard, prosegue sul Wilshire Boulevard, e continua a guidare fino a Beverly Hills.

 

1.2.2.4) IL CASO DI CINDY BASS.

In pieno dopo-sbronza e in evidente stato di ebrezza, Belane guida fino a Beverly Hills, procedendo con cautela e circospezione lungo le strade e i viali del quartiere. Giunto in Rodeo Drive, si ferma al numero 69, e si apposta davanti alla casa dei Bass. Parcheggiato rimane nella vettura. L’orologio segna le 06,50. In attesa in agguato nell’abitacolo dell’auto, Belane stende una mano verso il sedile posteriore, prende un fascicolo anonimo e comincia a sfogliarlo per ripassare le informazioni su Cindy. Intanto, fuori, il sole scioglie i nodi delle tenebre notturne e la chiaria del mattino scialba all’orto. Il fascicolo raccoglie una breve nota stilata a penna dalla segretaria Marcela e alcuni ritagli di articoli di giornale che Belane legge ad alta voce: Cindy Bass, Maybell da nubile, vincitrice del concorso minore di bellezza e incoronata Miss Red Hot Chili Pepper nel 1990, modella, diverse comparsate cinematografiche alle spalle, ama sciare, studia pianoforte, le piacciono baseball e pallanuoto, i pisolini pomeridiani postprandiali, i bambini, il jazz, Kant e Schopenhauer, spe­ra di diventare avvocato. A un certo punto, lo sguardo e l’attenzione di Belane vengono distratti da una macchina che esce in retromarcia dal vialetto di casa. Dentro la macchina Jack Bass, che esce per recarsi a lavoro. Belane controlla l’orologio: sono le 7,20. Rimane in attesa della mossa di Cindy. Alle 9,00 un’altra macchina percorre in uscita il vialetto: è Cindy. La donna esce a bordo della propria Mercedes rossa, e s’immette in Rodeo Drive. Belane decide di pedinarla. La macchina di Cindy percorre Rodeo Drive e imbocca l’autostrada di San Diego procedendo ad alta velocità. Cindy aumenta sempre di più la velocità. Belane si tiene dietro a sole 4 macchine di distanza. Ne scaturisce un lungo inseguimento che, iniziatosi per le strade di Beverly Hills, procede lungo l’autostrada per San Pedro ma viene bruscamente interrotto da una pattuglia di polizia in ricognizione che blocca e multa Belane per eccesso di velocità. L’investigatore porta l’auto nella corsia lenta, entra nella prima piazzola di sosta che incontra, ferma la macchina, e scende.

Fallito questo tentativo ma convinto del legame e della connessione tra i casi di Céline e di Cindy, Belane ritorna alla libreria di Teo. Allorché Belane fa il proprio ingresso nel negozio, Teo è intento a segnare i prezzi di alcuni libri rari. Pochi minuti, giusto il tempo di un veloce scambio di battute tra i due, e anche Céline fa la propria comparsa nel negozio. Ma anche in questo caso Belane non riesce a cavare un ragno dal buco: lo pseudo-Céline elegantemente si divincola e abilmente si defila allontanandosi alla svelta. Belane lo segue con lo sguardo e lo vede salire s’una Fiat dell’89 parcheggiata a pochi metri dalla libreria: inforca il proprio maggiolino (per una altrettanto fortuita quanto fortunata coincidenza parcheggiato proprio dietro la Fiat di Céline), e parte all’insegui­mento lungo le strade di Hollywood e fino a Beverly Hills. Ignaro di essere pedinato Céline si dirige sull’Hollywood Boulevard, poi imbocca la Hollywood Freeway e dopo l’Harbor Freeway, poi la Santa Monica, la San Diego, finché non esce dall’autostrada per immettersi nelle tranquille strade di Beverly Hills. Giunta alla casa di Jack Bass, la Fiat di Céline rallenta, accosta, e arresta. Céline, o, meglio, il presunto Céline, scende dalla macchina, attraversa la strada, si guarda intorno, si ferma, si guarda di nuovo in giro, poi percorre il vialetto che conduce alla porta d’ingresso, sale sulla veranda, si guarda ancora intorno, e bussa: la porta si apre, e il francese può entrare. Nel vialetto la Mercedes rossa di Cindy. Belane agguanta allora la propria videocamera, scende dalla vettura, forza la serratura dell’abitazione, in quarantacinque secondi è dentro, percorre il corridoio, sente frasi equivoche provenire da dietro una porta chiusa, le segue, ha un attimo di esitazione, fa irruzione nella camera catapultandovisi dentro con la videocamera accesa, ma quello che trova sono solo Cindy e Céline tranquillamen­te seduti a un tavolino a chiacchierare e discutere. Cindy fa scattare l’allarme dell’appartamento e subito compare la guardia del corpo di Jack Bass: un colosso enorme, veramente mostruoso e gigantesco, di nome Brewster, che cerca di acchiappare Belane ma senza riuscirci. Belane scap­pa, esce dalla villetta, e si fionda in mac­china, partendo di sgommata.

Il giorno seguente Belane è di nuovo in ufficio: deluso dalla propria inconcludenza, frustrato dall’evolu­zione delle vicende, e abbattuto dalla piega presa dalle indagini intorno ai casi di Céline e Cindy Bass, si sente completamente inutile, ma poi ha un lampo di genio, e scatta in piedi: Céline stava vendendo a Cindy un’assicu­razione, un’assicurazione sulla vita, un’assicu­razione sulla vita di Jack Bass! Insieme l’avrebbero eliminato per intascare il premio assicura­tivo! Il nostro indagatore si sente stranamente bene, vicino (come crede) alla soluzione del caso. Dopo pranzo, decide di ritornare sul luogo del delitto, e si reca così alla casa dei Bass per cercare di rinvenire una prova forte e inconfutabi­le. Giunto davanti alla villetta del ricco manager, trova la Mercedes di Cindy parcheggiata nel vialetto. La videocamera in mano e il cappello abbassato sull’occhio sinistro come un vero detective privato old-school, scende furtivamente dall’auto, si dirige verso la porta, forza la serratura, entra in casa, percorre il corridoio con le orecchie ben tese a captare ogni fiato ogni sibilo ogni fruscio proveniente dall’interno, sente le voci di un uomo e di una donna provenienti dal piano superiore, si ferma ai piedi della scala, decide di salire, sale, silenzio­samente, porta una mano al petto per controllare la fondina ascellare e assicurarsi che la .45 sia al proprio posto: c’è, lì, al proprio posto, nascosta al sicuro, la migliore erezione che un uomo possa avere. Avvicinan­dosi, gli pare di riconoscere gemiti e sussurri e frammenti di un discorso erotico. Continua a camminare, si ferma dietro la porta da cui provengono le voci (chiaramente la porta della sala con il letto), sente Cindy ridere e gemere e ansimare godendo impazzita al ritmo del rumore cadenzato del sobbalzare delle molle del letto, accende la videocamera, sfonda la porta con un calcio, piomba nella sala, ma quello che trova non é quello che si aspettava: sul letto Cindy Bass e il marito Jack sono uniti nell’amplesso amoroso. Beh, non sempre ottieni quello che vuoi! Incredulo e attonito arretra, imbarazzato e indeciso non sa che fare, si volta verso le scale, le imbocca, e scappa, mentre Bass balzato in piedi lo insegue, pistola in mano, sparando all’impazzata colpi che per fortuna sistematicamente lo mancano: Belane zompa sul maggiolino, le gomme che stridono contro il marciapiede, Bass che continua a sparargli senza beccarlo, ma riesce ad allontanarsi incolume e prendere il largo.

Quando è ormai fuori pericolo, si ferma in un McDonald, ordina una porzione grande di patatine, un caffè e un panino al pollo. Adesso ha tutti contro: Céline, Brewster, Cindy e Jack Bass, e la Signora Morte; non sa più chi sia o meno suo cliente; e inoltre ha commesso una sfilza di reati per i quali potrebbe essere tranquilla­mente arrestato. Decide così di far calmare le acque.

Mattino del giorno successivo: chiama Jack Bass: dopo una fitta sassaiola d’insulti e ingiurie, Belane ottiene il consenso per continuare con le indagini sul caso di Cindy Bass. Fine del giorno. Alcole a volontà per tutta la sera.

L’indomani Belane si sveglia molto tardi, intorno a mezzo­giorno, con un’emicrania lancinante da pieno dopo-sbronza. In pieno dopo-sbronza va in bagno, in pieno dopo-sbronza si lava i denti, in pieno dopo-sbronza si fa la barba, rimuginando e rimuginando ancora. Poi va nella sala del letto, e si veste, in pieno dopo-sbronza. Poi si reca in cucina e in pieno dopo-sbronza mette a cuocere alcune uova, beve un bicchiere metà succo di pomodoro e metà birra, toglie le uova dall’acqua bollente e le mette sotto l’acqua fredda corrente per raffreddarle, infine le sguscia e le mangia. Poi si reca in soggiorno: si avvicina al telefono, alza il ricevitore e compone un numero. Chiama Jack Bass. Lo informa che il francesino Céline è stato fatto fuori ma che le indagini non sono ancora concluse poiché probabilmente sussistono altri uomini. Infine esce: un vero detective ha sempre del lavoro da sbrigare.

La Mercedes rossa di Cindy è nel vialetto. Belane parcheggia il proprio maggiolino fiammante a circa trenta metri di distanza. Più tardi Cindy esce da casa: mette in moto, accende i fari, esce in retromarcia dal vialetto, gira la macchina, rotta a Settentrione, guida fino al motel Dune Mosse, entra nel parcheggio del motel, si ferma davanti alla camera numero 9, scende dalla macchina, e bussa: un uomo giovane e di bell’aspetto le apre, lei entra, e la porta si richiude alle sue spalle. Belane affitta la camera numero 8, entra, va in cucina, prende un bicchiere, lo appoggia alla parete divisoria per poter origliare la conversazione che si svolge nella camera affianco, e quando è il momento irrompe in essa armato di videocamera, beccando Cindy tra le braccia dell’uomo che prima le aveva aperto la porta. L’uomo, di nome Billy, è però un altro alieno dello spazio dotato degli stessi poteri di Jenny (dunque insensibile alle pallottole e con una forza invincibile) il quale si avventa su Belane con l’intento di strozzarlo. Ma interviene magicamente e miracolosamente Jenny a salvare l’investigato­re, bloc­cando ed eliminando fisicamente Billy. E così anche il caso Cindy Bass è risolto. Prima di scomparire così com’è comparsa, Jenny redarguisce e ammonisce Belane ricordandogli il suo impegno nella causa zaroniana per la conquista e l’occupazione della Terra. Belane risale in macchina e chiama con il telefono dell’auto Jack Bass per comunicargli che il caso è risolto e che Cindy non si darà più da fare. Ma non c’è molto di cui rallegrarsi: adesso ha davvero tutti contro: Céline, Brewster, Jenny, Cindy e Jack Bass, e la Signora Morte; non sa più chi sia o meno suo cliente, e inoltre ha commesso una sfilza di reati per i quali potrebbe essere tranquilla­mente arre­stato. Decide comunque di sentirsi bene (anche solo per un po’) e per festeggiare si ferma in un bar per bere qualcosa e, intanto, cercare di mettere insieme i pezzi e fare il punto della situazione.

 

1.2.2.5) IL BAR SENZA NOME.

Nel bar, oltre all’investigatore, solo il barista, un uomo vecchio e magro come un chiodo, le guance incavate e sottili come fogli di carta velina, intento a leggere il National Enquirer. Belane si accomoda s’uno sgabello e ordina un Whiskey soda doppio. Il barista glielo serve. Non male. L’orologio segna le 19,30.

Nel bar entra un tale con occhietti annebbianti e vacui e sembianza negletta e lercia contraddistinta da una palese e manifesta trascuratezza e incoerenza nell’abbigliamento. L’uomo occupa lo sgabello alla sinistra di Belane. Se ne sta zitto per i fatti suoi, acquattato mutacico nel suo lungo impermeabile. Poi, tutto d’un tratto, si rivolge all’investi­gatore. Gli chiede se è ancora interessato al Passero Rosso, aggiungendo che potrebbe consegnarglielo subito perché si da il caso che lo abbia proprio lì con lui in quel momento. Belane accetta e allora l’uomo estrae dalla tasca un piccione morto. A quel punto Belane, già provato dalla giornata, dal lavoro, dai problemi, dalla vita e da tutto il resto, stanco ed esausto, perde le staffe: afferra l’uomo per il bavero, lo spinge verso l’uscita, apre la porta d’ingresso del locale, e lo scaraventa in strada, poi richiude la porta dietro di sé, rientra nel locale, e si avvia a capo chino verso il bancone guardandosi le scarpe. Quando arriva al banco alza lo sguardo e nota che il barista si è spostato dalla propria postazione naturalmente defilata e ha raggiunto la zona del banco alla propria altezza. Montato sullo sgabello, nota le mani del barista stringere il piccione, la sua camicia sporca di sangue, la sua bocca piena di penne, i suoi denti mordere e strappare il piccione, la sua mandibola masticarne e triturarne la carne. Il barista lo fissa, gli sorride e gli fa l’occhiolino. Belane è atterrito e impietrito, gli occhi sbarrati, goccioline di sudore gl’imperlano la fronte. Divorato il piccione, il barista si pulisce il mento con la manica della camicia, passa la mano sul mento, gira intorno al bancone, si avvicina a Belane, gli dice di aver così tanta fame da poter mangiare un uomo, poi prostende le mani verso Belane, gliele serra attorno al collo, spalanca la bocca, e la sua bocca si allarga e dilata a ingollare (come fanno con le prede i serpenti) la testa dell’investi­gatore, il quale cerca di liberarsi dalla presa ma non riesce: la sua morsa è esiziale. Poi, non solo la bocca del barista ma l’intero suo corpo si trasforma in un gigantesco vortice gurgite oscuro e tenebroso che gli si avventa addosso e lo avvolge.

Belane si risveglia di soprassalto e d’improvviso, scosso dal vecchio barista, che gli dice che è giunta l’ora della chiusura: Belane mette la mano in tasca per estrarre il portafoglio ma sente qualcosa di strano: con espressione attonita tira fuori dalla tasca alcune piume di uccello. Piccione, per l’esattezza. Confuso e spaesato, paga, esce e se ne va.

 

1.2.2.6) IL CASO DI JENNY NITRO.

È pomeriggio. Belane è seduto alla propria scrivania con aria meditabonda pensando ad alta voce, allorché riceve la visita di Hal Grovers, che affida a Belane l’incarico di far scomparire l’aliena dello spazio Jenny Nitro. Hal Grovers è un ometto insignificante, bassino, settanta chili bagnato, trent’otto anni, occhi grigi con un tic a quello sinistro, baffetti orrendi e gialli di sigaretta, capelli dello stesso colore diradanti in cima, testa perfettamente rotonda. L’uomo sostiene di essere perseguitato da un’aliena dello spazio (che dice di chiamarsi Jenny Nitro e, a detta di Grovers, usa i propri superpoteri per controllare la sua mente), e vuole liberarsene. Mentre i due discutono, la porta si spalanca ed entra Jenny: una donna bellissima, sui trent’anni, incredibile, lunghi capelli che bruciano l’aria, occhi così belli che sorridono, bocca leggermente imbronciata e labbra increspate come se stessero per esplodere in una risata per la tua impotenza. La donna scivola nella stanza come una spoglia­rellista su pattini a rotelle, pietrifica Belane con i superpoteri, ordina a Grovers di seguirla fuori dall’ufficio, e se ne va portandosi dietro Grovers come una scimmia ammaestrata o un cagnolino ben addestrato. Belane rimane immobile per diverso tempo prima di riacquistare l’uso degli arti e riuscire finalmente a muoversi: prima le sopracciglia, poi la bocca, poi le dita e il collo, e infine l’intero corpo. Quando riesce a riaversi del tutto e a camminare di nuovo, si reca alla scrivania, apre un cassetto, estrae una bottiglia di Tequila, svita il tappo, tracanna una bella sorsata, si getta esausto sulla poltrona, e si beve il resto del giorno. Fuori dalla finestra il giorno muore assai ferinamente, lasciando il passo alla tenebra notturna: malinconico, Belane osserva fuori dalla finestra la sera stendere sulle cose il suo sottile strato di argento, gli ultimi barbagli del sole abbarbicati agli sgoccioli del tramonto, un tramonto stranamente viola e immenso.

L’indomani mattina in ufficio Belane è più confuso che persuaso: non sa più chi siano i propri clienti, non sa da dove iniziare, su che cosa concentrarsi, e su chi indagare. Chiama Grovers per ricevere maggiori informazioni sull’aliena dello spazio Jenny Nitro e capisce che in qualche modo Céline, Cindy, Grovers e Passero sono tutti collegati. Questo gl’infonde coraggio e così il nostro investigatore riprende fiducia in se stesso e nelle proprie capacità. Così, rinfrancato nello spirito e di nuovo forte nella stima di sé stesso, nel pomeriggio si reca all’ippodromo per cercare di azzeccare il cavallo vincente. Mentre sale le scale mobili subisce un tentativo di furto da un borseggiatore: lo sventa, e picchia il ladro. Poi incontra il postino Mike che lo minaccia con un coltello, estorcendogli 50 dollari. A volte proprio non va.

Poi torna a casa, si rilassa, e beve per diverse ore, finché non è completamente ubriaco. Alle 3,00 riceve la visita dell’aliena dello spazio Jenny Nitro, la quale lo redarguisce e minaccia di ritorsioni, se non abbandona il caso che la riguarda: alla ritrosia e al diniego di Belane Jenny oppone i propri poteri sovrannaturali replicando il numero già eseguito in precedenza e pietrificando con il solo sguardo l’investi­ga­tore, che rimane steso sul letto incapace di muoversi per venti minuti buoni.

Il giorno successivo Belane si reca al negozio di onoranze funebri di Hal Grovers Porto Argenteo per un sopralluogo e rivela a Grovers la propria intuizione (che successiva­mente si rivelerà erronea): Jenny Nitro gli si è legata solo perché vuole piazzare i propri alieni dello spazio nei corpi dei morti, e usare i cadaveri come guscio: gli alieni si nascondono nei corpi morti, finché questi non vengono tumulati, per poi trovarne altri. Ma, dopo questa sconcer­tante intuizione-rivelazione, le cose si fanno ancora più ingarbugliate.

Nel pomeriggio si reca al ristorante di Musso: sono le 14,10 quando parcheggia e lascia la macchina per entrare nel locale. Ne uscirà più tardi, mentre ambulanze corrono sfrecciando per soccorrere un uomo (Céline) che giace in terra esanime e senza vita accasciato accanto a una donna obesa con un grande cappello rosso che urla impazzita accanto a una vecchia Oldsmobile del ‘71. Il corpo è quello di Céline, che giace disteso abbandonato nel bel mezzo di Hollywood Boulevard. Céline è fermo, immobile in terra, sull’asfalto. Belane si ferma un momento a osservarlo. Poi passa oltre, sale in macchina, e riparte.

Risolto il primo caso, Belane si sente un vincente, e si getta a capofitto sul successivo, fermo di non perdere nemmeno un prezioso minuto di tempo. Ma anche stavolta l’entusiasmo e la gioia durano pochissimo. Precisamente, fino al momento in cui Belane non ricevere un ulteriore nefanda e infausta visita di Jenny Nitro. La donna lo informa or di appartenere alla prima ondata d’avanguardia di un gruppo d’invasori dello spazio provenienti dal pianeta di Zaros e intenzio­nati a impadronirsi della Terra per evacuare le frange di popolazione in eccedenza del proprio pianeta (sovraffollato e sovrappo­po­lato) e or di aver deciso di arruolare per la causa di Zaros lo stesso investiga­tore, repu­tandolo perfetto, data la sua creduloneria facilo­neria egocentri­cità e mancanza di personalità. Belane le chiede il motivo del legame con Hal Grovers: Jenny confessa che si tratta di un semplice flirt innocente, demolendo così la tesi investigativa di Belane e lasciandolo ancora più sconsolato e deluso. La notizia è negativa per Belane, che si trova un ulteriore grattacapo da risolvere, ma è positiva per Grovers, che non verrà più scocciato: Belane chiama l’impresario di pompe funebri per comunicargli l’esito delle indagini e dichiarare chiuso il caso. A questo punto non gli rimane che da risolvere il caso di Cindy Bass e del Passero Rosso. Naturalmente adesso Jenny Nitro è un suo problema. Ma Céline e Grovers sono ormai storia passata, e possono ormai dirsi archiviati: Belane può liberare tempo ed energie per il caso Cindy Bass e si reca di nuovo in ricognizione nei dintorni della villetta dei Bass.

Ma prima decide di prendersi un momento per sé stesso e passa a bere un goccio in un bar. Il locale è molto affollato. Belane trova uno sgabello libero lungo il bancone e si siede. Il bancone è sovrastato da un grande orologio che segna le 15,00 e da un grande specchio oblungo. Il barista ha aria solitaria, croci verdi dipinte sulle unghie, e occhi senza palpebre. Belane si sforza di guardarlo in faccia e ordina scotch con acqua. Poi entra Jenny Nitro, bella più che mai. Jenny Nitro comunica a Belane la decisione della legazione zaroniana di ritirarsi dalla terra, causa le brutture del pianeta e la malvagità cattiveria e crudeltà degli uomini. I due si accommiatano davanti a un drink in uno struggente addio in pieno stile hard-boiled degno del miglior noir d’antan. Poi Belane torna in ufficio, telefona a Grovers, e gli comu­nica l’esito finale e la risoluzione definitiva del caso.

Rimane solo il Passero: non sapendo che pesci pigliare, Belane chiama disperato Barton per aver maggiori informazioni. Barton lo informa che la sua tipografia vuole usare l’immagine del Passero Rosso come logo della compagnia ma per farlo deve accertarsi di possedere i diritti effettivi di sfruttamento economico sull’unico passero rosso presente in circolazione: per questo Belane deve assevrare che il Passero Rosso di cui Barton ha sentito parlare sia l’unico passero rosso in circolazione.

 

1.2.2.7) IL BAR DI BLINKY.

Belane salta in macchina e guida per cinque miglia verso Ovest. Giunto a un incrocio, viene improvvisamente abbagliato dai fari di una macchina lanciata a folle velocità nella sua direzione. Belane capisce che la macchina è fuori controllo e che non si fermerà allo stop. Sa che l’impatto è inevitabile: si allunga sul sedile per cercare di attutire il colpo. La macchina lo tampona violentemente sulla fiancata facendogli fare un testa-coda. L’impatto gli getta addosso all’istante la portiera sinistra sfondata, spezzandogli il braccio in due punti, fratturandogli qualche costola, e procurandogli tagli alla testa e alla gamba. L’investigatore si trascina fuori dalla parte del passeggero, abbandona la macchina in mezzo all’incrocio, e si allontana a piedi. La macchina che lo ha speronato è una Buick vecchia di 20 anni. Il cofano emette consistenti sbuffi di fumo. Un liquido verdastro cola dal radiatore. Sul luogo dell’incidente nessuna impronta di pneumatici: il veicolo non ha effettuato alcun tentativo di frenata. Belane zoppica fino al marciapiede, si siede intontito e rintronato sull’erba di un giardino e controlla le condizioni del braccio sanguinante: un osso spunta da sotto la pelle. Una donna in vestaglia è intanto uscita da casa urlando. Il sangue continua a colargli negli occhi e lui cerca di tamponarlo alla bell’e meglio. Due ragazzi di circa 14 anni, molto somiglianti (sono infatti fratelli), di nome Vic e Vincent, lo guardano atterriti e pietrificati, immobili lì accanto, attoniti in piedi. Il più grande si avvicina e gli parla chiedendogli se sta bene. Belane gli offre una somma di denaro in cambio della sua camicia. Con la camicia si annoda il braccio al collo. Poi si allontana furtivo dal luogo dell’incidente.

Zoppicando Belane cammina per due isolati tenendosi il braccio ferito con l’altra mano finché non incontra un bar. L’insegna (fatiscente e sbieca) reca il nome Eclisse. L’investigatore decide di entrare ed entra. Ha una scaramuccia con un avventore, ordina un wiskey doppio liscio, secca il proprio drink, ed esce.

Cammina senza meta cominciando a contare tutte le tette che passano. Arrivato a 52 in cinque minuti, incontra un altro bar, e vi entra. Altro battibecco: paga, e se ne va.

Belane cammina a lungo finché non incontra un altro bar. Il braccio ferito lascia lungo il marciapiede una lunga scia di sangue.  Finalmente s’imbatte in un altro bar, all’apparenza più decente. È il bar di Blinky. Belane riesce a litigare anche con quest’ultimo, il quale però lo uccide.

 

1.2.2.8) IL CASO DEL PASSERO ROSSO.

Belane si risveglia sudato. Rimane l’ultimo incarico: rintracciare il Passero Rosso. Le ricerche riprendono con una fregatura: Belane riceve una dritta da un tale Amos che gli cede (in cambio di una ragionevole ma altresì ragguardevole e consistente cifra pecuniaria) un cartiglio recante l’indirizzo di una certa Lena Fontanin assicurandogli che la donna lo porterà dritto al Passero. L’imbroccata si rivela ingannevole, e questo ennesimo tentativo si perde nel vuoto incanalandosi in un vico cieco.

Depresso insoddisfatto deluso e disilluso Belane se ne sta in ufficio indeciso incerto e dubitoso sulla mossa successiva. In ufficio riceve la telefonata di un certo Harry Sanderson, che gli chiede un abboccamento per discutere la cessione del Passero Rosso in cambio della considerevole cifra di 10·000 dollari. Dopo lunghis­sime trattative, Belane accetta lo scambio, ma non avendo l’intera cifra a disposizione accetta, dallo stesso Sanderson, una usura del 15% d’interesse mensile. Sanderson gli esibisce tutta la documentazione da firmare prima di pro­cedere al prestito e alla consegna del Passero Rosso. Belane scorre l’incomprensibile gergo legale del contrat­to, firma per il prestito al 15% d’inte­resse. Ancora una fregatura, la quale però costa stavolta al povero Belane 600 dollari sonanti al mese. Sanderson fa un sorriso maligno e si accomiata.

L’indomani Belane riceve la visita di Johnny Stecchino, un rappresentante dell’Acme Execu­tioners, l’azienda che ha erogato il prestito a Belane per il Passero. Stecchino minaccia Belane di morte nel caso in cui non paghi regolarmente allo scadere del primo mese successivo alla data della stipula del contratto.

Ed effettivamente alla scadenza del primo mese una poco rispettabile legazione della Acme Executioners irrompe nell’ufficio di Belane per riscuotere. Belane non ha i soldi. Gli uomini della Acme Executioners lo conducono allora in una zona isolata e fuori mano del Griffith Park, intenzionati a farlo fuori. Ma Belane riesce a divincolarsi dalla morsa mortale con un colpo di genio e fortuna, e uccide gli aguzzini. Poi vincente soddisfatto e orgoglioso di sé s’incammina verso l’uscita del parco.

Ma, attraversando un tunnel sotterraneo, s’imbatte nei due ragazzini Vic e Vincent che lo avevano soccorso dopo l’incidente in macchina i quali stavolta lo picchiano a morte per rapinarlo. Belane muore.

 

2) SCENÀCOLO.

 

2.1) PROLOGO.

 

2.1.1) DIDASCALIA 1.

Tratto dal romanzo “Pulp” di Charles Bukowski.

 

2.1.2) DIDASCALIA 2.

Quando comincia a scriverlo, Charles Bukowski sa già di essere malato. E sa anche che non gli resta più molto tempo. “Pulp”, il suo ultimo romanzo, uscirà infatti postumo nel 1994.

Ci piace immaginare che adesso il nostro insosti­tuibile buddha da bar stia sorridendo di un sorriso bel­lissimo, seduto lì, come sempre, in fondo al bancone, dove c’è sempre posto.

 

2.2) L’AGENZIA INVESTIGATIVA DI M. BELANE.

 

2.2.1) DIDASCALIA 1.

L’agenzia investigativa di M. Belane.

 

2.2.2) DIDASCALIA 2.

Los Angeles, 1994.

 

2.2.3) INTERNO, UFFICIO DI M. BELANE, MATTINO.

Rumori fuori campo di motori e traffico cittadino.

Los Angeles.

Colorado Boulevard.

Ajax Building.

Terzo piano.

Porta 313: una targhetta reca la scritta “Agenzia Investigativa M. Belane.

La porta si apre s’un ufficio alquanto spoglio e sporco: oltre alla scrivania, enorme in legno nero, un divano, una scrivania più piccola e un angolo bar. Il resto é solo muffa e muri scalcinati e ancora muffa.

Dietro la scrivania dell’ufficio, un uomo con abiti sdruciti, trippone enorme da birra e cravatta allentata, siede sciatto e trascurato s’una vecchia poltrona anch’essa sciatta e logora: è Mickey Belane, singolare figura d’investigatore privato della vecchia Los Angeles hard-boiled, un personaggio come non ce ne sono più ormai, uno che non ci si meraviglierebbe d’incontrare seduto in un losco bar e fumoso a bere un drink in compagnia dell’ispettore Marlowe.

Belane: (in camera) Ed eccoci qua. Mi presento. Sono Mickey Belane, il diavolo dei furfanti di Los Angeles, l’investi­gatore più dritto in città. E questo è il mio ufficio. Non me la passo bene: sono in bolletta, il contratto d’affitto è scaduto da un pezzo, e McKelvey ha già avviato le procedure per lo sfratto... Lurido figlio di puttana rotto in culo di un ciccione... Fa un caldo infernale e il condizionatore è rotto.

L’attenzione e lo sguardo di Belane sono distolti da una mosca che attraversa l’aria e si posa sul piano della scrivania: l’investiga­tore la schiaccia con il palmo aperto della mano.

Belane: Lurida figlia di puttana... Se vuoi succhiare qualcosa, succhiami il cazzo!

Belane apre un cassetto, estrae un bottiglione di Tequila, se ne versa un bicchiere, e ne tracanna d’un fiato la metà. Poi apre un altro cassetto ed estrae una confezione di farmaci in pillole: ne trae una manciata e le butta giù con la Tequila rimasta nel bicchiere.

Belane: (in camera) Devo riprendermi. Devo lavorare. Sono Mickey Belane, il principe degli investigatori di Los Angeles e Bel Air!

Squilla il telefono: Belane si pulisce la mano, sporca della mosca schiacciata, sui pantaloni e alza il ricevitore.

Belane: Sì?

Signora Morte: (fuori campo, voce suadente, morbida e volut­tu­osa) Leggi Céline?

Belane: Mh?

Signora Morte: Céline, voglio Céline, devo averlo. Lo voglio. Sei in grado di darmelo?

Belane: Mmmhmmm...

Signora Morte: Allora?

Belane: Céline, eh? Mi dica qualcosa di più... Mi parli... Mi parli, Signora... Continui a parlare... Parli ancora... Con la sua voce calda e avvolgente...

Signora Morte: Chiudi la cerniera, imbecille.

Belane: (abbassando lo sguardo) Come fa a saperlo?

Signora Morte: Oh, so molte più cose di quante immagini: in confronto questo è niente.

Belane: Céline, dicevamo... scrittore francese, giusto?

Signora Morte: Ah, però! Per essere un segaiolo sfigato sei sveglio.

Belane: Me la cavo, Signora...?

Signora Morte: Bella domanda... Chiamami Signora... Morte!

Belane: Bene, Signora Morte, anche Céline è morto!

Signora Morte: No, non lo è: è vivo e vegeto e voglio che lo trovi... Tu lo troverai...

Belane: Forse potrei trovare le sue ossa, ammesso che la terra non le abbia completamente divorate e i vermi rose.

Signora Morte: NO, BRUTTO IDIOTA: CÉLINE È VIVO E IO VOGLIO CHE LO TROVI!

Belane: (con aria sarcastica) E dove si troverebbe?

Signora Morte: Hollywood Est... Ho sentito dire che frequenta la libreria di un certo Teodor Korzeniowski.

Belane: Conosco Teo: un tipo strano: puoi spendere anche mille verdoni lì dentro ma se poi magari indugi qualche minuto in più allora lui urla e ti dice <<Oh amico: perché non ti togli dalle palle?>>. È fatto così Teo: è un bravo ragazzo, solo un po’ strambo... E pensare che un tempo, in un’altra vita, è stato un validissimo capitano della marina mercantile britannica, in servizio nei mari del Sud. Poi, Dio solo sa perché, ha deciso di appendere le palle al chiodo e seppellirsi in quella lurida topaia, tutto il giorno a solcare le orme dei predecessori piuttosto che vivere nuove avventure. Lui che poteva.  

Signora Morte: Beh, dovresti saperlo, Belane: quando si è ancora abbastanza giovani da non essere troppo vecchi, irrimediabilmente vecchi, si hanno momenti del genere. Non parlo dei giovanissimi. No: è privilegio della prima gioventù non avere momenti. Si va avanti, divertiti ed eccitati, facendo tutt’un fascio di buona e cattiva sorte. Il pittoresco lascito assegnato a tutti che tante meravigliose cose serba a chi ne avrà i meriti, e un briciolo di fortuna. Poi si cresce e si entra in quella zona d’ombra che ci avverte che bisogna dire addio al paese dell’incanto. Questo è il periodo in cui è più facile che sopraggiungano momenti di noia, stanchezza, insoddisfazione, e avventatezza. Momenti in cui chi è ancora giovane si trova a commettere gesti inconsulti, come sposarsi o divorziare. O abbandonare senza motivo un luogo, un lavoro, una situazione, una città. Lui ha solo preso la sua decisione, facendosi carico delle conseguenze e assumendosi la responsabilità della sua scelta senza fiatare. Dovresti farlo anche tu. Ti sei scelto la vita che hai.

Belane: Già... <<Noi siamo quello che facciamo>>, eh?

Signora Morte: Dovresti averlo capito ormai: la vita logora, la vita uccide. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo sicario della morte.

Belane: Che bello però aver vissuto più vite. La maggior parte degli uomini non ne ha a disposizione che una sola. E spesso la spreca pure.

Signora Morte: È per questo che si leggono i libri: per vivere le molte vite che vorremmo quando non ne abbiamo a disposizione che una sola: la nostra.

Belane: Triste ma vero.

Signora Morte: Ma è già una bella conquista poter confessare di aver vissuto quella che ci è stata data.

Belane: Dunque dovrò partire dalla libreria.

Signora Morte: Esatto: è lì che lo troverai.

Belane: Ma se sa già tutto perché non se lo cerca lei direttamente?

Signora Morte: Perché ho molto altro lavoro da smaltire. Inoltre non sono assolutamente certa che sia lui e non voglio fare un buco nell’acqua sprecando tempo prezioso.

Belane: Anche il mio è tempo prezioso.

Signora Morte: Non immagini quanto...

Belane: Ma perché è venuta proprio da me? In città ci saranno almeno altri cento investigatori...

Signora Morte: Barton ti ha raccomandato: ha detto che sei il migliore... Anche se comincio a dubitarne...

Belane: Va bene: accetto il caso. Ma prima ho bisogno di un anticipo... E di conoscerla di persona per avere maggiori informazioni su questo Céline e avere un quadro completo della situazione.

Signora Morte: Sarò da te in un battito di ciglia.

Belane riaggancia il ricevitore. Abbassa lo sguardo per riabbottonare la cerniera dei pantaloni. Quando rialza la testa, si trova davanti una donna debordante volgare eccentrica ed eccessiva, tacchi alti come trampoli, rossetto rosso di fuoco e cuciture che quasi scoppiano. Belane ha un sussulto e sbarra gli occhi dallo stupore.

Belane: (attonito) Oh, gloriosa vertigine di carne...

Signora Morte: Prego?

Belane: (riprendendosi dallo stupore) È proprio vero che la Morte arriva sempre quando meno te lo aspetti...

Signora Morte: Ne hai la prova davanti ai tuoi occhi.

Belane: Prego: si segga. È un piacere conoscerla... Signora... Morte!

Signora Morte: E smettila di fissarmi, mi sembri un mezzo demente: non c’è nulla che tu non abbia già visto.

Belane: Su questo mi permetta di dissentire: lei è sleale, Signora, lei è una verti­gine, una pura vertigine di carne. Lei mi fa schizzare gli occhi dalle orbite...

Signora Morte: Ringrazia che ti faccia schizzare solo quello: non reggeresti molto con me.

Belane: Veniamo a noi.

Signora Morte: Veniamo al punto.

Belane: Appunto: Veniamo...

Signora Morte: Eh, Belane?

Belane: Lasci stare... Nome?

Signora Morte: Non le interessa.

Belane: Luogo di nascita?

Signora Morte: Non importa.

Belane: Sposata?

Signora Morte: Nubile.

Belane: La morte non si sposa bene...

Signora Morte: Battuta sempre pronta: mi piace!

Belane: Data di nascita?

Signora Morte: Non fare lo spiritoso.

Belane: Stavo solo cercando di fare il mio lavoro, di raccapezzolar-- (imbarazzatissimo) cioè raccapezzarmi... Sa come si dice.

Signora Morte: No, non lo so... come si dice?

Belane non risponde, e rimane imbambolato a fissare su per le gambe e le curve mozzafiato della donna.

Signora Morte: Oh, sveglia!

Belane: Eh?

Signora Morte: Céline... La morte... Ti ricordi... Ti dice niente?

Belane: Oh sì: Céline... Certo... Céline...

Signora Morte: Esatto: Céline...

Belane apre una graffetta, e ne punta l’estremità verso la Signora.

Belane: Accetto l’incarico, ma mi serve un anticipo.

Signora Morte: Sicuro: qual’è la tua tariffa?

Belane: 6 dollari l’ora.

La Signora Morte estrae il borsello, prende una mazzetta di soldi, spulcia alcune banconote, e le getta sulla scrivania.

Signora Morte: Non so a quante ore corrispondano. Ma andranno bene.

Belane incredulo prende il denaro tra le mani e lo conta.

Belane: 350 dollari: vanno più che bene!

Signora Morte: Costi meno di una puttana, Belane.

Belane: È la concorrenza, Signora, il libero mercato.

Signora Morte: Voi commercianti e bottegai siete solo puttane.

Belane: Potrei offendermi adesso.

Signora Morte: Non ti conviene... Non con me...

Belane: Mi è già convenuto: non vedo tutti ‘sti soldi dall’82...

Signora Morte: Barton dice che sei in gamba: fai bene il tuo lavoro e non rimpiangerai di avermi conosciuta.

Belane: Io già lo rimpiango...

Signora Morte: Fai male, trippone.

Belane: Mickey, prego.

Signora Morte: Fai male, Mickey trippone: posso essere la tua unica salvezza... Tienilo bene a mente... E mi racco­mando: deve essere il vero Céline... Non una mezzasega qualsiasi che pretende di esserlo: di quelle ce ne sono già troppe in circolazione.

Belane: Ricevuto, bambola.

Signora Morte: Signora, prego.

Belane: Così la morte sarebbe una Signora...

Signora Morte: A volte. Altre volte è una puttana scalpitante, impaziente di finire il lavoro e togliersi dai coglioni. Tu, piuttosto, smettila di cincischiare e datti una mossa: la morte non aspetta. E io lo voglio subito...

Belane: Glielo darei subito...

Signora Morte: Non provarci nemmeno: sei ridicolo. Mi fai pena.

La Signora Morte si alza e se ne va, sinuosa e seducente oscillando sui propri tacchi altissimi, mentre Belane rimane imbambolato a fissarle il culo per tutto il tragitto dalla scrivania alla porta finché la donna scompare.

Belane: (fissando in camera) Non ho mai visto un culo simile in vita mia: al di là di ogni immaginazione, al di là di ogni fantasia, al di là di tutto... Adesso non scocciatemi: voglio pensarci un po’ su...

E così dicendo sbottona nuovamente la cerniera dei pantaloni, reclina lo schienale della poltrona, si disten­de, e si masturba. Poi, ridestandosi dal sogno a occhi aperti e dopo essersi masturbato, fissa di nuovo in came­ra monologando.

Belane: (in camera) Che schifo... Mi sa proprio che cancellerò il discorso che dovrò tenere domani alla camera di commercio di Palm Springs... Piove, piove, piove: non fa altro, non smette di piovere, piovere, piovere. Il soffitto è rotto e perde, e la pioggia filtra dal soffitto: plip, plip, plip, un-plip, un-plip, plip, plip, plip, un-plip, plip, plip, un-plip, un-plip, un-plip, plip, plip, plip... Ahhh, che merda... (Poi, estraendo dal cassetto della scrivania un bottiglione di alcole e continuando) Il Rhum riscalda... Che cosa riscalda? Riscalda un cazzo: eccomi a cinquantacinque anni suonati e lavoro in un ufficio con il tetto che fa acqua da tutte le parti. Esattamente come la mia mente, del resto. E le mie indagini. Mio padre mi aveva messo in guardia, tanti anni fa: avrei dovuto ascoltarlo. Mi disse che sarei finito a spingere i carrelli della spesa; io gli dissi: <<Perché? Pensi che finirò a lavorare in un supermercato?>>; e lui: <<No, penso che finirai col diventare un barbone.>>. Potete capire che con un padre così non partivo avvantag­giato per niente, proprio per un cazzo. Ma abbasso la reminiscenza e su con la vita! Pensare non serve a nulla: meglio buttarsi sul caso Céline. Dunque, iniziamo. Chi è questo Céline? È il vero Céline o è qualcun’altro? Ohhh, a volte non so nemmeno chi sono io. Sì, certo, sono Mickey Belane, ma riflettete: se domani qualcuno per strada mi urlasse dietro <<Henry, hey, Henry, Chinaski!>> potrei anche voltarmi e dire <<Sì: che c’è?>>. Quello che voglio dire è che a volte mi sento uno e nessuno e centomila: potrei essere nessuno come chiunque. Che cosa è in fondo un nome? Che c’è in un nome? Che cosa vi si nasconde dentro? Ciò che noi chiamiamo una rosa serberebbe sempre lo stesso dolce profumo pur se lo chiamassimo con un altro nome, con qualsiasi altro nome. L’unica differenza è che io puzzo di merda stantia. Ma sto divagando: torniamo a Céline... Certo però che la vita è strana: mi sceglievano sempre per ultimo nella squadra di baseball. Sapevano che avrei spedito quella maledetta figlia di una lurida puttana sulla luna: bestioline gelose! Ero in gamba, sono in gamba: a volte mi guardo le mani e penso che sarei anche potuto essere un pianista o qualcosa del genere. Ma in fondo che cos’hanno fatto queste mani? Solo grattato palle, toccato culi, masturbato fighe, tirato sciacquoni, pulito merda, menato il cazzo: ho sprecato le mie mani... E la mia mente... Scusate: sto divagando ancora... Dunque, dicevamo di Céline: chi è Céline?

Squilla il telefono. Belane alza la cornetta. All’altro capo del telefono la voce di un uomo: è John Barton.

Belane: Henry Chinaski, dica pure.

Barton: (fuori campo al telefono) Prego?

Belane: Volevo dire: Mickey Belane, per servirla.

Barton: Sono John Barton.

Belane: Non è Henry Chinaski?

Barton: Non so chi sia questo Henry Chinaski: io sono John Barton.

Belane: Ne è sicuro?

Barton: Ma certo.

Belane: Ok: andiamo avanti.

Barton: È meglio...

Belane: Mi sta raccomandando in giro, signor Barton: la ringrazio.

Barton: Ti osservo da un po’: hai talento. È un po’ grezzo ma fa parte del fascino.

Belane: Musica per le mie orecchie: sono in bolletta: gli affari vanno male ultimamente e l’attività non rende più come una volta.

Barton: È l’era di internet, bello: ci sono i telefonini, gli investigatori privati servono a poco ormai... Che tu ci creda o no è questo il potere oggi.

Belane: Parole più vere devono ancora essere pronunciate... Bene, sig. Barton: che posso fare per Lei?

Barton: Sto cercando il Passero Rosso: devi aiutarmi, Belane.

Belane: Il Passero Rosso? E che cosa è?

Barton: So che esiste, ne sono sicuro, è là fuori, devi trovarlo.

Belane: Qualche traccia da seguire?

Barton: Nessuna... Ma sono sicuro che il Passero Rosso esiste e che si trova là fuori da qualche parte...

Belane: E questo Passero Rosso ha un nome?

Barton: Che cosa intende?

Belane: Voglio dire un nome: come Neal Cassidy... o Henry Chinaski.

Barton: (spazientito) Di nuovo con questo Henry Chinaski! Ma chi è questo Henry Chinaski? E perché lo nomina in continuazione?

Belane: Niente, mi scusi, lasci stare.

Barton: D’accordo.

Belane: Ha un nome questo Passero Rosso?

Barton: Mi sembri nato ieri, Belane... Che importa il nome, Belane? Che cosa è in fondo un nome?

Belane: Nemmeno Conrad, Shakespeare oppure Bukow­ski... o forse Céline?

Barton: No: è solo il Passero Rosso. So che tu puoi trovarlo, ho fiducia in te, quel brutto figlio di puttana è qui nei paraggi.

Belane: C’è sempre un brutto-figlio-di-puttana nei paraggi...

Barton: Sei un uomo saggio, Belane... Ho fiducia in te.

Belane: La fiducia costa cara.

Barton: Se troverai il Passero Rosso ti darò cento dollari al mese finché vivrai.

Belane: Uhm... Vediamo: ho 55 anni, e ho deciso che morirò a 80. Cioè fra 25 anni. Il che fa... bisbiglia sottovoce astrusi e complicati calcoli matematici.

Barton: 300.

Belane: Come?

Barton: 300 mesi.

Belane fa ancora di conto bisbigliando sotto-voce parole e sussurri incomprensi­bili.

Barton: Fidati.

Belane: Non mi fido per mestiere.

Barton: Mi pare giusto.

Belane: Comunque il conto è esatto: 300 mesi... Che per 100 fa 30·000 mila dollari.

Barton: (sarcastico) Sei sveglio!

Belane: Mi do da fare... Perchè non me ne da 10·000 subito e chiudiamo? 10·000 subito e chiudiamo.

Barton: No, Belane.

Belane: Perché no?

Barton: Te li sputtaneresti tutti in puttane e cavalli.

Belane: Bene, sig. Barton, mi lasci il suo numero di telefono: ci lavorerò sopra e la richiamerò io non appena avrò una pista, una traccia, un indizio.

Barton: Ho davvero fiducia in te, Belane. Ripongo molta fiducia in te, Belane.

Belane: Bene, la ringrazio, sig. Barton.

Belane riaggancia, cerca una sigaretta, la trova, l’accende, l’aspira fino in fondo e quasi soffoca per un colpo di tosse.

Belane: Bene, bene, bene: il lavoro comincia a ingranare. Ma il soffitto perde più che mai... E la vita pure. E che cazzo: mai un po’ di tregua, mai.

Belane mette il cappello, inserisce la segreteria telefo­nica, e si avvia verso l’uscita, camminando lentamente e faticosa­mente. Sulla soglia si trova davanti un omone con torace enorme e spalle da orso: è McKelvey.

McKelvey: Il tuo culo è scaduto, farabutto di un manigoldo: alza il culo e vattene o ti faccio il culo... Giuro che t’inchiodo il culo se non te ne vai!

Ma Belane ha già scoccato un destro, che si pianta dritto nel ventre di McKelvey, il quale si piega in due, andando a colpire con la faccia il ginocchio di Belane.

Belane: McKelvey, hai merda molliccia al posto della pancia: quasi ci sprofondavo. Sei uno spettacolo penoso.

McKelvey piagnucola lastime e imprecazioni a Belane, il quale si china sul malcapitato, gli rovista nei pantaloni e gli fruga nelle tasche, tirandone fuori il borsello, al cui interno trova foto di bambini in pose pornografiche insieme con un centinaio di dollari e una carta di credito: s’infila i soldi e la carta di credito in tasca, estrae le foto, e prende a sventolarle davanti la faccia basita di McKelvey.

Belane: E queste che cosa sono, sporco animale? Mi fai ribrezzo: dovrei farti fuori già solo per questo... Ma non lo farò. Sai invece che cosa farò? Tratterrò i tuoi luridi soldi e la tua carta oro della Visa in cambio del mio silenzio.

McKelvey non ribatte, e Belane gli molla un calcio nel culo, costringendolo ad avanzare carponi strisciando fino al pianerottolo. Poi chiude la porta, gira per tre volte la chiave nella serratura, molla un altro calcio nel culo a McKelvey, ed esce.

Belane: (in camera) Farò un salto alla libreria di Teo. Andrò a piedi: ultimamente quando uso la macchina riesco sempre a beccarmi una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità. Sbirri di merda... Che andassero a lavorare... E i parcheggi costano più di quanto io possa permetter­mi... Sapete, inizio a sentirmi un po’ depresso... L’uomo nasce per morire... Che significato ha? Perdere tempo e aspettare: aspettare e perdere tempo, aspettare il primo treno, aspettare che un bel culo piombi dal cielo, aspettare una scopata con i fiocchi in una stupenda e luminosa notte d’Agosto, aspettare il canto del topo e il ghigno del serpente, il ruggito del vulcano e lo stridore incontaminato dell’amore eterno. Perdere tempo e aspettare... Il tempo ci sfugge. Meglio sbrigarsi.

 

2.2.4) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, TARDO POMERIGGIO.

Nel tardo pomeriggio Belane rientra in ufficio. La porta del bagno è sfondata e la scrivania capovolta giace riversa a poca distanza dal bagno. L’investigatore inizia a risiste­mare la scrivania ma subito s’interrompe: qualcuno bussa alla porta (cinque colpi rapidi, decisi, forti e insisten­ti).

Belane: (con aria titubante ed espressione dubitosa in volto) Avanti.

La porta si apre ed entra un uomo sui 55 anni che presenta ticchi nervosi sussultorii e ripetuti e si comporta in modo alquanto esagitato: è Jack Bass.

Belane: Sto ristrutturando. Prego: si accomodi sul divano. Una rinfrescata alle pareti ogni tanto ci vuole. Rende l’ambiente più gradevole.

Bass: (titubante, con un sorriso appena abbozzato) Buongior­no, mi chiamo Jack Bass e--

Belane: Lo so.

Bass: Che cosa sa?

Belane: Lei crede che sua moglie la tradisca con uno o più uomini.

Bass: (contrariato) Solo uno.

Belane: Questo lo dice lei.

Sul volto di Bass si disegna un’espressione grottescamente truculenta.

Bass: Che intende dire?

Belane: Si sa come sono le donne. Quando assaggiano la carne, non la lasciano più. E vogliono provarla tutta quanta: bianca, nera, gialla, persino aliena!

Bass: (indignato) Ma...

Belane: Ha sui vent’anni.

Bass: 22. E voglio le prove che lo faccia davvero. Poi divorzierò.

Belane: Perché tutto ‘sto can-can? Divorzi subito e basta. E vaffanculo.

Bass: Voglio le prove certe.

Belane: E che se ne fa? Tanto sarà costretto a sborsare un fracco di soldi comunque. Viviamo in un’epoca nuova e confusa, Bass.

Bass: Che cosa vuol dire?

Belane: Si chiama divorzio consensuale: non importa quello che uno fa o non fa.

Bass: E perché?

Belane: Svuota i tribunali e velocizza i tempi della giustizia.

Bass: Ma questa non è giustizia.

Belane: Loro pensano di sì.

Bass rimane pensoso e dubitoso. Poi rompe il silenzio.

Bass: Voglio scoprirlo ugualmente. Voglio saperlo per me stesso.

Belane: Non sono a buon mercato.

Bass: Quanto?

Belane: Sei dollari l’ora.

Bass: Non mi sembra molto.

Belane: A me sì. Ha una foto di sua moglie?

Jack Bass fruga nel portafoglio ed estrae una fotografia.

Belane: Porca troia! Ma è proprio così?

Bass: (visibilmente contrariato) Sì.

Belane: Mi sta venendo duro solo a guardarla.

Bass: Non faccia il furbo.

Belane: Oh, mi scusi. Ok, dovrò tenere la foto: gliela restituirò appena il caso sarà chiuso. Adesso avrei bisogno di maggiori informazioni. Sua moglie abita con lei? Condividete lo stesso tetto?

Bass: Sì.

Belane: E che lavoro svolge?

Bass: Chi? Io o mia moglie?

Belane: Lei, Bass: lustrascarpe, facchino, portiere d’albergo, nano da giardino, guardone in film porno... Lei, signor Bass, che lavoro svolge LEI, ovviamente.

Bass: (con disappunto) Occupo un posto dirigenziale alla Aztec Petroleum Corporation.

Belane: (imbarazzato) Oh...

Bass: (compiaciuto) Già: oh…

Belane: (con tono assertivo-ottativo) E lei, Bass, ogni giorno va a lavorare...

Bass: Sì.

Belane: (allusivo) Interessante... E che cosa le fa pensare che sua moglie...

Bass: Indizi, telefonate, strani comportamenti, voci che mi frullano in testa...

Belane: Quella si chiama pazzia.

Bass: Prego?

Belane: Lasci stare. Come si chiama invece sua moglie?

Bass: Cindy. Maybell da nubile.

Belane: (spingendo un taccuino verso Bass) Mi scriva indirizzo e telefono di casa e di lavoro.

Bass restituisce il taccuino.

Belane: Dunque vediamo... 69 Rodeo Drive, Beverly Hills 90210?

Bass: Sì.

Belane: Bene, signor Bass. La inchioderò, le inchioderò il culo, la metterò a nudo, la spoglierò delle sue menzogne, glielo metterò nel culo!

Bass: Come??

Belane: Accetto il caso, Bass. La informerò non appena giungerò a godimento.

Bass: Eh??

Belane: Le farò sapere non appena avrò qualcosa di grosso in mano. Anche se già sento crescere qualcosa...

Bass: E che cosa?

Belane: Idee, ipotesi, tracce, piste, indizi, deduzioni... Una linea investigativa, insomma.

Bass: Senta: ma sta bene?

Belane: Grazie dell’interesse. E lei?

Bass: Oh, certamente: sto bene.

Belane: Allora non si preoccupi: sono il suo uomo: le inchioderò in culo!

Bass si alza lentamente e con fare compunto e nervoso e con passo compassato si dirige verso l’uscita.

Bass: L’ha raccomandata Barton.

Belane: Allora tutto a posto! Buon pomeriggio, signor Bass.

La porta si chiude e Belane rimane solo. Prende la foto di Cindy, la tiene tra le mani, mirandola e rimirandola.

Belane: (fissando la foto) Brutta troia, brutta troia, zoccola, puttana. Brutta troia, t’inchioderò il culo! Non avrò pietà! Ti metterò contro il muro e ti bloccherò! Ti beccherò mentre lo fai! Ti beccherò, troia sfondata. Brutta puttana, brutta troia, brutta zoccola! (poi, fissando in camera) Per fortuna dei miei assistiti, sono il miglior investigatore di Los Angeles e Hollywood. Ho il pieno controllo della situazione: di qui a poco risolverò tutto! E il caro vecchio Barton lo sa. E come no!?!

Belane riprende a sistemare la scrivania. Qualche secondo dopo squilla il telefono. Belane alza la cornetta e risponde.

Belane: Agenzia investigativa Belane.

Grovers: Mi chiamo Grovers, Hal Grovers. Ho bisogno del suo aiuto: la polizia mi ride dietro...

Belane: Di che si tratta, signor Grovers?

Grovers: Una aliena dello spazio mi perseguita.

Belane: Ah ah ah, signor Grovers, La prego.

Grovers: Vede? Mi ridete tutti dietro!

Belane: Mi scusi, signor Grovers, ma prima che vada avanti a parlare devo dirle la mia tariffa.

Grovers: Quanto chiede?

Belane: Sei dollari orari.

Grovers: Non mi sembra un problema.

Belane: E niente assegni scoperti o andrà in giro con le sue palle in una busta della spesa per il resto della sua vita, chiaro?

Grovers: I soldi non sono un problema. Il problema è questa donna.

Belane: Quale donna, Grovers?

Grovers: Cavolo! Quella di cui stiamo parlando: l’aliena dello spazio.

Belane: E, se posso permettermi, ma come fa a sapere che si tratta di un’aliena dello spazio?

Grovers: Me l’ha detto lei.

Belane: E Lei le crede?

Grovers: Certamente: l’ho vista fare certe cose...

Belane: Per esempio?

Grovers: Beh, levitare fino al soffitto e cose del genere...

Belane: Lei beve, signor Grovers?

Grovers: Certo. Perché? Lei no?

Belane: Non funzionerei senza. Ora ascolti, Grovers: sarebbe meglio che lei facesse un salto di persona qui da me. Ajax Building, terzo piano, porta 313. Ma bussi prima di entrare.

Grovers: In un modo convenuto?

Belane: (con espressione divertita) Sì, al ritmo di (cantic­chiando)chinga-tu-madre-cabròn” e saprò che è lei.

Grovers: D’accordo, signor Belane.

La telefonata finisce. Belane riattacca.

Belane: Povero demente...

Nell’attesa, Belane rimette a posto la scrivania, gli ci vogliono una decina di minuti. Poi si siede con aria meditabonda in attesa del nuovo cliente.

 

2.3) IL CASO “CÉLINE”.

 

2.3.1) DIDASCALIA.

il caso di céline.

 

2.3.2) ESTERNO, HOLLYWOOD, POMERIGGIO.

Belane lascia l’ufficio, scende le scale, esce dall’Ajax Building, ed entra nella strada.

Belane: (aprendo il portone d’ingresso e fissando in came­ra) Come ho detto prima, adesso è il caso di fare un salto alla libreria di Teo. Andrò a piedi: ultimamente quando uso la macchina riesco sempre a beccarmi una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità. Sbirri di merda... Che andassero a lavorare... E, poi, i parcheggi costano più di quanto io possa permettermi...

Belane esce dal portone e s’immette nel viale incamminan­dosi verso la libreria di Teo Korzeniowski.

Belane: Inizio a sentirmi un po’ depresso... L’uomo nasce per morire... Che significato ha? Perdere tempo e aspettare: aspettare e perdere tempo, aspettare il primo treno, aspettare che un bel culo ci piombi addosso dal cielo, aspettare una perfetta e luminosa notte d’Agosto, aspettare il canto del topo e il ghigno del serpente. Perdere tempo e aspettare... il tempo ci sfugge. Eccoci alla libreria di Teo...

 

2.3.3) INTERNO, LIBRERIA DI TEO, GIORNO.

Belane giunge alla libreria di Teo Korzeniowski e varca la soglia d’ingresso.

Teo: Sei fortunato: ti sei perso per un pelo quell’ubria­cone di Bukowski: era qui che si vantava della sua nuova bilancia delle poste marca Pelouze.

Belane: Lascia perdere quello... Hai per caso una copia autografata di “Mentre morivo” di Faulkner?

Teo: Certamente.

Belane: A quanto la metti?

Teo: 2,800 dollari.

Belane: Ci penserò.

Teo: (a Belane) Scusami un attimo. (a un tizio che sta sfogliando un libro in fondo al negozio) Forza: rimettilo subito a posto e levati dai coglioni!

L’uomo è un piccoletto leggermente curvo e dall’aspetto delicato, e indossa una specie d’impermeabile giallo. Rimette al suo posto il libro sullo scaffale, e si muove verso l’uscita, gli occhi velati di lacrime, ma Teo lo blocca alla soglia del negozio.

Teo: Ancora due cose. Primo: ha smesso di piovere e l’imper­meabile è ormai inutile; secondo: un impermeabile giallo è da froci. Adesso sparisci. (a Belane) Ci credi se ti dico che qualcuno entra persino con i coni gelato in mano?

Belane: Oh, credo a cose ben peggiori, Teo.

Mentrecchè proferisce queste parole, Belane nota con la coda dell’occhio un uomo fortemente somigliante a Céline intento a sfogliare un libro in fondo al negozio. Gli si avvicina cautamente e lentamente fino a giungere a pochi passi di distanza. Quando è ormai così vicino che può leggere il titolo del libro che tiene in mano (si tratta di “Non morire mai” di Manuel Omar Triscari), il presunto Céline si accorge della sua presenza alle proprie spalle, e si volta nella sua direzione.

Céline: Questo tizio ha un problema.

Belane: E quale sarebbe?

Céline: Considera la noia una forma d’arte.

Belane: Beh, in molti commettono questo errore... Altri commettono altri errori.

Céline: Quali altri errori?

Belane: Per esempio non approfondire quello che gli interessa... Non sincerarsi del reale stato dei fatti.

Céline: (contrariato) Non capisco quello che vuoi dire, amico.

Belane: Beh tutti credono che tu sia morto, e invece adesso scopro che semplicemente non avevano controllato bene.

Céline: È il problema delle masse... Non s’interes­sano e sono superficiali. La superficialità, bello.

Teo: (dall’altra estremità del negozio) HEY TU: O COMPRI O VAI FUORI DAI PIEDI.

Belane: Siamo in due qui dentro: chi deve togliersi dai piedi?

Teo: Quello che somiglia a Céline. Hai sentito, no? Togliti dalle palle, amico.

Céline: E perché?

Teo: Capisco subito quando non avete intenzione di comprare.

Lo pseudo-Céline ripone il libro, si avvia verso l’uscita sbuffando, e uscendo sbruffa qualcosa d’incomprensibile in faccia a Teo, che lo guata torvo e accigliato. Belane lo segue a distanza fermandosi alla soglia del negozio e scrutando da lontano il suo percorso. Lo pseudo-Céline cammina nel viale fino a una edicola all’angolo.

Belane: (a Teo) Ci si becca in giro, bello.

Teo: <<L’hélice tourne et nous emporte vers l’inconnu...>>.

Belane: (confuso) Beh, ci si vede.

Teo annuisce con un grugnito.

Belane: (guardando in camera e ammiccando con la testa verso l’edicola) Vedete quell’edicola? Per quel che mi ricordo quell’edicola è lì da sempre. Ricordo che almeno venti o forse anche venticinque anni fa mi trovavo lì davanti in compagnia di tre prostitute: un’asiatica, una negra e un’albanese. Poi le portai tutte a casa mia e iniziai a scoparne una mentre la negra mi leccava il buco del culo e l’albanese si faceva leccare dal mio cane... Era un cane bellissimo, si chiamava Todd... Caro, vecchio Todd... Poi l’albanese prese il posto dell’asiatica e l’asiatica iniziò a farsi leccare dal cane mentre l’albanese continuava a pulirmi il culo con la lingua. Infine, la negra sostituì l’albanese e l’asiatica e l’albanese presero a leccarsi tra di loro mentre io scopavo la bocca della negra e Todd le leccava la figa. Solo che ci andai giù pesante e la negra ebbe un conato di vomito che non riuscì a trattenere così corse fino in bagno e sboccò di brutto, poi svenne per un mancamento e batté la testa contro il bordo del cesso: perse molto sangue e io allora la cacciai di casa. Così, rimanemmo soli io l’asiatica e l’albanese. E il cane. Fu una bella baldoria: nel fiume torbido la pesca è più ricca...

Belane sospira con aria profonda­mente malinconica e cupa e nostalgica.

Belane: (continuando) Il tempo ci sfugge.

Belane decide di avvicinarsi allo pseudo-Céline, fermo davanti l’edicola, intento a leggere una rivista. Quando è ormai vicino abbastanza, e può perfino leggere il nome della rivista che sta leggendo (si tratta del “The New Yorker), lo pseudo-Céline si accorge della presenza di Belane, ripone la rivista nella rastrelliera, si volta, e prende a fissare Belane dritto negli occhi con aria di sfida.

Céline: C’è anche un altro problema.

Belane: E cioè?

Céline: Non sanno proprio scrivere... Nessuno di loro.

Poi fa cenno a un taxi che rallenta, lo carica, e immediatamente riparte.

Belane: Hey, voglio chiederti una cosa...

Ma il vento, il rombo veloce del motore, e lo stridore isterico delle ruote sull’asfalto si portano via il resto prima che giunga all’orecchio di Céline, il quale si limita a sporgere il braccio dal finestrino e alzare il dito medio in segno di dileggio.

Belane: (in camera, stupito) È il primo taxi che vedo da queste parti. Cioè, che vedo vuoto, passare in tutta calma senz’alcuna fretta. (guardando il cielo) Per fortuna ha smesso di piovere. Ma il dolore permane e insiste. E adesso l’aria è anche fredda e odora di scoreggia bagnata. Ma ho la carta oro della Visa. E sono vivo. O almeno credo. Forse. L’inferno te lo costruisci da solo. L’inferno in terra. Solo pochi sopravvivono: gli eroi e i vigliacchi. Meglio tornare in ufficio adesso.

 

2.3.4) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, POMERIGGIO.

Belane apre la porta dell’ufficio. Alla scrivania è seduta Marcela, la sua segretaria.

Belane: (sarcastico) Oh, finalmente hai deciso di ricompa­rire...

Marcela: (divertita) Le ho già detto che sono stata in sindrome premestruale.

Belane: Ancora!?

Marcela: Perché? Le conta?

Belane: È LA QUARTA VOLTA QUESTO MESE! Adesso siediti, fammi un pompino che sono nervoso e quando hai finito cerca informazioni s’un certo Céline.

Marcela: Chi???

Belane: Te lo spiego dopo... intanto vieni qua.

Marcela si alza dalla scrivania, s’inginocchia tra le gambe di Belane, apre la patta, tira fuori l’uccello, inizia a menarlo dolcemente, lo guarda come se fosse una caramella, poi lo prende in bocca come una caramella, e inizia a succhiare con passione e dedizione, impegno e voluttà.

Marcela: (interrompendosi) Ma tu parlami di questo Céline intanto.

Belane: Ne so quanto te... Louis Ferdinand Auguste Destou­ches, in arte Céline, uno scrittore francese. La Morte lo sta cercando...

Marcela: Per quanto tu possa nasconderti, la morte ti scova sempre...

Belane: Già.

Marcela: Altre informazioni? Non so... Sposato? Moglie? Figli? Cani? Amanti? Suocere? Età? Carnagione? Statura? Colore dei capelli?

Belane: Brancoliamo nel buio... Il committente aveva la bocca tappata.

Marcela: Come la mia...

Belane: (sornione) Ma io non ho alcuna intenzione di lasciarti a bocca asciutta!

Poi gli spasmi dell’orgasmo lo raggiungono e lo investono facendolo gemere e mugolare come un cane ferito.

Marcela: (spaventata) Ma che succede?

Belane emette un urlo belluino.

Marcela: Hey... Tutto ok?

Ma Belane non risponde e continua a ululare.

Marcela (preoccupata): Hey, capo...?

Belane emette un altro grido, acutissimo.

Belane: Ahhh! Tutto ok bambola. Ma tu continua a succhiare.... AHHH AHHH AHHH ci siamo. Succhia, succhia forte.

Marcela: Ok.

Belane: AHHHH.

Marcela si tira su e si ricompone, pulendosi la bocca con il dorso della mano.

Marcela: Credevo che stesse per prenderLe un colpo.

Belane: Scusa: non godevo così da settimane. Mi è mancata la tua bocca.

Marcela: (lusingata) Hmh, com’è carino e gentile lei! Adesso tutto bene?

Belane si accascia sul divano.

Belane: Sì. Ma torniamo al lavoro: cerca quello che trovi su questo maledetto Céline. Io intanto mi faccio un drink. Tu vuoi qualcosa?

Marcela: (ammiccante) No grazie: io ho già bevuto!

Belane: E fino all’ultima goccia! E quello che ti è colato dalle labbra lo hai raccolto con la lingua! Non hai voluto proprio perderne nulla, eh!? Brava: è così che si fa!

Marcela: Grazie, capo!

Belane: Ma ora devo rifocillarmi: mi hai prosciugato! Mi hai succhiato anche l’anima! Sei peggio dello scarico del cesso: risucchi proprio tutto!

Marcela sogghigna maliziosa e provocante e va per sedersi al computer. Belane si reca all’angolo bar e si versa un drink.

Marcela: Dunque, veniamo a noi. Eccoci qui... Vediamo... Louis Ferdinand Céline: nato nel 1891: oggi dovrebbe avere 102 anni: ci credo che la morte lo stia cercando.

Belane: 1891, eh? 102 anni: e quell’uomo in libreria ne avrà tra i 40 e i 45, sicuramente meno di 50: caso risolto: non può essere Céline.

Marcela: O può aver trovato un espediente per fregare il processo d’invecchiamento e così fottere la morte. Guardi i divi del cinema, i politici, Berlusconi, Briatore, Trump, Valentino, Versace, Ray Liotta, Steven Tyler: prendono la pelle del culo e se la fanno mettere in faccia. La pelle del culo è l’ultima a raggrinzirsi e così loro passano gli ultimi anni ad andarsene in giro con vere e proprie facce da culo.

Belane: Céline farebbe una cosa del genere? È troppo intelligente per voler vivere fino a 102 anni. No, Céline non farebbe mai una cosa del genere. È una pazzia. È tutta una pazzia. Il mondo è pazzo. Tu sei pazza. Io sono pazzo.

Marcela: Dice questo perché non ha mai visto un pilota di linea. Quelli sono pazzi davvero. Folli proprio. Patologici. Mai guardare il pilota quando si sale s’un aereo. Salga a bordo e ordini da bere. O ancora meglio arrivi già sbronzo. Ma non fatto: potrebbero lasciarla a terra.

Belane: Grazie del consiglio. Lo terrò presente. Ma ora è meglio chiamare la Signora Morte e avvertirla subito.

Marcela: Ok. E per me è ora di andare: sono già le 17 e ho finito il mio lavoro per oggi.

Belane: Sì. Buona giornata. E... (allusivo e malizioso, con un sorriso sardonico e sornione) grazie di tutto, baby.

Marcela: (altrettanto allusiva e maliziosa) Beh, prego. È stato un piacere servirLa, capo. Ma ora è proprio il caso che io vada: il Giovedì il mio ragazzo passa a prendermi per andare al cinema e a quest’ora sarà già sotto in strada ad attendermi. Non voglio farlo aspettare troppo.

Belane: Certo. Vai.

Marcela: Arrivederci, signor Belane.

Marcela esce, e Belane va al telefono e compone il numero della Signora Morte.

Signora Morte: (fuori campo, al telefono) Pronto.

Belane: Mmmh...

Signora Morte: Ma che cos--? Ah, sei tu, grassone di un Belane. Stai facendo progressi con il caso o sei a un punto... morto? Ah ah ah.

Belane: Di più: ho risolto il caso. Céline è nato nel 1891 sicché il tizio che bazzica la libreria di Teo non può essere lui.

Signora Morte: Conosco le date ufficiali, Belane. Senti, so che è vivo... Da qualche parte... E quel tale in libreria potrebbe essere lui. Non posso permettere che scorrazzi a piede libero prendendosi deliberatamente gioco di me. Voglio quell’uomo. Lo voglio assoluta­mente.

Belane: (bofonchiando) Ma...

Signora Morte: Ascoltami, razza di cretino: voglio la prova provata che questo tizio sia o non sia Céline. Barton ti ha raccomandato, ha detto che sei uno dei migliori.

Belane: Oh, sì: in questo momento sto lavorando anche per lui. Mi ha incaricato di rintracciare il Passero Rosso. Lei sa qualcosa a riguardo?

Signora Morte: Prima tu risolvi il caso Céline e poi io ti dirò dove si trova il Passero Rosso.

Belane: Oh, Signora, ha davvero l’uccello in pugno? Davvero me lo metterà in mano non appena avrò risolto il caso di Céline? Lo farà davvero? Oh, sarei l’uomo più felice del mondo se potessi avere l’uccello! Farei qualsiasi cosa pur di averlo in pugno!

Signora Morte: Per esempio?

Belane: Beh, non so, così su due piedi... Ucciderei il mio scarafaggio preferito, per lei. Prenderei a cinghiate sulla schiena mia madre, per lei. Mi inculerei un nano da giardino o un cammello con la cataratta, per lei. Potrei--

Signora Morte: Smettila di blaterare, Belane! Comincio a pensare che Barton mi abbia rifilato un bidone! Beh, meglio che cominci a darti una mossa. O sarò costretta a prendere te...

Belane: Oh certo. (poi, improvvisamente esterre­fatto) Aspetti, signora, aspetti un attimo: in che senso sarà costretta a venire a prendere me...?

Ma il telefono è già muto. Riposta la cornetta sulla forcella, l’investigatore si guarda intorno come alla ricerca di un appiglio.

Poi, si spalanca la porta e appare Jimmy McKelvey, accompagnato da un gigantesco, enorme figuro di centosettanta chili, all’apparenza mentecatto e subnormale, di nome Tommy, che fissa il vuoto con occhi vacui e immobili.

McKelvey: (con tono minaccioso) Ciao, Belane. Lui è Tommy.

Tommy emette un terribile ghigno.

Tommy: Piaciri di canuscirla.

McKelvey: Sentimi bene, Belane: Tommy è qui con il solo obbiettivo di ridurti letteralmente in polpette. Non è vero, Tommy?

Tommy: Uh, uh.

Belane rivolge a Tommy un delicato sorriso gentile.

Belane: Ascoltami, Tommy: tu non mi conosci, giusto?

Tommy: Uh.

Belane: E allora perché dovresti volermi fare del male?

Tommy: Perché me l’ordinò il signor McKelvey.

Belane: Tommy, se il signor McKelvey ti ordina di bere la tua pipì, tu la bevi?

McKelvey: Hey, lurido sacco di merda: piantala di confondermi il ragazzo!

Belane: Tommy, mangeresti la pupù della tua mammina solo perché il signor McKelvey ti dice di mangiare la pupù della tua mamma?

Tommy: Uh?

McKelvey: (a Belane) Chiudi il becco, Belane: qui parlo solo io! (a Tommy) Tommy, ora voglio che fai a pezzi questo idiota: riducilo in brandelli e spargilo al vento, buttalo giù dal balcone, ma in modo che sembri un incidente. Capito?

Tommy: Gnorsì, don McKelvey.

McKelvey: Bene. Allora che cosa aspetti? Fallo!

Tommy si avvicina a Belane il quale fa in tempo a sfilare da un cassetto della scrivania la propria Luger e puntarla contro la mastodontica massa di Tommy.

Belane: Fermo lì dove sei, Thomas, o sputerai più rosso di una figa mestruata.

McKelvey: Hey, da dove salta fuori quel pezzo?

Belane: Un investigatore senza pistola è come un cazzo senza palle, come una bocca senza denti, come un orologio senza lancette. Non lo sai? Dovresti saperlo.

McKelvey: Belane, parli come un deficiente.

Belane: Questo me lo hanno già detto. Quello che invece non ho ancora sentito è la tua voce del cazzo dire al ragazzo di farsi indietro se non vuole essere riempito di piombo.

McKelvey: Tommy, da bravo, torna qui e mettiti di fronte a me.

McKelvey e Tommy rimangono affrontati l’uno all’altro in silenzio per diversi minuti, durante i quali Belane li osserva meditabondo monologando in camera.

Belane: (in camera) Devo escogitare un piano. Che faccio ora con questi due ammassi di letame? Non è facile. E io non sono un genio: non ho mai vinto una borsa di studio a Oxford e dormivo della grossa durante l’ora di biologia. Inoltre, sono sempre stato scarso in matematica. Fatto sta che sono riuscito a rimanere vivo fino a 55 anni e non mi farò rivoltare il culo da questi due minorati. Ho il coltello dalla parte del manico. Ma devo darmi una mossa e fare una mossa. Ora o mai più: Settembre è alle porte, gli avvoltoi volteggiano in cerchio, il sole sanguina esasperato, e a me rimane poco tempo ormai.

Belane: D’accordo, Tommy: ora mettiti carponi.

Tommy rivolge un’occhiata stranita a Belane, il quale fa scattare la sicura della pistola, e contraccambia l’occhiata spaesata di Tommy con un debole sorriso beffardo che intimorisce Tommy e lo induce a obbedire: Tommy si butta subitamente in terra, facendo tremare la scrivania e cadere un quadro.

Belane: Adesso, Tommy, da bravo: tu farai l’elefante e McKelvey il cornac. Ci siamo capiti?

Tommy: Uh?

Belane: (a McKelvey) Tu hai capito. Su, forza, sali.

McKelvey: Belane, tu sei pazzo.

Belane: E chi può dirlo? La pazzia è un concetto così relativo... Voglio dire, chi stabilisce le regole?

McKelvey: Non lo so. So solo che tu sei fuori di testa.

Belane: Poche ciance: sali e basta.

McKelvey: Va bene, va bene. D’accordo. Ma prima, voglio che tu sappia che io penso che tu sei completamente suonato, andato, fuori di testa, pazzo furioso.

McKelvey: Sali, stronzo.

McKelvey si arrampica sulla schiena di Tommy.

Belane: Bene, Tommy, adesso tu fai l’elefante e ti porti McKelvey sulla groppa giù per il corridoio fino all’ascensore!

Tommy comincia a strisciare in silenzio.

McKelvey: Belane, me la pagherai. Te la farò pagare. Lo giuro.

Belane: Pestami ancora i piedi, McKelvey, e ti farò ingoiare cazzi di piombo!

Così dice Belane, e poi si reca verso l’uscio seguendo i due malcapitati. Quando è arrivato alla soglia li precede, apre la porta, aspetta che Tommy e McKelvey striscino fuori, li segue fino all’ascensore, preme il pulsante di chiamata, e nell’attesa che l’ascensore arrivi al piano si mette a fischiettare un allegro standard jazz.

Belane: (monologando in camera) Vi ricordate di come trova­rono Jimmy Foxx morto in una stanza d’albergo nei quartieri poveri? Morto tra gli scarafaggi.

Arrivato l’ascensore, Belane apre la porta, rifilando un calcio nel culo a Tommy, il quale procombe in avanti rovinando dentro l’abitacolo dell’ascensore dove tre persone rivolgono ai due uomini stesi in terra una rapida e indifferente occhiata e riprendono a leggere il proprio giornale come se niente fosse. Poi Belane richiude la porta dell’ascensore, e scende per le scale contando ad alta voce il numero dei gradini.

Belane: (in camera) Sono in sovrappeso di almeno 25 chili: può solo farmi bene.

Al 70esimo gradino si ferma: è giunto al piano terreno. Esce nella strada, si ferma in una tabaccheria, compra sigari, e poi continua risoluto avanzando nello smog.

Belane: (in camera) Sono Mickey Belane: l’investigatore più dritto di L. A.

 

2.3.5) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

L’indomani Belane rischia e torna in ufficio.

Dietro la scrivania, comodamente seduto in poltrona, McKelvey.

McKelvey: Ciao, Belane! Non mi aspettavi, eh!? Come ti girano?

Belane: Che domande sono? Vuoi dare un’occhiata?

McKelvey: No, grazie.

McKelvey si alza dalla poltrona e gira intorno alla scrivania dirigendosi verso Belane.

Belane: Fai un altro passo e ti infilerò la testa su per il culo.

McKelvey: Buono, stai calmo: vengo in pace.

Belane: Uh?

McKelvey: Buone notizie per te, Belane.

Belane: Eh?

McKelvey: Lo giuro sull’onore di mia madre.

Belane: Sull’onore di tua madre? Ma se nella sua vita quella donna ha visto più cazzi che tramonti!

McKelvey fa per scagliarsi contro Belane ma questo indietreggia e lo schiva.

Belane: Vacci piano, o ti trasformerò in un caso disperato. Ti ricordi di Antoine Rockamora? Mezzo negro, mezzo samoano, lo chiamavano Tony Rocky Horror...

McKelvey: Sì, mi pare. Quello grasso... E allora?

Belane: Beh, io non me la sentirei di chiamarlo grasso... Insomma, ci andrei piano prima di definirlo grasso: ha problemi di peso, poveraccio, che deve fare? È samoano...

McKelvey: Credo di sapere di chi parli. E allora?

Belane: Hai presente la fine che gli ha fatto fare Marcellus Wallace?

McKelvey: No.

Belane: Beh, Marcellus gli ha dato una bella ripassata. E in giro corre voce che sia stato per colpa della moglie di Marcellus Wallace. 

McKelvey: Che gli ha fatto? Se l’è scopata?

Belane: No, no, no, no, no, no, no, no: niente di così grave.

McKelvey: Che cosa allora?

Belane: Le ha fatto un massaggio ai piedi.

McKelvey: Un massaggio ai piedi? Tutto qui? E con questo?

Belane: Beh, Marcellus ha mandato a casa sua un paio di scagnozzi strafatti di crac che lo hanno portato sulla veranda e lo hanno gentilmente accompagnato di peso fuori dal balcone. Il negro s’è fatto un volo di 4 piani. Di sotto c’era... c’era un giardinetto ben curato, con il tetto in vetro, come quello delle serre: il negro c’è passato attraverso. E d’allora non è più capace di esprimersi molto chiaramente.

McKelvey: Cazzo. Un vero peccato. Ma non capisco quale sia il punto.

Belane: Il punto è che quando uno gioca con il fuoco prima o poi si brucia. Il punto è che non si fa un massaggio ai piedi della moglie di Marcellus Wallace, così come non si mette il bastone tra le ruote a Mickey Belane. Oppure ti ritrovi scaraventato dal quarto piano di un palazzo con il modo di parlare alquanto incasinato. Il punto è che adesso hai un’idea di come potresti finire se muovi anche solo un pelo pubico del tuo fottutissimo corpo di merda.

McKelvey: (arrabbiato, dopo un attimo di esitazione) È che non mi piace che ci dai dentro così con mia madre. Non mi piace che ci vai giù così pesante con lei.

Belane: E perché no? L’ha già fatto metà degli uomini della città.

McKelvey: Adesso ti ammazzo con queste mani.

E livido di rabbia salta addosso a Belane con intenti lesivi. Ma una voce maschile fuori campo interviene a evitare il peggio.

uomo con bombetta: (fuori campo, schiarendosi la voce) Uh, uhh.

McKelvey e Belane smettono di azzuffarsi e all’unisono si girano verso l’uomo con la bombetta.

Uomo con bombetta: Buongiorno, signor Belane. Sono qui per conto della Morte.

Belane: Eh?

Uomo con bombetta: Mi manda la Morte.

Belane: Eh???

Uomo con bombetta: La Signora Morte.

Belane: Ah, in tal caso è il benvenuto.

Uomo con bombetta: Strano sentirlo dire. Ma grazie, si accomodi.

Belane: Di solito questo lo dico io. Almeno nel mio ufficio.

Uomo con bombetta: La ruota gira, Belane...

Pausa. Belane si accomoda. Pausa.

Uomo con bombetta: Belane, la Signora Morte mi ha incaricato di pagare al signor McKelvey qui presente una cifra corrispondente all’importo di un intero anno di affitto.

Belane: (strabuzza gli occhi e bisbiglia) Che donna... (a McKelvey) Hai sentito? Il mio affitto è pagato, adesso sgomma e togliti dal cazzo.

McKelvey: Va bene, ma cerca di mantenere questo posto pulito e ordinato: niente feste, niente bische, niente puttane, niente schiamazzi, niente sparatorie, niente conoscenze carnali illegali, niente stronzate insomma.

Belane: (all’uomo con la bombetta) E smamma anche tu: ho da fare. È ora di darsi da fare sul serio. Sono Mickey Belane, investigatore privato. Il più dritto in città. L’angelo punitore di questa città d’inferno. Molti casi mi aspettano.

I due ospiti lo fissano alquanto perplessi per alcuni secondi, e poi si affrettano ad uscire. Rimasto solo, Belane si precipita al telefono, alza il ricevitore, e compone un numero.

Belane: Pronto Tony Pizza D’Asporto?

Tony: (fuori campo al telefono) Al vostro servizio.

Belane: Qui il signor Morte Lenta.

Tony: (arrabbiato) Belane, brutto bastardo figlio di puttana, mi devi 475 dollari, non posso accettare la tua giocata: prima devi azzerare il tuo debito.

Belane: Ho una puntata da 25 dollari: fammela fare e così sono 500 verdoni tondi tondi. Se perdo te li restituirò tutti e subito sull’unghia. Te lo giuro sull’onore di mia madre.

Tony: (fuori di sé) Belane, tua madre mi deve 300 dollari!

Belane: Meglio 800 dollari che non riavrai mai o 500 tondi che riavrai subito?

Tony: E va bene, Belane.

Belane: 25 dollari su Madama Butterfly vincente nella sesta corsa.

Tony: Va bene, sei coperto. E buona fortuna. Ti servirà.

Belane: Tu pensa ai cazzi tuoi.

E riaggancia.

Belane: (in camera) Porca puttana, un uomo nasce per lottare. Si deve sempre combattere. Per ogni fottuto centimetro di campo conquistato. Nato per lottare, duro a morire.

Poi si siede alla poltrona, si distende sullo schienale e accende una sigaretta soffiando un anello di fumo quasi perfetto.

Belane: Oh, che grande bellezza...

Poco dopo qualcuno bussa alla porta.

Belane: Avanti, è aperto.

Entrano due negri dall’aspetto duro e cattivo e risoluto.

Dante: Buongiorno, signor Belane. Lui è Fante.

Fante: E lui è Dante.

Dante: Ci manda Tony.

Belane: Non conosco nessun Tony. Siete sicuri di essere nel posto giusto, signori?

Fante: Sì.

Dante: Madama Butterfly è stato eliminato.

Fante: Ha disarcionato il fantino alla partenza.

Belane: State scherzando...

Dante: Noi non scherziamo mai.

Fante: Chiedi alla polvere...

Dante: O chiedi al tramonto se preferisci...!

Belane: Certo che, per essere due rozzi, siete davvero poetici.

Dante: E tu come handicapper sei proprio handicappato.

Fante: Poche storie: Tony dice che ci devi 5 gambe. Dunque tira fuori 5 gambe o ti ritroverai a camminare a quattro zampe per il resto della tua fottuta miserabile inutile ignobile lurida vita.

Dante: Oh, sì Belane. Poche storie: sgancia subito la grana se non vuoi finire a nutrirti con una cannuccia per il resto della tua vita.

Belane: Oh, sì, non ricordavo. Ecco, li ho proprio qui...

E così dicendo prostende la mano verso un cassetto della scrivania per prendere la pistola ma è anticipato da Dante che estrae dai pantaloni la propria pistola e la punta contro Belane.

Dante: Lascia perdere, minchione.

Fante esce un’altra pistola e la punta contro Belane.

Fante: Rimetti le mani sulla scrivania e non muoverle da lì.

Dante: Su, da bravo.

Belane obbedisce, e ripone le mani sulla scrivania.

Fante: Ora, capisci che non possiamo permetterti di scor­razzare liberamente per la città quando devi a Tony 500 dollari?

Belane: Datemi 3 giorni.

Dante: Hai 3 minuti.

Belane: Come funziona? Voi ragazzi parlate a turno? Prima l’uno, poi l’altro, ad alternanza continua, senza spezzare mai il ritmo?

Fante: Siamo negri: abbiamo il ritmo nel sangue.

Dante: E in questo momento c’è solo una cosa che vorremmo spezzare.

Dante e Fante: (all’unisono) Le tue gambe.

Belane: Wow! Sapete anche duettare: meraviglioso! È proprio vero che voi negri avete la musica nel sangue!

I due lo guardano torvi e risentiti. Dante prende una sigaretta e se la infila tra le labbra. Poi si fruga nelle tasche.

Dante: Mh, mi sa che ho perso l’accendino. O qualcuno me l’ha fatto. Esco sempre di casa con tre accendini e quanto ritorno non ne ho più neanche uno. Vieni qua, stronzo, fammi accendere.

Belane: (a Fante) Dice a te.

Fante: (a Belane) No: mi sa che dice a te.

Dante: (a Belane) Dico a te. Vieni qui, stronzo, e accendimi la sigaretta.

Belane: Vai a farti fottere, negro di merda.

Dante: Ma fai sul serio?

Belane: Succhiami il cazzo, negro di merda.

Dante (a Fante) Qualcuno, oggi, vuole rimanere zoppo.

Fante: Uh, uh, uh.

Dante: Hai 3 secondi.

Belane: Uno, due, tre: su, sparami, frocio.

Dante fa scattare la sicura della propria pistola.

Dante: Bambino cattivo! Hai mai letto la “Divina Commedia”?

Belane: No. Perché?

Dante: Perché adesso ti farò fare un viaggio di sola andata all’inferno. Preparati a partire.

Belane: Vai a fare in culo, negro di merda.

Dante: Va bene. Come preferisci. Lo hai scelto tu.

Proprio nel momento in cui Dante sta per avventarsi su Belane, si apre la porta d’ingresso dell’ufficio, ed entra la Signora Morte, tutta imbellettata e seducente.

Signora Morte: (a Belane) Belane! Chi sono questi buffoni?

Belane: Signora, Le presento Dante e Fante.

Signora Morte: Questi brutti ceffi ignoranti, zotici e cafoni si chiamano Dante e Fante?

Belane: Già...

Signora Morte: Quando si dice “l’ironia delle cose>”! Ho conosciuto i veri Dante e Fante: erano dei re, questi sono solo pagliacci schifosi e infimi sciacalletti.

Belane: Sono emissari di un certo Tony.

Signora Morte: Cacciali via subito.

Belane: (a Dante e Fante) Bene, ragazzi, avete sentito: è ora di levare le tende.

Dante e Fante ridono forte, con disprezzo e sarcasmo. Poi all’improvviso si zittiscono.

Fante: (a Dante) Questo tizio è proprio diverte.

Dante: (a Fante) Un vero spasso!

Signora Morte: D’accordo. Me ne sbarazzerò io!

Si alza, ammicca e vicita Dante, e lo fissa intensamente negli occhi: Dante di colpo si piega in avanti e diventa bianco di un biancore osseo, pallido di un pallore cadaverico, alburno di un albore latteo.

Dante: (a Fante) John, non mi sento tanto bene.... Mi sento male, decisamente male...

Fante: (a Dante) Al, non è niente: magari sono stati quei bastoncini di pesce che hai mangiato al cinese.

Dante: Cazzo, John, devo andarmene. Sto malissimo.

Poi la Signora Morte si rivolge a Fante, e lo fissa negli occhi.

Fante: Cazzo, Al, ma che mi prende? Ho le vertigini... Ma che cosa ho? Lampi di luce.... Bagliore di razzi... Folgore di luci... Non ci vedo più...

Signora Morte: Adesso uscite.

Dante e Fante si precipitano verso l’uscio, aprono la porta, e si fiondano fuori dall’ufficio. Hanno un aspetto tremenda­mente malmesso e malsano. Belane li segue per assicurarsi che se ne siano andati. Poi rientra in ufficio.

Belane: Grazie: mi hai salvato il culo.

Ma la Signora Morte non c’è più: Belane cerca sotto la scrivania e in bagno, dietro il divano e fuori dalle finestre, ma la donna è scomparsa. Belane rivolge un’occhiata alla porta d’ingresso.

Belane: Beh, grazie lo stesso. Ma avresti potuto salutarmi: inizio ad affezionarmi.

Poi ritorna alla scrivania. Si siede. Alza la cornetta del telefono. Compone un numero.

Tony: (fuori campo al telefono) Pronto?

Belane: Tony Pizza d’Asporto? Sono il signor Morte Lenta.

Tony: Come? Cosa? Ma riesci ancora a parlare? I miei ragazzi non ti hanno incasinato il modo di parlare? Ora come ora, non dovresti più essere capace di esprimerti molto chiaramente.

Belane: Oh, parlo benissimo invece, Tony. Non mi sono mai sentito meglio.

Tony: Non riesco a capire...

Belane: Tony, questa volta ci sono andato leggero con i tuoi ragazzi: mandali un’altra volta e non mi limiterò a questo.

Si sente un respiro confuso e affannoso. Poi la linea si interrompe e il ricevitore diventa muto.

Belane: (in camera, puntando l’indice) Se pesti i piedi a Belane, sei nei guai. Chiaro e semplice. In guai seri. Chiaro e tondo. Dove eravamo rimasti? Devo trovare qualcosa da fare: un investigatore privato in gamba ha sempre cose da fare. L’avete visto nei film.

Decide di uscire. Indossa la giacca e il cappello. Apre la porta. La richiude alle proprie spalle. Da un giro di chiave. Prende l’ascensore. Esce dall’ufficio.

 

2.3.6) ESTERNO, MERIGGIO.

Belane si avvia verso il parcheggio, sale in macchina, guida fino a un supermercato: parcheggia, scende dalla macchina, la chiude a chiave, entra nel supermercato, e ne esce con alcune buste di roba che dispone nel bagagliaio della macchina per poi ripartire: ripercorre la strada nella direzione opposta, e ritorna in casa.

 

2.3.7) INTERNO, CASA DI BELANE, PRIMO POMERIGGIO.

Giunto in casa, Belane ripone la spesa negli appositi scaf­fali, poi si avventa sul pollo arrosto con patate che ha comprato. Al primo morso squilla il telefono. Belane poggia nel piatto il brindello che sta per addentare, si reca in soggiorno, risponde.

Belane: Chi è?

telefonista 1: (fuori campo) Il signor Belane?

Belane: See.

telefonista 1: Buongiorno, signor Belane! Lei ha appena vinto un viaggio gratuito alle Hawaii!

Belane riaggancia, ritorna in cucina, si ferma davanti al frigorifero, tira fuori dal frigorifero il tabasco, si versa una Tequila con acqua e un goccio di tabasco, e ritorna a tavola. Ha giusto il tempo di bere un sorso ché subito bussano alla porta.

Belane: Prego: è aperto.

Entra un vicino di casa di Belane, un uomo con le braccia che ciondolano penzoloni e lo sguardo perso nel vuoto a fissare un punto inesistente nello spazio.

Mike: Hey, Belane, mi offri qualcosa da bere?

Belane: Prenditelo da solo. Sai dov’è.

Mike si reca in cucina fischiettando un famoso pezzo jazz. Ne ritorna poco dopo. Ciondolando con un bicchiere in ciascuna mano. E si siede. Senza porgere a Belane il secondo. Belane capisce allora che Mike ha l’intenzione di bere entrambi i bicchieri. Lo fissa stupito, perplesso e meravigliato.

Mike: (sconsolato) Ho una paura patologica di rimanere senza...

Belane: E così, a occhio e croce, direi che non è l’unica cosa patologica che hai...

Mike: See, see... Lascia perdere per adesso... Piuttosto, senti, Belane: sono qui per farti un discorso chiaro.

Belane: Prima io: devo informarti, è un dovere professionale che detengo nei confronti dei più deboli, (indicando con la mano i drink e ammiccando con la testa) che quella roba la vendono in un sacco di posti. Puoi anche comprarla!

Mike: Senti, Belane: sono qui per percorrere insieme con te il facile cammino del successo.

Poi scola il primo drink. Quando lo ha finito, scaglia il bicchiere contro il muro. Belane lo guarda stupito e attonito.

Mike: Che c’è? L’ho imparato da te.

Belane: Rompi anche l’altro e ti ritroverai con due buchi di culo.

Mike: Eh?

Belane: Pensaci su. Ma intanto che pensi, spara quello che volevi dire...

Mike: Come ti dicevo, sono qui per percorrere insieme con te il facile cammino del successo.

Belane: See. E come no!? Sentiamo...

Mike: Loco Mike. L’altro giorno ha corso. Veloce come le mani di un pedofilo sul culetto di un bambino. Un fulmine. Sembrava la lingua di un lebbroso sulla tetta di una vergine. Ha corso il primo quarto di miglio in 21 netti ed è arrivato sul rettilineo come una furia tentatrice con cinque lunghezze di vantaggio. L’hanno valutato ventimila dollari. È stato battuto solamente per una lunghezza e mezza. Adesso l’hanno declassato e gareggia con quelli da quindicimila dollari. Ronzini come quelli, a sei furlong. Gli avversari gli vedranno soltanto il buco del culo. Il giornale delle corse lo dà 15 a 1: un furto! Ti voglio dare una fetta della torta, amico!

Belane: E perché proprio a me? Perché non te la tieni tutta per te?

Mike si scola intanto pure il secondo drink, poggiando cautamente sul tavolo il bicchiere appena vuotato, e intanto guardando con aria compiaciuta Belane in attesa di approvazione.

Mike: Hai altro da bere?

Belane: Lo sai bene. Ma stavolta portane uno anche a me.

Mike esce dalla sala da pranzo per tornare in cucina a preparare i drink. Poi ritorna nella sala da pranzo e porge a Belane un bicchiere.

Belane: Altolà: prendo il tuo.

Mike: Perché?

Belane: Perché è più forte.

Mike porge il proprio bicchiere a Belane e si siede.

Belane: Bene, sacco di merda, come dicevo, perché spar­tire con me la vincita?

Mike: Ah, sì...

Belane: Sì: spiegami.

Mike: Sono a corto di verdoni, amico. Non ho soldi per la puntata. Ma dopo che avremo fatto centro potrò rifonderti della vincita.

Belane: Dunque mi stai dicendo che tu, che ti chiami Mike, vuoi scommet­tere s’un cavallo che invece si chiama Loco Mike.

Mike: Proprio così.

Belane: Già mi suona male. Devi essere proprio pazzo se credi che me la beva.

Mike: E va bene, Belane: vuoto il sacco. Sono a corto di contante: mi servirebbe un po’ di grana.

Belane: Quanto?

Mike: 20 dollari. 20 miseri dollari.

Belane: Te ne posso dare 10.

Mike: Solo dieci miseri fottutissimi dollari??

Belane: Va bene: 5.

Mike: Che cosa?

Belane: 2.

Mike: Ma con due dollari non riesco nemmeno a comprarci le sigarette.

Belane: Allora ti consiglio di andare a dare il culo nei parcheggi e ne farai un mucchio di quattrini. E ora fuori dai coglioni!

Mike: Fuori dai coglioni, dici?

Belane: Hai sentito.

Mike: Io me ne vado quando cazzo voglio e quando cazzo sarò pronto e quando cazzo mi pare e piace!

Belane: Ma senti: anche le pulci hanno la tosse ora? L’alcol ti rende audace... Ma vedi di abbassare la cresta con me. Ricordati che il coraggioso è solo un uomo privo d’immaginazione, che non sa prevedere le conse­guenze. Il coraggio è solo mancanza d’immaginazio­ne.

Mike: E che cosa dovrei immaginare?

Mike non ha nemmeno il tempo di rendersene conto che Belane lo ha già colpito con un pugno in pieno ventre con il tirapugni. Mike cade in terra svenuto e vi rimane privo di sensi.

Belane: Questo, per esempio. Eri riuscito a prevederlo, questo, brutto cazzone?

Poi si china in avanti a raccogliere alcuni pezzi di vetro rotto dal pavimento, li infila nella bocca di Mike, gli sfrega le guance e gli molla pure qualche schiaffo, finché il sangue non inizia a sgorgargli dalle labbra. Poi si risolleva e torna al proprio pollo con patate, ormai freddo e rigido come un cadavere. Dopo qualche frazione di minuto Mike riprende conoscenza: si sveglia, si stropiccia gli occhi e si stringe la testa tra le mani, cerca di rialzarsi, non vi riesce, si erge seduto, sputa qualche frammento di vetro dalle labbra mentre il sangue gli rivola dalla bocca sporcandogli la camicia e gli indumenti, infine si mette carponi, e comincia a strisciare verso l’uscita con un aspetto penoso e afflitto. Belane gli apre la porta. Mike striscia fuori in silenzio e a volto basso. Belane richiude la porta. Si siede sul divano. Accende una sigaretta. Se la fuma finalmente in tranquillità.

Belane: (in camera) La vita consuma. Consuma fino all’osso. È sfiancante. È spossante. È rivoltante. È abominevole. Domani sarà un giorno migliore. See... E come no!? Ma, quel che più importa, in fondo, è rimanere vivi. E io non sono ancora morto. Sono Mickey Belane, il super-investigatore che viene dall’inferno con una zampa tra i denti e il cuore nello stomaco, il giusto dell’investigazio­ne, il dritto dell’investiga­zione, il duro dell’inve­stigazione! E si sa: i duri sono duri a morire. Ma i buoni muoiono giovani. D’altronde, si muore solo da vivi. (Pausa) Sono solo in stato di rapido decadimento psico-fisico, ma chi non lo è? Siamo tutti sulla stessa barca bucherellata cercando di tenerci a galla per non annegare nella nostra stessa merda putrida.

Poi si alza, si versa un drink, lo vuota d’un fiato, se ne versa subito un altro. Infine, esausto, si stende sul letto e si addormenta.

 

2.3.8) INTERNO, CASA DI BELANE, MATTINO.

L’indomani i sinuosi e aguzzi raggi del sole battente contro l’impassibile e algido vetro delle finestre e il calido e flessuoso legno delle persiane s’insinuano fra le fessure delle imposte penetrando nella sala del letto e disegnando una svastica sul viso di Belane che, pungolato dai sottili ma piccanti aghi solari, si ridesta madido e ansimoso e preda dell’ansia e con espressione massimamente depressa in volto spalanca gli occhi in un bagno di sudore.

Poi si alza e si reca al bagno guardandosi allo specchio e ricevendone un’impressione di squallore, depressione e sconfitta: lo specchio mostra un uomo con grosse borse cascanti e scure sotto gli occhi, occhi da roditore in trappola, sopracciglia declinanti e arruffate e dementi, e aspetto generale orrendo e disgustoso.

Poi si lava la faccia, si gira verso il cesso per pisciare, sbaglia mira, centra in pieno la tavoletta e bagna pure il pavimento, cerca allora di tamponare tutto alla bell’e meglio con carta igienica e cotone idrofilo, getta tutto nella tazza, e tira lo scarico.

Poi si volge alla finestra, vede un gatto sul tetto dirimpetto, lo osserva e lo segue con lo sguardo finché il gatto non scompare, poi si volta di nuovo, faccia al lavabo, prende lo spazzolino e il dentifricio, preme il tubetto della pasta dentifricia, la distribuisce uniformemente sulle spazzole dello spazzolino, lava i denti, un minuto, due minuti, tre minuti, finisce, sciacqua la bocca, sciacqua lo spazzolino, lo ripone, esce dal bagno, e ritorna a letto.

A letto si rimette a fissare il soffitto con aria meditabonda. Sul soffitto si stagliano raccapriccian­ti e cupe e opprimenti immagini che, generate dal riverbe­ro e dalla rifrazione dei raggi solari sul soffitto attraverso le molteplici crepe e pieghe, gli passano e scorrono davanti agli occhi come in un film animato. Belane vede nitidamente una donna con un grosso cappello in testa, un bufalo che si avventa su qualcosa, un cane che corre tra inferne fiamme con una zampa tra i denti, e un serpente con un elefante in bocca.

Poi sente squillare il telefono ma lo lascia squillare e non si alza per andare a rispondere.

Belane: (fra sé) Finalmente solo con me stesso. Per quanto disgustoso io possa essere, è sempre meglio che essere loro... Tutti quelli che tirano avanti con i loro penosi trucchetti da quattro soldi. Uomini piccoli piccoli con ambizioni da poco, sogni prefabbricati ed emozioni preconfezionate. Tutti pronti a credere e a ubbidire, a comandare e dare ordini. Mentre io, che appartengo alla schiera di quelli che nella vita non possono obbedire e non sanno comandare, non ho ambito ad altro che vivere. Contro tutto e nonostante tutto. Solo vivere. Ho sempre avuto una tremenda voglia di vivere. Che ho manifestato in tutte le possibili declinazioni. Io, nella mia vita, ho ambito solo a Vivere. Io appartengo alla schiera di coloro i quali non sanno comandare e non possono obbedire. A nessuno. Nemmeno a sé stessi. Ma questo mi è costato molto. L’ho sempre pagata cara: la vita, già di per sé rischiosa, può essere pericolosa per chi ha criteri propri, e divenire infine pericolo­sissima per chi ha molti criteri propri. È stancante. È spossante. È rivoltante. Credo che dormirò fino a mezzogiorno. Magari a quell’ora, con metà della giornata già andata, forse affrontare il mondo costerà la metà dello sforzo. (Pausa) Il problema è che non ho più entusiasmo. Zero brio. Sono un inerte pezzo di linoleum, una puntina da disegno spezzata, una biro senza inchiostro, un grosso cazzo senza più sperma.

Belane esausto si riaddormenta. Quando si risveglia, l’orologio segna le 12,25.

Belane: Perfetto! Metà della giornata è andata. Inizia bene. Adesso speriamo solo che l’altra metà rispetti le premesse!

L’investigatore si veste ed esce da casa.

 

2.3.9) ESTERNO, AUTOMOBILE, MERIGGIO.

Belane prende la macchina, mette in moto e parte. Guida lungo Alameda Street, Imperial, Western Avenue e Century. Durante il tragitto parla da solo, fra sé e sé, a voce alta farfugliando misteriosi sillogismi. È una giornata calda e tranquilla. Belane guida fino all’ippodromo dell’Hollywo­od Park, entra nel parcheggio dell’ippodromo, parcheggia, scende, ed entra nell’ippodromo.

Belane: Ed eccoci di nuovo con un pugno di mosche in mano. Tutte le mie ricerche sono in stallo. Ma dovrò pur vedere uno spiraglio da qualche parte prima o poi. E che cazzo!

 

2.3.10) INTERNO, IPPODROMO, MERIGGIO.

Giunge all’ippodromo alla fine della terza corsa. Prende il programma delle corse. Si siede in attesa della corsa successiva. Intanto apre il giornale delle corse, lo sfoglia, lo esamina velocemente, lo ripiega e lo lancia via. Poi estrae dal taschino della giacca un cartiglio piegato in due, lo dispiega, e lo esamina. Molto più attentamente stavolta. Sul foglietto è riportato il seguente elenco:

1) Scoprire se Céline è davvero Céline e informare la Signora Morte della scoperta.

2) Rintracciare il Passero Rosso.

3) Scoprire se Cindy cornifica Bass e inchiodarle il culo.

4) Eliminare l’aliena dello spazio Jenny Nitro.

Poi ripiega il cartiglio, lo ripone con fare solenne e misterioso nella tasca della giacca, e riprende il programma delle corse. In pista scendono i cavalli della quarta corsa. Belane sente un rumore dietro di sé e si volta: qualche fila più indietro, Céline sorride nella sua direzione. Poi si alza e gli si avvicina.

Céline: Bella giornata...

Belane: Ma che diavolo ci fai, tu, qui?

Céline: Ho pagato il biglietto d’ingresso. Non mi hanno fatto domande.

Belane: Mi stai pedinando, brutto figlio di puttana?

Céline: Stavo per farti la stessa domanda.

Belane: Ci sono un sacco di cose che non capisco.

Céline: Anche io. Tutti abbiamo un sacco di cose che non capiamo. Siamo puntini minuscoli in uno spazio pluri-dimen­sionale e infinito: possiamo comprendere solo la piccola porzione d’infinito che occupiamo, e solo in parte, poiché la comprensione del particolare è sempre legata a quella del tutto e il tutto sempre ci sfugge offrendoci solo una visione miope, parziale e distorta, del nostro posto e del signifi­cato del nostro esistere. In questo mondo e nell’universo. Fai dunque bene attenzione a come interpreti il mondo, perché il mondo è come tu lo interpreti.

Céline scavalca la fila e siede accanto a Belane.

Céline: Parliamo un po’...

Belane: Certo. Prima di tutto, come ti chiami? Il tuo vero nome...

Céline non risponde, fissa dritto negli occhi di Belane, forma con le labbra un ghigno sardonico, apre la giacca e mostra una fiammante rivoltella.

Belane: Sono io che faccio le domande, oggi.

Belane: Su, spara!

Céline: Dunque, iniziamo dall’inizio. Chi mi fa pedinare?

Belane: La Signora Morte.

Céline: (ridacchiando) La Signora Morte?

Ma Belane non fa una piega, non dà alcun segno di essere divertito, e così Céline, fattosi d’un tratto serio e minaccioso, incalza l’investigatore.

Céline: Non sparare cazzate! Non ti conviene!

Belane: Non sparo cazzate. È così che si fa chiamare: Signora Morte.

Céline: Una pazza?

Belane: Può darsi. Ma paga bene.

Céline: E dove posso trovare questa puttana?

Belane: Non lo so. È lei che mi contatta.

Céline: E tu credi che me la beva?

Belane: Questo è quello che offre la casa. Cambia locale se non ti piace.

Céline: Che cosa vuole?

Belane: Vuole sapere se tu sei il vero Céline oppure no.

Céline: (sorpreso, stupito e meravigliato) Davvero?

Belane: Veramente.

Céline: Su chi punteresti in questa corsa?

Belane: Lord Jim.

Céline: (con sguardo iniettato di sangue, ringhiando) Lord Jim è la mia scelta...

Belane: Bene, sbrighiamoci o non potremo più scommettere.

Belane fa per alzarsi, ma Céline pone la mano sulla giacca all’altezza della pistola, vi tamburella sopra, e con la testa fa cenno all’investigatore di sedersi.

Céline: Siediti, prima che ti faccia saltare le palle.

Belane obbedisce e si siede.

Céline: Dunque, voglio questa puttana fuori dai coglioni. Inoltre voglio anche sapere il suo vero nome. Questa storia della Signora Morte non me la bevo. E voglio che tu ti dia da fare sin da subito su questa faccenda.

Belane: Ma la mia cliente è lei. Come puoi essere mio cliente pure tu?

Céline: Risolvitela da solo questa, bello.

Belane: D’accordo. Ma se lavoro per te devo anche essere pagato, e non costo poco.

Céline: Quanto?

Belane: Sei dollari orari.

Céline fruga nella giacca, estrae un rotolo di banconote, ne sfila alcune, e le consegna a Belane.

Céline: Ecco qui. Un mese di anticipo.

Poi un boato della folla. Belane guarda con espressione smarrita e incredula verso la pista.

Belane: (a Céline, emozionato) Accidenti, guarda, Lord Jim conduce per tre lunghezze... Guarda, cazzo, guarda! (infervorato) Sta vincendo, sta vincendo, sta vincendo! Wow! (esaltato) HA VINTO, HA VINTO, HA VINTO! QUATTRO LUNGHEZZE, INCREDIBILE! (rassegnato) Acci­denti, merda, mi hai fatto perdere una fortuna. Lord Jim ha stravinto.

Céline: Chiudi il becco e dacci dentro con il mio caso piuttosto.

Belane: (malizioso) Come tu ci dai dentro con Cindy??

Céline lo fissa torvo, cupo e minaccioso.

Belane: Va bene, va bene. Dimmi dove posso contattarti.

Céline gli porge un biglietto con un numero scritto sopra a penna.

Céline: Ecco il mio numero.

Poi si alza, esce dalla fila, e scompare. Belane si china a raccogliere il programma delle corse, e si mette a esaminare la corsa successiva (la quinta).

 

2.3.11) INTERNO, CASA DI BELANE, TARDO POMERIGGIO.

Belane è in casa. Si prepara un Margarita, si reca al balco, si siede s’una sdraio, e si gode il tramonto, pensando ad alta voce.

Belane: (in camera) Beh, la vita consuma. Consuma fino all’osso. È sfiancante. È spossante. È rivoltante. È abominevole. È avvilente. Prendete il Natale, per esempio. Sì, prendetelo e fatelo sparire. Il tizio che l’ha inventato è lo stesso che non ha mai dovuto portare un bagaglio in esubero sull’aereo. Il resto di noi deve gettare quasi tutte le proprie cianfrusaglie per scoprire dove si trova. O, piuttosto, dove non si trova. Più roba getti, più riesci a vedere. Tutto funziona alla rovescia. Vai all’indietro e il Nirvana ti cadrà tra le braccia. E come no!? <<Tu stai conoscendo l’orrore del mondo in tutta la sua crudezza>> ... Vivere significa perdere. La vita è una continua perdita, e saperlo porta alla saggezza. Ciascuno si perde in ciò che cerca e alla fine lo perde così come io sto perdendo la mia mente, la mia reputazione, il mio lavoro, i miei casi, i miei clienti. Dobbiamo imparare a rompere con ciò che amiamo. La vita è una serie di fratture o, meglio, una frattura continua. La rinuncia, amici, la rinuncia. Chi vuole imparare a vivere, deve allenarsi a rompere. Con il passato, con gli amori, con gli affetti, con gli oggetti. Dov’è andato a finire tutto ciò che abbiamo perduto? Gli oggetti smarriti o rubati, i detriti del corpo e le scorie dell’anima, gli amori macerati dal tempo, i sogni e le amicizie e le ambizioni? Ci avete mai pensato?

Poi squilla il telefono. Belane si alza, si reca in soggiorno, solleva la cornetta, e risponde.

Signora Morte: (fuori campo, al telefono) Sei un filosofo da quattro soldi.

Belane: Dici?

Signora Morte: Perché, tu ti credi perfetto?

Belane: Beh, a modo mio...

Signora Morte: E invece ti dico che sei solo un coglione. Un filosofo da strapazzo. La gente vive d’illusioni. È così. Ed è bello. Anche perché non c’è alternativa. Non c’è una altra opzione e non c’è nemmeno una seconda chance. L’alternativa è solo la fine. E la fine non è che un nuovo inizio di sofferenza e sacrificio.

Belane: La fine di che?

Signora Morte: La fine di tutto. Lo sciabordante nihil impazzito.

Belane: Perché no? Che cosa c’è di più vero?

Signora Morte: Proverai presto questa esperienza se non mi porti qualcosa di nuovo su Céline, se non mi dimostri che stai facendo progressi con il caso.

Belane: È tutto risolto, bambola.

Signora Morte: Signora, prego.

Belane: Signora.

Signora Morte: Aggiornami, Tequila.

Belane: Tequila?

Signora Morte: Si vede lontano un miglio che sei un ubriacone.

Belane: (un po’ contrariato per l’appellativo e un po’ euforico per la notizia) Voglio che c’incontriamo domani pomeriggio.

Signora Morte: (eccitata) Dove??

Belane: Da Musso alle 14,30.

Signora Morte: D’accordo. Ma mi metterai qualcosa di interessante in mano?

Belane: Oh, beh, a questo possiamo rimediare anche subito.

Signora Morte: Non farei tanto lo spiritoso se fossi in te. Ci vediamo domani alle 14,30 da Musso. Ma ti consiglio vivamente di venire con qualcosa di grosso in mano. L’avrai?

Belane: (ammiccante) Ce l’ho già! Ho un mazzo così...

Signora Morte: Belane...

Belane: Un mazzo pieno di assi!

Signora Morte: Farai meglio ad avere qualcosa in mano e darmelo domani. Ti conviene che domani io abbia qualcosa di grosso in mano o saranno guai per te.

Belane: Scommetto tutto che entro domani le darò quello che vuole!

Signora Morte: Ci puoi scommettere la vita!

Belane: (sardonico e sarcastico) Tutto qua!? Parliamone!

Signora Morte: L’hai appena fatto.

E subito riaggancia senza lasciare a Belane il tempo di rispondere. Belane abbassa il ricevitore e rimane a fissarlo imbambolato. Poi si ridesta, prende un vecchio sigaro dal ceneraio, lo accende, inspira, espira, tossisce. Poi alza di nuovo il ricevitore e compone un numero. Risponde Céline.

Céline: (fuori campo, al telefono) Sì?

Belane: Signore, lei ha vinto una scatola di preservativi da un chilo e un viaggio a quel paese.

Céline: Che cosa è da un chilo? La scatola o i preservativi?

Belane: Prego, signore?

Céline: Che cosa è da un chilo? L’intera scatola di preservativi, o ciascun singolo preservativo?

Belane: I preservativi. Della stessa dimensione della sua gran testa di cazzo.

Céline: Chiunque tu sia, non prendermi per il culo, dimmi quello che devi dirmi, e poi vattene a fanculo.

Belane: Sono Mickey Belane.

Céline: Bene, Belane. Allora vada per i preservativi.

Belane: Consegna domani da Musso alle 14,30.

Céline: Offri tu?

Belane: Omaggio della casa.

Céline: Bene. Allora ci sarò. Adesso non ti rimane che andare a fanculo.

E riaggancia senza attendere la risposta di Belane.

Belane: (guardando il ricevitore) Ormai non è più di moda salutare. Non su questa terra. Fanculo. Il gioco mi ha sfiancato. Ho perso la grinta. L’esistenza è assurda. È un duro lavoro. Pensate a quante volte nel corso della vita dovete infilarvi le mutande. È sciocco, è stolido, è stupido. È rivoltante.

 

2.3.12) INTERNO, RISTORANTE “MUSSO”, POMERIGGIO.

Belane arriva in anticipo. Con aria circospetta entra nel ristorante e occupa un tavolo in fondo. Si siede e ordina una Tequila. Controlla l’orologio: sono le 14,15.

Belane: (in camera) Bene: sono le 14,15 e Céline e la Signora Morte stanno per incontrarsi. Due miei clienti. Una situazione molto taranti­niana, devo ammetterlo. Uno stallo alla messi­cana ma senza pistole. Chissà che piega prenderà.

Un tizio seduto in un separé di fronte continua a fissarlo. L’uomo ha l’aspetto di un parcheggiatore abusivo. Con occhi da pesce lesso, un brutto paio di baffi, e un finto sorriso. Ma potrebbe anche trattarsi di un finto paio di baffi e di un brutto sorriso. Il sorriso è brutto davvero. Sembra cattivo. Come il ghigno di uno psicopatico. O di un serpente.

Belane: (in camera, indicando con il pollice l’uomo che lo fissa) Vedete quello? C’è gente che fissa l’altra gente come le vacche, avete presente. Con quello sguardo vacuo e inerte e gli occhi persi vuoti e insensibili. Bovini, appunto. Non si rendono conto che lo fanno. Fissano con vacui occhi bovini, pieni di rovina, rabbia, invidia e insoddisfazione per la propria misera grama esistenza.

Poi beve un sorso di Tequila, poggia il bicchiere sul piano e alza lo sguardo: l’uomo lo fissa ancora.

Belane: (in camera, ammiccando con la testa verso l’uomo che lo fissa) Gli do altri dieci secondi, e poi, se non la smette, gli spacco il muso. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7...

A 7 l’uomo si alza e si dirige verso l’investigatore. Belane mette una mano alla fondina.

Belane: (fra sé, senza distogliere gli occhi dall’uomo, che continua ad avanzare verso di lui) Bene, tu ci sei sempre. Qui. Nascosta. Al calduccio. Come sempre. Tu non mi abbandoni mai. Brava piccola. Sei la migliore erezione che un uomo possa avere!

L’uomo si avvicina al tavolo di Belane.

Belane: Senti, amico, mi dispiace, ma non ho spiccioli.

Parcheggiatore: Non sono qui per i soldi.

Belane: Che problemi hai allora? La mamma ti ha sbattuto fuori di casa e cerchi un posto dove ripararti?

Parcheggiatore: No. Per fortuna vivo ancora con lei. Con mia madre tutto ok.

Belane: Quanti anni hai?

Parcheggiatore: 46.

Belane: È rivoltante.

Parcheggiatore: No, è lei ad esserlo. Incontinenza. Pannoloni plastificati e compagnia bella.

Belane: È schifoso.

Parcheggiatore: A chi lo dici...

Belane: Beh, mi dispiace.

Parcheggiatore: Anche a me.

Belane: Ma non so che farci. Dunque togliti dai coglioni.

Parcheggiatore: Non puoi farci niente. Ma non sono qui per questo. Vorrei solo chiederti una cosa.

Belane: Spara, pistola, ma fai in fretta.

Parcheggiatore: Tu non sei mica Henry Chinaski?

Belane: (con espressione incredula) Chi?

Parcheggiatore: Henry Chinaski. Combattevi nella zona di Detroit, peso massimo. Ti ho visto combattere contro Tiger Forster. Uno dei più grandi incontri che abbia mai visto.

Belane: Chi ha vinto?

Parcheggiatore: Tiger Forster.

Belane: Non sono io. Torna a sederti.

Parcheggiatore: Non mi prendi per il culo, vero?

Belane: Parola di boy-scout che sono assolutamente sincero. Mai stato Hank Chinaski. Nemmeno in una altra vita.

Parcheggiatore: Beh, che mi prenda un colpo. Vi assomigliate incredibilmente.

E, così detto, l’uomo si volta e torna al suo separé. Belane controlla l’orologio: sono le 14,30 in punto. Fa cenno al cameriere di portargli un altro drink. Tequila. Poco dopo entra Céline e si ferma all’ingresso guardandosi intorno. Belane gli sventola un tovagliolo appeso a una forchetta. Céline lo nota, si dirige al tavolo, e si siede. Il cameriere sta intanto arrivando con il secondo drink di Belane. Sincronismo perfetto.

Belane: Sincronismo perfetto!

Cameriere: (a Belane) Ecco la sua Tequila, signore. (a Céline) E per lei, signore?

Céline: (con tono superbo e borioso, imperativo e perentorio) Scotch e soda, ragazzo.

Belane e Céline rimangono in silenzio per alcuni minuti. Poi arriva il drink di Céline e i due fanno tintinnare i bicchieri l’uno contro l’altro.

Belane: (sarcastico) Lunga vita.

Céline: (svogliatamente) Alla salute.

E, così detto, tracannano trangugiando d’un fiato i propri rispettivi cocktail. Poi ritornano in silenzio. Infine il finto parcheggiatore si riavvicina rivolgendosi a Céline.

Parcheggiatore: Hey, amico, questo tizio che è qui con te, questo tizio, non è per caso Henry Chinaski?

Céline: Carissimo, se desidera che le Sue palle mantengano la forma attuale, consiglio vivamente alla Signoria Vostra di andarsene in fretta da qui e togliersi immediatamente dai coglioni!

L’uomo si allontana in silenzio e mestamente.

Belane: Inizi a piacermi, impiastro. Hai un bello stile.

Céline: Veniamo a noi, Belane. Perché mi hai convocato?

Belane: Sto cercando di metterti in contatto con la Signora Morte.

Céline: E così la morte sarebbe una signora, eh?

Belane: A volte...

Céline: E questa Signora Morte, dimmi un po’, riusciremo a incastrarla, questa Signora Morte?

Belane: Hai mai visto Henry Chinaski combattere?

Céline: No.

Belane: Mi somigliava.

Céline: Non mi sembra un gran bel traguardo.

Poi entra la Signora Morte, facendo la sua comparsa come il sole all’improvviso: bella da morire e vestita da uccidere si reca al tavolo occupato da Belane e Céline, e ordina al cameriere un Whiskey Sour.

Belane: (A Céline, ammiccando in direzione della Signora Morte) Eccola qua, la nostra fantomatica Signora Morte, bella da morire e vestita da uccidere… (Alla Signora Morte) Non so davvero come presentarvi, perché non sono certo di chi voi siate in realtà.

Céline: Ma che razza d’investigatore sei?

Belane: Il migliore di Los Angeles, cocco.

Arriva il Whiskey Sour. La Signora Morte lo ammazza in un colpo solo. Poi si mette a fissare dritta dentro negli occhi di Céline.

Signora Morte: Allora, inizia tu: presentati. Come ti chiami?

Céline: Henry Chinaski.

Signora Morte: Henry Chinaski sta morendo.

Céline: E come fa a saperlo?

Signora Morte: Non lo sa ancora nessuno. Ma sta morendo.

Céline: Ma come fa a saperlo??

Signora Morte: Diciamo che lo so... per esperienza!

Belane ammicca il cameriere e ordina altri tre drink: un’altra Tequila per sé, un altro Scotch con soda per Céline, e un altro Whiskey Sour per la Signora Morte.

Belane: Ora, è evidente che siamo a un punto… morto! Per questo propongo una scommessa. Una piccola scommessa. Adesso io ho ordinato tre drink. Pagherà chi perde. Ci state?

Céline: Che tipo di scommessa?

Belane: Qualcosa di semplice, una cosa qualsiasi, tipo quanti numeri hanno le nostre rispettive patenti. Intendo i numeri scritti sulla patente.

Céline: Mi sembra una scommessa stupida.

Belane: Tanto per ammazzare il tempo…

Signora Morte: (a Céline) Non fare il coniglio.

Céline: Beh, dovrò tirare a indovinare.

Belane: Buttala lì.

Signora Morte: Ma fai del tuo meglio... Come se ti stessi giocando tutto!

Céline: Prego?

Signora Morte: Scegli come se ti stessi giocando tutto, ma pensa come se non avessi nulla da perdere. È l’unico modo possibile.

Céline: Prego?

Signora Morte: Sei un po’ duro?

Céline: (evidentemente nervoso) Scusi?

Signora Morte: (sospirando seriosa): Quale è la cosa più grossa che hai perso in una scommessa?

Céline: Scusi?

Signora Morte: (algida) La cosa più grossa che hai perso in una scommessa.

Céline: Non lo so, non saprei dire. Non ho mai scommesso nulla di prezioso comunque. Non mi sono mai giocato nulla in particolare.

Signora Morte: Sì, invece. Te lo stai giocando da quanto sei nato. Solo che ancora non lo sapevi.

Céline: Va bene. Ma devo prima sapere che cosa posso vincere.

Signora Morte: (gelida) Puoi vincere tutto. Adesso gioca.

Céline: Gioco?

Signora Morte: Sì.

Céline: (intimorito) Per cosa?

Signora Morte: (minacciosa) Tira a indovinare quanti numeri ha la tua patente.  

Céline: Va bene. Dico 8.

Signora Morte: Per me 7.

Belane: Per me 5. Ora guardiamo le patenti. Diamo un’occhiata.

I tre estraggono le proprie rispettive patenti.

Signora Morte: La mia ne ha sette.

Belane: Anche la mia ne ha sette. Maledizione.

Céline: La mia, otto.

Belane: Non può essere. Dammela, fammi vedere.

Céline gli consegna la patente. Belane è attonito e stupido: comincia a tremare.

Céline: Tutto bene?

Belane: Sei davvero tu, dunque...

Céline: Come?

Belane: Sei davvero tu quello che offrirà il prossimo giro. Non posso crederci! Guarda, anche la tua ne ha sette. Hai contato anche la lettera che precede i numeri. Ecco che cos’hai fatto. Ecco, guarda... Vedi?

E passa la patente alla Signora Morte, che concentrata la scruta molto attentamente con un’espressione estasiata in volto. La patente reca le informazioni anagrafiche che cercava: Louis Ferdinand Auguste Destouches, Courbevoie, 27 maggio 1894.

Céline: Restituiscimi la patente, per favore.

Signora Morte: (porgendogliela molto lentamente) Certo.

Belane: A quanto pare, io e te abbiamo perso. Allora getteremo una moneta e decideremo chi offre i drink, va bene?

Céline: Va bene.

Belane estrae una moneta con calma.

Belane: Sai che data c’è su questa moneta?

Céline: (spaesato e confuso) No…

Belane: 1989. Ha viaggiato cinque anni prima di arrivare qui. E adesso è qui. Ed è testa o croce. Ma devi dirlo tu. SCEGLI!

Céline: Croce!

La lancia in aria. La moneta volita in aria e atterra adagiandosi sul lato della croce. Belane raccoglie la moneta e la rimette in tasca.

Belane: (a Céline) Non so perché, ma ho l’impressione che oggi non sia la tua giornata.

Signora Morte: Sarà la mia!

Proprio in quel momento arrivano i drink.

Céline: (al cameriere) Mettili sul mio conto.

I tre restano in silenzio con i propri drink: Céline ha un’aria delusa e abbattuta, Belane alquanto divertita e curiosa, la Signora Morte eccitata e sorpresa.

Céline: Non so perché, ma ho l’impressione di essere stato imbrogliato. Adesso vado fuori dalle palle.

Signora Morte: Suvvia. Non è la fine del mondo. Beviamo un altro drink. Offro io stavolta. La vita è breve!

Céline: (arrabbiato e nervoso) No, me ne vado fuori dai coglioni!

Céline getta venti dollari sul tavolo, ed esce.

Signora Morte: Se n’è andato...

Belane: Vuole che lo fermi?

Signora Morte: Non ce n’è bisogno. Ci penserà qualcun’al­tro.

Belane: Un sicario? Ha già in mente qualcuno?

Signora Morte: Una mia amica...

Belane: Qualcuno che conosco?

Signora Morte: La Signora... Sorte!

Poi dalla strada giunge uno stridore di freni seguito da un rumore di lamiere che si contorcono seguito infine da un forte colpo come di metallo che colpisce un ostacolo. Belane si alza di colpo ed esce di corsa per sincerarsi dell’accaduto.

Fuori, nel bel mezzo di Hollywood Boulevard, giace il corpo ormai senza vita di Céline.

Una donna obesa con un grande cappello rosso alla guida di una vecchia Oldsmobile scende dall’auto e urla impazzita.

Céline è fermo immobile in terra, sull’asfalto. Belane lo guarda un momento e subito rientra dentro. Al tavolo tre bicchieri vuoti ma nessuna traccia della Signora Morte. L’investigatore ordina un Cuba Libre e chiede il conto.

Belane: (fra sé) I buoni muoiono vecchi...

Il cameriere porta il drink lasciando sul tavolo anche lo scontrino delle consumazioni. Belane lascia i soldi sul tavolo. Poi fredda il drink con un colpo solo, secco e deciso. Infine esce e se ne va.

 

2.3.13) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

Belane siede in ufficio, con i piedi disordinatamente abbandonati sul tavolo, fumando un buon sigaro.

Belane: (in camera) Eh già, lo so. Sono un vincente. Ho risolto un caso. Ho perso due clienti, ma ho risolto un caso. Ma la lista non è finita. C’è ancora da trovare il Passero Rosso. E indagare sull’infedele passera vogliosa di Cindy Bass e sulla spaziale passera aliena di Jenny Nitro! Ah, che bel lavoro il mio! Beh, sempre meglio che fare il cacciatore o ciucciare uccelli sulla statale!

Poi apre il cassetto in alto a destra della scrivania, estrae una bottiglia di Tequila Riserva, e se ne versa un bicchiere.

Belane: (in camera) Un sorso per suggellare la vittoria.

Beve un sorso.

Belane: Come dice sempre il mio vecchio amico Hank, la gente vincente, quella che riesce nella vita, è solitamente quella dotata di maggiore tenacia.

Altro sorso.

(continuando) Il talento è soltanto otto ore di lavoro al giorno. Condito con una buona dose di fortuna.

Altro sorso.

(continuando) Ed è bello, quando i tuoi migliori sforzi sono baciati dalla grazia di un briciolo di fortuna. Vuol dire che hai camminato sulla strada giusta, e le tue mosse erano sotto l’occhio attento degli dei, che le hanno apprezzate e hanno deciso di premiarti, concedendoti quello che desideravi, quello che meritavi, quello per cui hai lottato e combattuto più di tutto.

Altro sorso.

(continuando) Solo che la maggior parte delle persone non riesce ad aspettare e rinuncia in partenza. (pausa) Perdenti. Morti in vita prima ancora che s’iniziasse la festa. Ma non io.

Altro sorso.

(continuando) Non Mickey Belane. Non è un senza-palle lui. Roba di prima scelta. Un ardito. Leggermente pigro, un tantino fannullone, forse. Ma furbo e astuto.

Altro sorso.

(continuando) Il vincitore scrive le pagine della storia, circondato da settantadue adorabili vergini puttane...

Altro sorso. Poi squilla il telefono. Belane alza il ricevitore.

Belane: Qui Belane.

Signora Morte: Non pensare di esserti sbarazzato di me...

Belane: Senta, Signora, non possiamo accordarci in qualche modo?

Signora Morte: Non è mai successo, Belane.

Belane: Dimentichiamo il passato. Proviamoci.

Signora Morte: Niente da fare, Tequila.

Belane: Va bene, allora che ne dice di darmi almeno una data?

Signora Morte: E che vantaggio ti darebbe?

Belane: Potrei prepararmi...

Signora Belane: La morte è sempre in agguato. E ogni qual volta noi conversiamo del domani, lei intromette la sua parola. Tutti gli umani dovrebbero saperlo, a prescindere.

Belane: Eppure non ci pensano. Lo rimuovono. O forse sono solo troppo stupidi per pensarci.

Signora Morte: Non sono problemi miei, questi. Queste, sono cose di cui non mi occupo.

Belane: Capisco.

Signora Morte: Sei stato bravo, Belane. Questa telefonata l’ho fatta solo per farti sapere che non mi sono dimenticata di te. Ma hai guadagnato tempo. Non deludermi. O dovrò venire a prenderti immediatamente. La tua ora è giunta. Il tuo tempo è scaduto. E lo dico con rammarico. Tu mi piaci. Mi sei sempre piaciuto. Dal primo momento che ti ho incontrato.

E riaggancia senza aspettare la risposta di Belane. Che, stanco ed esausto, con espressione demoralizzata e abbat­tuta in volto, si reca mogio, ramingo e tapino all’angolo bar e si versa un drink. Se lo scola tutto d’un fiato e se ne versa subito un altro bevendosi così il resto del pomeriggio e fumandosi la serata, che passa inutile e priva di scopo: zero azione, zero colpi-di-scena, zero novità. Belane si ubriaca e, quando ormai sul piano della scrivania si sono accumulate e affastellate svariate bottiglie vuote di alcole (Tequila, Gin, Whiskey, Rhum), si addormenta sul divano, sopraffatto dalla sbronza e dai cattivi pensieri. Soverchiato da una irresistibile spossatezza causata dall’alcole, dai farmaci, dal calo di adrenalina, dalle forti emozioni e dalla tensione accumulata nell’arco della giornata si abbandona al sonno.

Nel sonno immagina di salire in macchina, guidare lungo l’Hollywood Boulevard, e percorrere la Hollywo­od Freeway, per poi imboccare l’autostrada di San Diego fino al raccordo con la Harbor Freeway. Giunto qui, sogna d’immettersi sulla 110a verso Sud ma si perde. Ritorna allora sull’Harbor Freeway, la percorre fino alla fine e si trova in San Pedro. Qui prende la Gaffey Road, svolta a sinistra sulla Settima, prosegue per un paio d’isolati, poi svolta a destra sulla Pacific, e continua a guidare finché non vede un bar, il Porco Assetato, e decide di fermarsi per un drink. Entra allora nel parcheggio, parcheggia, scende dalla macchina ed entra nel locale.

 

2.4) IL BAR DEL PORCO ASSETATO.

 

2.4.1) DIDASCALIA.

Il bar del Porco Assetato.

 

2.4.2) ESTERNO, PARCHEGGIO DEL BAR, SERA.

Una macchina entra nell’ampio e semi-deserto spiazzo del parcheggio del bar del Porco Assetato. Che il nome sia questo lo s’intuisce a stento dalle ormai poche lettere superstiti dell’insegna che, affissa al muro scalcinato del locale, in passato recava il nome del bar in splendidi e sfolgoranti caratteri al neon adesso mezzi fulminati. La macchina avanza dentro il parcheggio e si ferma: ne scende un uomo grasso, sciatto e trascurato, con abiti sdruciti, trippone enorme da birra, cravatta allentata e barba di tre giorni: è l’investigatore privato Mickey Belane, un personaggio che potrebbe benissimo incontrarsi a bere un drink in compagnia dell’ispettore Marlowe in un losco bar e fumoso della vecchia Hollywood hard-boiled. Belane si dirige verso l’ingresso del bar, apre la porta d’ingresso ed entra. L’orologio segna le 23,00.

 

2.4.3) INTERNO, BAR DEL PORCO ASSETATO, SERA.

Il bar è molto buio. Il barista, sugli ottanta, canuto e candido. Oltre al barista, altri due vecchi, anche loro bianchi di gesso e di osso. Tutti immobili in una bianca staticità albina si muovono in un’atmosfera sfumata e onirica.

barista 1: Mh.

Belane: Qualcuno di voi ha per caso visto Cindy, Céline o il Passero Rosso?

Il barista e i due avventori si limitano a sollevare la testa, prima di ripiombare nella propria ossea e mutacica immobilità, come implodendo su loro stessi.

Belane: Servite anche da bere in questo bar?

barista 1: Mh.

Belane: In tal caso, una Tequila. Lascia pure perdere il lime.

barista 1: Mh.

Belane: (in camera) A questo punto prendete cinque minuti e dateli alle ortiche: è il tempo che ha impiegato il barista a servirmi da bere.

Il barista serve il drink.

Belane: Grazie. Ora, per favore, già che ti sei messo in moto, preparamene subito un altro.

barista 1: Mh.

Belane: (in camera) Mh! Non male. Ha tanta pratica alle spalle. (ai due unici avventori del bar) Bella giornata: non è vero, ragazzi?

I due vecchi non rispondono.

Belane: Sentite, ragazzi: qual’è l’ultima volta che uno di voi ha tirato giù le mutandine di una donna?

vecchio: Eh eh eh eh.

Belane: Proprio ieri, non è vero? Od oggi stesso, qui nel retro del locale??

vecchio: Eh eh eh eh.

Belane: È stato bello?

vecchio: Eh eh eh eh.

Belane: (in camera) Comincio a sentirmi depresso. Avverto la loro morte inzupparmi le suole delle scarpe e l’orlo dei pantaloni. La mia vita non ha sbocchi. Ho bisogno di qualcosa: lampi di luce, glamour, qualsiasi cosa. Cazzo. E invece me ne sto qui a parlare con i morti. E poi, mi domando: ma non vanno seppelliti i defunti?

Al sesto drink, due uomini con volto coperto e mano armata entrano, pistole spianate, nel bar: l’orologio segna le 02,00: sono passate tre ore dall’ingresso di Belane nel locale.

rapinatore 1: BENE, RAGAZZI! NIENTE STRONZATE ADESSO! PORTAFOGLI, ANELLI E OROLOGI SUL BANCO. ORA!

Il secondo rapinatore scavalla il bancone scagliandosi contro il registratore di cassa e prendendolo ripetutamente a calci e pugni.

rapinatore 2: (al barista) HEY, COME SI APRE ‘STO CAZZO DI COSO? HEY, NONNETTO, DICO A TE: COME SI APRE ‘STO CAZZO DI COSO? VIENI QUI E APRI ‘STO CAZZO DI COSO!

Il barista non si muove: il secondo rapinatore gli punta addosso la pistola: il barista apre la cassa, che il rapinatore inizia a saccheggiare arraffando l’intero incasso mentrecché il primo rapinatore è intento a mettere la refurtiva sottratta agli avventori in un sacco.

rapinatore 1: (a rapinatore 2) PRENDI LA SCATOLA DEI SIGARI! SOTTO IL BANCO, SOTTO IL BANCO!

Raccolto il bottino, il primo rapinatore fugge mentrecché l’altro rimane fermo immobile in mezzo alla sala del bar con aria pensosa. Poco dopo, il primo rapinatore rientra nel bar.

rapinatore 1 (a rapinatore 2) Ma che stai facendo?

rapinatore 2 (a rapinatore 1) Mi sento un po’ pazzo!

rapinatore 1: Lascia perdere. Squagliamocela piuttosto.

rapinatore 2: MI SENTO PAZZO!

E punta la pistola contro il barista sparando tre colpi che per tre volte lo centrano e per tre volte gli bucano il ventre: il barista sussulta per tre volte prima di cadere in terra senza vita stramazzando al suolo e rimbalzandovi sopra. Una sola volta.

rapinatore 1: DEMENTE ROTTO IN CULO! PERCHÉ LO HAI FATTO? PERCHÉ FARE UNA COSA DEL GENERE?

rapinatore 2: NON DARMI DEL DEMENTE! O AMMAZZO ANCHE TE!

Poi punta la pistola contro il suo socio ma è troppo tardi: il primo rapinatore ha già premuto il grilletto sparando prima che l’altro possa rendersene conto: il proiettile gli attraversa il naso e gli esce dalla nuca uccidendolo sul colpo. Il primo rapinatore si guarda in giro nel locale ed esce di corsa dalla porta. Dopo pochi secondi anche Belane si precipita fuori dal bar barcollando per l’alcole e vacillando per la paura.

 

2.4.4) ESTERNO, NOTTE.

In un attimo è in macchina: apre, sale, accende, ingrana la prima, sgomma e sbanda, e vola via. In lontananza si sentono sfrecciare le sirene della polizia. Tranquillizzatosi, accende un sigaro e la radio, scanala le stazioni e si ferma a una che trasmette buon jazz.

Belane: (incredulo e stranito, in camera) L’ho scampata bella. È stato come un sogno. Beh, in fondo la vita è tutta un sogno. La vita è sogno... Eh già... La vita è sogno: sarebbe un titolo perfetto per un romanzo. (poi, fra sé, controllando l’orologio) Sono già le 5,30: meglio non perdere tempo e recarsi subito a casa dei Bass...

Belane percorre a ritroso il tragitto che lo aveva condotto al Porco Assetato. Prende la Pacific, la percorre finché non svolta a sinistra sulla Settima, percorre questa finché non svolta a destra sulla Gaffey Road ed è di nuovo a San Pedro: da qui imbocca la 110a in direzione di Cadillac Avenue, poi esce sulla Settima, percorre il Cie­nega Boulevard, prosegue sul Wilshire Boulevard, e continua a guidare fino a Beverly Hills.

 

2.5) IL CASO DI CINDY BASS.

 

2.5.1) DIDASCALIA.

Il caso di Cindy Bass.

 

2.5.2) ESTERNO, BEVERLY HILLS, MATTINO.

Belane è in pieno dopo-sbronza: in evidente stato di ebrezza guida fino a Beverly Hills, procedendo con cautela e circospezione lungo le strade e i viali del quartiere. Allorché un cartello stradale indica l’incominciamento di Rodeo Drive, l’investigatore svolta e imbocca la via arrestando l’auto davanti al numero 69. Parcheggiato, rimane nella vettura: l’orologio segna le 06,50, Jack Bass è ancora in casa. In attesa nell’abitacolo dell’auto, Belane stende una mano verso il sedile posteriore, prende un fascicolo rosa, lo apre e comincia a sfogliarlo. Il fascicolo raccoglie una breve nota stilata con penna e alcuni ritagli di giornale che Belane legge ad alta voce. Intanto, fuori, il sole scioglie i nodi della tenebra notturna e la chiaria del mattino scialba all’orizzonte. Non è ancora luce, dunque, e candisce all’occaso l’albore mattutino quando sale il sole e s’incomincia il giorno.

Belane: (leggendo ad alta voce) Dunque, vediamo un po’: Cindy Bass, vincitrice di un concorso minore di bellezza ed eletta Miss Red Hot Chili Pepper nell’anno 1990, modella, alcune com­parsate cinematografiche, ama sciare e studia pianoforte; le piace la pallanuoto; colore preferito il rosso; frutto preferito la banana; adora i bambini e il jazz; legge Kundera e Bukowski, ma Triscari è il suo preferito; studia per diventare avvocato. Perfetto. Cindy, sei mia! T’inchioderò il culo! Te lo spaccherò in quattro! Te lo sfonderò proprio! Sei nelle mie mani adesso! Sei in mio potere! Ti dominerò e tu obbedirai ai miei ordini, lurida puttana! Grazie Marcela!

Intorno alle 07,20 Belane nota una macchina uscire in retromarcia dal vialetto della dimora dei Bass e imboccare la via. Dentro la macchina Jack Bass, che esce per recarsi a lavoro.

Belane: Adesso tocca a te, Cindy. A te la prima mossa, brutta troia. Scopriamo qual’è il tuo gioco, brutta troia rotta in culo!

Belane estrae nuovamente la foto di Cindy e la osserva attentamente.

Belane: (parlando alla fotografia) Sei bella, brutta puttana. Ma, in fondo, hai anche tu cerume nelle orecchie e merda negli intestini come chiunque altro. Sei solo una volgare lurida puttana, e vuoi scaricare Jack: tutto qua.

Poi ripone la foto nel portafoglio e si guarda allo specchietto retrovisore.

Belane: Cazzo, che faccia che ho... Deve essere il dopo-sbronza: ancora non l’ho smaltita. Ma c’è una cosa positiva nell’essere un ubriacone: non si è mai stitici.

Alle 09,00 un’altra macchina esce in retromarcia dal vialetto della casa di Bass. Belane aguzza la vista e riconosce il volto di Cindy: mette in moto e parte all’inseguimento, e parte l’inseguimento.

Belane: Ci siamo! S’inizia a ballare! Adesso sì che ci si diverte! Finalmente un po’ di azione e adrenalina! È l’unico motivo per cui faccio questo mestiere.

La macchina di Cindy percorre Rodeo Drive e imbocca l’autostrada di San Diego procedendo ad alta velocità.

Belane: Sei in calore, eh, puttana!? Non resisti, eh, troia? Lo vuoi subito, lo vuoi adesso, ne hai bisogno in questo momento, eh, zoccola affamata?

Cindy aumenta ancora la velocità. Belane si tiene dietro a sole 4 macchine di distanza.

Belane: Sei in calore, brutta troia, sei in calore! Lo sento. Lo sento da qui. Sento il tuo odore come una cagna in calore. T’inchioderò il culo, t’inchioderò il culo come non ti è mai successo prima! È giunto il tuo momento! Inseguimento e consuma­zione, toccata e fuga, amale e lasciale! Questo è il mio motto. Sono Mickey Belane, il dritto dell’inve­stiga­zione!

Nel bel mezzo del pedinamento, una sirena attira l’attenzione di Belane che guarda nello specchio retrovisore accorgendosi del lampeggiante rosso di una macchina della polizia che lo tampina alle calcagna e gli fa segno di accostare.

Belane: Merda!

L’investigatore porta l’auto nella corsia lenta, entra nella prima piazzola di sosta che incontra, e ferma la macchina. Gli sbirri fermano la macchina a una decina di metri e scendono dirigendosi verso la macchina di Belane. Anche Belane fa per scendere dalla vettura: apre lo sportello, scende, si dirige verso gli sbirri frugandosi in tasca in cerca dei documenti, il rumore del cuoio dei tacchi scalpiccianti sull’asfalto. Uno degli sbirri, spaventato, spiana la pistola e urla.

sbirro 1: Fermo, amico, e mani in alto!

Belane: Ma che cazzo vuoi fare?

sbirro 1: AL-ZA   SU-BI-TO   LE   MA-NI   IN AL-TO!

Belane alza le mani sulla testa, mentrecché il secondo sbirro gli serra i polsi dietro la schiena, bloccandolo con forza sul cofano.

sbirro 2: Brutta merda! Hai sentito?

Sbirro 1: Sai che cosa facciamo ai cazzoni come te?

Belane: Un’idea ce l’ho...

sbirro 2: (a sbirro 1) Hey Jerry, hai sentito? Questo cazzone vuole fare il furbo! Non lo sa che è il gatto timido che fa il topo coraggioso...

sbirro 1: (a sbirro 2) Vacci piano, Tom: potrebbe esserci una telecamera in giro...

sbirro 2: (a sbirro 1) Non posso farci niente, Jerry: proprio non li sopporto questi furbastri.

sbirro 1: (a sbirro 2) Lo inchioderemo, Tom. Più tardi gl’inchioderemo il culo. Gli faremo un culo così. Ricorda: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino...

Belane: Dai, ragazzi, stiamo causando un ingorgo: le auto si fermano e gli stupidi rallentano per fissarci con le loro facce stupide.

sbirro 1: E chi cazzo se ne frega, coglione?

sbirro 2: Ci hai minacciati: ci sei venuto incontro con la mano sul cinturone.

Belane: (allibito) Ma stavo cercando il portafoglio: volevo mostrarvi i documenti. Sono un investigatore privato con regolare licenza della città di Los Angeles e stavo pedinando un sospetto.

Il secondo sbirro allenta allora la presa sul braccio di Belane.

sbirro 1: Tirati su.

Belane: Va bene.

sbirro 2: Adesso, LEN-TA-MEN-TE, prendi il portafogli e mostraci la patente.

Belane: Bene.

Belane esegue e porge al secondo sbirro un foglietto ripiegato.

sbirro 2: Che cosa è questo?

Il secondo sbirro restituisce a Belane il cartiglio.

Belane: È un foglio provvisorio: mi hanno ritirato la vecchia patente quando non ho passato l’esame scritto e questo documento mi permette di guidare finché non rifarò l’esame, la settimana prossima.

sbirro 2: Aprilo, poi ridammelo.

Pausa. Gli sbirri si scambiano un’occhiata.

Belane: Ero alle calcagna di un’indiziata quando avete acceso il lampeggiante. Stavo quasi per inchiodarle il culo.

Sbirro 2: Non dire ratto se non ce l’hai nel sacco...

Belane: Si dice <<Non dire gatto se non l’hai nel sacco.>>.

Lo sbirro lo guata torvo.

sbirro 1: Bene, bene, bene. Dovremmo sbatterti dentro... Ma non lo faremo, perché siamo comprensivi. Ti daremo solo una multa perché andavi a 150. Quando il gatto non c’è i topi ballano...

Belane: Ma se non toccavo nemmeno i 120.

sbirro 2: La multa viene 430 dollari.

sbirro 1: Oppure la metà se paghi subito...

Belane: Come??

sbirro 2: Hai sentito...

Belane: Cosa??

sbirro 1: Il sospetto si mostra ostile, Tom. Hai sentito?

sbirro 2: Ho sentito, Jerry. Anche il gatto può fare la fine del ratto a volte...

sbirro 1: Non ho mai visto una scena del genere... Tu hai mai visto una scena del genere, Tom?

sbirro 2: No, mai, Jerry. Al gatto che lecca lo spiedo non affidare mai l’arrosto...

sbirro 1: Hai mai vissuto una situazione del genere, Tom?

sbirro 2: No, mai, Jerry.

sbirro 1: Hai mai visto un elemento simile, Tom?

sbirro 2: Proprio mai, Jerry.

Belane: Io, invece, ho già visto una scena identica...

sbirro 1: Sei proprio sicuro?

Belane: Sì: si chiama estorsione.

sbirro 2: (minaccioso, a Belane) Come hai detto?

Belane: (sbuffando) Ho detto: grazie per la comprensione. (pausa) Ma andate a farvi fottere e fatemi la multa.

sbirro 1: (intimidatorio, mettendo la mano sulla pistola) Bene, bene, bene.

Il secondo sbirro compila la multa, la stacca dal blocchetto, e la consegna a Belane.

sbirro 2: Firma.

Belane firma.

Belane: Quando il gatto e il topo trovano l’accordo, il droghiere è rovinato.

Sbirro 1: Che vuoi dire?

Belane: Che in una giungla di cespugli anche il gatto è un leone.

Sbirro 2: Spiegati meglio...

Belane: Una gatta può andare in convento, ma resta sempre una gatta.

Sbirro 1: Sarebbe a dire?

Belane: Che un gatto è un gatto. E questo è tutto.

sbirro 2: Castronerie. E poi nessuno ti ha interpellato. Hai dieci giorni di tempo per pagarla o per presentarti in tribunale se ti dichiari non colpevole come indicato.

Belane annuisce grugnendo.

sbirro 1: E guida con prudenza.

Belane: Anche tu, amico.

sbirro 2: Che cosa?

Belane: Ho detto: io ti benedico.

Gli sbirri risalgono in volante e ripartono. Belane fa lo stesso. Una volta in macchina, estrae la foto di Cindy e la guata torvo mentre guida.

Belane: Cindy, mi sei costata cara e me la pagherai cara! Ti inchioderò il culo come mai ti è successo prima d’ora!

 

2.5.3) INTERNO, LIBRERIA DI TEO, POMERIGGIO.

Belane entra nel negozio di Teo, il quale è in fondo al negozio intento a segnare i prezzi di alcuni libri rari.

Teo: E se andassimo da Musso per un boccone?

Belane: Non posso, Teo: mi sembra di mangiare in continuazione. Guardami...

Belane scosta la giacca per mostrare l’addome straripante dai pantaloni e dalla camicia, da cui è anche saltato un bottone.

Teo: Potresti farti aspirare il grasso. Aspirano il grasso tramite una cannula. Lo puoi anche conservare in un vasetto e guardarlo: ti ricorderà di stare lontano da ciambelle e birra.

Belane: Senti, cambiamo argomento: conosci quel tizio che assomiglia a Céline?

Teo: Oh, quello...

Belane: Proprio quello. Si è fatto vivo ultimamente?

Teo: Non da quando vi siete trovati insieme qua dentro: quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Dai la caccia al passerotto?

Belane: (stranito) Beh, diciamo di sì.

Poi, proprio in quel momento, entra Céline: varcata la soglia del negozio, saluta con un cenno della testa Teo, rivolge un’occhiata maligna seguita da un sorriso sardonico a Belane, supera entrambi i due, si reca in fondo al corridoio, e afferra un libro. Belane lo ammicca e vicita fino a poter vedere che cosa sta sfogliando: Céline ha in mano una copia autografata di “Mentre morivo” di Faulkner. La rimette al suo posto quando nota Belane ronzargli intorno.

Belane: Abiti in questa zona?

Céline: Può darsi. E tu?

Belane: Un tempo avevi l’accento francese...

Céline: Può darsi...

Belane: Senti, ma non ti hanno mai detto che assomigli a qualcun altro?

Céline: Tutti, chi più chi meno, somigliano a qualcun altro. Senti, hai una sigaretta?

Belane: Certo.

Belane si fruga nelle tasche, estrae il pacchetto di Marlboro e lo porge a Céline.

Belane: Ecco.

Céline: Ora, per favore, prendine una e accenditela: ti terrà occupato.

Detto questo, si allontana ed esce dal negozio. Belane annuisce un saluto a Teo e segue il francesino.

 

2.5.4) ESTERNO, HOLLYWOOD, POMERIGGIO.

L’investigatore esce sulla strada appena in tempo per vedere lo pseudo-Céline salire s’una macchina parcheggiata proprio davanti alla sua: salta alla guida e si getta all’inse­guimento.

Belane: (monologando) Che botta di culo! Altro che fornicare con le probabilità e la statistica: è la prima volta da mesi che ho trovato parcheggio vicino al marciapiede! Come mi sento bene oggi! Sono ancora giovane, e ho tutta la vita davanti! Beh, abbiamo sempre tutta la vita davanti: il problema è la quantità di morte che ci accompagna alle nostre spalle... A proposito, Signora Morte, guardami, sto lavorando per te!

L’investigatore segue il francesino a poche lunghezze di distanza lungo l’Hollywood Boulevard, la Hollywood Freeway, l’Harbor Freeway, poi la Santa Monica e infine la San Diego. Durante il tragitto, Belane, cappello stropicciato alla Marlowe in testa, sigaretta perennemente conficcata nella mandibola, e impermeabile gualcito e sdrucito come un autentico detective hard-boiled addosso, rovista nel vano posteriore dell’auto in cerca di qualcosa da bere, trova una vecchia bottiglia di Tequila quasi vuota, ne sugge i rimasugli e la rigetta in terra. Durante il tragitto fuma diverse sigarette. Allo svincolo per Beverly Hills, segue quasi a ruota la macchina di Céline fuori dall’autostrada e lungo le tranquille e poco affollate strade dell’ele­gante quartiere residenziale. Giunto al numero 69 di Rodeo Drive, rallenta, accosta, si ferma, e aspetta, in attesa della prossima mossa del francesino. Qualche secondo e Céline scende dalla macchina e si avvia verso la porta d’ingresso della villetta di Jack Bass. L’investigatore rimane in macchina e attende qualche minuto prima di seguirlo.

Belane: (in camera) Quando eravamo giovani la maestra ci chiedeva sempre che cosa avremmo voluto fare da grandi e tutti i maschi rispondevano sempre la stessa cosa: il pompiere. Nessuno diceva <<Voglio fare l’investi­gatore privato.>>. E adesso sono uno di loro. (Pausa) Ah, quando era il mio turno e toccava a me, io dicevo sempre <<Non lo so.>>.

Finita la sigaretta, la getta fuori dal finestrino, smonta dalla macchina, e si dirige verso l’ingresso della villetta. Mentre percorre il vialetto, scorge con la coda dell’occhio il veicolo di Cindy, come al solito parcheggiato nel retro della villetta.

Giunto davanti l’abitazione, estrae dalla tasca una videocamera, forza la serratura della villetta, e fa irruzione in casa.

 

2.5.5) INTERNO, CASA DI BASS, POMERIGGIO.

Una volta dentro, l’investigatore si guarda un po’ attorno con cautela e circospezione, incerto sulla direzione da prendere, finché il ronzante murmure confuso di alcune voci mesciate a rumori di fondo di vario genere, al tintinnio di stoviglie e chiavi, allo stridere di sedie, allo sciabordio di acqua, e allo sbattere di sportelli provenienti dalla porta chiusa di una stanza situata in fondo a un corridoio, non attirano la sua attenzione inducendolo a muovere in quella direzione. L’investigatore procede lentamente e con passo felpato verso la porta seguendo i sussurri che da essa provengono. Riducendosi la distanza che lo separa dalla camera, le voci si mondano divenendo sempre più nitide e chiare: sono le voci di una donna e di un uomo. Riducendosi ancora lo spazio che divide l’investigatore dalla porta, si percepisce, lucida­mente distinguibile, la voce di Céline altercare con quella di Cindy.

Céline: (fuori campo) Ne hai bisogno. Lo so. So che lo vuoi. E lo sai anche tu...

Cindy: (fuori capo) Io... Non sono sicura... T’immagini che sarebbe capace di fare Jack se lo venisse a scoprire?

Céline: Non lo verrà mai a sapere.

Cindy: Jack sa essere un uomo violento...

Céline: Non lo verrà mai a sapere. È solo per il tuo bene.

Cindy: (ridacchiando) Solo per il mio bene, dici? E a te non viene niente in mano...

Céline: Naturalmente, anche io ho la mia parte di godimenti in questa faccenda. Ecco, guarda, ce l’ho in mano... Prendilo e--

Belane decide che il momento di entrare: con un calcio spalanca la porta e si catapulta dentro la sala con in mano la videocamera accesa ma la scena che trova non è quello che si aspettava: Céline, tranquillamente seduto a un capo del tavolo, sorbisce un caffè mentre Cindy, all’altro capo, è intenta a esaminare alcune carte sparse sul piano del tavolo.

Belane: (abbassando la telecamera) Oh, cazzo!

Céline: Ma che diavolo succede, Cindy? Conosci questo tizio?

Cindy: Mai visto prima d’ora in vita mia.

Céline: Io sì: bazzica una certa libreria che soglio frequentare e mi fa domande stupide.

Cindy: Adesso chiamo la polizia.

Belane: Calma, posso spiegare tutto.

Cindy: Ti conviene che sia una spiegazione valida e convincente.

Céline: Già. Meglio che lo sia.

Ma Belane rimane impalato senza proferire parola per un minuto buono.

Cindy: Chiamo subito la polizia. Adesso!

Belane: Ferma. Tuo marito, Jack Bass, mi ha ingaggiato per inchiodarti il culo.

Cindy: In che senso?

Céline: Parla cristiano, per Giove!

Belane: Purtroppo, solo in senso metaforico. Investigativo, più precisamente. Sono un investigatore privato della contea di Los Angeles con regolare licenza. Un cacciatore di amanti infedeli.

Cindy: E con questo?

Belane: Lui vuole che t’inchiodi il culo.

Cindy: Inchiodarmi il culo? Ma come parli? Sei forse un pervertito? Un maniaco sessuale?

Céline: Stavamo solo discutendo la stipula di un’assicura­zione sulla vita...

Belane: Mi spiace, è stato uno sbaglio. Si è trattato di un errore, uno stupido equivoco, uno sciocco malinteso.

Céline: Ma come cazzo fai a rimediare a una cosa simile?

Belane: In questo momento non ne ho la più pallida idea. Sono davvero dispiaciuto e mortificato. Escogiterò qualco­sa per migliorare la situazione. Dico sul serio.

Cindy: Questo tizio mi sembra proprio una specie di deficiente. Un subnormale. E parla come un matto. È da rinchiudere.

Belane: Mi dispiace, ma adesso devo proprio andare. Vi contatterò io per tutto.

Cindy: Adesso ti denunciamo alla polizia.

Belane: Devo proprio andare. Un impegno improvviso di lavoro. Scusate se non mi trattengo: devo scappare davvero.

Cindy: Eh, no! Non te ne vai proprio da nessuna parte.

Cindy si alza e con uno scatto felino afferra un telecomando adagiato s’una mensola, preme il bottone centrale, il bottone centrale fa scattare l’allarme, e l’allarme prende a urlare impazzito con strepiti e ululati di sirena. Belane corre più veloce che possa ma, giunto all’ingresso, si trova davanti un gigantesco omaccione e mostruoso che gli sbarra il passaggio.

Belane: Hey, ragazzo, ti piacciono le caramelle?

Brewster: Farabutto, sei tu la mia caramella!

Belane: E che ne diresti invece di qualche giocattolo? Che giocattoli ti piacciono, bello?

Brewster: (a Cindy, intanto accorsa dal corridoio) Vuoi che lo uccida?

Cindy: No, Brewster: sistemalo in modo che non riesca ad andare in giro per un po’.

Brewster: Ok.

Brewster si avvicina minacciosamente a Belane.

Belane: Hey, Brewster, chi hai votato come presidente?

Brewster: Eh?

A questa domanda Brewster si blocca e Belane ne approfitta per farglisi sotto e scagliargli un calcio al basso ventre con tutta la forza che ha: Brewster si piega in due dal dolore e Belane ne approfitta per colpirlo nuovamente, stavolta con una ginocchiata in faccia: Brewster cade in terra e Belane ha campo libero per fuggire e darsela a gambe. Ma prima di uscire si volta verso Cindy e additandola le dice così.

Belane: Quanto a te, non è finita: t’inchioderò il culo!

Cindy: QUEST’UOMO E’ PAZZO!

Céline: Credo che tu abbia ragione.

Belane: (fra sé, uscendo) Un altro giorno da buttare nel cesso.

 

2.5.6) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

Belane è seduto alla scrivania e si trastulla e sollazza giocherellando con una penna.

Belane: (in camera) Dunque, facciamo il punto della situa­zione... Tutto sembra arrivato a un punto morto... (pausa: Belane scruta il vuoto pensoso per un minuto buono) Serve un goccetto.

Si versa da bere.

Belane: Ahh. È stata una notte tremenda. Mi sento completamente inutile. Sono inutile. Sotto tutti i punti di vista. Ci sono miliardi di donne là fuori e nessuna che venga al mio indirizzo. Perché? Perché sono un perdente. Ecco perché. Sono un investigatore che non riesce a risolvere un bel niente.

Una mosca zampetta sulla scrivania e Belane la schiaccia con il palmo aperto della mano. Poi, d’improvviso, i suoi occhi si illuminano.

Belane: (in camera) Cazzo! Céline stava vendendo a Cindy un’assicurazione, un’assicurazione sulla vita, un’assicurazione sulla vita di Jack Bass. Vogliono toglierlo di mezzo! Facendo passare il tutto come morte naturale! Sono insieme in questa cosa! Li tengo per le palle! Cioè, tengo Céline per le palle... Quanto a Cindy, le inchioderò il culo! Jack Bass è nei guai. E la Signora Morte vuole Céline. E del Passero Rosso nemmeno l’ombra. Aspettate, mi sto incasinando. Dunque, mi sto avvicinando a qualcosa, qualcosa di grosso.

Poi alza il ricevitore del telefono e subito lo abbassa.

Belane: (in camera) A chi cazzo credo di chiamare? É tempo di agire! Bass è in pericolo di vita. O di morte! Insomma, avete capito, è nella merda, nella merda fino al collo! Anzi, fino ai capelli! Sta affogando nella merda! Un mare di merda schifosa, fetida e puzzolente!

Si risiede in poltrona.

Belane: (in camera) Devo riflettere. Cercare di pensare. Mi sento come se fossi estraneo alla mia vita e a me stesso.

Prova a schiacciare un’altra mosca usando un giornale arrotolato ma stavolta la manca.

Belane: (in camera) Vedete? Ora, voi potreste dire, <<Beh, capita di sbagliare, di non essere in giornata.>>. Il problema è che non è mai la mia giornata, la mia settimana, il mio mese, il mio anno, la mia vita, CAZZO! Mi sento come se stessi partecipando al mio funerale, nato per morire, come una volpe in Inghilterra, o un toro in Spagna. Dove sono finiti il divertimento, le risate, le urla, le puttane, il glamour, le luci della ribalta e le luci dei riflettori? Dov’è finito tutto? Mi sento come se stessi percorrendo il viale del tramonto. Inflessibile, non eroico e necessario. Triste, solo e finitivo. Come se fossi in dirittura d’arrivo…

La porta si spalanca e compare Céline.

Belane: Tu? Ancora tu...? Ma non dovevamo vederci più?

Céline: Lascia stare: conosco la canzone...

Belane: Non bussi mai?

Céline: Ti spiace se mi siedo?

Belane: Sì. Ma fai pure.

Céline si siede con fare nervoso, fruga nella scatola dei sigari, ne prende uno, lo scarta, sputa l’estremità con un morso, prende l’accendino, accende, inspira, espira, sbuffa un magnifico cerchio di fumo quasi perfetto.

Belane: Devo confessarti una cosa: quelli li vendono.

Céline: Che cosa non venderebbero? L’amore, la felicità, il sesso, un’abbuffata, un’emozione, il sentimento: ormai si vende tutto. Soprattutto quello che non si comprerebbe mai.

Belane: Pagando si può avere tutto.

Céline: E questo è molto triste. Ma bando alle ciance, amico. Basta cazzate. Devo farti un discorso.

Soffia uno sbuffo nervoso di fumo (o uno sbuffo di fumo nervoso).

Belane: Va bene, va bene. Sentiamo, sentiamo...

Céline distende i piedi sulla scrivania.

Belane: Che bel paio di scarpe: francesi?

Céline: Francia, Schmantz. Chi se ne frega?

Altro sbuffo di fumo.

Belane: Perché sei qui, dunque?

Céline: Bella domanda. È esplosa attraverso i secoli e ancora tuona e ora rimbomba ed echeggia in questa sala...

Altro sbuffo di fumo.

Celine: Giochiamo a carte scoperte...

Altro sbuffo di fumo.

Céline: Sei nella merda fino al collo. Anzi fino ai capelli. Anzi, fin sopra i capelli: scasso e violazione di domicilio, percosse, violenza privata, e lesioni.

Altro sbuffo di fumo.

Belane: Che cosa??

Céline: Brewster è ridotto a un eunuco. Gli hai frantumato le palle. Adesso sembrano due fichi secchi. Può cantare da soprano. Registro altissimo!

Altro sbuffo di fumo.

Belane: E quindi?

Céline: Sappiamo bene dove bazzica il colpevole reo morale e materiale di aver distrutto la virilità di un altro uomo suo simile e altre vigliaccherie...

Belane: E quindi?

Céline: È possibile che la polizia venga informata.

Altro sbuffo di fumo.

Belane: Avete prove concrete?

Céline: Due testimoni.

Belane: (sarcastico) Due come i coglioni!

Altro sbuffo di fumo. Poi Céline spegna nervosamente il sigaro nel ceneraio, abbassa i piedi, e si piega in avanti, fissando Belane dritto negli occhi.

Céline: Belane, mi serve un prestito di 10 teste.

Belane: (eccitato) Ahh, un ricatto! (sardonico) La cosa si fa interessante...

Céline: (risentito) Non è nessun ricatto: ti sto solo chiedendo un prestito.

Belane: Garanzie?

Céline: Cazzo, nessuna.

Belane: Allora torna da dove sei venuto. O vai dritto per March Avenue, poi svolta a destra per Sunset Boulevard, continua dritto sulla Santa Mo­nica, e una volta lì prosegui dritto e vai AFFANCULO!

Céline: Dunque la metti così?

Belane: Non è un mio modo di metterla. È così e basta.

Céline: BREW, ORA!

La porta si spalanca una seconda volta e ciondolante entra Brewster.

Brewster: (in falsetto, con voce acutissima da soprano) Salve, signor Belane!

Belane: Brew, mi dispiace per l’incidente. Ma guarda il lato positivo: l’incidente non ti ha reso più piccolo. Forse più effemminato, ma non più piccolo. Sei il più grande figlio di puttana che abbia mai visto.

Belane ritorna prontamente dietro la scrivania ed estrae la propria .45 puntandola contro Brewster.

Belane: (a Brewster) Sai, ragazzo, se fossi un disco, ti chiameresti Dick’s Brew!

Brewster ringhia verso Belane.

Belane: Senti, giovane, questo arnese può fermare un treno: io mi accontenterei di averci rimesso solo le palle e non già anche la pelle. O vuoi far finta di essere un trenino? Eh? Dai, forza, fai ciuf-ciuf! Segui il binario che ti porta dritto alla morte! Fai ciuf-ciuf. Vieni, ciuf-ciuf! Forza! (gridando inferocito) FAI CIUF-CIUF HO DETTO, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, O TI ALLARGO IL BUCO DEL CULO!

Brewster: Questo gioco non mi piace.

Belane: HO DETTO DI FARE CIUF-CIUF, LURIDO COGLIONE SENZA PALLE! FAI CIUF-CIUF, FAI CIUF-CIUF, FAI CIUF-CIUF!

Brewster: Ciuf-ciuf...

Belane: Ancora.

Brewster: Ciuf-ciuf...

Belane: Di nuovo.

Brewster: Ciuf-ciuf...

Belane: Di nuovo. Ma stavolta mettici la passione.

E fa scattare la sicura della pistola mirando al ventre di Brewster.

Brewster: Ciuf-ciuuuuf, ciuf-ciufff... Ciuf-ciuuuuf, ciuf-ciufff... Ciuf-ciuuuuf, ciuf-ciufff...

Belane: Così, bravo! Adesso vedi quella porta?

Brewster: Sì.

Belane: (tremendamente arrabbiato) UN VERO TRENO DICE SOLO CIUF. IO NON HO MAI VISTO UN TRENO DIRE SÌ. TU LO HAI MAI VISTO UN TRENO DIRE SÌ, BREWSTER? E TU, CÉLINE? HAI MAI VISTO UN TRENO DIRE SÌ? IO NON HO MAI VISTO NESSUN CAZZO DI TRENO PARLARE E DIRE SÌ. VOI AVETE MAI VISTO UN TRENO DIRE SÌ?

I due tacciono spaventati e atterriti, preoccupati dalla pistola che Belane brandisce pericolosamente in aria.

Belane: AHHH! NESSUNO MI HA MAI FATTO INCAZZARE IN QUESTO MODO, NESSUNO È MAI STATO SGARBATO CON ME COME LO SIETE STATI VOI OGGI, CHIARO? MAI NESSUNO, FOTTUTI BASTARDI, STRONZI, STRONZI, PEZZI DI MERDA.

E spara un colpo in aria.

Belane: (imbestialito) BRUTTI VERMI SCHIFOSI, PENSAVATE DAVVERO CHE NON AVREI REAGITO A UNA COSA DEL GENERE? (pausa) Ma calmiamoci, amici. Non c’è bisogno di farsi saltare qualche arteria per due stronzi come voi. Vedete quella porta dunque?

Pausa. Silenzio prolungato. I due non osano muovere un solo muscolo.

Belane: (a Brewster, puntandogli contro la pistola) Su, coraggio, ragazzo, rispondi tu.

Brewster: (incerto e indeciso) Ciuf?

Belane: AHHHH AH AH AH AH AH! BRAVO, UN CIUF SÌ, DUE CIUF NO!!! AH AH AH AH AH AH AH. UN CIUF PER DIRE SÌ, DUE CIUF PER DIRE NO!!! AH AH AH AH AH AH AH. Vediamo se hai capito, bello. (ancora rivolto a Brewster, puntandogli la pistola) Tu madre è puttana?

Brewster: Ciuf ciuf...

Belane: Risposta legittima. Ma errata. Comunque hai capito. Per essere un coglione scoglionato sei sveglio. (pausa) Dunque, parlavamo di una porta. Quella è la porta del bagno. Entraci e siediti sul vasino. Non me ne fotte un cazzo se tiri giù i pantaloni o no. Ma voglio che entri là dentro e che vai a sederti sul vasino fino a quando non ti dirò di uscire. Hai capito?

Brewster: Ciuf.

Brewster si avvia verso il bagno, apre la porta, vi entra, e la richiude su di se.

Belane: (a Céline) Tu--

Céline: Stai mandando tutto a puttane, Belane...

Belane: Deve essere la mia specialità. Adesso tocca a te: entra là dentro con il tuo bambino. Dai, avanti, adesso, MUOVITI!

Céline si muove lentamente verso la porta del cesso: l’apre, vi entra, e la richiude. Da fuori, Belane la serra a chiave. Poi comincia a spingere, con sforzi e stenti sovrumani, la scrivania dell’ufficio, la quale pesan­tissima necessita molto tempo e forza per essere spostata. Quando vi riesce, sono passati 20 minuti.

Céline: (fuori campo) Belane, senti, lasciaci andare adesso e saremo pari. Non ho più bisogno del prestito e non andrò dagli sbirri, né Brewster ti torcerà un capello. E mi occuperò io di Cindy...

Belane: Quella puttana! Le inchioderò il culo!

Una volta addossata la pesante scrivania alla porta del bagno, Belane esce dall’ufficio.

 

2.5.7) ESTERNO, BEVERLY HILLS, POMERIGGIO.

Belane è parcheggiato davanti la casa dei Bass.

Belane: Bene, bene, bene: la macchina di Cindy è ferma nel vialetto: probabilmente la troia aspetta che Céline e Brewster tornino. Aspetterò anche io.

Accende la radio, per ingannare il tempo.

Signora Morte: (fuori campo, dalla radio) Brutto scemo, non stai facendo progressi!

Belane: Dici a me?

Signora Morte: Ci sei solo tu lì seduto.

Belane si guarda intorno. Poi rimane in silenzio.

Signora Morte: Belane?

Belane: Sì?

Signora Morte: Muovi il culo e risolvi il mio caso!

Belane: Senta, Signora, sto lavorando al suo caso proprio adesso. Tengo d’occhio qualcuno.

Signora Morte: E chi stai tenendo d’occhio?

Belane: Una conoscente di Céline. I due sono legati.

Signora Morte: See, come il tuo cervello. E Céline?

Belane: È chiuso dentro il cesso del mio ufficio insieme con un eunuco di 180 chili.

Signora Morte: E che cosa ci fa chiuso lì dentro?

Belane: Si sta scaricando.

Signora Morte: In senso fisico o metaforico?

Belane: Diciamo in senso per metà fisico e per metà forico!

Signora Morte: Ma come parli?

Belane: Signora, non dubiti di me: evacuerò il suo caso in men che non si dica!

Signora Morte: Eh?

Belane: Il caso è quasi risolto. Inchioderò il culo del povero Céline nel tempo di un amen.

Signora Morte: Non voglio che si faccia del male.

Belane: Non gli farò del male, parola d’onore! La sua sarà una... Dolce morte ah ah ah. Sono Belane, nome in codice Signor Morte Lenta, l’investigatore più dritto di L. A.! Il pericolo è il mio mestiere. Mi fa fischiare le orecchie e stringere il buco del culo. Si vive una volta sola. Giusto? (Silenzio imbarazzante.) Giusto! (imbarazzato) Si monta sulla giostra una sola volta: la vita è degli audaci.

Signora Morte: Belane, a volte penso che tu sia una specie di strano essere subnormale.

Belane: Passo e chiudo, capo! I sospetti sono caldi: devo chiudere!

Belane spegne la radio, scende dall’auto con fare goffamente furtivo, la videocamera in una mano, il cappello abbassato sull’occhio sinistro come Jake Gittes di “Chinatown”, e per non dare nell’occhio una ventiquattrore nell’altra mano che invece lo fa apparire ancora più sospetto ed equivoco, si avvicina alla casa, e riesce a forzare la serratura al primo colpo: in pochi secondi è dentro.

 

2.5.8) INTERNO, CASA DI BASS, POMERIGGIO.

Belane: (schiacciando l’occhio alla telecamera) Come l’altra volta, zero problemi: quaranta­sette secondi e sono dentro. (poi, guardandosi intorno con circospezione) Il mio sesto senso mi dice che qualcosa di grosso sta crescendo qui dentro. Lo sento, aumenta, aumenta, esploderà!

Voci provengono dal piano superiore: Belane decide di salire, e sale, camminando silenziosamente con passo felpato. Salendo, riconosce una delle voci: appartiene a Cindy. Continua a salire. Giunto al piano di sopra, incolla l’orecchio alla porta per carpire qualche brandello di conversazione.

Cindy: (fuori campo) Che cosa credi di fare con quell’arnese? Vuoi cavalcarmi, eh? Vuoi montarmi, vuoi ingropparmi, vuoi domarmi... Dai, sfondami, dammelo tutto, impalami come un animale scannato... Lo voglio dappertutto: nelle orecchie, in bocca, tra i capelli, in culo. Dai scopami: scopami, sfondami, spaccami!

Poi rumori di molle, sospiri, gemiti ritmati e ansiti cadenzati.

Belane: (sottovoce, fra sé) Bene, cara Cindy, stavolta ti ho inchiodato il culo!

A questo punto l’investigatore passa all’azione: spalanca la porta con un calcio e piomba nella camera.

Belane: Eccoti, lurida puttana! Finalmente ti ho inchiodato il culo!

Cindy emette un urlo di terrore.

Jack Bass: (incredulo) Che cosa?? MA CHE CAZZO SUCCEDE?

Belane: Merda!

Belane scappa. Lanciato in una folle corsa per la sopravvivenza. Jack Bass lo insegue brandendo una pistola in mano ed esplodendo pallottole a ripetizione. Una di queste gli colpisce e rotea il cappello: Belane continua a scappare. Corre più forte. Ma durante la corsa qualcosa gl’intralcia la via: che sia un vecchio in bicicletta se ne accorge solo quando lo ha ormai travolto e scaraventato in terra, lasciandolo sotto-sopra sul selciato, con le ruote della bicicletta che girano ancora a vuoto stagliandosi contro il cielo. Illeso, riesce a raggiungere la macchina: vi si fionda dentro, in un lampo mette in moto e parte, le gomme che sgommano strisciando, sbandando e sbiettando sull’asfalto mentrecché Bass continua a fare fuoco: una pallottola centra l’Arbre Magique attaccato allo spec­chietto retrovisore, un’altra buca il finestrino poste­riore destro, e una terza trapassa da dietro il sedile del passeggero lasciando un buco perfetto e fumante nel vano del cruscotto.

 

2.5.9) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

L’indomani mattina Belane alza il ricevitore e compone il numero di Jack Bass.

Bass: (fuori campo, al telefono) Pronto?

Belane: Bass, qui Belane.

Bass: Belane, maledetto figlio-di-puttana!

Belane: Vacci piano, Bass: so che ho sbagliato, ma ricorda che sono cintura nera.

Bass: Cintura nera di castità, vorrai dire!

Belane: Vacci piano, Bass... sono cintura nera.

Bass: Ti servirà, la prossima volta che farai ingiustifica­tamente irruzione nel bel mezzo di un amplesso amoroso all’interno del dolce calore del mio talamo nuziale!

Belane: Jack, ti chiedo scusa, ma io vedevo solamente un culo che faceva su e giù: non ho capito che fossi tu fino al momento in cui non ti sei voltato.

Bass: E chi altro pensavi che potesse essere? Credi che lei sarebbe tanto stupida da portarsi uno qualsiasi in casa mia e farsi sbattere nel mio letto?

Belane: È già successo un sacco di volte, Bass.

Bass: Che cosa?

Belane: Non intendevo in casa tua, Jack.

Bass: E dove allora?

Belane: Lascia perdere.

Bass: In che senso lascia perdere?

Belane: Nel senso che non c’entra con il tuo caso. Dimmelo fuori dai denti.

Bass: Che cosa?

Belane: Vuoi che mi occupi ancora di questo caso o no?

Bass: Finora non hai combinato niente. Non stai combinando niente.

Belane: Che cosa intendi dire?

Bass: Che per adesso hai solo video-registrato il mio culo mentre m’ingroppavo mia moglie: non mi sembra un gran risultato per l’investigatore privato più dritto di Los Angeles.

Belane: Al contrario, Bass: sono proprio dentro al tuo caso, Jack.

Bass: Cioè?

Belane: Ho scoperto un legame.

Bass: Eh?

Belane: C’è una connessione.

Bass: Eh??

Belane: Un contatto.

Bass: Eh??

Belane: Una relazione.

Bass: Legami... Connessioni... Ma di che diavolo stai parlando?

Belane: È in contatto con un tizio, lo conosco: un tipo infido e pericoloso. Stanno tramando qualcosa di losco alle nostre spalle, Bass... Jack.

Bass: Li hai beccati insieme, Belane?

Belane: Non ancora.

Bass: E come mai?

Belane: Gli sto apparecchiando una trappola, un’imboscata, un tranello: cadranno nel sacco con i loro stessi piedi, si daranno la zappa sui piedi con le loro stessi mani, si tromberanno a vicenda.

Bass: In senso fisico o metaforico?

Belane: Diciamo in senso metafisico, Bass.

Bass: Eh!?

Belane: Metà dentro e metà fuori, Jack.

Bass: Belane, forse dovresti lasciar stare le metafore. Vacci cauto.

Belane: Ci vado cauto, Bass. Lascerò che si fottano da soli e poi li inculerò entrambi una volta che si saranno fottuti a vicenda con le proprie mani.

Bass: Non puoi inchiodarli subito?

Belane: Come ti ho detto, aspetto che lui dia fiato alle trombe. Poi li inchioderò.

Bass: Che cosa??

Belane: Devo beccarli mentre suonano il piffero. Mentre danno fiato alle trombe.

Bass: Secondo me tu non sai che cosa stai dicendo. Ancora meno che stai facendo.

Belane: Prego?

Bass: Dubito che tu sappia che cosa stai facendo.

Belane: So perfettamente che cosa sto facendo. Inchioderò lui appena darà fiato alle trombe e inchioderò lei non appena suonerà il piffero.

Bass: (con disappunto) Gradirei che ti esprimessi diversamente. In fondo, è sempre mia moglie...

Belane: (eccitato) Una puttana non è di nessuno.

Bass: (alterato) Belane...

Belane: (infervorato) Una puttana è solo una puttana!

Bass: (arrabbiato) Belane... (furioso) BELANE... (minaccioso) Vacci piano…

Belane: Non sto qui a pettinare le bambole, Bass. Mica sto qui a smacchiare i giaguari. Non sono pagato per sciogliere i nodi di un rastafariano. Il mio compito è inchiodarle il culo. E lo farò, non appena daranno fiato alle trombe. Ma prima, devo penetrare affondo nel caso. Poi la inchioderò. La inforcherò. La impalerò.

Bass: <<Penetrare il caso>>, <<Inchiodare il culo>>: ma come parli, Cristo?

Belane: Voglio inchiodarle il culo come mai le è accaduto prima. Tu non vuoi che io le inchiodi il culo?

Bass: Mi basta che tu mi fornisca qualche prova.

Belane: Certo. Ma per farlo devo prima coglierla con le mani nella crema...

Bass: Ma sai che cosa stai facendo?

Belane: Bass, il tempo ci sfugge: devo fare chiarezza e smuovere le acque. E queste sono molto torbide.

Bass: Ma stai arrivando a qualche conclusione?

Belane: Non ancora. Ma riesco a fiutarla, ad annusarla, ne sento l’odore, ci sono sopra, quasi dentro. D’altronde si sa: nelle acque torbide la pesca è più ricca. E, a quanto pare, tua moglie ha agganciato all’amo un grosso pesce. Molto grosso.

Bass: (desolato) Oddio...

Belane: È un francese. E tu sai come sono i francesi. No?

Bass: No: non so come sono i francesi. Dimmelo tu: come sono i francesi?

Belane: Se non lo sai, Bass, non posso stare qui a spiegar­telo. Non ho tutto il giorno a disposizione. Allora, vuoi che vada avanti col caso o no?

Bass: Dici che ormai li tieni in pugno?

Belane: Ci sono sopra, Bass. Ci sono dentro. Sto penetrando il caso.

Bass: Che cosa?

Belane: Allora, Bass: sì o no? Conterò fino a sette e mezzo. Uno, due, tre, quattro--

Bass: --Va bene, va bene, Belane: prosegui.

Belane: Benone, Jack. Ora, un piccolo dettaglio...

Bass: Che cosa vuoi ancora?

Belane: Un mese anticipato.

Bass: Un mese?? Pensavo che avessi concluso.

Belane: Questo è il momento clou, Jack. Siamo al culmine, siamo all’apice, siamo in cima, in groppa, siamo a cavallo! Stiamo cavalcando la tigre, Bass! Devo organiz­zare la trappola. Devo prepararla bene. Devo preparare l’esca, essere sicuro che tua moglie abboccherà, e ingoierà l’esca con tutto l’amo.

Bass: Basta, basta! Ne ho abbastanza dei tuoi sproloqui! Ti mando subito l’assegno e facciamola finita!

Belane: In un mese al massimo ti consegnerò la preda.

Bass: Affare fatto.

Belane: Hai fatto un affare, amico!

Ma il telefono è già muto. Belane riaggancia il ricevitore.

Belane: Dunque, vediamo: sto facendo progressi. Passi da gigante, oserei dire. Ho risolto anche il caso di Jenny Nitro. Ora mi rimane solo da sbrigare la faccenda del Passero Rosso e inchiodare il culo di Cindy. Naturalmente adesso Jenny Nitro è un mio problema: adesso sono cliente di me stesso! Un caso in meno, ma un problema in più: un classico per Mickey Belane. Ma, almeno, Céline e Grovers sono storia chiusa. In un certo senso devo confessare che comincio a sentirmi molto professionale. (pausa) Cristo, però! Sei alieni dello spazio a caccia sulla terra e mi hanno arruolato per la loro causa. (sarcastico) La loro causa! Credevo fosse passato il tempo di queste cose. Manca solo Superman e James Bond, i russi e la guerra fredda, e siamo al completo! Devo inventarmi qualco­sa. O forse dovrei semplicemente far decantare la cosa.

Svita il tappo della Tequila e beve un piccolo sorso.

Belane: E rimangono ancora aperte le faccende del Passero Rosso e di Cindy Bass...

Poi estrae una moneta dal portafoglio e la lancia nell’aria e contro il fato.

Belane: Testa: Passero Rosso = croce: Cindy Bass.

Esce croce: Belane si appoggia alla spalliera della poltrona e guarda in alto fissando il soffitto con espressione compiaciuta in volto e sogghignante.

Belane: Te lo inchioderò, maledetta puttana! T’inchioderò il culo!


2.5.10) INTERNO, CASA DI BELANE, MERIGGIO.

Belane si sveglia molto tardi, intorno a mezzogiorno, con un’emicrania lancinante da dopo-sbronza, e in pieno dopo-sbronza si alza barcollando e vacillando fino al bagno: si lava i denti, si lava il viso, si lava i denti, e si fa la barba. Poi va nella sala del letto e si veste. Poi si reca in cucina: mette a cuocere alcune uova, beve un bicchiere metà succo di pomodoro e metà birra, toglie le uova dall’acqua bollente e le mette sotto l’acqua fredda corrente per raffreddarle, infine le sguscia e le mangia. Poi si reca in soggiorno: si avvicina al telefono, alza il ricevitore, e compone un numero.

 

2.5.11) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MERIGGIO.

Belane: Jack, ti ricordi di quel francese di cui ti ho parlato?

Jack Bass: Sì. Che gli è successo?

Belane: L’ho tolto di mezzo, Jack.

Jack Bass: Come?

Belane: È morto, Jack.

Jack Bass: Bene. Era lui il nostro uomo?

Belane: (allusivo-elusivo) Beh, era in contatto con lei...

Jack Bass: Contatto? Che diavolo intendi dire con “contatto”?

Belane: Non voglio farti male...

Jack Bass: Mettimi alla prova.

Belane: Senti, sto cercando di inchiodarle il culo. Ecco perché mi hai assunto, giusto?

Jack Bass: Non so nemmeno io perché ti ho assunto. Credo che sia stato un terribile errore.

Belane: Jack, il francese l’ho beccato con le mani nella marmellata. Adesso è morto.

Jack Bass: E questo che significa?

Belane: Non può più sbattersela.

Jack Bass: E lo faceva?

Belane: Jack...

Jack Bass: E tu, con tutte queste stronzate tipo <<Voglio inchiodarle il culo.>>, sei forse un pervertito?

Belane: Senti, Jack, ormai sono proprio sul suo culo. Abbiamo bisogno di una prova forte.

Jack Bass: Ecco che ci risiamo...

Belane: Stiamo per venire a godiment-- cioè, a compimento, Jack. Stiamo per concludere, Jack, non ci vorrà ancora molto. Fidati di me. La inculeremo insieme. Glielo metteremo nel culo e glielo sfonderemo. La trapasseremo, la impaleremo.

Jack Bass: Allora c’era di più del francese...

Belane: Credo di sì...

Jack Bass: Credi di sì? Credi di sì?? Cazzo, ti pago in dollari sonanti e tutto quello che sai dirmi è <<C’è un francese morto.>> e <<Credo di sì.>>? sono settimane ormai, e questo è tutto quello che riesci a dirmi?? APRI LA BOCCA PER FAR PRENDERE ARIA AI DENTI, BELANE??? Voglio un po’ d’azione! Prove inconfutabili! Voglio che tutta la faccenda venga allo scoperto!

Belane: Tempo sette giorni e avrai tutto quello che vuoi, Jack.

Jack Bass: E smettila di ripetere il mio nome in continuazione.

Belane: Perché? (sarcastico) Come il fante di cuori: credevo che ti facesse piacere...

Jack Bass: Te ne do sei. Sei giorni, Belane.

Belane: Sei giorni, Jack.

Silenzio.

Jack Bass: E va bene, Belane. Fra un’ora sarò in aeroporto: andrò sulla costa orientale per lavoro. Tornerò fra sei giorni.

Belane: Entro sei giorni sarà tutto risolto, bello!

Jack Bass: E non chiamarmi nemmeno “bello”! Non chiamarmi “bello” e non chiamarmi nemmeno “Jack”! CHE STRONZATA È ‘STO “BELLO”?? SEI FORSE UN NEGRO???

Belane: Era solo un modo di dire...

Jack Bass: Anzi, non chiamarmi proprio! Chiamami solo quando avrai in mano qualcosa di concreto! e rimetti ordine in questo bordello o ti rivedrò all’inferno, BRUTTO BASTARDO!

Belane: (fingendo un’interferenza nella trasmissione telefo­nica) Non ti sento bene Jack, la linea è disturbata... Jack, Jack... Jack...

Imita con la bocca rumori di disturbo nella trasmissione e riattacca il ricevitore.

 

2.5.12) ESTERNO, BEVERLY HILLS, SERA.

La Mercedes rossa di Cindy è parcheggiata nel vialetto di casa. Belane, appostato nel suo maggiolino situato a circa 30 metri di distanza dall’abitazione, attende in agguato la successiva mossa della sua preda. Nell’attesa, fuma un sigaro.

Belane: (guardando nello specchietto retrovi­sore) Ma vi rendete conto che Jenny Nitro e i suoi cinque compari alieni vogliono reclutarmi, usarmi come cavallo di Troia, e costringermi a fare l’Efialte della situazione? Ma Mickey Belane non è in svendita! Devo sgominare la banda. Deve pur esserci un modo. Se solo riuscissi a stanare il Passero Rosso: lui mi cinguetterebbe la risposta. (Pausa) Sono forse matto? Sta succedendo tutto davvero? Ad ogni modo, qui c’è puzza di bruciato. Il mio sesto senso mi dice che qualcosa sta per succedere. Ci siamo. Tutta la faccenda sta per giungere a conclusione. Ma probabilmente Cindy è là dentro a guardare qualche stupidaggine al televisore, con le gambe calde e vogliose accavallate sulla figa bagnata e succosa, ridendo di sciocchezze e ovvietà.

Spegne il sigaro, prende il telefono dell’auto, e compone un numero.

telefonista 2: Qui l’ippodromo di Oak Tree, prego, dica.

Belane: Buonasera, vorrei conoscere i risultati dell’ultima corsa.

telefonista 2: Bene, dunque, vediamo... Primo Benito Cereno con due lunghezze di vantaggio, secondo Moby-Dick, Redburn terzo. Billy Budd ha disarcionato. Pussycat-Dolls non classificato.

Belane: Cazzo di cane!

telefonista 2: No, Pussycat-Dolls.

Belane: Merda!

Belane riattacca, getta la sigaretta che sta fumando e ne accende subito un’altra.

Belane: (fra sé) Ho perso un’altra volta. Aveva ragione Dante: come handicapper sono proprio handicappato. La vita è sfiancante. Mi sento inutile e mi fanno male i piedi.

Poi riprende la cornetta e compone un nuovo numero.

Barton: Pronto?

Belane: Belane. Senti, John, ho problemi a chiudere il caso del Passero Rosso. (con tono di voce deluso) Forse faresti meglio a cercarti un altro investigatore.

Barton: No, Belane. Ho fiducia in te, ci riuscirai.

Belane: Lo pensi davvero?

Barton: Non ho dubbi.

Belane: Bene, allora continuerò ad occuparmene. Concen­trerò ogni mio sforzo sul Passero Rosso.

Barton: Sono certo che lo farai.

Belane: Benissimo. Ti contatterò se arriverò a capo di qualcosa.

Barton: Quando... Quando, arriverai a capo di qualcosa!

Belane: Senz’altro. Grazie. E buonanotte.

Barton: A te, Belane.

Riaggancia, getta la cicca della sigaretta ormai consumata, e prende un sigaro.

Belane: (fra sé, accendendo il sigaro) Bravo ragazzo!

Intanto, Cindy Bass è uscita da casa, e si dirige alla macchina: apre lo sportello, sale, mette in moto, e rimane ferma.

Belane: (fra sé) Dai, parti, bambola, portami alla soluzione.

Finalmente accende i fari e fa per partire. Esce in retro-marcia, ingrana la prima, e parte. Imbocca la Pacific Coast Highway verso Sud. A un incrocio passa con il giallo: Belane accelera per cercare di evitare il rosso: ci riesce al pelo. Infine svolta in un vialetto che conduce al motel Dune Mosse, ed entra nel parcheggio sul retro. Belane la segue a distanza con lo sguardo. Dallo specchietto retrovisore la vede nitidamente. Cindy apre lo sportello, scende dalla macchina, chiude lo sportello, inserisce e gira la chiave nel bussolotto per chiudere la serratura, si allontana dalla macchina, cammina anzi sfila fino alla camera 9 e bussa. Le apre un uomo sui 35 anni. Dalla propria postazione Belane può vederlo bene: è un bell’uomo, faccia vuota e liscia, sopracciglia sottili e ben curate, una folta chioma castana. I due si salutano in modo molto intimo, abbracciandosi sulla soglia e scambiandosi un bacio sulla bocca. Poi entrano e si chiudono la porta alle spalle. A questo punto Belane parcheggia, scende, e si reca all’ac­coglienza.

 

2.5.13) INTERNO/ESTERNO, MOTEL DELLE DUNE MOSSE, SERA.

Dentro l’ufficio per l’accoglienza nessuno. S’una piccola scrivania in legno collocata all’ingresso un campanello: Belane lo suona. Il campanello squilla ma nessuno compare. Belane suona ancora: alla sesta volta finalmente si presenta un uomo: scalzo, con addosso una camiciona da notte e un berretto di lana.

Belane: Buonasera, signore: vorrei una stanza.

Oste: Sei un pappone?

Belane: Oh, no, signore.

Oste: Vendi droga?

Belane: No di certo.

Oste: Peccato. Non mi sarebbe dispiaciuta una sveglia.

Belane: (fintamente scandalizzato) Vendo bibbie, signore.

Oste: Disgustoso.

Belane: Cerchiamo solo di diffondere il verbo.

Oste: Purché non diffondi quelle cazzate quando sono nei paraggi.

Belane: Come vuole, signore.

Oste: Puoi dirlo forte, ragazzo!

Belane: Comunque, signore, mi servirebbe una stanza per la notte.

Oste: Scegli: la 3 o la 8.

Belane: La 8 ha detto?

Oste: (sarcastico) Sei sordo per caso?

Belane: Prenderò la 8.

Oste: 35 dollari. In contanti...

Belane srotola le banconote e le porge all’oste che le prende consegnandogli le chiavi.

Belane: Non mi da una ricevuta?

Oste: Una che-cosa?

Belane: Una ricevuta.

Oste: Non capisco.

Belane: La ricevuta.

Oste: Mi faccia la sillabazione.

Belane: Non la so fare.

Oste: Allora niente ricevuta.

Belane prende la chiave. Esce. Si reca fino alla camera numero 8, inserisce la chiave nella toppa, la gira, apre la porta, entra e chiude.

Una volta dentro, si reca subito in cucina. Prende un bicchiere. Lo appoggia alla parete divisoria che separa la camera 8 dalla 9, e aderisce l’orecchio al bicchiere per origliare dall’altra parte.

Cindy: (fuori campo) Senti, Billy, non facciamo le cose di corsa. Prima voglio parlare un po’.

Billy: (fuori campo) Non riesco: il sangue mi si è concentrato tutto in un posto...

Cindy: Prima voglio fare la doccia, Billy.

Billy: D’accordo, ma sbrigati, non so quanto ancora possa resi­stere. Sento che sto per esplodere.

Da dietro il muro, si sente lo scroscio dell’acqua della doccia. Belane sorride sornione.

Belane: (sogghignando) T’inchioderò il culo, brutta troia! Povero Bass: non si sbagliava. È tutto così sciatto: scopa, scopa, scopa. Beh, la gente si lega. Una volta tagliato il cordone ombelicale, si lega ad altre cose. Panorami, suoni, odori, persone, sesso, miraggi, soldi, masturbazione, omicidi, palestra...

Belane adagia il bicchiere, fruga nell’imper­meabile, estrae la videocamera e una fiaschet­ta di Rhum, prende un piccolo sorso, ripone la fiaschetta nella tasca, e si ferma a pensare.

Belane: (fra sé) Eccomi in procinto di fare irruzione in una proprietà privata, commettendo vari reati, e non provo alcun gusto. Nessuna eccitazione. Voglio dire, c’è tutto: scasso, violazione di proprietà privata, violenza e lesioni, adrenalina, rischio. O, almeno, ci dovrebbe essere. E io invece non provo niente. Ormai è un lavoro come un altro, solo un lavoro, per pagarmi l’affitto, l’alcole, le troie, in attesa dell’ultimo giorno. O dell’ultima notte. Perché è questo che facciamo: ce ne andiamo in giro come idioti a riempire e svuotare i polmoni d’aria, in attesa della morte. In fondo non facciamo altro, la vita è tutta qua. Forse dovrei pensare d’iniziare a operare in altri campi. Potrei per esempio scrivere un libro e spiegare al mondo quanto è stupido andarsene in giro come vacche al pascolo in cerca di un lavoro migliore, di una donna più bella, di una macchina più potente, di un televisore più grande, di un praticello più ampio e folto, dove brucare i nostri fili d’erba finché i polmoni collassano e noi moriamo. Ma, io, potrei essere qualcun’altro? No: io sono Mickey Belane, l’investigatore più dritto di L. A.! Dannazione, mi sta prendendo la malinconia.

Poi beve un altro sorso di Rhum e riappoggia il bicchiere alla parete.

Billy: (fuori campo) Accidenti, sei equipaggiata di tutto punto! Guarda che culo! E che gambe. E che seno. E che bocca... Sei come il porco: non si butta via niente!

Cindy: (fuori campo) Oh, Billy, lo pensi davvero?

Billy: Te l’ho appena detto.

Cindy: Oh, Billy, dici sempre le cose più carine!

Billy: Voglio dire, ma guarda che tette enormi che hai! Dovresti cadere faccia a terra in avanti se non fosse per quel gran culo che ti tiene in equilibrio!

Cindy: Ma io non ho un culo grande...

Billy: Oh, ma io non ho detto che tu hai un culo grande. Ho detto che hai un gran culo, che è tutta un’altra faccenda, come quando si dice <<Hey, bambola, ma lo sai che hai proprio un gran bel culo!?>>! E poi quello non è manco un culo, ma una torta di panna e marmellata!

Cindy: Mah, Billy, che cosa pensi di me? Di quello che ho dentro?

Billy: Quando sarò dentro di te, te lo dirò!

Belane stacca l’orecchio dal bicchiere e il bicchiere dalla parete, controlla la videocamera, poi con passo felpato esce dalla stanza, e si avvicina alla contigua camera 9. La serratura è un gioco da ragazzi: la apre facendo scorrere una scheda lungo l’intaglio della porta e in un attimo è dentro. Entrato, sente le molle del letto chiedere pietà, accende la videocamera, controlla che questa registri, inizia a riprendere, si dirige nella sala del letto, piomba dentro, e inquadra il letto, dove Billy e Cindy sono nudi e stretti in un ardente amplesso amoroso. Billy se ne accorge, in un attimo rotola fuori dal letto, la bocca spalancata, l’espressione arrabbiatis­sima e sorpresa.

Billy: E tu chi sei?

Cindy resta sdraiata cercando di coprire le vergogne.

Cindy: È un investigatore privato, Billy, ma è fuori di testa. Matto come un cavallo. Qualche giorno fa, ha fatto irruzione in casa mentre io e Jack ci davamo dento e ci ha video-registrati con la telecamera. È un pazzo con la patente.

Belane: Zitta, puttana. Per te è finita: finalmente ti ho inchiodato il culo!

Billy si avvicina a Belane con atteggiamento minaccioso.

Billy: Va bene, amico: non crederai che ti lascerò uscire vivo da questa stanza?

Belane: Oh sì, Billy bello, invece credo proprio che lo farai. Credo proprio che non avrò alcun problema ad andarmene. Quando vorrò.

Billy: Ne sei proprio sicuro?

Belane: Assolutamente sì.

Billy: E chi lo dice?

Belane estrae la pistola dalla fondina ascellare.

Belane: La mia amichetta qui sotto...

Billy: La tua pistola ad acqua non mi fermerà.

Belane: Mettimi alla prova.

Billy si avvicina ancora di più.

Belane: Ho ucciso tre uomini nella mia vita, Billy bello. Se arrivo a quattro non cadrà certo il mondo. Tanto all’inferno ci sono già.

Billy: (minaccioso) L’inferno te lo stai costruendo con le tue stesse mani.

Belane: Ancora un passo, e per te è finita.

Billy fa il passo: Belane fa il fuoco. Chiude gli occhi. Quando li riapre, Billy è ancora in piedi: porta la mano al ventre ed estrae la pallottola. Non c’è ombra di sangue.

Billy: Le pallottole non mi fanno nulla.

Poi strappa la pistola dal pugno di Belane e la getta per terra.

Billy: Adesso siamo soli. Soli io e te.

Belane: Senti amico, parliamone: puoi tenerti la videocamera, abbandono la professione, lascio la città, cambio stato, mi trasferisco s’un’isola deserta, non mi vedrai mai più.

Billy: Lo so che non ti rivedrò mai più, perché sto per ucciderti.

Cindy: Sì! Uccidi questo lurido bastardo!

Belane: (a Cindy) Tu stanne fuori, puttana: questa faccenda riguarda solo lui e me. (a Billy) Giusto, Billy?

Billy: (a Belane) Giusto. (a Cindy) Sta’ zitta, troia.

Cindy: (nervosa): Mah, Billy...

Billy mette le mani addosso a Belane, lo afferra, lo solleva, e lo lancia in aria contro la parete.

Belane si schianta contro la parete, cade in terra e rovina al suolo.

Belane: Billy, Billy bello, non lasciamo che una puttana qualsiasi causi maretta tra noi!

Cindy: (arrabbiata) Chi è una puttana qualunque? Brutto grassone del cazzo.

Billy: (a Belane) Hey, solo io posso darle della puttana. (a Cindy) Giusto, Cindy?

Cindy: (a Belane) Giusto, sporco grassone?

Belane: (a Billy) Giusto.

Billy: (a Cindy) Brava, puttana. Adesso mettiti a cuccia e stai zitta e muta. Devi solo stare quieta.

Billy ride con un ghigno malvagio e minaccioso avanza verso Belane.

Belane: Adesso ho capito: tu sei amico di Jenny.

Cindy: (sorpresa-arrabbiata): Jenny? Chi è questa Jenny, Billy?

Belane: Ti ho smascherato, Billy!

Billy: Sì? Dai, spara! Sentiamo la stronzata...

Belane: Sei un alieno dello spazio!

Cindy: Ti avevo detto che questo tizio è matto!

Belane: (a Cindy) Cindy, brutta stupida, ascoltami: questo tizio non è altro che una specie di serpente ricoperto di pelo con un grande occhio in mezzo. Si nasconde in un involucro simile a un corpo umano, ma è un miraggio.

Cindy: (a Billy) Vedi, Billy? È pazzo completo. Uno scemo.

Belane: (a Cindy, fissando Billy) Bambola, dove hai incontrato questo tizio?

Cindy: In un bar. (a Belane) Ma non credo alle tue stronzate.

Billy: (a Belane) Come potrebbe dare retta a un folle come te?

Belane: (a Billy) Sei un alieno dello spazio. Ecco perché la pallottola non ti ha neanche scalfito. Ho già visto questo numero.

Billy: (a Cindy, fissando Belane): Bambola, dove hai conosciuto questo tizio?

Cindy: (a Billy) È solo un mentecatto, Billy. Non credo alle sue stronzate. Su, dai, finiscilo.

Billy: Ok, bambola.

Billy riprende ad avanzare verso Belane ma, mentre è proprio sul punto di scattare un salto e avventarglisi sopra, un lampo di luce incandescente piomba nella camera e lo abbaglia. Poi una frustata di luce scarlatta e Jenny Nitro compare dal nulla. La donna prostende in direzione di Billy il braccio con il palmo della mano aperto.

Billy: (a Jenny) No, Jenny, amore mio, no. No, amore mio, io--

Jenny Nitro: (a Billy) Chiudi il becco, brutto bastardo! (a Belane, ma fissando Billy) Ciao, bue grasso!

Belane la guarda ammaliato ed estasiato.

Cindy: (rivestendosi) Ma che diavolo sta succedendo qua?

Jenny Nitro: (a Cindy) Chiudi il becco anche tu, brutta puttana, e sta’ zitta! Zitta e quieta! Sta’ zitta e quieta, brutta puttana! (a Billy) Brutto bastardo, ti avevo detto che non si doveva fraternizzare con gli umani, brutta palla di merda.

Cindy: Che cazzo succede? Che cazzo sta succedendo qui? CHE CAZZO SUCCEDE?

Jenny Nitro: (a Billy) LA PUTTANA STIA QUIETA. DI’: <<PUTTANA STA’ QUIETA.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Stai quieta, puttana.

Cindy: CHE CAZZO SUCCEDE??

Jenny Nitro: (a Billy) DI’: <<PUTTANA STA’ QUIETA.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Puttana, stai quieta e buona.

Cindy: CHE CAZZO SUCCEDE???

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI TACERE, CAZZO.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) TACI, PUTTANA DI MERDA!

Cindy: CHE CAZZO STA SUCCEDENDO????

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI CALMARSI.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) PUTTANA DI MERDA, CALMATI!

Cindy: CHE CAZZO SUCCEDE?????

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI CHIUDERE LA BOCCA!

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) CHIUDI QUELLA BOCCA DI MERDA, PUTTANA!

Cindy ammuta. Cala il silenzio. Pausa di sospensione.

Jenny Nitro: (a Billy) Bene. Ora dille che andrà tutto a posto.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Andrà tutto bene.

Jenny Nitro: (a Billy) Devi dire: <<Puttana, andrà tutto a posto.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Puttana, andrà tutto bene.

Jenny Nitro: (a Billy) Devi dire: <<Lurida puttana.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Lurida puttana...

Jenny Nitro: (a Billy) Devi dire: <<Lurida puttana, andrà tutto a posto.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Andrà tutto a posto, lurida puttana.

Jenny Nitro: (a Billy) Promettilo.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Te lo prometto, piccola.

Jenny Nitro: (a Billy) <<Te lo prometto, lurida puttana.>>.

Billy: (a Cindy, ma guardando Jenny) Te lo prometto, lurida puttana.

Jenny Nitro: (a Billy) Ora dimmi come si chiama.

Billy: Cindy.

Jenny Nitro: (a Cindy, ma fissando Billy) Bene, Cindy: non ti metterai a fare la stupida, vero? Se ce ne stiamo quieti e buoni nessuno si farà male. Saremo tutti come tre piccoli Fonzie noi qui. Com’è Fonzie? Lo sai?

Cindy non risponde.  

Jenny Nitro: (a Cindy, ma fissando Billy) Avanti, Cindy: tu lo sai com’è Fonzie. Dimmelo. Com’è Fonzie?

Cindy: (a Jenny) Quieto?

Jenny Nitro: (a Cindy, ma fissando Billy) Brava, hai vinto un cazzo di gomma! Quieto. Fonzie è quieto. Ed è esattamente quello che saremo. Noi saremo quieti. Quieti, calmi, e buoni. (a Billy) Ora, Billy, tu mi darai una spiegazione convincente, o ti ammazzerò.

Cindy riprende a urlare.

Jenny Nitro: (a Cindy, ma fissando Billy) Credevo che saresti stata quieta. E invece tu urli, e mi rendi nervosa. E quando divento nervosa, io mi spavento. E quando mi spavento, capita che le puttane come te muoiano. Ma tu non vuoi morire vero?

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Cindy, ma continuando a fissare Billy) E poi io questo non lo voglio. Non voglio ucciderti. E scommetto che neanche tu lo vuoi. E nemmeno questo lurido figlio di puttana lo vuole, Billy il cazzone, qua, lo scopatore di troie da quattro soldi.

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Billy) LA PUTTANA STIA QUIETA. DI’: <<PUTTANA STA’ QUIETA.>>.

Billy: (a Cindy) Stai quieta, puttana.

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Billy) DI’: <<PUTTANA STA’ QUIETA.>>.

Billy: (a Cindy) Puttana, stai quieta e buona.

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI TACERE.

Billy: (a Cindy) TACI, PUTTANA DI MERDA!

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI CALMARSI.

Billy: (a Cindy) PUTTANA DI MERDA, CALMATI!

Cindy continua a urlare.

Jenny Nitro: (a Billy) DI’ A QUELLA PUTTANA DI MERDA DI CHIUDERE LA BOCCA!

Billy: (a Cindy) CHIUDI QUELLA BOCCA DI MERDA, PUTTANA!

Cindy finalmente ammuta. Silenzio.

Jenny Nitro: (a Billy) Bene. Ora dille che andrà tutto a posto.

Billy: (a Cindy) Andrà tutto bene.

Jenny Nitro: (a Billy) Devi dire: <<Puttana, andrà tutto a posto.>>.

Billy: (a Cindy) Puttana, andrà tutto a posto.

Jenny Nitro: (a Billy) <<Lurida puttana.>>.

Billy: (a Cindy) Lurida puttana.

Jenny Nitro: (a Billy) Non così: <<Lurida puttana, andrà tutto a posto.>>.

Billy: (a Cindy) Andrà tutto a posto, lurida puttana.

Jenny Nitro: Promettilo.

Billy: Lo prometto.

Jenny Nitro: Devi dire: <<Te lo prometto, lurida puttana.>>.

Billy: Te lo prometto, lurida puttana.

Jenny Nitro: (a Cindy, ma non distogliendo mai occhi e braccio da Billy) Bene, Cindy! Bene, Cindy: non ti metterai a fare la stupida, vero? Se ce ne stiamo quieti nessuno si farà male. Saremo tutti come tre piccoli Fonzie noi qui. Com’è Fonzie lo sai?

Cindy non risponde.

Jenny Nitro: Avanti, Cindy: lo sai com’è Fonzie? Come? Dillo.

Cindy: Quieto.

Jenny Nitro: Brava, hai vinto un mappamondo. Ed è esattamente quello che saremo. Noi saremo quieti, calmi, e buoni. Ora, come dicevo, Billy cazzone, ti conviene darmi una spiegazione convincente, o ti ammazzo.

Billy: Piccola, non sono riuscito a trattenermi, mi dispiace, ma sai che sono sempre in calore! Una sera ero seduto in un bar e mi è entrata questa sventola...

Jenny Nitro: Gli ordini prevedevano niente sesso con i terresti.

Billy: Jenny, tu sai bene di essere l’unica per me. L’unica che conta, almeno. È solo che sei stata così occupata e tutto il resto...

Jenny Nitro: Eloquente. Ma non convincente. Te la sei voluta, Billy.

Billy: No, Jenny, amore mio, no!

Dal palmo aperto della mano di Jenny scaturisce un lampo di luce scarlatta, che colpisce Billy. Billy si trasforma immediatamente in un serpente peloso con un occhio umido al centro.

Poi Jenny ripete il gesto: un altro lampo di luce scarlatta, seguito da un boato, e Billy l’alieno dello spazio viene disintegrato e svanisce scomparendo nel nulla. Pausa di sospensione. Tutti ammutoliscono. Nessuno apre bocca o ha il coraggio di muovere un solo muscolo.

Cindy: Non riesco a credere ai miei occhi.

Jenny Nitro: (a Belane) Ricorda bene quanto è accaduto in questa stanza: è quello che ti avverrà se non rispetterai i patti. Sei stato arruolato per la causa di Zaros.

Belane: E come faccio a dimenticarlo!?

Jenny Nitro: Bene. È deciso. Non hai scelta. Ciao, bue grasso!

Un terzo e ultimo lampo di luce scarlatta e Jenny scompare in una nuvola luminosa. Nella stanza rimangono solo Belane e Cindy.

Cindy: Non posso credere a quello che ho visto in questa stanza.

Belane: Piccola, Jack mi ha assunto per spazzare via i tuoi casini, scopare via il tuo piccolo bordello clandestino, e inchiodarti il culo, ed è quello che ho fatto. Dunque non dimenticarti di quello che ho registrato in questa videocamera. Riga dritto o consegnerò tutto a Jack.

Cindy: Va bene, hai vinto. Farò come dici tu.

Belane: Sono l’investigatore privato più dritto di L. A: ormai dovresti averlo capito. E, se posso permettermi, avresti dovuto capirlo già tempo fa...

Cindy: (maliziosa e ammiccante) Così vorresti inchiodarmi il culo... Beh, potremmo fare uno scambio... Sai a che mi riferisco...

Belane: No, Cindy, mi dispiace: non puoi comprarmi. È bello però che tu l’abbia pensato. Ma non posso.

Cindy: Allora vaffanculo, grassone.

Cindy si volta, cammina verso la porta, Belane la osserva, e osserva i suoi meravigliosi fianchi ondeggiare per la stanza e nell’aria dell’Estate al ritmo del vento.

Belane: Cindy, aspetta un attimo!

Cindy: Sì?

Belane: Non fa niente. Va’ pure...

Cindy: Fottiti, coglione.

Belane rimane solo nella camera. Si siede sul divano, con aria pensosa.

 

2.5.14) ESTERNO, VEICOLO DI BELANE, SERA.

Belane apre lo sportello del proprio maggiolino, entra, richiude lo sportello, abbassa il finestrino, e si accende una sigaretta.

Belane: (sporgendo il braccio sinistro fuori dal finestrino e facendo l’occhiolino in camera con aria sorniona e sorrisetto sardonico) Un altro caso risolto! Non rimane che avvertire Bass: lo chiamerò subito.

E così detto compone il numero di Jack Bass.

Belane: Jack, scusa l’orario, sei sempre deciso a divor­ziare da Cindy?

Jack Bass: Beh, questo dovresti dirmelo tu...

Belane: Mettiamola così: i due signori con i quali intratte­neva rapporti adesso sono morti.

Jack Bass: Rapporti... Che intendi dire con “rapporti”?

Belane: Jack, ti prego: ormai quei due tizi sono andati...

Jack Bass: Ammazzi la gente, Belane?

Belane: Jack, questi due tizi ormai non ci sono più e non potranno più nuocere alla tua reputazione e al tuo portafoglio. Inoltre, ti prometto che Cindy non si darà più da fare. Adesso ti puoi rilassare.

Jack Bass: E come faccio ad essere sicuro che non si darà più da fare?

Belane: Ho un asso nella manica. Non lo farà più.

Jack Bass: Hai video-registrato qualcosa che lei non vuole che io veda? È così?

Belane: Diciamo che, con quello che ho, posso inchiodarle il culo se combina qualcos’altro.

Jack Bass: Ma io voglio che lei stia con me per me, non per via di un ricatto.

Belane: Ricatto, coercizione, circonvenzione, inganno, soldi, raggiro, comunque sia, Jack, non ci darà più dentro con gli stalloni.

Jack Bass: Vuoi dirmi che si scopava anche qualche specie di animale, oltre che darla a francesi e alieni dello spazio? Si scopava i cavalli, magari?

Belane: Jack, cavalli e animali non c’entrano. Ma, al di là di tutto, quello che più conta è che non si sfilerà più le mutandine: che vuoi di più? Magari fra un po’ tornerai anche a piacerle. Dalle l’opportunità di cambiare. È giovane. È solo giovane. Fottutamente giovane. Aveva bisogno di qualche stori­ella. E che cazzo!

Jack Bass: Con un alieno dello spazio?

Belane: Devi esserne contento. Nessuno saprà mai chi era e ch’è successo: è come se non fosse mai accaduto.

Jack Bass: C’è qualcosa in tutta questa storia che non mi fa stare tranquillo.

Belane: Jack, quei due tizi sono morti e lei non si darà mai più da fare. Dimentica tutto. In un paio di giorni riceverai la parcella per posta.

Pausa: silenzio.

Jack Bass: E se invece lo facesse?

Belane: Che cosa?

Jack Bass: Se si desse da fare nuovamente?

Belane: Non lo farà perché sa che le inchioderei il culo.

Jack Bass: Ecco che ricomincia... Non è che te la sei scopa­ta, vero?

Belane: Jack, Jack, Jack: ti prego! Sono un professioni­sta.

Jack Bass: E quei due tizi sono due cadaveri. Come faccio a esserne sicuro?

Belane: Jack, te ne accorgerai dal suo comportamento. Adesso piantala di preoccuparti. Hai qualche altro caso per me? Sono l’investigatore privato più dritto di L. A.

Jack Bass: In questo momento non ho niente. Ma la prossima settimana tieniti libero: potrei avere bisogno di te nella mia azienda.

Belane: Uhm, musica per le mie orecchie. Di che si tratta?

Jack Bass: (sarcastico) Spionaggio industriale. Roba gros­sa. Materiale altamente scottante. Ma è tutto top secret per ora. Non posso sbottonarmi, non posso rivelarti di più...

Belane: Va bene, Jack, tienimi aggiornato!

Jack Bass: Come no!?

I due riagganciano. Belane mette in moto e riparte.

Belane: (fra sé, entusiasta) Pane per i miei denti! (subito dopo, confuso e smarrito) Aspetta un attimo: Bass ha parlato di “alieni dello spazio”. Sì, ha detto proprio così: <<Vuoi dirmi che si scopava anche animali, oltre che francesi e alieni dello spazio?>>. Ma io non ho nominato alcun alieno dello spazio: l’ha detto lui. Com’è possibile? C’è qualcosa, in tutte queste strane coincidenze, che non mi fa stare tranquillo... Ad ogni modo, le cose stanno funzionando: un altro caso risolto, e adesso mi resta solo da rinvenire il Passero Rosso. E devo smetterla di essere troppo coinvolto con questi alieni dello spazio. O con la Signora Morte.

Beve un altro sorso.

(continuando) Tutto sta andando per il verso giusto. Potrei anche concedermi il lusso di sentirmi bene per un po’. Sono mesi ormai, anni... Anche se solo per un po’, è già una bella conquista.

Per festeggiare decide di fermarsi in un bar per bere qualcosa e intanto cercare di mettere insieme i pezzi e fare il punto della situazione.

 

2.6) IL BAR SENZA NOME.

 

2.6.1) DIDASCALIA.

il bar Senza Nome.

 

2.6.2) INTERNO, BAR SENZA NOME, TRAMONTO.

Belane entra nel bar. È l’unico cliente. Oltre all’inves­tigatore solo il barista: un uomo vecchio e magro come un chiodo che legge il National Enquirer, le guance incavate e sottili come fogli di carta velina. Belane si accomoda s’uno sgabello, ordina un Whiskey e soda doppio e il barista glielo serve. L’orologio segna le 19,30.

Belane: (in camera) Devo fare il punto della situazione: Céline e Brewster a quest’ora saranno evasi. Adesso ho tutti contro: Céline e Brewster, Cindy, Jack Bass, la Signora Morte. Forse anche Barton. Non so più chi sia o meno mio cliente. Potrei essere arrestato da un momento all’altro per una sfilza di reati. E non sono nemmeno certo che Céline sia Céline. E non ho trovato il Passero Rosso. Tutto fermo. L’ufficio è un posto troppo pericoloso per rimanerci.

Controlla la fondina.

Belane: (continuando) Per fortuna la mia .45 non mi abbandona mai: lei è sempre dalla mia parte: brava bimba! No: non riusciranno a scacciarmi dal mio ufficio! Un investigatore senza ufficio è come un cazzo senza palle.

Nel bar entra un tale con occhietti annebbianti e vacui e sembianza schifosa negletta e trascurata. L’uomo occupa lo sgabello alla sinistra di Belane.

avventore 1: Scusa, ti dispiace?

Belane: Preferirei una bella figa, ma ok.

avventore 1: Mh, grazie.

Belane: Sai che dovresti raderti...

avventore 1: Mh?

Belane: Sai, tagliarti la barba e i capelli... Fare il bagno...

avventore 1: Mh.

Si avvicina il barista.

barista 2: Sono affamato. Ho così tanta fame che mangerei un cavallo.

Belane: Quanto mi piacerebbe che ne mangiassi uno di quelli su cui ho scommesso. (pausa) Senti, finisco di bere e poi ti faccio chiudere la baracca.

barista 2: Grazie, sei gentile, ma devo tenere aperto il locale. Andrà tutto bene: escogiterò qualcosa.

avventore 1: (a Belane) Psst.

Belane: Scollati di dosso, amico.

avventore 1: Ma...?

Belane: <<Levati dalle palle.>> ho detto.

avventore 1: Hey!

Belane: E mollami, accidenti. Che vuoi?

avventore 1: Ho delle informazioni per te.

Belane: Leggo già i giornali.

avventore 1: Sono informazioni che non troverai sui giornali...

Belane: Del tipo?

avventore 1: Il Passero Rosso.

Belane: (al barista) Hey, amico: porta da bere a questo gentiluomo.

avventore 1: (al barista) Un Cuba Libre, grazie.

Belane: Due.

Il barista si allontana per preparare i drink. Uno strano ghigno gli increspa il volto.

avventore 1: (a Belane) Abiti in Redondo Beach?

Belane schiocca la lingua in segno di negazione.

Belane: Hollywood Est.

avventore 1: Sai che c’è un tizio che è tale e quale a te che abita in Redondo Beach?

Belane: Tutti, chi più chi meno, somigliamo a qualcun altro. Senti, hai una sigaretta?

avventore 1: (frugando nelle tasche) Certo. (estraendola dal pacchetto) Ecco.

Belane: Perfetto. Ora, per favore, accenditela e fumatela: ti terrà occupato. Intanto pensa a qualcosa da dirmi che possa interessarmi. E quando l’avrai partorita, chiamami.

avventore 1: Era tanto per parlare...

Belane: La bocca aperta si riempie di mosche: non te lo hanno insegnato?

Il barista serve i drink e l’uomo alla sinistra di Belane lo scola tutto d’un fiato.

avventore 1: Sai, avevo un fratello. Abitava a Glendale. Si è suicidato.

Belane: E lui ti somigliava?

avventore 1: Sì...

Belane: Ecco perché lo ha fatto.

avventore 1: Ho anche una sorella. Lei abita in Burbank. La madre invece non ce l’ho più. E nemmeno il padre. Non l’ho mai conosciuto, mio padre.

Belane: Basta stronzate. Voglio sapere del Passero Rosso.

avventore 1: Certo, ti metto subito in contatto. Ma prima vorrei bere ancora qualcosa: ho la gola secca....

Belane: (seccato) Barista, per favore, un altro Cuba Libre per il signore.

I due aspettano in silenzio che il drink arrivi. Quando arriva, l’uomo lo scola tutto d’un fiato. Poi si volta verso Belane e sogghigna.

Belane: Dunque?

avventore 1: Ho il Passero qui con me!

Belane: (trasalendo) Che cosa??

avventore 1: (tronfio) Ebbene sì!

Belane: Benissimo! Fammi vedere!

L’uomo fruga nervosamente e ansiosamente nella tasca.

avventore 1: Accidenti, non riesco a trovarlo...

Belane: Brutta testa di cazzo! Me l’hai fatta! Adesso ti rompo il culo!

avventore 1: Aspetta. È qui da qualche parte. So di averlo. So di averlo qui.

Belane: Ti svito le rotelle, scemo!

avventore 1: Aspetta, Aspetta... C’è qualcosa... Era nell’altra tasca... Cercavo nella tasca sbagliata... Guarda qui, eccolo... Il Passero Rosso!

Dalla tasca estrae un piccione morto. Belane senza parlare si alza, afferra l’uomo per il bavero, lo spinge verso l’uscita, apre la porta d’ingresso del locale, lo scaraventa in strada, e richiude la porta alle proprie spalle.

Belane: Coglione...

Richiusa la porta, rientra nella sala e si avvia a capo chino verso il bancone guardandosi le scarpe. Quando arriva al banco e alza lo sguardo, nota le mani del barista stringere il piccione, la bocca piena di sangue e penne addentarne e masticarne le carne, la camicia sporca del sangue del volatile. Il barista lo fissa, gli sorride e gli fa l’occhiolino. Belane è atterrito: gli occhi sbarrati, gocce di sudore gl’imperlano la fronte. Il barista divora il piccione, si pulisce il mento con la manica della camicia, poi gira intorno al bancone, e si avvicina a Belane.

barista 2: Ho una fame nera che mangerei anche un uomo.

Belane sgrana gli occhi.

barista 2: E mi sa che adesso mangerò te.

Il barista prostende le mani verso Belane, gliele serra attorno al collo, lo strozza e lo strangola, poi spalanca la bocca, che si allarga e dilata a divorare la testa dell’investigatore come fanno con le prede i serpenti. Belane cerca di liberarsi dalla presa ma la morsa è esiziale. La bocca del barista si trasforma in un gigantesco vortice-gurgite oscuro e tenebroso che si scaglia su Belane e lo ingoia fagocitandolo. Belane si risveglia d’improv­viso, scosso dal vecchio barista che lo fissa stranito.

barista 2: Hey, amico, hey, tutto bene?

Belane: (spaesato e confuso) Che è successo?

barista 2: Ti sei addormentato... Mi ero dimenticato della tua presenza. Me ne sono accorto solo quando hai iniziato a urlare in sogno.

Belane: Scusa: sono molto stanco: mi sento mille secoli addosso.

barista 2: Posso capirti. Ma dobbiamo chiudere.

Belane: A che ora chiudete?

Barista 2: Adesso. Chiudiamo adesso.

Belane: Adesso non è un orario. A che ora chiudete?

Barista 2: Chiudiamo alle 19,30. Cioè adesso. Chiudiamo alle 19,30.

Belane: Che ore sono?

barista 2: Le 19,30.

Belane: Ok. Certo. Capisco. Quanto ti devo?

barista 2: 12 dollari.

Belane mette la mano in tasca per estrarre il portafoglio ma sente qualcosa di strano: con espressione attonita tira fuori dalla tasca alcune piume di uccello. Piccione, per l’esattezza. Confuso e spaesato, lascia 20 dollari sul banco ed esce.

 

2.7) IL CASO DI JENNY NITRO.

 

2.7.1) DIDASCALIA.

Il caso di Jenny Nitro.

 

2.7.2) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, TARDO POMERIGGIO.

Belane è seduto alla propria scrivania con aria meditabonda e pensa a voce alta.

Belane: (in camera) Ahhh, dannazione, la morte è ovunque: uomo, uccello, formica, rettile, roditore, insetto, pesce. Non c’è scampo: tutti nati per morire.

Qualcuno bussa alla porta al ritmo di “chinga-tu-madre-cabròn”.

Belane: (fra sé) Ahhh, maledizione! Venga avanti, entri pure, signor Grovers.

Grovers entra e siede. Un tipetto insignifi­cante e piccolo, quasi nano: un metro e quaranta scarso, sessanta chili bagnato, circa quarant’anni ma ne dimostra cinquanta, occhi bigi, ticchio all’occhio sinistro, baffetti orrendi e gialli, capelli dello stesso colore diradanti in cima a una testa troppo rotonda. I due rimangono a guardarsi per cinque minuti senza dire niente.

Belane: Grovers, perché non parla?

Grovers: Aspettavo che parlasse Lei per primo.

Belane: E perché?

Grovers: Non lo so.

Belane: Bando alle ciance, Grovers: dicevamo di questa questa donna, quest’aliena dello spazio: mi racconti qualcosa di lei...

Grovers: Dice di chiamarsi Jenny Nitro. O almeno si fa chiamare così.

I due rimangono in silenzio a scrutarsi.

Belane: Insomma: mi dica di più, Grovers.

Grovers: Non riderà di me come ha fatto la polizia?

Belane: Nessuno ride come la polizia, signor Grovers.

Grovers: Beh... È una sventola che viene dallo spazio...

Belane: Una sventola dello spazio, eh? Interessante. Ed è anche una sventola spaziale!?

Grovers: Lei beve molto, signor Belane?

Belane: E perché vorrebbe liberarsi della sventola spazi­ale?

Grovers: Ho paura di lei: controlla la mia mente.

Belane: Per esempio?

Grovers: Per esempio sono costretto a fare tutto quello che lei mi ordina. Mi costringe a fare tutto quello che vuole.

Belane: E se questa Jenny Nitro le ordinasse di bere la sua pipì allora lei la berrebbe, signor Grovers?

Grovers: Beh credo di sì.

Belane: E mangerebbe la pupù della sua mammina solo perché Jenny Nitro le dice di mangiare la pupù della sua mamma?

Grovers: Sì.

Belane: Signor Grovers, lei è solo figa-dipendente: tutto qui. Molti uomini lo sono.

Grovers: No: è per via dei trucchetti che usa: mi fanno paura.

Belane: Li ho visti tutti i loro trucchetti, Grovers, li conosco tutti. E poi alcune fanno quella cosa con la lingua...

Grovers: Con tutto il rispetto, signor Belane, ma lei non l’ha mai vista apparire dal nulla né svanire nel muro.

Belane: Grovers, lei mi sta scocciando: queste sono un mucchio di cazzate.

Grovers: Gnornò, signor Belane.

Belane: “Gnornò.”?, Ma come cazzo parla, Grovers? Viene giù dai bricchi?

Grovers: E lei non ha l’aspetto di un investigatore pri­vato.

Belane: Eh? Come? E che cosa sembro?

Grovers: Dunque, vediamo, mi lasci pensare....

Belane: Pensi pure, ma si sbrighi: quest’assurda storia le sta costando sei dollari!

Grovers: Bene, ho trovato: lei assomiglia più a un idraulico.

Belane: Un idraulico?? Un idraulico: d’accordo! Che faremmo se non esistesse l’idraulico? Riesce a pensare a qualcuno più importante di un idraulico?

Grovers: Il presidente.

Belane: Il presidente? Sbagliato. Sbagliato di nuovo! Tutte le volte che lei apre la bocca, dice una cosa sbagliata.

Grovers: Non mi sbaglio.

Belane: Ecco, vede? L’ha rifatto!

Belane spegne il sigaro e accende una sigaretta.

Belane: (in camera) Questo tizio è un povero pezzo di merda. È già uno sporco lavoro solo restare qui a guardarlo. Ma è un cliente. E io ho bisogno di soldi. (a Grovers) Bene, che cosa vuole che faccia, con quest’aliena dello spazio, questa Jenny Nitro?

Grovers: La faccia sparire.

Belane: Non sono un sicario, Grovers.

Grovers: La faccia uscire per sempre dalla mia vita, in un modo o nell’altro.

Belane: Ha già fatto sesso?

Grovers: Intende oggi?

Belane: Intendo con lei.

Grovers: No.

Belane: Ha idea di dove abiti la ragazza? Numero di telefono, lavoro, tatuaggi, passatempi preferiti, schele­tri nell’armadio, abitudini strane, segni particolari, vo­glie sul corpo?

Grovers: Conosco solo le abitudini strane...

Belane: Per esempio?

Grovers: Levitare fino al soffitto, spostare gli oggetti col pensiero e compagnia bella.

Belane: Grovers, Lei è pazzo. Lei non ha bisogno di me, ma di uno strizzacervelli!

Grovers: Sono già stato alla neuro.

Belane: E che cosa le hanno detto?

Grovers: Niente. Ma mi chiedono più di sei dollari l’ora.

Belane: E quanto le chiedono?

Grovers: Sessanta, dollari l’ora.

Belane: Questo prova che lei è pazzo.

Grovers: E perché?

Belane: Chiunque paghi una cifra simile deve essere pazzo.

Grovers non risponde e la conversazione cade: i due rimangono a fissarsi in silenzio per ulteriori cinque minuti. Poi la porta si spalanca ed entra una donna incredibile, indimentica­bile, speciale, una di quelle che quando le vedi non puoi credere ai tuoi occhi: bella come una notte luminosa, vivace come il mercurio, sinuosa come un serpe, occhi sogghignanti, bocca un po’ imbronciata, labbra come se stessero per esplodere in una risata fragorosa davanti alla tua impotenza. La donna scivola nella stanza come se camminasse s’una nuvola, a tanto così dal suolo, come una spogliarellista su pattini a rotelle, bella da morire e vestita da uccidere. Grovers si alza in piedi, quasi si mette sull’attenti.

Grovers: (tremante di paura) Jenny...

Jenny Nitro: Hal, che cosa ci fai qua con questo investiga­tore da strapazzo?

Belane: Hey, vacci piano, troia.

Grovers: Jenny, vedi, ho avuto un problemino e ho pensato di cercare aiuto.

Jenny: Aiuto? E da chi? Da un simile pallone gonfiato? Ma non lo vedi? Hal, fintanto che ci sarò io, tu non avrai nessun problema: so fare molto meglio di questo investigatore da strapazzo.

Belane: Ah è così? Beh, vediamo come te la cavi con questo, brutta troia.

E così dicendo si alza in piedi toccandosi il cavallo e strofinandosi il pacco.

Jenny: Porco!

Belane: Ah ah ah!

Jenny lo guarda torvamente, poi si avvicina a Grovers, fa una giravolta e lo fissa negli occhi.

Jenny: Vieni qui, cane! Vieni da me strisciando sul pavimento! Subito!

Belane: (a Grovers) Non farlo, Hal!

Ma Grovers sta già strisciando sul pavimento verso Jenny.

Jenny: Adesso baciami i piedi e leccami la punta delle scarpe finché non ti ordino di smettere!

Grovers obbedisce ed esegue. Jenny rivolge una smorfia tronfia e compiaciuta a Belane.

Belane: Brutta puttana! BRUTTA PUTTANA DEL CAZZO! STO PER FRUSTARTI IL CULO! TE LO INCHIODERÒ! TE LO RIVOLTERÒ, BRUTTA PUTTANA DEL CAZZO!

Belane balza in piedi inferocito, si slaccia la cintura, la sfila dai pantaloni, gira attorno alla scrivania, brandendo la cintura piegata in due per colpire Jenny.

Jenny: Butta a terra la cintura, coglione!

Jenny schiocca le dita e contemporaneamente allo schiocco delle dita si sente il rumore della cintura che, cadendo e battendo in terra, produce un tonfo sordo contro il duro suolo. Nello stesso momento Belane si blocca come paralizzato, pietrificato come se avesse incrociato lo sguardo di Medusa.

Jenny: (a Grovers) Su, sciocchino, alzati. Ce ne andiamo da questo lurido posto.

Grovers: Sì.

Jenny: Sì e...?

Grovers: Sì, mia padrona.

Jenny: Così ci siamo. Bravo, cane.

Grovers: Sì, mia padrona.

Jenny: Andiamo. Prima che sia notte.

Grovers: Sì, mia signora.

I due escono e Belane rimane fermo immobile e pietrificato per diverso tempo. Dopo, lentamente, inizia a riacquistare l’uso degli arti e del corpo: prima solo le sopracciglia, poi anche la bocca, le dita, il collo, le braccia, le gambe, e infine l’intero corpo. Quando riesce a muoversi del tutto e a camminare, si reca alla scrivania, apre un cassetto, estrae una bottiglia di Tequila, svita il tappo, tracanna una bella sorsata, si getta esausto sulla poltrona, e si beve il resto del giorno. Fuori scende la sera: Belane osserva fuori dalla finestra. Gli ultimi barbagli del sole che colano agli sgoccioli del tramonto.

 

2.7.3) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

Belane è al telefono.

Bass: (fuori campo, al telefono) Affare fatto.

Belane: Hai fatto un affare, amico!

Belane aggancia il ricevi­tore, lo rialza, e compone un nuovo numero.

Grovers: (fuori campo, al telefono): Pompe funebri Porto Argenteo, in cosa posso esserle utile?

Belane: Cristo.

Grovers: Scusi?

Belane: Grovers, te la fai con i cadaveri... Questo non me lo aspettavo. Sei un necrofilo, o cosa?

Grovers: Scusi?

Belane: Cadaveri, cadaveri. Ah, Cristo! Sono Mickey Belane.

Grovers: Che vuole, signor Belane?

Belane: A quanto le metti le puttane surgelate?

Grovers: Prego?

Belane: A quanto me la passi una puttana surgelata?

Grovers: Come?

Belane: Quanto le fai le puttane surgelate?

Grovers: Eh?

Belane: Lascia stare, idiota. Sto lavorando al caso dell’aliena dello spazio, caro Grovers.

Grovers: Sì, mi ricordo.

Belane: Dimmi, Hal: perché lo fai?

Grovers: A che si riferisce?

Belane: Te la fai con i morti. Perché, Grovers? Perché con i morti? Perché?

Grovers: Ma è la mia professione. Un uomo deve pur vivere...

Belane: D’accordo. Ma farsela con i cadaveri...! È da matti. È disgustoso. È ripugnante. È rivoltante. È orripilante. E dreni anche il sangue? E poi che te ne fai del sangue, una volta drenato? Lo bevi? Ci fai il sanguinaccio per caso?

Grovers: Ho un operaio che si occupa di questo: Billy French.

Belane: Uh, un altro francese. Mai fidarsi dei francesi, Hal.

Grovers: Eh?

Belane: Lascia perdere. Passami questo Billy, piuttosto.

Grovers: Non posso: è fuori a pranzo.

Belane: Mi stai dicendo che riesce anche a mangiare, dopo aver drenato il sangue?

Grovers: Sì.

Belane fa una pausa, durante la quale inspira, espira, sospira.

Belane: Cristo Santo! Senti, mio caro Groviera, vuoi che vada avanti con il tuo caso?

Grovers: Si riferisce a Jenny Nitro?

Belane: Perché? Hai altre pupe dello spazio alle calcagna?

Grovers: No.

Belane: Perfetto. Allora mi riferisco a Jenny Nitro: vuoi che te la tolga dalle palle?

Grovers: Certamente. Ma pensa di riuscirci? L’ultima volta non mi sembra che abbia ottenuto grandi risultati...

Belane: Anche a John Holmes qualche volta capitava di fare cilecca. Anche a Ted Williams ogni tanto toccava di andare a vuoto. Anche a Miles Davis è capitato di steccare. Non è importante perdere qualche battaglia, se alla fine si vince la guerra. L’importante, mio caro Groviera, è vincere la guerra. Ti prometto che sbatterò quella stramaledetta puttana così lontano che non riuscirai più a vederla.

Grovers: Io non me la sentirei di definirla una puttana, Belane. È donna, che vuole farci? Tutte fan così. Le donne sono tutte un po’ puttane. Dunque è come se nessuna lo fosse.

Belane: (sarcastico) Punto di vista interessante. Ma ridut­tivo, Hal. Non ti smentisci mai: ogni volta che apri quella bocca, stai per dire una puttanata. È come dire che nessun mussulmano è ignorante poiché tutti lo sono. A me suona male. Funziona così, Hal: tutti i mussulmani sono ignoranti dunque vanno bruciati, tutte le donne sono troie dunque vanno inchio­date con le mani nella crema.

Grovers: (risentito) Sarà. Ma a me non piace chiamarla puttana.

Belane: È solo un modo di dire, mio caro Groviera, vacca-troia-di-quella-gran-puttana, porca-troia. Non volevo offendere in alcun modo la gentile donzella.

Grovers: Crede di riuscire a combinare qualcosa riguardo la ragazza?

Belane: Anche mentre parliamo, Grovers, sto studiando un legame, una connessione, un collegamento.

Grovers: E cioè?

Belane: Non posso dirti troppo. Ma il fatto che tu te le faccia con i cadaveri e Jenny sia un’aliena dello spazio costituisce un legame, una connessione, un collegamento.

Grovers: Si spieghi meglio, signor Belane.

Belane: Non posso sbottonarmi troppo. Ma ho consultato uno specialista nel campo: mi ha chiesto maggiori informazioni su di te.

Grovers: D’accordo, sono qua: che cosa vuole sapere?

Belane: Calma, amico: prima che dedichi altro tempo a questo merdosissimo caso ho bisogno di un altro assegno: due settimane di anticipo.

Grovers: Pensa di poter arrivare a qualcosa?

Belane: Maledizione, Grovers! Te l’ho appena detto: sto lavorando su questo caso a tempo pieno!

Grovers: D’accordo, signor Belane: le spedirò l’assegno oggi stesso. Due settimane d’anticipo?

Belane: È il minimo...

Grovers: Affare fatto.

Belane: Hai fatto un affare, amico!

Grovers sospira.

Belane: Sei un uomo saggio, signor Grovers.

Grovers: Oh, signor Belane: Billy French è appena tornato dalla pausa pranzo: vuole parlargli?

Belane: No. Ma chiedigli che ha mangiato.

Grovers: Un attimo, prego... (pausa) Ha detto di aver mangia­to roastbeef e purea di patate.

Belane: È disgustoso.

Grovers: Che cosa, è disgustoso, signor Belane?

Belane: Adesso devo andare, Grovers.

Grovers: Ma aveva detto che le servivano più informazioni sul mio conto.

Belane: Ti spedirò un questionario.

Belane riaggancia e appoggia i piedi sulla scrivania fissando il soffitto con aria sonnolenta.

Belane: (fra sé) Dunque... bene, bene, bene: i tasselli stanno lentamente combaciando. Ci sono quasi. Lo sento. Sono Mickey Belane, investigatore privato! Anche se mi resta sempre da risolvere la faccenda del Passero Rosso. E adesso c’è pure una puttana tra i coglioni. Beh, di solito le puttane stanno sempre tra i coglioni...! (pausa) Del resto, come dovrei chiamarla? Una puttana è una puttana, indipendentemente dal nome. In fondo che cos’è un nome? Ciò che chiami puttana, anche con un altro nome continuerebbe a puzzare della sborra di quattrocento uomini. (pausa) E poi ci sono ancora Céline e la Signora Morte. Beh, la morte c’è sempre. Anche se non sempre è una signora... Uhm... Ma di che cazzo vado farneticando!? Devo riflettere. Devo riflettere bene. Devo riflettere su tutto. Analizzare ogni dettaglio. Esaminare ogni possibile indizio. Vagliare ogni minima traccia. Sono Mickey Belane, investigatore privato! In qualche modo è tutto collegato: il Passero e le passere, i cadaveri e la Morte. E Céline. Ma non riesco ancora a comporre precisamente il mosaico. Non ancora... Ah, le tempie mi scoppiano... Un goccio potrebbe forse schiarirmi le idee.

Belane si versa un drink. Poco dopo si appisola sulla poltrona. Nel sonno sogna di essere a letto con la Signora Morte, Cindy e Jenny Nitro, tutte insieme, tutte in una volta: Cindy e Jenny gli fanno un pompino a due mentre la Signora Morte lo bacia sulla bocca. Poi si sveglia. Di soprassalto. Tutto sudato e agitato.  Guarda in basso: ha il cazzo duro. Prende il cappello ed esce.

 

2.7.4) INTERNO, IPPODROMO, POMERIGGIO.

Belane entra nell’ippodromo. Usa la scala mobile per salire al piano superiore. Un uomo cerca di rubargli il portafoglio fingendo di ur­tarlo accidentalmente da dietro.

Borseggiatore: Oh scusi, mi dispiace, mi scusi.

Ma Belane lo ha già afferrato per il collo e prende a schiaffeggiarlo ripetutamente.

Belane: IO PORTO IL PORTAFO­GLIO SEMPRE NELLA TASCA ANTERIORE SINISTRA DEI PANTALONI, TESTA DI MINCHIA!

L’investigatore lo colpisce ancora con due sonori ceffoni e un calcio nel ventre che lo fa capitombolare ai piedi della scala. Poi si gira e flemmatico aspetta di arrivare in cima.

Belane: (in camera) Si impara, si impara! Ci vuole un po’, ma s’impara. Oh, è tutto così senza senso, tutto così privo di senso. Un gioco debilitante. Solo infilarsi le scarpe al mattino, o alzarsi dal letto, è già una vittoria.

Giunto in cima alle scale, Belane scorge il postino Mike, con il volto sformato e gonfio, seduto al banco del bar a sorseggiare un caffè. Gli si avvicina con aria boriosa di sfida.

Belane: Ma chi ti ha fatto entrare? Adesso accettano anche quelli come te? Non era vietato l’ingresso ai cani? Eh? È proprio vero che i tempi sono cambiati. La città non è più quella di una volta. L’ippodromo non è più quello di una volta. Il mondo si è capovolto: adesso le mosche mangiano ciocco­lata, e i mandriani camminano in Cadillac. Ormai, il mondo è una parodia del vero: tutto è presentato ribaltato, tutto è al contrario e sotto-sopra!

Mike: Che vuoi dire?

Belane: Che in altri tempi tu saresti stato nelle stalle, non al bar.

Mike: Belane, ti ucciderò. Ti farò fuori: hai i giorni contati.

Belane: Chi t’ispira nella prima corsa?

Mike: Cavallo Pazzo.

Belane: (porgendogli una banconota da 5 dollari) Prendi, misero pezzente, e buona fortuna.

Mike: Hey, grazie, Belane.

Belane: (a Mike) Figurati. (in camera, sospirando) Eh sì: un uomo è sempre perseguitato da qualcosa. Mai tregua. Mai pace. Mai.

L’investigatore volta le spalle al postino e si siede a qualche sgabello di distanza. Una barista negra, molto avvenente e formosa, lo ammicca. Belane ordina una tazza di caffè grande.

barista 3: Ciao, Belane.

Belane: Ciao, troione.

barista 3: Su chi punteresti nella prima?

Belane: Non posso dirtelo. Faresti calare a picco le quote se te lo dicessi. Tu in bocca riesci a tenere soltanto i cazzi.

barista 3: Fanculo, stronzo.

Belane: Succhiami il cazzo, puttana.

barista 3: Esercito solo a pagamento!

Belane prende il proprio caffè, paga, e si allontana: si reca nella zona comfort, si siede s’una delle poltroncine in pelle della hall e apre il giornale delle corse aspettando che inizino le gare.

Mike: (fuori campo) Non te la caverai solo con cinque miseri fottuti dollari, Belane.

Belane: E che vuoi farmi, ammazzarmi per qualche dollaro in più, cowboy?

Mike: Ti rompo il culo, Belane.

Belane: Vacci piano, bifolco: ho una Luger .45 nel cruscotto della macchina: potrei ridurti a un colabrodo. Vorresti un secondo buco di culo??

Belane si alza e si volta con aria minacciosa. Ma Mike gli ha già puntato un coltello contro la pancia e glielo spinge contro il ventre con forza.

Mike: Qui ci sono dieci centimetri, tutti per te...

Belane: La natura non è stato affatto generosa con te...

Mike: Non fare lo spiritoso.

Belane: Non fare il cowboy. Non ti si addice.

Mike: Chiudi il becco! Sto cercando di decidere se ucciderti o no.

Belane: Senti, possiamo trovare un accordo. Ho qui 15 dollari, sono tutti tuoi...

Mike: Quanti?

Belane: Venti dollari.

Mike: Quanti?

Mike spinge ancora di più la punta della lama del coltello. Belane comincia a sudare.

Belane: Cinquanta.

Mike: Bene, prendi il portafoglio, sfila il cinquantone e mettimelo nella tasca della camicia.

Belane obbedisce: sfila il portafoglio dalla tasca ante­riore sinistra dei pantaloni, estrae la banconota da cin­quanta, e la infila nel taschino della camicia di Mike.

Mike: Bene, ora, dato che ci sei, prendi anche il biglietto da 20 e quello da 10 che hai lì in mezzo e fai la stessa cosa.

Belane obbedisce: Mike ritrae il coltello.

Mike: Adesso siediti lì, prendi il programma delle corse, e dagli un’occhiata. E ringrazia: ti è andata bene per oggi.

Belane: E domani?

Mike: Domani, beh, domani... Domani (canticchiando) <<Que serà, serà... Whatever will be, will be... The future’s not purs, to see... Que serà, serà!>>.

Poi sogghigna in modo malvagio.

Belane: Sporco, brutto e cattivo...

Mike digrigna il volto in un accesso d’ira, rabbia e indignazione, e punta di nuovo il coltello contro Belane, stavolta premendo sulla nuca.

Mike: Non provarci. Non ne vale la pena di morire per un pugno di dollari...

Belane rimane seduto a leggere il giornale delle corse e finire il caffè. Poi si alza, sale sulla scala mobile, scende dalla scala mobile, ed esce dall’ippodromo.

 

2.7.5) ESTERNO, IPPODROMO, POMERIGGIO.

Belane si dirige al parcheggio, individua con qualche dif­ficoltà la macchina, finalmente la trova, sale, e parte.

Belane: (in camera, sospirando) Eh... Certi giorni non c’è proprio verso di raddrizzarli...

L’investigatore guida fino a casa e rientra.

 

2.7.6) INTERNO, CASA DI BELANE, SERA.

Belane si ubriaca per diverse ore, trangugiando di tutto e di più e, quando è ormai esausto e completamente andato, si mette a letto ma non riesce a prendere sonno.

Belane (in camera): Anche oggi non ho risolto niente: tutti i miei casi sono in letargo. Mio padre mi aveva avvertito che sarei stato un fallito. (Pausa) Anche lui era un fallito. Seme cattivo...

Alle 3,00 si alza, va in soggiorno, siede sul divano, e accende il televisore. Dallo schermo la giovane e avvenente e provocante ragazza di una hot line lo invita a chiamare promettendo ottima compagnia virtuale a buon prezzo. Belane prende il telecomando per cambiare canale ma il telecomando non funziona: con espressione insofferente in volto, si costringe a trovare le forze per alzarsi e cambiare canale manual­mente. Quando è vicino al televisore sente la voce di Jenny Nitro pronunciare il suo nome.

Jenny: (fuori campo, allegramente maliziosa) Belane, hey, Belane...

Belane si gira ma non vede nessuno: fa spallucce e prostende il braccio verso il televisore per cambiare canale. Ma di nuovo la stessa voce.

Jenny: (fuori campo, allegramente maliziosa) Belane, hey, Belane...

Belane: Sto diventando pazzo. Mi sto avviando alla pazzia.

Jenny: (fuori campo, maliziosa ma leggermente spazientita) Belane, hey, Belane...

Di nuovo l’investigatore si gira ma non vede nessuno.

Belane: Forse sono già pazzo...

Jenny: (fuori campo, con voce ora frustrata e decisamente spazientita) Belane, hey, Belane...

Ancora una volta Belane si guarda alle spalle ma di nuovo non vede nessuno. Quando sta per premere il pulsante per cambiare canale, ode di nuovo la stessa voce.

Jenny: (rassegnata) Hey, grassone. Guarda giù. Sono qui...

Belane rivolge allora lo sguardo allo schermo.

Jenny: Ce l’hai fatta, coglione... Sono io. Mi riconosci?

L’investigatore strizza e strabuzza gli occhi con espressione incredula in volto: sullo schermo del televisore l’immagine di Jenny Nitro.

Belane: Jenny Nitro...

Jenny: (sarcastica e sardonica) Bravo, hai vinto un mappamondo!

Belane: Che cosa vuoi?

Jenny: Che la smetti di ficcare il naso nelle mie faccende personali.

Belane: Come?

Jenny: Che la smetti di ficcare il naso nelle mie faccende personali. Belane: Che?

Jenny: Sei sordo forse?

Belane: Devo aver bevuto troppo. Meglio andare a dormire per oggi.

Ma nello stesso momento stesso il televisore esplode in un lampo di luce scarlatta da cui viene fuori Jenny materia­lizzan­dosi dal nulla. Belane è sbigottito.

Jenny: Ti ho messo paura, eh, Belane? Di’ la verità!

Belane: Ma figurati. Serve ben altro per spaventare un investigatore privato come me.

Jenny: Lascia perdere. Per essere un investigatore ti mancano tre qualità.

Belane: E quali?

Jenny: Grinta, fiuto e strategia. (poi, sarcastica, guardan­dosi intorno e sguardando la stanza) E, a giudicare dal lerciume di questo lurido postribolo per topi, anche una donna... Questo posto fa schifo, è sozzo, schifoso. Una vera topaia.

Belane: T’inchioderò il culo, Jenny.

Jenny: Anche per quello ti mancano tre cose.

Belane: E cioè?

Jenny: Fisico, palle ed erezione.

Belane: Ah sì? Beh, ho capito a che gioco stai giocando, pupa.

Jenny: (sarcastica) Ma davvero!?

Belane: Ti sei incollata a Grovers perché se la fa con i morti e tu hai bisogno dei cadaveri per infilarci i tuoi amichetti dello spazio.

Con la sola forza del pensiero, come una calamita Jenny attrae a sé una sedia e si siede. Poi ripete lo stesso numero con il pacchetto di sigarette e l’accendino di Belane, si accende una sigaretta, e reclina la testa indietro esplodendo in una gran risata strafot­tente.

Jenny: Ti sembra che io sia dentro un cadavere, Belane?

Belane (smarrito): Beh... Non direi...

Jenny: Possiamo crearceli da soli i corpi. Guarda!

Un nuovo lampo di luce scarlatta accompagnato da un assordante ronzio e in un angolo della stanza appare un’altra Jenny.

Jenny 2: Ciao Belane.

Jenny 1: Ciao Belane.

Belane osserva attonito e sbalordito.

Belane: È sbalorditivo.

Jenny 2: Ma dormi in mutande??

Jenny 1: È disgustoso.

Un ulteriore lampo di luce scarlatta accompagnato dal solito assordante ronzio e la seconda Jenny scompare.

Belane: Senti, Jenny, Grovers mi ha incaricato di levarti dalle palle ed è quello che farò. Ti toglierò dalle palle.

Jenny: Fai grandi discorsi per essere uno zero, anzi meno di uno zero.

Belane: Non farmi incazzare, Jenny, o io--

Jenny: --O io che cosa?

Belane: Io--

Il fiato gli si ferma in gola, e le parole nello stomaco: Belane improvvisamente si ritrova pietrificato, fermo immobile e incapace di muoversi sul divano dov’era seduto.

Jenny: Sei merce di scarto, Belane. Non giocare con me. Ti va bene che per il momento ci sto ancora andando piano.

Belane: (fuori campo, pensando in mente) E’ la seconda volta che me lo dicono, oggi. Forse faccio il mestiere sbagliato. Ma ormai è troppo tardi per i ripensamenti.

Poi il solito lampo ronzante e Jenny svanisce nel nulla, così come si era palesata. Belane rimane immobile, incapace di muoversi per una decina di minuti. Poi inizia a riprendere sensibilità e riprende a muoversi. Quando è in grado di muoversi normalmente, s’incammina verso la camera del letto ed esausto si accascia sul materasso.

 

2.7.7) INTERNO, POMPE FUNEBRI DI HAL GROVERS, POMERIGGIO.

Belane si trova davanti all’ufficio di onoranze funebri di Hal Grovers. L’insegna recita “pompe funebri Porto Argenteo”. L’investigatore entra.

L’ufficio è confortevole, pulito e silenzioso. Tappeti spessi, leggermente sporchi. Dentro, nessuno.

Belane: (in camera, sornione) Campo maledetta­mente redditivo: niente periodi morti!

Belane si guarda intorno e, non vedendo nessuno, varca la soglia che conduce a una sala contigua e molto ampia.

Nella sala molteplici bare di tutte le dimensioni: grandi, piccole, spesse, sottili. Nei paraggi ancora nessuno. Belane è pervaso da una irresistibile curiosità: alza il coperchio di una bara e timoroso guarda all’interno, con paura e circospezione. Belane urla: dentro, una giovane donna nuda, bellissima e defunta. L’investigatore lascia cadere il coperchio, che sbatte sulla bara e cade in terra con gran fracasso. Hal Grovers entra correndo.

Grovers: (urlando) BELANE! CHE COSA STA COMBINANDO??

Belane: (urlando) COMBINANDO? <<COMBINANDO>> DICI? CHE INTENDI DIRE? MA DOVE DIAVOLO ERI FINITO??

Grovers: (urlando) AL BAGNO. MA PERCHÉ TUTTO QUESTO URLARE?

Belane: (urlando) ANCHE TU STAI URLANDO!

Grovers: (urlando) E ALLORA SMETTIAMOLA ENTRAMBI!

Belane: (urlando) D’ACCORDO.

Grovers: (urlando) BENE. AL MIO TRE.

Belane: (urlando) AL TUO 3, MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA.

Grovers: (urlando) UNO, DUE, TRE!

Pausa. Scambio di sguardi tra i due.

Belane: (urlando di nuovo, e indicando la bara che aveva sco­perchiata) GROVERS, C’È UN CADAVERE IN QUELLA BARA! UNA SVENTOLA CON DUE TETTE MOZZAFIATO, ROBA DA FAR GELARE IL SANGUE NELLE VENE E GLI SPERMATOZOI NEL CAZZO!

Grovers: (urlando) AVEVAMO DETTO DI NON URLARE PIÙ.

Belane: (urlando) E ALLORA SMETTILA!

Grovers: (improvvisamente calmo) Ok.

Grovers si avvicina alla bara scoperchiata e vi guarda dentro.

Grovers: Belane, non c’è alcun corpo qui.

Belane: Che cosa??

Belane si avvicina a Grovers, e si sporge oltre il bordo della bara: la bara risulta effettiva­mente vacante. Si volta vero Grovers, lo afferra per il bavero, e prende a strattonarlo.

Belane: Non prendermi per il culo, bello! L’ho vista! C’era un cadavere qui dentro! Una giovane sventola stecchita! Mi prendi per il culo? Tu, e quel Billy French, il vampiro succhia-sangue. Con me non si scherza, Grovers!

Grovers: Nessuno qui vuole scherzare con lei, Belane. Ha le allucinazio­ni?

Belane: (allentando la presa) Scusa, dovevo aspettarmelo.

Grovers: (ricomponendosi) Aspettarsi che cosa?

Belane: È Jenny Nitro. Sta giocando con la mia mente. Sa bene che ci sto dando dentro col tuo caso.

Grovers: Non l’ho più vista ultimamente. Magari se n’è andata.

Belane: Non escludo il ritorno. Anzi, ne sono sicuro. Tornerà. Tornano sempre. Quando capiscono che in fondo eri l’uomo migliore che potesse capitare loro. Quando capiscono che eri il meglio che potevano pretendere allora tornano. E quando lo fanno, tornano piene di rimorsi e rimpianti. E tu ti ritrovi tra i piedi delle cagnoline ammaestrate pronte a leccarti i piedi e baciarti persino il culo. No: non se n’è andata, Hal. Sta solo aspettando.

Grovers: Aspettando che cosa?

Belane: Lei aspetta. Giù come un animale e aspetta. Pronta ad addentarti la giugulare appena ti chinerai per allacciarti le scarpe.

Grovers: Mi sta dicendo che non dovrei più allacciarmi le scarpe?

Belane: (con aria grottescamente grave e ridicol­mente seria) Per ora non lo so. Ma meglio non rischiare.

Poi compie un giro su sé stesso e si guarda intorno.

Belane: Presto, Grovers! Quanti cadaveri hai qui in questo momento?

Grovers: Ne abbiamo appena preparati due. Sono nella Sala Del Sonno.

Belane: Devo vederli!

Grovers: Che cosa?

Belane: Vuoi che risolva il tuo caso o no?

Grovers: Non lo so...

Belane: (con espressione e atteggiamento di preoccupatis­sima e immotivata apprensione come per una imminente cata­strofe) Grovers, è questione di vita o di morte! Ah ah ah! Scusa! (pausa) Ad ogni modo, devo vedere quei cadaveri!

Grovers: Perché?

Belane: Se te lo dicessi, non ci crederesti.

Grovers: Ci provi.

Belane: Lascia perdere. Sei ancora troppo giovane. Piuttosto, non c’è tempo. Devo vedere quei due cadaveri, mio caro Groviera!

Grovers: È molto irregolare...

Belane: Lascia perdere e fammi dare un’occhiata.

Grovers: E va bene. Mi segua...

I due entrano nella Sala Del Sonno, una stanza buia, illuminata solo da tre candele accese, una per ogni bara.

Belane: Bene, vediamo un po’...

Grovers: Potrei sapere il motivo, per favore?

Belane: Jenny Nitro vuole piazzare i suoi alieni dello spazio in questi corpi morti. Dare loro un guscio, un posto dove nascondersi. Un guscio, hai presente? Come quello delle tartarughe. La signorina Nitro ti sta intorno per arrivare a questi corpi, Grovers. Qui c’è qualcosa di grosso sotto.

Grovers: Ma questi sono cadaveri, sono morti, sono in stato di decomposizione. Inoltre li sotterreremo. Come potreb­bero utilizzarli?

Belane: Gli alieni si nascondono nei corpi morti finché vengono tumulati, poi ne trovano altri.

Grovers: Ma se vogliono nascondersi, perché usare corpi senza vita? Perché non nascondersi dentro a serbatoi, caverne, antri, grotte, spelonche e posti simili? Perché, poi, non utilizzare corpi viventi?

Belane: Che idiota che sei! I corpi vivi reagirebbero alla loro presenza. Apri queste bare, Hal! Penso che siano lì dentro adesso!

Grovers: Belane, io credo che lei sia pazzo.

Belane: Ah, e così io sarei il pazzo? Grovers, chi è venuto nel mio ufficio gridando all’invasione aliena? Chi ha leccato le scarpe di una puttana dello spazio solo perché lei gliel’ordinava? E SAREI IO IL PAZZO?

Silenzio.

Belane: (urlando) ASPETTO UNA RISPOSTA!

Grovers: Io...

Belane: (urlando) E CHI TI HA DATO ASCOLTO QUANDO LA POLIZIA TI HA RISO IN FACCIA? IO, GROVE! SOLTANTO IO. SI’, E’ VERO, CREDEVO CHE FOSSI UN COGLIONE, MA NON UN PAZZO.

Silenzio.

Belane: (urlando) ALLORA!? ESIGO UNA RISPOSTA, BRUTTO COGLIO­NE!

Grovers: Lei...

Belane: (urlando) APRI QUESTE CAZZO DI BARE, FINOCCHIO DI UN FROCIO!

Finalmente Grovers si decide e apre la prima bara. Dentro un uomo sui 40 anni. Belane scruta il cadavere. Poi si gira verso Grovers e gli si rivolge parlando sottovoce, bisbigliando come comunicando un segreto pericoloso e inconfessabile.

Belane: Uno di loro è dentro di lui in questo momento...

Grovers: Come fa a saperlo?

Belane: (con gli occhi fuori dalle orbite per l’esaltazione) L’ho appena visto muoversi!

Belane si abbassa, afferra il cadavere per il collo, e lo crolla percuotendo­lo con forza.

Belane: Avanti, avanti! Vieni fuori di lì! Lo so che sei lì dentro!

Mentre Belane crolla ripetutamente il cadavere, e il cadavere spalanca la bocca sputando un batuffolo bianco. Belane emette un grido e si ritrae con un balzo in dietro.

Belane: (urlando) AHHH! CHE COS’È??

Grovers si limita a fare spallucce, alzando le braccia e lasciandole ricadere mollemente lungo i fianchi in segno di rasse­gnazione.

Grovers: Belane, ho lavorato almeno un’ora per imbottirgli le guance a questo modo. È solo cotone. Per farlo apparire florido e in salute. Ma adesso si è afflosciato di nuovo: dovrò rifare tutto da capo.

Belane: Meglio che ti sbrighi. Il nostro amico ha assunto le sembianze di un cazzo moscio. È disgustoso, è terri­bile, è orribile, è orripilante.

Grovers sospira rassegnato.

Belane: Comunque scusa, non me n’ero reso conto. Ma credo che ci siamo. Scoperchia un’altra bara.

Grovers lo sguarda in tralice, torvo e corrusco, aggrottando le sopracciglia.

Belane: Per favore.

Grovers: L’apra da solo. È tutto così ripugnante. È stolido, è insensato, è malato. Non capisco perché sto permettendo tutto questo. Devo essere impazzito.

Belane si avvicina alla seconda bara e la scoperchia.

Belane: È uno scherzo, Grovers? Perché se è uno scherzo non è divertente, Hal. Non si scherza su queste cose, mio caro Groviera. Non è per niente divertente.

Grovers: (smarrito) Ehm?

Belane: La persona adagiata nella bara sono io. Guarda pure tu. Sto sorridendo. Di un bellissimo sorriso di cera. Sembro un Buddha. E indosso un abito marrone scuro e stropicciato. Io non indosso mai abiti marroni. Che diavolo sta succedendo qui, bello?

Grovers: Ma quello è il signor Andrew Douglas, è morto improvvisa­mente per un arresto cardiaco. Per decenni è stato una figura eminente della comunità.

Belane: Stronzate, Grovers. Quello lì dentro sono io!

Grovers: È sicuro di sentirsi bene?

Belane: No che non mi sento bene. Non mi sento bene per nulla. Non mi sento bene manco per il cazzo. C’È IL MIO CORPO DENTRO UNA BARA E MI CHIEDI SE MI SENTO BENE? SEI FORSE IMPAZZITO? TI SEI AMMATTITO O COSA?

Grovers: (avvicinandosi alla bara, e indicando il corpo ivi contenuto) Sciocchezze, questo è il si­gnor Douglas. Guardi lei stesso.

Belane si affaccia alla bara. Dentro, un vecchio candido, canuto e canescente, sui settanta, forse ottanta.

Belane: (arrabbiato, urlando) A CHE GIOCO STIAMO GIOCANDO, GRO­VERS?

Grovers: Non so che dirle...

Belane: (calmandosi) Forse non è colpa tua. Forse sei solo un coglione. Dev’essere Jenny Nitro. Ci sta fottendo alla grande.

Grovers: Io penso che lei sia un uomo molto confuso, Belane.

Belane: Taci e stai zitto. Zitto e muto. Devo riflettere.

Pausa. Silenzio.

Grovers: Signor Belane... Signor Belane...

Belane: Sì?

Grovers: È interessato a vedere l’interno della terza bara, sebbene sia vuota? C’è un signore che l’ha scelta anticipatamente.

Belane: Ma lui è lì dentro??

Grovers: No, certo che no. Il signore è vivente e in perfetta salute. L’ha scelta in anticipo. Applichiamo uno sconto del 10% sugli acquisti anticipati.

Belane: Ok, Grovers. Adesso ho un appuntamento. Devo andare. Ti contatterò io.

Belane si volta e si avvia precipitosamente verso l’uscita. Ma sulla soglia del negozio è raggiunto dalla voce di Grovers che lo reclama. Belane si volta.

Grovers: C’è qui Billy French. È appena tornato dal pranzo. Vuole parlargli di persona?

Belane: È disgustoso, è schifoso.

Grovers: Mh?

Belane: Non ce la faccio. Non reggerei. Sboccherei solo a guardarlo.

Grovers: Mh??

Belane: Chiedigli che cosa ha mangiato.

Grovers si reca nella sala dove si trova Billy French ritornando poco dopo.

Grovers: Antipasto di lingua salmistrata, interiora in salsa tonnata, carpaccio all’albese e salsiccia di Bra. Secondo di bistecca al sangue in salsa rosa e trippa con contorno d’insalata di pomodori.

Belane: È stomachevole, è vomitevole!

Grovers: Mh???

Belane: Che pomodori?

Grovers si reca di nuovo nella sala dove si trova Billy French ritornando poco dopo.

Grovers: Cuori di bue.

Belane: È rivoltante, è ributtante!

Grovers: Mh????

Belane: (a Grovers) Adesso devo andare. Ti contatterò io. (in camera) Tutti i figli di puttana che si scelgono la bara in anticipo sono gli stessi figli di puttana che si sparano seghe sei su sette, e vanno a puttane il sabato sera. Ma non io, non Mickey Belane.

 

2.7.8) ESTERNO, MACCHINA, POMERIGGIO.

Belane raggiunge il maggiolino, sale, mette in moto, e parte, sgusciando nel traffico.

Comincia a piovere. Belane alza il finestrino buono della portiera desta. Poi accende la radio, fermandosi a una stazione che trasmette un jazz figo.

 

2.7.9) INTERNO, UFFICIO, POMERIGGIO.

Garner Building.

Belane entra e prende l’ascensore. Sale fino al sesto piano.

Percorre il corridoio fino alla porta 604, su cui è affissa la targhetta “dott. Seymour Dundee medico psichiatra”.

L’investigatore apre la porta. La sala è gremita. Belane percorre con lo sguardo quella folla variopinta. Uno in particolare colpisce la sua attenzione: un uomo che legge il giornale tenendolo al contrario. Tutti gli altri siedono in silenzio. Quasi senza respirare. Quasi si ode il rumore dei raggi del sole picchiare ai vetri delle finestre. Nella sala aleggia una greve sensazione d’insopportabile cupezza che si riverbera sulle cose e anche sui visi degli astanti.

Belane si reca all’accettazione e si registra. La segretaria è un’orrenda vecchia piena di rughe. Poi volta le spalle alla vecchia, si avvia verso le poltroncine della sala d’attesa, e prende posto accanto a un uomo che indossa una scarpa nera e una marrone.

Uomo bicolore: Hey, amico.

Belane: Sì?

Uomo bicolore: Hai da cambiare un centesimo.

Belane: E tu hai da moltiplicare uno zero?

Uomo bicolore: Forse domani?

Belane: Forse domani.

Uomo bicolore: E se domani non riuscissi a trovarti?

Belane: Mi troverai.

Uomo bicolore: Come faccio a esserne sicuro?

Belane: Chiedi alla polvere.

Uomo bicolore: Uh.

Passa mezz’ora e Belane spazientito inizia a sbuffare.

Belane: (innervosito, alla segretaria) Ma lo strizza-cer­velli non sa che una delle cose che più fa ammattire la gente è l’attesa? La gente aspetta tutta la vita. Aspetta di vivere, aspetta di morire. Aspetta in coda per comprare la carta igienica. Aspetta in coda per i soldi. E se non ha i quattrini, aspetta ancora di più in code ancora più lunghe. Si aspetta di andare a letto la sera e di risvegliarsi al mattino. Si aspetta di sposarsi e si aspetta di divorziare. Si aspetta l’Inverno e poi si aspetta la bella Estate. Si aspetta la pioggia e poi si aspetta il bel tempo. Si aspetta di pranzare al meriggio e poi si aspetta di cenare alla sera. SI ASPETTA NELLO STUDIO DELLO STRIZZA-CERVELLI CON UNA MANICA DI PSICOPATICI E CI SI CHIEDE SE NON SI È UNO DI LORO!

Nessuno lo degna di uno sguardo né tantomeno di una risposta, e Belane si risiede mogio mogio, ramingo e tapino. Infine una pesante spossatezza gli piomba addosso e si appisola. Viene svegliato più tardi dalla segretaria che lo ridesta battendo il piede contro il pavimento con fare nervoso e quasi spasmodico.

Segretaria: Signor Belane, signore Belane. Tocca a Lei.

Belane: Sono pronto, dolcezza!

Segretaria: Mi segua. Il dottore La sta aspettando nel proprio studio.

I due percorrono il corridoio per tutta la lunghezza. Giunti alla fine, la segretaria apre una porta e invita Belane ad entrare. Belane la precede. Dietro la scrivania un tizio dall’aria soddisfatta, camicia verde scuro, maglione informe arancione sbottonato, lenti da vista scure, intento a fumare una sigaretta tirando il fumo con l’ancia. Belane bofonchia un saluto.

Dottore: (indicando una sedia) Prego. Si accomodi.

La segretaria chiude la porta e se ne va. Il dottore scarabocchia un foglietto di carta con la sua penna stilografica.

Dottore: Le costerà 160 dollari l’ora.

Belane: Ma vaffanculo.

Dottore: (divertito e stupito) Ah, questa mi è piaciuta!

Belane: No, dico sul serio.

Il dottore ridacchia.

Dottore: Bene, veniamo a noi. Perché è qua?

Belane: Non so proprio da dove cominciare.

Dottore: Cominci contando alla rovescia da dieci!

Belane: Fottiti tua madre, coglione!

Dottore: Ah, interessante. Lei ha mai avuto rapporti con la sua?

E con la mano sinistra forma un cerchio unendo il pollice e l’anulare e poi infilandoci l’indice della mano destra e facendolo passare avanti e indietro.

Dottore: Così... Mhm...!

Belane: La pago 160 dollari orari per farmi prendere in giro?

Dottore: Inizi Lei a non prendersi gioco di me.

Belane: (alzandosi e piegandosi sulla scrivania) Ti va di lusso, amico, che ti sto solo prendendo in giro!

Dottore: Addirittura...

Belane: Già. Non giocare con me, bello, non sono responsabile delle mie azioni.

Dottore: Via, via, signor Belane, mi dica che vuole da me e facciamola finita.

Belane: (sbattendo un pugno contro il piano della scriva­nia) LEI CHE NE DICE? MALEDIZIONE, HO BISOGNO DI AIUTO!

Dottore: È naturale, signor Belane. Ma come mi ha trovato?

Belane: Pagine Gialle.

Dottore: Pagine Gialle? Ma io non sono sulle Pagine Gialle.

Belane: E invece sì. Seymour Dundee, psichiatra, Garner Building, ufficio 604.

Dottore: Ma questo è il 605. Sono Samuel Dillon, avvocato. Il signor Dundee è nell’ufficio qui accanto. Temo che lei abbia commesso un errore.

Belane: (alzandosi e sorridendo) Allora è vero che lei vuole prendermi in giro, Dundee. Mi sta prendendo in giro. Se crede di potermi manipolare e giocare con la mia mente, sta sbagliando di grosso. Sono qui per cercare di scoprire se le faccende di Céline, del Passero Rosso, della Signora Morte, degli alieni dello spazio, di Cindy Bass siano reali o se invece ho problemi mentali. Voglio dire, niente di tutto ciò ha senso. Credo di essere impazzito. Secondo lei sono impazzito? Sono pazzo? Me lo dica fuori dai denti: secondo Lei sono pazzo? Dove mi porterà tutto questo. Perché? Che senso ha?

Il dottore preme un pulsante sulla scrivania e subito riappare la segretaria.

Dottore: Molly, per favore, accompagna questo signore nello studio del dottor Dundee qui a fianco. Grazie.

La segretaria accompagna Belane a ritroso lungo il tragitto che prima lo aveva portato nella stanza del dottor Dillon e poi gli indica lo studio del dottor. Dundee.

Segretaria: E vedi di rigare dritto, segaiolo...

Belane entra nella sala d’aspetto dello studio del vero Dundee. Anche questa gremita.

La prima cosa che nota è l’uomo con le scarpe bicolori: gli va incontro e gli si siede accanto.

Uomo bicolore: (in tono confidenziale) È capitato anche a Lei?

Belane lo guarda torvo e non risponde.

Uomo bicolore: (con atteggiamento canzonatorio) Eh eh... Ha sbagliato porta... Eh eh... Ha sbagliato porta!

Belane si alza, varca la porta d’ingresso, ed esce. Fuori, sul pianerottolo, chiama l’ascensore, sale, e scende al piano terreno. Poi attraversa l’atrio dell’ingresso e raggiunge l’uscita.

 

2.7.10) ESTERNO, MACCHINA, TRAMONTO.

Uscito raggiunge la macchina, l’apre, vi sale, mette in moto, aspetta che si scaldi, parte. Guida ad andatura controllata. A un semaforo si ferma e accende una sigaretta. Quando scatta il verde, riparte. Intanto, lungo il percorso, pensa a voce alta.

Belane: (in camera, guidando) Nell’ultimo sogno che ho fatto ero sdraiato sotto un elefante, non potevo muovermi, e lui stava sganciando uno dei più grossi stronzi mai visti. Racconta questo sogno allo strizzacervelli e lui s’inventerà qual­cosa di tremendo. Dato che lo paghi una cifra sproposi­tata, farà di tutto per farti sentire malissimo. Ti dirà che lo stronzo è un pene e che tu ne sei terro­rizzato, o che lo desideri intensamente e ardentemente, o cazzate degeneri di questo genere. E invece io dico che è solo un grosso stronzo e basta. Punto e basta. Non serve ricamarci troppo sopra. A volte le cose sono proprio come appaiono, senza doverci ricamare troppo sopra. O, molto più sempli­cemente, lo stronzo di elefante è la rappresentazione simbolica del telefono: sapete, tutta quella merda che capita di dover ascoltare. Perché un telefono è sempre un telefono, ma tutto ciò che gli passa attraverso è un’altra storia. (Pausa) Ma, in fondo, il miglior interprete dei sogni è il sognatore. Tieniti i soldi in tasca, o puntali s’un bel cavallo, o spendili in una bella puttana. Pagaci un sicario, compraci dei sigari scadenti, del pessimo Rhum che sa di cherosene o dei cazzi di gomma. Tutto, ma non gettarli in strizzacervelli e psicanalisi. (Pausa) Eppure ci sono troppe cose che non quadrano. Per esempio, perché nello studio dell’avvocato quel tale leggeva il giornale al contrario? Avrebbe dovuto stare nello studio dello strizzacervel­li. O forse solo la pagina esterna del giornale era capovolta e lui leggeva l’interno per il verso giusto? E poi: dove si è cacciato il Passero Rosso? C’è vita oltre la morte? Dio esiste? Ci sono troppi enigmi da risolvere e troppi indizi e fatti che non quadrano. Già solo scendere dal letto è come calarsi nell’infinito muro vuoto dell’universo. Forse farei meglio a scappare a Cuba con i pochi soldi che mi sono rimasti, scialacquarli in deliziose mulatte e squisite puttane minorenni, e scordarmi definitivamente di tutto. Ma problemi e sofferenze mantengono un uomo in vita anche quando sembra di non farcela. O è forse il cercare di evitare e risolvere problemi e sofferenze quello che per­mette di stare sul pezzo. (sospirando) Ah, è un lavoro a tempo pieno. E spesso capita che non ci si riesca a riposa­re nemmeno durante il sonno. Fanculo. Sono Mickey Belane, il super-investigatore di LA!

 

2.7.11) ESTERNO, RISTORANTE DI MUSSO, MERIGGIO.

Belane è in macchina. Guida fino al ristorante di Musso. Quando arriva, l’orologio segna le 14,10. Parcheggia, lascia la macchina, ed entra nel locale.

Ne uscirà più tardi, mentre ambulanze sfrecciano per soccorrere un uomo che giace in terra esanime e senza vita accanto a una donna obesa con un grande cappello rosso alla guida di una vecchia Oldsmobile che urla impazzita. Il corpo è quello di Céline, che giace nel bel mezzo di Hollywood Boulevard. Céline giace esanime in terra, sull’asfalto. Belane si ferma a guardarlo un momento. Poi passa oltre, va alla macchina, mette in moto, e parte.

 

2.7.12) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, POMERIGGIO.

Belane è davanti alla porta d’ingresso del proprio ufficio: infila la chiave nella serratura, spalanca la porta, entra, richiude la porta alle proprie spalle, si volta verso l’interno del locale, e sobbalza dallo spavento: dietro la scrivania, seduta sulla poltrona, Jenny Nitro, le gambe accavallate come Sharon Stone in “Basic instinct.”, il corpo da sballo, un aspetto splendido, meravigliosa.

Belane: Pare che alla gente piaccia sedersi dietro la mia scrivania...

Jenny Nitro: Belane, brutto ubriacone sciagurato, versami qualcosa da bere. Ho la gola secca.

Belane si avvicina all’angolo bar e versa un drink per sé e uno per Jenny Nitro.

Belane: Capisco bene perché Grovers si trova nei guai. Che importanza ha anche se sei un’aliena dello spazio? Con quel corpo, ne vorrei avere molte di più intorno. Ma Grovers è mio cliente: devo eliminarti, finirti, spedirti all’altro mondo, fuori scena, su Marte magari. È il mio destino: mai pace, mai tregua, mai, sempre in pista per qualcuno.

Porge il bicchiere a Jenny Nitro, poi si lascia cadere sul divano e si accende un sigaro. Jenny si è invece alzata dalla poltrona e siede ora sul piano della scrivania dondolando le gambe in modo estremamente sensuale.

Jenny Nitro: Grazie. (pausa: beve un sorso) Sono venuta per stringere un accordo con te, Belane.

Belane: Piuttosto preferirei sorbirmi un intero concerto di Madonna.

Jenny Nitro: Da quanto tempo non vai con una donna, Belane?

Belane: E chi se ne frega?

Jenny Nitro: Dovrebbe fregare a te…

Belane: E se non me ne fregasse?

Jenny Nitro: E se te ne fregasse?

Belane: Mi stai offrendo il tuo corpo?

A questo punto Jenny Nitro balza giù dalla scrivania con un suntuoso scatto d’anca e inizia a camminare su e giù lungo la stanza. Bellissima, è nitroglicerina pura.

Jenny Nitro: Diciamo che il corpo fa parte dell’accordo.

Belane: Spiegati meglio.

Jenny Nitro: Belane, io faccio parte della prima ondata di un gruppo d’invasori che viene dallo spazio per impadro­nirsi della terra.

Belane: Perché?

Jenny Nitro: Vengo dal pianeta Zaros. Siamo sovrappopolati. Abbiamo bisogno della Terra per trasferire gli abitanti in eccedenza.

Belane: E perché diavolo non venite qui e basta? Sembrate proprio degli umani. Non lo verrebbe mai a sapere nessuno.

Jenny si arresta di botto e rivolge a Belane un’occhiata ammaliatrice che è una frustata di metallo denso-fuso.

Jenny Nitro: Belane, questo non è il nostro vero aspetto. Quello che vedi è solo un miraggio, un sogno, un’allucina­zione.

Belane: Non lo è forse la vita stessa?

Jenny: (sorridendo) Belane, noi siamo completamente diver­si da qualsiasi idea tu possa farti in mente.

Belane: E qual’è il tuo vero aspetto?

Un lampo di luce scarlatta e appare un essere simile a un grosso serpe ricoperto di pelo ispido e dotato, al centro della testa, di una protuberanza umida e rotonda contenente un occhio. Davvero ripugnante. Belane ha l’istinto di prendere un oggetto e scagliarglielo contro, ma lo manca. Il serpe scompare inghiottito da un lampo di luce scarlatta che inghiotte il serpe e risputa il corpo sensualissimo di Jenny.

Jenny Nitro: Brutto idiota, hai cercato di uccidermi. Non farmi incazzare o ti distruggo.

I suoi occhi lampeggiano.

Belane: Va bene, piccola, va bene, scusami. Mi sono solo spaventato. Non volevo farti del male. Sono confuso.

Jenny Nitro: D’accordo, lasciamo perdere. Vedi, noi costi­tuiamo un primo avamposto della futura occupazione e dominazione zaroniana sulla Terra, mandato in ricognizione per perlustrare il territorio e ricavarne dati utili per la successiva fase di evacuazione e trasferimento degli zaroniani in eccesso. Riteniamo che sarebbe utile reclutare alcuni di voi umani, per la causa. Qualcuno come te.

Belane: E perché io?

Jenny Nitro: Perché tu sei il tipo perfetto: credulone, egocentrico, narcisista, e privo di personalità.

Belane: E Grovers? Che c’entra lui? Ha a che fare con i cadaveri?

Jenny: (ridendo) Nessuno. Siamo semplicemente capitati là. Siamo atterrati là per puro caso. Io mi sono, se possiamo dire così, affezionata a lui. Un flirt innocente, un passatempo...

Poi sinuosa avanza verso Belane. L’investigatore è ipnotizzato. I corpi si baciano e le bocche si fondono. Un lungo bacio appassionato. Con molta lingua. E moltissima saliva. Poi, d’un tratto, Belane l’allontana e la spinge via.

Belane: No, non posso. Mi spiace.

Jenny Nitro: (sguardandolo confusa) Che succede, Belane? Sei troppo vecchio per queste cose?

Belane: Non è quello, piccola...

Jenny Nitro: E allora?

Belane: Non voglio farti rimanere male...

Jenny Nitro: Dimmi, paparino.

Belane: Beh, potresti trasformarti di nuovo in quell’orri­bile cosa... Quel serpente orrendo, con quella orribile protube­ranza schifosa al centro...

Jenny Nitro: Che ti credi, brutto grassone di un bue? Noi zaroniani siamo bellissimi.

Belane: Sapevo che non avresti capito...

Poi gira dietro la scrivania, si siede, apre il cassetto, estrae la solita bottiglia di Tequila dal solito cassetto in alto a destra, svita il tappo, e ne ingolla una lunga sorsata.

Belane: Vuoi?

Jenny rifiuta con un cenno della mano.

Belane: Come siete atterrati?

Jenny Nitro: Con una metropolitana spaziale.

Belane: Una metropolitana spaziale, eh? E in quanti siete?

Jenny Nitro: Sei.

Belane: Non so se posso aiutarti, piccola mia...

Jenny Nitro: Oh, mi aiuterai eccome, bue grasso.

Belane: E se non lo faccio?

Jenny Nitro: Sei morto.

Belane: Cristo! Prima la Signora; poi Mike; poi ancora Tony, Dante e Fante; e Bass; e Céline; e Brewster. Adesso tu: perché c’è sempre qualcuno che vuole vedermi morto?

Jenny Nitro: Forse, in qualche modo, te le attiri...

Belane: Beh, forse ho qualcosa da dire anche io sulla faccenda...

E così dicendo estrae la Luger dal cassetto, impugnandola e puntandola contro Jenny.

Belane: Con un colpo ti rispedisco a Zaros, puttana!

Jenny Nitro: Dai, avanti, premi il grilletto, schifoso grassone di un bue!

Belane: (stupito) Che cosa?

Jenny Nitro: Ho detto: premi il grilletto, bastardo!

Belane: Non provocarmi, puttana!

Jenny Nitro: Su, avanti, cazzone: spara! AVANTI!

Belane: (madido e tremante, visibilmente scosso) Credi che non ne sia capace?

Jenny si limita stavolta a sorridere di un sorriso beffardo.

Belane: EH?

Jenny Nitro: (con sicurezza, tranquillità e serenità) Premi quel dannato grilletto, Belane...

Belane: (grondando sudore) TI PREGO, TORNATENE A CASA, TESORO!

Jenny Nitro: Mai!

Belane chiude gli occhi e preme il grilletto. Poi il reboante schianto fragoroso, e il rinculo della pistola. Quando riapre gli occhi, Jenny è in piedi davanti a lui, tranquilla e sorridente. Belane nota qualcosa nella sua bocca e strizza gli occhi per mettere a fuoco e vedere meglio: Jenny Nitro tiene la pallottola esplosa dalla pistola tra i denti. Incredibile: Jenny Nitro ha fermato la pallottola con i denti. Poi Jenny procede alla scrivania e sputa la pallottola sul piano.

Belane: Piccola, possiamo fare un sacco di soldi con questo numero! Possiamo diventare un duo! Possiamo diventare ricchi! Pensa! Sarebbe magnifico!

Jenny Nitro: Niente da fare, Belane. Sarebbe un impiego scorretto dei miei poteri.

Belane: Allora ho un problema serio.

E ingurgita un’altra sorsata di Tequila.

Jenny Nitro: Ora, Belane, io ti arruolo ufficialmente per la causa di Zaros, che tu lo voglia o meno. Tu sei il prescelto. Stiamo ancora elaborando il piano per l’invasione e successiva occupazione della Terra. Sarai informato e contattato non appena ci saranno nuovi sviluppi. Per ora è tutto.

Belane: Ascolta, Jenny, non puoi trovare qualcun altro per questo compito?

Jenny Nitro: (sorridendo) Sei tu il prescelto!

Poi un lampo di luce scarlatta e la donna scompare nel luminoso nulla scarlatto di uno sfolgorante intensissimo lampo di luce rosso-violacea. Belane appoggia i piedi sulla scrivania e con aria meditabonda riflette pensando ad alta voce.

Belane: (fra sé) Dunque, vediamo: sto facendo progressi. Ora mi rimane solo da sbrigare la faccenda del Passero Rosso e inchiodare il culo di Cindy. Un caso in meno, ma un problema in più: naturalmente adesso Jenny Nitro è un mio problema; sono cliente di me stesso! Ma, almeno, Céline e Grovers sono storia chiusa. In un certo senso devo confessare che comincio a sentirmi molto professionale.

Il telefono squilla, Belane alza il ricevitore e risponde: è la Signora Morte.

Signora Morte: Sono ancora io, Belane. Sono ancora qui.

Belane: È un piacere sentire una vera Signora ogni tanto. Ma perché non si prende una bella vacanza? Almeno per oggi...

Signora Morte: Non riesco, non posso, non ci riesco proprio: il mio lavoro mi diverte da morire!

Belane: Senta, posso farle una domanda?

Signora Morte: Certo.

Belane: Opera solo sulla Terra?

Signora Morte: Che cosa intendi?

Belane: (titubante) Beh, voglio dire... Quello che voglio dire è se nel suo lavoro sono compresi, ehm, per esempio... anche gli alieni dello spazio!

Signora Morte: Naturalmente. Quello che vuoi. Alieni dello spazio, cani, leoni, elefanti, politici, poeti, cantanti, attori, domestiche, meccanici, presi­denti, vermi, pulci, ragni, topi, parassiti, batteri, microbi, virus, sbirri, e chi più ne ha più ne metta. Perfino negri, comunisti, femministe e sbirri. Anche se questi ultimi mi fanno talmente schifo che di solito tendo a lasciarli per ultimi.

Belane: Buono a sapersi.

Signora Morte: Che cosa è buono a sapersi?

Belane: Il fatto che lei tratti anche alieni dello spazio.

Signora Morte: Mi stai stufando, Belane.

Belane: Normalmente una frase del genere mi ferirebbe. Stavolta, però, ne sono stranamente contento.

Signora Morte: Adesso devo andare. Ho una commissione da sbrigare. Un lavoretto facile facile.

Belane: Prima risponda a una domanda.

Signora Morte: Spara, pistola!

Belane: Come fai a uccidere un alieno dello spazio?

Signora Morte: Con facilità.

Belane: Le pallottole non funzionano. Che cosa usa lei?

Signora Morte: Il mio potere, che è più forte di qualsiasi arma.

Belane: Dunque è lei l’arma. L’arma e la condanna. Lo strumento e il sicario.

Signora Morte: Inizi a capire... Ne riparleremo: adesso devo proprio lasciarti: il lavoro mi chiama!

E riaggancia. Belane ripone la cornetta e stende i piedi sulla scrivania.

Belane: (fra sé) Cristo! Sei alieni dello spazio a caccia sulla Terra e mi hanno arruolato per la loro causa. (sarcastico) La loro causa! Credevo fosse passato il tempo di queste cose. Manca solo Superman, i russi e la guerra fredda e siamo al completo! Devo inventarmi qualcosa. O forse dovrei semplicemente far decantare la cosa.

Svita il tappo della Tequila e manda giù un piccolo sorso.

Belane: E rimangono ancora aperte le faccende del Passero Rosso e di Cindy Bass.

Estrae una moneta dalla tasca.

Belane: Testa: Passero Rosso, croce: Cindy Bass.

Lancia. Esce croce. Sorride. Si appoggia alla spalliera della poltrona. Guarda in alto, fissando il soffitto con espressione compiaciuta in volto.

Belane: Te lo inchioderò, maledetta puttana! (Pausa) Ma da dove cominciare? Ci sono: comincerò dal bar più vicino.

E così esce dall’ufficio e si reca al bar più vicino.

 

2.7.13) INTERNO, BAR, POMERIGGIO.

Il locale è molto affollato. Belane trova uno sgabello libero in fondo al bancone e si siede.

Il bancone è sovrastato da un grande orologio che segna le 15,00, e da un grande specchio oblungo.

Il barista ha un’aria solitaria, croci verdi dipinte sulle unghie, e occhi senza palpebre. Belane si sforza di guardarlo in faccia.

Belane: Scotch con acqua.

Barista 4: Oh.

Il barista trotta via.

Belane: (in camera, monologando) Un altro matto. Non si riesce proprio ad evitarli. Sono quasi tutti pazzi a questo mondo. E quelli che non sono pazzi sono arrabbiati. E quelli che non sono pazzi né arrabbiati, sono semplicemente stupidi idioti. Non c’è scampo. Non c’è via di fuga. Non c’è scelta. Devi solo resistere e aspettare. È un lavoraccio. È il più duro lavoro che si possa immaginare. E pensare che--

Il suo monologo è interrotto dall’arrivo di una donna che gli si siede accanto, sullo sgabello alla sua destra.

Signora Morte: Ciao, coglione. Offrimi da bere.

Belane: Certamente. (al barista) Hey, ragazzo, preparane due!

Barista 4: Eh?

Belane: Due scotch con acqua.

Barista 4: Ah.

Signora Morte: Che combini, grassone?

Belane: Risolvo casi, come da mia abitudine.

Signora Morte: Cioè li lasci irrisolti o aspetti che si risolvano da soli.

Belane: Sono Mickey Belane, l’investigatore privato più spietato di Los Angeles.

Signora Morte: Questo non è mica un vanto...

Belane: Sempre meglio che scoparsi una bambola di gomma.

Signora Morte: Non essere sfacciato. Comportati bene, o ti spengo come una lampadina.

Belane: Scusi, Signora: ho i nervi a pezzi. Magari un altro bicchiere sarà quello che mi risolleverà l’umore.

Il barista arriva con i due drink.

Signora Morte: (al barista) Che fine hanno fatto le tue palpebre?

Barista 4: L’impianto a gas di casa è esploso questa mattina.

Signora Morte: E come farai, stanotte, per dormire?

Barista 4: Mi arrotolerò un asciugamano sulla testa.

Belane: Perché non lo fai anche adesso?

Signora Morte: Belane... Comportati bene...

Belane: (al barista) Scusa. Mi dispiace per le tue palpebre. Magari ricresceranno.

Alza il bicchiere e brinda con la Signora Morte.

Signora Morte: Lunga vita!

Belane: Già... Lunga vita...

I due fanno tintinnare i bicchieri e si fumano i due drink. Belane chiama subito un altro giro. Al terzo giro e dopo circa mezz’ora, nel bar entra un’altra donna, aria triste e malinconica, che si siede sullo sgabello alla sinistra di Belane: è Jenny Nitro. Belane ammicca il barista e ordina un altro scotch con acqua.

Jenny Nitro: (a Belane) Mickey, ti devo parlare. (sottovoce) Ma chi è questa troia seduta vicino a te?

Belane: Non lo indovineresti mai...

La Signora Morte da un colpetto di gomito nelle costole a Belane per attirarne l’attenzione. Belane si gira verso di lei.

Signora Morte: (a Belane, con voce alta) Hey, Belane: chi è questa troia?

Belane: Non lo indovinerebbe mai!

Il barista serve il drink a Jenny, che lo trangugia.

Belane: Dunque, credo che sia giunto il momento di fare le presentazioni... (alla Signora Morte) Questa splendida ragazza è Jenny Nitro. (a Jenny Nitro) E questa elegante e affascinantissima signora, è la Signora... Signora...

Signora Morte: (a Jenny Nitro) Signora Sorte!

Le due donne si squadrano per bene. Belane fa cenno al barista di portare un ulteriore giro.

Belane: (in camera) E adesso la faccenda si fa interessante! Dunque, vediamo: in pratica mi trovo seduto fra Spazio e Tempo. Quest’ultimo nelle sembianze della morte. E, quel ch’è peggio, entrambi sotto forma di Donna. Due donne. Due donne stratosferiche! Che via di scampo posso mai avere? Due donne significano il doppio delle grane rispetto a una. Adesso ho grane da tutte e due le parti. Sono chiuso in una morsa. Fottuto. Incastrato. In trappola. Intanto, mi resta da dare la caccia al Passero Rosso, che magari neppure esiste e che comunque non so che faccia abbia. Ammesso che non si tratti davvero di un uccello, di un pennuto, un volatile, un cazzo di uccello del cazzo! Mi sento davvero molto confuso: non immaginavo proprio che mi sarei impelagato fino a questo punto. Non ne capisco la ragione. Ma che posso fare ormai? (pausa) Calma e gesso, fesso!

Arrivano i drink.

Belane: Bene, Signore, alla nostra!

Belane: (in camera) Ah, perché non posso essere un tizio qualunque, seduto a guardare una partita di baseball, tutto preso dal risultato? Perché non posso essere un cuoco di terz’ordine che strapazza uova con aria distaccata? Perché non posso essere un tafano che zampetta profondamente rapito sul culo di una vacca indiana? Perché non posso essere un gallo che becca mangime in un pollaio? Perché devo essere proprio me stesso?

Belane viene scosso da Jenny, che gli tira un colpo alle costole con il gomito.

Jenny Nitro: Belane, devo parlarti...

Belane: (a Jenny Nitro) Aspetta solo un attimo. (alla Signora Morte) Spero che la cosa non la faccia incazzare, ma...

Signora Morte: Lo so, Tequila, devi parlare da solo con la signorina. Perché la cosa dovrebbe farmi incazzare? Non sono mica innamorata di te.

Belane: Ma sembra che lei mi stia sempre addosso, Signora.

Signora Morte: Sto addosso a tutti, Mickey. Solo che tu avverti di più la mia presenza... Adesso ti lascio solo con la tua signorina per un po’, non preoccuparti. Ma solo per un po’. Noi due abbiamo un conto in sospeso. Quindi mi rivedrai...

Belane: Signora Sorte, non ho dubbi al riguardo. E grazie per la comprensione...

La Signora Morte secca il proprio drink, e si alza dallo sgabello camminando verso l’uscita con tutta la sua conturbante bellezza carica di cattivo presagio. Una tenebrosa e mirifica bellezza carica di cattivo presagio. Belane l’accompagna con lo sguardo.

Barista 4: Hey, amico, scusa se te lo chiedo, ma chi era quella? Ho sentito un brivido lungo la schiena quando è passata...

Belane: Non indovineresti mai. E se te lo dicessi, non mi crederesti.

Barista 4: Va bene, ma dimmi ancora una cosa.

Belane: Spara.

Barista 4: Come fa un brutto grassone come te ad avere tutto questo movimento?

Belane: È per come le guardo. Il modo in cui le faccio sentire. A loro agio.

Barista 4: (ammiccando) El diablo viejo sabe mas por diablo que por viejo...

Belane: Adesso, se non ti dispiace, devo parlare con quest’altra signora: alza i tacchi finché ci riesci e lasciami un po’ di spazio.

Il barista si allontana e raggiunge il fondo del banco. Belane si gira lentamente verso Jenny Nitro.

Belane: Scusa, piccola, ma sembra che io incappi sempre in questi battibecchi inutili con quasi tutti i baristi che incontro.

Jenny Nitro: Non c’è problema. Ma forse sei tu stesso che te le tiri...

Belane: Inizio a sospettarlo anche io...

Jenny Nitro: (con aria contristata) Belane, devo andarmene.

Belane: Oh, mi dispiace. Facciamoci quello della staffa almeno.

Jenny Nitro: No: quello che voglio dire è che devo andarmene, anche quelli che sono venuti con me se ne devono andare. Dalla terra, dico. Non so perché, ma cominciava a piacermi sul serio. Beh, tu cominciavi a piacermi... Sul serio.

Belane: Questo è più che comprensibile. Sono Mickey Belane, l’investigatore più figo che c’è! Ma perché tu e la tua ganga avete deciso di lasciare la Terra così presto, così all’improv­viso?

Jenny Nitro: Non lo abbiamo deciso: siamo costretti. (sospirando) Ci abbiamo pensato tanto, è tremendo. Non vogliamo colonizzare il vostro pianeta.

Belane: Che cosa c’è di tanto tremendo, Jenny?

Jenny Nitro: La Terra, Belane. Tutto. Tutto sulla Terra non va. O se va, va male. Inquinamento, cattiveria, omicidi, veleno, veleno nel cibo e nell’aria, veleno nell’acqua e nell’anima, incendi, catastrofi, fame, avarizia, odio, mancanza di amore, povertà, disperazione, solitudine, ignoranza. La sola cosa bella sono gli animali, i bambini, e la natura. Ma state rovinando tutto. I bambini li trasformate in autentici mostri giorno dopo giorno. Ogni giorno elaborate nuovi modi per devastare la natura. E uccidete tutti gli animali, tranne quelli che vi servono per mangiare e i cavalli da corsa. Gli altri li bruciate, li uccidete, li torturate, li usate fino allo sfinimento e poi li gettate giù da un burrone o gli sparate un colpo in testa quando gli va bene. Quando non vi servono più li gettate, come se fossero oggetti. Ben presto saranno tutti estinti. Tutti. Tranne cavalli da corsa, vacche da macello, e topi. Soffocate la natura con ogni tipo di veleno e la gioia con la vostra ansia e depressione. È tutto così triste. Adesso capisco perché bevi così tanto.

Belane: È vero, Jenny. E non dimenticarti delle scorte di bombe atomiche.

Jenny Nitro: Già. Sembra proprio che vi stiate fregando con le vostre stesse mani.

Belane: Il punto è che non sappiamo che cosa ci riservi il futuro: potremmo sparire tutti domani o durare per altre migliaia di anni. E così la maggior parte della gente se ne frega di tutto.

Jenny Nitro: Mi mancherai tanto, grassone. Tu e gli animali...

Belane: Fai bene ad andartene, Jenny.

Dagli occhi di Jenny Nitro sgorgano piccole lacrime perlacee che le rigano il volto.

Belane: Ti prego, Jenny: non piangere, accidenti...

Jenny Nitro prende il proprio bicchiere e lo scola fissando commossa negli occhi dell’investi­gatore.

Belane: Nessuna mi ha mai guardato così...

Jenny Nitro: Così come, Belane?

Belane: Con questi occhi.

Accarezza delicatamente i capelli di lei.

Belane: Mi spiace sapere che non li rivedrò mai più...

Un lampo di luce scarlatta e Jenny Nitro sorride e scompare per sempre. Belane paga il conto e si affretta a uscire dal bar.

 

2.7.14) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, POMERIGGIO.

Belane entra in ufficio. Senza nemmeno togliere il cappello si fionda sul telefono, alza la cornetta, e chiama Grovers.

Belane: Come va il lavoro, Grovers?

Grovers: Stabile. Niente recessione in questo campo. (sarcastico) Per fortuna, la morte non va mai in vacanza!

Belane: Il caso Jenny Nitro è chiuso. Non ti darà mai più fastidio. Ti spedirò il conto delle spese conclusive.

Grovers: Spese conclusive? Sta cercando d’imbrogliarmi?

Belane: Grovers, ti ho tolto dalle palle la pupattola dello spazio: adesso devi pagare.

Grovers: Va bene, va bene. Ma come c’è riuscito?

Belane: Segreto della casa, bello.

Grovers: Va bene, d’accordo. Immagino che ora dovrei esserle riconoscente...

Belane: Non immaginarlo: devi esserlo e basta. E paga il conto, a meno che tu non preferisca usare una delle tue casse di pino. O la preferisci di noce?

Grovers: Dunque, vediamo: il pino è più leggero e chiaro, il noce robusta e calda... Dunque...

Belane sospira e riaggancia.

 

2.7.15) ESTERNO, HOLLYWOOD, POMERIGGIO.

Belane cammina in strada parlando fra sé e sé.

Belane: Bene. E un altro caso è risolto. Adesso andiamo avanti. Ma da dove cominciare? (pausa) Ci sono: come prima cosa, festeggerò con un drink in un posto pulito e rispettabile. Blinky mi sembra perfetto: non ci sono mai entrato ma ci sono sempre passato davanti e, a una prima occhiata, mi è sembrato un posto accettabile: molti sgabelli in cuoio, molti scemi; molto buio, molto fumo.

 

2.8) IL BAR DI BLINKY.

 

2.8.1) DIDASCALIA.

Il bar di Blinky.

 

2.8.2) ESTERNO, HOLLYWOOD, POMERIGGIO.

Belane sale in macchina e guida per cinque miglia verso Ovest. Giunto a un incrocio, viene improvvisamente abbagliato dai fari di una macchina lanciata a folle velocità nella sua direzione. Belane capisce che la macchina è fuori controllo e che non si fermerà allo stop. L’impatto è inevitabile. La macchina lo tampona violentemente sulla fiancata facendogli fare un testa-coda. Belane si allunga sul sedile per cercare di attutire il colpo. L’impatto gli getta addosso all’istante la portiera sinistra sfondata. Belane, ancora vivo, si trascina fuori dalla portiera del passeggero. Ha un braccio spezzato in due punti e diversi tagli alla testa e alla gamba destra.

La macchina che lo ha speronato è una Buick vecchia di dieci anni. Il cofano emette consistenti sbuffi di fumo mentre un liquido verdastro cola dal radiatore. Sul luogo dell’incidente nessuna impronta di pneumatici: il veicolo non ha fatto nessun tentativo di frenata.

Belane zoppica fino al marciapiede, si siede intontito e rintronato sull’erba di un giardino e controlla le condizioni del braccio sanguinante: un osso spunta da sotto la pelle.

Una donna in vestaglia è intanto uscita di casa urlando.

Il sangue continua a colargli negli occhi e lui cerca di tamponarlo con le mani e le maniche della giacca.

Due ragazzi di circa 14 anni, fratelli, di nome Vic e Vincent, lo guardano atterriti e pietrificati, immobili lì accanto, attoniti in piedi. Poi il più grande si avvicina e parla.

Vic: Come va, signore, si sente bene?

Belane: Si. Sto bene. Lasciatemi solo stare seduto qui un attimo.

Vincent: Sta arrivando l’ambulanza. È andato a chiamarla quel signore laggiù.

Belane: Va bene. Grazie.

Vincent: È sicuro di stare bene, signore?

Belane li guarda confuso e pensoso.

Belane: Quanto vuoi per quella camicia?

I ragazzini si guardano.

Vincent: Quale camicia?

Belane: Una qualunque, cazzo. Quanto?

Stende la gamba, si ficca una mano in tasca, ed estrae il portafoglio.

Belane: Mi serve qualcosa per fasciarmi la testa e devo legarmi il braccio al collo.

Il primo ragazzino comincia allora a sbottonarsi la camicia.

Vincent: Ma scusi, che cavolo, perché non l’ha detto subito? Gliela regalo, la camicia.

Belane prende la camicia, la stringe fra i denti, e la strappa in due lungo la parte schienale. Se l’avvolge intorno alla testa come una bandana, attorciglia l’altra metà e la usa come sostegno per mettersi il braccio al collo.

Belane (a Vincent): Annodamela.

I ragazzini si sguardano.

Belane: Avanti, annodamela.

II ragazzino senza camicia fa un passo avanti e annoda la fascia.

Vic: Questo braccio non lo vedo bene.

Belane sfila una banconota, rimette in tasca il portafoglio, prende la banconota, si alza in piedi, e la ficca nelle mani del ragazzino senza camicia.

Vincent: Ma no, che cavolo. Non mi dispiace dare una mano alle persone. Questi sono un sacco di soldi.

Belane: Prendili. Prendili e dimenticati come sono fatto. Capito?

Vincent prende il denaro. Belane si allontana, I due lo guardano allontanarsi lungo il marciapiede, tenendosi la bandana con una mano e zoppicando leggermente.

Vic: (a Vincent) Una parte di quei soldi è mia.

Vincent: Col cazzo, tu ce l’hai ancora la camicia.

VIc: Non te li ha dati per quello.

Vincent: Può anche darsi, ma intanto io ho una camicia in meno.

Vic: Allora facciamo due parti tu, e una io.

Vincent: Tre io e una tu.

Vic: Andata, bastardo.

Vincent: Hey, ricordati che siamo fratelli: se sono bastardo io, lo sei anche tu.

Vic: Siamo due bastardi allora. Due bastardi senza gloria. Due fottuti cani bastardi. Due fottuti cani sciolti. Cani da rapina.

I due fratelli si avviano verso il centro della strada, dove sono le due macchine fumanti. In lontananza, si odono già le sirene della polizia e dell’ambulanza. I due ragazzi si sporgono dentro la macchina di Belane.

Vincent: Hey, Vic, vedi anche tu quello che vedo io?

Vic: Oh merda.

vincent: Prendila. Avanti.

Vic: Perché io?

Vincent: Perché io non posso nasconderla sotto la camicia. Dai. Sbrigati.

Vic: Se le cose stanno così, allora dobbiamo dividere.

Vincent: D’accordo. Ma muoviti e squagliamoci.

 

2.8.3) ESTERNO, HOLLYWOOD, POMERIGGIO.

Tenendosi il braccio ferito con l’altra mano, Belane cammina per due isolati finché non incontra un bar. L’insegna, fatiscente e sbieca, reca il nome Eclis­se. Entra.

 

2.8.4) INTERNO, BAR ECLISSE, SERA.

Il locale è quasi completamente vuoto: dentro solo lui, il barista e un uomo, un tizio alquanto strano che, seduto in disparte in fondo al bancone, prende a fissarlo non appena Belane accede nel locale, e non gli stacca gli occhi da dosso neanche per un attimo. Belane si siede s’uno sgabello alto.

Belane: (al barista) un Whiskey Sour con una birra a parte.

Il barista esegue senza nemmeno rispondere. L’uomo in fondo al banco non smette di fissarlo. Belane finisce il primo drink e ne ordina subito un altro.  

Belane: Un altro.

Barista 5: Lo stesso?

Belane: Solo più forte.

Barista 5: Per lo stesso prezzo?

Belane: Fai quello che puoi.

Barista 5: Che cosa vuol dire?

Belane: Non lo sai, barista?

Barista 5: No.

Belane: Beh, non ti rimane che pensarci su mentre lo prepari.

Il barista si allontana e l’uomo in fondo al banco attira la sua attenzione con un cenno della mano.

Avventore 2: Come ti butta, Henry?

Belane: Non sono Henry.

Avventore 2: Assomigli proprio a Henry.

Belane: Henry chi?

Avventore 2: Henry Chinaski.

Belane: Non me ne frega un cazzo se assomiglio a Henry o a Eddie.

Avventore 2: Sei in cerca di guai per caso?

Belane: (sarcastico) E me li porteresti tu?

Il barista intanto ritorna con il drink, lo serve e prende i soldi che Belane ha poggiato sul banco.

Barista 5: Non penso che lei sia un uomo gentile.

Belane: Ah, e così pensi anche!

Barista 5: Non sono obbligato a servirla.

Avventore 2: Non servirlo più!

Belane: (all’avventore) Pronuncia un’altra parola e ti rifilerò così tanti schiaffi a due mani finché non diventeranno dispari.

L’avventore si limita a sorridere senza convinzione. Il barista rimane stante piantato sui piedi fermo impalato e imbambolato.

Belane: Senti, barista, sono venuto qua solo per godermi un drink in santa pace e voi cominciate subito a riempirmi di stronzate. Comunque... Avete notato qualcosa di particolare negli ultimi tempi da queste parti?

Barista 5: Sarebbe a dire?

Belane: Incursioni aliene, sventole dello spazio, passeri rossi, morte in agguato, sprazzi di felicità, luci, colori, amore, un sogno per domani...

Barista 5: No.

Avventore 2: No.

Belane: Bene. Grazie lo stesso. Adesso andatevene tutti a affanculo.

L’investigatore secca il drink, paga, ed esce.

 

2.8.5) ESTERNO, HOLLYWOOD, SERA.

Cammina senza meta cominciando a contare tutte le tette che passano. Arrivato a 52, incontra un altro bar. Il bar si chiama Portobello.

 

2.8.6) INTERNO, BAR PORTOBELLO, SERA.

Belane entra e prende posto su uno sgabello alto in fondo al bancone.

Accanto, immobile, un uomo avvolto in un impermeabile scuro con il bavero alzato e il volto nascosto da un borsalino calcato sugli occhi. L’uomo appare alquanto malmesso: sotto il soprabito indossa un vestito grigio che mostra un gran bisogno di essere stirato. Belane lo fissa in tralice per qualche secondo. L’uomo gira allora la testa e rivolge a Belane uno sguardo freddo e tagliente. Dal copricapo fanno capolino 2 basette castane fortemente imbiancate dalla canizie. E’ Philip Marlowe. Belane sembra sorpreso di trovarselo davanti e gli rivolge un’occhiata stupita e attonita. Marlowe accenna un sorriso sardonico. I suoi occhi castani hanno uno sguardo duro ma malinconico.

Belane: (a Marlowe) Ti avevo lasciato in Argentina… In realtà, credevo che ormai fossi morto. Stavi dietro quella storia assurda. Ancora mi domando per quale dannato motivo avessi dato credito a quell’obeso di un giornalista e fossi finito a interessarti del ciccione e del magrolino.

Marlowe: Mi sono sempre piaciuti molto. E la faccenda mi incuriosiva.

Belane: Non avevi niente di meglio da fare?

Marlowe: In attesa della Signora, un caso vale l’altro…

Belane: Sai, per tutti gli anni che siamo stati insieme mi sono sempre domandato chi fossi. Chi fossi realmente intendo.

Marlowe: E lo hai scoperto?

Belane: No. Ma mi piacerebbe scoprirlo un giorno.

Marlowe: Continua a cercare, Belane, non smettere mai. L’importante non sono le risposte ma le domande che ci si pone lungo il cammino.

Il barista gli si avvicina e lo saluta.

Henry: Ciao, Henry.

Belane: Non sono Henry.

Henry: Sono io Henry.

Belane: Non fare il furbo con me.

Henry: Sei tu che lo fai...

Belane: Senti, barista, io sono un uomo pacifico. Piuttosto normale. Sono un alcolizzato, ma non indosso biancheria femminile, non picchio animali, e non inculo bambini. Eppure, dovunque io vada, c’è sempre qualcuno che mi stuzzica, che non mi dà pace. Perché?

Henry: Perché in qualche modo attiri questo genere di reazioni.

Belane: Senti, Henry, invece di stare lì a pensare, perché non provi a vedere se riesci a prepararmi una Vodka tonic doppia, con una spruzzata di lime?

Henry: Niente lime qui.

Belane: Ma sì che ce l’avete. Lo vedo da qui.

Henry: Quel lime non è per te.

Belane: Henry, caro ragazzo, se vuoi tornare a casa sano e salvo e con i tuoi piedi, ti consiglio di mettere quel lime nel mio drink e anche alla svelta. Subito!

Henry: Altrimenti che cosa mi succederà? Che mi farai?

Belane: Di’ ancora una parola, ragazzo, e avrai seri problemi respiratori.

Il barista rimane fermo, fissando l’investiga­tore, come indeciso se scoprire le carte di Belane oppure no. Alla fine sbatte le palpebre, si allontana, e comincia a preparare da bere.

Belane: Ti guardo. Niente trucchi.

Poco dopo, il barista ritorna con il bicchiere e lo porge a Belane.

Henry: Stavo scherzando, capo. Non si può nemmeno scherzare?

Belane: Certo che si può. Dipende solo da come viene fatto.

Poi alza il bicchiere e lo tracanna tutto d’un fiato. Poi estrae una banconota da dieci, prende il lime, lo schiaccia sulla banconota, avvolge la banconota intorno al lime e rotola l’involucro lungo il banco.

Henry: (arrabbiato) Ma che cazzo fai?

Belane: Stavo scherzando. Non si può neanche più scherzare adesso?

Il barista Henry ringhia qualcosa incomprensibile contro Belane. Belane lo fissa con aria torva e provocatoria finché Henry non abbassa lo sguardo.

Belane: (a Marlowe) Sono dentro qualcosa di grosso. E mortalmente pericoloso. Devo pensare, devo riflettere, devo escogitare un piano, devo trovare una soluzione. E non so da dove iniziare. Ma, in realtà, ho solo voglia di coricarmi e dormire per un paio di settimane. C’è sempre qualcuno pronto a rovinarti la giornata, se non l’intera esistenza. Il gioco mi sta sfiancando. Un tempo c’era entusiasmo, eccitazione e adrenalina. Magari non tantis­sima, ma c’era. Poi, troppe cose andate storte. Sposato 3 volte e per 3 volte divorziato. Nato e pronto per morire. Niente da fare se non cercare di risolvere casi irrisolvibili che un altro non prenderebbe nemmeno in considera­zione. Almeno, non per il compenso che chiedo io.

Marlowe: Non rammaricarti, Belane. Tanto la storia la scrivono i vincitori. Noi non siamo altro che semplici comparse e il copione ci è contro.

Belane: E’ davvero un copione di merda.

Philip Marlowe: Belane… Ricorda: l’inferno te lo costruisci da solo...

Belane: Devo tornare al lavoro. Devo tornare in ufficio. Ho del lavoro da sbrigare. È quasi fatta: mi rimane solo un ultimo caso: rintracciare il Passero Rosso. Se qualcosa cederà, non sarò certo io.

Marlowe: Buona fortuna. Ti servirà.

Belane: Me l’ha già detto qualcuno…

Poi si alza lentamente, muove leggermente il collo di lato, si volta, si avvia verso l’uscita, ed esce.

 

2.8.7) ESTERNO, HOLLYWOOD, SERA.

Cammina verso Sud fino al Sunset Boulevard: qui prosegue senza meta, continuando a camminare fino a un bar che non definiremmo proprio di classe, ed entra.

 

2.8.8) INTERNO, BAR, SERA.

Occupa un separé. La cameriera arriva subito. Baldanzosa, indossa minigonna, tacchi alti, reggiseno imbottito, camicetta corta trasparente che lascia scoperta la pancia, un piercing sull’ombo, i tratti del volto duri come l’acciaio, così duri che quando sorride fa male. Continua a sorridere, di un sorriso falso e finto.

Cameriera: Ciao, tesoro! Che ti porto?

Belane: Vodka tonic con lime, tesoro...

Cameriera: (strizzando l’occhio) Certo, tesoro!

E si allontana saltellando, cercando di sculettare in modo attraente, ma senza riuscirci.

Dal separé accanto giunge una vocina flebile e lamentosa. Belane si gira e vede un omiciattolo sugli 80, capelli rossastri e radi, occhialoni spessi e sporchi, faccia rugosa e lattiginosa, pelle grassa e lentiginosa, sorridergli. E’ Woody Allen.

Woody Allen: Non c’è scampo. Alla fine della fiera, rimaniamo tutti fregati. Non ci sono vincitori. Solo vincitori apparenti. Siamo tutti indaffarati a dare la caccia a un mare di niente. <<L’orrore>> diceva Kurtz alla fine di “Cuore di tenebra.”: puoi biasimarlo? Giorno dopo giorno, anno dopo anno, la sopravvivenza sembra l’unico scopo. Senza comprendere che la morte è sempre in attesa. Anche se noi lo dimentichiamo. O facciamo finta di non pensarci illudendoci di eluderla gettandoci a capofitto in stupide cure e in futili occupazioni. La morte è sempre in agguato. Come un vecchio lupo bastardo e famelico... (pausa) <<Tu stai conoscendo l’orrore del mondo in tutta la sua crudezza...>>. (pausa) Ah, l’orrore, l’orrore... Non pensarci, ragazzo, non pensarci... (pausa) Non c’è scampo. (pausa) Ci basiamo sul falso e fatalmente erroneo concetto che l’uomo sia fondamentalmente buono; e che se gli dai l’occasione di essere onesto l’afferri al volo; che non sia uno stupido, egoista, avido, codardo, miope, e stupido verme. Quello che dico è che la gente rende la vita peggiore di quello che dovrebbe essere. E, credimi, è già un incubo senza bisogno del suo aiuto. In definitiva, mi dispiace dirlo, la nostra è una specie fallita. La vita è una camera degli orrori. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo sicario della morte. Per questo io dico: basta che funzioni; basta non fare del male a nessuno; basta prendersi quel po’ di piacere che si può racimolare; basta rubacchiare un tantino di gioia in questo crudele “uomo mangia uomo”, in questo buio, tetro e inutile caos che è la realtà. Io non sono un tipo simpatico. (pausa) La simpatia non è mai stata una priorità per me. (pausa) Ma qual’è il significato di tutto? Nulla. Zero. Niente. Tutto finisce in niente. Anche se non mancano gl’idioti farfuglianti. Non parlo di me: io una visione ce l’ho: parlo di quegli odiosi cicaleggianti professori di politica, etica, morale, scienza, religione. Tutti felici di fare chiacchiere inutili. Completamente disinformati. E con tutto ciò arriva sempre il giorno in cui ci ficcano in una bara e amen. E via con una nuova generazione d’idioti, che sapranno tutto sulla vita, e decideranno per noi quello che è appropriato. Ma guardiamoci attorno: l’orrore, e l’ignoranza, le guerre, la corruzione, la povertà, la fame, i genocidi, la crudeltà, la sida, il terrorismo, il femminismo, i dibattiti politici, l’odio, il razzismo, il fascismo, il comunismo, le delusioni amorose, i fallimenti, i mancati appuntamenti e le mancate coincidenze, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. <<L’orrore>>, dice Kurtz alla fine di “Cuore di tenebra.”. E non aveva ancora assistito ai massacri in Darfur, alla guerra in Bosnia e in Cecenia, al Kosovo e all’Afghanistan, altrimenti lo avrebbe visto sul serio l’orrore. Ma, tanto, che si può fare? Si è sopraffatti, impotenti. (pausa) E non pensare che io sia amareggiato per qualche minima batosta personale. Detto tra noi, per gli standard di una barbarica e insensata civiltà sono stato abbastanza fortunato: non ho mai dormito per strada e sono sempre riuscito a procurarmi da mangiare due volte al giorno, a coprirmi d’Inverno e a permettermi una casa confortevole. Per questo, ti dico, qualsiasi amore tu riesca a dare e ad avere, qualsiasi felicità tu riesca a rubacchiare o a procurare, qualsiasi passeggera elargizione di grazia, qualsiasi temporaneo sprazzo di bellezza basta, basta che funzioni. Tanto tutto finisce sempre con la morte. Prima, però, ci può essere la verità, nascosta sotto il bla-bla-bla dell’insensato chiacchiericcio quotidiano. Perché, vedi, é tutto sedimentato sotto il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, la bellezza e il terrore, gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza. Dopo, c’è solo lo squallore disgraziato dell’uomo miserabile. È tutto sepolto sotto l’imbarazzo dello stare al mondo. Altrove c’è solo l’altrove. Tutto è solo un trucco. Ma non disperare. Essere vivi è essere felici. Ricordalo sempre. Non dimenticarlo mai.

Belane: (fra sé, alzando spazientito gli occhi al cielo) Un altro pazzo…

Intanto la cameriera ritornata con il drink. Belane mette sul tavolo una banconota. La cameriera la prende.

Cameriera: Grazie, tesoro!

Belane: Calma, tesoro. Portami il resto.

Cameriera: Non c’è resto...

Belane: Allora considera la tua mancia inclusa.

La cameriera strabuzza gli occhi. Vuoti come un buco nero.

Cameriera: Ma chi sei, un dannato cowboy?

Belane: Che cos’è un cowboy?

Cameriera: Non sai che cosa sia un dannano cowboy?

Belane: Spiegamelo.

Cameriera: È uno che vuole farsi una cavalcata gratis.

Belane: Wow, sorprendente: l’hai pensata tutta da sola o te l’hanno suggerita?

Cameriera: No. Noi ragazze li chiamiamo così.

Belane: Voi chi? Le cowgirl?

Cameriera: Hey capo, ti rode il culo o cosa?

Belane: Cosa.

Cameriera: Dico: ti rode il culo o cosa?

Belane: Dico, credo che sia più che altro “cosa”.

Cameriera: Ma sei scemo?

Belane: Non te la prendere: stiamo solo scambiando quattro chiacchiere. Non si può manco più scherzare al giorno d’oggi? (Pausa) Dunque, se ho ben capito i cowboy sono i vaccari, quelli che vogliono farsi una cavalcata gratis. Fino a qua ci siamo, giusto?

Cameriera: Giusto.

Belane: Sicché voi ragazze, a rigor di logica, siete le vacche...

A questo punto, una vociona tonitruante sale dal dietro del banco.

Andy: (fuori campo) Mary Lou, quello stronzo ti sta dando fastidio?

Belane si gira: la voce appartiene al barista, un ometto tarchiato dalle sopracciglia cespugliose.

Cameriera: Non preoccuparti, Andy: la sistemo con le mie mani questa testa di cazzo.

Belane: Sì, Mary Lou: credo che tu sia molto brava con le mani: chissà quante cape di cazzo ti sono già passate tra le mani...

Cameriera: Sei un povero ciucciacazzi!

Belane: Mh, molto originale!

Poi il barista Andy salta oltre il bancone, con un numero notevole per uno di quella statura.

Belane ammazza il drink e si alza per affrontarlo: porta la mano alla fondina per estrarre la pistola ma non la trova.

Belane: Cazzo, la macchina. Con questo braccio non posso farcela. Cazzo. Devo trovare una soluzione.

Il barista sopravanza. Quando è a poco meno di un metro da Belane, l’investigatore scarta e si sposta di lato, riesce a schiavarlo, e con uno sgambetto lo fa inciampare: Andy cade rotolando. Belane gli sferra un possente calcio in faccia, e lo lascia tramortito e privo di sensi riverso in terra.

Belane: (a Woody Allen) La mia fortuna nei bar va di male in peggio. (alla cameriera) Ciao, bambola.

Cameriera: (ammaliata) Ciao, tesoro...

Poi esce sul Sunset Boulevard.

 

2.8.9) ESTERNO, HOLLYWOOD, NOTTE.

Belane cammina a lungo finché, finalmente, trova il bar di Blinky, e vi entra. Il braccio ferito ha lasciato lungo il marciapiede una lunga lunga scia di sangue.

 

2.8.10) INTERNO, BAR DI BLINKY, NOTTE.

Belane entra nel locale. A una prima occhiata sembra un posto decoroso e accettabile: sgabelli in cuoio, fumo, noia, idioti, e fannulloni a volontà. Belane trova un separé libero e l’occupa. Una cameriera con un abbigliamento assurdo si presenta per prendere la comanda e servirlo: indossa una tuta rosa con un’imbottitura che le alza i seni. La cameriera sorride, di un sorriso orribile e tetramente finto, mostrando un dente fasullo, e il vuoto nei grandi occhi bovini. Si chiama Betty.

Betty: (con voce stridula e acuta all’eccesso) Che cosa prendi, tesoro?

Belane: Due bottiglie di birra senza bicchiere, per favore.

Betty: Due bottiglie, tesoro?

Belane: See.

Betty: D’accordo. Una marca in particolare?

Belane: Qualcosa di cinese che costi poco.

Betty: Cinese, dici, tesoro?

Belane: Esatto. Hai forse un tappo di cerume nelle orecchie?

Betty: No: il mio ragazzo mi stura anche quelle!

Belane: E allora che problemi hai?

Betty: Nessuno. Vorrei solo chiederti una curiosità.

Belane: Sentiamo.

Betty: Berrai tutte e due le birre?

Belane: Lo spero vivamente.

Betty: Allora perché non bevi la prima, e poi ordini la seconda così rimane fredda?

Belane: Beh, avrò un motivo, immagino.

Betty: Beh, se lo scopri dimmelo, tesoro.

Belane: E perché dovrei? Magari voglio tenermelo per me.

Betty: Signore, lo sa che non siamo obbligati a servirla? Ci riserviamo il diritto di rifiutare di servirla.

Belane: Vuoi dirmi che non mi servi perché non sono incline a farmi rompere il cazzo da te?!?

Betty: Le sto solo dicendo di moderare i toni.

Belane: Allora, senti, ti dirò la verità, vuoterò il sacco, ti dirò tutto: le due birre non sono tutte per me. E non sono tutte da bere. La prima la stapperò e la berrò, la seconda invece è per infilartela nel culo e vedere se riesci a prenderla tutta in quella caverna che hai al posto del culo, GRANDISSIMA TROIA SFONDATA!

Betty: (indignata) Tesoro, mi sa proprio che ti serve uno strizza-cer­vel­li.

Belane: Già. Ma intanto che lo cerco, mi puoi portare le due fottute bottiglie di birra cinese? SENZA BICCHIERE?? CAZZO!

A questo punto, si avvicina un ragazzo, enorme e massiccio, con un grembiale bianco e sucido. Alto almeno due metri, pesa non meno di 140 kg, e incombe su Belane come un’ecclisse.

Blinky: Qual’è il problema, Betty?

Betty: Nessun problema, Blinky. È solo che questo tizio vuole due bottiglie di birra. Insieme.

Blinky: Betty, probabilmente sta aspettando un amico.

Betty: Non ha amici, Blinky.

Blinky scruta Belane con curiosità.

Blinky: Davvero non hai un amico?

Belane: L’umanità mi fa schifo. Questo è il mio motto. Da sempre.

Blinky: E allora perché vuoi due bottiglie di birra insieme tutte in una volta?

Belane: L’ho già spiegato alla tua cameriera: una è da bere, una per infilargliela nel culo. Si dice in giro che le piace farsi infilare bottiglie di birra su per il culo.

Blinky: È vero quello che dice quest’uomo, Betty?

Betty: Ma stai scherzando, vero, Blinky?

Blinky: Non lo so: il signore qua sta scherzando?

Betty: Non lo so. Che ne so io?

Blinky: Hey, bello, stavi scherzando, non è così?

Belane: Ovviamente sì.

Blinky: E allora perché vuoi due birre insieme?

Belane: Per bermele.

Blinky: Ma perché non ne ordini una, la bevi, e poi ne ordini un’altra così questa si mantiene fredda?

Belane: Preferisco fare a modo mio.

Betty: (a Blinky, sconsolata) Non so che fare.

Blinky: (scrutando Belane, con aria greve e tono di voce solenne) Nemmeno io, piccola, nemmeno io...

Blinky e Betty rimangono imbambolati a scambiarsi occhiate indecise e dubitose. Belane esausto non resiste più: estrae la pistola, punta in alto, fa fuoco tre volte, poi punta l’arma verso Blinky.

Belane: (a Blinky) Adesso tu ti siedi qui di fronte a me. Non mi rivolgi più la parola, non fai niente, non dici niente, niente di niente che possa infastidirmi. O ti faccio saltare la bocca da quella faccia di cazzo che ti ritrovi! (a Betty) E tu, puttanella, adesso mi porti TRE birre. Cinesi. Senza bicchiere. Poi ti siedi accanto al tuo dongiovanni e aspetti in silenzio.

Blinky rimane impietrito, con sguardo corrucciato come in procinto di avere un movimento intestinale. Anche Betty rimane di sasso.

Betty: (a Blinky) Che cosa devo fare, Blinky?

Blinky: (a Betty) Fa come dice, e nessuno si farà male. È meglio per tutti.

Betty si reca a prendere le tre bottiglie di birra.

Belane: (a Blinky) Veniamo a te, adesso. Mettiti a sedere lì, di fronte a me. Voglio che stai a guardare mentre mi bevo le tre birre cinesi.

Blinky esegue in silenzio e s’infila a fatica nel separé. Suda, gli trema il lardo in faccia, entra a fatica nel separé, e rimane in silenzio. Intanto Betty è ritornata. Con le 3 birre senza bicchiere. Belane abbassa l’arma, se la poggia sulla gamba, non smettendo d’impugnarla, e puntandola in direzione di Blinky la rivolge all’altezza del ventre del barista.

Belane: (a Betty) Adesso siediti. Sai che hai proprio un bel culo?

Betty non risponde.

Belane: (a Blinky) Sai che la tua ragazza ha proprio un bel culo?

Blinky: Non è la mia ragazza: è solo la mia cameriera.

Belane: Ci credo: brutto e grasso come sei non puoi avere una donna. Sei ripugnante, disgustoso, fai schifo.

Belane: (a Betty) Puttanella, sai che hai un bel culo?

Betty: (ridendo stupidamente) Ah ah ah grazie ah ah ah.

Pausa: silenzio prolungato: Belane beve le tre birre d’un fiato, una dopo l’altra.

Belane: (a Blinky) Adesso me ne vado, Blinky coglione: tu non provare a chiamare la polizia o Betty dovrà smacchiare il tuo sangue dagli sgabelli per una settimana intera.

Blinky non fiata. Belane lo squadra minaccioso.

Belane: Allora siamo d’accordo. (a Betty) Tu, puttanella, se non vuoi raccogliere brandelli di cervello per tutto il locale come Jules e Vincent Vega dopo aver fatto fuori Marvin, farai bene a non chiamare la polizia, e a consigliare a Blinky cazzone di fare altrettanto. Siamo intesi? O tornerò.

Pausa.

Belane: Ah, dimenticavo: ancora una cosa: hai mai visto o avuto notizie del Passero Rosso?

Blinky: Il Passero Rosso?

Belane: Sei forse sordo?

Blinky: No.

Belane: Allora perché ripeti le cose come un pappagallo?

Blinky: Come?

Belane: Da che paese vieni?

Blinky: (affannoso) Come?

Belane: “COME” È UN PAESE CHE NON CONOSCO.

Blinky: Come?

Belane: “COME” È UN PAESE CHE NON HO MAI SENTITO NOMINARE: LÌ PARLANO LA MIA LINGUA?

Blinky: Come?

Belane: LA MIA LINGUA, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, TU LA SAI PARLARE?

Blinky: Sì...

Belane: ALLORA CAPISCI QUELLO CHE DICO?

Blinky: Come?

Belane: DI’ <<COME>> UN’ALTRA VOLTA, DI’ <<COME>> UN’ALTRA VOLTA, TI SFIDO, DUE VOLTE, TI SFIDO, FIGLIO DI PUTTANA, DI’ <<COME>> UN’ALTRA MALEDETTISSIMA VOLTA E TI SPARO NEL CULO.

Blinky: Come?

Belane: È LA TUA ULTIMA POSSIBILITÀ: DI’ <<COME>> UN’ALTRA VOLTA E TI FACCIO SALTARE LE PALLE.

Blinky: Come?

Belane abbassa le palpebre, strizza gli occhi, digrigna la fronte e gli occhi, e spara. Un colpo secco. L’esplosione provoca un forte boato reboante che si spande per il locale accompagnato da un fulmine-filamento di luce blu coagu­lata.

 

2.9) IL CASO DEL PASSERO ROSSO.

 

2.9.1) DIDASCALIA.

Il caso del Passero Rosso.

 

2.9.2) INTERNO, UFFICIO, BELANE

Belane si sveglia di soprassalto, madido di sudore, si stropiccia il viso, apre il cassetto in alto a sinistra della scrivania, estrae la solita bottiglia di Tequila, distende i piedi sulla scrivania, e ingolla una lunga sorsata.

Belane: (tra sé) Le cose stanno funzionando. Adesso mi resta solo da rinvenire il Passero Rosso. E devo smetterla di essere troppo coinvolto con questi alieni dello spazio. O con la Signora Morte. (Beve un altro sorso). Tutto sta andando per il verso giusto. Potrei anche sentirmi bene dopo mesi, anni... Anche solo per un po’ sarebbe già una bella conquista.

Poi compone il numero di John Barton.

Belane: Qui Belane, Barton.

Barton: È bello sentirti, Mickey. Come vanno le indagini?

Belane: Un po’ a rilento, John. Proprio al rallentatore, in realtà. Mi servono più informazioni.

Barton: Beh, vogliamo utilizzare il Passero Rosso come logo della nostra compagnia. Renderlo davvero famoso. Ma ho sentito dire in giro ch’esiste un altro Passero Rosso da qualche parte. E se c’è, dobbiamo trovarlo.

Belane: E questo è tutto quello su cui vi basate?

Barton: Beh, anche s’una sensazione...

Belane: Hai mai visto questo Passero?

Barton: No. Ma ho sentito che è stato avvistato.

Belane: Hai sentito? E hai sentito dove?

Barton: Fonti riservate: non posso dire troppo.

Belane: Supponiamo che trovi questo uccello. Che cosa devo fare? Ingabbiarlo forse?

Barton: No, portarmi solo delle prove inconfutabili della sua esistenza. Per soddisfare la mia curiosità.

Belane: E se non riuscissi a trovarlo?

Barton: Se esiste lo troverai. Ho fiducia in te.

Belane: Questo è realmente il caso più cazzoso che mi sia mai capitato!

Barton: Ho sempre detto a tutti che sei un investigatore in gamba. E lo hai dimostrato. Troverai il Passero Rosso. S’esiste davvero, tu lo troverai. Ne sono certo!

Belane: Va bene, John. Mi darò da fare. Ma non sono più un bambino. Mi sveglio stanco. Mi sa che ho perso lo smalto.

Barton: Sei ancora nel fiore degli anni. I 50 sono i nuovi 30. Ma bando alle ciance: non indugiare: il tempo ci sfugge...

Belane: Va bene, John. Ci proverò.

Barton: Bene!

I due riattaccano.

Belane: (fra sé) Bene, mi rimane un ultimo incarico: rintracciare il Passero Rosso. Per il resto, nessuno bussa alla mia porta con nuovi casi da risolvere. Ma va bene così. Tempo di bilanci. È tempo di fare i conti con me stesso e con la vita. Tutto sommato, è stato un bel viaggio, proprio un bel trip, come si suole dire: ho fatto, nella vita, più o meno tutto quello che avrei voluto fare. Ho fatto più mosse giuste che sbagliate. Di sera non dormo per strada. Naturalmente, ci sono un sacco di persone buone che dormono per strada. E non si tratta di scemi: semplicemente non rientrano nell’ingranaggio del mondo al momento. E quell’ingranaggio cambia continuamente. È uno scenario sinistro: se la sera ti trovi a dormire nel tuo letto è già una bella vittoria. Sono insomma stato fortunato, anche se alcune mosse non le ho decise a cuor leggero. Ma alla fin fine è un mondo piuttosto orribile e spesso mi sento triste, per me e per la gente che è condannata come me all’infelicità perpetua. Beh, che vadano tutti a farsi fottere.

Prende la Tequila e butta giù un altro lungo sorso. Poi continua a monologare pensando ad alta voce.

(continuando) Spesso i momenti migliori sono quando non fai un bel niente, e te ne stai a rimuginare, a meditare. Voglio dire, ammettiamo che capiate che sia tutto privo di senso, in questo caso non può essere totalmente privo di senso perché tu sei cosciente di questa profonda inutilità e questa coscienza dell’inutilità alla fine restituisce un senso a tutto. Capite che cosa voglio dire? Un ottimistico pessimismo.

Le pindariche elucubrazioni di Belane vengono interrotte d’alcuni colpi alla porta. Belane toglie i piedi dalla scrivania, si ricompone, e invita a entrare.

Belane: Avanti.

La porta si apre ed entra un uomo vestito da poveraccio, con due piccole fessure al posto degli occhi e un leggero ticchio alla testa. L’uomo avanza nell’ufficio e verso Belane con andatura obliqua, si ferma a un centimetro dalla scrivania, e si china in avanti porgendo la mano.

Amos: Il Signor Belane?

Belane: Può darsi...

Amos: Mi chiamo Amos, Amos Redsdale. L’ho qui per te...

Belane: Bene, adesso prendilo e mettitelo nel culo!

Amos: Calma, Belane: mi è arrivata la soffiata.

Belane: Quale soffiata?

Amos: Sul Passero Rosso.

Belane: Dimmi di più!

Amos: Ah, allora t’interessa! Beh, noi sappiamo che lo stai cercando...

Belane: “Noi”, eh? E chi sarebbe “noi”?

Amos: Informazione riservata. Non posso dire troppo. Non posso mica sbottonarmi al primo uccello che capita...

Belane si alza, gira intorno alla scrivania, afferra Amos per il bavero della camicia sdrucita, e lo strattona.

Belane: Mettiamo il caso che te lo faccia sputare?

Amos: Non puoi. Non lo so.

Belane: (scrutandolo con sguardo interrogativo, dubbioso e dubitoso) Uhm, non so come, ma ho deciso che voglio crederti, farabutto.

L’investigatore molla la presa e torna a sedersi dietro la scrivania.

Amos: Posso condurti sulla via del Passero Rosso...

Belane: Di che cosa si tratta?

Amos: Ho un indirizzo. È di una donna che ha delle informa­zioni sul Passero Rosso.

Belane: Ho capito: quanto vuoi?

Amos: 75 dollari.

Belane: Vai a farti fottere, Amos, tu e gli altri tre moschettieri!

Amos: Va bene, non t’interessa. Devo schizzare: voglio arrivare in tempo per la prima corsa. Ho un’imbeccata sull’accoppiata in ordine.

Belane: Te ne do 50.

Amos: 60.

Belane: Va bene, dammi ‘sto cazzo d’indirizzo.

Belane estrae il portafoglio dalla tasca e tre biglietti da venti dal portafoglio: Amos gli porge un foglietto con un indirizzo: <<Lena Fontanin, 3234 Rudson Drive, W. L. A., app. 9>>.

Belane: Senti, cazzone, qui sopra potresti aver scritto la prima cazzata che ti sia passata per la testa. Come faccio a sapere che sia un’informazione buona?

Amos: Vacci, Belane: è buona. Vedrai.

Belane: Sarà meglio, se non vuoi che t’impallini il culo.

Amos: Vedrai. Adesso devo andare: voglio arrivare per la prima.

E così dicendo si volta, si dirige verso la porta, ed esce.

Belane: (fra sé) Sessanta dollari per un pezzo di carta. Gran bell’affare! Complimenti, Belane!

 

2.9.3) ESTERNO, 3234 RUDSON DRIVE - W. L. A., SERA.

Belane arriva sgommando e parcheggia. Poi estrae da una delle tasche dell’impermeabile una fiaschetta di Tequila e ne beve un sorso. Intanto si guarda intorno con aria di curiosa sufficienza.

Belane: (in camera) Proprio un bel quartiere. (Definizione di bel quartiere: un posto in cui non puoi permetterti di vivere!)

Beve un altro sorso di Tequila, sguscia dal sedile, chiude a chiave la macchina, e si avvicina al palazzo.

Suona il citofono. Risponde una voce dolce ma un po’ nervosa.

Lena Fontanin: (fuori campo) Sì?

Belane: Belane. Per il Passero Rosso. Mi manda Amos. Amos Redsda­le.

Lena Fontanin: Signore, non capisco di che diavolo parla.

Belane: Merda.

Lena Fontanin: Che succede?

Belane: Niente, me l’hanno fatta...

Lena Fontanin: Ah ah ah: la stavo solo prendendo un po’ in giro. Salga, signor Belane.

Si ode il rumore dell’apriporta che scatta, Belane spinge il portone, entra, cammina lungo una suntuosa passatoia fino all’appartamento 9, suona il campanello, si odono passi, la porta si apre, appare una sventola formidabile: abito rosso, occhi verdi, capelli lunghi e castani, giovane e di classe, culo perfetto, profumo muschiato, labbra sorridenti, occhi ammiccanti, orecchie maliziose.

 

2.9.4) INTERNO, 3234 RUDSON DRIVE - W. L. A., SERA.

Lena Fontanin: Prego, signor Belane, si accomodi pure.

Ma prima che Belane muova il primo passo, una massa imponente e scura lo blocca e inizia a perquisirlo.

Bernie: Fermo, figlio di boddana. Solo le braccia: alzale! Vediamo se riesci a toccare il soffitto, figlio di boddana!

Belane: Tu negro, amigo?

Bernie: Che cosa?

Belane: Solo i negri dicono “figlio di boddana”.

Bernie trova in una tasca dell’impermeabile di Belane una pistola e la requisisce.

Bernie: Bene, adesso ti puoi girare, signor Belane.

Belane si gira.

Belane: Ma sei bianco.

Bernie: Anche tu.

Belane: Allora anche io sono un figlio di boddana!

Ed estrae da un nascondiglio segreto un’altra pistola, che punta contro Bernie, il quale indietreggia risolutamente. Poi l’abbassa e la consegna nelle mani di Bernie.

Belane: Attento, con questi arnesi non si scherza: potresti farti la bua.

Bernie: Grazie, signor Belane.

Belane: Bravo ragazzo!

Belane viene condotto in un salone amplissimo e freddo, che odora di pericolo e morte. Lena siede sul divano. Anche lei odora di pericolo. Quando Belane entra, Lena è intenta a scartare un piccolo sigaretto: lo lecca rapidamente, ne stacca l’estremità con un piccolo morso, l’accende, e butta fuori uno sbuffo di fumo azzurro molto sensuale, fissando Belane con i propri bellissimi occhi verdi.

Lena Fontanin: Mi è stato riferito che Lei sta cercando il Passero Rosso.

Belane: Esatto. Per un cliente.

Lena Fontanin: E chi sarebbe?

Belane: Informazione riservata: non posso rivelare troppo. Non posso sbottonarmi alla prima passera che mi svolazza intorno.

Lena Fontanin: Ho la sensazione che potremmo diventare buoni amici, signor Belane, molto buoni...

Belane: Io invece ho una brutta sensazione.

Lena Fontanin: Che tipo di brutta sensazione?

Belane: Tipo che presto verrò fottuto di brutto.

Lena Fontanin: Posso darti del “tu”, signor Belane?

Belane: Ok.

Lena Fontanin: Sei un uomo affascinante, a modo tuo, signor Belane. Ma questo già lo saprai. Hai un’aria così vissuta. Ti dona molto. Ti rende così...

Belane: (sarcastico) Affascinante??

Lena Fontanin: Eh già...

Belane: La maggior parte degli uomini non vive affatto: si consuma e basta. (pausa) Non io. Non Mickey Belane.

Pausa.

Lena Fontanin: Puoi chiamarmi Lena.

Belane: Lena.

Lena Fontanin: Perché non vieni a sederti qui vicino a me?

Belane si avvicina e si lascia cadere accanto a lei sul divano. Lena gli rivolge un sorriso ammiccante e sensualissimo.

Lena Fontanin: Ti va un drink?

Belane: Certo. Scotch con soda se possibile.

Lena Fontanin: Bernie, hai sentito.

Bernie si reca all’angolo bar. Ne ritorna con un vassoio. Lo appoggia sul tavolino davanti al divano dove sono seduti Belane e Lena Fontanin.

Lena Fontanin: Grazie, Bernie.

Bernie si allontana e sparisce. Belane si occupa dello scotch.

Belane: (con espressione compiaciuta) Non male.

Lena Fontanin: Signor Belane, adesso devi ascoltarmi attentamente: mi è stato riferito di dirti che devi dimenticare il caso del Passero Rosso.

Belane: Non lascio mai un caso a metà, a meno che non sia il mio cliente a chiedermelo.

Lena Fontanin: Questo lo abbandonerai comunque.

E gli ficca il sigaro in bocca: Belane fa un bel tiro, inspira, espira, e lo restituisce a Lena. Poi Lena lo bacia in bocca: in un istante la stanza si fa luminosa, le pareti cominciano a girare, il tappeto spicca il volo, e un lampo di luce azzurra appare e volita impazzito nell’aria. Poi la donna si ritrae, e si mette a ridere.

Lena Fontanin: Da quanto tempo non vai con una donna, Belane?

Belane: (sconsolato) Non lo ricordo più...

Lena scoppia di nuovo a ridere. Poi la sua bocca è di nuovo sulla bocca di Belane: le lingue saettano, sembrano serpi impazziti, le bocche bruciano, le labbra mordono. Poi alcuni passi rapidi, convulsi ed esagitati, seguiti da una voce tremante.

Bernie: FERMI!

Belane si volta: dietro di lui Bernie, con in una mano una pistola. Bernie respira affannosamente, guatando torvo i due con guardo annebbiato e offuscato dalla rabbia.

Bernie: (a Lena) Lena, sai che ti amo. Io lo uccido. Lo uccido. Ti uccido. Mi uccido.

Ma Belane, in posizione perfettamente perpendi­colare rispetto a Bernie, può agevolmente alzare una gamba e colpirlo al cavallo: Bernie si piega in due, portandosi una mano ai genitali. Belane raccoglie la pistola, la punta contro Bernie, gli intima di sedersi, Bernie obbedisce, poi Belane gli tira indietro i capelli affinché apra le mascelle, e gli ficca la canna della pistola in bocca.

Belane: Ciucciati questa, ragazzino!

Bernie deglutisce rumorosamente.

Lena: Non ucciderlo! Ti prego: non ucciderlo!

Belane: (a Lena) Che cosa mi dici sul Passero Rosso, boddana industriale?

Lena non risponde.

Belane: (a Bernie) E tu, Bernie? Lurido figlio di boddana?

Bernie non risponde.

Belane: (imitando Bernie) Dico a·ttia, u capisti?

Bernie non risponde, Belane gli affonda la canna della pistola in gola, Bernie per la paura sgancia una fortissima e fetida scoreggia, e allora in reazione Belane lo sbatte con la faccia al suolo.

Belane: (a Bernie) Non fare mai più una cosa del genere! Che cosa disgustosa... Che schifo! (poi, a Lena, non smettendo di tenere Bernie sott’occhio) Ha una stanza tutta sua, il figlio di boddana qui presente?

Lena: Sì.

Belane: (a Bernie) Adesso andiamo nella tua cameretta e tu ci rimarrai finché non ti dirò di uscire.

Bernie annuisce con la testa.

Belane: Avanti, muoviti, palla di lardo.

Bernie si rimette in piedi, cammina barcollando seguito da Belane, apre la porta della propria camera, e vi entra.

Belane: (a Lena) Torniamo a noi, piccola. Riprendiamo da dove eravamo partiti.

Lena: Non voglio.

Belane: Non mi sembra che tu abbia molta scelta...

Lena: Mi fai paura: sei un tipo troppo violento.

Belane l’afferra per i capelli spingendole la testa verso il proprio basso ventre.

Belane: Adesso fammi un pompino, troia!

Lena prova ad opporre resistenza ma non vi riesce, e Belane ha la meglio, costringendo la donna a un rapporto orale forzato, al termine del quale Lena sputa in terra. Finito, Belane alza la lampo dei pantaloni, si ricompone, e da una carezza a Lena che scontrosa si volta nella direzione opposta.

Belane: Ho dovuto farlo. Diceva che ti avrebbe ammazzata, l’hai sentito pure tu.

Lena: Probabilmente non diceva sul serio...

Belane: Non ti basi sui “probabilmente” quando ci sono in gioco malattie veneree, soldi e pallottole!

Lena piange e singhiozza.

Belane: Che c’è?

Lena: Sono preoccupata per Bernie. Se ne sta chiuso nella sua stanza tutto solo...

Belane: Non ha la televisione? Parole crociale? Un libro di fumetti? Una copia di Playboy?

Lena: Ti prego, Belane, adesso vattene.

Belane: Proprio adesso?

Lena: Sì, Belane.

Belane: Proprio adesso che comincio a divertirmi? Proprio adesso che non ti è riuscito d’incularmi? Quando volevi incularmi ci tenevi affinché io restassi...

Lena: Non stasera, non stasera...

Belane: E quando?

Lena: Domani sera. Stessa ora.

Belane: Spedisci Bernie al cinema, o dove preferisci. Voglio entrare nel caso. Voglio penetrare in questa storia. Voglio arrivare al fondo di questa faccenda...

Lena: D’accordo. Ma ora vai, ti prego...

Belane: E perché dovrei?

Lena: Domani, ti prego.

Belane: Fammi prima vedere il culo...

Lena, con espressione stanca e frustrata, alza la gonna mostrando un bellissimo culo rotondo e sodo come pochi. Belane, mira estasiato le curve mozzafiato della donna. Poi si alza, si posiziona dietro la donna, le scosta le mutandine, e le infila un pollice su per il culo: Lena singhiozza terrorizzata.

Belane: Uhm, promette bene! Stretto come piace a me. D’accordo: accetto: a domani, puttana.

Poi si piega con calma sul tavolino, raccoglie il proprio bicchiere, lo finisce, e se ne va.

 

2.9.5) ESTERNO, 3234 RUDSON DRIVE - W. L. A., SERA.

La sera del giorno successivo Belane si presenta puntuale all’appuntamento: è tutto in tiro, in ghingheri, vestito di tutto punto: scarpe lucidate, completo scuro, e inseparabile cappello calato sull’occhio.

Belane: (fra sé) Ah, cazzo: mi sento sfinito, nella mente e nel corpo. Voglio uscire dal gioco. Vorrei ritirarmi. Andare da qualche parte, Vegas magari, gironzolare tra i tavoli da gioco, con l’aria saggia, guardare gli sciocchi mandare fortune a ramengo. Questo è il mio concetto di divertimento: rilassarmi sotto le luci della ribalta mentre percorro il viale del tramonto. Non farei come il magrolino, io. Ma, cazzo, non ho il becco di un quattrino. E devo rintracciare il Passero Rosso: prima il dovere e poi il piacere!

Il cielo piove una pioggia leggera, impalpabile e piuttosto sinistra. Belane suona il campanello dell’appartamento 9 ma niente.

Belane: (fra sé): Oh, cazzo. Oh cazzo, cazzo, cazzo! Se la sono svignata. Lena e il figlio di boddana. Avrei dovuto torchiarli la notte precedente. Me li sono fatti sfuggire...

Belane torna in macchina, apre il bagagliaio, fruga, tira fuori un piede di porco, richiude il baule. Poi accende un sigaro, si dirige verso il portone d’ingresso del condominio, e lo forza usando il piede di porco.

 

2.9.6) INTERNO, 3234 RUDSON DRIVE - W. L. A., SERA.

La porta dell’atrio si apre come se niente fosse, e Belane sale fino all’appartamento num. 9. Giunto all’appartamento, appoggia l’orecchio alla porta, ma non sente nulla.

Belane: (fra sé) Oh, cavolo. Maledizione.

Forza la porta, entra: nessuna traccia di Lena e Bernie: armadio vuoto, vestiti spariti, tutto vuoto, nient’altro che ometti solitari ciondolanti dalla trave dell’armadio come strani frutti appassiti.

Belane: (sarcastico) Complimenti, il mio primo abboccamento con il Passero Rosso si è tramutato in una inculata. Ho perso tutto. Come investi­gatore sono proprio un fesso. Forse dovrei togliermi di mezzo, suicidarmi proprio. Solo così potrei dire di aver fatto qualcosa di realmente buono e utile nella mia vita. Agli altri...

Belane si volta, esce dall’appartamento, ritorna nell’a­trio, e si ferma davanti a un appartamento, sulla cui porta è affissa una targa che recita <<M. O. Turin, Amministra­tore>>.

L’investigatore bussa. Risponde una voce roca e profonda che sembra di un uomo molto robusto.

Turin: Sì? Chi è?

Belane: Fiori, signor Turin, fiori per il signor Turin!

Turin: Come hai fatto ad entrare, ragazzo?

Belane: La porta d’ingresso era aperta, signor Turin.

Turin: Impossibile!

Belane: Signor Turin, una signora stava uscendo e io sono entrato mentre lei passava.

Turin: Non si dovrebbe fare una cosa del genere.

Belane: Non lo sapevo. E che cosa avrei dovuto fare?

Turin: Avresti dovuto suonare il campanello del citofono esterno e dirmi chi eri e che volevi.

Belane: E va bene, signor Turin: ritornerò fuori e le parlerò attraverso il citofono per dirle che devo consegnarLe dei fiori. Andrà bene in questo modo?

Turin: Lascia stare, ragazzo. Ecco...

La porta si apre: Belane piomba dentro con furia belvigna, si richiude la porta alle spalle con un calcio, afferra Turin per la cintura, prova a strattonarlo, ma l’uomo è molto robusto e ben piantato.  

Turin: Ma che cazzo stai facendo? E dove sono i fiori? E togli quelle tue dannate manacce dalla mia cintura!

Belane: Calma, Turin: sono un investigatore, privato, della città di L. A., dotato di regolare licenza. Voglio sapere dove è andata a finire Lena Fontanin, appartamento 9.

Turin: Baciami il culo, amico. E togliti dai coglioni!

Belane indietreggia, incerto sul da farsi.

Belane: Calma, signor Turin: mi serve solo questa piccola informazione, poi me ne andrò subito.

Turin: L’informazione è riservata. E te ne andrai via senza. Oppure ti sbatto fuori io con le mie mani.

Belane: Sono cintura nera, Turin: sono un’arma letale. Sono Mel Gibson e Van Damme, Steven Seagal e Neo, Bruce Lee e Jackie Chan, Primo Carnera Rocky Balboa, Mike Tyson e Tyson Fury, un vero Toro Scatenato! Non forzarmi a usare la mia arma letale. Mi stai costringendo ad usarla. Non ti conviene.

Turin: Ah ah ah. Fottiti, coglione.

Belane: C’è un limite, Turin, c’è un limite preciso alle offese che posso accettare. In questo momento sono una macchina da corsa e tu mi stai spingendo al massimo. Ti sto soltanto dicendo che è pericolosissimo spingere al massimo una macchina da corsa. Potrei esplodere... Sto per esplodere!

Turin: Ah ah ah. Inculati tua madre.

Belane: C’è un limite a tutto, Turin. C’è un limite agli attacchi che un uomo possa sopportare. E tu lo stai superando. Eh già, lo stai superando clamorosamente... Sono dinamite, e tu hai acceso la miccia. Sappi che è dannatamente pericoloso giocare col fuoco accanto alla dinamite: potrei esplodere, potresti esplodere, potremmo esplodere!

Turin: Ah ah ah.

Belane: Beh, preparati a soffiare: sono un maledetto figlio di puttana che sbuffa nuvole di fumo e funghi di veleno! Ogni volta che le tue minacce raggiungono il mio cervello, io mi carico come il cervello di Charles Manson. ATTENTO: IO SONO LEE VAN CLEEF E CHARLES BRONSON, SONO PEPEPA E CLINT EASTWOOD, SONO I CANNONI DI NAVARONE, LE BOMBE D’HIROSHIMA E NAGASAKI, SONO UN MALEDETTO FUNGO ATOMICO STERMINATORE FIGLIO-DI-PUTTANA, BRUTTO FIGLIO-DI-PUTTANA!

Turin: Ah ah ah.

Turin avanza verso Belane con le mani tese all’altezza del suo collo.

Belane: FERMO LÌ! ALTOLÀ!

Turin si ferma, sogguardando con ghigno maligno.

Belane: Turin, devo rintracciare il Passero Rosso, e Lena Fontanin è collegata con la soluzione. Devo sapere dove sono finiti lei e il suo amichetto Bernie.

Turin: Non hanno lasciato nessun indirizzo. Adesso sparisci dalla mia vista, se non vuoi che t’incasini il modo di parlare.

Belane estrae la propria pistola .32, e la punta al ventre di Turin.

Belane: DOV’È LENA FONTANIN?

Turin: Fottiti!

E continua ad avanzare.

Belane: FERMO LÌ DOVE SEI, TURIN!

Belane va nel pallone: chiude gli occhi, strizza le palpebre, digrigna la fronte e le labbra, e e preme il grilletto. Nessun rumore di sparo, nessuna esplosione: la pistola si è inceppata. Turin stende le mani su Belane e gliele serra attorno alla gola. Mani grandissime, con dita enormi, insulse, forti, impla­cabili. Belane non riesce più a respirare e soffoca, prova a reagire colpendo Turin ma nulla: Turin sembra invinci­bile.

Belane: (tra sé) Devo montare una nuova gomma posteriore destra... Stupido, stupido, stupido: sono spacciato, finito, e penso agli pneumatici!? Ma che razza di uomo sono? Ma quest’uomo è un mostro. Sento la morte nell’aria. La posso annusare. Sono inerme.

Poi all’improvviso le mani strangolatrici allentano la presa: l’investigatore barcolla, aspirando affannosa­mente ossigeno. Turin non ha invece per niente un bell’aspetto: con gli occhi guarda Belane ma è come se non vedesse niente, ha lo sguardo perso nel vuoto, si stringe il braccio sinistro con la mano destra, una brutta espressione di dolore gli attraversa il volto, ansima, alza lo sguardo, e stramazza al suolo. Belane si riprende, si avvicina a Turin, si china, tasta il polso: piatto. Turin è morto. Poi, l’investigatore si alza, tremante si siede s’una sedia, solleva lo sguardo, e vede la Signora Morte, seduta sul divano di fronte, bellis­sima, vestita in nero, un vero portento.

Belane: È lei, Signora!

Signora Morte: (con ironica rassegnazione) Sono io, Belane...

Belane: Lei sì ch’è una vera Signora: non mi lascia mai nei guai: meglio dell’oro!

La Signora Morte accenna un sorriso, e subito si ricompone.

Signora Morte: Come ti butta, Belane?

Belane: Non posso lamentarmi...

Signora Morte: Farai meglio a controllare la linea, però: mangi troppe patatine fritte e ciambelle con la crema, e sei sempre attaccato alla bottiglia.

Belane: Che cosa è un investigatore senza ciambelle?

Signora Morte: Adesso devo andare: ho altro lavoro da sbrigare qui vicino.

Belane: Qualcuno che conosco?

Signora Morte: Un certo Charles Bukowski? Al secolo, Heinrich Karl Bukowski, nato in Germania nel 1920, scrittore. Lo conosci?

Belane: Certo... Come no!?

Signora Morte: Beh, dimenticatene.

Belane: No, ti prego, non prendere lui: prendi qualcun’al­tro di quei noiosi, boriosi e impettiti scrittorucoli che affollano inutilmente gli scaffali delle librerie, prenditi Forster, o qualcuno di quegli indiani-inglesi. O prenditi quel nano sborone e sciancato di Spike Lee. Ma non prenderti Bukowski, o, domani, saremo tutti più soli. Ha alleggerito le mie pene. A volte, i suoi romanzi sono stati per me l’unica ragione per continuare a vivere. Sai, vedi un coglione combinato peggio di te, e in qualche modo ti rallegri della tua condizione, dici <<Beh, non è poi tanto male...>>, e così rinunci all’idea del suicidio.

Signora Morte: Meglio per te, meglio così: hai avuto di che rallegrati. Ma Bukowski ha già dato tutto quello che poteva dare: è ora che tiri le cuoia! Se muore adesso, non morirà mai. Se muore adesso, vivrà per sempre! Se lo fa adesso, diventerà immortale! Non lo capisci? Se lo fai quando sei giovane abbastanza, rimarrai giovane per sempre.

Detto così, la Signora Morte scompare, di colpo.

Belane si avvicina a Turin, fruga nelle tasche, estrae il portafoglio, lo trova, lo apre, lo fruga, ne sfila le banconote, le conta (un biglietto da 50, due da 20, uno da 5 e un dollaro), se le infila in tasca, rimette il portafoglio al suo posto, va verso la porta, apre-esce-chiude di soppiatto, raggiunge l’atrio, esce dal condominio e dalla palazzina, fuori piove ancora, l’investigatore inspira-espira-sospira, va alla macchina, le gira intorno, ispeziona le ruote, e si sofferma sulla posteriore destra.

Belane: E infatti è liscia...

 

2.9.7) INTERNO, CASA DI BELANE, NOTTE.

Belane se ne sta in casa, seduto sulla poltrona, in mutande, con una bottiglia di scotch in una mano e il telecomando nell’altra. Fuori, la pioggia leggera si è tramutata in un acquazzone che ferisce violenti colpi sul tetto. Sullo schermo le immagini di un talk-show politico.

Belane: (fra sé, in camera) Ecco perché non guardo mai la televisione: quando si è giù di corda questa maledetta figlia di puttana fa sentire ancora peggio: facce insignificanti, una dopo l’altra, all’infinito, una processione infinita d’idioti, alcuni dei quali famosi, e i comici non sono divertenti, e i film drammatici da quarta elementare: meglio bere e ubriacarsi. Siamo piccoli esseri stupidi che annaspano cercando di non annegare. Cercando di sopravvivere e non soffrire nell’attesa della morte. Mi sento insoddis­fatto e, francamente, piuttosto scazzato su tutto. Non sto combinando niente, e così il resto del mondo. Cerchiamo solo di sopravvivere nell’attesa di morire e intanto facciamo piccole cose stupide per occupare il tempo. Alcuni neanche quelle. Siamo come vegetali. Anche io sono uno di loro. Anche se non so che tipo di vegetale io sia. Mi piacerebbe essere un avocado, duro e burroso al tempo stesso. O un limone, aspro e duro o dolce e mite a seconda delle circostanze. Anche se, con questa pancia dilatata, mi sento più una melanzana, o una rapa.

Pausa.

(continuando) Non avrei mai dovuto farmi sfuggire quei cazzoni. E sapevo che non avrei mai ritrovato il mio informatore iniziale. Di nuovo punto e accapo. Il Passero Rosso si è liberato dalla mia stupida presa. Eccomi qui, a 55 anni suonati, a brancolare di nuovo nel buio. Ma per quanto tempo ancora posso far parte del gioco? Gli inetti meritano soltanto un colpo in testa.

Pausa.

(continuando) Il mio vecchio me lo aveva detto: <<Entra in un giro dove prima ti sganciano i soldi e poi sperano di riaverli. Intendo banche e assicurazioni. Restituisci un foglio di carta in cambio di soldi sonanti. Usa i loro soldi: continueranno ad arrivare. Due cose li tengono in vita: cupidigia e paura. Solo una tiene in vita te: l’opportunismo.>>. Sembrava un buon consiglio. A parte il fatto che mio padre è morto senza un soldo.

Pausa.

(continuando) Cazzo, ho fallito anche con le donne. Tre mogli. In realtà, niente che fosse andato veramente male, tutte e tre le volte. Andato tutto in frantumi per colpa di stupidi screzi. Litigavamo per niente. C’incazzavamo per niente e per tutto. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era opprimente. Invece di darci una mano a vicenda ci distruggevamo a poco a poco, ci rimproveravamo questo e quell’altro. Piccole punzecchiature. Piccole punzecchiature quotidiane. Infinite punzecchiature. Una sfida meschina. E una volta cominciata, diventava un’abitudine. Sembrava quasi impossibile uscirne. Quasi non volevi più uscirne. E poi finalmente ne uscivi. Del tutto. Quindi, ora, eccomi qui. Seduto ad ascoltare la pioggia. Se morissi in questo istante, in tutto il mondo non verrebbe versata una sola lacrima. Non che lo desideri. È che è strano rendersi conto di quanto ci si possa sentire soli, a volte. Ma immagino che il mondo sia pieno di vecchi scorreggioni come me, seduti ad ascoltare la pioggia, a chiedersi dove sia finito tutto. È in momenti come questo che capisci di essere diventato vecchio: quando te ne stai seduto a chiederti dove sia finito tutto. (pausa) Beh, non finisce da nessuna parte, almeno non dove dovrebbe. Semplicemente svanisce.

annunciatrice-tv: (fuori campo) Ti senti solo? Depresso? Su con la vita! Chiama una delle nostre bellissime ragazze: non vedono l’ora di parlare con te! Addebita tutto su carta di credito Mastercard o Visa senza altri costi aggiuntivi. Chiama l’899·34·34·345 e parla subito con Kitty, Francy, Cindy, Mary, o Terry.

Sullo schermo scorrono le foto delle giovani e avvenenti ragazze.

Belane: Terry è la più bella.

Belane prende il telefono e compone il numero.

Telefonista 3: Si?

Belane: Terry, per favore.

Telefonista 3: Hai 18 anni o più?

Belane: Più.

Telefonista 3: Mastercard o Visa?

Belane: Visa.

Telefonista 3: Bene. Mi dia numero di carta, data di scadenza, indirizzo di casa, numero di telefono, codice di previden­za sociale, e numero della patente.

Belane: E come faccio a sapere che non userete tutte queste informazioni per il vostro interesse? Voglio dire, tipo mettermela nel culo per trarne qualche vantaggio?

Telefonista 3: Hey, amico, vuoi parlare con Terry o no?

Belane: Penso di sì...

Telefonista 3: Mandiamo la nostra roba in televisione, siamo nel giro da due anni: puoi fidarti...

Belane: Mai fidarsi di chi ti dice che puoi fidarti.

Telefonista 3: E te lo insegnano a scuola?

Belane: Già: la scuola della strada, bello. La strada maestra di vita.

Telefonista 3: Senti, se tu non vuoi noi, noi non vogliamo te: bello chiaro e tondo.

Belane: Va bene, va bene, aspetta un attimo. Lasciami il tempo di recuperare tutte le cose qui dentro al portafoglio.

Telefonista 3: Certo, bello.

Belane: Che cosa mi racconterà Terry?

Telefonista 3: Ti piacerà.

Belane: E come fai a saperlo?

Telefonista 3: Senti, amico...

Belane: Ecco, ci sono! Segna!

Belane gli detta tutte le informazioni richieste, poi aspetta il tempo necessario affinché l’addetto controlli il credito, poi sente una voce female all’altro capo del telefono.

Terry: Ciao, tesoro, sono Terry!

Belane: Ciao, tesoro, sono Nicky!

Terry: Oh, che voce terribilmente sexy! Sto cominciando ad eccitarmi!

Belane: No, Terry, non ho la voce terribilmente sexy.

Terry: Oh, non fare il modesto.

Belane: No, Terry, non faccio il modesto. È solo che non ho la voce sexy.

Terry: Chissà che gran bel cazzone avrai lì sotto...

Belane: Niente di spettacolare, soprattutto quando esco dall’acqua...

Terry: Sai, Nicky, mi sento molto vicina a te in questo momento! Mi sento come se fossi rannicchiata sul tuo grembo... Adesso ti sto guardando dal basso con i miei grandi occhioni. Ho occhi grandi e azzurri. Tu afferri la mia testa e la spingi...

Belane: Che stronzate, Terry, io sono qua per i fatti miei, solo, a bermi uno scotch, e ad ascoltare la pioggia, e tu nella tua cabina, a fare le parole crociate, o passarti lo smalto sulle unghie...

Terry: Senti, Nicky, ci vuole un briciolo d’immaginazione. Lasciati andare e sarai sorpreso di quello che posso farti fare... Ti farò spruzzare come una balena! Non ti piace la mia voce? Non la trovi sexy?

Belane: Un po’ sì, ma sembri raffreddata: hai il raffreddore?

Terry: Nicky, tesoro, sono troppo calda per avere il raffreddore!

Belane: Beh, sembra che tu lo sia. Forse fumi troppe sigarette...

Terry: Fumo solo una cosa, Nicky!

Belane: E che cosa, Terry?

Terry: Non riesci a indovinare, Nicky?

Belane: No.

Terry: Ti piace giocare, eh, monello? Ok, giochiamo... Guardati lì in basso, Nicky: che cosa vedi?

Belane: Un bicchiere, il telefono, il portafoglio, un giornale...

Terry: E nient’altro, Nicky?

Belane: Le scarpe.

Terry: Nicky, che cosa è quella cosa grossa e spessa che sporge lì sotto, mentre mi stai parlando?

Belane: Ah, quella! Quella è la pancia!

Terry: Continua a parlarmi, Nicky, parlami, continua ad ascoltare la mia voce mentre ti dico che lo voglio, lo voglio, dammelo, pensa a me con la testa appoggiata sul tuo ventre, il vestito che scivola e mette in evidenza le mie cosce carezzate dai miei lunghissimi capelli biondi. Sfiorami, dai, leccami. Prendi il mio corpo. Voglio che m’infili la lingua nel culo...

Belane: Non male...

Terry: Dimmi, adesso: che vedi lì sotto?

Belane: Le stesse cose: chiavi di casa, telefono, scarpe, bicchiere, pancia... anzi trippone... trippone da birra!

Terry: Nicky, sei un bimbo disobbediente! Su, concentrati, o verrò lì a sculacciarti! O magari lascio che sia tu a sculacciarmi...

Belane: Che cosa?

Terry: Ahh, ahh, ahhh!

Belane: Terry, Terry...

Terry: ahh ahh ahhh!

Belane: Terry, Terry...

Terry: AHH AHH AHHH!

Belane: Terry, Terry...

Terry: Dimmi, maiale, porco psicopatico, lurido puttanie­re, dimmi...

Belane: Terry, mi scusi un attimo? Devo andare in bagno...

Terry: Oh, Nicky: non c’è bisogno di andare in bagno per farlo, fallo al telefono, mentre parli con me! Anzi, fallo sulle mie cosce, spruzzamelo tutto addosso... Voglio sentire il tuo seme caldo sul mio corpo arroventato! Abbrustoliscimi il culo, Nicky!

Belane: Non posso, Terry: devo pisciare...

Terry: Ahhh ahhh ahhh... Sì! Pisciami addosso!

Belane: Ma no! Devo solo andare a pisciare!

Terry: Nicky, puoi considerare esaurita la nostra conversazione!

Belane: No, aspetta: tu comunque stai guadagnando, no?

Terry: (titubante) Sì...

Belane: Allora assecondami e parliamo ma di qualcosa di sensato.

Terry: Ok.

Belane: Dammi solo il tempo di andare in bagno a pisciare.

Terry: Non metterci troppo: il tempo corre, Nicky.

Belane: Sapevo che sei una ragazza intelligente. Non ci metterò molto. Arrivo subito.

Belane si alza e ritorna poco dopo.

Belane: Eccomi qui...

Terry: Sì. Che lavoro fai, Nicky?

Belane: Sono un investigatore, privato, con libera e regolare licenza della citta di Los Angeles. Tu, invece, vivi solo di questo, Terry?

Terry: No: quando sono fortunata acchiappo qualche depravato e lo prendo per il culo. Così sono i soldi più facili.

Belane: E che cosa ci fai?

Terry: Dipende. In giro c’è di tutto. La gente pagherebbe per qualunque cosa, lo sai meglio di me: sei un investigatore. Sono tutti disturbati.

Belane: Sì, lo so bene. Ma che cosa fai in particolare?

Terry: Umiliazione per lo più... A volte fetish, dipende, niente di estremo comunque. Niente coppie. Solo singoli.

Belane: Fammi qualche esempio.

Terry: Che vuol dire esempio? Ti stai arrapando?

Belane: Sì, mi è diventato duro. Adesso dimmi le cose che fai...

Terry: Ti vuoi arrapare finalmente?

Belane: Te l’ho già detto...

Terry: Anche calci nei coglioni...

Belane: Cazzo, che male.

Terry: (sarcastica) Che donnina...

Belane: Ma fa male...

Terry: È questo il punto... Non faccio niente di che comunque. Prima stavo con un’agenzia, diciamo, e lavoravo per loro. Erano solo chiamate erotiche e le persone chiedevano qualunque cosa. Alcuni parlavano solo e basta. (pausa) Ma avevo degli orari troppo ristretti e temevo che il mio ragazzo mi scoprisse, quindi ho dovuto lasciare, ma un paio di contatti li conservo ancora. (pausa) Ma ora non ho più tempo e voglia. Mi fa troppo schifo, anche se ci facevo un mucchio di soldi... Ma solo sentire la voce di quei luridi schifosi mi fa vomitare.

Belane: Vorrei farti fare il cane.

Terry: Non siamo in Salò…

Belane: Con collare e guinzaglio. Mai fatto?

Terry: No.

Belane: Pisciarti addosso, farti leccare la sborra da terra, e farmi baciare il culo.

Terry: Che schifo. Siete tutti uguali. Fate schifo.

Belane: Dai, raccontami qualcosa.

Terry: Beh, una volta sono stata pagata da una coppia per farmi legare, bendare e scopare in ogni posto possibile. Erano un uomo e una donna. Il mio fidanzato non sa tutte queste cose.

Belane: Ti hanno fatto male?

Terry: Molto: a un certo punto non capivo più niente. Doppia penetrazione. Una delle migliori scopate della mia vita. Ma poi non ci siamo più visti. E d’altronde non ci sono tante persone che fanno ‘ste cose. Ed è estremamente difficile trovarle.

Belane ansima.

Terry: Ma che cazzo, dai... Mi stavo aprendo con te...

Belane: Sto per sborrare.

Terry: Ok, dai. In fondo mi hai chiamata per questo. Ti piacerebbe prendermi a schiaffi?

Belane: Adoro prendervi a schiaffi. Siete tutte puttane, tutte troie, tutte, ed è quello che vi meritate. Anzi, penso che dovreste ricevere una dose giornaliera di schiaffi.

Terry: Vorresti frustarmi mentre me lo sbatti nel culo? Tirarmi i capelli, venirmi in faccia, sulle tette e poi vedermi che lo lecco e intanto darmi della troia, puttana, zoccola, bocchinara?

Belane: Ahh ahh ahhh.

Terry: Dai, Nicky, sbattimelo fino in fondo, fammi male, spaccami, sfondami, rompimi il culo!

Belane: Ahh ahh ahhh.

Terry: Dai, scopami il culo come una cagna. Sborrami dentro: voglio sentire il tuo fiume caldo scorrere dentro di me...

Belane: AHH AHH AHHH.

Terry: Sono una lurida puttana. Puniscimi. Fammi male. Fammi male!

Belane: Sono venuto. Grazie. Bella sborrata.

Terry: Che patetico, cazzo. Anche se pure io mi sono un pochino arrapata...

Belane: Adesso devo andare, Terry. Considera terminata la nostra conversazione!

Terry: Che bastardo! Ma questa sborrata ti sarà costata un capitale. Chiamami in privato, se vuoi risparmiare la prossima volta...

Belane: Detta il numero.

 

2.9.8) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

Belane siede in ufficio, fumando un sigaro con la faccia di chi la sa lunga. Squilla il telefono.

Belane: Sì?

Telefonista 4: Signor Belane, lei è stato estratto come uno dei nostri vincitori. Il suo premio può essere un televisore, un viaggio in Somalia, 5·000 dollari, o un ombrellone pieghevole. Le offriamo un pernottamento gratuito, con prima colazione inclusa. L’unica cosa che deve fare è partecipare a uno dei nostri seminari in cui le offriremo proprietà immobiliari di valore inestimabile a prezzi...

Belane: Hey, amico.

Telefonista 4: Sì, signore?

Belane: Scopati tua madre!

L’investigatore riaggancia, e fissa indignato il telefono.

Belane: (rivolto al telefono) Dannato aggeggio foriero di morte. Ma servi per chiamare il 911: non si sa mai... (poi, fra sé) Ho bisogno di una vacanza. Ho bisogno di cinque donne diverse. Ho bisogno di pulirmi il cerume dalle orecchie. La mia auto ha bisogno di un cambio di olio. Non ho presentato la maledetta denuncia dei redditi. Una stanghetta degli occhiali da lettura mi si è rotta. Il mio appartamento è infestato dagli scarafaggi e ci sono pure le formiche. Ho bisogno di una pulizia dei denti. Le mie scarpe sono sfondate. Soffro d’insonnia. L’assicura­zione della mia macchina è scaduta. Ogni volta che mi rado mi taglio. Non rido da 6 anni. Ho la tendenza a preoccuparmi e crearmi paranoie anche quando non c’è niente per cui preoccuparsi. E quando c’è qualcosa di cui preoccuparmi, io mi ubriaco.

Il telefono squilla di nuovo. Belane alza il ricevitore, e risponde.

Sanderson: (fuori campo, al telefono) Belane?

Belane: Può darsi.

Sanderson: Può darsi un paio di palle. I casi sono due: o sei Belane, o non sei Belane e in tal caso sei qualcun’altro.

Belane: Va bene, mi hai beccato: sono Belane. Ora dimmi che vuoi e poi non scocciarmi più.

Sanderson: Bene, Belane. Solo per informarti che c’è giunta voce che stai cercando il Passero Rosso...

Belane: Ah sì? E qual’è la tua fonte?

Sanderson: Fonte privata.

Belane: Privata come le tue parti intime. Ma puoi sempre esporle. Dai, su: se sei uomo, tira fuori i coglioni.

Sanderson: 10·000 dollari e ti serviamo il Passero Rosso s’un vassoio d’argento!

Belane: Cioè morto?

Sanderson: Va bene se dico in una gabbia dorata?

Belane: Già suona meglio. Comunque non ho i 10·000.

Sanderson: Possiamo metterti in contatto con chi li ha.

Belane: (sarcastico) Wow! Organizzatissimi. Sembra proprio un’organizzazione... a delinquere!

Sanderson: Non scherziamo: solo il 15% d’interesse mensile e le 10 teste sono tue.

Belane: Ma non posso fornire nessuna garanzia.

Sanderson: Certo che puoi.

Belane: E quale?

Sanderson: La vita.

Belane: Tutto qua? Parliamone...!

Sanderson: Certo: saremo nel tuo ufficio fra 15 minuti.

Belane: Ok. Ma come farò a sapere che siete voi?

Sanderson: Te lo diremo...

La telefonata si conclude. Nell’attesa, Belane si accende una sigaretta. Esattamente un quarto d’ora dopo, bussano: la porta sbatacchia e trema tutta. Belane controlla la Luger nel cassetto.

Belane: Avanti, Cristo, è aperto, cazzo!

La porta si spalanca ed entrano tre negri (smilzi e mingherlini): il primo con un abito rosa pallido e un sigaro in bocca; gli altri due vestiti come papponi negri degli anni ‘70: completo nero, camicia bianca, cravatta nera e sottile, occhiali neri. Belane fa cenno ai tre di sedersi. I tre si accomodano: quello in abito rosa sulla sedia affrontata alla scrivania, i due in nero sul divano. Poi il negro in rosa si piega in avanti sulla scrivania, e porgendo la mano, si presenta.

Sanderson: Io sono Sanderson, Harry Sanderson. Piacere. E questi sono i miei ragazzi. E tu... Tu hai bisogno di noi.

Belane: Così è se vi pare.

Sanderson: Così è e basta. Il Passero Rosso.

Belane: Siete in contatto con quella puttana e il suo cane bastardo che se la sono filata dal proprio appartamento la scorsa notte?

Sanderson: Non sono legato a nessuna puttana. Il mio motto è <<àmale e lasciale>>.

Belane: Ah sì? Il mio invece è: <<anàle e lasciale>>. Ma veniamo a noi: parliamo del Passero Rosso.

Sanderson: Diecimila dollari.

Belane: Come ho già detto, non li ho.

Sanderson: E come ho già detto io, troveremo un usuraio che te li presti, a condizioni ragionevoli.

Belane: Cioè?

Sanderson: 15% d’interesse mensile, come già anticipatoti telefonicamente. Devi svegliarti un po’, Belane.

Belane: Ok. Trovatemi lo strozzino e ne riparleremo.

Sanderson: L’hai davanti.

Belane: Voi?

Sanderson: Esatto.

Belane: (sarcastico) La verticalizzazione del processo produttivo in un solo esempio!

Sanderson: Noi te li diamo, poi tu ce li restituisci subito. Poi ci dai il 15% dei dieci testoni tutti i mesi, fino a quando il prestito non sarà saldato interamente. Devi solo firmare questo foglio. Non c’è un vero e proprio scambio di denaro: il denaro ce lo teniamo direttamente così non devi neanche sbatterti per restituircelo.

Belane: E fatto questo, voi mi metterete in mano l’uccello.

I negri ridono.

Belane: Credete che sia divertente? Beh, non lo è.

Pausa: silenzio.

Belane: Piuttosto, come farò ad avere il Passero Rosso?

Sanderson: Devi fidarti di noi.

Belane: Uhm, immaginavo, che avresti detto così.

Sanderson: Devi fidarti di noi, Belane.

Belane: Come no!?

Sanderson: Non ti fidi di noi, Belane?

Belane: Certo, ma è meglio che vi fidiate voi di me: prima mettetemi in mano il Passero e poi io vi darò i soldi.

Sanderson: Che cosa? Ma per chi ci hai preso? Ti sembriamo mica venditori di polli?

Belane: Non me ne frega un cazzo di quello che vi sembra. Questo è quello che è.

Sanderson: Non fare il furbo, Belane. Se vuoi avere tra le mani il Passero Rosso, devi fidarti di noi. Non hai altre possibilità. Pensaci. Hai ventiquattr’ore di tempo per rifletterci.

Belane: Mi bastano 24 secondi.

E da sotto la scrivania estrae la propria pistola.

Belane: (a Sanderson) Vedete? Voi fate i gradassi, ma siete degli sprovveduti. Potrei farvi secchi in una frazione di secondo con questa. Tutti e tre. Ma non lo farò. Mi avete incontrato in un momento di transizione, e non voglio più uccidere nessuno. Adesso andatevene.

Sanderson: Non fare pazzie, non compiere atti insulsi o gesti inconsulti, Belane. Se vuoi avere tra le mani il Passero Rosso devi fidarti di noi. Non hai altre possibi­lità. Pensaci. Pensaci bene, Belane. Pensaci e facci sapere. Hai ventiquattr’ore di tempo: poi, l’affare sarà sfumato. Per sempre. E il Passero Rosso non cinguetterà più per te.

Belane: Fuori! O la campana non suonerà più per nessuno di voi.

Sanderson si volta e si avvia verso l’uscita: uno dei suoi scagnozzi in nero scatta in avanti per aprirgli la porta, l’altro rimane seduto a fissare Belane con aria torva e cattiva. Poi, tutti i tre, escono, in fila indiana, l’uno dopo l’altro. E scompaiono nella sera silenziosa. Belane recupera la propria bottiglia di Tequila, la tra­canna, poi si alza, si stende sul divano, e si addormenta profondamente.

 

2.9.9) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, MATTINO.

L’indomani, alla stessa ora, la porta dell’ufficio di Belane si spalanca: è Harry Sanderson con i suoi due scagnozzi. Stavolta, Sanderson indossa un completo viola chiaro.

Sanderson: Farabutto, le ventiquattr’ore sono scadute: sei ancora lì che ti meni il pistolino o ti sei deciso?

Belane: Sai, una volta conoscevo una femmina come te in fatto di scelta dei colori da indossare. Per esempio, si usciva a mangiare qualcosa in un ristorante e nel locale tutti si giravano a guardarla. Il problema era che non c’era nulla da guardare: anche in pieno dopo-sbron­za e con la barba di tre giorni ero più bello io di lei!

Sanderson: Lo vuoi ‘sto Passero Rosso o no?

Belane: Lo voglio. Ma voi altri mi ricordate tanto quei tizi che lavoravano in casa di mia zia, giù nell’Illinois.

Sanderson: Tua zia? E che c’entra tua zia adesso?

Belane: Aveva il tetto che perdeva.

Sanderson: (sarcastico) Ma davvero?

Belane: Già. E questi tizi arrivano e dicono a mia zia che possono aggiustarle il tetto, che hanno un super-sigillan­te. Le fanno firmare un foglio, si fanno consegnare l’as­segno, e vanno su.

Sanderson: “Su” dove, farabutto?

Belane: Su, sul tetto, bifolco. Una volta sopra spargono olio di motore usato dappertutto. Poi spariscono. Quando poi è piovuto, è finito tutto in casa, pioggia e olio di motore, rovinando tutto quello che c’era all’interno della casa.

Sanderson: Ma davvero!? Hai colpito il mio cuore dannato con questa storia! Adesso dimmi: lo vuoi il Passero o vuoi che ce ne andiamo?

Belane: Così mi prestereste le dieci teste, che io non vedrò mai, e per questo mi obbligherete a pagare il 15% d’interesse mensile. Voglio dire, mettetevi nei miei panni: se foste in me prendereste in considerazione un accordo simile?

Sanderson: (sogghignando) Belane, una delle poche cose di cui sono grato a questo mondo è che io non sono come te!

Belane: Allora, Sanderson, dici che puoi consegnarmi il Passero?

Sanderson: Senza alcun dubbio.

Belane: Beh, allora va’ a farti fottere.

Sanderson: Che cosa? Come??

Belane: Ho detto: <<va’ a farti fottere.>>, Sanderson.

Sanderson: Belane, ho voglia di gonfiarti di botte fino a ridurti a meno di una scoreggia in una chiesa vuota.

Belane: Sanderson, l’unica cosa che puoi farmi, è una sega a due mani, lurida troia che non sei altro.

Sanderson: D’accordo, facciamo così: ma sarà la tua ultima possibilità, farabutto.

Belane: Che cosa? E quale sarebbe?

Sanderson: Ho deciso che ti lascerò prendere l’uccello per cinque teste.

Belane: Tre.

Sanderson: Quattro.

Belane: Dove cazzo sono quei fogli?

Sanderson: Ecco!

Belane: Affare fatto!

Sanderson: Hai fatto un affare, compare!

Belane: Questo l’avevo già capito. E non solo questo... Però su questo foglio c’è ancora scritto 10·000...

Sanderson: A questo rimediamo subito!

Prende il contratto, tira una riga sulla cifra originaria, scrive 4·000 al posto di 10·000, e sigla apponendo la propria firma.

Sanderson: Ecco: adesso puoi firmare.

Belane prende la penna, e firma. Sanderson raccoglie i fogli, e li ripone con cura in una cartella.

Sanderson: Grazie mille, signor Belane. Buona giornata.

Sanderson si alza dalla sedia, si volta, ed esce. Uno dei suoi scimmioni lo anticipa per aprirgli la porta.

Belane: E il Passero?

Sanderson si ferma e si volta verso Belane.

Sanderson: Oh.

Belane: Già: <<Oh>>.

Sanderson: Eccolo, il tuo Passero Rosso.

Tira fuori una caramella e gliela lancia sul piano della scrivania.

Belane: Avevo la vaga sensazione di aver preso una solenne inculata...

Sanderson: Beh, adesso sai che non è una sensazione, ma è proprio il tuo culo che brucia. Ed il bello è che non puoi prendertela con nessuno: è stata la tua ostinazione a mettertela in culo. Avresti dovuto agire prima, capire che l’ostinazione è l’unica forza del debole, e mettergliela in culo tu per primo. E salvarti il culo. Ma hai preferito dare il culo per la dignità. Pessimo affare, Belane.

Belane: Ma perché tutto questo girarci intorno allora?

Sanderson: Noi siamo gente che gli piace giocare. Siamo giocherelloni. Scherziamo, siamo scherzosi. Era tanto per ridere.

Belane: Scherzare, ridere, giocare... Quando la pianterete? Quando il discorso si farà serio?

Sanderson: Esattamente a partire da questo momento: ormai hai firmato: ora devi pagare, Belane.

Belane: Altrimenti?

Sanderson: Altrimenti vorrebbe dir morte.

Belane: Ma non mi avete consegnato il Passero Rosso.

Sanderson: Oh...

Belane: Hey, negro, non farmi incazzare o potresti ritrovarti con due buchi di culo al posto di uno. Te lo ripeto solo una volta: alla terza ti sparo. Allora, negro, vuoi andare in giro con due buchi di culo e perdere la cagarella in giro per strada oppure vuoi rimanere integro? Eh? vuoi che in giro ti chiamino Harry-Due-Culi? O preferisci harry-rotto-in-culo? EH? RI­SPONDIMI, MUSO NEGRO.

Sanderson non ribatte: si limita a finire la sua sigaretta. Poi spegne la cicca, gira i tacchi, e se ne va, senza salutare. Belane furente lo segue con lo sguardo.

 

2.9.10) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, POMERIGGIO DEL GIORNO SUCCESSIVO.

Belane: (fra sé) Forse dovrei alzare i tacchi e sparire dalla città prima dello scadere dei venticinque giorni... No, non riusciranno a smuovermi da Hollywood: io sono Hollywood, o quel che ne rimane.

Qualcuno bussa alla porta, con tocco molto gentile.

Belane: Avanti, è aperto, prego.

La porta si apre. Compare un uomo altissimo, magrissimo, vestito in nero: completo nero, scarpe nere, camicia nera, calze nere, cravatta nera. Accompagnato da un gigante negro, grosso come un gorilla, ma dotato di meno cervello di un gorilla.

Stecchino: Sono Johnny, Johnny Stecchino. E il qui presente è Luke, il mio assistente.

Belane: Luke, eh? E, mi dica, signor Stecchino, che cosa sa fare di bello Luke?

Stecchino: Non le piace forse Luke, signor Belane?

Belane: Deve per forza?

A questo punto, Luke fa un breve passo in avanti: la faccia gli si contorce come se stesse per esplodere in un pianto a dirotto.

Luke: Io no piace a te, zignor Belane?

Belane: Tu non impicciarti, Luke.

Stecchino: Già, non impicciarti.

Luke: Io no piacere a·ttia, Johnny?

Stecchino: Mah sì: naturalmente, naturalmente! Adesso, Luke bello, vai vicino alla porta e non fare entrare o uscire nessuno.

Luke: Anche te?

Stecchino: Che cosa intendi, Luke?

Luke: Io no lascio te, anche te dentro o fuori, zignor Stegghino?

Stecchino: No, Luke, a me mi lasci entrare e uscire quando voglio. Ma soltanto me: nessun altro: gli altri devono rimanere fuori se sono fuori, o dentro se sono dentro. Tutto chiaro?

Luke: Ogghei, zignor Stegghino.

Luke si sposta, e si piazza davanti alla porta. Stecchino prende una sedia e si accomoda.

Stecchino: Sono qui per conto della Acme Executioners. Sono qui per darle istruzioni. Il nostro rappresentante, il signor Harold Sanderson--

Belane: Rappresentante? E lei ha il coraggio di chiamare quell’energumeno rappresentante??

Stecchino: Uno dei migliori che abbiamo.

Belane: Non immagino gli altri...

Stecchino: Sanderson sarebbe in grado di vendere la pelle scuoiata di un cadavere.

Belane: E probabilmente l’ha già fatto.

Stecchino: Può darsi. Ma non è per questo che siamo qua. Siamo qui per darle alcune brevi istruzioni sul pagamento della rata mensile d’interesse.

Belane: Non so di che cosa stia parlando.

Stecchino: Non è divertente, signor Belane. Le abbiamo prestato 4·000 dollari al 15% d’interesse mensile: cioè 600 dollari al mese per 6 mesi. Vogliamo essere sicuri, prima di procedere alla riscossione, che lei abbia capito bene.

Belane: Tagliamo corto: mettiamo che non li abbia.

Stecchino: Noi riscuotiamo sempre, signor Belane. In un modo o nell’altro.

Belane: Come? Gambizzate la gente, rompete le ossa, spezzate le braccia?

Stecchino: I nostri metodi variano.

Belane: E ammettiamo che questi modi falliscano: uccidere­ste?

Stecchino: Lei mi annoia, Belane. Vede, Belane, noi riscuotiamo sempre, in un modo o nell’altro. E se un metodo non funziona, passiamo a un altro. Dobbiamo rimanere nel giro e difendere la nostra reputazione. Tutti in città ci conoscono. Non possiamo permettere a niente e nessuno di offuscare il nostro nome. Voglio che lei lo capisca.

Belane: Questo l’ho capito perfettamente. E non solo questo...

Stecchino: Bene. La sua prima scadenza sarà tra venticinque giorni. Lei è stato avvisato. Buona giornata, signor Belane.

Stecchino sorride, si alza, e se ne va.

Stecchino: Tutto bene, Luke: apri la porta. Ce ne andiamo.

La porta si apre: Stecchino si volta verso Belane, gli lancia un’ultima occhiata, poi esce, e scompare. Anche Belane esce.

 

2.9.11) INTERNO, MACCHINA DI BELANE, TRAMONTO.

L’investigatore sale in macchina, mette in moto, accende una sigaretta mentre riscalda il motore, poi ingrana la marcia, e parte.

Belane: (scorato) Questo caso mi sta uccidendo: mi sento in un vicolo cieco. Forse dovrei andarmene dal mio attuale appartamento: vivo lì ormai da cinque anni, sono in troppi a sapere dove abito. (pausa) All’inizio era come se avessi voluto preparare un nido, solo che nessuno è venuto a deporre le uova, e io non ho covato un bel niente. Che ho fatto della mia vita? E poi io mi sarei anche accontentato di poco. Io mi accontento di poco. È il resto del mondo il problema. (pausa) E poi sono in troppi a sapere dove abito. (pausa) No! Non riusciranno mai a schiodarmi il culo dalla mia poltrona, non riusciranno a scollarmi dal mio ufficio, non riusciranno a cacciarmi da casa mia, non riusciranno a scalzarmi dalla mia città: sono ancora Mickey Belane, sono ancora l’investigatore più dritto che c’è. Io sono Hollywood. O quel poco che ne rimane.

Giunto nel proprio quartiere, Belane parcheggia, e scende.

 

2.9.12) INTERNO, CONDOMINIO DI BELANE, SERA.

Belane apre il portone del condominio, tragitta l’atrio, sale le scale, giunge davanti al proprio appartamento, inserisce la chiave nella serratura, spinge, ma non riesce ad aprire: la porta è bloccata da un corpo morto: l’investigatore spinge allora più forte per vincere la resistenza, e riesce finalmente ad aprire la porta.

 

2.9.13) INTERNO, CASA DI BELANE, POMERIGGIO.

Il peso che ostacolava l’ingresso era una bambola giocattolo in gomma a grandezza naturale con un cartello appeso al collo. Il cartello recita: Belane, molla il Passero Rosso o ti troverai ridotto peggio di questo puttanone.

Belane: (fra sé) Bene, bene, bene: interessante: ho avuto visite, qualcuno che vuole che abbandoni il caso del Passero Rosso. Bene, bene: questo significa che il Passero esiste, altrimenti non avrebbero agito in quel modo. Devo solo trovare la pista giusta: deve pur essercene una. C’è troppa grana in ballo. Forse ho tra le mani qualcosa di grosso. Forse di rilevanza internazionale, mondiale, forse addirittura extraterrestre! Il Passero Rosso... Maledetto figlio di puttana, tu rendi le cose interessan­ti.

Squilla il telefono. Belane risponde.

Belane: Sì, pronto?

Penny: Che stai facendo, teschio?

Belane trasalisce: un brivido lo percuote.

Belane: Mi spiace, deve aver sbagliato numero, signora.

Penny: Riconosco la tua voce, teschio. Come stai?

Belane: Va di merda. Ma questa non è una novità.

Penny: Vuoi compagnia?

Belane: No.

Penny: Non hai mai saputo quello di cui avevi bisogno, teschio.

Belane: Forse hai ragione: ma so quello di cui non ho bisogno.

Penny: Ma non è mai troppo tardi, teschio.

Belane: Ma a volte non è ancora l’ora.

Penny: Tu hai bisogno di compagnia.

Belane: Ti dico di no.

Penny: Non ti sono mancata in questi anni?

Belane: Non ci sentiamo da cinque anni, Penny: le ultime notizie che ho avuto di te risalgono a cinque anni fa, quando dopo il divorzio sei sparita non so dove con quel tizio che truffava i tavoli di Vegas. Sammy Davis, giusto?

Penny: Corretto.

Belane: E adesso ti ripresenti dal nulla dopo cinque anni: ti ha scaricata?

Penny: Senti: fammi salire: sono sotto: ti sto chiamando dal telefono dell’atrio d’ingresso.

Belane: No.

Penny: Sei con qualcuno?

Belane: No.

Penny: Salgo.

Belane: Dov’è Sammy?

Penny: Oh quello... Lascia stare...

Belane: No, non lascio stare. Sei solo una troia. E le troie portano solo malattie.

Penny: Sei uno stronzo. Bastardo!

Belane: Sì.

Penny: Senti: fanculo Sammy. Ci siamo solo io e tu.

Belane: Ah ah ah.

Penny: Sto per salire.

Belane: Ok.

L’investigatore riaggancia, scola il drink, se ne versa un altro, e va alla porta per accogliere Penny. Penny è una negra di circa 50 anni, completamente disfatta dalle droghe e dall’alcole, e alquanto sovrappeso.

Penny: Sei contento di rivedermi?

Belane: No.

Penny: Posso?

Belane: Dai, su, entra.

Penny: Preparami qualcosa da bere, teschio.

Belane: Ok.

Penny: Hey, ma che cos’è quell’affare?

Belane: Che cosa?

Penny: Quella cosa, quell’affare di gomma.

Belane: Quel­l’affare di gomma è una donna!

Penny: Ma è una bambola gonfiabile.

Belane: Già.

Penny: La usi?

Belane: Non ancora.

Penny: E allora che ci fa qui?

Belane: Potrei chiederti lo stesso.

Penny: Mi sei mancato, teschio.

Belane: E che cosa ti è mancato?

Penny: Oh, le piccole cose.

Belane: Fammi un esempio.

Penny: Adesso non me ne vengono in mente. Il tuo odore.

Belane: Insomma sei stata scaricata. Tieni: eccoti da bere.

Penny: Grazie.

Penny prende il drink, lo ingolla, asciuga le labbre con il dorso della mano, poi guarda Belane, e sorride. Di un sorriso bruttissimo. Orrendo.

Penny: Mi servono un po’ di soldi, teschio: Sammy ha tagliato la corda con tutto quello che avevo.

Belane: Sono al verde, Penny. C’è un tizio che m’inchioderà il culo se non pago gl’interessi s’un prestito.

Penny: Solo qualcosina, teschio. Se vuoi ti faccio un pompino. Ricordi com’ero brava a fare i pompini?

Belane: Dunque è così che ti sei guadagnata da vivere fino ad oggi?

Penny: E ingoio sempre tutto...

Belane: Proposta allettante, ma sono dal culo, cazzo!

Penny: Ti do anche quello, se proprio ci tieni. Faccio tutto quello che vuoi: sarò la tua puttana per stasera: puoi farmi di tutto, tutto quello che vuoi. Sai quanto sono troia!

Belane: (sarcastico) Ti fai anche pisciare in bocca?

Penny: Vaffanculo, Belane.

Belane: Sono così: a volte do, a volte no. Dovresti saperlo.

Ma poi tira fuori dal portafoglio 20 dollari e li porge a Penny.

Penny: Tutto qua? Allora è proprio vero che sei povero. Dammi di più... Ti prego. Ma fatti fare un pompino prima di dirmi no. Vado fino in fondo. Vado fino in fondo eccome. Fino alla gola... Dai, solo altri dieci e siamo apposto. (pausa) Abbiamo passato bei momenti insieme.

Belane: Solo agli inizi.

Penny: Non so che cosa è successo poi. È iniziata la depressione...

Belane: Non ce la facevamo più. Capita. È così che funziona.

Penny: Non ti scopi quella cosa vero?

Belane: No.

Penny: Vuoi fottermi? Solo 50 dollari.

Belane: No.

Penny: Posso rimanere qui per un po’?

Belane: Va bene.

Penny: Grazie, teschio.

Poi Penny si addormenta.

Belane: (in camera) Perché ci siamo lasciati? Ma l’avete vista? È solo una gran troia. Vedete, ci vuole fortuna con le donne, perché si incontrano quasi accidentalmente. Se giri a destra a quell’angolo incontri questa, se giri a sinistra incontri quest’altra. L’amore è una specie di incidente. La gente si scontra e in questo modo si conosce. Puoi dire di amare una certa donna, ma c’è una donna che non incontrerai mai che avresti potuto amare da morire. Ecco perché dico che bisogna essere fortunati. Se incontri qualcuna che si avvicina al top, sei fortunato. Se non la incontri, beh, hai girato a destra anziché a sinistra, o non hai cercato abbastanza a lungo, o sei un tipo scialbo, o sei fottutamente sfortunato.

 

2.9.14) INTERNO, UFFICIO DI BELANE, GIORNO.

Belane è seduto in poltrona e parla al telefono.

Belane: (al telefono) Ok, a tra poco. (in camera) Voi non avete idea di come passino veloci 25 giorni quando non vuoi che lo facciano.

Bussano alla porta: è Johnny Stecchino, accompagnato da Sanderson e dai suoi tirapiedi.

Stecchino: Acme Executioners, per riscuotere.

Belane: Non li ho, Johnny.

Stecchino: Non hai 600 dollari?

Belane: Non ne ho 60, Johnny.

Stecchino sospira profondamente.

Stecchino: Bene, preparati: ti faremo diventare un esempio per tutti. Preparati a diventare un martire!

Belane: Volete uccidermi per un pugno di sporchi dollari? Non ti credo.

Stecchino: Non me ne frega un cazzo di quello che credi o meno.

Belane: Adesso calma un attimo: stai dicendo che volete farmi la pelle per 600 fottutissimi dollari d’interesse s’un prestito che ho subito, che non ho neanche mai visto, e che per giunta mi è stato truffato con l’inganno? E che cosa fate a quelli che vi devono un sacco di soldi? Perché non fate fuori loro? Perché proprio me?

Stecchino: Funziona così: noi facciamo fuori te perché ci devi una miseria, la voce si sparge, e mette una fottuta paura addosso a quelli che ce ne devono un mucchio, perché, se facciamo una cosa del genere a te per due spicci, pensa che cazzo faremo a loro. Fila il discorso?

Belane: Da un punto di vista meramente logico fila alla grande. Ma qua stiamo parlando della mia vita, lo capisci? Sembra che a te non importi questo, ma per me è un punto cruciale.

Stecchino: E infatti è così: nulla di personale, si tratta solo di lavoro. E quando si tratta di lavoro si tratta di profitto. E quando si parla di profitto si parla di profitto e basta.

Belane: Sono senza parola. Siete terribili. Ma come fate a essere così freddi?

Belane allunga la mano verso la scrivania. Uno dei due guardaspalle capisce le intenzioni di Belane, estrae repentino una pistola, e la punta contro l’investigatore, che subito si blocca.

Guardaspalle: Altolà! Questa la prendo io!

Belane: Mi hai beccato: bravo, sceriffo dei miei coglioni!

Stecchino: Va bene, Belane: adesso andremo a farci un giretto.

Belane: Ma è pieno giorno!

Stecchino: Meglio: così ci vedranno tutti bene. Avanti, andiamo: è giunta la tua ora. Forza, alzati.

Belane: Siete crudeli. Siete spietati. Ma come fate? Come fate a rimanere così freddi, così distaccati? È terribile.

Stecchino: Semplice: siamo nati così.

Belane: Ho capito.

Stecchino: Che cosa hai capito?

Belane: Che mi avete fottuto.

Stecchino: Ti sbagli. Ti sei fottuto. Con le tue stesse mani.

Belane: Ad ogni modo adesso sono fottuto. Spacciato, morto, dead.

Stecchino: Siamo tutti fottuti. É la vita, bello. (con tono perentorio e minaccioso) Adesso alzati.

Belane si alza dalla scrivania, seguito dai due guarda­spalle di Stecchino, preceduto da Sanderson, e affiancato da Stecchino, che lo sguarda torvo, di sbieco, in tralice. I 5 uomini escono dall’ufficio, e si dirigono all’ascensore.

 

2.9.15) ESTERNO, HOLLYWOOD, GIORNO.

Belane, Stecchino, Sanderson, e i due tirapiedi escono dall’ascensore, tragittano l’atrio del palazzo, varcano la soglia dell’ingresso, escono dall’Ajax Building, ed entrano nella strada.

Fuori è una giornata bellissima. In strada molto traffico, molta gente, tanta confusione.

Belane ha il volto contrito dalla paura.

Giunti all’auto Stecchino si mette alla guida, Sanderson occupa il sedile passeggero anteriore e Belane siede dietro tra i due cagnotti.

Belane: (disperato) Dove mi state portando?

Nessuno risponde. Stecchino lo sguarda distrattamente dallo specchio retrovisore.

Belane: Dove stiamo andando? Dove mi portate, cazzo? Dove cazzo mi portate?

Nessuna risposta.

Belane: Tutto questo è un sogno privo di senso.

Dopo qualche minuto, Belane ritorna all’attacco.

Belane: Dove mi portate?

Stecchino: Al Griffith Park, Belane: ci facciamo un bel pic-nic. Un bel pic-nic in uno di quei sentieri isolati e appartati...

Belane: Cazzo, ma come fate a essere così?

Stecchino: Te l’ho detto: siamo nati così.

Belane: Non è possibile: anche voi siete stati ragazzi, bambini, anche voi avete avuto una madre, che vi ha tenuto in braccio, abbracciato, coccolato...

Stecchino: Forse ce ne siamo scordati...

Belane: È uno scherzo vero? Non succederà niente, all’ultimo momento mi lascerete andare, è tutto uno scherzo, non è vero? Volete solo darmi una lezione. L’ho imparata: ho imparato la lezione. Potete accostare e lasciarmi scendere qua? Va bene così, ho capito la lezione. Potete stare tranquilli che non la dimenticherò mai più.

Ma l’auto non si ferma. Giunti a destinazione, Stecchino apre la portiera e scende. Sputa in terra, si sistema la cravatta, ravvia i capelli.

Stecchino: Bene, ragazzi: tiratelo giù. Andiamo a fare una passeggiata.

 

2.9.16) ESTERNO, GRIFFITH PARK, GIORNO.

Belane viene spintonato fuori dall’abitacolo e condotto lungo un sentiero isolato, coperto di cespugli e rami d’albero che bloccano il sole.

Belane: Sentite, ragazzi, basta così. Ditemi che tutta questa storia è un brutto scherzo, io vi perdono, e ce ne andiamo tutti a bere.

Nessuna risposta.

Belane: Seicento dollari: non posso crederci, non posso credere che il mondo giri così.

Stecchino: (a Sanderson) Questo mi sembra il posto giusto.

Sanderson annuisce.

Stecchino: (agli scagnozzi) Fatelo inginoc­chiare.

Belane: E così è finita davvero, dunque.

Stecchino: Finisce sempre, prima o poi.

Belane: Non avete diritto di farmi del male solo perché non posso pagare. Io non li ho i soldi. E una volta morto, che farete? Non lo sapete che ai morti non si chiede nulla? Ai morti non si chiede nulla e non si deve nulla.

Stecchino: Sono le regole.

Belane: Ma noi possiamo cambiarle, possiamo decidere di non seguirle...

Stecchino: Non credo proprio.

Belane: Siete dei bastardi senza Dio.

Stecchino: Parole dure. Ma quello che è fatto non si può disfare. Credo che tu sia sufficientemente saggio per capirlo da solo. Hai accettato le condizioni, sapevi a che cosa stavi andando incontro accettando la nostra offerta, e incontro a che cosa saresti potuto andare se non avessi pagato. Altrimenti adesso non saremmo qui.

Belane: Ma davvero mi volete ammazzare?

Stecchino: Mi dispiace. Nulla di personale.

Belane volge lo sguardo al cielo: il sole rimbalza tra le fronde degli alberi, il cui verde nuovo mollemente e pigramente ondeggia nel vento, chinandosi e raddrizzandosi monotonamente.

Belane: Non so che cosa ho fatto per meritarmelo. Non lo so proprio.

Stecchino: C’è una ragione per tutto.

Belane: Quante volte ho detto queste stesse parole. Ma ora capisco quanto siano insensate e finte e ipocrite.

Stecchino: C’è qualcos’altro che vorresti dire?

Belane: A te, a voi, io non ho niente da dire.

Stecchino: Andrà tutto bene. Cerca di non preoccuparti.

Belane: E come dovrei fare?

Stecchino: Lo vedo come mi guardi. Non importa che tipo di persona io sia: non dovresti avere più paura di morire solo perché pensi che io sia cattivo. Morire è morire. Lo so che è difficile d’accettare. Ma voi non riuscite proprio a farvene una ragione: sempre gli stessi sguardi, sempre le stesse espressioni pietose, sempre le stesse invocazioni, dite sempre la stessa cosa.

Belane: Che cosa diciamo?

Stecchino: Dite: <<Non sei obbligato a farlo.>>.

Belane: Infatti! Non sei obbligato. Ma questo non è di grande aiuto, vero?

Stecchino: E allora perché lo dite? Perché non conservate il fiato così da trattenere, almeno, la dignità?

Belane: Forse è meglio così. Ma ciò non toglie che non sei obbligato. Non sei obbligato. Ti prego...

Stecchino: E va bene. Questo è il massimo che posso fare.

Stecchino infila una mano in tasca, cava alcune monetine, ne trasceglie una, la solleva in alto per mostrarla a tutti, la rigira, la stringe fra il pollice e l’indice, e la soppesa.

Stecchino: Testa o croce?

Belane lo guarda smarrito.

Belane: Che cosa?

Stecchino: Testa o croce, pezzo di merda.

Belane: Non lo dico.

Sanderson: Sì che lo dici, figlio di puttana. Avanti, testa o croce. Non vuoi provare a salvarti la vita? Testa o croce? È la tua ultima chance.

Belane tace.

Stecchino: Scegli, ho detto. Scegli, mozzarella.

Belane: Tu fai sembrare che sia colpa della moneta. Ma la moneta non ha colpe. La moneta non pensa. La colpa è solo tua. Tu puoi scegliere. La moneta non può decidere. Tu sì.

Sanderson spazientito estrae la pistola, la punta contro Belane, e tira indietro il cane.

Belane: TESTA!

Stecchino lancia in aria la moneta. Approfittando del fatto che in quel momento tutti sono distratti dal lancio della monetina e intenti a seguire il suo volo nell’aria, Belane fa un passo indietro, estrae la .45 che serba nella fondina ascellare, ed esplode l’intero caricatore contro gli aguzzini. Muoiono tutti, ad eccezione di Sanderson.

Sanderson: Hey, che ti succede, amico: stai andando fuori di testa?

Belane: L’hai detto, bello. Proprio così. Sarete di monito per tutti. Diranno: <<Se fa questo a chi gli è creditore di 600 miseri dollari, che cosa farà a noi che ne avanziamo 6000? Meglio lasciar perdere e avere salva la vita.>>. Ecco che cosa diranno. Sarete d’esempio per tutti i fottuti bastardi della vostra risma, fottuti animali di merda. (pausa) Credevate davvero che mi sarei inginoc­chiato a voi, negri di merda? Credevate che davvero avrei supplicato un negro come un negro? Siete solo stupide teste di cazzo: avete sequestrato la pistola che avete trovato nel cassetto, e non vi è passato in mente che avrei potuto averne un’altra addosso. Cioè, cazzo, guardatemi: sono un investigatore, non un agente assicurativo. Stupidi negri del cazzo.

Poi un ultimo colpo a Sanderson, in testa, e anche quest’ultimo è andato: Belane lo abbandona sul prato cristallino del parco insieme con i corpi esangui ed esanimi degli altri quattro e si allontana avviandosi verso un tunnel sotterraneo che porta all’uscita del parco.

 

2.9.17) ESTERNO, TUNNEL SOTTERRANEO DEL PARCO, GIORNO.

Alla estremità opposta del tunnel sono appostati due ragazzi incappucciati.

Vic: Il prossimo che passa ce lo facciamo.

Vincent: Ok.

Vic: Uomo o donna che sia.

Vincent: Ok.

Vic: Dobbiamo svuotarlo di tutto quello che ha: orologio, portafoglio, chiavi della macchina e macchina, anelli, bracciali, orecchini, vestiti se di valore, qualsiasi cosa di pregio. E se è donna, magari ci divertiamo anche un po’!

Vincent: E se ci capita una vecchia?

Vic: Beh, quella la rapiniamo e basta! Solo carne fresca, ricorda: solo carne fresca!

Vincent: E se si oppone? Se prova a resistere?

Vic: Gli spariamo. Poi ci prendiamo tutto e con i soldi ce ne voliamo ad Amsterdam! Hai la pistola?

Vincent: Sì. Certo.

Pausa.

Vincent: Ho sempre sognato di andare ad Amsterdam! Lo zio Quentin ne parla sempre. Deve essere un posto da sballo: alcole, droga e puttane dovunque, a qualsiasi ora. E l’erba legale poi... wow!

Vic: Vacci piano, fratello: l’hashish non è proprio legale...

Vincent: Spiegati bene.

Vic: Che cosa vuoi sapere?

Vincent: Bene, l’hashish è legale lì, giusto?

Vic: Sì, è legale, ma non è legale al cento per cento. Questo significa che non puoi entrare in un ristorante, rollarti una canna e fumartela in mezzo alla sala. Ma puoi tranquillamente fumare in casa tua o in certi luoghi designati.

Vincent: I “coffee shop”, giusto?

Vic: Sì, esatto. Gli “hashish bar”. In buona sostanza funziona in questo modo: è legale comprarlo, lo è anche possederlo e, se sei il proprietario di un hashish bar, è legale venderlo. È legale portarlo addosso, il che non ha molta importanza perché, vedi, se la polizia ti ferma, è illegale per loro perquisirti! Perquisirti è un diritto che i poliziotti ad Amsterdam non hanno!

Vincent: Ohhh, io ci vado subito! Non ci sono santi, cazzo! Cazzo se ci vado!

Vic: Calma, frena. Non ho ancora finito! Sai qual’è il lato più divertente di Amsterdam?

Vincent: No. Che cosa?

Vic: Sono le piccole differenze. Un sacco (molto) della stessa merda che abbiamo noi, loro ce l’hanno uguale, ma lì sono leggermente diversi.

Vincent: Fammi un esempio.

Vic: Ebbene, ad Amsterdam, puoi comprare la birra in un qualsiasi cinema o teatro. E non sto parlando di un fottuto bicchiere di plastica o di una lattina, intendo proprio un bel boccale, come in un bar. Ad Amsterdam puoi comprare la birra in un qualsiasi fottuto McDonald’s. E sai come chiamano “un quarto di libbra con formaggio” ad Amsterdam?

Vincent: Non “un quarto di libbra con formaggio”, immagino.

Vic: Hanno il sistema metrico-decimale lì, non sanno che cazzo sia un quarto di libbra.

Vincent: E come lo chiamano?

Vic: Lo chiamano “royale con formaggio”.

Vincent: “Royale con formaggio”! Wow! E come lo chiamano il Big Mac?

Vic: Beh, il Big Mac è il Big Mac. Lo chiamano “Le Big Mac”. E sai che cosa mettono sulle patatine fritte in Olanda invece del ketchup?

Vincent: Non il ketchup?

Vic: La maionese!

Vincent: Cazzo!

Un tacchettio di scarpe interrompe la loro conversazione: è Belane, che ha appena imboccato il tunnel e si dirige verso di loro.

Vic: Bene, ci siamo. Ci sei?

Vincent: Ci sono.

Vic: Bene. Lasciamo che si avvicini, e quando è giunto alla nostra altezza, lo accoppiamo e lo ripuliamo di tutto. Siamo d’accordo?

Vincent annuisce. Quando l’investigatore è alla loro altez­za, i due sbucano fuori dal buio.

Vic: Bella serata, nonnetto!

E prendono a colpirlo ripetutamente in testa, in viso, e in pancia con calci e pugni. Poi lo derubano. Infine scappano. Mentrecché i due rapinatori corrono, Belane riesce a voltarsi in posizione supina e parlare.

Belane: VAFFANCULO!

Mentre Vic continua a scappare, Vincent riconosce la voce e si arresta immediatamente: si volta vero Belane, torna indietro, si china su di lui, lo fissa, e trasalisce. I due incrociano gli sguardi e si riconoscono: sobbalzano, hanno un sussulto, rimangono attoniti e basiti.

Belane: Tu, ragazzino. Mi hai venduto la tua camicia...

Vincent: (freddo e distaccato) Già. (pausa) In realtà volevo regalartela. Ma tu hai insistito. Mi hai insegnato la prima lezione.

Belane: E cioè?

Vincent: Niente per niente.

Belane: E, a quanto pare, adesso stai per apprendere la seconda.

Vincent: E cioè?

Belane: Nessuna pietà, mai. Se non mi finisci e io dovessi rimettermi in sesto, ti cercherò, ti troverò, e ti ammazzerò. Non puoi rischiare: devi farmi fuori: se io venissi in qualche modo fuori da questo casino, tornerei fuori, e, una volta fuori, ti farei fuori. Non puoi rischiare: le tue gambe sono troppo preziose. E sono quelle che ti spezzerei per prime.

Vincent: Stai delirando, vecchio. Ci penserà il destino. Deciderà lui che farne di te.

Belane: Il destino non esiste. L’inferno te lo costruisci da solo.

Vincent: Chiamalo caso, allora, o fato. Ma, fossi in te, non sprecherei fiato in futili quisquilie e questioni di lana caprina. Dovresti concentrarti sulla questione principale.

Belane: E qual’è, la questione principale?

Vincent: Che stai morendo. Sei ai titoli di coda.

Belane: Perché lo hai fatto? Perché?

Vincent: Semplicemente non ti avevo ricono­sciuto. Tutto qua.

Belane: Non può essere vero. Sto sognando: non è così che deve succedere. No, non è così che deve succedere. Sto sognando...

Vincent: A volte non lo scegli: viene e basta. E tu non puoi fare altro che accettarlo.

Belane: Non può finire così. Non è così che deve finire.

Vincent: Sembra che sia andata proprio così invece. (pausa) È come sembra. (pausa) È come è.

Il ragazzo si toglie la felpa, l’arrotola, e l’adagia sotto la testa di Belane.

Vincent: Buona fortuna: sembra proprio che tu ne abbia un bisogno disperato.

Poi scappa correndo, e si perde nel parco.

Belane perde moltissimo sangue: il sangue rapidamente inzuppa la felpa sotto la sua testa, rivolandogli dalla bocca per raccogliersi in una pozza scura che si stende lungo tutto il suo corpo. Perde conoscenza. Poi rinviene. Un’appari­zione straordi­naria gli si staglia davanti agli occhi allorché momentaneamente rinviene, che lo folgora e riempie di stupore: volitando e aleggiando, si libra, grazioso e aggraziato, un passero. Gigantesco. Scintil­lante. Bellissimo. Gran­dissimo. Reale. Vero. Splendido. Rosso.

Poi un fruscio, proveniente da sinistra, seguito da un rumore di passi, e la Signora Morte, bella come non mai, avanza verso di lui. Belane rabbrividisce e batte i denti.

Belane: Non può essere vero. Me lo dica Lei che sto sognando: non è così che deve succedere. (pausa) No, non è così che deve succedere. Non può finire così. Mi dica che sto sognando, La prego.

Signora Morte: Belane, l’intera vita non è altro che un sogno a occhi aperti. Come un notturno ballo in maschera in pieno giorno.

Belane: Sto morendo, vero?

Signora Morte: Dal momento in cui sei nato.

Belane: L’uomo nasce per morire. Che significato ha? Perdere tem­po e aspettare. Aspettare il primo treno. Aspettare un paio di tettone in una notte d’agosto in una stanza d’albergo a Vegas. Aspettare il canto del topo. Aspettare che al serpente spuntino le ali. Perdere tempo. Che senso ha?

Signora Morte: Non ti è rimasto molto tempo, Belane.

Belane: Mi racconti tutta la faccenda.

Signora Morte: Sei stato risucchiato in un brutto affare, Belane. Quel tuo John Barton è un uomo molto perspicace: sentiva che il Passero Rosso esisteva, che era reale, in qualche forma, da qualche parte. E sapeva che tu l’avresti trovato. E l’hai appena fatto. Quasi tutti gli altri loschi figuri implicati in questa faccenda (Lena Fontanin, Sanderson, Johnny Stecchino...) erano truffa­tori patentati, volgari e banali bugiardi, e cercavano solo d’imbrogliarti e rovinarti: poiché tu e Musso siete gli ultimi rimasti della vecchia Hollywood, gli ultimi superstiti della vera Hollywood, gli unici sopravvissuti, pensavano che fossi pieno di soldi. Ne erano convinti a tal punto da giungere ad ammazzarti. Non sapendo che gli eroi della vecchia Hollywood non muoiono mai.

Belane sorride.

Belane: E che mi dice di quella bambola gonfiabile nel mio appartamento?

Signora Morte: Oh, quella.... Opera del postino: aveva sentito dire che ti occupavi del caso del Passero Rosso e voleva vendicarsi ancora una volta per quelle botte. Ha forzato la tua porta e ha lasciato lì quella cosa.

Belane sospira in fin di vita.

Signora Morte: Addio, Belane. È stato bello finché è durato.

Belane: Aspetta: perché non sei intervenuta anche stavolta? Perché non mi hai salvato il culo anche stavolta? Lo hai già fatto in precedenza, e per ben due volte: prima con Dante e Fante, e poi con Turin. Perché adesso no? Che cosa è cambiato?

Signora Morte: Perché la tua ora è giunta: hai concluso la tua missione, hai portato a compimento il tuo lavoro, hai trovato il Passero Rosso. Fatto ormai saggio, con tutta la tua esperienza addosso, già avrai capito che cosa il Passero Rosso vuole significare.

Belane: Ora capisco...

Signora Morte: Il Passero ti ha donato il bel viaggio: senza di lui mai ti saresti messo sulla strada. Che cos’altro ti aspetti? Che cos’altro pretendi? Non rammaricarti, dunque: nella vita sei stato abbastanza fortunato, hai provato tutto, tutto ti è accaduto, la gioia e il dolore, la bellezza e il terrore: non hai altro da fare su questa terra. (pausa) Lo so che avrei potuto dirti da subito come sarebbe andata a finire tutta questa storia, ma ho pensato che non c’era niente di male nel concederti un ultimo briciolo di azione e adrenalina prima che calasse il sipario, il buio. Capisci? Quando sono entrata nella tua vita, la tua vita era già finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. E forse hai ragione. Ma questo non significa niente. Le cose stanno così come stanno. Lo capisci?

Belane: (ansimoso) Sì.

Signora Morte: Mi dispiace sinceramente, Belane. Ma il mio lavoro m’impone il segreto professionale: le mie informa­zioni sono assolutamente segrete. Non posso sbottonarmi. Non posso dire troppo. Ma consolati: sei stato ucciso da quello che amavi: non c’è morte più bella.

Belane: E adesso che succede?

Signora Morte: Ti lascio con il Passero Rosso. Sei in buone mani. Ti porterà in un posto niente male! Fidati di me.

Belane: (ironico) Speriamo solo che ci sia un bar decente... Ho una gran sete!

Signora Morte: Non aver paura: ci sarà anche quello. (pausa) Ci sarà tutto. Anche quello che non hai mai voluto. (pausa) Dopo­tutto, è stata una bella vita, la tua vita. Non puoi lamentarti: hai avuto più di quello che avresti meritato, hai vinto tutto, hai preso tutto, hai perso tutto. Per quanto è stato in te, hai portato la vita fino alla risata perfetta: non hai nulla da rimpiangere, nulla di che recriminare. E se trovi qualcosa che ti rode dentro, sappi che c’è sempre qualcuno o qualcosa di più grande che ti tortura e t’insegue: qualcosa di più forte, di più intelligente, di più cattivo, di più gentile, di più futile, di più necessario, di più durevole, qualcosa di più grande, qualcosa di migliore, qualcosa di peggiore, qualcosa con occhi di tigre e fauci di squalo, qualcosa di più folle della follia, di più sensato della ragione, di più profondo del senso stesso, di più terribile della vita.

Belane: E che cosa è?

Signora Morte: La morte, mio caro Belane. La morte ti aspetta, sempre: mentre t’infili le scarpe o mentre dormi, mentre svuoti il bidone della spazzatura, mentre accarezzi il gatto o ti lavi i denti o festeggi il tuo compleanno. La morte ti scruta, Belane, ti osserva, sempre. La morte vede ma non ha occhi. La morte sa, ma non ha mente. (pausa) Dal momento in cui veniamo al mondo, ogni volta che conversiamo del domani, la morte intromette la sua parola a sproposito. (pausa) Ma nel momento presente la vita è immortale: in quell’attimo, la morte è in ritardo all’infinito. A nessuno può sottrarre il tempo raggiunto. (pausa) Alla fine quello che rimane è l’identità del giorno e della notte, il vittimismo del tempo e dello spazio, l’assassi­nio della luna, come l’esplosione di mille splendidi soli. (pausa) Perdere per cause di forza maggiore non vuol dire essere sconfitti. Tu, hai giocato una buona partita, Belane, hai giocato bene le tue carte, non potevi fare di meglio. Ma la morte ha sempre una mossa in più: tu, ormai nessuna.

Belane: E pensare ch’ero riuscito a cavarmela grazie a una monetina...

Signora Morte: Ricorda, Belane: spesso le cose che arrivano alla stessa destinazione non sempre hanno seguito la medesima strada. Non sempre è facile da vedere ma è così.

Belane: Tutto è sempre andato diversamente da come immaginavo. Non avrei saputo prevedere neanche la minima parte della mia vita. Né questo, né tutto il resto.

Signora Morte: Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. I conti tornano. Devono tornare. Per forza. Nessuna linea può essere cancellata. La strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. E la direzione delle nostre strade si vede fin dall’inizio.

Belane: Mi fa molto male...

Signora Morte: Il dolore può generare bellezza: dipende tutto da te.

Belane: Tutto sommato è stato bello, hai ragione: non posso lamentarmi. Arrivederci. Grazie del bel viaggio: è stato tutto merito tuo, non potevi farmi regalo più bello che affidarmi questo caso. In questi giorni è successo di tutto, mi è piaciuto tutto. Brutta figlia-di-puttana, non hai proprio idea di quanto la galoppata sia stata selvaggia e piacevole: è stato il miracolo dei miracoli!

Signora Morte: Così si parla, ragazzo! Hai imparato la lezione, Belane. Si muore solo da vivi. Ciao, Mickey. Mi mancherai.

Belane: Tu mi manchi già...

La Signora Morte si volta e se ne va.

Nel cielo limpido si staglia la figura di un passero rosso che, svolazzando allegro nella penombra, si avvicina a Belane, apre lentamente il becco, e cinguetta. Poi il becco si spalanca, e la testa del Passero Rosso comincia a dilatarsi sempre di più, fino a trasformarsi in un enorme vortice tenebroso che piomba su Belane, lo avvolge e lo inghiotte.

 

2.10) IL BAR DELL’ADE.

 

2.10.1) DIDASCALIA 1.

Il bar dell’Ade.

 

2.10.2) ESTERNO, BAR DELL’ADE, SERA.

Un maggiolino entra in un grande parcheggio semideserto e disegna un’ampia linea spirale dall’ingresso allo stallo. Ne scende Belane.

 

2.10.3) INTERNO, BAR DELL’ADE, SERA.

Belane apre la porta del locale. Dentro cinque persone: il barista, una sventola spaziale, e tre ragazzini, magri e stupidi.

Questi ultimi sembrano avere lucido per scarpe nero spalmato sui capelli. Fumano lunghe sigarette strette e guardano ogni cosa attorno con aria beffarda.

La sventola sta in disparte in fondo al banco.

Il barista, al centro, sembra non accorgersi della presenza di Belane. L’investigatore raccoglie un ceneraio, lo solleva e lo lascia ricadere sul banco per attirare l’attenzione del barista. Il barista sbatte le palpebre, e si dirige verso Belane barcollando.

Belane: (al barista) Scotch e acqua, grazie.

Barista 6: Vuoi l’acqua nello scotch?

Belane: Ho detto “scotch e acqua”.

Barista 6: Eh?

Belane: Scotch e acqua a parte, grazie.

I tre ragazzini lo fissano: quello nel mezzo parla.

Ragazzo 1: Hey, vecchio, vuoi un po’ di dolore per caso?

Belane si limita a sorridere.

Ragazzo 2: Forniamo dolore gratis.

I ragazzi continuano a guardarlo con aria beffarda e provocatoria. Belane rivolge loro uno sguardo svogliato e indifferente.

Ragazzo 3: Mi sa che adesso vengo lì a berti il drink.

Belane: Tocca il mio bicchiere e ti spezzo in due come una merda secca.

Ragazzo 1: Oh, che paura, che paura, che paura...! Ah ah ah.

Ragazzo 2: Oh, che paura! Ah ah ah.

Ragazzo 3: Oh, che paura! Ah ah ah.

Ragazzo 1: Il vecchio si crede un duro, ragazzi.

Ragazzo 2: Magari dobbiamo provare quanto sia duro.

Ragazzo 3: Mi sa proprio di sì. Dici bene, fratello.

Belane: Dio, quanto siete noiosi. Quasi quanto tutti gli altri. Niente di nuovo, niente di fresco, ormai. Tutto morto, piatto. Morte e desolazione ovunque. (al barista) Un altro, per favore.

Barista: Sempre scotch e acqua?

Belane: Esatto.

Ragazzo 1: A me non mi pare un granché quel vecchio.

Belane: A me non pare.

Ragazzo 2: Allora sei d’accordo con noi?

Belane: Ti sto solo correggendo. E spero che sia l’ultima correzione che debba fare per stasera.

Il barista arriva con il secondo drink, e si allontana nuovamente.

Ragazzo 3: Forse possiamo correggerti il culo.

Ragazzo 1: Magari t’infiliamo la testa su per il culo e poi ti cuciamo il culo con le budella.

Ragazzo 2: O magari sei un finocchio, e vuoi ciucciare il nostro pisello?

Ragazzo 3: Un ricchione ciuccia-cazzi ah ah.

Ragazzo 1: Un culattone succhia-banana ah ah ah.

Ragazzo 2: Magari vorrebbe succhiarci tutti e tre insieme ah ah ah.

Ridono sguaiatamente. Belane non risponde. Non reagisce, non dice nulla. Scola il proprio drink, beve l’acqua, si alza, ammicca ai tre ragazzi, e va verso il retro del bar.

Ragazzo 3: Oh, ma guarda: il moscone da bar vuole che lo seguiamo nel retro.

Ragazzo 1: Magari vuole farsi sbattere sul retro.

Ragazzo 2: Come le puttane da bar. Ah ah ah.

Ragazzo 3: Andiamo a vedere.

 

2.10.4) ESTERNO, RETRO DEL BAR, SERA.

Belane s’incammina verso il retro. Sente i loro passi dietro di lui, poi lo scatto di un coltello a serramanico: si gira, con un calcio colpisce il coltello, che rotola via, poi si volta, colpisce di taglio dietro l’orecchio il ragazzo che brandisce il coltello, lo atterra, gli rifila un calcio in faccia, gli calpesta la mano con il tacco delle scarpe.

Gli altri due abbandonano l’amico e scappano, attraver­sando il bar di corsa e uscendo dall’ingresso principale. Belane li lascia andare e si concentra sul ragazzo in terra: lo denuda; ne getta i vestiti nella spazzatura, ma trattiene il portafoglio e il coltello, che infila in tasca. Poi lo carica in spalla; lo adagia sulla panchina di una fermata della tranvia, ancora svenuto; gli assesta un pugno che gli spezza il naso; gli spacca una bottiglia in testa; gl’infila alcuni frammenti di vetro rotti in bocca. Infine inizia a schiaffeggiarlo con potenti schiaffi sonori in volto finché non vede il sangue colare dalla bocca.

Belane: NESSUNO...

Schiaffo.

(continuando) MI HA MAI FATTO...

Schiaffo.

(continuando) INCAZZARE...

Schiaffo.

(continuando) IN QUESTO...

Schiaffo.

(continuando) MODO!

Schiaffo.

Pausa.

(continuando) NESSUNO...

Schiaffo.

(continuando) È MAI STATO...

Schiaffo.

(continuando) SGARBATO...

Schiaffo.

(continuando) CON ME...

Schiaffo.

(continuando) COME LO SIETE STATI...

Schiaffo.

(continuando) VOI...

Schiaffo.

(continuando) OGGI...

Schiaffo.

(continuando) CHIARO?

Schiaffo.

Pausa.

(continuando) MAI NESSUNO...

Schiaffo.

(continuando) FOTTUTI BASTARDI...

Schiaffo.

(continuando) STRONZI!

Schiaffo.

(continuando) FOTTUTI STRONZI ROTTI IN CULO!

Schiaffo.

Pausa. Belane ansima e riprende fiato. Poi torna dentro.

 

2.10.5) INTERNO, BAR DELL’ADE, SERA.

Belane ritorna al proprio sgabello, e ordina un altro drink. La sventola tossisce che fino a quel momento non aveva emesso un fiato.

Trachea: Signore, mi sei piaciuto. Mi piacciono gli uomini veri.

Belane ignora il commento e riprende in mano il proprio drink come se nulla fosse. La sventola si alza e trasferisce il proprio drink e il proprio culo accanto all’investigatore. Ha unghie sporche e vestiti lerci, la quantità di rossetto che ha spalmata sulla bocca basterebbe per una intera settimana.

Trachea: Mi chiamo Trachea. Forse potremmo conoscerci meglio...

Belane: Non porterebbe a niente. Sarebbe solo una perdita di tempo.

Trachea: Che cosa ti fa pensare una cosa simile, signore?

Belane: L’esperienza.

Trachea: Forse perché hai incrociato il tuo percorso con quello di donne sbagliate. Ma io potrei essere quella giusta.

Belane: E come no!?

Trachea: Offrimi da bere.

Belane: (al barista) Un drink per la signora.

Trachea: (al barista) Un Gin-tonic, Bobby...

Trachea: (con tono strascicato) Non ricordo come ti chiami...

Belane: Forse perché non te l’ho ancora detto.

Trachea: Te lo chiedo adesso.

Belane: Franz, Franz Thunder.

Trachea: Che bel nome da romanzo russo. O polacco.

Belane: Già.

Trachea spinge il fianco contro il fianco di Belane, e gli appoggia il seno sul braccio.

Trachea: Sei carino. Io ti piaccio?

Belane: Non proprio.

Trachea: Invece dovresti: ci so fare.

Belane: In che cosa?

Trachea: Lo sai...

Belane: Sei una illusionista? Forse un mago? O una presti­giatrice?

Trachea: Qualcosa del genere: so trasformare le cose corte in cose lunghe...

Belane: Come i palloncini?

Trachea: Ah ah, sei divertente.

Belane: Me l’hanno detto.

Il barista porta il bicchiere. Trachea lo trangugia in un sorso.

Trachea: Maledizione! Il mio accendino!

E apre la borsetta alla ricerca dell’accendino, tirando fuori, nell’ordine: tre rossetti di diverse tonalità, svariate cicche di sigarette consumate, un cazzo di gomma rosa, un fischietto, tre preservativi di cui uno usato, e un affare rosso.

Trachea: Eccolo! Trovato.

Prende l’accendino ed accende una sigaretta.

Belane: Che cosa è quel coso che hai lì?

Trachea: Lì dove?

Belane: (indicando) Lì, sul banco, quel coso rosso.

Trachea: Oh, quello è il mio passero.

Belane: È vivo? Era vivo?

Trachea: Ma no, sciocco: è imbalsamato. L’ho comprato oggi, in un negozio di animali, per la mia micia. Adora gli uccelli di erba gatta. Ne va matta!

Belane: Oh, cazzo. Questo coso mi sta facendo diventare matto!

Trachea: Come, scusa?

Belane: Niente... Lasciamo perdere.

Trachea: Per un attimo ti sei scaldato tutto. Forse che ti piacciono gli uccelli?

Belane: Soltanto il Passero Rosso.

Trachea: Se vuoi, a casa ho una bella passera: puoi giocarci quanto vuoi...

Belane: No, va bene così.

Trachea: Come vuoi, Franz. Per essere un tuono, sei un po’ rintronato: non sai che ti perdi.

Belane: Devo andarmene. Scusa.

Belane si alza, raggiunge la fine del banco, paga il conto, ed esce.

Cammina verso la macchina, apre lo sportello, sale, fa manovra, ingrana la prima ed esce dal parcheggio.

 

2.10.6) DIDASCALIA 2.

L’uomo nasce per morire. Che significato ha? Perdere tem­po e aspettare. Aspettare il primo treno. Aspettare un paio di tettone in una notte d’agosto in una stanza d’albergo a Vegas. Aspettare il canto del topo. Aspettare che al serpente spuntino le ali. Perdere tempo. Che senso ha?

 

2.10.7) DIDASCALIA 3.

Tratto dal romanzo postumo “Pulp” di Charles Bukowski.


 


Anno 2023

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