"IL TEMA DELLA MORTE IN LEOPARDI" (1a edizione)
Manuel Omar Triscari
IL TEMA DELLA MORTE IN LEOPARDI.
Dedicatoria
A mia madre, Olimpia.
Eri l’alba,
eri l’aurora,
i tuoi occhi erano due soli,
quando ti destavi
e mi guardavi
e un nuovo tuo giorno
penetrava in me,
l’anima tremava
come luna nel mare
e la pelle brillava
con sapore d’amaranto.
Ora non ci sei
sono solo
è notte.
Ringraziamenti
A Filippo Triscari, mio padre, per il miglior caffè che
abbia mai bevuto, senza il quale non avrei potuto continuare a scrivere quando
le dita pestavano ormai deboli sui tasti e la stanchezza bruciava gli occhi.
A miei cugini Gabriel, Giulia, Marika e Serena, per tutte
le risate e i ricordi, con l’augurio di vivere una vita ribelle, ma ribelle nel
profondo. Cioè: seguite solo il vostro cuore.
A tutta la mia famiglia, per avermi perdonato (spero) per tutte
le volte in cui non ho risposto al cellulare.
E a Muna, fonte per me inesausta di quiete accesa, come una
finestra illuminata nel cuore della notte, per avermi mostrato che la vita è
sogno e come sogno dobbiamo viverla. Grazie soprattutto a te, per tutto quello
che di bello (e di brutto) c’è stato. Molto ci siamo amati, ma è stato un amore
velato e senza parole il nostro amore, che ora grida, poichè l’amore sempre
ignora la sua profondità fino al giorno della separazione. Sei stata un
meriggio nel mio crepuscolo, un sole nelle notti buie dell’anima. Nella mia
solitudine irraggiungibile hai tenuto compagnia ai miei giorni, nell’insonnia
mi hai udito piangere e ridere nel sonno. La tua giovinezza mi ha donato
desideri da sognare e sogni da desiderare. Grazie soprattutto a te dunque. Per
tutto questo. E per qualcos’altro che trascende le parole. Non hai idea di
quanto sia stato piacevole: starti accanto è stato fantastico, folle e
incredibilmente piacevole. E breve. Necessariamente breve, come tutte le cose
belle. Ma, anche così, è stato un miracolo. È stato il miracolo dei miracoli.
INDICE
1 introduzione: il tema della morte nell’opera leopardiana
2 la disseminazione semantica del sintagma “morte” nello Zibaldone
3 l’idea della morte more
geometrico demonstrata nelle Operette
Morali
4 l’ars moriendi
nei Canti
5 bibliografia
INTRODUZIONE
*
IL TEMA DELLA MORTE NELL’OPERA
LEOPARDIANA
Il tema della morte in Leopardi è da intendere non come
contenuto peculiare ma come elemento strutturale e fondamentale di un
intertesto che comprende tutta l’opera leopardiana, dalle scritture giovanili
allo zibaldone alle operette morali
ai canti.
Il tema è trattato esplicitamente in molti passi dello zibaldone, nelle composizioni poi
espunte dall’edizione dei canti -
la canzone per una donna inferma di
malattia lunga e mortale, nella
morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed
arte di un chirurgo - e nella cantica appressamento
della morte; é motivo dominante, tra le operette
morali, dei dialoghi della moda e
della morte, di Federico Ruysch e
delle sue mummie, di Plotino e
Porfirio; é ancora il motivo dominante, tra i canti, di Amore e
Morte, di sopra un bassorilievo
antico sepolcrale e di sopra
il ritratto
di una
bella donna.
Il tema percorre implicitamente come un filo rosso tutta l’opera
del recanatese e si colgono nella scrittura echi, allusioni, richiami, rimandi
che si rispondono in un circuito che sembra il segno di una vera e propria
ossessione.
La radice del privilegiamento di tale tema é da individuare
sia sul piano esistenziale sia su quello delle suggestioni letterarie coeve e
precedenti ma soprattutto é da intendere come uno strumento di conoscenza della
condizione umana e di disvelamento delle illusioni e particolarmente della più
perniciosa di tutte, quella spiritualistica.
L’insistente discorso di morte tradisce tuttavia un’intensa
volontà di vita: nell’epistolario col Giordani il ricorrente desiderio quasi
disperato della morte manifesta all’inverso un vitalismo quasi esasperato, reso
ancora più acuto dalla presa di coscienza della deformità fisica.
L’autore si rende conto che nell’impossibilità di vivere
una vita normale potrà condurre un’esistenza precaria ed esposta alla malattia.
“Ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, né ingannandomi,
ché il lusingarmi e l’ingannarmi pur troppo m’é impossibile, che in me
veramente non vi é cagione necessaria di morir presto, e purchè m’abbia
infinita cura, potrò vivere, bensì trascinando la vita coi denti, e servendomi
di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e
sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi
pregiudichi o mi uccida.” (lettera al Giordani del 2 Marzo 1818).
La condizione della deformità e della malattia non fu nel
Leopardi “un motivo di lamento individuale, un fatto privato e meramente
biografico ... ma divenne un formidabile strumento conoscitivo” [S. Timpanaro: classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (1965; Nistri-Lischi, Pisa, 1977): 35].
E ancora in un notevole passo dello zibaldone l’autore sottolinea che “le opere di genio ...
quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche
dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della
vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima
grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno,
nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere
disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra
cosa) servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando
e non rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente,
quella vita che aveva perduta (5 ottobre 1820)” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte le
opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti; Sansoni , Firenze , 1969): ii:
260].
In tale nota é presente una precisa indicazione di poetica:
la poesia, anche se tratta del nulla e della morte, ha un effetto positivo sul
lettore perché vi é uno spiraglio luminoso anche nel mare dell’infelicità.
É già in nuce
nell’esperienze dell’infanzia la idea ossessiva della morte che al Leopardi si
presentava in modi terribilmente reali con la scomparsa precoce dei fratelli:
Luigi muore nel 1803, a soli nove anni, Francesco Saverio muore alla età di due
anni quando Giacomo ha undici anni e altri tre fratelli muoiono subito dopo la
nascita quando il poeta é adolescente. Il padre nel proprio diario scrive, a proposito della morte
di Luigi: “prima che uscisse di casa ho voluto che i suoi fratelli lo vedessero
e lo baciassero, e Giacomo Taldegardo ne ha pianto dirottamente la perdita,
quantunque in età di soli quattro anni e mezzo” [M. Leopardi in cronologia della vita e delle opere di Giacomo
Leopardi in G. Leopardi: canti
a cura di N. Gallo e C. Garboli (1962; Einaudi, Torino, 1993): 5].
Il poeta che mitizzò la infanzia come il tempo della
ingenua felicità, della simbiosi tra l’essere umano e una natura ancora
benevola e materna, estendendo alla infanzia dell’umanità tale condizione di
felicità e di vivace immaginazione (si pensi alla canzone alla primavera o delle favole antiche
risalente al Gennaio 1822), in realtà visse l’infanzia tra lutti fraterni che
gli arrecarono un oscuro quanto assurdo sentimento di colpa per non essere
morto al posto dei fratelli. A livello inconscio, al complesso di colpa si
accompagnava la paura della punizione da parte del padre. Nel canto delle
memorie, le ricordanze, estremamente indicativa e
illuminante è l’espressione <<assidui terrori>>: “mi rimembra, alle
mie notti, / quando fanciullo, nella buia stanza, / per assidui terrori io
vigilava, / sospirando il mattin”.
Questo antico stato d’animo di angoscia e di paura,
trasposto liricamente, era stato fermato nella scrittura dello zibaldone: “Sento dal mio letto suonare
(battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle
quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole
persiane, tra la paura e il coraggio sentivo battere un tale orologio. O pure
situazione trasportata alla profondità della notte o al mattino ancora
silenzioso e all’età consistente.” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte
le opere
(a. c. di W. W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii: 25].
E nel capitolo ottavo del saggio sopra gli errori popolari degli antichi,
del 1815, intitolato dei terrori notturni,
il poeta attribuisce agli antichi terrori della sua infanzia “Ombre, larve,
spettri, fantasmi, visioni, ecco gli oggetti terribili che facevano tremare i
poveri antichi e che, convien pur dirlo, ispirano a noi dello spavento.” [G.
Leopardi: zibaldone in G.
Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): i: 798].
Il motivo della camera oscura suscitatrice di terrori é
sottolineato dal Bonifazi :”C’é la paura degli spettri, una paura <
spirituale >, e si sa come sia facile identificare in questa paura quella
dei genitori e del loro castigo (e, nel caso del piccolo Giacomo, un castigo
che gli si configura come punizione per la morte dei fratellini; c’é la paura
del lupo cattivo, come corrispondente paterno; c’é infine la paura archetipica
dei temporali e dei tuoni, che prospettano l’ipotesi di una punizione.” [N.
Bonifazi: Leopardi. L’immagine antica (Einaudi, Torino, 1991): 73].
Al costituirsi del tema della morte come asse centrale del
pensiero poetante del Leopardi, concorsero anche le suggestioni di modelli
letterari precedenti e coevi: dal Giordani, autore di testi funebri, orazioni <<in
funere>>, alla letteratura preromantica e romantica, nella quale il tema
della morte aleggiava quale vero e proprio mito poetico.
Quanto alle suggestioni straniere, Leopardi esprime un
giudizio positivo sulla letteratura straniera inglese, anche se temperato da qualche
riserva su quella più recente: “la letteratura forse più libera d’Europa ....
Parlo della sua letteratura propria, cioè della moderna e dell’antica di
Shakespeare ec. e non di quella intermedia presa da lei in prestito dalla
Francia. E parlo ancora delle letterature formate e stabilite ed adulte; e non
delle informi e nascenti.” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii: 1046]. Benchè le riserve sulle forme
letterarie <<informi o nascenti>> comunque é sorprendente l’affinità
del tema leopardiano della morte con quello della <<morte calma>>
di Keats: pensiamo a ode to Nightingale:
“E se tante volte / sono stato quasi innamorato della morte / calma”. E a
settant’anni prima della nota dello zibaldone
risale tutto il repertorio tematico funebre della poesia inglese: dai
famosi pensieri notturni di E. Young alla meravigliosa elegia scritta
su un
cimitero campestre che “ebbe un’immensa risonanza, ispirò al Foscolo
i Sepolcri, creò cadenze che si ritrovano nelle odi del Keats” [M. Praz].
Quanto alla letteratura tedesca, Leopardi osserva che “laddove
l’altre nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano
filosofando” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii: 667].
Ma il desiderio di morte del poeta, che aveva scritto a
Giordani Pietro che la “speranza della morte ... mi pare la sola uscita di
questa miseria” [lettera a Giordani Pietro del 26 aprile 1819]. E di questo
assunto sembra trovare conferma nelle parole del giovane Werther: “Lo sa Iddio!
Spesso mi corico col desiderio, anzi qualche volta con la speranza di non
ridestarmi più: e la mattina riapro gli occhi e sono sconsolato. É stata questa
notte che ha determinato, consolidato la mia decisione: voglio morire!” [W.
Goethe: i dolori del giovane werther].
Sul Werther, nello zibaldone, il poeta scrive: “io so che
letto Werther mi sono trovato caldissimo nella mia disperazione.” [G. Leopardi:
zibaldone in G. Leopardi: tutte le
opere (a. c. di W. Binni ed E.
Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii:
111].
Movendo dalle matrici ideologiche che sono alla base della
sua formazione, il materialismo e il sensismo di origine settecentesca e
illuministica, il Leopardi si serve dell’idea della morte come potente
strumento di demistificazione delle illusioni e di conoscenza della verità
della condizione umana, pervenendo a conclusioni di assoluta originalità.
Nel 1819 nell’autore si andava intensificando l’interesse
per la meditazione filosofica e se l’anno precedente aveva scritto chela
ragione é nemica di ogni grandezza: la ragione é nemica della natura: la natura
é grande, la ragione é piccola” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii :10].
Ancora nel 1821 sottolinea sulla onda della teoria del
piacere che ogni vivente tende ad una illuminata felicità che non può essere
soddisfatta. “La somma della teoria del piacere, e si può dir anche, della
natura dell’animo nostro e di qualunque vivente, é questa. Il vivente si ama
senza limite nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di
desiderarsi il bene, e si desidera il bene senza limiti. Questo bene in
sostanza non é altro che il piacere. Qualunque piacere ancorchè grande,
ancorchè reale, ha limiti. Dunque nessun piacere possibile é proporzionato ed
uguale alla misura dell’amore che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun
piacere può soddisfare il vivente.” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte
le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): II: 204 - 205].
Nella ferrea coerenza del processo meditativo, Leopardi
scopre una insanabile contraddizione tra vita ed esistenza, per cui negli anni
tra il ‘23 e il ‘24 cadono definitivamente tutti gli aspetti legati ad una
positiva immagine della natura, cosicchè in una nota dello zibaldone del mese di Aprile del 1825
può scrivere: “Bisogna distinguere tra il fine della natura in generale e
quello della umana, il fine dell’esistenza universale e quello dell’esistenza
umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo e quello della sua
esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua
esistenza sentito, non é né può essere altro che la felicità, e quindi il piacere
suo proprio; e questo é anche il fine unico del vivente, in quanto a tutta la
somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o
vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela ... non
é certamente in niun modo la felicità né il piacere dei viventi, non solo
perché questa felicità é impossibile (teoria del piacere) ma anche perché
sebbene la natura nella modificazione di ciascun animale e delle altre cose per
rapporto a loro .... Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per
fine il piacere né la felicità degli animali, piuttosto al contrario; ma ciò
non toglie che ogni animale abbia di sua natura per necessario, perpetuo e solo
suo fine il piacere ... contraddizione evidente e innegabile nell’ordine delle
cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; non perciò men
vera.” [G. Leopardi: zibaldone in
G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii: 1077-1078].
In questo itinerario di corriva ricerca della verità
Leopardi stigmatizza la natura colpevole prendendo coscienza che il suo
processo meditativo si configura come una vera e propria filosofia. “La mia
filosofia fa rea di ogni cosa la natura, e discolpa gli uomini totalmente,
rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine
vera dei mali dei viventi etc.” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni ed E. Ghidetti; Sansoni, Firenze, 1969): ii: 1199].
Da questo momento il Leopardi applica all’analisi della
società contemporanea la sua filosofia, avvivandola con una polemica diretta
contro gli hegeliani di Napoli, illusi sostenitori di un progresso quale
veicolo di miglioramento della società. Con ragione C. Luporini scrisse che “il
problema politico, il problema della società é al centro dell’interesse umano
del Leopardi” e costituisce” il corpo e la carne intorno all’ossatura della
iniziale e fondamentale antitesi di ragione e natura” [C. Luporini: Leopardi progressivo (1947; Editori
riuniti, Roma, 1980): 34].
In tale temperie spirituale e in tale dimensione mentale, l’autore
scrive, probabilmente nel 1835, le due Sepolcrali, sopra un bassorilievo e
sopra il ritratto di una bella donna, ove fa esplodere la contraddizione
tra vita ed esistenza, incentrando la sua analisi, nella prima canzone, sull’assurdità
della morte che disgiunge persone legate da vincoli di sangue e di affetto, e
nella seconda sulla dicotomia tra il destino del nostro corpo che si corrompe
dopo la morte e che in vita é sede di pensieri e sentimenti nobili ed elevati.
Dobbiamo a questo punto seguire in linea diacronica lo
svolgersi del tema della morte in leopardi soffermandoci sulle diverse opere
leopardiane in cui esso é dominante e sottolineando le diverse fasi nelle quali
l’idea leopardiana si articola definendosi in modi diversi e sempre più ricchi
di imperiosa persuasione.
Già nel 1809 Leopardi aveva composto il sonetto la morte di Ettore; in seguito, dalle puerili fino alla fine dello itinerario
lirico svolto dai canti, l’idea
della morte da mito letterario e da ossessione inconscia tramuta via via in
fulcro centrale della meditazione filosofica del poeta. Oltre a la morte di Ettore, le Puerilia
comprendono il sonetto la morte, l’epigramma christi mors in lingua latina, il sonetto la morte
di Cesare,
le stanze la morte di
Saulle e la morte di Catone.
Benchè si tratta di esercizi letterari comunque sono esempi di una eccezionale
capacità di scrittura. In particolare il sonetto la morte di Ettore,
che nasce sulla onda della suggestione della lettura di Omero e ha come modello
i poeti settecenteschi caratterizzati da una tematica di gusto epico-grandioso:
il sonetto vuol riprodurre il duello tra Ettore e Achille e si caratterizza per
un certo dinamismo mimetico dovuto allo irrompere incalzante di Achille su
Ettore. Il sonetto la morte é invece una visione quasi
allucinata il cui tema si personifica nelle simboliche figure minacciose della “Peste
e Febbre, e la scarnata tisi”. L’epigramma christi
mors é anch’esso una visione ove
si colgono echi e suggestioni di Dante, del Varano e del Monti: la scena si
apre con l’immagine del Cristo sulla croce nel momento in cui esala l’ultimo
respiro cui fa da contraltare il risveglio di Adamo dal suo lungo sonno e l’osservazione
del primo uomo, carica di recriminazione e di rimorso per il peccato originale:
“Heu crimine nostro / numine ... genitus
ligno cruento perit” (“Ohimè per il nostro peccato il figlio di Dio muore
sul legno insanguinato”). Nel sonetto la
morte di Cesare il
poeta sottolinea come colui che fece tremare l’universo (l’espressione “Quegli ...
che con l’aspetto spaventoso e fiero fe’ tremar l’universo” riecheggia il verso
dantesco “Colui ch’a tutto ‘l mondo fe’ paura” [D. Alighieri: comedia: paradiso: xi: 69]) giaccia
morto e ad esso si contrappone la sdegnosa ombra di Bruto, personaggio che
tornerà quale protagonista del canto Bruto
minore. la morte di Saulle riflette chiaramente suggestioni
alfieriane anche nel linguaggio mosso, spezzato, dinamico, ove la fulmineità
dell’azione s’intreccia col turbinio dei pensieri del protagonista che corrono
alla morte. É presente un eco dantesco anche nel componimento la morte di Catone ove si svolge il motivo della libertà che
avrà una successiva ripresa nei canti patriottici e particolarmente in all’Italia (significativo il riscontro
tra il verso “E vedasi spirar con me la libertà latina” e il verso della
canzone all’Italia “L’armi, qua l’armi:
io solo / Combatterò, procomberò sol io.”). Catone
si suicida per rivendicare la libertà ai romani e il poeta, novello eroe della
libertà, proclama la sua disponibilità al sacrificio della vita affinchè “possa
esser foco agl’italici petti / il sangue mio”.
Come i personaggi letterari e i personaggi istorici così l’immagine
di Cristo e la figura macabra della morte sono tutti accomunati dallo stesso
tema indicativo delle scelte dello autore nello ambito delle suggestioni
culturali che gli derivano dalle sue letture in direzione del motivo dominante
della fine dell’esistenza colta in situazioni drammatiche e violente.
Nell’anno 1813 e quindi alla età di quindici anni, il
giovane Leopardi recita nella congregazione dei nobili in San Vito di Recanati
un brano che si caratterizza per un linguaggio visivo, concitato, dall’andamento
drammatico, fitto di espressioni icastiche, con una certa indulgenza
descrittiva dei momenti più crudi della crocifissione: “a colpi di grave
martello gli trapassan quei carnefici i piedi, e, disnodando dell’altro le
congiunture, le mani esse pure conficcano con acuti chiodi alla croce; e
quindi, movendo con funi il doloroso patibolo, lo sollevano, lo trabalzano, lo
inalberano e, nello scuotersi delle fibre convulse e nel trepidar del petto
anelante e nell’allargarsi delle ferite, giù lo piombano nella fossa che tosto
rosseggiar si vede del sangue che a rivi scorre dalle vene dilacerate del
Nazareno Signore”.
In questa fase della esperienza umana e poetica del
Leopardi, la idea della morte non é sostenuta da alcuna idea di religiosità,
anzi in lui la commemorazione della morte di Cristo é occasione per la ricerca
di effetti e di presa immediata sugli ascoltatori, quasi a scrollarsi di dosso
il peso di una educazione bigotta ricevuta nello ambiente familiare. Possiamo
convenire col Piovene che gli scritti religiosi di Leopardi riflettono in
trasparenza il peso della “religione dell’ambiente infantile, proprio perché
ossessiva, impressionante” [G. Piovene: Manzoni
e Leopardi in <<La
Stampa>>, Torino, 1971].
Nella primavera del 1816, il poeta scrive lo idillio
funebre le rimembranze e dopo il 16 novembre, forse angosciato da un
pensiero di morte imminente, che nasceva dalle precarie condizioni di salute,
conclude la cantica appressamento della
morte con questi versi: “O Padre o Redentor, se tuo perdono / Vestirà l’alma,
sì ch’io mora poi / Venga timido spirto anzi a tuo trono / E se il mondo
cangiar co’ premi tuoi / Deggio morendo e con tua santa schiera, / Giunga il
sospir di morte, e poi che ‘l vuoi, / Mi copra un sasso, e mia memoria pera”. L’incipit subirà una trasformazione
parecchi anni più tardi. La prima persona del poeta “volto a cercar l’eccelsa
meta” si muterà nella terza persona di una donna “volta all’amorosa meta”.
Considerevolmente corretta, divenne il frammento spento il diurno raggio ed entrò nell’edizione Starita del
1835 (vd. G. Leopardi: i canti [a.
c. di F. Flora; Mondadori, Milano, 1941]: 25).
Ne le rimembranze
il poeta affronta il tema di un lutto domestico in uno scenario pastorale: il
padre rievoca al figlio minore la figura scomparsa del fratello. Il piccolo
Dameta, ripensando ai giochi infantili nei quali aveva come compagno il fratello,
nel pianto invoca la morte: “Oh quanto ci amavamo! Ah tutto tutto / é finito
per noi. Caro fratello / tu mi lasciasti ... al giuoco, in casa io sempre /
solo restar dovrò? No, che la vita / menar più non potrei .... Caro Filino. Ah
tu moristi. Ah morir voglio anch’io”.
Il poeta sembra qui voler esprimere una situazione di
deprivazione affettiva, cui forse non é estraneo il complesso di colpa per la
morte dei fratellini e vi é ancora “la paura, l’angoscia di una punizione che
si sente mortale.” [N. Bonifazi: Leopardi.
L’immagine antica (Einaudi, Torino, 1991): 64].
Nella cantica appressamento
della morte recante quale epigrafe un verso di Vittoria Colonna <<Certi
non d’altro mai che di morire>> la scena é quella di una landa deserta
colpita da una tempesta sulla quale torreggia alcuna figura luminosa che é l’angelo
custode e addita al poeta una galleria di figure della storia e del mito che
trascorrono come fantasmi.
Percorre il compimento insieme a reminiscenze dantesche una
insistente angoscia per una oscura aspettazione della morte che arreca l’oblio
di sé e della propria presenza nel mondo: “Mentre invan mi lusingo e ‘van
ragiono, / Tutto dispare, e mi vien morte innante, / E mi lascia mia speme in
abbandono. / Ahi mio nome morrà. Sì come infante / che parlato non abbia i’
vedrò sera, / E mia morte al natal sarà sembiante.”: qui il tema della morte é
sentito quale perdita della identità e annullamento totale dell’essere stato
come se il momento della nascita e quello della morte coincidessero nel nulla.
Più tardi, nell’idillio le
ricordanze – composto nel 1829 – il poeta sottolinea, presentando il
personaggio di Nerina, che nel tratto ambientale si alternano continuamente
vite umane e che la vita fugge come un sogno: “Passasti. Ad altri / il passar
per la terra oggi é sortito, / e l’abitar questi odorati colli. / Ma rapida
passasti; e come un sogno fu la vita”.
Nell’anno 1819 incipiente, l’idea
della morte si fa terribilmente concreta, si cala nella realtà, scende dalle
suggestioni letterarie facendosi addirittura momento di cronaca nera nelle due
canzoni per una donna inferma di malattia
lunga e mortale e nella morte di
una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un
chirurgo. Nella prima canzone, il poeta distingue, nell’ambito del tema
della morte, evento ormai accettato dalla coscienza, il caso della morte che
colpisce le persone in giovane età: in tal caso l’evento della morte arreca con
sé un conforto, quello di morire innocente; il nucleo tematico della
composizione di riflette sul piano stilistico nella figura retorica dell’anafora,
capace di connotare per successive stratificazioni il valore semantico del
termine <<innocente>>: “Ma questo ti conforti / Sopra ogni cosa, ch’innocente
mori .... Non l’innocenza della corsa vita / Non ti torrà, nè morte / Nè
il cielo nè possanza altra che sia .... Cara, cara beltà, mori innocente”.
Il tema della morte acquista quindi un nuovo aspetto che sembra preludere in
quanto evita l’ingresso nell’orribile vecchiaia, che costituirà il leitmotiv de il passero solitario: il sintagma <<nefanda vecchiezza>>
della canzone anticipa i versi 50–52 dell’idillio che difatti recitano un motto
molto vicino alla canzone antica: “se di vecchiezza / La detestata soglia /
evitar non impetro”; e pur nella seconda canzone, il tema della morte é sentito
come violenza, delitto e scempio da un’“artefice nefando ... scellerato amante”
ove si nota un’insistente attrazione per l’orrido, per il macabro, per le tinte
forti che avranno un loro eco in certi esperimenti narrativi romantici: “Misera,
invan le braccia / Spasimate stendesti, ed ambe invano / Sanguinasti le palme a
stringer volte, / Come il dolor le caccia. / Gli smaniosi squarci e l’empia
mano”.
Nello stesso anno 1819 il poeta dà inizio ad un abbozzo di
autobiografia costituito da una serie di appunti giustapposti che avrebbero
dovuto costituire la base per una successiva stesura. Il titolo di questi
appunti é ricordi d’infanzia e di
adolescenza e vi ricorre rapsodicamente il tema della morte. Intanto,
nel Gennaio del 1817, il poeta aveva già dato notizia della sua “lettura dell’Alamanni,
e del Monti nell’aspettazione della morte” e più oltre parla del “suo desiderio
della morte lontana” e del “timore della vicina malattia” sottolineando con ciò
un dato proprio della natura umana, consistente nel desiderare la morte quando
essa é lontana e nel temerla quando é vicina; accenna dunque alla dimenticanza
che segue la scomparsa di un essere umano e in tale situazione immagina se
stesso dopo la sua morte (“si discorrerà per due momenti di questa piccola
città della mia morte e poi...”); compara quindi la rinascita della natura col
rinnovellarsi del ciclo delle stagioni al mancato rinnovamento della vita umana
dopo la primavera della giovinezza: “comparare la vita della natura e la sua
eterna giovinezza e rinnovamento al suo morire senza rinnovamento appunto nella
primavera della giovinezza”. Il particolare significato che riveste tale motivo
sarà ripreso ne il tramonto della luna
ove si svolge la meditazione sulla diversità tra la rerum natura e il destino dell’uomo. In questo canto, al tramonto
della luna l’oscurità della notte é percorsa dall’attesa della luce del sole
mentre la vita dell’uomo dopo il tramonto della giovinezza si concluderà con la
morte. “Ma la vita mortal, poi che la bella / Giovinezza sparì, non si colora /
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora. / Vedova é insino al fine; ed alla
notte / Che l’altre etadi oscura, / Segno poser gli dei la sepoltura”.
Se é vero che – stando alla testimonianza del Ranieri – la
parola <<sepoltura>> sia stata l’ultima scritta dal Leopardi allòr
é evidente che il termine semanticamente direttamente collegato all’idea della
morte si può porre a epigrafe del pensiero del recanatese. Ancora il poeta
sottolinea l’interesse da lui provato per i morti giovani fino all’attesa della
morte per se stesso, e ciò in occasione della morte di Teresa Fattorini, che
darà vita al grande idillio dedicato a
Silvia. “Storia di Teresa da me poco conosciuta e interesse ch’io ne
prendeva come di tutti i morti giovani in quello aspettar la morte per me”. La
fanciulla era morta l’anno precedente, a ventuno anni e, sull’onda della
commozione procuratagli dalla lettura dell’Ortis
di Foscolo, il poeta annota del suo “spavento dell’oblivione e della
morte totale ec. v. Ortis 25 Maggio 1798 sul fine”.
Nell’ambito del discorso sulla morte dei giovanissimi é
interessante rileggere un appunto in cui il Leopardi sottolinea che é ancora più
straziante una morte preceduta da un lungo male e da insopportabili dolori, per
cui i parenti si consolano della morte stessa in quanto pone fine alle
sofferenze del congiunto; d’altro canto “era chiaro che una giovanetta ec....
morire ec.... così ella per la lunghezza del suo male sperimentò la
consolazione dei genitori ec. circa la sua morte... non ebbe neppure il bene di
morire tranquillamente ma stravolta da fieri dolori la poverina.” [G. Leopardi:
ricordi d’infanzia e di adolescenza
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): i: 362]. E successivamente istituisce un
paragone tra la morte dei giovani e il vandalismo operato nei confronti della
vegetazione nel momento del suo fiorire: “mio dolore vedere morire un giovine
come segare una messe verde verde o sbattere giù da un albero i pomi bianchi ed
acerbi” [G. Leopardi: ricordi d’infanzia
e di adolescenza in G. Leopardi: tutte
le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): i: 363]. Qui il poeta esprime il suo
vitalismo e la sua tenerezza per l’età della giovinezza, l’<<età verde>>
come dirà ne le ricordanze (verso
28: “Nè mi diceva il cor che l’età verde”). L’attributo <<verde>>
connota qui la vita umana e quella della natura, che appaiono quindi raccordate
in simbiosi, senza che intervenga la
constatazione dell’irriducibile diversità tra il mondo della natura e quello
umano, che sarà il motivo dominante della sua meditazione.
Nello stesso 1819 nel Leopardi si va insinuando l’idea
della morte quale evento risolutorio di una vita sentita come fastidio e pena e
caratterizzata dalla noia più plumbea. Infatti, in un significativo passo dello
zibaldone, iniziato già da due
anni, egli sottolinea che la tendenza al suicidio scaturisce dal disprezzo di
se stesso, dall’amor proprio che preferisce la morte a una vita assolutamente
priva di senso: “Non v’ha forse cosa tanto conducente al suicidio quanto il
disprezzo di se medesimo. Esempio di quel mio amico che andò a Roma deliberato
di gittarsi nel Tevere perché sentiva dirsi ch’era un da nulla. Esempio mio
stimolantissimo ad espormi a quanti pericoli potessi e anche uccidermi, la
prima volta che mi venni in disprezzo. Effetto dell’amor proprio che preferisce
la morte alla cognizione del proprio niente, ec. onde quanto più uno sarà
egoista tanto più fortemente e costantemente sarà spinto in questo caso ad
uccidersi. E infatti l’amor della vita é l’amor del proprio bene; ora essa non
parendo più un bene ec. ec.” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii: 45]. Nella linea diacronica della
riflessione leopardiana, l’idea della morte assume dunque un nuovo significato ed
essa appare preferibile ad una vita vacua dominata dalla noia sia pur con la
violenza verso se stessi, cioè tramite il suicidio. E in una lettera a Pietro
Giordani del 19 Novembre confessa la sua assenza di desiderio della nota e del
timore della morte: “non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche
della morte, non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra
la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore” [G.
Leopardi: zibaldone in G.
Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii: 98].
Forse del 1820 é l’abbozzo pubblicato col titolo frammento sul suicidio,
apparso successivamente nel 1835 nella notizia
intorno a queste Operette dell’editore Starita. In tale
scritto il Leopardi si chiede il motivo dell’aumento del numero dei suicidi e
distingue il suicidio degli antichi che era una scelta fatta per eroismo o
anche per illusioni o per violente passioni (e pertanto aveva in sé qualcosa di
glorioso) dal suicidio dei moderni che é dovuto per lo più ad una più profonda
conoscenza della condizione umana: “Che cosa dimostrano tante morti volontarie
ec. se non che gli uomini sono stanchi e disperati di questa esistenza?
Anticamente gli uomini si uccidevano per eroismo per illusioni per violente
passioni ec. e le loro morti erano illustri ec. Ma ora che l’eroismo e le
illusioni sono sparite, e le passioni così indebolite, che vuol dire che il
numero dei suicidi é tanto maggiore, e non solamente nelle persone illustri per
grandi sventure come una volta, e nutrite di grandi immaginazioni ma in ogni
classe, tanto che queste morti neanche sono più illustri? ... vuol dire che la
cognizione delle cose conduce il desiderio della morte ec. Ed ora si vedono
morti volontarie fatte con tutta freddezza.” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte le
opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii:
198 - 199].
Il motivo del suicidio sarà orchestrato nella canzone bruto minore scritta nel dicembre del ‘21
e nell’ultimo canto di Saffo del
Maggio 1822. Echi ricorrenti del motivo del suicidio saranno presenti nelle ricordanze (“pensoso di cessar dentro
quell’acque la speme e il dolor mio”). I componimenti Bruto minore e ultimo
canto di Saffo sono stati definiti canzoni filosofiche e già tra il 1816
e il 1817 era avvenuta nel Leopardi la cd. conversione filosofica cioè il
passaggio dal bello al vero. Bruto si suicida per affermare contro il destino
avverso la sua nobiltà di sentire ed il valore della libertà, rifiutando la
gloria come ombra vana e vuole che il suo corpo, il suo stesso nome e la
memoria dell’essere stato al mondo si dissolva: “A me d’intorno / le penne il
bruno augello avido roti; / prema la fera, e il nembo / tratti l’ignota spoglia;
/ e l’aura il nome e la memoria accoglia”. In questo passo é evidente il
rifiuto da parte del poeta della religione foscoliana della tomba, in direzione
di una concezione distruttiva degli stessi resti dell’esistenza sia corporei
che memoriali. Insomma, gli eroi antichi vivevano nel momento della morte in
una suprema affermazione di sé mentre i moderni sono come morti durante la
stessa vita: “O siano cose antiche o non antiche il fatto sta che quelle
convenivano all’uomo e queste no, e che allora si viveva anche morendo e ora si
muore vivendo, e che non ci sono altri mezzi che quegli antichi per tornare ad
amare e sentir la vita” [frammento sul
suicidio: 199].
In un passo dello zibaldone
precedente l’8 Gennaio 1820, Leopardi scrive: “Se la sventura arriva al colmo ...
{l’uomo} passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come
un nemico, e allora é quando l’aspetto di nuove sventure, e l’idea e l’atto del
suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli
pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui”.
E in un altro passo dello zibaldone
del 19 Marzo 1821, il Leopardi stigmatizza la contraddizione esistente tra la
ripugnanza al suicidio come fatto insito nella natura umana e la situazione
esistenziale nella quale l’infelicità totale fa preferire la vita alla morte: “Io
so bene che la natura ripugna con tutte le sue forze al suicidio, so che questo
rompe tutte le di lei leggi più gravemente che qualunque altra colpa umana; ma
da che la natura é del tutto alterata, da che la nostra vita ha cessato di
essere naturale, da che la felicità che la natura ci avea destinata é fuggita
per sempre, e noi siam fatti incurabilmente infelici, da che quel desiderio
della morte, che non dovevamo mai, secondo natura, neppur concepire, in
dispetto della natura, e per forza di ragione, s’é anzi impossessato di noi,
perché questa stessa ragione c’impedisce di soddisfarlo, e di riparare nell’unico
modo possibile ai danni ch’ella stessa e sola ci ha fatti? ... La ripugnanza
naturale della morte é distrutta negli estremamente infelici, quasi del tutto.
Perché dunque debbono astenersi dal morire per ubbidienza alla natura? ...
quest’idea é la più barbara cosa che possa esser nata nella mente dell’uomo: é
il parto mostruoso della ragione il più spietato” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte le
opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii:
240 - 241].
Precedentemente, nello zibaldone
era stato detto che “la natura ... é grande, la ragione é piccola e nemica di
quelle grandi azioni che la natura ispira”. Proseguendo nella disamina dello
stesso motivo, il poeta pone il caso in cui il seguire la ragione é disumano ed
il seguire invece la natura é irrazionale ma ha in sé un valore sacrale: “Uno
dei casi nei quali il seguir la ragione é barbaro e il seguir la natura é
irragionevole, ma religioso però, é di un vero padre, per esempio, che veda il
figlio così affetto da dover essere assolutamente infelice vivendo, da dover
penare sempre e senza riparo, tra dolori acuti, tra mancanza di tutti i
piaceri, tra una noia perenne, tra una vergona cocente per le imperfezioni
fisiche ec. Desiderar la morte a questo figlio, poniamo caso anche malato,
anche disperato da’ medici, anche moribondo, o vero non solo desiderarla ma non
dolersene non piangerne amaramente, é ragionevole e barbaro, e come barbaro e
snaturato, così anche contrario ai principi della religione.” [G. Leopardi: zibaldone in G. Leopardi: tutte le
opere (a. c. di W. Binni e E.
Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii:
240 - 241]. In questo passo Leopardi sembra accettare l’ottica religiosa anche
se irrazionale. Tra il 1819 e il 1821 Leopardi cercava una conciliazione tra le
proprie posizioni di laico e il cristianesimo (il progetto degli inni cristiani
nasce proprio da questo proposito): nella religione cristiana egli vede delle
illusioni che possono consolare l’uomo ma le va sempre più svuotando di
efficacia e contemporaneamente respinge la morale cristiana che demanda la felicità
ad una presunta e di fatto inesistente compensazione ultramondana. É comunque
negli anni suddetti che il Leopardi va sempre più prendendo coscienza della
malvagità che si annida nella natura stessa. Già nel ‘19 egli é in preda ad una
drammatica crisi di pensiero ed afferma chela natura é madre benignissima del
tutto ... ma non degli individui. Questi servono sovente a loro spese al bene
del genere, della specie, o del tutto, al quale serve pura talvolta con proprio
danno la specie e il genere stesso. É già notato che la morte serve alla vita,
e che l’ordine naturale, é un cerchio di distruzione, e riproduzione, e di
cangiamenti regolari e costanti quanto al tutto, ma non per quanto alle parti,
le quali accidentalmente servono agli stessi fini in un modo ora in un altro”
[G. Leopardi: zibaldone in G.
Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii: 433 – 434]. É l’elemento, l’individuo
che serve al tutto e a volte quest’individuo pur nella sua finitezza é
biologicamente mal riuscito, é un errore della stessa natura. Si pensi a Saffo,
altra eroina del mondo classico, che come Bruto si dà la morte per sfuggire
alla vita: ma qui le ragioni della scelta del non-ritorno sono diverse da
quelle dell’eroe della libertà: Saffo é una eroina positiva che ha rivendicato
a se stessa la libertà di uccidersi poiché si trovava in una condizione di
assoluta infelicità. Attraverso le parole di Saffo il poeta lancia una profonda
accusa alla natura, vista come divinità ostile verso i suoi stessi figli: il
contrasto tra la bellezza della natura e la deformità del personaggio della
protagonista é assolutamente stridente e non si comprende perché la natura non
debba essere responsabile degli errori o dei misfatti che essa stessa commette.
La scelta della morte allora appare come assolutamente legittima, anzi appare
come un atto di coraggio; peraltro il poeta attraverso le coscienze infelici di
Bruto e Saffo corregge la primitiva idea dell’età infelice degli antichi e
mette in crisi l’illusione di un passato in cui l’uomo viveva simbioticamente
con la natura. A questo punto, a partire dal ‘22, la ragione viene
riconsiderata e valutata come strumento di conoscenza demistificante le
illusioni e le superstizioni e capace di far cogliere le contraddizioni in cui
é impigliata la stessa condizione umana. É per questo che Leopardi distinguerà <<vita>>
da <<esistenza>>: in un frammento dello zibaldone datato 29 Novembre 1823, anniversario della morte
di sua nonna, il poeta scrive chela natura non é vita, ma esistenza, e a questa
tende, non a quella” [G. Leopardi: zibaldone
in G. Leopardi: tutte le opere
(a. c. di W. Binni e E. Ghidetti – Sansoni, Firenze, 1969): ii: 1000]. Al concetto di natura si sostituisce
così il concetto di una nemica e beffarda, sempre indifferente e cagione all’uomo
di dolore e nullità. Nel Marzo del ‘22 il poeta scrive la comparazione delle sentenze di Bruto e di
Teofrasto vicini a morte, pubblicata per la prima volta nelle canzoni del 1824 come premessa al Bruto minore: in questo scritto sono
rievocati e messi a confronto due personaggi dell’antichità prossimi alla
morte: essi emettono un giudizio sulla vita umana e le cose del mondo che, pur
essendo pronunciato nel momento della verità, quello del distacco, dovrebbe
apparire come una profonda filosofia, senza mistificazioni e infingimenti.
Bruto avrebbe apostrofato la virtù perché sottomessa alle
vicende del caso (“O virtù miserabile, eri una parola nuda, e io ti seguiva come
tu fossi una cosa: ma tu sottostavi alla fortuna”) e Leopardi conferma di tale
espressione il significato letterale, in quanto l’eroe nell’ora stessa in cui
si divide in eterno dagli altri uomini non insegue certamente il fantasma della
gloria, tanto più che egli si dà volontariamente la morte per disprezzo della
vita.
Diversa è invece la posizione di Teofrasto, il quale non è
un suicida come Bruto ma è prossimo alla morte per vecchiaia e ai discepoli che
lo interrogano, che gli chiedono di lasciare loro una massima che possa servire
come chiave di lettura della vita, il filosofo risponde che l’uomo a causa del
fantasma della gloria getta via tante occasioni di gioia e di piacere e li
invita a considerare che l’uomo “così tosto incomincia a vivere, che la morte
gli sopravviene” [Leopardi, Tutte
le Opere, cit., I, p. 205 sgg. 48].
Siamo già nell’atmosfera delle “Operette morali”, la
maggior parte delle quali il Leopardi scrive nel 1824, ad esclusione del Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco,
del 1825, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di Porfirio,
composti nel ‘27, per citare quelle in cui più traspare il motivo della morte.
Nel Dialogo della
moda e della morte del 15-18 febbraio del 24, la moda è considerata
sorella della morte in quanto l’una e l’altra nascono dalla stessa madre, cioè
la condizione umana caduca ed effimera. Ma vi è qualcosa di più: nel tempo
presente la moda corre così vertiginosamente da non permettere nessuna gloria
duratura dopo la morte. La moda svolge quindi lo stesso compito della morte e
costringe “tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e
mille disagi, e spesso dolori e strazî, e qualcuno a morire gloriosamente, per
l’amore che si portano”.
Nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie, del 16-23 agosto ‘24, che ha come
incipit la scena surreale del risveglio dei morti allo scoccare dell’anno
matematico, il momento della morte non solo non è doloroso ma è vicino al “piacere”
e il morente non ha coscienza del trapasso in quanto il morire è non “molto
dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno nel
tempo che si vengono addormentando”.
Nel Frammento
apocrifo di Stratone di Lampsaco dell’anno successivo il Leopardi
attraverso la voce del filosofo antico, contemporaneo di Aristotele, esprime la
sua concezione dichiaratamente materialistica, di ascendenza illuministica,
sottolineando che la fine del mondo non comporterà la fine della materia di cui
il mondo è fatto in quanto questa si trasformerà in “nuovi ordini delle cose ed
un nuovo mondo”.
Del settembre del 1827 è il Dialogo
di Plotino e di Porfirio ed è lo stesso anno in cui vengono pubblicate
le Operette morali in Milano dall’editore
Stella. In questo dialogo torna il tema del suicidio visto non più come scelta
del non-ritorno per disprezzo della sorte avversa come in Bruto o per orrore
della propria deformità fisica e il tormento del sentirsi respinti dalla natura
come in Saffo: il suicidio non è una soluzione in quanto “la vita è cosa di
tanto poco rilievo che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe essere molto
sollecito nè di ritenerla nè di lasciarla” [G. Leopardi, Tutte le Opere, cit., I, p. 179].
Ma prima il poeta sottolinea il valore dell’aiuto reciproco
tra gli uomini e il piacere derivante dalla compagnia dei familiari e degli
amici e l’amore di essi che segue l’uomo oltre la vita: “E perché anche non
vorremmo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue;
dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone
familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che,
morendo, bisogna lasciare per sempre; e non sentiremo in cuor nostro dolore
alcuno di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi e
per la perdita di persona cara o consueta, e per l’atrocità del caso?” [G.
Leopardi, op.cit., 1, p. 178.].
Questa conclusione costituisce una svolta nell’idea
leopardiana della morte e sembra anticipare il tema della “universal catena
della fraternità” della Ginestra.
Già nel ‘27 quindi Leopardi rifiutava il suicidio come
soluzione ad una vita vacua e intessuta dalla noia, intesa come assenza totale
di qualunque sentimento anche se negativo, con altre ragioni che non siano
quelle dell’indifferenza alla vita stessa.
Si insinua nel Leopardi come un sentimento di pietà per i
familiari superstiti, congiunto al tremendo rovello del pensiero sul
significato dell’essere stati al mondo e poi scomparsi.
In un passo zibaldonesco del 9 aprile, Lunedì santo, del
1827, Leopardi scrive: “Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati
vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la
piangiamo perché ha cessato di vivere, perché ora non vive e non è. Ci duole,
non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta quest’ultima ma
irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell’essere.
Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione
e del nostro pianto. Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non
lui.
In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che
noi proviamo, quel che passa nell’animo nostro, in occasion della morte di
qualche nostro caro; troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove,
è questo: egli è stato, egli non è più, io non lo vedrò più, e qui ricorriamo
colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e
noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai più; ci
fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non
piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità
(non però egoistico), che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual
sentimento proviene quel ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe
ogni volta che, anche di cose o persone indifferentissime per noi, noi
pensiamo: questa è l’ultima volta: ciò non avrà luogo mai più: io no lo vedrò
più mai: o vero: questo è passato per sempre. Di modo che nel dolore che si
prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla
rimembranza, e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana” [Zib.,
op.cit., pp. 1144-1145].
Dopo il ‘30, il Leopardi, uscendo definitivamente da
Recanati, partecipa da protagonista al dibattito ideologico di quegli anni, si
scontra prima con gli spiritualisti di Toscana e poi dopo il ‘34 con gli
hegeliani di Napoli, demistificando degli uni e degli altri l’idea di
progresso, ribadendo coraggiosamente la sua concezione materialistica, in
direzione di una scelta eroica che accetta la condizione umana senza illusione
e consolazione alcuna. Già nel ‘29, in una nota dello Zibaldone del gennaio, il Leopardi difende la sua filosofia
materialista da coloro che lo accusano di condurre l’uomo alla misantropia;
laddove, invece, implicitamente dovrebbe condurre alla presa di coscienza che è
la natura la causa di tutti i mali e che gli uomini che ne sono vittime dovrebbero
in qualche modo evitare il male che essi si arrecano l’un l’altro. “La mia
filosofia non solo non è conducente alla misantropia... di sua natura tende a
sanare, a spegnere (...) quell’odio... che tanti e tanti (...) portano però
cordialmente a’ loro simili” [Zib., (4428), (2 gennaio 1829), op.cit., II, p.
1199].
Nel ‘32 Leopardi scrive il “Dialogo di Tristano e di un
amico” e nell’estate dello stesso anno “Amore e morte”. Nel dialogo il poeta si
considera morto spiritualmente e rifiuta l’idea di dover continuare a vivere
solo fisicamente: “Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e
incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa in
me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti
mi sono minacciati dalla natura, al solo pensiero di questa cosa, io
rabbrividisco... Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare
o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi
scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi”.
Il poeta che parla per bocca di Tristano, in Amore e morte vede l’uno e l’altra come
fratelli in quanto l’uno solleva, ma momentaneamente, dal tedio dell’esistenza,
l’altra definitivamente.
Sembra che il poeta vada alla ricerca di similitudini e
antitesi tra l’evento della morte e altre realtà, così come nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie
la morte era stata imparentata al sonno.
Nel tentativo di assimilare la morte ad altre realtà
percepibili e sperimentabili quali l’amore e il sonno, Leopardi tenta di
esorcizzare la morte stessa, di penetrare nel suo terribile segreto. Allo
svolgimento della meditazione leopardiana sulla morte fa riscontro sul piano
stilistico un procedimento retorico caratterizzato dalla ricerca di elementi
contrapposti: amore e morte, il sonno e la morte, ragione e natura, giovinezza
e vecchiezza, con predilezione per la figura dell’ossimoro.
Nello stesso anno ‘32, il poeta termina lo Zibaldone.
Probabilmente già nel ‘31 aveva iniziato a Firenze i “Paralipomeni alla Batracomiomachia”,
lavoro terminato a Napoli nel ‘35. In un linguaggio ironico che a volte si fa
sarcastico e graffiante, egli attacca le illusioni dei liberali sia l’autoritarismo
dei reazionari e raggiunge l’acme della satira nella descrizione dell’oltretomba
dei topi capovolgendo e affondando nel grottesco quell’altissimo tema di
meditazione sulla morte espresso nel Coro
dei morti e nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie.
Nei “Paralipomeni”, in una figurazione allegorica, in un
tono violentemente parodistico ed irridente, il poeta ci presenta i topi morti
che, sfigurati e simili a larve che incutono ribrezzo, rispondono al
personaggio di Leccafondi che li interroga sulla speranza di un rinnovamento
politico, con una sinistra risata che taglia alla radice ogni illusione
patriottica. “Ma primamente allor su per la notte / Perpetuo si diffuse un suon
giocondo. / Che di secolo alle grotte / Più remote pervenne insino al fondo. / I
destini tremar non forse rotte / Fosser le leggi imposte all’altro mondo, / E
non potente l’accigliato Eliso, / udito il conte, a ritenere il riso” [Paralipomeni, in L., op.cit., I, p. 289,
ottava 25].
Probabilmente del giugno 1833 è l’abbozzo dell’Inno ad Arimane, il dio del male nella
tradizione religiosa persiana, il cui tono si collega a quello dei Paralipomeni. Il poeta riprende il
progetto giovanile degli Inni cristiani
ma lo capovolge secondo una prospettiva di blasfema irreligiosità. Arimane è
quindi un’altra personificazione della natura, nella cui essenza è insita un’assurda
contraddizione in quanto deve dare la morte per dar posto a nuove vite: “produzione
e distruzione ec. per uccider partorisce ec. sistema del mondo, tutto patimen.
Natura è come un bambino che disfa subito il fatto” [Ad Arimane, in op.cit., I, p. 350].
Il poeta come sacerdote di Arimane non chiede al dio del
male nessuno dei beni chiesti dal volgo alla divinità, neanche l’amore che
appare l’unico momento positivo dell’esistenza, ma la morte: “Se mai grazia fu
chiesta ad Arimane ec. concedimi ch’io non passi il 7° lustro. Io sono stato,
vivendo, il tuo maggior predicatore ec. l’apostolo della tua religione.
Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: chiedo quello
che è creduto il massimo de’ mali, la morte. (Non ti chiedo ricchezze ec. non
amore, solo causa degna di vivere ec.) Non posso, non posso più della vita.” [Ad Arimane, ivi].
In questo componimento si colgono quindi alcuni motivi che
si orchestrano nelle due canzoni sepolcrali: in particolare, il motivo della
natura malvagia che condanna l’uomo al decadimento fisico della malattia e alla
morte. Scritte probabilmente tra la fine del soggiorno fiorentino e l’inizio di
quello napoletano, nella primavera del ‘35, le due canzoni Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove
un giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi
e Sopra il ritratto di una bella donna
scolpito nel monumento sepolcrale della medesima nascono da una nuova
poetica, sulla linea di sviluppo del pensiero-poesia del Leopardi.
Nella prima, il poeta ribadisce “la sorte degli uomini nati
per la morte cui invano troppi mortali credono di sottrarsi” [W. Binni: La poesia di Leopardi negli anni napoletani,
in Rassegna della letteratura italiana,
n. 3, sett-dic. 1980].
Nella seconda, la bellezza femminile viene dissolta, nella
prospettiva funerea, in una cruda descrizione della decomposizione fisica dopo
la morte (“polve e scheletro sei”, “or fango ed ossa sei”).
Nella prima canzone Leopardi s’imbatte in un nodo
problematico, insolubile, in una contraddizione insanabile, quella di una
natura che dà la vita agli esseri per poi ucciderli: “Madre temuta e pianta / dal
nascer già dell’animal famiglia, / natura, illaudabil meraviglia, che per
uccider partorisci e nutri...”.
Nell’Inno ad Arimane
aveva scritto “produzione e distruzione ec. per uccider partorisce ec... Natura
è come un bambino che disfa subito il fatto”. Ma la contraddizione è ancora più
stridente ove si consideri che se la morte precoce per gli esseri umani è un
danno, come può la natura consentire che quel danno colpisca esseri umani nell’età
giovanile? “... se danno è del mortale / immaturo perir, come il consentì / in
quei capi innocenti?”. Il riferimento alle figure di Silvia dell’idillio
omonimo e di Nerina delle Ricordanze
è evidente: peraltro questi due nomi di fanciulle morte nel fiore degli anni
presentano una radice etimologica (Silvia da <<silva>> e Nerina da
<<nemus>>), ed una stessa area semantica che rimanda alla selva, al
bosco e ai giovani virgulti che vi attecchiscono. Si pensi al famoso passo dei “Ricordi
d’infanzia e di adolescenza” in cui il poeta si duole di “veder morire un
giovine come segare una messe verde verde...” o al famoso passo dello “Zibaldone”
sul giardino malato. “Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia
pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non
potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del
patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più qual meno. Là quella rosa è offesa
dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel
giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più
vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone,
virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza
strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio,
quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella
scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso
nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è
roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti... in
verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale
(luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o,
vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai
meglio che l’essere” [Zibaldone,
in op.cit., II, (4175-4177) (Bologna, 22 aprile 1826), p. 1098].
Nella seconda canzone la contraddizione scaturisce dalla
sproporzione tra la sostanza fragile della materia corporea e la tensione verso
“desideri infiniti / E visioni altere”. propria della condizione umana: “Natura
umana, or come, se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto
senti?...”. In una lettera indirizzata al padre, del 27 maggio 1837, l’anno
stesso della morte, confessa di augurarsi che il suo debole spirito vitale non
opponga più resistenza alla morte: “...spero che superata finalmente la piccola
resistenza che oppone loro il moribondo mio corpo, mi condurranno all’eterno
riposo che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo, ma per il rigore
delle pene che provo... abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a
raccomandarmi a Dio acciocché dopo ch’io gli avrò riveduti una buona e pronta
morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti...”
[Tutte le Opere, cit., I, p. 1419].
La meditazione leopardiana sulla morte s’intreccia quindi
indissolubilmente con la presa di coscienza della sua stessa condizione
esistenziale, percorsa dalla malattia e da infinite sofferenze; ma è probabile
che questa situazione abbia favorito in lui una maggiore lucidità
interpretativa della condizione umana. Nella disamina e nello snodarsi dell’idea
della morte nelle sue varie fasi e sfaccettature rimane inalterata comunque una
morale eroica che ripropone la dignità dell’uomo in un sistema fondato su una
filosofia materialistica. Il Leopardi non manifesta mai alcun segno di
titubanza o di ripiegamento vittimistico, accettando con coraggio il male di
vivere e il destino di morte.
la disseminazione semantica del sintagma
<<morte>>
nello zibaldone
Lo Zibaldone
scandisce l’esperienza intellettuale ed
esistenziale del Leopardi, che ferma in annotazioni, a volte articolate, a volte e più spesso sintetiche, concise e quasi fulminee, l’itinerario del suo pensiero che viene così
sottratto alla dimenticanza che il tempo potrebbe provocare e alla
deformazione delle idee e delle intuizioni, dovuta all’accumulo
di altre esperienze.
E’ importante, quindi,
che il Leopardi abbia trascritto immediatamente
e quasi di getto idee, impressioni e
sensazioni, e le abbia diligentemente annotate corredandole, dopo una fase
iniziale, del dato cronologico: si potrebbe dire allora
che questo “scartafaccio” è un’opera aperta che ha quasi un suo respiro
biologico-intellettuale, è la trasposizione nella parola della sua stessa vita.
Lo Zibaldone
preannuncia o accompagna ogni altra
composizione del Leopardi e in particolare le “Operette Morali”, ove la meditazione del poeta si situa in
grandi immagini surreali, sia gli stessi “Canti” che a volte muovono da uno spunto, da un nucleo meditativo, da un
appunto dello Zibaldone. Lo Zibaldone quindi è quasi uno scrigno in cui sembra
che siano ancora in incubazione ed in nuce gli
spunti conoscitivi dell’autore delle “Operette” ed i motivi d’ispirazione dell’autore dei “Canti”.
Leggendo lo
Zibaldone, anche rapsodicamente, si rimane colpiti dal particolare tono dello stile, caratterizzato da un andamento raziocinante di estrema coerenza, da una linea meditativa che con certezza quasi matematica, raggiunge la
dimostrazione della verità.
Come è noto,
Leopardi tra il luglio e l’ottobre del 1827 con
un lavoro certosino si dedicò alla
compilazione degli indici del suo
Zibaldone, annotando le diverse voci e i luoghi in
cui quelle voci venivano trattate e in cui davano
vita a temi e riflessioni
particolari.
Alla voce “morte” il
Leopardi nello “Indice del mio Zibaldone di pensieri
cominciato agli undici di Luglio
1827, in Firenze”, annota cinque luoghi:
1) Desiderio della
morte, 66, I
2) Creduto da
Diogene non sensibile, 660, I
3) Non è penosa, 2182, I
4) Creduta sempre
lontana, 2638, I
5) Dolore delle
morti dei nostri cari o
conoscenti, che ragione abbia, 4277,
I.
In effetti, i luoghi dello Zibaldone in cui Leopardi tratta
del tema della morte sono molti
di più, ma il poeta
avrà creduto di fermare la sua attenzione su
questi cinque momenti che gli saranno sembrati
i più direttamente consoni al tema. E in 66, 1,
Leopardi scrive: “Io mi trovava
orribilmente annoiato della vita e in grandissimo
desiderio di uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel momento in cui io desiderava di morire: immediatamente mi posi in apprensione
e ansietà per quel timore. Non ho
mai con più forza sentita la discordanza assoluta degli elementi de
quali è formata la presente condizione umana, forzata a temere per la sua vita e a
procurare in tutti i modi di conservarla, proprio allora che l’è più grave, e che facilmente si risolverebbe a privarsene di sua volontà (ma no per forza d’altre cagioni). E vidi come sia
evidente che (se non vogliamo supporre
la natura tanto savia e coerente in tutto il resto, ché
l’analogia è uno de’ fondamenti
della filosofia moderna e anche della
stessa nostra cognizione e discorso, affatto pazza e
contraddittoria nella sua principale
opera) l’uomo non doveva per nessun conto accorgersi della sua assoluta e necessaria
infelicità in questa vita, ma
solamente delle accidentali
(come i fanciulli e le bestie); e l’essersene
accorto è contro natura, ripugna ai suoi principii costituenti comuni anche a tutti gli altri esseri (come dire l’amor della vita), e
turba l’ordine delle cose (poichè
spinge infatti al suicidio la cosa più
contro natura che si possa immaginare)”[1].
In questo passo, il
Leopardi sottolinea la noia orribile che domina la sua vita, da cui deriva
un imperioso desiderio di sottrarsi ad essa, ed avverte che un certo indizio di malattia che potrebbe condurlo alla
morte paradossalmente induce in lui un certo senso di timore: il desiderio di morire si scontra
quindi col timore della morte ed è questa contraddizione insita nella
condizione umana che lo fa riflettere
sulla assurdità di una situazione nella quale da una parte l’uomo teme per la sua vita e cerca in tutti i
modi di conservarla, proprio nel momento in cui essa è in pericolo e in cui facilmente potrebbe perderla, mentre dall’altra
potrebbe privarsi della vita stessa con la sua
volontà. Appare quindi di estrema evidenza l’incoerenza za della natura che ha costretto l’uomo ad accorgersi e dell’infelicità
insita nella vita stessa mentre dall’altra parte ha infuso
in lui l’istinto vitale che Leopardi definisce “l’amor della vita”: solo i fanciulli e gli animali non si accorgono dell’infelicità della vita, e pertanto non non rimangono impigliati in questa contraddizione.
Nel secondo passo
ove la morte è “creduta da Diogene non sensibile”, [660, I] Leopardi riporta il passo di “Diogene Cynico, VI, 68” annotando che “Dalla
nota del Menagio si
rileva ch’egli l’ha inteso della insensibilità dell’atto della morte”[2].
Diogene, quindi interrogato se la morte fosse un male, “come può essere un male,
risponde, se nel momento in cui essa si
presenta non viene avvertita?”.
E’ qui in nuce quel passo del “Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie”, ma con
una differenza sostanziale. Nel passo zibaldonesco,
Leopardi insiste sull’insensibilità che sopraggiunge nel momento della morte,
laddove nel “Dialogo” anche se il personaggio
del morto rivela che la morte, così come il sonno, non arreca né piacere né dolore,
successivamente comunica che la morte
arreca un certo languore, come all’approssimarsi del sonno e pertanto arreca
come un certo piacere. “(...) Nell’ultimo di tali
istanti la morte non reca né dolore
nè piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare
dolore perché il dolore é cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè
cominciata che é la morte, sono
moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa
di piacere: perché il piacere non sempre è
cosa viva; anzi forse la
maggior parte dei diletti umani
consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso
all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza è
piacere; massime quando vi libera da patimento; poichè ben sai che la cessazione di qualunque dolore o
disagio, è piacere per se medesima.
Sicché il languore della morte debba esser
più grato secondo che libera l’uomo da
maggior patimento. Per me, se bene all’ora
della morte non posi molta
attenzione a quel che io sentiva,
perché mi era proibito dai medici di affaticare il
cervello; mi ricordo però che il senso che
provai, non fu molto dissimile
dal diletto che è cagionato agli
uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono
addormentando”[3].
Nella terza nota sul
tema della morte dello “Indice” dello
Zibaldone compilato dal Leopardi, il poeta sostiene che essa “non è penosa” (2181, 1).
“E’ cosa osservata
che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono esser
precedute da una diminuzione di
dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che questi sono segni
certi, e quasi immancabili (io credo certo immancabili) di morte vicina. Laonde
tanto è lungi che la morte sia un
punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi gli stessi
travagli corporali che la cagionano, per veementi che siano (e quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e
il momento della morte, e quelli che immediatamente
la precedono (2183) sono assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo
quanto maggiori sono le pene che
conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur necessariamente estendere allo spirituale perchè quando l’insensibilità
del paziente è giunta a segno che lo rende
insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che siano le cagioni a che dovrebbero
produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l’anima essendo quasi fuori
de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’ sensi
spirituali, che non operano se non per
mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire, come si
argomenta dai segni esterni, e come
accade a chi sviene, o a chi dorme ec. E questo
letargo precursore (2184) immancabilissimo della morte, è forse,
almeno in molti casi, più lungo nelle malattie
violente ed acute, che nella lente, compassionando
così la natura alle pene de’ mortali, e
togliendo loro maturamente la forza di
sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di
patire. (28 novembre 1821)”[4].
Sorprende la
curiosità (e la competenza) fisio-patologica con cui Leopardi accompagna e descrive il momento della morte: egli ci
appare un esperto di tanatologia;
ma ciò che più importa è che il poeta, in armonia con la sua teoria del piacere, si sforzi di dimostrare che la morte per sé non arreca alcun
dolore, anzi l’insensibilità è il segno che precede la morte stessa.
Leopardi vuol
convincere i suoi lettori a non aver
paura della morte che non arreca alcun dolore fisico, convinto com’é che gli uomini
ricerchino sempre e comunque il piacere ed abbiano una profonda
ripugnanza per il dolore. La fenomenologia descrittiva della morte qui si fa
circostanziata e sembra esser quasi dettata da una attenta semeiotica clinica del processo
di dissoluzione della vita, con una straordinaria
incisività rappresentativa ed icasticità di linguaggio.
Poiché l’uomo tende al piacere, laddove è afflitto dai dolori di una malattia che conduce a morte, è indotto a preferire quest’ultima in quanto all’approssimarsi di essa gli
insostenibili dolori. scompaiono come per incanto e subentra quel particolare
piacere che nasce dall’assenza di dolore. La morte è “creduta
sempre lontana”, sostiene il Leopardi nell’annotazione zibaldonesca 2638, 1: il poeta cita “l’orazione II per la Lega” di Giovanni Della Casa. Recita
la citazione: “Ma senza alcun fallo gli uomini comunemente hanno questo difetto, e tutti
generalmente in ciò pecchiamo, che noi
della nostra vita speriamo assai, ed il nostro tempo largo misuriamo, e dello
altrui per lo contrario sempre temiamo, e siamone
scarsi e solleciti, debole e breve
reputandolo. Perocché chi è quello che
tanto oltre sia o che così vicino alla
fossa abbia il piede, che non si faccia a
credere di dover quattro o sei anni poter (2639) compare”[5].
Mediante la
citazione del Casa, il Leopardi sottolinea
un dato psicologico abbastanza comune, che i latini avevano sintetizzato nel motto “spes ultima dea” e alla
speranza Leopardi dedica moltissimi luoghi dello Zibaldone, definendola nell’Indice
da lui stesso compilato “continua,
inseparabile dalla vita sentita e pensante”
(4145,4).
L’ultima annotazione
dell’Indice ha come titolo “Dolore delle morti dei nostri cari o
conoscenti,
che ragione abbia” (4277,1). La caratteristica
inversione sintattica dell’enunciato
pone maggiormente in risalto il
significato della riflessione: “Allegano
in favore della immortalità dell’animo il
consenso degli uomini. A me pare
di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più di ragione, quanto che il sentimento ch’io
sono per dire è un effetto della sola natura, e non di
opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo
dire, è un puro
sentimento e non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perchè i morti si
piangono? Tutti sono spinti dalla natura
a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto;
in nessun caso ha men luogo l’egoismo
che in questo.
Coloro medesimi che
dalla morte di alcuni ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non si ricordano punto questo danno, mentre dura il lor pianto. Noi c’inteneriamo
veramente sopra gli estinti. Noi
naturalmente, e senza ragionare; avanti
il ragionamento, e malgrado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per
compassionevoli, tenghiamo per misero
il loro caso, e la morte per una sciagura. Così gli antichi;
presso i quali si teneva al tutto
inumano il dir male dei morti, e l’offendere
la memoria loro; e prescrivevano i
saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiurassero,
congiungendo i miseri e i morti come
somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e sempre
sarà. Ma perché aver compassione ai morti, perché stimarli infelici, se gli
uomini sono immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che
questi si trovi in luogo e in stato di punizione:
in tal caso non potrebbe piangerlo: l’odierebbe, perchè lo stimerebbe reo. Almeno
quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascuno sa per esperienza che il dolor che si prova per morti non è né misto di orrore o avversione, né
proveniente da tal causa, né di tal
genere in modo alcuno. Da che vien
dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento
intimo, e senza Un ragionare, che
essi abbiano perduto la vita (4278) e l’essere”[6].
Qui il poeta mette in luce le contraddizioni del comportamento di coloro che credono nell’immortalità dell’anima ma al
tempo stesso piangono i morti come se fossero
stato colpiti da una sventura immane.
Per il Leopardi ciò è
assolutamente irrazionale: in questo passo, la contraddizione coinvolge non
solo i moderni ma anche gli antichi che ritenevano simile la condizione degli
infelici e quella dei morti. É assurdo
pensare che un morto si trovi
in uno stato di punizione e in ciò il poeta stigmatizza l’idea dell’Inferno,
propria dei cattolici; per altro, chi viene
punito è certamente colpevole e i
colpevoli sono oggetto di avversione,
non certo di pianto. In effetti, irrazionalmente e quasi inconsciamente noi pensiamo che la vita è un bene e quindi compiangiamo coloro che l’hanno perduta.
Fin qui le notazioni
zibaldonesche sul tema della morte incluse nell’Indice leopardiano. Il tema si dispiega però in tanti altri luoghi
dell’opera frammisto a considerazioni sulla varia fenomenologia della condizione umana che fanno del
Leopardi uno dei più grandi moralisti della letteratura italiana. A differenza
del passo precedentemente indicato (4277-4278) ove gli
antichi sono accomunati ai
moderni nel ritenere infelice chi muore, in un
pensiero contenuto nelle prime pagine dello Zibaldone il poeta sottolinea che presso gli antichi “un morto
si consolava cogli emblemi della vita, coi giuochi i più energici, colla lode di avere incontrata una sventura ver minore o nulla morendo per la patria, per la gloria, per passioni vive, morendo dirò quasi per la vita. La consolazione loro anche
della morte non era nella morte, ma nella vita”[7].
Sul piano stilistico è
da notare l’ossimoro: “morendo ... per la vita”; “la
consolazione ... non era nella
morte, ma nella vita”. Gli antichi quindi quasi esorcizzavano
la morte immettendo nell’aldilà
immagini di vita, valevoli a
contrastarla, a ridurne lo spazio, a cacciarla ai margini. Non per nulla nelle necropoli antiche si ritrovano
oggetti-segni della vita quotidiana cari al morto ed in ogni caso se ne esaltava la presenza in vita con
iscrizioni funerarie e monumenti. Leopardi
avvertirà invece che i monumenti funerari sono squallide immagini di morte, anzi sono squallidi simboli della precarietà della condizione
umana. Si vedano gli ultimi versi del
canto “A Silvia” (“... e con
la mano, la fredda morte ed una tomba ignuda/Mostrarvi di lontano”) o i
canti sepolcrali ove sia “Sopra un bassorilievo antico sepolcrale” sia “Sopra il ritratto di una bella donna”,
lungi dal suggerire immagini di vita, diffondono invece un’atmosfera di angoscia e di vuoto.
In un’altra annotazione, citando il romanzo “Corinne” di Madame de Staël, ne riporta
l’osservazione secondo la quale gli
abitanti del Mezzogiorno temono
molto la morte e sono quasi morbosamente attratti dalla sua idea ed immagine.
Ed è proprio la Staël, con la sua distinzione
tra la letteratura degli antichi e quella dei moderni
(“De l’Allemagne” 1813), che probabilmente
gli suggerisce la riflessione sull’idea della morte che nutrivano
gli antichi, tutti proiettati
verso la vita e portati a considerare la morte come un esilio nei
Campi Elisi foderati d’asfodelo, al contrario dei cristiani per i quali invece è un
esilio, è l’agostiniana civitas terrena nella quale l’uomo aspira alla civitas Dei.
“Gli antichi
supponevano che i morti non avessero
altri pensieri che de’ negozi di questa vita, e la rimembranza de’ loro fatti gli occupasse continuamente, e s’attristassero o rallegrassero
secondo che aveano goduto o patito quassù, in maniera che, secondo essi, questo mondo
era la patri degli uomini, e l’altra vita un esilio, al contrario de’ “cristiani”.
(8 Giugno 1820)”[8].
Nel quadro della “Querelle des anciens et des modernes” Leopardi nello Zibaldone a più riprese sembra preferire la concezione che gli antichi ebbero della morte, pur con notevoli
oscillazioni. Il poeta annota che per Sofocle,
Bacchilide, Cicerone, essa era
considerata la più grande felicità (2672) e riporta in francese quel brano dell’“Edipo a Colono” di Sofocle ove è detto che il più grande dei mali è il nascere,
il più grande dei beni il morire: pensiero condiviso da
Bacchilide e da Cicerone nelle “Tusculanae”[9].
In un altro luogo dello Zibaldone però Leopardi
ritiene che gli antichi, a causa
del vitalismo insito nella loro stessa visione del mondo, considerassero la
morte una sventura e che i morti stessi fossero desiderosi di vita
e come relegati in un mondo ove si
aggiravano come pallide ombre.
“Come gli antichi riponessero la consolazione, anche della morte, non in altro che nella
vita, (del che ho detto altrove), e giudicassero la morte una
sventura appunto in quanto privazion della vita, e che il morto fosse avido della vita e dell’azione,
e prendesse assai più parte, almeno col desiderio e coll’interesse, alle cose di
questo mondo che di quello nel quale stimavano pure ch’egli
abitasse e dovesse eternamente abitare, e di cui
lo stimavano divenuto per sempre un membro, si può
vedere ancora in quell’antichissimo costume di onorar l’esequie
e gli anniversari ec. di (2944) un morto coi giuochi funebri. I quali giuochi erano le opere più
vivaci, più forti, più energiche, più
solenni, più giovanili, più vigorose, più vitali che si potessero fare. Quasi volessero intrattenere il morto
collo spettacolo più energico della più energia e florida e
vivida vita, e credessero che poich’egli
non poteva più prender parte attiva in
essa vita, si dilettasse e disannoiasse a contemplarne gli effetti e l’esercizio in altrui. (11
Luglio 1823)”[10].
É estremamente accattivante la particolare semantica che Leopardi attribuisce ai ludi funebri, come se il morto
godesse dell’esercizio fisico degli atleti che è poi un
modo indiretto e quasi per delega di esaltazione della vita. Sorge spontaneo l’accostamento
al canto “A un vincitore nel pallone”, scritto a Recanati nel novembre del
1821, ove il poeta sottolinea che la vita è intrisa di felicità nel momento in cui è posta in pericolo;
nell’imminenza del momento in cui si può perderla,
la si assapora di più. “Beata allor che ne’
perigli avvolta. / Se stessa oblia, né delle putri e lente / Ore il danno misura e il flutto
ascolta; / Beata allor che il piede / Spinto
al varco leteo, più grata riede”. A proposito della canzone, Giulio Natali
scrive: “... il fine è quello di riattaccarsi alla vita dopo averla è messa in
pericolo, di vincere il tedio della vita con la gioia del pericolo felicemente
affrontato, del rischio superato; di arrischiare infine la vita per sentire la vita”[11].
Il vitalismo leopardiano prorompe in una domanda sconvolgente che il poeta fa a se
stesso: “è egli possibile che nella morte
v’abbia niente di vivo? Anzi
ch’ella sia un non so che di vivo per natura sua? “(2566)[12].
E ancora in un altro passo zibaldonesco il poeta esalta gli
antichi ai quali il morire per la paria e per la gloria appariva bello e dolce;
nei tempi moderni, invece, il timore della morte, in modo paradossale, è e
cresciuto proporzionalmente alla misera qualità della vita stessa. E’ come se
il poeta istituisce una proporzione matematica: per gli antichi, quanto più
piena era la vita, tanto meno intensa era la paura della morte; per i moderni,
quanto più misera è la vita, tanto più acuta è la paura della morte. In 3029 si
legge: “La vita umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser
bella e dolce anche la morte, né mai gli uomini vissero più volentieri che
quando furono apparecchiati e desiderosi di morire per la patria e per la
gloria”. (25 luglio, dì di San Giacomo, 1823)[13].
“Quando gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicità o
di minore infelicità ch’al presente, quando perdendo la vita, perdevano pur
qualche cosa, essi l’avventuravano spesso e facilmente e di buona voglia, non
temevano, anzi cercavano i pericoli, non si spaventavano della morte, anzi l’affrontavano
tutto dì ven e van o coi nemici o tra loro, e godevano sopra ogni cosa e
stimavano il sommo bene, di morire gloriosamente. Ora il timor dei pericoli è
tanto maggiore quanto maggiore è l’infelicità o il fastidio di cui la morte ci
libererebbe, o se non altro, quanto è più nullo quello che morendo abbiamo a
perdere. E l’amor della vita e il timor della morte è cresciuto nel genere
umano e cresce in ciascuna nazione secondo che la vita val meno. Il coraggio è
tanto minore quanto minori beni egli avventura, e quanto meno ci dovrebbe
costare. La morte che per gli antichi così attivi, e di vita, se non altro,
così piena, era talora il sommo bene, è stimata e chiamata più comunemente il
sommo male quanto la vita è più misera.” (3030).
E infine, sempre nell’ambito della concezione della morte
presso gli antichi, Leopardi in un pensiero del 14 ottobre 1828 sembra
abbandonare l’idea secondo la quale nell’antichità la morte eroica era considerata
un privilegio in quanto il desiderio della vita non abbandonava mai i morti e l’aldilà
altro non era quindi che un “soggiorno di lutto, di malinconia, un esilio ... La
morte consideravasi dagli antichi come il ne maggior de’ mali; le consolazioni
degli antichi non erano che nella vita; i loro morti non avevano altro conforto
che d’imitar la vita perduta; il soggiorno dell’anime, buone o triste, era un
soggiorno di lutto, di malinconia, un esilio; esse richiamavano di continuo la
vita con desiderio, ec. ec.”[14].
La distinzione tra gli antichi e i moderni quindi vacilla,
pur nelle sfumature della diversificata diversificate. Weltanschauung degli uni
e degli altri. La morte è una realtà identica a se stessa nel passato, nel
presente e nel futuro e pertanto, in modo quasi paradossale, poiché non è in
nessun modo esorcizzabile, il non essere finisce addirittura per essere l’unico
bene ai mortali.
In un altro passo zibaldonesco del 19 aprile 1826 Leopardi
annotava: “Non v’é altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che
quel che non è...”[15].
Il tema è talmente ossessivo che il Leopardi procede
attraverso variazioni sul tema stesso. La sfaccettata fenomenologia della morte
gli suggerisce acutissime osservazioni, come quel nucleo meditativo nel quale
il poeta avverte che, al contrario di come comunemente si fa, si debba piangere
il giorno della nascita e gioire in quello della morte: “Pianger si de’ il
nascente ch’incomincia Or a solcare il mar di tanti mali, E con gioia al
sepolcro s’accompagni, L’uscito de travagli della vita. Poeta antico, appo
Plutarco ...’ (10 Febbraio 1823)[16].
È in nuce qui il motivo conclusivo del “Canto notturno” espresso nell’ultimo
verso dal tono epigrafico: “E funesto a chi nasce il dì natale”. Ora, poichè la
morte è opera della natura e nulla gli uomini possono contro di essa, ai
superstiti è concessa almeno la custodia dei resti mortali: “Natura insegna il
curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o conoscenti
per sangue o per circostanze ec. e l’onorar quelli di chi fu in vita onorato
ec. Ma ella non insegna di seppellirli nè di abbruciarli, né di torcerli in
altro modo davanti agli occhi. Anzi a questo la natura ripugna, perché il
separarci perpetuamente da’ cadaveri de’ nostri é, naturalmente parlando,
separazione più dolorosa che la morte loro, la quale non facciam noi, ma questa
è volontaria ed opera nostra (...) I poeti, oltre all’aver insegnato che nella
morte ver sopravvive una parte dell’uomo, anzi la principale è quella che
costituisce la persona, e che questa parte va in luogo a’ vivi non accessibile
e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i cadaveri de’ morti, non
fossero i morti stessi, né il solo né il più che di loro avanzava; oltre, dico,
di questo, insegnarono che l’anime degl’insepolti erano in istato di pena, non potendo
niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti me di terra, passare al luogo
destinatogli nell’altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i morti o
le loro ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com’era utile e necessario ai
vivi, così stimato utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che paresse
opera d’amore verso i morti quello che per se sarebbe stato segno di disamore,
e opera d’egoismo ...” (3430-3431), (15 Settembre 1823).[17]
Sembra che il Leopardi in quella situazione di impossibilità
di ogni altra possibilità che è la morte, voglia riservare ai superstiti un
certo margine. d’azione che consiste nel culto dei morti come espressione d’amore:
se i poeti antichi immaginarono che il morto insepolto si trovava in una
condizione di pena che non cessava fino a che il corpo non fosse sepolto, in
effetti per i moderni le tombe servono, foscolianamente, ai vivi. In un passo
successivo Leopardi sottolinea il comportamento dei timidi, di coloro che sono
eccessivamente attenti al giudizio altrui, vittime della temuta sanzione
sociale. E’ solo per timore del discredito che possa colpire la loro memoria
che costoro, pur vivendo in situazione di estrema infelicità, non si danno la
morte: si tratta di una delle tante contraddizioni psicologiche in cui s’impiglia
la condizione umana, tanto più irrazionale ove si pensi che dopo la morte nulla
può ormai a interessare colui che non é più. “I timidi (cioè paurosi della
vergogna, soggetti alla “δυαωπία”, mauvaise
honte)” (è estremamente indicativo del particolare atteggiarsi della
meditazione leopardiana il significato che egli dà al termine greco “δυαωπία”, cioè
pudore, timore, falsa ed indondata vergogna, cui sente il bisogno di aggiungere
il sintagma in lingua francese “mauvaise
honte”, turpe onta, a specificare meglio il pensiero) “non solo sono capaci
di non temere né fuggire il pericolo, il danno, il sacrifizio, ma eziando di
cercarlo, di desiderarlo, di amarlo, di bramar la morte, di proccurarsela colle
proprie mani. Le stesse qualità morali o fisiche che portano sovente alla
timidezza (ciò sono fra l’altre la riflessione, la delicatezza (3942) e
profondità di spirito ec. onde Rousseau era trabocchevolmente e invincibilmente
timido), portano ancora alla noia della vita, al disinganno, all’infelicità e
quindi alla a disperazione. E’ veramente mirabile e tristo, non men che vero,
come un uomo che non solo non teme né fugge, ma desidera supremamente la morte,
un uomo ch’è disperato di se stesso, che conta già la vita e le cose umane per
nulla, un uomo ch’é risoluto eziandio di morire, tema ancor tuttavia l’aspetto
degli uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del rischio di
essere ridicolo ...”[18].
Leopardi, citando Rousseau, si ricorda di un passo delle “Confessioni”,
ove il ginevrino confessa la propria irrimediabile goffaggine, dovuta alla
timidezza, nella conversazione mondana: “Mi affretto a balbettare subito delle
parole senza idee, felicissimo quando esse non significano completamente
niente. Per voler vincere o nascondere la mia incapacità raramente manco di
mostrarla”[19].
La notazione autobiografica roussoviana sulla propria
timidezza, che Leopardi ricorda (“onde Rousseau era strabocchevolmente e
invincibilmente timido”) costituisce per il recanatese occasione per
soffermarsi sulla timidezza, intesa come eccessiva preoccupazione per il
giudizio altrui; ma con un potentissimo scatto di pensiero, il recanatese
associa tale considerazione all’idea della morte, che è il leit motiv del suo itinerario mentale. “E’ mirabile che un uomo
desideroso o (3493) risoluto di morire, un uomo che ripone il suo meglio nel
non essere, che non trova per lui miglior cosa che il rinunziare a ogni cosa;
stimi ancor di avere qualche cosa a perdere, e cosa tanto importante, ch’egli
tema sommamente di perderla; e che questa opinione e questo timore gli renda
impossibile la franchezza, e il gittarsi disperatamente nella vita ch’ei nulla
stima; ch’egli ami meglio rinunziare decisamente a ogni cosa e perdere ogni
cosa, che mettersi, com’ei si crede, al pericolo di perdere quella tal cosa, cioè
quella riputazione e quella stima altrui che l’uomo timido teme a ogni momento
di perdere”[20]. La concitazione dell’itinerario
mentale si esprime nella figura retorica dell’anafora che si dispone in climax: “rinunziare decisamente a ogni
cosa ... perdere quella tal cosa”. E nello stesso passo scrive più avanti: “Ma
quanto al temere ancora la vergogna desiderando la morte o essendo disposto di
procurarsela, si spiega col vedere che quel coraggio il quale non nasce da
cause fisiche, né da atto o abito naturale o acquisito d’irriflessione, ma per
lo contrario nasce da riflessione accompagnata col sentimento d’onore, e da
delicatezza d’animo (non da grossezza, come quell’altro), preferisce
effettivamente la morte alla vergogna, e tanto più pauroso di questa che di
quella, che ad occhi aperti e deliberamente sceglie in fatto la prima piuttosto
che la seconda, e antepone il non vivere alla pena di vergognarsi vivendo (22 settembre
1823)”[21].
In altra situazione quindi, se continuare a vivere debba comportare la perdita
dell’onore, colui che è dotato di quel coraggio che nasce da delicatezza d’animo,
sceglie volontariamente la morte, anteponendola stoicamente ad una vita dominata
dalla vergogna e dalla perdita della stima di sé, che è indispensabile all’essere
umano.
In un altro passo zibaldonesco Leopardi sottolinea che ci
vuol coraggio a morire: ed accosta il coraggio al riso, con una di quelle
fulminee associazioni di idee che costituiscono il grande fascino del Leopardi “moralista”.
“Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o
due persone, in un caffé, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi
sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con
rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno
mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi e superbi, perderanno tutta
la loro baldanza e superbia Ver verso di voi, in fine il semplice rider alto vi
dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti e circostanti, senza
eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di
ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (23 settembre
1828)”[22].
E’ da sottolineare l’espressione “terribile ed awful” (in
inglese, “terribile, pieno di timore e rispetto” - sembra che nei momenti più
intensi del suo discorso il Leopardi voglia potenziare semanticamente l’aggettivo
con il suo corrispondente in una lingua europea, francese o inglese; si veda il
termine francese “mauvaise” della
notazione precedentemente citata) è “la potenza del riso”: non si può non
pensare alla risata agghiacciante dell’oltretomba topesco nei “Paralipomeni
della Batrocomiomachia”, il “poema eroicomico” iniziato probabilmente a Firenze
tre anni dopo la notazione zibaldonesca, che sarà definito “libro terribile”
dal cattolico Gioberti, che mutuò quindi l’attributo dallo stesso Leopardi, ma
con una valutazione di dissenso. Per Leopardi “chi ha il coraggio di ridere, è
padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire”: l’associazione tra il
coraggio di ridere e il coraggio di morire nasce dalla consapevolezza della
superiorità di colui che irride le illusioni del mondo, senza distogliere lo
sguardo dall’arido vero, ed è capace di irridere la stessa vita: penso al riso
irriverente di Bruto, nei confronti della natura e del destino, che “maligno
alle nere ombre sorride”. Il vitalismo leopardiano non può accettare che la
vita non debba essere pienamente vissuta, che non si debba assaporare il
piacere del vivere: la teoria del piacere innerva e definisce lo stesso tema
della morte.
In un pensiero del 31 ottobre 1823 il poeta sottolinea che
la pienezza di vita, sensisticamente goduta, e la morte sono termini
inconciliabili. “L’amor della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell’aspetto
della vita ec. delle quali cose altrove, è ben consentaneo negli animali. La
natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i
modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita. Perciocch’ella esiste e
vive. Se la natura fosse morte, ella non sarebbe. Esser morte, son termini
contraddittorii. S’ella tendesse in alcun modo alla morte, se in alcun modo la
procurasse, ella tenderebbe e procurerebbe contro stessa (...). Quello che noi
chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita,
sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa né fine più
naturale, né più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza
e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore più
naturale, né naturalmente maggiore che quel della vita. (La felicità non è che
la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua
diversa proprietà ne’ diversi generi di cose esistenti, quindi ell’è in certo
modo la vita o l’esistenza stessa, siccome l’infelicità in certo modo è lo
stesso che morte, o non vita, perchè non secondo il suo essere, e vita
imperfetta ec. (...). E il piacere non è altro che vita ec. E la vita è piacere
necessariamente, o maggior piacere, quanto essa vita è maggiore e più viva
(...). Sicché l’uomo, l’animale ec. ama le sensazioni vive ec. e vi prova
piacere, perch’egli ama se stesso” (31 ottobre 1823)[23].
In questo importantissimo passo, Leopardi, con un rigoroso
procedimento logico-deduttivo sottolinea che la vita è piacere quanto più essa
è intensa, ricca di “sensazioni vive”, e quindi felice. Ne deriva “e contrario”
che se essa è vissuta con fatica e con pena, con una troppo bassa percentuale
di vitalità, non arreca più piacere, anzi diventa fastidiosa e insopportabile;
il pensiero va allora a ciò che della vita è il contrario, cioè la morte, che
paradossalmente finisce per richiamare a sé il piacere: nell’itinerario
meditativo del Leopardi assume la consistenza di un dato reale il piacere della
morte, “un piacere certo non vivo ma languidissimo”.
Già prima, nel diverso contesto di un pensiero
zibaldonesco, che ho citato, aveva scritto: “Così non si dee creder nemmeno che
quel piacere fisico ch’io affermo esser
nella morte, sia un piacere vivo, ma languidissimo”. (2566).
Il piacere consiste quindi non solo nel sentir la propria
vitalità ma anche (ed è una forma di piacere diverso) nell’avvertire come
disciogliersi lo spirito vitale. Del resto, alla domanda su cosa sia la vita,
osservando realisticamente la condizione umana, Leopardi risponde: “Che cosa é
la vita? Il viaggio di un zoppo ed infermo che con un gravissimo carico in sul
dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili,
alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza
mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate (4163) per arrivare a un
cotal precipizio o un fosso, e quasi inevitabilmente cadere (Bologna, 17
gennaio 1826)”[24].
Lo scritto zibaldonesco si dispiegherà poeticamente nella
splendida ipotiposi del “vecchierel bianco, infermo” del “Canto notturno” e il “precipizio
o fosso” della nota zibaldonesca diventerà l’’abisso orrido, immenso, / ov’ei
precipitando, il tutto oblia”: qui il precipitare nella morte è anche oblio
totale, annullamento di qualunque parvenza memoriale di ciò che fu la vita.
Eppure gli uomini non crederanno mai di non aver nulla da sperare dopo la
morte. (4525) “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una
di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta
dipendenza da la seconda; di non aver nulla a sperare ec. non aver dopo la
morte”[25].
La massima è compresa tra le altre due, datate rispettivamente 23 maggio e 16
settembre 1832.
Nel “Dialogo di Tristano e di un amico”, dello stesso anno,
Tristano, il cui nome si riferisce all’area semantica della tristezza, ricalca
quasi la notazione zibaldonesca: “Il genere umano, che ha creduto e crederà
tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non esser
nulla, né di non aver nulla a sperare”[26].
Nella nota dello Zibaldone è un’aggiunta al passo dell’Operetta
morale, “dopo la morte”: la notazione avrà assunto nel “Tristano” una
significazione più ampia, il carattere di una sentenza morale sulla sciocchezza
e superbia degli uomini. Nel pensiero Za zibaldonesco invece il tema dominante
e ossessivo è quello della nullità dell’uomo, che non sa nulla, che è nulla,
che piomberà nel nulla, e la morte è l’annullamento della speranza.
Leopardi, le cui proposizioni zibaldonesche sono
scopertamente nichilistiche, fa discendere la terza “verità” dalla seconda, ove
viene ridicolizzata e stigmatizzata la persuasione, assolutamente infondata, di
contare qualcosa nella macchina naturale.
Nella satira “I nuovi credenti” composta a Napoli, con un
linguaggio antifrastico percorso da un violento sarcasmo, Leopardi stigmatizza
la volgarità e l’edonismo degli sciocchi: “Voi prodi e forti, a cui la vita é
cara, / a cui grava il morir; noi femminette, / cara a ava Cui la morte è in
desio, la vita amara. / Voi saggi, voi felici: anime elette / A goder delle cose:
in voi natura / Le intenzioni sue vide perfette”[27].
Chiosa il Mineo: “Bisogna saper vedere nell’insieme della satira la denuncia di
un male ancora più profondo che sottostà alla convergenza di opportunismo,
viltà, stoltezza, e bisogna convincersi che questa intuizione segni un
ulteriore spostamento all’interno del sistema di pensiero del Leopardi.
Insomma, la scoperta del nesso non valore-felicità lo porta alla comprensione
dei presupposti e della situazione della coscienza
felice e della sua negatività. E’ chiaro che quella dei personaggi oggetto
della satira è un modo degradato di ricerca della felicità, e il riconoscimento
della sua efficacia è intessuto di sarcasmo. E quella felicità, come indica
tutto lo svolgimento del discorso, è inautentica, mistificata, cattiva (...). Al negativo della
coscienza felice risponde il positivo, tutto interiore ed · eroicamente
vissuto, della coscienza infelice”[28].
L’ultima pagina dello Zibaldone, la 4525, è del ‘32.
Probabilmente tra il ‘31 e il ‘35 Leopardi lavorò ai centoundici “Pensieri”,
ove l’andamento aforistico sembra echeggiare la serrata meditazione dello
Zibaldone.
La meditazione sulla morte si prolunga in qualcuno dei “Pensieri”.
Nel VI, il Leopardi scrive: “La morte non è un male: perché libera l’uomo da
tutti i mali, e insieme, coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male
sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e
porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano
la vecchiezza”[29].
I riscontri con lo Zibaldone sono immediati ed evidenti. Si
pensi a quel passo che prende l’avvio dalla lettura di una pagina della “Storia
naturale” di Buffon. Il 16 ottobre 1820 Leopardi riporta nello Zibaldone l’opinione
espressa dal naturalista francese nel suo scritto “Della vecchiezza e della
morte”, ove si sostiene che la morte non può essere dolorosa e che quindi il
temerla è assurdo: tra la vita e la morte non esiste una netta separazione,
poichè, come abbiamo cominciato a vivere per gradi, così per gradi finiamo di
morire.
Il Leopardi fa propria la tesi del naturalista, aggiungendo
che l’anima non può svellersi violentemente e con dolore dal corpo perchè,
essendo simile a una fiamma (nel “Coro dei morti” è detta “fiamma vitale”, v.
28) si spegne perchè non trova più più alimento nel corpo: perciò la morte, non
essendo un fenomeno caratterizzato da un distacco traumatico, non è dolorosa. “Il
Buffon, Histoire naturelle de l’homme,
combatte coloro i quali credono che la separazione dell’anima del corpo debba
essere dolorosissima per se stessa. A’ suoi argomenti aggiungi questo (...). Se
volessimo considerar l’anima come materiale, già non si tratterebbe più di
separazione e la morte non sarebbe altro che un’ (282) estinzione della forza
vitale, in qualunque cosa consista, certo facilissima a spegnersi. Ma
considerandola come spirituale, è ella forse un membro del corpo, che s’abbia a
staccare, e perciò con gran dolore? (...). La morte nel caso della spiritualità
dell’anima non è una cosa positiva, ma negativa, non una forza che la stacchi
dal corpo, ma un impedimento che le vieta di più rimanervi (...). Come l’uomo
non s’accorge né sente il principio della sua esistenza, così non sente né s’accorge
del fine, né v’é istante determinato per la prima conoscenza e sentimento di
quello né di questo[30].
E più avanti: “(290) ... L’uomo non si avvede mai
precisamente del punto in cui egli si addormenta per quanto voglia procurarlo
(...). Che il torpore sia dilettevole l’ho notato già in questi pensieri nella
teoria del piacere, e assegnatane la ragione. Credo che su questo fondamento il
napoletano (291) Cirillo[31]
abbia un non so che di dilettevole, nel che sono interamente con lui, e non dubito che l’uomo (e qualunque
animale) non provi un certo conforto, e
un tal qual piacere nella morte”[32].
Si tratta di un’osservazione di estrema importanza che induce a ritenere che
Leopardi andasse nell’itinerario meditativo persuadendosi del piacere della
morte, e in modi balenanti e criptici qua e là nello Zibaldone oppure in modi
espliciti come in questo passo e in un altro della pagina zibaldonesca. In 2566
leggiamo infatti: “io affermo nella morte, sia un piacere vivo, ma
languidissimo”.
Il discorso tanatologico si prolunga nel VII dei “Pensieri”[33],
ove si distingue tra il disprezzo della morte negli uomini magnanimi e in
coloro che per denaro pongono a rischio la vita: “Havvi, cosa strana a dirsi,
un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e più disprezzabile che la
paura: ed è quello de negozianti ed altri uomini dediti a far danari, che
spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi risparmi,
ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro
conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili,
periscono con morte vituperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti
esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti, nell’occasione
della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha flagellata la
specie umana in questi ultimi anni”.
Si coglie, nel primo caso, il disprezzo della morte nell’eroe,
un immediato riscontro nel canto “All’Italia” nell’epicedio di Simonide che
esalta i caduti delle Termopili: “Nell’armi e ne’ perigli / qual tanto amor le
giovanette menti, / qual nell’acerbo fato amor vi trasse?”. Nel secondo caso, l’abietto
coraggio del mercante, il riferimento intertestuale è dato da quei versi, pieni
di graffiante ironia, della “Palinodia al Marchese Gino Capponi”: ... ferrate
vie, molteplici commerci, / vapor, tipi e cholera i più divisi / popoli e climi
stringeranno insieme” (vv. 43-45). Quanto ai “negozianti ... che si mettono a
pericoli estremi”, è forse sottesa alla frase una memoria oraziana (“Luctantem
Icariis fluctibus Africum /mercator metuens ...”[34])
ma è presente soprattutto il disprezzo del pensatore nichilista per l’illusoria
idea di progresso, che maschera la precarietà della condizione umana, sulla
quale incombe il destino di morte.
“L’esperienza del negativo è la strada che incrina le
ragioni dell’ottimismo illuminista”[35]:
Leopardi, al di là delle mistificazioni della “civiltà” a lui contemporanea,
riscopre, sull’onda del sentimento del vivere degli antichi, la corporeità, la
radice biologica del desiderio, nell’ambito della teoria del piacere.
Antonio Prete propone una suggestiva chiave di lettura del
tema leopardiano del desiderio, cui non è estraneo l’influsso di un libro
fondamentale del padre della psicanalisi, il freudiano “Al di là del principio
di piacere”: “Il desiderio leopardiano è una pulsione se “termina solamente con
la vita”? Se nessun piacere colma il desiderio, è forse perchè le sue domande
sono altre da quelle “vitali” che pure esso si rappresenta e ricerca? E se il
suo cammino, dietro l’apparente rinnovarsi e “spingersi avanti”, inseguisse di
fatto un ritorno? Quello stesso adombrato nell’eros, cui si dà il nome di
morte?”[36].
Con la presa di coscienza della illimitatezza del
desiderio, della impossibilità di soddisfarlo, con l’esperienza totalizzante
del negativo nell’esistenza umana, il desiderio stesso non potrebbe diventare
desiderio di morte? “A motivare (...) il richiamo alla pulsione di morte non c’è
solo la netta esclusione della trascendenza dal terminale del desiderio
leopardiano (...). Il desiderio di morte, nel “deserto della vita”, sarà la
sola critica possibile nell’universo chiuso dell’ottimismo civile”[37].
La tesi dello studioso, un po’ discutibile perchè troppo
caratterizzata da un’ottica freudiana induce comunque a cogliere il rapporto
tra il tema della a morte in Leopardi e la sua cosiddetta “teoria del piacere”,
la cui prima esposizione nello Zibaldone è contenuta nella notazione 165 del
luglio 1820. “Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di
tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che
non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale
che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre
essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere,
ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo
desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’é ingenita o congenita coll’esistenza,
e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere
infinito, ma solamente termina colla vita”[38].
La teoria del piacere si conclude con la meditazione del 31 maggio 1829: “Manuale
di filosofia pratica. Memorie della mia vita. Come i piaceri non dilettano se
non hanno un fine fuori di essi, secondo dico altrove, così neanche la vita,
per piena che sia di piaceri, se non ha un fine in totale ec. Bisogna proporre
un fine alla propria vita per vivere felice (...). Io non ho mai potuto concepire
che cosa possano godere, come possano vivere quegli scioperati e spensierati
che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in
trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza
aver mai detto, fissato tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho
saputo immaginare che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che
aspettano (...). Molto vagliano i mezzi, le occupazioni, la speranza, l’immaginarseli
come gran beni a forza di assuefazione, di pensare ad essi e di procurarli. L’uomo
può ed ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tale modo”[39].
Nel pensiero zibaldonesco 649-650 del 12 febbraio 1821 Leopardi scriveva: “Quindi
l’attività massimamente è il maggior mezzo di felicità possibile. Oltre l’attività,
altri mezzi meno universali o durevoli o valevoli ma pur mezzi, sono gli altri
da me notati nella teoria del piacere (...) dalla immaginazione, dell’estasi
che deriva dalla fantasia, da un sentimento indefinito, dalla bella natura ec.
e vedi la teoria del piacere (...)”[40].
In termini freudiani, Leopardi passa dal principio di piacere al principio di
realtà, ma una realtà fatta di attività (e si pensi al canto “A un vincitore
del pallone”) e soprattutto di immaginazione, di “estasi che deriva dalla
fantasia”. A proposito dell’idea e della morte e dell’immaginazione che porta
al suicidio, Lea Canducci sottolinea che “tale concetto del suicidio è analogo
a quello che svilupperà la psicologia dinamica: massimo meccanismo di difesa
patologico, che comunque sottostà al principio di piacere ... E’ questo un modo
di congiungersi immaginariamente alla felice realtà prenatale (...). Leopardi
canone ormai i suoi mezzi, i più sublimanti dei quali sono la sua creatività
poetica, il suo rigore formale, la sua possibilità di conoscenza”[41].
La “coscienza infelice”[42]
del Leopardi attraverso questi mezzi sembra poter aver ragione anche del
destino di morte. La meditazione leopardiana sul piacere sembra impigliarsi in
una contraddizione, in quanto i viventi da una parte hanno una tendenza
illimitata alla felicità e dall’altra non possono veramente godere di piacere
alcuno. La stessa condizione di esistenza è quindi strutturalmente causa di
infelicità. Leopardi quindi supera il principio di non contraddizione dinanzi a
questa verità. Scrive Arcangelo Leone De Castris: “Questa tendenza del vivente
non può terminare con il piacere, ché ogni volta l’insoddisfazione lo acuisce.
Può terminare solo con la vita. Così il bisogno della felicità non si appaga se
non con la morte (...). La natura è matrigna. Non vede l’uomo. Conserva la
specie. La sua indifferenza è spietata. Schiaccia i viventi, purché sia
assicurata e duri l’esistenza, la legge dell’esistere, del vivere per morire”[43].
Lo studioso, citando quindi il “Dialogo della natura e di
un Islandese” e il celebre passo del “giardino malato”[44],
sottolinea che “il logorio della morte non gualcisce la vitalità e il colore
delle creature... Morte e vita si avvicendano negli stessi oggetti, li
compongono. Che è poi, com’è evidente, la straordinaria realtà della forza
espressiva leopardiana, del suo modo di comunicare come viva e struggente una
esperienza inseguita dal nulla e dalla morte”[45].
Il tema della morte, disseminato nelle disiecta membra dello Zibaldone, sarà ripreso come un teorema nel
linguaggio di sapore quasi galileiano e rema negli scenari surreali di alcune “Operette
Morali”.
L’IDEA DELLA MORTE <<MORE GEOMETRICO DEMONSTRATA>>
NELLE OPERETTE MORALI
Il discorso leopardiano sulla morte nelle “Operette morali”
abbandona l’andamento quasi aforistico che connotava lo “Zibaldone” e assume un
tono dimostrativo quasi da teorema con i suoi corollari, nelle diverse
sfaccettature tematiche che innervano le singole Operette, legate dal filo
rosso di una filosofia negativa.
Quanto alla preistoria del nucleo meditativo sulla morte
che si orchestrerà in alcune “Operette morali”, quali il “Dialogo della Moda e
della Morte”, il “Dialogo della Natura e di un Islandese”, il “Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie”, e i più tardi “Dialogo di Plotino e di
Porfirio” e il “Dialogo di Tristano e di un amico”, ove più direttamente il
tema è oggetto di trattazione, e sui quali ho rivolto particolarmente la mia
riflessione, è da sottolineare che già nel marzo del 1822 Leopardi componeva
quell’intrigante scritto che è la “Comparazione delle sentenze di Bruto minore
e di Teofrasto vicini a morte”[46],
ove il poeta attribuisce a Teofrasto la sconsolata certezza della vacuità dell’esistenza
e delle cose, ricondotte alla loro scheletrica essenza: “Questi tali
rinnegamenti, o vogliamo dire, apostasie da quegli errori magnanimi che
abbelliscono o più veramente compongono la nostra vita, cioè tutto quello che
ha della vita piuttosto che della morte, riescono ordinatissimi e giornalieri
dopo che l’intelletto umano coll’andare dei secoli ha scoperto, non dico la
nudità, ma fino agli scheletri delle cose...”[47]:
è motivo questo che presiede alla genesi delle Operette e ne innerva la
scrittura.
La concezione leopardiana si snoda e definisce in un
continuo andirivieni tra i poli dell’esperienza e la riflessione sulla “weltanschauung”
degli antichi, che conferisce alle pagine delle Operette quella caratteristica
e originalissima mescidanza di tono arcaizzante da una parte e di dissimulato (e
per questo lancinante) autobiografismo dall’altra.
Agli inizi del maggio 1823 Leopardi era tornato da Roma a
Recanati: la delusione del soggiorno romano e l’attenzione rivolta dal poeta da
un lato ai moralisti e agli scrittori di aforismi della classicità (Luciano,
Isocrate, Cicerone) e dall’altro agli illuministi (Voltaire, D’Alambert)
dirigono la meditazione leopardiana verso una prospettiva di filosofia morale
di immediata persuasione ed evidenza, calata nel vivo dell’esistenza, anche se
raffigurata talora in quadri simbolici e surreali, che permea le “Operette
morali”.
Lo stato d’animo del poeta immediatamente precedente l’esplosione
inventiva e la stesura delle prime venti Operette è testimoniato da un passo
dello “Zibaldone” del 5 novembre 1823, che sembra oltremodo significativo del “clima”
psicologico e spirituale in cui maturano le Operette e che si conclude col
sintagma “la morte morale”. Nello Zibaldone Leopardi chiosa: “(3837) Il giovane
che al suo ingresso nella vita, si trova, per qualunque causa e circostanza ed
in qual che sia modo, ributtato dal mondo, innanzi di aver deposta la tenerezza
verso se stesso, propria di quell’età, propria di quell’età e di aver fatto l’abito
e il callo alle contrarietà, alle persecuzioni e malignità degli uomini, agli
oltraggi, punture, smacchi, dispiaceri che si ricevono nello uso della vita
sociale, alle sventure, ai cattivi successi nella società e nella vita civile;
il giovane, dico, che o da parenti, come spesso accade, o da que’ di fuori, si
trova ributtato e escluso va dalla vita, o serrata la strada ai godimenti (di
qualsivoglia sorta)” – è sempre presente e ossessiva la cosiddetta teoria del
piacere – “o più che agli altri o al comune de’ giovani non suole accadere; o
tanto che tali ostacoli vengano ad essere straordinari e ad avere maggior forza
che non sogliono, a causa di una sua non ordinaria sensibilità, immaginazione,
suscettibilità, delicatezza di spirito e d’indole, vita interna, e quindi
straordinaria tenerezza verso se stesso, maggiore amor proprio, maggiore amor
proprio, maggiore smania e bisogno di felicità e di godimento, maggior capacità
e facilità di soffrire, maggior delicatezza sopra ogni offesa, ogni danno, ogn’ingiuria,
ogni disprezzo, ogni puntura ed ogni lesione del suo amor proprio; un tal
giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l’ardore e la morale e fisica
forza o generale della sua età, o particolare della sua indole, o l’uno e l’altro
insieme, tutta, dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la
felicità, l’azione, la vita, ei la rivolge a procurarsi l’infelicità, l’inattività,
la morte morale”[48].
E’ un ritratto sorprendentemente autobiografico, indicativo
di una peculiare condizione psicologica e morale: su di essa si innesta, quasi
a compensazione, lo scatto intellettuale, il finissimo “riso” demolitore dell’autore
delle Operette. Dal 19 gennaio al 13 dicembre del 1824 Leopardi ne compone le
prime venti (la stragrande maggioranza) fra le quali il “Dialogo della Moda e
della Morte”, il “Dialogo della Natura e di un Islandese”, il “Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie”. Nel febbraio del 1827 Leopardi corregge le
bozze dello scritto, il 23 aprile parte da Recanati per Bologna, ove nel giugno
l’editore Stella dà alle stampe le “Operette Morali”. E’ da ipotizzare che
subito dopo la pubblicazione in Leopardi urgesse il bisogno di ampliarne il
disegno, se nel settembre dello stesso anno il poeta compone il “Dialogo di
Plotino e di Porfirio”. Lo stato d’animo e la situazione ambientale sono
diversi da quelli del ‘24: il 20 giugno era partito da Bologna per Firenze, si
era inserito nella vita culturale della città toscana, aveva intrecciato
rapporti con gli intellettuali del Gabinetto Vieusseux; e scopre che l’estraneità
ai luoghi, che era una costante della sua indole, si va attenuando con l’abitudine
e l’assuefazione.
In una nota dello Zibaldone, composta da Firenze il 23
luglio 1827, scrive: “Memorie della mia vita. Cangiando spesso il luogo della
mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni, m’avvidi che io non
mi trovava mai contento, mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno,
comunque per altro ottimo, finattantoché io non aveva delle rimembranze da
attaccare a quel tal luogo (...) Però io era sempre tristo in qualunque luogo
nei primi mesi, e coll’andar del tempo io mi trovava (4287) sempre divenuto
contento ed affezionato a quel luogo (Firenze, 23 luglio 1827). Colla
rimembranza egli mi diveniva quasi il luogo natio”[49].
Gli incontri con gli intellettuali fiorentini, la conoscenza del Manzoni, il
rifiuto dell’ideologia spiritualista e il volgersi della letteratura italiana
in direzione romantico-cristiana con la novità e il successo del romanzo
storico, avranno ribadito nel Leopardi la fedeltà ad una sua idea di
letteratura classicistico-illuministica nel cui ambito riprendeva vita il
disegno e la continuazione delle “Operette Morali”: nel settembre dello stesso
1827 è la composizione del “Dialogo di Plotino e di Porfirio”, Operetta che,
come quelle del “24 e forse più di quelle, andava controcorrente ed apriva una
pagina nuova con la prospettiva del superamento del suicidio in nome di un
solidale reciproco conforto tra gli uomini; che è cosa ben diversa dalla
solidarietà cristiana, avvolta dal manto provvidenzialistico, del caposcuola
romantico Manzoni.
Nel 32, a Firenze, la filosofia antispiritualistica
leopardiana in un continuo crescendo di operazione demistificante sia le
consolazioni religiose menzognere sia i falsi miti del progresso, ribadisce la
realtà e le esigenze della corporeità — “E il corpo è l’uomo” — dice Tristano e
sottolinea che il sommo bene è la morte, superiore alla “fama e la fortuna di
Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia”[50].
Tristano può dire di sé: “Ho il coraggio di accettare tutte
le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad
altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza g a di 62 vedere
strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano”[51].
Nessuna illusione spiritualistica o fiducia in quelle che
Leopardi sarcasticamente definirà “magnifiche sorti e progressive” vale a
esorcizzare la “coperta e misteriosa crudeltà del destino umano”. Il prenderne
coscienza è già un acquisto di saggezza. Se nelle parole di Tristano risuona
spesso la parola “morte” o la sua area semantica e si insiste ossessivamente
sul nulla che assedia l’esistenza umana, tuttavia la negatività del pensiero è
decantata dal fascino della poesia.
Leopardi stesso in un passo dello Zibaldone ne sottolinea
la felice contraddizione: “Hanno questo di proprio le opere di genio, che
quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche
dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della
vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima
grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno,
nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere
disgrazie (...) non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono,
almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta”[52].
Il “pensiero poetante” delle “Operette morali” s’incentra
sull’idea forte che causa dell’infelicità umana è “essenzialmente una realtà
fisico-biologica”[53],
anche se il Leopardi mette in bocca a Tristano la definizione delle Operette “come
un libro di sogni poetici, di invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come
un’espressione dell’infelicità dell’autore”[54].
L’ideologia negativa leopardiana che informa le “Operette
Morali” esclude ogni intenzionalità parenetica ancor presente in taluni
risvolti della scrittura dello Zibaldone, ove lo scrittore sembra a volte voler
dimostrare l’assunto razionale e incontrovertibile delle sue proposizioni.
Nelle Operette il Leopardi sembra osservare la condizione
umana da una specola lontana che gli consente la visione nitida e reale di tale
condizione che può essere raffigurata in grandi quadri surreali, fissata in
miti di immediata evidenza simbolica: ma si tratta di miti che hanno insita una
profonda carica eversiva. (Non per nulla nel 1836 il governo borbonico farà
sequestrare l’edizione delle Operette Morali, insieme ai Canti dell’editore
Saverio Starita, uscita nell’estate dell’anno precedente).
Anche se le Operette sono prive di quegli accenti
intenzionalmente persuasivi presenti qua e là nello Zibaldone, tuttavia il
riscontro sincronico con le pagine diaristiche è illuminante. Dal 1824 in poi,
data di composizione di venti Operette su ventiquattro, le pagine dello
Zibaldone sembrano corollari e sviluppi dei temi delle Operette e soprattutto
del grande tema della morte. L’universo leopardiano nelle Operette Morali è
privo di qualunque fremito di vita, è una landa desolata senza confini, uno
spazio deserto come dopo l’apocalisse atomica; la stessa morte non ha più
quella violenza in qualche modo vitale che traspare dalle pagine dello
Zibaldone fino al 24 ma è una sostanza a è fredda che avvolge il mondo e lo permea
del suo squallore. Dice la Moda alla Morte: “Oltre di questo ho messo nel mondo
tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo
come dell’animo, è più morta che viva: tanto che questo secolo si può dire con
verità il secolo della morte”[55].
Il sintagma “il secolo della morte” ricalca “il secol morto” del verso 4 della
canzone “Ad Angelo Mai”, composta nel gennaio del 1820. Nel rapporto
vita-morte, è quest’ultima che ha decisamente il primato: nel “Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie” il personaggio del Morto che è portavoce
dei suoi consimili si chiede: “come può essere che un sentimento vivo abbia
luogo nella morte? Anzi, che la stessa morte sia per propria qualità un
sentimento vivo?”[56].
La risposta implicita non può essere che negativa. Dice il Folletto allo Gnomo:
“Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta (...)
non si trova più né regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le
bolle, perché sono tutti sfumati, non si fanno guerre, e tutti gli anni si
assomigliano O l’uno all’altro come uovo a uovo”[57].
L’universo non è fatto per gli uomini. Il Folletto anticipa[58]
la comunicazione della natura all’Islandese sulla superfluità della presenza
umana nel mondo: “Ma ora che ci sono tutti spariti, la terra non sente che le
manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non
abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si
rasciughi” (“Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo”). E la Natura: “Immaginavi
tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle
fatture, negli ordini g e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre
ebbi e ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità.
Quando io vi offendo in qualunque modo o con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo,
ve se non rarissime volte: le come, on ordinariamente, se io vi diletto o vi
benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o
non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, anche se mi
avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”. (“Dialogo
della Natura e di un Islandese”).
In una nota dello Zibaldone del 2 giugno 1824 Leopardi cita
il suo “Dialogo della Natura e di un Islandese” accompagnando la citazione con
la presa di coscienza della tremenda contraddizione insista nell’esistenza: “Non
si può meglio spiegare l’orribile mistero delle cose e della esistenza
universale (vedi il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in
fine) che dicendo essere insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione,
la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione.
Per esempio quel principio Non può una cosa insieme essere e non essere, pare
assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono
in natura”[59].
E sempre nello Zibaldone insiste sulla contraddizione tra
la tendenza al piacere degli esseri viventi e l’estraneità della natura: “...
Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere, né la
felicità degli animali: piuttosto al contrario; ma ciò non toglie che ogni
animale abbia di sua natura per necessario, perpetuo e solo suo fine il suo
piacere e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme e così la
universalità dei viventi”[60].
Se il destino degli esseri viventi è quello della morte,
questa è funzionale al modo stesso di essere della natura, che svolge l’ufficio
di compiere incessantemente il ciclo di distruzione-produzione; e non è detto
che nell’ambito di tale ciclo sia essenziale la stessa precaria esistenza
umana. Pertanto la morte è preferibile alla vita: Malambruno assicura Farfarello
che “assolutamente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere”[61]
e il personaggio del Morto nel “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”
aggiunge che la morte è “piuttosto piacere che altro”: ne consegue che quel
piacere che la Natura nega all’essere vivente a questo è dato paradossalmente
dalla morte.
In una nota dello Zibaldone del 19 aprile 1826 Leopardi
scriveva: “Non v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buon che
quel che non è (...). L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e
generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità...”[62].
Per Luigi Blasucci[63]
le Operette Morali si collocano in una particolare fase del pessimismo
leopardiano, “collocabile all’incirca fra il 1822 e il 24, ma che trova le sue
premesse già in alcune pagine del 1820-21”. Si tratterebbe per il critico di “una
fase che mentre esaurisce in sé le ultime ragioni del cosiddetto” pessimismo “storico”,
non può ancora identificarsi con quel pessimismo materialistico integrale o “cosmico”
che viene generalmente considerato come l’approdo definitivo della meditazione
leopardiana”[64].
Al di là della fortunata ma riduttiva formula dell’articolazione delle fasi
del pessimismo leopardiano, non si può che concordare col critico che si tratta
di “un pessimismo radicale a base essenzialmente sensistica, incentrato sulla
famosa ma non abbastanza considerata “teoria del piacere”. Se all’abissale
sproporzione tra il desiderio illimitato di felicità e lo scacco continuo della
banalità e insignificanza della vita quotidiana si aggiungono le malattie, i
colpi avversi della fortuna e così via, il gioco dell’esistenza è veramente
sconcertante.
In una nota dello Zibaldone del 22 dicembre 1820 una Leopardi scriveva: “L’uomo
può essere anche infelice accidentalmente
per forze esterne, che gli impediscano di conformare le azioni alle credenze,
cioè di far quello che egli giudica buono per lui, o non far quello ch’egli
giudica e crede cattivo. Tali forse sono le malattie, le violenze fattegli da
altri individui, o da altre specie, o dagli elementi ecc. ecc. ecc. Quest’infelicità
non entra nel nostro discorso. Essa è appresso a poco l’infelicità antica”[65].
Gli antichi dunque erano infelici a causa di qualcosa che per accidente li
colpisse, non lo erano strutturalmente in quanto in essi la ragione non era
ancora intervenuta a corrompere la visione del mondo.
E in una nota zibaldonesca scritta probabilmente nel 1819, citando
Rousseau, con cui si dichiara d’accordo, Leopardi sottolinea l’impossibilità
della felicità dal momento che nell’età contemporanea la forza demistificatrice
della ragione non consente lo star bene nell’ambito della natura: “Ma non già
credo che noi siamo più capaci di questa felicità da che abbiamo conosciuto il
voto delle cose e le illusioni e il niente di questi stessi piaceri naturali,
del che non dovevamo neppure sospettare: “Tout homme qui pense est un être
corrompu”, dice il Rousseau, e noi siamo già tali”[66].
Scrive ancora Blasucci: “Nella fase posteriore di cui ci stiamo occupando,
col prevalere della visione dell’uomo in se, della sua infelicità
costituzionale, la stessa considerazione dei mali reali tende ad acquistare un
rilievo maggiore: essi vengono in quella visione ad aggiungersi come motivo
complementare d’infelicità al motivo principale dell’impossibile felicità, more
geometrico demonstrata, per compiere il quadro dell’irreparabile miseria dell’uomo”[67].
Se il piacere non è mai presente in quanto non è concesso all’uomo perché
essere pensante, esso, frammentato in istanti, potrebbe slittare verso il
futuro o verso il passato.
Nei “Detti memorabili di Filippo Ottonieri” il protagonista caratterizza il
piacere come memoria come speranza: “Rispondendo a uno che l’interrogò, qual
fosse il peggior momento della vita umana, disse: eccetto il tempo del dolore,
come eziandio del timore, io per me crederei che i peggiori momenti fossero
quelli del piacere: perché la speranza e la rimembranza di questi momenti, le
quali occupano il resto della vita, sono cose migliori e più dolci assai degli
stessi diletti”[68].
Del resto nella visione della vita degli antichi, che costituisce il
modello archetipo anche se ormai improponibile nell’età presente, questi
pensavano i morti come assorti e protesi nel ricordo alla vita: “Gli antichi
supponevano che i morti non avessero altri pensieri che de’ negozi di questa
vita, e la rimembranza dei loro fatti gli occupasse continuamente”[69].
Sul piano autobiografico, l’anno successivo la composizione delle venti
Operette, Leopardi mette a nudo la sua condizione corporeo-esistenziale in una
nota dello Zibaldone: “Io sono, mi si perdoni la metafora, un sepolcro
ambulante, che porto dentro di me un uomo morto, un cuore sensibilissimo che
più non sente”[70].
La via d’uscita è una sola e il Leopardi la percorre con sempre maggiore
consapevolezza: porre l’oggetto del desiderio nel passato, anche solo
immaginato, porre come diaframma ad esso la morte, l’impossibilità di ogni
possibilità e l’assenza definitiva.
Scrive Franco Ferrucci: “La logica dell’impotenza è qui al lavoro:
distanziare l’oggetto del desiderio, renderlo irraggiungibile, farlo sorgere
dal passato e dalla morte...”[71].
Il discorso della morte è dunque la tessitura che trama le Operette, in una
continua associazione mentale con l’idea del Nulla. Nella “Storia del genere
umano”, composta dal 19 gennaio al 7 febbraio del 1824, che apre la raccolta, i
primi esseri umani per l’assuefazione perdono quella meraviglia che li aveva
inondati di gioia all’inizio e sempre più scoprono il mondo troppo limitato,
monotono e sempre uguale, sicché presi dalla disperazione, si privano della
vita in un suicidio collettivo. “E di mano in mano nell’età virile, e
maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni
vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che
nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e
quale in altro modo, se ne privarono. Parve orrendo questo caso agli Dei, che
da creature viventi la morte fosse preposta alla vita...”[72]. Il
tarlo tremendo della noia del vivere che innesca il desiderio di morte è il
motivo ossessivo dell’Operetta.
E nel “Dialogo di un Fisico e di un Metafisico”, composto dal 14 al 19
maggio 1824, il popolo degli Iperborei sceglie il suicidio collettivo, pur
potendo essi essere immortali. “Gli iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai
quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene
(...) potendo, se io non m’inganno, essere immortali; perché non hanno
infermità né. fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe; con
tutto ciò muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita circa; sazi della
terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano”[73].
E nella stessa Operetta, poco prima, cita il caso, mutuato dal “Dialogo di
Menippo e di Chirone” di Luciano, dello stesso Chirone che si stancò della vita
e, pur essendo immortale, ottenne di poter morire: “Dirò dunque che il saggio
Chirone, che era dio, coll’andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza
da Giove di poter morire, e morì. Or pensa, se l’immortalità rincresce agli
dei, che farebbe agli uomini”[74].
Una siffatta idea ossessiva di morte si colloca in uno stato d’animo di
insensibilità e di indifferenza confessate in una nota dello Zibaldone del 29
giugno 1824, nello stesso periodo di composizione delle Operette: “L’infelicità
abituale e anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che
lusingano l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita
ogni immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e
quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile
disperazione, e contrasto feroce e doloroso colla necessità, finalmente
riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, né altro
produce in lui la natura stessa e il tempo, che un abito di tener continuamente
represso e prostrato l’amor proprio, perché l’infelicità offenda meno e sia
tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e insensibilità
verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell’anima
e delle sue facoltà”[75].
Per Blasucci, “il saggio leopardiano delle Operette è l’uomo sensibile e
colto, ricchissimo di vita interiore, che proprio dall’esperienza ripetuta di
una frustrazione della sua richiesta insaziata 1 di amore e di felicità ha
dedotto una norma di ferma rassegnazione e di stoica rinuncia”[76].
Il Galimberti definisce questo stato d’animo leopardiano “sentimento di non
esistenza”[77].
Su questo asse concettuale, la Moda, con la sua essenza effimera e precaria, è
sorella della Morte che instancabilmente cancella ogni cosa[78] e l’Islandese
si lamenta che le malattie lo hanno posto in pericolo di morte: “Io non ho
potuto fare di non incorrere in molte diverse malattie: delle quali alcune mi
hanno posto in pericolo della morte”[79].
La conclusione narrativa del “Dialogo della Natura e di un Islandese” nella
duplice alternativa versione dei due leoni sfiniti per l’inedia che, divorando
l’Islandese, sopravvivono per qualche giorno o della mummificazione del
personaggio ad opera del vento del deserto, pur nel “divertissement” ironico,
pongono definitivamente in crisi, come sottolinea Luigi Blasucci, il pessimismo
leopardiano di matrice sensitiva per approdare ad un materialismo totale, di
estremo rigore gnoseologico, che interessa non solo l’uomo, ma tutti i viventi.
Il carattere essenzialmente antropocentrico del pessimismo sensistico
esistenziale ha ceduto il posto a questa nuova visione “cosmica” di un
pessimismo materialistico integrale”[80]. Lo
stesso Islandese sottolinea che la Natura ha collocato tutti gli esseri viventi
nel mondo per tormentarli, nessuno escluso: “E questo che dico di me, dicolo di
tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura”[81].
È lo stesso pensiero che conclude il “Canto notturno”: “forse in qual forma,
in quale / stato che sia, dentro covile o cuna / è funesto a chi nasce il dì
natale” (vv. 141-143). Destino di tutti i viventi è quello di correre verso la
morte (cfr. l’ouverture lirica del “Dialogo
di Federico Ruysch e delle sue mummie: “Sola nel mondo eterna, a cui si volve /
Ogni creata cosa, / In te, morte, si posa / Nostra ignuda natura”).
La varia fenomenologia della morte che si evidenzia in innumerevoli forme
nella realtà si essenzializza quasi come idea platonica nel Coro del Ruysch: “Sola
nel mondo eterna”. L’idea della morte è immersa in una dimensione onirica, è
come una memoria ancestrale, inconscia, il sogno di un’ombra sempre presente;
come per i morti la vita, così è per i vivi la morte: “Cosa arcana e stupenda /
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale / Qual è de vivi al pensiero / L’ignota
morte appar...”. “Anche il Coro dei morti come da una parte non arriva a essere
un inno alla morte, dall’altra si tiene lontano dall’immaginazione funzionale d’una
ballata appunto per quella fantasia seconda e più segreta, che lo permea d’un’immaginazione,
come dire, prenatale. “Confusa ricordanza”, “Cosa arcana e stupenda... “[82].
Il “Cantico del Gallo silvestre” ammonisce i mortali che il sonno è
necessario a sopportare la vita, è un’indispensabile soluzione di continuità
nella fatica del vivere, è una simulazione di morte. “Tal cosa è la vita, che a
portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena,
e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte. Pare che l’essere
delle cose abbia come suo proprio ed unico obbietto il morire”[83].
Nello Zibaldone, a proposito del sonno, il Leopardi aveva scritto
successivamente alla nota del 4 luglio 1820: “Gran magistero della natura fu
quello d’interrompere, per modo di dire la vita col sonno. Questa interruzione
è quasi una rinnovazione, e il risvegliarsi come un rinascimento. Infatti anche
la giornata ha la sua gioventù ec. ... oltre alla gran varietà che nasce da
questi continui interrompimenti, che fanno di una vita sola come tante vite. E
lo staccare una giornata dall’altra è un sommo rimedio contro la monotonia dell’esistenza.
Né questa si poteva diversificare e variare maggiormente, che componendola in
(194) gran parte quasi del suo contrario, cioè di una specie di morte”[84].
Leopardi cerca, in un incessante assedio alla morte per capirne l’essenza e il
significato, di trovare nell’esperienza sensibile dei sostituti di essa, delle
realtà che in qualche modo le assomiglino: tali realtà saranno il Sonno nel “Cantico
del Gallo silvestre” ed altre realtà sempre più vivine alla morte, quasi legate
ad essa da legami strettissimi, quali sono i legami di sangue: sarà allora la
Moda, sorella della Morte, in quanto “tutte e due ... nate dalla Caducità”[85]
nell’estroso e graffiante “Dialogo della Moda e della Morte” o, su un piano di
estatico struggimento lirico, l’Amore fratello della Morte in “Amore e Morte”: “Fratelli,
a un tempo stesso, / Amore e Morte ingenerò la sorte” (vv. 1-21)[86].
La meditazione sulla morte nasce dalla presa di coscienza che “il pensiero
... è l’occhio che vede la morte di tutte le cose ... si fa innanzi, in tutta
la sua forza, il principio che tutto si annienta ed esce dal niente”[87].
Nel “Cantico del Gallo silvestre” Leopardi scrive che “dal nulla
scaturiscono le cose che sono”[88].
Il discorso leopardiano sulla morte, per forza di coerenza logica, ha un
impianto quasi matematico; il poeta nello Zibaldone scriveva: “La ragion e la
facoltà più materiale che sussista in noi, e le sue operazioni materialissime e
matematiche si potrebbero attribuire in qualche modo anche alla materia...”[89].
E ancora: “... non c’è cosa... più materiale della ragione giacché il
raziocinio è una operazione matematica dell’intelletto, e materializza e
geometrizza anche le nozioni più astratte”[90]. “Il
pensiero di Leopardi si rivolge all’essenza della matematica: non solo a ciò
che è presente in ogni forma specifica del sapere matematico e la sorregge e ne
costituisce il senso fondamentale, ma alla “matematica”, di cui le stesse
scienze matematiche, nel loro complesso, sono una specificazione”[91].
Se la struttura concettuale delle Operette ha una ferrea logica matematica,
esse si iscrivono, quanto al genere letterario, nella prosa d’invenzione morale
ed impongono al lettore un processo di decodificazione, tenendo sempre presente
che si tratta di “un testo da decodificare come ironico”[92]; dal
sapore secentesco del “Dialogo della Moda e della Morte” al linguaggio solenne
di sapore biblico del “Cantico del Gallo silvestre” alla scrittura di tipo
teatrale del “Dialogo di 10 Federico Ruysch e delle sue mummie”, l’intenzione
parodica, finissima e come in filigrana nel testo, è avvolta da una felicissima
dissimulazione, ma vi è anche “come una mimetizzazione e uno schermo prudenza,
autocensura, quando non addirittura vecchiaia, ripiegamento, riflussi, una
maniera, insomma, che fa velo alla verità”[93].
Né può sfuggire il carattere politico, “progressivo”, delle Operette
Morali, sequestrate nell’edizione Starita (non è inutile il ricordarlo) dal
governo borbonico. Se il tema della morte si evidenzia quindi più intensamente
nelle sfaccettature di alcune “Operette Morali”, il libro mantiene comunque una
sua unità, come è riconosciuto dalla critica, a partire dai due contributi più
noti, anche se ideologicamente in modo diverso orientati. Mi riferisco alle
letture leopardiane di Giovanni Getto e di Walter Binni.
Il primo nel saggio “Poesia e letteratura nelle Operette Morali”[94]
individua quale filo conduttore di temi diversi la presa di coscienza del nulla
e della morte, un senso di “commozione trepida che è propria delle autentiche
esperienze mistiche, o se si preferisce, quel sentimento del numinoso che ci fa
rabbrividire davanti al mistero affascinante e tremendo che ci circonda e ci
sovrasta”[95].
I modi di lettura delle Operette, privilegiati dal Getto, appaiono condizionati
da un’idea di poesia religiosa che va alla ricerca dell’assoluto, per cui in a
alcune Operette quali la “Storia del genere umano”, il “Cantico del Gallo
silvestre” il critico coglie “la dolorosa partecipazione e la contemplazione
assorta della realtà dell’uomo e del mondo”[96],
mentre ad esempio, nel “Dialogo di un Folletto e di uno gnomo” o nel “Dialogo
di Federico Ruysch e delle sue mummie” (ove si eccettui il “Coro dei morti”,
che è pagina di altissima poesia) l’ironia sembra far velo alla poesia. Per
Walter Binni[97]
sarebbe un grave errore “considerare le Operette come prodotti fra loro
separati, sia come singole intuizioni mitico-poetiche sia come corollari
sporadici del pensiero dello Zibaldone, e perdere così l’attrito dinamico del
loro sviluppo, il crescere o flettersi della interna pressione dinamica
intellettuale-fantastica”[98].
Per Mario Marti[99]
solo le venti Operette del “24 si presentano come opere organicamente
strutturate mentre il “Dialogo di Tristano e di un amico” come una sorta di
manifesto ideologico a posteriori ... veniva a creare degli scompensi,
facilmente individuabili, nella struttura generale del libro”[100].
Rossella Regni[101]
sottolinea che lo stesso Leopardi, considerando che singole Operette venivano
pubblicate sull’ “Antologia”, mirava “a rivendicare la necessità di una lettura
unitaria dell’opera, suggerisce l’esistenza di (а una traccia precisa, di una
logica interna che organizza l’insieme delle prose in un sistema inalterabile,
in cui le singole parti assolvono una funzione precisa”[102].
Le Operette Morali si concludono col “Dialogo di Tristano e di un amico”:
Tristano è l’alter ego di Leopardi, più forse di Filippo Ottonieri (o di Giulio
Rivalta o di Silvio Sarno), il personaggio escluso dalla società del suo tempo
e perciò in grado di comprenderla appieno dalla specola dell’estraneità.
Scrive Sergio Campailla[103]
che il Tristano-Leopardi “per questa esclusione si trova contemporaneo ai
grandi spiriti che anche loro non hanno pagato l’offa a scuole e interessi ed
anche loro non sono stati contemporanei per gli uomini con cui si sono trovati
a vivere. Perciò Tristano capisce finalmente che la sua inattualità è la vera
la sola attualità, quella che lo unisce idealmente al di là del tempo e dello
spazio agli altri inattuali che lo hanno preceduto e che lo seguiranno”[104];
Tristano “sopporta con animo renitente il peso tristissimo di una tragica
verità”[105].
L’atteggiamento di renitenza al destino di Tristano (“E di più vi dico
francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al
destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco
desiderare la morte...”) ha il suo più immediato riscontro intertestuale nei
versi 108-116 di “Amore e Morte”, ove l’invocazione e l’attesa della morte
troverà il poeta “renitente al fato”: “Me certo troverai, qual si sia l’ora /
che tu le penne al mio pregar dispieghi, / erta la tua fronte, armato, / e
renitente al fato, / la man che flagellando si colora / nel mio sangue
innocente / non ricolmar di lode, / non benedir, com’usa / per antica viltà l’umana
gente...”. Acquisita dalla più autorevole critica leopardiana dal Gentile[106]
in poi (con l’esclusione del Fubini[107]) la
tesi dell’unità delle Operette Morali, una disamina puntuale di quelle Operette
ove più traspare il tema della morte mi sembra sia utile all’economia del
presente lavoro.
Il “Dialogo della Moda e della Morte”, composto dal 15 al 18 febbraio 24,
si apre con la scena della Moda che insegue la Morte chiamandola a gran voce
per ben due volte e gratificandola dell’epiteto di “Madama”, mentre nelle
edizioni precedenti quella dello Starita del 1835, l’epiteto era “Madonna”. Dei
due personaggi, quello che viene investito dalla satira del Leopardi è la Moda
che, proponendosi come è sorella della Morte, è colpevole se non altro di
millantato credito.
La Morte, che non ha memoria, non può ricordare che la madre comune è la
Caducità e cerca di procrastinare il colloquio con la presunta sorella: “Morte
... alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando
tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito,
se non sai, non mi serve meglio che la vista”. La Moda comunque persuade la
Morte che l’una e l’altra svolgono il compito, sebbene con procedimenti
diversi, di disfare e di mutare continuamente le cose di questo mondo. Dimostra
infatti che anch’essa abbrevia la vita degli uomini, sforacchiando orecchi,
labbra e nasi, per adornarli con anelli e con ciondoli, sformando le teste dei
bambini, storpiando i piedi con calzature strette, togliendo il fiato con la “strettura
dei bustini”, provocando infreddature, febbri e talora anche la morte, eppure
tutti le ubbidiscono e l’amano. Per altro, la Moda continuamente aiuta la
Morte, concorrendo generosamente al lavoro e allo scopo di sua sorella:
infatti, sconvolge tutte le usanze, pur non avendo “mai lasciato smettere in
nessun luogo la pratica di morire”; ha fatto sì che andassero in disuso gli
esercizi ginnici che irrobustiscono il corpo, ha introdotto tali costumi che la
vita stessa “è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con
verità che sia proprio il secolo della morte”.
Ha ancora fatto in modo che tutte le persone intelligenti e moderne, invece
di odiare la morte, la lodano, la pregiano più della vita, la invocano come la
migliore delle loro speranze. Nel tono ironico, Leopardi svolge ancora il
motivo che la condizione di morte sia preferibile alla vita: si confronti come
il motivo viene ripreso nel “Canto notturno” (“... in quale / stato che sia,
dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale”) e in “Amore e
Morte” (“Fin la negletta plebe, / l’uom della villa, ignaro / d’ogni virtù che
da saper deriva, ... osa ferro e veleno ‘l meditar lungamente, / e nell’indotta
mente / la gentilezza del morir comprende”). Quindi anche gli indotti
corteggiano la morte, come gli uomini di genio: la Moda è riuscita ancora ad eliminare
tra gli uomini l’usanza di cercare l’immortalità ed anche di concederla ai
pochi meritevoli (è cancellato definitivamente l’oraziano “non omnis moriar”). “Finalmente perch’io vedeva che molti si erano
vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona
parte di se non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque i sapessi che
queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli
uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che
si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo
negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la
riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare la l’immortalità, ed anche
di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente,
chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto...”.
La morte è qui intesa come dimenticanza totale della vita, come assenza.
Franco Ferrucci osserva che nel “Dialogo della Moda e della Morte” il
movimento viene considerato nefasto. Nella figura della Morte è una
personificazione della natura e in quella della Moda “l’immagine riassuntiva della
civiltà, ridicolizzata come teatro di un effimero disordine che non riuscirà ad
eguagliare e a raggiungere l’immensa e distruttiva attività naturale”. Nel
dialogo tra la Moda e la Morte, poiché quest’ultima è “la suprema regolatrice
del movimento, ogni conclusione è destinata a mutare” nel senso che “il correre
verso la morte riafferma il suo imperio”. Leopardi avrebbe individuato nel
movimento “la caratteristica catastrofica della storia umana”[108].
Il moto del “progresso” (“le magnifiche sorti e progressive”), il movimento
della “civiltà” non solo produce omologazione (la moda!) ma “trasforma la
differenza in disuguaglianza, e fa passare questa per naturale...”.
Il lavoro della moda, che s’accompagna alla morte chiamandola sorella,
mentre ha sostituito nel “moderno” la coppia classica di Amore e Morte,
riproduce del moderno la strategia dell’uniformità, della uguaglianza di
superficie, dell’azione sul corpo of come “spiritualizzazione” del suoi sapere
che è sapere della morte. Diritto della differenza e critica della moda,
mondana controfigura di superficie della eguagliatrice morte”[109].
Nel “Dialogo di Ercole e di Atlante”, scritto poco prima dal 10 al 13 febbraio “24,
Atlante sospetta addirittura che il mondo fosse morto, dal momento che “finì di
fare ogni moto e ogni rumore sensibile”, (“e io per me stetti con grandissimo
sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col
puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire e l’epitaffio che
gli dovessi porre”) finché non si persuade che forse è avvenuta una metamorfosi
dalla vita animale a quella vegetale, cioè in uno stadio più vicino al non
essere.
La polemica contro il “secol morto” della canzone “Ad Angelo Mai” (verso 5)
è graffiante, anche se il poeta si chiede (e nell’interrogazione è un filo di
speranza): “in tutto / non siam periti?” (vv. 32-33). Scrive a riguardo Giovanni
Gentile: “Morti gli uomini, spenta la forza dei corpi, infranto il vigore degli
animi. L’Accademia dei Sillografi[110] ne fa
la satira col suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione di tre macchine,
che restituiscano quel che agli occhi del Poeta costituisce il pregio maggiore
della vita, anzi la vita stessa, quale fu una volta: l’amicizia, lo spirito
delle opere virtuose e magnanime...”[111]. La
macchina sostituirà l’uomo: “Questa è la morte dell’uomo: la morte dell’amicizia
e dell’amore, la morte degli ideali che già fecero virtuoso e magnanimo l’uomo
antico...”[112].
E’ abbastanza significativa la tesi di Emanuele Severino che pone Leopardi
alla fine dell’età della tecnica[113]: il
recanatese avrebbe intuito il fallimento della tecnica e dell’idea di progresso
(“le magnifiche sorti e progressive”) e ribadendo la verità del nulla e della
morte avrebbe colto la follia della cosiddetta civiltà tecnologica.
Il Folletto[114]
annunzia allo Gnomo, che sta cercando di sapere che cosa mai stiano macchinando
quei furfanti degli uomini, i quali da un pezzo non gli danno fastidio (anzi
neppure uno di essi si fa vedere in giro), che “sono tutti morti e la razza è
perduta”. Lo Gnomo è preso dallo stupore e si preoccupa che non si potranno
avere più notizie del mondo ma il Folletto lo rassicura, sottolineando che
restano come prima i fenomeni naturali e tutti gli anni si assomigliano come
uovo a uovo. Lo Gnomo, spinto dalla curiosità, non demorde e vorrebbe sapere
come hanno fatto a morire tutti gli uomini e l’interlocutore gli dice che sono
morti o guerreggiandosi, o navigando, o uccidendosi di propria mano,
stillandosi il cervello sui libri o gozzovigliando, e tutti agendo con ogni
mezzo contro la propria natura, come spinti da un incoercibile istinto
autolesionista. Se il Folletto in tale situazione pensa che ci siano dei
vantaggi, col prolungare la finzione della giovinezza e, vecchissimi, col non
dover aspettare “la morte di giorno in giorno”, in quanto ormai non si dovrà
più tener il conto degli anni (ma il venditore di almanacchi propaganda la sua
merce fondata appunto sul conto degli anni!), lo Gnomo pensa alla meraviglia 1
che proverebbero gli uomini, se qualcuno di essi potesse risuscitare, nel dover
constatare che il mondo procede ugualmente facendo a meno di essi, mentre
credevano che fosse stato fatto per loro soli. E afferrati da una orgogliosa
presunzione (“Magnanimo animale / non credo io già, ma stolto, / quel che nato
a perir, nutrito in pene, /dice, a goder son fatto, / e di fetido orgoglio,
empie le carte”: “La Ginestra”, vv. 98-103) s’inabissano sotterra e rapivano la
roba agli gnomi dicendo che apparteneva al genere umano; chiamavano rivoluzioni
del mondo le loro vicende, storie del mondo quelle delle loro genti; credevano
che animali e piante fossero fatti per loro Se uso e consumo; e quando
scoprivano, coi loro cannocchiali, qualche stella o qualche pianeta, li
catalogavano tra le loro masserizie: (a contrasto “quegli ancor senz’alcun fin
remoti / nodi quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia”: “La Ginestra”,
vv. 175-177). Ora che gli uomini sono spariti, la terra sente che non le manca
nulla; e i fiumi, gli astri, il sole continuano regolarmente il corso della
loro esistenza. Il Gentile così commenta: “Lo svegliarsi dell’intelligenza ...
è il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di
restaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia di un tempo”[115].
Il leitmotiv è dato dalla fantasia
della morte del genere umano che potrebbe scomparire senza lasciare traccia, in
una sorta di apocalisse, e l’Operetta è perciò, nei modi di una fiaba, una
satira impietosa dell’antropocentrismo e dei miti del progresso.
Nel “Dialogo di Malambruno e Farfarello” Malambruno, osserva che dalla
nascita fino alla morte l’infelicità connaturata alla condizione umana non può
cessare neanche per un istante: “Tanto che dalla nascita insino alla morte, l’infelicità
nostra non può cessare per ispazio, non che altro, di un solo istante”, da cui
si deduce che l’infelicità cessa solo con la morte. E Farfarello gli fa notare
che vi è soluzione di continuità all’infelicità durante il sonno, purché questo
sia senza sogni: “Sì: cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie
uno sfinimento o altro che v’interrompa l’uso dei sensi”: è lo stesso nucleo di
pensiero presente nel “Cantico del Gallo silvestre”: “Per ora non vi è concessa
la morte; solo di tratto in è tratto vi è consentita per qualche spazio di
tempo una somiglianza di quella”[116].
Nella precisazione del sonno senza sogni è presente forse un’eco
shakespeariana, là dove Amleto pensa che la morte sia come il dormire ma è
subito preso dallo sgomento che il sonno possa comportare il sogno e quindi la
tremenda responsabilità della veglia e del vivere: “Amleto. Essere o non essere; questo è il problema... Morire,
dormire, nient’altro ... dormire, forse sognare, e qui è l’intoppo ... perché
in quel sonno della morte quali sogni possono venire ... deve farci
riflettere...”[117].
Leopardi nello Zibaldone cita a più riprese Shakespeare e in una nota
(2098) del 15 novembre una nove 1821 lo definisce “scrittore veramente
nazionale”. Vediamo articolarmente la fabula dell’Operetta. Malambruno chiede l’intervento
di un diavolo, quale che sia, purché abbia ottenuto da Belzebù tutti i poteri
per operare con tutta le forze d’inferno al suo servizio. Sopraggiunge
Farfarello, al quale Malambruno, avuta l’assicurazione che egli può fare per
lui quanto potrebbe il re dell’inferno in persona, chiede che lo faccia felice
almeno per un momento. Ma Farfarello risponde che non gli è possibile
accontentarlo; non lo potrebbe accontentare neppure Belzebù con tutte le bolge;
e poiché l’altro gli chiede di liberarlo almeno dall’infelicità, non potendo
farlo felice nemmeno per un attimo, Farfarello lo assicura di poterlo in ciò
esaudire, a patto però che Malambruno non ami immensamente se stesso, ma
Malambruno deve ammettere che l’amore di se stesso può cessare solo con la morte:
“Cotesto lo potrò dopo morto”. Farfarello gli spiega allora come, amandosi
immensamente, non può non desiderare la propria felicità e siccome felice non
potrà esserlo mai, in nessun modo potrà non essere infelice, poiché la
privazione della felicità, anche nel tempo dei piaceri, comporta infelicità. Il
ragionamento di Farfarello è di un’estrema coerenza, è un teorema le cui
premesse conducono necessariamente alla conseguenza dell’impossibilità della
felicità (Farfarello è proprio un diavolo “logico” ed è reminiscenza del
diavolo dantesco)[118].
Nello Zibaldone Leopardi annota lo stesso concetto dell’impossibilità della
felicità: “Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perché,
come ho detto, non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non
esisterebbe se non provasse questo desiderio. Non ha limiti per estensione
perché è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come
desiderio del piacere. Ora una tal natura porta con se materialmente l’infinità,
perché ogni piacere è circoscritto, ma non il piacere, la cui estensione è
indeterminata, e l’anima amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l’estensione
immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire, perché non
si può formare idea chiara di una cosa ch’ella desidera illimitata”[119].
La conclusione di Malambruno è scontata: “Di modo che, assolutamente parlando,
il non vivere è Viver sempre meglio del vivere”.
Il personaggio del Morto nel “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”
dichiarerà che la morte è “piuttosto piacere che altro”. “La vita non ha
valore. È, a rigore, l’ultima conclusione di quella premessa, che la felicità o
valore della vita consista nel diletto; il quale non può essere altro che
limitato, e quindi mai mero diletto, senza mistura d’amarezza”[120].
Nel “Dialogo di un Fisico e di un Metafisico”, scritto dal 14 al 19 maggio
1824, il Metafisico sostiene che “la vita debb’esser vita, cioè vera vita; o la
morte la supera incomparabilmente di pregio”.
Una vita ricca di sensazioni intense è l’unica che meriti di essere
vissuta: è la stessa idea che informa altre opere leopardiane; si pensi al
Canto “A un vincitore del pallone”, ove la vita si assapora dopo averla messa a
rischio (“Nostra vita a che val? sol a spregiarla: / beata allor che ne’
parigli avvolta, / se a stessa oblia... / beata allor che il piede / spinto al
varco leteo, più grata riede” (vv. 60-65): quanto più la vita si avvicina al
passo del Lete, il fiume dell’oblio, alle soglie della morte, allora soltanto
la si assapora. E nella nota dello Zibaldone del 29 agosto 1821 il poeta
sottolineava che “dalla mia teoria del piacere risulta che infatti, stante l’amor
proprio, non conviene alla felicità possibile dell’uomo che uno stato o di
piena vita o di piena morte”[121].
Focalizza il leitmotiv dell’Operetta
ancora il Gentile: “La vita vacua, che è la vita “piena d’ozio e di tedio”, è
morte; anzi peggio della morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso
Metafisico (che ha cominciato negando che la felicità sia vivere), “la vita
debb’essere viva”: cioè la vera felicità, in fondo, è sì nella vita; ma la vita
(il Leopardi così sente) non è vita; è la morte; quella morte di cui s’è
acquistata la certezza nelle Operette del primo gruppo; e che non è pura morte,
ma la morte sentita; la morte nella coscienza dell’uomo, che non conosce altra
realtà che l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può sperare perciò di
far nulla che abbia valore. La morte è dolore perché è tedio: quel vuoto dove
dovrebbe essere il pieno: la morte al posto della vita”[122]. Il
Fisico scioccamente ritiene di aver trovato il modo di prolungare la vita ma il
Metafisico ribatte che, se si vuol veramente aiutare gli uomini, bisogna
trovare un’arte che riempia la vita di intense sensazioni: “Ma se tu vuoi,
prolungando la vita, giovare agli uomini veramente trova un’arte per la quale
sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le a sensazioni e le azioni loro.
Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli
smisurati intervalli di tempo nelle quali il nostro essere è piuttosto durare
che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla”[123].
Alla base dell’Operetta è un assunto di matrice sensistica, per cui l’uomo
si può realizzare pienamente in una dimensione assolutamente vitalistica, ma la
natura ha concesso all’uomo non una “vera” vita ma una tormentata esistenza.
Ancora nello Zibaldone, in una nota dell’8 febbraio 1821, il Leopardi scriveva:
“Oltracciò domando: la somma vera della vita, dov’è maggiore? in quello stato
dove ancorché gli uomini vivessero cent’anni l’uno, quella vita monotona e
inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza, ma non vita, (627) anzi nel
fatto, un sinonimo di morte? Ovvero in quello stato, dove l’esistenza za
ancorché più breve, tutta però sarebbe vera vita? Anche ponendo dall’una era
parte cento anni di esistenza, e dall’altra non più di quaranta, o trenta di
vita, la somma della vita, non sarebbe maggiore in quest’ultima? Trenta anni di
vita non contengono maggior vita di cento di morta esistenza?”[124].
I motivi delle Operette Morali, sovrastati dal motivo dominante della morte
in quelle ove esso è più D trasparente, si rispondono e si aggregano in un continuum che tutte le lega. Così come
nel “Dialogo della Moda e della Morte” tutti gli uomini intelligenti lodano la
morte e la invocano (“chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti
alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e rivolge gli occhi come
alla sua maggiore speranza”), nel “Parini ovvero della gloria” gli scrittori di
genio, isolati dal mondo, vivono una vita umbratile, “simile alla morte”, quasi
anticipando in vita la morte stessa: “Gli scrittori grandi, incapaci, per
natura o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri molti per volontà;
non di rado negletti nel consorzio degli uomini ... hanno per destino di
condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l’ottengono, dopo sepolti”:
ove è possibile, ma può è anche non esserlo, che vivano dopo essere morti.
Nell’indagine intertestuale affiora per altro che il motivo della non
necessaria presenza degli uomini senza IO nella macchina naturale, presente nel
“Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo” (“Gnomo.
Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia
risuscitasse, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose,
benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima,
dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli”)
è alla genesi del “Dialogo della Natura e di un Islandese”, ma con altri
sviluppi ed esiti tematici.
Nella gigantesca figura antropomorfica della Natura si potrebbe vedere la
proiezione della figura di Adelaide Antici, la madre totalmente estranea al
figlio, che pur lei stessa ha generato: una famosa pagina dello Zibaldone
sembra autorizzare la genesi autobiografica dell’immagine medusea della Natura:
“Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto
superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli
esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori
che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente
perché questi erano volati al paradiso senza pericoli... Trovandosi più volte
in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio che li
facesse morire perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente...
Le malattie, le morti le più compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior
dell’età, fra le più belle speranze... non la toccavano in verun modo ... E
parlava di queste disgrazie con una freddezza marmorea”[125].
Può darsi vi sia, a livello inconscio, una componente autobiografica nella
figurazione plastica della “forma smisurata di donna” seduta in terra, col
busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna, e non finta ma
viva”, ma il progetto inventivo dell’Operetta è di natura concettuale,
filosofica. La natura in quanto “è un ordine non rivolto al bene degli esseri
creati, deve essere giudicata con il criterio antropocentrico espresso dal
protagonista del “Dialogo della Natura e di un Islandese”[126].
In una tarda nota zibaldonesca dell’11 aprile una 1829, e quindi cinque
anni dopo la composizione dell’Operetta, Leopardi scriverà: “La natura, per
necessità della legge di distruzione e riproduzione e g per conservare lo stato
attuale dell’universo è essenzialmente regolarmente e perpetuamente
persecutrice e nemica mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie, ch’ella
dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui gli ha
prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose,
non dà una grande idea dell’intelletto di ciò che è o fu autore di tale ordine”[127].
Forse “chi è o fu autore di tale ordine” è Arimane “re delle cose, autore
del mondo, arcana / Malvagità, sommo potere o somma / Intelligenza, eterno / Dator
de mali...”[128].
L’Islandese interpella la natura, l’accusa ma dinanzi alle argomentazioni di
questa e anche perché suggestionato dall’indifferenza di quel volto “mezzo tra
bello e terribile” ammutolisce, viene annichilito, costretto a constatare il
suo fallimento, prima di morire (e la vicenda della sua morte ha una duplice
versione, segno ancora della assoluta insignificanza della sua vita!). La
scrittura dialogica ha un andamento in crescendo, che riflette il progressivo
sgomento del protagonista, le cui ragioni s’infrangono sul muro del muro non-senso.
Fin da giovane, egli si convinse della vanità della vita e della stoltezza degli
uomini e dell’impossibilità di raggiungere la felicità; perciò decise, non
dando molestia ad alcuno, di vivere una vita oscura e tranquilla, senza piaceri
e sperando di tenersi “lontano dai patimenti”. Vivendo in solitudine, si è
liberato dalla molestia degli uomini ma non si è potuto liberare dalle
sofferenze causate dal caldo, dal freddo e da tutti gli altri fenomeni della
Natura nonché dai pericoli delle bestie selvagge e delle malattie, alcune delle
quali lo “hanno posto in pericolo della morte”, finchè si è convinto che la
Natura, senza alcun motivo, non tralascia occasione di incalzare gli uomini, finché
li opprime. La risposta della Natura è agghiacciante: essa non si accorge
neanche se arreca offesa agli uomini, anzi non si accorgerebbe nemmeno se per
caso le accadesse di distruggere il genere umano. L’Islandese le obbietta che
avendolo voluto creare lei, senza che egli lo volesse, dovrebbe trattarlo bene
e non male ma la Natura replica “la vita di quest’universo è un perpetuo circuito
di produzione e distruzione” sicché la distruzione e la morte sono funzionali
alla conservazione del mondo: a questo punto l’Islandese deve ammettere che “quel
che è distrutto patisce” ma non può darsi una ragione di tale assurda realtà ed
è tormentato dal “cui prodest”. “A
chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata
con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?”. L’Islandese è
vittima di un pregiudizio finalistico e non si avvede che la Natura è, senza
alcun fine, e coincide col Nulla. L’operetta fu composta, secondo l’autografo
leopardiano[129],
il 21, 27 e il 30 maggio 1824.
Nello Zibaldone, in una nota del 5-6 aprile, Leopardi scrive: “Bisogna
distinguere tra il fine della natura generale e quella umana, il fine dell’esistenza
universale e quello dell’esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale
dell’uomo e quello della sua esistenza (...), il fine della natura universale è
la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione,
conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di
ogni animale entra nel fine della detta natura almeno tanto quanto la
conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si
vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno
animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione; in quanto
naturalmente nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la declinazione e
la consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche prima
dei trent’anni) che tutte le altre età insieme (vedi Dialogo della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo Silvestre)”[130]. E ancora: “La natura
tutta, e l’ordine eterno delle cose, non è in alcun modo diretto alla felicità
degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi contrario. Non vi è
neppur diretta la natura loro propria e l’ordine eterno del loro essere. Gli
enti sensibili sono per natura enti souffrants,
una parte essenzialmente suffrante
dell’universo”[131].
La sofferenza, la morte degli esseri viventi è indispensabile alla “conservazione
del mondo”. Ora, il pensiero materialistico settecentesco con il “Système de la nature” di D’Olbach,
libro pubblicato a Londra nel 1770, sosteneva che “qu’il ne peut avoir ni
désordre ni mal réel dans une nature où tout suit les lois de sa proprie
existence”[132].
(“Non vi può essere né disordine né male in una natura dove risiedono tutte le
leggi della sua stessa esistenza”).
Giustamente il Biral osserva che Leopardi mette in crisi il
materialismo ottimistico dell’Illuminismo, introducendovi un pensiero che
rovescia quello ottimistico, “poiché la natura non tiene conto che di se
stessa, nel suo gioco insensato essa è la causa di terribili mali che
affliggono l’uomo dalla nascita alla morte (…). Per Leopardi è un orribile
assurdo che la vita sia destinata alla morte”[133].
Nell’abbozzo dell’inno “Ad Arimane”
del 1833 il poeta con ripugnanza e sgomento annoterà: “produzione e distruzione
ec. per uccider partorisce ec. sistema del mondo, tutto patimen”[134].
Per altro, la fabula del “Dialogo della Natura e di un Islandese” si conclude,
nella seconda versione, con un’ironia che assume, nella indiavolata invenzione, le forme del grottesco. La morte dell’Islandese,
abbattuto da un “fierissimo vento” e trasformato in una “bella mummia”, poi
esposta dal museo di una non ben identificata città europea, ha forse un
peculiare significato, contiene una morale: l’Islandese morendo non alimenta
con la dissoluzione del suo corpo il ciclo riproduzione-distruzione ma è come
punito dalla natura per aver osato mettere in forse le sue leggi ed è quindi
una sorta di testimonianza di morte o un oggetto di curiosità per i visitatori
del museo. E un museo di mummie è lo studio di Federico Ruysch: nel “Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie”, scritto tra il 16 e il 23 agosto 1824, è
un vero e proprio trionfo della morte.
Nelle note al Dialogo[135],
Leopardi cita una delle sue fonti: “vedi, tra gli altri, queste famose mummie,
che il linguaggio scientifico si direbbero preparazione anatomiche, il
Fontenelle, “Éloge de mons. Ruysch”; ma nello Zibaldone fa un preciso
riferimento a Buffon: “il Buffon Histoire naturelle de l’homme, combatte
coloro i quali credono che la separazione dell’anima dal corpo debba essere
dolorosissima per se stessa”[136].
Il motivo dominante dell’Operetta è incentrato sul desiderio di conoscere cosa
si prova “in punto di morte”. Agli interrogativi della naturalista rivolte alle
sue mummie si aggiunge un interrogativo inquietante del lettore di Leopardi: a
che serve sapere cosa si prova in quel momento, forse il saperlo, fa acquistare
il coraggio di morire?
L’ouverture, con lo struggente “Coro dei morti” pone i vivi destinati
alla morte e i morti in una condizione di assoluta equidistanza: nel pensiero
dei morti la vita è “cosa arcana e stupenda” e tale “l’ignota morte” appare al
pensiero dei vivi. La condizione degli opposti (vivi e morti) finisce per
coincidere[137]:
la vita, vista dai morti, è un punto lontanissimo che non li tocca, e così è
sentita, come un punto indecifrabile, oscuro, la morte per i vivi. Comunque (è
la conclusione del coro) gli uni e gli altri, i mortali e i morti (la
condizione dei primi presto o tardi sarà quella dei secondi) sono accomunati
dal destino della impossibilità della felicità: “Però ch’esser beato / nega ai
mortali e nega a’ morti il fato”: qui prima i mortali che diventeranno morti,
mentre nell’edizione del ‘27 Leopardi farà precedere i morti ai mortali: “nega
agli estinti ed ai mortali il fato” (forse perché la condizione di morte è
quella definitiva).
Eppure una differenza fondamentale tra la condizione di vita e quella di
morte c’è, a vantaggio di quest’ultima: la “ignuda natura” dei morti, pur non
essendo lieta, è però sicura “dall’antico dolor”, non può più essere toccata
dall’ansia, dal dispiacere, dall’angoscia, non è più travagliata dal desiderio
del piacere (che invece non lascia mai neppure per un istante i viventi) e,
cosa per nulla irrilevante, dalla stessa paura della morte. Una profonda notte
avvolge la mente confusa dei morti e in questo sonno plumbeo (senza sogni, come
ammoniva Farfarello) la speranza, il desiderio non feriscono più: “così d’affanno
e di temenza è sciolto”. È come se si tornasse nell’utero materno, senza più il
percorso aleatorio della vita, dopo la venuta alla luce. Scrive il Bigongiari a
riguardo: “Il Coro dei morti come da una parte non arriva ad essere un inno
alla morte, dall’altra si tiene lontano dall’immaginazione funzionale d’una
ballata appunto per quella fantasia seconda e più segreta, che lo permea d’un’immaginazione,
come dire, prenatale”[138].
La condizione dei morti è quella “di una insensibilità illimitata che importa
per lo spirito una liberazione dal dolore attivo, prima ancora che dal tedio
della vita”[139].
Sul piano esistenziale, Leopardi confessa in una nota dello Zibaldone di
aver desiderato una simile condizione di insensibilità, una condizione quasi di
morte: “Io bene spesso trovandomi in gravi travagli corporali o morali, ho
desiderato non solamente il riposo, ma la mia anima senza sforzo e senza
eroismo, si compiaceva naturalmente nell’idea di un’insensibilità illimitata e
perpetua, di un riposo, di una continua inazione dell’anima e del corpo, la
qual cosa... mi ero nominata dalla ragione col nome espresso di morte”[140].
Il “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie” ha una struttura e un
andamento teatrali: la scena si apre col coro dei morti, che produce
immediatamente nel lettore un effetto di straniamento in quanto il punto di
vista è straniato, essendo quello dei morti che non dovrebbero avere alcun
punto di vista.
Il naturalista, che è comprimario dell’azione scenica in quanto
protagonista è il Morto che assume la funzione di corifèo e ha l’approvazione
incondizionata dei suoi consimili, dapprima, colpito dalla sorpresa per il
canto inusitato, spia i morti dall’uscio socchiuso, finché non dialoga con il
loro portavoce, insistendo per sapere cosa si prova in punto di morte. La
situazione è quella di un tragico umorismo che sconfina nel grottesco: i morti
non appaiono per nulla contenti di essere risvegliati alla vita, sia pure per
poco, alla scadenza dell’anno matematico.
Il riso sardonico del Leopardi sembra già annunciare che la curiosità di
Ruysch (che è poi la curiosità di tutti gli uomini) di sapere in definitiva
cosa sia la morte andrà delusa.
Come la vita non disvela il mistero della morte, così la morte non disvela il
mistero della vita: “Che fu quel punto acerbo / che di vita ebbe nome?”. Si
tratta di due misteri, quello della vita e quello della morte: ci si
aspetterebbe che nella condizione di morte finalmente si potrebbe svelare il
mistero della vita e della morte stessa, ma non è così: il materialismo del
Leopardi dichiara che la morte è il Nulla, come il Nulla è la vita stessa, e
senza alcun significato: “produzione e distruzione ec. per uccidere partorisce
ec. sistema del mondo” (“Ad Arimane”).
La domanda che Ruysch rivolge alle sue mummie è irrimediabilmente viziata
da una curiosità scientista eppure il contenuto della domanda è lo stesso che “il
semplice pastore” rivolge alla luna nel “Canto notturno”, ma con ben altra
tragica intensità: “Pur tu, solinga, eterna peregrina, / che sì pensosa sei, tu
forse intendi ... che sia questo morir, questo supremo / scolorar del
sembiante...” (vv. 61-65).
Se l’attenzione del lettore è rivolta all’ambiente chiuso del gabinetto
scientifico del dottor Ruysch, il Morto allarga lo spazio e il tempo, con la
comunicazione che nel quarto d’ora dell’anno matematico “in ogni cimitero, in
ogni sepolcro, giù nel fondo del mare, sotto la neve e la rena, a cielo aperto,
e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno
cantato come noi quella canzoncina che hai sentita”.
È una visione apocalittica di trionfo della morte, anticipata nel “Dialogo
di un Folletto e di uno Gnomo” (“Folletto - Voglio inferire che gli
uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”); nella favola del suicidio
collettivo degli Iperborei del “Dialogo di un Fisico e di un Metafisico” (“Gli
Iperborei... muoiono tutti... sazi della terra, saltano spontaneamente da una
certa rupe in mare, e vi si annegano”); nel “Dialogo della Natura e di un
Islandese” (“Natura... se anche mi avvenisse di estinguere la vostra
specie, io non me ne avvedrei”); e, eseguita nel “Cantico del Gallo silvestre”
(“un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così
questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di
essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”).
Ci vuol ben altro che Ruysch, con la sua capacità di imbalsamare i morti, per
scoprire il mistero dell’universo, sembra ammiccare il Leopardi. Giustamente
Domenico De Robertis osserva che il “dialogo non è propriamente tra morti, ma
coi morti”[141],
e, sulle domande di Ruysch, sottolinea che “l’interrogazione è su ciò che i
morti sanno (e i vivi non sanno) ma non come partecipi, anche da morti, della
vita dei vivi, o della vita che resta, o della vita che non vivremo, ma del
futuro; l’interrogazione è sulla morte in quanto cessazione della vita, nel
punto che questa viene meno e subentra il misterioso altro da essa; nella
percepibilità di questo punto”[142].
E questo punto non è per nulla doloroso, anzi è un momento quasi di piacere (“Morto
- Piuttosto piacere che altro”): in una nota dello Zibaldone del “19
aprile, Lunedì di Pasqua, 1824”, e quindi quattro mesi prima del Ruysch,
Leopardi aveva scritto: “Il piacere non è che un abbandono e un oblio della
vita, e una specie di sonno e di morte... Egli è quasi un’imitazione della
insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato
contrario alla vita e alla privazione di essa ...”[143].
È da osservare per altro che alla confusa memoria dei morti la vita, quale
che sia stata la sua durata, appare un punto, anzi “un punto acerbo” (“Che fu
quel punto acerbo / Che di vita ebbe nome?”): la vita è un “quid” estremamente
effimero e immediatamente transeunte.
Leopardi inviterà Silvia a richiamare alla memoria il tempo della sua vita
mortale, troncata al limitare della giovinezza: un punto dunque, ma un punto è
la vita per tutti; per coloro che muoiono vecchi poi si allunga il tempo dell’infelicità;
per ciò muore giovane colui che al cielo è caro: il poeta può ben porre il
verso di Meandro (“cose scritte in greco”) ad epigrafe di “Amore e Morte”.
Il brivido magico e stregonesco della vicenda di Ruysch dura poco: il
naturalista si accerta che i suoi ospiti (che egli chiama “figliuoli”, quasi un
captatio benevolentiae affinché non abbiano il capriccio di resuscitare
ancora) siano “rimorti ben bene” così da non incutergli paura un’altra volta e
torna a dormire.
Come all’improvviso si è levato il coro dei morti, di colpo cessa: così avviene
perché, aveva annotato Leopardi, “il passaggio dal conoscere al non conoscere,
dall’essere al non essere, dalla cosa quantunque menoma al nulla, non ammette
gradazione, ma si fa necessariamente per salto e istantaneamente”[144].
Un alzarsi repentino è il momento della morte nei “Detti memorabili di
Filippo Ottonieri”: “Diceva altresì che ognuno di noi, da che viene al mondo, è
come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto,
sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi, sull’uno e sull’altro
fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte,
sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte
credendo di essere in punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza
essersi mai riposato, si leva”[145].
Osserva Giovanni Cecchetti: “...quella chiusa si leva, definitiva e
immutabile, che crea l’immagine di una mossa rapidissima, quasi il salto di un
atleta; una maniera straordinaria di raffigurare l’uomo al momento della morte”[146].
Nella stessa operetta è il celebre passo della lunga malattia che distrugge
a poco a poco e conduce infine alla morte. “In proposito di certa disavventura
occorsagli, disse: il perdere una persona amata, per via di qualche accidente
repentino, o per malattia breve e rapida, non è tanto acerbo, quanto è
vedersela struggere a poco a poco (e questo era accaduto lui) da una infermità
lunga, dalla quale ella non sia prima estinta, che mutata di corpo e d’animo, e
ridotta già quasi un’altra da quella di prima. Cosa pienissima di miseria:
perocché in tal caso la persona amata non ti si dilegua dinanzi lasciandoti, in
cambio di sé, la immagine che tu ne serbi nell’animo, non meno amabile che
fosse per lo passato; ma ti resta in sugli occhi tutta diversa da quella che tu
per l’addietro amavi: … e quando ella poi ti si parte per sempre dalla
presenza, quell’immagine prima, che tu avevi di lei nel pensiero, si trova
essere scancellata dalla nuova. Così vieni a perdere la persona amata
interamente; come quella che non ti può sopravvivere neanche nella immaginativa”[147].
L’“Ottonieri” fu scritto dal 29 agosto al 26 settembre 1824: in una nota
zibaldonesca dell’8 gennaio 1821 Leopardi aveva scritto: “Il veder morire una
persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire e trasformarsi
nel corpo e nell’animo da malattia (o anche da altra cagione). Perché? Perché
nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono, e vi sono
intieramente annullate e strappate a viva forza. La persona amata, dopo la sua
morte, sussiste ancora tal qual era, e così amabile come prima, nella nostra
immaginazione. Ma nell’altro caso, la persona amata si perde affatto, sottentra
un’altra persona, e quella di prima, quella persona amabile e cara, non può più
sussistere neanche per nessuna forza d’illusione, perché la presenza della
realtà, e di quella stessa persona trasformata per malattia cronica … ci
disinganna violentemente e crudelmente; e la perdita dell’oggetto amato non è
risarcita neppur dall’immaginazione, anzi neanche dalla disperazione, o dal
riposo sopra lo stesso eccesso di dolore, come nel caso di morte...”[148].
Il riscontro dell’Operetta con lo
Zibaldone è puntuale e in certe preposizioni l’Operetta quasi un ricalco del
pensiero diaristico: “ti resta in sugli occhi tutta diversa da quella che tu
per l’addietro amavi” (“Ottonieri”); “la persona amata si perde affatto,
sottentra un’altra persona” (“Zibaldone”). Il riscontro tematico è dato anche
dalla canzone “Per una donna inferma di malattia lunga e mortale”, scritta nel
gennaio 1819 (insieme all’altra “Nella morte di una donna fatta trucidare col
suo portato”): segno di un’ossessione, che avrà la sua trasfigurazione poetica
nel canto “A Silvia”: “da chiuso morbo combattuta e vinta”.
Già nell’ “Ottinieri” affiora quel “senso
dell’animo”[149]
che innerva il “Dialogo di Plotino e di Porfirio”, composto nel 1827. Nel “Cantico
del Gallo silvestre” (composto da 10 al 16 novembre 1824) la morte è ancora un
velo funereo che avvolge tutto l’universo e il sonno è una particella di morte,
per portare la vita: “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora
ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con gusto e quasi
una particella di morte”[150].
E ancora: “Le creature animate... si affaticano, se non per giungere a questo
solo intento della natura, che è la morte ... in qualunque genere di creature
mortali, la massima parte del vivere è un appassire, tanto in ogni opera sua la
Natura è intenta e indirizzata alla morte, ... ogni parte dell’universo, si
affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile ...
Tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta”[151].
“Il “Cantico del Gallo Silvestre” riprende a distanza e sintetizza
liricamente, … la prospettiva pessimistica svolta drammaticamente nell’Islandese,
venendo così a dare all’intero corso delle Operette un finale suggello
cosmico-materialistico”[152].
Il sonno è una “particella di morte” fino a che l’universo, invecchiando, non
sarà spento. “Il gallo silvestre chiama i mortali a destarsi, perché ben
presto, essi moriranno e l’universo stesso si spegnerà”[153]. La
fine del mondo, speculare all’origine del mondo stesso, costituisce la seconda
parte del “Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco”, scritto probabilmente
nell’autunno del 1825; qui, però, a differenza dell’Operetta precedente, che si
conclude con la visione di “un silenzio nudo e una quiete altissima” che “empieranno
lo spazio immenso”, si ipotizza che dalla morte dell’universo possa nascere un
nuovo mondo, in una palingenesi che non offre comunque alcun conforto agli
esseri umani.
“Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia
loro, si formeranno, di questa, nuove creature, distinte in nuovi generi e
nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia, nuovi ordini
delle cose ed un nuovo mondo”[154].
Nel “Cantico del Gallo silvestre” e nel “Frammento
apocrifo di Stratone da Lampsaco” si tocca il punto più alto del tema della
morte, visto come distruzione totale: le due Operette costituiscono un
intermezzo di apocalisse, di fine del mondo, tra la visione della morte
individuale, vista come conclusione di una malattia lunga e mortale, che
colpisce una persona cara, con la conseguenza di apportare strazio e
disperazione nei superstiti del famoso passo dell’ “Ottonieri” e la visione
della morte del “Dialogo di Plotino e di Porfirio” ove è condannato il suicidio
in quanto l’uomo non può tradire i legami di amore e di amicizia con gli altri.
Nonostante la “nullità delle cose”, “il
senso dell’animo” suggerisce con un’intensità e una forza immensa agli uomini
il conforto che viene dato dall’assaporamento degli affetti, dallo stare vicini
ai familiari e agli amici, la necessità della solidarietà reciproca per “sofferir
la vita”.
“Viviamo, Porfirio mio, e
confrontiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci
ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci
compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso
scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La
quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci
dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno:
e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci
ricorderanno e ci ameranno ancora”[155].
Può sembrare lo stesso processo del
pensiero foscoliano, dal tema del suicidio di Ortis alla “corrispondenza d’amorosi
sensi” del carme “De’ sepolcri”, ma la differenza è sostanziale: il suicidio di
Ortis è quello di un intellettuale sradicato, il cui gesto ha carattere di protesta,
è quello di un eroe tragico che lascia in eredità all’innamorata e in
particolare al signor T. (figura sostitutiva del padre) un immedicabile
complesso di colpa; la tentazione di Profilio “di levarsi di vita” è causata da
un “fastidio della vita”, dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa”,
dalla presa di coscienza della vacuità dell’esistenza e dell’assedio del Nulla.
Nello Zibaldone Leopardi aveva scritto: “Il suicidio è contro natura. Ma
viviamo noi secondo natura? Non l’abbiamo al tutto abbandonata per seguire la
ragione? La ragione non ci mostra ad evidenza l’utilità di morire?”[156].
E ancora in una nota del 5 luglio 1822: “La
questione se il suicidio giovi o non giovi all’uomo (al che si riduce il sapere
se sia o non ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini.
Qual delle due cose è la migliore, il patire o il non patire”.
È chiaro che è più “ragionevole” il “non
patire” e conseguenzialmente la scelta del suicidio ma tale scelta provoca “il
patire” nei familiari e negli amici con l’azione deliberata dal “venir meno /
ad ogni usata, amante compagnia” (“Canto notturno”, vv. 67-68).
Il “Dialogo di Tristano e di un amico”, composto nel 1832, “è insieme
testamento spirituale e apologia delle Operette; le affermazioni vi assumono
dunque necessariamente un tono generale e perentorio; ma è, necessariamente,
una perentorietà negativa...”[157].
L’inserimento finale del dialogo nella struttura delle Operette nell’intenzione
del Leopardi doveva costituire una “sorta di manifesto, ideologico a posteriori
che” desse “una giustificazione ideale a tutte le operette”[158]. È il
Dialogo della chiaroveggenza: gli errori sono stati individuati e rimossi; la
vita è sofferenza e non ha alcun senso. La morte quindi è la benvenuta per chi
non attende più nulla nel tempo esistenziale e nel non-tempo dell’aldilà.
Tristano rifiuta l’autoinganno e con un
linguaggio antifrastico, violentemente ironico, finge di plaudire alla
modernità, all’omologazione di una società di massa e alla cultura effimera dei
giornali: “Tristano - Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’
giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio,
massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’età presente. Non è
vero?”[159].
È di cruda attualità la posizione
leopardiana, sorprendentemente anticipatrice della critica che viene oggi
rivolta alla cosiddetta cultura mass-mediologica. Il riscontro intertestuale
più evidente ed immediato si coglie nella “Palinodia al marchese Gino Capponi”:
“Ma novo e quasi / divin consiglio ritrovar gli eccelsi / spiriti del secol
mio; che, non potendo / felice in terra far persona alcuna, / l’uomo obbliando,
a ricercar si diero / una comun felicitade; e quella / trovata agevolmente,
essi di molti / tristi e miseri tutti, un popol fanno / lieto e felice: e tal
portento, ancora / da pamphlets, da riviste e da gazzette / non
dichiarato, il civil gregge ammira” (vv. 197-207).
Non resta che desiderare fermamente
la morte, già invocata nel “Coro dei morti” del Ruysch e nel “Cantico del Gallo
silvestre”: Tristano non piega “il capo al destino”, o viene “seco a patti” e
dichiara che la morte è il suo oggetto del desiderio: “Ardisco desiderare la
morte, e desiderarla sopra ogni cosa... troppo sono maturo alla morte...invidio
i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni
pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade, nella mia solitudine, e con cui
vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire... Se ottengo
la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi
sperato né desiderato al mondo”[160].
Le proposizioni conclusive dell’Operetta,
ove il sintagma “morte” o i suoi sostitutivi semantici s’infittiscono, si
essenzializzano poeticamente nelle cadenze musicali, nell’elegia struggente di “Amore
e Morte”: “... E tu, cui già dal cominciar degli anni / sempre onorata invoco,
/ bella morte, … / Non tardar più, t’inchina / a disusati preghi, / chiudi alla
luce omai / questi occhi tristi, o dell’età reina.” (vv. 96-106).
La morte, “dell’età reina” (regina
del tempo) è desiderata dal Leopardi più del fratello (“Fratelli, a un tempo
stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte”: vv. 1-2): la morte è il vero amore
del poeta.
L’ “ARS MORIENDI”[161]
NEI CANTI
Il fermo atteggiamento laico e
materialista del poeta dinanzi alla morte gli consente una riflessione lucida e
spassionata sulla condizione umana, senza atteggiamenti vittimistici né
richiesta di compensazione spiritualistica, e si traduce in una conoscenza
demistificatrice delle illusioni, di cui la più perniciosa si rivela quella
religiosa.
La sua “ars moriendi” trova la sua
espressione (e comunicazione) più compiuta nella parola lirica dei Canti,
sia come tema dominante in alcuni sia come momenti del discorso poetico in
altri, ma innerva tutta la poesia del Leopardi, intesa come sintesi di ragione
e immaginazione.
La sofferta esperienza umana del
Leopardi, la sua tensione alla verità senza infingimenti, espressa nei modi
della diaristica nello Zibaldone e nella prosa d’invenzione morale[162]
delle Operette, ritrova una dimensione più ferma e duratura nella
scrittura poetica dei Canti, ai quali è affidata una più ampia capacità
di persuasione e una più consapevole voce di resistenza allo “strapotere del
Tempo e della Morte”[163].
Intorno al ‘24, l’anno di
composizione della maggior parte delle Operette Morali, Leopardi ritiene
probabilmente di poter incidere sui modelli culturali dei suoi contemporanei,
di poter correggere stereotipi, errori e atteggiamenti fideistici e ingenui, ma
via via quella convinzione si indebolisce ed appena pochi anni dopo, nel
periodo 1828-30 di composizione dei Grandi Idilli, il poeta avverte che il
risarcimento per l’attesa delusa può essere dato dall’invenzione poetica, ove
la verità acquisita più intensa capacità di suggestione nella misura cantabile
dell’idillio.
Successivamente, nel ‘32, nel “Tristano”,
l’urgenza di comunicare la verità fa di questo personaggio delle “Operette
Morali” il portavoce del poeta. “La maturità alla morte non è fuga dagli uomini
ma contestazione del brutto potere che a comune danno impera, e contestazione
contro coloro che non vogliono rendersi conto di quel potere e di quell’imperio
e continuano a perpetrare le stragi fraterne...”[164]. Il
messaggio del Tristano-Leopardi, affidato alla prosa d’invenzione morale dell’Operetta,
è tradotto poi nella “Ginestra”, testamento spirituale del poeta. Occorreva
però che Tristano-Leopardi coltivasse l’“ars moriendi” per poter essere la voce
della verità: “Tristano non ha più nulla in comune con il letterato che unisce
gioco ad impegno ma non mette in discussione le strutture mondane da cui è
partito. Tristano mette tutto in discussione; ferito a morte, in un mondo
illune funestato dalle stragi che preparano l’avvento incontrastato di
Thanatos, egli si offre pubblicamente con una testimonianza escatologica che è
contestazione e passione”[165].
Dopo il ‘27, con la considerazione
espressa dal Leopardi per bocca di Plotino (“Viviamo, Porfirio mio, e
confrontiamoci insieme”)[166],
la meditazione della morte esula dall’idea del suicidio, su cui poggiava la
germinazione inventiva del “Bruto minore” e dell’“Ultimo canto di Saffo”,
rispettivamente del ‘21 e del ‘22. Bruto e Saffo sono i grandi suicidi dell’antichità,
in un tempo in cui non ci si uccideva per amore, per melanconia, per noia. “Non
si è mai letto di nessun antico che si sia ucciso per noia della vita, laddove
si legge di molti moderni... Anzi gli antichi si uccidevano e disperavano
appunto per l’opinione e la persuasione di non potere, a causa di sventure
individuali, conseguire e godere quei beni ch’essi stimavano ch’esistessero (10
gennaio 1821)”[167].
“L’odio della vita... viene considerato dal Leopardi come una caratteristica
degli ultimi secoli della storia occidentale”[168].
La religione cristiana, col
demandare la felicità a una dimensione ultraterrena, del resto del tutto
opinabile per gli uomini dotati di ragione, non poteva “non entrare in crisi
quando si fosse concettualmente ammesso che anche sulla terra l’uomo poteva e
doveva in qualche modo essere felice”, nella nuova visione del mondo che si
accompagnava alla “svolta filosofica ch’era maturata nel corso del Settecento”[169];
“Agli antichi, ad esempio, la felicità non pareva un sogno... Se si prendono di
nuovo gli antichi come termine di paragone si può affermare che non temevano il
morire... La pienezza dell’esistere rendeva bensì dolce ed accettabile il
morire e viceversa”[170].
Eppure anche nel mondo antico vi era
una sorta di invidia degli dei (la erodotea φθόνος τῶν θεῶν) per coloro che avessero fatta la scelta di morte: “Spiace agli dei chi
violento irrompe / nel Tartaro... / A voi, fra quante / stirpi il cielo avvivò,
soli fra tutte, / figli di Prometeo, la vita increbbe; / a voi le morte ripe, /
se il fato ignavo pende, / soli, o miseri, a voi Giove contende” (“Bruto minore”:
vv. 70-75).
In un’intervista pubblicata sul “Corriere
della Sera”[171],
Marco Santagata sottolinea che in Leopardi, immediatamente dopo le
<<canzoni politiche>> “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”,
del 1818, “la volontà civile viene meno, cade l’idea baldanzosa e a suo modo
eroica della possibilità di intervenire e di rimediare, sull’esempio degli
antichi, alla crisi e alla decadenza del tempo”. La chiave di volta “è la
scoperta del pessimismo degli antichi, raccontata nel “Bruto minore”. Fino ad
allora c’era il fantasma della virtù, che si spostava sempre più nel tempo all’indietro
ma che restava operante. Nel “Bruto” scopre che la virtù è un vuoto nome, non
ha sostanza. A questo punto viene meno il pilastro della Roma repubblicana.
Cade la storia, cade il sostegno degli “exempla” del passato per la modernità”.
In una nota zibaldonesca del 1 luglio
1820, di sapore vichiano, il poeta scriveva: “Nella carriera poetica il mio
spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano in generale. Da
principio il mio forte era la fantasia... non avea ancora meditato intorno alle
cose, e della filosofia non avea che un barlume, e questo in grande, e con
quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che nel mondo e nella vita ci
debba esser sempre un’eccezione a favore nostro. Sono stato sempre sventurato,
ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi disperavano perché mi
pareva (non veramente alla ragione ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero
la felicità, della quale gli altri credea che godessero. Insomma il mio stato
era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi... La mutazione
totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire
dentro un anno, cioè nel 1819 dove, privato dell’uso della vista, e della
continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in
modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere
profondamente sopra le cose... a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io
era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche
per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi
e mi avvicinava ai moderni”[172].
“L’ombra del moderno”[173]
sembra assediare Leopardi che nel “Bruto minore” esprime il crollo del sogno
della virtù e di tutte le utopie e si aggrappa ad un gesto disperato di ultima
sfida al destino avverso, che corrode finanche la consolazione del sepolcro,
cui gli antichi tenevano tanto, nel momento che la morte appare qui nella sua
più macabra presenza, nello squarcio finale ove il protagonista anticipa la
visione del suo cadavere dilaniato dai corvi e dalle fiere, nell’imperversare
della tempesta: “A me dintorno / le penne il bruno augello avido roti; / prema
la fiera, e il nembo / tratti l’ignota spoglia; / l’aura il nome e la memoria
accoglia” (“Bruto minore”, vv.116-120).
La canzone, che si apre su uno
scenario di morte, “in un consimile scenario di morte si chiude, percorso però
questa volta, più che dalle voci del futuro, da quelle del passato. Con l’ultima
parola di Bruto e con il suo ultimo respiro di vita si chiude anche,
storicamente e poeticamente, un’età: quella in cui la felicità umana, le sue
virtù come le sue illusioni, erano almeno possibili. Bruto ne è consapevole e
sceglie la morte”[174].
Anche nell’ “Ultimo canto di Saffo”
la protagonista decide di darsi la morte, ma con una fondamentale differenza
rispetto all’altra grande figura di suicida dell’antichità. “Nel Bruto avevi l’eroe
che con la morte della virtù predice la catastrofe della Repubblica romana, del
mondo e, più leopardianamente, della Storia; nello “Ultimo canto di Saffo” hai “l’eroina...
che prima di discendere - di “naufragare” nell’atra notte e nella silente riva
del Tartaro eleva la sua protesta per l’esclusione alla quale, a causa della
sua forma sgraziata, è stata condannata dalla natura”[175].
È la stessa scelta di
auto-annientamento e di morte volontaria di Bruto, ma con qualcosa di più e di
diverso: nella canzone vibra un sentimento tutto femminile di fragilità di
fronte al destino avverso, di delicatezza e quasi di pudore, pur nella fermezza
della decisione irrevocabile, quasi gridata nell’incipit della quarta
stanza della canzone, nella sequenza sintattica costituita solo da un futuro, “Morremo”,
che referenzialmente vuol significare l’imminente suicidio ma nell’area
semantica che si diffonde allarga il significato ad un destino di morte comune
a tutti.
Saffo non si uccide per amore, come
un personaggio femminile romantico: la sua scelta di morire nasce dal rifiuto
della vita perché questa è delusione e scacco esistenziale. La decisione del
suicidio in Saffo non irrompe improvvisa, come se fosse una sorta di raptus
momentaneo, ma è preparata da un’assorta presa di coscienza delle contraddizioni
insite nella sua condizione esistenziale e più ampiamente nella condizione
umana. Il plurale maiestatis del “Morremo” del verso 55 è una ripresa
del “Moriemur” della virgiliana Didone (Eneide, libro IV, v. 659); ma nella
Saffo leopardiana il suicidio è come la correzione di un errore (“e il crudo
fallo emenderà dal cieco / Dispensator de’ casi” vv. 57-58) e pertanto il corpo
deforme va eliminato da colei alla quale “il cieco dispensator de’ casi” l’ha
assegnato, da colei che, anima sensibilissima, quel corpo abita, avvertendo
tutto lo stridore di tale contraddizioni. Per ciò “il velo indegno a terra
sparto, / rifuggirà l’ignudo animo a Dite” (vv. 54-55).
E quindi, nella conclusione della
canzone, s’infittiscono le immagini di morte, in un processo di accumulazione,
in una sequenza di variazioni che denominano la stessa imminente discesa nel
regno delle ombre: “l’ombra gelida della morte”, ove spicca l’allitterazione
tra “ombra” e “morte”, “il Tartaro”, “la tenaria Diva”, “l’atra notte”, “la
silente riva”. Per Muscetta[176],
Leopardi, soprattutto negli anni 1819-1820, è vicino psicologicamente alla
protagonista. Il poeta rivolgeva la sua attenzione ad eroi positivi che vedeva
nelle creature poetiche di antichi suicidi e rivendicava “contro gli assurdi
divieti della religione cristiana” la libertà di uccidersi per gli uomini
moderni che sono “del tutto alienati dalla natura, e quindi infelicissimi” e
nelle condizioni migliori per attuare un gesto, che in genere sarebbe da
considerare contro natura.
Il vivere è un morbo che “trapassa
velocissimamente in vecchiezza e in gelo di morte”. E la divinità della morte
accoglierà in un abbraccio profondo questo ingegno la cui “prodezza” si
afferma, suprema, nel suicidio. La precisazione di Muscetta sull’atteggiamento
anticristiano del Leopardi è fondamentale. Se evidente è l’identificazione autobiografica
del poeta con Saffo, la canzone però assurge, nella parte conclusiva, a una
profonda meditazione della condizione di morte, rappresentata dalla teoria
delle immagini lugubri che la evocano, immagini di un immenso sepolcro.
La mitografia poetica del
personaggio femminile di Saffo ha in sé una fortissima valenza eroica ma è
questo un personaggio che appartiene all’antichità, nella quale erano
connaturate agli uomini le doti di coraggio e di fermezza; nell’età moderna il
personaggio femminile, quale si palesa nelle fanciulle della lirica “Il sogno”
nonché nella figura di Silvia e in quella Nerina, porta con sé un precoce
destino di morte, è una vittima predestinata della Natura, alla quale non
reagisce, ma dilegua rapidamente nel pieno della giovinezza, in una situazione
di estrema precarietà esistenziale e di assoluta mancanza di difesa.
Nella poesia leopardiana si accampa il
tema della giovane donna morta: nelle figure di Silvia e Nerina “realtà e
simbolo procedono di pari passo, lasciando in chi legge come un senso di
dolorosa e struggente nostalgia, nostalgia per ciò che più non esiste, per le
cose che muoiono, per la vita stessa che passa e lentamente si spegne”[177].
Potrebbe trattarsi di uno
slittamento del topos romantico del fanciullo morto[178], ma
in una accezione semantica totalmente diversa da quella dei poeti inglesi,
particolarmente Shelley e Keats, in quanto Leopardi non circonfonde
assolutamente di un’aura di sacralità la morte precoce, anzi la stigmatizza e
la condanna, e per altro affida alla vicenda di morte di Silvia e di Nerina
significati altamente simbolici, che investono la condizione umana nella sua
totalità.
Scrive Franco Ferrucci: “È qui il
paradosso genetico della poesia del Leopardi: la ferita giovane, l’arresto
della poesia del Leopardi: la ferita giovanile, l’arresto della crescita, non
creano un fantasma di gioia ma di interruzione perenne... La poesia non è la
vittoria della gioia ma la testimonianza del dolore. La fanciulla morta non
abita l’anima leopardiana, si limita a visitarla nei trasalimenti del ricordo.
In questo illuminista è in atto la stessa
lacerazione romantica che separa la giovinezza dalla maturità. Tuttavia il
poeta entra in un’età adulta secca e desertica e abitata da fantasmi. Silvia e
Nerina sono appunto una nostalgia, quindi un’assenza, non una presenza; l’intelligenza
di Leopardi scardina inconsapevolmente un mito romantico, pur soggiacendo alle
sue leggi emotive”[179].
Se per Keats le fanciulle di marmo
effigiate nell’urna non invecchieranno come le creature femminili di carne e di
sangue (“Quando la vecchiezza darà il guasto a questa generazione”: “Ode sopra
un’urna greca”, v. 46 in Iperion, Odi, sonetti, trad. di R. Piccoli,
Sansoni, Firenze, 1943), per Leopardi la giovane morta effigiata sopra un
bassorilievo antico sepolcrale in atto di accomiatarsi dai suoi esprime la
lacerazione profonda che la natura provoca degli affetti più cari, separando
per sempre con la morte persone congiunte da legami di sangue e di affetto. La
stessa Silvia nella chiusa del canto sembra assumere, con un intenso
slittamento di immagine e di senso, la configurazione plastica di una figura
marmorea, che “con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda” addita “di
lontano”, ove l’avverbio finale assume una connotazione di abissale distacco.
Il tema della donna
morta, stroncata nel fiore degli anni, incarnata dalle figure di Silvia e di
Nerina nella stagione dei canti pisano-recanatesi, ha la sua prefigurazione
nella fanciulla del “Sogno”, che appare al poeta in una dimensione tutta
onirica: l’idillio, di forte intonazione petrarchesca, fu composto tra la fine
del 1820 e l’inizio del 1821. “Morta non mi parea, ma trista, e quale / degli
infelici è la sembianza. Al capo / appressommi la destra, e sospirando / vivi,
mi disse, e ricordanza alcuna / serbi di noi? Donde, risposi, e come / vieni, o
cara beltà?” (vv. 10-14). “Or dimmi, e che t’avvenne? / Sei tu quella di prima?
E che ti strugge / internamente? Obblivione ingombra / i tuoi pensieri, e gli
avviluppa il sonno, / disse colei. Son morta, e mi vedesti / l’ultima volta, or
son più lune” (vv. 19-24).
Nei “Ricordi d’infanzia e di adolescenza” il
poeta così descrive il sogno: “Sogno di quella notte e mio vero paradiso in
parlar con lei ed esserne interrogato e ascoltato con viso ridente e poi
domandarle io la mano a baciare ed ella torcendo non so di che filo porgermela
guardandomi con aria semplicissima e candidissima e io baciarla senza ardire di
toccarla con tale diletto ch’io allora solo in sogno per la primissima volta
provai di che cosa sia questa sorta di consolazioni con tal verità che
svegliatomi subito e riscosso pienamente vidi che il piacere era stato appunto
qual sarebbe reale e vivo e restai attonito e conobbi come sia vero che…”[180].
E’ sintomatico che, nonostante il modello petrarchesco (la canzone CCCLIX
delle “Rime” - “Quando il soave mio fido conforto” - e il capitolo del “Trionfo
della morte” - “Morte bella parea nel suo bel viso”), il poeta riveda la
fanciulla in una situazione onirica che ha però tratti e spessore di presenza
reale e viva. Il Leopardi ripropone il tema in una dimensione caratterizzata da
un altissimo tasso di verosimiglianza e di realismo: la figura femminile non è
abbellita dalla morte ma “trista, e quale degli infelici è la sembianza”. Egli
intende “la morte, e quella di una persona nel fiore degli anni, come un evento
tanto più crudele quanto più distruttivo di una giovinezza ancora inesperta degli
inganni della vita e della natura”[181].
Nell’idillio affiora un fondamentale nodo problematico, destinato ad avere
successivi sviluppi
nella tematica poetica leopardiana, la morte dei giovani: “nel fior degli anni
estinta, / quand’è il viver più dolce, e pria che il core / certo si renda com’è
tutta indarno / l’umana speme” (“Il Sogno”: vv. 26-29); “ma sconsolata arriva /
la morte ai giovinetti, e duro è il fato / di quella speme che sotterra è
spenta” (vv. 31-33); “oh quante volte / in ripensar che più non vivi, e mai /
non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo, / creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è
questa / che morte s’addimanda?” (vv. 44-48) .
Il poeta si chiede in modo
angoscioso (e non finirà di chiederselo) che cos’è la morte dei giovani, se sia
un bene o sia un male, se sia un privilegio o una condanna, oscillando tra l’una
e l’altra valutazione: ad esempio della prima, porrà a epigrafe di “Amore e
morte” il famoso verso di Menandro “Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνὴσκει νέος”; della seconda l’apostrofe violenta alla natura
del canto “A Silvia”: “O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che
prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?” (vv. 36-39).
L’inganno è tanto più mostruoso in quanto all’età giovanile è connaturata
la pienezza vitalistica e la suggestione dell’appuntamento con la felicità, che
come un canto di sirena accompagna la giovinezza stessa.
All’altezza della composizione della
lirica “A Silvia”, scritta di getto dal 19 al 20 aprile 1828 a Pisa, il poeta avverte
l’esigenza di “distanziare l’oggetto del desiderio; renderlo irraggiungibile,
farlo sorgere dal passato e dalla morte”[182].
Se questo è vero, è vero anche che non è
venuto meno il rovello dell’interrogare e dell’interrogarsi, che troverà una
definitiva risposta nella conclusione del “Canto notturno”, ove il vivere, e
non solo per i giovani e per tutti gli esseri umani ma per tutti i viventi, è
un correre verso la morte: “è funesto a chi nasce il dì natale” (v. 143). É con
la morte della fanciulla “che Silvia comincia ad agire sull’animo
leopardiano... Poetica della memoria, ma di una memoria problematica e anche
drammatica, il che spiega tutto il movimento riflessivo della seconda parte del
canto e la sua funebre chiusa”[183].
Già nell’incipit del canto spicca il sintagma “tua vita mortale”,
che ovviamente non presuppone, data la concezione materialistica del poeta,
alcuna vita immortale, l’altra vita e, sul piano referenziale, vuol dire vita
destinata alla morte, come è destino degli esseri umani, tanto più triste per
Silvia perché prematura fu la sua fine, ma vuol esprimere una più vaga e
suggestiva area semantica, come se Silvia, dalla distanza abissale in cui si
trova, dall’infinito spazio del Nulla venisse chiamata a colloquio, sollecitata
a far aggallare dalla memoria che non perisce “quel tempo” illuminato della
giovinezza, lo spazio delle “vie dorate e gli orti”.
E’ ovvio che Leopardi presta a
Silvia la sua memoria di “quel tempo”, ove il dimostrativo circoscrive e colora
il tempo evocato in uno spazio quasi favoloso. Anche Nerina nelle “Ricordanze”
è, come Silvia, la fanciulla morta al culmine della giovinezza ed il simbolo
della giovinezza che appare e subito scompare (“Ivi danzando”, verso 152).
Nell’ultima strofa del canto
ossessiva si fa la certezza della irrevocabilità del passato, di ciò che non è
più, non può tornare, per il quale non è possibile alcun risarcimento.
Nel contesto semantico il verbo “passasti”
è spia del motivo dominante ed è ripetuto ben quattro volte: “Passasti” (v.
149), “ma rapida passasti” (v. 152); “Ahi tu passasti” (v. 169); “Passasti” (v.
170). Non resta che la memoria, ma essa è “acerba” (“la rimembranza acerba”), e
l’attributo che conclude la lirica sta a significare che il poeta non crede più
al risarcimento e alla consolazione del ricordo.
Già in una nota dello Zibaldone del
10 dicembre 1821, il Leopardi aveva scritto: “Ogni uomo sensibile prova un
sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col
pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo
suo familiare a lui. Dico di qualunque cosa soggetta a finire, come la vita o
la compagnia della persona la più indifferente per lui (ed anche molesta, anche
odiosa) la gioventù della medesima; un’usanza, un metodo di vita... La cagione
di questi sentimenti, è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una
cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una
cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più”[184].
In antitesi alla fanciulla che è vittima della morte si pone la fanciulla che
dà la morte, che è la morte. Molto suggestiva è l’interpretazione di Alvaro
Valentini[185]
della “donzelletta” del “Sabato del villaggio”. Lo studioso ricollega quel
celebre passo zibaldonesco nel quale una fanciulla provoca senza pensarci la
morte dei fiori (ma non è la stessa Natura che alle rimostranze dell’Islandese
risponde che non se n’avvede, “se non rarissime volte”?) alla giovinetta che
torna gioiosa dal lavoro dei campi, con “in mano / un mazzolin di rose e di
viole”. Scriveva Leopardi nel famoso squarcio del giardino “in stato di souffrance”:
“Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo
steli”[186].
L’immagine della donzelletta, che irrompe nell’incipit del “Sabato del
villaggio”, è un “innocente strumento di morte; è la morte per le rose e per le
viole che ha raccolto scegliendole, così, come volle il destino... Ebbene,
sulla base del ricordo che nasce dal giardino en souffrance, questa donzelletta
è la stessa donzelletta sensibile e gentile che ha sterpato fiori, che
ha infranto steli: una ingenua creatura che si muta nella terribile
metafora della morte”[187].
In Leopardi la figura della morte è dotata di una spiccata ambivalenza, per cui
è esecrata ma può essere anche dolce, sorella d’amore come in “Amore e Morte”,
la casta fanciulla nel cui “virgineo seno” il poeta aspetta serenamente di
piegare il volto addormentato: “solo aspettar sereno / quel dì ch’io pieghi
addormentato il volto / nel tuo virgineo seno” (vv. 122-124).
Se ancora nelle “Ricordanze” affiora la memoria di una pulsione di morte (“E
già nel primo giovanil tumulto / di contenti, d’angoscie e di desio / morte
chiamai più volte, e lungamente / mi sedetti colà su la fontana / pensoso di
cessar dentro quell’acque / la speme e il dolor mio”, vv. 103-109) in “Amore e
Morte”, la morte è oggetto d’amore, è “bella”: un intenso sentimento d’amore
suscita uno struggente desiderio di morte: “Tanto alla morte inchina / d’amor
la disciplina...” (vv. 73-74): “La morte non spaventa più, si sente
indeterminatamente in essa come un fondo di “luce” e di “allegria”, un desiderio
che sopravvive ormai Vive innocente e rende piacevole e “dolce” il naufragare
nel mare immaginario, metaforico, della pena scontata e dell’amore ritrovato”[188].
Il Bonifazi, da cui si riporta questa citazione, nella “espressione “pena
scontata” intende riferirsi all’impostazione generale del suo saggio, condotto
in chiave psicanalitica e incentrato sul complesso infantile di colpa del poeta
per la morte precoce dei fratellini.
Al di là di una siffatta interpretazione, all’altezza di “Amore e Morte”,
la morte è certo per il Leopardi “bellissima fanciulla, dolce a veder”: il
raccogliersi nella morte, al riparo dalle tempeste della vita, è promessa di
felicità. La disposizione d’animo che è alla radice dell’invenzione di “Amore e
Morte” permea il “Pensiero dominante”, composto probabilmente tra la primavera
vera e l’estate del 1831 e quindi immediatamente precedente, se “Amore e Morte”
è dell’autunno del 1832. “Il pensiero dominante”, che riflette con “Amore e
Morte” “una stessa esaltante e mortuaria ispirazione amorosa”[189],
è il primo dei “canti fiorentini” e canta un pensiero d’amore totalmente
assorbente ogni altro pensiero e sentimento: è un amore tutto mentale (“Dolcissimo,
possente / Dominator di mia profonda mente”) ma tale da assicurare, sia pur
raramente, pienezza di significato all’esistenza e suscita un senso come di
sbigottimento, di smarrimento e di smemoratezza che induce alla morte. “Un’esperienza
di tal fatta, così prepotente e passionata, così al limite... della umane
possibilità, non può che esser fatta una sola volta; ed è pertanto naturale che
il canto d’amore - di questo amore non già metafisico ma metaforico, vale a
dire allusivo all’unica possibile pienezza della vita e dalla vita, al
contempo, continuamente minacciato e come insultato - richiami il pensiero
della morte, e che in esso si spenga”[190]. In
una nota dello Zibaldone non posteriore all’8 una gennaio 1820 Leopardi aveva
scritto: “Quando l’uomo concepisce amore tutto il mondo si dilegua dagli occhi
suoi, non si vede più se non l’oggetto amato, si sta in mezzo alla moltitudine
alle conversazioni ecc. come si stasse in solitudine, astratti e facendo quei
gesti che v’ispira il vostro pensiero sempre immobile e potentissimo senza
curarsi della meraviglia né del disprezzo altrui, tutto si dimentica e riesce
noioso ecc. fuorché quel solo pensiero e quella vista. Non ho mai provato
pensiero che astragga l’animo così potentemente da tutte le cose circostanti,
come l’amore, e dico in assenza dell’oggetto amato, nella cui presenza non accade
dire che cosa avvenga, fuor solamente alcuna volta il gran timore che forse gli
potrà essere paragonato”[191].
L’osservazione psicologica zibaldonesca più di dieci anni dopo si
orchestrerà come leitmotiv del canto
e occasione di “pensiero poetante”. Eppure nel “Pensiero dominante” è rimasta
una spoglia lessicale di quella lontana indicazione (il superlativo “potentissimo”
e l’avverbio corrispondente “potentemente” tornano, in una situazione semantica
più incisiva e più ampia, nel “possente” del primo verso che si pone in endiadi
e con una più intensa carica di significato con l’attributo “dolcissimo”, che
costituisce l’incipit del canto).
Questa intensa forza d’amore consente al poeta di considerare come
irrilevante la morte, “necessitade estrema”, e di accogliere con un sorriso
ironico le sue “minacce”: “Oggi mi pare un gioco / quella che il mondo inetto, /
talor lodando, ognora abborre e trema, / necessitade estrema; / e se periglio
appar, con un sorriso / le sue minacce a contemplar m’affiso” (“Il pensiero
dominante”, vv. 47-52).
Il non-senso della morte sembra essere quasi riscattato da una vita che
prende senso dall’amore, da un amore totalizzante, che respinge e disprezza “l’umana
viltà”, “questa età superba” (si pensi al “Secol superbo e sciocco”, “La Ginestra”,
verso 53), che si nutre di “vote speranze” (con una fortissima intonazione di
condanna dello spiritualismo degli ambienti intellettuali fiorentini): “Move l’alma
ogni esempio / dell’umana viltà subito a sdegno. / Di questa età superba, / che
di vote speranze si nutrica, / vaga di ciance, e di virtù nemica; / stolta... /
Maggior mi sento” (vv. 57-65).
Scrive Antonio Prete: “Il contemptus
mundi passa attraverso il disprezzo di chi nel mondo e nei suoi intrighi e
nei suoi affanni naviga con una ragione compromissoria e pavida”[192].
Se l’amore così inteso restituisce “a chi da esso è posseduto, il senso della
vita”[193],
ne deriva una conseguenza singolare, per cui un’esistenza siffatta, illuminata
e quasi mossa dall’amore che vi infonde il suo soffio vitale è “più gentile”
della morte stessa, e non per la gente mediocre e i cuori vili, che si
aggrappano alla vita, ma anche per il saggio che all’insignificanza della vita
preferisce di gran lunga la morte (e Leopardi lo ha testimoniato più volte): “Solo
per cui talvolta, / non alla gente stolta, al cor non vile / la vita della
morte è più gentile” (vv. 85-87).
Il poeta non può che augurarsi che la dolce ossessione d’amore che assume
figura e spessore di realtà possa accompagnarlo sino alla morte: “... perché sì
viva e forte, / che incontro al ver tenacemente dura, / e spesso al ver s’adegua,
/ né si dilegua pria, che in grembo a morte” (vv. 113-116); si augura che il “dominator
di sua profondamente”, consustanziato com’è in lui, alle radici del suo stesso
essere, sia spento dalla morte unitamente a lui: “E tu per certo, o mio
pensier, tu solo / vitale ai giorni miei, / cagion diletta d’infiniti affanni,
/ meco sarai per morte a un tempo spento” (vv. 117-120). La maledizione sarebbe
quella dell’assenza di amore che, pur facendo soffrire (“cagion diletta d’infiniti
affanni”) è ragione di vita e forse di felicità, in questa estatica e quasi
allucinata dimensione del vivere, che esclude ogni sensazione o impressione
come elemento estraneo a tale orizzonte di concentrata contemplazione
interiore.
Al di là di tale orizzonte, ogni cosa, ogni evento è insignificante e
disturbante, appartiene all’“infinita vanità del tutto” (“A se stesso”). La
dislocazione dell’amore in quest’aura di sacralità introduce il lettore ad “Amore
e Morte”, dove e “amore risveglia il coraggio, sì, ma di morire”[194].
L’amore con la sua stessa presenza, per una sorta di smisuratezza che infrange
i limitati confini della quotidianeità, fa nascere il desiderio di morire: “Quando
novellamente / nasce nel cor profondo / un amoroso affetto, / languido e stanco
insiem con esso al petto / un desiderio di morir si sente: / come non so: ma
tale / d’amor vero e possente è il primo effetto” (“Amore e Morte”, vv. 27-33).
Scrive ancora Bonifazi: “L’amore leopardiano è in una formulazione antica,
fanciullesca, illusoria, in una scienza del morire, che comporta il sogno di
non esser mai nato, per non doversi allontanare... da quell’età non irreale e
amorosa, che la realtà e la vita deludono e minacciano, e che solo la poesia
può restituire, e rendere dolce e innocente”[195]. E
per Franco Ferrucci, “malgrado i soprassalti d’amore che rendono così patetico
il ciclo di Aspasia, tutta la poesia leopardiana batte su un chiodo, l’attesa
della morte. Anche il sentimento d’amore (che aveva ispirato, oltre Aspasia, il
pensiero dominante) trova la sua degna epigrafe in Amore e Morte: l’amore è un
preannuncio di morte, un estremo viatico”[196].
Nella lettera a Fanny Targioni Tozzetti del 16 agosto 1832 Leopardi aveva
scritto: “... E pur certamente l’amore e la morte sono le sole cose belle che
ha il mondo e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l’amore
fa l’uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne
dell’uomo...”[197].
Se per Walter Binni “nel Pensiero dominante (a voler precisare la
caratteristica situazione di Amore e Morte al di là della comune poetica) era
ammessa poi la possibilità di una scelta tra morte e vita... il punto nuovo di “Amore
e Morte” è il superamento di ogni meditazione, l’adeguamento immediato di amore
come sentimento assoluto e di morte come stato assoluto di libertà”[198],
per Piero Bigongiari “Leopardi aveva composto Amore e Morte seguendo la
parabola del Pensiero dominante”[199]. In
effetti la seconda composizione poetica si collega strettamente alla prima
nello svolgimento del tema della morte e se il pensiero dominante dà a tratti l’impressione
di un tono di ieraticità, Amore e Morte sembra essere caratterizzata invece da
un tono di diffusa liricità.
Per Luigi Blasucci, “in Amore e Morte è proposta un relazione...
soprattutto è da parlare di una ipostatizzazione mitica, essendo le due entità
viste come due figure da bassorilievo neoclassico... la poesia leopardiana
investe la realtà di una potente carica figurale; il fatto fisico... diventa “figura”
di una situazione esistenziale”[200].
Il canto sembra essere il preludio delle sepolcrali, introdotte dalla
figura di bassorilievo della prima e dall’effigie marmorea della seconda. Se l’incipit di “Amore e Morte” presenta nel
fratello e nella sorella due figure graziose di mito, già nella terza strofa
gli effetti d’amore sono devastanti e per la tempestosa potenza dell’amore l’affaticato
innamorato invoca decisamente la morte: “Poi, quando tutto avvolge / la
formidabil possa, / e fulmina nel cor l’invitta cura, / quante volte implorata
/ con desiderio intenso, / Morte, sei tu dall’affannoso amante!” (vv. 45-50). E
più avanti si apre la scena di quel funerale, con le campane che suonano a
morto, con quel canto che accompagna in processione chi non è più (“E spesso al
suono della funebre squilla, / al canto che conduce / la gente morta al
sempiterno obblio, / con più sospiri ardenti / dall’imo petto invidiò colui /
che tra gli spenti ad abitar sen giva”, vv. 55-61). L’amante tormentato dalla
passione invidia chi cambia domicilio per l’eternità. E pur nell’apparente
levigatezza del canto, che si conclude con l’immagine ma di quella fanciulla
dal “virgineo seno”, irrompe ancora una volta il trionfo della morte, e questa
volta della morte per amore, nei due modi in cui questa avviene: o perché l’innamorato
non riesce a sostenere la tempesta dell’animo e pertanto si consuma e perisce o
la passione tormentosa che s’insinua alla radici stesse della vita spinge al
crudele spietato gesto del suicidio anche la “tenera donzella”: “Anco sovente,
/ a tal venuto il gran travaglio interno / che sostener nol può forza mortale,
/ o cede il corpo frale / ai terribili moti, e in questa forma / pel fraterno
poter Morte prevale; / o così sprona Amor là nel profondo, / che da se stessi
il villanello ignaro, / la tenera donzella / con la man violenta / pongono le
membra giovanili in terra” (vv. 75-87). I due fratelli (Amore e Morte) sono
legati indissolubilmente e si pongono in un rapporto dialettico: l’amore,
insostenibile, conduce alla morte o per consunzione o per una scelta senza
scampo e consegna alla sorella (la morte) le vittime sacrificali. Anche se
nella conclusione del canto la morte sprigiona il fascino della divina vergine
fanciulla, nella tessitura interna del canto affiorano le sue caratteristiche
di sempre, dell’estrema manifestazione della natura matrigna. L’atmosfera delle
due sepolcrali non è lontana. “Nel ricordo della legge mortale della natura e
del fato, che fa morire e quasi uccide i giovani (spargendo il loro sangue
innocente) e li priva in modo violento dell’amore e del piacere
prematuramente... Leopardi trova i suoi versi migliori, il leitmotiv della sua poesia”[201].
Nella canzone “Sopra un bassorilievo antico sepolcrale” il poeta bussa ancora
ma invano alle porte del mistero della inconciliabile contraddizione alla quale
la natura ha condannato l’uomo, dibattuto in una continua oscillazione tra il
desiderio e l’orrore della morte. Non è possibile stabilire se la “giovane
morta” sia “misera”, perché la morte prematura deve essere ritenuta un male, o “fortunata”,
perché “muor giovane colui che al cielo è caro”, come è detto nell’epigrafe
menandrea di “Amore e Morte”: “né forse al mondo / S’intese ancor, se in
disfavore al cielo, / se cara esser nomata, / se misera tu debbi o fortunata” (“Sopra
un bassorilievo” vv. 14-17). É significativo il fatto che dalla fanciulla del
sogno (“Morta non mi parea, ma trista, e quale / degl’infelici è la
sembianza...” vv. 9-10), a Silvia e Nerine e fino alle fanciulle delle Sepolcrali,
alle figure femminili è affidato il compito di rappresentare la morte, quasi di
testimoniarle in absentia con la loro scomparsa dalla vita.
Ai fini dell’invenzione genetica della canzone, non è molto significativa
la suggestione che potè derivare al Leopardi dalla visita dello studio dello
scultore Pietro Tenerani, ove il poeta “vide il <<bassorilievo per la
sepoltura di una giovane, pieno di dolore e di costanza sublime>> (come
egli stesso scrisse all’amica Carlotta Lenzoni il 29 ottobre 1831): il
bassorilievo per Clelia Severini, morta a 19 anni (che oggi si trova nell’atrio
della chiesa di San Lorenzo in Lucina)”[202].
Per altro, se Foscolo nelle “Grazie” intendeva gareggiare per mezzo della
parola, “l’arcana armoniosa melodia pittrice”[203] con l’amico
scultore Canova, “artefice di numi”, se Foscolo “animava nelle Grazie il marmo,
passava dalla statua al mito della bellezza. Leopardi dall’animata beltà trascorre
verso il muto simulacro, capovolgendo dunque il processo genetico”[204].
D’altra parte, non molta importanza avranno avuto sul Leopardi le suggestioni
letterarie, dalle “Visioni sacre e morali” di Alfonso Varano alle “Notti romane
al sepolcro degli Scipioni” di Alessandro Verri (il Varano nello Zibaldone è
citato come imitatore di Dante[205]
“per fermezza e forza d’opinion religiosa e superstiziosa”[206] e il
Verri per le “vere arti di dar virtù ed efficacia allo stile, e di far quasi
provare quello che tu racconti”[207]).
Significativa invece appare l’annotazione leopardiana “Poesia in morte di una
giovane” in “Memorie e disegni letterari”[208], cui
segue l’altra “Poesia sopra la mia morte, Addio al mondo”[209]:
segno che “la bella e giovane defunta... è accomunata alla sorte del poeta...
in modo che il poeta possa piangere, possa dirsi infelice e voglia morire anche
lui...’[210].
Del resto il poeta aveva accomunato il suo destino a quello di Silvia, l’altra
fanciulla, come quella del bassorilievo, morta giovane: “Anche peria fra poco /
la speranza mia dolce: agli anni miei / anco negaro i fati / la giovanezza.” (A
Silvia, vv. 49-52). Nella prima sepolcrale, oltre allo scoppiare della
contraddizione tra la ragione e il cuore, poiché la prima suggerisce che il
morir giovane evita il perdurare dell’infelicità che si acuisce nella vecchiaia
(“A me, se di vecchiezza/la detestata soglia/evitar non impetro...”, “Il
passero solitario”, vv. 50-52) mentre il secondo respinge con forza tale
eventualità, sia per l’insopprimibile impulso alla vita sia per lo strazio che
la morte procura nei familiari e negli amici, si tocca quasi con mano che la
natura è doppiamente colpevole, sia per aver assegnato all’uomo un’esistenza
infelice sia per aver reso anche infelice il momento della fine dell’esistenza
stessa, col dolore e il rimpianto dei familiari che inseguono la persona
scomparsa oltre la morte. “Che d’altra parte Leopardi dovesse, dopo la
scomparsa di Amore, dirigersi verso la Morte, verso la sua contemplazione e i
suoi problemi, era un cammino, anche da un punto di vista psicologico,
pressoché inevitabile”[211].
La ferma contemplazione del Nulla che permea la condizione umana consente
al poeta un tono assertivo e deciso, insistito nella negazione della vita: “Al
nido onde ti parti, / Non tornerai”
(vv. 19-20); “L’aspetto / de’ tuoi dolci parenti / lasci per sempre” (vv. 19-21); “il loco / a cui movi, è sotterra” (vv. 21-22).
“Non tornerai”, “lasci per sempre”, “sotterra” contrassegnano non solo sul
piano semantico ma anche come elementi timbrici sul piano fonologico la
condizione di morte, fino all’assorta e sgomenta osservazione del
cambiamento-sostituzione del futuro con la morte: “E cangiar con gli oscuri /
Silenzi della tomba i dì futuri” (vv. 39-40). Il motivo fondamentale sembra
però incentrarsi sugli affetti che la morte della persona cara ferisce: “Come,
hai come, o natura, il cor ti soffre / Di strappar dalle braccia / All’amico l’amico,
/ Al fratello il fratello, / La prole al genitore, / All’amante l’amore: e l’uno
estinto, / L’altro in vita serbar? Come potesti / Far necessario in noi / Tanto
dolor, che sopravviva amando / Al mortale il mortal?...” (vv. 97-107). Se nel “Canto
notturno” la morte è prefigurata dall’angolazione di chi muore (“Che sia questo
morir, questo supremo / Scolorar del sembiante, / E perir della terra, e venir
meno/ Ad ogni usata, amante compagnia”: “Canto notturno”, vv. 65-68), nella
prima sepolcrale la morte à è vista dall’angolazione di chi resta. Ed è
significativo che il poeta abbia usato lo stesso termine “compagnia” nel: “Canto
notturno” e nella canzone sepolcrale: “Ad ogni usata, amante compagnia” (“Canto
notturno”) “All’ore ai lochi usati / Rimemorar la scorsa compagnia? (“Sopra un
bassorilievo”, vv. 95-96).
È significativo che nella sepolcrale l’“io” che pensa alla propria morte
dia luogo agli altri, a quelli che restano, amici, fratelli, figli, amanti: la
vita dell’uomo allora non è bloccata nella solitudine ma s’intreccia con legami
d’affetto a quella dei familiari e delle persone che amiamo e che ci amano. Già
nel 1827 il poeta avvertiva che “aver per nulla il dolore della disgiunzione e
della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni, o non essere atto a
sentire di sì fatta cosa dolore alcuno, non è di sapiente ma di barbaro”[212].
A tale presa di coscienza della morte come strazio e dolore comuni, come
evento di lutto, come perdita irrisarcibile e trauma non superabile per chi resta,
non è forse estranea l’esperienza della morte del fratello Luigi, per cui così
scrive al padre da Pisa, il 17 giugno 1828: “Io entro con tutta l’anima in
ciascuna particolarità del dolor suo. Mi sarebbe impossibile di decidere se
nella pena che ho provato e che provo, abbia più parte il sentimento mio
proprio della nostra disgrazia comune, o la riflessione che fa nell’animo mio
il dolor loro. Ma come potrei deciderlo, se la disgrazia è tanto grande, che io
posso dire di non averla mai intesa bene, e di non intenderla ancora? Ho pianto
macchinalmente; senza quasi sapere il perché, senza nessun pensiero determinato
che mi commuovesse... dobbiamo aver cura alla nostra salute, non più per noi
stessi, ma gli uni per amor degli altri”[213].
Ciò che colpisce è l’enormità dell’evento di morte (“io posso dire di non
averla intesa bene, e di non intenderla ancora”), che è il corrispettivo nella
scrittura epistolare della constatazione incontrovertibile della mostruosità
della natura che “altro negli atti suoi / che nostro male o nostro ben si cura”
(versi conclusivi 108 e 109).
“Nel “28, dunque, il poeta avverte la necessità di memorizzare un tema che
associava in sé esperienze personali e letterarie, il cui sviluppo e la cui
configurazione definitiva, quale appare nelle due Sepolcrali... vengono in un
certo senso determinate dalle esperienze interessanti e decisive del ‘31-’32,
periodo della loro - ideale - anche se non reale - composizione”[214].
La natura, con il lutto che provoca strappando alla vita una persona cara,
intorbida la vita stessa, uccide non soltanto una persona ma anche quella
tendenza degli esseri umani, sia pur illusoria, al piacere, che è l’unica
pulsione di vita.
Il pensiero poetante leopardiano, all’altezza della prima sepolcrale, s’incentra
sulla dimostrazione che la morte è “in ultima istanza logicamente inaccettabile
proprio perché intrinseca alla vita... alla fine del componimento, la morte e
la vita finiscono per diventare la causa reciproca della propria incapacità a
risolvere il dilemma, perché, ove si volesse postulare - come fa Plotino - una
pur preferibile accettazione dell’esistenza umana, la morte verrebbe comunque a
intorbidarne le giornate, sia sotto la specie di un costante memento reso ancor
più “spaventoso” dalla lugubre scenografia cimiteriale, sia sotto quella del
compianto dei morti da parte di chi istintivamente (proprio perché è vivo)
ripensa ai defunti “come stati vivi”, e soprattutto ne subisce la perdita
oggettiva restando “scemo... di se stesso” - (vv. 87-88) - “solitario
abbandonato in terra” - (verso 95) -, cioè in uno stato di innaturale absence (“guardando attorno, all’ore ai
lochi usati” - (verso 96), bloccato nella tensione spasmodica del suo desiderio
senza oggetto”[215].
É quindi inaccettabile la coesistenza e quasi la complementarità tra la morte e
la vita. L’illogicità è ancor più grande perché la natura, pur essendo altro
dall’uomo, lo sostanzia in quanto l’essere umano è corpo e quindi corruttibile,
soggetto alla morte, a quella legge per cui la natura “per uccider partorisce e
nutre” (“Sopra un bassorilievo”, v. 47).
Nello Zibaldone il poeta si era posto il dilemma, senza per altro
risolverlo: “Quello che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza,
l’essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose”[216]. Per
ciò la circolarità vita-morte è un non-senso. Maria Nieves Muñiz in un articolo
molto stimolante respinge la tesi che collega la prima sepolcrale agli idilli
pisano-recanatesi e alla situazione poetica del ciclo di Aspasia[217]
e sottolinea che la filosofia “dolorosa ma vera”, fondata sulla constatazione
che la natura “per uccider partorisce”, comunque già definita nella
primavera-estate del 1829, non si dispiegò nella fase degli Idilli perché era
ancora predominante in Leopardi un tono di “soggettività sentimentale”. “Quell’intento
falli allora perché - quando l’eccesso di sofferenza spinse Leopardi nuovamente
a poetare - egli non trovò subito la necessaria mediazione fra l’io che patisce
e l’io che descrive, fra il dolore personale e l’orrore universale, tra la
poetica antica e la nuova visione della natura”[218].
Anche nel “Canto notturno” il poeta attutisce “l’orribile verità senza
oltrepassare i limiti della vaga allusione al mostro, vale a dire della
rappresentazione del ciclo “arimanico” di produzione-distruzione... Il
principio di soggettività sentimentale su cui erano finora cresciuti i Canti
venne così salvato in extremis insieme alla struttura dell’idillio che
presuppone la bellezza bucolica della natura. Era però una soluzione precaria e
provvisoria, ancor distante dalle implicazioni ultime del pensiero”[219].
La prima sepolcrale invece svolge il processo di disvelamento del “mostro”,
“pone precisamente al proprio centro questo nodo (la morte come massima
contraddizione fisica e logica) facendone oggetto di dolorosa protesta, e
soprattutto di inorridita riflessione...”[220]. “Nel
Bassorilievo antico la morte sprigiona, infatti, tutta la sua malefica
polisemia: massima sventura se vista in rapporto all’essere (ed ecco la
protesta contro [“immaturo perir” dei giovinetti); sommo bene se messa a
confronto dell’essere-infelice (e allora, scandalo di fronte allo strazio
insanabile recato ai sopravvissuti, che converte quella “grazia” estrema nel
peggiore dei mali): monstrum logico...”[221].
Se la morte ha corroso quella “reina bellezza” dispiegata “nelle membra e
nel volto” (vv. 29-30), la figura di bassorilievo conserva l’avvenenza della “bellissima
donzella” (v. 3): il riscontro con Silvia è inevitabile. Alla “reina bellezza”
che si manifesta come “il diffondersi di una forza vitale attraverso le membra
della giovane”[222],
corrisponde ma in una situazione totalmente diversa e con diversa area
semantica l’immagine di Silvia riassunta nell’espressione “Quando beltà
splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”: la donna morta del bassorilievo
è fermata nell’immagine iconografica, Silvia è immagine “figurale” della morte,
che presto sopraggiungerà, perché il male è in incubazione nel suo corpo
giovane, perché essa da “chiuso morbo” sarà “combattuta e vinta”.
La “reina bellezza” della giovane morte anticipa il ritratto di “una bella
donna” della seconda sepolcrale: la morte è ancor più colpevole perché
distrugge la bellezza corporea femminile, nel momento del suo fiorire; è come
se si aggiungesse mistero a mistero: “Misterio eterno dell’esser nostro” (“Sopra
il ritratto di una bella donna”, vv. 22-23). Un mistero “orribile”, destinato a
restar tale: “Non si può meglio spiegare l’orribile misterio delle cose e della
esistenza universale... che dicendo essere insufficienti e anche falsi... i
principii stessi fondamentali della nostra ragione... Quel principio Non può
una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si
considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura”[223].
Eppure la natura che crea la bellezza si affretta a distruggerla ed è ancor più
stridente la metamorfosi dal “quasi angelico aspetto” in “polve e scheletro”. E’
come se la natura invidiosa volesse punire la bellezza muliebre, come un dono
non dovuto, come se fosse un errore nella catena di produzione distruzione,
qualcosa di non necessario nella funzione di colei che per uccider partorisce e
nutre.
È ancora il motivo della erodotea φθόνος θεών, che ho sottolineato a
proposito del “Bruto minore”, ma con qualcosa di più cupo, di più terribile,
come se la natura sostituitasi agli dei, come era invece nel “Bruto minore”,
manifestasse il suo sadismo: “diman, per lieve forza, / sozzo a vedere,
abominoso, abbietto / diviene quel che fu dianzi / quasi angelico aspetto” (“Sopra
il ritratto di una bella donna”, vv. 33-35).
In una nota zibaldonesca il poeta aveva accennato all’invidia degli dei: “Solone,
appo Erodoto, I, c. 32, parlando a Creso della costui prosperità chiama la
divinità invidiosa (29 giugno 1828)”[224].
Successivamente, meno di un anno dopo, attribuisce la malignità della
divinità ad un “principio cattivo” delle religioni orientali: “Il dogma dell’invidia
degli Dei verso gli uomini celebrato in Omero, e soprattutto in Erodoto e suoi contemporanei,
sembra essere di origine orientale, o divulgato principalmente in Oriente.
Poiché esso attiene alla dottrina del principio cattivo, ed a quelle idee che
rappresentavano le divinità come malefiche e terribili; dottrina e idee aliene
dalla religione della Grecia a’ tempi omerici ed erodotei” (31 marzo 1829)[225].
Pur nelle forme di una osservazione apparentemente dettata da una curiosità
erudita, non siamo distanti dalla tensione meditativa dell’“Inno ad Arimane”: “produzione
e distruzione ec. per uccider partorisce ec. sistema del mondo, tutto patimen.
Natura è come un bambino che disfa subito il fatto”[226], ove
il sintagma “per uccider partorisce” è ripreso nella prima sepolcrale: “che per
uccider partorisci e nutri” (“Sopra un bassorilievo”, v. 46). Per altro, i
tempi sono ravvicinati, se l’Inno ad Arimane è del 1833 e le sepolcrali furono
composte tra il 1834 e il 1835. In “Sopra il ritratto di una bella donna” l’antitesi
di fondo tra la bellezza della donna e il disfacimento del suo corpo “sozzo a vedere,
abominoso, abbietto”, non esclude l’indugiare dello sguardo memoriale del poeta
sulla bellezza della donna, con un tono di sensualità permeata dal senso di
morte: “Quel dolce sguardo, / che tremar fe’, se, come or sembra, immoto / in
altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto / par, come d’urna piena, / traboccare
il piacer; quel collo, cinto / già di desio; quell’amorosa mano, / che spesso,
ove fu porta, / sentì gelida far la man che strinse; / e il seno, onde la gente
/ visibilmente di pallor si tinse, / furo alcun tempo: or fango / ed ossa sei:
la vista / vituperosa e trista un sasso asconde” (vv. 9-19). L’atmosfera
sepolcrale di queste espressioni nasce anch’ “essa da una matrice sensuale,
giacché la sensualità si esprime anche in immagini di voluttuosità per così
dire “funebre”[227].
La morte sembra godere degli effetti distruttivi dell’azione da lei compiuta sulla
persona bella. Resta lo stupore e l’angoscia del poeta per l’estrema fragilità
della bellezza e, in modo più radicale e perentorio, della vita stessa, la
presa di coscienza che all’interno della stessa materia naturale sono presenti
aspetti che irradiano un’intensa suggestione d’amore (la bellezza della donna)
e un’invincibile ripugnanza (il disfacimento di quella stessa bellezza corporea).
Dal ritratto della bella donna che ovviamente ne riproduce i lineamenti del
volto (solo il titolo allude ad una donna considerata nella sua individualità)
il poeta trapassa ad una considerazione generale sulla trasformazione della
bellezza in “polve e scheletro”. Egli “allontana un’immagine di donna presente
e coinvolgente e giunge ad un’idea di donna in sé... come metafora della
materia naturale e corporea, della bellezza sensibile che, sottoposta alle
implacabili leggi di natura, si decompone fino al rovesciamento integrale di sé”[228].
E’ come se la bellezza corporea della donna contenesse insito in sé, in
incubazione, un programma biologico di disgregazione, nel momento del suo pieno
fiorire: “se il corpo, anche il più bello, si compie definitivamente in una
degradazione che precipita in c annullamento, e se questa è legge fatale, la
bellezza corporea è una forma inquietante e ammonitrice di prefigurazione della
morte”[229].
Quanto alla datazione delle due sepolcrali, Fernando Gioviale ritiene che
la prima si ponga sulla linea tematica dei canti pisano-recanatesi e delle più
tarde Operette Morali, mentre la seconda può essere contemporanea o appena
posteriore ad “Aspasia”, diversamente dalla posizione della Muñiz prima esposta.
Il motivo dominante della seconda sepolcrale è espresso nell’ultima strofa, nel
martellante interrogativo senza risposta sul senso e il fine della dolorosa
avventura umana, su un’altra insanabile contraddizione del “misterio eterno
dell’esser nostro”. Se la natura umana è fragile e di nessun valore, è “polvere
e ombra”[230],
come è verificato dalla dissoluzione del corpo dopo la morte, come è possibile,
se essa in parte ha una sua intrinseca nobiltà, dal momento che è capace di
altissimi pensieri e di delicati sentimenti, che tali moti dell’intelligenza e
dell’anima siano destati e annullati così facilmente dalla presenza che si
tramuta subito in assenza di una bellezza muliebre, fatta di materia
marcescente? (“Natura umana, or come, / se frale in tutto e vile, / se polve ed
ombra sei, tant’alto senti? / Se in parte anco gentile, / Come i più degni tuoi
moti e pensieri / Son così di leggeri / Da sì basse cagioni e desti e spenti?”:
vv. 49-56). Si tratta del contrasto tra intelligenza, sentimenti, moti dell’animo,
tutto ciò che indichiamo col termine “spirito” e materia, della contraddizione
di una materia che è insieme spirito. In una nota dello Zibaldone del 26
settembre 1826 Leopardi scriveva: “E’ chiaro e noto che l’idea e la voce
spirito non si può insomma e in conclusione definire altrimenti che sostanza
che non è materia... il definire lo spirito, sostanza che non è materia, è
precisamente lo stesso che definirla sostanza che non è di quelle che noi
conosciamo o possiamo conoscere e concepire, e questo è quel solo che noi
veniamo a dire e a pensare ogni volta che diciamo spirito, o che pensiamo a
questa idea, la quale non si può, come ho detto, definire altrimenti. Frattanto
questo spirito, non essendo altro che quello che abbiam veduto, è stato per
lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in se tutta la realtà delle
cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e quanto possiamo
conoscere e concepire, è stata creduta non esser altro che apparenza, sogno,
vanità appetto allo spirito. E’ impossibile non deplorar la miseria dell’intelletto
umano considerando un così fatto delirio” (26 settembre 1826)[231].
E successivamente: “Qui davvero che il povero intelletto umano si è portato da
fanciullo quanto mai in alcuna cosa. E pur la verità gli era innanzi agli
occhi. Il fatto gli diceva: la natura pensa e sente; perché tu vedi al mondo
cose che pensano e sentono, e tu non conosci cose che non siano materia; non
conosci al mondo, anzi per qualunque sforzo puoi concepire, altro che materia.
Ma non conoscendo il come la materia pensasse e sentisse, ha negato alla
materia questo potere” (9 marzo 1827)[232].
Quindi le nostre stesse facoltà mentali, il nostro mondo interiore è materia,
in un’accezione filosofica, quale il Leopardi mostra di professare,
rigorosamente materialistica. “Contraddizione evidente e innegabile, ma non
perciò men vera, misterio grande da non potersi mai spiegare”[233]
è “il circolo produzione-distruzione che è procura dolore quando si manifesta
come morte dei cari, ma anche un freddo orrore quando crea e distrugge le belle
sembianze mostrando l’identità tra il bello e il brutto”[234].
Leopardi opera il disvelamento della contraddizione, consegnandola a quella
che “madre è di parto e di voler matrigna” (“La Ginestra”, v. 125). Eppure il
poeta non può non rilevare la distanza tra la vita della natura nel suo
complesso e la vita interiore, la storia dell’anima degli esseri umani, con la
loro O tensione alla felicità, che sembra particolarmente vicina nell’età della
giovinezza.
Nei “Ricordi d’infanzia e di adolescenza” aveva scritto: “comparare la vita
della natura e la sua eterna giovinezza e rinnovamento col suo morire senza
rinnovamento appunto nella primavera della giovinezza”[235].
È il motivo dominante del “Tramonto della luna”, ove “la vita mortale”, una
volta sparita la giovinezza, piomba nella notte e nella morte “ed alla notte /
che l’altre etadi oscura, / segno poser gli Dei la sepoltura” (“Tramonto della
luna”, vv. 66-68). Il sintagma “sepoltura” richiama la “tomba ignuda” del canto
“A Silvia” e “segno”, nel senso di “termine ultimo”, è una ripresa dell’unità
lessicale, con lo stesso valore semantico e la stessa carica di suggestione,
nel senso di inevitabile conclusione, come sinonimo della morte, della canzone “Sopra
un bassorilievo antico sepolcrale” ove si dice: “ai mali unico schermo / La
morte; e questa inevitabil segno, / Questa, immutata legge / Ponesti all’uman
corso...” (vv. 62-64). “Con quel vocabolo finale, “sepoltura”, il canto chiude
il varco a qualsiasi ritorno di speranza e risuona tetramente, direi più che
nelle canzoni sepolcrali, come una condanna irrevocabile, definitiva...”[236].
L’idea di morte del Leopardi, la sua “ars moriendi” trascorre dalle
sepolcrali al “Tramonto della luna” alla “Ginestra”: le riprese lessicali ne
sono precisi e preziosi indicatori e l’analisi delle concordanze ce lo
conferma. La morte, che è un evento che colpisce un essere umano preso
singolarmente e segnatamente una fanciulla nel fiore degli anni, come avviene
in “Il sogno”, “A Silvia”, “Le Ricordanze”, nelle due sepolcrali, o un atto
violento che l’individuo rivolge contro se stesso (“Bruto minore”, “Ultimo
canto di Saffo”) o ancora presentimento della fine (“Appressamento della morte”[237]
balenante pensiero di autoannientamento del poeta (“pensoso di cessar dentro
quell’acque / la speme e il dolor mio” - “Le Ricordanze”, vv. 108-109) o
struggente oggetto del desiderio (“E tu, cui già dal cominciar degli
anni/sempre onorata invoco/bella morte” - “Amore e Morte”, vv. 96-98) nella “Ginestra”
è un tragico evento collettivo, è violenza della natura che commette il delitto
di strage, che in un attimo distrugge quella realtà del vivere civile che gli
uomini hanno faticosamente creato.
La morte assume qui una dimensione plateale, è furia aggressiva gratuita,
allo stato puro: ed è significativo che il sintagma “scheletro” di “Sopra il
ritratto di una bella donna” (“polve e scheletro sei” v. 2), scheletro di una
persona, ritorni nella “Ginestra” a indicare una morta città, che conserva in
sé tante. morti di persone bloccate nell’ultimo istante di vita e ricoperte
dalla lava (“Pompei, come sepolto scheletro”:
“La Ginestra”, vv. 271-272).
All’occasione esterna della genesi della “Ginestra” avrà concorso in
Leopardi la suggestione esercitata dalla lettura del “Poème sur le désastre de
Lisbonne” del Voltaire, espressamente citato nello Zibaldone le “Cosa certa e
non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che compongono l’universo
e quindi è ben difficile il supporre ch’ella
non sia un male anche per l’universo intero, e più ancora difficile si è il
comporre, come fanno i filosofi, Des malheurs de chaque étre un bonheur
général. Voltaire, Epitre sur le désastre de Lisbonne”[238]. “È
assurdo pensare che dal male di singoli esseri possa derivare il bene
universale: l’infelicità, il male sono connaturati all’ente nella sua
individualità (la morte colpisce l’individuo) ma anche all’esistenza dei
viventi nella sua totalità (la natura arreca la morte collettiva): nel poema
voltairiano col terremoto, nella lirica leopardiana con l’eruzione vulcanica. È
significativa la corrispondenza di alcune considerazioni del filosofo francese
con la filosofia negativa del Leopardi: “Siamo da ogni parte circondati dalla
crudeltà del fato, dalle furie dei malvagi, dalle insidie della morte. É orgoglio, voi
dite, l’orgoglio ribelle, a pretendere, stando male, di poter stare meglio...
nessuno vorrebbe morire...”[239].
Se Voltaire approda al deismo, Leopardi ribadisce il suo materialismo e
stigmatizza colui che “di fetido orgoglio / empie le carte…” (“La Ginestra”,
vv. 102-103). Il destino dell’uomo è quello di correre verso la morte e “la
musa di Leopardi ha raggiunto la morte come sua destinazione finale, come porto
di requie e salvezza”[240].
“È la morte a costituire la
leggibilità stessa dei “Canti”… è essa a istituire la contraddizione di un’opera
indirizzata come scrittura alla morte in opera indirizzata come possibilità di
lettura a un continuo e opposto atto di smentita, in un contrappunto vitale...”[241].
Nei “Canti” trascorre il pensiero poetante del Leopardi
che, nel ribadire l’arido vero della condanna degli esseri umani all’infelicità
e alla morte, vince con la poesia la morte stessa, fa del tema della morte un’occasione
di felicità mentale e di canto.
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[1] G. Leopardi, Tutte Le Opere, cit., II, (66,1), p. 43.
[2] G. Leopardi: Tutte le Opere, cit., II, p. 208.
[3] G. LEOPARDI, Tutte le Opere, II, cit., p. 136.
[4] G. LEOPARDI, Tutte le Opere, cit.,
vol. II, pp. 573-574.
[5] Zib.. cit., pp. 671-672.
[6] Zib., cit., p. 1144.
[7] Zib., cit., (79), p. 48.
[8] Zib., cit., (116), p. 62.
[9] Zib., cit., p. 679.
[10] Zib., cit., p. 742.
[11] Giulio Natali, Corso e ricorso della lirica leopardiana, Signorelli, Roma, 1948,
56.
[12] Zib..
cit., p. 656.
[13] 13
Zib.. cit., 762.
[14] Zib.
cit., (4410), p. 1193.
[15] Zib.,
cit., (4174), p. 1097.
[16] Zib.,
cit., (2673), p. 679.
[17] Zib..
cit., pp. 856-857.
[18] Zib.,
cit., p. 871.
[19] 19
Jean-Jacques Rousseau, Le Confessioni,
trad. di Valeria Sottile Scaduto, in Opere,
a cura di Paolo Rossi, Sansoni editore, 1972, p. 810.
[20] Zib.,
ivi, p. 871.
[21] Zib.,
ivi, p. 872.
[22] Zib., cit., (4391), p.
1187.
[23] Zib.,
cit., (3813-3815), pp. 956-957.
[24] Zib.,
cit., p. 1092.
[25] Zib.,
cit., p. 1239.
[26] G. Leopardi,
Operette morali, Rizzoli, Milano 1922
(1976), p. 292.
[27] G. Leopardi,
Tutte le opere, cit., vol. I, I nuovi credenti, p. 325.
[28][28] N.
Mineo, La felicità della coscienza
infelice. "I nuovi
credenti" di Giacomo Leopardi, in "Siculorum Gymnasium” nn. 1-2,
1989.
[29] Giacomo
Leopardi, Pensieri, a cura di Antonio
Prete, Feltrinelli, Milano, 1994, p. 40.
[30] Zib.,
cit., p. 116.
[31] Leopardi
cita Domenico Cirillo per il libro “Sensazioni de' moribondi”.
[32] Zib.,
cit., p. 118.
[33] Giacomo
Leopardi, Pensieri, a cura di Antonio
Prete, cit., p. 41.
[34] Orazio,
Odi, 1.1, vv. 15-16.
[35] Antonio
Prete, Il pensiero poetante, Saggio su
Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1984, (1980), p. 17.
[36] A.
Prete, op. cit., p. 17.
[37] A.
Prete, op.cit., p. 18.
[38] Zib..
cit., pp. 79-80.
[39] Zib.,
cit., p. 1236.
[40] Zib.,
cit., p. 205.
[41] Lea
Canducci, Giacomo Leopardi. Autoanalisi
di un poeta, Bulzoni, Roma, 1978, pp. 72-73.
[42]
N. Mineo, cit., 79.
[43] Arcangelo
Leone De Castris, Leopardi: una critica
del moderno in “Allegoria”, n.13, anno V, Nuova serie 1993, pp. 43-44.
[44] Zib..
cit., (4175-4176), p. 1098.
[45] A.
L. De Castris, ivi.
[46] G. Leopardi, Notizia sulle Operette
e Appendice, in Leopardi, Tutte le Opere, cit., vol. I, p. 205.
[47] Ivi,
p. 207.
[48] Zib.,
cit., pp. 965-966.
[49] Zib.,
cit., p. 1148.
[50] Dialogo di Tristano e
di un amico, in G. Leopardi, Operette Morali, Rizzoli, Milano, 1992 (1976), p. 299.
[51] Dialogo di Tristano e
di un amico, in G. Leopardi, Operette Morali, cit., p. 293.
[52] Zib.,
cit., (259-260), in Tutte le Opere,
cit., p. 110.
[53] S.
Timpanaro, Classicismo e Illuminismo
nell'Ottocento italiano, Pisa, 1965.
[54] Dialogo di Tristano e
di un amico, cit., p. 299.
[55] Dialogo della Moda e
della Morte, in Leopardi, Operette Morali, cit., p. 92.
[56] G.
Leopardi, Operette Morali, cit., p.
195.
[57] Dialogo di un Folletto
e di uno Gnomo, Operette
Morali, cit., p. 101.
[58] Dialogo di un Folletto
e di uno Gnomo, fu composto dal 2 al 6 marzo del 1824
e il Dialogo della Natura e di un
Islandese fu composto, sulla base dell'autografo, il 21, 27 e 30 maggio
dello stesso anno.
[59] Zib.,
cit., pp. 1064-1065.
[60] Zib.,
cit., (4129), pp. 1077-1078.
[61] Dialogo di Malambruno
e di Farfarello, Operette
Morali cit., p. 107.
[62] Zib., cit., pp.
1097-1098.
[63] Luigi Blasucci, La posizione ideologica delle Operette
Morali, in Leopardi e i segnali
dell'infinito, Il Mulino, Bologna, 1985.
[64] L. Blasucci, cit.,
pp. 172-173.
[65] Zib.
cit., (446-447), p. 159.
[66][66] Zib.,
cit., (56), p. 38.
[67] L.
Blasucci, op. cit., p. 180.
[68] G.
Leopardi, Operette morali, cit., p.
203 VALER
[69] Zib.
cit. (116), 8 giugno 1820, p. 62.
[70] Zib..
cit., (Bologna, “novembre 1825), p. 1086.
[71] F.
Ferrucci, “Il sogno del prigioniero",
in Addio al Parnaso, Bompiani, Milano, 1971, p. 131.
[72] Operette
Morali, cit., p. 66.
[73] Operette
Morali, cit., p. 137.
[74] Operette
Morali, cit., ivi.
[75] Zib.,
cit., (4015), p. 1067.
[76] L.
Blasucci, cit., p. 200.
[77] C.
Galimberti, Linguaggio del vero in
Leopardi, Olschki, 1959, p. 130.
[78] “Dialogo della Moda e della Morte”.
[79] “Dialogo
della Natura e di un Islandese”, Operette
Morali, cit., p. 155.
[80] L.
Blasucci, cit., p. 21.
[81] “Dialogo
della Natura e di un Islandese”, Operette Morali, cit., p. 158.
[82] Piero
Bigongiari, “Dal Logos al Dialogos", in Leopardi, La Nuova Italia,
Firenze, 1976, p. 501.
[83] Operette
Morali, cit., p. 241.
[84] Zib.,
cit., p. 90.
[85] Operette
Morali, cit., p. 241.
[86] G.
Leopardi, Canti, Einaudi, Torino,
1993 (1962).
[87] Emanuele
Severino, Il Nulla e la poesia alla fine
dell'età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990, p. 66.
[88] Operette
Morali, cit., p. 241.
[89] Zib.,
cit., (107), p. 59.
[90] Zib.,
cit., (181), p. 85.
[91] E.
Severino, cit., p. 283.
[92] Liana
Cellerino, “Prosa d'invenzione morale”, in Letteratura italiana. Le forme del
testo, II, La prosa, Einaudi, 1986, Torino, p. 1034.
[93] L.
Cellerino, cit., p. 1038.
[94] Giovanni
Getto, Saggi leopardiani, Vallecchi,
Firenze, 1977 (1966).
[95] G.
Getto, ivi, p. 88.
[96] G.
Getto, ivi, p. 79; si veda anche L. Blasucci, Capitoli di critica leopardiana, in Leopardi e i segnali dell'infinito, cit.
[97] WALTER
BINNI, “Leopardi pocta delle generose illusioni e della eroica persuasione”, in
G. L., Tutte le Opere, cit., I, pp. XI CXX.
[98] W.
BINNI, ivi, p. LXXVI.
[99] MARIO
MARTI, Cronologia dinamica delle Operette Morali di Giacomo Leopardi, in
“Giornale storico della letteratura italiana”, 2, aprile giugno 1979, pp.
203-228.
[100] In
EMILIO GIORDANO, I labirinto leopardiano, Edizioni scientifiche italiane,
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[101] ROSSELLA
REGNI, Ragione architettonica delle Operette Morali, in “Rassegna della
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[102] R.
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[103] SERGIO
CAMPAILLA, La vocazione di Tristano, Patron, Bologna, 1977.
[104] S.
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[105] BRUNO
BIRAL, La posizione storica di Giacomo Einaudi, Torino 1978 (1974), p. 152.
[106] GIOVANNI
GENTILE, Manzoni e Leopardi, Treves, Milano, 1928.
[107] MARIO
FUBINI, Introduzione alle “Operette Morali”, Torino, 1966 (1931).
[108] F.
FERRUCCI, I moto, la quiete: Leopardi e il principio di contraddizione. in
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[109] ANTONIO
PRETE, Il pensiero poetante. Saggio sul Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1980),
pp. 114-115.
[110] Operette
Morali, cit., “Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi”.
[111] G.
GENTILE, Manzoni e Leopardi. cit., p. 134.
[112] G.
GENTILE, ivi, pp. 134-135.
[113] E.
SEVERINO, Il Nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi,
cit.
[114] “Dialogo
di un Folletto e di uno Gnomo”.
[115] G.
GENTILE, cit., p. 137.
[116] Operette
Morali, cit., pp. 240-241.
[117] SHAKESPEARE,
Teatro. Sansoni, Firenze.
[118] Dante,
Inferno, canti XXI e XXII.
[119] ZIBALDONE,
cit., (165), p. 80.
[120] G.
GENTILE, Manzoni e Leopardi. cit., p. 138.
[121] ZIBALDONE,
cit., (1585), p. 446.
[122] G.
GENTILE, op. cit., p. 141.
[123] “Dialogo
di un Fisico c di un Metafisico”, Operette Morali, cit., p. 141.
[124] Zib.,
cit., (626), p. 200.
[125] Zib.,
cit., (353-355), pp. 134-135.
[126] BRUNO
BIRAL, "Le due facce del sistema di Stratone”, in La posizione storica di
Giacomo Leopardi, Einaudi, Torino 1978, p. 148.
[127] Zib.
cit., (4485-4486), p. 1222.
[128] “Ad
Arimane”, in Leopardi, Tutte le Opere, cit., I, p. 350.
[129] G. Leopardi, Operette
Morali, cit., p. 151, nota 1.
[130] Zib., cit., (4123-4128),
pp. 1077-1078.
[131] Zib., cit., (4133), p.
1079.
[132]B. Biral, La
posizione storica di Giacomo Leopardi, cit., p. 149.
[133] B. BIRAL,
cit., p. 150.
[134] G. LEOPARDI,
Tutte le Opere, cit., p. 350.
[135]G. Leopardi, Operette
Morali, cit., p. 386, nota 1.
[136]Zib., cit.,
(281), p. 116.
[137] G. GORNI, “Coincidentia
oppositorum”: il Coro dei morti di Leopardi, in Forme e vicende.
Per Giovanni Pozzi, Antenore, Padova, 1988.
[138]P. BIGONGIARI,
Leopardi, cit., p. 501.
[139]LUIGI BLASUCCI,
Leopardi e i segnali dell'infinito.
[140]Zib., cit.,
(291-292), pp. 118-119.
[141]DOMENICO DE
ROBERTIS, Sul “Coro dei morti” di Leopardi, in “Rivista di Letteratura
Italiana”, 1896-IV, 2, p. 262.
[142]D. DE ROBERTIS.
ivi, p. 263.
[143]Zib., cit.,
(4074), p. 1056.
[144]Zib., cit.,
(292-293), (21 ottobre 1820), p. 119.
[145]“Detti
memorabili di Filippo Ottonieri”, cap. II, “Operette Morali”, cit., pp.
203-204.
[146]G. CECCHETTI,
“Lettura del Parini o dei Detti Memorabili”, in Leopardi e Verga. Sette
studi, La Nuova Italia, Firenze, 1962, pp. 77.
[147]“Detti
memorabili di Filippo Ottonieri”, cap. III, “Operette Morali, cit., pp.
206-207.
[148]Zib., cit.
(479-480), p. 167.
[149]“Dialogo di
Plotino e di Porfirio”, Operette Morali, cit., p. 285.
[150]“Cantico del
Gallo silvestre”, Operette Morali, cit., p. 241.
[151] “Cantico del
Gallo silvestre”, Operette Morali, cit., p. 241-242.
[152] L. BLASUCCI, Leopardi
e i segnali dell'infinito, cit., p. 223.
[153] IRIS ORIGO, Leopardi,
Rizzoli, Milano, 1994 (1974), p. 246.
[154]Operette
Morali, cit., “Frammento apocrifo di Stratone da Lampasco”, p. 248.
[155]“Dialogo di
Plotino e di Porfirio”, Operette Morali, cit., p. 286.
[156]Zib., cit.,
(1978), (23 ottobre 1821), p. 553.
[157]CESARE
GALIMBERTI, Linguaggio del vero, in Leopardi, cit., p. 127.
[158]EMILIO
GIORDANO, Il labirinto leopardiano, Bibliografia 1976-1983, Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli, 1986, p. 133.
[159]“Dialogo di
Tristano e di un amico”, Operette Morali, cit., p. 296.
[160]“Dialogo di
Tristano e di un amico”, Operette Morali, cit., p. 300.
[161] Mutuo il
titolo del presente capitolo dal volume di Franco Brioschi “Ars amandi, ars
moriendi, La poesia senza nome. Saggio su Leopardi (Il Saggiatore,
Milano, 1980).
[162]L. CELLERINO, Prosa
d'invenzione morale, Letteratura italiana, Einaudi, II, 1984.
[163]S. CAMPAILLA, La
vocazione di Tristano, Patron, Bologna, 1977, p. 7.
[164]S. CAMPAILLA, La
vocazione di Tristano, cit., p.347.
[165]S. CAMPAILLA,
op. cit., p.348.
[166]“Dialogo di
Plotino e di Porfirio”, Operette Morali, op. cit., p. 286.
[167]Zib., cit.,
(484-485), pp. 168-169.
[168]ALBERTO
TENENTI, Il senso della morte e l'edonismo, in “Letteratura italiana Einaudi”,
V, 1986, p. 573.
[169]A. TENENTI,
cit., p. 574.
[170]A. TENENTI,
ibidem.
[171]“Ecco Leopardi
per il verso giusto”, di Paolo Di Stefano, “Corriere della sera”, 16 settembre
1994.
[172]ZIBALDONE, cit.
(144-145), p. 71.
[173]È il titolo di
un volume di NUNZIO ZAGO, L'ombra del moderno. Da Leopardi a Sciascia,
Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1992.
[174]UGO DOTTI (a
cura di), Giacomo Leopardi, I Canti, Feltrinelli, Milano, 1993, p. 32.
[175]UGO DOTTI,
cit., p. 40.
[176]CARLO MUSCETTA,
L'ultimo canto di Saffo, in “La rassegna della letteraura italiana”, n.
2, maggio-agosto 1959.
[177]E. GIORDANO, Tra
illusione ricordo e realtà. La donna di Leopardi: appunti su Silvia e Nerina,
in “Sìlarus”, 91, sett.-ott. 1980, p. 67.
[178]F. FERRUCCI, Una
mitologia romantica: il fanciullo morto, in “Intersezioni”, I,
gennaio-aprile 1983, citazione da EMILIO GIORDANO, Il labirinto leopardiano,
Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1986.
[179]F. FERRUCCI, Una
mitologia romantica: il fanciullo morto, cit., p. 64.
[180] G. LEOPARDI, Ricordi di infanzia e di adolescenza in Tutte le Opere, I , cit., p. 364.
[181]UGO DOTTI (a
cura), G. Leopardi, I Canti, cit., p. 64.
[182]F. FERRUCCI,
“Il sogno del prigioniero”, in Addio al Parnaso, Bompiani, Milano, 1971,
p. 131.
[183]UGO DOTTI (a
cura di), cit., p. 82.
[184]ZIBALDONE, cit.
(2242-2243), p. 585.
[185]ALVARO
VALENTINI, L'io poetante, Bulzoni, Roma, 1983, (citazione tratta da EMILIO
GIORDANO, Il labirinto leopardiano, cit., p. 78).
[186]ZIBALDONE,
cit., (4176), Bologna, 19 aprile 1826, p. 1098.
[187]A. VALENTINI, L'io
poetante, cit., p. 28.
[188] N.
BONIFAZI, L'immagine antica, cit., p. 133.
[189] G.
LEOPARDI, Canti, a cura di N. Gallo e C. Garboli, cit., p. 133.
[190] UGO
DOTTI (a cura di), Giacomo Leopardi, I, Canti, cit., pp. 113-114.
[191] ZIBALDONE,
cit. (59), p. 40.
[192] A.
PRETE, Il demone dell'analogia. Da Leopardi a Valéry: studi di poetica,
Feltrinelli, Milano, 1986, p. 40.
[193] A.
PRETE, cit., ivi, p. 42.
[194] N.
BONIFAZI, cit., p. 184.
[195] N.
BONIFAZI, ivi, pp. 184-185.
[196] FRANCO
FERRUCCI, op. cit., p. 139.
[197] G.
LEOPARDI, Storia di un'anima. Scelta dall'epistolario, Rizzoli, Milano, 1982,
p. 523.
[198] W.
BINNI, La nuova poetica leopardiana, Sansoni, Firenze 1962 (1947).
[199] P.
BIGONGIARI, cit., p. 209.
[200] L.
BLASUCCI, I titoli dei "Canti” leopardiani, in “Italianistica”; anno XVI,
n. 3, settembre-dicembre 1987, p. 335.
[201] N.
BONIFAZI, Leopardi, L'immagine antica, cit., p. 186.
[202] UGO
DOTTI (a cura di), GIACOMO LEOPARDI, I Canti, op. cit., p. 128.
[203] U.
FOSCOLO, Le Grazie, Inno I, verso 5.
[204] PIERO
BIGONGIARI, Leopardi, cit., p. 240.
[205] ZIBALDONE,
cit. (3014), p. 759.
[206] ZIBALDONE,
cit (4419), p. 1196.
[207] ZIBALDONE,
cit. (82), p. 49.
[208] “Memorie
e disegni letterari", in LEOPARDI, Tutte le opere, cil., I, p. 372.
[209] Ivi.
[210] N.
BONIFAZI, L'immagine antica, cit., p. 187.
[211] U.
DOTTI (a cura di), G. LEOPARDI, Canti, cit., p. 130.
[212] “Dialogo
di Plotino e di Porfirio, Operette Morali, cit., p. 286.
[213] GIACOMO
LEOPARDI, Storia di un'anima scelta dall’Epistolario, Rizzoli, Milano, 1982, p.
415.
[214] ANNA
VERGELLI, Genesi e linguaggio delle sepolcrali leopardiane, Bulzoni editore,
Roma, 1977, p. 18.
[215] Maria
De Las Nieves Muniz Muniz, Leopardi: la logica della prima sepolcrale, in
“Leitere italiane”, n. 3, luglio settembre 1992, pp. 446-447.
[216] ZIBALDONE,
cit., 13813) (31 ottobre 1823), p. 957.
[217] MARIA
NIEVES MUÑIZ, “Per uccider partorisce" nella cronologia leopardianu. in
"Belfagor", fascicolo IV, anno IL, 31 lugli 1994.
[218] Ibidem, p. 408.
[219] Ibidem, p. 408.
[220] Ibidem, p. 409.
[221] Ibidem, p. 410.
[222] Ibidem,
p. 413.
[223] ZIBALDONE
(4099), PP. 1064-1065.
[224] ZIBALDONE,
cit. (4309), p. 1158.
[225] ZIBALDONE,
cit. (4478), p. 1219.
[226] “Ad
Arimane", in LEOPARDI, Tutte le Opere, cil., 1, p. 350.
[227] ANNA
VERGELLI, Genesi e linguaggio delle sepolcrali leopardiane, cit., p. 43.
[228] FERNANDO
GIOVIALE, Il corpo, la morte, i desideri infiniti della poesia. Lettura di
“Sopra il ritratto di una bella donna", in “O110-Novecento", n. 2,
marzo-aprile 1988.
[229] F.
GIOVIALE, Il corpo..., ivi.
[230] Vi
è un eco dell'espressione oraziana “pulvis et umbra" del Carme IV, 7:
“Nos, ubi decidimus/quo pius Aeneas, quo Tullus dives et Ancus/pulvis et umbra
sumus” (Odi, IV, 7, vv. 14-16).
[231] ZIBALDONE,
cit. (4207), p. 1111.
[232] ZIBALDONE,
cit. (4253), pp. 1132-1133.
[233] ZIBALDONE,
cit. (4129), p. 1078.
[234] MARIA
NIEVES MUÑIZ, “Per uccider partorisce" nella cronologia leopardiana, cit.,
p. 421.
[235] Ricordi
d'infanzia e di adolescenza, in LEOPARDI, Tutte le Opere, cit., I, p. 361.
[236] GIORGIO
PETROCCHI, Il Tramonto della luna, in “Italianistica”; anno XVI, n. 3, settembre-dicembre
1987, p. 354.
[237] Come
è noto, “L’appressamento della morte” non è incluso nei “Canti”.
[238] ZIBALDONE,
cit. (4175), p. 1098.
[239] VOLTAIRE, Poème
sur le désastre de Lisbonne, trad. italiana di D. Cecchetti.
[240] FRANCO
FERRUCCI, Addio al Parnaso, cit., p. 140.



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